IL MURO TURCO DELL’UNIONE EUROPEA CONTRO I MIGRANTI – La rotta balcanica si chiude con il respingimento dei migranti e un’improbabile censimento di “veri profughi” – CHE FARE del disastro mediorientale e del Sud del Mondo in squilibrio tra guerre civili, integralismi religiosi e sottosviluppo?

Profughi siriani e migranti dalla Turchia arrivano su una spiaggia di MITILENE sull’isola di Lesbo, nel nordest della Grecia. (Thanassis Stavrakis/ Ap/Ansa) (DA INTERNAZIONALE) - 84.882 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO dal primo gennaio al 17 marzo 2016 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 144.149; in Italia, 11.912). Fonte: Unhcr, Onu
Profughi siriani e migranti dalla Turchia arrivano su una spiaggia di MITILENE sull’isola di Lesbo, nel nordest della Grecia. (Thanassis Stavrakis/ Ap/Ansa) (DA INTERNAZIONALE) – 84.882 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO dal primo gennaio al 17 marzo 2016 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 144.149; in Italia, 11.912). Fonte: Unhcr, Onu

   Mentre l’isola di LESBO va svuotandosi di profughi dopo l’accordo siglato a Bruxelles tra i 28 Paesi dell’Unione europea e il Governo di Ankara, la sorte di chi fugge dalle guerre resta ancora confusa e piena di rischi. L’accordo dell’Unione Europea con la Turchia prevede la chiusura della frontiera ai migranti di IDOMENI (al confine tra Grecia e Macedonia) (chiusura sancita dal 20 marzo scorso) con il ritorno in Turchia di tutti i migranti entrati irregolarmente in Europa attraverso la Grecia (in primis appunto dall’isola di Lesbo) e che sono valutati attualmente, “fermi” nella rotta Balcanica, in circa 70mila.

L'ISOLA GRECA DI LESBO (segnata in rosso) A RIDOSSO DELLA TURCHIA (da Wikipedia) - 500.018 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO nel 2015 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 856.723; in Italia, 153.842) Fonte: Unhcr, Onu
L’ISOLA GRECA DI LESBO (segnata in rosso) A RIDOSSO DELLA TURCHIA (da Wikipedia) – 500.018 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO nel 2015 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 856.723; in Italia, 153.842) Fonte: Unhcr, Onu

   L’impegno di solidarietà europeo, di contrappeso al provvedimento crudele di blocco della rotta balcanica, è che per ogni immigrato senza permesso che viene riportato indietro, un rifugiato sarà ammesso attraverso canali umanitari. In pratica chi deve (dovrebbe) tornare sui suoi passi dal nord della Grecia (Idomeni, al confine “bloccato” macedone), dovrebbe accettare di trasferirsi in campi profughi (della Turchia) attrezzati per essere identificato e per rientrare nel programma di ricollocamento se riconosciuto in modo ufficiale con lo status di “rifugiato”. Ricollocamento graduale chiaramente, non per tutti.

   Un impegno di non semplice realizzazione che aggiunge incertezza e preoccupazione in una situazione già complicata: ora sono in molti a temere un controesodo, se non addirittura deportazioni di massa verso un Paese, la Turchia, che ha dimostrato anche recentemente gravi carenze nel rispetto dei diritti umani.

IDOMENI - DOPO IL MAR EGEO, L ISOLA DI LESBO, A IDOMENI IN GRECIA AL CONFINE CON LA MACEDONIA SI INTERROMPE DEFINITIVAMENTE LA ROTTA BALCANICA - 49% è la percentuale dei siriani sbarcati in tutta la Grecia dal primo gennaio di quest'anno. Il 26% degli arrivi è rappresentato da afghani, il 16% da iracheni. Seguono iraniani (3%) e pakistani (3%). Fonte: Unhcr, Onu
IDOMENI – DOPO IL MAR EGEO, L ISOLA DI LESBO (nel cerchio azzuro qui più grande), A IDOMENI IN GRECIA AL CONFINE CON LA MACEDONIA SI INTERROMPE DEFINITIVAMENTE LA ROTTA BALCANICA – 49% è la percentuale dei siriani sbarcati in tutta la Grecia dal primo gennaio di quest’anno. Il 26% degli arrivi è rappresentato da afghani, il 16% da iracheni. Seguono iraniani (3%) e pakistani (3%). Fonte: Unhcr, Onu

   Alla Turchia andranno 6 miliardi di euro per la gestione dei DUE MILIONI E MEZZO DI MIGRANTI ATTUALMENTE PRESENTI NEL PAESE E PER I RIMPATRI DEGLI OLTRE 70 MILA SIRIANI CHE ERANO RIUSCITI A RAGGIUNGERE LA GRECIA: effettivamente una situazione assai gravosa quella turca per lo “spostamento” in particolare dei tantissimi profughi siriani fuggiti dalla guerra.

   E l’Europa, che non vuol rischiare di avere campi profughi stabili nei Paesi aderenti, né mostra disponibilità ad inserire nelle proprie comunità persone venute dalla guerra e dalla fame (a parte la lodevole politica di questi ultimi mesi della cancelliera tedesca Angela Merkel), preferisce pagare lautamente la Turchia perché faccia il “lavoro” poco gradito di gestire l’esodo di masse di persone (famiglie, bambini…) che hanno perso tutto, non hanno più niente. Con il piccolo e improbabile impegno di “collocare” nella UE 70mila profughi dalla Turchia, se profughi saranno riconosciuti in questo status (ma è probabile che la cosa non sarà semplice che avvenga).

PASQUA TRA I PROFUGHI DI IDOMENI: POLIZIA SCHIERATA, RABBIA E TENSIONI (da “la Stampa.it” del 27/3/2016) - Alcuni migranti si sono ammassati nel campo per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la falsa notizia di un’apertura del confine -
PASQUA TRA I PROFUGHI DI IDOMENI: POLIZIA SCHIERATA, RABBIA E TENSIONI (da “la Stampa.it” del 27/3/2016) – Alcuni migranti si sono ammassati nel campo per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la falsa notizia di un’apertura del confine –

   Pertanto chi è in Grecia ora, stando all’accordo, dovrà essere condotto in Turchia. E’ quasi del tutto sicuro che, ammesso che la cosa riesca (la deportazione in Turchia), da lì cercherà nuove strade per I’Europa, ancora una volta affidandosi a trafficanti di esseri umani. Nei giorni scorsi una proposta del partito radicale italiano, non passata del tutto inosservata alla diplomazia internazionale e al governo italiano, suggeriva di stringere un accordo bilaterale Italia-Grecia per evitare che queste oltre 40mila persone cadano nelle mani dei trafficanti. Riconoscendo, una volta in Italia, ai profughi provenienti dalla Grecia una protezione umanitaria temporanea così da concedere un permesso di soggiorno regolare. Insomma non si può lasciare al loro destino tutte quelle persone ferme ora in Grecia (70mila?), magari deportandole con la forza verso la Turchia (cosa disumana ma anche in ogni caso difficile che avvenga); e lasciandole in mano ai trafficanti che potrebbero trasportarle verso le vicine coste pugliesi in uno status di irregolari cui non si saprà ben che fare, che risposta dare.

23 marzo 2016: IDOMENI, LA PROTESTA DEI BAMBINI: "APRITE IL CONFINE" - Nei pressi di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, i migranti hanno bloccato un'autostrada per protestare contro la chiusura della frontiera. In prima fila i bambini, con cartoni e scritte sul viso che invitano ad aprire il confine. Alcuni di loro si sono sdraiati sull'asfalto, insieme agli adulti per causare il blocco del traffico (da “la Repubblica”) - 40% è la percentuale dei bambini migranti sbarcati a LESBO tra il primo gennaio e il 29 febbraio 2016. II 23% è costituito da donne, il 37% da uomini. Fonte: Unhcr, Onu
23 marzo 2016: IDOMENI, LA PROTESTA DEI BAMBINI: “APRITE IL CONFINE” – Nei pressi di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, i migranti hanno bloccato un’autostrada per protestare contro la chiusura della frontiera. In prima fila i bambini, con cartoni e scritte sul viso che invitano ad aprire il confine. Alcuni di loro si sono sdraiati sull’asfalto, insieme agli adulti per causare il blocco del traffico (da “la Repubblica”) – 40% è la percentuale dei bambini migranti sbarcati a LESBO tra il primo gennaio e il 29 febbraio 2016. II 23% è costituito da donne, il 37% da uomini. Fonte: Unhcr, Onu

   Intanto LESBO è diventata un inferno. L’isola candidata al Nobel della pace (è a soli dieci chilometri dalla Turchia: e dalla Turchia verso Lesbo, uomini, donne e bambini sono in questi anni partiti in fuga da guerra e povertà – solo nel 2015 sono stati 500mila migranti profughi e richiedenti asilo passati per Lesbo -), con l’accordo della Ue con la Turchia per cercare di fermare l’esodo, l’isola è diventata dicevamo un inferno da cui persino Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) e Medici senza frontiere preferiscono andarsene, per non rendersi complici del caos e dell’abbandono a se stessi di bambini, donne, uomini.

   Una brutta pagina della nostra storia (ma è possibile che non possiamo fare qualcosa di concreto per porvi rimedio?) (s.m.)

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DA VENEZIA A IDOMENI: DIARIO DI VIAGGIO

A cura di Riccardo Bottazzo, da http://www.veneziatoday.it/blog/ del 28/3/2016

“La polizia ostacola gli attivisti a Idomeni, poi lascia il passo. Tra gli applausi dei profughi”

Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di polizia
Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di polizia

   Stavolta è stata dura. Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di poliziotti in assetto antisommossa. Vietato proseguire.

   “Una sorpresa davvero inattesa – commenta Rolando Lutterotti, attivista del Loco di Mestre – Ieri abbiamo distribuito i giocattoli, saponi e i vestiti per bambini senza nessun problema. Oggi che siamo venuti a portare medicinali, scarpe, vestiti per uomini e donne, ci dicono che non è possibile proseguire con la scusa che potremmo innescare rivolte. La verità è che in Europa, oramai, è diventato illegale fare la cosa giusta come aiutare chi ha bisogno. Ma, divieto o no, noi continueremo a fare quello che va fatto”. 

   Per cinque ore, attivisti e poliziotti si fronteggiano. Le ragazze e i ragazzi di #Overthefortress aprono le scatole del materiale e depongono centinaia di paia di scarpe e pacchi di medicinali davanti al cordone delle forze dell’ordine per far vedere che la loro unica volontà è quella di portare gli aiuti dentro il campo e di non tornare in Italia con i camion ancora pieni. Anche per una questione di rispetto dei tantissimi cittadini che hanno contribuito alla raccolta del materiale.

   Sono le due e un quarto del pomeriggio, quando la polizia greca, considerata la determinazione dei giovani, decide improvvisamente di sgomberare e di lasciare il passo. I camion entrano nel campo tra gli applausi dei profughi e cominciano a distribuire il materiale. Operazione non facile, che viene comunque ultimata nel migliore dei modi a sera inoltrata.

   Intanto arrivano notizie che nella vicina Salonicco, i fascisti di Alba Dorata e gli integralisti ortodossi hanno inscenato una manifestazione contro i migranti esibendo teste di maiale mozzate. Le associazioni e i movimenti di sinistra hanno organizzato una contro manifestazione ma la situazione, qui, come in tutta la Grecia è tesa. La Grecia di Tsipras, quella che aveva aperto la porta a molte, troppe, speranze in tutta Europa. Come sia accaduto questo, me lo spiega un attivista greco per i diritti che incontro nel campo e che a Syriza aveva creduto. “Tsipras o non Tsipras, la democrazia in Grecia è oramai stata commissariata. E così come da noi, è in tutta Europa. I Governi o obbediscono alle banche o non governano. Altrimenti non si spiega la stipula di accordi come quello con la Turchia che violano apertamente i diritti umani. Accordi inconcepibili solo pochi anni fa”. (Riccardo Bottazzo*)

(*Riccardo Bottazzo, giornalista professionista veneziano. Ha lavorato con i giornali dell’Espresso, la rivista Carta e il quotidiano ambientalista Terra. Si occupa di ambiente e di movimenti dal basso. Ha scritto reportage dall’Iraq, e dalla Tunisia durante la primavera araba, dal Chapas zapatista e da altri Paesi dell’Africa e del medio oriente. E’ direttore di EcoMagazine e collabora a siti come FrontiereNews, GlobalProject, MeltingPot.“)

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L’ULTIMA SPIAGGIA

di Federica Tourn, da “FAMIGLIA CRISTIANA” del 27/3/2016

– L’isola di LESBO è a dieci chilometri dalla TURCHIA: da lì, uomini, donne e bambini partono in fuga da guerre e povertà. Siamo stati nell’isola mentre veniva raggiunto l’accordo con la Ue per cercare di fermare l’esodo –

LESBO – Sono rimasti ad aspettare tutta la notte, lo sguardo fisso al mare. Sulla spiaggia, al freddo, con il vento che fa schioccare la tenda alle loro spalle e disperde il fumo e le braci del fuoco, acceso per segnalare la loro presenza e scaldare ogni tanto un pentolino d’acqua per il caffè. Sono i volontari che ogni notte si incontrano qui a CAMP FIRE – come è soprannominato questo tratto di spiaggia vicino all’aeroporto – per essere pronti a dare il primo soccorso ai rifugiati in arrivo. Nell’oscurità si intravedono soltanto le luci verdi e rosse delle navi di FRONTEX che pattugliano questo tratto di costa.

   SIAMO A LESBO, ESTREMO CONFINE D’EUROPA: a dieci chilometri c’è la Turchia, da cui ogni notte uomini, donne e bambini partono nella speranza di raggiungere la Grecia e farla finita con la guerra, la fame, la povertà. Con il buio si eludono più facilmente i controlli della Guardia Costiera turca, perché i radar non intercettano queste imbarcazioni fragili, costruite apposta per durare il tempo di una traversata, il motore dato in mano a uno qualunque dei passeggeri, anche se non ha mai visto il mare.

   Ed eccolo, infine, il gommone, alle prime luci dell’alba: è carico di bambini, si sentono grida, qualcuno applaude mentre i bagnini si tuffano per trainarlo a riva. In pochi minuti si riversano sulla spiaggia uomini in lacrime, donne e anziani sorretti dai soccorritori; i più giovani, pieni d’adrenalina, esultano per avercela fatta; i piccoli sono presi in braccio dai volontari. Addosso hanno un giubbotto salvagente di scarto, a volte riempito soltanto da un’anima di cartone. Alcune donne si accasciano senza più energia, altre, le facce stravolte, si affannano in cerca dei figli; c’è persino un neonato fra i nuovi arrivati.

   Si vedono bambini che sorridono nonostante tutto e altri con lo sguardo perso, seduti in disparte, separati dai genitori: uno di loro, avrà quattro anni, non riesce nemmeno a portarsi alla bocca il lecca lecca che gli hanno dato per consolarlo. Le mani ghiacciate, la giacca a vento imbevuta d’acqua, le scarpe fradice, tremano per il freddo: lasciano che i volontari tolgano via gli indumenti bagnati e guardano senza espressione la strana carta dorata delle coperte isotermiche con cui vengono avvolti.

   Tutto si svolge velocemente e in meno di mezz’ora il bus dell’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati dell’Onu, è pronto per portarli all’hot spot di CAMP MORIA, il centro ufficiale di accoglienza, dove verranno registrati e smistati nei diversi campi di transito allestiti dalle organizzazioni non governative (Ong) che operano a supporto delle strutture ufficiali, incapaci – da sole – a garantire un’assistenza adeguata.

   L’ISOLA DI LESBO, per la sua posizione strategica, È IL PRINCIPALE APPRODO PER CHI TENTA DI ENTRARE IN EUROPA: l’anno scorso sono arrivati 500 mila migranti e a metà marzo 2016 siamo già a quota 84 mila.

   Una tragedia umanitaria, inasprita dalla CHIUSURA DELLA FRONTIERA A IDOMENI e dall’ACCORDO APPENA FIRMATO FRA UNIONE EUROPEA E TURCHIA, in vigore dal 20 marzo, che prevede il ritorno in Turchia di tutti i migranti entrati irregolarmente in Europa. Per ogni immigrato senza permesso che viene riportato indietro, un rifugiato sarà ammesso attraverso canali umanitari. Un impegno di non semplice realizzazione che aggiunge incertezza e preoccupazione in una situazione già complicata: ora sono in molti a temere un controesodo, se non addirittura DEPORTAZIONI DI MASSA VERSO un Paese, LA TURCHIA, che ha dimostrato anche recentemente gravi carenze nel rispetto dei diritti umani.

   Nessuno sa che cosa succederà. «Lo sforzo degli operatori umanitari per dare un’assistenza ai rifugiati è enorme ma ci sono delle situazioni che rischiano di diventare critiche», commenta Ludovica Tosolini, ostetrica e presidente della Onlus Mam Beyond Borders, «le donne incinte, per esempio, non vengono monitorate adeguatamente durante la gravidanza. La foto che ha commosso il mondo, del bimbo nato a Idomeni in una tenda, testimonia una realtà drammatica, perché è inaccettabile che nel 2016, in Europa, un bambino nasca in un campo profughi».

   In ogni caso, nessuno sta fermo a Lesbo. A pochi chilometri da MORIA, un intero albergo è stato affittato dalla Caritas greca e messo a disposizione dei profughi, grazie al sostegno economico della Caritas Svizzera. Qui vengono ospitati per due o tre giorni i soggetti più vulnerabili (donne sole con i bambini, anziani, disabili) perché possano riprendersi in un ambiente più confortevole: 88 camere per 215 persone, di cui 70 bambini.

   «I rifugiati arrivano esausti, segnati dallo choc del viaggio, preoccupati per il futuro», racconta Tonia Patrikiadou, la responsabile Caritas del programma: «Diamo loro una prima assistenza medica e psicologica: tutti vorrebbero andare nel Nordeuropa, dove spesso hanno già parte della famiglia, ma la realtà è che, al momento, per molti l’unica possibilità è di fare domanda d’asilo in Grecia».

   Intanto, nel giardino dell’albergo, i bambini vanno sull’altalena mentre gli adulti fumano e cercano di far passare il tempo. «Qualunque Paese va bene, basta avere la possibilità di iniziare una vita dignitosa», dice Nidal. È un ingegnere venuto con moglie e figlio da Idlib, in Siria: ci ha messo quattro anni a raccogliere i soldi per il viaggio, 2.500 euro a persona. «Durante la guerra ho visto di tutto: gente morta di fame, cadaveri in mezzo alla strada. Dopo un po’ non ci fai più caso». La traversata in mare è stata terribile: «Ci hanno obbligati a salire minacciandoci con la pistola, il motore non funzionava e continuava a spegnersi; molti si sono sentiti male».

   Ibrahim invece arriva da Kobane, nel Kurdistan siriano, ed è qui con la moglie, incinta di due gemelli, e due figli piccoli. Sul cellulare mostra le foto di altri tre bambini, che ha dovuto lasciare con il nonno, in Iraq; ma ora la frontiera fra Iraq e Turchia è chiusa e non sa come potranno raggiungerlo. Nonostante tutto, non ha perso la voglia di scherzare: «Mia moglie si chiama Syria – dice – e così, quando mi viene nostalgia, mi dico che ho portato tutto il mio Paese con me». (Federica Tourn)

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IL PATTO TRA EUROPA E TURCHIA

«A BRUXELLES È STATO FIRMATO L’ACCORDO DELLA VERGOGNA»

di Annachiara Valle, da FAMIGLIA CRISTIANA del 27/3/2016-

 – Giudizi negativi da chi i profughi li aiuta in prima persona –

   MEDICI SENZA FRONTIERE bolla severamente l’intesa appena raggiunta tra la Turchia e l’Europa come «l’accordo della vergogna», AMNESTY INTERNATIONAL teme «gravi violazioni dei diritti umani» e «fortemente critica» è anche la posizione della FONDAZIONE MIGRANTES della Conferenza episcopale italiana.

   E così, MENTRE L’ISOLA DI LESBO VA SVUOTANDOSI di profughi dopo l’accordo siglato a Bruxelles tra i 28 Paesi dell’Unione europea e il Governo di Ankara, la sorte di chi fugge dalle guerre resta ancora confusa e piena di rischi.

   ALLA TURCHIA ANDRANNO 6 MILIARDI DI EURO per la gestione dei due milioni e mezzo di migranti giunti nel Paese e per i rimpatri degli oltre 70 mila siriani che erano riusciti a raggiungere la Grecia. Al contempo, un pari numero di profughi che ha diritto a chiedere asilo in Europa dovrebbe essere spostato dalla Turchia verso i Paesi dell’Unione.

   L’accordo si basa sul riconoscimento della Turchia come “Paese terzo sicuro” per i richiedenti asilo. Peccato, però, ricorda il Consiglio italiano per i rifugiati, che «la Turchia mantiene tuttora la limitazione geografica alla Convenzione di Ginevra, un fatto che esclude siriani, iracheni, afghani dal riconoscimento dello status di rifugiato e per questo non può evidentemente essere considerato un “Paese terzo sicuro” dove rinviare persone bisognose di protezione internazionale».

   Intanto, il 20 marzo, domenica delle Palme, in piazza San Pietro papa Francesco ha paragonato la situazione dei migranti a quella di Gesù di fronte a Pilato, perché «nessuno vuole assumersi la responsabilità del loro destino».

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L’antitaliano

IL PATTO CON LA TURCHIA FALLIMENTO D’EUROPA

di Roberto Saviano, da “L’ESPRESSO” del 31/3/2016

– L’accordo sui migranti finirà per favorire il traffico di esseri umani. Ma l’Italia dovrebbe, e può, opporsi. Perché l’accoglienza oggi è un dovere –

   Ad agosto del 2008 fu firmato a Bengasi il trattato tra Italia e Libia e nel 2010 il numero di clandestini che raggiunsero le coste italiane diminuì sensibilmente. Secondo Frontex, dal 2008 al 2009 gli sbarchi calarono del 74 per cento. L’infame accordo tra Gheddafi e Berlusconi chiamato “Trattato di amicizia e cooperazione” prevedeva la costruzione di lager commissionati alla Libia che all’Italia sarebbero costati circa 5 miliardi di dollari in 20 anni, prezzo che fu presentato come risarcimento all’ex colonia.

   Ora assistiamo a un nuovo accordo a Bruxelles tra capi di Stato e di governo europei e Turchia, che riceverà tre miliardi di euro e alcune concessioni politiche in cambio del blocco dei profughi ai confini con l’Europa. Non solo, anche i profughi sbarcati in Grecia saranno condotti in Turchia. E se l’obiettivo è quello di contrastare il traffico di esseri umani, nella pratica si otterrà l’esatto contrario.

   Qualche sera fa ascoltavo “Radio Radicale”: la presidente della Camera Laura Boldrini parlava di generazioni e responsabilità. Ha parlato della generazione che ha combattuto l’ultima guerra mondiale, di quella che ha ricostruito materialmente e moralmente l’Italia, di quella che ha lavorato perché si affermassero diritti senza i quali oggi ci sembrerebbe impossibile poter vivere. Ha parlato delle donne che dopo il 1946 hanno smesso di essere madri e mogli e sono diventate cittadine. Ha ricordato che il matrimonio riparatore e il delitto d’onore sono stati aboliti solo nel 1981. E che solo nel 1996 lo stupro è divenuto reato contro la persona e non più contro la morale.

   Tutto questo ora viene dato per scontato, eppure solo qualche decennio fa un uomo che stuprava una donna, per non essere perseguito, bastava che la sposasse. E un delitto commesso per “vendicare” una relazione extraconiugale poteva godere di sconti di pena.

   Alla mia generazione spetta un compito strano, andare indietro nel tempo per recuperare strumenti che ci tornano utili oggi. Spetta dare seguito alla meravigliosa utopia che alcuni visionari antifascisti confinati a Ventotene nel 1941 mettevano per iscritto: l’utopia di poter davvero costruire un’Europa unita, mentre l’Europa era in guerra. Ed è nel rapporto con i flussi migratori la sfida che la mia generazione deve superare. Sulla stessa linea, il consiglio che Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani, dà a questo governo. Magi sottolinea come, ancora una volta, la logica dell’emergenza abbia prevalso sulla responsabilità e come, di nuovo, si sia appaltato a un paese che non si distingue per democraticità il controllo delle frontiere. PRIMA ALLA LIBIA DI GHEDDAFI, OGGI ALLA TURCHIA DI ERDOGAN.

   Non so Renzi dove trovi il coraggio di dichiarare, a difesa dell’accordo, che nel testo c’è un riferimento esplicito «ai diritti umani, alla libertà di stampa, ai valori fondanti dell’Europa». Magi propone un approccio differente, rispettoso della nostra storia e di quello che abbiamo vissuto come emigranti e come paese che sa accogliere, che ha competenze ma scarsi mezzi.

   Chi è in Grecia ora, stando all’accordo, dovrà essere condotto in Turchia. Da lì cercherà nuove strade per I’Europa, ancora una volta affidandosi a trafficanti di esseri umani. Magi suggerisce di stringere un accordo bilaterale Italia-Grecia per evitare che queste oltre 40mila persone cadano nelle mani dei trafficanti. Suggerisce di riconoscere, una volta in Italia, ai profughi provenienti dalla Grecia una protezione umanitaria temporanea che «permetterebbe il rilascio immediato di un permesso di soggiorno». Muniti di permesso di soggiorno, i rifugiati potranno viaggiare e sarà impossibile poterli respingere.

   È questo l’unico mezzo che l’Italia ha per esercitare pressioni sui paesi europei, per portare attenzione sull’ennesimo fallimento e l’ennesima violazione dei diritti umani. Del resto, conclude Magi, «i fondi enormi destinati alla Turchia sarebbero più che sufficienti per finanziare programmi efficaci di reinsediamento e ammissione umanitaria a livello Ue».

   Non abbiamo scelta. Non possiamo decidere se essere solidali o non esserlo. Dobbiamo accogliere, ne va del nostro futuro. Quello che sta accadendo in Francia, decine di migliaia di persone d’inverno, chiuse in lager, nel fango e in tende fatiscenti, se ce lo avessero raccontato dieci anni fa avremmo stentato a crederlo. C’È STATA UN’ACCELERAZIONE NELLA STORIA CHE HA RESO ACCETTABILI QUESTI ORRORI. Noi, come generazione e in quanto italiani potremmo fare la differenza. Basta avere coraggio e guardare oltre. (Roberto Saviano)

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PASQUA TRA I PROFUGHI DI IDOMENI: POLIZIA SCHIERATA, RABBIA E TENSIONI

da “la Stampa.it” del 27/3/2016

– Alcuni migranti si sono ammassati nel campo per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la falsa notizia di un’apertura del confine –

   Alcuni migranti si sono ammassati nel campo di Idomeni per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la notizia di una possibile apertura del confine. Secondo i media locali presenti nell’accampamento nel nord della Grecia, i rifugiati hanno cominciato ad arrivare fin dalla mattina presto dai campi vicini occupando i binari della ferrovia che attraversa l’accampamento improvvisato. La polizia antisommossa greca è intanto schierata, pronta a intervenire nel caso fosse violata la frontiera. Agenti, attraverso megafoni, stanno avvertendo parlando in arabo e farsi che la frontiera non aprirà e chi intende attraversarla rischierà la vita.

   «Abbiamo sentito che oggi si aprirà il confine e siamo venuti per attraversarlo. Ci hanno detto che ci sarebbe stata la Croce Rossa e 500 giornalisti da tutto il mondo», ha raccontato un giovane siriano arrivato all’alba a Idomeni dal centro di accoglienza di Yiannitsa, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa greca Ampe. Parlando alla stazione televisiva privata Mega, il portavoce dell’unità di gestione delle crisi, Yorgos Kyritsis, ha dichiarato di non escludere che dietro queste voci vi siano persone che vogliono sfruttare le sofferenze dei rifugiati. «Creare aspettative, che potrebbero non verificarsi, tra le persone che soffrono è qualcosa che non dovrebbe essere fatto. Bisogna stare molto attenti con la solidarietà e le organizzazioni non governative devono segnalare quando circolano queste informazioni», ha detto.

   Le proteste di oggi potrebbero mettere a rischio gli sforzi del governo per convincere i rifugiati ad abbandonare Idomeni e a trasferirsi in campi profughi attrezzati per essere identificati e per rientrare nel programma di ricollocamento.

   Venerdì il governo ha inviato una ventina di mezzi nell’accampamento per convincere le 11mila persone che vivono a Idomeni a spostarsi. Questa mattina sono partiti 11 mezzi con circa 600 migranti. La maggior parte, tuttavia, è ancora riluttante a lasciare il campo, nella speranza di riuscire ad attraversare il confine. Kyritsis ha annunciato che da domani gli sforzi per convincere la gente a lasciare la zona raddoppieranno. In totale, il numero di migranti presenti in tutta la Grecia è di circa 50.256 persone, di cui 11.500 solo a Idomeni.

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“NOI PRIGIONIERI A LESBO DIVENTATA UN CARCERE”. ONU E MEDICI SENZA FRONTIERE ABBANDONANO L’ISOLA

di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 24/3/2016

– Le ong lasciano il porto greco: “Dopo l’accordo tra Ue e Turchia al via le deportazioni. Impossibile aiutare i profughi” –

LESBO – «Benvenuto in Europa. Si tolga le stringhe delle scarpe e ce le consegni. Ci dia anche cintura e telefonino, per ora teniamo tutto noi. Declini le generalità, prenda le impronte digitali e poi si accomodi là». Dentro una baracca di poche decine di metri quadri, chiusa a chiave dall’esterno, assieme ad altri trenta compagni di sventura (compresa una anziana in carrozzella), circondata da reti metalliche e filo spinato e guardata a vista dalla polizia 24 ore su 24.

   Qassem, siriano di 39 anni scappato due settimane fa da HOMS, si aspettava un’accoglienza diversa. «È LESBO, vero? Ce l’ho fatta! » ha sussurrato all’alba sul molo di MYTILENE a volontari e giornalisti quando è sbarcato in tuta rossa e infradito dalla guardacoste Andromeda che l’aveva intercettato su un gommone a trecento metri dalla costa. «Vado a MORIA, faccio i documenti e poi parto per ATENE», ha salutato con un sorriso mentre la polizia lo caricava a forza sul pullman.

   Nessuno, purtroppo, ha fatto in tempo ad aggiornarlo sulle novità. Ue e Turchia hanno stretto un patto di ferro per alzare in questo braccio d’Egeo un muro anti-migranti. Lesbo, l’isola candidata al Nobel della pace, il paradiso dei volontari lodato da Angelina Jolie, è diventata un inferno da cui persino Unhcr e Medici senza frontiere (Msf) preferiscono scappare.

   E il campo di MORIA (un «centro d’accoglienza chiuso», l’ha ribattezzato con un ossimoro involontario la Ue) «si è trasformato in una prigione per mille persone – dicono le due organizzazioni – dove noi dal 20 marzo non lavoriamo più». «L’accordo con Ankara – ha messo nero su bianco Msf – potrebbe dar luogo a deportazioni ingiuste e disumane e noi non vogliamo esserne complici».

   E Qassem, che l’ha capito, ha affidato il racconto della sua delusione e del suo brusco impatto con l’Europa a un foglietto in stampatello girato a uno dei pochi osservatori umanitari rimasti nella mini- Guantanamo della Ue.

   «Qui il mondo è cambiato in 72 ore – spiega sconsolato Michele Telaro, responsabile dei 180 uomini di Msf al lavoro sull’isola – Fino a domenica scorsa il campo era solo una tappa lungo il viaggio della speranza dei migranti. Si arrivava, si affrontavano le procedure di riconoscimento e si otteneva il documento provvisorio con cui, pagando i 50 euro del traghetto per Atene, si continuava la fuga da guerra e miseria».

   Ora Moria è diventata il capolinea di questo esodo biblico (un milione gli arrivi a Lesbo da inizio 2015, 4.219 i morti in mare). I 5mila profughi bloccati qui prima del D-Day del 20 marzo, il giorno in cui è entrato in vigore il patto con Ankara, sono stati trasferiti ad Atene. I mille arrivati da allora sono finiti sotto chiave nelle baracche del campo. «Spaventati e senza certezze sul futuro – dice Telaro – visto che nessuno qui, nemmeno noi e i legali, ha capito cosa prevede l’intesa con Erdogan».

   Unica certezza: il 4 aprile partiranno i respingimenti. «E se mi mettono su una nave per rimandarmi in Turchia, giuro che mi butto in mare», dice Yassim Al-Kufhir, ingegnere pakistano ospite di Afghan Hill, il campo gestito dai volontari a due passi Moria.

   Spiros Gallinos, sindaco di Mytilene, è su tutte le furie: «È una situazione kafkiana – dice allargando le braccia – L’Europa ha fatto melina per un anno e mezzo, nascondendo la testa sotto la sabbia. Poi ci ha imposto in 24 ore una decisione senza istruzioni per l’uso». L’assurdo, aggiunge in camera caritatis, è che se parli con Bruxelles sono tutti contenti del successo dell’intesa. Chi puntava a fermare gli sbarchi – fregandosene dei dettagli umanitari – può in effetti fregarsi le mani.

   Salvagenti arancioni, casse d’acqua e coperte termiche ammucchiate sotto le tamerici della spiaggia a sud dell’aeroporto sono inutilizzati da tre giorni. «Fino a domenica qui sbarcavano almeno sei gommoni a notte – racconta Josè Alvarez, pompiere di Siviglia della Ong Proem-Aid che ha fatto l’alba scrutando l’orizzonte con il cannocchiale – Ora, zero. I gatti sono partiti a caccia dei topi». Tradotto: i guardiacoste greci e turchi e le navi Frontex – latitanti negli ultimi due anni – si sono svegliati e hanno alzato un muro invalicabile. Chi prova a passare viene bloccato e riportato a Dikili sull’altra sponda o nella prigione di Moria.

   Isaac Perry, 23enne studente australiano che ha interrotto il sabbatico in Italia per venire a distribuire cibo ai profughi con la Starfish Foundation, ha una sua idea. «Le navi schierate, le incertezze sulle regole per i respingimenti e la metamorfosi di Moria hanno un senso chiaro: spaventare chi vuol tentare la sorte e sfidare lo stesso l’Egeo. I migranti leggono Facebook, il tam-tam funziona. E se non ne arrivano più è colpa (o merito, dipende da come la vedi) di questo terrorismo mediatico».

   Il risultato però «è che a Lesbo, dove fino a pochi giorni fa ero la persona più felice del mondo, adesso mi sembra di vivere un incubo». Il suo timore è quello di tutti. Senza regole scritte e con l’esame delle richieste d’asilo ridotto a una farsa («mancano norme, avvocati e interpreti» dice Telaro), i respingimenti in Turchia rischiano di diventare una tragedia umanitaria per tutti, siriani compresi.

   «Ogni essere umano ha una sua storia – dice Lucia Mayer, 28enne infermiera di Zurigo arrivata qui con papà, mamma e marito – Al pronto soccorso di Afghan Hill ho curato decine di persone con il corpo coperto di cicatrici per la sola colpa di essere cristiani. Come si fa a rimandarli nell’inferno da cui sono venuti? E come si fa a sostenere che la Turchia è un paese sicuro?». Domande che la Ue – alle prese con bombe, populismi e un pugno di elezioni delicatissime – preferisce forse non farsi.

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LA SCELTA DIFFICILE DI MEDICI SENZA FRONTIERE

Francesco Battistini, da “il Corriere della Sera” del 24/3/2016

– Diagnosi, non schedature. Guardie mediche, non guardiani. Portantini, non portaordini. Perché loro sono il Commissariato Onu per i rifugiati, non un commissariato di polizia. Si chiamano Medici senza Frontiere e non lavorano per chi, le frontiere, le rivuole –

   SAVE THE CHILDREN, NON SAVE THE BORDER. Le organizzazioni umanitarie che da sette mesi si smazzano l’emergenza balcanica hanno deciso: VIA DA IDOMENI, BASTA CON LESBO. Resteranno solo per i servizi inevitabili, dare un primo aiuto a chi arriva. Ma stop coi pullman per trasportare la gente, con le forniture d’acqua, coi wc chimici, con le cliniche specialistiche.

   Contestano l’accordo fra Ue e Turchia, «un’operazione d’espulsione di massa che non tiene conto dei bisogni umanitari». Che trasforma i campi greci in «centri di detenzione». Che rende «complici d’un sistema che consideriamo ingiusto e inumano». Che fa una discutibile distinzione fra chi scappa dalle guerre e chi scappa dalla miseria, avanti il siriano e indietro il bengalese, come se Silone non avesse mai detto che le catastrofi sono democratiche perché ci rendono tutti uguali.

   Levano le tende. Anche se i poveracci continueranno a sbarcare e non avranno più nulla da perdere. Anche se nessuno sa quanto resteranno aperti questi campi dove per la disperazione ci si da già fuoco, ci si cuce la bocca, si fa lo sciopero della fame…

   Si dice che gli assenti hanno sempre torto. Rimanere è peggio, ribattono le ong, se la tua missione è aiutare chiunque e senza condizioni. Ci sono dei fregati però, in questa lite: i migranti. I governi che han fatto il patto dovranno far da sé. Pensarci loro, alle tendopoli. Presto, sul serio. Ci sono quattromila bambini abbandonati a una Pasqua di fango. Parafrasando una canzone: Do they know it’s Easter. (Francesco Battistini)

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I MIGRANTI RIMANDATI IN TURCHIA

di Ivo Caizzi, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2016

– Accordo fra Bruxelles e Ankara: l’Europa accoglierà dai campi profughi chi ha diritto all’asilo – Per ogni migrante ripreso sul proprio territorio dal 20 marzo, la Turchia invierà un rifugiato legale da ricollocare in uno dei Paesi dell’Ue. È uno dei punti previsti dall’accordo raggiunto tra Ankara e il consiglio dei 28 capi di Stato e di governo dell’Ue. Ma Ungheria e Slovacchia hanno già anticipato di non voler partecipare. – In cambio la Ue concede fino a 6 miliardi di aiuti e riapre la procedura per l’ingresso nell’Unione –

BRUXELLES Il Consiglio dei 28 capi di Stato e di governo dell’Ue ha superato faticosamente le forti divisioni interne e ha raggiunto un accordo di compromesso con la Turchia, che prevede tre miliardi e alcune concessioni politiche ad Ankara in cambio del blocco dei maxi flussi di profughi siriani e iracheni diretti principalmente in Germania.

   Inoltre tutti i migranti irregolari sbarcati nelle isole elleniche dal 20 marzo saranno riportati sul territorio turco nel rispetto delle normative internazionali. L’obiettivo dichiarato è scoraggiare il ricorso alle organizzazioni criminali impegnate nel lucroso traffico di esseri umani.    Ogni posizione dovrà essere valutata individualmente dalle autorità greche. Non si potrà ricorrere a espulsioni di massa. Sarà possibile appellare il rimpatrio. Per ogni migrante ripreso, la Turchia invierà un rifugiato legale da ricollocare nell’Ue. Ungheria e Slovacchia hanno anticipato di non voler partecipare. Il Vaticano ha protestato tramite il segretario di Stato Pietro Parolin perché di fronte al «grave dramma» di tanti migranti «dovremmo sentire umiliante dover chiudere le porte, quasi che il diritto umanitario, conquista faticosa della nostra Europa, non trovi più posto».

   Nella prima giornata del summit a Bruxelles, conclusa oltre la mezzanotte di giovedì 17 marzo, i 28 leader hanno dato mandato al presidente stabile del Consiglio, il polacco Donald Tusk, di negoziare direttamente con il premier turco Ahmet Davutoglu. La rinuncia di Ankara alla liberalizzazione dei visti per l’Europa, all’accelerazione del processo di accesso all’Ue e al raddoppio degli aiuti (fino a sei miliardi) ha favorito il compromesso. Nel testo restano aperte come possibilità, ma senza garanzie preventive.

   La cancelliera tedesca Angela Merkel, principale promotrice della collaborazione di Bruxelles con il controverso presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha ammesso di non farsi «illusioni» sulle difficoltà di attuare il compromesso soprattutto per «i grossi problemi legali da superare» nel rinvio in Turchia dei migranti. «E’ realistico questo progetto di accordo? — ha commentato il premier Matteo Renzi —. Si, è molto difficile da realizzare. E’ il frutto di discussioni e compromessi. Le prossime settimane, i prossimi mesi, ci diranno se sarà anche realizzato». Renzi ha definito «molto, ma molto complicato» e «né facile né breve» il percorso di eventuale adesione della Turchia all’Ue, che prevede di rispettare «i diritti umani, la libertà di stampa e quei valori fondanti dell’Europa». Il premier italiano ha rilanciato il ricorso ai titoli di debito eurobond per finanziare gli interventi nei Paesi di provenienza dei migranti e ha considerato l’accordo Ue-Turchia un «precedente» applicabile negli Stati africani, da dove partono i flussi diretti sulla costa italiana. La responsabile Esteri dell’Ue, Federica Mogherini, ha sostenuto in una lettera che in Libia ci sarebbe «circa mezzo milione» di migranti pronti a dirigersi verso l’Europa.

   Due casi imbarazzanti sono avvenuti nella conferenza stampa finale del summit. Davutoglu ha criticato il Belgio per aver consentito a un gruppo di curdi, che lui considera terroristi, di dimostrare pacificamente contro le violazioni dei diritti umani in Turchia proprio fuori dalla sede del vertice. Tusk ha replicato definendo «parole esagerate» quelle del premier turco e ha aggiunto che «la libertà di parola è il marchio di fabbrica europeo». Ma il portavoce dello stesso Tusk non ha poi concesso di fare una domanda sull’accordo preventivamente chiesta da Sevgi Akar Cesme, la direttrice dell’edizione in inglese del quotidiano d’opposizione turco Zaman, diventato noto internazionalmente per essere stato trasformato in organo sostenitore di Erdogan con un’irruzione della polizia. (Ivo Caizzi)

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UNO SCAMBIO MISERABILE

di Alessandro Dal Lago, da “IL MANIFESTO” del 19/3/2016

– Lo scambio niente di umanitario. Occhi chiusi sul destino dei profughi –

   Sull’accordo del 18 marzo tra Consiglio d’Europa e Turchia bisogna reprimere un senso opprimente di vergogna. I 28 statisti che governano questo continente di 506 milioni di abitanti hanno negoziato con Davutoglu (cioè con il suo padrone Erdogan) il seguente accordo: l’Europa accetterà 72.000 profughi e ne rimanderà altrettanti dalla Grecia in Turchia. In cambio Ankara ottiene per il momento 3 milioni di Euro per progetti sui migranti (i termini qui sono vaghi per occultare le promesse europee di altro denaro), l’avvio della procedura di ammissione della Turchia alla Ue e una facilitazione, anch’essa vaga, dei visti d’ingresso dei cittadini turchi in Europa.

   Davotoglu ha avuto la faccia tosta di definire questo accordo non un mercanteggiamento ma una questione di «valori». Certo, basta dividere i 3 miliardi ottenuti dalla Turchia per 72.000 e otteniamo poco più di 40.000 euro a persona. Ecco il valore di migranti e profughi per Ankara. E che cosa ne faranno Erdogan e Davutoglu del gruzzoletto? Pasti caldi e comodi alloggi per tutti o magari, con i quattrini risparmiati sui rifugiati, un po’ di armi e di bombe? Bisognerà chiederlo ai curdi.

   Ma accusare la sola Turchia di speculare sull’umanità alla deriva tra Egeo e Macedonia sarebbe ingiusto. Perché i veri mercanti di uomini sono gli stati europei. Come ha scritto la Tageszeitung, 72.000 sono solo gli stranieri arrivati in un anno a Berlino. Una cifra irrisoria se proiettata sull’intero continente. Un numero che non risolve nulla, che lascia le cose come stanno e che serve solo ad alleggerire il peso dell’accoglienza che si è scaricato negli ultimi mesi sulla Grecia. Ora, orde di funzionari, poliziotti e guardie di confine europee invaderanno le isole dell’Egeo per “selezionare” gli stranieri buoni da quelli “illegali”. Per uno che entra, uno deve uscire. È la roulette russa del profugo.

   L’ipocrisia europea ha toccato in questo caso cime abissali. Poiché una recente sentenza della Corte di giustizia prescrive che un profugo possa essere espulso in uno stato terzo solo se questo è “sicuro”. Paese “sicuro”, cioè non specializzato in torture, ecco che alla Grecia basterà riconoscere alla Turchia questa qualifica e, voilà, i giochi sono fatti. La Turchia uno stato “sicuro”? Quella che rade al suolo le sue città abitate dai curdi? Quella che manganella manifestanti a tutto spiano? Quella che chiude i giornali non allineati al regime di Erdogan?

   L’accordo di ieri non ha nulla a che fare con l’umanità, di cui ha parlato qualche tempo fa Frau Merkel. È la risposta miserabile della Ue alle paranoie di Hollande, all’eccezionalismo high brow di Cameron, alle pretese fascistizzanti di Orban, del governo ultra-reazionario di Varsavia, dell’estrema destra tedesca e di tutti gli altri cultori del filo spinato. E anche delle istituzioni finanziarie che ora, se l’emergenza di Idomeni finirà, potranno dedicarsi a spennare ancora un po’ Atene. E probabilmente della Nato, di cui la Turchia è membro irrinunciabile.

   Che fine faranno i 72.000 rimandati in Turchia e tutti gli altri che dovevano essere ricollocati da mesi e vagano tra Sicilia, Calais e chissà dove? Che ne sarà di quelli che arriveranno ora, con la stagione calda, e che sicuramente la Turchia farà passare per spillare ancora quattrini agli europei? Renzi ha dichiarato che la questione dei migranti si risolve in Africa. Bisognerà dirlo agli afghani, agli iracheni e a tutti gli altri che non sono africani, non sono riconosciuti come profughi ed errano in quell’enorme campo minato che si stende tra Istanbul e Kabul, passando per Damasco e Baghdad. Con l’accordo con Ankara l’Europa ha chiuso gli occhi sul loro destino.

   Sì, c’è da vergognarsi di avere il passaporto dell’Unione europea. (Alessandro Dal Lago)

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MIGRANTI, È GIÀ RECORD DI SBARCHI: SONO AUMENTATI DEL 43%

di Vladimiro Polchi, da “la Repubblica” del 24/3/2016

– I flussi accelerano: nel 2016 sulle coste italiane sono arrivati in 14.493 con un forte incremento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La chiusura della rotta balcanica, con la Turchia ‘gendarme’ della frontiera europea, rischia di far esplodere la ‘CENTRAL MEDITERRANEAN ROUTE’: la rotta via mare che dalla Libia approda in Italia –

   Non rallenta l’onda: 14.493 sono i migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2016. Il 43% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I flussi non si fermano, dunque, accelerano. La chiusura della rotta balcanica, con la Turchia a far da gendarme della frontiera europea, rischia di far esplodere la ‘Central Mediterranean route’: la rotta via mare che dalla Libia approda in Italia. Questa la fotografia scattata al 24 marzo 2016.

   I livelli record possibili nel 2016. In base agli ultimi dati del Viminale, i migranti sbarcati dal primo gennaio fino al 24 marzo 2016 sono stati 14.493, rispetto ai 10.128 dello stesso periodo del 2015. Un boom del 43%. E così se il 2015 aveva registrato un lieve flessione negli sbarchi (-9% sul 2014), il 2016 rischia di tornare a livelli record.  Chi è che sbarca sulle nostre coste? Stando ai numeri del Viminale, nel 2016 in testa ci sono i flussi dalla Nigeria (2.426), seguiti dai migranti provenienti da Gambia (1.948 ), Senegal (1.373), Costa d’Avorio, Mali. I primi tre porti d’arrivo sono quelli di Pozzallo (3.344), Augusta (3.043), Lampedusa (2.655).

La Lombardia in testa alla classifica dell’accoglienza. Altro fronte quello dell’accoglienza: 108.521 i migranti ospitati al 24 marzo 2016. La rete in Italia è gestita dal ministero dell’Interno e si articola in: 14 centri di accoglienza (Cpsa, Cda, Cara), 5 centri di identificazione ed espulsione (Cie), 1.861 strutture temporanee, 430 progetti del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Lo Sprar al 24 marzo ospita 20.475 rifugiati, gli altri 88mila sono distribuiti nelle altre strutture. Tra le regioni, in tesa resta sempre la Lombardia con oltre 14mila presenze, seguono Sicilia (oltre 12mila), Lazio (oltre 8mila), Campania, Veneto. In fondo alla coda restano anche nel 2016 Molise, Basilicata e Valle d’Aosta. (Vladimiro Polchi)

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MIGRANTI, IL TESTO COMPLETO DELL’ACCORDO UE-TURCHIA

18 marzo 2016: in questa data i membri del Consiglio europeo hanno incontrato la controparte turca, in quella che da novembre 2015 è la terza riunione volta ad approfondire le relazioni Turchia-UE nonché ad affrontare la crisi migratoria.

   I membri del Consiglio europeo hanno espresso le loro più sentite condoglianze al popolo turco in seguito all’attentato dinamitardo di domenica ad Ankara. Hanno condannato fermamente questo atto efferato e ribadito il loro continuo sostegno alla lotta contro il terrorismo in tutte le sue forme.

   La Turchia e l’Unione europea hanno riconfermato l’impegno ad attuare il piano d’azione comune attivato il 29 novembre 2015. Sono già stati compiuti molti progressi, tra cui l’apertura, da parte della Turchia, del mercato del lavoro ai siriani oggetto di protezione temporanea, l’introduzione di un nuovo obbligo in materia di visti per i siriani e i cittadini di altri paesi, l’intensificazione degli sforzi in materia di sicurezza da parte della polizia e della guardia costiera turche e un potenziamento della condivisione delle informazioni. Inoltre, l’Unione europea ha avviato l’erogazione dei 3 miliardi di EUR a titolo dello strumento per i rifugiati in Turchia per progetti concreti e ha proseguito i lavori riguardo alla liberalizzazione dei visti e ai colloqui di adesione, compresa l’apertura del capitolo 17 nel dicembre scorso. Il 7 marzo 2016, inoltre, la Turchia ha convenuto di accettare il rapido rimpatrio di tutti i migranti non bisognosi di protezione internazionale che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia e di riaccogliere tutti i migranti irregolari intercettati nelle acque turche. La Turchia e l’UE hanno altresì convenuto di continuare a intensificare le misure contro i trafficanti di migranti e hanno accolto con favore l’avvio dell’attività della NATO nel mar Egeo. Al contempo la Turchia e l’UE riconoscono che sono necessari ulteriori sforzi, rapidi e decisi.

   Al fine di smantellare il modello di attività dei trafficanti e offrire ai migranti un’alternativa al mettere a rischio la propria vita, l’UE e la Turchia hanno deciso oggi di porre fine alla migrazione irregolare dalla Turchia verso l’UE; per conseguire questo obiettivo hanno concordato i seguenti punti d’azione supplementari:

1) Tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche a decorrere dal 20 marzo 2016 saranno rimpatriati in Turchia, nel pieno rispetto del diritto dell’UE e internazionale, escludendo pertanto qualsiasi forma di espulsione collettiva. Tutti i migranti saranno protetti in conformità delle pertinenti norme internazionali e nel rispetto del principio di non-refoulement. Si tratterà di una misura temporanea e straordinaria che è necessaria per porre fine alle sofferenze umane e ristabilire l’ordine pubblico. I migranti che giungeranno sulle isole greche saranno debitamente registrati e qualsiasi domanda d’asilo sarà trattata individualmente dalle autorità greche conformemente alla direttiva sulle procedure d’asilo, in cooperazione con l’UNHCR. I migranti che non faranno domanda d’asilo o la cui domanda sia ritenuta infondata o non ammissibile ai sensi della suddetta direttiva saranno rimpatriati in Turchia. La Turchia e la Grecia, assistite dalle istituzioni e agenzie dell’UE, adotteranno le misure necessarie e converranno i necessari accordi bilaterali, tra cui la presenza di funzionari turchi sulle isole greche e di funzionari greci in Turchia dal 20 marzo 2016, al fine di garantire un collegamento e agevolare in questo modo il corretto funzionamento di detti accordi. I costi delle operazioni di rimpatrio dei migranti irregolari saranno a carico dell’UE.

2) Per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche un altro siriano sarà reinsediato dalla Turchia all’UE tenendo conto dei criteri di vulnerabilità delle Nazioni Unite. Sarà istituito, con l’assistenza della Commissione, delle agenzie dell’UE e di altri Stati membri nonché dell’UNHCR, un meccanismo inteso a garantire l’attuazione di tale principio a decorrere dallo stesso giorno dell’avvio dei rimpatri. La priorità sarà accordata ai migranti che precedentemente non siano entrati o non abbiano tentato di entrare nell’UE in modo irregolare. Per quanto riguarda l’UE, il reinsediamento nell’ambito di tale meccanismo si svolgerà, in primo luogo, assolvendo agli impegni assunti dagli Stati membri nelle conclusioni dei rappresentanti dei governi degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio il 20 luglio 2015, in base ai quali restano 18 000 posti destinati al reinsediamento. A qualsiasi ulteriore bisogno di reinsediamento si provvederà mediante un analogo accordo volontario fino a un limite di 54 000 persone aggiuntive. I membri del Consiglio europeo accolgono con favore l’intenzione della Commissione di proporre una modifica alla decisione del 22 settembre 2015 sulla ricollocazione affinché qualsiasi impegno in termini di reinsediamenti assunto nel quadro di tale accordo possa essere dedotto dai posti non assegnati ai sensi della decisione. Qualora detti accordi non soddisfino l’obiettivo di porre fine alla migrazione irregolare e il numero dei rimpatri si avvicini ai numeri di cui sopra, il meccanismo in questione sarà riesaminato. Qualora il numero dei rimpatri sia superiore ai numeri di cui sopra, il meccanismo sarà interrotto.

3) La Turchia adotterà qualsiasi misura necessaria per evitare nuove rotte marittime o terrestri di migrazione irregolare dalla Turchia all’UE e collaborerà con i paesi vicini nonché con l’UE stessa a tale scopo.

4) Una volta terminati, o per lo meno drasticamente e sostenibilmente ridotti, gli attraversamenti irregolari fra la Turchia e l’UE, verrà attivato un programma volontario di ammissione umanitaria. Gli Stati membri dell’UE contribuiranno al programma su base volontaria.

5) L’adempimento della tabella di marcia sulla liberalizzazione dei visti sarà accelerata nei confronti tutti gli Stati membri partecipanti con l’obiettivo di abolire l’obbligo del visto per i cittadini turchi entro la fine di giugno 2016 al più tardi, a condizione che tutti i parametri di riferimento siano stati soddisfatti. Al riguardo la Turchia adotterà le misure necessarie per soddisfare gli obblighi rimanenti al fine di consentire alla Commissione di formulare, a seguito della necessaria valutazione della conformità ai parametri di riferimento, una proposta adeguata entro la fine di aprile, sulla cui base il Parlamento europeo e il Consiglio possano prendere una decisione definitiva.

6) L’UE, in stretta cooperazione con la Turchia, accelererà ulteriormente l’erogazione dei 3 miliardi di EUR inizialmente assegnati nel quadro dello strumento per i rifugiati e garantirà il finanziamento di ulteriori progetti per le persone oggetto di protezione temporanea identificati con un tempestivo contributo della Turchia prima della fine di marzo. Entro una settimana sarà identificato congiuntamente un primo elenco di progetti concreti per i rifugiati, segnatamente in materia di salute, istruzione, infrastrutture, alimentazione e altre spese di sostentamento, che possono essere rapidamente finanziati dallo strumento. Una volta che queste risorse saranno state quasi completamente utilizzate, e a condizione che gli impegni di cui sopra siano soddisfatti, l’UE mobiliterà ulteriori finanziamenti dello strumento per altri 3 miliardi di EUR entro la fine del 2018.

7) L’UE e la Turchia hanno accolto con favore i lavori in corso per il miglioramento dell’unione doganale.

8) L’UE e la Turchia hanno riconfermato il loro impegno di rilanciare il processo di adesione enunciato nella dichiarazione congiunta del 29 novembre 2015. Hanno accolto con favore l’apertura, il 14 dicembre 2015, del capitolo 17 e deciso, come nuova tappa, di aprire il capitolo 33 durante la presidenza dei Paesi Bassi. Si sono compiaciuti del fatto che la Commissione presenterà una proposta in tal senso in aprile. I lavori preparatori per l’apertura di altri capitoli continueranno a ritmo accelerato fatte salve le posizioni degli Stati membri in conformità delle norme esistenti.

9) L’UE e i suoi Stati membri collaboreranno con la Turchia per migliorare la situazione umanitaria in Sira, in particolare in talune zone limitrofe della frontiera turca, nel quadro di qualsiasi sforzo congiunto che possa consentire alla popolazione locale e ai rifugiati di vivere in zone più sicure.

   Tutti questi aspetti verranno portati avanti in parallelo e monitorati congiuntamente su base mensile.

   L’UE e la Turchia hanno deciso di incontrarsi nuovamente ove necessario conformemente alla dichiarazione congiunta del 29/11/2015.

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POPULISTI E BLOCCO BALCANICO. ECCO CHI SGRETOLA L’EUROPA

di Monica Perosino, da “la Stampa” del 14/3/2016

– Il composito fronte anti-sistema chiude i confini e guadagna consensi. Da Visegrad alla Danimarca, sinistra e xenofobi uniti contro la Ue e Merkel –

   A gennaio, mentre la Danimarca chiudeva i confini e in Ungheria comparivano manifesti nelle stazioni dei bus che avvisavano del «rischio contagio delle malattie dei migranti», Merkel diceva ancora « wir schaf fen das», ce la faremo.

   La cancelliera tedesca difendeva quell’idea di Europa che accoglie chi ha bisogno di un rifugio, e il principio secondo cui i problemi vanno condivisi. Ieri, quel «ce la faremo», non solo l’ha punita alle urne, ma ha favorito i populisti di destra di Alternativa per la Germania. Il «caso» tedesco non è isolato ed è ormai evidente che la crisi dei rifugiati non ha incrinato solo Schengen.

INEDITE ALLEANZE. Cinque anni fa, quando il presidente Ue van Rompuy disse che i movimenti populisti erano «il più grande pericolo per l’Europa», forse non immaginava che si sarebbe arrivati a un tutti contro tutti, con Austria, i Balcani e i Paesi Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia) uniti nel contrastare la politica dell’accoglienza della Ue e della Germania, in una nuova mappa di alleanze che fa sedere allo stesso tavolo socialdemocratici ed estrema destra xenofoba.

   La soluzione paneuropea alla crisi dei migranti non c’è, sopraffatta dalle risposte individuali dei singoli Stati. Nessuno, dalla Danimarca al Belgio, dalla Polonia alla Svezia, ha fiducia nelle soluzioni proposte da Germania e Ue. E a cascata chiudono i confini e i provvedimenti temporanei diventano sempre più definitivi. Ora allo stesso tavolo, o meglio, dalla stessa parte del muro, siedono Capi di Stato che per storia e politica non avrebbero mai condiviso neanche la stessa stanza.

IN PRINCIPIO FU ORBAN. Il primo granello finito nell’ingranaggio Ue è stato quel muro di filo spinato costruito dall’Ungheria al confine con la Serbia a settembre. Ora il premier ultranazionalista Orban – che in Europa è nel gruppo del Ppe dice che ne servirebbero altri, di muri: «La difesa dell’Ungheria è affare nostro. Il mio governo vuole impedire che gli ungheresi debbano vivere con coloro che non vogliamo». E aggiunge: «Abbiamo chiuso i confini con Croazia e Serbia e chiuderemo anche la frontiera con la Romania».

   Nessuna sorpresa che la premier polacca, Beata Szydlo, «fervente ammiratrice di Orban» ed esponente del Pis, il partito di destra guidato dal Richelieu di Varsavia, il potentissimo Jaroslaw Kaczynski, abbia rafforzato l’alleanza anti-Ue con l’Ungheria. Un po’ meno lo è il fronte comune costruito con il socialdemocratico Robert Fico, premier slovacco, un prodotto della transizione post-comunista chiamato, senza simpatia, l’Orban socialdemocratico.

IL NODO SLOVACCO. Fico ha vinto le elezioni della scorsa settimana con una campagna elettorale in centrata sul le critiche al la politica delle «porte aperte» della Merkel, inveendo contro i musulmani «violenti e incapaci di integrarsi» – e contro le posizioni «insensate» dell’Europa. Senza maggioranza in Parlamento, si alleerà con l’estrema destra euro scettica. Se non fosse che la Slovacchia detterà l’agenda dell’Europa dal prossimo 1° luglio (dopo l’Olanda toccherà a Bratislava la presidenza Ue), sarebbe rimasto un problema nazionale, ma è facile intuire quali saranno i dossier che Fico porterà a Bruxelles.

IL FRONTE COMPATTO DEI NO. Il blocco del Centro e Est Europa è sempre più compatto sull’asse anti- migranti, anti Berlino, anti-Ue. Un fronte bipartisan che conta la Slovenia con il liberale di centro Miro Cerar che blinda i confi i e chiude il cerchio dichiarando: «La rotta balcanica non esiste più». Anche la Croazia, fino a gennaio socialdemocratica, vira a destra, e chiude le frontiere: «Non saremo un campo profughi come la Grecia». Nella Repubblica Ceca il presidente Miloš Zeman (ex socialdemocratico, ora nazionalista di sinistra) parla della crisi dei rifugiati come di «invasione organizzata».

VINCE LA PAURA. In tutto il continente i populisti di destra sembrano essere quelli a cui la crisi dei migranti ha fatto fare passi da gigante. I partiti xenofobi e anti-islam, fino a pochi anni fa ostracizzati dal dibattito politico e dalle formazioni dell’establishment, ora siedono – numerosi – in Parlamento. E gli attacchi a Parigi del 13 novembre scorso hanno aggiunto la paura del terrorismo al pacchetto elettorale. La socialdemocratica Svezia – spinta dalla disperazione e dall’estrema destra – ha sospeso Schengen e ripristinato i controlli sul ponte di Öresund, in Francia il Fronte Nazionale (Fn) ha preso il 2 8% dei voti al primo turno delle regionali dello scorso dicembre. La popolarità del partito di Le Pen era scesa drasticamente fino al 2012, l’inizio della crisi, quando ha ricominciato a salire con decisione.

   Ma la partita fondamentale si deve ancora giocare: il 23 giugno il Regno Unito voterà il referendum per la permanenza nell’ Unione Europea. Ad aspettare al varco Nigel Farage e il suo Ukip, al 16% secondo gli ultimi sondaggi: «Andiamocene dall’ Ue, controlliamo le nostre frontiere, governiamo il nostro Paese».

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SCHEDA

TREMILA ANNI DI MARE NOSTRUM

di David Abulafia, da “il Sole 24ore” del 20/3/2016 

– La storia delle città mediterranee come «hub» politici, commerciali e culturali. Un intreccio millenario per farci capire come sarà il nostro avvenire –

   Gli storici hanno cercato di definire il Mediterraneo in svariati modi e il punto di partenza solitamente è l’opera di FERNAND BRAUDEL. Il grande storico francese pensava non solo a un mare ma al mondo che si stendeva ben oltre le sue rive e comprendeva tutte le aree che in un modo o nell’altro interagivano con il MAR MEDITERRANEO. Il Mediterraneo è infatti chiaramente un’entità fisica, uno spazio per ovvie ragioni disabitato (se si eccettuano le molte isole che possono fungere da ponte fra una costa e l’altra), che tuttavia per secoli è stato attraversato di continuo dagli esseri umani, e lo è tutt’ora.

   Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1% della superficie marina del globo ma la sua importanza storica è sproporzionata rispetto alle sue dimensioni fisiche. D’altra parte, il fatto di essere uno spazio relativamente esiguo (almeno su scala mondiale) ha reso agevole mantenere i contatti fra una sponda e altra, e la navigazione è stata possibile per tutto l’anno già nell’antichità. Così, nonostante le numerose storie di naufragi tramandate dal periodo classico, dall’epoca medievale ma anche in epoca moderna, le località che sorgono lungo le rive del Mediterraneo hanno sempre potuto intrattenere fra loro relazioni molto intense e regolari.

   Le CITTÀ sulle sue sponde sono sempre state i cruciali punti di contatto di un andirivieni incessante iniziato sin dall’Età del Bronzo, quantomeno nella sua regione orientale. All’incirca dal 1.000 a.C. possiamo considerare quest’area uno spazio integrato che si espande gradualmente fino ad abbracciare l’intero bacino, le cui acque vengono solcate non solo da mercanti, ma da profughi, da schiavi e da persone di ogni genere.

   Un’altra peculiarità evidente dall’epoca dei primi navigatori (I FENICI, I GRECI, GLI ETRUSCHI) è l’enorme varietà di condizioni fisiche e di risorse naturali presenti lungo le coste mediterranee. Abbiamo così il ferro nell’Isola d’Elba, il rame a Cipro, il grano nel Nord Africa (dove Cartagine governava su terreni coltivati che si estendevano fino all’attuale Tunisia, e dove era cruciale il controllo del Delta del Nilo), come anche la fertilità della Sicilia.

   Fin dal passato più remoto tutte queste microeconomie interagivano le une con le altre a mano a mano che sorgevano non solo città sempre più grandi e bisognose di cibo, ma anche imperi presso le cui corti abbondavano i beni di lusso. Ad esempio, durante la guerra fra le città-stato greche e l’Impero Persiano nel 5° e 6° secolo a.C., i mercanti fenici vendevano merci di ogni genere alla maggior parte dei popoli coinvolti in quel vasto conflitto. Le testimonianze di questa interazione – soprattutto commerciale, anche nelle fasi di conflitto o tensione – sono numerose anche nei periodi successivi; per esempio nel 13° secolo si formò un importante insediamento dei Genovesi nel centro di Tunisi, dove gli italiani vivevano protetti da privilegi e garanzie speciali.

   Fin dall’Alto Medio Evo, poi, emerge un’ulteriore caratteristica del Mediterraneo che ci è ben nota: è la REGIONE DOVE CONVIVONO FIN DAI LORO INIZI LE TRE RELIGIONI ABRAMITICHE (EBRAISMO, CRISTIANESIMO, ISLAM), plasmando la storia dell’intera area. Nel corso dei secoli i confini delle rispettive aree di influenza sono stati tracciati e spostati diverse volte. E ciò ha avuto effetti anche politici, per cui il Mediterraneo è diventato UN MARE “DIVISO” e non è stato più possibile ricreare ciò che avevano creato i Romani: un Mediterraneo politicamente unificato.

   Nonostante le molte fratture, l’interazione fra le diverse sponde del mare non ha quasi mai perso intensità: i musulmani non amavano mandare le loro navi a commerciare nei paesi cristiani, ma gli ebrei viaggiavano avanti e indietro, molti di loro parlavano arabo ed erano capaci di vivere in maniera molto pacifica in città come BARCELLONA o ALGERI, proprio come facevano i mercanti cristiani (soprattutto genovesi, pisani e veneziani, ma anche catalani).

   Per tutto il Medio Evo, fino agli albori dell’Era Moderna, nonostante la proibizione papale al commercio con i musulmani, capitava spesso che i mercanti cristiani vendessero loro armi e al tempo stesso rifornissero gli eserciti europei o addirittura contribuissero in prima persona all’assedio delle città costiere. Ad esempio, nel 12° secolo diverse città nordafricane come CEUTA erano importantissime fonti per il commercio dell’oro che le carovane portavano attraverso il Sahara, ragione per cui esisteva un forte interesse reciproco a mantenere sempre aperte le vie commerciali.

   Nel corso dei secoli è sempre esistito uno stretto RAPPORTO FRA L’OCEANO INDIANO E IL MAR MEDITERRANEO, legato soprattutto al commercio delle spezie. I mercanti potevano arrivare al Mar Rosso e poi, raggiunto il Nilo, risalirlo fino al Cairo e ad Alessandria; altrimenti potevano risalire il Golfo Persico per poi raggiungere, via terra, città come DAMASCO e ALEPPO. A Ostia (il porto di Roma) c’erano magazzini grandi come interi caseggiati pieni solo di PEPE, un prodotto che arrivava grazie a un viaggio lunghissimo. I carichi di ZENZERO provenivano dall’India o da luoghi ancora più remoti come l’Indonesia e la Malesia.

   Ecco perché non possiamo pensare al Mediterraneo senza considerare il suo rapporto con altri mari e in particolare con l’Oceano Indiano, almeno fino al 15° secolo quando il mondo cambiò a seguito delle grandi scoperte e dall’ascesa del commercio atlantico.

   La grande trasformazione che si realizzò dal 16° secolo, con l’apertura delle rotte transoceaniche per raggiungere l’America e la circumnavigazione dell’Africa per raggiungere l’India, ebbe un impatto enorme non solo sul Mediterraneo, ma sul mondo intero.

   Si può dire che fra il 16° e il 17° secolo il Mediterraneo tornò sostanzialmente a essere qualcosa di più simile a quell’1% della superficie marina del globo, perché POTEVA ESSERE AGGIRATO e (FINO ALL’APERTURA DEL CANALE DI SUEZ NEL 1869) cessò di essere una via per raggiungere l’Oceano Indiano. Mentre i vascelli spagnoli, e poi olandesi e inglesi, solcavano gli oceani, nel Mediterraneo orientale e meridionale le economie islamiche perdevano dinamismo, mentre i grandi poli manifatturieri si spostavano sempre più verso nord.

   Tuttavia le interazioni fra le sponde del Mediterraneo, persino quando l’Europa diventò il centro di un mondo commerciale ben più ampio, continuarono a essere significative: ad esempio le élites in Egitto e in Siria indossavano abiti fiamminghi o inglesi, mentre i TRE PUNTI DI ACCESSO AL MEDITERRANEO (IL BOSFORO, LO STRETTO DI GIBILTERRA E POI SUEZ) giocavano comunque un ruolo cruciale. Buona parte del traffico commerciale fra l’Inghilterra (soprattutto Liverpool) e l’India, su cui si resse l’Impero Britannico nell’ultima parte del 19° secolo, passava dal Mediterraneo: PORT SAID costituiva l’accesso al Mar Rosso e all’Oceano Indiano, ma anche ALESSANDRIA e IL CAIRO diventarono centri commerciali di primaria importanza. Alessandria, in particolare, diventò una città molto internazionalizzata dove vivevano ampie comunità italiane, greche, turche ed ebraiche. GIBILTERRA diventò il posto ideale per provvedere al rifornimento o alla riparazione delle navi. Così, benché il Mediterraneo fosse in un certo senso marginalizzato nel complesso del commercio mondiale transoceanico, alcune delle sue città prosperarono e conservarono un ruolo rilevante soprattutto grazie alla loro apertura.

   Anche da queste esperienze nasce l’idea quasi romantica di una FELICE COESISTENZA FRA COMUNITÀ DIVERSE SOTTO IL PROFILO ETNICO E RELIGIOSO. È una rappresentazione che non va esagerata, poiché nel corso della storia vi sono stati numerosi episodi di tensione, di conflitto e spesso di violenza. Ciò nonostante città come SALONICCO e ALESSANDRIA o, più a occidente, come LIVORNO o TRIESTE, sono luoghi dove gruppi etnici e religiosi differenti riuscirono a vivere sostanzialmente in armonia.

   Vi fu spesso un’interazione vantaggiosa, non solo in termini di profitti commerciali, ma nel senso che le persone che vivevano in quelle città, o che ne facevano una meta frequente di viaggio, impararono a rispettarsi a vicenda, arrivando persino a sentire di appartenere a una comunità più ampia. Per esempio gli ebrei o gli italiani ad Alessandria avevano un’identità culturale molteplice ed erano orgogliosi di ciò che la loro città rappresentava in quanto ultima città europea e margine estremo dell’Europa, appollaiata sul confine stesso dell’Africa di cui comunque non faceva parte.

   Oppure possiamo guardare alla Spagna musulmana (”al-Andalus”) e a città come CORDOVA, dove per lunghi periodi le tre religioni monoteistiche e i diversi gruppi etnici riuscirono a coesistere. Di conseguenza possiamo affermare che quell’ideale romantico di coabitazione non è privo di una base reale. Ed è importantissimo tenerlo vivo, poiché oggi nella maggior parte delle città da una parte all’altra del Mediterraneo la coesistenza pacifica certo non è certo la norma. (David Abulafia)

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