CALAIS, MACEDONIA, AUSTRIA: L’EUROPA BLINDA LE FRONTIERE – la GRECIA che rischia di diventare il LIBANO D’EUROPA (con centinaia di migliaia di profughi per LA FINE DELLA ROTTA BALCANICA) – CAOS e TRAGEDIE della geopolitica europea inerme e incapace di decidere politiche unitarie di accoglienza

Francia, giudice conferma sgombero parziale "giungla" di Calais - Campo profughi improvvisato sulle rive della Manica - pubblicato il 25/feb/2016 19:07 da http://www.askanews.it/esteri/ - Calais, 25 feb. (askanews) - L'ordine di evacuare una parte della "giungla" di Calais, il grande campo profughi improvvisato dove vivono migliaia di immigrati che sperano di raggiungere la Gran Bretagna, è stato convalidato dalla giustizia francese. "Tutto è convalidato" ha detto all'Afp una fonte delle autorità locali, cha avevano deciso lo sgombero. L'amministrazione locale aveva ordinato lo sgombero della zona sud della bidonville prima di martedì sera, pena l'uso delle forza, ma il tribunale si era riservato di decidere sulla convalida dello sgombero
Francia, giudice conferma sgombero parziale “giungla” di Calais – Campo profughi improvvisato sulle rive della Manica – pubblicato il 25/feb/2016 19:07 da http://www.askanews.it/esteri/ – Calais, 25 feb. (askanews) – L’ordine di evacuare una parte della “giungla” di Calais, il grande campo profughi improvvisato dove vivono migliaia di immigrati che sperano di raggiungere la Gran Bretagna, è stato convalidato dalla giustizia francese. “Tutto è convalidato” ha detto all’Afp una fonte delle autorità locali, cha avevano deciso lo sgombero. L’amministrazione locale aveva ordinato lo sgombero della zona sud della bidonville prima di martedì sera, pena l’uso delle forza, ma il tribunale si era riservato di decidere sulla convalida dello sgombero

   Il caos immigrazione rischia nelle prossime settimane di scoppiare in tutta Europa. E, per dire, le previsioni del governo tedesco parlano della possibilità che arrivino sui 3 milioni e mezzo di profughi entro il 2020 nella sola Germania. E da noi non può che essere lo stesso. Non passerà molto tempo che nelle nostre regioni si moltiplicheranno i campi profughi.

   Una crisi umanitaria dovuta sì alla pressione dei migranti verso i territori europei, ma anche per l’immobilismo e l’incapacità da parte degli Stati europei e della loro “Unione” di riferimento (cioè l’UE, che dovrebbe tutti rappresentarli) di trovare soluzioni concrete alla crisi mediorientale, alla guerra in Siria, all’Isis e al fondamentalismo islamico….. all’affrontare con coraggio inserimenti di nuove genti, cambiare l’economia rilanciando lavoro e ricchezza…. Un’Europa che mostra invece segni di incapacità di stare insieme e fare proposte concrete all’emergenza generale (e che i singoli stati devono affrontare).

oltre mille migranti hanno rotto la recinzione del CAMPO DI DIAVATA e si sono messi in marcia verso IDOMENI, "al confine tra Grecia e Macedonia" ha riferito Medici senza frontiere. A Idomeni la polizia greca stima ci siano già 2.800 migranti e la situazione sfiora il collasso. "Bisogna correre ai ripari" ha ribadito Ioannis Mouzalas a Bruxelles ricordando che "La Grecia non accetterà azioni unilaterali. Anche noi possiamo farle. Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa e di diventare un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi". (da Ansa.it)
oltre mille migranti hanno rotto la recinzione del CAMPO DI DIAVATA e si sono messi in marcia verso IDOMENI, “al confine tra Grecia e Macedonia” ha riferito Medici senza frontiere. A Idomeni la polizia greca stima ci siano già 2.800 migranti e la situazione sfiora il collasso. “Bisogna correre ai ripari” ha ribadito Ioannis Mouzalas a Bruxelles ricordando che “La Grecia non accetterà azioni unilaterali. Anche noi possiamo farle. Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa e di diventare un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi”. (da Ansa.it)

   E va a finire che ognuno fa per se, tra spinte ipernazionalistiche con l’erigere muri e filo spinato ai propri confini (come l’Ungheria) ma anche tornando a controllare i confini in quello “spazio Schengen” dove la frontiera tra stato e stato era solo un ricordo. Accade con l’Austria e i suoi confini sud; accade ora anche con la Macedonia, che chiude la rotta dei Balcani, obbligando i migranti a rimanere in Grecia, Ci sono pure posizioni più ragionevoli (come la Germania, pur avendo anch’essa sospeso Schengen), o la posizione dell’Italia finora aperta a ricercare una “soluzione europea”…, ma lo stesso, anche i Paesi più dialoganti, sono incapaci di proporre qualche rimedio ragionevole e fattibile.

   Il Belgio ha annunciato di essere diventato il settimo paese dello Spazio Schengen a reintrodurre i controlli alle frontiere (gli altri sono Germania, Francia, Danimarca, Austria, Norvegia, Svezia). Come dicevamo (e ne abbiamo parlato ampiamente nel precedente post) l’Austria ha spostato verso Sud il controllo delle frontiere. E Il timore dei paesi a Sud dell’Austria è di diventare un enorme campo-profughi, che appare essere ormai il destino della Grecia che in questi giorni ha protestato vivacemente per le scelte dei suoi vicini macedoni di bloccare la rotta balcanica.

MAPPA CALAIS
MAPPA CALAIS

   In questo post vogliamo in particolare trattare la criticissima situazione di Calais, nel nord della Francia (che si affaccia sulla Manica ed è diretto luogo per raggiungere le coste meridionali della Gran Bretagna). Curdi, iracheni, siriani ammassati in una landa desolata a quaranta chilometri dal porto (chiamata LA GIUNGLA) sono in attesa di raggiungere la terra promessa, il Regno Unito, che però non li vuole proprio; neanche per ricongiungimenti famigliari con immigrati da tempo in Inghilterra.

IL CAMPO THE JUNGLE E IL PORTO A 40 CHILOMETRI
IL CAMPO THE JUNGLE E IL PORTO A 40 CHILOMETRI

   Parliamo appunto qui di Calais, della “GIUNGLA”, questo campo di sosta spontaneo, per nulla attrezzato, un vero inferno, una situazione al limite del caos. Lì dove la Francia si affaccia verso l’Inghilterra, migliaia di migranti (quasi tutti giovani) sono accampati da mesi nel tentativo di raggiungere le coste britanniche. E siamo in fase di preparazione allo sgombero di almeno una parte di questa enorme bidonville (la parte sud). Si parla di 3.400 persone da sgomberare.

   Uno sgombero voluto dalle autorità francesi, ma è presumibile che non sarà cosa facile, considerando che queste persone vivono in condizioni subumane, cercano in tutti i modi di superare la Manica (cioè raggiungere l’Inghilterra), e non hanno niente da perdere. E’ pur vero che il governo francese vuole distinguere tra migranti: cioè dare protezione a chi ha lo status di rifugiato in Francia, e proponendo a questi un’alternativa tra container scaldati e centri d’accoglienza. Ma nessuno di questi vuole stare in Francia, e la meta è lInghilterra; e la situazione resta e sarà probabilmente per molto tempo gravissima, senza prospettive.

BRUXELLES - Un fiume umano che non si arresta e che non si vuole fermare in Grecia. Sono più di mille i migranti che oggi hanno rotto le recinzioni del campo di Diavata, mettendosi in marcia verso Idomeni, al confine con la Macedonia. E' una colonna di disperazione e determinazione, con uomini, donne, bambini pronti ad affrontare la polizia alla frontiera, pur di avanzare nel viaggio attraverso l'Europa. Mentre da Bruxelles il commissario all'Immigrazione Dimitris Avramopoulos lancia l'allarme: se non ci saranno risultati concreti nella messa in pratica delle soluzioni europee, "c'è il rischio che l'intero sistema" europeo "collassi". Dal terreno, foto scattate nella centrale piazza della Vittoria ad Atene, diventata luogo di pellegrinaggio per migliaia delle 28mila anime rimaste intrappolate nella penisola ellenica, raccontano storie di rassegnazione: due pakistani hanno tentato di togliersi la vita impiccandosi ad un albero, dopo aver capito che il loro viaggio era al capolinea. "La situazione sulla rotta dei Balcani occidentali è davvero critica. La possibilità di una crisi umanitaria su larga scala è molto reale e molto vicina" avverte Avramopoulos al termine della riunione dei ministri dell'Interno Ue, dove è emersa l'ennesima spaccatura, con Paesi dell'est e Austria che ormai pensano solo a blindare i confini, tagliando fuori la Grecia. (da ansa.it)
BRUXELLES – Un fiume umano che non si arresta e che non si vuole fermare in Grecia. Sono più di mille i migranti che oggi hanno rotto le recinzioni del campo di Diavata, mettendosi in marcia verso Idomeni, al confine con la Macedonia. E’ una colonna di disperazione e determinazione, con uomini, donne, bambini pronti ad affrontare la polizia alla frontiera, pur di avanzare nel viaggio attraverso l’Europa.
Mentre da Bruxelles il commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos lancia l’allarme: se non ci saranno risultati concreti nella messa in pratica delle soluzioni europee, “c’è il rischio che l’intero sistema” europeo “collassi”. Dal terreno, foto scattate nella centrale piazza della Vittoria ad Atene, diventata luogo di pellegrinaggio per migliaia delle 28mila anime rimaste intrappolate nella penisola ellenica, raccontano storie di rassegnazione: due pakistani hanno tentato di togliersi la vita impiccandosi ad un albero, dopo aver capito che il loro viaggio era al capolinea.
“La situazione sulla rotta dei Balcani occidentali è davvero critica. La possibilità di una crisi umanitaria su larga scala è molto reale e molto vicina” avverte Avramopoulos al termine della riunione dei ministri dell’Interno Ue, dove è emersa l’ennesima spaccatura, con Paesi dell’est e Austria che ormai pensano solo a blindare i confini, tagliando fuori la Grecia. (da ansa.it)

   L’Europa si prepara ad avere campi profughi con milioni di persone: scene e contesti cui in definitiva non siamo stati finora abituati a pensare di ritrovare nei nostri luoghi di vita. Un cambiamento epocale che rischia molto di accadere in questi mesi, settimane, ore… Una geografia dei territori urbani, semiurbani, rurali che cambierà, non ora per scempi urbanistici, ma per collocare campi di accoglienza di tanta gente che potrebbe arrivare… contesti che ci colgono impreparati… è inaspettata questa condizione. E forse questo sarà il momento di un coinvolgimento personale che dovremmo, potremmo avere nell’esprimere solidarietà a chi ci verrà “vicino”. Fermo restando che una soluzione globale va trovata (che non siano muri e fili spinati). (s.m.)

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MIGRANTI: 10 GIORNI PER EVITARE COLLASSO, MIGLIAIA IN MARCIA

Atene richiama ambasciatore a Vienna, non saremo Libano d’Ue

25/2/2016, da ANSA.IT

BRUXELLES – Un fiume umano che non si arresta e che non si vuole fermare in Grecia. Sono più di mille i migranti che oggi hanno rotto le recinzioni del campo di Diavata, mettendosi in marcia verso Idomeni, al confine con la Macedonia. E’ una colonna di disperazione e determinazione, con uomini, donne, bambini pronti ad affrontare la polizia alla frontiera, pur di avanzare nel viaggio attraverso l’Europa.

Mentre da Bruxelles il commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos lancia l’allarme: se non ci saranno risultati concreti nella messa in pratica delle soluzioni europee, “c’è il rischio che l’intero sistema” europeo “collassi”. Dal terreno, foto scattate nella centrale piazza della Vittoria ad Atene, diventata luogo di pellegrinaggio per migliaia delle 28mila anime rimaste intrappolate nella penisola ellenica, raccontano storie di rassegnazione: due pakistani hanno tentato di togliersi la vita impiccandosi ad un albero, dopo aver capito che il loro viaggio era al capolinea.

“La situazione sulla rotta dei Balcani occidentali è davvero critica. La possibilità di una crisi umanitaria su larga scala è molto reale e molto vicina” avverte Avramopoulos al termine della riunione dei ministri dell’Interno Ue, dove è emersa l’ennesima spaccatura, con Paesi dell’est e Austria che ormai pensano solo a blindare i confini, tagliando fuori la Grecia.

Nella penisola ellenica le recenti azioni unilaterali dei Paesi balcanici, che alla frontiera macedone bloccano anche i profughi siriani privi di documenti in regola, fanno sentire “i primi effetti negativi”. E Bruxelles lavora con l’Alto commissario Onu per i rifugiati (Unhcr) Filippo Grandi, ad un piano d’emergenza umanitario. “Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa. Non saremo un deposito per le anime”, protesta il viceministro per l’Immigrazione greco Ioannis Mouzalas, furibondo per il trattamento riservato al suo Paese, escluso dal vertice organizzato ieri dall’Austria a Vienna.

Alla riunione con i colleghi Ue Mouzalas si ritrova più volte sul banco degli imputati, ce lo inchiodano i quattro ministri dei Visegrad – il polacco Mariusz Blaszczak, lo slovacco Robert Kalinak, l’ungherese Sandor Pinter, il ceco Milan Chovanec – ma anche quello austriaco Johanna Mikl-Leitner, con la quale lo scambio è anche più acceso. In difesa del greco parlano l’italiano Angelino Alfano, il francese Bernard Cazeneuve, il tedesco Thomas de Maiziere, che con la Commissione Ue premono per l’attuazione delle soluzioni europee.

Ma la situazione è tesa. Quando alla richiesta di aiuto di Atene in modo quasi surreale Chovanec, spiega che la Repubblica Ceca a dimostrazione della sua solidarietà “ha già inviato cinquemila coperte”, per Mouzalas la misura è colma. Nelle stesse ore Atene richiama per consultazioni il proprio ambasciatore a Vienna, Chrysoula Aleiferi. Avramopoulos mette in guardia: “Servono risultati chiari e tangibili sul terreno nei prossimi dieci giorni. O c’è il rischio che l’intero sistema collassi”.

Tra dieci giorni ci sarà infatti un nuovo vertice straordinario dei leader dei 28 sulla crisi dei profughi con la Turchia. All’inviato di Ankara i ministri dell’Unione hanno chiesto di ridurre drasticamente i flussi entro quella data e se per il 7 marzo non saranno stati drasticamente ridotti, “si dovranno trovare altre misure e fare più piani di emergenza” avverte il ministro dell’Immigrazione olandese Klaas Dijkhoff.

“Con i muri si generano solo illusioni”, evidenzia Alfano, che torna alla carica sulla necessità di rivedere il regolamento di Dublino. E’ “inaccettabile” l’idea di risolvere i problemi “sulle spalle di altri Paesi”, afferma De Maiziere. Mentre Cazneuve – risentito dai controlli alle frontiere imposte dal Belgio per lo smantellamento della Giungla di Calais senza preavvertimento – dice “no alle politiche che mettano in difficoltà la Grecia”.

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MIGRANTI, LA RIVOLTA DELLA GIUNGLA PRONTA AD ESPLODERE: QUELLA DI CALAIS E QUELLA DIPLOMATICA FRA I PAESI UE

25/2/2016, da http://www.huffingtonpost.it/      

   La rivolta della giungla è pronta ad esplodere. Sia quella diplomatica sui flussi dei migranti in Europa sia quella chiamata propriamente “GIUNGLA”, ovvero la SITUAZIONE AL LIMITE NEL SUD DI CALAIS. Lì dove la Francia si affaccia verso l’Inghilterra, nella zona meridionale, migliaia di migranti sono accampati da mesi nel tentativo di raggiungere le coste britanniche: ora il tribunale amministrativo di Lille ha dato il via libera all’ordinanza della prefettura che prevede l’ESPULSIONE di quelle persone. Disperati che hanno già annunciato, ancor prima della decisione di Lille, che non abbandoneranno le loro postazioni. Migliaia di agenti sono già stati allertati e si prevedono giorni difficilissimi negli accampamenti di Calais.

   Lo sgombero avverrà in maniera “progressiva” ma ciò non toglie che i migranti faranno di tutto per non lasciare la loro posizione.

   Si parla di 3.400 persone da sgomberare. Per il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, “a tutti i migranti della zona sud del campo verrà proposta un’alternativa tra container scaldati e centri d’accoglienza. Voglio essere estremamente chiaro – ha ribadito -. Quello che facciamo a Calais, è dare protezione a tutti quelli che hanno lo status di rifugiato in Francia. Dire che avremmo inviato dei bulldozer per disperdere migranti è una menzogna, una manipolazione”.

GIUNGLA DIPLOMATICA – L’altra giungla, sempre più intricata, è quella delle decisioni Ue sul fronte migranti. L’unica certezza è un inasprimento dei controlli e delle misure di sicurezza lungo le frontiere dell’Ue. La Grecia, in rapporti sempre più tesi con l’Austria, teme inoltre che le nuove misure trasformino Atene e le altre città elleniche in “magazzini di anime”.

   Mercoledì 24 febbraio a Vienna i ministri di dieci Paesi (ALBANIA, BOSNIA, BULGARIA, CROAZIA, KOSOVO, MACEDONIA, MONTENEGRO, SERBIA e SLOVENIA, oltre all’AUSTRIA) si sono incontrati nel cosiddetto VERTICE AUSTRIA-BALCANICI per decidere sulle misure da adottare per ridurre in flussi di migranti lungo la rotta balcanica: FUORI DA QUEL VERTICE È PERÒ RIMASTA PROPRIO LA GRECIA. Mentre lì si decideva che soltanto i profughi “regolari” sarebbero potuti passare, e dunque quelli con documenti falsi, inadatti o reputati non veri sarebbero stati respinti, la Grecia prendeva coscienza di rimanere fuori dalle decisioni con il rischio di diventare un “Libano d’Europa”.

LA PAURA GRECA – “Abbiamo bisogno di risultati chiari e tangibili sul terreno nei prossimi dieci giorni. O c’è un rischio che l’intero sistema collassi. E’ un crash test per l’Europa, le sue istituzioni, i governi nazionali, ed i cittadini” ha detto il commissario europeo Dimitris Avramopoulos al termine del consiglio Interni Ue sulla crisi dei profughi che si è tenuto oggi. Parole precise scandite sulle paure e sui disaccordi con l’Austria, tanto che la stessa Grecia ha richiamato il proprio ambasciatore a Vienna, Chrysoula Aleiferi. Un richiamo che ha “il fine di preservare le relazioni amichevoli tra i popoli e gli Stati di Grecia ed Austria” incrinate dopo il vertice Austria-Balcanici.

   Nelle stesse ore del richiamo oltre mille migranti hanno rotto la recinzione del CAMPO DI DIAVATA e si sono messi in marcia verso IDOMENI, “al confine tra Grecia e Macedonia” ha riferito Medici senza frontiere. A Idomeni la polizia greca stima ci siano già 2.800 migranti e la situazione sfiora il collasso.

“Bisogna correre ai ripari” ha ribadito Ioannis Mouzalas a Bruxelles ricordando che “La Grecia non accetterà azioni unilaterali. Anche noi possiamo farle. Non accetteremo di diventare il Libano d’Europa e di diventare un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi”.

A MILIONI IN GERMANIA. In tutto questo intreccio sempre più complesso la Germania, stato che sta ospitando centinaia di migliaia di rifugiati, ha stilato nuove cifre: IL GOVERNO TEDESCO SI ASPETTA UN TOTALE DI 3,5 MILIONI DI PROFUGHI ENTRO IL 2020. Per ora soltanto “una ipotesi tecnica” che preconfigura comunque uno scenario futuro sempre più difficile da risolvere.

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MIGRANTI, ROTTA SULLA PUGLIA PER AGGIRARE I BALCANI

di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 26/2/2016

BRUXELLES – Sui migranti si sta aprendo una crisi diplomatica in Europa. La Grecia richiama l’ambasciatore a Vienna per protesta contro il blocco delle frontiere. Bruxelles avverte gli Stati: serve una soluzione o si rischia una catastrofe umanitaria. Timori del Viminale: con i Balcani chiusi si apre la rotta sulla Puglia –

   I maxi arrivi di migranti extracomunitari, che hanno forte impatto sugli elettori in molti Paesi membri, stanno incrinando lo spirito comunitario dell’Unione Europea. Il Consiglio dei 28 ministri degli Interni a Bruxelles è stato caratterizzato da contrasti individuali e tra gruppi. Alla fine è stato rinviato quasi tutto al summit straordinario dei capi di Stato e di governo del 7 marzo prossimo sull’emergenza rifugiati.

   II commissario Ue per l’Immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos, ha ammonito che, se entro questi «dieci giorni» non si riesce ad «andare avanti insieme in modo coordinato» e a eliminare le misure «unilaterali, bilaterali o trilaterali», si rischia il «collasso completo» del sistema di libera circolazione tra i Paesi europei aderenti al Trattato di Schengen.

   La clamorosa decisione del governo greco di richiamare ad Atene l’ambasciatore a Vienna per consultazioni, dopo che l’Austria aveva escluso la Grecia da una riunione sull’emergenza rifugiati con altri Paesi balcanici, ha anticipato le tensioni della riunione dei ministri. «Non accetteremo mai che la Grecia diventi un magazzino di anime, il Libano dell’Europa», ha dichiarato il ministro degli Interni greco Ioannis Mouzalas, minacciando «azioni unilaterali» se i blocchi nei Balcani lasceranno i profughi nel suo Paese. Avramopoulos ha contestato all’Austria di aver introdotto un limite agli ingressi dei rifugiati in contrasto con «le norme internazionali».

   Il ministro degli Interni francese Bernard Cazeneuve ha contestato al collega belga Jan Jambon il rafforzamento dei controlli alla frontiera comune temendo arrivi di migranti dopo l’annunciato sgombero della baraccopoli di Calais.

   L’Ungheria ha indetto un referendum per revocare l’impegno, concordato a livello Ue, di accettare quote di rifugiati da Grecia e Italia. II ministro degli Interni Angelino Alfano ha criticato Budapest sottolineando che stare nell’Ue prevede «diritti e doveri». Roma, come la Germania e la Commissione europea, chiede di «applicare le misure decise» e di procedere «insieme».

   II responsabile delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi ha segnalato che i blocchi delle frontiere nei Balcani possono rilanciare la via mediterranea tra il Nord Africa e l’Italia.

   L’Ungheria e altri Stati dell’Est hanno criticato Berlino per aver puntato sulla Turchia per frenare i migranti siriani e iracheni, che invece continuano a sbarcare nelle isole greche. Il Consiglio dei ministri ha accelerato il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Ue con estensione dei controlli ai cittadini comunitari e sviluppo dell’apposita agenzia comunitaria.

   Il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière, sostenitore dell’estensione fino a due anni dei controlli alle frontiere nazionali con sospensione di Schengen, ha detto che, se entro il 7 marzo non emergeranno miglioramenti tra la Turchia e la Grecia, dovranno essere decise nuove «misure europee coordinate». (Ivo Caizzi)

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GIUNGLA DI CALAIS, IN ATTESA DELLA NUOVA EVACUAZIONE

di Anna Maria Merlo, da “il Manifesto” del 23/2/2016

– Crisi dei migranti. L’intervento, per il governo è “azione umanitaria”. Appello delle associazioni per evitare lo sgombero, senza proporre vere soluzioni di vita ai rifugiati. 440 minorenni isolati, che la Gran Bretagna non vuole –

   (…) Calais vive momenti di angoscia e di attesa. Il prefetto, Fabienne Buccio, ha annunciato che i migranti dovranno aver evacuato la zona sud della “giungla” (…). Ha promesso che “la forza pubblica non sarà in azione, se tutti rispettano i termini”. Dovrebbero intervenire i bulldozer e distruggere l’accampamento, che nel corso degli ultimi mesi si è trasformato in un luogo di vita, sempre orribilmente precario, ma con 1600 capanne costruite da Médecins sans frontières, dal Sécours catholique e dall’associazione l’Auberge des migrants.

   C’è anche una scuola, una biblioteca, dei luoghi di culto, dei punti di incontro e c’è l’intervento quotidiano delle associazioni. Il ministro degli Interni, Bernard Cazeneuve, afferma che il governo vuole realizzare “un’operazione umanitaria, dove proponiamo una soluzione a tutti”, per liberare i migranti dalle grinfie delle mafie dei passeurs, offrendo sistemazioni meno indecenti.

   Ma i conti non tornano e Calais è di nuovo di fronte a un’equazione impossibile da risolvere: il governo cede di fronte all’esasperazione della popolazione, che alle ultime regionali ha votato sempre più a destra (ultimamente, un abitante ha persino minacciato dei rifugiati con un fucile e sarà difeso dall’avvocato Gilbert Collard, parlamentare del gruppo Bleu Marine).

   La sindaca di Calais, Natacha Bouchart, continua a chiedere l’intervento dell’esercito. I camionisti denunciano l’”assalto alla diligenza” da parte di persone disperate, che cercano di salire sui camion per passare la Manica e temono di dover pagare multe salate se qualcuno si è nascosto nel veicolo.

   La zona dell’Eurotunnel è ormai protetta da barriere, fili spinati, video di controllo, cani poliziotto. Le associazioni, che non difendono certo le bidonville ma chiedono più tempo per trovare soluzioni praticabili, si sono rivolte al tribunale amministrativo di Lille, accusando l’operazione di sgombero di “violazione dei diritti fondamentali”. (…)

   250 artisti e intellettuali hanno firmato una nuova petizione, per denunciare la decisione di evacuazione del governo, che “vuole convincere che è un bene per gli occupanti: in realtà, una politica di dissuasione”, che “rende la vita impossibile ai rifugiati”. Per i firmatari, “i bulldozer non possono sostituirsi alla politica”, “rifiutiamo di ridurre la Francia a dei fili spinati”.

   Il governo propone la sistemazione di parte degli evacuati nei containers di un centro di accoglienza provvisorio insediato di recente a Calais. Circa la metà sono ancora vuoti. I containers sono certo più confortevoli delle capanne improvvisate (anche se non si può fare cucina all’interno).

   Ma i migranti sono diffidenti, perché l’apertura delle porte dei containers avviene con il riconoscimento palmare, cosa che presuppone di essere schedati e di chiedere l’asilo in Francia. Inoltre, per il prefetto ci sarebbero 800‑1000 persone da sistemare, ma le associazioni contestano questa cifra e hanno recensito negli ultimi giorni 3455 persone che vivono ormai nella zona sud della “giungla”. Tra cui 440 minorenni isolati, per i quali non sembra sia stata prevista nessuna soluzione sul posto.

   I migranti sono a Calais per UN SOLO MOTIVO: CERCARE DI PASSARE IN GRAN BRETAGNA, CON QUALSIASI MEZZO. Per questo molti rifiutano di chiedere l’asilo in Francia. Molti minorenni hanno la famiglia dall’altra parte della Manica, ma LA GRAN BRETAGNA NON VUOL SENTIR PARLARE DI RICONGIUNGIMENTO FAMIGLIARE.

   Nel week end c’è stata una manifestazione a Calais, con la partecipazione di alcune personalità britanniche (tra cui l’attore Jude Law), hanno chiesto a Cameron di reagire. Nessuna risposta dal premier britannico, che pure utilizza lo spauracchio di Calais che si sposterebbe a Dover, per convincere gli elettori a evitare il Brexit (in realtà, IL CONFINE BRITANNICO È A CALAIS GRAZIE AGLI ACCORDI BILATERALI DEL TOUQUET, CONCLUSI TRA PARIGI E LONDRA NEL 2003, che non rientrano nei trattati Ue, ma la Francia minaccia di denunciarli se la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue).

   Negli ultimi tempi, dei migranti sono stati sistemati in comuni francesi lontani da Calais. Ma poi molti sono tornati sul posto, sempre con la speranza di riuscire ad entrare in Gran Bretagna. Da poco è stato montato un campo alla Grande Synthe, una collaborazione tra il sindaco écolo (ex socialista) Damien Carême, Médecins sans frontières e altre associazioni, per accogliere entro l’inizio di marzo circa 1800 migranti sui più di 3mila concentrati ormai nella periferia di Dunkerque.

   Un’altra soluzione provvisoria, ma nel rispetto delle norme dell’Alto commissariato Onu ai rifugiati, mentre in molti, di fronte alle minacce vissute a Calais, adesso cercano rifugio in Belgio, sempre per trovare la strada verso la Gran Bretagna. Il problema si sposta, ma resta lo stesso. L’EUROPA NON TROVA SOLUZIONI E LASCIA GONFIARE LE VIOLENZE. (Anna Maria Merlo)

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MIGRANTI: CALAIS, VIAGGIO AL TERMINE DELL’EUROPA

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 31/1/2016

– Curdi, iracheni, siriani ammassati in una landa desolata a quaranta chilometri dal porto, in attesa di raggiungere la terra promessa, il Regno Unito: “Non importa quanto sia pericoloso, i rifugiati sono pronti a tutto”. Il nostro racconto da la “Jungle”, il nuovo inferno dei vivi –

CALAIS  – A meno di due ore da Parigi si nasconde una vergogna per l’Europa. L’accampamento di migranti a GRANDE-SYNTHE è un’immensa cloaca in cui galleggiano tende e rifiuti. Il cartello all’ingresso annuncia la costruzione di un nuovo “ecoquartiere”. Immagini di villini a due piani, con viali alberati e parco giochi per bambini, un numero di telefono per comprare le nuove abitazioni.

   È l’unica traccia di una civiltà che sembra scomparsa, inghiottita nel fango. All’esterno i gendarmi controllano le borse dei profughi curdi, iracheni, siriani ammassati in questa landa desolata a una quarantina di chilometri da Calais. Qualche giorno fa c’è stata una sparatoria nella notte. Soffia un vento gelido misto a pioggia, l’aria è tesa. “Cosa siete venuti a vedere? Non siamo animali in uno zoo” dice un migrante che chiede di spegnere la telecamera. La presenza di giornalisti infastidisce, anche le Ong chiedono discrezione.    Nell’accampamento entrano solo due organizzazioni internazionali, Médecins du Monde e Médecins Sans Frontières. “Di solito ci occupiamo di missioni in zone di guerra o paesi dove non c’è più uno Stato. Non avremmo mai pensato di dover intervenire in Francia, nel 2016”. Angélique Muller, sguardo limpido e un viso pieno di lentiggini, è infermiera. Fino a qualche mese fa era in Centrafrica con Msf per organizzare una campagna di vaccinazioni. Ha lavorato in Etiopia, Congo, Liberia, Iraq, ma non ha mai visto niente di simile.

Nei cinque ettari di terreno paludoso, a ridosso del mare, cercano di sopravvivere quasi duemila persone. La clinica mobile di Msf propone visite mediche tre volte a settimana dando la priorità ai bambini, che sono circa duecento. “Ci sono stati casi di rosolia, di scabbia. Le patologie più diffuse sono respiratorie e vivendo in queste condizioni è difficile guarire. La notte la temperatura scende anche a meno sei gradi”.    Una nuova giungla. Calais è diventata famosa per la “Jungle”, così è stata ribattezzata la bidonville di migranti che sognano di andare nel Regno Unito. Con l’esodo di quest’estate e le misure di sicurezza volute dalle autorità inglesi, l’emergenza si è spostata un po’ più a nord sulla costa.

   Grande-Synthe è vicina a Dunkerque, dove i passeurs , i trafficanti, dicono sia ora più facile attraversare la Manica. Nell’ultimo anno venti migranti sono morti cercando di fare gli ultimi chilometri di un lungo viaggio iniziato nel Sud del mondo.

   Fino a qualche mese fa il tragitto clandestino avveniva soprattutto con i camion. Adesso i tir devono superare una barriera con sonde per rintracciare Co2 e battito cardiaco. Intorno alla zona portuale gli inglesi hanno sovvenzionato la costruzione di una recinzione di filo spinato alta cinque metri. La frontiera è sigillata. Le ultime morti sono avvenute dentro l’Eurotunnel: uomini che hanno tentato di agganciarsi ai convogli dei treni per Londra. L’accesso al traforo è stato circondato da un fossato pieno d’acqua, come nelle antiche cittadelle fortificate. (Anais Ginori)
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Il REFERENDUM nazionale dell’UNGHERIA per dire sì o no alle quote obbligatorie di migranti

ESITO SCONTATO. BUDAPEST DIRÀ «NO» CHIUDENDOSI IN SE STESSA

di Attilio Geroni, da “il Sole 24ore” del 25/2/2016 – Una «ribellione» che rischia di destabilizzare l’Europa –    Più di ogni altra crisi precedente, è quella dei migranti a mettere in pericolo la tenuta dell’Unione europea. Nel 2012 il rischio di disgregazione era stato monetario, con la possibile reversibilità dell’euro. Nel 2016 questo rischio è politico-istituzionale, in mancanza di un’azione condivisa sul controllo delle frontiere esterne della Ue, sulla gestione degli arrivi dei profughi in base a quote nazionali e sull’attuazione del piano di ricollocamento.    La decisione del premier ungherese Viktor Orban purtroppo non è sorprendente. Il referendum nazionale per dire sì o no alle quote obbligatorie di migranti è la logica conseguenza di una politica che ha nell’ultranazionalismo la sua ragion d’essere.

   Già oggi possiamo dire che non vi è alcun dubbio sull’esito del voto, la cui data non è stata resa nota. Budapest dirà uno scontato «no» ai rifugiati e si chiuderà ancora di più in sé stessa dopo aver costruito, per prima in Europa, un nuovo muro al confine con la Serbia ricacciando nei Balcani l’umanità in fuga dalle guerre.

   La maggioranza dell’opinione pubblica ungherese è in sintonia con Orban e con il suo disegno di rinazionalizzare le prerogative politiche più importanti o di non cedere la sovranità residua.    Si crea così un pericoloso precedente e non è escluso che la POLONIA, guidata dal Partito Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski e già impegnata attivamente in politiche di limitazione delle libertà d’espressione, decida al più presto una simile iniziativa.

   Da quando la crisi dei migranti è esplosa in Europa tra l’estate e l’autunno dello scorso anno, e centinaia di migliaia di profughi si sono incanalati nella Mitteleuropa per raggiungere il ricco Nord (Germania e Paesi scandinavi) la reazione dei Paesi dell’Est è stata univoca, compatta: non vogliamo i migranti sul nostro territorio.

   Le ragioni della chiusura sono in parte storiche. Ungheria, Polonia, ma anche Repubblica Ceca e Slovacchia non hanno esperienze recenti di afflussi migratori extra-europei; sono popolazioni etnicamente ancora molto omogenee che i decenni di dominio comunista hanno reso poco esposte a contaminazioni e integrazioni, se non qualche folcloristico esempio di innesti di comunità vietnamite concordati dai rispettivi regimi.    A Budapest, ma anche a Varsavia, viene alzato e agitato lo scudo delle radici cristiane, della perdita d’identità che l’arrivo di profughi islamici causerebbe alle popolazioni locali. Il cristianesimo in Europa Centrale è diventato in questa fase una sorta di menù à la carte dal quale è facile dimenticarsi di scegliere uno degli ingredienti più importanti, quello della solidarietà.

   Eppure di solidarietà, anche materiale, i Paesi dell’Est ne hanno ricevuto tanta dall’Europa. Il loro ancoraggio ai valori dell’Unione, allo stato di diritto, sono stati fondamentali per una relativamente rapida emancipazione economica, istituzionale e sociale dai decenni del partito e del pensiero unico.    Il fronte anti-migranti di POLONIA, UNGHERIA, REPUBBLICA CECA e SLOVACCHIA sovverte inoltre gli equilibri geopolitici del Vecchio Continente. Strettamente legati alla Germania, per ognuno di essi di gran lunga il più importante partner politico ed economico, ora stanno esattamente agli antipodi della posizione tedesca in materia.

   Questi quattro Paesi formano oggi il GRUPPO DI VISEGRAD, nato nel 1991 (allora erano in tre perché c’era ancora la Cecoslovacchia) per aiutare il loro cammino verso l’integrazione europea. Pochi giorni fa hanno celebrato a Praga il 25° anniversario, ma il significato della loro alleanza è cambiato brutalmente e si ritrova nella parola stessa, Visegrad: non solo una località ungherese che domina da una collina un’ansa del Danubio, ma una parola slava per dire, grosso modo, fortezza. Protetta quindi da alte mura. (Attilio Geroni)

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IL BLOCCO BALCANICO CHIUDE I CONFINI. GERMANIA SEMPRE PIÙ ISOLATA

di Alessandro Alviani, da “la Stampa” del 25/2/2016

   Angela Merkel è un po’ più sola e l’Europa un po’ più divisa. Mentre la GERMANIA continua a chiedere una soluzione congiunta per limitare gli arrivi e si oppone a iniziative unilaterali, sempre più Paesi non vogliono aspettare oltre e vanno avanti in ordine sparso.

   Il BELGIO ha reintrodotto i controlli alle frontiere con la FRANCIA, perché teme l’afflusso di migliaia di rifugiati dopo lo sgombero di Calais. In UNGHERIA il premier Orban ha annunciato un referendum sulle quote di migranti da ridistribuire tra i Paesi Ue. E a Vienna i ministri degli Interni e degli Esteri di dieci Paesi (ALBANIA, BOSNIA, BULGARIA, CROAZIA, KOSOVO, MACEDONIA, MONTENEGRO, SERBIA e SLOVENIA, oltre all’AUSTRIA) si sono incontrati per concordare misure finalizzate a ridurre in modo sostanziale i flussi migratori lungo la rotta balcanica.

   Secondo il ministro degli Interni austriaco, Johanna Mikl-Leitner, solo i rifugiati che necessitano di protezione internazionale verranno lasciati passare, mentre quelli che mostrano documenti falsi o rilasciano dichiarazioni non vere, ad esempio sul proprio Paese di origine, verranno respinti alle frontiere.

   I dieci Paesi vogliono poi inviare poliziotti nelle zone di confine più interessate dai flussi, supportare la Macedonia e uniformare gli standard sulla registrazione dei migranti. «Dobbiamo ridurre adesso i flussi, perché quella dei rifugiati può diventare una questione di sopravvivenza della Ue», ha spiegato Frau Mikl-Leitner, che ha parlato anche di «fermare» i flussi. L’obiettivo, ha chiarito, resta una soluzione europea, ma per raggiungerla c’è bisogno di tempo, per cui sono necessarie ora misure nazionali.

   La conferenza ha scatenato polemiche per la decisione austriaca di non invitare Grecia, Germania e Commissione europea. Per Atene si tratta di una mossa «non amichevole». La Grecia non vuole collaborare a una soluzione comune e non è disposta a ridurre i flussi, ha ribattuto il ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz: «Nessuno ci può accusare di non essere solidali, nella Ue siamo il Paese col più alto numero di rifugiati pro capite dopo la Svezia», ma ora si chiede troppo da noi. Kurz ha anche chiesto alla Germania di rispettare la posizione di Vienna. Berlino deve decidersi, ha attaccato Frau Mikl-Leitner: da una parte propaga una politica delle frontiere aperte, dall’altra ci chiede di limitare il numero dei rifugiati che vogliono andare in Germania. (Alessandro Alviani)

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L’EFFETTO DOMINO CHE MINA L’UNIONE

di Vittorio Da Rold, da “il Sole 24ore” del 24/2/2016

– Profughi. Il ritorno dei controlli alle frontiere costerebbe dai 100 ai 140 miliardi di euro in più all’anno secondo stime di due think tank europei –

   GERMANIA, FRANCIA, DANIMARCA, AUSTRIA, NORVEGIA, SVEZIA e ora BELGIO hanno sospeso Schengen reintroducendo il controllo alle frontiere. Un “effetto domino” che tende a scaricare sul vicino il problema dei migranti secondo il detto: non nel mio cortile di casa. Il Belgio, ultimo entrato in questa speciale classifica, teme che i migranti sloggiati dal campo di Calais chiamato la Jungla, si trasferiscano nel suo territorio.

   La Svezia nel frattempo ha sbarrato il ponte che la unisce alla Danimarca e nei BALCANI si è innestata una reazione a catena che parte da Vienna con le sue mini-quote giornaliere di accoglienza e arriva fino all’ex Repubblica jugoslava di MACEDONIA che sigilla le frontiere con la GRECIA. Atene rischia così di trasformarsi, secondo la frase del ministro greco dell’immigrazione Mouzalas, che ieri sembra sia stato a un passo dalla dimissioni poi ritirate, in un “cimitero di anime” o meno poeticamente in uno zona cuscinetto a difesa dei paesi del Nord Europa.

   Anche il premier greco, Alexis Tsipras, ha comunicato all’Ue il suo «scontento» per l’inasprimento dei controlli sulla cosiddetta «rotta» dei Balcani e, parlando con il premier olandese Mark Rutte, alla presidenza di turno dell’Ue, si è lamentato del fatto che il suo Paese non sia stato incluso tra i partecipanti oggi all’incontro organizzato dall’Austria sull’emergenza migratoria lungo la rotta balcanica.

   Insomma per Vienna, già pronta a sigillare anche il Brennero con 100 nuovi doganieri come era prima del 1995, anno di ingresso in vigore degli accordi di Schengen, Atene non è parte della soluzione, ma solo del problema.

   Non a caso il governo greco «non ha escluso» di porre il veto all’adesione alla Ue di paesi che non lavorano verso una politica comune europea sui migranti. Parola del portavoce del governo di Atene, Olga Gerovasili, irritata per le misure che stanno bloccando il flusso dei migranti lungo la rotta dei Balcani. La portavoce ovviamente, come si fa in questi casi, non ha citato nessun paese in particolare, ma le sue parole sono chiaramente dirette a Serbia e Macedonia, due paesi candidati all’ingresso nell’Ue che hanno imposto limitazioni al passaggio dei migranti.

   Ma se saltasse Schegen ci troveremmo in un Europa con, parzialmente una sola moneta in tasca e il ritorno dei controlli alle frontiere per merci e persone. Un passo indietro al 1995. I costi economici sarebbero salatissimi per il mercato interno: secondo France Strategie, un think tank francese, si arriverebbe a 100 miliardi di euro all’anno con il ritorno ai controlli alle frontiere, mentre la tedesca Bertelsmann stima la perdita in 140 miliardi annui, che nel decennio fanno ben 1.400 miliardi, il 10% del Pil dei 28 Paesi Ue.

   Non solo. L’anacronistico ritorno dei doganieri in Europa farebbe aumentare i prezzi tra l’1% e il 3% nell’ipotesi più negativa, sul costo dei beni importati con le prevedibili ricadute negative sulla già fragile crescita interna europea.    Senza contare che le nuove restrizioni al passaggio dei migranti lungo la rotta balcanica, come ha denunciato l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, stanno «creando caos ai posti di confine». In sostanza le misure adottate dall’Austria e da diversi paesi dei Balcani «pongono particolare pressione sulla Grecia» che deve occuparsi di un ampio numero di migranti.

   Le quote massime giornaliere di migranti e le misure contro determinate nazionalità fanno sì che i migranti restino bloccati alle frontiere senza rifugio, con il rischio che finiscano nelle mani di trafficanti di uomini senza scrupoli, avverte l’agenzia Onu per i rifugiati prendendo di mira il tetto di 80 richieste da asilo al giorno imposto dall’Austria e il divieto della Macedonia al passaggio dei migranti afghani.

   A mancare all’appello all’Europa di oggi è la capacità di trovare soluzioni comuni e la volontà politica di attuarle senza tentare facili scorciatoie che scaricano più in là il problema. L’Europa, sui migranti, sembra essere tornata a pensare di risolvere il problema con la Grexit, l’espulsione di Atene, da Schengen. Ma la perdita, alla fine, sarebbe un suicidio geopolitico di Bruxelles. (Vittorio Da Rold)

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SCHENGEN IN CRISI. IL BELGIO RIPRISTINA I CONTROLLI ALLE FRONTIERE CON LA FRANCIA

di Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 24/2/2016

– Crisi dei migranti, l’Europa teme la polveriera Balcani -Sempre più profughi ammassati in Grecia dopo la chiusura dei confini in Macedonia –

BRUXELLES – A 10 giorni da un prossimo vertice europeo, che si terrà probabilmente il 7 marzo, l’emergenza rifugiati continua a tenere drammaticamente banco in Europa. Mentre nei Balcani la situazione umanitaria è gravissima (soprattutto alla frontiera tra la Macedonia e la Grecia dove il passaggio è praticamente bloccato) sul fronte occidentale il Belgio ha annunciato di essere diventato il settimo paese dello Spazio Schengen a reintrodurre i controlli alle frontiere.

   In un comunicato inusuale, la Commissione europea e la presidenza olandese dell’Unione si sono dette «preoccupate dagli sviluppi lungo la rotta dei Balcani e dalle crisi umanitarie che potrebbero materializzarsi in alcuni paesi, in particolare in Grecia». Il commissario all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos e il ministro olandese responsabile dello stesso portafoglio Klaas Dijkhoff hanno spiegato che le istituzioni comunitarie stanno valutando il daffarsi per evitare il peggio.    «Esortiamo – hanno aggiunto i due uomini politici – tutti gli Stati e gli attori lungo la rotta a preparare i necessari piani d’emergenza per poter rispondere alle esigenze umanitarie, incluse le capacità di ricezione».

Da domenica, la Macedonia sta bloccando il transito lungo il suo territorio alla frontiera con la Grecia. In questo momento gli afghani non possono più passare liberamente per raggiungere il Nord Europa mentre Skopje ha deciso di rafforzare i controlli d’identità anche dei siriani e degli iracheni.    La scelta è indotta sia dall’arrivo di migliaia di persone in questi ultimi mesi sia dalla recente decisione austriaca di mettere limiti all’ingresso di rifugiati sul territorio nazionale.

   Nell’optare per un controllo degli arrivi, Vienna ha spostato verso Sud il controllo delle frontiere. IL TIMORE DEI PAESI A SUD DELL’AUSTRIA È DI DIVENTARE UN ENORME CAMPO-PROFUGHI, ormai il destino della Grecia che ieri ha protestato vivacemente per le scelte dei suoi vicini.

   Il premier greco Alexis Tsipras ha espresso al premier olandese Mark Rutte il suo «malcontento», ricordando che nel vertice europeo della settimana scorsa aveva ricevuto rassicurazioni che le frontiere balcaniche sarebbero rimaste aperte. Secondo le ultime informazioni si terrà oggi a Vienna un incontro tra l’Austria e i suoi vicini balcanici a cui però non è stato invitato il governo greco. Interpellata ieri, la Commissione ha fatto capire che vorrebbe maggiore collaborazione tra i paesi europei.

   Sempre ieri, il Belgio ha deciso di reintrodurre il controllo alle frontiere con la Francia, nel timore che la chiusura del campo-profughi francese di Calais provocherà l’arrivo di rifugiati a Zeebrugge, una cittadina belga sul Mare del Nord dal quale i profughi potrebbero tentare il passaggio in Inghilterra. «Abbiamo informato la Commissione europeo che sospendiamo temporaneamente le regole dello Spazio Schengen», ha annunciato il ministro degli Interni belga Jan Jambon.

   Il Belgio segue l’esempio di altri sei paesi: Germania, Francia, Danimarca, Austria, Norvegia, Svezia. Le nuove tensioni sul fronte dei rifugiati giungono a ridosso di due riunioni politiche. Domani è previsto un incontro dei ministri degli Interni dei Ventotto, mentre il 7 marzo dovrebbero tornare a riunirsi i leader. Sul tavolo dei capi di stato e di governo sempre il programma (disatteso) di ricollocamento dei profughi arrivati in Grecia e Italia. Ieri Madrid ha accettato di accogliere appena 1000 persone.

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