Le TRIVELLAZIONI IN MARE: IL 17 APRILE UN REFERENDUM SUL FUTURO ENERGETICO – Un Sì ALL’ABROGAZIONE del decreto che autorizza il rinnovo delle concessioni all’estrazioni di gas e petrolio vicino alle nostre coste, permetterebbe un CAMBIO DI PARADIGMA nella politica energetica nazionale

La nave di GREENPEACE Rainbow Warrior vicino alla PIATTAFORMA PETROLIFERA ROSPO MARE B, di proprietà EDISON ed ENI, che si trova al largo di VASTO (Ansa, da “IL POST.IT”)
La nave di GREENPEACE Rainbow Warrior vicino alla PIATTAFORMA PETROLIFERA ROSPO MARE B, di proprietà EDISON ed ENI, che si trova al largo di VASTO (Ansa, da “IL POST.IT”)

   Premesso che il referendum del prossimo 17 aprile è assai improbabile che raggiungerà il quorum (50 + 1 per cento degli elettori) per essere considerato valido, lo stesso vale la pena soffermarsi sul significato culturale, sociale, politico dell’opporsi (secondo noi) alle trivellazioni petrolifere e di gas nei nostri mari, in ambienti assai delicati, di valore naturalistico, prossimi alla costa (entro 12 miglia) e con forte vocazione turistica (ma anche con possibilità di esercitare economie importanti, come la pesca).

   Allora in sintesi è da dire che il prossimo 17 aprile gli elettori italiani saranno chiamati a votare a un referendum richiesto dalle regioni (nove regioni hanno chiesto il referendum: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana.

MAPPA DEI 21 GIACIMENTI ENTRO LE 12 MIGLIA (che se passa il Referendum con il SÌ sarà impedita la prosecuzione dell’attività alla scadenza della concessione attuale con ulteriori rinnovi) (INGRANDIRE L’IMMAGINE)
MAPPA DEI 21 GIACIMENTI ENTRO LE 12 MIGLIA (che se passa il Referendum con il SÌ sarà impedita la prosecuzione dell’attività alla scadenza della concessione attuale con ulteriori rinnovi) (INGRANDIRE L’IMMAGINE)

   Poi troverete negli articoli che seguono in questo post i dettagli di ciò che giuridicamente il referendum (se prevalesse il SI, cioè “sì all’abrogazione” e il quorum fosse raggiunto); ma qui ci interessa sinteticamente dire che giacimenti petroliferi e gassosi (non di grandissime dimensioni) ce ne sono in mare da noi ben 66, e che la maggior parte sono oltre le 12 miglia dalla costa (e questi possono continuare a prescindere dal referendum); che altri si stanno prevedendo sempre “oltre le 12 miglia”, e anche questi il referendum non li intralcia; che invece il prevalere del SI al referendum bloccherebbe le ulteriori concessioni (quando scadranno) dei 21 giacimenti entro le 12 miglia che già ci sono (uno in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia).

LA MANIFESTAZIONE ALL ALTARE DELLA PATRIA - L’OGGETTO DELLA DISCIPLINA MATERIA DEL REFERENDUM DEL 17 APRILE - ART. 6, COMMA 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “NORME IN MATERIA AMBIENTALE”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208. - COMMA 17. “Ai fini di tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, all'interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. IL DIVIETO È ALTRESÌ STABILITO NELLE ZONE DI MARE POSTE ENTRO DODICI MIGLIA MARINE DAL PERIMETRO ESTERNO DELLE SUDDETTE AREE MARINE E COSTIERE PROTETTE, oltre che per i soli idrocarburi liquidi nella fascia marina compresa entro cinque miglia dalle linee di base delle acque territoriali lungo l'intero perimetro costiero nazionale. Per la baia storica del Golfo di Taranto di cui all'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, il divieto relativo agli idrocarburi liquidi è stabilito entro le cinque miglia dalla linea di costa. Al di fuori delle medesime aree, le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai procedimenti autorizzatori in corso alla data di entrata in vigore del presente comma. RESTA FERMA L'EFFICACIA DEI TITOLI ABILITATIVI GIÀ RILASCIATI ALLA STESSA DATA. Dall'entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell'articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239”.
LA MANIFESTAZIONE ALL ALTARE DELLA PATRIA – L’OGGETTO DELLA DISCIPLINA MATERIA DEL REFERENDUM DEL 17 APRILE – ART. 6, COMMA 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “NORME IN MATERIA AMBIENTALE”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208. – COMMA 17. “Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. IL DIVIETO È ALTRESÌ STABILITO NELLE ZONE DI MARE POSTE ENTRO DODICI MIGLIA MARINE DAL PERIMETRO ESTERNO DELLE SUDDETTE AREE MARINE E COSTIERE PROTETTE, oltre che per i soli idrocarburi liquidi nella fascia marina compresa entro cinque miglia dalle linee di base delle acque territoriali lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Per la baia storica del Golfo di Taranto di cui all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, il divieto relativo agli idrocarburi liquidi è stabilito entro le cinque miglia dalla linea di costa. Al di fuori delle medesime aree, le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai procedimenti autorizzatori in corso alla data di entrata in vigore del presente comma. RESTA FERMA L’EFFICACIA DEI TITOLI ABILITATIVI GIÀ RILASCIATI ALLA STESSA DATA. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239”.

   Sia chiaro, per quel che riguarda quei 21 giacimenti in corso: non sono cosa da poco, e il loro impatto è rilevante. Alcuni sono nati negli anni ’70 del secolo scorso, forse con tecnologie ora obsolete: le leggi prevedono che le concessioni abbiano una durata iniziale di trent’anni, prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino all’esaurimento del giacimento. In pratica quest’ultima possibilità (la proroga fino all’esaurimento) è quanto è probabile che accada per questi 21 giacimenti.

   Tutto sommato comunque il referendum poco incide sulle estrazioni di gas e petrolio, sul proliferare delle cosiddette trivelle che sta accadendo non solo in mare ma anche in terraferma in molte regioni. Le ragioni del voto “NO” al referendum dicono che con questa trivellazioni si rende il nostro Paese un po’ meno dipendente “da fuori” sul consumo energetico. Ed è vero: circa un 10% del fabbisogno energetico nazionale viene estratto in casa. le ragioni del “SI” (sì all’abrogazione, sì alla non ulteriore concessione entro le 12 miglia…) sottolinea che il tema è fortemente politico, culturale: cioè trivellare le coste marine per cercare petrolio distoglie attenzione e impegno alla ricerca e produzione di energie alternative, a fonti energetiche rinnovabili.

JEREMY RIFKIN: UN CAMBIO DI PARADIGMA ENERGETICO - Il futuro sta nell’ ‘ENERGIA DISTRIBUITA’ prodotta con FONTI RINNOVABILI e DIFFUSA TRAMITE RETI AMPIE E ORIZZONTALI, sul modello di Internet. E’ la tesi sostenuta dell’economista americano JEREMY RIFKIN. ‘OGNI SINGOLO EDIFICIO PUÒ ESSERE TRASFORMATO IN UNA MICRO-CENTRALE ENERGETICA, spiega Rifkin, divenire una struttura ad energia positiva, che produce più di quanto consuma. Sarebbe una rivoluzione economica, che potrebbe creare milioni di posti di lavoro e migliaia di opportunità di business per le piccole e medie imprese, e riscrivere le regole del mercato immobiliare”. Nella fase successiva, dice Rifkin, ognuno di questi punti potrebbe essere collegato agli altri, andando a formare “un’intergriglia dell’elettricità, un sistema distribuito, condiviso ed orizzontale, come Internet”. La rivoluzione comunicativa si trasformerebbe così in “RIVOLUZIONE ENERGETICA”, aprendo la strada a “UN CAMBIO DI PARADIGMA, dall’interesse personale a quello di specie” e “DALLA GEOPOLITICA ALLA POLITICA DELLA BIOSFERA’.
JEREMY RIFKIN: UN CAMBIO DI PARADIGMA ENERGETICO – Il futuro sta nell’ ‘ENERGIA DISTRIBUITA’ prodotta con FONTI RINNOVABILI e DIFFUSA TRAMITE RETI AMPIE E ORIZZONTALI, sul modello di Internet. E’ la tesi sostenuta dell’economista americano JEREMY RIFKIN. ‘OGNI SINGOLO EDIFICIO PUÒ ESSERE TRASFORMATO IN UNA MICRO-CENTRALE ENERGETICA, spiega Rifkin, divenire una struttura ad energia positiva, che produce più di quanto consuma. Sarebbe una rivoluzione economica, che potrebbe creare milioni di posti di lavoro e migliaia di opportunità di business per le piccole e medie imprese, e riscrivere le regole del mercato immobiliare”. Nella fase successiva, dice Rifkin, ognuno di questi punti potrebbe essere collegato agli altri, andando a formare “un’intergriglia dell’elettricità, un sistema distribuito, condiviso ed orizzontale, come Internet”. La rivoluzione comunicativa si trasformerebbe così in “RIVOLUZIONE ENERGETICA”, aprendo la strada a “UN CAMBIO DI PARADIGMA, dall’interesse personale a quello di specie” e “DALLA GEOPOLITICA ALLA POLITICA DELLA BIOSFERA’.

   Pertanto siamo sempre lì: la mancanza di una visione nuova del futuro e dello sviluppo possibile. Il coraggio di lasciare i vecchi modi in impegno (anche nella ricerca di fonti energetiche), e l’assumere in questo caso come in tanti altri temi importanti un CAMBIO DI PARADIGMA. (s.m.)

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PRO E CONTRO IL REFERENDUM SULLE TRIVELLAZIONI

da IL POST.IT, 8/3/2016, http://www.ilpost.it/

– Per cosa andremo a votare il 17 aprile: si parla degli impianti che esistono già – i nuovi sono vietati in ogni caso – e quelli per il Sì dicono che è un “voto politico” –

   Per la prima volta nella storia della Repubblica, il prossimo 17 aprile gli elettori italiani saranno chiamati a votare a un referendum richiesto dalle regioni, invece che – come di solito avviene – tramite una raccolta di firme. Si tratta del cosiddetto referendum “No-Triv”: una consultazione per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. In tutto le assemblee di nove regioni hanno chiesto il referendum: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Una raccolta di firme per presentare il referendum era fallita lo scorso inverno. L’esito del referendum sarà valido solo se andranno a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto.

Cosa vuole cambiare il referendum – Nel referendum si chiede agli italiani se vogliono abrogare la parte di una legge che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento. Il quesito del referendum, letteralmente, recita:Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Il comma 17 del decreto legislativo 152 stabilisce che sono vietate le «attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi» entro le 12 miglia marine delle acque nazionali italiane. La legge stabilisce che gli impianti che esistono entro questa fascia possono continuare la loro attività fino alla data di scadenza della concessione, che su richiesta può essere prorogata fino all’esaurimento del giacimento. Si parla quindi di permettere o no che proseguano le estrazioni sugli impianti che esistono già.

Un a piattaforma petrolifera in Adriatico
Un a piattaforma petrolifera in Adriatico

La situazione oggi Gran parte delle 66 concessioni estrattive marine che ci sono oggi in Italia si trovano oltre le 12 miglia marine, che non sono coinvolte dal referendum. Il referendum riguarda soltanto 21 concessioni che invece si trovano entro questo limite: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.

   Le prime concessioni che scadranno sono quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta. Le leggi prevedono che le concessioni abbiano una durata iniziale di trent’anni, prorogabile una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione, le aziende possono chiedere di prorogare la concessione fino all’esaurimento del giacimento.

   Se al referendum dovessero vincere il sì, gli impianti delle 21 concessioni di cui si parla dovranno chiudere tra circa cinque-dieci anni. Gli ultimi, cioè quelli che hanno ottenuto le concessioni più recenti, dovrebbero chiudere tra circa vent’anni. In tutto in Italia ci sono circa 130 piattaforme offshore utilizzate in processi di estrazione o produzione di gas e petrolio. Quattro quinti di tutto il gas che viene prodotto in Italia (e che soddisfa circa il 10 per cento del fabbisogno nazionale) viene estratto dal mare, così come un quarto di tutto il petrolio estratto in Italia. Nessuno al momento ha calcolato quale percentuale di gas e petrolio viene prodotta entro le 12 miglia marine, né quanto sono abbondanti le riserve che si trovano in quest’area.

Cosa succede in caso di vittoria dei sì Il referendum non modifica la possibilità di compiere nuove trivellazioni oltre le 12 miglia e nemmeno la possibilità di cercare e sfruttare nuovi giacimenti sulla terraferma: e compiere nuove trivellazioni entro le 12 miglia è già vietato dalla legge. Una vittoria dei sì al referendum impedirà l’ulteriore sfruttamento degli impianti già esistenti una volta scadute le concessioni. Il giacimento di Porto Garibaldi Agostino, per esempio, che si trova a largo di Cervia, in Romagna, è in concessione all’ENI ed è sfruttato da sette piattaforme di estrazione. La concessione risale al 1970 ed è stata rinnovata per dieci anni nel 2000 e per cinque nel 2010. In caso di vittoria del sì, l’ENI potrà ottenere una seconda e ultima proroga per altri cinque: dopo sarà costretta ad abbandonare il giacimento, anche se nei pozzi si trovasse ancora del gas.

Le ragioni di chi è favore del Sì Secondo i vari comitati “No-Triv”, appoggiati dalle nove regioni che hanno promosso il referendum e da diverse associazioni ambientaliste come il WWF e Greenpeace, le trivellazioni andrebbero fermate per evitare rischi ambientali e sanitari.

greenpeace-trivelle-roma

   I comitati per il No ammettono che per una serie di ragioni tecniche è impossibile che in Italia si verifichi un disastro come quello avvenuto nell’estate del 2010 nel Golfo del Messico, quando una piattaforma esplose liberando nell’oceano 780 milioni di litri di greggio, ma sostengono che un disastro ambientale in caso di gravi malfunzionamenti di uno degli impianti sia comunque possibile.

   Alcuni aderenti ai comitati per il Sì hanno anche parlato dei danni al turismo che avrebbero arrecato le piattaforme. È importante sottolineare, però, che IL REFERENDUM NON IMPEDIRÀ NUOVE TRIVELLAZIONI (che sono già vietate) né la costruzione di nuove piattaforme, ma solo lo sfruttamento di quelle già esistenti. Inoltre, il legame tra piattaforme e danni al turismo non è stato dimostrato chiaramente. La regione con il più alto numero di piattaforme, l’Emilia-Romagna, è anche una di quelle con il settore turistico più in salute. La Basilicata, la regione del sud più sfruttata per la produzione energetica, è stata una di quelle che negli ultimi anni hanno visto crescere di più il settore turistico.

   Questa settimana Greenpeace ha pubblicato uno studio realizzato dall’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca, che mostra come tra il 2012 e il 2014 ci siano stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia. Non sembra però che i valori fossero particolarmente preoccupanti.

   Gli stessi promotori del referendum sottolineano che l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il referendum. LA RAGIONE PRINCIPALE, SPIEGANO, È “POLITICA”: DARE AL GOVERNO UN SEGNALE CONTRARIO ALL’ULTERIORE SFRUTTAMENTO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI E A FAVORE DI UN MAGGIOR UTILIZZO DI FONTI ENERGETICHE ALTERNATIVE.

   Come è scritto sul sito del coordinamento “no-triv”:

«Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana»

Le ragioni di chi è a favore del No Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS. Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di gas e petrolio offshore è un modo sicuro di limitare l’inquinamento: l’Italia estrae sul suo territorio circa il 10 per cento del gas e del petrolio che utilizza, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni.

   Una vittoria del sì avrebbe poi delle conseguenze sull’occupazione, visto che migliaia di persone lavorano nel settore e la fine delle concessioni significherebbe la fine dei loro posti di lavoro. Nella provincia di Ravenna il settore dell’offshore impiega direttamente o indirettamente quasi settemila persone.

   L’aspetto “politico”, infine, è una delle principali ragioni per cui il referendum è stato criticato. Il referendum, secondo gli “Ottimisti e razionali”, è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili. Il referendum, dal loro punto di vista, somiglia più a un tentativo di alcune regioni – che hanno reso possibile la consultazione – di fare pressioni sul governo in una fase in cui una serie di leggi recentemente approvate e la riforma costituzionale in discussione stanno togliendo loro numerose autonomie e competenze, anche in materia energetica.

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GREENPEACE SVELA L’INQUINAMENTO DELLE TRIVELLE NEI MARI ITALIANI

da http://www.greenstyle.it/, 8/3/2016

– Greenpeace svela l’inquinamento delle trivelle nei mari italiani. Pubblicato dall’associazione ambientalista il rapporto “Trivelle fuorilegge”, nel quale resi noti i dati dei ministeri in merito all’inquinamento derivato dalle operazioni di trivellazione delle oltre trenta apparecchiature in funzione in Italia per le estrazioni offshore. –

   L’impatto sull’ambiente derivato dalle trivelle influenza i mari italiani, secondo il rapporto diffuso da Greenpeace, attraverso la diffusione di “sostanze chimiche inquinanti e pericolose”. Questo inquinamento si ripercuoterebbe anche sulle specie viventi che abitano aree come ad esempio l’Adriatico, dove le rilevazioni su cozze e sedimenti prossimi alle piattaforme offshore mostrerebbero concentrazioni oltre i limiti di legge.

Ecoturismo: benessere e natura in Italia valgono più di 2 miliardi

Il settore del turismo sostenibile raggiunge un valore di più di 2 miliardi di euro in Italia, molto ricercati i luoghi che garantiscono benessere fisico e mentale.

Secondo le rilevazioni, realizzate da ISPRA, elaborate da Greenpeace sono stati superati i limiti previsti dalla legge, per la presenza di una singola sostanza chimica, nel 79% dei casi nel 2014 (76% nel 2012 e 73,5% nel 2013). Livelli oltre il consentito per almeno due sostanze chimiche nel 67% dei casi nel 2012, nel 71% durante 2013 e di nuovo nel 67% dei campioni nel 2014. Criticità anche per quanto riguarda la presenza di inquinanti nelle cozze. Come ha sottolineato Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace:

Il quadro che emerge è di una contaminazione grave e diffusa. Laddove esistono dei limiti fissati dalla legge, le trivelle assai spesso non li rispettano. Ci sono contaminazioni preoccupanti da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani.

Nei pressi delle piattaforme monitorate si trovano abitualmente sostanze associate a numerose patologie gravi, tra cui il cancro. La situazione si ripete di anno in anno ma ciò nonostante non risulta che siano state ritirate licenze, revocate concessioni o che il Ministero abbia preso altre iniziative per tutelare i nostri mari.

È intervenuto sul tema anche Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace, che ha sottolineato come questi dati confermino l’importanza del referendum anti-trivelle del 17 aprile 2016:

Con questo rapporto dimostriamo chiaramente che chi estrae idrocarburi nei nostri mari inquina, e lo fa oltre i limiti imposti dalla legge senza apparentemente incorrere in sanzioni o in divieti. Quel che a nessun cittadino sarebbe concesso, è concesso invece ai petrolieri, il cui operato è fuori controllo, nascosto all’opinione pubblica e gestito in maniera opaca. Sono motivi più che sufficienti per spingere gli italiani a partecipare al prossimo referendum sulle trivelle del 17 aprile, e a votare Sì per fermare chi svende e deturpa l’Italia.

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TRIVELLE, LA CGIL CONTRO IL REFERENDUM: “RISCHIAMO POSTI DI LAVORO”

di Luca Pagni, da “la Repubblica” del 9/3/2016

– Il segretario dei chimici della Cgil, Emilio Miceli, prende posizione: “Di petrolio e gas ci sarà ancora bisogno, si rischia di perdere posti di lavoro”. Ma la Cgil in Basilicata va controcorrente. –

“In un mondo attraversato dall’ombra della guerra e con il rischio di un coinvolgimento fortissimo dell’Italia, sarebbe un errore strategico, fatale per il nostro paese vietare l’estrazione di idrocarburi”. A poco più di un mese dal referendum, il fronte dei “trivellatori” trova un nuovo alleato. Con un intervento pubblicato nelle pagine dei commenti del quotidiano “Unità”, il segretario nazionale dei chimici della Cgil, Emilio Miceli, prende nettamente posizione contro il referendum. E lo fa con una serie di argomentazioni di carattere politico-economico, dietro alle quali è comprensibile leggere tutte le preoccupazioni del sindacalista per la possibile perdita di posti di lavoro.

   Miceli lo sostiene senza girarci troppo intorno. Partendo dal presupposto che nell’Adriatico le estrazioni si faranno lo stesso anche se verranno impedite in Italia (in Croazia, Montenegro e Grecia sta già avvenendo), il segretario della Filctem sostiene che ci saranno “imprese che chiuderanno i battenti” con “emigrazione verso altri lidi di frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche che rischiamo di perdere, insieme a migliaia di posti di lavoro dell’indotto, nelle quali primeggiamo perché è un lavoro che sappiamo fare, una volta tanto tra i primi nel mondo”.

   Ma non c’è solo l’aspetto occupazionale. C’è anche quello politico a sostegno della posizione contro il referendum. Miceli, nel suo intervento, sostiene che siamo ancora lontani “dal superamento dell’energia da fonte fossile”. Detto in altri termini, di gas e petrolio c’è ancora bisogno e siccome si può estrarlo in Italia perché ricorrere alle importazioni che sarebbero più costose? “Noi speriamo che gli impegni presi a Parigi vengano rispettati, perché il mondo è malato e si stente l’urgenza di una inversione di rotta che ha bisogno di nuove tecnologie per avverarsi. Ma possiamo permetterci un disarmo unilaterale?”

   Così, Miceli arriva a sostenere, di fatto, alcune decisioni del governo Renzi su grandi opere di interesse nazionale, con le quali ha affidato al potere centrale più competenze rispetto al passato: “E’ giusto affidare temi complessi come quello dei titoli concessori utili alle estrazioni di petrolio e di gas a uno strumento come il referendum? E’ legittimo – conclude il suo ragionamento il sindacalista della Cgil – diffondere il dubbio che l’Italia sia un paese nel quale, oggi per la burocrazia e domani per il costo dell’estrazione, non convenga investire perché è un Paese a legislazione emotiva e quindi è bene guardare fuori dal perimetro nazionale?”

   Ma non tutti nella Cgil la pensano allo stesso modo. In Basilicata, il sindacato guidato da Susanna Camusso si è espresso a favore dei referendari: “Le trivellazioni, il petrolio, le fonti fossili – si legge in un documento approvato da tutte le segreterie lucane della Cgil – rappresentano un passato fatto di inquinamento,  dipendenza energetica, interessi e pressioni decisionali delle lobby, conflitti, devastazione ambientale e della salute, cambiamenti climatici. Noi vogliamo – si legge ancora – un futuro basato sull’efficienza energetica e le fonti rinnovabili distribuite, un’economia sostenibile e equa, la piena occupazione e la democrazia partecipativa. Vogliamo che il nostro Paese acceleri la transizione energetica, si doti di un piano industriale strategico per lo sviluppo sostenibile e di un piano per la decarbonizzazione che contribuisca a realizzare l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5° sancito nell’accordo della conferenza sul clima di Parigi”.

   Il perché della contraddizione all’interno della Cgil è spiegabile: a livello nazionale le preoccupazioni con la possibile riduzione di investimenti e quindi di posti di lavoro complessivi, mentre a livello locale la Cgil deve tener conto delle proteste per lo sfruttamento della Val d’Agri dove si trovano i più grandi giacimenti di idrocarburi d’Europa sulla terraferma. Da tempo le polemiche riguardano il fatto che i giacimenti non hanno portato quei benefici al territorio della Basilicata, sotto forma di occupazione e royalties.

   Il referendum, ricordiamo, si terrà il 17 aprile per proporre “l’abrogazione della norma che concede di protrarre le concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia dalla costa italiana fino alla vita utile del giacimento. Se il referendum approverà l’abrogazione, le concessioni giungeranno alla scadenza prevista.

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IN MARE MA ANCHE IN TERRAFERMA: SONO 326 LE AUTORIZZAZIONI

– Perforazioni: ecco la mappa delle trivelle – Comprese le isole Tremiti e Pantelleria. In Lombardia sono stati accordati 15 permessi su terreni estesi 4 mila chilometri quadrati –

di Virginia Piccolillo, da “il Corriere della Sera” del 3/3/2016

   Dalle isole Tremiti a Isola Capo Rizzuto. Da Santa Maria di Leuca a Pantelleria. Anche al largo di Venezia. Nei nostri mari, e nelle nostre campagne, c’è un grande aumento delle ricerche di petrolio. A leggere il documento del ministero dello Sviluppo Economico che il 31 dicembre ha assegnato le concessioni alle ricerche e allo sfruttamento, ci si trova di fronte a 90 permessi di ricerca per la terraferma e 24 per i fondali marini.

   Poi ci sono 143 concessioni per «coltivazioni» di idrocarburi già individuati a terra e 69 in mare. Ma non è soltanto la quantità del territorio quanto la qualità dei fondali e delle porzioni di territorio che faranno da teatro alle ricerche che genera allarmi e polemiche. «Per le ricerche di fronte alle isole Tremiti, uno dei gioielli ambientali più importanti d’Europa, ricche di biodiversità marina, è stato concesso un permesso alla Proceltic Italia srl per 5 euro e 16 centesimi al metro quadrato. Un totale di 1.928,292. Nemmeno duemila euro l’anno», denuncia il verde Angelo Bonelli, in prima linea contro quello che definisce «l’assalto delle lobby petrolifere». Sobbalza il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano: «Occorre spiegare perché a largo delle Tremiti. Trivellare il nostro mare è una vergogna e una follia». Amaro il commento del sindaco delle Tremiti, Antonio Fentini: «Se questo serve a risanare il bilancio dello Stato…».

   Le Regioni interessate avevano presentato sei referendum per fermare la prima fase di questa caccia al tesoro che coinvolge società a volte anche piccole che in caso di scoperta dei giacimenti si rivenderanno a caro prezzo i proventi dei contratti di concessione. È sopravvissuto soltanto quello contro le ricerche entro le 12 miglia dalla costa.

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TRIVELLE, ANCHE TRANSUNION PETROLEUM RINUNCIA ALLE RICERCHE DI IDROCARBURI IN MARE. NO TRIV: “EFFETTO REFERENDUM”

di Luisiana Gaita, 8/3/2016, da “Il Fatto Quotidiano”

– La decisione arriva dopo “il rigetto della parte residua delle istanze di permesso” presentate dalla società, sulla base delle nuove norme della legge di Stabilità, che fissa un limite di 12 miglia per le nuove attività di prospezione. E’ la terza multinazionale a tirarsi indietro dopo Petroceltic e Shell Italia –

   Un’altra multinazionale del petrolio getta la spugna: dopo Petroceltic e Shell Italia questa volta tocca alla società inglese Transunion Petroleum. Che rinuncia alle ricerche di gas e petrolio nel Golfo di Taranto e nel Canale di Sicilia. Una decisione che arriva in seguito al rigetto parziale delle istanze da parte del ministero dello Sviluppo economico, in attuazione della legge di Stabilità. Con il nuovo limite delle 12 miglia dalla costa per le nuove istanze il via libera era arrivato, ma con un notevole ridimensionamento delle aree interessate. La Transunion Petroleum ha fatto i suoi conti e ha scelto di non dare corso al procedimento autorizzativo.

LA TERZA MULTINAZIONALE CHE GETTA LA SPUGNA – La notizia è scritta nero su bianco sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (Buig): “Il direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche ha disposto il rigetto della parte residua delle istanze di permesso di ricerca, presentate dalle Società Transunion Petroleum Italia”. Questo perché la società non ha comunicato il proprio interessamento al prosieguo del procedimento amministrativo nei modi e nei termini indicati dalla comunicazione di ‘Rigetto parziale e riperimetrazione’ del 29 gennaio scorso. Ecco il nodo. A inizio anno, infatti, in conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità (e quindi del limite delle 12 miglia per le nuove attività petrolifere), il Mise ha dovuto procedere con una riperimetrazione delle aree per le quali era stata chiesta l’istanza. In totale sono 27 le istanze riviste dal Mise in attuazione della nuova normativa.

I DUE PROCEDIMENTI CHIUSI – La società inglese nel Canale di Sicilia, a Sud di Gela, aveva presentato un’istanza di ricerca che riguardava un’area di 496 chilometri quadrati, ma si era vista rilasciare il permesso solo per una zona che si estendeva dalla città di Rosario Crocetta fino a Pozzallo per oltre 70 chilometri. Chiuso anche il procedimento aperto in seguito a un’altra istanza per permesso di ricerca nel Golfo di Taranto e nel Mar Ionio. Inizialmente interessava un’area di circa 623 chilometri quadrati al largo di Policoro, ridotti poi a 197 dopo la riperimetrazione. “La riperimetrazione è stata la conseguenza dell’entrata in vigore della legge di Stabilità – afferma Domenico Sampietro, del Coordinamento Nazionale No Triv – in cui il Governo era stato costretto, sotto la minaccia del referendum, a inserire una norma per il ripristino del divieto di nuove attività petrolifere nelle zone marine poste a meno di 12 miglia marine dalle linee di costa e dalla aree naturali protette”.

I NO TRIV: “È L’EFFETTO REFERENDUM” – “La rinuncia della Transunion Petroleum dimostra che la campagna contro le trivellazioni sta sortendo l’effetto sperato – commenta il Coordinamento Nazionale No Triv – anche se i comitati pro-Triv vogliono farci credere che la decisione non sia collegata al referendum del 17 aprile”. Ancora di più perché arriva dopo le decisioni di Petroceltic e la Shell, che vantavano rispettivamente un permesso di ricerca al largo delle Isole Tremiti e due istanze nel Golfo di Taranto. E sul referendum “stiamo lavorando per portare al voto la maggioranza degli italiani – dichiara Stefano Pulcini, del Coordinamento Nazionale No Triv – e per dire forte e chiaro al Governo che il vento è cambiato”.

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Vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/11/10/un-mare-di-trivelle-la-ricerca-di-gas-e-petrolio-mette-in-pericolo-coste-terraferma-e-mari-italiani-lestrazione-di-idrocarburi-entro-le-dodici-miglia-marine-e-lo-stato-che-si-da-piu-pote/

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mappa trivelle
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2 thoughts on “Le TRIVELLAZIONI IN MARE: IL 17 APRILE UN REFERENDUM SUL FUTURO ENERGETICO – Un Sì ALL’ABROGAZIONE del decreto che autorizza il rinnovo delle concessioni all’estrazioni di gas e petrolio vicino alle nostre coste, permetterebbe un CAMBIO DI PARADIGMA nella politica energetica nazionale

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