L’EUROPA TORNERA’ ALLE FRONTIERE NAZIONALI? – Il TRATTATO DI SCHENGEN, antica utopia realizzata, pian piano soccombe al nazionalismo e alle paure dell’arrivo dei poveri, dei rifugiati, dei migranti – La ridefinizione dei CONFINI, LIMITI (LIMES), nella geografia europea, appare un sogno che si allontana

Slovenia: chilometri e chilometri di filo spinato al confine con la Croazia. Il governo di Lubiana ha dato inizio all annunciata costruzione della barriera per controllare il flusso dei migranti - "…LUBIANA, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, HA STESO LUNGO IL CONFINE CROATO CHILOMETRI E CHILOMETRI DI FILO SPINATO" (Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera del 24/1/2016)
Slovenia: chilometri e chilometri di filo spinato al confine con la Croazia. Il governo di Lubiana ha dato inizio all annunciata costruzione della barriera per controllare il flusso dei migranti – “…LUBIANA, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, HA STESO LUNGO IL CONFINE CROATO CHILOMETRI E CHILOMETRI DI FILO SPINATO” (Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera del 24/1/2016)

   Le limitazioni imposte alle frontiere di alcuni (sempre più) Stati europei rischiano di provocare il fallimento del Trattato di Schengen. La scorsa settimana è accaduto alla Svezia: il Paese più aperto della Ue si prepara a chiudere le frontiere, e ad espellere tra i 60mila e gli 80mila richiedenti asilo. Due settimane fa la Danimarca ha approvato una legge che metaforicamente (e concretamente) chiude le frontiere: cioè una legge che prevede di confiscare ai rifugiati qualsiasi bene di valore superiore ai 1.340 euro, contanti compresi, per finanziarne le spese di mantenimento, e allunga da uno a tre anni i tempi per i ricongiungimenti familiari.

   L’Austria non si limita a sospendere Schengen, come Francia, Germania, Svezia, Danimarca e Norvegia, ma ha deciso di imporre un tetto agli arrivi, più che dimezzati rispetto al 2015: 37.500 persone contro 90mila.

SCHENGEN ADDIO? - Nell’area “Schengen” dei 26 Stati europei che vi aderiscono circolano 60 milioni di Tir all’anno, 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri e oltre 200 milioni di viaggiatori
SCHENGEN ADDIO? – Nell’area “Schengen” dei 26 Stati europei che vi aderiscono circolano 60 milioni di Tir all’anno, 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri e oltre 200 milioni di viaggiatori

   La Germania, dopo la straordinaria apertura agli immigrati siriani della passata estate, trova delle opposizioni sempre crescenti alla cancelliera Merkel (dopo i fatti di Colonia del Capodanno, in particolare). L’emergenza rifugiati è arrivata a mordere ovunque i nervi scoperti della politica incalzata da opinioni pubbliche stressate e disorientate. Apparentemente c’è solo Angela Merkel in Germania a tentare di resistere agli istinti nazionalisti e isolazionisti che dilagano da Nord a Est. Ma, appunto, anche lì le cose stanno cambiando. E’ arrivata la notizia pubblicata da Die Welt secondo cui – stando a un documento interno della Cdu – Berlino si preparerebbe a espellere 400 mila richiedenti asilo nel 2016.

   A Bruxelles, in attesa della creazione nel 2018 (ammesso che venga approvata) di una GUARDIA DI FRONTIERA EUROPEA dotata di 1.500 uomini da affiancare alle strutture nazionali, si ipotizza il congelamento dell’area Schengen per due anni.

Lo SPAZIO SCHENGEN è una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 PAESI, DI CUI 22 MEMBRI DELL'UE E 4 NON MEMBRI (ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA E SVIZZERA). NON NE FANNO PARTE BULGARIA, CIPRO, CROAZIA E ROMANIA, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e IRLANDA E REGNO UNITO, che non hanno aderito alla convenzione esercitando la cosiddetta clausola di esclusione (opt-out) • L'AREA DI LIBERA CIRCOLAZIONE È ENTRATA IN VIGORE A PARTIRE DAL 1985, data di un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei a SCHENGEN (LUSSEMBURGO) • Gli Stati membri che si trovano ai confini dello spazio Schengen hanno la responsabilità di organizzare controlli rigorosi alle frontiere con l'esterno
Lo SPAZIO SCHENGEN è una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 PAESI, DI CUI 22 MEMBRI DELL’UE E 4 NON MEMBRI (ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA E SVIZZERA). NON NE FANNO PARTE BULGARIA, CIPRO, CROAZIA E ROMANIA, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e IRLANDA E REGNO UNITO, che non hanno aderito alla convenzione esercitando la cosiddetta clausola di esclusione (opt-out) • L’AREA DI LIBERA CIRCOLAZIONE È ENTRATA IN VIGORE A PARTIRE DAL 1985, data di un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei a SCHENGEN (LUSSEMBURGO) • Gli Stati membri che si trovano ai confini dello spazio Schengen hanno la responsabilità di organizzare controlli rigorosi alle frontiere con l’esterno

   Il trattato di Schengen è importante. Perché supera e apre i confini “interni” all’Europa. Ma, al tempo stesso, marca i confini “esterni”. Dentro i quali è possibile la libera circolazione. In base ai quali è possibile negoziare con gli “altri”. Così, definisce (cioè, delimita) l’Europa. Lo spazio entro il quale non abbiamo bisogno di passaporti da esibire alle frontiere. Perché non ci sono controlli alle frontiere. Anzi, non ci sono frontiere.

   In effetti la problematicità data dal flusso ininterrotto di migranti, da settembre dell’anno scorso sulla ROTTA BALCANICA in primis (dalla Turchia alla Grecia attraverso il Mar Egeo, causa di continui annegamenti quotidiani: anche domenica 31 gennaio 39 persone morte, tra cui 5 bambini), poi su verso nord, attraversando Macedonia, Serbia, a ovest verso la Croazia, e poi Austria e con la speranza di arrivare in Germania…), questo ininterrotto flusso migratorio (anche adesso che forse se ne parla meno, i media concentrati in altri eventi…) destabilizza politiche nazionali europee non in grado di “ripensarsi” con l’arrivo di così tante persone da guerre (in Siria in particolare, ma non solo…), e da chi (come criticarlo?) vive in paesi magari non in guerra, e così non si può considerare profugo, ma fugge dalla miseria e dalla fame (e spera in un futuro di benessere per se, per la sua famiglia).

LA STRAGE DEI BAMBINI: CONTINUI NAUFRAGI NELL’EGEO. ALLARME DELL’UNICEF …Tremila persone nel 2015 hanno perso la vita tentando di raggiungere le isole di KOS e LESBOS partendo dalle COSTE TURCHE. In questa strage senza fine nel solo mese di gennaio sono annegati nell’EGEO oltre 50 bambini. Più di 80mila sono i migranti salvati in mare dalla guardia costiera dei due Paesi. (…..). L’Unicef è tornata a chiedere corridoi umanitari sicuri.
LA STRAGE DEI BAMBINI: CONTINUI NAUFRAGI NELL’EGEO. ALLARME DELL’UNICEF …Tremila persone nel 2015 hanno perso la vita tentando di raggiungere le isole di KOS e LESBOS partendo dalle COSTE TURCHE. In questa strage senza fine nel solo mese di gennaio sono annegati nell’EGEO oltre 50 bambini. Più di 80mila sono i migranti salvati in mare dalla guardia costiera dei due Paesi. (…..). L’Unicef è tornata a chiedere corridoi umanitari sicuri.

   In tanti sottolineano ipotesi e strategie per porre rimedio a tutto questo: 1-“risolvere” le guerre in Medio Oriente e altrove nel Sud del Mondo, creando così condizioni di pace e sviluppo che fermino l’ondata di profughi; 2-nel declino demografico dell’Europa, inventarsi una politica di rilancio del continente europeo, con l’accogliere tutti questi giovani (sostanzialmente i migranti sono giovani…), i loro bambini, creando condizioni di sviluppo dei consumi, del lavoro, dei servizi, “facendo diventare” europei tutte queste persone che sopperirebbero all’attuale invecchiamento delle nostre popolazioni; 3-se confine bisogna avere, far sì che esso sia il “confine d’Europa” fatto non dei confini dei paesi membri (superati quei confini nazionali dal trattato di Schengen nella pratica quotidiana di mobilità delle persone e delle merci entro l’Europa); 4-ancora: se confine dev’esserci questo sia un confine naturale, fatto a nord, ovest, sud da “grandi mari” (Il mar Glaciale Artico, l’oceano Atlantico, il nostro mar Mediterraneo, il Mar Nero) (più difficile invece far coincidere a est i confini naturali -gli Urali- con quelli politici).

   Tutte ipotesi interessanti. Vi sarebbe, positivamente pensando, la necessità di far coincidere la “crisi europea” (causata seppur in minima parte anche dai diseredati della terra che sono in movimento), con “il sogno europeo” di far sì che si arrivi finalmente a un’unione politica e geografica in un unico grande progetto di federazione dell’Europa (Stati Uniti d’Europa).

I FLUSSI NON SI FERMANO - Secondo Frontex l’anno scorso hanno varcato la frontiera europea 1,83 milioni di rifugiati, contro i 238.500 del 2014, anche se «il numero non è del tutto esatto perché alcuni sono stati contati due volte»: in Grecia ne sono comunque entrati 880mila, in Italia 157mila, in Germania oltre 1,1 milioni. (…) E nelle prime tre settimane di gennaio sono già arrivati in 35mila quando nel 2015 in tutto il mese erano stati 1.600. L’inverno non ferma più i disperati. I quali, per sfuggire ai crescenti blocchi europei, ora tentano anche la rotta polare, puntando alla Russia per raggiungere Norvegia o Finlandia: ci sono riusciti in 900 l’anno scorso. (Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 23/1/2016)
I FLUSSI NON SI FERMANO – Secondo Frontex l’anno scorso hanno varcato la frontiera europea 1,83 milioni di rifugiati, contro i 238.500 del 2014, anche se «il numero non è del tutto esatto perché alcuni sono stati contati due volte»: in Grecia ne sono comunque entrati 880mila, in Italia 157mila, in Germania oltre 1,1 milioni. (…) E nelle prime tre settimane di gennaio sono già arrivati in 35mila quando nel 2015 in tutto il mese erano stati 1.600. L’inverno non ferma più i disperati. I quali, per sfuggire ai crescenti blocchi europei, ora tentano anche la rotta polare, puntando alla Russia per raggiungere Norvegia o Finlandia: ci sono riusciti in 900 l’anno scorso. (Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 23/1/2016)

   Cosa comunque che, riconosciamo, è assai difficile a realizzarsi in tempi storici come questi (di nazionalismo spinto, di paure delle popolazioni, di rifiuto…). E anche a questo flusso di migranti si cercherà di mettere delle pezze (come ad esempio, finanziare la Turchia, finora tre miliardi di euro, perché fermi il flusso dalla Siria e Iraq… ma la Turchia ora vuole molti più soldi…). Oppure farsene una ragione di avere molti più clandestini, e rapportarsi (con fatica, per forza…) poco a poco negli anni con persone che vivono illegalmente, in clandestinità, e alla fine in qualche modo accettarle, doverle accettare. Cioè questo significa, come sempre, subire gli avvenimenti: umani, geopolitici, che un mondo “villaggio globale” volenti o no, ci porta in casa.

IL ROMANZO - HAKAN GÜNDAY, "ANCÓRA": IL VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE È UNA NUOVA VITA IN EUROPA - La voce di un bambino spietato, cresciuto troppo in fretta e governato dall'unico e imprescindibile dictat del sopravvivere, declina le storie attuali dei migranti nel nuovo romanzo di HAKAN GÜNDAY, "ANCÓRA", appena uscito per l'editore MARCOS Y MARCOS. UN ROMANZO AMBIENTATO IN UNA TURCHIA MARTORIATA, TERRA DI TRANSITO DEI NUOVI SCHIAVI DELL'OCCIDENTE, in cui un ragazzino, il protagonista, trova la sua forma di resistenza nel suo personale dissidio tra male e bene, nella sua vita di trafficante di migranti nell'Egeo e nel suo diventare adulto. (da www.panorama.it/cultura/libri/)
IL ROMANZO – HAKAN GÜNDAY, “ANCÓRA”: IL VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE È UNA NUOVA VITA IN EUROPA – La voce di un bambino spietato, cresciuto troppo in fretta e governato dall’unico e imprescindibile dictat del sopravvivere, declina le storie attuali dei migranti nel nuovo romanzo di HAKAN GÜNDAY, “ANCÓRA”, appena uscito per l’editore MARCOS Y MARCOS. UN ROMANZO AMBIENTATO IN UNA TURCHIA MARTORIATA, TERRA DI TRANSITO DEI NUOVI SCHIAVI DELL’OCCIDENTE, in cui un ragazzino, il protagonista, trova la sua forma di resistenza nel suo personale dissidio tra male e bene, nella sua vita di trafficante di migranti nell’Egeo e nel suo diventare adulto. (da http://www.panorama.it/cultura/libri/)

   Noi speriamo ovviamente che questa passività di atteggiamento, questa incapacità di “ripensare il proprio sviluppo”, questo “non cogliere” l’opportunità che può arrivare da “nuove genti e culture” potrebbe positivamente avere nella nostra stanca quotidianità e in un’Europa in declino di motivazione, noi pensiamo che tutto questo realisticamente accadrà. E speriamo comunque che un cambio di tendenza avvenga, che ci sia entusiasmo e progettualità per riconoscere quei confini europei geografici fatti di grandi mari cui sopra accennavamo: confini (come il Mediterraneo) che possono anche essere ponti di scambio di culture, economie, conoscenze…

   E speriamo che la logica dei confini nazionali multipli (staterello per staterello) non ritorni (in questi primi due articoli di questo post vi proponiamo un esempio vicino a noi della follia di creare frontiere, confini). (s.m.)

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GLI ISTRIANI

SLOVENIA-CROAZIA, IL FILO SPINATO SEPARA GLI ITALIANI DAGLI ITALIANI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016

– Per millenni questa gente aveva vissuto la sua terra come uno spazio unico –

ISTRIA SLOVENA E ISTRIA CROATA - 1991: IL CONFINE TRA ITALIANI E ITALIANI ISTRIANI TRA CROAZIA E SLOVENIA – “Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito…” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016)
ISTRIA SLOVENA E ISTRIA CROATA – 1991: IL CONFINE TRA ITALIANI E ITALIANI ISTRIANI TRA CROAZIA E SLOVENIA – “Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito…” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016)

   C’è il filo spinato, adesso, su quello che doveva essere «un confine di seta». E Mario Beluk, che come tanti istriani porta un cognome slavo ma è italiano e parla italiano e appartiene alla minoranza italiana, non si dà pace.

   «Ce l’hanno sbattuto sul muso» il filo spinato, sbotta Mario.Era andato a caccia, quel giorno: «Mi telefona l’Emilia: “Papà, torna a casa di corsa!” Torno e trovo sui miei campi duecento operai, poliziotti, ruspe, caterpillar… Chiedo: “Ma come, a casa mia?!” Niente da fare. Neanche scusa, mi hanno chiesto. E adesso siamo qui, prigionieri».

   Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito… Mai.

   E per millenni gli istriani avevano vissuto la loro terra come uno spazio unico, aperto, indiviso. E avevano amato l’Istria, fino all’impazzimento e all’odio fratricida e alle foibe e alle pulizie etniche degli anni Quaranta, proprio per questo suo essere terra plurale. Capace di donare alla cultura veneziana e italiana musicisti come il violinista Giuseppe Tartini, medici come l’inventore del termometro Santorio Santorio, intellettuali all’epoca celeberrimi come l’illuminista Gian Rinaldo Carli. E qui vissero artisti come Vittore e Benedetto Carpaccio e altri ancora.

   Senza dimenticare, in tempi più vicini, scrittori quali Fulvio Tomizza, papà italiano e mamma slovena, che nel romanzo Materada (1960) raccontò lo sfacelo sanguinoso nel suo piccolo mondo antico. La contrada dov’era nato e dove da sempre i vicini di casa di lingua diversa si erano prestati lo stesso rastrello e si erano sposati nelle stesse chiese e avevano brindato agli stessi battesimi. O poeti della musica come Sergio Endrigo, autore di versi struggenti sulla sua Pola, abbandonata dopo la guerra per prendere la strada dell’esodo: «Da quella volta non ti ho rivista più/ Strada fiorita della gioventù/ Come vorrei essere un albero che sa/ Dove nasce e dove morirà…».

   Il primo trauma arrivò alla fine di giugno del 1991, quando la signora Anna Del Bello Budak, che aveva casa a poche decine di metri dal Dragogna ed era a tavola con la famiglia, sentì un rumore assordante. Corsa fuori, vide le ruspe irrompere nel suo orto di piselli, sradicare centotrenta alberelli carichi di pesche, rovesciare tonnellate di ghiaia sulle piante di patate. La gente intorno ricorda ancora lo scontro con i poliziotti: «Fermi! Fermi! Cosa fate?» «Ordini superiori». «Non potete farlo!». «Ordini superiori». «Mostratemi le carte!». «Ordini superiori».

   All’arrivo dei cronisti Matia Potocar, il direttore del cantiere, ridacchiava: «Un posto di frontiera? Ma no, è solo un punto di sosta per i camion». E davanti alle perplessità di tutti, giurava: «Solo cestna. Capito? Ristrutturazione cestna: strada». Poche ore dopo, per la prima volta nella storia, sul curvone dell’antica via Flavia tracciata nel primo secolo dopo Cristo dall’imperatore Vespasiano, c’era un confine. Di qua la Slovenia, di là la Croazia. Stati sovrani. Alla Milicja di Capodistria facevano dei gran sorrisoni: «Sarà un confine dimostrativo. I cittadini dell’attuale Jugoslavia circoleranno liberamente…».

   Pochi mesi e già le comunità che vivevano lungo il Dragogna raccontavano storie da incubo. Come quella di Duilio Visentin che, colpito in terra croata da una gravissima emorragia e caricato su un’ambulanza per una corsa disperata verso l’ospedale di Isola, era stato fermato al confine sloveno: «Documenti!». «Mio marito sta morendo». «Documenti!». «Muore!». «Documenti!».

   O la storia di un funerale a Villa Cucini, una contrada sulle alture: il nuovo confine aveva collocato il paese in Slovenia, la chiesa e il cimitero in Croazia. Impossibile seppellire il nonno nella tomba di famiglia: «Il lasciapassare? Ce l’avete il lasciapassare?». Per non dire d’un incendio a Bresovizza coi vicini di casa che si precipitavano generosamente coi secchi e i badili a dare una mano al di là del confine appena inventato: «Altolà! Documenti».

   «Maledetti tutti i nazionalisti!», imprecava il vecchio Virgilio Babich. Non si era mai mosso dalla casetta in cui era venuto al mondo in contrada Mulini. Mai. Eppure era riuscito a cambiar tre volte passaporto: nato italiano di sentimenti italiani, era diventato poi sloveno e infine, per uno spostamento amministrativo, cittadino di Umago quindi croato: «Dopo la guerra ero deciso a venire in Italia. Papà scoppiò a piangere: “E io cosa faccio? Sono vecchio…”. Mi fermai. Me ne sono pentito sempre».

   Quel nuovo confine gli era insopportabile: «Ho un po’ di terra di qua e un po’ di là, la luce mi arriva da Buie in Croazia, e l’acqua da Capodistria in Slovenia, la pensione finisce nella mia vecchia banca in Slovenia, ma non posso portarmela qui perché esporterei capitali…».

   Insomma, pasticci, disagi, angherie insopportabili. Per un quarto di secolo la comunità italiana sopravvissuta in Istria, spaccata dal nuovo confine proprio mentre riscopriva la propria identità dopo gli anni bui del comunismo titino, ha sperato, atteso, sognato che quella frontiera, divenuta addirittura più rigida dopo l’ingresso della Slovenia nella Unione Europea, diventasse davvero di seta dentro la grande madre Europa.

   Macché. La pressione alle frontiere delle masse di profughi in fuga dal Medio Oriente ha fatto precipitare tutto. E Lubiana, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, ha steso lungo il confine croato chilometri e chilometri di filo spinato. Uno shock.

   La nostra comunità ha protestato. E mentre depositava fiori lungo quelle matasse di filo spinato, ha scritto al premier sloveno Miro Cerar una lettera accorata. Dove, «pur riconoscendo l’eccezionalità della situazione» bolla come inaccettabile, «dopo le drammatiche vicende del Ventesimo secolo», l’erezione di una nuova cortina di ferro. Destinata pare a essere ulteriormente rafforzata. Una barriera che ai più vecchi fa tornare in mente gli anni in cui si sentirono, di giorno in giorno, chiudere in una morsa. Fino a sospirare sull’addio cantato in una poesia da Arturo Daici: «Adio vojo dirghe a la caseta/ Dove che go pasà la gioventù/ adio a questa tera benedeta/ perché se vado no te vedo più…». (Gian Antonio Stella)

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COSÌ IL RITORNO DELLE FRONTIERE SPEZZA IL SOGNO DELL’EUROPA

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 25/1/2016

   Ne so qualcosa di frontiere che si fanno e si disfano. Sono nato a Trieste, a uno sputo dalla Jugoslavia, e non basta. Come I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, son venuto al mondo la stessa notte in cui la frontiera veniva tracciata attorno alla città. Era il 20 dicembre del 1947, e i militari angloamericani con le truppe di Tito, tra una long size e una slivovica, piantavano allegramente i paletti di demarcazione mentre mia madre perdeva le acque. La nonna materna ci aveva fatto il callo, e me ne raccontava di storie. Aveva imparato a convivere con la tragicommedia proprio lì, sul confine più mobile d’Europa. Senza mai muoversi da Trieste aveva cambiato sei bandiere: austriaca, italiana, germanica, jugoslava, del Governo militare alleato e dell’Italia democratica.

   Da adulto mi sono tenuto in allenamento. Di confini ne ho conosciuti abbastanza, quelli veri intendo, con la polizia che ti guarda in cagnesco e ti porta via per ore il passaporto. Con la vecchia “Jugo” inizialmente fu un affar serio. Ti perquisivano da capo a piedi, e le Drugarice, le donne in divisa, mi mettevano paura.

   Nel 1985 presi il Lubiana-Mosca e al confine con l’Ucraina, sotto un nubifragio, l’intero treno venne sollevato su martinetti per l’adattamento dei carrelli allo scartamento sovietico. Fu un’attesa di sei ore, in mezzo a un mare di binari, con cani lupo e fasci di fotoelettriche tipo Auschwitz. In compenso, nel dicembre del 1989, vidi spalancarsi uno dei confini più duri del mondo, quelle rumeno, con le facce di bronzo dei poliziotti lì a sorridere dopo avermi brutalmente respinto 24 ore prima.

   Una notte di primavera del 1991, con la Jugoslavia in agonia, mentre dormicchiavo sul wagonlit per Belgrado, miliziani croati salirono a bordo e passarono al setaccio il mio bagaglio, facendo scendere alcuni serbi sgraditi a suon di bestemmie. Era l’inizio della guerra dei Balcani. Ma l’Europa intera non aveva pace, sulle frontiere era tutto un balletto di apri e chiudi.

   Due anni prima, in Ungheria, avevo visto cadere il primo pezzo di Cortina di Ferro, e a tutto avrei pensato allora, tranne che l’Ungheria, nel 2015, sarebbe stata la prima a rimettere fili spinati sul suo confine.

   Nel 2001, il mitico Kyber Pass fra Pakistan e Afghanistan, sbarrato per via della guerra con i Taliban, si sciolse un mattino come neve al sole davanti a un interminabile convoglio di allegri mujahiddin armati fino ai denti provenienti da Peshawar, che mi aprirono la strada per Jalalabad.

   Ho combattuto tutta la vita perché il confine attorno a Trieste cadesse e, quando nel 2007 è stato abolito, ho fatto festa grande. Siccome s’era pensato bene di abbatterlo la notte del suo 60esimo anniversario, e siccome quella data coincideva col mio compleanno tondo, si fece baldoria fino all’alba assieme agli sloveni in un’osteria per l’appunto di frontiera. Era un appartato passaggio pedonale, e la gloriosa transenna bianco-rosso-blu fu tagliata a fette in mezzo ai brindisi e distribuita come souvenir. Con che gioia noi italiani, e ancora di più gli sloveni, new entry dell’Unione, pronunciammo la parola «Europa»!

   Il mattino dopo andai in soffitta a rivedere il pezzo di filo spinato sovietico che la polizia ungherese mi aveva consentito di portarmi a casa 18 anni prima e pensai che era finita un’epoca.

   Ora che le transenne tornano di moda e la macchina dei reticolati si rimette in moto nel cuore d’Europa tagliando perfino — in Istria — sentieri che avevo sempre percorso in libertà, ora che l’euroscetticismo dilaga, non posso evitare rabbia e malinconia. Ma come? Ci siamo dimenticati dei timbri, dei visti, dei tignosi cambiavalute, delle dogane e dei treni fermi in mezzo alla campagna? Io quella memoria non l’ho persa, e ricordo come piansi di felicità una sera a Berlino, quando — sbarcato dall’aereo per la prima volta senza esibire i documenti — mi sentii chiedere dal tassista “ Vier und zwanzig euro, bitte”, come niente fosse, lì nel Paese del marco onnipotente. E ancora mi commuovo, quando metto le mani in tasca e trovo spiccioli di euro coniati da Paesi che fino al 1945 si erano combattuti.

   Ma dopo la rabbia, vengono le domande. Perché quelle linee ostinatamente si riformano? Può essere spiegato solo col populismo o l’ondata migratoria degli Esiliati?

   Forse c’è qualcosa che non abbiamo capito di quelle tracce divisorie spesso ereditate dall’antichità o dal medio evo. Ripenso al confine di casa mia e ricordo che quando cadde, poco più di sette anni fa, dietro la gioia si fece strada un senso di perdita, che tentai di ricacciare perché inammissibile, indegno di essere manifestato. Solo più tardi capii: con quella frontiera “porosa”, non certo paragonabile con quelle sovietiche, se ne andava un elemento di ordine del mio mondo. Qualcosa che, cadendo, mi faceva sentire più esposto al peggio del Globale, ai rovesci di borsa, alle pandemie e alla scomparsa dei luoghi.

   Non volevo ammettere a me stesso che a quella linea mi ero un po’ affezionato. Nell’inconscio, essa era la garanzia che “quelli dell’altra parte” restassero diversi da me, e io come viaggiatore mi nutrivo di quella diversità. Non so che farmene di un mondo-minestrone in cui tutti si somigliano e, specialmente oggi che l’Europa scricchiola, mi rendo conto che ci manca una profonda riflessione sui confini e sul loro valore anche simbolico, una riflessione che vada oltre la retorica del Pianeta necessariamente privo di asperità e di conflitti.

   E qui, nel turbine dei pensieri, ce n’è uno cui non posso sottrarmi. Se non ci sentiamo più protetti dai muri esterni della casa comune, forse è anche perché una patria europea non è mai nata. Né dentro né fuori di noi. (Paolo Rumiz)

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LA RIDOTTA DI SCHENGEN

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 23/1/2016

   «Non è Schengen ma l’Europa che può morire se passa l’idea che è incapace di proteggere le sue frontiere esterne. D’altra parte l’Europa non può accogliere tutti i rifugiati, altrimenti le sue società ne sarebbero totalmente destabilizzate».  A dirlo ieri non sono stati né il presidente ungherese Victor Orban né il nuovo dominus della Polonia nazionalista, Jaroslav Kaczynski, le due bestie nere dell’Unione.

   Quelle frasi sono state pronunciate nientemeno che da un primo ministro socialista, il francese Manuel Valls. Effetto Marine Le Pen? Anche. Ma non solo. Ormai l’emergenza rifugiati è arrivata a mordere ovunque i nervi scoperti della politica incalzata da opinioni pubbliche stressate e disorientate. Apparentemente c’è solo Angela Merkel in Germania a tentare di resistere agli istinti nazionalisti e isolazionisti che dilagano da Nord a Est. Fino a quando?

   Secondo Frontex l’anno scorso hanno varcato la frontiera europea 1,83 milioni di rifugiati, contro i 238.500 del 2014, anche se «il numero non è del tutto esatto perché alcuni sono stati contati due volte»: in Grecia ne sono comunque entrati 880mila, in Italia 157mila, in Germania oltre 1,1 milioni.

   Ancora più allarmanti le cifre fatte dal premier olandese Mark Rutte: nelle prime tre settimane di gennaio sono già arrivati in 35mila quando nel 2015 in tutto il mese erano stati 1.600. L’inverno non ferma più i disperati. I quali, per sfuggire ai crescenti blocchi europei, ora tentano anche la rotta polare, puntando alla Russia per raggiungere Norvegia o Finlandia: ci sono riusciti in 900 l’anno scorso.

   I flussi non si fermano. L’Europa non riesce a fare quadrato per gestirli, quindi li subisce disordinatamente. I Paesi più esposti, allora, corrono ai ripari in proprio. La Svezia, il Paese più aperto della Ue, è stata la prima ad alzare il ponte levatoio. Ora l’Austria, 8,5 milioni di abitanti, non si limita a sospendere Schengen, come Francia, Germania, Svezia Danimarca e Norvegia, ma ha deciso di imporre un tetto agli arrivi, più che dimezzati rispetto al 2015: 37.500 persone contro 90mila.

   La Danimarca spinge ben oltre le misure restrittive già adottate: il Parlamento l’altro ieri ha approvato la legge che prevede di confiscare ai rifugiati qualsiasi bene di valore superiore ai 1.340 euro, contanti compresi, per finanziarne le spese di mantenimento. Baviera, Baden-Württemberg e Svizzera si preparano a fare lo stesso. La Francia ha prolungato ieri lo stato di emergenza (frontiere chiuse comprese) fino a quando… l’Isis non sarà stata sconfitta. Dopo i fatti di Colonia, gli umori in Germania si sono irrigiditi: si vogliono prolungare a tempo indeterminato i controlli alle frontiere. Del resto a Bruxelles, in attesa della creazione nel 2018 (ammesso che venga approvata) di una GUARDIA DI FRONTIERA EUROPEA dotata di 1.500 uomini da affiancare alle strutture nazionali, si ipotizza il congelamento dell’area Schengen per due anni: ne discuteranno i 28 ministri dell’Interno Ue lunedì ad Amsterdam.

   Il provvedimento sembra inevitabile. Nonostante il “tradimento” dell’Austria la metta in difficoltà con il partito in Baviera, che vorrebbe bloccare a 200mila all’anno il numero dei rifugiati da accogliere in Germania, la Merkel continua a rifiutare l’idea del tetto, pur ribadendo l’impegno a ridurre «sensibilmente» i flussi. Per evitare la tagliola, il cancelliere scommette tutto sulla Turchia: con un pacchetto di aiuti Ue da 3 miliardi spera di convincerla a cogestire l’emergenza disincentivando le partenze verso l’Europa degli oltre 2,2 milioni di profughi siriani e irakeni che ospita.

   Scommessa dall’esito incerto: non tanto perché l’Italia per ora non dà il necessario via libera all’accordo, quanto perché proprio il 22 gennaio, in visita a Berlino, dopo l’incontro con Merkel, il premier turco Ahmet Davutoglu ha chiarito che «3 miliardi sono un gesto di buona volontà europea ma sono insufficienti a condividere l’onere di una crisi che non si sa quanto durerà, che alla Turchia è già costata 9 miliardi, che la Turchia non ha esportato ma che è stata esportata in Turchia».

   Si sussurra che Ankara pretenda in realtà 3 miliardi all’anno per collaborare seriamente. Ed è forse anche per questo che Wolfgang Schaüble, il ministro delle Finanze tedesco, dopo aver ventilato la possibilità di un’euro-tassa sulla benzina per finanziare l’alleanza con il Paese di Erdogan, ora lancia l’idea di un piano Marshall plurimiliardario per risolvere il problema rifugiati “in loco”. Con i soldi di chi?

   Se continuerà a essere del tutto sgovernata, come è stato finora, questa crisi finirà per sfasciare l’Europa. Già la sospensione di Schengen per due anni e il ripristino dei controlli in dogana avrebbero costi proibitivi per una ripresa anemica: nell’area circolano 60 milioni di Tir all’anno, 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri e oltre 200 milioni di viaggiatori. Costerebbe di sicuro molto meno soddisfare tutte le più esose richieste turche.

   Per evitare il peggio bisognerebbe riuscire in due mesi a fare quello che non è riuscito negli ultimi sei: intesa sulle quote di riallocazione intra-Ue dei rifugiati, sulla riforma di Dublino, su hotspot e guardia di frontiera europea. Realistico? (Adriana Cerretelli)

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MAPPE

ELOGIO DEL “LIMES”. LA NOSTRA IDENTITÀ IN QUEL TRATTATO. NON PUÒ BASTARE LA MONETA UNICA

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 25/1/2016

   Un giorno dopo l’altro l’Europa appare sempre più divisa. D’altronde, è difficile affidare il progetto unitario a una moneta. Tanto più in tempi di crisi economica e finanziaria. Perché se l’ Europa si riduce a un euro, allora si svaluta. E l’anti-europeismo si allarga. Tuttavia, la questione europea diventa critica quando vengono messi in discussione i confini. Meglio: quando vengono ripristinati i controlli sui confini.

   Non per caso, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, a Davos, ha espresso il timore che l’emergenza prodotta dai flussi di migranti possa compromettere il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone tra gli Stati dell’Unione. Perché in quel caso verrebbe — implicitamente — rimesso in discussione il progetto di costruzione europea.

   Lo stesso timore è stato ribadito dal premier Matteo Renzi. D’altronde, l’euro, come i mercati, non ha confini. Può circolare comunque e dovunque. Le persone no. E i limiti imposti ai migranti si riproducono e rimbalzano anche sui residenti.

   Perché le frontiere sottolineano la sovranità degli Stati nazionali rispetto a quella europea. In definitiva: riflettono — e accentuano — la debolezza dell’Europa. Come progetto e come soggetto. Tuttavia, sarebbe sbagliato trattare i “confini” semplicemente come un problema. Da superare e, possibilmente, eliminare. Per dare forza alla sovranità e all’identità europea. Le frontiere e i confini: servono. Sono necessari. Non solo sul piano istituzionale, ma anche cognitivo.

   Come la geografia, le mappe. Servono a orientarci, a rappresentare il mondo intorno a noi. I cambiamenti dei confini — e della geografia — riflettono, a loro volta, i cambiamenti nella distribuzione e nell’organizzazione del potere, su base territoriale. Il nostro disorientamento, negli ultimi decenni, negli ultimi anni, riflette il declino, in alcuni casi, il dissolversi dei nostri punti di riferimento.

   La trasformazione rapida e violenta del limes, com’era definito il confine (in continua evoluzione) dell’impero romano (e come recita il titolo di una nota rivista di geopolitica: Limes, appunto). Noi, infatti, siamo orfani dei muri che per decenni hanno (de)marcato il nostro mondo. Eppure, al tempo stesso, gli davano senso, oltre che rappresentazione.

   Il muro di Berlino, a Est. Il Mediterraneo a Sud. Erano frontiere politiche, ma anche sociali e culturali. Ideologiche. Oggi non ci sono più. A Est: dallo sfaldamento dell’Unione Sovietica è riemersa la Russia. Che, tuttavia, non costituisce più, come prima, “l’altro” polo del Mondo. Ma “un” polo, per quanto importante. Mentre, nel caso del Mediterraneo, non si tratta più di un muro. Non ci separa ( e non ci difende) più dall’Africa, né dal Medio-Oriente. È, invece, un confine stretto. Mentre il mondo è divenuto sempre più largo. E sempre più vicino. Incombe su di noi.

   La globalizzazione, per riprendere una nota definizione di Antony Giddens, è stretching spazio-temporale. Allungamento dei processi e delle relazioni nello spazio e nel tempo. E, dunque, perdita dei confini. Perché tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, anche molto lontano da noi, può avere riflessi immediati qui. Adesso. Anche perché tutto avviene e scorre sotto i nostri occhi. Riprodotto e amplificato dai media. In diretta.

   E tutto rimbalza sulla rete. A cui tutti possono accedere. In tempo reale. Per questo, i confini non ci possono difendere. Ma, proprio per questo, abbiamo bisogno di confini. Di frontiere. Perché, come ha sostenuto Régis Debray, in un testo alcuni anni fa (dal titolo significativo Eloge des frontières, Gallimard 2010, pubblicato in Italia da ADD, 2012): “…una frontiera riconosciuta è il miglior vaccino possibile contro l’epidemia dei muri“. (D’altronde, neppure i muri possono frenare i movimenti di persone, quando si tratta di esodi spinti dal terrore e dalla fame). Né, tanto meno, possono— né vogliono — fermare i flussi economici e monetari.

   Per questo, tanto più per questo, abbiamo bisogno di frontiere. Per dare ordine alla nostra visione del mondo. Per sentirci sicuri. Per avere la sensazione che esistano autorità in grado di governare la società. Capaci di esercitare la sovranità nel territorio in cui viviamo.

   Perché, in fondo, è questo il fondamento — e il significato — dello Stato. Senza confini e senza frontiere, noi rischiamo di perderci. Di divenire, noi stessi, eterni migranti. Alla ricerca di una terra. Non “promessa”. Una terra e basta. Noi abbiamo bisogno di mappe per orientarci.

   Il trattato di Schengen è importante. Perché supera e apre i confini “interni” all’Europa. Ma, al tempo stesso, marca i confini “esterni”. Dentro i quali è possibile la libera circolazione. In base ai quali è possibile negoziare con gli “altri”. Così, definisce (cioè, delimita) l’Europa. Lo spazio entro il quale non abbiamo bisogno di passaporti da esibire alle frontiere. Perché non ci sono controlli alle frontiere. Anzi, non ci sono frontiere.

   Lo spazio dove, cioè, possiamo dirci — e sentirci — europei. Non uno Stato nazionale, ma una Confederazione di Stati nazionali. Che condivide alcuni interessi ma, anzitutto, un sentimento comune.

Per questo, come hanno osservato, polemicamente, Lagarde e Renzi, le limitazioni imposte alle frontiere di alcuni Stati europei rischiano di provocare il fallimento del Trattato di Schengen. E, insieme, del progetto europeo.

   Perché l’Europa, questa Europa, è senza confini. L’Europa: dove comincia e dove finisce? Chi ne fa parce? Chi ne farà parte? Difficile comprenderlo. Tanto più se, invece di indicare un limes, un territorio condiviso, che distingua noi dagli altri, i governi nazionali sono impegnati a erigere barriere interne all’Europa, invece di delineare e condividere quelle esterne. E in questo modo confermano e, anzi, accentuano l’incapacità di costruire l’Europa.

   Perché, senza uno spazio comune, senza un confine condiviso: com’è possibile costruire un’identità europea? Sentirsi e dirsi europei? (Ilvo Diamanti)

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L’EUROPA DEL NORD RESPINGE I MIGRANTI. SVEZIA: VIA IN 80MILA

di Michele Pignatelli, da “il Sole 24ore” del 29/1/2016

– La svolta di Stoccolma: nuova chiusura del governo socialdemocratico; sotto pressione per l’arrivo di 163mila profughi – Un’altra tragedia nell’Egeo: almeno 24 persone sono morte nel naufragio di un’imbarcazione al largo dell’isola di Samos – LA PROPOSTA OLANDESE: l’Aja penserebbe a uno schema in base al quale la Ue rispedisce in Turchia chi arriva in Grecia, ma si impegna ad accogliere 250mila profughi all’anno –

   Mentre nel Mar Egeo si continua a morire di immigrazione, l’ultima stretta nei confronti dei rifugiati arriva, ancora una volta, dall’Europa del Nord. SVEZIA e FINLANDIA hanno annunciato il 28 gennaio, a poche ore di distanza, che prevedono di espellere fino a 100mila richiedenti asilo. Appena due giorni prima la DANIMARCA aveva approvato una riforma del diritto di asilo che autorizza la confisca dei beni dei migranti superiori a 1.350 euro e allunga da uno a tre anni i tempi per i ricongiungimenti familiari.

   Primo a parlare ieri è. In un intervista al quotidiano Dagens Industri, il ministro dell’Interno svedese Anders Ygeman, ha dichiarato che il Paese si prepara a espellere tra i 60mila e gli 80mila richiedenti asilo, un numero talmente elevato da richiedere speciali voli charter al posto dei voli commerciali finora utilizzati.

   È l’ultima inversione di rotta di uno dei Paesi più noti per la storica tradizione di accoglienza, che ne ha fatto quello con il più alto numero di rifugiati pro capite in Europa. L’anno scorso però il flusso ha raggiunto ritmi giudicati insostenibili, con 163mila richieste di asilo presentate, al punto che il governo socialdemocratico del premier Stefan Löfven – con la popolarità ai minimi degli ultimi 50 anni – ha varato norme più restrittive per i migranti.

   All’inizio del mese sono stati introdotti controlli alle frontiere con la Danimarca, sospendendo non solo gli accordi di Schengen ma anche una prassi di libera circolazione tra i Paesi nordici in vigore dalla fine degli anni 50.

   Ad aggravare la percezione dell’emergenza immigrati è arrivato, all’inizio della settimana, l’assassinio di un’impiegata in un centro di accoglienza vicino Göteborg, di cui è stato accusato un profugo minorenne.

   II ministro Ygeman ha voluto comunque precisare che l’anno scorso è stato accolto il 55% delle richieste di asilo esaminate (58.800 in tutto), e che il rimpatrio annunciato sarà graduale. Anche perché non sarà semplice: «Abbiamo davanti una grande sfida – ha concluso – e avremo bisogno di più risorse e della massima collaborazione tra le autorità».

   Stoccolma teme che gli aspiranti rifugiati non in possesso dei requisiti possano fuggire e nascondersi, anche perché, di fronte a flussi così massicci, i tempi di esame delle domande si sono dilatati e variano tra i 15 e i 24 mesi.

   A poche ore dalla Svezia, la Finlandia ha annunciato fino a 20mila rimpatri su 32mila richieste ricevute l’anno scorso. Anche in questo caso a dame notizia è stato il ministero dell’Interno: «Ventimila – ha detto Päivi Nerg, segretario permanente del ministero – è la stima che facciamo al momento, ma il numero potrebbe variare sulla base di quanti decideranno volontariamente di andarsene». E ha aggiunto che già 4mila richiedenti asilo hanno ritirato la loro domanda.

   I rimpatri stimati non si discostano molto, in percentuale, dagli anni precedenti (il 62% del totale contro il 56% del 2014), ma corrispondono a un numero assoluto molto più elevato visto il flusso registrato l’anno scorso.

   L’Unione europea intanto continua a interrogarsi sulle possibili soluzioni per far fronte all’emergenza e UNA PROPOSTA, che somiglia a un contingentamento degli ingressi, ARRIVA DALL’OLANDA. A illustrarla – sebbene non sia ancora stata formalmente presentata dal governo olandese che detiene la presidenza Ue – è stato ieri il leader laburista Diederik Samsom. Prevede che l’Europa rispedisca immediatamente in Turchia migranti e rifugiati che arrivano nelle isole greche, impegnandosi però con Ankara ad accogliere fino a 250mila profughi all’anno. Il piano è ovviamente vincolato al riconoscimento della Turchia come Paese sicuro da parte dell’Onu.

   In quel tratto di mare continuano peraltro i naufragi: 24 persone, tra cui diversi bambini, sono morte al largo dell’isola di Samos, dove è affondata l’imbarcazione partita dalle coste turche. Una decina i dispersi. (Michele Pignatelli)

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L’ANALISI

LA RETROMARCIA DELLA SCANDINAVIA

di Michele Pignatelli, da “il Sole 24ore” del 29/1/2016

   La retromarcia della Scandinavia è un breve video che meglio delle parole rende l’idea della progressiva chiusura della Svezia (e del Nord Europa) nei confronti dell’ondata migratoria, sancita dall’annuncio che saranno rimpatriati fino a 80mila richiedenti asilo.

   Il video è stato ripreso da una telecamera alla stazione della metropolitana di Gamla Stan, il centro storico di Stoccolma, e dura pochi secondi: si vede un uomo – si scoprirà poi che è un immigrato tunisino ospitato in un centro profughi – che cerca di scippare un’anziana signora, ma viene fermato dall’intervento di una giovane donna con due bambini; l’uomo reagisce colpendo la donna che si è intromessa con un calcio e un pugno e si allontana, poi torna sui suoi passi e le sputa contro, prima di fuggire. Una fuga durata poco, visto che il video – diffuso dalla polizia su internet – ha scatenato una caccia all’uomo conclusasi con la cattura del borseggiatore.

   Sono immagini che – come altre di altro segno: su tutte la foto del piccolo Aylan, il bimbo siriano annegato su una spiaggia turca che sembrava aver risvegliato l’Europa, svelandole la portata della crisi migratoria – assume un forte valore simbolico. Sembra quasi tradurre con crudo manicheismo le paure della ricca Scandinavia, fiera del proprio benessere e del proprio senso civico, che sempre più si sente minacciata da un Sud del mondo povero e refrattario alle leggi.

   È una semplificazione ovviamente, ma se si aggiunge a un fatto di cronaca recente – l’uccisione di un’impiegata in un centro di accoglienza vicino a Göteborg, di cui è stato accusato un profugo minorenne- spiega alcuni fattori, perlomeno quelli emotivi, che hanno fatto cambiare verso alla tradizionale politica di accoglienza della Svezia.

   Ci sono poi motivazioni più strutturali, che accomunano Stoccolma a Copenhagen o Helsinki e spiegano, pur nelle rispettive diversità, perché tutte stiano attuando una stretta sui migranti, dalla confisca dei beni dei rifugiati sopra i 1.350 euro decisa dalla Danimarca all’espulsione di 20mila richiedenti asilo annunciata sempre ieri dalla Finlandia.

   C’è la crisi del generoso sistema di Welfare nordico “dalla culla alla tomba”, minacciato dall’invecchiamento della popolazione autoctona e dall’aumento di richieste assistenziali da parte dei migranti. C’è la crisi finanziaria che, con accenti diversi, ha toccato anche questi Paesi e colpisce oggi in particolare la Finlandia (mentre la Norvegia deve farei conti con il crollo del petrolio).

   E c’è, sul fronte politico, l’avanzata dei movimenti populisti e xenofobi: i Finlandesi di Timo Soini, entrati nel governo di Juha Sipilä a Helsinki, il Partito del popolo danese, che fornisce dall’esterno un supporto indispensabile al governo di Lars Lokke Rasmussen, i Democratici svedesi che incalzano sempre più nei sondaggi i partiti tradizionali. Senza contare, appena più a Sud, il Partito della libertà di Geert Wilders in Olanda.

   Un mix esplosivo, dunque. A dimostrazione che la tenuta dell’Europa di Schengen non dipende solo dai Paesi del Sud, primo approdo dei rifugiati, ma comincia, forse, proprio dal Nord. (Michele Pignatelli)

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LO SGUARDO CORTO SUI RIFUGIATI

di Carlo Bastasin, da “il Sole 24ore” del 24/1/2016

   È il difetto di una democrazia stanca e rituale pensare che i problemi diventino politici solo se influenzano la scelta elettorale più vicina.

   Nel cercare soluzioni al problema dell’immigrazione, il nostro sguardo si ferma sempre troppo presto: alle elezioni locali di primavera in Germania e in Italia o a quelle generali che nel 2017 decideranno le sorti di Merkel e Hollande.

   Questa miopia politica indebolisce anche la strategia europea dell’Italia. È possibile tenerne conto prima dei prossimi decisivi incontri di Matteo Renzi con la cancelliera Merkel e con il presidente Juncker. In realtà, non troveremo alcuna soluzione se non allunghiamo lo sguardo. Nel 2050 la sola Nigeria avrà più abitanti degli Stati Uniti o dell’Euro-area. Nel 2100 ci saranno più etiopi che europei. La popolazione africana supererà i 4 miliardi, mille volte il numero dei siriani che hanno abbandonato la loro casa durante la guerra. Mille volte cioè la quantità di profughi che già ora ci fa cedere all’istinto di rialzare i muri e revocare gli accordi di libera circolazione.

   I quattro milioni di siriani sono certamente un’entità rilevante, tre volte superiore ai profughi delle guerre balcaniche negli anni Novanta o a quelli dell’Indocina nei due decenni precedenti. Rappresentano un esodo anche paragonati ai 15 milioni della seconda guerra mondiale. Ma attualmente le Nazioni Unite stimano che la grande maggioranza dei 59 milioni di rifugiati nel mondo aspiri a tornare nel paese di origine. Dal punto di vista morale, politico ed economico non è corretto tenere problemi di tale dimensione umana in ostaggio di un lancio di dadi tra stati nazionali, cioè di scontri ispirati da interessi elettorali che arrivano al massimo a scandagliare pochi mesi a venire.

   È per esempio un’ipotesi pericolosa quella tedesca di ristabilire la cortina di ferro ai confini meridionali della Slovenia. Forse si tamponerà l’immigrazione per qualche mese, allentando le minacce politiche alla cancelliera, ma milioni di profughi finirebbero imbottigliati tra Grecia e Croazia, in un territorio instabile, mal governato, o reduce da guerre recenti a sfondo etnico e religioso.

   È anche irragionevole da parte di Roma non schierarsi con Bruxelles nel rilanciare una politica estera e di difesa comune che vedrebbe al vertice istituzionale proprio una protagonista italiana. È indispensabile inoltre cercare una soluzione alle sofferenze dei profughi al vertice di Londra del 4 febbraio, sviluppando le zone protette in Libano e Turchia.

   Ma bisogna andare oltre tutto ciò. Gli europei devono impostare una strategia di respiro secolare per Africa e Vicino Oriente al vertice Onu di settembre, approfittando finché è ancora possibile del dialogo col presidente Obama. Nessun governo europeo è in grado di agire da solo di fronte a tali sfide e ciò rende miserevoli le questioni che occupano l’agenda politica degli Stati nazionali. Risibile la campagna per il Brexit; patetica la reticenza di Parigi e Berlino nel coordinarsi; scandalosa la retorica nazionalista di Ungheria e Polonia.

   Ma non è morale nemmeno barattare la collaborazione sui temi dell’immigrazione con le concessioni su un po’ di spesa pubblica in più, come sta facendo Roma. Anche questa è una conseguenza del dominio degli interessi elettorali di breve termine. La bassa crescita italiana, da vent’anni molto inferiore alla media europea, è dovuta per quattro quinti alla minore produttività totale dei fattori, non alla minore spesa pubblica.

   Puntare sulla “flessibilità permanente” del bilancio significa aggirare il compito di rivedere la funzione di produzione del paese, l’efficiente combinazione di capitale e lavoro attraverso innovazioni. Significa cioè evitare di cambiare ciò che non funziona: il sistema della giustizia, i mercati del lavoro e dei prodotti, i criteri del credito e tutti gli istituti che presiedono alla formazione del capitale umano. Anche qui il problema è lo stesso: cambiare il paese richiede un impegno di lungo respiro mentre la politica è concentrata sulle brevi scadenze.

   Uno studio pubblicato da SEP (Luiss) mostra come la strategia italiana di puntare sulla flessibilità fiscale ostacoli ogni progresso nelle politiche europee di condivisione dei rischi. Impedisce che gli altri paesi concordino su forme di mutualizzazione, tra cui l’assicurazione dei depositi bancari e il fondo di risoluzione comune, che sarebbero vitali per un paese ad alto debito come l’Italia.

   In questo senso, strategia per l’immigrazione e politica economica sono davvero legate. Non perché possano essere una la contropartita dell’altra – concessioni alla Germania sull’immigrazione contro maggiore flessibilità fiscale per l’Italia -, bensì perché entrambe contrappongono scelte nazionali a scelte condivise. I prossimi incontri di Renzi con Merkel e Juncker sono l’occasione per mettere a fuoco una comune strategia di condivisione dei rischi. (Carlo Bastasin)

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PERCHÉ SI CHIUDE AI MIGRANTI?

di Alain Touraine, da “il Sole 24ore” del 24/1/2016

   È difficile accogliere i migranti – anche se si tratta di rifugiati politici – protetti dal diritto d’asilo quando la popolazione che deve accoglierli si sente essa stessa minacciata dall’assenza di capacità d’azione del suo governo. Questo stallo è un problema altrettanto reale, anzi forse più frequente di quello dei Paesi disposti ad accettare i migranti ma trascinati dall’ossessione identitaria dei loro dirigenti verso una chiusura comunitaria destinata a rinforzare l’omogeneità, spesso più immaginaria che reale, della propria cultura e società.

   La prima forma di chiusura, che dipende da una mancanza di fiducia in se stessi o, come nel caso della Francia, da una mancanza di stima per se stessi come nazione, è un effetto secondario di un’incapacità più generale di certe società di trovare una via d’uscita dalle loro difficoltà interne a a causa della loro fedeltà a una certa immagine di sé o a un’ideologia politica.

   La scomparsa dei partiti comunisti non ha causato drammi maggiori perché è la scomparsa dell’Unione Sovietica, tra il 1989 e il 1991 che li ha liquidati. Ma l’agonia, o addirittura la morte, della social-democrazia è un fenomeno ben più importante e complesso, che crea un’enorme insicurezza.

   La decadenza è cominciata quando Tony Blair, primo ministro labour inglese, parlò di Terza Via (Third Way) che, come ci si accorse subito, in un mondo dominato dal capitalismo finanziario mondializzato, era molto più simile al capitalismo regnante che a qualsiasi forma di socialismo, ormai condannato dalla storia.

   Gerhard Schröder in Germania seguì l’esempio di Blair. Ma con una differenza importante: mentre l’Inghilterra si stava deindustrializzando e riorientando verso la gestione del sistema finanziario mondiale al pari degli Stati Uniti, con la city di Londra che diventava una piazza allo stesso livello di Wall Street, la Germania conservò intelligentemente il suo ruolo dominante nel commercio industriale, creando in un decennio – come l’Inghilterra – un gran numero di posti di lavoro precari e mal pagati nel settore industriale.

   In generale, tutti i grandi Paesi europei, in una forma o in un’altra, si sforzarono di riguadagnare competitività abbassando il costo del lavoro perché non potevano più – e non volevano più – agire sui benefici delle imprese. Il costo del lavoro è rimasto comunque più alto in Francia che negli altri grandi Paesi, cosa che spiega – insieme alla fecondità della popolazione, superiore alla media europea – la maggiore durata della disoccupazione e la deteriorazione della sua opinione pubblica.

   Dappertutto nel mondo ciò che chiamavamo la sinistra è in decomposizione, mentre aumentano le disuguaglianze, in particolare negli Stati Uniti, e si rinforzano le tendenze autoritarie, in particolare in Cina. Esiste una grossa asimmetria tra le politiche cosiddette “di destra”, al servizio dei molto ricchi, e l’assenza di programma e di governo della sinistra francese. È vero che in Europa i tentativi di ricreare una sinistra radicale sono falliti. Anche in America Latina, dove il chavismo è in caduta libera, almeno di Venezuela.

   È l’incapacità generale di creare nuovi modi di pensare ed agire che rappresentino le classi popolari e i loro interessi, anch’essi completamente trasformati dalla mondializzazione, che spiega l’impotenza, la perdita di influenza e soprattutto l’incapacità degli attori politici di mobilitare le categorie popolari.

   Questa situazione non è eccezionale storicamente: è anzi la più probabile quando un campo territoriale di decisioni che un governo deve prendere si allarga. Fu così nel XIX secolo con la creazione di nuovi stati nazionali, tra i quali in primo piano l’Italia e la Germania. Oggi la mondializzazione mette in contatto popolazioni differenti con culture opposte sotto molti aspetti.

   Molto semplicemente, come potrebbero oggi formarsi nuovi partiti di sinistra, dato che i sindacati regrediscono ovunque e la partecipazione politica diminuisce?

   Questo cambiamento di atmosfera ha conseguenze meno gravi per la destra, che è guidata soprattutto dagli interessi, che per la sinistra, le cui rivendicazioni sono costruzioni sociali, culturali e ideologiche. Vedo tre espressioni molto visibili della crisi che descrivo. Una è la perdita di fiducia delle popolazioni nei loro dirigenti politici che sono accusati di essere tutti corrotti.

   La seconda è il chiaro indebolimento della gestione pubblica anche nei Paesi europei dove questa gestione era buona o addirittura eccellente. Il caso dell’America latina è impressionante.

    I Brasiliani, che contrastavano da più di mezzo secolo la buona gestione del loro gruppo pubblico Petrobras rispetto alla corruzione endemica del concorrente messicano privato Pemex, si trovano ora coinvolti in tutti i tipi di scandali di corruzione. I messicani dal lato loro, ritengono di non potere più combattere il banditismo e i trafficanti di droga perché il vizio e la corruzione non sono più diretti contro lo Stato ma sono nello Stato stesso, penetrato da tutte le parti, in particolare a livello locale e regionale.

   E come si potrebbe non essere preoccupati dal numero di miliardari che produce la Russia che non ha praticamente più nessuna produzione industriale e scientifica avanzata? Infine, gli Europei fanno molta difficoltà a seguire la campagna presidenziale del partito repubblicano americano, dominato dalle dichiarazioni incendiarie e irresponsabili di Donald Trump, la cui ricchezza poteva almeno far sperare in un po’ di buon senso strategico.

   Il trionfo oggi inevitabile della mondializzazione produce facilmente nazionalismi comunitarismi autoritari, e invece fa fatica a produrre nuove idee di sinistra. C’è bisogno di molto tempo e di stabilità economica internazionale perché si costituiscano, dal lato dei più deboli, ossia i migranti, delle nuove dichiarazioni, e più difficilmente ancora dei progetti, delle strategie e soprattutto, delle nuove forze di mobilitazione. Questo squilibrio, questo ritardo politico delle sinistre, è la causa principale del rifiuto della gente di gestire le differenze, soprattutto se non si tratta solo di differenze economiche, ma anche culturali. (Alain Touraine – traduzione di Gloria Origgi)

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SCONTRO SUI CONTROLLI “GRECIA FUORI DA SCHENGEN” FMI: “UE IN BILICO”

di Alberto D’Argenio, da “la Repubblica” del 24/1/2016

– Renzi: bloccati i fondi alla Turchia – Padoan: “Così rischia anche l’euro” –

   Espulsione della Grecia da Schengen. Chiusura delle frontiere all’interno di tutto il continente per due anni. È il momento della pressione, delle sparate mediatiche e negoziali in un apparente tutti contro tutti in vista degli appuntamenti cruciali per la definizione di della nuova politica continentale sui migranti. In gioco c’è la tenuta della Ue.

   Per Renzi chi chiude le frontiere «tradisce l’identità dell’Europa», mentre Christine Lagarde, numero uno dell’Fmi, si è detta «preoccupata dal fatto che la Ue si stia giocando Schengen». Il ministro Padoan chiarisce la posta in gioco: con la caduta della libera circolazione rischierebbe anche l’euro. E con esso l’intera costruzione europea.

   Mentre la tensione monta – paesi come Austria, Germania o Svezia hanno ripristinato i controlli alle frontiere sotto la pressione migratoria – l’agenda europea è ineludibile. Domani ad Amsterdam il summit informale dei ministri degli Interni. Il 18 e 19 febbraio il vertice dei leader a Bruxelles, secondo molti, con una certa drammatizzazione, l’ultima fermata prima dell’implosione di Schengen.

   Ieri un’anticipazione della Welt Am Sonntag ha rilanciato l’ipotesi che Germania, Austria, Belgio, Svezia e Danimarca vogliano chiedere la sospensione di Schengen per due anni. A maggio scadrà il periodo entro il quale potranno chiudere provvisoriamente le frontiere e ottenere il congelamento della libera circolazione sarebbe il primo passo di quella mini-Schengen, limitata ai paesi dell’Europa centrale in grado di controllare i confini esterni, ipotizzata in questi giorni.

   Diverse fonti diplomatiche giudicano poco verosimile che il progetto vada in porto. Viene semmai letto come arma tattica per premere sui paesi riluttanti alla ridistribuzione dei migranti e sopratutto sulla Grecia, il grande accusato che non controlla le frontiere lasciando filtrare i migranti verso il nord Europa tramite la rotta balcanica (quasi 900mila nel 2015). Anzi, diverse Cancellerie pensano che l’idea non sia condivisa da Angela Merkel ma piuttosto sia spinta dall’ala conservatrice della Cdu (semplificando, Schaeuble).

   Secondo tema alla ribalta: l’espulsione della Grecia da Schengen. Sigillare i suoi confini dall’esterno costringendola a gestire centinaia di migliaia di profughi fino a quando non organizzerà gli hotspot dove registrarli e poi smistare negli altri paesi chi ha diritto all’asilo e rimpatriare gli altri, come prevedono le regole Ue. L’idea non è mai stata dibattuta formalmente, ma ormai da qualche settimana circola con insistenza a margine di diversi incontri Ue ed è stata pubblicamente sostenuta dal ministro degli Interni austriaco, Johanna Mikl-Leitner. Appare però difficile che diventi realtà, significherebbe spaccare l’Europa e Berlino, come Roma, è contraria.

   Domani ad Amsterdam i ministri cercheranno di mettere ordine a questo caos. Al momento l’unica ipotesi davvero discussa dagli ambasciatori a Bruxelles, coloro che preparano i vertici, è quella di frenare le azioni unilaterali dei governi che chiudono le frontiere: si tratterebbe di creare un tavolo che decide, tutti insieme, governi e Commissione, quali valichi chiudere e per quanto tempo di fronte a situazioni di reale emergenza.  Un coordinamento per dare ordine ai flussi e alla confusione politica, abbassando la tensione.

   Certo appare che i governi chiederanno alla Commissione di anticipare da marzo a febbraio la proposta per modificare Dublino. Si tratta di rendere permanente (ed efficace) il sistema di emergenza che prevede controllo delle frontiere esterne, registrazione dei migranti ( hotspot), ricollocazione tra i 28 dei rifugiati e rimpatri per chi non ha diritto all’asilo.

   Si lavora anche per far decollare la guardia di confine Ue proposta da Bruxelles. C’è invece tensione verso l’Italia: Renzi bloccherà i 3 miliardi alla Turchia fino alla bilaterale con la Merkel — che sui migranti rischia il tracollo politico — di venerdì prossimo per ottenere rassicurazione sul cambiamento delle politiche europee, a partire dall’austerità. In molti si aspettano che dopo l’incontro l’Italia sblocchi l’assegno Ue. La speranza è che Erdogan a quel punto stoppi i barconi verso la Grecia. Intanto tra governo e Bruxelles c’è nuova tensione per la scelta del rappresentante della Commissione a Roma, caso che potrebbe rinnovare le polemiche con Martin Selmayr, capo di gabinetto di Juncker. (Alberto D’Argenio)

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IL FACILE BERSAGLIO DELLA GRECIA

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 28/1/2016

L’UNIONE SENZA GUIDA – Pressata dall’emergenza rifugiati, l’Europa sta letteralmente perdendo la testa tra gesti politicamente inconsulti e azioni punitive spesso fuori bersaglio. Nell’orgia della sua acclarata impotenza non poteva, naturalmente, non prendersela con la Grecia.

   Atene è stata minacciata ieri di espulsione da Schengen se entro maggio non riparerà «le serie lacune» nel sistema di controllo delle frontiere esterne dell’Unione. Come se il Dna della sua geografia parcellizzata fosse una colpa imperdonabile quanto il mega-debito che ha accumulato.

   Con quasi tutti i governi nel panico, pungolati da un’opinione pubblica in guerra, da estremismi e populismi in costante ascesa soprattutto dopo i fatti di Colonia, è troppo facile prendersela con l’anello più debole di una catena comunque disastrata per farne il simbolo delle regole di Schengen violate, il capro espiatorio ideale di errori, miopie e egoismi che sono collettivi.

   Nessuno esente. Grecia punita e ancora una volta umiliata «nonostante gli sforzi compiuti da novembre in poi» e invece Turchia premiata con 3 miliardi di aiuti e visti di ingresso nell’Ue liberalizzati per il suo presunto ruolo di gran controllore degli oltre 2 milioni di profughi che ospita, il bacino che nel 2015 ha riversato nell’Unione la schiacciante maggioranza dei flussi?

   Ma che razza di Europa è questa che pianifica di emarginare un suo Stato membro per le sue indubbie carenze ma apre le braccia senza riserve a un Paese candidato che da oltre un anno conculca senza vergogna i valori fondamentali europei di libertà di parola e di stampa e di indipendenza della giustizia, perseguita la minoranza curda, coltiva addirittura traffici di petrolio e armi con l’Isis, regista del terrore in Europa e ovunque e per questo nemico dichiarato?

   Le ultime dalla cronaca danno la misura del disastro mentale in cui galleggia l’Unione. In una lettera al presidente della Commissione, il premier sloveno chiede la chiusura della frontiera tra Macedonia (altro Paese extra-Ue) e Grecia. Jean-Claude Juncker lo appoggia per fermare il flusso dei profughi verso Nord, cioè Austria e Germania, e alleviare la pressione sui Paesi di transito, cioè sui Balcani.

   Siccome Frontex per ora non può agire fuori dall’Unione, Junker suggerisce accordi bilaterali tra Macedonia e Paesi Ue per sigillare la frontiera: tagliando fuori Grecia e tutti i profughi che continuano a invaderla: 88omila nel 2015 su 11 milioni di abitanti.

   Il tutto aspettando maggio quando, salvo improbabili miracoli, a norma di Trattato in caso di emergenze incontrollabili, Schengen potrà essere sospesa per due annida chi (ma non solo) ha già reim-posto i controlli alle frontiere: Francia, Germania, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia. In un’altra lettera, questa volta del leader della Csu e della Baviera, Horst Seehofer, ad Angela Merkel scatta il ricatto: o il cancelliere accetta un tetto annuo di 2oomila profughi contro 1,1 milioni entrati nel 2015, oppure la sua politica di accoglienza illimitata finirà davanti alla Corte costituzionale. Risposta attesa per domani.

   La grande coalizione al governo ha i numeri per sopravvivere a un’eventuale secessionedella Csu. Ma la leadership della Merkelneuscirebbemoltopiù indebolita. Con inevitabili ricadute negative perla tenuta di questa Europa allo sbando da Nord a Sud, da Est a Ovest. Dulcis in fundo, la Danimarca e la nuova legge che impone il sequestro ai profughi degli averi superiori a 1.300 euro per fmanziare i benefici sociali che riceveranno nel Paese.

   «I cittadini danesi pagano per riceverli, non si vede perché i rifugiati non debbano fare altrettanto» si è difeso il ministro degli Esteri in un’audizione all’Europarlamento. Posizione condivisa da Svizzera, Baviera e BadenWärttemberg che si preparano a fare altrettanto. Intanto si scopre che in realtà, secondo dati Frontex, il 60% della marea umana che approda in Europa è fatta di immigrati economici, di chi cioè non ha diritto all’asilo e quindi si può espellere per legge con l’anima in pace, come se chi fugge la miseria invece della guerra non fosse sempre un disperato.

   E si scopre anche che tanti siriani, accorsi in Germania sognando a torto il paradiso, si stanno rimettendo in marcia per tornare da dove sono venuti. Come dire che forse alla fine, tra misure sempre più restrittive, centri di registrazione e di attesa più numerosi e organizzati, respingimenti più impietosi ed efficaci, frontiere esterne più controllate, la crisi potrebbe elidersi e in parte risolversi gradualmente anche da sola. Potrebbe. Lasciandosi alle spalle un’Europa più morta che viva, spogliata dell’identità di cui peraltro una volta andava fiera nel mondo. (Adriana Cerretelli)

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«SCHENGEN È A RISCHIO SOSPENSIONE»

di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 22/1/2016

– Ipotesi di chiusura delle frontiere Schengen rischia – La Germania preme sugli altri Paesi –

   La lentezza nell’affrontare l’emergenza migranti può mettere a rischio il trattato che garantisce B principio della libera circolazione dei cittadini. La Commissione Ue ha tatto trapelare che, in caso dl «minaccia sistemica e persistente» alle frontiere, potrebbe ottenere una sospensione del trattato fino a due anni. Il presidente del Consiglio Ue, il polacco Task, ha indicato in due mesi il tempo per intervenire in modo efficace.

   Lo ha fatto capire il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maiziere dichiarando di voler prolungare a tempo indeterminato i controlli sui profughi alle frontiere, introdotti dalla Germania temporaneamente e vicini alla scadenza. La Commissione europea ha fatto trapelare che i Paesi dell’Ue — in assenza di soluzioni efficaci per bloccare i maxiflussi diretti in Europa — potrebbero effettivamente ottenere una sospensione fino a due anni del Trattato di Schengen in base alle norme in vigore.

   Queste consentirebbero — in caso di emergenze prolungate — di andare oltre le brevi deroghe finora accordate. Il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz ha definito «una sveglia» a Bruxelles la decisione del suo governo di ridurre della metà l’accoglienza di rifugiati nel 2016 (rispetto all’anno scorso). Il presidente stabile del Consiglio dei 28 governi Ue, íl polacco Donald Tusk, in vista dei prossimi summit dei capi di Stato e di governo in febbraio e marzo, ha indicato in «due mesi» il termine massimo per intervenire in modo adeguato.

   La cancelliera tedesca Angela Merkel ha respinto la proposta dei suoi alleati bavaresi di imporre un tetto di 200 mila ingressi massimi all’anno. Intende ridurre gli arrivi «in maniera sensibile», frenando con l’aiuto della Turchia il maxiesodo di siriani e iracheni diretti principalmente in Germania tramite la rotta dei Balcani.

   L’Ue ha promesso in cambio tre miliardi di euro al governo di Ankara. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha fatto ribadire che c’è stato «un impegno congiunto dei 28 leader al vertice di dicembre» sui finanziamenti al presidente turco Re-cep Tayyp Erdogan.

   Ma l’Italia, che lamenta di essere stata lasciata praticamente sola per anni quando l’emergenza migranti era concentrata nel Mediterraneo, ha bloccato l’esborso della sua quota di circa 300 milioni. Il governo di Matteo Renzi chiede di reperire l’intero importo dal bilancio comunitario e di chiarire come i tre miliardi saranno spesi da Ankara. Un compromesso potrebbe essere raggiunto nell’incontro Merkel-Renzi in programma il 29 gennaio prossimo, che punta a risolvere i molti problemi emersi da quando il premier italiano ha contestato l’attuale Ue a guida solo tedesca e ha chiesto più flessibilità di bilancio anche a causa delle spese per l’emergenza nel Mediterraneo.

   «Se viene riconosciuto lo 0,2% della clausola dei migranti, bene, domani mattina firmiamo» ha detto Renzi. L’Italia si aspetta anche la modifica del Trattato di Dublino, che ora assegna i rifugiati al Paese di primo ingresso. Il premier britannico David Cameron però non è d’accordo. Opposizioni alla politica della cancelliera con «porte aperte» ai rifugiati (sollecitata dalle imprese tedesca interessate a personale qualificato e manodopera a basso costo proveniente da Siria e Iraq) sono spuntate in vari Paesi membri dell’Est. Lunedì prossimo il Consiglio informale dei 28 ministri degli Interni, ad Amsterdam, dovrebbe iniziare a far capire cosa ci si può aspettare entro il summit di marzo. (Ivo Caizzi)

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IL PERICOLO CHE CORRE L’ITALIA: MIGRANTI BLOCCATI DA NOI SENZA VARCHI VERSO L’EUROPA

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 22/1/2016

   Il rischio per l’Italia è fin troppo evidente: tutti i migranti che arriveranno via mare rimarranno bloccati nel nostro Paese. Siamo infatti gli unici, insieme alla Grecia, a non poter chiudere uno dei confini più ampi, vale a dire il Mediterraneo.

   Ecco perché lunedì, durante la riunione dei ministri dell’Interno e della Giustizia che si svolgerà ad Amsterdam, il titolare del Viminale Angelino Alfano ribadirà che «la fine di Schengen rappresenterebbe la fine dell’Europa mentre cosa ben diversa è prevedere un rafforzamento dei controlli ai confini esterni dell’Unione che è il modo più efficace per salvare il trattato e dunque l’accordo tra gli Stati».

   I segnali che arrivano in queste ore non appaiono affatto positivi. Da giorni numerosi Paesi hanno annunciato la decisione di bloccare gli ingressi liberi ai propri confini introducendo nuovamente il controllo dei documenti. Una misura per tentare di fermare un flusso migratorio che continua a crescere e cerca ogni Frontiere Numerosi Paesi Ue hanno annunciato la decisione di reintrodurre i controlli.

   Roma chiederà ai partner di mantenere aperti i valichi per evitare un’invasione strada possibile per arrivare in Europa. Si tratta di migliaia e migliaia di profughi, moltissime donne con bambini, che fuggono dalla Siria, ma anche da terre più lontane, martoriate dalle guerre e dalle persecuzioni.

   Persone che hanno diritto all’asilo politico, come del resto aveva riconosciuto nei mesi scorsi la cancelliera tedesca Angela Merkel, quando aveva invitato gli stranieri ad andare in Germania. Una mossa ritenuta avventata sin da subito, che secondo gli analisti avrebbe spinto moltissimi profughi a mettersi in viaggio con il miraggio dell’accoglienza.

   L’Italia è stata certamente una delle mete privilegiate non soltanto da chi arrivava via terra, ma anche e soprattutto da chi ha scelto la via marittima. E adesso una nuova rotta rischia di aprirsi, anche prima che si decida di sospendere Schengen. E quella che passa per l’Albania e il Montenegro, strada alternativa che potrebbe essere scelta dagli scafisti per ricominciare a guadagnare sulla pelle dei disperati, proprio come avvenne quindici anni fa.

   L’Italia chiederà dunque di mantenere aperti i valichi, puntando proprio sul rischio di un’invasione che non sarebbe in grado di sostenere. Perché, come ribadisce Alfano, «la norma che prevede di sospendere il trattato fino a due anni in caso di flusso straordinario è un tema che fu lasciato aperto con lungimiranza, ma avere questa clausola non significa che sia un bene adoperarla, soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo affrontando».

   Il nodo non appare comunque facile da sciogliere, anche perché i rapporti dell’Italia con i partner europei e anche con la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker attraversano una fase di grave difficolta e non è affatto escluso che questa ipotesi di ripristinare i controlli rappresenti una forma di pressione nei nostri confronti proprio per cercare di ottenere collaborazione su altri dossier. O comunque di isolare il nostro Paese, proprio come è già accaduto quando è stato chiesto di rivedere l’acconto di Dublino o la distribuzione dei profughi. (Fiorenza Sarzanini)

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IL VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE È UNA NUOVA VITA IN EUROPA

di Domenico Quirico, da “la Stampa” del 23/1/2016

– Dove comincia l’inferno dei migranti – Lo scrittore turco più amato dai giovani e più iconoclasta racconta l’inferno dei migranti e dei trafficanti di clandestini –

   Una volta in una stradina di un villaggio nigeriano, Paese dell’Africa da cui partono a migliaia i migranti, ho visto fabbricare una cassa da morto. Un vecchio e un ragazzo ci lavoravano attorno, alacremente, squadrando con cura le assi, inchiodando, dando forma. Come fosse un mobile qualsiasi, un tavolo o una credenza.

   La scena mi torna in mente ogni qualvolta sento parlare dei «passeur», dei mercanti che trasportano uomini da una terra ad un’altra terra in cambio di denaro e di violenza. E mi è venuta in mente quando ho chiuso l’ultima pagina di Ancòra, il nuovo duro, vibrante romanzo dello scrittore turco Hakan Günday (in libreria dalla prossima settimana). Giovane talento che usa, santamente, la letteratura come esplosivo, per mettere a nudo le viscere marce del mondo: in particolare della sua Turchia a cui dedica nel libro una definizione fulminante: «la differenza tra l’oriente e l’occidente è la Turchia…».

   Il protagonista Ahad, un bambino, è appunto un passeur in erba: con il padre trasporta i migranti in un camion dalle frontiere del dolore e della guerra fino agli imbarchi sulle rive dell’Egeo, verso quella che chiamiamo la «rotta balcanica».

   Ho pensato a quella scena perché trasportare l’umanità della Migrazione, farne un «lavoro» redditizio, è in fondo come fabbricare casse da morto. Davanti a una simile scena e a simili storie puoi avere due atteggiamenti: uno alla Amleto di considerazioni sulla vita e la fugacità di essa. L’altro di interesse per quel lavoro, i suoi riflessi economici e sociali, il guadagno che se ne trae, le possibilità di impiego (poiché i migranti sono molti, milioni, quasi quanto sono i morti rispetto ai vivi).

   Ho conosciuto i migranti. E ho conosciuto i «passeur», a decine: tunisini e maliani, nigeriani e libici, siriani e turchi. Sono loro e soprattutto i loro inermi, fragili «clienti» che stanno riscrivendo la storia del terzo millennio, dal suo inizio. Gli uni e gli altri potrebbero essere la parabola di come nell’uomo si celino insieme il Bene e il Male, e una sola parabola così sarebbe sufficiente. Ma né Ahad ne le sue vittime sono esempi unici del nostro tempo. Non sappiamo quanti migranti siano morti e quanti torturatori continuino a lavorare proficuamente a quella bara. Scrivere della   Migrazione come della guerra è una iniziazione alla vertigine.

   Dopo averli incontrati (e di alcuni sono stato anche ospite e cliente) con sincerità devo dire che non comprendo questi uomini. A punzecchiarli con uno spillo, sanguinano? E’ la stessa domanda di chi alla fine ripensa a questo libro, un Viaggio al termine della notte del nostro presente, anche se di Céline in fondo manca la maggiore magia, che sono la lingua e lo stile.

   Dunque il piccolo Ahad porta uomini: afgani e pachistani, siriani e iracheni, folla indifferenziata che conosce una sola parola di turco «daha», «ancòra»: ancòra acqua cibo aria, che chiede per non morire. Lui li chiude nel camion o in una cisterna-prigione, alcuni per indifferenza o malvagità li lascia anche morire. Già, perché mentre il padre è un vero passeur, un professionista, in fondo Ahad è una creatura vigorosamente romanzesca, totalmente romanzesca.

   Personaggio, non persona. Di fatto non esiste, non può esistere. Il padre infatti considera i migranti oggetti: gli sono affidati , viene pagato per spostarli intatti, vivi. Non sono per lui esseri umani con sentimenti dolori speranze: sacchi di farina, bidoni di benzina, cose come scrive sui falsi documenti del suo camion a cui il capo dei gendarmi turchi finge di credere in cambio di denaro. Ma l’economia non è tutto e la tragedia di molti profughi e fuggiaschi non è fare la fame nei loro paesi di origine: è il fatto che le loro menti e i loro cuori fanno la fame. Durante il viaggio e quando, e se, arrivano. Sono degli alieni.

   Ahad i profughi li usa: per una sorta di educazione al Male e per scoprire se stesso e il mondo, violenta le ragazze in cambio di un pezzo di pane, costringe gli uomini a battersi tra loro come animali, costruisce all’interno dell’infernale cisterna un mondo di potere in miniatura che attraverso telecamere osserva come un entomologo osserverebbe un formicaio.

   Questo un passeur non lo farebbe mai. Perché in realtà, terribile verità, non è un aguzzino che cerca vittime. è un capitalista ligio alle regole del profitto e della organizzazione.

   I passeur che ho conosciuti trasferiti in qualsiasi Borsa del mondo si farebbero largo senza problemi, non dovrebbero imparare nulla: conoscono a menadito le regole per fare denaro. E forse un giorno dietro fortune molto rapide e misteriose scopriremo un’ attività di «trasporti», nel Sahel o nel Mediterraneo, o tra le montagne del Kurdistan… Non è a caso se Robinson, esempio dell’uomo bianco e della sua capacità di modificare il mondo anche il più vuoto e ostile, era un… mercante di schiavi!

   Scrivere un libro sulla Migrazione è impresa ardua, fatale. Forse basterebbe pubblicare i verbali polizieschi, gli interrogatori dei passeur arrestati, pochi, molto pochi. Eppure i reportage, i saggi, la realtà non bastano. Ci annoia sentirci ricordare l’agonia di un popolo, e i migranti sono il popolo nuovo di questo tempo. La morte della immaginazione, la morte del cuore sono malattie fatali. O forse temiamo di sapere perché temiamo di dover esaminare le nostre coscienze, prendere atto delle nostre responsabilità e del nostro immenso egoismo. Sì, la morte e il dolore di uomini innocenti appartengono al nostro tempo.

   Dobbiamo sapere tutto, dobbiamo riconoscere ogni sintomo, ogni segnale. Ancòra appartiene a quel piccolo numero di libri in cui, superata la linea di una scrittura estrema, al limite del brutale, finite le forti impressioni, si comincia a soffrire e a capire. (Domenico Quirico)

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