BASILICATA: TERRA ITALICA DI INQUINANTE PETROLIO – Da una vicenda politica-giudiziaria emerge il caso di una terra bellissima e povera sacrificata alle trivellazioni di gas e petrolio – Quale altra possibilità di sviluppo in Basilicata? – l’intersecarsi della vicenda con IL REFERENDUM sulle trivelle DEL 17 APRILE

TEMPA ROSSA è un giacimento petrolifero situato nell'alta VALLE DEL SAURO, nel cuore della regione BASILICATA. Il progetto si estende principalmente sul territorio del Comune di CORLETO PERTICARA (provincia di Potenza), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro CENTRO DI TRATTAMENTO. 5 pozzi si trovano anch'essi sul territorio di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di GORGOGLIONE. Altri due pozzi saranno perforati una volta ottenute le autorizzazioni. L'area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di GUARDIA PERTICARA
TEMPA ROSSA è un giacimento petrolifero situato nell’alta VALLE DEL SAURO, nel cuore della regione BASILICATA. Il progetto si estende principalmente sul territorio del Comune di CORLETO PERTICARA (provincia di Potenza), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro CENTRO DI TRATTAMENTO. 5 pozzi si trovano anch’essi sul territorio di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di GORGOGLIONE. Altri due pozzi saranno perforati una volta ottenute le autorizzazioni. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di GUARDIA PERTICARA

   Dalle vicende delle estrazioni petrolifere in Basilicata, e dei fatti illeciti che sono emersi (stanno emergendo), quel che è l’impressione nostra, dominante, è che si tratta di un affare colossale, ma che le corruzioni “personali” (come è accaduto: falsificare i dati sull’inquinamento, gli smaltimenti illeciti per far risparmiare l’Eni a Viggiano…) non sono originati da un vero e proprio interesse personale: non emergono mazzette e giri di denaro a funzionari (almeno finora).

   Sembra che si commette l’illecito, si falsificano i dati, per andare avanti al massimo nel progetto petrolifero: che diventi dominante (nient’altro) in questa regione (la Lucania) la volontà di trasformarla in un grande serbatoio di petrolio. La Basilicata che, dall’altra, dimostra significati storici, urbanistici, architettonici, del tutto ineguagliabili, specifici, rispetto a ogni altra realtà territoriale: nel senso che cose significative e “grandiose” in Italia si trovano un po’ ovunque e di pari valore, ma il territorio della Basilicata conserva una caratteristica “sua” di specificità nella “bellezza”. E che questi valori ambientali e storici qualcuno può coniugarli “al futuro”, farli diventare la base di un altro sviluppo economico che non sia quello dello sfruttamento “da petrolio” (la Basilicata destinata ad essere il Texas d’Italia, terra “sporca” di estrazione, deposito di idrocarburi fossili).

LA VAL D'AGRI È UNA SUB REGIONE DELLA BASILICATA compresa tra i monti Sirino e Volturino. Prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. È una delle zone più importanti della regione sia come cultura che come economia; infatti nella prima metà del Novecento sono stati scoperti in queste zone dei giacimenti petroliferi, ma solo negli anni ottanta è iniziato lo sfruttamento e ad oggi il petrolio della Val d'Agri fornisce oltre il 10% del fabbisogno nazionale di petrolio, essendo il giacimento petrolifero su terraferma più grande d'Europa. Ma c'è in Val d’Agri anche un importante turismo invernale dovuto a numerose piste sciistiche e un turismo cultural-naturalistica per la bellezza e ricchezza dei luoghi. La zona è in parte compresa nel PARCO NAZIONALE DELLA VAL D'AGRI E LAGONEGRESE. (da Wikipedia)
LA VAL D’AGRI È UNA SUB REGIONE DELLA BASILICATA compresa tra i monti Sirino e Volturino. Prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. È una delle zone più importanti della regione sia come cultura che come economia; infatti nella prima metà del Novecento sono stati scoperti in queste zone dei giacimenti petroliferi, ma solo negli anni ottanta è iniziato lo sfruttamento e ad oggi il petrolio della Val d’Agri fornisce oltre il 10% del fabbisogno nazionale di petrolio, essendo il giacimento petrolifero su terraferma più grande d’Europa. Ma c’è in Val d’Agri anche un importante turismo invernale dovuto a numerose piste sciistiche e un turismo cultural-naturalistica per la bellezza e ricchezza dei luoghi. La zona è in parte compresa nel PARCO NAZIONALE DELLA VAL D’AGRI E LAGONEGRESE. (da Wikipedia)

   In questi giorni si parla in particolare, del territorio lucano, di due siti petroliferi: del “Centro oli” di VIGGIANO, e del progetto (a una cinquantina di chilometri da Viggiano, sempre nella Val d’Agri) di estrazione petrolifera a TEMPA ROSSA (che è una frazione del comune di Corleto Perticara).

L'area della Val d'Agri segnata dal punto rosso
L’area della Val d’Agri segnata dal punto rosso

   Per il primo, a VIGGIANO (il giacimento su terraferma più grande d’Europa che da solo fornisce oltre il 70% del petrolio estratto in Italia) l’indagine della magistratura (iniziata nel 2013) ipotizza “gravi reati ambientali causati dal management dell’Eni”, in particolare un illecito smaltimento di rifiuti collegati all’attività petrolifera e di sforamenti circa l’immissione di agenti inquinanti in atmosfera. E, notizia di adesso (4 aprile 2016), il Tribunale di Potenza ha condannato, per un’inchiesta del 2008, a pene comprese fra due e sette anni di reclusione gli ex vertici della TOTAL e alcuni imprenditori e amministratori (turbativa d’asta, concussione, abuso d’ufficio, corruzione, tentata truffa aggravata e favoreggiamento, i reati a vario titolo contestati ai 15 imputati).

VIGGIANO (foto di Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA "INTERNAZIONALE"
VIGGIANO (foto di Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA “INTERNAZIONALE”

   Per quanto riguarda invece TEMPA ROSSA, (l’inchiesta che ha finito per indurre alle dimissioni il ministro per lo Sviluppo Economico Guidi) l’inchiesta ha messo nel mirino un emendamento alla legge di Stabilità del 2015, emendamento che secondo la magistratura ha avuto l’obiettivo di creare un vantaggio alla Total, per velocizzare il “progetto Tempa Rossa” (e dall’altra far entrare nella “bidder list” del colosso petrolifero il compagno della stessa ministra dimissionaria). A Corleto Perticara, appunto nella frazione TEMPA ROSSA, sorge lo stabilimento petrolifero che dal 2018, sotto il controllo della Total, dovrebbe vedere in funzione ben otto pozzi petroliferi.

centro di carico di Tempa Rossa
centro di carico di Tempa Rossa

   Quel che ci interessa però qui sottolineare, come appunto dicevamo all’inizio, è il contesto geografico lucano e “quale sviluppo” economico, ambientale, sociale, è possibile oltre e in sostituzione a quello di hub petrolifero. Per questo dobbiamo però capire quanto impattante sia prevedere l’ipotesi attuale di prelievo di idrocarburi fossili dalla Val d’Agri, uno dei cuori naturalistici del territorio lucano.

in colore ocra la VAL D'AGRI
in colore ocra la VAL D’AGRI

   I problemi maggiori, ambientali, riguardano in particolare gli scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio. Il petrolio estratto, infatti, contiene una certa quantità di acqua che proviene dalla rocce serbatoio, detta “acqua di strato”. Quest’acqua, ricca di idrocarburi e altre sostanze inquinanti, una volta separata dal petrolio non può essere reimmessa nell’ambiente e viene perciò in parte reiniettata nel giacimento con il trattamento in un impianto di depurazione…. E qui sta il problema maggiore: uno dei filoni principali della Magistratura di Potenza è dato dallo smaltimento illecito dei rifiuti che venivano sversati, e non opportunamente trattati (in buona parte venivano versati nelle acque del fiume Basento).

UN NUOVO CENTRO RICERCHE DELLA FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES A SAN NICOLA DI MELFI (provincia di Potenza) - I CAMPI DI ATTIVITÀ DEL CAMPUS. Innanzitutto permetterà lo sviluppo di nuove metodologie e sistemi per il monitoraggio, il miglioramento e il mantenimento della qualità del prodotto. Con l’obiettivo di studiare e validare nuovi processi di assemblaggio e soluzioni innovative per l’eco-sostenibilità dei processi produttivi (Green Manufacturing). Realizzerà metodi e strumenti software per la simulazione dei processi e delle attrezzature produttive (Virtual Manufacturing). (da http://ufficiostampabasilicata.it/ del 1/2/2016)
UN NUOVO CENTRO RICERCHE DELLA FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES A SAN NICOLA DI MELFI (provincia di Potenza) – I CAMPI DI ATTIVITÀ DEL CAMPUS. Innanzitutto permetterà lo sviluppo di nuove metodologie e sistemi per il monitoraggio, il miglioramento e il mantenimento della qualità del prodotto. Con l’obiettivo di studiare e validare nuovi processi di assemblaggio e soluzioni innovative per l’eco-sostenibilità dei processi produttivi (Green Manufacturing). Realizzerà metodi e strumenti software per la simulazione dei processi e delle attrezzature produttive (Virtual Manufacturing). (da http://ufficiostampabasilicata.it/ del 1/2/2016)

   Ma è anche la Puglia a essere interessata (negativamente, da un punto di vista ambientale) dalle trivellazioni petrolifere in Basilicata. La raffineria di riferimento per il petrolio lucano è infatti a Taranto. Petrolio lucano che è ricco di impurità e di zolfo, e per questo risulta corrosivo per le tubature e necessiterebbe di un trattamento preventivo prima di essere inviato a Taranto dove subisce il processo di lavorazione finale. Il greggio, stabilizzato e stoccato, è spedito com’è a Taranto, attraverso un oleodotto lungo 136 chilometri (da Taranto poi prende soprattutto la via della Turchia).

“Prendete l’autostrada Napoli-Bari, uscite a Candela e puntate verso Sud. E s´incontreranno colline di grano a perdita d´occhio. E’ il luogo dell’anima. Il profondo sud d’Italia, la Magna Grecia, un’Italia spesso dimenticata, dove ancora resistono le suggestioni del mondo poetico-contadino che si sono prestati come scenari perfetti per incarnare ACQUA TRAVERSE, il suggestivo luogo descritto da NICCOLÒ AMMANITI nell’omonimo romanzo che ha dato vita al film.” (GABRIELE SALVATORES, in presentazione del suo film “IO NON HO PAURA” del 2003) (l’immagine qui sopra dal film è di VULTURE MELFESE in provincia di Potenza)
“Prendete l’autostrada Napoli-Bari, uscite a Candela e puntate verso Sud. E s´incontreranno colline di grano a perdita d´occhio. E’ il luogo dell’anima. Il profondo sud d’Italia, la Magna Grecia, un’Italia spesso dimenticata, dove ancora resistono le suggestioni del mondo poetico-contadino che si sono prestati come scenari perfetti per incarnare ACQUA TRAVERSE, il suggestivo luogo descritto da NICCOLÒ AMMANITI nell’omonimo romanzo che ha dato vita al film.” (GABRIELE SALVATORES, in presentazione del suo film “IO NON HO PAURA” del 2003) (l’immagine qui sopra dal film è di VULTURE MELFESE in provincia di Potenza)

   Tornando all’aspetto sociale e del rapportarsi della gente della Basilicata allo “sviluppo petrolifero” della loro regione, va detto che residenti e amministratori locali avevano visto nell’ “oro nero” la salvezza di un territorio dove lo spopolamento aumenta di anno in anno. E invece non sta proprio andando così. E, oltre all’emigrazione che cresce, a Viggiano l’aria, anche a chilometri di distanza, è irrespirabile.

MATERA «CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA» NEL 2019 – Matera, la città dei Sassi, sarà la Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il riconoscimento apre alla città della Basilicata prospettive di grande prestigio e opportunità di sviluppo culturale, turistico e anche economico. Dall'Unione Europea giungeranno cospicui finanziamenti e la città avrà una visibilità internazionale senza precedenti. (…) Comincia così il percorso culturale europeo della città lucana che ha scelto come slogan “OPEN FUTURE”. «Tutti siamo ossessionati dall’eterno presente in cui siamo immersi, come se fosse impossibile guardare lontano ed impegnarsi per le generazioni future - ha spiegato il comitato organizzatore per Matera capitale - ma PROPRIO UNA CITTÀ ANTICA COME MATERA PUÒ SENZA TIMORE PENSARE AI TEMPI CHE VERRANNO, tante le volte in cui si è riprogettata ed è uscita vincente dalla sfida con il tempo. Con molte altre piccole e medie città europee Matera ha condiviso lo stesso destino di area di consumo di prodotti provenienti dai grandi centri di produzione culturale. Negli ultimi anni, però, il quadro sta cambiando. Si fa strada un movimento che rimuove sistematicamente le barriere di accesso alla cultura: usa nuove tecnologie, adotta licenze aperte per rendere culturalmente ed economicamente sostenibile un modello in cui la produzione culturale è diffusa, orizzontale, partecipata». (F.d’A. da http://www.italiaitaly.eu/ )
MATERA «CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA» NEL 2019 – Matera, la città dei Sassi, sarà la Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il riconoscimento apre alla città della Basilicata prospettive di grande prestigio e opportunità di sviluppo culturale, turistico e anche economico. Dall’Unione Europea giungeranno cospicui finanziamenti e la città avrà una visibilità internazionale senza precedenti. (…) Comincia così il percorso culturale europeo della città lucana che ha scelto come slogan “OPEN FUTURE”. «Tutti siamo ossessionati dall’eterno presente in cui siamo immersi, come se fosse impossibile guardare lontano ed impegnarsi per le generazioni future – ha spiegato il comitato organizzatore per Matera capitale – ma PROPRIO UNA CITTÀ ANTICA COME MATERA PUÒ SENZA TIMORE PENSARE AI TEMPI CHE VERRANNO, tante le volte in cui si è riprogettata ed è uscita vincente dalla sfida con il tempo. Con molte altre piccole e medie città europee Matera ha condiviso lo stesso destino di area di consumo di prodotti provenienti dai grandi centri di produzione culturale. Negli ultimi anni, però, il quadro sta cambiando. Si fa strada un movimento che rimuove sistematicamente le barriere di accesso alla cultura: usa nuove tecnologie, adotta licenze aperte per rendere culturalmente ed economicamente sostenibile un modello in cui la produzione culturale è diffusa, orizzontale, partecipata». (F.d’A. da http://www.italiaitaly.eu/ )

   Viggiano è un piccolo comune abitato da circa 3.300 persone, e ospita la più grande piattaforma di estrazione petrolifera dell’Europa continentale. E, per paradosso, prende sì molti soldi dall’Eni che gestisce l’impianto ( le royalty che vengono versate alle casse del comune dalla fine degli anni novanta, sono circa il 10 per cento del petrolio estratto), ma si trova nel contesto poverissimo della Basilicata (una delle regioni più povere d’Italia); e per di più un territorio inquinatissimo, dove l’aria è irrespirabile. E il settore agricolo della zona è in ginocchio perché è quasi impossibile vendere sul mercato prodotti ortofrutticoli coltivati qui.

Viggiano, la sorgente di TRAMUTOLA il 13 giugno 2015 (Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA "INTERNAZIONALE"
Viggiano, la sorgente di TRAMUTOLA il 13 giugno 2015 (Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA “INTERNAZIONALE”

   In questo contesto, pur non essendoci una relazione diretta, lo scandalo del “petrolio lucano”, delle trivellazioni in Basilicata, va a incidere e da risonanza al referendum del 17 aprile. Che, votando SÌ, si vieterebbe il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. Usiamo il condizionale perché è possibile che il quorum dei votanti, per validare il referendum, del 50 + 1 degli elettori, non sia raggiunto.

   Ma sarebbe un bel segnale se l’opposizione alla continuazione dello sviluppo petrolifero in Italia, si rafforzasse, vedesse coinvolta con il voto al “SÌ” nel referendum molta gente, molte persone, molti elettori. Perché si possa iniziare davvero a “vedere”, a capire, che uno sviluppo delle fonti energetiche è possibile, e bisogna rendere concreto il cambiamento, con scelte amministrative, politiche, conseguenti. Nei nostri mari come in Basilicata. (s.m.)

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BASILICATA: LA STRADA DEL PETROLIO. L’ILLUSIONE SVANITA ABITA IN VAL D’AGRI

di Erminio Cioffi, da www.lacittadisalerno.gelocal.it/ del 2/4/2016

– Viaggio da Viggiano a Corleto dove l’aria è irrespirabile – Non c’è lavoro ma pullulano i campi di calcetto. Inutilizzati –

VIGGIANO – Un’oasi incontaminata del Wwf. È la prima impressione che si ha quando, percorrendo la statale 598, la “strada del petrolio” come la chiamano qui, si arriva a Viggiano, nel comprensorio della Val d’Agri, provincia di Potenza. Piccolo comune abitato da circa 3.300 anime, Viggiano ospita la più grande piattaforma di estrazione petrolifera dell’Europa continentale. Una piattaforma gestita dall’Eni e che avrebbe dovuto trasformare l’area in un’isola felice, con strade percorribili e infrastrutture ma soprattutto facendo crollare il tasso di disoccupazione. Tutto grazie alle royalties destinate ai tanti borghi della zona. Ma non è andata proprio così.

   Basta parlare con i residenti e con gli amministratori locali che avevano visto nell’oro nero la salvezza di un territorio dove lo spopolamento aumenta di anno in anno. Lungo la Statale, prima di raggiungere il centro oli si ha l’impressione, viaggiando in auto con i finestrini chiusi, di essere in un posto paradisiaco, roba da “La casa nella prateria”, il celebre telefilm americano degli anni Settanta.

   Ma appena usciti dall’auto si viene investiti dall’odore acre, che impregna la pelle e i vestiti, proveniente dall’impianto del centro oli. L’aria, anche a chilometri di distanza, è irrespirabile, nelle narici arriva un mix di gas, nafta e benzina.

   Se si volesse associare un colore, a Viaggiano toccherebbe il nero: quello sacro della “Madonna nera” del Monte di Viggiano, patrona e regina della Lucania, e quello profano del petrolio, che da vent’anni alimenta la speranza di un futuro migliore per questa gente. Una speranza rimasta tale.

   «Tanti problemi, qualche danno e pochissimi vantaggi. C’è solo da perdere e non c’è nulla da guadagnare»: si può sintetizzare così il pensiero degli abitanti della Val d’Agri. «Non abbiamo avuto alcun vantaggio dal petrolio – spiega Franco, passeggiando in via Roma, a due passi dal municipio – Le strade sono pessime e i posti di lavoro per i nostri giovani non sono arrivati. Chi lavora al centro oli arriva da altre città, anche la manovalanza è svolta da operai provenienti da stabilimenti dismessi dell’Eni, per lo più siciliani e abruzzesi. Una cosa, per la verità, il petrolio l’ha portata: tanti campi di calcetto realizzati con i contributi dell’Eni. Ma sinceramente non sappiamo cosa farcene».

   Annuiscono e gli fanno eco altri compaesani: «Qualcuno viene assunto – dice un giovane padre – ma con contratti a tempo determinato di sei mesi o un anno, se sei fortunato. E come puoi costruirti un futuro in questo modo?».

   Il settore agricolo della zona è in ginocchio perché è quasi impossibile piazzare sul mercato prodotti ortofrutticoli coltivati in quest’area della Basilicata. «Noi stessi – dicono sconsolati due pensionati – evitiamo di acquistare prodotti nostrani perché abbiamo paura. Come può essere sano un frutto o un ortaggio coltivato in una zona dove nell’aria c’è di tutto tranne che aria?».

   Le aree contaminate nella Val d’Agri sono diverse. A confermarlo è il presidente della Provincia di Potenza, Nicola Valluzzi: «Abbiamo in corso cinque procedimenti volti a individuare i responsabili di siti potenzialmente contaminati, che si trovano in prossimità dei pozzi – spiegato Valluzzi – Quattro riguardano Eni, a cui abbiamo comminato multe per oltre due milioni e 400mila euro».

   Da VIGGIANO, percorrendo la “strada del petrolio” per altri 50 chilometri, si raggiunge il comune di CORLETO PERTICARA, dove nella frazione TEMPA ROSSA sorge lo stabilimento petrolifero che dal 2018, sotto il controllo della Total, dovrebbe vedere in funzione otto pozzi petroliferi e portare all’assunzione di circa 300 persone. Un’altra «grande opportunità» per il paese, dove tutti aspettano che lo stabilimento entri in funzione per poter trovare un lavoro. Ma ci sarà davvero? (Erminio Cioffi)

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INCHIESTA SUL PETROLIO IN BASILICATA: L’ENI SOTTO ACCUSA

di Vincenzo Senzatela, da Oggiscienza del 1/4/2016 (http://oggiscienza.it/ )

– La magistratura di Potenza ha svolto un’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti illeciti al centro Eni di Viggiano: cinque persone sono state poste agli arresti domiciliari –

CRONACA – La Ministra allo sviluppo economico Guidi è stata costretta a dimettersi a causa dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia sulle attività petrolifere in Basilicata. La Ministra è stata coinvolta nella vicenda da un’intercettazione con il compagno accusato di traffico di influenze illecite.

   Il filone dell’inchiesta riguarda il giro di affari attorno alla Total e allo sfruttamento del giacimento di TEMPA ROSSA e ha visto anche l’arresto di Rosaria Vicino, ex sindaco del comune di Corleto Perticara (PZ), che gli inquirenti non hanno esitato a definire vero e proprio centro di un sistema di clientele e di corruzione sistematica.

   Le vicende politiche hanno tuttavia fatto passare sotto traccia la parte maggiore e più scottante dell’inchiesta, quello che riguarda le gravissime irregolarità riscontrate nelle attività dell’Eni in val d’Agri, dove è situato il giacimento su terraferma più grande d’Europa che da solo fornisce oltre il 70% del petrolio estratto in Italia.

   Sono cinque i dipendenti dell’Eni posti agli arresti domiciliari ieri mattina, tra cui anche funzionari di alto livello, mentre per un dirigente della Regione Basilicata, Salvatore Lambiase è stata emessa un’ordinanza di divieto di dimora. Le accuse a carico sono a vario titolo traffico e smaltimento illecito di rifiuti.

   I provvedimenti sono stati eseguiti dai carabinieri del NOE in un blitz coordinato in tutta Italia e hanno anche visto il sequestro di importanti impianti della società tanto da determinarne la sospensione totale delle attività. L’inchiesta dell’Antimafia, in corso dal 2013, riguarda in particolare il trattamento degli scarti di estrazione e raffinazione del greggio e vede indagati 37 persone tra cui Ruggero Gheller, ex responsabile del distretto meridionale dell’Eni oltre a funzionari della Regione Basilicata e dell’Arpab.

   Per lo sfruttamento del giacimento della val d’Agri, definito un tempo il Texas italiano, l’Eni ha 25 pozzi in produzione e 12 produttivi non eroganti. Ha inoltre il centro oli di Viggiano (COVA), un megaimpianto destinato al trattamento e alla desolforazione, da cui il petrolio viene immesso nell’oleodotto che lo porta a Taranto.

   Il petrolio lucano, infatti, ricco di impurità e di zolfo, risulta corrosivo per le tubature e necessita pertanto un trattamento prima di essere inviato alla raffineria di Taranto dove subisce il processo di lavorazione finale. Il COVA è un impianto molto inquinante, sottoposto a normativa Seveso 3 (ovvero viene ritenuto a rischio di grave incidente), che emette in aria anidride solforosa e idrogeno solforato, sostanze molto pericolose per la salute umana.

   Tali emissioni dovrebbero essere costantemente monitorate per verificare che non sforino i limiti di legge. Tuttavia è proprio questo monitoraggio a essere stato carente secondo gli inquirenti sia da parte dell’Eni, sia da parte dell’Arpab, con possibile grave danno per la popolazione locale e per le produzioni agricole della valle su cui le emissioni si vanno a depositare.

   I problemi maggiori, però, riguardano gli scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio. Il petrolio estratto, infatti, contiene una certa quantità di acqua che proviene dalla rocce serbatoio, detta acqua di strato. Quest’acqua, ricca di idrocarburi e altre sostanze inquinanti, una volta separata dal petrolio non può essere reimmessa nell’ambiente e viene perciò in parte reiniettata nel giacimento in parte trattata in un impianto di depurazione.

   La reiniezione avviene attraverso un vecchio pozzo dismesso, il pozzo di Costa Molina 2 a cui l’Eni vorrebbe aggiungere presto un nuovo pozzo. Oltre all’acqua di strato ci sono poi gli scarti dell’attività di desolforazione e purificazione del greggio, che invece richiedono un opportuno processo di smaltimento. Questi, insieme a una parte delle acque di strato, vengono trattati dall’Eni nell’impianto di Tecnoparco (di proprietà di Eni e Regione Basilicata), a Pisticci, in provincia di Matera, in una zona gravemente inquinata e dichiarata sito di interesse nazionale da bonificare.

   È proprio in queste attività che gli inquirenti hanno riscontrato gli illeciti più gravi. Per quanto riguarda le reiniezione delle acque di strato, è stata riscontrata al loro interno la presenza di ammine, sostanze chimiche contenenti azoto e affini all’ammoniaca, alcune delle quali molto pericolose per la salute umana.

Ciò indica, secondo gli inquirenti, il mescolamento delle acque di strato con i reflui dei processi di raffinazione del petrolio attività non consentita dalla legge. Inoltre gli inquirenti avrebbero appurato che gli scarti di lavorazione prodotti dal COVA “venivano qualificati dal management Eni in maniera del tutto arbitraria ed illecita” come ha affermato il procuratore distrettuale dell’Antimafia, Luigi Gay, nella conferenza stampa tenuta ieri a Potenza.

   Il codice CER (CATALOGO EUROPEO DEI RIFIUTI) usato, infatti, è il 161002 che li qualifica come rifiuti acquosi non pericolosi. In virtù della loro composizione, invece, i codici usati sarebbero dovuti essere 190204 (rifiuti premiscelati contenenti almeno un rifiuto pericoloso) e 130508 (miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione olio/acqua).

   La falsificazione dei codici ha portato a gravi irregolarità nel funzionamento dell’impianto di Tecnoparco e quindi a uno smaltimento illecito dei rifiuti che venivano sversati non opportunamente trattati nel fiume BASENTO. Secondo Luigi Gay “certamente questo veniva  fatto anche al fine di abbattere i costi di smaltimento. Rispetto all’utilizzo di un codice corretto è stato calcolato un risparmio compreso tra i 44 e 114 milioni di euro annui”.

   La costatazione di queste gravi irregolarità ha portato gli inquirenti al sequestro di alcune vasche presso il COVA, del pozzo Costa Molina 2 e dell’impianto di Tecnoparco. L’impossibilità che ne è seguita di effettuare lo smaltimento di rifiuti ha avuto serie ripercussioni costringendo ieri sera l’Eni a una sospensione  delle attività in val d’Agri. Non si sa a oggi quando potranno riprendere.

   Se da un lato viene chiamata in causa la mancanza di un controllo da parte degli enti preposti, tanto che la posizione dell’Arpab non ne esce del tutto limpida, l’inchiesta a oggi non ha accertato casi di inquinamento e ha avuto un carattere preventivo come dichiarato dagli inquirenti. L’attenzione, però, deve essere massima.

   Il giacimento della val d’Agri, infatti, non solo si trova all’interno di un parco nazionale e di una zona dall’importante valore agricolo e paesaggistico, ma anche a ridosso del lago del Pertusillo un invaso artificiale di importanza strategica che serve oltre due milioni di persone tra Puglia e Basilicata. (Vincenzo Senzatela)

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DOPO GLI SCANDALI ANCHE FEDERPETROLI SCARICA IL GOVERNO: «BASILICATA POZZO NERO IRREVERSIBILE»

[1 aprile 2016] da http://www.greenreport.it/

– Il presidente Marsiglia: «La politica energetica nazionale va ridisegnata» – «Lanciammo una “operazione trasparenza”, ma fummo bloccati. C’erano punti scottanti e scomodi per qualcuno» –

   È una denuncia a tutto campo quella partita dalla sede di FederPetroli Italia, con il suo presidente Michele Marsiglia che esce allo scoperto su alcune punti definiti «non chiari» delle politiche energetiche nazionali di questi ultimi anni. La maxi-inchiesta della Procura di Potenza che ha portato alle dimissioni – nonostante non sia al momento sotto indagine – l’ormai ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, solleva ampi dubbi sulla trasparenza del settore petrolifero italiano, difeso a spada tratta dall’esecutivo a guida renziana in vista del prossimo referendum del 17 aprile. Al cuore dell’inchiesta c’è il territorio lucano, dove hanno sede sia il Centro oli di Viggiano, sia il progetto Tempa Rossa.

   Per il primo, come ricorda l’Ansa, l’indagine (iniziata nel 2013) ipotizza “gravi reati ambientali causati dal management dell’Eni”, in particolare un illecito smaltimento di rifiuti collegati all’attività petrolifera e di sforamenti circa l’immissione di agenti inquinanti in atmosfera. Per quanto riguarda invece Tempa Rossa, l’inchiesta che ha finito per indurre il ministro Guidi alle dimissioni, ha messo nel mirino l’emendamento 2.9818 alla legge di Stabilità 2015, emendamento che – come riassume il Corriere della Sera «avrebbe avuto un obiettivo: da una parte creare un vantaggio alla Total, per velocizzare il “progetto Tempa Rossa”, dall’altra far entrare nella “bidder list” del colosso petrolifero Gianluca Gemelli, compagno del dimissionario ministro Federica Guidi, che così avrebbe ottenuto sub-appalti milionari».

   Scenari che suggeriscono l’esistenza di una grave opacità nel settore petrolifero italiano, un muro di gomma a quanto pare difficile da sfondare anche dall’interno. «Quando con FederPetroli Italia qualche anno fa lanciammo l’iniziativa ‘Operazione Trasparenza’ – dichiara oggi il presidente della federazione Michele Marsiglia – per far capire ai cittadini, alle comunità locali, alle pubbliche amministrazioni ed alla politica il funzionamento dell’indotto petrolifero italiano fummo bloccati, denigrati e quant’altro fino a sospendere una nostra audizione in 10° commissione Attività produttive e 13° commissione Ambiente e territorio del Senato della Repubblica senza alcuna motivazione».

   Secondo Marsiglia la motivazione «era chiara e semplice». Nel sommario degli argomenti dell’audizione sulle Politiche energetiche europee (Energy union) che FederPetroli Italia aveva inviato c’erano anche «i seguenti punti scottanti e scomodi per qualcuno: ruolo dell’azienda energetica nazionale Eni, conflitti di interessi sulle autorità autorizzate al rilasciato dei permessi e concessioni ed Operazione Trasparenza nell’indotto energetico italiano. Oggi capiamo il perché di tante cose. Chiediamo al Parlamento che intervenga in tale vicenda e che faccia chiarezza». Marsiglia si spinge così a chiedere di «invalidare» l’indagine conoscitiva Energy union poi inviata alla Commissione europea, perché «priva di importanti note e problematiche sull’energia e sulle strutture in Italia».

   Oggi, gli strali di FederPetroli toccano l’Eni come la Total, le multinazionali che operano rispettivamente al Centro oli di Viggiano e nel progetto Tempa Rossa. «Non posso dimenticare – ricorda Marsiglia – tutte le aziende che in questi ultimi anni ho incontrato e che mi chiedevano attraverso FederPetroli Italia di entrare nell’affare Tempa Rossa, ma allontanavo le possibilità perché alcune cose non erano chiare, nonostante il buon nome della Total».

   Durissimo anche il giudizio sul ruolo del Cane a sei zampe e il suo ruolo con le aziende dell’indotto italiano e non solo: «Hanno ridotto l’Eni una pattumiera, un gioiello di cui tutti in Italia, dovremmo essere fieri. Adesso basta. È il momento di mettere uno stop, chiaro e definito, accreditando aziende sane in tutti i sensi e rivedendo le politiche nelle procedure fornitori, investendo in settori strategici italiani, con uno sviluppo sostenibile, meno inquinamento e risorsa umana italiana. La Politica energetica nazionale va ridisegnata e delineato anche il ruolo dell’azienda energetica di Stato, che non è l’Eni di ‘qualcuno’ ma è l’Eni di tutti. Quando dichiarammo che la Basilicata era un pozzo nero irreversibile, forse avevamo un po’ di ragione».

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PETROLIO IN BASILICATA, 850MILA TONNELLATE DI SOSTANZE PERICOLOSE NEI POZZI. “ENI BENEFICIARIA DELL’INGIUSTO RISPARMIO”

di Thomas Mackinson, da “il fatto Quotidiano” del 2/4/2016

   Sei numeri su un foglio. Bastava cambiarne due per far splendere il sole nella valle del petrolio. Il rifiuto da pericoloso diventava innocuo, pronto per esser smaltito nei pozzi e nelle terre agricole della Val D’Agri, a un costo di 33 euro a tonnellata anziché 90 o 160. Un cambio dei “codici Cer” operato sistematicamente dai manager dell’Eni di Viggiano, con la complicità delle ditte incaricate dello smaltimento, che avrebbero reiniettato in un solo anno qualcosa come 854mila tonnellate di liquidi inquinanti, permettendo – secondo i pm – alla società del cane a sei zampe di risparmiare fino a 100 milioni di euro.

   E’ solo un frammento della vicenda che ha sconvolto la Basilicata. Una storia che rischiava di finire in ombra per via delle più clamorose dimissioni del ministro Guidi, costretto a lasciare a causa delle intercettazioni con il compagno sullo sblocco del progetto Tempa Rossa, sul quale l’imprenditore aveva messo gli occhi.

   Invece l’indagine dei carabinieri del Noe sul fronte ambientale prosegue, e la procura di Potenza non esclude l’ipotesi di disastro ambientale. In ballo c’è il destino delle terre inquinate e il futuro dello stabilimento coi relativi guai occupazionali che già si profilano. Fino a segnare, forse, il definitivo tramonto della grande illusione del petrolio pulito in Val D’Agri.

ENI, IL “PRINCIPALE BENEFICIARIO” – Sullo sfondo, resta anche il tema delle emissioni in eccesso, a completare l’opera di chi – per un qualche profitto e tornaconto ancora da chiarire – ha inteso nascondere per anni la reale capacità inquinante dell’impianto petrolifero, avvelenando l’ambiente.

   Sul punto Eni, come si conviene, ostenta sicurezza. Precisa che i sei dipendenti arrestati sono stati subito sospesi e che è in corso un’indagine interna. Sulle motivazioni che li avrebbero indotti a taroccare rifiuti pericolosi ed emissioni in eccesso trapela un malcelato stupore. I pm non contestano loro il peculato, Eni smentisce che possano aver ricevuto premi per i risparmi conseguiti illecitamente.

   E dunque le utilità di quelle condotte non avrebbero altro agente che l’azienda stessa che i pm indicano espressamente come “il principale beneficiario dell’ingiusto risparmio conseguito”. E tuttavia Eni non risulta tra i soggetti indagati. D’altra parte quello stesso risparmio appare risibile sia per un’azienda che fattura 200 miliardi l’anno e rispetto al rischio di finire nella bufera e vedersi sigillare gli impianti.

   Al momento, a quanto si apprende, la società presieduta da Emma Marcegaglia è impegnata proprio nel tentativo di scongiurare il sequestro del centro oli, contestando il nesso causale tra il suo funzionamento e la reiterazione del reato, come all’Ilva di Taranto.

   E anche in Basilicata si farà leva sul fattore occupazionale che non riguarda solo i 196 occupati diretti al Cova ma molti di più: gli ultimi dati pubblicati nel LR 2014 mostrano che hanno lavorato per le attività di Eni Distretto Meridionale 3.530 persone di cui 409 occupati diretti e 3.121 occupati indiretti nell’indotto oil&gas. I dipendenti da giorni stanno facendo manutenzione alle macchine ferme, la certezza è che “viste le perdite, se l’attività non riprende a breve non potremo garantirgli un lavoro”. E il ricatto è servito.

SCAMBIO DI CODICI. E LE SOSTANZE NOCIVE FINISCONO NEL POZZO – Poi c’è l’ambiente, poi. E’ l’ordinanza del Noe dei carabinieri il fulcro di questa storia che porta all’emissione di una cinquantina di provvedimenti cautelari e al sequestro preventivo dell’impianto Cova di Viggiano.

   Per l’alterazione dei codici rifiuto sono indagati vari manager e responsabili del centro, imprenditori dello smaltimento. L’elenco comprende funzionari della regione, otto manager dell’Eni nonché imprenditori affidatari di contratti di smaltimento. Tutti, secondo le accuse, contribuivano in vario modo a praticare e gestire il “traffico illecito di rifiuti”.

   Di queste condotte, al di là delle posizioni giudiziarie, resta il lascito di centinaia di migliaia di tonnellate di liquidi contenenti metidieanolammina (MDEA) e glicole trietilenico, sostanze tossiche che venivano comunemente smaltite come acque di produzione e reiniettate nel pozzo Costa Molina2, ubicato in agro di Montemurro (PZ), benché in realtà fossero “rifiuti speciali pericolosi” da trattare anziché nascondere sotto terra. Le cronache lucane sono piene di studi, rilevazioni e dossier che attestano da anni il riemergere degli inquinanti e degli scarti di estrazione/lavorazione degli idrocarburi.

   Dati che venivano smentiti dall’Eni e dalle autorità pubbliche, sulla scorta di certificazioni che l’inchiesta definisce senza fronzoli “false”.

SFORAMENTI E ALLARMI IGNORATI. IL SISTEMA PER NASCONDERLI – False anche le attestazioni sulla capacità inquinante dei camini del centro Oli che, insieme ai residui di produzione, sono l’altro fattore di maggior impatto ambientale. Qui gli inquirenti hanno fatto un lavoro certosino tra intercettazioni e documenti, rilevando come gli allarmi per gli sforamenti dei limiti alle emissioni in atmosfera fossero sistematicamente falsati, per ricondurli ai valori delle prescrizioni e nasconderli alle autorità competenti, sempre allo scopo di non incorrere nel blocco delle attività del centro.

   A consentirlo era il sistema automatizzato di monitoraggio degli allarmi, che prevedeva l’invio di un sms a una lista di funzionari dell’Eni-Cova, con anche l’indicazione del punto di emissione (camino). Solo tra dicembre 2013 e luglio 2014 ne arrivano 208, tutti a indicare l’avvenuto superamento dei limiti di emissione di Nox e So2.

   Il Noe di Potenza accerta però che per molti avvisi scattava da parte dei vertici del Centro Oli una “condotta fraudolenta volta a nascondere agli enti di controllo le reali cause del problema e celare le inefficienze dell’impianto”.

   Nelle intercettazioni, ad esempio, i vertici della gestione ambientale del SIME di Eni, Vincenzo Lisandrelli e Roberta Angelini, si accordano su come giustificare gli sforamenti per farli apparire transitori, al fine di non palesare i persistenti problemi dell’impianto che possono causare problemi di carattere prescrittivo.

   Un trucco per abbattere il numero di sforamenti segnalati era quello di tenere aperta la comunicazione oltre le 24 ore previste, così da far rientrare più eventi in una sola.  “Appare chiaro”, scrivono i magistrati “che i problemi impiantistici che causano gli sforamenti delle emissioni in atmosfera del Cova hanno ripercussioni anche sulla qualità dei rifiuti liquidi che escono dal Cova e vanno a smaltimento presso i vari depuratori finali”.

   E’ il perfetto (quanto illecito) ciclo dei rifiuti: dove a un dato alterato ne segue un altro, lungo tutta la filiera che porterà l’ombra nera del petrolio più sporco sulla Val D’Agri. (Thomas Mackinson)

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Prendere l’autostrada Napoli-Bari, uscire a Candela e puntare verso Sud. E s’incontreranno colline di grano a perdita d’occhio. È il luogo dell’anima. Il profondo sud d’Italia, la Magna Grecia, un’Italia spesso dimenticata, dove ancora resistono le suggestioni del mondo poetico-contadino“. Così Gabriele Salvatores raccontava del suo incontro con la Basilicata, terra dove decise di girare uno dei suoi film più belli, “Io non ho paura“, premiato con il David di Donatello e nella cinquina degli Oscar come miglior film straniero.

Superando la narrazione leviana, e con l’appuntamento del 2019 che fissa per Matera e per l’intero Mezzogiorno una nuova alba, la Basilicata sta ricucendo lo strappo con la modernità, diventando oggi punto centrale di alcuni passaggi importanti della storia. Abbiamo già detto Matera, possiamo aggiungere Melfi capitale europea dell’automotive, grazie alle scelte industriali messe in campo dai veriti di FCA che hanno portato ad un incremento della produzione nello stabilimento SATA e dell’occupazione. I numeri sono chiari e non hanno difficoltà a raccontarsi e spiegarsi. (….) (Sergio Ragone, da www.linkiesta.it del 18/6/2015)

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VIAGGIO NELLA PIÙ GRANDE RISERVA DI PETROLIO D’ITALIA

di Angelo Mastrandrea, da INTERNAZIONALE del 15/8/2015

   Il Texas italiano, visto dai 1.725 metri del Sacro Monte di Viggiano, è di una bellezza che mette i brividi: boschi e monti e colli fin giù nella valle dove spicca, nota stonata tra tanto verde, il grigio metallico del Centro oli più grande d’Italia.

   Ovunque tu vada, in val d’Agri, non riesci a liberartene: la fiamma perennemente accesa a segnalarne la presenza, un rumore di sottofondo incessante come di lavori sempre in corso e le esalazioni di gas e zolfo. “Guarda, lo hanno costruito sulla traiettoria della Madonna”, esclama Salvatore Laurenzana, un fotografo locale che, con Mimmo Nardozza e Marcella di Palo, ha girato un breve documentario, Mal d’Agri, sugli effetti delle trivellazioni petrolifere in questo angolo di Basilicata.

   Per mostrarmelo lui e Nardozza mi hanno portato fin quassù, ai piedi del santuario più famoso della regione e ora, all’ombra di un faggio, ammiriamo un paesaggio da cartolina al centro del quale spicca questo monumento alla modernità, in linea d’aria perfettamente simmetrico al santuario della “patrona e regina della Lucania”, come fu incoronata da papa Leone XIII, nel 1890, la madonna dal volto del colore del bitume che qui in val d’Agri erutta naturalmente, al pari dell’acqua sorgiva.

LA BASILICATA È LA PIÙ GRANDE RISERVA PETROLIFERA D’ITALIA

Ne rimasero colpiti pure alla grande esposizione universale di Parigi del 1878, quando di fronte all’ampolla d’oro nero arrivata dalla Lucania in molti rimasero stupiti quasi come davanti alla nuovissima tour Eiffel.

Ma dovette passare ancora del tempo perché da quella “piccola sorgente di acqua mista a petrolio”, dove quest’ultimo “viene emesso in piccola quantità, ma in modo continuo sotto forma di viscide filacciche che vengono trascinate dalla corrente impeciando le sponde del ruscello e sprigionando un acuto odore caratteristico” e talvolta “anche delle bollicine gassose”, come si legge in un Bollettino della società geologica italiana datato 1902, si arrivasse all’estrazione vera e propria.

UNA COLONIZZAZIONE VERA E PROPRIA

Tutto cominciò nella seconda metà degli anni trenta quando la neonata Agip cominciò a bucherellare il territorio senza che la “miseria contadina” descritta dall’economista agrario e grande meridionalista Manlio Rossi Doria, negli anni venti studente-ospite di un’azienda agricola e in seguito confinato dal fascismo proprio in val d’Agri, ne traesse alcun beneficio.

   Oggi la storia si ripete. La Basilicata è la più grande riserva petrolifera d’Italia: qui si estraggono il 70,6 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas italiani.

   Dalla terrazza naturale del Sacro Monte, Mimmo Nardozza indica i pozzi vecchi e nuovi, a volte mimetizzati tra i boschi. L’umanità è rarefatta, da queste parti: per strada si incontrano solo mezzi della statunitense Halliburton, tecnici della Total francese o auto dei vigilantes locali, uno dei piccoli business fioriti attorno alle estrazioni.

   Michele, un giovane del posto, fa eccezione: gli piace godersi la solitudine della montagna ed è salito quassù con la sua moto per cercare un po’ di refrigerio dalla canicola asfissiante del primo pomeriggio, lavora come elettricista per una ditta che ha la sede nella zona industriale, vicino al Centro oli e per questo spesso è chiamato a eseguire lavoretti di manutenzione nei pozzi.

Racconta degli screzi tra gli operai che l’Eni ha fatto arrivare dalla Sicilia e quelli lucani per uno sciopero al quale i primi non hanno aderito e non è contento del modo in cui sono trattati il territorio e la popolazione. “È una colonizzazione vera e propria”, afferma senza timori.

   A Viggiano, poco più di tremila abitanti che affacciano sul Centro oli e su venti dei 27 pozzi attivi in Val d’Agri, in molti hanno avuto o hanno a che fare con il petrolio: c’è chi ha preso soldi per un pezzo di terra espropriato, chi fa lavoretti occasionali e chi ha un familiare impiegato, e tanto basta a far sì che dell’argomento in molti parlino poco volentieri.

   Ma la consapevolezza dei danni procurati all’ambiente è tanta, almeno a giudicare dalla conversazione con il mio occasionale interlocutore d’alta montagna, venuto a cercare refrigerio in questo bosco incantevole dove ci si potrebbe pure abbeverare a una sorgente con annessa fontanella, se non fosse per una scritta, “acqua non controllata”. È stata messa lì dal comune che, nell’impossibilità di monitorare costantemente le sorgenti, avverte gli assetati viandanti: se vi azzardate a bere, lo fate a vostro rischio e pericolo.

   Il problema è reale: l’Acqua dell’abete, tra i boschi della vicina Calvello a 1.200 metri d’altitudine, è risultata inquinata, e anche questa potrebbe non essere limpida come appare. “Ma i fedeli la bevono ugualmente perché pensano che è l’acqua della Madonna e non può far male”, spiega Michele.

   Viggiano è oggi la capitale del petrolio italiano. Nel suo comune ricadono venti dei 27 pozzi della val d’Agri, nonché il Centro oli dove il gas viene separato dalla parte liquida (come pure lo zolfo), compresso e immesso nella rete distributiva della Snam. Il greggio, stabilizzato e stoccato, è invece spedito a Taranto, attraverso un oleodotto lungo 136 chilometri, da dove prende soprattutto la via della Turchia.

   Il paese è attraversato da una rete sotterranea di tubi che affluiscono dai pozzi verso il Centro oli: ogni giorno nelle viscere del paesino lucano viaggiano 3,4 milioni di metri cubi di gas e l’equivalente di 81.868 barili di petrolio (ogni barile contiene 159 litri). Sono queste cifre a fare di questa valle “il più grande giacimento onshore dell’Europa occidentale”, come la definisce l’Eni.

   Per paradosso, Viggiano è il comune petrolifero più ricco d’Europa in una delle regioni più povere d’Italia. Accade per le royalty che puntualmente, dalla fine degli anni novanta, l’Ente nazionale idrocarburi versa nelle casse del comune: fino al 2010 si trattava del 7 per cento del totale del petrolio estratto, poi è stato aumentato al 10 per cento.

NEL LORO IMMAGINARIO LA NATURA DA FONTE DI VITA SI È TRASFORMATA IN RISCHIO DI MORTE

L’Eni dichiara di aver pagato 1,16 miliardi di euro dal 1998 al 2013 (ultimo dato disponibile) e a Viggiano arrivano più di 11 milioni all’anno, così tanti che l’amministrazione ha perfino difficoltà a spenderli. “Ci finanziano sagre e feste estive, hanno messo fioriere dappertutto”, dice Nardozza, ma tutto ciò non basta a impedire che i giovani emigrino alla ricerca di fortuna altrove e in paese rimangano solo gli anziani, come in molte aree interne del Mezzogiorno.

   Nemmeno la presenza di tecnici e operai del Centro oli e delle aziende dell’indotto pare aver modificato più di tanto lo stile di vita del paese. Alle due di pomeriggio, lungo il corso principale c’è una sorta di coprifuoco e all’unico bar aperto regna l’accidia mediterranea delle ore di fuoco.

   A essere cambiato davvero, mi spiega Enzo Alliegro, è il rapporto della popolazione con il territorio. Alliegro è un antropologo, insegna all’Università Federico II di Napoli e ha dedicato alla questione del petrolio in Basilicata un libro, IL TOTEM NERO, nel quale prova ad andare oltre la consueta critica ambientalista e ad analizzare le mutazioni antropologiche dettate dal cambiamento del rapporto tra la gente del luogo e la natura.

   “La petrolizzazione ha danneggiato il territorio non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma pure su quello sanitario, identitario e della coesione”, sostiene. Vale a dire? “Fino a ieri, per i lucani la terra era un elemento di identificazione culturale e sociale. Nessuno dubitava dell’acqua e della salubrità dei prodotti locali. Ora invece pensano che le risorse naturali possano essere compromesse e questo cambia profondamente la loro identità. Nel loro immaginario la natura da fonte di vita si è trasformata in rischio di morte”.

SENTIRSI DERUBATI

Un tempo gli eventi avversi erano eccezionali: un alluvione o un terremoto (qui la cultura popolare ancora porta la memoria di quello devastante del 1857, immortalato dal fotografo francese Alphonse Bernaud nel primo reportage fotografico di un sisma della storia del giornalismo). Oggi invece secondo Alliegro, grazie agli sconvolgimenti portati dalle trivelle, la natura è diventata perennemente matrigna.

   Ma sono pure altri i sentimenti che agitano gli abitanti di queste terre: “La popolazione si sente derubata di una cosa che è sua e che dovrebbe rimanere a loro. Pensano, secondo me sbagliando, che il petrolio è lucano e ne debbano beneficiare gli abitanti del posto. In buona sostanza, ragionano in questo modo: ci avete derubato, messo a rischio e ora ci trattate come persone del terzo mondo. È uno schema interpretativo al quale aderisce pure chi è a favore delle perforazioni”.

   Per addolcire la pillola ai suoi cittadini la regione Basilicata, dismessa ogni velleità autarchica (qualche anno fa aveva minacciato di aderire autonomamente all’Opec, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio), utilizza i proventi dell’oro nero per finanziare lo stato sociale: tra i 20 e i 30 milioni al sistema sanitario, due milioni in borse di studio universitarie, 20 milioni in programmi di forestazione e per le vie blu marittime, 3,5 milioni in investimenti nella Società energetica lucana.

   E ancora, dieci milioni all’anno vanno all’Università della Basilicata, altri soldi sono destinati alla riduzione della bolletta energetica e del costo della benzina, nonché a un fondo di garanzia per le imprese.

   In definitiva, il petrolio copre così tante spese culturali e sociali per i nemmeno 600mila abitanti di una regione poco popolosa e priva di grandi città che la Cgil è arrivata a denunciare il rischio di una “dipendenza eccessiva dai diritti provenienti dalle attività estrattive”. Cosa accadrà, lascia intendere il sindacato, se le royalty dovessero diminuire, come già potrebbe accadere quest’anno a causa del crollo dei prezzi del petrolio, o addirittura il giorno in cui tutto dovesse finire?

CRAVATTE AL SOLE

L’enorme giro d’affari attorno al business delle trivelle spiega perché, al di là dell’opposizione di facciata, nel mondo della politica locale al petrolio intendano rinunciare in pochi. Nel palazzo della regione a Potenza un tabellone segnala l’estrazione giornaliera come in un emirato arabo e attorno all’oro nero si gioca la stabilità di un sistema politico che non ha avuto grandi scossoni dai tempi della prima repubblica.

   Ma l’opinione pubblica non è più la stessa che accettò senza battere ciglio le prime perforazioni negli anni novanta e i politici sono costretti a seguirne gli umori per non perdere consensi. Le inchieste giudiziarie hanno fermato le nuove prospezioni petrolifere e la giunta regionale ha deciso di non concedere più nuovi permessi, ma la corte costituzionale le ha dato torto e ora su tutta la regione incombono 18 nuove istanze, firmate Shell e e Total, su una superficie di 3.896 chilometri quadrati e 95 comuni interessati.

NESSUNO PENSA A UNO STOP AL PETROLIO MA SOLO A COME COMPENSARNE GLI EFFETTI PIÙ DETERIORI

Lo sblocca Italia del governo Renzi, che qui considerano l’ultimo atto di una colonizzazione cominciata con gli accordi del 1998 e proseguita con un successivo Memorandum, ha completato l’opera, scavalcando per legge gli enti locali e autorizzando trivellazioni un po’ ovunque, perfino di fronte alla costa di Policoro, sul mar Ionio, dove una decina di anni fa ci fu una vera e propria sommossa popolare contro la proposta dell’allora governo Berlusconi di costruirvi il sito unico per le scorie nucleari.

   Nelle scorse settimane il governatore Marcello Pittella, fratello di Gianni – capogruppo dei socialisti al parlamento europeo – e figlio dell’ex senatore socialista Domenico – che nel 1981 curò clandestinamente nella sua clinica di Lauria (sul versante tirrenico) la brigatista Natalia Ligas ferita in uno scontro a fuoco– si è presentato a una manifestazione contro le previste perforazioni in mare, ma è stato contestato dai comitati No Triv: “Basta con le sfilate di cravatte al sole”, gli hanno urlato.

   Al presidente della regione viene imputata la debole opposizione allo sblocca Italia e la mancata impugnazione di un articolo, il 38, che secondo l’Organizzazione ambientalista lucana (Ola) regalerebbe alle compagnie petrolifere il 78 per cento del territorio regionale. Ma non finisce qui. Secondo Nardozza “la Basilicata è destinata a diventare l’hub energetico più importante d’Italia”.

   La nuova frontiera si chiama TAP (TRANS-ADRIATIC PIPELINE) ed è il gasdotto che dalla frontiera greco-turca porterà il gas del mar Caspio in Europa. Da Taranto la condotta passerà per la val d’Agri, facendo il percorso inverso a quello che fa oggi il gas estratto da queste parti, e “il Centro oli è destinato a trasformarsi in un gigantesco deposito”.

   Per capirne un po’ di più degli orientamenti politici me ne vado a un convegno sulla sanità promosso dal Pd a Villa d’Agri, il capoluogo commerciale della valle, a pochissimi chilometri dal Centro oli.

   Prendono la parola esponenti della regione, sindaci e politici delle zone del petrolio. Si parla di ospedali ma il tema dominante è l’onnipresente petrolio. C’è allarme sulle patologie causate dall’inquinamento ambientale e nello stesso tempo bisogna far fronte ai tagli previsti dalla spending review del governo, e il leit motiv del convegno è la capacità o meno di spendere alcuni fondi europei.

   In buona sostanza, nessuno pensa a uno stop al petrolio ma solo a come compensarne gli effetti più deteriori. Così vanno le cose nella “Basilicata Saudita”, come l’ha efficacemente definita il segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti, autore di numerose denunce sui disastri ambientali provocati dalle perforazioni.

   Viggiano è la città della Madonna nera, del petrolio che ha lo stesso colore della Vergine e di musicisti nomadi. A rammentarlo è un’insegna che accoglie i visitatori all’ingresso del paese, appollaiato su una collina sovrastata dal Sacro Monte e a sua volta affacciato sul Centro oli. Molto prima che si cominciasse a estrarre l’oro nero, gli emigranti partivano in squadre da quattro, portandosi dietro i ferri del mestiere: un violino, un flauto, un clarinetto e l’“arpicedda”, una particolare arpa con 34 corde, abbastanza maneggevole per essere trasportata da compagnie itineranti.

   Leonardo Fiore è uno degli ultimi eredi di questa antica tradizione. Non sa suonare ma ha recuperato un’attività artigianale che toccò il suo apice quando un emigrante viggianese, Nicola Reale, regalò uno strumento di sua fabbricazione (in realtà si trattava di un violino e non di un’arpa) al presidente americano Richard Nixon.

   Mi invita nel laboratorio in un vicoletto del centro storico per mostrarmi il suo capolavoro: un’arpa in legno di frassino, abete rosso della val di Fiemme e corde di budello, appena ultimata dopo quattro anni di lavoro. È in vendita al prezzo di tremila euro.

LUOGHI MITICI

Per almeno un secolo e mezzo la musica ha dato da vivere a buona parte del paese, come si legge nel primo numero del periodico L’arpa viggianese, datato 1873: “Viggiano proprio per l’arpa si ha mutato in casa ogni tugurio”. A questo giornale è legato un aneddoto singolare:quando nel 1878 uscì il romanzo Sans famille di Hector Malot, in paese identificarono il personaggio di Vitali, che avvia a una vita da arpista girovago il trovatello Remi, con un musicista del luogo, e si offesero terribilmente perché Vitali era ritratto come uno sfruttatore del lavoro infantile, cosa che invece è stata edulcorata nel successivo cartone animato giapponese degli anni ottanta (il “dolce Remi, piccolo come sei, per il mondo tu vai” della sigla italiana firmata Vince Tempera che vedranno milioni di bambini).

DICIAMOCI LA VERITÀ: L’IDEA DI CONIUGARE AMBIENTE E PETROLIO È UNA GRANDE CAZZATA

I redattori dell’Arpa viggianese (alcuni docenti ed esponenti del notabilato locale) si diedero così l’obiettivo di “restituire la rettitudine morale e politica dei musicanti”, considerati alla stregua dei gitani di oggi e dunque vittime di razzismo. L’epopea degli arpisti zingari incise in profondità la cultura viggianese, al punto da ispirare alcuni detti: “Misurare l’Europa da un capo all’altro è affare da nulla per il viggianese” oppure “ogni luogo è teatro pel viggianese”.

   Il poeta Pietro Paolo Parzanese declamò in versi, nel 1846: “Ho l’arpa al collo, son viggianese, tutta la terra è il mio paese”. In una corrispondenza del 1884 Giovanni Pascoli scrisse a Giosué Carducci che “gli arpeggiamenti per tutto il paese” facevano del comune della val d’Agri l’Antissa della Lucania, paragonando il paesino in cui era stato inviato come commissario per gli esami scolastici al luogo mitico dell’isola di Lesbo in cui nacque il poeta e suonatore di lira Terpandro, considerato il fondatore della musica greca antica.

   Alla fine di maggio è morto, alla veneranda età di 95 anni, l’ultimo grande esponente di una lunghissima tradizione. Si chiamava Victor Salvi, aveva suonato nell’orchestra filarmonica di New York e nella Nbc orchestra diretta da Arturo Toscanini, suo fratello era stato a sua volta un arpista di livello mondiale (si esibì con Enrico Caruso, Beniamino Gigli e Tito Schipa, tra gli altri) e insieme avevano fondato la Salvi Harps, tuttora un colosso del settore.

   Ma questa storia a Viggiano pare rimossa, come se gli emigranti, lasciando il paese, avessero portato via pure la sua musica. Nonostante la buona volontà di qualcuno e le buone potenzialità legate a un mercato di nicchia rispetto al quale potrebbero contare su un know how plurisecolare, alle arpe si preferiscono le trivelle. Leonardo Fiore lo ammette sconsolato: “Oggi nessuno vuole fare più quest’attività, tutti vogliono lavorare con il petrolio”.

COMPENSARE I DANNI

A separare il pozzo Monte Alpi 1 dalle stalle dell’azienda agricola Sassano è un reticolato e null’altro. Ci arrivo passando per la sede della fondazione Enrico Mattei, che utilizza un bel convento restaurato e si premura di incentivare il turismo sostenibile e di fare di Viggiano un albergo diffuso, nel tentativo di compensare l’impatto ambientale delle estrazioni.

   Lungo una strada poderale, in un’area che dovrebbe essere espropriata per consentire l’apertura di una quinta linea del Centro oli, tra terreni coltivati e vecchie abitazioni in pietra, spunta un’antica sede sindacale della metà dell’ottocento, in una casa colonica ristrutturata.

   Il proprietario dell’azienda, Gaetano, non c’è ma risponde al telefono, chiamato da un suo dipendente indiano: “Da quando sono spuntati i pozzi per me è stata la fine”, dice. Il vino che produce non lo vuole più nessuno e le mucche hanno cominciato a morire senza motivo: “In meno di un mese ne ho seppellite quindici e nessuno sa darmi una spiegazione”. Davanti all’azienda ce n’è una con una sorta di distrofia muscolare, scheletrica, separata dalle altre, gli occhi che paiono implorare aiuto. “Diciamoci la verità: l’idea di coniugare ambiente e petrolio è una grande cazzata”.

   Nel centro di Grumento Nova incontro un simpatico personaggio che non vuole dire il suo nome ma è votato alla chiacchiera e incline alla citazione colta. È un professore di liceo in libera uscita estiva, tipica figura d’intellettuale magno-greco di paese e, da una piazzetta affacciata sulla val d’Agri, sulla collina di fronte a quella su cui è costruita Viggiano, indica il Centro oli, la “cattedrale nel deserto”: “Una volta questa era una valle bellissima, del vino di Grumentum”, l’antica città romana, una sorta di Pompei lucana oggi parco archeologico, “ne parla Tito Livio, ma ora arriva un olezzo…”.

   La cittadina non beneficia di royalty milionarie come Viggiano ma risente degli effetti più sgradevoli: il rumore, specie di notte quando tutto tace, le esalazioni che non deliziano l’olfatto, la moria di carpe nel lago Pertusillo, invaso artificiale che, volgendo lo sguardo verso la sinistra da questo paese-terrazza, si estende a perdita d’occhio circondato dai boschi.

   Dovrebbe essere una riserva naturale, quest’ultimo, un’oasi nel verde che fornisce alla Puglia, attraverso una mastodontica diga alta cento metri, il 65 per cento del suo fabbisogno di acqua potabile e per usi irrigui: 4.500litri al secondo, per una capacità di 155 milioni di metri cubi.

   Da anni, invece, si susseguono denunce e controdenunce, analisi e controanalisi, in una guerra di dati e notizie che servono solo a far confusione e a coprire di una spessa coltre di disinformazione l’intera questione.

TRE TIPI DI SCIENZA A CONFRONTO

Da quando muoiono le carpe attorno al Pertusillo è accaduto di tutto: un tenente della polizia provinciale che aveva diffuso i dati sull’inquinamento è stato sospeso dal servizio, processato per rivelazione di segreto d’ufficio e poi definitivamente assolto, l’Arpa della Basilicata ha censito la presenza di ben 21 metalli pesanti nelle acque del lago, cinque dei quali passati indenni perfino agli impianti di potabilizzazione, l’Organizzazione lucana ambientalista ha denunciato concentrazioni di idrocarburi superiori ai limiti legali nel 70 per cento dei campioni mandati ad analizzare, specie in coincidenza con la foce del fiume Agri che attraversa le terre del petrolio.

   Sono finite sotto accusa le trivellazioni e i depuratori malfunzionanti, i cambiamenti climatici e calamità naturali come la misteriosa comparsa di una devastante alga rossa.

   Da ultimo, un deputato lucano cinquestelle, Vito Petrocelli (con un passato recente nell’estrema sinistra dei Carc), ha presentato un dossier alla commissione ambiente del parlamento europeo sostenendo che l’inquinamento del Pertusillo è tutta colpa del fracking, la tecnica di fratturazione idraulica utilizzata dalla Halliburton per cercare gas e petrolio. Per dimostrarlo, ha fatto un parallelo con un analogo fenomeno avvenuto in un lago del Kentucky.

IL PETROLIO, DA QUESTE PARTI, VIENE FUORI ANCHE SE NESSUNO LO CERCA

Ma, come per la puzza e il rumore del Centro oli, nessuno è finora riuscito a dimostrare un legame di causa-effetto e a stabilire responsabilità e pericoli per la salute. E chi è stato chiamato a fornire un’analisi scientifica non ha contribuito a diradare le nebbie.

   “Qui si scontrano la scienza di stato che fornisce una verità ufficiale, quella aziendale che porta acqua al mulino dei petrolieri e un’altra di prossimità, fatta da medici, ingegneri, geologi ed esperti locali di vario genere che studiano il territorio e svolgono un’importante opera di denuncia ed educazione delle popolazioni”, dice l’antropologo Alliegro.

   Poi c’è quella che definisce “la scienza dei senza scienza”, vale a dire le conoscenze legate alle esperienze sensoriali degli abitanti del luogo, che sono insofferenti ai rumori, soffrono per la puzza e si rendono conto che l’acqua non è più quella di una volta. Di fronte a questa evidenza, non c’è soglia di legge o interpretazione che tenga: lo scienziato senza scienza, abitante e profondo conoscitore dei luoghi per esperienza diretta, si rende conto che oggi in val d’Agri non si vive più come un tempo. In definitiva, per Alliegro esiste un danno percepito che è molto superiore a quello certificato.

ASSISTENZIALISMO ALLO STATO PURO

Che non sia facile attribuire colpe è testimoniato pure da un’altra evidenza: il petrolio, da queste parti, viene fuori anche se nessuno lo cerca.

   Ne ho la prova in un canyon di Tramutola: da una sorgente, a poca distanza da un parco acquatico che sfrutta le acque sulfuree del sottosuolo, sgorga l’oro nero di Lucania, viscido e oleoso. Forma una sorta di ruscello nerastro e va poi a riversarsi in un torrente, il rio Cavolo. In qualche punto si addensa e si formano delle bollicine di metano, mentre l’acqua sulfurea gli scorre addosso e scende a grande velocità verso il rio, lasciando per strada molte impurità.

   Mi dicono che è proprio da questa sorgente che nel 1878 fu riempita l’ampolla da portare all’Expo di Parigi ed è difficile credere che sia ancora viva in qualcuno la convinzione che, come per l’acqua della Madonna sul Sacro Monte, il composto che rigurgita dalle viscere di Tramutola abbia effetti curativi.

   Proseguendo oltre, si incontrano le vestigia dell’“eldorado nero” della seconda metà degli anni trenta, come fu definito dagli amministratori dell’epoca. Si tratta di 47 pozzi svuotati e abbandonati, una sorta di avvertimento per quello che potrà accadere in futuro alle estrazioni di oggi.

   Oggi il miraggio petrolifero si è spostato di poco, dalle gole di questo paesino lucano all’altro capo della valle. Ha conquistato politici e gente comune, lasciando credere che insieme alle jeep e alle trivelle sarebbero arrivati soldi, benessere e lavoro per tutti.

   L’Eni fornisce qualche numero: 2.881 impiegati in Basilicata, di cui 348 direttamente (tra questi 206 lucani) e 2.553 (1.077 del luogo) nelle aziende dell’indotto o “nella catena di fornitura di beni e servizi”. Davide Bubbico, sociologo all’università di Salerno e autore del dossier per la Cgil, puntualizza: “Si tratta in gran parte di attività a basso valore aggiunto”.

   In buona sostanza, per i giovani del posto che non emigrano il petrolio rimane un miraggio: si accontentano di mansioni poco qualificate, stipendi bassi e, almeno nella metà dei casi, di contratti a tempo determinato (spesso legati alla manutenzione degli impianti o a esigenze particolari), mentre le vecchie arpe ereditate da genitori e nonni rimangono gelosamente sigillate in casa come pezzi d’antiquariato, senza che nessuno di loro sappia però più utilizzarle.

   “Sono tutti lavoretti per far stare tranquilla la popolazione, i giovani sono impiegati solo per pochi mesi, si tratta di assistenzialismo allo stato puro”, chiosa il professore di Grumento Nova, che azzarda un paragone con l’araba fenice, “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Per l’anonimo erudito magno-greco “l’Eni ha portato un’illusione di tipo foscoliano”: “Si tratta di una speranza che non arriva mai”, dice, anche se nessuno da queste parti vuole rinunciare a crederci. (Angelo Mastrandrea)

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BASILICATA: LA RICERCA DEGLI IDROCARBURI

da www.petrolioegas.it/

   La scoperta del petrolio in Basilicata ha origini lontane. Nei primi anni del ‘900 iniziano le prime attività di ricerca in Val d’Agri, l’area più importante, dove attualmente sono situati i maggiori giacimenti di idrocarburi di tutto il Paese. I primi studi si concentrano a Tramutola in provincia di Potenza dove il petrolio affiorava naturalmente.

   Intorno agli anni ‘30 il governo istituisce l’Azienda Generale Italiana Petroli, AGIP, e inizia la vera e propria attività di esplorazione che, tra il 1939 e il 1947, porterà alla realizzazione dei primi 47 pozzi.

   All’epoca il bacino di Tramutola garantì una produzione di circa 100.000 barili di olio e di 7 milioni di metri cubi di gas. Negli anni i consumi variano e oltre all’illuminazione pubblica e domestica la diffusione dei motori a scoppio coinvolgerà rapidamente il mondo dei trasporti e il settore agricolo e industriale.

   Finita la seconda guerra mondiale, l’attività di esplorazione petrolifera si avvalse delle prime prospezioni geofisiche e iniziò una nuova campagna di ricerca con risultati poco significativi: nonostante la grande profondità raggiunta (2.000 metri) non si riuscì a raggiungere la roccia serbatoio degli idrocarburi.

   I primi risultati positivi si ottennero quando si resero disponibili le moderne tecniche di prospezione sismica digitale sviluppate negli anni ’70. A quel punto l’attività esplorativa riprese con maggiore intensità e portò alla scoperta del pozzo di COSTA MOLINA e poi di CALDAROSA e di TEMPA ROSSa.

   I ritrovamenti in Basilicata costituiscono il più grande giacimento petrolifero d’Europa onshore e con circa 40 pozzi di produzione in Val d’Agri garantiscono l’80% della produzione nazionale di petrolio.

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da un articolo-ripreso (oggi ripreso) del 2012

“TEMPA ROSSA”, UN MEGA-APPALTO CHE VEDE ALLEATE ENI, TOTAL, EXXON E SHELL

di Gianmario Leone, da IL MANIFESTO” del 2/4/2016

– Le quattro sorelle dell’oro nero lucano. L’inchiesta del 27 aprile 2012 del manifesto su Tempa Rossa. “Un sistema capace di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattive”. Il progetto, dal valore di oltre 1 miliardo di euro, giudicato da Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti del mondo –

…    “Se in questo paese sappiamo fare le automobili, dobbiamo saper fare anche la benzina”: quando Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, pronunciò questa frase a Vittorio Valletta, storico dirigente della Fiat, eravamo sul finire degli anni ’50. Chissà cosa penserebbe oggi se fosse ancora in vita, sapendo che proprio la sua Eni, creata per rompere il monopolio delle famose “sette sorelle” (le maggiori compagnie di petrolio dell’epoca), ancora oggi recita una parte da comprimaria nell’Italia che lui stesso difese, da partigiano “bianco”, durante la Resistenza.

   C’è un progetto dei colossi petroliferi ENI, TOTAL, EXXON MOBIL e SHELL, approvato a occhi chiusi da istituzioni e sindacati, che sta mettendo a rischio l’ecosistema della Basilicata, considerata l’Arabia Saudita italiana, e aumenterà ulteriormente l’inquinamento a Taranto, dove si trova una delle più grandi e strategiche raffinerie Eni in Italia.    Cuore pulsante di TEMPA ROSSA, considerato dalla banca d’affari Goldman Sachs tra i 128 progetti più importanti al mondo in fase di attuazione, “capaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva”, le installazioni petrolifere della Val d’Agri sull’appennino lucano e la raffineria ionica, suo terminale d’esportazione, collegate dall’oleodotto di Viggiano (lungo 136 km).

   La fase d’attuazione sta per scadere, in quanto la Total Esplorazione & Produzione Italia (Gruppo Total) ha reso noto di aver sottoscritto il 5 aprile una Lettera di intenti con la Maire Tecnimont Spa, quotata in borsa dal 2007 e gestita dall’imprenditore romano Fabrizio Di Amato (scelto direttamente dalla francese Total). L’attività di ingegneria prenderà il via il prossimo 14 maggio e la firma del contratto è attesa a breve. Affinché le ruspe entrino in azione nel cuore della Basilicata, serve solo l’ultima autorizzazione dell’Ufficio nazionale minerario, che dovrebbe arrivare in tempi rapidi. Alle aziende locali lucane, la Total concederà il “privilegio” di effettuare soltanto i lavori civili (di preparazione a quelli che farà la Maire Tecnimont) per la modica cifra di 60 milioni di euro.

   Il valore complessivo dell’opera sarà di circa 500 milioni e secondo il Cipe, che lo scorso 23 marzo ha approvato il progetto definitivo (perché “contribuirà a sviluppare la produzione di petrolio in Italia e ridurre la dipendenza energetica dall’estero”), mobiliterà 1,3 miliardi di euro di fondi privati. Sul lato ionico, invece, i via libera ci sono già tutti: il 19 settembre 2011 l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, firmò il decreto di pronuncia di compatibilità ambientale per la raffineria di Taranto per l’Adeguamento stoccaggio del greggio proveniente dal giacimento Tempa Rossa, per il cui progetto l’Eni ha stanziato 300 milioni di euro. Sempre nel corso del 2011 sono arrivati i vari ok da parte del Comune e della Provincia di Taranto, oltre che della Regione Puglia del governatore Nichi Vendola.

   Alle origini dei mega pozzi – Ma cos’è in realtà Tempa Rossa? È un giacimento petrolifero dell’alta valle del Sauro situato nel cuore della Basilicata, che ricade in gran parte sul territorio del Comune di Corleto Perticara, in provincia di Potenza, a quattro chilometri dal quale verrà costruito il futuro centro di trattamento.

   I cinque pozzi già perforati si trovano sul territorio del paesino lucano, mentre il sesto, i cui lavori di perforazione sono in corso, si trova nel Comune di Gorgoglione. Altri due pozzi saranno perforati nel corso di quest’anno sempre in agro Corleto Perticara. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio Gpl si trova invece nel Comune di Guardia Perticara.

   Il giacimento Tempa Rossa, che fu scoperto nel 1989 dalla Fina (società belga poi assorbita dalla Total che a sua volta nel 2002 ottenne dall’Eni la cessione del 25% della concessione del giacimento di Gorgoglione), possiede una particolarità: non solo per la natura degli idrocarburi presenti nel sottosuolo (oli pesanti da 10 a 22 Api e presenza di zolfo) ma anche e soprattutto per il suo contesto ambientale: esso infatti si trova tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, proprio nel cuore della Basilicata.

   Ma ciò che interessa davvero è quello che si trova nelle viscere. Nel sottosuolo è infatti custodito uno dei principali giacimenti petroliferi europei su terraferma: allo stato attuale il 78,5% della produzione italiana di greggio su terra proviene dalla Basilicata. Quando l’impianto lavorerà a pieno regime, avrà una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, 250.000 m³ di gas naturale, 267 tonnellate di Gpl e 60 tonnellate di zolfo.

   Il gas sarà convogliato alla rete locale di distribuzione Snam, mentre il petrolio sarà trasportato tramite una condotta interrata fino all’oleodotto Viggiano-Taranto, che ha come terminale d’esportazione la raffineria Eni del capoluogo ionico. Non è un caso, dunque, se lo sviluppo del progetto Tempa Rossa veda interessati due tra i più grandi gruppi petroliferi mondiali. Al fianco di Total E&P Italia, operatore incaricato dello sviluppo del progetto, figurano infatti anche la Shell (25%) e la Exxon Mobil (25%) tra le compagnie americane di petrolio più importanti al mondo. Tre delle “sette sorelle” combattute invano dal fondatore dell’Eni Enrico Mattei nella metà del secolo scorso.

TRA FANGHI E RICATTI – TUTTO BENE, DUNQUE?

Non proprio. Perché il 15 aprile 2011, 19 anni dopo l’inizio delle perforazioni esplorative effettuate dalla Total Mineraria Spa e il successivo abbandono dei fanghi petroliferi per la mancanza di una discarica che potesse raccoglierli, la regione Basilicata riceve la notifica ufficiale del sito in questione, indicato come “situazione a rischio”. Sulla vicenda Total ed Eni hanno iniziato il solito scaricabarile, in quanto il terreno ora in concessione alla Total, all’epoca era di proprietà dell’Eni, per cui la Total Mineraria Spa tra l’altro lavorava. Ma ciò che più preoccupa in questo momento l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (Arpab), è cosa sia successo nei terreni in cui sono stati abbandonati i fanghi, specie per quanto concerne l’inquinamento delle acque di falda e la regimazione di quelle di pioggia.

   Inoltre, al momento è in corso un’inchiesta, avviata dal pm Henry John Woodcock prima del suo trasferimento a Napoli, il quale inquisì “i vertici della Total per presunti accordi corruttivi con ditte lucane interessate ai lavori di realizzazione delle infrastrutture legate al giacimento Tempa Rossa, il secondo più grande dopo quello dell’Eni”. Inchiesta che vede come parti lese i pochi agricoltori che si opposero all’esproprio dei terreni, che avvenne su cifre imposte dalla compagnia petrolifera e ritenute dagli agricoltori e dagli stessi inquirenti a dir poco ridicole: si parla infatti di somme di dieci volte inferiori al reale valore di mercato.

AFFARI NERI – Ma mentre in Basilicata la Total continua a perforare il terreno in uno dei luoghi naturali più affascinati della regione lucana, a Taranto l’Eni continua ad allungare la sua ombra sia all’interno che all’esterno della raffineria. I 300 milioni di euro stanziati, serviranno infatti per la costruzione di due enormi serbatoi (oltre ai tanti già presenti che si affacciano su Mar Grande) per stoccare i 180mila metri cubi di greggio che arriveranno dalla Basilicata e per l’ampliamento del pontile della raffineria che ospiterà dalle 45 alle 140 petroliere l’anno.    E proprio l’aumento delle navi nella rada di Mar Grande è uno dei punti meno chiari del progetto, visto che nello Studio d’Impatto Ambientale manca l’analisi di rischio di incidente rilevante, di fondamentale importanza in questi casi. Il progetto dell’Eni, inoltre, produrrà un 12% in più di emissioni diffuse, dato confermato dai tecnici di Arpa Puglia che l’Eni non smentisce, anche se nello Studio d’Impatto Ambientale presentato la percentuale scende all’8%.

   A tutto questo le nostre istituzioni, accompagnate a braccetto dai sindacati confederali e da Confindustria, hanno conferito la loro sentenza definitiva di “compatibilità ambientale” e di “pubblica utilità”. Si è parlato di occasione unica per l’economia del territorio e di imprecisati posti di lavoro in più. Ma al bando emesso dall’Eni per l’aggiudicazione dei lavori per il progetto Tempa Rossa, scaduto lo scorso anno, potevano partecipare solo aziende con un profitto annuale minimo di 250 milioni di euro.

   E aziende tarantine di questo calibro non ce ne sono. Anche se, a pensarci bene, visto che il progetto prevede che “il pontile e tutte le strutture accessorie saranno realizzate interamente in acciaio”, il nome di un’azienda viene in mente eccome: l’Ilva della famiglia Riva, che si trova a pochi metri dalla raffineria. SI CHIEDEVA, POI, IN QUEL 2012, IL NOSTRO GIANMARIO LEONE… È possibile giudicare un progetto come quello di cui parliamo in questa pagina “compatibile con l’ambiente” e soprattutto di “pubblica utilità”? È compatibile con l’aria di Taranto l’aumento del 12% delle emissioni diffuse? È compatibile con l’ecosistema del Mar Grande tarantino l’aumento annuale di enormi petroliere? È compatibile con la vita dei cittadini il sicuro aumento della dispersione delle emissioni odorigene che già oggi avviene sistematicamente quando sono in corso operazioni di caricamento di greggio dalla raffineria Eni su nave? È compatibile con l’ambiente lucano la perforazione di otto pozzi petroliferi nel cuore di uno degli scenari naturali più belli che abbiamo in Italia? È di pubblica utilità un progetto che farà aumentare solamente il bilancio delle multinazionali del petrolio come Total, Shell, Exxon Mobil, Eni? È di pubblica utilità un progetto che per la costruzione di tutte le sue opere affiderà i lavori ad aziende con un profitto annuale altissimo e lascerà solo le briciole alle aziende presenti sul territorio lucano e ionico? Ci piacerebbe che qualcuno rispondesse alle nostre domande. Il resto è cronaca di oggi.

…………….

SU TRIVELLAZIONI E REFERENDUM DEL 17 APRILE, VEDI ANCHE:

https://geograficamente.wordpress.com/2016/03/13/le-trivellazioni-in-mare-il-17-aprile-un-referendum-sul-futuro-energetico-un-si-allabrogazione-del-decreto-che-autorizza-il-rinnovo-delle-concessioni-allestrazioni-di-gas-e-petrol/

https://geograficamente.wordpress.com/2015/11/10/un-mare-di-trivelle-la-ricerca-di-gas-e-petrolio-mette-in-pericolo-coste-terraferma-e-mari-italiani-lestrazione-di-idrocarburi-entro-le-dodici-miglia-marine-e-lo-stato-che-si-da-piu-pote/

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