L’EGITTO ESPLODE e ci coinvolge tutti? – un Paese tra spinte di modernità e repressione militare – Il CASO del ricercatore friulano GIULIO REGENI trucidato dai servizi segreti (deviati?) mette in crisi il debole regime (l’economia è al tracollo, non va il raddoppio del Canale di Suez, l’aiuto occidentale e saudita non basta)

nella foto: IL CAIRO - Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). - In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l'economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l'Egitto
nella foto: IL CAIRO – Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). – In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l’economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l’Egitto

   In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. Ad esempio l’assassinio del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni ha suscitato commozione e condanna non solo in Italia ma in molti Paesi europei e negli USA, e tutti sono convinti che la sua morte è stata causata dai Servizi segreti egiziani, deviati o meno che siano essi dalla linea governativa.

La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)
La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)

   Al Sisi è salito al potere dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013 che ha rovesciato l’allora presidente egiziano islamista Mohamed Morsi. A sua volta Morsi era stato eletto dopo la rivoluzione (“delle primavere arabe”) egiziana del 2011, che aveva portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere. Morsi era il classico caso dell’ “infortunio” delle rivoluzioni libertarie (i giovani egiziani di Piazza Tahir al Cairo che hanno imposto la caduta del dittatore Mubarak e chiedevano libertà come tutti i giovani occidentali): con la “rivoluzione”, le elezioni e la democrazia non vince chi ha procurato la libertà ma qualcosa di peggio di quel che c’era prima (Morsi era un “fratello musulmano”, e portava l’Egitto verso uno stato islamista ancora più integralista). Così con Al Sisi è tornato il vecchio potere dittatoriale dei generali, dell’esercito. Ma per il tormentato paese dell’Egitto con più di 80milioni di persone, ponte e comunicazione nel Mediterraneo tra Africa, Asia, Medio Oriente, Europa, non esiste mai pace e sviluppo, ma violenza, sopraffazione e latente crisi economica.

nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e in quel momento manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta - GLI “SPARITI D’EGITTO” - Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong 'COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ' e 'CENTRO EL NADIM', e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto - Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli 'spariti d'Egitto' due pagine nell'edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un "incidente isolato" come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington
nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta – GLI “SPARITI D’EGITTO” – Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong ‘COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ’ e ‘CENTRO EL NADIM’, e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto – Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli ‘spariti d’Egitto’ due pagine nell’edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un “incidente isolato” come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington

   E la violazione dei diritti umani è uno dei problemi principali in un Paese con tante polizie, servizi segreti, gruppi militari. Secondo “El Nedeem Center”, un gruppo per i diritti umani con sede al Cairo, nel 2015 ci sono stati 464 casi documentati di rapimenti, almeno 676 casi di tortura e quasi 500 detenuti morti. E nei primi due mesi del 2016 sono stati segnalati già 88 casi di tortura, di cui 8 con esito mortale. E’ su questo fosco scenario che si innesta la tragica uccisione (dopo torture di giorni) del ricercatore universitario (per l’Università di Cambridge) friuliano Giulio Regeni. E la commozione non è solo internazionale, ma ben più forte forse interna all’Egitto: questo lo si può capire dal fatto che da più osservatori è stato fatto notare che, digitando su Google il nome del ricercatore italiano, ci sono oltre 13milioni di risultati in arabo (in italiano non arrivano ai 500mila). E’ questa cosa che forse preoccupa di più i governanti attuali egiziani. E, oltre all’opinione pubblica interna che si sensibilizza (attraverso anche internet), le autorità egiziane devono fare quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, e dall’altro (cinicamente) non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente», l’uccisione con tortura di una persona.. La tensione cresce all’interno del paese e all’esterno nei rapporti internazionali. Cosa accadrà?

LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)
LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)

   Pertanto l’Egitto sta attraversando una crisi sociale, politica ed economica profondissima: ma, si badi bene, non è solo un problema “loro”; c’è la concreta possibilità che effetti ancor più negativi in quel Paese coinvolgano l’Europa, l’Italia. Pensiamo solo al problema dei migranti. L’Egitto è importante per l’Occidente nello scacchiere Medio orientale, non solo per il ruolo di contrasto al terrorismo, ma anche per il controllo del traffico di persone.

   In Egitto ci sono milioni di profughi non solo provenienti dalla Siria e dall’Iraq, ma anche dall’Afghanistan, dalla Libia e da tutta l’Africa (e riesce pure, questo Paese, ad accoglierli in situazioni precarie e con poco, ma sicuramente molto meglio di quel che sta facendo la “nostra” Europa).

LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO - (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI - che salpano dalla Libia - MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)
LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI – che salpano dalla Libia – MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)

   Mettendola cinicamente, se alla Turchia l’Unione Europea concede 6 miliardi di euro per “fermare” il flusso della rotta dei Balcani, ben di più dovrebbe concedere all’Egitto per il ruolo di snodo, di passaggio (e di accoglimento in campi profughi) che sta svolgendo e che potenzialmente potrà accadere che svolga ancor di più con l’aggravarsi della crisi globale dell’emigrazione di popoli da sud a nord, dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente verso l’Europa.

   E poi l’Isis: nel Sinai (parte sud est dell’Egitto) l’Isis e i suoi accoliti continuano con gli attentati; c’è una presenza consistente che può attecchire sempre più. Ne è la riprova gli attentati alle coste del Mar Rosso egizio, che ha messo in dura crisi uno dei pochi settori, il turismo, dove lo stato egiziano traeva risorse.

IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L'inaugurazione era stata una metafora dell'Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa
IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L’inaugurazione era stata una metafora dell’Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa

   Perché, come dicevamo, l’Egitto sta vivendo una crisi economica gravissima: nonostante il Canale di Suez raddoppiato nell’agosto dell’anno scorso -che però ha dato risultati economici più che deludenti-, nonostante aiuti dagli “amici” Sauditi, i poderosi aiuti statunitensi (ora messi in discussione) e gli altrettanto ora problematici aiuti e investimenti di stati europei (come l’Italia, la Francia…).

   All’Arabia Saudita l’Egitto ha ora pure venduto due isole abbandonate ma strategiche nel Mar Rosso, TIRAN e SANAFIR, finora situate nelle acque territoriali egiziane. E questo ha suscitato ancor di più malessere, irritazione, nella base popolare, aggiungendo un altro tassello di malcontento per un regime barcollante ma senza alternative, e con un futuro prossimo che può essere ben pericoloso all’interno del Paese ma anche negli equilibri (squilibri, è meglio dire) globali, che ci coinvolgono.

GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all'UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall'autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)
GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all’UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall’autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)

E adesso pure la crisi con l’Italia ma con molti altri paesi occidentali: come l’Inghilterra che Giulio Regeni la rappresentava con un lavoro di ricerca finanziato dall’Università di Cambidge; ma anche gli Stati Uniti, dove i maggiori giornali hanno dato, e stanno dando, risalto alla tragica uccisione del ricercatore friulano. E stanno venendo fuori tutti i crimini egiziani contro persone, giovani in particolare, più o meno critici nei confronti del regime; e come persiste una totale debolezza di ogni garanzia di diritto e tutela della giustizia….

   In questo contesto pericoloso e traballante necessiterebbe che dentro questo Paese, ma anche nella politica internazionale europea, si creasse un contesto positivo, un cambio di rotta sia sull’economia che sui diritti civili, stabilendo parametri di tutela della persona che siano uguali per ogni parte del mondo. Così il caso Giulio Regeni potrebbe diventare un’occasione per sfidare il potere, di adesso ma anche di quel che sarà nel prossimo futuro.

Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate
Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate

   Appelli vengono firmati perché le Autorità internazionali aiutino l’Egitto, per farlo uscire dalla sua crisi economica, chiedendo in cambio rispetto dei diritti umani, delle regole fondamentali di democrazia e tutela delle persone, di giustizia da garantire a tutti (in questo post ve ne proponiamo uno, di questi appelli, di personalità europee, con prima firmataria Emma Bonino). In primis coinvolta è l’Europa: troppo stretti e storicamente nobili sono i legami che abbiamo con questo peraltro splendido paese (se non avesse le crudeltà che ora appaiono al suo interno).

   Allora, dicevamo, il “caso Egitto”, e una soluzione che ci veda partecipi a regole internazionali di sviluppo economico e pure sviluppo delle garanzie di tutela umanitaria e dei diritti civili, non è solo una cosa che può riguardare l’Egitto. La strada da percorre sembra propria quella di UN’ETICA DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI: non si può continuare a non vedere violenze e sopraffazioni solo perché si fanno affari….. e questo accade in moltissimi altri Paesi, dove le sopraffazioni di persone neanche appaiono, cioè non sono documentate, e per questo “non esistono” perché nessuno le mette in evidenza, sono fatti che il presente e la storia non faranno propri. La logica internazionale che “nessuno va dimenticato” potrebbe fare qualche passo (molti passi) in avanti: non dimenticare (e chiedere sempre giustizia) per ogni caso di sopraffazione di qualsiasi regime (sia esso considerato autoritario, ma anche democratico). (s.m.)

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LE PROMESSE TRADITE NELL’EGITTO DEL GENERALE AL-SISI

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 7/4/2016

   Forse è vero: solo i militari possono garantire ordine e stabilità in questa fase storica dell’Egitto. Forse la democrazia è un frutto prematuro, anche se l’ipotesi sta piuttosto stretta a un Paese che fra alti e bassi è uno Stato da oltre 5mila anni.

   Garanti della trinità egiziana contemporanea – una lunga storia, l’Islam moderato e loro stesse – le forze armate sono indiscutibilmente l’epicentro della nazione. Ma da qui a governare un Paese così grande e complesso come fosse una caserma, ce ne corre.

   Che cosa è l’Egitto oggi, con chi abbiamo a che fare in questa tragica vicenda di Giulio Regeni, in fondo così inspiegabile? Nel tentare una risposta non possiamo ignorare che una buona metà del Paese, se non ancora la maggioranza, sostiene Abdel Fattah al-Sisi. Pensa che lui e il suo stato di polizia siano la garanzia dell’ordine contro il caos, della rinascita nazionale contro la crisi economica.

   Pensare che gli egiziani abbiano ragione e che non possa esistere un’alternativa democratica, ha il sapore di quell’Orientalismo occidentale secondo il quale gli arabi si meritano solo dittatori. Tuttavia la storia intensa di questi ultimi cinque anni ha dimostrato che in Egitto manca la cultura dell’inclusione politica.

   Manca certamente ai militari dell’ex generale al-Sisi. Ma non l’avevano nemmeno i Fratelli musulmani che per un anno hanno governato volutamente da soli: senza cercare di allargare il loro potere, nonostante l’evidenza della profondità della crisi egiziana e della loro immaturità a governarla.

   Ed esclusivi erano anche i giovani della rivolta di piazza Tahrir: coraggiosi ma arroganti, convinti di rappresentare una verità inoppugnabile che avrebbe abbattuto ogni potere. «Noi siamo la rivoluzione, non saremo mai un partito», dicevano i loro leader, ora quasi tutti in galera.

   Cinque anni più tardi, anche l’Egitto di al-Sisi non sta andando bene, dopo molte promesse e qualche buona partenza. Arabia Saudita ed Emirati, gli ufficiali pagatori del golpe militare e della stabilizzazione finanziaria, hanno quasi chiuso i canali d’aiuto. Perché l’Egitto non è così solidale con la grande battaglia della causa sunnita contro quella sciita: non ha partecipato alla guerra nello Yemen e intrattiene eccellenti relazioni con la Russia.

   Ma soprattutto perché il petrolio continua a restare sotto i 40 dollari al barile. Più della geopolitica è il nuovo deficit di bilancio al 15% ad aver spinto i sauditi a rifiutarsi d’investire 8 miliardi di dollari in una serie di progetti egiziani. E gli Emirati a ritirare molte delle imprese che stavano costruendo case popolari per un milione di egiziani: uno dei simboli della ricostruzione di al-Sisi.

   Il costo irrisorio del petrolio e quello piuttosto alto del pedaggio del canale di Suez, stanno spingendo un numero crescente di armatori a pensare sia più conveniente fare nove giorni di navigazione in più, doppiando il Capo di Buona Speranza: almeno 115 navi negli ultimi tre mesi dell’anno scorso.

   Anche l’allargamento del Canale doveva essere il progetto più rappresentativo della nuova era di al-Sisi. Diminuisce anche l’altra grande fonte di valuta: le rimesse degli egiziani all’estero. Erano di 22 miliardi nel 2014, sono state di 18 l’anno scorso.

   Il calo del prezzo del petrolio colpisce i Paesi produttori e, in generale, offre qualche sollievo ai non produttori. Non all’Egitto che il petrolio non ce l’ha ma i costi della crisi sono di gran lunga superiori ai vantaggi. Pur non avendolo, l’Egitto importa e riesporta petrolio dopo averlo trasformato in prodotti petrolchimici: in un anno gli è costato il 33% in meno.

   Il risultato di tutto questo è che il grande disegno di Abdel Fattah al-Sisi incomincia a non essere più così brillante anche fra i suoi sostenitori; che l’infallibilità della casta militare non è così certa; e che ora l’Egitto ha bisogno di noi più di prima. Gli investimenti italiani contano, e non sarebbe così facile rimpiazzarli se il caso Regeni portasse a una grave crisi fra i due Paesi. (Ugo Tramballi)

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MIGRANTI: SULLA NUOVA ROTTA CHE PASSA PER L’EGITTO L’OMBRA DELLA CRISI TRA ITALIA E IL CAIRO

di Giuliano Foschini e Vladimiro Polchi,

da “la Repubblica” del 13/5/2016

– Dopo la chiusura dei Balcani, percorsi alternativi. E il sospetto: “È la vendetta di Al Sisi” –

   Non è stato un caso. L’arrivo in Sicilia dei barconi con centinaia di siriani è la prima rappresentazione di un fronte nuovo e delicato che potrebbe rendere molto calda l’estate dell’immigrazione italiana. Un fronte che, politicamente, mostra due facce: quella della nuova politica dell’Unione europea, con la chiusura della rotta balcanica. E, forse, anche, quello dello scontro in corso tra il governo italiano ed egiziano sul caso Regeni. Gli avversari di Al Sisi lo avevano detto sin dal principio: «Si vendicherà facendo arrivare sulle coste italiane centinaia di migranti che fin qui aveva invece controllato». La previsione sembrava azzardata. Ma lo sbarco di queste ore sembra andare in quel senso.

   «I trafficanti, subito dopo la chiusura dell’accordo Ue-Turchia, si sono messi alla ricerca di rotte alternative, perché la domanda dei profughi che voglio raggiungere l’Europa resta altissima», spiega Christopher Hein, consigliere strategico del Cir (Consiglio italiano rifugiati). «L’esplosione della rotta mediterranea era prevedibile. Secondo le prime ipotesi, i siriani partono dalla Turchia (dove sono 2 milioni e 700mila), dal Libano (un milione e 48mila), dalla Giordania (642mila) e dalla stessa Siria. Evitano Israele, dove resta impossibile passare, entrano in Giordania via terra, si imbarcano sul Mar Rosso e arrivano in Egitto, nel Sinai. Poi dall’Egitto, partono per l’Italia. Una rotta via mare ben più lunga di quella dalla Libia e assai più pericolosa».

   Dal Viminale già fanno i conti con la nuova rotta: «Dei 31.258 migranti arrivati finora via mare nel 2016 il 90 per cento è partito dalla Libia. Dall’Egitto abbiamo contato poco più di 5 grandi imbarcazioni in quattro mesi».

Ora l’arrivo dei siriani mette paura. «È un campanello d’allarme sulla tenuta dei controlli sulle coste egiziane». Eppure sempre dal ministero fanno sapere che la collaborazione tra le forze di polizia dei due Paesi resta buona: «Addestriamo agenti egiziani dedicati ai controlli di frontiere e abbiamo nostri operatori in Egitto. Non solo. Con il Cairo abbiamo un buon accordo bilaterale per la riammissione dei migranti economici».

   Circola solo un sospetto: «Non vorremmo che il caso Regeni e le tensioni tra i due Paesi spingessero le autorità egiziane a chiudere un occhio sulle partenze dalle loro coste». E proprio quello del tema immigrazione come conseguenza del rapporto teso tra i due Paesi, sin dal principio, era stato indicato come una delle possibili e peggiori conseguenze (accanto al discorso energetico, con gli interessi dell’Eni) del deterioramento dei rapporti tra Italia ed Egitto. La prima allerta dei servizi italiani era arrivata circa un mese fa quando avevano registrato partenze da zone non egiziane, ma fino a questo momento “controllate” dalle forze di polizia di Al Sisi. «È un segnale — avevano detto — che qualcosa si sta rompendo». Evidentemente non avevano tutti i torti. La nave in arrivo rappresenta effettivamente una novità.

   Da quando infatti i due Paesi, circa due anni fa, avevano firmato un accordo di reciprocità sul traffico di esseri umani, l’Egitto non era più un problema. La rotta era ben controllata grazie anche a un protocollo giudiziario che sembrava tenere e che aveva avuto anche una parentesi nera: il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, aveva firmato con il collega del Cairo, Hisham Barakat, un accordo che permetteva la messa in rete dei dati degli scafisti. Un passo fondamentale per identificare i trafficanti di esseri umani. Ma qualche settimana dopo quella firma, Barakat rimase ucciso in un attentato terroristico organizzato dai Fratelli Musulmani.

   Esiste poi un secondo problema che riguarda, l’arrivo dei cittadini egiziani. I numeri sino allo scorso anno sono stati molto bassi ma negli ultimi mesi si sta registrando un incremento che preoccupa le Ong che monitorano i flussi. Li preoccupano soprattutto in relazione all’accordo che l’Italia ha con l’Egitto: il protocollo prevede infatti il rimpatrio.

   Ma, come ha sottolineato anche nei mesi scorsi il Viminale con una circolare, non prima che venga data la possibilità ai migranti di chiedere comunque l’asilo politico per motivi umanitari. Richiesta che viene quasi sempre rigettata dalle commissioni, ma comunque va garantita. «In sostanza — spiegano alcuni dei legali che seguono abitualmente i richiedenti asilo — stiamo rimandando indietro cittadini che scappano dal regime di Al Sisi, lo stesso che tollera la scomparsa di una persona al giorno e che, fino a prova contraria, ha nei suoi apparati la responsabilità della morte di Giulio. Come può l’Italia rimandare indietro oppositori politici in un paese dove i diritti civili non sono garantiti?». Una domanda, questa, che sentiremo ripetere più volte nei prossimi mesi. (Giuliano Foschini e Vladimiro Polchi)

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LA POLVERIERA EGIZIANA

di Gianleonardo Latini, da www.agoravox.it/ del 15/4/2016

   Il governo autoritario dell’Egitto, nel fare il lavoro sporco contro il terrorismo, tiene al sicuro parte del Mediterraneo e sino a quando Giulio Regeni non è entrato nelle statistiche delle vittime del governo egiziano, l’Italia e l’Occidente non faceva molto caso all’interpretazione egiziana dei Diritti civili e il suo prendersi delle “libertà” anche con i suoi pacifici oppositori.

   Una cartina tornasole può anche essere l’indifferenza di come è stata trattata la scomparsa in Italia del giovane egiziano MOAWAD HEIKAL rispetto alla tortura e all’assassinio di Giulio Regeni in Egitto. Il potere dei media che hanno nel guidare l’attenzione dell’opinione pubblica e di risvegliare l’orgoglio nazionale sul rispetto dei Diritti umani.

   Il primo è scomparso forse volontariamente e comunque non vi sono prove di un reato, mentre il ricercatore italiano è stato torturato prima di essere ucciso ed è bastato un battito di ciglia, nonostante i mal congegnati tentativi di depistaggio, per individuare i responsabili negli organi più o meno occulti di sicurezza egiziani, come quello del ministro dell’Interno, la temuta State Security (SS) guidata dal generale Khaled Shalaby, soprannominato “il macellaio sadico”, già incriminato per la tortura e la morte di FARID SHAWKI ABDEL.

   Quello dei Diritti umani è un jolly che l’Occidente si gioca secondo le situazioni e le convenienze ed è esaustivo il comportamento del governo italiano nei confronti di paesi come l’Arabia saudita e l’Iran, senza dimenticare che nell’ordinamento giuridico italiano non è contemplato il reato di tortura, nonostante l’Italia abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984.

   La madre di Giulio, nella conferenza stampa che ha tenuto a fine marzo, ha paragonato quello che ha subito il figlio a un “trattamento nazifascista” solo perché studiava il ruolo del sindacato nella società egiziana, l’emarginazione e i possibili sviluppi antidemocratici del paese, ribadendo che non è un caso isolato come dicono gli egiziani e come aveva dichiarato ipocritamente il ministro della Sicurezza Magdy Abd El Ghaffar per il quale il caso del ricercatore italiano viene trattato “come fosse un egiziano”, quando essere cittadino in Egitto non offre affatto garanzie civili.

   Qualche settimana dopo dalle dichiarazioni del ministro è la volta delle accuse rivolte da Al Sisi verso i social media impegnati a screditare il buon nome dell’Egitto, affermando che i servizi di sicurezza non centrano niente nell’assassinio di Regeni, ma è opera di gente malvagia.

   È comprensibile che una madre si domandi “perché tutto il male del mondo si sia riversato su di lui”, ma è una visione molto parziale del Mondo quando su intere comunità si riversa la furia distruttiva degli operatori delle sofferenze in scala industriale.

   Il caso Regeni ha suscitato un interesse internazionale, forse per il ruolo del ricercatore a Cambridge, ma anche in Egitto, tanto da fare uscire dall’ombra una delle tante madri di “scomparsi” egiziani, con una toccante lettera alla madre di Giulio per esprimere ammirazione per la sua forza nel chiedere verità e giustizia, ma anche invidia per aver potuto rivedere almeno il cadavere del figlio.

   La madre di AMR IBRAHIM METWALLI, del quale non ha notizie dal 2013, nella lettera manifesta anche la speranza che anche nel suo Paese i media possano informare sulle centinaia di scomparsi, come i due attivisti ritrovati morti nello stesso giorno della sparizione di Giulio.

   Secondo El Nadeem Center un gruppo per i diritti umani con sede al Cairo, nel 2015 ci sono stati 464 casi documentati di rapimenti, almeno 676 casi di tortura e quasi 500 detenuti morti. Sono già 88 casi di tortura, di cui 8 con esito mortale, nei primi due mesi del 2016.

   Arrivare a far chiarezza sulla fine di Giulio, superando la collaudata sceneggiatura di comodo – degli scontri fra bande criminali – usata per la sparizione di tutti quegli egiziani ignorati dall’Occidente, potrebbe essere l’occasione per coniugare business e Diritti umani in un paese prezioso per tenere “sotto controllo” un’area politicamente esplosiva.

   Forse è eccessivo sperare di arrivare ad una verità, in Italia ci sono stragi e casi di abuso della Polizia che da decenni non hanno colpevoli, o affermare che il caso di Regeni possa aiutare a comprendere la società egiziana e gli egiziani nella loro richiesta di giustizia.

   Sicuramente a questo scopo potranno essere utile i vari appelli degli organi d’informazione come il New York Times e il Washington Post nel chiedere all’amministrazione statunitense di rivedere le relazioni con l’Egitto per non premiare chi tortura.

   Un appello che verrà rimandato probabilmente al mittente, nonostante la mobilitazione internazionale, perché l’Egitto è importante per l’Occidente nello scacchiere Medio orientale, non solo per il ruolo di contrasto al terrorismo, ma anche al controllo del traffico di persone.

   IN EGITTO CI SONO MILIONI DI PROFUGHI NON SOLO PROVENIENTI DALLA SIRIA E DALL’IRAQ, MA ANCHE DALL’AFGHANISTAN, DALLA LIBIA E DA TUTTA L’AFRICA e nonostante non sia un paese ricco come quelli europei che chiudono egoisticamente le porte, riesce ad accoglierli in situazioni precarie e con poco, in un paese con un’economia messa a dura prova dagli attentati che hanno messo in crisi il turismo.

   L’Europa dovrebbe prendere in considerazione che, se l’Egitto “esplodesse”, non saranno solo alcune centinaia di persone pronte ad affrontare, dopo il deserto e i campi minati, il Mediterraneo, oltre al fatto di svolgere “gratuitamente” il ruolo per quale la Ue elargisce miliardi di euro alla Turchia.

   Lo scrittore egiziano Alaa Al-Aswany teme, nell’intervista di Francesca Paci per La Stampa (31/03/2016), che a forza di depistaggi nel caso Regeni, come in altre simili situazioni, il regime non riesca più a distinguere la realtà dalle menzogne e le continue versioni possano rappresentare un segno di debolezza del sistema o «addirittura il colpo di coda di un governo a cui «neppure gli egiziani meno sofisticati credono più» perché neanche sotto Mubarak la repressione era così dura.

   In Egitto la libertà d’espressione non è presa in considerazione, le riflessioni su Abramo e il Corano vengono punite da uno stato laico al pari di una teocrazia, ma ciò nonostante il regime di Al Sisi rappresenta per l’Europa come per gli Stati Uniti un’area di decantazione dei malumori e per questo si considera quella egiziana una democrazia “in via di ripristino”, un cammino tortuoso che va a confliggere con l’ottimismo di Al-Aswany nell’arrivare ad una verità sul caso Regeni e sul trionfo delle libertà che gli egiziani potrebbero barattare con la voglia di sicurezza e di pane.

   Il vertice romano tra inquirenti italiani e egiziani è fallito per la mancanza di dati sul traffico telefonico e dei video della metropolitana.

   La nebbia alzata dagli investigatori del Cairo non si è diradata e il governo italiano decide di richiamare il suo ambasciatore. Non è una rottura ma un gesto simbolicamente fermo che non compromette gli scambi economici, ma potrebbe portare al congelamento di quelli culturali e turistici.

   Ma per quanto potrà proseguire l’atteggiamento fermo nel chiedere risposte alle domande che il caso Regeni ha suscitato, quando nel Sinai l’Isis e i suoi accoliti continuano con gli attentati?

   Quali possibilità potrà mai avere l’Italia di vincere il braccio di ferro con l’Egitto se le parole di sostegno della Ue non si trasformeranno in fatti? IL GOVERNO EGIZIANO PUÒ CONTARE NEGLI AIUTI ECONOMICI DELL’ARABIA SAUDITA, suggellati da 17 accordi di investimento, di circa 1,5 miliardi di euro, oltre a riproporre il progetto di costruire un ponte per unire le due sponde del Mar Rosso. Al Sisi ricambia la “generosità” saudita donando due isolotti al re Salman, durante la recente visita al Cairo, causando malumori tra gli egiziani.

   Il regime di Al Sisi deve riconoscenza, sfiorando la sudditanza, al magnanimo impegno finanziario dagli Stati del Golfo. Un finanziamento che nel 2013 è stato utile nel sostituire nel cuore e nella mente degli egiziani il presidente espressione dei Fratelli mussulmani, ma eletto dagli egiziani, perché sgradito alla casa regnante saudita.

   Instaurare un potere militare e laico, sovvertendo i risultati elettorali, con i favori dei custodi dei luoghi santi dell’Islam, per disperdere un’organizzazione capace di minare il potere saudita.

   È probabile che l’Occidente, dopo aver visto con favore la presa del potere di Al Sisi, ora pensi ai Fratelli mussulmani come il migliore degli antidoti alla deriva jihadista, piuttosto che il metodo repressivo del regime egiziano e IL CASO GIULIO REGENI POTREBBE DIVENTARE UN’OCCASIONE PER SFIDARE IL POTERE, come è accaduto con l’ambulante Mohamed Bouazizi nella Tunisia di Ben Alì e con il blogger Khaled Said nell’Egitto di Mubarak, stando agli oltre 13milioni di risultati in arabo, in italiano non arrivano ai 500mila, che si hanno digitando su Google il nome del ricercatore italiano. (…..) (Gianleonardo Latini)

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L’EGITTO CEDE DUE ISOLE ALL’ARABIA SAUDITA E LA POPOLAZIONE PROTESTA

di Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice, 13 aprile 2016, da INTERNAZIONALE

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   La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. È questo il prezzo della dignità egiziana? Se lo chiedono gli egiziani, indignati per la cessione all’Arabia Saudita di due isole strategiche nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, finora situate nelle acque territoriali dell’Egitto.

   La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra il presidente Abdel Fattah Al Sisi e re Salman che si sorridono stringendosi la mano, e titola: Due isole e un dottorato per Salman… e miliardi per l’Egitto.

Le isole di Tiran e Sanafir sono situate all’imbocco del Mare Rosso, negli stretti di Tiran, e dovrebbero essere usate per sostenere un ponte che collegherà Sharm el Sheikh, nel Sinai egiziano, alla penisola saudita, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolarlo a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “collegare i due continenti dell’Asia e dell’Africa”.

   La cessione di un pezzo di territorio nazionale potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso del malcontento, poiché gli egiziani la vivono come un’offesa alla loro dignità e al loro orgoglio. I giornali sottolineano soprattutto l’aspetto umiliante di questa decisione. Per un paese come l’Egitto, forte della sua leadership storica nella regione, mettersi in ginocchio davanti all’Arabia Saudita è un evento traumatico.

   Ed è un’umiliazione in più anche per i quasi due milioni di egiziani che lavorano nel regno saudita in condizioni disagiate. In rete le critiche abbondano: su Twitter, il giorno dell’annuncio dell’accordo tra i due paesi, l’hashtag #Tiran_Sanafir è stato il topic più importante con 28mila tweet.

   La nota blogger Zeinobia dà voce alla rabbia dei suoi connazionali: “Molti egiziani sono in collera, veramente in collera. Non si può tenere tutti all’oscuro di un accordo del genere e poi dire al popolo che una parte del loro paese è stata data a uno stato straniero”.

   Il comico Bassem Youssef ricorda la storia delle isole e ironizza su un paese che si è venduto al migliore offerente: “Fatevi avanti signore e signori, l’isola per un miliardo, la piramide per due, e qualche statua gratis per voi”.

   Anche l’opposizione è infuriata: il Partito socialdemocratico egiziano ha cominciato una raccolta di firme per cancellare l’accordo con l’Arabia Saudita, che deve comunque ancora essere ratificato dal parlamento, e ricorda su Al Ahram che le due isole fanno parte delle acque egiziane dal 1800 (ovvero oltre un secolo prima della creazione del regno saudita ). Il Partito socialdemocratico considera l’accordo anticostituzionale: l’articolo 151 della costituzione egiziana enuncia chiaramente che gli accordi internazionali riguardanti questioni di sovranità devono essere sottoposti a referendum popolare.

   Ancora più duro il commento sul Daily News Egypt dell’editorialista Emad el Sayed, che non esita ad accusare il presidente Al Sisi di commettere azioni “degne di un imbecille e di gestire ogni cosa con un’ignoranza distruttiva”. “Il caso Regeni”, prosegue El Sayed, “è la dimostrazione migliore di questa idiozia ereditaria. Avete commesso così tanti errori ingiustificabili che ci siamo tutti convinti che i servizi di sicurezza sono dietro questo crimine, che ha messo il cappio dell’Europa attorno al collo egiziano”.

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L’IMPORTANZA GEOSTRATEGICA

Il quotidiano panarabo Al Quds al Arabi ricorda in prima pagina lo storico presidente egiziano Gamal Abdel Nasser (capo dello stato dal 1956 al 1970) che annuncia fieramente che le “due isole sono territorio egiziano”, sottolineando così come questa cessione all’Arabia Saudita sia umiliante, soprattutto per un ex generale dell’esercito come Al Sisi.

   Le due isole, disabitate e attualmente siti di immersione molto rinomati, hanno una notevole importanza per la geopolitica della regione. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i porti di Aqaba in Giordania e di Eilat in Israele. Di fatto, il blocco degli stretti di Tiran da parte dell’Egitto nel 1967 fu considerato da Israele il casus belli che diede avvio alla guerra dei sei giorni. Ora la cessione ai sauditi potrebbe anche essere giudicata una violazione degli accordi di pace di Camp David.

   Per la prima volta da anni gruppi di opposizione si sono dati appuntamento venerdì in piazza Tahrir, al Cairo, e la blogger Zenobia ammonisce “di non sottovalutare lo scontento espresso in rete dagli egiziani”. Ma l’accordo con l’Arabia Saudita riporta soprattutto l’attenzione su un paese in ginocchio economicamente e che vive di donazioni straniere. Dopo avere ricevuto 1,5 miliardi di finanziamenti statunitensi l’anno scorso (circa il 75 per cento degli aiuti statunitensi va a Egitto e Israele), l’Egitto cerca di riallacciare i rapporti con il regno saudita e con i suoi finanziamenti che arrivano – come ha sottolineato il New York Times – direttamente nelle casse del governo.

   Sempre secondo il New York Times, subito dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013 al Cairo, l’Arabia Saudita ha annunciato un piano di aiuti all’Egitto per un valore di 12 miliardi di dollari, a fronte degli 1,5 miliardi stanziati dagli Stati Uniti e degli 1,3 miliardi stanziati dall’Unione europea. I finanziamenti del regno saudita non temono rivali e le sue richieste sono quindi difficili da rifiutare. (Catherine Cornet)

Migliaia di egiziani sono scesi in piazza in tutto il Paese per protestare per la vendita delle isole
Migliaia di egiziani sono scesi in piazza in tutto il Paese per protestare per la vendita delle isole

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EMMA BONINO: “BASTA DEPISTAGGI SULLA MORTE DI REGENI. ORA INTERVENGANO EUROPA E STATI UNITI”

intervista di Vincenzo Nigro, da “la Repubblica” del 17/4/2016

– “Non dobbiamo rompere le relazioni diplomatiche ma spiegare ad Al Sisi che non si governa con la repressione” – “Sono sicura che Renzi abbia già sensibilizzato Hollande perché anche la Francia faccia passi concreti” –

   «Io penso che il governo italiano debba far diventare un caso internazionale la crisi con l’Egitto. Sono del parere che non vada abbandonata la via giudiziaria sul caso Regeni, ma ormai è finalmente chiaro che c’è un “caso Egitto” più ampio. L’Europa ha il dovere di occuparsene perché è una questione politica e di sicurezza di primo livello nel nostro Mediterraneo. E ne dobbiamo discutere con gli Stati Uniti».

   Emma Bonino è il politico italiano che ha maggiori titoli per parlare di Egitto: ex ministro degli Esteri, ex commissario europeo, ha vissuto al Cairo per 4 anni dal 2001 al 2005 per imparare l’arabo ma soprattutto per ragionare di politica egiziana.

Onorevole Bonino, il governo Renzi si trova di fronte alla sua più importante crisi internazionale. Il premier era stato il primo leader europeo a visitare il Cairo e ad aprire al regime Sisi. L’Italia fino ad oggi come ha gestito il caso Regeni?

«Non ho tutte le informazioni necessarie sulle azioni intraprese dall’attuale governo, ma mi pare che fino ad oggi abbia difeso con fermezza la richiesta di giustizia che con grande dignità la famiglia Regeni ha formulato. Ma fin dall’inizio ho pensato che la vicenda sarebbe stata lunga e assai complicata: il governo deve attrezzarsi per una maratona, e spero che abbia già iniziato a compiere i passi necessari».

A cosa si riferisce? A quali passi politici? La via giudiziaria di fatto si è esaurita?

«Sulla via giudiziaria oggi molti segnali ci lasciano credere che il regime egiziano non consentirà nessuno spazio concreto a un chiarimento per vie legali. E tuttavia il percorso giudiziario va mantenuto aperto perché la fragilità di questi regimi è imprevedibile: spiragli, aperture possono rivelarsi all’improvviso. Qualcuno potrebbe parlare».

La via politica invece?

«Sono sicura che il ministro Gentiloni avrà già fatto un primo passo, quello di chiedere ai suoi ambasciatori presso i 27 paesi della Ue di informare i governi alleati nel dettaglio di cosa è successo a Regeni e soprattutto dei depistaggi messi in atto dal regime egiziano. Poi devono essere coinvolte in maniera corretta e adeguatamente preparate le istituzioni comunitarie: come chiediamo con l’Europea Council on Foreign Relations ai leader europei. Un altro passo importante deve essere fatto nella “capitale” dell’Onu per i diritti umani, che è Ginevra. La terza capitale dopo Bruxelles e Ginevra è Washington: troveremo attenzione e con il nostro principale alleato dovremo affrontare – ripeto – non solo il caso Regeni ma il caso Egitto come richiesto anche dai più autorevoli centri studi americani in una lettera aperta al presidente Obama».

Il governo ha richiamato a Roma l’ambasciatore Massari proprio per la mancata collaborazione giudiziaria. Ma cosa ci si poteva aspettare di diverso?

«Un concetto generale: io credo che nei momenti di crisi, i diplomatici vadano se possibile raddoppiati, non ritirati. E sono spesso poco efficaci anche sanzioni simboliche, come colpire il turismo che peraltro è già azzerato di suo. Al contrario in Egitto il governo italiano dovrebbe rafforzare la sua ambasciata, inviare funzionari e anche esperti della cooperazione capaci di occuparsi della società civile egiziana e di dare sostegno a chi si occupa di torture, di assistenza legale alle famiglie dei desaparecidos. Noi non dobbiamo rompere le relazioni diplomatiche, dobbiamo incalzare Sisi spiegando che la sua repressione insieme al peggioramento della situazione economica rischia di far saltare il paese».

Intanto al Cairo arriva Hollande, pronto a vendere altre armi per un miliardo di dollari a Sisi. La Francia non si occupa più dei diritti umani, neppure dei suoi cittadini?

«La Francia e l’Italia insieme si devono occuparsi dei diritti umani, in particolare in Egitto, perché sono una parte vitale della nostra politica di sicurezza. Sono sicuro che Renzi abbia già sensibilizzato Hollande perché faccia un passo durante questa visita. E immagino che la Farnesina abbia impostato i passi necessari per chiedere la totale solidarietà della Francia e di tutti i partner sul caso sollevato dall’Italia».

Cosa pensa del regime Sisi, delle voci sui contrasti all’interno degli apparati?

«Alcuni analisti ci dicono che il generale Al Sisi inizia a non controllare più a dovere lo scontro fra apparati. Rimango convinta che i regimi autoritari hanno una fragilità intrinseca che si può mostrare quasi senza preavviso, a sorpresa. Anche per questo dobbiamo impegnarci per il caso di Giulio Regeni e per difendere la nostra sicurezza di fronte al possibile fallimento di questo regime». (intervista di Vincenzo Nigro)

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SUEZ, METAFORA DI UN EGITTO CHE NON MANTIENE LE PROMESSE

di Ugo Tramballi, 6/2/2016, da “Il sole 24ore”

   Niente definisce la figura di al-Sisi, il suo successo e le aspettative dell’Egitto, quanto le 45 miglia del nuovo canale di Suez e gli 8 miliardi di dollari, raccolti in gran parte dalla gente, per scavarli. E non metaforicamente ma con badili e strumenti meccanici, erano stati gli egiziani a farlo: cioè il Genio dell’esercito.

   L’inaugurazione dell’agosto scorso, monumentale, spettacolare ma caoticamente organizzata, era stata una metafora dell’Egitto di oggi. Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, gli introiti sono calati del 3% è stata una delusione.

   La causa principale è la crisi globale, il rallentamento dei commerci. Ma il canale, i miliardi raccolti e promessi dal business internazionale per i grandi investimenti strutturali, sono al momento l’unico successo tangibile della “Sisi Economics”, molto simile al modello di sviluppo che aveva reso ricca la Cina, prima del suo rallentamento. Su tutto il resto – riforme interne, burocrazia, piccola e media impresa, trasparenza, occupazione, riserve valutarie – le cose non funzionano come era stato promesso. Nonostante la larghezza dell’aiuto economico a scopo politico di sauditi ed emirati del Golfo.

   «Pane, libertà e giustizia sociale», era lo slogan della grande rivolta iniziata cinque anni fa in piazza Tahrir. Ma anche se al-Sisi, il suo governo e i militari, si sentono i continuatori e non gli oppressori di quella rivoluzione, nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto. Quanto a libertà, l’Egitto ne ha molta di meno di quella scarsa che godeva ai tempi di Hosni Mubarak. Ma anche sul piano sociale ed economico non si vedono risultati. Il vecchio regime aveva fallito nel creare equità sociale, ma per anni la crescita economica è stata solida, superiore al 5%.

   Alla fine dell’anno scorso, un mese fa, la disoccupazione era al 12,8%, calcolata su una forza lavoro “ufficiale” di 28 milioni di egiziani. Meglio del 2013, quando cadde il governo dei Fratelli musulmani, ma peggio dell’anno scorso. Il problema è che la manodopera informale disponibile è molto più vasta. I giovani fra i 20 e i 30 anni sono circa il 30% della popolazione e il 30% di loro è disoccupato. I militari del Genio impiegati nello scavo del nuovo canale di Suez sono stati un esempio di patriottismo, ma ciò significa che per il momento i grandi progetti infrastrutturali non sono ancora diventati il desiderato serbatoio di occupazione.

   Dovrebbe esserlo il gigantesco progetto per la costruzione di un milione di nuove case, ma l’inizio dei lavori è bloccato. Il mega giacimento di gas scoperto da Eni al largo delle coste mediterranee è una promessa per il futuro: ma nel frattempo il governo deve garantire la distribuzione di energia per il 2016. I blackout e la benzina scomparsa ai distributori provocarono il crollo del consenso per l’ex presidente Mohammed Morsi, permettendo ai militari di agire nell’estate 2013. A questo si aggiunge il turismo, fonte di valuta e di manodopera del Paese, preso di mira dal terrorismo islamico. Perfino nel fortilizio di Sharm el Sheikh, presidiato dalle forze di sicurezza.

   Era nella doppia promessa di sicurezza e sviluppo economico che al-Sisi aveva ottenuto il sostegno di milioni e milioni di egiziani, per abbattere il governo di Morsi. La prima è stata garantita al prezzo di leggi speciali applicate con una brutalità che non esisteva ai tempi di Mubarak. Per il secondo occorre più tempo ma gli egiziani non ne vedono i segnali. A partire dalla burocrazia – 5,6 milioni di dipendenti pubblici per le statistiche governative, 7,2 milioni secondo la Banca mondiale – che sembra potente, opaca, inefficiente e irriformabile. (Ugo Tramballi)

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APPELLO ALL’EUROPA

L’EUROPA PRENDA POSIZIONE SULLE TORTURE IN EGITTO

Lettera aperta ai leader europei e ai policymaker

da “la Stampa” del 17/4/2016

   “Crediamo sia ora per l’Unione europea di assumere una posizione netta e decisa nei confronti dei recenti episodi accaduti in Egitto. Una presa di posizione più chiara e decisa consentirà di servire al meglio sia gli interessi dell’Europa, che quelli del popolo egiziano. Da troppo tempo ormai l’Ue è rimasta silenziosa sulle questioni politiche, giudiziarie e riguardanti i diritti umani in Egitto, mentre la linea politica di numerosi Stati membri è stata all’insegna della normalizzazione delle relazioni con il governo del presidente Abdel Fattah el-Sisi.

   Al contempo, le repressioni del governo egiziano hanno raggiunto un punto in cui la mera esistenza dei diritti umani è a rischio, in cui non vi è nessuno che risponda delle torture inflitte, delle morti in custodia, delle sparizioni forzate, nonostante l’evidenza oltre ogni dubbio della responsabilità dello Stato per queste pratiche. La morte di Giulio Regeni e le questioni irrisolte che la circondano, al centro delle preoccupazioni italiane e dell’Unione Europea, sono emblematiche di un problema ben più esteso che affligge sistematicamente numerosi cittadini egiziani.

   La recente riapertura del caso «finanziamenti stranieri», finalizzato a colpire le più importanti organizzazioni per i diritti umani del Paese, minaccia la sopravvivenza di quei gruppi che tentano di documentare abusi di diritti e potrebbe minacciare gli attivisti per i diritti umani con condanne all’ergastolo. Invece di perseguire questi gruppi, il governo dovrebbe assumere misure per far fronte al problema degli abusi commessi dagli stessi servizi di sicurezza, abusi che stanno provocando un crescente malcontento in Egitto e una diffusa preoccupazione tra l’opinione pubblica europea. Il governo egiziano dovrebbe anche abbandonare la pratica di arresti per reati di opinione, espressione politica e proteste pacifiche.

   La repressione in corso ha dimostrato di essere controproducente anche per la stessa stabilità dell’Egitto ed è ora divenuta un ostacolo innegabile per le possibilità dell’Ue di cooperare pienamente con il Paese. Più in generale, l’eccessivo focus sulla sicurezza da parte del regime egiziano, che si manifesta con repressioni e nel non perseguire politiche di inclusività, ha impedito di compiere progressi per quanto riguarda le sfide economiche e sociali dell’Egitto.

   Pertanto chiediamo ai leader europei, a partire dal presidente francese François Hollande in visita all’Egitto, di essere chiari nel messaggio da dare alle autorità egiziane:

• L’Ue e i suoi Stati membri rimangono convinti dell’importanza delle relazioni con l’Egitto e rimangono impegnati a sostenere uno sviluppo politico, economico e sociale inclusivo. L’Egitto e l’Unione europea sono uniti da vari fattori, inclusi interessi rilevanti e condivisi in materia di sicurezza, stabilità regionale e legami commerciali.

• Tuttavia le relazioni future fra l’Ue e l’Egitto dovranno venire necessariamente meno fintantoché le autorità egiziane manterranno politiche che l’Ue considera violazioni dei principi fondamentali, inclusa la persecuzione di gruppi a difesa dei diritti umani, l’impunità per le violazioni commesse dai servizi di sicurezza e le detenzioni degli oppositori politici. Queste politiche non porteranno certamente quella stabilità che sia l’Egitto che l’Ue vogliono raggiungere.

• Pertanto l’Ue ritiene che l’Egitto debba: 1) avviare una riforma del settore della sicurezza, che prima di tutto spazzi via il ricorso alla tortura e alle sparizioni forzate da parte di agenti dello Stato, in linea con gli standard internazionali riconosciuti; 2) abrogare le leggi che permettono le molestie e la repressione delle organizzazioni della società civile, così come le leggi che configurano la protesta pacifica come reato, e far decadere i procedimenti in corso in applicazione di queste leggi; e 3) rilasciare i detenuti a causa di protesta non violenta e i prigionieri politici, preferibilmente per mezzo di un’amnistia su larga scala.

• L’Ue è pronta a offrire ogni assistenza per attuare queste riforme, e spera di poter rendere più profonde le relazioni con l’Egitto man mano che queste riforme procedono. Tuttavia, in assenza di tali riforme, le relazioni fra Ue ed Egitto non potrebbero che risentirne, e l’Ue continuerà a prestare massima attenzione a queste questioni e a sollevarle pubblicamente, laddove fosse necessario.

• L’Ue estende la propria solidarietà e sostegno all’Italia nella ricerca della verità e giustizia per le torture e l’omicidio di Giulio Regeni.

Emma Bonino, Anthony Dworkin, Issandr El Amrani, Rasmus Alenius Boserup, Haizam Amirah Fernández, Koert Debeuf, Dina Fakoussa, Stéphane Lacroix, Daniel Levy, Arnold Luethold, Charles Powell, Stephan Roll, Patrycja Sasnal, Marietje Schaake, Nathalie Tocci, Richard Youngs

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IL PRESIDENTE AL SISI: “SE L’EGITTO CADE CONSEGUENZE INIMMAGINABILI”

di Francesca Paci, da “la Stampa” de 18/4/2016

– Caso Regeni, interviene Hollande. Il Cairo: l’Italia allenti le pressioni –

   L’Egitto è sotto forte pressione internazionale per la morte di Giulio Regeni tanto che, come annunciato, la prima uscita del presidente francese Hollande dopo il benvenuto al Cairo del collega Al Sisi riguarda proprio il ricercatore friulano torturato e ucciso due mesi e mezzo fa.

   «Ho discusso con il presidente egiziano dell’omicidio di Regeni ribadendo che ci sono molte domande riguardanti questo e altri incidenti simili e che il rispetto dei diritti umani è un mezzo per combattere il terrorismo» dice Hollande. La replica di Al Sisi conferma però la fermezza opposta all’irritazione italiana per la scarsa collaborazione della controparte: «Siamo pronti a trattare il caso in piena trasparenza, ma siamo anche esposti a forze malvagie che minano la stabilità del Paese». Il sottotesto è chiaro: più l’Egitto è attaccato, più si difende.

   Un messaggio analogo era stato indirizzato a Roma poche ore prima dell’arrivo di Hollande, al Cairo per firmare nuovi lucrosi contratti. Sabato sera, ospite del canale Al Hayat, il portavoce del ministero degli Esteri Ahmed Abu Zeid aveva detto che le pressioni di Roma su Regeni non dovrebbero mettere fretta alle indagini e di spiegarsele solo con la situazione politica interna italiana, alludendo come già in passato alle dimissioni del ministro Guidi e ai problemi del governo. Ieri, rilanciando l’intervista, il quotidiano «Al Watan», aggiungeva l’affermazione, poi smentita dal ministero, di un generico «importante sviluppo». L’unico sviluppo della vicenda riguarda finora l’escalation nei rapporti tra Roma e Cairo, sempre più tesi dal giorno del richiamo del nostro ambasciatore Massari.

   Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente».

   Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «NON È POSSIBILE APPLICARE GLI STANDARD EUROPEI SUI DIRITTI UMANI PERCHÉ LA REGIONE IN CUI VIVIAMO È MOLTO TURBOLENTA».

   Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. La manifestazione di venerdì contro la «svendita» delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita è la prima massiccia protesta contro Al Sisi e non è passata affatto sotto silenzio come la scarsa copertura dei giornali governativi suggerirebbe.

   Secondo Stratfor for Global Strategic Intelligence il risentimento non riguarda solo la gente comune, ma il Consiglio Superiore delle Forze Armate che avrebbe «avvertito Al Sisi di rinunciare alla cessione che potrebbe danneggiare l’orgoglio nazionale e far infuriare la gente».

   Una fonte egiziana fa notare che «l’esercito si è tenuto lontano dalle manifestazioni come se avesse deciso di giocare neutrale». E «Al Masry al Youm» scrive che è in discussione la formazione di un comitato per rivedere l’accordo con Riad. Tra annunci, smentite e depistaggi, il caso Regeni sembra la punta dell’iceberg di una resa dei conti interna. (Francesca Paci)

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GIULIO REGENI, ECCO COME E PERCHÉ GLI USA PREMONO SULL’EGITTO

di Stefano Vespa, 17/4/2016, da http://formiche.net/

   Ormai è chiaro: se sulla stampa americana si legge Egitto e caso Regeni, bisogna (anche) leggere Libia e Medio Oriente. In una parola: è geopolitica. L’insistente e inconsueta attenzione del governo e dei media americani a sostegno dell’Italia sta dando alla tragica morte di Giulio Regeni un’eco che in altre situazioni l’Italia avrebbe gradito ma che non ha ricevuto. Basti pensare al caso dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: purtroppo l’India è un interlocutore troppo importante perché l’amministrazione Usa potesse (o possa) schierarsi come sta facendo sul caso Regeni.

   Venerdì 14 aprile ancora una volta è intervenuto il New York Times: «L’indagine bloccata sul sequestro e sull’omicidio dello studente italiano ha costretto almeno un Paese, l’Italia, a rivalutare il suo legame» con l’Egitto, ha scritto il quotidiano in un editoriale, ma «è tempo che altre democrazie occidentali riconsiderino il proprio». «L’Italia ha chiesto ad altri governi europei di mettere pressione sull’Egitto» e Londra ha «infine invocato una “indagine piena e trasparente” sull’assassinio» di Giulio Regeni, mentre «c’è un silenzio vergognoso dalla Francia, il cui presidente François Hollande lunedì sarà al Cairo per firmare un accordo sulle armi del valore di 1,1 miliardi di dollari». Certamente ci sono calcoli legati al ruolo che la Francia potrebbe assumere in quell’area, ma la critica a Hollande arriva dopo molti altri segnali.

   Già l’8 febbraio Barack Obama, incontrando alla Casa Bianca il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva confermato che gli Usa collaboreranno «per la ricerca della verità». Quello su Regeni, aveva scritto nell’occasione il New York Times, è «un altro segnale allarmante di abusi da parte della forze di sicurezza in un Paese dove detenzioni arbitrarie e torture stanno diventando sempre più comuni». La posizione americana era chiara e probabilmente il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi si stava già preoccupando: quel giorno il Dipartimento di Stato non aveva voluto confermare l’apertura di questo fronte diplomatico, ma aveva significativamente avvertito che gli Usa «osservano» le indagini in corso «con la partecipazione degli investigatori italiani».

   Insomma, il caso Regeni è diventato un caso internazionale: per l’Italia è una tragedia umana e una questione di dignità, con il governo Renzi che continua a pretendere una collaborazione purtroppo negata agli investigatori del Ros dei carabinieri e dello Sco della polizia, oltre che alla procura di Roma; per gli Stati Uniti un’opportunità per costringere Al Sisi a scegliere: collabora oppure le conseguenze saranno pesantissime. Il presidente egiziano era nel mirino americano già nell’estate scorsa. In occasione della visita di Mattarella, l’Ansa aveva ricordato che in agosto al Cairo funzionari americani avevano criticato la situazione dei diritti umani in Egitto. L’amministrazione Obama aveva prima congelato, e poi concesso, 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari per rafforzare un regime che resta un alleato fondamentale nella lotta all’Isis. Non c’erano investimenti francesi all’orizzonte in quel momento mentre la situazione nel Mediterraneo era già esplosiva.

   L’attacco dei più importanti giornali è continuo: il 18 marzo un appello alla Casa Bianca perché non firmi «un assegno in bianco» al Cairo dopo la morte di Regeni venne rivolto dal Washington Post in un durissimo editoriale che fece del caso dell’uccisione dello studente italiano l’ultimo esempio di una serie di violazioni dei diritti umani da parte delle autorità egiziane. «Non ricompensate l’Egitto per la tortura di innocenti». Il giorno successivo il New York Times aggiunse che «i media egiziani, i politici e i responsabili del Cairo puntano su varie piste nel caso della morte di Giulio Regeni, tranne quella che Washington, Roma e altre capitali europee ritengono la più probabile: che il ricercatore sia stato rapito, torturato e ucciso da elementi delle forze di sicurezza egiziane». E ancora il 28 marzo lo stesso Nyt scrisse che l’escalation della repressione in Egitto, con le detenzioni arbitrarie, l’uso della tortura e di omicidi, tra cui l’assassinio di Regeni, erano stati denunciati in una lettera inviata da alti esperti americani sul Medio Oriente al presidente Usa Barack Obama: il giornale tornava a chiedere all’amministrazione Obama di rivedere i rapporti con l’Egitto.

   E la Libia? E’ noto che il generale Khalifa Haftar, uomo di al Sisi, guida le truppe fedeli a quel parlamento di Tobruk che non sembra accettare di buon grado l’insediamento del presidente Fayez al Serraj, riconosciuto dall’Onu.

   Ridurre a più miti consigli al Sisi per contribuire davvero a stabilizzare la Libia potrebbe essere un obiettivo non secondario. Così come sono una curiosa coincidenza le migliaia di egiziani scese in piazza venerdì in tutto l’Egitto, scandendo gli slogan della rivolta del 2011 e invocando la caduta del governo dopo la decisione del presidente al-Sisi di cedere due isole del mar Rosso all’Arabia Saudita. Gente spinta a protestare dagli oppositori del regime, a cominciare dai Fratelli Musulmani.

   In un messaggio al Meeting nazionale delle scuole per la pace, la fraternità e il dialogo ad Assisi, sabato 15 aprile Mattarella ha espresso «apprezzamento particolare» per la scelta di dedicare l’edizione di quest’anno al giovane ricercatore friulano: «Non vogliamo e non possiamo dimenticare la sua passione e la sua vita orribilmente spezzata». L’ennesimo segnale che l’Italia non molla.

   Il 13 aprile al Sisi disse che i servizi segreti egiziani non sono i responsabili della morte di Regeni che però, ammise, rappresenta «un problema». Quello che al Sisi non immaginava è che quell’omicidio gli avrebbe causato una valanga di «problemi». (Stefano Vespa)

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FOTO AEREA DEL CANALE DI SUEZ
FOTO AEREA DEL CANALE DI SUEZ

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