LA LIBIA NEL CAOS: CHE FARE? Intervenire o no? Rischiare una guerra infinita o lasciare il Paese in mano all’Isis? – Terra ricca (di petrolio, di gas) la Libia è appetito degli Stati occidentali, di gruppi di avventurieri, di jihadisti, con tribù locali numerose e frammentate – Come uscire dalla guerra con diritti e pace a chi lì ci vive

LIBIA: CHE FARE?
LIBIA: CHE FARE?

   La vicenda (poco chiara) dei 4 italiani sequestrati, tecnici dell’azienda di costruzioni Bonatti, rapiti nel luglio scorso presso il terminale di Melita, che ha portato lo scorso 3 marzo alla morte di due di loro (pare uccisi durante un blitz delle forze speciali libiche – di Tripoli, cioè del governo di ispirazione islamica – contro l’Isis, che a quanto pare li teneva in ostaggio e li avrebbe usati come scudi umani), e contemporaneamente gli altri due liberati ma, pare, chiedendo da parte dei “liberatori” in cambio all’Italia un riconoscimento ufficiale, istituzionale… ebbene, tutta questa vicenda intricata e dolorosa (la morte di due tecnici italiani), due ostaggi uccisi, due liberati, dimostra più che mai il caos che c’è in Libia in questo momento.

LIBIA, MAPPA ZONE DI CONTROLLO POLITICO-MILITARE
LIBIA, MAPPA ZONE DI CONTROLLO POLITICO-MILITARE

   La Libia è un territorio fuori da ogni controllo da parte di un governo, un governo unico. Ci sono decine di tribù e di milizie armate; e a condurre il terrorismo non è solo l’Isis, ma anche altre organizzazioni più o meno legate ad Al Qaeda, al contrabbando esercitato precedentemente, a qualsiasi attività criminale, alla speranza di arricchirsi di singoli avventurieri che approfittano del caos attuale.

   La Libia è grosso modo, per la fazioni “istituzionali” che internazionalmente sono conosciute, divisa in due. Da un lato il Parlamento islamista di Tripoli, uscito dalle elezioni del 2012, e le milizie sotto il suo controllo; dall’altro il Parlamento eletto nel 2014 e riconosciuto dalla comunità internazionale, con sede a Tobruk. In mezzo, una serie di gruppi armati: uno dei più forti è appunto l’Isis, che in Libia controlla la città di Sirte, ma anche altri territori, a macchia di leopardo.

I 4 tecnici italiani della Bonatti rapiti nel luglio scorso presso il terminale di Melita. Da sinistra in alto in senso orario: Salvatore Failla (con gli occhiali neri), Gino Pollicardo, Fausto Piano (con gli occhiali neri), Filippo Calcagno (con la barba bianca). SALVATORE PAILLA e FAUSTO PIANO sono stati uccisi durante uno spostamento verso Sabrata, in uno scontro a fuoco nel quale sono stati uccisi anche alcuni rapitori
I 4 tecnici italiani della Bonatti rapiti nel luglio scorso presso il terminale di Melita. Da sinistra in alto in senso orario: Salvatore Failla (con gli occhiali neri), Gino Pollicardo, Fausto Piano (con gli occhiali neri), Filippo Calcagno (con la barba bianca). SALVATORE PAILLA e FAUSTO PIANO sono stati uccisi durante uno spostamento verso Sabrata, in uno scontro a fuoco nel quale sono stati uccisi anche alcuni rapitori

   II governo di unità nazionale, formato con la mediazione Onu, è stato fin dall’inizio contestato dagli irriducibili di entrambe le parti e costretto a ripetuti rinvii, Nello scorso dicembre è stato raggiunto un accordo tra le due fazioni: i due governi rivali di Tobruk e Tripoli pare che hanno raggiunto un accordo per “unirsi”, un accordo per un’unità di governo (il più democratico possibile) della Libia. Ma finora “l’unione” non c’è stata: la cosa non è facile. Oggi la Libia è un paese con una complessità di interessi da difendere che certo non smobilitano. E l’errore della diplomazia internazionale e dell’Onu è stato di pensare che bastava quest’accordo dei due governi: forse in Libia è necessario coinvolgere anche i rappresentanti delle milizie e delle tribù, cioè tutti quelli che in qualche modo controllano e amministrano il territorio, hanno il potere reale nei “loro” territori e non intendono perderlo. E questo fa sì che la cosa si rende ancora più difficile.

da www.adnkronos.com - infografica
da http://www.adnkronos.com – infografica

   Gli interessi delle singole nazioni sono (erano fin dall’inizio della crisi dopo la fine di Gheddafi nel 2011)) evidenti: L’Italia con l’ENI è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; la Gran Bretagna con la BRITISH PETROLEUM è presente nella regione centro-orientale, e i francesi della TOTAL sono nella zona di Sirte e di al-Sharara. E in Libia non ci sono solo due governi ma, soprattutto, due NOC. Ovvero, l’acronimo di NATIONAL OIL CORPORATION. Con il Paese senza un governo centrale, amministrare le risorse naturali appare cosa difficile e comunque costituisce il “vero potere” (i soldi a disposizione) (pur se attualmente la quantità di risorse energetiche vendute all’Europa è adesso in Libia un quarto di quanto fossero sotto Gheddafi, causa la guerra civile ma anche il calo internazionale del prezzo e della domanda di petrolio).

gruppi etnici in Libia
gruppi etnici in Libia

   Di fatto ora c’è un fronte “PARIGI-ROMA-IL CAIRO” che è in primo piano sul “che fare” in Libia, nel caos attuale, con l’avanzare anche dell’Isis. Ultimamente le mire di intervento che l’Italia sembrava mostrare, si sono sopite: ci si rende conto che si rischia molto. E dall’altra non si ha neppure una legittimazione di un governo unitario che “chieda” l’intervento dall’esterno, un aiuto per arrivare al controllo totale del paese (si rischia così di trovarsi contro pure il governi legittimo che da dicembre si cerca di costituire in Libia).

Il generale KHALIFA HAFTAR (che fu uomo di Gheddafi), che ha lanciato un'operazione anti-islamista a Bengasi e Tripoli nel maggio 2014 (denominata “Dignità”). La forza maggiore di tutta la Libia è la milizia del generale Haftar; la maggior parte dei suoi 35mila uomini sono ex soldati dell’esercito gheddafiano. Il generale amico dell’Egitto combatte sostanzialmente due guerre; una contro l’Isis e i gruppi qaedisti, e un’altra contro le forze del governo di Tripoli
Il generale KHALIFA HAFTAR (che fu uomo di Gheddafi), che ha lanciato un’operazione anti-islamista a Bengasi e Tripoli nel maggio 2014 (denominata “Dignità”). La forza maggiore di tutta la Libia è la milizia del generale Haftar; la maggior parte dei suoi 35mila uomini sono ex soldati dell’esercito gheddafiano. Il generale amico dell’Egitto combatte sostanzialmente due guerre; una contro l’Isis e i gruppi qaedisti, e un’altra contro le forze del governo di Tripoli

   Ma l’Isis avanza e l’Europa, in primis l’Italia, la più vicina (e gli interessi petroliferi si congiungono alla massa di migranti che dalle coste libiche ancora di più potrebbero arrivare nelle coste italiane…). Insomma, nel bene e nel male niente si muove: una situazione di stallo dove agire può essere un errore e non agire lo stesso.

“…il primo embrione dell’Isis in Libia è stato costituito dal gruppo Battar, poche decine di foreign fighters rientrati da Siria e Iraq, che rapidamente ha inglobato gruppi salafiti e lealisti gheddafiani. L’Isis, a quanto pare, è più intelligente dell’Occidente perché riesce a penetrare a sud, nel Fezzan, e a ovest della Tripolitania accollandosi le istanze tribali e le rivendicazioni di chi non è rappresentato dagli schieramenti ufficiali. Così facendo, controlla le aree utilizzate per traffici illeciti di armi, esseri umani e droga. I miliziani dello Stato islamico in Libia, secondo il Cesi, dovrebbero essere circa 3.500-4.000, dei quali tra i 1.000 e i 1.200 appartenenti allo zoccolo duro di ideologi e leader militari e politici.” (da http://formiche.net/ del 25/2/2016)
“…il primo embrione dell’Isis in Libia è stato costituito dal gruppo Battar, poche decine di foreign fighters rientrati da Siria e Iraq, che rapidamente ha inglobato gruppi salafiti e lealisti gheddafiani. L’Isis, a quanto pare, è più intelligente dell’Occidente perché riesce a penetrare a sud, nel Fezzan, e a ovest della Tripolitania accollandosi le istanze tribali e le rivendicazioni di chi non è rappresentato dagli schieramenti ufficiali. Così facendo, controlla le aree utilizzate per traffici illeciti di armi, esseri umani e droga. I miliziani dello Stato islamico in Libia, secondo il Cesi, dovrebbero essere circa 3.500-4.000, dei quali tra i 1.000 e i 1.200 appartenenti allo zoccolo duro di ideologi e leader militari e politici.” (da http://formiche.net/ del 25/2/2016)

   Se si decide di intervenire è assai probabile che si lasciano fuori gli altri soggetti in campo: una coalizione occidentale (guidata dall’Italia, pare) a favore di questa ipotesi di governo unitario che dovrebbe formarsi (e su richiesta di questo stesso nuovo governo unitario) potrebbe trasformarsi in un acuirsi della resistenza, del conflitto, da parte dei gruppi “lasciati fuori”, con l’aggravarsi pure del sentimento anti-occidentale a favore così dell’estremismo islamico (cioè dell’Isis, presente, come dicevamo, a macchia di leopardo nel territorio libico).

LA RAFFINERIA ENI, Noc (National Oil Corporation), NELLA ZONA DI MELLITAH (vicino a Tripoli), dove nel luglio scorso sono stati rapiti i 4 tecnici italiani della Bonatti - Gli interessi delle singole nazioni in Libia sono (erano fin dall’inizio della crisi dopo la fine di Gheddafi nel 2011) evidenti: L’Italia con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; la Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, e i francesi della Total sono nella zona di Sirte e di al-Sharara
LA RAFFINERIA ENI, Noc (National Oil Corporation), NELLA ZONA DI MELLITAH (vicino a Tripoli), dove nel luglio scorso sono stati rapiti i 4 tecnici italiani della Bonatti – Gli interessi delle singole nazioni in Libia sono (erano fin dall’inizio della crisi dopo la fine di Gheddafi nel 2011) evidenti: L’Italia con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; la Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, e i francesi della Total sono nella zona di Sirte e di al-Sharara

   Qualcuno propone non un’invasione della Libia, bensì una guerra sotterranea, cioè affidata a reparti speciali – in stretto coordinamento con le milizie armate libiche a cui è demandato il lavoro sporco, ovvero la bonifica del loro Paese da foreign fighters (gli adepti da tutto il pianeta che vanno a combattere con l’Isis), e accoliti del Califfato – con l’appoggio di raid aerei occidentali. Ma nessuno crede che questo può bastare: servono i mitici boots on the ground, cioè calpestare il terreno, un intervento sul campo, diretto…e questo fa paura all’Italia, finora coinvolta in missioni di pace mai con fine di “guerra diretta”.

IBRAHIM JADHRAN (nella foto), nominato comandante delle PETROLEUM DEFENSE GUARDS dal governo transitorio “…una fonte decisamente accreditata come Foreign Policy ci dice che, a dire il vero, né Tripoli. né Tobruk controllano davvero il petrolio libico. E chi lo fa? Un uomo, al secolo IBRAHIM JADHRAN, un 35enne che è stato leader di una milizia durante la rivoluzione del 2011 (tu guarda le coincidenze) e che è stato nominato comandante delle PETROLEUM DEFENSE GUARDS dal governo transitorio e ancora unito del 2012. Originario della città dell’Est di Ajdabiya, Jadhran fa il bello e cattivo tempo, visto che pare sia lui a chiudere e riaprire a propria discrezione i porti e a bloccare export e salari quando è in disaccordo con entrambi i governi. E non si tratta di un parvenu, perché fu proprio lui e non il governo di Tobruk a chiudere il porto di Zuetina: di fatto, è lui che controlla tutto…” (Mauro Bottarelli, 3/3/2016, da www.rischiocalcolato.it/)
IBRAHIM JADHRAN (nella foto), nominato comandante delle PETROLEUM DEFENSE GUARDS dal governo transitorio “…una fonte decisamente accreditata come Foreign Policy ci dice che, a dire il vero, né Tripoli. né Tobruk controllano davvero il petrolio libico. E chi lo fa? Un uomo, al secolo IBRAHIM JADHRAN, un 35enne che è stato leader di una milizia durante la rivoluzione del 2011 (tu guarda le coincidenze) e che è stato nominato comandante delle PETROLEUM DEFENSE GUARDS dal governo transitorio e ancora unito del 2012. Originario della città dell’Est di Ajdabiya, Jadhran fa il bello e cattivo tempo, visto che pare sia lui a chiudere e riaprire a propria discrezione i porti e a bloccare export e salari quando è in disaccordo con entrambi i governi. E non si tratta di un parvenu, perché fu proprio lui e non il governo di Tobruk a chiudere il porto di Zuetina: di fatto, è lui che controlla tutto…” (Mauro Bottarelli, 3/3/2016, da http://www.rischiocalcolato.it/)

   Questa per noi è una cosa estremamente seria, coinvolgete, “diretta”. I conflitti mondiali a volte ci sfiorano, li vediamo al telegiornale: pensiamo che dobbiamo trovare alternative diversificate per battere l’Isis, il terrorismo, superare l’insoddisfazione e il malessere di tanta gente nel pianeta….ma non è cosa facile. (s.m.)

MELLITAH è il punto di partenza di GREENSTREAM, il gasdotto più lungo d’Europa (520 chilometri immersi nel Mediterraneo fino a una profondità di 1.200 metri); un investimento di 7miliardi di euro, la metà dei quali messi dall’Eni
MELLITAH è il punto di partenza di GREENSTREAM, il gasdotto più lungo d’Europa (520 chilometri immersi nel Mediterraneo fino a una profondità di 1.200 metri); un investimento di 7miliardi di euro, la metà dei quali messi dall’Eni

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LA QUESTIONE DELLA GUERRA IN LIBIA

di Michele Chiaruzzi, 4/3/2016, da http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/

   La questione della guerra in Libia ci ricorda che la guerra è la caratteristica centrale delle relazioni internazionali, anche se molti talvolta tendono a dimenticarlo o trascurarlo. Se questa affermazione sembra troppo forte, allora si può dire che la guerra è il momento estremo delle relazioni internazionali, così come la rivoluzione lo è della politica interna.

   Rivoluzione e guerra hanno prodotto in Libia lo scontro violento che si combatte da ormai cinque anni. La sua origine più prossima è nota:l’opposizione armata libica, sostenuta dall’allineamento di guerra delle potenze occidentali, ha abbattuto il regime politico retto da Gheddafi e, di conseguenza, la struttura di governo dello Stato. Da allora esso non può svolgere neppure la funzione fondamentale di qualsiasi Stato, proteggere la sicurezza dei cittadini nel proprio territorio.

   Questi fatti portano a due considerazioni che riguardano il cittadino impegnato nella comprensione della politica estera italiana e nelle delicate decisioni alle quali è chiamata. La prima è di carattere generale: ci sono diverse scelte possibili a chi ritiene propria responsabilità o interesse intervenire nella guerra libica, ma tutte implicano la minaccia o l’uso della forza.

   Così è in guerra, laddove si perseguono fini politici minacciando la morte – o dandola – a chi si oppone alla propria volontà. Per uscire da questa miserabile condizione occorre trovare un compromesso politico tra le parti. Ciò implica una consapevolezza essenziale: qualsiasi compromesso, anche se ripudia la violenza aperta, anche se liberamente accettato, ha essenzialmente carattere coattivo.

   È difatti pur sempre un prodotto compreso nella logica della forza. Lo è perché l’aspirazione che porta al compromesso non è motivata da sé medesima, ma dall’esterno, e cioè dall’aspirazione opposta. Da qui il sentimento fondamentale d’ogni compromesso raggiunto: “sarebbe meglio altrimenti”. In guerra, qualsiasi guerra, questo carattere coattivo è all’estremo perché riguarda direttamente e chiaramente la minaccia e l’uso della forza. La Libia non fa eccezione.

   Se è così, la pace di Libia si reggerà, prima di tutto, sulla dissuasione nel senso politico-diplomatico: indurre il nemico a desistere dal proposito di combattere, trasformandolo, anche con la minaccia della forza, almeno in oppositore e da lì, chissà, in amico. A quel punto potrà essere con il persuadere, non con il minacciare, il legame primo del dissuadere.

   La comune particella è appunto “suadere”: indurre con efficaci parole. Indurre a cosa? A trattenere quella violenza sociologicamente specifica esercitata in guerra. Raggiunto quel punto, la diplomazia potrà non solo affiancare bensì sostituire la violenza della guerra. Si sostituirà all’abbattimento violento la ragione discorsiva, base della mutua coesistenza e freno prudenziale al conflitto sempre latente. È giocoforza questo il percorso d’uscita dalla guerra di Libia.

   Questo percorso è occluso, però, da una causa esterna che porta alla seconda considerazione. Essa riguarda direttamente le relazioni internazionali e, per quanto concerne il quadrante europeo, il conflitto sulle sfere d’influenza tra Francia, Regno Unito e Italia.

   La ragione principale della guerra anglo-francese contro la Libia nel 2011 è la stessa che guida ancora oggi la politica di queste due potenze come altre potenze esterne: estendere la propria sfera d’influenza in Libia. È questo un problema fondamentale per ottenere una pace stabile: giungere a un compromesso politico tra le potenze europee sulle sfere d’influenza senza produrre la partizione del Paese.

   Le sfere d’influenza sono regole operative fondamentali per sostenere l’ordine internazionale e la loro delimitazione, pur complessa, è essenziale. In Libia sembra mancare l’accordo sia sui mezzi per darne definizione condivisa sia, di conseguenza, sulle finalità che sorreggono il tentativo di realizzare la pace.

   In effetti, l’esistenza del problema delle sfere d’influenza non stabilisce che le classi dirigenti ne siano consapevoli. Al contrario, essendo regole politiche non formali è difficile valutare quale sia il loro contenuto soprattutto quando le potenze non percepiscono interessi comuni superiori a quelli particolari.

   Sia come sia, Regno Unito e Francia non sembrano disposti a rinunciare all’affermazione dei propri interessi nella definizione di queste regole e ad essa subordinano la pace. Hanno già dimostrato con la guerra del 2011 di considerare la propria vittoria, quale essa sia, come la finalità immediata del combattimento e la pace come quella ultima.

   Questo fatto non è una novità e non è per nulla peculiare. Agostino d’Ippona l’aveva già notato nel De Civitate Dei (XIX, 12-13). Chi turba la pace “non vuole che non vi sia pace, ma che sia quale lui la vuole”. Chiarire questa volontà sarebbe un esercizio utile al tentativo di una pace duratura. (Michele Chiaruzzi)

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DUE GOVERNI E UNA GALASSIA DI MILIZIE ANCORA DA DISARMARE

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 4/3/2016

– Le sfide da affrontare. Il caos seguito alla caduta di Gheddafi è un’eredità che rende complessa e problematica la missione internazionale. Due governi e una galassia di milizie ancora da disarmare –

   Duecentomila combattenti, divisi in 230 milizie; 140 tribù, sparse su quello che per estensione è il quarto paese dell’Africa; due governi rivali, che si contendono il potere e non di rado si fanno la guerra. Una produzione petrolifera crollata a un quinto rispetto ai livelli precedenti la rivoluzione.

   Sono sufficienti pochi numeri per comprendere quanto la missione internazionale per stabilizzare la Libia appaia complessa e problematica ancor prima di venire alla luce. Il problema più urgente è la formazione di quel governo di unità nazionale che tuttavia continua ad essere rinviato.

   I Paesi occidentali disponibili a partecipare alla missione sono stati chiari, e ragionevoli: per agire occorre prima una richiesta da un governo legittimo e sovrano. Se non si percorresse questa strada si rischierebbe di generare altri conflitti. Se si aiutasse il Governo di Tobruk, il Governo parallelo di Tripoli reagirebbe con rabbia. Potrebbe perfino avvicinarsi all’Isis che oggi combatte. Meglio, dunque, che prima si mettano d’accordo. E che cerchino di fare ordine tra le diverse milizie.

   Il loro disarmo – la priorità di tutti i governi che si sono succeduti dopo la morte di Gheddafi – non è mai avvenuto. La Libia è divenuta così un Paese sommerso di armi, dove sono le milizie a controllare buona parte del territorio. Le più importanti sono sostanzialmente cinque.

   In Tripolitania si trovano gli ZINTANI, le brigate di Misurata, il FAJR LIBYA (Alba libica). In Cirenaica la BRIGATA DEI MARTIRI DEL 17 FEBBRAIO e la milizia definita esercito da Tobruk – del generale Khalifa Haftar.

   Gli agguerriti Zintani, alleati di Haftar, contano su 4-5mila combattenti armati fino ai denti. La milizia di Misurata , di tendenza islamista, e che fa parte di Fajr Libya, è in guerra con gli Zintan. Anch’essa conta qualche migliaio di uomini. Alba libica, vicina ai Fratelli musulmani, è invece un’organizzazione ombrello sotto cui si trovano, al soldo del governo parallelo di Tripoli, numerose milizie.

   Alcune di loro son legate all’universo salafita. Spostandosi in Cirenaica, anche la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio appartiene all’universo di tendenza islamica. Conta qualche migliaio di uomini e possiede un temibile arsenale .

   Ma la forza maggiore in questa regione, e probabilmente in tutta la Libia, è LA MILIZIA DEL GENERALE HAFTAR; la maggior parte dei suoi 35mila uomini sono ex soldati dell’esercito gheddafiano. Il generale amico dell’Egitto combatte sostanzialmente due guerre; una contro l’Isis e i gruppi qaedisti, e un’altra contro le forze del governo di Tripoli.

   A queste si devono aggiungere gli agguerriti GRUPPI SALAFITI VICINI AD AL-QAEDA O ALL’ISIS. Il più importante è ANSAR AL-SHARIA (nella lista delle organizzazioni terroristiche), attiva soprattutto a Bengasi, anche se Haftar le ha strappato quasi tutti i quartieri. Da tempo una buona parte di questa organizzazione ha sposato la causa dell’Isis.

   Arriviamo al sempre più temibile STATO ISLAMICO DELLA LIBIA. Negli ultimi mesi, se non settimane il numero dei jihadisti leali all’Isis sarebbe quasi raddoppiato passando da 3.500 a 6mila uomini. La roccaforte dei jihadisti è ora SIRTE. Approfittando del vuoto di potere, i jihadisti sono riusciti a controllare almeno 150 km della costa libica oltre ad insediarsi in alcune città della costa occidentale. Come a SABRATA, dove hanno creato campi di addestramento, o ZUWARA. In queste località costiere lo Stato islamico ha creato alleanze con frange delle tribù locali dedite alla criminalità organizzata che tollerano la sua presenza e in alcuni casi gestiscono insieme lucrosi traffici, tra cui la tratta di esseri umani e il contrabbando di armi.

   Infine il FEZZAN, LA REGIONE DESERTICA MERIDIONALE, la terra di nessuno. Qui comandano le DIVERSE E VOLUBILI TRIBÙ. Allergiche ad alleanze durature, si ergono a protettori dei giacimenti, chiedendo denaro in cambio, e impongono pesanti balzelli sul traffico di clandestini che arrivano dal Sahel.

   Un Paese, dunque, precipitato nel caos, dove le DIVERSE ANIME PARLANO LINGUE DIVERSE, sposano ideologie diverse ed hanno obiettivi diversi. Ma due cose in comune. Hanno tutte molte armi. E vogliono conservare, se non accrescere, la loro fetta di potere. (Roberto Bongiorni)

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TUTTI I DETTAGLI DEL CAOS IN LIBIA. REPORT CESI

di Stefano Vespa e James Bond, da http://formiche.net/ del 25/2/2016

– Parlamenti, le milizie, Isis, i giacimenti di petrolio e gas, gli interessi di Italia, Francia e Gran Bretagna, gli scenari militari. Che cosa c’è scritto nello studio del CESI presieduto da Andrea Margelletti –

   LA LIBIA NON È TRIPOLI E TOBRUK, MA DECINE DI TRIBÙ E DI MILIZIE ARMATE; la Libia NON È SOLO L’ISIS, MA ANCHE ALTRE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE più o meno legate ad al Qaeda; dunque, se l’Italia sarà coinvolta in un’operazione militare, quello libico rappresenta «uno degli scenari più complessi e ricchi di incognite in cui le Forze armate italiane si possano trovare a operare».

   La migliore sintesi di ciò che realmente abbiamo di fronte dall’altra parte del Mediterraneo è contenuta in un accuratissimo report del CENTRO STUDI INTERNAZIONALI, presieduto da Andrea Margelletti, inviato al mondo politico e istituzionale con un garbato sottinteso: leggete attentamente prima di qualunque decisione.

L’IMPORTANZA DELLE MILIZIE 

L’errore fondamentale commesso dall’Onu e in genere dalla diplomazia internazionale, scrive il Cesi, è aver coinvolto solo i parlamenti di Tripoli e di Tobruk e non anche i rappresentanti delle milizie e delle tribù, cioè «gli attori politici e militari che controllano e amministrano il territorio, posseggono il potere reale e non sono assolutamente disposti ad accettare una riorganizzazione dello Stato che non garantisca loro adeguati benefici».

   Ecco quindi che una COALIZIONE DI VOLENTEROSI che affiancasse l’ipotetico GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE (che resta per ora una chimera) «darebbe al conflitto libico una marcata sfumatura internazionale» trasformando il LATENTE SENTIMENTO ANTI-OCCIDENTALE IN UN COLLANTE DEL QUALE POTREBBE APPROFITTARE LO STATO ISLAMICO.

   La linea indicata dagli autori del report (Gabriele Iacovino, Francesco Tosato, Marco Di Liddo e Stefania Azzolina) è chiara: una strategia militare deve necessariamente comprendere precisi obiettivi politici «tra i quali spicca quello di riconciliare fazioni in conflitto da anni e reintegrarle nel futuro apparato statale libico». D’altra parte, il supporto delle milizie è indispensabile per controllare il territorio, limitare le violenze e aiutare i contingenti stranieri a muoversi dentro confini enormi.

UNA REALTA’ FRAMMENTATA 

Le milizie sono riunite in due grandi gruppi riferibili ai parlamenti di Tobruk e di Tripoli. Il primo conta al momento su circa 110.000 uomini suddivisi in otto milizie, una rete inquadrata nella campagna anti-islamista lanciata dal generale Khalifa Haftar nel maggio 2014 e chiamata «OPERAZIONE DIGNITÀ». Tra di esse, c’è la Guardia delle Infrastrutture petrolifere, paramilitari probabilmente finanziati da multinazionali che hanno interessi in Libia.

   Il parlamento di Tripoli, invece, dispone di circa 100.000 uomini protagonisti nel giugno 2014 dell’operazione «Alba libica» contro Haftar e il governo di Tobruk. Si tratta di sette organizzazioni paramilitari tra le quali, come esempio di ulteriore frammentazione, c’è il Comitato supremo di sicurezza che raggruppa 70 milizie attive a Tripoli e nei dintorni.

LA NASCITA DELL’ISIS E IL PETROLIO

Tra il 2011 e la prima metà del 2014 è stata Ansar al-Sharia la realtà jihadista più influente, poi ridimensionatasi sia per il malcontento interno che per gli attacchi nell’ambito dell’«Operazione Dignità». Lo Stato islamico, spiega il Cesi, ne ha approfittato e il primo embrione in Libia è stato costituito dal gruppo Battar, poche decine di foreign fighters rientrati da Siria e Iraq, che rapidamente ha inglobato gruppi salafiti e lealisti gheddafiani.

   L’Isis, a quanto pare, è più intelligente dell’Occidente perché riesce a penetrare a sud, nel Fezzan, e a ovest della Tripolitania accollandosi le istanze tribali e le rivendicazioni di chi non è rappresentato dagli schieramenti ufficiali. Così facendo, controlla le aree utilizzate per traffici illeciti di armi, esseri umani e droga. I miliziani dello Stato islamico in Libia, secondo il Cesi, dovrebbero essere circa 3.500-4.000, dei quali tra i 1.000 e i 1.200 appartenenti allo zoccolo duro di ideologi e leader militari e politici.

   Numeri che possono aumentare con eventuali nuove alleanze. L’obiettivo potrebbero essere le infrastrutture petrolifere perché l’Isis non può sopravvivere solo con i traffici illeciti ma «necessita del flusso di denaro proveniente dal mercato nero di petrolio e terre rare». Purtroppo, la sicurezza di tutte le infrastrutture energetiche presenta forti criticità, tanto che nelle ultime settimane attacchi sporadici a terminal petroliferi sembrano sistematici e non più occasionali.

   L’ENi in Tripolitania ha tre giacimenti di petrolio e due di gas, la BRITISH PETROLEUM è presente nella regione centro-orientale e i francesi della TOTAL sono nella zona di Sirte e di al-Sharara.

IL RUOLO DELL’ITALIA E I RISCHI 

E’ abbastanza probabile che, in caso di intervento militare di Francia, Gran Bretagna e Italia, la suddivisione delle aree seguirebbe gli insediamenti nazionali: britannici a Est in Cirenaica, francesi a Sud nel Fezzan e italiani a Ovest in Tripolitania.

   Dunque, al contingente italiano toccherebbe una gatta da pelare come Tripoli, 1,1 milioni di abitanti e, scrive il Cesi, «in uno stato di anarchia in preda agli appetiti di diverse milizie armate in lotta tra loro». Inoltre, i militari dovrebbero probabilmente proteggere anche infrastrutture strategiche tra cui l’impianto di gas di Mellitah, a 100 chilometri a Ovest della capitale.

   A questo si aggiungerebbe lo scontato ruolo di addestramento delle forze di polizia e delle nuove forze armate libiche.

   Inoltre, il contingente italiano dovrà garantirsi un porto e un aeroporto per i rifornimenti. Durante la rivoluzione del 2011 gli arsenali vennero saccheggiati e oggi tutti hanno ogni tipo di arma. Dunque, gli italiani potrebbero essere obiettivi di «cecchini, autobombe, attentatori suicidi, Ied (ordigni esplosivi improvvisati) e sommosse popolari».

   I terroristi potrebbero replicare ondate di blindati-bomba già usate in Siria e in Iraq e comunque dispongono di vecchi carri armati T-55 e pick-up armati di tutto, da cannoni anticarro e antiaerei a mitragliatrici pesanti.

   Insomma, la Libia è una «polveriera a cielo aperto» e quindi, scrive il Cesi, «il dispositivo militare italiano da schierare dovrebbe essere commisurato non tanto alle supposte intese politiche, quanto alla possibile realtà sul terreno in caso di totale disaccordo tra le diverse fazioni libiche». Il titolo del REPORT DICE TUTTO, LA LIBIA È A UN BIVIO: «RICONCILIAZIONE O FALLIMENTO». (Stefano Vespa e James Bond)

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link (ed eventuale immagine) del report CESI «la Libia è a un bivio: Riconciliazione o fallimento»:

http://cesi-italia.org/articoli/529/riconciliazione-o-fallimento-al-libia-al-bivio

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LIBIA NEL CAOS TRA MILIZIE, ISIS E DUE GOVERNI

da Ansa del 3/3/2016

– L’Isis a SIRTE, la roccaforte dei jihadisti, ma anche a SABRATA –

   Una Libia politicamente spaccata in due e attraversata da milizie armate e jihadisti che con l’Isis vogliono estendere la propria area di influenza da est a ovest.

Questa in sintesi la mappa del caos libico.

    * ISIS – E’ stata DERNA, ex provincia dell’Italia coloniale sulla costa orientale del Paese, la prima città libica a giurare fedeltà allo Stato islamico e al ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi, nell’autunno del 2014. Inizialmente circoscritta a Derna, la presenza dei jihadisti dell’Isis si è spostata a Tripoli, dove il 27 gennaio dello scorso anno è stato compiuto un sanguinoso attacco all’hotel Corinthia. A febbraio 2015, gli uomini di Baghdadi sono entrati a SIRTE, divenuta la loro roccaforte, e da dove hanno lanciato attacchi contro alcuni campi petroliferi nell’area di AJDABIYA – riconquistata la scorsa settimana dall’esercito guidato da Khalifa Haftar. A SABRATA, a ovest della capitale libica a ridosso del confine con la Tunisia, i jihadisti possono contare su tre basi e campi di addestramento, e una forza stimata in almeno 200 combattenti. Il centro della città è stato attaccato il 24 febbraio: i seguaci di Baghdadi hanno ucciso 19 miliziani, decapitandone 12. Poi sono stati respinti dalle milizie locali.

    * ANSAR AL SHARIA – Nati dalle ceneri della rivolta del 2011 di ispirazione qaedista, i ‘PARTIGIANI DELLA SHARIA’, alleati dell’Isis, controllano una residua parte di Bengasi, dopo la vittoriosa offensiva di queste settimane delle forze di Haftar.     Sono ritenuti responsabili dell’attacco alla sede diplomatica Usa dell’11 settembre 2012 in cui morì l’ambasciatore americano Chris Stevens e altri tre statunitensi. Il gruppo è inserito nella lista nera di Usa e Onu delle organizzazioni terroristiche.

    * FORZE REGOLARI E PARLAMENTO LEGITTIMO – In CIRENAICA, a TOBRUK e BAIDA, si è trasferita nell’agosto 2014 per motivi di sicurezza la Camera dei rappresentanti (Hor), il Parlamento eletto e riconosciuto legittimo dalla comunità internazionale, e il suo governo, presieduto da Abdullah al Thani. E’ sostenuto dalle forze regolari libiche, nelle cui file è stato ‘riassorbito’ l’ex generale HAFTAR, divenuto capo dell’esercito, protagonista dell’operazione militare ‘DIGNITÀ’ contro Ansar al Sharia e Isis, e quella contro le milizie filo-islamiche della coalizione Fajr Libya (Alba della Libia) a Tripoli. A fianco delle istituzioni di Tobruk si sono schierati l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, entrambi indicati come responsabili di raid aerei sulle milizie di Tripoli sin dall’estate del 2014.

    * FAJR LIBYA E GOVERNO ‘PARALLELO’ – Dopo la battaglia di agosto 2014 contro i rivali di ZINTAN (la potente milizia che fa base nell’omonima città a sud di Tripoli, considerata alleata di Tobruk) per il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli, FAJR LIBYA (principalmente composta dagli ex ribelli di Misurata) ha imposto nella capitale un governo parallelo, denominato “di salvezza nazionale” e guidato da Omar al Hassi, esponente dei Fratelli musulmani, appoggiato dalla Turchia. Le milizie hanno riportato in vita anche il Congresso nazionale libico, l’ex Parlamento il cui mandato è scaduto. Il Qatar è stato accusato di fornire armi e approvvigionamenti alle milizie filo-islamiche.

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L’ITALIA E LA CRISI LIBICA

PEACEKEEPING E USO DELLA FORZA NON SONO CONCETTI ANTITETICI

di Antonio Armellini, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2016

– Intervento militare: Governo e Parlamento devono prendere atto della realtà e pensare eventualmente a vie alternative –

   Sta per prendere le mosse in Libia un intervento in cui rivendichiamo un ruolo guida, sarà bene cercare di fare chiarezza su cosa si debba intendere per PEACEKEEPING. In un contesto geostrategico in cui alle guerre globali si sono sostituiti conflitti localizzati dove si riflettono interessi più ampi, l’importanza dello strumento militare di pace in politica estera è di molto cresciuta. Sia sul piano della proiezione di potenza che della promozione attiva dell’interesse nazionale. Per buona parte degli anni della Prima Repubblica, grazie alla perdurante memoria di una guerra tragicamente perduta e all’influenza di una cultura fortemente antimilitarista (cattolica e non solo), la nostra partecipazione è rimasta a Iungo poco più che simbolica.

   Negli anni Ottanta la situazione è cambiata: dal primo intervento in Libano siamo arrivati a schierare quasi tredicimila uomini e il peacekeeping è diventato una componente fondamentale dell’azione internazionale dell’Italia. Le nostre operazioni di pace, si è detto, prescindono dall’uso della forza: sono sì composte di militari, ma il loro compito non è tanto di imporre soluzioni quanto di vigilare sul rispetto di quelle adottate.

   Si tratta, soprattutto, di sanare le ferite inferte dai conflitti e di rendere stabile la pace, costruendo strade, scuole ed ospedali, aiutando la ricostruzione delle società civili e distribuendo caramelle ai bambini. Le armi hanno una funzione residuale, evitando per quanto possibile di sparare un colpo.

   Un impiego accorto delle risorse, e una dose di fortuna, hanno consentito a Iungo di contenere le perdite delle nostre missioni entro limiti modesti, rafforzando l’idea che la visione italiana del peacekeeping fosse confermata dall’esperienza sul terreno, il tutto ha consentito di superare la diffidenza di un Parlamento tetragono a cogliere il nesso fra politica estera e peacekeeping e interprete dell’ostilità pregiudiziale di gran parte dell’opinione pubblica, verso tutto ciò che potesse anche di lontano evocare l’idea di guerra.

PEACEKEEPING, PEACE ENFORCEMENT: sono molti i termini usati per definire i livelli di forza richiesti nelle diverse situazioni. Aldilà delle precisazioni semantiche i confini fra gli uni e gli altri sono labili, ma tutti partono dal principio che — se da un Iato è importante compiere tutte le azioni che caratterizzano l’azione italiana — dall’altro è spesso necessario fare ricorso alla forza e sparare non è antitetico al concetto di pace, ma ne può costituire una premessa indispensabile.

   Abbiamo per molti anni continuato a raccontarci una favola bella, secondo cui è possibile fare politica estera attraverso Io strumento militare dando una lettura solo parziale delle responsabilità che ne conseguono.

   Fino all’Iraq siamo riusciti più o meno a cavarcela. In Afghanistan il salto di qualità, testimoniato da un numero più alto di perdite, ha cominciato a farsi evidente. Ora questa lettura mostra pericolosamente la corda. Non è una via obbligata. La Germania ha solo da poco, quando ha deciso di intervenire nell’ex Africa Occidentale francese, rinunciato a una politica che vietava per ragioni storiche comprensibili qualunque impiego di suoi militari all’estero, limitandosi ad operazioni di supporto.

   Volendo, potremmo seguire una strada analoga: abbiamo nei Carabinieri una forza armata che è al tempo stesso uno strumento di soft power straordinario, che non ha pari al mondo e tutti ci chiedono. Impiegandolo in via esclusiva, diverremmo il riferimento pressoché obbligato per tutte le operazioni di consolidamento della pace a valle del controllo armato. Ne guadagneremmo in influenza e metteremmo fra le altre cose a tacere Io stereotipo negativo che, piaccia o non piaccia, continua a caratterizzare la percezione in molti partner della nostra dimensione puramente militare.

   Ne uscirebbe ridimensionata in parte la nostra capacità di proiezione di potenza, che personalmente riterrei più che compensata da altri vantaggi in termini di credibilità complessiva. Per un intreccio complesso di ragioni, ho però l’impressione che non è una alternativa che saremmo disposti a perseguire; se così stanno le cose, non possiamo più permetterci di illudere, e illuderci, sul fatto che il peacekeeping italiano e l’uso a fini di pace della forza siano due dimensioni separate.

   Sia se prima o poi ci troveremo obbligati a «mettere gli scarponi sul terreno», sia se riusciremo ad evitarlo, in Libia sarà giocoforza anche sparare. Non solo per tutelare i nostri interessi, ma soprattutto per salvaguardare la sicurezza dei nostri militari. Governo, Parlamento ed opinione pubblica farebbero bene a prenderne atto e, se ciò dovesse risultare inaccettabile, pensare a vie alternative prima che sia troppo tardi. (Antonio Armellini)

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MISSIONE IN LIBIA, ITALIA ALLA GUIDA

di Chiara Cruciati, da “il Manifesto” del 2/3/2016

– Nord Africa. Secondo l’israeliano “Debka File”, l’operazione potrebbe partire a fine aprile e sarebbero già in corso addestramenti tra marina egiziana e portaerei De Gaulle. Il Pentagono affida all’Italia la guida della coalizione –

   L’Occidente si affolla lungo le coste libiche. Aumentano le truppe, aumenta la pressione militare. Dopo le rivelazioni di Le Monde riguardo la partecipazione dei soldati francesi agli scontri via terra a Sabratha e Bengasi, Parigi manda la portaerei De Gaulle di fronte alle spiagge libiche.

   Lo rivela Debka File, sito di informazione militare israeliano: sarebbero in corso addestramenti congiunti con la marina egiziana, che nel Canale di Suez impiega la fregata Tahya Misr, dotata di sistema missilistico antiaereo. Torna così a galla, prepotentemente, il ruolo del Cairo, burattinaio del generale Haftar e di conseguenza del riottoso parlamento di Tobruk.

   E all’Italia l’ordine arriva direttamente dal Pentagono: lunedì Ashton Carter ha dato la benedizione alla formazione di una coalizione guidata da Roma che si lanci in una nuova avventura libica. Il segretario alla Difesa Usa ha detto che Washington «appoggerà con forza» l’Italia che «si è offerta di assumere la guida in Libia». Ovvero la guida di una coalizione che intervenga contro l’avanzata dello Stato Islamico e metta in sicurezza i giacimenti petroliferi.

   Su questo punto Carter ammette le riserve libiche: «Ai libici non piace l’idea di un intervento esterno straniero e che qualcuno entri nel paese per prendersi il petrolio. Ma quando il governo sarà nato, speriamo presto, chiederà l’aiuto internazionale».

   La conferma è giunta ieri dal ministro degli Esteri Gentiloni: «Il livello di pianificazione e di coordinamento tra i diversi sistemi di difesa su un possibile contributo alla sicurezza della Libia è a un livello molto avanzato che va avanti da parecchie settimane». L’Italia, ha aggiunto, è pronta ad intervenire su richiesta del nuovo governo libico.

   Richieste ufficiali o meno, siamo già sul piede di guerra: da oltre un mese l’Italia ha messo a disposizione degli Usa la base di Sigonella per lanciare azioni contro l’Isis. Azioni meramente «difensive», specifica il governo di Roma senza spiegare però cosa significhi auto-difesa nel caso di un gruppo jihadista che opera in un altro paese. Così si è giunti, senza autorizzazione né internazionale né tantomeno libica, al RAID SU SABRATHA DEL 19 FEBBRAIO.

   In più, come spiega al Wall Street Journal il generale Bolduc, comandante delle forze speciali Usa in Africa, a Roma è già stato inaugurato il CENTRO DI COORDINAMENTO DELLA COALIZIONE.    L’operazione è già sul tavolo. Le fonti militari citate da Debka File raccontano di una campagna in fieri e vicina alla sua definizione: «Le navi da guerra egiziane si sono spostate nel Mediterraneo dopo che il presidente francese Hollande e l’egiziano al-Sisi sono avanzati nei piani di attacco congiunto con l’Italia alle postazioni Isis in Libia. I tre poteri si sono accordati per lanciare l’offensiva tra fine aprile e maggio».

   Intanto la Germania è pronta ad inviare in Tunisia, dice il governo di Tunisi, unità speciali che addestrino le truppe libiche a combattere l’Isis. E, notizia di ieri, la Gran Bretagna ha mandato 20 uomini ad addestrare i militari tunisini alla sorveglianza della frontiera con la Libia e ad impedire sul campo l’infiltrazione di miliziani islamisti.

   Il fronte Parigi-Roma-Il Cairo potrebbe fare da testa d’ariete dell’intervento occidentale, bramato da molti e in stallo per le difficoltà dei parlamenti di Tobruk e Tripoli a trovare un accordo definitivo sul governo di unità nazionale. A frenare è soprattutto Tobruk, l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale, che non ha ancora dato l’ok alla proposta mossa dal premier designato al-Sarraj.

   Anzi, ieri per la seconda volta in due settimane non si è espresso per mancanza del quorum necessario al voto. Non sono pochi quelli che immaginano che dietro ci sia il boicottaggio del generale Haftar e quindi del Cairo, intenzionati ad ottenere maggiore influenza sul governo che nascerà.

   Se ad aprire le danze in Libia sarà il cane a tre teste (francese, egiziana italiana), si prefigura un radicamento dello speciale rapporto che lega il nostro paese al generale golpista al-Sisi. A farne le spese potrebbero essere le indagini sulla brutale uccisione di Giulio Regeni, già ostacolate dalle autorità egiziane.

   Sul piano internazionale le preoccupazioni riguardano il possibile tracollo della Libia se costretta a subire un nuovo intervento internazionale: il primo spazzò via il sistema istituzionale del paese, scoperchiando il vaso di Pandora di poteri tribali, paramilitari, secessionisti, islamisti. E il secondo non promette nulla di buono: difficile che chi ha combinato il pasticcio ora ci metta una pezza.

   Più probabile che la capacità attrattiva dei gruppi jihadisti trovi nuova linfa e che le svariate autorità che gestiscono un paese a pezzi ostacolino l’accidentato percorso verso la stabilizzazione. (Chiara Cruciati)

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LIBIA DOPO GHEDDAFI, QUELLO CHE C’È DA SAPERE SUL PAESE DOVE REGNA IL CAOS

di Mirko Bellis, da http://www.fanpage.it/, 24/2/2016

– La caduta del regime di Gheddafi ha creato una situazione di instabilità che favorisce gli estremisti islamici. Ecco chi si contende il potere in Libia oggi –

   Quando Muammar Gheddafi fu trascinato fuori da un condotto dell’acqua nella sua città natale di Sirte e poi sommariamente giustiziato dalle forze ribelli nell’ottobre del 2011, gran parte del mondo pensò che si sarebbe disegnato un nuovo futuro per la Libia dopo la fine di una dittatura durata 42 anni.

   In realtà, il vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime di Gheddafi ha creato una situazione di insicurezza che non solo continua a minacciare la regione, ma che ha anche implicazioni più ampie nella lotta globale contro l’estremismo islamista.

   Il dopo Gheddafi ha portato il Paese nel caos dove le milizie armate si sono impossessate di varie zone del paese. La Libia è divisa tra due governi rivali e due parlamenti: la Camera dei Rappresentanti a Tobruk – riconosciuta dalla comunità internazionale – e il Congresso Generale Nazionale con sede a Tripoli, sostenuto dalla coalizione filo-islamista di Alba Libica.

   Dopo più di un anno di guerra civile le due autorità che si contendono il potere non riescono ancora ad approvare il nuovo governo di unità nazionale. Un accordo mediato dalle Nazioni Unite e firmato da entrambe le parti a metà dicembre del 2015 ha dato una breve barlume di speranza svanito in appena un mese.

   Secondo gli accordi conclusi l’anno scorso, il governo libico dovrebbe essere presieduto dal deputato di Tobruk, Fayez al Sarraj, affiancato da tre vicepresidenti rappresentanti delle tre aree geografiche della Libia: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Nonostante le pressioni internazionali e gli inviti del nuovo inviato dell’Onu in Libia, Martin Kobler, il momento della nascita di un governo libico sembra non arrivare ancora.

   Anche se la maggioranza dei membri dei due parlamenti ha annunciato pubblicamente di appoggiare il piano proposto dalle Nazioni Unite, una minoranza di deputati – sia a Tripoli che a Tobruk – si oppongono alla votazione del nuovo governo di transizione. La votazione prevista ieri al parlamento di Tobruk è saltata per mancanza del numero legale. “Il quorum richiesto (89 parlamentari) non è stato raggiunto ed il presidente della camera ha interrotto la sessione”, ha detto il deputato Mohamed al-Abbani.

   La lentezza del processo politico preoccupa sempre di più le cancellerie occidentali. Un governo legittimo infatti potrebbe dare la necessaria autorizzazione al sempre più imminente intervento occidentale contro gli jihadisti dello Stato islamico. Di fronte a questo ennesimo rinvio, l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Kobler ha affermato: “Sono preoccupato per le numerose segnalazioni di minacce e intimidazioni verso alcuni membri della Camera dei rappresentanti. Questo è inaccettabile”.

   Secondo molti osservatori internazionali, uno degli ostacoli più grandi alla normalizzazione della Libia è rappresentato dal generale Haftar che, forte delle recenti vittorie a Bengasi, sta cercando in tutti i modi di condizionare la formazione del nuovo governo.

   Per capire la personalità e le intenzioni di questo militare può essere d’esempio lo scambio di tweet avvenuto oggi tra l’inviato delle Nazioni Unite e lo stesso generale: Ma chi è il generale Khalifa Belqasim Haftar? Il generale aiutò Gheddafi nel colpo di stato del 1969 che portò alla caduta del re Idris e alla fine della monarchia in Libia. Fu nominato Capo di stato maggiore dell’esercito ma poi cadde in disgrazia dopo essere stato catturato durante la guerra contro il Ciad nel 1987.

   Nel 1990 si stabilì negli Stati Uniti per due decenni. Nel 2011 è tra i protagonisti della rivolta che ha spodestato Gheddafi divenendo uno dei principali comandanti ribelli nell’est del Paese. L’anno scorso è stato nominato capo delle forze armate dal parlamento di Tobruk. Le azioni militari del generale Haftar sono state spesso condannate dal governo di Tripoli. Il premier del Congresso Generale Nazionale, Khalifa al-Ghweil, ha più volte promesso di “vendicare” i raid dell’aviazione su Ajdabiya e Bengasi, definiti da Tripoli come “un atto criminale”.

   Il generale Haftar vorrebbe altre armi per condurre la sua lotta contro gli estremisti islamici. Il generale infatti ha chiesto la fine dell’embargo sulle armi che ancora pesa sulla Libia. La mancanza di armamento adeguato è stata, secondo il capo dell’esercito libico, una delle cause dell’avanzata dei jihadisti dello Stato islamico.

   Come accaduto in altri Paesi arabi, l’assenza di un governo legittimo ha permesso ai gruppi terroristi di prosperare. I miliziani dello Stato islamico e quelli di Al Qaeda – rappresentati in Libia da Ansar al Sharia – nel corso degli ultimi anni sono riusciti a controllare una parte sempre maggiore di territorio.

   Per lo Stato islamico, la Libia ha un valore strategico rilevante. Dalla fine del 2014, l’Isis è riuscita a creare tre wilayat o distretti: Tarablus lungo la costa occidentale; Fezzan nel sud-ovest e Barqah a est. A Sirte – la città natale di Gheddafi – i jihadisti hanno stabilito la loro roccaforte. Secondo un rapporto degli Stati Uniti, lo Stato islamico in Libia può contare fino a 5mila uomini. Nel Paese nordafricano inoltre l’organizzazione terrorista controlla i traffici di contrabbando della rotta sub-sahariana.

   La Libia viene usata come un importante terreno di reclutamento di combattenti stranieri provenienti dai Paesi vicini (principalmente Tunisia, Algeria, Egitto ma anche Sudan, Nigeria e Ciad). L’azione di sabotaggio degli estremisti dell’Isis si è concentrata anche sulla produzione di petrolio. In gennaio hanno attaccato i due maggiori stabilimenti di estrazione del greggio libici ad Al-Sidra, Es Sider e Ras Lanuf nel golfo della Sirte.

   I proventi del petrolio in Libia sono pari al 60 per cento del PIL. Dal 2013 la produzione di greggio è caduta da 400mila a 362mila barili al giorno e le perdite per le casse della compagnia libica sono di 68 miliardi di dollari (circa 63 miliardi di euro). I livelli di produzione attuali sono ormai lontani dai 1,61 milioni di barili al giorno estratti nel 2011 prima della rivolta contro Muammar Gheddafi.

   Per Al Qaeda, la Libia è da sempre un focolaio di reclutamento. Uno dei suoi ex leader, Abu Yahya al-Libi, era un cittadino libico. Le città di Derna e Bengasi (in Cirenaica, est della Libia), sono state solide basi di sostegno per il gruppo terrorista che, ancora oggi, può contare su numerosi appoggi. La Brigata dei Martiri di Abu Salim – che controlla Derna – e Ansar al-Sharia – il gruppo che ha realizzato nel 2012 l’attacco contro il consolato degli Stati Uniti a Bengasi – sono entrambe alleate di Al Qaeda.

   Dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, l’organizzazione ha ampliato la sua base operativa nel deserto sud-occidentale della Libia, stabilendo strette alleanze con le tribù nomadi tuareg.

   Nella lotta per il potere non deve essere neppure sottovalutata la figura di Ibrahim Jadran, giovane ex rivoluzionario e comandante dei reparti posti a protezione dei giacimenti petroliferi in Cirenaica. Jadran, formalmente avversario degli islamisti, è stato recentemente accusato dal presidente della compagnia petrolifera nazionale (NOC, National Oil Corporation), Mustafa Sanalla, di avere come obiettivo la destabilizzazione della Libia.

   In caso di una divisione territoriale del Paese, Jadran a capo di un “esercito” di 27mila uomini, potrebbe decidere di fondare un proprio “emirato petrolifero” con l’appoggio della sua tribù Magharba. E intanto la Libia senza un governo nazionale, dove ogni milizia rappresenta un centro di potere autonomo, sprofonda nel caos ogni giorno che passa. (Mirko Bellis)

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A ROMA LA “WAR ROOM” ANTI-ISIS CHE GUIDERÀ LE AZIONI IN LIBIA

da “la Stampa” del 2/3/2016

– Nel centro di coordinamento della coalizione si studia l’intervento – Il ministro Gentiloni: la pianificazione è a un livello molto avanzato –

   A saper leggere tra le righe, il ministro Roberta Pinotti l’aveva detto in Parlamento il 24 febbraio: «Stiamo coordinando la formazione della forza di sicurezza e stabilizzazione libica che dovrà intervenire quando sarà formato un governo». Per capire che cosa volesse dire, occorre leggere un’indiscrezione riportata dal «Wall Street Journal» a margine di un’intervista al generale Donald Buluc, comandante per le operazioni delle forze speciali statunitensi in Africa: è già operativo a Roma un COALITION COORDINATION CENTER, in sigla CCC, un comitato di coordinamento della coalizione che combatte l’Isis.

   Il CCC è una «war room» in piena regola dove si pianifica l’intervento, dove si fanno simulazioni, e da dove, in futuro, si guideranno le azioni. Il cervello delle operazioni è a Roma, dunque. Come confermava indirettamente il ministro statunitense della Difesa, Ash Carter, due giorni fa: «L’Italia, essendo così vicina, si è offerta di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza». Nel frattempo è giunta la conferma ufficiale del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Il livello di pianificazione e di coordinamento è a un livello molto avanzato e va avanti da parecchie settimane».

   I piani, comunque, sono pronti. Il perimetro della coalizione, anche: ne faranno parte italiani, francesi, inglesi, americani, forse anche olandesi.

   Anche la road map politico-diplomatica che porterà all’intervento è nota: prima si deve insediare un governo sotto l’ala delle Nazioni Unite, che però tarda a vedere la luce, dopodiché Tripoli dovrà chiedere assistenza militare, e a quel punto si partirà.

   Per Gentiloni questi passaggi non si possono saltare. «La comunità internazionale è pronta a intervenire, ma solo di fronte ad una richiesta del governo libico. Questa la condizione. Non mi farei troppo influenzare da fremiti e tamburi interventisti».

   C’è sul tavolo, infatti, un’ipotesi subordinata. Se i libici non dovessero trovare l’accordo, comunque qualcosa succederà per frenare l’espansione dell’Isis. Però l’Italia invita alla cautela. A raffreddare lo slancio in avanti è proprio Renzi, che ieri sera al Tg1 ha rilasciato una dichiarazione piena di cautele: «Abbiamo un rapporto solido con gli Usa. Ma prima di partire in missione occorre mettere in atto tutti i tentativi per formare un governo». Le opposizioni unite chiedono intanto al governo di presentarsi in Parlamento a riferire.

   C’è da intendersi, però, su che cosa prevedono i piani d’intervento su cui si lavora nella «war room» a Roma. Di sicuro NON CI SARÀ UN’INVASIONE DELLA LIBIA, BENSÌ UNA GUERRA SEGRETA, AFFIDATA A REPARTI SPECIALI – in stretto coordinamento con le milizie armate libiche a cui è demandato il lavoro sporco, ovvero la bonifica del loro Paese da foreign fighters e accoliti del Califfato – con l’appoggio di raid aerei occidentali.

   In questo senso, è più intelligibile l’accordo italo-statunitense del mese scorso sull’uso di droni armati di stanza a Sigonella, a protezione del personale militare schierato contro l’Isis. Personale statunitense, italiano e non solo.

   Della presenza sul campo di forze speciali americane, francesi e britanniche ci sono ormai fin troppe segnalazioni. L’Italia non schiera nessuno, salvo personale di intelligence. Le forze speciali degli eserciti Nato, però, sono straordinariamente amalgamate dopo la guerra di Afghanistan. E da qualche tempo, in vista delle operazioni libiche, hanno anche preso ad addestrarsi assieme in Italia.

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ALI RAMADAN ABUZAAKOUK, II MINISTRO DI TRIPOLI: OK A GUIDA ITALIANA MA OGNI AZIONE VA CONCORDATA CON NOI

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2016

– Ali Ramadan Abuzaakouk è il ministro degli Esteri della coalizione di milizie e forze politiche ispirate all’ideologia dei Fratelli Musulmani di Tripoli –

TRIPOLI – «A noi va anche bene che l’Italia assuma il ruolo di leader dell’intervento internazionale nella guerra contro le forze emergenti dell’lsis in Libia. Ma attenzione: occorre che qualsiasi azione militare nel Paese sia minuziosamente concordata con il nostro governo a Tripoli e le nostre forze militari sul campo. Se così non fosse, qualsiasi tipo di operazione si trasformerebbe da legittima battaglia contro il terrorismo a palese violazione della nostra sovranità nazionale». È un vero e proprio appello quello che lancia al governo Renzi il ministro degli Esteri della coalizione di milizie e forze politiche ispirate all’ideologia dei Fratelli Musulmani, ALI RAMADAN ABUZAAKOUK.

   Ci riceve per quasi due ore nella lobby luminosa del Bab Al Bahar hotel, sul lungomare della capitale. Ha tempo per condividere anche le sue memorie delle vacanze giovanili, quando percorreva in autostop la nostra penisola, prima di fuggire negli Stati Uniti per evitare la persecuzione della polizia segreta di Gheddafi.

   Il suo messaggio comunque non cambia: «Occorre capire se l’Italia, il Paese europeo che per storia e tradizione ci è più prossimo, ora sceglie di lavorare con noi, oppure contro».

Ci può spiegare come mai restano ancora tante difficoltà per un governo di unità nazionale? Non pensa che lo scontro interno tra Tripoli e Tobruk non fa altro che aiutare la diffusione dell’lsis?

«Il problema sta nelle modalità e nello stile scelto dai due delegati delle Nazioni Unite, prima Bernardino Leon e adesso Martin Kobler, nel designare quel governo. Le colpe più gravi sono di Leon, che sin dall’inizio ci ha imposto le sue mosse, ha rifiutato il confronto e ha sempre preferito Tobruk. Un anno fa non capivamo il motivo di tanta ostilità. Poi abbiamo compreso: Leon lavorava per gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono Tobruk, e adesso che ha lasciato l’Onu gli hanno persino offerto un impiego con uno stipendio di circa 50 mila euro mensili. Lo scorso autunno speravamo che Kobler, il successore, finalmente ci ascoltasse. Ma questi ha subito affermato che nulla sarebbe cambiato, anzi ha continuato con la stessa politica».

Per esempio.

«Come Leon, Kobler si è rimangiato la parola data. Per esempio, le prime intese prevedevano due vice-premier nel gabinetto unitario e adesso ne impongono addirittura sei. Non capiamo però come mai anche la diplomazia italiana si schieri con tanta veemenza a sostenere gli errori dei responsabili Onu».

Forse perché è l’unico gioco vero sul tavolo. Non credete anche voi nella necessità dell’unità libica?

«Certo che ci crediamo. Ma non al prezzo di accettare un finto premier e un finto gabinetto privi di alcuna legittimità. Finti leader che neppure vivono in Libia».

Lei crede che l’Isis vada combattuto con ogni mezzo?

«L’Isis è un cancro pericolosissimo per la Libia e la regione intera, che comprende l’Italia. Vorrei però aggiungere che le prime a batterlo sul campo sono state le milizie islamiche moderate. A Dema, dove le formazioni legate ai Fratelli Musulmani sono particolarmente attive, la popolazione si è ribellata e ha scacciato Al Qaeda e Isis; un capo militare di Tobruk, è invece quel generale Khalifa Haftar che fu uomo di Gheddafi e oggi dimostra di collaborare con gli ex fedeli del dittatore, che guarda caso stanno cooperando con Isis a Sirte e le altre roccaforti del vecchio regime».

Ma l’emergenza non dovrebbe farvi superare le differenze?

«Noi siamo a favore del dialogo diretto con Tobruk, anche se continuiamo ad insistere che Haftar non può avere alcun futuro nella Libia unificata. E comunque occorre non esagerare: l’Isis resta circoscritto alla regione di Sirte».

Eppure si espande nel Sud, colpisce a Sabratha, Bani Walid, ha cellule a Tripoli e Bengasi.

«Un conto è compiere attentati e un altro il controllo territoriale. Il fatto che l’Isis sia in grado di infliggere massacri a Parigi non significa che la occupi. Le autorità francesi non sono state in grado di evitare che la loro capitale fosse vittima di attacchi gravissimi. Per noi la cosa è ancora più complessa, siamo in una situazione di grave destabilizzazione postrivoluzionaria. In più Egitto, Emirati Arabi Uniti e altre forze regionali lavorano con i nostri nemici. Eppure, le nostre brigate di Alba Libica si stanno impegnando. Una settimana fa abbiamo subito 43 morti e 120 feriti per scacciare Isis da Sabratha».

Proprio a Sabratha potrebbero trovarsi i 4 tecnici italiani della Bonatti rapiti nel luglio scorso presso il terminale di Melita. Ha notizie?

«Ci sono contatti, negoziati. In un primo tempo si era parlato di una banda locale di criminali comuni a caccia di riscatti. Ma non ho dettagli precisi. Noi siamo comunque sempre pronti a collaborare con Roma per facilitare la loro liberazione. È nostro pieno interesse favorire le attività dell’Eni e delle altre aziende italiane in Libia». (Lorenzo Cremonesi)

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ITALIANI, ANDIAMO IN GUERRA. TRA LIBIA NEL CAOS DELL’ASSURDO E GIOCHINI SAUDITI IN LIBANO

di Mauro Bottarelli, 3/3/2016, da www.rischiocalcolato.it/

   Non so se è chiaro ma siamo in guerra. Contro chi? Apparentemente, l’Isis. La certezza è che ormai il Rubicone è stato varcato e se in Francia hanno avuto almeno la decenza di interpellare il Parlamento per inserire lo stato di emergenza (e quindi i poteri speciali all’esecutivo) in Costituzione, qui apprendiamo le cose a mezzo stampa dal Corriere della Sera.

   Il quale ci ha fatto sapere che il presidente del Consiglio ha firmato un decreto che definisce i contorni dell’operazione italiana in Libia. Si tratta di un decreto, ovviamente secretato, composto di 5 articoli, uno dei quali riguarda il fatto che sarà l’AISE, cioè i servizi segreti per la sicurezza esterna, a dirigere le missioni delle UNITÀ SPECIALI MILITARI.

   Le quali sono già pronte, visto che una cinquantina di incursori del COL MOSCHIN partiranno per il Paese nordafricano per prendere contatto con gli agenti dei servizi segreti francesi e inglesi già presenti. Per il resto, ordinaria amministrazione: chi opererà avrà infatti licenza di uccidere e impunità per eventuali reati. In pratica, Matteo Renzi nelle situazioni di crisi all’estero può autorizzare, attraverso il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, i servizi segreti ad avvalersi delle forze speciali. Insomma, sarà Palazzo Chigi a pianificare e monitorare le loro missioni. Dio ci aiuti.

   Ci sono poi quelle scocciature delle procedure costituzionali. Il governo, da un punto di vista formale, dice infatti di attendere la formazione di un governo di unità nazionale in grado di richiedere l’intervento della comunità internazionale (gli Usa ne formeranno uno stile Kiev rapidamente, penso), mentre per l’eventuale missione di “peace enforcement” sono già pronti 3mila soldati, per inviare i quali in Libia servirà però un passaggio in Parlamento. Verdini ha già fatto indossare la mimetica ai suoi, tranquilli. Al netto dell’ironia, un altro segnale ci dice che le cose stanno precipitando rapidamente.

   Il timing della morte dei due tecnici dell’azienda di costruzioni Bonatti uccisi durante un blitz delle forze speciali libiche contro l’Isis, che a quanto pare li teneva in ostaggio e li avrebbe usati come scudi umani. Proprio ora, dopo otto mesi di prigionia. Casualmente, pochi giorni dopo che il capo del Pentagono, Ashton Carter, aveva dichiarato che la prossima missione militare in Libia avrà guida italiana. Di fatto, parrebbe sia lui il capo delle nostre forze armate, vista la rapidità del governo nello scrivere il decreto. La risposta preventiva a questa incoronazione non ha tardato a farsi sentire, forse. E col sangue innocente di due lavoratori.

   Ora occorre capire, ammesso che la versione ufficiale sia confermata dalla Farnesina, se questo atto sia da leggersi come uno “state alla larga” da parte di alcune fazioni libiche, visto che gli Usa hanno chiesto all’Italia di sbilanciare il suo ruolo di leadership verso un rapporto con il Parlamento di Tripoli, il più islamista, oppure come un “non provate a tirarvi indietro”. Resta il fatto che ormai ci siamo dentro fino al collo. In cosa, precisamente?

   In un caos politico-militare pericolosissimo, e tutto finalizzato a un’unica priorità: salvaguardia e controllo del petrolio libico. Direte voi, non c’è petrolio a Sirte? Vero ma l’isis ha scelto quest’area per il semplice fatto che era la più semplice da conquistare senza dare nell’occhio, visto che se anche le tribù locali erano fedeli a Gheddafi, non ci hanno messo molto a dialogare con Ansar al-Sharia, la quale a sua volta non ha disdegnato rapporti di non belligeranza con Daesh.

   Sul finire del 2015, i miliziani del Califfato hanno attaccato i DUE HUB PETROLIFERI DI ES SIDER E RAS LANUF, a est di Sirte: il primo è il più grande terminal per l’export petrolifero del Paese (450mila barili al giorno) e il secondo un’area di raffinazione e deposito dei tank di stoccaggio, alcuni dei quali colpiti proprio durante le offensive.

   Ma l’Isis ora ha ampliato le sue mire e punta dritto ai GIACIMENTI PRODUTTIVI DEL DESERTO DEL SUD. In un video di propaganda, il messaggio era chiaro: “Oggi Es Sider e Ras Lanuf e domani il porto di Brega e poi i porti di Tobruk, Es Serir, Jallo e al-Kufra”.

   Ed ecco cosa rende la missione in Libia non più prorogabile: a detta di tutti gli analisti, infatti, una volta che l’Isis avrà messo piede nella mezzaluna petrolifera del Sud, saremo al punto di non ritorno. E l’Isis si è già assicurato la rotta verso la mezzaluna conquistando la città desertica di NUFALIYA, a 50 chilometri da Es Sider. In gioco, tanto per capirci, ci sono 48 miliardi di barili di riserve stimate, le più grandi d’Africa. Con le sole incursioni aeree non si fa nulla, sarebbero il corrispettivo di un cerotto per tamponare l’amputazione di un braccio. Servono i mitici boots on the ground.

   Ma non basta, perché a rendere ancora più pericolosa e farsesca la situazione c’è il fatto che in Libia non ci sono solo due governi ma, soprattutto, due NOC. Ovvero, l’acronimo di NATIONAL OIL CORPORATION. Con il Paese senza un governo centrale, amministrare le risorse naturali – attualmente un quarto di quanto fossero sotto Gheddafi, tanto per capire il potenziale – appare impresa titanica. Bene, a farlo ci sono la NOC dell’Est amministrata dal governo in esilio di Tobruk, quello internazionalmente riconosciuto e una NOC dell’Ovest gestita dal governo di Tripoli, con cui le grandi aziende petrolifere straniere sarebbero ben felici di fare accordi (a differenza di quella di Tobruk) ma che, disgraziatamente, non è riconosciuta, né legittimata all’estero. Come vedete, in ballo ci sono un sacco di democrazia e diritti umani.

   A peggiorare ancora il quadro, nemmeno fossimo in un dramma del teatro dell’assurdo di Ionesco, ecco che una fonte decisamente accreditata come Foreign Policy ci dice che, a dire il vero, né Tripoli. né Tobruk controllano davvero il petrolio libico. E chi lo fa? Un uomo, al secolo IBRAHIM JADHRAN, un 35enne che è stato leader di una milizia durante la rivoluzione del 2011 (tu guarda le coincidenze) e che è stato nominato comandante delle PETROLEUM DEFENSE GUARDS dal governo transitorio e ancora unito del 2012. Originario della città dell’Est di Ajdabiya, Jadhran fa il bello e cattivo tempo, visto che pare sia lui a chiudere e riaprire a propria discrezione i porti e a bloccare export e salari quando è in disaccordo con entrambi i governi. E non si tratta di un parvenu, perché fu proprio lui e non il governo di Tobruk a chiudere il porto di Zuetina: di fatto, è lui che controlla tutto.

   Insomma, due governi che contano come il due di picche perché il potere sul petrolio è nelle mani di un ex leader miliziano, tanto che lo stesso capo del Consiglio militare di Misurata, Ibrahim Beitemal, ha descritto così la situazione: “Jadhran è un mistero anche per noi. Non abbiamo ancora davvero capito bene chi sia, a parte un ladro di petrolio”. In compenso, si sa che il fratello di Jadhran è un militante dell’Isis e che lo stesso plenipotenziario del petrolio libico avrebbe tentato di offrire un accordo allo stesso Daesh: rinforzi per voi in cambio del controllo su porti e giacimento per me. Tentativo respinto dall’Isis, stando a quanto riporta Middle East Eye.

   Insomma, ecco dove stiamo andando in guerra. Oltretutto, a capo della missione per volontà espressa – ma non imposta, per carità – del Pentagono. Ma andiamo anche a Mosul, roccaforte irachena dell’Isis, per difendere i lavori di ristrutturazione della diga affidati a una ditta italiana. Ovvio, fare i l soldato impone dei rischi, non si può sperare di andare a pattugliare il lungomare di Alassio.

   Il problema è che noi abbiamo anche 1070 militari dislocati in Libano nell’ambito della missione di stabilizzazione UNIFIL e nel trambusto libico di queste ore è sfuggita a molti una notizia riportata dal quotidiano tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten: di fatto, quei simpaticoni dei sauditi starebbero accendendo un’altra miccia geopolitica proprio in Libano, il quale confina con Siria a Nord ed Est e Israele a Sud ma che è soprattutto patria della milizia sciita di Hezbollah.

   Bene, poche ore fa proprio su richiesta dell’Arabia Saudita spalleggiata da Germania e Usa, il Consiglio di cooperazione del Golfo, riunito in Tunisia, ha dichiarato proprio il movimento sciita libanese un gruppo “terroristico”. L’organizzazione che riunisce Arabia, Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman dice di aver compiuto questa scelta a causa delle “azioni ostili della milizia”. Quali? Boh? Hezbollah non ha commentato la notizia ma alla vigilia il suo leader, Hassan Nasrallah, aveva affermato che Ryad ha spinto il Libano verso una nuova fase di conflitto politico, sospendendo gli aiuti all’esercito libanese.

   Un nuovo sviluppo che è un passo molto pericoloso, stando all’analista politico, George Aalam: “C‘è da chiedersi come i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si rapporteranno al governo del premier libanese Salam, che collabora con un movimento considerato terrorista, visto che gli Hezbollah hanno due ministri nel governo di Tammam Salam”.

   Primavera araba in arrivo? La stagione pare quella giusta, manca poco a livello di calendario. Ma scherzi a parte, destabilizzare un Paese simile, calcolando anche l’enorme numero di rifugiati che ospita, significherebbe spalancare le porte dell’inferno in Medio Oriente. Qualcuno ha forse questo in agenda? Il Parlamento, se ancora ha un senso la sua esistenza, chieda a Matteo Renzi di riferire. Subito. (Mauro Bottarelli)

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Guerra in Libia

GLI STATI UNITI ALL’ITALIA: A VOI LA GUIDA

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 1/3/2016 – Il generale Paolo Serra in pole position per il comando dell’eventuale missione –

   Il tempo evidentemente stringe, la pressione degli Stati Uniti per un intervento di tutti gli alleati si fa sempre più pesante. In attesa di una richiesta ufficiale che arrivi dal governo libico, l’Italia mette a punto i piani militari e la trattativa per il Comando entra nella fase cruciale.

   La dichiarazione del segretario alla Difesa americano, Ash Carter è netta: «L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza». Da mesi Palazzo Chigi porta avanti il negoziato in coordinamento con i ministri della Difesa e degli Esteri proprio per ottenere la guida della Coalizione composta da 19 Paesi uniti nella lotta contro l’Isis. E garantisce la propria capacità di entrare in azione in una settimana, affiancandosi a chi è già «in teatro».

La risoluzione Onu

La crisi provocata dall’avanzata delle truppe del Califfato è stata anche al centro del colloqui tra il capo di Stato Sergio Mattarella e il presidente Barak Obama, durante la missione di due settimane fa a Washington. Il Quirinale ha ribadito anche qualche giorno fa — al termine del Consiglio supremo di difesa — la linea di intervenire soltanto nella «cornice» dell’Onu, consapevoli che la risoluzione delle Nazioni Unite è stata già votata nel dicembre scorso. Dunque, bisogna attendere soltanto la richiesta del governo di Tobruk. Dopo il via libera concesso al decollo dei Predator armati dalla base di Sigonella, lo schieramento delle forze in campo è stato delineato. Così come i piani operativi.

Le forze in campo

Le forze armate italiane insistono sulla necessità di essere in prima linea sul campo, evidenziano come francesi e britannici siano già al fianco degli Usa. Rivendicano la necessità di muoversi non soltanto con attività di addestramento del personale libico e di sorveglianza dei siti sensibili e strategici, ma utilizzando i corpi speciali per quelle missioni di intervento segrete che gli alleati stanno già effettuando. Operazioni di intervento affidate ai militari del Comsubin e del Col Moschin. E poi ci sono gli elicotteri da combattimento, le navi già schierate nel Mediterraneo in servizio di pattugliamento per l’emergenza migranti, gli aerei e i sommergibili.

La scelta del generale

Difficile fare previsioni su chi potrebbe essere scelto per la guida, ma qualche indiscrezione già filtra. E tra i nomi in pole position si fa quello del generale Paolo Serra, il consigliere militare dell’inviato dell’Onu Martin Koble che ha grande esperienza sia per quanto riguarda la conoscenza della crisi libica, sia per i precedenti incarichi visto che è stato alla guida della missione Unifil in Libano.

   Potrebbe essere proprio lui l’alto ufficiale scelto per comandare gli oltre 11 mila uomini da impegnare in quella che potrebbe diventare una delle operazioni più imponenti dal punto di vista militare, ma che si preannuncia anche molto delicata proprio per la vicinanza con il nostro Paese e le possibili ritorsioni che potrebbe scatenare da parte dei terroristi dell’Isis. Non a caso i progetti che vengono esaminati in queste settimane si concentrano sugli interventi nel teatro di guerra, ma anche su quelli a protezione degli obiettivi in Italia. (Fiorenza Sarzanini)

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LIBIA, MISSIONI DIRETTE DAI SERVIZI. E SARÀ IL PREMIER A DARE IL VIA

di Giovanni Bianconi, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2016

– Cinquanta incursori pronti a partire. Atti comunque secretati – Confermato l’invio di 3 mila militari se sarà decisa una missione di imposizione della pace – L’Italia si prepara a intervenire in Libia nell’ambito di una «missione militare di supporto su richiesta delle autorità libiche» – Per il via libera a un impegno del nostro Paese non occorre il voto del Parlamento, basta un’informativa del governo alle commissioni Esteri e Difesa Roma metterà a disposizione le basi militari del Sud, compresa Pantelleria –

   Sarà l’AISE, il nostro servizio segreto per la sicurezza esterna, a dirigere le operazioni di unità speciali militari italiane in Libia. La nuova linea di comando è stata decisa con un decreto del presidente del Consiglio dei ministri adottato il 10 febbraio: 5 articoli in tutto, atto secretato, di cui lo stesso Renzi ha discusso con il capo dello Stato pochi giorni fa, durante la riunione del Consiglio supremo di Difesa.

   Il decreto adottato da Matteo Renzi definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

   Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

   I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.

   Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

   Il DIS, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

   Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

   L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza.

    Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere ; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento.

   Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti. (Marco Galluzzo)

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