La geografia europea delle FRONTIERE CHE VENGONO CHIUSE: l’avverarsi della CHIUSURA DEL BRENNERO da parte dell’Austria – La fine di ogni convinta POLITICA DI UNIONE MEDITERRANEA, nell’inarrestabile flusso di popoli verso nord spinti da guerre, povertà ed espansione demografica

I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA
I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA (carta ripresa da LIMES)

   I primi controlli alla frontiera sono stati introdotti in molti Paesi europei a metà settembre dello scorso anno, in conseguenza dell’arrivo massiccio di richiedenti asilo: è lì che si è incominciato a temere il flusso dei migranti che passavano lungo la cosiddetta rotta balcanica. E in quel momento la situazione assai difficile, di decine di migliaia di persone bloccate chissà dove, è stata risolta dalla coraggiosa decisione tedesca (della cancelliera Merkel) di far entrare in Germania i migranti, di accoglierli.

L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia
L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia

   Ma nei mesi qui appena passati, nelle scorse settimane, adeguandosi al malessere dei governi degli stati europei di centro-nord allertati dall’aumento del consenso popolare per i partiti xenofobi e anti-immigrati (cioè è la popolazione europea che teme “l’invasione”…), in questo contesto la chiusura di quella rotta attraverso i Balcani (dalla Turchia, alla Grecia, Macedonia, Croazia, Austria…), questa chiusura è stata voluta proprio dalla Germania, facendo pagare a tutta l’UE un prezzo in denaro (sei miliardi di euro, ma ancor di più un prezzo umanitario, di riconoscimento politico…) in favore della Turchia al patto di bloccare quel passaggio di diseredati provenienti in particolare dalla martoriata Siria. E con la chiusura della rotta balcanica, Germania e Austria hanno effettivamente registrato un calo drastico degli arrivi.

   Comunque già dal settembre scorso abbiamo visto barriere di filo spinato ai confini dei paesi dell’Est Europa. Ecco, dopo l’azione di freno tedesca svolta comunque attraverso i canali politici della UE e nel rapporto costante che la Germania ha con la Turchia, ora l’Austria mette in campo metodi ben più visibilmente decisi, duri: sta erigendo muri, barriere, ai confini con la Slovenia e l’Italia.

LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO - Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell'ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l'ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All'indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L'ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L'AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l'accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere
LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO – Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell’ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l’ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All’indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L’ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L’AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l’accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere

   Ma non solo l’Austria si muove in questo senso. In questi giorni ci sono SEI PAESI (GERMANIA, AUSTRIA, FRANCIA, SVEZIA, NORVEGIA e DANIMARCA) che hanno chiesto (o meglio, comunicato) all’Unione Europea la decisione di mettere sotto stretto controllo le proprie frontiere (finora soggette alla libera circolazione prevista dal trattato di Schengen) per almeno sei mesi, con progetti specifici, a seconda che il flusso dei migranti segua ancora in parte la rotta balcanica, o (come si pensa veramente) il flusso di persone arrivi dal Mediterraneo, sbarchi in Italia per poi proseguire verso il nord Europa (come anche è accaduto nelle scorse estati).

   Sei Paesi dell’Unione Europea (oltre quelli dell’ex Unione Sovietica, che questa scelta di chiusura la hanno fatto già dal settembre scorso), sei Paesi dicevamo che stanno adottando progetti specifici di controllo-chiusura delle frontiere: significa, ad esempio, per la Germania mettere in atto controlli severi con le frontiere con l’Austria; mentre per l’Austria quelle con Ungheria e Slovenia, poiché l’iniziativa è legata in parte ancora ai buchi nella gestione greca delle frontiere esterne verso nord, ancora i Balcani. Ma, come tutti pensano, appena si noterà, se accadrà (ma accadrà sicuramente), una modifica dei flussi dalla Grecia che si sposteranno verso l’Italia, in quel caso i Paesi potranno chiedere di fare i controlli alle frontiere legate all’Italia (formalmente il visto della UE ai sei paesi che sospendono il trattato di Schengen, dovrà avvenire entro il 13 maggio). E, per dire, le barriere al Brennero sono già state installate.

Brennero
Brennero

   Pertanto queste misure di chiusura delle frontiere, ulteriori, che si stanno mettendo in campo, di fatto riguardano l’Italia: il vero timore per quei paesi è che si (ri)apra “la rotta italiana”. Anche molto di più di quello che è stata negli anni scorsi, cioè che molti migranti, grandi masse, provino a trovare rotte alternative a quella adottata da settembre scorso nei Balcani, e che passino per l’Italia.

   E l’Austria allora non si è fatta problemi (anche con l’incalzare dei partiti di destra probabili vincitori alle prossime imminenti elezioni) a chiudere le frontiere alla libera circolazione dall’Italia: in primis, come dicevamo, dal Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi.

   Il controllo, la chiusura possibile, probabile, della libera circolazione al Passo del Brennero è un vero choc per chi ha vissuto quel varco come un limite di controllo, e che ora si ritrova a rivivere una condizione forse peggiore (leggete il bellissimo articolo di Paolo Rumiz che riportiamo qui di seguito).

LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)
LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)

   Perché, non è solo i migranti, la paura di invasioni (esagerate nei numeri, ma le percezioni diventano purtroppo più concrete di ogni realtà): è tutto un mondo che cambia, che torna indietro; un rinchiudersi in se stessi cui noi non siamo più abituati in Europa, e che per questo ci fa ancora più paura di quando era normale e “accettato” dividere gli Stati nazionali dell’Europa con rigide frontiere (se potete leggete anche il secondo articolo di questo post, di Carlo Bastasin, che ci da il senso e il reale pericolo che stiamo vivendo con questa chiusura).

   Ora qui rileviamo come, di volta in volta, la politica dei singoli Stati europei (più che mai divisi in questo contesto così delicato, importante…) sia quella di porre momentanei tappi a flussi che appaiono peraltro inarrestabili. E che nascono da una sempre più insostenibile situazione di guerra e miseria di centinaia di milioni di persone in quello che veniva un tempo definito il “Sud del Mondo”. Ed è una questione anche che riguarda la DEMOGRAFIA globale: popoli poveri e affamati, giovani nell’età, in cerca di un minimo di benessere che, numerosi e in forte espansione demografica, cercano vita e speranza nel pur declinante sviluppo dei paesi ricchi europei (ma nelle Americhe sta accadendo la stessa cosa, tra Centro-Sud povero e Nord ricco).

Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi
Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi

   Allora, nel nostro ambito di paesi europei che hanno finora poco utilmente cercato di fare una politica unitaria, si capisce bene che la politica dei “tappabuchi”, del bloccare in qualsiasi modo (anche utilizzando l’inaffidabile e inattendibile premier turco Erdogan) le miserie e sofferenze (e speranze di vita migliore) di così tante persone, diseredati della nostra età contemporanea globale, non può essere il modo giusto. E che il progetto europeo iniziato nel secondo dopoguerra nel secolo scorso ben più mire ambiziose aveva.

   Ad esempio tornare, come in parte era avvenuta in epoche passate (nell’antichità più illuminata dai primi moti di scambi, sviluppo, viaggi, idee e filosofie che iniziavano a circolare…), a un ricrearsi di un Mediterraneo come “mare continente”, che fa dialogare e incontrare culture, economie, contatti tra persone, tra nord, sud, est, ovest di popoli che in esso, mar Mediterraneo, si affacciano: guardando all’interno di ciascun continente, ai flussi di idee, persone e vita che ci sono in Africa, Europa, Medio Oriente.

   Qui sta anche un rilancio dell’idea d’Europa, del comune destino globale che ci accomuna alle genti e ai paesi a noi geograficamente più vicini. Ma questo deve essere un progetto che ha una visione secolare, e niente ha a che vedere con misure provvisorie di chiusura che potranno durare non più di qualche mese, qua e là, a seconda dei “pericoli” (spesso più percepiti che reali) di “invasioni barbariche” che sono molto meno numerose di quel che possono apparire.

   Pertanto il poter farsi in parte carico, il condividere, progetti di sviluppo e di pace in aree ora in estrema difficoltà (e che sono i luoghi di origine di tanti migranti) è una necessità che può accordarsi con l’accoglienza di chi arriva, trovando modi e metodi perché possano queste persone rimanere, farsi qui una vita. E di iniziare a progettare un’Europa che incominci ad avere un baricentro non solo verso la sua parte nord, ma anche nel Mar Mediterraneo, tra i popoli e i continenti che qui vivono. (s.m.)

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IN VIAGGIO CON PAPÀ SUL BRENNERO SENZA MURI

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 30/4/2016

BRENNERO   “Grüne Karte”, chiedevano a mio padre. Dal finestrino della Giardinetta lui mostrava la carta verde dell’assicurazione e la Grenzpolizei gli faceva segno di passare.

   Dal sedile posteriore (avevo dieci anni) vedevo soltanto il cinturone di cuoio dell’agente e le ruvide braghe in lana cotta verde marcio. Si consumava così, con un frettoloso controllo di documenti, il passaggio al Brennerpass, alla fine degli anni Cinquanta. Con un brivido quasi afrodisiaco, si andava oltre, a comprare speck affumicato alla macelleria di Alois Flickinger, a Gries, un borgo di trenta case con campanile aguzzo.

   E poi Schüttelbrot, rhum, pane nero, mentine bianche. L’Austria per me aveva il profumo di quelle mentine. Con la stessa euforia, i “tedeschi” si calavano su Vipiteno (Sterzing) a fare incetta di bambole, gondolette di legno e vino da osteria nell’inverosimile bazar di Maria Bernmeister. Per loro l’Italia era odore di ragù e finanzieri meridionali gesticolanti. Arrivavano in sidecar o vecchi Maggiolino con gli occhi felici del nordico che entra nel Paese dei limoni. LA GUERRA era finita da non molto e uno su dieci di loro aveva una gamba sola o portava altri segni di invalidità. Gli attentati che nel nome della Heimat tiravano giù i tralicci del Sudtirolo non disturbavano gli affari dei bottegai sui due lati del passo.  Per via dell’antiterrorismo, la frontiera era pattugliata dall’esercito, ma per noi il passaggio era una festa.

   Mio padre era ufficiale dell’Esercito e nelle settimane di ferie — d’estate o in inverno — soggiornava spesso con la famiglia negli alberghi militari, sistemati, lì come a Tarvisio, in ex caserme austroungariche. A Colle Isarco (Gossensass) fiumi di alpini uscivano con i muli in una scia di escrementi e anche in vacanza i militari di carriera vivevano un clima eccitante da Fortezza Bastiani. Certo, si andava a fare la spesa «di là», ma egualmente quella presenza armata era vissuta come necessaria per pattugliare il sacro spartiacque della Patria.

   A pochi sembrava importare che per secoli il Brennero non fosse mai stato frontiera e che fino al novembre 1918 l’Austria avesse avuto il confine sul Garda.

   Brennero era il mio mondo e io lo vivevo inconsapevole di tutto. Del dramma delle opzioni e dei treni di ebrei che meno di quindici anni prima erano passati di lì diretti ad Auschwitz. Mia mamma mi aveva conciato con braghe corte di cuoio alla tirolese e un cappello da alpino verde scuro con penna di gallo e una quantità di stemmi colorati acquistati sui passi, dalla Svizzera alle Giulie. Andavo in gita al rifugio “Bicchiere” in fondo alla Val di Fleres, senza sapere che quel nome era la ridicola traduzione di Becker Hütte, e ogni domenica alle dieci aspettavo con ansia la banda degli Schützen ignaro del messaggio identitario implicito in quei tamburi e delle mie stesse radici (sono triestino) mitteleuropee.

   I treni funzionavano meglio di oggi che c’è l’Europa unita. Lo scalo ferroviario del Brennero era un mondo. Locomotori esausti dopo la lunga salita da Fortezza. L’incontro con i rocciosi macchinisti delle Österreichische Bundesbahnen. Le case dei ferrovieri, personaggi mitici che mi portavano a funghi e sapevano come sconfinare senza farsi beccare dalla polizia, per mettere le mani sui porcini appena nati sotto il tappeto d’aghi degli abeti austriaci.

   Un muratore enorme di nome Andreas Untertoller mi prendeva sulle ginocchia e mi parlava in un misto affascinante di tedesco e italiano. Il Brennero era il luogo dell’incontro e dello scambio.

   Poi venne la stagione dei camion. I tubi di scarico annerivano la neve da novembre a marzo. Certe volte la fila cominciava a Mules, 25 chilometri prima. Il terrorismo era finito, a Bolzano si era instaurata una tesa non-belligeranza fra italiani e tirolesi, e io continuavo a sconfinare in allegria, stavolta con gli sci, per montagne intatte, senza impianti. A furia di soggiorni militari, avevo imparato ogni segreto delle valli. Le conoscevo meglio dei finanzieri. Si saliva con le pelli di foca per scendere a Obergurgl o raggiungere la Nürnberger Hütte in Stubaital. Chissà quante volte sarò passato sopra la mummia di Ötzi, padre di tutti i contrabbandieri, ancora sepolta nella neve. Imparai il tedesco in ospedale, a Vipiteno, dopo essermi rotto una gamba in un canalone. Sempre lì, sotto il Brennero.

   La stagione dei nuovi muri era ancora lontana. L’Europa viveva la sua primavera, il confine non poteva che aprirsi di più, il Brennero era diventato una formalità. Nel luglio del 1989 sul treno per Innsbruck incontrai un viennese di nome Jozsef Barna, nato in Ungheria, dalla quale era scappato dopo la repressione sovietica del 1956.

   Era un’altra storia di frontiera. Mi raccontò la sua fuga, la sua vita di immigrato che ce la fa. Guardò gli abeti in corsa fuori dal finestrino e disse: «La patria è quella che ti nutre, e io ho considerato subito l’Austria la mia nuova patria. Sono diventato austriaco. I nuovi immigrati non sono più così. Restano estranei». Pochi giorni prima la cortina di ferro era stata smantellata dai soldati ungheresi sulla stessa frontiera che lui aveva attraversato rischiando la pelle. Eppure il signor Barna era inquieto.

   Con la guerra dei Balcani la macchina delle fughe si rimise in moto, e per il Brennerpass cominciarono a transitare bosniaci, kosovari, serbi. Molti si erano fermati in Italia, ma il sogno della maggioranza era il mondo tedesco. L’Austria fece il suo dovere, assorbì anche i ceceni in fuga dalla repressione di Putin. Per i nuovo arrivati era una pacchia. Assistenza statale, 2mila euro per le famiglie con tre figli, appartamento sovvenzionato. Lo slogan del sindaco di Vienna era «Humanität und Ordung», umanità e ordine.

   Ma qualcosa nel meccanismo cominciava a incepparsi. La piccola Austria entrava in Schengen ma rischiava di non reggere all’urto. E l’inquietudine si trasformava in voti per i populisti di Jörg Haider. Oggi il sistema scolastico di mezza Austria è collassato. Il 40 per cento dei bambini, immigrati o profughi, parla un tedesco che sarebbe inascoltabile al vecchio Jozsef. I nuovi arrivati sono osteggiati dagli immigrati di vecchia data, che spesso votano populista. Certe comunità, come i 30mila ceceni della Capitale, sono impossibili da integrare. Molti di essi vanno a combattere in Siria godendo dell’aiuto finanziario dello Stato austriaco. In alcuni quartieri si parla tutto meno che tedesco. Circolano bande divise per etnie; ceceni e afghani si affrontano col coltello. Il numero delle donne velate aumenta. Una femmina europea sola in certi quartieri ha problemi a entrare in un bar.

   Dopo aver passato centinaia di volte questa frontiera, scusate se non me la sento di accusare l’Austria di troppa chiusura. Se Vienna ha sbagliato, è per troppa apertura. E noi Italiani — bravi a salvar vite ma meno bravi a integrare — dovremmo avere l’onestà di dire che questa grande fuga verso il Nord ci fa anche un po’ di comodo.

   Povero vecchio Brennero, non ti riconosco più. Troppa pressione. Ormai sono due anni che, quando prendo il mio treno transalpino per Monaco, vedo salire a bordo la polizia austriaca già a Rovereto, insieme a quella italiana. Questo già prima del clamoroso gesto di benvenuto di Angela Merkel nei confronti dei siriani.

   Oggi, questa nuova barriera che nella primavera del 2016 taglia non solo l’Europa ma lo stesso Tirolo in due parti, fa assai più male del vecchio confine con la sbarra bianco-rossa. Oggi che sul confine ci somigliamo più di prima, oggi che dalle due parti governano lo stesso Globale, lo stesso spaesamento, le stesse tempeste finanziarie e migratorie, proprio oggi — in Austria come in Italia — sento diffondersi la pericolosa illusione che «chiudersi è meglio», alla maniera balcanica. E allora sento che c’era forse più Europa al tempo dei passaporti e della Grüne Karte. (Paolo Rumiz)

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SE TORNA L’EUROPA DI UN SECOLO FA

di Carlo Bastasin, da “il Sole 24ore” del 28/4/2016

   Da oltre venti anni ci vogliamo convincere che l’irritazione degli elettori rappresenti solo un prezzo da pagare a un sistema che altrimenti funziona. In realtà, il consenso per i partiti radicali e anti-establishment non ha smesso di crescere.

   I PARTITI TRADIZIONALI cresciuti nella cultura dell’integrazione sovranazionale – cristiano-democratici o social-democratici – SONO MINACCIATI IN TUTTI I PAESI. NUOVI PARTITI ANTI-SISTEMA, particolarmente all’estrema destra, STANNO CRESCENDO OVUNQUE, rappresentano una forza minacciosa che sembra avere il tempo dalla propria parte.

   Ogni quattro anni, l’Unione cristiano-democratica tedesca perde un milione di propri elettori solo per RAGIONI DEMOGRAFICHE. Lo stesso fenomeno di invecchiamento degli iscritti e dei sostenitori colpisce il partito socialdemocratico. Vittime dell’alta disoccupazione e di un senso di esclusione che non è solo economico, I GIOVANI in Germania, Italia, Austria, Francia, Danimarca o Spagna VOTANO IN MODO DIVERSO e spesso imprevedibile.

   Chi sostiene che una nuova era sia iniziata non aveva compreso l’era in cui stava vivendo. E’ tempo di considerare i fenomeni politici in corso come UN CAMBIAMENTO PERMANENTE NEL PAESAGGIO POLITICO EUROPEO. Domenica scorsa (24 aprile, ndr), le elezioni presidenziali austriache hanno dimostrato ancora una volta che i partiti tradizionali possono essere messi in un angolo da un partito xenofobo e nazionalista fino a diventare un’entità trascurabile nel conteggio dei consensi.

   C’è ragione di credere che l’EUROPA dopo quasi un secolo sia DI NUOVO VICINA A FORME DI POPULISMO AUTORITARIO. Può sembrare allarmistico, ma ci sono forti analogie con quanto è successo nella prima metà del secolo passato. Soprattutto, le società europee si trovano su un piano inclinato che offre un’inerzia favorevole a politiche autoritarie. Un’inclinazione che è il RISULTATO CONGIUNTO DELLA CRISI ECONOMICA E DI QUELLA DEI RIFUGIATI che, insieme, danno una forza irresistibile alla PROMESSA ELETTORALE DI CHIUDERE I CONFINI DEGLI STATI NAZIONALI.

   Abbiamo già visto barriere di filo spinato ai confini dei paesi dell’Est Europa. Ora l’Austria vuole erigere muri ai confini con la Slovenia e l’Italia. Dopo aver costruito barriere più o meno simboliche NON CI VORRÀ MOLTO TEMPO PRIMA CHE SIANO SEGUITE DA FORME DI RIVALSA COMMERCIALE O DI LIMITAZIONE DEI COMMERCI che cominceranno a erodere le fondamenta del progetto dell’Unione europea, il mercato unico.

   Con i primi segni di protezionismo e di ostilità per gli accordi di libero commercio già visibili, anche politiche dichiaratamente autarchiche potrebbero diventare attuali. In modo strisciante è quello che sta avvenendo da alcuni anni. LA RINAZIONALIZZAZIONE DELLE POLITICHE È STATA UNA CARATTERISTICA ESSENZIALE CHE HA DEFINITO LA CRISI EUROPEA DAL 2009 IN POI. Come ho cercato spesso di spiegare, la retorica del “CIASCUNO PER SÈ” o del “FARE I COMPITI DI CASA” o – nella formulazione attuale – della “RIDUZIONE DEI RISCHI SENZA CONDIVISIONE” va oltre la semplice riluttanza a condividere strumenti solidali per combattere una minaccia comune.

   In realtà è l’EREDITÀ DI SECOLI DI BELLICOSITÀ DEGLI STATI NAZIONALI che hanno fondato la propria stessa legittimità sul PRINCIPIO DELL’AUTO-SUFFICIENZA ANZICHÉ SU QUELLO DELL’INTERDIPENDENZA in ragione del fatto che essere autonomi economicamente era una necessità nel caso frequente di guerra.

   L’AUTARCHIA PUÒ DIVENTARE UNA TENTAZIONE IRRESISTIBILE per politici che non riescono a far fronte alle molte sfide dell’economia globale e che sono desiderosi di sventolare le bandiere nazionali a fronte di minacce esterne reali o inventate.

   L’ISOLAMENTO ECONOMICO era nocivo nel secolo scorso, ma per società come le nostre che da decenni si sono consolidate e sviluppate attorno all’idea di economie aperte di mercato, LA MINACCIA È ADDIRITTURA ESISTENZIALE. Povertà e disoccupazione di massa potrebbero essere la conseguenza del fallimento di interi settori economici e sociali, piccole e grandi industrie esportatrici o importatrici, imprese integrate nelle grandi catene produttive globali e così via.

   Oltre agli effetti convenzionali causati dalla limitazione della circolazione degli individui e dei beni, la mobilità potrebbe essere ulteriormente soffocata attraverso i NUOVI STRUMENTI DI SORVEGLIANZA ELETTRONICA. Come è sempre accaduto nella storia dei conflitti europei, una risposta perfino più violenta e autoritaria potrebbe sembrare la logica conseguenza delle ostilità politiche ed economiche. (Carlo Bastasin)

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BRENNERO, RISCHIO ISOLAMENTO PER L’ITALIA

di Renzo Guolo, da “il Mattino di Padova” del 30/4/2016

   Il vertice tra i ministri dell’Interno tedesco e austriaco manda un preciso messaggio: la ventilata chiusura del Brennero dipende dall’Italia. Questo, quanto hanno detto senza troppe perifrasi Thomas De Maiziere e Wolfgang Sobotka. Se il governo italiano non effettuerà i controlli e le registrazioni previste dai trattati europei, e i flussi al confine italo-austriaco aumenteranno, la chiusura del Brennero diventerà realtà.

   Il summit tra le nazioni tedescofone sancisce così la fine dei contrasti tra Berlino e Vienna, esplosi con la decisione austriaca di fissare un tetto ai richiedenti asilo, che il governo del cancelliere Faymann aveva indicato nella soglia massima dell’1,5% della popolazione austriaca: circa centotrentamila profughi nei prossimi tre anni.

   Decisione che contrastava nettamente con la politica di apertura della Germania. O meglio, della Merkel, visto il crescente dissenso emerso all’interno della società tedesca e nello stesso partito della Cancelliera, in particolare nella sua ala bavarese, ostile all’accoglienza su larga scala. Tanto più dopo la vittoria elettorale dell’Afd, formazione populista e xenofoba, nella brumosa primavera tedesca entrata in tutti e tre i parlamenti regionali per i quali si è votato.

   Ora il vertice di Potsdam sancisce la fine della differenza di opinioni tra Berlino e Vienna. E dice che la palla passa all’Italia. Dopo l’incontro tra Sobotka, il ministro dell’Interno austriaco che ha appena sostituito Mikl-Leitner, la prima a parlare esplicitamente di chiusura del Brennero, e Alfano, il governo di Roma ha promesso maggiori controlli.

   Allo stesso tempo Alfano ha detto che l’Italia non si farà spaventare da un “gabbiotto” al confine. Il problema, dopo la sponda tedesca, è che ora Roma non può più contare su Berlino per ammorbidire le posizioni austriache. Nel volgere di quarantotto ore, l’Austria è passata dall’isolamento all’incasso del sostegno tedesco, mentre a diventare critica è la posizione italiana. Se, come prevedile dopo la chiusura della rotta balcanica, con l’arrivo della stagione estiva i flussi aumentassero, la chiusura del confine, con tutte le conseguenze, politiche, economiche, umanitarie, che ne deriverebbero, diventerebbe molto più che un’ipotesi.

   Del resto, quello sulla gestione dei flussi migratori, non è un gioco a somma zero. Tanto più in assenza di una comune politica europea sull’immigrazione. In passato l’Italia ha evitato di impegnarsi sul terreno della registrazione dei migranti in arrivo, consapevole che molti di essi avrebbero preso la strada del Grande Nord. Diretti, appunto in paesi dove le reti etniche presenti da tempo in quei paesi, e un welfare ancora generoso, avrebbero fatto da cuscinetto ai nuovi arrivati.

   Se all’inizio questo via libera di fatto era dovuto a disorganizzazione e cattiva gestione, in seguito è diventata un’ arma di pressione italiana sui partner dell’Unione che fingevano di non vedere come i confini meridionali, i nostri e quelli greci, erano in realtà i confini di tutta l’Unione. E, dunque, la grande fuga dai centri di identificazione e accoglienza italiani diventava uno strumento con cui Roma cercava di sollevare la questione dell’ipocrita Trattato di Dublino.

   Ora la svolta austro-tedesca, pur diversa da quella delle posizioni del gruppo di Visegrad, mette ancora più in difficoltà l’Italia, già alle prese con la fallimentare politica europea dei ricollocamenti.

   Il tutto mentre la stagione che si annuncia rischia di diventare davvero calda: nelle coste libiche centinaia di migliaia di migranti potrebbero essere spinti a prendere il mare prima che il nuovo governo libico, con l’aiuto di una forza internazionale, riesca a stabilizzare il paese e mettere fine anche ai traffici di esseri umani. Austriaci e tedeschi, non fidandosi degli italiani, lo sanno e preparano la contromossa.

   La barriera austriaca al Brennero, che Renzi ha definito «sfacciatamente contro le regole europee», potrebbe diventare così più di un semplice sbarramento metallico. Un ostacolo politico difficilmente scavalcabile, se la Germania mantenesse la linea. (Renzo Guolo)

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MIGRANTI, LA STRETTA DI 6 STATI EUROPEI: «CONTROLLI AI CONFINI PER ALTRI SEI MESI»

da IL SECOLO XIX DEL 30/4/2016

   La GERMANIA e altri cinque Paesi dell’Unione europea – cioè FRANCIA, AUSTRIA, BELGIO, DANIMARCA e SVEZIA – intendono prolungare di altri sei mesi a partire dal 13 maggio i controlli di frontiera re-introdotti nello spazio Schengen.

La lettera

È quanto riferisce il quotidiano tedesco Die Welt, che riporta una lettera inviata da questi Paesi al vice presidente della Commissione Ue Frans Timmermans, in cui chiedono a Bruxelles di attivare il meccanismo di crisi previsto dal Codice frontiere di Schengen. «Chiediamo di presentare al Consiglio europeo una proposta che permetta agli Stati membri che lo ritengono necessario di mantenere o di introdurre a partire dal 13 maggio controlli di frontiera provvisori alle frontiere interne di Schengen conformemente all’articolo 29», si legge nella lettera indirizzata alla Commissione Ue.

“C’e’ l’ok della commissione”

Die Welt, citando fonti Ue, afferma che l’esecutivo comunitario ha in programma di dare il via libera a metà della prossima settimana a un prolungamento dei controlli di frontiera, perché la protezione delle frontiere esterne dell’Ue non è ancora sufficientemente garantita.

Cosa significa?

I controlli alla frontiera sono stati introdotti a metà settembre in conseguenza dell’arrivo massiccio di richiedenti asilo ma, dopo la chiusura della cosiddetta rotta balcanica, Germania e Austria hanno registrato un calo drastico degli arrivi. A marzo la Germania ha ricevuto 20mila richiedenti asilo, contro i 60mila di febbraio, i 90mila di gennaio e le diverse migliaia del 2015. Il timore espresso in questi giorni, tuttavia, è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi.

Le proteste a Stoccarda

Circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati vicino Stoccarda, nel sudovest della Germania, dove protestavano contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo Alternativa per la Germania (in tedesco Alternative fuer Deutschland, AfD). Lo riferisce il portavoce della polizia, Lambert Maute, spiegando che sono scoppiati scontri con gli agenti, contro i quali i dimostranti hanno lanciato sassi. Sono circa mille i poliziotti dispiegati, cioè circa lo stesso numero dei manifestanti.

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MIGRANTI, LA SFIDA DEL BRENNERO – VIENNA ALZA UNA RETE AL BRENNERO E CHIEDE DI FARE CONTROLLI GIÀ IN ITALIA

di Andrea Galli, da “il Corriere della Sera” del 28/4/2016

– L’EMERGENZA. I dati del Viminale: i profughi che arrivano dall’Austria sono più di quelli che escono – Vienna progetta una barriera alta 4 metri per fermare i migranti – L’Austria progetta una barriera alta quattro metri. – Il premier Renzi: « È contro le regole europee, oltre che contro la storia, contro la logica e contro il futuro» –

   Per «strategia» e traffico (ogni anno 29 milioni di tonnellate di merci trasportate su camion e 12 su treni), il Brennero rimane centrale. Ma il piano di rafforzamento dei controlli al vecchio confine ora prepotentemente rilanciato dall’Austria, sottintende analoghi provvedimenti negli altri valichi dell’Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia.

   Anche dopo SAN CANDIDO come TARVISIO, la Polizei vedrà un consistente rinforzo degli organici, la presenza di posti fissi di sorveglianza, il rallentamento imposto a macchine e Tir per verificare la presenza a bordo di migranti. Se sia propaganda, politica muscolare oppure «pressing» sull’Italia per contenere gli sbarchi e limitare il numero dei richiedenti asilo che poi cercano di passare in Austria, poco cambia.

   Vienna non arretra rispetto ai primi annunci d’inizio mese. Anzi, a differenza di allora, quando il progetto era fumoso, ora ci sono mappe mostrate ai giornalisti con evidenziati i punti-chiave. Eccoli.

L’autostrada, subito all’ingresso in Austria, vedrà una velocità massima ridotta a trenta chilometri all’ora e la divisione della carreggiata in quattro corsie, metà per i camion e metà per le macchine, così da facilitare l’«esame» dei poliziotti che, al Brennero, cresceranno di numero (in arrivo 250 agenti) e che potrebbero, in casi di emergenza, ricevere il sostegno dei soldati dell’Esercito. Non si esclude, per incrementare ulteriormente la «linea di difesa», l’allestimento di una barriera (una rete metallica o transenne alte 4 metri per 370 metri totali) che tagli l’autostrada.

Sulla strada statale che attraversa il paese Brennero, gli «ostacoli» saranno rappresentanti da cordoni della Polizei. Gli austriaci hanno compiuto sopralluoghi, due settimane fa, sui terreni per le case mobili che fungeranno da uffici di identificazione. Il premier Matteo Renzi dice che l’ipotesi di chiudere il Brennero è «sfacciatamente contro le regole europee, oltre che contro la storia, contro la logica e contro il futuro».

   La presidente della Camera Laura Boldrini vede nel piano austriaco «la resa dell’Unione europea» e spera che Vienna ci ripensi. Ma Vienna pensa solo al domani. Tornando, non con interventi-spot come nel 2015 ma con investimenti massicci di uomini e risorse, a salire fin dall’Italia sui treni diretti in Austria. La reale fattibilità è vincolata agli accordi bilaterali. Però non ci si deve dimenticare che, prima di Schengen, la Polizei arrivava alla stazione di Fortezza, entrava nei vagoni e li passava al setaccio alla ricerca di ospiti «indesiderati».

Il passato che torna. E che non analizza l’intero scenario. Fulvio Coslovi, segretario provinciale di Bolzano del sindacato di polizia Coisp, ricorda che, insieme ai trenta richiedenti asilo che ogni giorno provano a entrare in Austria dal Brennero, gli altrettanti che dall’Austria tornano indietro, dopo che le loro domande sono state respinte, e che «ostinatamente vogliono farsi identificare per poter finire in un centro d’accoglienza». Per tacere dei duemila che, da gennaio a marzo, a Tarvisio hanno attraversato il confine dall’«altra parte» e vagano tra paesi e città. Cosa fanno? Dove andranno? Domande senza risposte.

   A Vienna guardano il calendario, alla ricerca di date vicine per far scattare l’«operazione». Si parla di fine maggio per gli interventi su autostrada e statale. Al momento non c’è un’«emergenza» che induca ad accelerare. Nelle ultime ore il transito di migranti è ridotto a poche unità. Ma unicamente perché, osserva qualcuno, ieri nevicava. (Andrea Galli)

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VIENNA, L’ASILO NON È PIÙ UN DIRITTO

di Angela Mayr, da “il Manifesto” del 28/4/2016

– Migranti. Con l’aumento dei flussi scatta lo stato d’emergenza che bloccherà gli arrivi e rispedirà i profughi nei Paesi confinanti –

    Davanti al parlamento austriaco bambole stese per terra, simboleggiano le tante donne, uomini e bambini che la fortezza Europa ogni giorno condanna a morire. Le hanno portate lì insieme a bandiere rosse la Vsstöe e JG, le due maggiori organizzazioni giovanili socialiste furiose col loro partito, ultima di una valanghe di proteste contro il giro di vita del diritto d’asilo. A Salisburgo gli attivisti del coordinamento per i diritti umani diritto si sono stesi sulla riva del fiume Salzach, ciascuno sotto un lenzuolo bianco. «Più si blinda, più morti si producono».

   Ma la logica del muro e della presunta emergenza immigrati non si ferma. Ieri sera il parlamento austriaco ha approvato il discusso pacchetto di emendamenti del diritto d’asilo. Durante le votazioni dalla galleria sono volati migliaia di volantini degli studenti del Vsstöe: «Non passate sopra i cadaveri, non è questo che vi farà rimanere a galla». La legge è passato con i voti dei partiti della coalizione di governo, socialdemocratici Spoe e popolari (Oevp) e il minuscolo Team Stronach. Verdi , Neos e quattro parlamentari Spoe contrari. La xenofoba Fpoe che queste nuove misure ha sempre volute e propugnate, non contenta ha votato contro. Evidentemente ha già spostato la barra più in avanti.

   «E’ una legge placebo che ha solo un nuovo abito, a leggi già esistenti sono state aggiunte modifiche minimali» ha accusato Gernot Darmann del partito di H.C. Strache e della nuova star Norbert Hofer. Già adesso l’Austria sarebbe circondata da paesi terzi sicuri e quindi secondo le regole europee non avrebbe nessun obbligo di trattare domande d’asilo, ha ribadito il deputato di estrema destra. Cosa è cambiato? Intanto la nuova legge introduce l’asilo a tempo, che sarà dunque di tre anni e non più illimitato.

   Dopo tre anni le condizioni del paese di provenienza verranno verificate per decidere se le ragioni d’asilo sussistono ancora. Può quindi scadere o a questo punto diventare illimitato. Una misura molto criticato dall’AMS, ufficio di collocamento lavoro perché mette una forte ipoteca sui programmi di integrazione e formazione appositamente approntati per il collocamento di rifugiati.

   Più difficile anche il ricongiungimento familiare, chi ha solo un permesso umanitario deve aspettare addirittura tre anni, e avere condizioni economiche adatte a mantenere la famiglia. Ma la parte più grave del pacchetto è il decreto che autorizza il governo di proclamare lo stato di emergenza per la ‘tutela della sicurezza e l’ordine pubblico’, una condizione particolare che permette di aggirare il diritto d’asilo.

   Così un rifugiato che si presentasse al confine austriaco potrà essere respinto e rimandato indietro. Solo chi ce lo fa a trovarsi dentro il paese potrà chiedere asilo, cosa sempre più difficile visto i muri che crescono dal Brennero fino al confine orientale con la Ungheria. «Bisogna avere una visione complessiva del problema, voi lo riducete alla costruzione dei muri» ha detto Eva Glawischnig capogruppo dei Verdi accusando l’abolizione di fatto del diritto d’asilo e la violazione della costituzione «che non reggerà davanti alla Corte costituzionale».

   Le forti critiche che hanno accompagnato l’iter della legge «Faymann sei Orban» si è beccato il cancelliere al congresso Spoe di Vienna, hanno costretto il governo di attenuarne alcuni aspetti, soprattutto anche la valenza temporale dell’emergenza, limitata a 6 mesi, prolungabile fino a due anni. Lo stato di emergenza però non c’è lo ha ammesso persino il cancelliere Faymann, si tratta di una misura preventiva, come quella della costruzione dei muri ai confini, nel caso si verificasse un afflusso eccezionale, perché non si ripeta l’esperienza dell’anno scorso quando decine di migliaia di rifugiati passavano i confini, incontrollati. Mesi di grazia. In quell’occasione ha dichiarato Norbert Hofer possibile futuro presidente dell’Austria lui avrebbe dimissionato il governo perché non ha tutelato gli austriaci.

   Più di cinquanta grandi organizzazioni chiamate ad esaminarla hanno espresso un giudizio negativo sulla legge, dall’Unhcr alla conferenza dei vescovi, alla camera degli avvocati, l’istituto Ludwig Boltzmann per i diritti umani molte regioni e città, intere università oltre alla vasta galassia di associazioni e Ong. Unico giudizio positivo è venuto inaspettatamente dall’Oegb, la centrale sindacale austriaca e dalla camera del lavoro. (Angela Mayr)

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PRONTA LA BARRIERA AL BRENNERO

di Marcello Sorgi, da “la Stampa” del 28/4/2016

– Dietro la mossa l’esito del voto austriaco –

   Sono reali e politici insieme i timori di Matteo Renzi di fronte alle decisioni dell’Austria, che seguono di pochi giorni la vittoria del populista Hofer al primo turno delle elezioni presidenziali. Reali, perché il capo della polizia tirolese, malgrado le reazioni non solo italiane ai piani annunciati per il Brennero, ha confermato la chiusura del confine con dettagli – una rete distesa a bloccare il passaggio, controlli di polizia rafforzati, rallentamento del traffico automobilistico e richiesta all’Italia di poter effettuare controlli anche prima della dogana – che Renzi ha giudicato contrari agli accordi di Schengen, senza che per questo si levasse una voce da Bruxelles.

   E politici perché, pur mettendo in conto che il governo austriaco battuto al primo turno elettorale si stia muovendo per evitare una completa disfatta al ballottaggio e stia per questo adottando provvedimenti più duri del necessario a puro scopo di propaganda, sarà difficile, anche nel caso in cui Hofer dovesse uscire sconfitto di qui a venti giorni, che l’Austria possa rimangiarsi, sia le decisioni già messe in pratica al Brennero, sia la legge approvata in fretta e furia in Parlamento ieri, che prevede addirittura lo stato d’emergenza se l’allarme immigrati dovesse manifestarsi in termini imprevisti.

   Il quadro politico che s’è affermato a sorpresa venerdì a Vienna è infatti senza precedenti. A parte la difficoltà di fermare la corsa di Hofer e del suo partito xenofobo, la scelta che gli elettori si troveranno di fronte al secondo turno non sarà tra forze di governo e opposizione antisistema, com’è già accaduto, ad esempio, in Francia (con Chirac contro Le Pen), ma tra due diversi tipi di estremismi radicali.

   E anche se alla fine i due partiti di governo, socialdemocratici e popolari, dovessero decidere di appoggiare i Verdi per contrastare Hofer, la stabilità della tranquilla Austria sarà comunque rimessa in discussione e le tensioni per il temuto eccessivo flusso di migranti saranno destinate a influire ancora per molto tempo sulla politica austriaca. Con conseguenze destabilizzanti anche per l’Italia, a meno di un serio intervento delle autorità europee, di cui finora non si vede l’ombra. (Marcello Sorgi)

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L’intervista

WOLFGANG SOBOTKA «II BRENNERO? COME UN CASELLO, L’ITALIA DEVE FARE IL SUO DOVERE»

di Flaminia Bussotti, da “il Gazzettino” del 1/5/2016

BERLINO – Wolfgang Sobotka, 60anni, del partito popolare Övp, ministro dell’Interno da poco succeduto a Johanna Mikl-Leitner, che era considerata un falco soprattutto sui profughi. Appena arrivato, Sobotka si è recato in visita a Roma e a Berlino. Vienna assicura di non avere chiuso il Brennero ma di avere preso solo misure preventive nel caso di un afflusso massiccio di profughi. Tutti però, in Italia come a Bruxelles, sono preoccupati e parlano di un nuovo “muro”.

   «Con il ministro Alfano abbiamo avuto un colloquio molto costruttivo. Sono fiducioso che Italia e Austria arriveranno assieme agli altri partner europei a una soluzione comune. Non ci sarà un muro al Brennero e il confine pure non verrà chiuso».

AI momento sia italiani che austriaci e tedeschi dicono che non c’è un’invasione al Brennero. Quale sarebbe il tetto massimo oltre il quale l’Austria farebbe scattare le misure di sicurezza e i controlli

«Dato che nei primi tre mesi i numeri sui profughi sono aumentati del 38%, seguiamo con preoccupazione l’andamento al confine, per questo dobbiamo fare controlli alla frontiera. Sul traffico hanno lo stesso effetto di uno dei tanti caselli di pedaggio che avete in Italia. La misura è per noi necessaria per garantire la sicurezza e l’ordine pubblico. Tutto ciò sarebbe superfluo se si arrivasse a una soluzione europea e tutti gli stati membri rispettassero i loro obblighi».

La stragrande maggioranza degli italiani è contro la chiusura del Brennero temendo anche danni economici. L’Austria non teme per la propria economia?

«Ripeto: non chiudiamo il confine. Se i nostri controlli avessero effetti negativi sull’economia, allora i tanti caselli autostradali che abbondano in Italia dovrebbero provocarne molti di più».

L’Austria ci accusa di non proteggere i suoi confini. L’Italia ha confini marini e nella crisi dei profughi si è impegnata nel Mediterraneo molto prima che l’Europa si svegliasse. Se seguisse l’esempio di Austria e altri, dovrebbe chiudere i confini e lasciare affogare la gente: è la soluzione?

«L’Austria non accusa l’Italia. Noi diciamo che tutti devono rispettare i propri obblighi, come mi è stato assicurato anche dal ministro Alfano. Respingo decisamente che l’Austria voglia far affogare la gente. È un’affermazione inaccettabile: dal 1945 l’Austria ha aiutato milioni di persone che fuggivano e adempirà sempre ai suoi doveri umanitari. Se l’Italia seguisse l’esempio dell’Austria avrebbe oggi un numero dieci volte superiore di richiedenti asilo, visto che l’Austria è assieme alla Svezia il Paese europeo che ha accolto più profughi. La soluzione è che il trattato di Schengen venga rispettato da tutti gli stati che l’hanno firmato, il diritto deve rimanere diritto. Certamente l’Austria appoggia in amicizia le posizioni dell’Italia nell’Unione europea».

Lo scorso settembre l’Austria, assieme a Berlino, ha seguito la politica delle porte aperte, poi il dietrofront. Come si spiega il cambio di marcia? È dettato da ragioni di politica interna?

«Io sono solo da poco ministro dell’Interno ma porterò avanti il lavoro della collega che mi ha preceduto. Per l’Austria è importante non solo offrire asilo alla gente ma anche integrarli in modo stabile. Ovvero bisogna avvicinare tutti al nostro sistema di valori, devono imparare la lingua, deve essere assicurata l’assegnazione degli alloggi e devono anche essere integrati sul mercato del lavoro. Con un tasso di disoccupazione in crescita e un aumento della criminalità fra i richiedenti asilo, il limite delle capacità sarà presto raggiunto. È necessaria una solidarietà europea affinché i migranti vengano distribuiti equamente. Nessuno deve potersi scegliere il paese di asilo e ai profughi economici va detto già in Nord Africa, Afghanistan e Iran che per loro non abbiamo più capacità di accoglienza».

Dopo Alfano si è incontrato con il collega tedesco de Maiziere: avete preso accordi sui profughi? È vero che esiste un accordo tra Austria e Germania sulla chiusura del Brennero

«No. Il ministro de Maiziere e io concordiamo che l’Italia va appoggiata nei suoi sforzi con la Libia e gli hotspots nel Mediterraneo ma al contempo chiediamo che l’Italia crei sufficienti alloggi per i profughi e controlli come si deve i suoi».

Cosa ne pensa della proposta del premier Renzi di creare degli hotspots nel Mediterraneo?

«Misure volte a una più stretta registrazione dei migranti ai confini esterni dell’Ue sono in linea di principio positive. La domanda è come verranno trattati e assistiti i profughi lì. Il progetto di Renzi lo consideriamo un progetto buono e sostenibile».

Il primo turno delle presidenziali in Austria si è chiuso con la vittoria del candidato Fpo, lo stesso partito il cui ingresso al governo nel 2000 valse all’Austria le sanzioni Ue. Oggi si teme in Europa che il successo dei populisti porti a una crisi dell stabilità: sono preoccupazioni infondate?

«Già nel 2000 le misure dell’Ue non erano giustificate. L’Austria era e resta un partner stabile e affidabile in Europa». (Flaminia Bussotti)

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IL TRADIMENTO DEL PROFUGO ENEA

di Guido Crainz, da “la Repubblica” del 28/4/2016

   HANNO il significato di un simbolo le scelte dell’Austria sul Brennero, un simbolo che fa inevitabilmente riaffiorare fantasmi del passato. E rende ineludibili i nodi già emersi nei mesi scorsi assieme ai muri eretti in molte forme da differenti Paesi.

   ASSIEME a quei muri: la dolente e straziata popolazione dei profughi ha reso solo evidenti questioni più profonde. Certo, sulle decisioni austriache influiscono oggi ragioni e tensioni elettorali ma non è inevitabile che i peggiori nazionalismi facciano vincere le elezioni (né che i socialdemocratici inseguano gli avversari sul loro terreno nel vano tentativo di non perderle): sul perché si è giunti a questo è dunque necessario continuare a interrogarsi.

   Non c’è dubbio, l’ipotesi di chiudere il Brennero è una resa dell’Europa, è contro la storia e contro il futuro: non c’è nulla da aggiungere a quel che hanno detto il presidente Renzi e la presidente Boldrini. Quell’ipotesi tocca da vicino il nostro vissuto, ci richiama alla mente il sofferto percorso con cui abbiamo superato lacerazioni drammatiche: la generazione cresciuta negli anni Cinquanta e Sessanta ha ancora memoria viva, ad esempio, delle tensioni connesse al nodo del Sudtirolo, per non evocare più antichi traumi e tragedie.

   Abbiamo memoria, anche, della stella polare che ci ha aiutati a superare quelle lacerazioni ed è proprio quella stella polare, l’Europa, ad essere oggi a rischio. Con questo ci stiamo misurando. Poco tempo fa, su Repubblica, Giorgio Napolitano ha ricordato al presidente austriaco le speranze del 1998, quando «da ministro dell’Interno fui al Brennero con il mio omologo ministro austriaco per rimuovere insieme la barriera al confine tra i nostri due Paesi».

   Non è immaginabile che si torni indietro, ha concluso giustamente Napolitano, ma è proprio l’inimmaginabile a fare paura. Molte altre barriere sono cadute poi in tutta Europa nel dicembre del 2007, superando ferite storiche: sembrava ancor più impossibile tornare indietro eppure sta succedendo. Di questo si tratta e con questo dobbiamo misurarci, assieme all’obbligo di dare al dramma dei profughi la risposta che i Paesi civili sono tenuti a dare.

   Toccandoci da vicino, dunque, le scelte che riguardano il Brennero ci precludono definitivamente le rimozioni in cui troppe volte abbiamo cercato rifugio. Destre aggressive e nazionalismi xenofobi erano apparsi già prima di quel gioioso 2007: dall’esplosione del movimento di Jean Marie Le Pen, nel 2002, al diffondersi di movimenti non dissimili in diverse aree europee; dai pronunciamenti referendari della Danimarca e della Svezia contro l’euro a quello della Francia e dei Paesi Bassi contro la Costituzione europea.

   Ben prima delle dilaganti esplosioni dell’ultimissimo periodo. Sottovalutammo questi e altri segnali, e sottovalutammo quel che Carlo Azeglio Ciampi aveva annotato nei suoi diari già molto prima, al momento stesso del varo dell’euro: è necessario ora, scriveva, un rinnovamento complessivo capace di investire anche la cultura, i costumi, gli stili di vita. È stato inevitabile, aggiungeva allora Ezio Mauro, avviare l’unificazione «attraverso l’unico comun denominatore oggi possibile, quello della moneta » ma è ormai urgente «dare un contesto istituzionale, culturale e politico a questa moneta. Perché rappresenti l’Europa e non soltanto undici Paesi comandati da una banca».

   A questa sfida siamo mancati: è mancata la politica e più ancora — è necessario dirlo — è mancata la cultura: ad essa in primo luogo spettava costruire ponti (lo aveva scritto da sempre ALEX LANGER), delineare orizzonti e utopie comuni, ragioni di fratellanza e di comunità. Non è successo, o è successo troppo, troppo poco.

   Non è responsabilità solo della politica dunque se, lontana ormai la stagione delle speranze, i cittadini europei vivono oggi in una Unione priva di strumenti istituzionali efficaci e in un continente quasi sconosciuto. Ignari più di prima dei processi in corso al suo interno, esposti alle pulsioni nazionaliste e al tempo stesso incapaci di comprenderne le radici. E incapaci di dare risposte civili ai «dannati della terra» che cercano rifugio in Europa e in Italia. Quell’Italia che in fondo, ci ha ricordato un bel libro di Fabio Finotti, ha il suo mito fondativo nel profugo Enea. (Guido Crainz)

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NUOVE REGOLE PER L’ACCOGLIENZA. CHI RIFIUTA I PROFUGHI DOVRÀ PAGARE

di Alessandro Alviani e Marco Zatterin, da “la Stampa” del 30/4/2016

– A ogni Stato sarà assegnata una quota massima, i restanti verranno distribuiti tra gli altri. Voci di un piano con centri in Libia, ma l’Ue smentisce. Brennero, pressing tedesco sull’Italia –

   Come previsto, avanza l’«opzione uno». Rafforzata. Mercoledì la Commissione Ue proporrà agli Stati membri una «riformina» del Regolamento di Dublino, con una formula che mantiene la responsabilità dell’accoglienza per lo Stato di primo approdo e la bilancia con un meccanismo di ridistribuzione fra tutti per i casi di flussi «ampi e sproporzionati». In pratica, se il piano sarà adottato dai Ventotto, l’Italia resterà titolare dell’onere di registrazione e identificazione di chi arriva, sino al momento in cui i flussi superano il 150% della quantità ritenuta compatibile con il Paese. In tal caso, scatterà la condivisione dell’onere con i partner comunitari che, comunque, potranno chiamarsi fuori staccando un ricco assegno per ogni profugo rifiutato.

Il confine con l’Austria

Resta alta la tensione alla voce «migranti». Germania e Austria continuano il pressing congiunto sull’Italia, che a loro avviso deve garantire la frontiere mediterranea dell’Unione: in ballo c’è «il muro-non muro» del Brennero, che Vienna nega di voler usare ma intanto è lì a demarcare il valico che porta a Innsbruck. Proprio alla gestione del fronte Sud si lega la notizia apparsa su Spiegel online a proposito di un documento del Servizio per l’azione esterna Ue che tratteggia lo schema di un accordo con il governo di Tripoli. Tra le misure, oltre alla creazione di «centri temporanei di raccolta per profughi e migranti» in terra libica, si menziona l’ipotesi di «aree di carcerazione». Fonti Ue dicono che si tratta di un testo tecnico senza investitura politica.

Il prezzo dell’astensione

Ha invece la sostanziale approvazione dei commissari europei la proposta su Dublino, sebbene manchi ancora una riunione in programma lunedì. L’Italia si è battuta a lungo per riequilibrare le regole che, come la Grecia, la vedono in prima linea da anni. Il 5 aprile il Team Juncker ha intavolato due opzioni. La prima è quella che dovrebbe passare, la «Dublino+».

   La seconda disegnava un sistema per riallocare integralmente gli asilanti sulla base di una chiave di distribuzione europea con quote prestabilite: è caduta per mancato consenso. Così, a quanto risulta a La Stampa, si profilano quote di migrazione responsabile costruite su pil, abitanti e altri fattori. Su tale base si stabilirà l’emergenza in caso di variazione del 150% e partirà la redistribuzione fra tutti con quote percentuali prefissate. L’astensione può essere acquistata per 12 mesi. La cifra che gira è alta, 250 mila euro a profugo. Ma potrebbe cambiare.

   «Quello che succede al Brennero dipende prima di tutto dall’Italia», ha spiegato intanto a Potsdam il ministro degli Interni tedesco Thomas de Maizière al termine di un colloquio col suo nuovo collega austriaco, Wolfgang Sobotka, dal quale è emersa una forte sintonia tra Berlino e Vienna sulla questione dei migranti. Roma «sa che deve contribuire a fare in modo che le frontiere di Schengen restino aperte», ha notato de Maizière.

   «È compito dell’Italia» impedire arrivi in massa, Roma deve rispettare i suoi impegni, gli ha fatto eco Sobotka, che ha parlato di «200.000 fino a un milione di persone» in attesa di mettersi in viaggio verso l’Europa dalla Libia. Al Brennero, ha aggiunto il ministro austriaco, verranno realizzati dispositivi per una recinzione, ma quest’ultima non verrà per il momento montata: si tratta di far capire che, in caso di necessità, l’Austria è in grado di impedire l’attraversamento illegale delle frontiere.

   Secondo de Maizière, facendo un confronto con la situazione della Grecia, l’Italia potrebbe aver bisogno di aiuto se dovesse trovarsi a fronteggiare l’arrivo di «circa 200-300-350 mila» migranti, ma «siamo ben lontani da ciò». (Alessandro Alviani e Marco Zatterin)

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VEDI ANCHE:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=Brennero

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