ASSETTI TERRITORIALI ISTITUZIONALI CHE NON CAMBIANO: il declino di REGIONI, PROVINCIE, COMUNI (che non si sciolgono in MACROREGIONI, AREE METROPOLITANE, NUOVE CITTA’) – Il caso dei comuni veneti che vogliono diventare friulani (per i vantaggi di chi è nelle regioni a statuto speciale)

SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)
SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)

   Parliamo di enti territoriali. Di come l’assetto istituzionale italiano fin qui tenuto (le REGIONI, le ex PROVINCE – che tanto “ex” non sono, come cercheremo di dimostrare in questo post -, i COMUNI che dovrebbero, almeno quelli medio piccoli mettersi assieme e formare NUOVE CITTÀ…), ebbene questi tradizionali enti istituzionali persistono stancamente, e una nuova geografia territoriale istituzionale sembra lenta e impossibile ancora a venire.

   Su questo blog spesso abbiamo auspicato e incentivato la realizzazione di quelle proposte di MACROREGIONI, proposte che da varie parti sono sorte nel nostro Paese, con lo scopo di sostituire le obsolete REGIONI: che sempre più stancamente, più che il territorio si accontentano di gestire, spesso con grandi sprechi, l’80% dei loro bilanci fatto di spesa sanitaria (bene questo, dello spendere in sanità, se fatto con efficienza e razionalità… indubbiamente, ma il resto?). Proposta di macroregioni che finora, concretamente, ha dato un risultato zero.

PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) "(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l'80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano "attori" di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a "esattori". Per conto dello Stato." (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)
PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) “(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l’80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano “attori” di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a “esattori”. Per conto dello Stato.” (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)

   Pensavamo che le Province venissero sostituite da ben più interessanti e accattivanti AREE o CITTA’ METROPOLITANE, ma anche questo non è accaduto: ci si è limitati a togliere l’elezione diretta, popolare, del consiglio provinciale e del presidente, e di delegare il tutto ai sindaci dei comuni del territorio provinciale, che è rimasto così com’è (e le province mantengono più o meno le stesse funzioni: la manutenzione delle strade, l’ambiente, l’edilizia scolastica).

   Infine i Comuni: ogni progetto di fusione tra di loro è assai lento e difficile da realizzarsi (spesso referendum per avere l’approvazione dell’accorpamento di due o più enti comunali viene sonoramente bocciato dalle popolazioni…).

MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee
MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee

   La notizia, e tema di riflessione, cui vorremmo comunque concentrarci in questo post, è il contesto che si è venuto a creare nei comuni a ridosso, confinanti, con regioni a statuto speciale (qui parleremo in particolare del Friuli) e che, appartenendo a una regione con meno risorse da distribuire (nel nostro caso, il Veneto), auspicano concretamente, con referendum in questo caso sempre vincenti o iniziative politiche, di pressione di vario genere, auspicano di “entrare a far parte” della più ricca, confinante, regione a statuto speciale.

   In Veneto questo sta accadendo con due casi: uno di Sappada (comune di montagna, nel bellunese) e l’altro con gli otto comuni trevigiani che sono a ridosso dei confini friulani.

REGIONI A STATUTO SPECIALE

   SAPPADA ha chiesto il distacco dal Veneto e l’adesione al Friuli Venezia Giulia, sulla base del referendum del 2008 che ha visto gran parte dei cittadini di Plodn (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso: i partiti, compresi quelli più autonomisti nordisti, temono che questo passaggio a una regione a statuto speciale inneschi una richiesta generale in molti comuni d’Italia confinanti con regioni a statuto speciale (Friuli, Trentino, ma anche Valle d’Aosta). Pertanto Sappada, che appariva cosa certa e oramai “fatto” il passaggio al Friuli, è probabile che dovrà aspettare molto e molto tempo (e forse mai accadrà).

LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici
LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici

   L’altro episodio è quello innescato da OTTO COMUNI DEL TREVIGIANO CONFINANTI CON LA REGIONE FRIULANA (Cordignano che fa da leader, Fregona, Sarmede, Gaiarine, Portobuffolè, Mansuè, Gorgo al Monticano, Meduna di Livenza….in tutto circa trentamila abitanti) che minacciano di passare in Friuli, e per questo stanno pure coinvolgendo tutti i comuni veneti (anche quelli bellunesi) per aggregarsi alla regione a Statuto Speciale. Ma, forse più saggiamente da un punto di vista strategico (per ottenere il vero obiettivo, cioè più soldi) dicono al Governo che “se non volete che scappiamo al di là del Livenza o del Tagliamento, attutite il nostro disagio ripristinando i fondi Letta”.

una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO
una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO

   Cosa sono i fondi “Letta”? Per evitare problemi erano stati istituiti dei fondi (chiamati anche FONDI DI CONFINE), una regalìa ai comuni confinanti con regioni a statuto speciale: il “Fondo Letta” per i comuni a ridosso del Friuli, e molto tempo prima il “Fondo Brancher” (dai nomi dei loro propositori e istitutori) per i comuni a ridosso del Trentino. Viene da pensare che a questo punto tutto questo potrebbe far crescere il malessere, il disagio, anche di comuni “normali”, non di confine con regioni a statuto speciale, che loro non hanno nessun tipo di privilegio…

   E allora, proprio per evitare questa discrasìa e differenziazione tra comuni inseriti geograficamente in un’area territoriale abbastanza omogenea (culturalmente, storicamente, geomorfologicamente -pedemontana o montana-…) che viene ad essere IL NORDEST italiano, le ipotesi politiche, culturali, che si fanno, sono di due tipi:

1 – quella dell’istituzione di un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST (sciogliendo in essa Trentino Alto Adige, Veneto, e Friuli Venezia Giulia) sostenuta in questi ultimi mesi da un gruppo veneto di avvocati, sociologi, economisti, piccoli editori (ne diamo conto in due articoli in questo post), e

2 – quella di chi afferma l’impossibilità di unire tre regioni con caratteristiche istituzionali così diverse, e non solo per troppo difficili modifiche costituzionali e contrarietà di parte delle regioni, ma in primis per un motivo ancora più arduo a realizzarsi: l’autonomia alle province di Trento e Bolzano è sorta il 5 settembre 1946 (nell’ambito della Conferenza di Parigi), dall’ACCORDO INTERNAZIONALE DE GASPERI-GRUBER, che prevedeva la concessione alle Province di Trento e Bolzano di un “potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo”. E che in ogni caso né Trentino Alto Adige né Friuli Venezia Giulia, non hanno nessuna intenzione di confondersi e far condividere le loro maggiori risorse finanziare con il Veneto, tra l’altro quest’ultima a popolazione maggioritaria…. e per questo, in questa seconda tesi, si propone che anche il Veneto diventi a “statuto speciale”, cioè riconoscere al Veneto uno status di autonomia speciale analogo a quello del Friuli Venezia Giulia, condizione che renderebbe sostenibile anche l’eventuale ipotesi di fusione almeno tra Friuli e Veneto. Anche di questa tesi proponiamo alcune considerazioni, in particolare di una senatrice trevigiana del partito democratico, Simonetta Rubinato, che su questo punto, dell’autonomia veneta, si è particolarmente spesa, e sostiene che questa opzione è l’unica possibilità per dare autonomia, e mantenimento in loco di maggiori risorse, al Veneto.

   Le questioni specifiche fin qui proposte del Nordest italiano, su scala diversa si propongono anche in tutte le altre realtà geografiche italiane: bisogna però dire che alcune aree sono più problematiche da risolvere (ad esempio, più facile e possibile potrà essere in Italia Centrale una Macroregione che possa nascere, come si sta provando, dal mettersi assieme della Toscana, dell’Umbria e delle Marche).

   A proposito poi dei comuni che con grande difficoltà e ritrosia non accettano l’ineluttabilità di mettersi in realtà nuove (“nuove Città”) qualche tentativo politico si sta facendo: ad esempio l’11 novembre scorso c’è stata la proposta di legge con primo firmatario Emanuele LODOLINI (Pd). Si tratta di una modifica del testo unico del decreto legge 18 agosto 2000 n.267. Con la “proposta legislativa Lodolini” si stabilisce che il limite minimo perché possa esistere un comune è di 5mila abitanti. Tutte quelle amministrazioni che non rientrano in questo limite devono fondersi con altre. E se non lo fanno, le Regioni devono obbligarli, e se queste a sua volta “disobbediscono” avranno la decurtazione del 50 % dei trasferimenti statali in loro favore. I piccoli comuni sotto i 5mila abitanti sono il 70 per cento dei comuni italiani, che sono 8006. La media italiana è di 7500 abitanti per comune (considerando ovviamente tutti, anche le grandi città). Insomma una proposta, pur limitata ai comuni pisscoli, che pare interessante se diventa legge: meglio che niente, se accadesse.

   Resta il fatto che ogni ipotesi di aggregazione e nuovo assetto territoriale (fra comuni, provincie o regioni…) meriterebbe che nascesse non da imposizioni legislatiche dall’alto, ma da una meditata, condivisa e accorta realizzazione di ambiti territoriali istituzionali geografici confacenti al nuovo mondo che, volenti o no, si sta realizzando. (s.m.)

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LE PROVINCE? ADESSO SI CHIAMANO CANTONI

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 11/4/2016

– Abolite le elezioni, le Regioni ribattezzano i nomi degli enti: si va dai quadranti ai consorzi –

   In Lombardia li vogliono chiamare cantoni, come in Svizzera . In Piemonte quadranti funzionali. In Sicilia hanno trovato un nome più creativo, liberi consorzi . In Friuli Venezia Giulia più macchinoso, unioni territoriali intercomunali.

   Ma dietro le variazioni sul tema, la musica resta la stessa ed ha il ritmo di una volta: il ritorno delle province. Prima abolite, espulse da tutte le istituzioni del regno, considerate simbolo assoluto dello spreco di denaro pubblico, appendice borbonica di una pubblica amministrazione già borbonica di suo. Adesso piano piano rivalutate, tornate utili. Addirittura necessarie a sentire i loro vicini di casa, Regioni e Comuni, che si danno un gran da fare per rimetterle in piedi. Con un nuovo partitone di Risiko per la revisione dei confini.

Pochi giorni fa, a Cuneo, si sono riuniti i sindaci piemontesi per discutere il loro «Manifesto delle autonomie locali». Cosa dicono? «In tutti i Paesi europei esiste un livello di governo dell’area vasta (le vecchie province, ndr) poiché esso è uno strumento di perequazione e di garanzia dei diritti».

   Diritti. Altro che sprechi e fannulloni. Per questo, scrivono, la «Regione potrà ridefinire le attuali circoscrizioni (…) coincidenti con le province » in modo da «garantire equilibrio tra i diversi territori e coesione sociale». Il ritorno delle province. Forse la vendetta delle province. Sia chiaro, le province non sono mai state abolite del tutto. La legge del 2014, la famosa Delrio, ne ha cancellato gli organi politici eletti dal popolo: il presidente, la giunta con gli assessori e il consiglio, cioè il parlamentino.

   Non ci son o più politici che fanno solo questo di mestiere, con relativo codazzo e relative elezioni . Ma come pezzo dello Stato le province ci sono ancora. È vero, in questi anni hanno perso buona parte delle funzioni e dei dipendenti, sono state degradate a bad company della Repubblica e lasciate su un binario morto.

   Ma resistono sotto il controllo dei sindaci della zona, organizzati in assemblee. Sono soprattutto loro, sindaci, a rivendicarne il ruolo. Non solo perché le province alcune funzioni le hanno ancora, come la manutenzione delle strade, l’ambiente o l’edilizia scolastica. Non solo perché altre le hanno riavute indietro dalle Regioni. Ma perché – citando ancora il manifesto dei sindaci piemontesi – la «nuova missione istituzionale delle province» sta tutta «nelle funzioni di supporto ai Comuni».

   Dateci una mano, insomma, perché da soli non ce la facciamo. A pensarla così non sono solo i sindaci piemontesi. In Emilia Romagna il governatore Stefano Bonaccini, numero uno di tutti i governatori italiani, ha detto «no al nuovo centralismo regionale» e punta a quattro grandi province al posto delle vecchie nove. La nuova cartina è già pronta: si unirebbero Parma con Piacenza , Bologna con Ferrara, Modena con Reggio, e poi le tre della Romagna.

   In Lombardia il presidente Roberto Maroni vuole creare otto cantoni, che prendano il posto delle 12 vecchie province. In Sicilia, dove in realtà hanno pasticciato parecchio, il numero non scenderà ma cambierà solo il nome, liberi consorzi. Mentre in Friuli Venezia Giulia il numero finirà per aumentare: le nuove unioni territoriali intercomunali saranno 18, anche se in realtà somiglieranno più alle vecchie unioni di Comuni .

   Dettagli. Zitte zitte, le province stan tornando. L ’importante è non chiamarle così. (Lorenzo Salvia)

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OTTO COMUNI VOGLIONO IL FRIULI «COSÌ SAREMO TUTTI PIÙ RICCHI»

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso” del 8/4/2016

   «O il Governo ci ascolta, ripristinando i Fondi Letta, oppure i 28 Comuni di confine col Friuli Venezia Giulia chiederanno il referendum per distaccarsi dal Veneto, non appena Sappada passerà in Parlamento». È un ultimatum quello di Roberto Campagna, sindaco di CORDIGNANO, ma anche presidente di ‘Asco’, l’assemblea nazionale dei Comuni di confine che ha convocato (l’otto aprile scorso) i colleghi sindaci che insistono sulla frontiera friulana, DA SAPPADA, in PROVINCIA DI BELLUNO, A SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO, nel Veneto orientale. Solo in PROVINCIA DI TREVISO i Comuni sono otto (FREGONA, SARMEDE, CORDIGNANO, GAIARINE, PORTOBUFFOLÈ, MANSUÈ, GORGO AL MONTICANO, MEDUNA DI LIVENZA), in tutto circa trentamila abitanti.

   Il rischio, pertanto, è che la provincia perda un’intera città. I FONDI LETTA sono stati assicurati dal 2007 al 2012 quali COMPENSAZIONI PER I MINORI TRASFERIMENTI che godevano (e di cui continuano a godere) i Comuni trevigiani, piuttosto che del resto del Veneto, rispetto a quelli friulani o, dall’altra parte, trentini e altoatesini. «I nostri concittadini» fa sintesi Campagna «ricevono ciascuno la metà dei sacilesi, per esempio, e, quindi, dei friulani».

   Per i primi tre anni, il Fondo Letta ha garantito 262mila euro, per gli altri tre ben 812mila euro, complessivamente poco meno di un milione e 100 mila euro. «I Comuni hanno realizzato opere, con queste risorse, che mai sarebbero riusciti a concretizzare con i loro bilanci» ricorda Campagna «Cordignano, ad esempio, si è attrezzato di una rete di piste ciclabili, lungo il Meschio e tra il centro e le frazioni davvero invidiabili».

   C’è chi ha rinnovato l’illuminazione pubblica, chi ha riparato frane, ha ristrutturato immobili. Ma da 4 anni il rubinetto Letta è in secca. Dall’altra parte del Veneto, invece, ci sono i FONDI EX BRANCHER che garantiscono 80 MILIONI DI EURO L’ANNO A TUTTI I COMUNI VENETI DI CONFINE CON TRENTO E BOLZANO.

   Sappada, che è in secca come Cordignano e gli altri Comuni di questa parte, ha rilanciato la palla sollecitando il distacco del Veneto, sulla base del referendum del 2008 che ha visto gran parte dei cittadini di Plodn (così si chiama Sappada in lingua locale) chiedere al parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava maturo per la vigilia di Pasqua, invece è stato sospeso.

   Se Sappada dovesse transitare, l’effetto domino è possibile. Ecco perché i sindaci fanno capire che un baratto saggio è praticabile: SE NON VOLETE CHE SCAPPIAMO AL DI LÀ DEL LIVENZA O DEL TAGLIAMENTO – contratteranno col il governo – ATTUTITE IL NOSTRO DISAGIO RIPRISTINANDO I FONDI LETTA. L’ipotesi allo studio è di 8 milioni l’anno.

   Il Governo ha risposto, con il sottosegretario Gianclaudio Bressa, che come Trento e Bolzano finanziano i fondi per i loro Comuni dirimpettai, allo stesso modo dovrebbe comportarsi il Friuuli per i 28 che si affacciano sulla propria frontiera. La presidente Debora Serracchiani ha risposto di no, invitando semmai i Comuni ribelli ad aggregarsi alla sua regione.

   A Cordignano è pure stata discussa la proposta di legge del senatore Giovanni Piccoli (Fi) che prevede appunto l’istituzione di questi fondi. Il testo dell’invito ai sindaci è educatamente minaccioso. «Dobbiamo decidere – si legge – se vi sono i presupposti per sopravvivere in Veneto, o se sarà più opportuno intraprendere, con spirito di unione e con scelte condivise, delle strategie migratorie verso la Regione a Statuto Speciale». Chissà cosa assicurerà, per parare il colpo, Gianluca Forcolin, vicepresidente del Veneto. (Francesco Dal Mas)

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SAPPADA AL FRIULI VENEZIA GIULIA: AL SENATO ARRIVA IL PRIMO SÌ

2/2/2016, da “Il Piccolo” di Trieste

– Via libera della COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI di Palazzo Madama al disegno di legge che permetterà alla cittadina montana di lasciare il Veneto e aggregarsi alla Regione autonoma –

TRIESTE – La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha dato il via libera al ddl per il passaggio del Comune di Sappada dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, così come richiesto anche attraverso il voto referendario dalla stragrande maggioranza dei sappadini. A darne notizia il senatore triestino Francesco Russo (Pd), segretario d’Aula e membro della Commissione.

   «Manca solo il passaggio in Aula – afferma Russo – ma è davvero poco più di una formalità nonostante il clamoroso dietrofront della Lega con il presidente del Veneto, Luca Zaia. Ai sappadini dico che la loro tenacia è stata premiata: questa classe politica, a differenza di chi ci ha preceduto, ha lavorato fin dal primo giorno di legislatura per mantenere la promessa fatta ai cittadini. Oggi finalmente rimediamo a un torto lungo otto anni e dimostriamo al M5S che, tanto per cambiare attraverso il senatore D’Incà, aveva promosso l’ennesima polemica sterile, che noi le promesse – conclude – a differenza di altri, le manteniamo».

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PERCHÉ NON È ANDATA COME LE DICHIARAZIONI QUI SOPRA ESPOSTE

PASSAGGIO DEL COMUNE DI SAPPADA IN FRIULI: A COLLOQUIO CON IL SINDACO PER CAPIRE

Val Comelico - A est Sappada
Val Comelico – A est Sappada

di SIMONETTA RUBINATO, dal sito della deputata veneta del PD, 20 febbraio 2016

   Domenica 7 febbraio mi sono recata a Sappada per incontrare il Sindaco Manuel Piller Hoffer e il vicesindaco Marco Rossa e cercare di capire le ragioni della volontà espressa dalla comunità locale di passare dalla Regione Veneto al Friuli Venezia Giulia.

   Qualche giorno prima, infatti, più precisamente il 2 febbraio, avevo appreso dalle agenzie di stampa che la Commissione Affari Costituzionali del Senato aveva concluso l’esame del disegno di legge proprio per il passaggio del Comune di Sappada dal Veneto al Friuli, approvando la proposta della relatrice Bisinella in conformità al voto referendario espresso 8 anni fa dalla maggioranza dei sappadini. Una notizia che mi ha sorpreso, visto che nel Pd Veneto non si è mai affrontato questo tema, che a mio parere ha una grande rilevanza politica.

   A chi come me da adolescente andava ogni estate a Sappada e saliva sul Monte Peralba per godere di uno spettacolo mozzafiato, passando tra i resti delle trincee a confine con l’Austria e visitando le sorgenti del Piave, piange il cuore pensare che il nostro Veneto possa perdere un pezzo di territorio così bello.

   Da democratica credo vada rispettata la volontà popolare espressa dalle comunità locali, ma pensiamo davvero che se Veneto e Friuli Venezia Giulia godessero del medesimo status la comunità sappadina sceglierebbe di passare di là? Chi ha rappresentato i veneti ai diversi livelli istituzionali, credo dovrebbe provare solo una grande tristezza e sentire il peso di questa responsabilità. Per questo sono rimasta allibita nel leggere le dichiarazioni alle agenzie di stampa di esponenti politici veneti bipartisan dare per scontato il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia.

   Dal colloquio con il Sindaco è emersa la grande amarezza di non aver trovato ascolto in questi anni da tutta la politica regionale a cominciare dal Presidente Zaia. Se la maggioranza di Centro Destra che governa questa regione da oltre 15 anni non avesse aspettato fino ad oggi per aprire un negoziato con il Governo per dare maggiore autonomia al Veneto, oggi Sappada (ma non solo) potrebbe avere ad es. le risorse finanziarie adeguate agli investimenti richiesti da impianti di risalita moderni e competitivi rispetto ad altre località sciistiche.

   Non dobbiamo dimenticare infatti che sono passati oltre 10 anni dal primo referendum conclusosi con la vittoria dei sì al PASSAGGIO DI LAMON AL TRENTINO, cui altri ne sono seguiti, espressione del disagio dei comuni veneti a confine sia con il Trentino Alto Adige sia con il Friuli Venezia Giulia.

   Nel colloquio il Sindaco mi aveva anche rappresentato il timore che il voto favorevole in Commissione Prima alimentasse le aspettative dei propri concittadini di veder quanto prima riconosciuta la loro richiesta, con il rischio di vederle poi frustrate per le incertezze sul voto in Aula al Senato (e poi alla Camera) per la valenza politica di un passaggio come questo in un momento così delicato.

   Timore che si è rivelato fondato visto che il 16 marzo scorso il disegno di legge sul distacco di Sappada dal Veneto, anziché essere votato dal Senato, in aula, come da calendario, è stato stralciato per essere discusso a data da destinarsi. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo, su indicazione di Zanda, il presidente dei senatori Pd, che ha imposto altri temi, ritenuti “più urgenti”.

   I sappadini hanno naturalmente visto questo passaggio come un colpo di spugna a otto anni di attese e di pronunciamenti a favore di Sappada, ai vari livelli, considerato che ieri dei senatori hanno giustificato lo stop di Palazzo Madama con la necessità di ulteriori approfondimenti. Il Pd si è diviso, lo stesso Pd friulano lo ha fatto. Per il senatore Pegorer, udinese, «lo stralcio è stato incomprensibile». Ma per Lodovico Sonego, pordenonese, «è giustificato, perché», ha cercato di spiegare, «non si può mettere mano ai confini, che sono stati, per molti aspetti, tormentati e frutto di una storia in alcuni casi persino violenta».

   Ecco, in questo modo, come aveva previsto il Sindaco di Sappada si sono prima generate attese e illusioni negli abitanti, poi malamente frustrate. Meglio sarebbe stato non calendarizzare affatto questo disegno di legge.

   Il caso di Sappada sta così drammaticamente mettendo a nudo l’incapacità della politica regionale e nazionale di comprendere le ragioni profonde del disagio che da anni agita le comunità locali del Bellunese ma ormai anche la stragrande maggioranza dei comuni del Veneto. La nostra Regione è uno dei motori economici dell’Italia, è il secondo azionista fiscale del Paese ma da oltre vent’anni è ultima in classifica per risorse pubbliche pro capite spese sul territorio.

   Così la crisi economica dal 2008 ha colpito di più la nostra regione di altre, con molte famiglie che si sono impoverite e tante piccole imprese allo stremo. Ormai è chiaro che il nodo politico da affrontare è quello di stabilire un rapporto più equo tra quello che i veneti versano all’erario e ciò che rimane sul territorio per rispondere ai loro bisogni.

   Per questo la risposta avanzata in modo bipartisan di istituire i fondi di confine anche per i comuni confinanti con il Friuli Venezia Giulia è comunque insufficiente e non può che essere provvisoria. L’unica risposta politica adeguata è riconoscere al Veneto uno status di autonomia speciale analogo a quello del Friuli Venezia Giulia, condizione che renderebbe sostenibile anche l’eventuale ipotesi di fusione tra le due regioni, o almeno l’autonomia differenziata prevista dall’art. 116 terzo comma della Costituzione. (Simonetta Rubinato)

VEDI SUL TEMA:

TESTO DISEGNO DI LEGGE:

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLCOMM/964425/index.html

ANSA: http://www.ansa.it/friuliveneziagiulia/notizie/2016/02/02/comuni-sappada-al-fvg-ok-affari-costituzionali-senato_8d23f1c9-8db0-4af4-8b5a-3be0b1bcdcb1.html

IL PICCOLO: http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2016/02/02/news/sappada-al-fvg-al-senato-arriva-il-si-1.12885018

CORRIERE DELLE ALPI: http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2016/01/27/news/sappada-un-altro-passo-verso-il-friuli-1.12849694?ref=hfcablec-1 

CORRIERE DEL VENETO: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2016/16-marzo-2016/sappada-friuli-senato-rinvia-ma-decisione-divide-censura-240182664077.shtml

BELLUNO PRESS: http://www.bellunopress.it/2016/03/16/caso-sappada-rubinato-pd-lunica-risposta-dare-lautonomia-speciale-al-veneto/

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MACROREGIONE TRIVENETA, PARTE LA SFIDA

di Claudio Baccarin, da “Il Mattino di Padova”, 7/2/2016

– Cacciavillani, Bresolin e Bernardi lanciano il comitato per il referendum costituzionale: «Sì all’unione con Trentino e Friuli» –

PADOVA – Per partire serve il consenso 2 milioni 403 mila 551 veneti. Il referendum per il varo della MACROREGIONE TRIVENETA A STATUTO SPECIALE (CON VENETO, FRIULI-VENEZIA GIULIA E TRENTINO-ALTO ADIGE), forte di 8 MILIONI DI ABITANTI, potrà essere indetto dal ministero dell’Interno «solo se ne faranno richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate».

   La suggestione, che non è fantascienza ma è contenuta nell’articolo 132 della Costituzione, è stata offerta, all’hotel Crowne Plaza di Padova, da tre autorevoli componenti del comitato promotore: l’avvocato Ivone Cacciavillani, classe 1932; l’economista Ferruccio Bresolin, classe 1935; Ulderico Bernardi, sociologo, classe 1937. Con loro, al tavolo dei relatori, anche Ermanno Chasen, editore di TV7-Triveneta.

   «Sono il più vecchio in sala – ha esordito l’avvocato Cacciavillani – ma sono pronto a vivere una giovane avventura. Giànel 1985, parlando a Lugano, Feliciano Benvenuti, il più grande giurista veneto, prevedeva la fase calante delle Regioni. Però c’è voluta l’Unesco, agenzia specializzata delle Nazioni Unite, per imporre una governance unitaria delle Dolomiti. Noi non siamo dei sognatori. L’articolo 132 della Costituzione stabilisce che le Regioni possono fondersi per dar luogo a una macroregione. Eugenio Gatto (ministro, dal marzo 1970 al febbraio 1972. per i problemi relativi all’attuazione delle Regioni, ndr) previde, quando ancora le Regioni non si erano insediate, che potessero unirsi. La nostra proposta è semplice: stavolta non sono i deputati a decidere, ma i cittadini. Ci saranno novanta giorni per indurre i Consigli comunali ad adottare la medesima delibera e per ottenere il referendum. Basta con la politica parolaia, sarà comunque motivo d’orgoglio averci provato».

   Per il professor Bresolin, che nel 1998 raccolse il 25,86 alle Comunali di Treviso, «la macroregione Triveneta conta in Italia il 12% della popolazione, il 13% dell’export e del Pil, il 14% dell’industria manifatturiera. Possediamo il più grande produttore di beni pubblici: la montagna». Il sociologo Ulderico Bernardi ha messo in guardia da un pericolo: «Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia non devono sentirci come dei sopraffattori».

   Ma chi potrebbe appoggiare l’iniziativa? Ieri al bar del Crowne Plaza si sono visti Flavio Tosi, sindaco di Verona e leader di Fare!) e Flavio Frasson, già sindaco di Borgoricco e presidente dell’Ater di Padova; la senatrice Patrizia Bisinella era in sala. Tra i presenti Domenico Menorello, già vicesindaco di Padova; Sebastiano Arcoraci, che fu assessore provinciale a Padova; Ettore Bonalberti, che nella Dc fu tra i collaboratori di Carlo Donat-Cattin; Vittorio Zanini, già amministratore Dc; Flavio Manzolini, ex leghista ora approdato a Fare!; Maurizio Marcassa, ex Psi, poi candidato al Partito Pensionati. (…) (Claudio Baccarin)

IL VENETO ALLUNGA LE MANI SUL FVG

di Marco Ballico, da “Il Piccolo di Trieste” del 15/3/2016

– Procede la richiesta di referendum pro macroregione del Nordest siglata da 200 sindaci veneti. “Voto a ottobre”. La giunta Serracchiani fa barricate. Ma Zaia ricorda Sappada: è solo l’inizio –

TRIESTE – «Tre cirenei ultraottantenni, immuni quindi da velleità carrieristiche, hanno visto che le cose non funzionavano. Non solo per il Veneto ma anche per il Friuli Venezia Giulia. E hanno lanciato il sasso». Ivone Cacciavillani, decano degli avvocati amministrativisti veneti, «vecchio federalista doc», è un fiume in piena: «Dopo quello che è avvenuto sabato, a ottobre possiamo arrivare al referendum per la macroregione triveneta».

   Sabato a Villa Pisani, comune di Stra al confine tra Venezia e Padova, si sono ritrovate a convegno oltre 200 amministrazioni venete: il primo risultato dell’iniziativa del comitato promotore. Ma, «assieme agli altri due cirenei», il sociologo Ulderico Bernardi e l’economista Ferruccio Bresolin, Cacciavillani guarda già avanti: «Il Comune di Vicenza dovrebbe approvare in Consiglio nei prossimi giorni la prima delibera di richiesta della fusione con Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia».

   La macroregione, spiega il legale veneto, è un obiettivo possibile sulla base dell’articolo 132 della Costituzione, mentre l’iter è delineato dalla legge attuativa 352 del 1970 (a oggi mai applicata). Per procedere serviranno entro 90 giorni dalla prima delibera i via libera di un numero sufficiente di Comuni a coprire almeno un terzo della popolazione complessiva della nuova aggregazione, vale a dire 2,4 milioni di residenti. A quel punto il governo sarà tenuto a convocare un referendum coinvolgendo anche le altre regioni interessate. In caso di vittoria dei “sì”, poi, il Parlamento dovrà discutere una proposta costituzionale di accorpamento entro 60 giorni.

   «Passi agevolati – osserva il comitato – visto che è stato indetto per ottobre il referendum confermativo della modifica costituzionale in corso. Se dunque si procede entro maggio al voto dei Consigli comunali, si potrà usufruire di quell’appuntamento».

«YES, WE CAN». Cacciavillani lo pensa e lo dice in Veneto, ma il senso è lo stesso: «Ad affascinarmi è il fatto che si muovono non i politicanti o i partiti, ma i Consigli comunali». E pazienza se la Regione Friuli Venezia Giulia, con l’assessore alle Autonomie Paolo Panontin, ha già alzato le barricate parlando di «iniziativa unilaterale che si presta a letture annessionistiche». «Questo è strabismo – ribatte l’avvocato veneto -: come può pensare una regione così piccola come il Friuli Venezia Giulia di competere con Baviera o Sassonia? Nessuna annessione, nessuna sottomissione. Semplicemente si tratta di lavorare insieme con le rispettive specificità, penso alla spiaggia di Lignano, per evitare di essere spazzati via».

   Il “nemico” per il Veneto non è infatti il Friuli Venezia Giulia: «Il problema è il Trentino Alto Adige, visti i clamorosi aiuti di Stato consentiti da quel tipo di specialità. Con il Friuli Venezia Giulia non ci sono invece più di tante differenze. E se pensiamo solo al fatto che il porto di Capodistria ha numeri superiori a quelli della sommatoria Venezia-Trieste, la fusione non può che essere utile a entrambe le regioni».

   Rassicurato il Fvg e premesso che la presenza sabato in villa è stata «assolutamente trasversale», Cacciavillani non si preoccupa dall’assenza dei sindaci leghisti: «So di una circolare che consigliava di non venire al convegno, ma pazienza, eravamo comunque in tanti, e di città importanti». Luca Zaia può non essere convinto? «Non lo so – risponde l’avvocato – ma, nel caso, saranno affari suoi. Io non dimentico che è stata la sua giunta a ragionare in passato di macroregione e ad affidarmi la difesa del Veneto in Corte costituzionale contro lo Stato che aveva impugnato la legge sul referendum per l’autonomia».

   Di sicuro, solo ieri mattina, Zaia è intervenuto su un altro fronte bollente nei rapporti con il Veneto: il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Il governatore non è stato certo soft contestando la «disparità tra Veneto e statuti speciali»: «È evidente che se, per colpa del governo, dovremo lasciare Sappada al suo destino, numerosi altri comuni di confine con Trento, Bolzano e Friuli Venezia Giulia, rivendicheranno la medesima opportunità. A quel punto daremo il via libera a tutti e, quindi, consentiremo a Trento e Bolzano di raggiungere il mare».

   Tornando al referendum, l’entusiasmo di Cacciavillani si scontra al momento con il gelo del Friuli Venezia Giulia. Dalla giunta Serracchiani è già arrivata una bocciatura. Ma anche a Roma la questione non pare sfondare. «Il tema non è all’ordine del giorno» dichiara il capogruppo del Pd Ettore Rosato. Il presidente dell’Anci Fvg Mario Pezzetta alza a sua volta l’altolà: «La risposta non può essere la macroregione, ma un’autonomia speciale rinnovata e aggiornata. L’occasione è quella delle revisione dello statuto». E il Veneto? «Ha la possibilità di essere più autonomo senza immaginare processi di annessione». (Marco Ballico)

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PIU’ FUSIONI TRA COMUNI CON I GIUSTI INCENTIVI

di Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/ del 4/1/2016

– La commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni: sono ora il 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010. Vincolare le erogazioni ai risultati per far decollare le aggregazioni –

UN LUNGO PERCORSO DI RIFORMA

L’11 dicembre la commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni, che passano così dal 20 al 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010. La notizia arriva del tutto in controtendenza rispetto a quanto accaduto finora sul tema delle gestioni associate obbligatorie per i piccoli comuni, che ha visto uno slittamento continuo del termine ultimo per l’adeguamento, ora posticipato al 1° gennaio 2016. Se ripercorriamo i punti salienti dell’associazionismo comunale in Italia, si possono ricordare quattro fasi:

– anni Settanta: nascono i governi regionali e vengono elaborate (in qualche caso) le mappature delle associazioni intercomunali e delle zone socio-sanitarie;

– anni Novanta: la legge 142/90 introduce le fattispecie su cui oggi si continua a dibattere: unioni e fusioni;

– anni Duemila: la legge 265/1999 riforma gli strumenti associativi che hanno avuto poco successo (cade l’obbligatorietà della trasformazione delle unioni in fusioni, si introduce un corposo sistema di finanziamenti, si ribadisce il potere delle regioni nell’individuazione di bacini ottimali); la riforma costituzionale del 2001 e la legge sul federalismo fiscale (legge 42/2009) spingono sul decentramento;

– dal 2008: sono gli anni della crisi, in cui lo Stato recupera un ruolo centrale in materia di assetti locali per contenere la spesa pubblica.

POCHI RISULTATI

Un bilancio dei risultati ottenuti è illustrato nel grafico 1. La legge 142/90 non ha dato quelli sperati, perché la prospettiva della fusione obbligatoria è stata osteggiata dagli enti locali. Diverso effetto sembra aver sortito la normativa che proprio quel vincolo ha rimosso (legge 265/99). Tuttavia, occorre tener presente che le soluzioni, lasciate allo spontaneismo dal basso, hanno inseguito di volta in volta i finanziamenti disponibili (nazionali e regionali), senza dar luogo a soluzioni stabili. Con la legislazione della crisi c’è stato un nuovo impulso alle unioni di comuni, ma il fenomeno è in parte il risultato della mera trasformazione delle preesistenti comunità montane, cui sono stati tagliati i finanziamenti. A fine 2014, il bilancio è dunque molto magro: le unioni interessano il 24 per cento dei comuni e il 14 per cento della popolazione; quelle effettivamente operative, che cioè hanno presentato un bilancio, sono ancora meno (nel 2012, 230 a fronte delle 367 esistenti sulla carta) e comunque il loro peso sulla spesa complessiva degli enti locali resta inferiore all’1 per cento.

grafico 1

   Dal 2014 è poi emerso per la prima volta il fenomeno delle fusioni. Come ha confermato anche recentemente la Corte dei conti (audizione parlamentare del 1° dicembre 2015), questa soluzione è da considerarsi la migliore rispetto alle altre forme di associazionismo, perché produce risparmi di spesa certi. I fattori che l’hanno finalmente avviata sono da individuarsi negli incentivi erogati, uniti all’esenzione dal rispetto del patto di stabilità e, soprattutto, dall’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali. Gli incentivi sono di tutto rilievo per piccole realtà: un comune nato da una fusione di dimensione molto piccola, come Fabbriche di Vergemoli (Lucca) (800 abitanti dopo la fusione), riceve un contributo annuo pari 110mila euro, mentre un comune medio come Figline e Incisa (Firenze) (23mila abitanti) circa 1 milione di euro per anno. Il contributo è previsto per i dieci anni successivi alla fusione.    Se il fenomeno è senz’altro positivo, occorre tuttavia considerare che i numeri restano ancora molto piccoli (26 casi, per un totale di 62 comuni coinvolti nel 2014) e i risultati in termini dimensionali modesti (solo 7 casi su 26 hanno dato origine a enti con più di 10mila abitanti e solo 2 su 26 a enti con più di 20mila). Il rischio è che, se lasciato al più assoluto spontaneismo, il percorso si dimostri assai dispendioso in termini di tempo e risorse e che finisca per produrre risultati modesti.

AUMENTARE GLI INCENTIVI? 

Il potenziamento degli incentivi economici dedicati alla soluzione migliore (la fusione) può senz’altro rappresentare uno strumento efficace, che deve però essere bilanciato da una valutazione stringente dei risultati.    Ad esempio, gli incentivi potrebbero essere erogati solo per soluzioni di massa critica sufficiente. Per valutare questo secondo aspetto si può far ricorso al raggiungimento di una soglia demografica significativa (almeno 10mila abitanti), oppure alla corrispondenza ad alcuni ambiti ottimali ormai consolidati, come i sistemi locali del lavoro (che rispecchiano il comportamento reale degli individui) o gli ambiti di programmazione dei servizi socio-sanitari o educativi (ambiti che corrispondono più precisamente al concetto di servizi di prossimità).    Occorre, infine, prevedere un potere di sostituzione nel caso di inadempienza, giustificabile con motivi di interesse pubblico prevalente: l’iper-frammentazione, infatti, assorbendo risorse per il funzionamento delle strutture, toglie servizi ai cittadini.

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PERCHÉ SERVE RIDURRE I COMUNI

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 24/1/2016

   Un salto in municipio, e avete già raggiunto metà della popolazione residente. Succede a Pedesina, provincia di Sondrio, il più piccolo Comune d’Italia: dove, a fronte di 36 abitanti, ci sono un sindaco, 4 assessori, 12 consiglieri, un segretario comunale, e un dipendente part-time; totale, 18… e mezzo. Non un caso isolato: degli 8 mila e passa municipi della penisola, 55 hanno meno di 100 abitanti; e 1.960 sono quelli che ne hanno meno di 1.000.

   Un guazzabuglio cui risulta ostico porre rimedio: al contrario della Germania, dove i 24mila Comuni originari del dopoguerra sono stati ridotti a 8 mila già a fine anni Ottanta, grazie a robusti incentivi fiscali offerti a chi accettava il processo di fusione. A questa diaspora dei governi locali il Veneto concorre per la sua parte, con ben 10 realtà al di sotto dei 500 abitanti, dalla bellunese Cibiana (408) alla vicentina Laghi (125).

   E sui suoi 579 municipi, più della metà, 308, hanno meno di 5mila residenti. Ma al tempo stesso prova a reagire con casi virtuosi: dalla federazione del Camposampierese nell’Alta Padovana, attiva ormai dal 2001 e tra gli esempi più studiati d’Italia; al recentissimo referendum con ampio consenso per unificare nel Bellunese i Comuni della Val Zoldana, e quelli dell’Alpago.

   Da tempo inoltre è in cantiere un ambizioso progetto d’intesa tra una serie di municipi dell’area centrale veneta, che coinvolge 162 Comuni del Veneziano, del Padovano, del Trevigiano e del Vicentino, per un totale di quasi un milione e mezzo di abitanti. Che tra l’altro, senza nessun capoluogo ma con un’impresa ogni 12 abitanti, diventerebbe un vero e proprio quartiere manifatturiero del Veneto. E del quale l’asse viario della futura Pedemontana rappresenterebbe la spina dorsale.

   Tutti passi significativi. Ancora poco, però, rispetto a un concretissimo problema, di costi e di efficienza. Vecchia rogna. A risolverla ci provò già inutilmente Mazzini, che aveva in mente per lo Stivale un migliaio di Comuni in tutto; e Mussolini ne tagliò 2mila, ma quando nacque la Repubblica buona parte dei depennati tornò allo “statu quo ante”. Così che oggi in Italia sei Comuni su dieci hanno meno di 3mila abitanti. E ogni tentativo di sfoltire la foresta non ha dato frutto sostanziale: nell’ultimo paio d’anni si contano appena una trentina di fusioni tra Comuni.

    Un palese retaggio dell’Italia dei campanili, dove l’atomizzazione dei governi locali arriva addirittura fino alle guerre identitarie tra frazioni di uno stesso paese.

   C’è ancora molta strada da fare: oggi risulta problematico anche il semplice lavorare insieme unificando la gestione di una serie di servizi, dalla polizia locale alla gestione del personale, dalle mense scolastiche allo sportello unico per le attività produttive. D’altra parte, è ormai inaccettabile tenere in piedi oltre 8mila apparati che viaggiano ciascuno in proprio, e molti dei quali rappresentano autentiche Lilliput istituzionali: il che, oltre a rappresentare un costo economico pesante, complica oltre misura i processi decisionali anche ai livelli superiori, dalle Regioni allo Stato.

   Il problema vero rimane quello di riuscire ad andare oltre un deteriore localismo: per riuscirci, ci vorrebbe una forte leadership territoriale che si assuma la responsabilità di guidare il progetto con tutte le relative ricadute: inclusa la capacità di affrontare la selva dei tanti piccoli interessi di bottega e delle tante deteriori logiche di parrocchia. Ma da sola non basta: serve anche una convincente politica di incentivi, da Venezia a Roma a Bruxelles.

   Altrimenti, il rischio è che il tutto rimanga un’utopia. E che a distanza di oltre un secolo l’Italia rimanga inchiodata alla spietata analisi proposta nel remoto 1887 da Francesco Crispi: «Molti borghi e villaggi hanno il nome di Comuni senza averne la vitalità». (Francesco Jori)

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QUEI “MATRIMONI” CONTRASTATI TRA PICCOLI COMUNI

di Davide Giacomini e Alessandro Sancino, 12.06.15,

da “LAVOCE.INFO” http://www.lavoce.info/

– La partita delle gestioni associate obbligatorie giocata da governo e piccoli comuni produce per ora un solo risultato: il continuo allungamento dei tempi per gli enti inadempienti. Ecco i motivi per cui la riforma non decolla e i percorsi per farla diventare un’ opportunità di cambiamento –

GESTIONI ASSOCIATE NEI PICCOLI COMUNI

La normativa italiana obbliga i comuni sotto i 5mila abitanti (3mila per i comuni montani) alla gestione associata delle funzioni definite fondamentali. Il termine per l’adempimento previsto in un primo tempo dalla legge era il 31 dicembre 2013, poi prorogato a fine 2014 e successivamente posticipato alla fine del 2015. L’intento del legislatore è di ottenere – attraverso le gestioni associate – risparmi di spesa, imponendo, salvo eccezioni che possano essere previste in sede regionale, forme di intermunicipalità con dimensione demografica minima pari a 10mila abitanti. Ma a che punto siamo con l’introduzione della gestione associata nei “piccoli comuni”? Sono confermate le previsioni del legislatore? Per comprendere la rilevanza del tema, basta ricordare che in Italia sono presenti oltre 8mila comuni, dei quali quelli con popolazione fino a 5mila abitanti costituiscono il 70,2 per cento del totale e in essi risiede il 17,1 per cento della popolazione italiana. Per una nostra ricerca abbiamo costruito un campione stratificato e rappresentativo composto da 1.362 comuni con meno di 5mila abitanti e inviato un questionario ai tutti i responsabili dei servizi economico-finanziari ottenendo 349 risposte.

tabella 1

   La nostra ricerca si basa quindi sulle percezioni degli “adopters delle riforme” e misura alcune variabili i cui esiti potrebbero mutare nel tempo (ad esempio, la diminuzione dei costi potrebbe avvenire dopo un certo numero di anni). Tale scelta ci è parsa preferibile in quanto finora i dati di bilancio sono troppo recenti e incompleti; future ricerche saranno tuttavia necessarie per continuare a monitorare il fenomeno delle gestioni associate. I nostri dati dicono che i comuni italiani sono ben lontani dal raggiungere l’obiettivo di associare le undici funzioni fondamentali individuate dal legislatore: solo uno su quattro si trova oltre la metà del percorso. La funzione che maggiormente viene svolta in forma associata è quella di protezione civile (in 182 comuni su 349), seguita dalla polizia municipale e dai servizi sociali. Il dato più preoccupante è però quello sui comuni che, nonostante l’obbligo, non hanno ancora provveduto ad associare alcuna funzione: sono il 6,6 per cento. Certo, l’indecisione dei governi che si sono succeduti non ha spinto i comuni verso un’adesione convinta; il termine di adempimento è stato rinviato per ben tre volte e l’ultima proroga è stata una palese dimostrazione di incertezza: in pochi giorni, tra gennaio e febbraio 2015, si è passati dalla minaccia di commissariamento dei comuni inadempienti a un rinvio di oltre undici mesi.

 I BENEFICI PERCEPITI

   La tabella 2  riporta il polso dei responsabili economico-finanziari rispetto ai potenziali benefici che vengono tradizionalmente correlati con la gestione associata. In almeno un caso su tre, non sembrano esserci aspettative di maggior efficacia, efficienza e professionalizzazione. Mentre si ritiene di poter ottenere un maggior peso politico-istituzionale in un caso su due circa.

tabella 2

   Inoltre, come si vede dal grafico sotto riportato, solo un comune su cinque ipotizza una riduzione dei costi a seguito della gestione associata.

Grafico 1 – Percezione sull’andamento dei costi a seguito delle gestioni associate obbligatorie
Grafico 1 – Percezione sull’andamento dei costi a seguito delle gestioni associate obbligatorie

   Non basta un decreto per risolvere una questione aperta sin dall’Unità d’Italia. Il percorso verso l’intermunicipalità si sta confermando più lento del previsto e in circa un terzo dei comuni non si vedono effetti positivi dal punto di vista della riduzione dei costi. Il continuo slittamento dei tempi di attuazione della riforma svuota di credibilità l’ipotesi del commissariamento in caso di inadempimento e non porta gli enti refrattari a impostare percorsi di progettazione organizzativa che vadano oltre al mero adempimento normativo.    Come sempre, non basta fare buone leggi, ma bisogna favorirne una attuazione corretta e certa. È per questo che il legislatore dovrebbe ora prevedere un reale sistema di premi e punizioni, per accompagnare gli enti locali coinvolti nei percorsi di apprendimento collaborativo. Solo così le gestioni associate potranno trasformarsi da adempimento normativo a reale opportunità di cambiamento positivo per l’universo dei piccoli comuni italiani. (Davide Giacomini e Alessandro Sancino) 

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SENZA RISORSE NON ESISTE LA CITTA’ METROPOLITANA

23.02.16, di Vittorio Ferri, da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/

– Ridimensionate drasticamente le province, la legge Delrio ha assegnato alle città metropolitane funzioni fondamentali che intersecano l’azione delle regioni. È mancato però un progetto strategico di governo delle aree metropolitane. Così come non sono state previste risorse finanziarie specifiche –

COME SONO CAMBIATE LE PROVINCE

La legge n. 56 del 7 aprile 2014, la cosiddetta legge Delrio, è stata una delle prime riforme approvate dal governo Renzi. Dopo due anni è possibile tracciare un primo bilancio del nuovo governo di area vasta.    L’obiettivo della legge n. 56 era di ridurre i poteri, le funzioni, le risorse finanziarie delle province. E soprattutto si prefiggeva la loro trasformazione da governo eletto dai cittadini a ente di secondo livello, in attesa della definitiva abolizione con legge costituzionale.    Le province sono ora centrate su tre organi di governo: il presidente, il consiglio e l’assemblea dei sindaci. I primi due sono eletti dai sindaci e dai consiglieri dei comuni con voto ponderato in base alla densità demografica, mentre il terzo è formato dai sindaci. Sono confermate le funzioni principali di area vasta svolte storicamente dalle province, che nel testo risultano ben specificate nel rispetto della programmazione regionale, mentre alle province montane (Sondrio) sono assegnate funzioni aggiuntive.    Il comma 150 ha stabilito che dalla attuazione della legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e ha imposto nuovi sacrifici alle province (e alle città metropolitane) per gli anni a venire. Già nei mesi immediatamente successivi all’approvazione, la legge n. 56 ha subito numerose modifiche legate principalmente al trasferimento delle risorse umane e a nuovi tagli alle risorse finanziarie, ripartiti con criteri molto eterogenei, che vanno sommati a quelli effettuati dai governi precedenti.

   Certamente, le scelte del governo hanno consentito di ottenere immediate riduzioni di spesa per le funzioni generali e gli organi istituzionali, ma va ricordato che risparmi più significativi sarebbero derivati dall’accorpamento delle province nelle regioni a statuto ordinario: ad esempio avrebbero potuto passare da 86 a 51. D’altra parte, il mantenimento del potere tributario in capo a un governo di secondo livello, privo di un responsabile politico, non aiuta a migliorare il rapporto con i cittadini.

LE CITTÀ METROPOLITANE

A oltre vent’anni dalla loro istituzione nel 1990, la legge n. 56 ha sostituito le province dei principali capoluoghi delle regioni a statuto ordinario con le città metropolitane, definite enti territoriali di area vasta, con la finalità di curare lo sviluppo strategico del territorio.

   La legge ha assegnato loro funzioni fondamentali che intersecano principalmente l’azione delle regioni – piano strategico triennale; pianificazione territoriale generale (comprese reti e infrastrutture); servizi coordinati di gestione dei servizi pubblici; mobilità e viabilità; sviluppo economico e sociale – senza però modificare i confini delle province rispetto alle aree metropolitane.

   Solo per Milano, Roma e Napoli è prevista l’elezione del sindaco e del consiglio metropolitano a suffragio universale, a condizione che siano istituite zone territoriali omogenee e che il comune capoluogo istituisca zone dotate di autonomia amministrativa.    La legge ha il merito di attivare un governo specifico per le maggiori città, come avviene nei principali paesi europei, ma non sono state considerate alcune questioni: le città metropolitane non sono governi locali perché caratterizzati da territori di circolazione e dalla presenza di popolazioni non residenti; esistono difficoltà nei processi decisionali multilivello e di integrazione dell’azione dei capoluoghi (comuni holding) con gli altri comuni; sono desiderabili forme di governo urbano per le città non metropolitane. Dunque, le città metropolitane non sono l’esito di un progetto strategico di governo delle aree metropolitane.

IL PROBLEMA DELLE RISORSE

A quasi due anni dal varo della legge n. 56 sono stati approvati gli statuti delle città metropolitane, molte regioni hanno emanato norme specifiche ed è in corso la costruzione dei piani strategici. Tuttavia, le città metropolitane non solo hanno subito i tagli ai trasferimenti come le province, ma sono state ancor più penalizzate dal mancato finanziamento delle funzioni fondamentali. E vale la pena di ricordare che le città si trasformano per politiche, progetti ed eventi che richiedono risorse finanziarie ulteriori rispetto alle funzioni, in particolare per investimenti nel settore infrastrutture e trasporti.    Ancora una volta il legislatore centrale interviene con provvedimenti uniformi prima sulle funzioni, poi (eventualmente) sulle risorse finanziarie. Per far partire i governi metropolitani serve una nuova finanza delle città metropolitane, che tenga conto del loro ruolo strategico nell’economia italiana.    Almeno su questo punto è necessario effettuare il tagliando alla legge n. 56. (Vittorio Ferri)

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VEDI ANCHE:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/01/05/macroregioni-al-posto-delle-regioni-superare-al-piu-presto-le-obsolete-regioni-con-aree-territoriali-demograficamente-e-geomorfologicamente-omogene-e-il-progetto-macroregioni/

….

https://geograficamente.wordpress.com/2012/09/27/la-geografia-dei-poteri-locali-da-cambiare-nazionale-regionale-provinciale-comunale-la-necessita-di-piu-europa-e-meno-nazione-macroregioni-al-posto-delle-fallimentari-regioni-nuove-citta-e-are/

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