A NEW YORK il 22 aprile 170 PAESI HANNO FIRMATO L’ACCORDO SUL CLIMA (voluto a Parigi a dicembre) – Sarà un impegno concreto per la forte riduzione dei combustibili fossili e l’uso di fonti rinnovabili? – E l’Italia continua a inquinare torrenti con il petrolio e bocciare la fine delle trivellazioni petrolifere

UNA MARCIA PER IL CLIMA (da www.dire.it )
UNA MARCIA PER IL CLIMA (da http://www.dire.it )

   A New York lo scorso 22 aprile, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro, i rappresentanti di 175 Paesi hanno partecipato alla cerimonia di firma dell’accordo sul clima, accordo che era stato raggiunto alla Conferenza di Parigi a dicembre. Come obiettivo ci si impone, entro limiti di tempo non ben definiti, di mantenere la soglia per il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi di crescita rispetto alla media della situazione attuale, con la volontà e l’impegno di arrivare a 1,5 gradi centigradi. Gli impegni per la riduzione delle emissioni saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023. Non ci sono obblighi e non c’è un’autorità sovranazionale in grado di far rispettare i piani annunciati. I target attuali di produzione e consumo energetico di materiali fossili, adottati in maniera volontaria dai governi, non sono certo sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati.

da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)
da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)

   Pertanto è bene che si è raggiunto l’accordo, è molto meno bene che non ci sono impegni concreti di ciascun Stato, e sanzioni se l’accordo non è rispettato. Purtuttavia il trend attuale, con le energie rinnovabili che stanno crescendo, con una nuova sensibilità anche da parte dei poteri economici (che scoprono pure che si può fare affari anche con un “nuovo mondo energetico”), con il carbone in una fase di difficoltà e con importanti aziende del settore fossile che si sono dichiarate a favore di una tassa sul carbonio (e guardano anche alla riconversione possibile delle loro produzioni), tutto questo fa pensare che ci sia una spinta reale verso la GREEN ECONOMY.

22 APRILE ALL'ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima - (France's Minister of Ecology Segolene Royal (L), France's President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco's Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY
22 APRILE ALL’ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima –
(France’s Minister of Ecology Segolene Royal (L), France’s President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco’s Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY

   Si è trattato (a New York) di una cerimonia spettacolare, che la struttura organizzativa del l’ONU ha, par di capire, volutamente messo in piedi. Tra l’altro il 22 aprile, nella “Giornata della Terra”. Orchestre, bambini, star del cinema (Leonardo di Caprio su tutti, che ha pronunciato un discorso dove il cuore di tutto è nelle frasi che qui – con la sua foto – vi riportiamo).

“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)
“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)

   E questa enfasi mediatica ripresa dai media a livello mondiale non è casuale, ma del tutto voluta e significativa. Per il fatto che siamo ancora in una “fase debole” dell’accordo: la firma di New York non basta, è necessario invogliare il maggior numero possibile di Paesi a dar seguito a quanto promesso a Parigi a dicembre, e prima di tutto ad accelerare il processo di ratifica che ciascuno stato deve fare con i suoi organismi interni di potere (legislativi, esecutivi). Solo dopo la ratifica interna di ciascun Paese l’accordo entra definitivamente in vigore. E per essere valido globalmente, deve essere ufficialmente ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra (solo così entrerà in vigore).

“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da www.rinnovabili.it/ )
“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da http://www.rinnovabili.it/ )

   Vien da pensare che l’attuale declino del prezzo del petrolio (che attualmente è sui 45 dollari al barile) poco aiuta l’uscita planetaria dall’utilizzo dei combustibili fossili, e da una sana e seria ricerca concreta di arrivare a sviluppare unicamente energie rinnovabili non inquinanti l’atmosfera.

Il CORMORANO coperto di petrolio è l'angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L'uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l'intero ecosistema del corso d'acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)
Il CORMORANO coperto di petrolio è l’angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L’uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l’intero ecosistema del corso d’acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)

   Mentre a New York si celebrava l’evento della firma all’accordo sul clima, a Roma era stata indetta una manifestazione per denunciare l’ambivalenza italiana: da una parte impegni ambientalisti del governo, sostenuti (come a New York) con molta enfasi; e dall’altra il governo come sponsor di iniziative petrolifere, di prosecuzione all’utilizzo del petrolio. La protesta romana del 22 aprile, promossa da associazioni di varia estrazione (A Sud Onlus, Arci Nazionale, Avaaz Italia, Legambiente Onlus, Rete Della Conoscenza, Terra! Onlus, Zeroviolenza), e da organizzazioni ambientaliste e studentesche, sottolineavano proprio questa contraddizione italiana tra gli impegni presi a Parigi e firmati all’Onu a New York, e le politiche energetiche nazionali effettivamente concretizzatesi finora.

il palazzo di vetro dell_ONU a New York
il Palazzo di vetro dell’ONU a New York

   In Italia, solo nell’ultimo anno, c’è stato un ‘aumento del 2% delle emissioni di Co2 , di cui il 3% arriva proprio dal settore energetico. L’obiettivo sarebbe, entro la fine dell’attuale legislatura – il 2018 -, quello del raggiungimento del 50% di energie rinnovabili.

Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )
Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )

   Mentre però nel 2011 si era arrivati a installare oltre 10mila MW tra solare, fotovoltaico e eolico, oggi i MW sono scesi a meno di 700. Questo è accaduto come conseguenza dei mancati incentivi erogati alle rinnovabili negli ultimi due anni. Noi non siamo d’accordo sugli incentivi, che vanno a ricadere come costo (sula fiscalità generale, sul bilancio dello Stato) su tutti i cittadini. E anche creano molto spesso un mercato “drogato”, che da solo non si manterebbe mai in piedi. Pertanto bene ha fatto, secondo noi, il Governo a togliere parte di quelli incentivi. Accadeva che panelli fotovoltaici venissero installati su enorme distese di campi, di spazi agricoli tolti all’utilizzo agricolo, alla bellezza del paesaggio, per installare pannelli e per godere in primo luogo degli incentivi statali (questo accadeva in pressoché tutte le regioni: in particolare il fenomeno più rilevante c’è stato in Puglia).

EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da www.meteogiornale.it)_
EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da http://www.meteogiornale.it)_

   In questo contesto la schizofrenia italiana è che, se da un lato (giustamente) si tolgono gli incentivi al fotovoltaico, l’Italia investe oltre 13 miliardi di dollari in fonti fossili (fonte: Fondo Monetario Internazionale), una cifra di gran lunga superiore se paragonata ai 4 miliardi di euro investiti in “climate change” nella ultima legge di stabilità (su questo tema riportiamo in questo post dati e considerazioni da tre siti che sviluppano il tema: www.rinnovabili.it/, www.today.it/, www.legambiente.it/).

nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- "Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un'alternativa energetica. Le pare poco? "Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C'È UN'AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti". (intervista a PASCAL ACOT: "SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L'ATMOSFERA" di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)
nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- “Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un’alternativa energetica. Le pare poco? “Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C’È UN’AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti”. (intervista a PASCAL ACOT: “SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L’ATMOSFERA” di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)

   Per questo le organizzazioni ambientaliste italiane si chiedono che forse non è questo il modo giusto per raggiungere l’obiettivo di contenere il surriscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

   E il fatto che nel referendum contro le trivelle perso dalle Regioni e dall’ambientalismo (per mancanza del raggiungimento del quorum) si lasci alle compagnie petrolifere libertà di prorogare e di decidere quando chiudere gli impianti petroliferi e di gas da petrolio, venendo così a consentire la possibilità di prolungare la fine delle estrazioni fin che si vuole (magari in attesa di “tempi migliori” dove poter incidere sul rilancio della politica petrolifera…), questo fatto dimostra che, pur il petrolio ora in crisi di prezzo, l’Italia come il mondo intero mostra difficoltà e resistenze a cambiare rotta sul consumo di energia prossimo venturo. Serve invece coraggio e volontà di praticare da subito un nuovo paradigma energetico. (s.m.)

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A NEW YORK 170 PAESI FIRMANO L’ACCORDO SUL CLIMA

22/4/2016, da http://www.rinnovabili.it/

– Il primo passo verso la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi è stato fatto. Ma la priorità è aumentare gli impegni presi –

   Una grande cerimonia organizzata dalle Nazioni Unite, 170 Paesi aderenti e 60 capi di Stato (qui l’elenco). E poi orchestre, bambini, star del cinema. L’evento di firma dell’accordo sul clima raggiunto alla COP 21, lo scorso dicembre, è stato ancor più ridondante della stessa conferenza di Parigi.

   Tra un appuntamento e l’altro, le dichiarazioni e la sfilata sul palco di tutti i delegati e i leader si è protratto per un’intera giornata. La speranza era dare risalto alla cerimonia di firma per invogliare il maggior numero possibile di Paesi a dar seguito a quanto promesso lo scorso inverno, ma soprattutto ad accelerare il processo di ratifica, con il quale l’accordo entra definitivamente in vigore.

   Nell’Unione europea, probabilmente, questo avverrà tramite due passaggi. Trattandosi di un accordo a competenza “mista”, servirà un passaggio al Parlamento europeo e uno nei Parlamenti nazionali.

   «Bisogna tradurre l’accordo di Parigi in azioni per fare fronte all’emergenza», ha detto il premier francese, François Hollande, ricordando che ad oggi l’emergenza climatica rimane costante. Per questo, il capo dell’Eliseo ha comunicato che chiederà al Parlamento francese di approvare l’accordo prima dell’estate, e ha chiesto ai leader dell’Ue di «essere di esempio».

   Per entrare in vigore nel 2020, l’accordo deve essere ufficialmente ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas serra. La firma di oggi, dunque, è solo un primo passo. Inoltre, gli impegni a livello nazionale presentati da gran parte dei Paesi partecipanti alla COP 21, sono insufficienti a raggiungere i target dell’accordo. Se non verranno rivisti al più presto, rischiamo un aumento della temperatura ingestibile.

   Il documento di 31 pagine mira a limitare l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. L’accordo, però, non è vincolante e lascia ampi spazi alla discrezionalità delle parti, non fissa un termine per le fonti fossili né un obiettivo preciso di energie rinnovabili.

   Il testo chiede di trovare i fondi per la riduzione delle emissioni di gas serra e lo sviluppo della resilienza nei Paesi più poveri e vulnerabili, ma non ne definisce le modalità.

ALCUNI DETTAGLI dell’ACCORDO SUL CLIMA STABILITI ALLA CONFERENZA DI PARIGI IL 11/12/2016 (e ratificato il 22/4/2016 A NEW YORK).

(da http://www.rinnovabili.it/ambiente/)

   L’ACCORDO GLOBALE SUL CLIMA. Il testo definitivo approvato a Parigi lo scorso 11 dicembre si compone di 31 pagine, 19 introduttive e 12 di documento vero e proprio.

   IL PATTO GLOBALE SUL CLIMA è un protocollo, come KYOTO, ma NON È VINCOLANTE A LIVELLO INTERNAZIONALE. Si basa, invece, su impegni volontari forniti dai 196 Paesi membri dell’UNFCCC (acronimo di “United Nations Framework Convention on Climate Change”, cioè i Paesi che hanno aderito alla “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”).

   Le regole di entrata in vigore sono le stesse del precedente: richiedono che debba essere ratificato da non meno di 55 Paesi, i quali devono complessivamente rappresentare non meno del 55% delle emissioni globali di origine antropica. Nel caso di Kyoto, questo sistema ha fatto perdere 8 anni.

   Una volta entrato in forza, il patto si baserà sul principio della responsabilità comune ma differenziata: ai Paesi in via di sviluppo (in particolare India e Cina), dunque, sarà concesso di procedere con maggiore calma, a causa della loro più recente industrializzazione. La COP 21 ha fissato anche un obiettivo a lungo termine, che impone di mantenere il riscaldamento globale «ben al di sotto dei 2 °C» e sollecita sforzi per centrare l’obiettivo di 1,5 °C. Gli impegni per la riduzione delle emissioni saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023, nell’ottica di aumentarne progressivamente l’ambizione.

   Sui finanziamenti climatici, utili ad implementare misure di taglio delle emissioni (mitigazione) e di difesa dalle catastrofi nei Paesi poveri (adattamento), il documento non va oltre i 100 miliardi di dollari da stanziare dal 2020 al 2025. Il piano proposto, inoltre, non è nella parte vincolante dell’accordo.

   IL TEMA PIÙ DELICATO È STATO QUELLO DEI RISARCIMENTI CLIMATICI per le perdite e i danni irreparabili (loss and damage) subìti dai Paesi vulnerabili a un cambiamento climatico innescato dalle economie avanzate. Su di esso si è consumata una battaglia diplomatica all’ultimo sangue: a Parigi c’è stata la forte opposizione di Unione europea e Stati Uniti a qualsiasi sistema coercitivo che li esponga a richieste di indennizzo da parte dei Paesi poveri, spezzati dai cataclismi.

   A tutelare la loro indifferenza è l’assenza di una clausola vincolante sul rispetto dei diritti umani, citati appena nel preambolo. In definitiva, il meccanismo internazionale istituito alla COP di Varsavia (tenuta nel novembre 2013, in quell’occasione ogni accordo si era arenato sui tempi dei progetti e delle decisioni di quando i Paesi dovevano presentare i loro contributi per un nuovo patto per combattere il global warming; ndr) per il loss and damage «non comporta o fornisce alcuna base per qualsiasi responsabilità o compensazione». Con una decisione non vincolante, inoltre, si chiede al meccanismo di Varsavia di istituire una task force che «sviluppi raccomandazioni per evitare, ridurre al minimo e affrontare» le migrazioni relative agli impatti negativi dei cambiamenti climatici.

   Intanto si potranno estrarre combustibili fossili a piacimento per molti anni ancora. Il Protocollo di Parigi non fissa alcun termine per lo sfruttamento di carbone, gas e petrolio. Tutto quel che chiede è il raggiungimento del picco di emissioni il prima possibile al fine di pervenire a «un equilibrio tra le emissioni di origine antropica […] e l’assorbimento dei serbatoi di gas serra nella seconda metà di questo secolo». Passa dunque il principio della neutralità climatica e non quello delle emissioni zero o decarbonizzazione, che faceva paura all’industria.

   Infine, la deforestazione: pur ribadendo l’importanza delle foreste come serbatoi di carbonio e la necessità di ridurre il disboscamento, nessun obiettivo vincolante per la deforestazione zero è contenuto nel testo.(da http://www.rinnovabili.it/ambiente/ )

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PASCAL ACOT: “SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L’ATMOSFERA”

di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016

– L’esperto di scienze climatiche e ambientali guarda con diffidenza alle dichiarazioni di intenti alla conferenza Onu di Parigi: “La spinta della green economy si fa sentire ma non ci si può affidare solo al mercato” –

   “Che i riflettori siano puntati su New York per la firma dell’accordo sul clima è un segnale confortante. Ma non basta. Per ripulire l’atmosfera ci vogliono azioni concrete e certe. La conferenza Onu di Parigi è solo un punto di partenza”. PASCAL ACOT è uno storico del clima, ama i numeri e guarda con una certa diffidenza alle dichiarazioni di intenti.

Eppure a dicembre a Parigi, per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un’alternativa energetica. Le pare poco?

“Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. Non ci sono obblighi e non c’è un’autorità sovranazionale in grado di far rispettare i piani annunciati. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti”.

La conferenza di Parigi è stata però un segnale che sta accelerando la riconversione dei mercati. Il carbone è in una fase di difficoltà crescente. Importanti aziende del settore fossile si sono dichiarate a favore di una tassa sul carbonio per poter programmare meglio gli investimenti.

“È vero, la spinta della green economy si fa sentire e questo è un fatto positivo. Ma non ci si può affidare unicamente al mercato perché nel mercato ci sono imprenditori lungimiranti ma anche una deriva finanziaria preoccupante. Si calcola che il 30 per cento della ricchezza prodotta nei paesi africani viaggi su conti offshore: sono 14 miliardi di dollari di tasse evase con cui si potrebbero fronteggiare i danni prodotti dal cambiamento climatico “.

I segnali che arrivano dalla natura, i record del caldo che si ripetono in maniera sempre più serrata, aiuteranno chi vuole cambiare modello energetico?

“Forse sono troppo pessimista, ma vedo il rischio dell’assuefazione. I sondaggi ci dicono che gli europei sono preoccupati soprattutto della disoccupazione, delle pensioni, dell’immigrazione. Le paure immediate cacciano quelle più lontane”.

Tra questi fenomeni c’è però un nesso. Come ricorda Obama, la siccità che ha colpito la Siria ha contribuito a destabilizzarla.

“È un problema di percezione. Non basta che un fenomeno sia vero. Deve anche essere colto come tale. E invece c’è ancora chi ha interesse a seminare dubbi non per motivi scientifici ma per fini politici. Penso ad esempio, negli Usa, al partito repubblicano che continua a minacciare di stracciare gli impegni sul clima presi da presidenti democratici. È esattamente il contrario di quello che ci serve: forme di governo globale per la difesa dei grandi ecosistemi da cui dipende la sicurezza collettiva”. (Antonio Cianciullo)

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clima, a New York la firma dell’accordo di Parigi

EARTH DAY 2016: A NEW YORK SI FIRMA L’ACCORDO SUL CLIMA, A ROMA VA IN SCENA LA PROTESTA

da www.today.it/, 22 aprile 2016

– In occasione della Giornata della Terra, 171 capi di Stato e di Governo si sono riuniti presso la sede delle Nazioni Unite, per ratificare gli impegni presi a Parigi: ridurre il riscaldamento globale. Ha firmato anche Matteo Renzi e in Italia le associazioni sono scese in piazza per spingere il premier ad accelerare nell’unica direzione possibile: un mondo libero dalle fonti fossili –

   Leader mondiali di 171 Paesi hanno firmato l’accordo sul clima di Parigi. Confermati gli impegni presi in Francia a dicembre: ridurre le emissioni restando “ben al di sotto dei 2 gradi” di aumento della temperatura rispetto ai livelli pre-industriali, e se possibile contenerlo entro 1,5 gradi.

   Presente all’incontro che si è svolto al palazzo di vetro, sede delle Nazioni Unite a New York, anche il premier Matteo Renzi che già aveva annunciato gli obiettivi ambiziosi che l’Italia si prefigge nei prossimi anni: “Abbiamo già raggiunto gli obiettivi del 2020 – ha detto il presidente del Consiglio – ma vogliamo lavorare in questi tre anni e mezzo per raggiungere la migliore performance possibile”. “L’energia rinnovabile è al 39 per cento, il nostro obiettivo è portarla al 50. E’ un obiettivo alla nostra portata, non con gli incentivi ma con un quadro normativo chiaro”, ha concluso Renzi.

   Mentre dall’altro lato del mondo accadeva questo, a Roma organizzazioni ambientaliste e della società civile si sono date appuntamento a Piazza Montecitorio e hanno messo in scena un’edizione straordinaria del talk show “CHE CLIMA CHE FA” durante la quale una giornalista ha dato filo da torcere a una duplice versione del premier: il DOCTOR RENZI, capo di un governo che ha fatto delle energie green il centro della propria politica energetica, prendendo impegni internazionali molto precisi; e  MISTER OIL, capo di un governo che fa gli interessi delle compagnie petrolifere contro la demagogia dell’ideologia ambientalista.

   L’iniziativa è stata promossa da A SUD ONLUS, ARCI NAZIONALE, AVAAZ ITALIA, LEGAMBIENTE ONLUS, RETE DELLA CONOSCENZA, TERRA! ONLUS, ZEROVIOLENZA, organizzazioni ambientaliste, studentesche e della società civile che vogliono accendere i riflettori sulle profonde contraddizioni tra gli impegni presi a Parigi dal Premier Renzi e ribaditi ieri e le politiche energetiche nazionali effettivamente concretizzate.

   Le organizzazioni si chiedono ad esempio come è possibile raggiungere l’obiettivo di contenere il surriscaldamento al di sotto di 1.5 gradi a fronte dell’aumento del 2% delle emissioni di Co2 dell’Italia solo nell’ultimo anno, di cui il 3% arriva proprio dal settore energetico.

   A supporto di questi dati va registrato che ogni anno l’Italia investe oltre 13 miliardi di dollari in fonti fossili (fonte: Fondo Monetario Internazionale), una cifra di gran lunga superiore se paragonata ai 4 miliardi di euro investiti in “climate change” nella ultima legge di stabilità.

   Tra gli impegni presi dal Premier entro fine legislatura quello del raggiungimento del 50% di energie rinnovabili. Mentre però nel 2011 si era arrivati a installare oltre 10mila MW tra solare, fotovoltaico e eolico, oggi i MW sono scesi a meno di 700.

   Così per colpa dei mancati incentivi erogati alle rinnovabili negli ultimi due anni, pur avendo le carte in regola per diventare leader del settore l’Italia è costretta a sprecare l’energia pulita di cui dispone e a danneggiare uno degli ambiti economici più promettenti. Questo con gravi conseguenze anche per il settore occupazionale, sono infatti 120mila i posti di lavoro persi negli ultimi 4 anni (dati Gse – Gestore Servizi Energetici). Per questo la ratifica dell’accordo sui cambiamenti climatici è uno spartiacque importantissimo per accelerare nell’unica direzione possibile: un mondo libero dalle fonti fossili che realizza un modello di sviluppo basato su energie rinnovabili.

LA FIRMA DELL’ACCORDO

Ad aprire la conferenza il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon che ha scelto la data dell’incontro, il 22 aprile, giornata mondiale della Terra. “Siamo in una corsa contro il tempo ” ha detto esortando tutti i paesi ad aderire rapidamente all’accordo. “Per questo – ha concluso Ban Ki Moon – chiedo a tutti i Paesi di firmare velocemente l’accordo di Parigi, in modo che possa entrare in vigore il più presto possibile”. Firmare l’accordo sarà solo il secondo passo, dopo Parigi, di una lunga serie di appuntamenti. Il fitto calendario è già stato organizzato e prevede il 2 maggio la pubblicazione da parte del segretario della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di un rapporto sull’impatto globale degli impegni di riduzione dei gas a effetto serra presi dai 187 Paesi presenti a Parigi.

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DRAMMATICAMENTE RIDOTTI I TEMPI PER REAGIRE

Boston, 31/3/2016 da www.rinnovabili.it/

LA SCIENZA DEL CLIMA STA DICENDO CHE NON CE LA FAREMO?

– Dall’inizio dell’anno, un’ondata di nuove ricerche sullo stato del clima sta tracciando un quadro ben peggiore di quello che avevamo al 2015 –

(Rinnovabili.it) – I nodi stanno venendo al pettine, e per giunta con una rapidità che dovrebbe preoccupare tutti noi. Man mano che si aggiornano gli studi sul clima, emerge sempre più una realtà diversa e peggiore rispetto alle previsioni su cui si sono basati i legislatori di tutto il mondo per organizzare la risposta al riscaldamento globale.

   Oggi, un nuovo lavoro pubblicato da due team statunitensi su Nature, afferma che l’aumento del livello dei mari sarebbe stato ampiamente sottostimato dall’ultimo rapporto delle Nazioni Unite. Secondo l’IPCC, il panel internazionale che produce le valutazioni utilizzate dall’ONU, gli oceani potrebbero salire al massimo di 52-98 centimetri entro il 2100. Il nuovo studio suggerisce che l’aumento reale potrebbe essere di 1,5 metri, una minaccia ancora maggiore per megalopoli come New York e Shanghai.

   Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto.

   Dall’inizio del 2016 è stato tutto un fiorire di nuove ricerche che tracciano un quadro ben più inquietante di quello che eravamo abituati a considerare fino a pochi mesi fa. Secondo un articolo dell’International Institute for Applied Systems Analysis, pubblicato a febbraio su Nature, fino ad oggi abbiamo sbagliato a calcolare la quantità di CO2 che l’umanità può ancora emettere in atmosfera prima di oltrepassare la soglia critica dei 2 °C.

   Se il ritmo di crescita delle emissioni rimane inalterato, entro il 2050 avremo consumato il nostro carbon budget. L’analisi è condivisa anche dalla Concordia University, che a gennaio è giunta a conclusioni simili. La rivista Plos One ha ospitato pochi giorni fa un contributo ancor più catastrofico, firmato da due ricercatori australiani. Essi sono convinti che la soglia dei +2 °C rispetto al periodo antecedente la rivoluzione industriale verrà sfondata già nel 2030.

   Per il momento sospendiamo il giudizio sui risultati letteralmente apocalittici raggiunti una settimana fa da James Hansen (Columbia University), che hanno scatenato un dibattito di rara intensità nel mondo scientifico. La sua ricerca, infatti, sostiene che entro 50 anni vedremo un aumento del livello dei mari tale da sommergere tutte le città costiere del mondo. Questo significa che i margini per adattarsi a simili rischi sono quasi nulli.

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22/4/2016, da www.legambiente.it/

LEGAMBIENTE SU FIRMA ACCORDI PARIGI. “BENE GLI IMPEGNI DEL PREMIER RENZI A NEW YORK, ORA SI INVESTA VERAMENTE SULLE RINNOVABILI”.

– Per portarle al 50% nella legislatura, l’Esecutivo abbia il coraggio di realizzare provvedimenti mirati su biometano e autoproduzione da fonti rinnovabili e approvi il decreto per le rinnovabili non fotovoltaiche –

   Oggi, nella Giornata della terra, si apre alla firma degli Stati l’accordo sul clima raggiunto alla Cop21 di Parigi a dicembre. A New York, presso le Nazioni Unite, depositarie ufficiali dell’Accordo di Parigi, con una cerimonia a cui prendono parte Capi di Stato e di Governo di tutto il mondo, di fatto inizia il processo concreto di firma e deposito dello strumento nazionale di ratificazione dell’accordo. Un trattato con cui i governi si pongono come obiettivo di lungo termine di contenere il surriscaldamento del pianeta ben al di sotto dei 2 gradi e di mettere in atto tutti gli sforzi possibili per non superare 1.5 gradi, in modo da ridurre gli impatti dei cambiamenti climatici già in corso sulle comunità vulnerabili dei paesi poveri. La firma (che è cosa diversa dalla ratificazione) andrebbe accompagnata col deposito dello strumento di ratificazione, ma è comunque un passo legalmente vincolante, in quanto impegna a non intraprendere attività contrarie all’accordo.

   “Ben vengano i primi chiari impegni annunciati a favore delle fonti rinnovabili dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, oggi a New York alla cerimonia per la firma dell’Accordo Cop21 di Parigi. Il Premier ha dichiarato di voler investire di più e meglio sull’eolico e l’idrico, e soprattutto di voler raggiungere il 50% di produzione di energia da fonti rinnovabili entro la fine della legislatura – commenta Rossella Muroni, presidente di Legambiente – Un obiettivo importante e a nostro avviso realizzabile in tempi brevi, per questo Legambiente rilancia al Governo le sue tre proposte per incentivare le rinnovabili nel Paese: intervenire con provvedimenti mirati sul biometano e sull’autoproduzione da fonti rinnovabili, e approvare il decreto di incentivo per le rinnovabili non fotovoltaiche. In questo modo si potrebbero superare quelle barriere che oggi impediscono il pieno sviluppo delle energie pulite.

   È ora che il Governo Renzi dimostri concretamente e chiaramente quale politica energetica intende adottare, e scelga se sostenere veramente la conversione verso un’economia low carbon o rimanere inchiodato alle fonti fossili.

   Ci sono in Italia tante eccellenze da supportare – prosegue la presidente di Legambiente – per far crescere un’economia ‘nuova’ e sostenibile, coniugando da subito ambiente e lavoro. Dal fotovoltaico, settore in cui il nostro Paese è leader (in testa alla lista della quota elettrica coperta dall’energia solare, con una percentuale dell’8%, secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia) ma che è stato affossato dalle politiche del governo.

   Alla produzione di biometano, che ha un potenziale di produzione nazionale di 8 miliardi di metri cubi, ossia 4 volte tanto quello del metano estratto dalle piattaforme oggetto del referendum del 17 aprile, ma che non può essere immesso in rete per assenza di normativa. Puntare sull’innovazione tecnologica e sulla bioeconomia, rappresenta, da subito, una grande sfida per il rilancio economico dell’Italia e dell’Europa e per il conseguimento degli accordi sul clima”.

L’ufficio stampa di Legambiente

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VEDI ANCHE:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/12/10/conferenza-cop21-sul-clima-a-parigi-si-discute-su-lapocalisse-che-gia-si-fa-sentire-fare-la-cosa-giusta-per-le-future-generazioni-per-i-paesi-poveri-in-via-di-sviluppo/

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L’INQUINAMENTO PETROLIFERO A GENOVA

GENOVA DISASTRO AMBIENTALE

di rem 23 aprile 2016 dal sito http://www.remocontro.it/

– 50 tonnellate, e forse è soltanto una prima valutazione, sulla quantità di petrolio che minaccia torrenti e mare di Genova. È bastata un po’ di pioggia è per spingere il greggio a superare una delle ‘dighe’ improvvisate lungo il torrente Polcevera. Sottovalutazione della dimensione del disastro e la scoperta delle prime bugie o disattenzioni. E ora arrivano la navi anti inquinamento. –

   La notizia la danno quasi per caso, o facendo finta che, al ‘Tavolo tecnico sull’emergenza petrolio in val Polcevera’. In mare o per strada verso, «50 tonnellate di greggio», è la rivelazione bomba. Speriamo sia soltanto questa e non ci attendano altre prossime rivelazioni, la dimensione del disastro, la quantità di greggio fuoriuscita dalle cisterne Iplom tra domenica e oggi. Ma non è per niente detto perché lungo i rii e torrentelli prima del Polcevera si stanno scoprendo grosse sacche di idrocarburi.

   E finalmente qualcuno, al ministero dell’ambiente, ha deciso che servivano (da subito sarebbero occorse) le 2 imbarcazioni anti inquinamento specializzate ferme nei porti di Civitavecchia e Livorno. La ‘Tito’ e la ‘Ievoli Shuttlen’ opereranno nel mare tra Genova e Savona’, il che la dice lunga sulla dimensione del guaio.

   Una decisione ritardata, quella del loro impiego, su cui qualcuno dovrà essere chiamato a dare spiegazioni.

   Ma cosa è intanto accaduto sin Valpolcevera? L’argine improvvisato dai vigili del fuoco per reggere a una anche piccola ‘ondata di piena’ non ha retto alla pioggia che ha ingrossato il torrente. Lo sbarramento conteneva ancora una buona parte il petrolio sversato dalla cisterne Iplom, ma la temuta ondata di maltempo con allerta giallo ha fatto salire il livello dei Polcevera, torrente enorme, dormiente, ma potenzialmente feroce.

   Un leggero innalzamento delle acque sufficiente a fare ‘saltare’ uno degli argini di contenimento posizionati per bloccare il greggio e impedirgli di correre verso il mare; più tardi, gli operai hanno rimosso alcuni degli altri, per evitare che il livello dell’acqua crescesse ulteriormente. E è stato poi proclamato lo “stato di emergenza locale”. Ora restano le «panne oceaniche», barriere artificiali in mare, ma è già disastro.

   È corsa contro il tempo lungo il percorso dell’onda nera che dal rio Fegino scende nel Polcevera e oltre sue inutili dighe, nel mare del porto ormai raggiunto dal petrolio. Alla foce del torrente le «panne oceaniche», barriere artificiali e le pompe che cercano di tirare via il petrolio in superficie non si fermano. Dighe e protezioni per arginare la pioggia che continua a fare paura. Oltre che sperare nel vento, che porti via le nuvole e il pericolo di forti piogge.

   A creare ulteriore ansia, la notizia di altre macchie di idrocarburi rilevare dai satelliti nel mare tra Genova, Savona e Imperia. Lo ha denunciato l’ammiraglio comandante della Capitaneria di porto Giovanni Pettorino. A Loano, in provincia di Savona, una motovedetta ha individuato una striscia di 2 km larga 500 metri di idrocarburi. Le chiazze si stanno dirigendo verso Ponente. Cos’altro è accaduto in quel tratto di costa tra mare e monti?

LO SVERSAMENTO DI PETROLIO DEL 17 APRILE SCORSO A GENOVA NEL RIO FEGINO E DA QUESTO NEL TORRENTE POLCEVERA (da www.solonews.net/)
LO SVERSAMENTO DI PETROLIO DEL 17 APRILE SCORSO A GENOVA NEL RIO FEGINO E DA QUESTO NEL TORRENTE POLCEVERA (da http://www.solonews.net/)

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«NON È LA CATASTROFE DEL ’91 MA L’AMBIENTE LIGURE È GIÀ SATURO»

L’intervista. Parla FEDERICO VALERIO dell’Istituto Tumori

di Marco Vittone, da “Il Manifesto” del 24/4/2016

L’onda nera di Genova fa parte di una reazione a catena. «Noi siamo gli utilizzatori finali e difficilmente ci preoccupiamo del macro sistema-petrolio, se non quando ci accorgiamo delle chiazze in mare. Lo sversamento del greggio nel Polcevera è frutto di un effetto domino, che parte dallo sfruttamento dell’Africa e arriva fino a noi». Lo sostiene Federico Valerio, chimico ambientale, già dirigente dell’Istituto Tumori di Genova.

A una settimana dalla falla dell’oleodotto Iplom, quali rischi stiamo correndo?

La pioggia ha ingrossato il Polcevera dove sono confluiti i rilasci di petrolio; le panne, che avevano assorbito buona parte delle 700 tonnellate di olio, si sono rotte e il petrolio è finito in mare. Così, una grande chiazza si sta spostando verso la Francia. Al largo anche ridotte quantità si distribuiscono su grandi superfici. Si registra, invece, la morte biologica della foce del torrente. Fenomeni come questi non danno scampo a pesci, rane e microrganismi. Il cormorano, fotografato mentre cercava di riscaldare le ali piene di petrolio con i raggi solari, era il simbolo di una parziale rinascita di un’area fortemente impattata da una lunga eredità industriale. Era lì perché stava «pescando» nel Polcevera. Cosa che per molto tempo sarà impossibile.

Il greggio sversato proveniva dalla Nigeria e dal Porto Petroli ha attraversato il territorio altamente antropizzato della Liguria in direzione Busalla. È una storia non solo italiana?

Al di là della coincidenza con il referendum, l’emergenza di Genova è la punta dell’iceberg di una situazione più ampia. Parte dall’Africa, Nigeria in questo caso, dove non ci preoccupiamo dei gravi danni causati dallo sfruttamento del petrolio. Arriva da noi prima al porto Multedo, dove con l’Istituto Tumori avevamo certificato una situazione difficile, e poi a Busalla, stabilimento che è stato luogo di incidenti gravi. Il petrolio, raffinato in gasolio, finisce nelle nostre macchine e si trasforma in quelle polveri sottili responsabili dell’inquinamento atmosferico che, solo nel 2012, ha causato oltre 80mila morti in Italia. Nell’arco di cent’anni abbiamo cambiato la composizione chimica del pianeta.

Genova rappresenta bene questa punta dell’iceberg, anche per gli straordinari eventi atmosferici che l’hanno coinvolta?

Sì, per le due alluvioni disastrose dovute anche a piogge eccezionali, le bombe d’acqua, su un territorio fragile. Quest’anno non è piovuto granché e non va bene lo stesso. L’accordo di Parigi è fondamentale perché dimostra come nessun stato, dagli Usa alla Cina, neghi più la problematica climatica con il messaggio «diamoci una calmata». Meno positive sono, però, le scelte governative. Anche in Italia dove il premier Renzi autorizza a trivellare per quel poco di gas e di petrolio presente nei nostri mari. E, a proposito di contraddizioni, ricordiamoci come nel nostro Paese ci siano meno impianti fotovoltaici di quelli installati in Germania. La Bassa Valpolcevera è un territorio con lunga storia industriale; con la chiusura degli impianti più inquinanti la qualità dell’aria era migliorata.

Siamo di fronte a un vero disastro ambientale o si tratta di un’espressione esagerata?

Se prendiamo come termine di paragone il naufragio della petroliera Haven nel 1991 davanti a Voltri, quando bruciarono circa 90 mila tonnellate di petrolio greggio in mare, le proporzioni qui sono fortunatamente inferiori, ma la situazione non si deve minimizzare. È delicata. Né si possono considerare autosuggestioni i malori delle persone nei giorni successivi all’incidente. Non doveva succedere, la condotta non doveva essere collocata in quel luogo vicino a case e torrenti. Importante è capire, quando l’impianto era stato revisionato, se aveva un sistema automatico di valvole per il blocco in caso di incidente oppure no.

Ritiene che l’intervento sia stato tempestivo ed efficace?

Penso di sì, nel possibile. È però mancata una corretta informazione da parte delle istituzioni. Questo è uno dei temi su cui il comune dovrebbe riflettere come quello dell’inquinamento dei motori accessi delle navi ferme nel porto di Genova. Emettono grandi quantità di ossido di azoto, sempre oltre i limiti consentiti. Basterebbe elettrificare la banchina e permettere alle navi di spegnere i motori e, magari, alimentare la banchina con biometano.

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