BREXIT: Il REGNO UNITO SE NE VA DALL’UNIONE EUROPEA? – il 23 giugno il REFERENDUM contro o pro Europa – Un fatto che interessa tutti – Il REGNO UNITO specchio delle trasformazioni dell’epoca: tra CHIUSURE XENOFOBE e APERTURE MULTICULTURALI (l’elezione di un sindaco musulmano a Londra)

La campagna elettorale per la Brexit finisce nel sangue. La deputata britannica laburista, HELEN JOANNE COX, è morta dopo l’aggressione subita a Birstall, località vicino a Leeds
16-6-2016: la campagna elettorale per la Brexit finisce nel sangue. La deputata britannica laburista, HELEN JOANNE COX, è morta dopo l’aggressione subita a Birstall, località vicino a Leeds

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IL PROSSIMO 23 GIUGNO SI TERRÀ NEL REGNO UNITO UN IMPORTANTE REFERENDUM per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “BREXIT” (“BRITAIN EXIT”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione Europea e i suoi rapporti diplomatici internazionali
IL PROSSIMO 23 GIUGNO SI TERRÀ NEL REGNO UNITO UN IMPORTANTE REFERENDUM per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “BREXIT” (“BRITAIN EXIT”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione Europea e i suoi rapporti diplomatici internazionali

Con il termine BREXIT (“Britain exit”) si indica la possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. E potrebbe concretamente accadere il prossimo 23 giugno (di giovedì) con il referendum indetto dal governo britannico, promesso agli elettori dal primo ministro David Cameron. Se i cittadini della Gran Bretagna dicono “sì” all’uscita dalla UE, questo andrebbe a sancire una chiusura definitiva di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord, verso un’istituzione (la UE) mai troppo amata oltre Manica (con delle differenziazioni: gli scozzesi, in minoranza numerica, sono dichiaratamente filo-europei; gli inglesi, maggioritari come popolazione, molto poco europei).

Il REGNO UNITO è una CONFEDERAZIONE DI 4 STATI: INGHILTERRA (con capitale Londra), SCOZIA (con capitale Edimburgo), GALLES (con capitale Cardiff) ed IRLANDA DEL NORD (con capitale Belfast). La possiamo definire come UN’UNIONE DI 4 NAZIONI CHE CONDIVIDONO LO STESSO CAPO DI STATO (LA REGINA DEL REGNO UNITO), LO STESSO PRIMO MINISTRO (ATTUALMENTE DAVID CAMERON) e lo stesso sistema economico (e con esso la sterlina). La Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord hanno dei propri ministri, vale a dire, hanno un proprio parlamento oltre al Parlamento e al Primo Ministro del Regno Unito. L’Inghilterra invece possiede solo questi ultimi. E’ IL “REGNO UNITO” CHE VA AL REFERENDUM IL 23 GIUGNO PER CONTINUARE A STARE O USCIRE DALL’UNIONE EUROPEA
Il REGNO UNITO è una CONFEDERAZIONE DI 4 STATI: INGHILTERRA (con capitale Londra), SCOZIA (con capitale Edimburgo), GALLES (con capitale Cardiff) ed IRLANDA DEL NORD (con capitale Belfast). La possiamo definire come UN’UNIONE DI 4 NAZIONI CHE CONDIVIDONO LO STESSO CAPO DI STATO (LA REGINA DEL REGNO UNITO), LO STESSO PRIMO MINISTRO (ATTUALMENTE DAVID CAMERON) e lo stesso sistema economico (e con esso la sterlina). La Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord hanno dei propri ministri, vale a dire, hanno un proprio parlamento oltre al Parlamento e al Primo Ministro del Regno Unito. L’Inghilterra invece possiede solo questi ultimi. E’ IL “REGNO UNITO” CHE VA AL REFERENDUM IL 23 GIUGNO PER CONTINUARE A STARE O USCIRE DALL’UNIONE EUROPEA

   Un contesto paradossale accadrebbe (con l’uscita dalla UE del Regno Unito): nelle istituzioni europee si parlerebbe come principale lingua ufficiale l’inglese, cioè la lingua di uno Stato che non ne fa parte. E non è cosa da poco.

   Conseguenze di non facile soluzione il Regno Unito dovrebbe affrontare con la decisione: è sicuro che molti gruppi (finanziari, economici, multinazionali, personale immigrato qualificato che si è trasferito lì…) probabilmente lasceranno il Paese per andare in qualche Stato “più aperto” dove poter svolgere il proprio lavoro, la propria mission (come si dice), i propri affari e attività.

united kingdom da www_trucchilondra_com

   Ma anche l’Unione Europea non andrebbe bene con questo divorzio: si teme infatti che il “progetto Europa” possa alla fine deflagrare, schiacciato pure da veti incrociati, da una mancanza di politica e di un disegno comune.

   E’ per questo che l’Unione Europea, pur di non perdere la Gran Bretagna, ha concesso, il 20 febbraio, buona parte delle richieste formulate dal primo ministro Cameron per attenuare i malumori inglesi del far parte, e assumere degli obblighi, di un’istituzione tra Stati che non è mai stata sentita granché, positivamente, oltre Manica.

Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore DAVID CAMERON impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita
Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore DAVID CAMERON impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita

   Le concessioni agli inglesi hanno fatto sì che il primo ministro Cameron si è schierato pubblicamente (e sta facendo campagna elettorale) per la permanenza del suo Paese nella UE (ora è un convinto sostenitore della necessità di rimanere).

   E’ forse importante ricordare cosa sono le principali “concessioni” della UE:

-che i SUSSIDI FAMIGLIARI alle famiglie degli immigrati nei paesi di origine, siano equiparati non come quelli erogati nel Regno Unito, ma siano RAPPORTATI AL COSTO DELLA VITA DEL PAESE dove essi abitano;

-che il Regno Unito non sarà obbligato MAI ADERIRE ALLA MONETA UNICA, L’EURO, e che per questo NON SUBIRÀ DISCRIMINAZIONI nella politica europea;

-che il denaro messo dal Regno Unito nei fondi per salvare gli Stati in difficoltà economiche dovrà essere rimborsato, se utilizzato;

-che il Regno Unito avrà una sua politica estera autonoma;

-che i migranti che vengono accolti nel Paese per lavoro accederanno solo gradualmente ai sussidi che hanno i cittadini inglesi, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici.

   Pertanto Cameron ha ottenuto quell’ “autonomia” di cui la Gran Bretagna sente ancora di poter vantare, di poter aver bisogno, convinta ancora che il suo interesse allo sviluppo, non possa essere solo legato al progetto europeo. Ma nelle cose fin qui dette sulle “concessioni” della UE, merita capire l’aspetto storico del rapporto che la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) ha avuto con gli immigrati, con etnie diverse dalla sua originaria.

la SCHEDA ELETTORALE BREXIT: sì o no all'Europa
la SCHEDA ELETTORALE BREXIT: sì o no all’Europa

   In Inghilterra in particolare (più che in Scozia, Galles, Irlanda del nord), a Londra nello specifico, chi ci andava, oltre a trovare lavoro poteva godere del welfare inglese: sussidi di disoccupazione, sanità, contributi per i propri famigliari…. E ora la crisi e il cambiamento economico epocale arrivato con la globalizzazione, irrigidisce ogni “apertura sociale” (e forse anche degli immigrati, che da sempre fanno in Inghilterra i lavori che nessun inglese vuole fare, di questi immigrati non si ha più bisogno, con la disoccupazione latente); e questo irrigidimento chiude ancor di più “l’isola geografica” del Regno Unito, bloccando immigrati a Calais in Francia nella rotta per Dover, e da qualunque parte essi provengano. Perché il welfare inglese non può essere quello di prima.

   Ma anche da qui si percepiscono le contraddizioni di un grande Paese difficile da giudicare in un’unica direzione. Chiusura agli immigrati che vogliono entrare, ma Paese che, adesso, può vantare di avere il sindaco della sua maggiore città (tra le più grandi e vivibili metropoli del mondo), Londra, un nuovo sindaco (da pochi giorni) di origine pachistane, un sindaco musulmano. SADIQ KHAN, cresciuto fin da bambino in una casa popolare londinese, con un papà autista di bus emigrato da Karachi.

Per la prima volta nella sua storia, LONDRA HA UN SINDACO MUSULMANO: SADIQ KHAN, londinese di origini pachistane, ha sconfitto in un colpo solo il rivale Zac Goldsmith e i sospetti, adombrati in maniera dubbia dai conservatori, di essere legato al terrorismo islamico. Khan ha coronato la sua «success story»: cresciuto in una casa popolare con un papà autista di bus emigrato da Karachi, è diventato primo cittadino della città più grande d’Europa. E’ stato eletto con il 57% dei voti (alle elezioni tenutesi giovedì 5 maggio). Ha ottenuto 1.310.143 voti, contro le 994.614 preferenze andate al suo avversario
Per la prima volta nella sua storia, LONDRA HA UN SINDACO MUSULMANO: SADIQ KHAN, londinese di origini pachistane, ha sconfitto in un colpo solo il rivale Zac Goldsmith e i sospetti, adombrati in maniera dubbia dai conservatori, di essere legato al terrorismo islamico. Khan ha coronato la sua «success story»: cresciuto in una casa popolare con un papà autista di bus emigrato da Karachi, è diventato primo cittadino della città più grande d’Europa. E’ stato eletto con il 57% dei voti (alle elezioni tenutesi giovedì 5 maggio). Ha ottenuto 1.310.143 voti, contro le 994.614 preferenze andate al suo avversario

   La comunità pachistana, molto numerosa nella metropoli londinese, trova un suo riconoscimento, che non viene solo dal suo interno: per Sadiq Khan hanno votato un milione trecentodiecimila londinesi…. (un sindaco “legittimato” dal 57% degli elettori, così in grado di parlare a tutti, ricchi e poveri, etnie diverse londinesi “doc” e non…. ); e una città come Londra cosmopolita ha bisogno di un sindaco così. Pertanto è da essere un po’ cauti nel considerare il Regno Unito come un luogo che tende ad isolarsi dal resto del mondo (dall’Europa, col referendum del 23 giugno). …

   A proposito ancora del nuovo sindaco di Londra, ci sono in questo fatto tante cose straordinarie: proveniente da una famiglia di immigrati (lui, di seconda generazione, cresciuto a Londra); di religione diversa da quella anglicana (è musulmano); proveniente dai ceti popolari (e non come quasi sempre accade da famiglie ricche o medio-ricche dove ci sono più opportunità per i figli) (per dire: in Inghilterra, anche se eri povero ma bravo e Ti impegnavi, potevi crescere socialmente, diventare importante).

   Pertanto la volontà isolazionista rispetto all’Europa del Regno Unito (specie dell’Inghilterra, molto meno dell’Irlanda del nord e Galles, per niente della Scozia filo-europeista) è data da fattori contrastanti: un’isola “chiusa” ma costituita di multiculturalismo etnico da sempre, originato dall’ex impero coloniale o da altri fattori di attrazione (economica, culturale…) di quel Paese. Il Regno Unito (in particolare l’Inghilterra, gli inglesi), non credono molto al progetto di Europa unita, e specie di questi tempi, di mediocrità nella politica comune europea, non li si può dare torto.

   Ma certo gli inglesi si rendono conto che il solo rapporto con le nazioni sorte dalle loro ex colonie (l’area geografica del Commonwealth… già la derivazione del nome implicava il progetto politico ed economico… Commonwealth significa“comune benessere”…) non potrà bastare nell’era globale a essere competitivi nel mondo fatto di grandi aree geografiche omogenee di influenza (la Cina, gli Stati Uniti, la Russia, altre che si stanno formando…).

   Quel che accadrà nel referendum del 23 giugno prossimo nel Regno Unito sarà così molto importante per segnare quale potrà essere il destino di quel popolo. Ma ovviamente sarà fondamentale per tutti i Paesi dell’Unione Europea: perdere la Gran Bretagna significa rivedere, rimettere in discussione tutti i parametri politici di azione e di sviluppo dell’integrazione europea nei prossimi anni.

La pericolosa estate dell’EUROPA, tra il rischio di uscita della Gran Bretagna, il pericolo terrorista ai campionati di calcio in Francia, Spagna e Italia al voto, e quasi tutti gli Stati con movimenti nazionalisti e xenofobi in forte crescita
La pericolosa estate dell’EUROPA, tra il rischio di uscita della Gran Bretagna, il pericolo terrorista ai campionati di calcio in Francia, Spagna e Italia al voto, e quasi tutti gli Stati con movimenti nazionalisti e xenofobi in forte crescita

   Fa specie che, pertanto, i mesi di maggio e giugno del 2016 segnino avvenimenti così storicamente importanti per la sopravvivenza e speranza di superamento delle difficoltà della UE: ci sono pure le elezioni spagnole sulla linea dell’indipendentismo che potrà vincere, i campionati di calcio in Francia con la paura del terrorismo, paesi che tornano ad essere in crisi, come la Grecia… il fenomeno immigrati dal Sud del mondo con guerre e povertà, nuove rotte che si vanno creando, vecchie – come quella sul Mediterraneo attraverso l’Italia – che si ritroveranno, e i muri che tanti Paesi europei vogliono erigere.

ROBERT SCHUMAN - IL 9 MAGGIO 1950 ROBERT SCHUMANN, ministro degli Esteri francese, rilanciando il piano di Jean Monnet, CREAVA CON ADENAUER E DE GASPERI IL PRIMO EMBRIONE DELLA COMUNITÀ, proponendo di mettere in comune quel CARBONE e quell’ACCIAIO uno fra i motivi per cui fino a cinque anni prima la Germania di Hitler aveva scatenato un conflitto mondiale di milioni di vittime e sofferenze
ROBERT SCHUMAN – IL 9 MAGGIO 1950 ROBERT SCHUMANN, ministro degli Esteri francese, rilanciando il piano di Jean Monnet, CREAVA CON ADENAUER E DE GASPERI IL PRIMO EMBRIONE DELLA COMUNITÀ, proponendo di mettere in comune quel CARBONE e quell’ACCIAIO uno fra i motivi per cui fino a cinque anni prima la Germania di Hitler aveva scatenato un conflitto mondiale di milioni di vittime e sofferenze

   E, a proposito del mese di maggio, molti ricordano il 9 maggio 1950, (66 anni fa) data storica per l’integrazione europea. In quella data c’è stata la cosiddetta DICHIARAZIONE SCHUMAN: il discorso tenuto a Parigi da Robert Schuman, allora Ministro degli Esteri del governo francese, che viene considerato il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari Stati europei e rappresenta l’inizio del processo d’integrazione europea. Speriamo che quel messaggio di inizio sia un modo per segnare UN NUOVO INIZIO di mettersi assieme per gli stati europei (compreso il Regno Unito). (s.m.)

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IL SONNAMBULO INGLESE CHE CAMMINA VERSO BREXIT

di Leonardo Maisano, da “il Sole 24ore” del 8/6/2016

   Lo spettro sui cieli di Londra ha la forma di un populismo senza bandiere, prodotto meticcio di una destra di stampo ultra-conservatore e di una sinistra tanto scomposta quanto estrema. Il concetto, come vedremo, è meno banale di quanto possa apparire ed è all’origine di una crescita del consenso per Brexit che va oltre quanto dicono i sondaggi, ma è ben rappresentato dalle oscillazioni della sterlina, in rapido declino dopo il rimbalzino di maggio.

   Non scopriamo ora, per intenderci, che la demagogia illumina il cammino dei brexiters, ma le radici di tanta resistenza non sono imputabili soltanto all’euroscetticismo, male endemico in un popolo afflitto da una percezione di sé, nel mondo di oggi, a dir poco eccessiva. Le ragioni di tanta miopia e il ruolo giocato dai media nell’acuirla – tanto da quelli popolari quanto da quelli di qualità – saranno tema di future considerazioni. Oggi, dal regno di Elisabetta II e dall’Inghilterra in particolare esce un’istantanea inattesa e largamente sottovalutata.

   A due settimane dal referendum, Brexit appare un rischio superiore di quanto fosse un mese fa, a conferma che il dibattito è impermeabile alla logica dei numeri e all’evidenza dei fatti. Il fronte Leave non è mai riuscito, sul punto economico, a tracciare un quadro se non convincente almeno sostenibile.

   Non ha neppure scalfito la trincea alzata da Fmi, Ocse, Banca d’Inghilterra, Tesoro di Sua Maestà, per citare solo le ricerche delle istituzioni più celebrate, compatte nel denunciare i rischi del divorzio anglo-europeo. Leave sta vincendo, si obietterà, sull’altro grande capitolo del confronto, l’immigrazione intraeuropea, malamente gestita dal premier David Cameron, generoso nello spendersi con promesse insostenibili. È vero, ma non basta questo per spiegare la tenuta, anzi la spinta dei brexiters.

   Sull’umore popolare grava, in realtà, una voglia anti-sistema che va molto oltre i temi-chiave del dibattito, siano essi le conseguenze sull’economia o le politiche sull’immigrazione. Sta emergendo una volontà di frattura che sfugge alla solidità dei numeri, alla linearità logica del contraddittorio, all’essenza stessa del voto.

   La voglia di un pronunciamento irrazionale per punire l’establishment, per colpire i banchieri, per frenare le dinamiche globali, cresce come mai prima d’ora non appena si esce dal mondo ovattato di Londra. La capitale stessa, idrovora che succhia le risorse di un Paese intero, è spesso percepita nelle marche del Regno come il nemico da umiliare.

   È una resistenza spontanea e disorganizzata che abbiamo avvertito emergere con forza fra le voci raccolte lontano dalla City e che si somma all’eurofobia dell’Ukip, all’euroscetticismo tradizionale – quello endemico, appunto – di tanti conservatori e di pochi laburisti britannici. A tutto ciò si deve aggiungere la possibilità che molti elettori vadano alle urne con lo stesso spirito con cui vanno alle amministrative o alle suppletive, ovvero con il desiderio esplicito di punire il governo in carica.

   Se il referendum di adesione è interpretato come mid-term test per David Cameron c’è, infatti, da aspettarsi un’impennata ulteriore del “no” a Bruxelles. Un rischio aggravato dall’habitus mentale dell’elettore britannico, uso al maggioritario secco, sistema che spesso nega alla maggioranza “reale” la vittoria elettorale. Il referendum si regge ovviamente sul peso di ogni singolo voto.

   Quello che si profila è dunque la minaccia di una Brexit à la carte, ovvero un’offerta capace di soddisfare tutti. Un boccone all’eurofobo provinciale middle class, un altro all’euroscettico conservatore di antichi e nobili lombi, un altro ancora all’euroscettico laburista poco incline all’internazionalismo, uno al giovane ribelle “anti-tutto”, uno infine all’elettore mosso dal desiderio di punire il premier in carica.

   Le ragioni per votare “no” rischiano di essere troppe per poterle arginare. Tutti uniti, appassionatamente, da un anti-europeismo diverso e accidentale, frutto per taluni di un’antica convinzione per altri di un impulso casuale.

   Un sonnambulo che cammina verso l’abisso, a questo assomiglia Londra in queste ore che credevamo fossero tarde abbastanza per tracciare il profilo di un “sì” consolidato. Un sonnambulo sordo a tutti i richiami, eccetto quelli della pancia dettati, come sono, da un menu variabile che spesso con l’Europa non ha niente a che fare. I rischi di un referendum, si dirà. Certo, i rischi di un referendum che, proprio per questo, non si doveva fare. (Leonardo Maisano)

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SUL VOTO NON PESANO ECONOMIA E NUMERI

BREXIT, PIÙ DEI NUMERI CONTANO LE EMOZIONI

di Ezio Moavero Milanesi, da “il Corriere della Sera” del 17/6/2016

– Il vero nodo della Brexit è politico ed emotivo. Come si è visto, drammaticamente emotivo. Tanto da spingere a uccidere. La posizione del Regno Unito all’interno dell’Unione è già singolare, frutto di continui e spesso tesi negoziati. La possibile uscita riguarda tutti, e richiederà iniziative immediate, pragmatiche e lungimiranti. Il dibattito è acceso, funestato dall’assassinio della deputata laburista HELEN JOANNE COX, e accompagnato da un effluvio di dati sui vantaggi e gli svantaggi. –

   In Europa, aleggia lo spettro della cosiddetta Brexit: il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea, a seguito del referendum del 23 giugno? Il dibattito è acceso, funestato dall’assassinio di Jo Cox, e accompagnato da un effluvio di dati e considerazioni su vantaggi e svantaggi del Remain (restare nell’Ue) ovvero del Leave (lasciare i’Ue).

   Al netto della folle tragedia e della propaganda, non sono analisi semplici. Per comprendere meglio, ritrovando la lucidità, penso si debba partire da due elementi. Il primo è il TRATTATO UE: che consente a un Paese di recedere unilateralmente dall’Unione. Dunque, è un evento possibile, per nulla comparabile alla secessione da uno Stato. Chi ama precedenti e analogie, ricorderà che nel 1985, uscì la Groenlandia, entrata con la Danimarca, al cui regno è legata; inoltre, per ben due volte (1972 e 1994), la Norvegia ha deciso, con referendum, di restare fuori, malgrado il suo governo avesse firmato per accedere.

   Il secondo elemento riguarda LA POSIZIONE PECULIARE DEL REGNO UNITO NELL’UE: non aderisce all’unione monetaria (quindi, né all’euro, né alle sue regole); mantiene i controlli sulle persone che arrivano dai Paesi dell’Unione (dunque, non è nel sistema Schengen); gode di un ingente sconto (British rebate) sul contributo che, ogni Stato dell’Unione versa al bilancio Ue, in proporzione al suo prodotto interno lordo; è esentato dalla completa applicazione della Carta dei diritti fondamentali Ue; fruisce di varie deroghe con riguardo alle politiche comuni della giustizia e degli affari interni.

   Insomma, una posizione singolare, dovuta a continui, attenti, spesso tesi negoziati nelle sedi europee e sancita da esplicite disposizioni giuridiche, chiamate — con pudicizia gergale — «opt-out». Fra i 28 Paesi dell’Unione, non è l’unico ad averne ottenuti, ma gli altri ne hanno molti di meno. Anzi, proprio il caso britannico dimostra come l’Europa a «più velocità» (cioè, a differenti livelli di integrazione) già esista da decenni.

   Inoltre, non dimentichiamo che, per facilitare la scelta di restare nell’Ue, il governo Cameron ha ottenuto, lo scorso febbraio, il riconoscimento della natura non vincolante del solenne intento di costruire «un’Unione sempre più stretta». Nella medesima occasione, si sono concordate ulteriori varianti alle regole base che permetteranno, ad esempio, di opporsi a nuove leggi Ue in nome della «sussidiarietà» a favore degli Stati e di graduare i benefici del welfare ai lavoratori provenienti da altri Paesi dell’Unione.

   A ben vedere, dunque, il Regno Unito aderisce appieno, essenzialmente, alla parte più antica del sistema Ue: mercato interno unico europeo (con le politiche che lo accompagnano, come l’agricola, l’ambientale, la regionale), unione doganale e politica commerciale comune verso il resto del mondo. Contribuisce, altresì, al bilancio Ue — sebbene paghi meno, grazie allo sconto ad hoc — e prende parte alla politica estera e di sicurezza comune.

   In quest’ultimo comparto e negli altri dove l’Unione delibera all’Unanimità, centellina sapientemente il suo consenso, sulla base dei propri interessi, non di rado impedendo le decisioni; come fa, per esempio, in materia fiscale e sociale. Osservata da questa prospettiva, la Brexit si ridimensiona, perché il Regno Unito è già fuori da molti — rilevanti — campi d’azione dell’Unione e si è sempre opposto a formule più federative.

   Visti gli ambiti ai quali ora partecipa, viene da dire che se votasse per il Leave, ma poi, aderisse allo «Spazio economico europeo» (See), gli effetti economici sarebbero molto meno intensi di quel che si tende a paventare. Il Trattato See, del 1992, unisce l’ue ai Paesi Efta (Associazione europea di libero scambio, fondata nel 1960): sancisce la libera circolazione di merci, servizi, capitali e lavoratori; recepisce oltre l’80% dell’intera legislazione Ue; ma non ha significativi capitoli di spesa, né una politica commerciale comune.

   Quest’ultima farebbe la differenza, ma il Regno Unito potrebbe firmare ex novo tutti gli accordi nei quali, ora, è coinvolto tramite l’Ue. Per l’economia, l’opzione See, sarebbe costruttiva sia per i britannici, sia per chi rimane nell’Unione.

   Rispetto alle «più velocità» poco visibili dell’odierna Europa, offre in maniera trasparente un minore ma importante livello di integrazione. Tuttavia, proprio questa possibile soluzione ci fa capire che IL VERO NODO DELLA BREXIT È POLITICO ED EMOTIVO; purtroppo, come abbiamo visto con l’assassinio di Jo Cox, tanto da spingere a uccidere.

   Lo è nel Regno Unito, dove, oltre a porsi una scelta storica e ideale, è in atto una dura lotta di potere, con implicazioni identitarie e sull’integrità nazionale, qualora la Scozia volesse restare nell’Ue. Lo è per l’Unione europea che vive con ansia il referendum, come un esame che può promuoverla o bocciarla, e congettura ostracismi per disinnescare un effetto domino. Lo è per quei leader dei Paesi europei che, messi in soffitta i doveri di leale cooperazione, amano criticare l’ue, darle colpe che gravano su di loro, forzarne le regole, contribuendo a demolirla. Lo è per il sogno europeista, fiaccato dalle sirene nazionaliste, che tanti suggeriscono di circoscrivere a ipotesi di un’Europa più piccola, ma ancora tutta da definire, nella sostanza, nei membri, nell’effettiva realizzabilità. La questione è politica e ci riguarda, perché il referendum Brexit, quale che ne sia l’esito, richiederà iniziative innovatrici immediate: auguriamoci che siano pragmatiche e lungimiranti. (Ezio Moavero Milanesi)

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UN GESTO FIGLIO DI UN REFERENDUM CHE STA DILANIANDO IL REGNO UNITO

di Nico Degli Innocenti, da “Il Sole 24ore” del 17/6/2016

– Paese sotto shock. La vittima era simbolo dell’Inghilterra aperta all’immigrazione – «Britain First» è anche lo slogan del movimento britannico di estrema destra -La città in cui è avvenuto l’omicidio è nello Yorkshire –

   L’omicidio della deputata laburista Jo Cox è germinato in due campi diversi ma collegati, uno politico e uno economico.

   Sullo sfondo politico Britain First, organizzazione di estrema destra alla quale l’attentatore ha inneggiato, secondo alcuni testimoni, subito dopo avere aggredito la Cox. Lo slogan del movimento è «riprendiamoci il nostro Paese» e il messaggio principale è che l’immigrazione deve essere frenata.

   «Per sopravvivere la Gran Bretagna deve chiudere le frontiere», sostiene Britain First, che si definisce un «movimento di autodifesa». La deputata uccisa, considerata una delle stelle nascenti del partito, era nota per la sua posizione a favore di restare nella Ue e per il suo sostegno e solidarietà agli immigrati e soprattutto ai rifugiati. In Parlamento aveva aspramente criticato il Governo per la decisione di non accogliere più profughi dalla Siria e altre zone di guerra.

   Da poco arrivata alla politica dopo anni di lavoro per l’organizzazione umanitaria Oxfam, la Cox poteva facilmente essere vista da un estremista di destra come un simbolo dell’apertura agli immigrati. Non è ancora chiaro se urlando quelle due parole l’assassino abbia voluto dichiarare la sua fedeltà al movimento politico Britain First, o piuttosto esprimere il suo contorto patriottismo.

   Tanti esponenti del fronte pro-Brexit in questi ultimi giorni di campagna elettorale hanno detto che uscire dalla Ue permetterà appunto di rimettere «la Gran Bretagna al primo posto». II leader di Britain First, Paul Golding, ha subito dichiarato che l’interpretazione giusta è la seconda: «È irresponsabile collegare il nostro movimento di autodifesa a questo spregevole crimine, – ha detto. – Sono solo voci anonime e senza fondamento. Condanniamo senza mezzi termini l’omicidio di una persona eletta dal popolo».

   A breve si saprà con certezza cosa volesse dire Thomas Mair con il suo grido di assassino, ma sembra credibile che il suo gesto sia stato motivato dall’odio per quello che la Cox rappresentava: la politica della “porta aperta” agli immigrati e la convinzione che la Gran Bretagna debba restare nell’Unione Europea e non scegliere l’isolamento.

   L’aspra campagna in vista del referendum della settimana prossima – ora sospesa – ha esacerbato le tensioni e creato nel Paese un clima febbrile di divisione e rancore. Lo Yorkshire occidentale, la regione dell’Inghilterra dove è avvenuto l’omicidio, ha avuto un forte afflusso di immigrati negli ultimi anni, prima dal Pakistan e dal Bangladesh e poi da Polonia e altri Paesi dell’Europa centro-orientale. Negli ultimi mesi i giornali locali hanno enfatizzato i problemi dei residenti del posto con le comunità Rom, i cosiddetti “zingari” che sono arrivati numerosi.

   In questo contesto Britain First trova terreno fertile per il suo messaggio di “autodifesa”. Lo Yorkshire è la più grande delle regioni inglesi, con una popolazione di sei milioni di abitanti, superiore a quella del Galles o della Scozia, e un Pil pro capite annuale di 27mila euro, contro i 59mila euro di Londra.

   Oltre al contesto politico, c’è lo sfondo economico. Lo Yorkshire aveva vissuto il suo momento di gloria durante la rivoluzione industriale e da allora ha sofferto un lungo e doloroso declino. I settori che avevano reso prospera questa zona, come l’industria tessile, l’estrazione di carbone e le acciaierie, sono morti o agonizzanti.

   I nuovi settori, come energie rinnovabili, servizi finanziari, industria medica, sono ancora in fase di sviluppo. Da queste parti Bruxelles, nonostante i tentativi dei sostenitori di Brexit, non viene considerata una piovra che succhia risorse alla Gran Bretagna. Tutt’altro: lo Yorkshire è una delle regioni europee che, proprio per la sua economia depressa, ha più beneficiato dei fondi strutturali Ue.

   Nell’ultima tornata di finanziamenti fino al 2020 ha ricevuto oltre 600 milioni di sterline. Il cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha trovato un pubblico disposto ad ascoltarlo quando nei giorni scorsi ha avvertito che in caso di Brexit l’economia dello Yorkshire perderebbe 3,9 miliardi di sterline e 43mila posti di lavoro. «Sappiamo che quando si tratta di recessioni il Nord dell’Inghilterra le sente per primo e ne soffre più a lungo», ha detto Osborne affermando una cosa che la gente del posto sa essere vera. (Nico Degli Innocenti)

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BREXIT: TRE SCENARI PER IL DAY AFTER

di Pietro Manzini, da “LA VOCE.INFO” del 16/6/2016

– Quali sono gli scenari politico-diplomatici che si aprono in caso di Brexit? Il primo vede un’adesione del Regno Unito a trattati già esistenti. Il secondo un accordo ad hoc con l’Unione europea. Il terzo una riforma complessiva della Ue. Il termine di due anni di trattativa previsto dai Trattati. –

REGOLE PER LA BREXIT

   Immaginiamo che la mattina del 24 giugno venga confermato l’esito del referendum sulla Brexit che già circolava nella notte: gli inglesi hanno votato per “leave the Union”. Quali regole si applicano e quali i probabili scenari politico-diplomatici? Quanto alle regole, si applica l’articolo 50 del Trattato sul funzionamento della Ue, il quale prevede tre ipotesi. La prima è un recesso entro un tempo massimo di due anni a far data dalla notifica della volontà di recedere al Consiglio europeo da parte dello Stato interessato. L’accordo di recesso è negoziato dalla Commissione ed è concluso dal Consiglio europeo, previa approvazione del Parlamento. La seconda ipotesi è che, entro il termine di due anni, non si concluda – nonostante i negoziati – alcun accordo di recesso. In tal caso i trattati cessano automaticamente di essere applicabili allo Stato recedente. Infine la terza ipotesi, è che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato recedente, decida all’unanimità di prorogare il termine dei due anni. I trattati Ue restano allora applicabili allo Stato recedente, sino alla data decisa con la proroga. Anche gli scenari politico-diplomatici probabili sono tre.

SCENARIO 1: IL REGNO UNITO DECIDE DI ADERIRE A TRATTATI GIÀ ESISTENTI

   Nel Regno Unito si afferma la volontà politica di regolare i rapporti con l’Unione non mediante un accordo specifico, bensì attraverso l’adesione a trattati già esistenti, come l’Efta (European Free Trade Association) o l’Eea (European Economic Area) o la Omc (Organizzazione mondiale del commercio). Si tratta di una soluzione minimalista che consentirebbe di percorrere l’opzione dell’accordo di recesso entro i due anni dalla notifica al Consiglio europeo. La notifica potrebbe essere compiuta alla fine dell’anno con il duplice vantaggio di rendere più agevole la predisposizione del nuovo bilancio dell’Unione, che terrebbe conto del recesso dal 1° gennaio 2019, e di aumentare di qualche mese il tempo disponibile per predisporre tutti i termini e le condizioni dell’uscita del Regno Unito. La scelta dovrebbe anche semplificare il negoziato sia dal punto di vista giuridico, che dal punto di vista politico. Infatti, nessuno Stato Ue dovrebbe obiettare a una soluzione di questo tipo.

SCENARIO 2. REGNO UNITO E UE CONVENGONO DI STIPULARE UN ACCORDO AD HOc

   Il Regno Unito decide di regolare le future relazioni con l’Unione con un accordo ad hoc: i modelli non mancano e vanno dall’accordo di associazione analogo a quello attualmente in vigore tra Ue e Turchia, al Free Trade Agreement, ad esempio simile a quello stipulato tra Ue e Canada (Ceta), oppure al complesso di relazioni intercorrenti tra Ue e Svizzera, la quale è membro Efta, ma non è parte Eea, e stipula di volta in volta con l’Unione accordi di incorporazione del diritto Ue. In questo caso, sarebbe difficile rispettare il termine dei due anni, sia pure esteso mediante l’escamotage della notifica ritardata. Infatti nel 2017 sia la Germania che la Francia terranno le elezioni politiche e in entrambi i paesi vi sono importanti partiti che spingono per rivedere i rapporti con l’Unione, pertanto i governi di questi Stati non saranno disposti a premiare l’uscita del Regno Unito con un accordo soddisfacente per quest’ultimo. In base all’articolo 50, l’accordo di recesso deve essere deliberato dalla Ue da almeno 19 Stati su 27 e tra questi devono figurare almeno quattro Stati grandi sui cinque rimanenti. Basterebbero dunque alleanze tattiche tra due grandi Stati per impedire la conclusione dell’accordo. Ciò senza contare che quest’ultimo deve essere approvato dal Parlamento europeo e il passaggio potrebbe non essere privo di complicazioni. Di nuovo, si potrebbe cercare di prorogare il termine dei due anni, ma al riguardo è imponderabile la posizione del Regno Unito, posto che la proroga del termine implica la continuazione della appartenenza alla Ue e ciò potrebbe essere considerato inaccettabile dagli inglesi, dato l’esito del referendum.

SCENARIO 3: LA UE DECIDE UN’AUTO-RIFORMA CHE CONSENTE AL REGNO UNITO DI CONTINUARE A ESSERNE MEMBRO

   La Brexit spinge l’Unione a riconsiderare la propria struttura costituzionale secondo il modello dei due cerchi concentrici. In quello centrale rientrerebbero gli Stati disposti ad accettare una “Unione sempre più stretta” anche con caratteri di integrazione politica; nel cerchio periferico si collocherebbero gli Stati che vedono l’Unione solo un’area economica. Una tale riforma andrebbe incontro ai desideri anche dei più euro-scettici inglesi e quindi le ragioni per abbandonare l’Unione riformata verrebbero meno. In questa prospettiva il Regno Unito potrebbe accettare più facilmente di prorogare il termine di recesso, in modo da consentire alla riforma di essere adottata da tutti gli Stati membri. Tuttavia, questo scenario è ipotizzabile solo dopo le elezioni francesi e tedesche del 2017, perché vi è il rischio, in particolare in Francia, che un eventuale nuovo governo euro-scettico decida di collocare il paese nel cerchio periferico e non in quello centrale. (Pietro Manzini)

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Che cos’è “Brexit” e cosa succede nel Regno Unito

IL 23 GIUGNO IN GRAN BRETAGNA SI VOTERÀ SULLA PERMANENZA NELL’UNIONE EUROPEA. IL DIBATTITO DIVENTA SEMPRE PIÙ INTENSO, E L’EUROPA PIÙ PREOCCUPATA

da www.ilpost.it/, 22/4/2016

   Il prossimo 23 giugno si terrà nel Regno Unito un importante referendum per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “Brexit” (“Britain exit”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione e i suoi rapporti diplomatici internazionali.

   Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore David Cameron impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita. (…..)

Perché si fa un referendum

Durante la campagna elettorale del 2015, Cameron promise che se fosse stato rieletto avrebbe organizzato un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, accogliendo le richieste presentate da diversi suoi colleghi di partito e da quello per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP) di Nigel Farage, secondo i quali era tempo di organizzare una nuova consultazione, considerato che l’ultima risaliva al 1975 e che da allora molte cose sono cambiate in Europa. Cameron disse che avrebbe fatto campagna a favore dell’uscita se le autorità europee non avessero accolto le sue richieste su vari temi di politica estera ed economica. Dopo la sua elezione, i leader dell’Unione sono stati al gioco e hanno concesso buona parte delle richieste formulate da Cameron, che quindi ora è un convinto sostenitore della necessità di rimanere all’interno dell’UE.

L’accordo tra UK e UE

Sussidi: Cameron aveva chiesto che fosse interrotta la pratica  prevista dalle leggi europee che consente ai migranti con figli di inviare i soldi dei sussidi ricevuti nel loro paese di origine, ma la proposta è stata respinta e si è trovato un compromesso per cui l’entità dei sussidi sarà basata sul costo della vita nel paese natale del migrante e non su quello nel Regno Unito.

Euro: Cameron ha riconfermato che il suo paese non si unirà al gruppo di nazioni che usano l’euro e ha ottenuto rassicurazioni e impegni sul fatto che questo non comporti una discriminazione da parte degli altri stati che fanno parte della moneta unica. Inoltre, il denaro messo dal Regno Unito nei fondi per salvare gli stati in difficoltà economiche dovrà essere rimborsato, se utilizzato.

Politica estera: È stato formalizzato che il Regno Unito non fa parte dell’impegno per collaborare a “un’Unione sempre più stretta” come previsto nei trattati europei. Cameron ha anche ottenuto un nuovo meccanismo per consentire agli stati contrari a un nuovo regolamento di intervenire per bloccarlo, a patto che ci sia il 55 per cento dei parlamenti nazionali contro le nuove norme. Il meccanismo non è molto chiaro e secondo diversi osservatori sarà difficile, se non impossibile, metterlo veramente in pratica.

Migranti: è stato concordato che i migranti che si trasferiscono per cercare lavoro nel Regno Unito accederanno più gradualmente ai sussidi e con modulazioni, ancora da definire, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici.

   Cameron ha detto che l’accordo soddisfa buona parte delle richieste formulate dal suo governo, di conseguenza si è schierato a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. In realtà, diversi osservatori ritengono che il governo conservatore abbia ottenuto ben poco dalle autorità europee e che molte delle richieste non siano state soddisfatte.

Cosa dice il quesito

“Il Regno Unito deve restare nell’Unione Europea o deve lasciare l’Unione Europea?”

Che succede se vince la Brexit

Il referendum non ha quorum è di tipo consultivo e non è legalmente vincolante. In linea del tutto teorica, se vincesse la Brexit, il Parlamento potrebbe quindi intervenire per approvare una legge che impedisca l’uscita dall’Unione Europea, ma andare contro la volontà degli elettori sarebbe un suicidio politico. Per uscire dall’UE, il Regno Unito dovrà ridiscutere tutti i trattati e concordare le condizioni per il suo ritiro, processo che richiederà come minimo un paio di anni di lavoro. In questo periodo di tempo, il Regno Unito sarà formalmente parte dell’UE, ma non potrà partecipare alla creazione di nuove regole e leggi in ambito europeo.

Chi vuole che il Regno Unito resti nell’UE

Come abbiamo visto Cameron è a favore della permanenza nell’Unione Europea e la maggioranza dei ministri del suo governo è con lui. Il Partito Conservatore ufficialmente si è dichiarato neutrale sul tema, lasciando libertà di voto ai suoi elettori. Il Partito Laburista, il Partito Nazionale Scozzese, il Partito del Galles e i Liberal Democratici stanno facendo attivamente campagna contro la Brexit. A loro si sono aggiunti molti leader europei, come il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, e capi di governo del mondo come di recente Obama. Dicono che i benefici della permanenza nell’UE superano di gran lunga gli svantaggi, di cui si fa del resto carico ogni stato membro, e tra questi ci sono: la possibilità di esportare con più facilità le merci, quella di avere più facilmente lavoratori qualificati e che contribuiscono a mantenere lo stato sociale, tramite il pagamento delle imposte, e di coordinare meglio le politiche di sicurezza nazionale integrandole con quelle degli altri stati.

Chi vuole che il Regno Unito lasci l’UE

Lo UKIP è il partito che sostiene più di tutti la necessità di uscire dall’Unione Europea, e fece già campagna su questo tema alle elezioni politiche dello scorso anno. È stato fondato nel 1993, ma ha ottenuto il suo primo seggio nel Parlamento britannico solamente dopo le elezioni politiche dello scorso anno, quando ha ottenuto il 12,6 per cento dei voti, mentre era andato molto bene alle elezioni Europee del 2014, quando risultò primo partito con il 27,5 per cento dei voti. L’obiettivo dichiarato dello UKIP è il ritiro del Regno Unito dall’Unione Europea, ma ce ne sono altri legati a fermare l’immigrazione, anche con soluzioni drastiche che hanno portato diversi osservatori a definire il partito di Farage xenofobo, populista e di estrema destra.

   Il Partito Conservatore è diviso al suo interno, con circa metà dei parlamentari e cinque ministri del governo favorevoli all’uscita; ci sono anche alcuni esponenti politici del Labour e del Partito Unionista Democratico. Anche il sindaco conservatore di Londra, Boris Johnson, è a favore dell’uscita dalla UE. Con sfumature diverse, dicono che l’UE impone il suo controllo sulle politiche del paese e chiede ogni anno miliardi di sterline, dando indietro poco o niente, sono inoltre contrari alla libera circolazione delle persone e vogliono ridurre il flusso di migranti in cerca di lavoro.

Chi ha ragione

È difficile dirlo e i commenti di osservatori politici ed esperti sono inevitabilmente divisi, tra chi vuole o non vuole la Brexit. Chi crede nelle potenzialità di un’Europa unita è convinto che tutto debba restare così com’è, anche se negli ultimi decenni non ci sono stati molti progressi verso una vera unione politica. Chi ha fiducia nella condizione di privilegio e potere politico ed economico del Regno Unito sostiene da sempre che questa venga limitata dall’appartenenza all’Unione Europea. In quest’ottica è comunque indubbio che senza il Regno Unito il progetto di unificazione perderebbe parte della sua credibilità. Molti analisti ritengono inoltre che dal punto di vista economico l’uscita dall’Unione Europea potrebbe avere serie ripercussioni sulla sterlina, complicando i rapporti commerciali del paese.

Come sta andando la campagna

Ci sono due campagne elettorali ufficiali, una a favore dell’uscita che si chiama “Vote Leave” e una contro che si chiama “Britain Stronger in Europe”, che possono spendere un massimo di 7 milioni di sterline ciascuna per fare propaganda. A queste si possono aggiungere altri comitati spontanei, che però non potranno spendere più di 700mila sterline ciascuno e devono registrarsi presso la Commissione elettorale, i comitati non registrati hanno la possibilità di spendere solo fino a 10mila sterline. I partiti possono fare campagna elettorale, ma anche per loro ci sono limiti di spesa stabiliti in base alla percentuale dei voti ricevuti alle ultime elezioni politiche. Ufficialmente, la campagna elettorale è iniziata il 15 aprile scorso.

Cosa dicono i sondaggi

Secondo i sondaggi più recenti, ottenuti aggregando consultazioni svolte da diverse società demoscopiche, il 54 per cento della popolazione è a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, mentre il 46 per cento è contro. Negli ultimi mesi il dato è oscillato di continuo e per lunghi periodi il divario tra favorevoli e contrari è stato minimo. Gli elettori più giovani sono tendenzialmente a favore della permanenza, mentre quelli più anziani sono per la Brexit. C’è una percentuale ancora alta di indecisi, che oscilla tra il 17 e il 20 per cento, su cui le due campagne si concentreranno nelle prossime settimane.

Precedenti

Non ce ne sono: se vincessero gli elettori a favore della Brexit, il Regno Unito sarebbe il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea nella storia. La cosa che si avvicina di più a questo scenario avvenne nel 1982, quando la Groenlandia – uno dei territori della Danimarca – approvò con un referendum l’uscita dall’UE nell’ambito delle maggiori autonomie concesse al suo governo locale da quello centrale danese.

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SE CAMERON EVOCA SREBRENICA PER METTERE IN GUARDIA DALLA BREXIT «LA PACE IN EUROPA È A RISCHIO»

di Fabio Cavalera, da “il Corriere della Sera” del 10/5/2016

LONDRA – Con la Brexit la pace in Europa è in pericolo. David Cameron evoca uno scenario apocalittico e apre, con un discorso al British Museum introdotto dal redivivo David Miliband, ex ministro degli Esteri laburista, e con un’intervista alla Bbc dai toni drammatici, la campagna per il referendum del 23 giugno.

   Il primo ministro che fino a qualche mese fa prefigurava la possibilità dell’addio di Londra abbraccia ora con forza la causa europeista e avverte gli elettori britannici delle due possibili conseguenze che lo strappo determinerebbe.

   Primo: la «disintegrazione» del Regno Unito, con la Scozia impegnata in una nuova consultazione indipendentista dato che Edimburgo intende restare nella Ue e non accetterebbe di uscirne.

   Secondo: la minaccia alla sicurezza e ai confini da parte di «una Russia nuovamente belligerante», da parte dei terroristi islamici dell’Isis, da parte dei trafficanti di essere umani che organizzano le migrazioni.

   Questioni che si affrontano con politiche e misure condivise unitariamente. Cameron arriva a evocare le guerre balcaniche e «il genocidio di Srebrenica». «Vale la pena prendere rischi del genere? Assolutamente no». Non c’è la terza guerra mondiale dietro l’angolo. Ma un David Cameron patriottico calca di proposito la mano.

   Il referendum sulla Brexit è uno di quei momenti che segna la storia: come la sconfitta dell’Invincibile Armata spagnola del 1588, come la battaglia di Waterloo del 1704 o come il 1914 e il 1940 coi due conflitti che cambiarono le mappe del globo, infine come il 1989 col crollo del muro di Berlino.

   Se «le cose vanno male in Europa non possiamo essere immuni dalle conseguenze». La Brexit è uno di quegli eventi che determina ricadute pesantissime. Non solo sotto il profilo economico e finanziario. Ma anche sotto il profilo della difesa militare. «Non vi dico che cammineremo verso la guerra ma per quale motivo negarci gli strumenti di cui abbiamo bisogno per proteggere i nostri cittadini?».

   Gli strumenti di cui parla il primo ministro britannico sono la Nato e l’Europa, «restando al cui intemo il potere del Regno Unito nel mondo aumenta». L’Europa, sottolinea Cameron, «ci aiuta a essere un paese più sicuro» e volerne il collasso è un atto «sconsiderato e irresponsabile» (bordata indirizzata ai colleghi ministri euroscettici e soprattutto all’ex sindaco di Londra, Boris Johnson). Il continente ha «un passato violento» ed è straordinario «che 27 Paesi si siedano a un tavolo per risolvere i problemi e le dispute».

   In sostanza: «siamo più forti, più sicuri e più ricchi» dentro all’Europa, dice un Cameron che si fa paladino della «gente comune» perché «fuori dal mercato comune cambierà poco per i miliardari ma saranno sotto minaccia il lavoro e la vita decente di milioni di persone non abbienti».

   Mancano 41 giorni al referendum e i toni si infiammano. Specie nel partito conservatore: l’ala euroscettica è rimasta sorpresa dalla durezza di Downing Street. Boris Johnson, capofila della Brexit, non è certamente il tipo che si lascia mettere sotto. La replica è pesante: «Il popolo britannico è vittima di una sistematica campagna di sotterfugi». A Cameron manda questo messaggio: «Smettila di prenderci in giro». E chi lo rimprovera di essere contro l’Europa risponde a modo suo, intonando in tedesco l’Inno alla Gioia: «Io sono un figlio dell’Europa. Ma sono contro questa Europa di burocrati». Cameron in stile Churchill. Johnson in stile Beethoven. Sarà un referendum, il 23 giugno, che romperà molti vecchi sodalizi fra i tory. (Fabio Cavalera)

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IL DESTINO DELL’EUROPA IN 30 GIORNI

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 5/5/2016

   Il GIUGNO 2016 sarà ricordato come un mese cruciale per la storia d’Europa. Il 23 LA GRAN BRETAGNA VOTA PER USCIRE DALL’UE, che diventerebbe la sola Unione in cui si parla la lingua di uno Stato che non ne fa parte. Ma non è questo l’unico momento decisivo.

   Il 10 giugno si aprono gli EUROPEI DI CALCIO IN FRANCIA. La possibilità di rinviarli o spostarli di sede, dopo gli attacchi di Parigi e di Bruxelles, non è stata solo una diceria della rete. Il governo francese ha tenuto duro, anche se il premier Valls ripete a ogni occasione che i terroristi islamici torneranno a colpire. Il 13 novembre scorso si riuscì a tenerli lontani dallo stadio dove si giocava Francia-Germania, il derby d’Europa. Ospitare e proteggere 24 squadre nazionali e le loro tifoserie (è la prima volta che il torneo continentale ha la stessa dimensione dei Mondiali) richiederà uno sforzo di intelligence e sicurezza di cui la Francia in passato non è sempre stata capace. Sarà il primo banco di prova del coordinamento tra i sistemi informativi e di polizia. E sarà una sfida di libertà che non si poteva declinare, ma mette a dura prova la tenuta di un Paese già percorso da tensioni fortissime, nel pieno di una rivolta sociale contro la legge che liberalizza timidamente il mercato del lavoro più rigido dell’Ue, guidato dal presidente più impopolare della Quinta Repubblica.

   IL 26 GIUGNO SI TORNA A VOTARE IN SPAGNA. Madrid è di fatto senza governo da sei mesi. La classe politica ha mostrato di non possedere gli strumenti culturali per affrontare la fine del bipartitismo che aveva segnato la giovane democrazia spagnola. Le trattative non hanno portato a nulla. Gli unici partiti a stringere un patto sono stati i due che hanno più da perdere dalle elezioni anticipate: i socialisti e i centristi di Ciudadanos. Ma non avevano abbastanza seggi in Parlamento; e Podemos ha rifiutato di far nascere un governo riformista.

   La lezione di Madrid è che non soltanto la destra in molte nazioni è divisa tra popolari e anti-europei; anche le sinistre sono ormai due, la populista e la tradizionale, e non riescono a collaborare: perché una è nata per uccidere l’altra. Il premier conservatore Rajoy, contestato ormai apertamente dal suo ex mentore Aznar, si è seduto sulla riva del fiume ad attendere i cadaveri dei nemici: ma la prospettiva di una campagna e di un risultato elettorale pressoché uguali a sei mesi fa deprime un’economia che alterna impennate e cadute repentine, e incoraggia solo i separatisti catalani. Il giorno dopo il voto si comincerà a parlare dello scenario che fino ad allora tutti avranno escluso: la grande coalizione, come quella che bene o male tiene in Germania.

   Giugno sarà un mese elettorale anche in Italia. Le amministrative si annunciano difficilissime per il governo, già scosso dal confronto con la magistratura che ha assunto toni da 1992. Ma non è solo l’Europa latina a vacillare.

   A Est dell’antica cortina di ferro, L’EUROPA EX SOVIETICA HA IMBOCCATO DECISAMENTE LA VIA NEONAZIONALISTA E XENOFOBA, dall’UNGHERIA alla POLONIA. Proprio a Cracovia — la città di Giovanni Paolo II, il confine tra il mondo tedesco e il mondo slavo dove cent’anni fa in questi giorni infuriava terribile il massacro della Grande Guerra — a luglio sono attesi milioni di giovani cattolici per le Giornate mondiali della gioventù. Un appuntamento che si annuncia di grande intensità spirituale per la presenza di papa Francesco; ma anche foriero di rischi per la sicurezza, che non si risolvono con i muri cari ai governi usciti dalla notte del comunismo.

   Non vengono buone notizie neppure da quei piccoli Paesi che dovrebbero essere il sale dell’Europa, le identità multiformi che arricchiscono quella comune. La GRECIA, com’era prevedibile, non è riuscita a rispettare le condizioni capestro che sottoscrisse per restare nell’euro. Nell’AUSTRIA delle recinzioni al Brennero, i candidati presidenti dei partiti di governo hanno preso meno di due terzi dei voti conquistati dal leader dell’estrema destra. Il PORTOGALLO sperimenta un esecutivo anti-austerity delle sinistre. Anche i PAESI DEL NORD dove la crisi morde meno — come l’OLANDA della libertà e della tolleranza, dove il razionalista Cartesio e l’ateo Spinoza poterono stampare i loro libri, la prima a legalizzare i matrimoni omosessuali e l’eutanasia — si segnalano per lo zelo monetarista con cui appoggiano i falchi tedeschi, salvo contrastarne l’apertura ai migranti.

   Questo è il contesto in cui l’Europa si prepara a festeggiare — si fa per dire — il proprio compleanno. IL 9 MAGGIO 1950 ROBERT SCHUMANN, rilanciando il piano di Jean Monnet, CREAVA CON ADENAUER E DE GASPERI IL PRIMO EMBRIONE DELLA COMUNITÀ, proponendo di mettere in comune quel CARBONE e quell’ACCIAIO per cui fino a cinque anni prima i popoli del continente si erano ferocemente combattuti. Uno spirito che oggi si ritrova nella visione e nell’operato di Draghi e pochi altri.    Il 9 maggio è anche il giorno successivo alla capitolazione tedesca, alla cattura di Goering e Quisling. Non è inutile, in questo frangente, ricordare che l’Europa è nata da una tragedia. Il fatto che oggi la situazione sia complessa non significa che non possa rivelarsi propizia. L’Unione fatica a gestire dossier comuni, come si vede sulla Siria e sulla Libia; ma ora deve finalmente farlo, prevenire i rischi, prepararsi a reagire se qualcosa andasse male. La Seconda guerra mondiale non è ovviamente paragonabile a nessun evento del nostro tempo. Ma resta la regola per cui, quando c’è da soffrire, si dà il meglio di se stessi, si appianano i contrasti futili, si ritrova la propria anima. (Aldo Cazzullo)

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IL NUOVO SINDACO DI LONDRA

“È UN PALADINO DELLA TOLLERANZA E DEI DIRITTI. SADIQ HA VINTO PERCHÉ PARLA A TUTTI”

 Lo scrittore MOHSIN HAMID: dice cose concrete, per questo piace-

intervista di Francesca Paci, da “la Stampa” del 7/5/2016

   Dopo aver narrato il cortocircuito tra Islam e Occidente con il bestseller «Il fondamentalista riluttante», lo SCRITTORE ANGLO-PACHISTANO MOHSIN HAMID vorrebbe narrare oggi il suo opposto, l’integrazione compiuta di uno come il connazionale Sadiq Khan, neo rivoluzionario sindaco di Londra.

Si sente orgoglioso di Khan?

«Sì ma non perché pachistano o musulmano: sono fiero in quanto londinese, una città che parla a tutti ha bisogno di un sindaco che parli a tutti».

La Gran Bretagna in odore di Brexit pare muoversi in senso opposto. Come lo spiega?

«A Londra c’è il maggior numero di musulmani e di migranti del Regno Unito ed è allo stesso tempo il luogo in cui si registrano più integrazione e tolleranza. La paura è inversamente proporzionale alla convivenza».

Cosa c’è di vincente in Khan?

«I londinesi sono stanchi del costo della vita, l’affitto, la metro, le mille spese vive lievitate con i conservatori. Khan ha sollevato questi temi rendendo il suo programma più appetibile. Inoltre, cosa non irrilevante a Londra, è un paladino della tolleranza che si è schierato contro l’antisemitismo nel suo stesso partito, ha difeso i gay e le minoranze».

La campagna avversaria non ha risparmiato la sua fede. Perché i londinesi hanno scelto lui?

«La gente ragiona con stereotipi. Un mio amico a Lahore è stato ucciso perché difendeva i cristiani dall’accusa di blasfemia. Khan condanna l’antisemitismo e non è il solo musulmano a farlo. L’Europa, di suo, non ha carenza di antisemitismo e in più ha un gran numero di musulmani antisemiti ma ci sono anche i Khan. La sua elezione, come quella di Obama, dovrebbe ricordarci che l’antidoto alla tribalizzazione voluta dalle destre è l’alleanza dei Khan di ogni fede e cultura».

Cosa ci dice il successo di Khan sul referendum? Brexit sì o no?

«Gli inglesi, come tutti sono spaventati: gli hanno spiegato che rinchiudersi nelle tribù li proteggerà. Non credo che il nodo del Brexit sia tanto l’Europa quanto la visione dell’Europa, un sogno svanito anche nell’immaginario degli europei. Ma il progetto Europa non è meno valido solo perché non sta funzionando, anzi: i problemi del futuro sono globali. Khan ci ricorda cosa vuol dire essere culturalmente europei».

Perché l’Europa e il Regno Unito hanno paura dei migranti?

«Quando ero piccolo arrivarono a Lahore 3,5 milioni di profughi afghani e non fu una tragedia. Gli europei non hanno paura degli altri ma di cambiare. Stiamo facendo politiche per gente di mezza età, viviamo nella nostalgia del passato, fingiamo d’ignorare che i profughi aumenteranno coi cambiamenti climatici, Bangladesh, Indonesia: come faremo?».

Il sindaco Khan seppellisce il fantasma del «Londonistan»?

«Londra ha integrato meglio di Parigi, Bruxelles, Rotterdam. Il resto del Paese è diverso, nella Birmingham post industriale ci sono i problemi d’integrazione dell’Europa continentale. Ma a Londra, metropoli di servizi e finanza, vedi il mondo alla guida dei taxi così come in banca o in tv. Il «Londonistan» era reale e quelle sacche di radicalizzazione resistono, ma accanto al problema Londra ha la soluzione. Il trionfo di Khan è l’antidoto alla segregazione sognata dai terroristi».

Onestamente, quanti Khan vede nelle periferie europee?

«Tanti. La maggioranza? No, ma più del numero conta la forza del loro messaggio. Magari sono il 30% ma possiamo amplificarne la forza: se Khan governa bene dopo Londra potrebbe essere Rotterdam». (Francesca Paci)

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PARLANO DEI MIGRANTI MA HANNO PAURA DELLA BREXIT

di Roberto Sommella, 5/5/2016, da www.huffingtonpost.it/

   Brexit uguale Euxit. La realtà dei fatti è questa: la Gran Bretagna da tempo teme che il progetto Europa possa alla fine deflagrare, schiacciato da veti incrociati, mancanza di politica e di un disegno comune. E anche se il referendum del prossimo 23 giugno dovesse certificare un sì all’Unione gli inglesi non si sentiranno mai parte di un progetto comune. Hanno nel Dna un approccio ancora nazionalista, per non dire tardo-imperialista, ai problemi della collettività. Sono i padri storici dell’euroscetticismo.

   E questo lo sanno bene proprio i tedeschi, che temono il divorzio come la fine del mondo. Difficile che Angela Merkel nel suo colloquio con Matteo Renzi non abbia affrontato l’argomento, come è difficile pensare che la visita di qualche giorno fa del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann sia stato solo un tour elettorale o che l’arrivo a Roma di Jean-Claude Juncker e Donald Tusk sia solo per consegnare a Papa Francesco il Premio Carlo Magno.

   Nei colloqui privati i vertici istituzionali del paese dei lander e dell’Unione Europea cominciano a tessere la tela di protezione intorno a investimenti welfare e banche. In gioco c’è la fusione a freddo dell’euro, altro che un semplice tetto ai titoli di Stato o il ricollocamento degli immigrati.

   Per questo la parola d’ordine a Berlino come a Bruxelles, è la separazione dei rischi finanziari: dovesse collassare l’Ue, una crisi avrebbe il carattere di un’epidemia sistemica, meglio quindi pensarci per tempo. Ci sono precedenti. Come dimenticare quel volo segreto che nel 1992 portò a Ciampino l’allora numero due della Buba, Hans Tietmeyer, sceso in Italia per annunciare al governo che Berlino non avrebbe più sostenuto la lira? Ne seguì la svalutazione e l’uscita dallo Sme decisa dal governo Amato messo con le spalle al muro.

   Cosa ci dobbiamo aspettare oggi, al di là dei saluti e degli elogi di convenienza? In caso di Euxit saremo della partita Euronord con la Germania o resteremo segregati nel club dell’Euromed? Sono queste le domande da porsi a meno di due mesi dal referendum britannico.

   Il risultato della consultazione che fa tremare la poltrona di David Cameron, secondo gli economisti del Groupe Edmond de Rothschild, è essenziale sia per Londra che per Bruxelles. L’Eurozona in particolare sembra avere le carte in regola per uscire vincente dalla consultazione, qualunque ne sia l’esito. Infatti, anche se le questioni migratorie sembrano aver cristallizzato le tensioni tra Londra e Bruxelles, queste non sono che la parte emersa della posta in gioco.

   Nei negoziati con gli altri capi di Stato e il governo dell’Ue, Cameron ha raggiunto i propri obiettivi su diverse rivendicazioni legate a competitività, sovranità o libera circolazione delle persone e il versamento delle prestazioni sociali ai migranti dell’Ue.

   Il capo del governo conservatore, tuttavia, non è riuscito a strappare un diritto di veto sui temi riguardanti l’Eurozona. L’arma di fine mondo che avrebbe reso del tutto inutile e controproducente la permanenza della perfida Albione. Perché ce l’hanno con l’Europa? I britannici non hanno mai mandato giù la volontà unilaterale della Bce di imporre la localizzazione nell’area euro delle stanze di compensazione (il dare e avere nelle transazioni finanziarie) in modo da avere interamente sotto controllo questo elemento cruciale del sistema finanziario europeo e della sua stabilità. A suo tempo, per altri motivi, Margaret Tathcher disse ”rivoglio indietro il mio denaro”. È un principio ancora valido. Ma tirare via il tappeto inglese sotto i piedi degli europei farebbe cadere fragorosamente anche i tedeschi.

   Ecco perché il referendum è un pericolo in sé, oggi in Gran Bretagna, come domani in Finlandia o addirittura in Germania. Ha un valore simbolico di riappropriazione della sovranità nazionale ma anche un alto tasso emulativo presso chi sta a guardare: facciamolo anche noi.

   Immaginiamo la Gran Bretagna già fuori dall’Ue, per sempre abbandonata al suo isolamento. Una Brexit avrà sul Regno Unito un impatto economico e finanziario difficile da valutare. Tenendo conto del fatto che entrerebbe in scena la Banca d’Inghilterra, questo shock dovrebbe essere limitato a una flessione dell’1% del Pil britannico su base annua, e scomparire dopo tre anni. Ipotizzando che l’80% delle banche europee e il 50% delle banche non britanniche e non europee si trasferirebbero nella zona euro per svilupparvi le loro attività, il flusso potenziale di capitali in entrata nella zona Ue sarebbe di 680 miliardi di sterline (circa 860 miliardi di euro), ossia l’equivalente del 34% del Pil britannico e di almeno l’8% di quello dell’Eurozona. Un bell’affare per chi resta nell’Unione, uno smacco per gli inglesi.

   In tale scenario, l’euro potrebbe apprezzarsi del 34% sulla sterlina. Secondo altri calcoli, il Pil dell’area euro progredirebbe dell’1,3% dopo due anni. Ma queste sono solo previsioni che possono essere completamente smentite dai fatti.

   I rischi politici sono infatti molto più grandi e questo lo sa bene proprio la Cancelliera, che non si smuove dalla capitale per l’inesistente invasione dei migranti ma per nodi ben più seri come i suddetti. Un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha confessato il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, comporterebbe un effetto emulativo devastante, soprattutto per quei paesi nordici, Olanda, Finlandia in primis, che cominciano ad essere molto euroscettici e che d’altra parte rappresentano gli alleati storici del rigore tedesco.

   Cosa accadrà a Berlino se in un colpo dovessero uscire Londra dall’Ue e Helsinki e Amsterdam dall’euro? La prima cosa certa è che nessuno garantirebbe più il mega-prestito di 86 miliardi alla Grecia con fallimento istantaneo di Atene e uscita dall’euro. Il rischio connesso con il Brexit è quindi grandemente sottovalutato e potrebbe fare scuola tra i 28 paesi dell’Ue. Merkel e Weidmann, da bravi assicuratori, si stanno coprendo per tempo e cercano a Roma e in Europa nuovi alleati contro una ben più pericolosa Euxit. Non c’è in gioco solo l’esplosione del Regno Unito, ma la fuga generalizzata dall’Unione. (Roberto Sommella)

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MA IL RISCHIO BREXIT HA GIÀ SNATURATO L’UNIONE

di Lorenzo Codogno, da “il Sole 24ore” del 10/5/2016

   Il comico e attore americano Groucho Marx disse una volta, «non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me». Il fatto stesso che il Regno Unito sia membro del club dell’Unione europea può rendere l’Unione meno attraente? Il Regno Unitosi è sempre opposto a una ulteriore integrazione e a ogni passo verso l’unione fiscale e politica, di fatto limitando la possibilità per l’Ue di rafforzare il suo quadro istituzionale e mantenendo un’ambiguità di fondo su ciò che essa rappresenta.

   D’altro canto, il Regno Unito è sempre stato un forte sostenitore del mercato unico, della libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, e un promotore convinto delle riforme di mercato e della buona governance economica. Ciò conduce quasi naturalmente a un approccio a «doppio cerchio» per il futuro dell’Europa un nucleo di paesi con una moneta unica che perseguono un’integrazione sempre più stretta che porterà alla fine all’unione fiscale e politica, e un cerchio più grande comprendente paesi interessati soprattutto a mantenere la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali – quella delle persone sembra esser già stata archiviata- che dovrebbe includere il Regno Unito, alcuni paesi nordici, e pochi altri.

   Non penso che il referendum del 23 giugno sull’uscita del Regno Unito dall’Ue (Brexit) aggiunga o tolga nulla a questa prospettiva di lungo termine. Modifica solo la posizione negoziale dei paesi.

   I sostenitori di Brexii non tollerano che il Regno Unito abbia rinunciato a parte della sovranità nazionale su materie di competenza dell’Ue. Il loro obiettivo è quello di riportare sovranità a Westminster. In realtà Brexit potrebbe sortire l’effetto opposto se, per mantenere l’accesso ai mercati del continente, il Regno Unito fosse costretto ad accettare gli accordi di associazione attualmente in vigore per la Norvegia.

   Ad essere onesti, su un punto la preoccupazione del Regno Unito è in parte comprensibile. Dal novembre 2104, con il trattato di Lisbona, gli Stati membri dell’Area euro se agiscono insieme in blocco hanno la maggioranza qualificata in seno al Consiglio dei Ministri europei. Almeno in teoria, i paesi dell’Area euro potrebbero perciò imporre le loro decisioni anche a livello Ue.

   E quindi il Regno Unito ha giustamente chiesto delle garanzie, ma sarebbe stato meglio affrontare la questione nell’ambito della revisione dei Trattati. Può il referendum britannico rendere il «doppio cerchio» più probabile e gettare le basi per una revisione dei Trattati in tempi ravvicinati? Dubito. L’accordo di febbraio tra l’Ue e il Regno Unito ha di fatto già minato la natura e il principio fondamentale dell’Ue, riconoscendo che un’unione più stretta può andare di pari passo con un approccio a velocità variabili e multi valuta. E’ un’Unione che non conduce più a un’unica destinazione.

   Probabilmente è contro lo spirito, se non la lettera, dei Trattati Ue (vedremo cosa dirà la Corte europea). Di certo l’accordo di febbraio e il referendum su quell’accordo non aiutano a far convergere le vedute in vista di una revisione dei Trattati. Se il Regno Unito decidesse di rimanere nell’Unione, potrebbe utilizzare questo riconoscimento esplicito per limitare in modo efficace qualsiasi iniziativa a livello Ue che possa prefigurarsi come un tentativo di integrazione più stretta.

   Alcuni sostengono che si rafforzerebbe la posizione del Regno Unito in qualsiasi trattativa. L’accordo di febbraio è un pericoloso precedente che spiana la strada a comportamenti opportunistici e a forze centrifughe anche da parte di altri Stati membri.

   D’altra parte, Brexit aprirebbe un vaso di Pandora pieno di recriminazioni e potrebbe favorire possibili nuovi tentativi di fuoriuscita. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, o addirittura alcuni paesi dell’Area dell’euro, come Finlandia e Paesi Bassi. Potrebbe portare a nuove tensioni separatistiche (Scozia), e rafforzare i partiti e i movimenti populisti ed euroscettici all’interno di ogni paese, compresa l’Italia.

   Nell’Ue le posizioni diverrebbero ancor più frammentate e divise. Potrebbe invece Brexit accelerare l’integrazione europea, se nona livello Ue, almeno a livello dell’Area dell’euro? C’è una linea di pensiero che dice che l’Unione Europea senza il Regno Unito sarebbe un club molto più coeso.

   Anche su questo, però, ho dei dubbi. Il legame dell’Unione è già di fatto allentato, mentre l’Area dell’euro non sembra essere particolarmente desiderosa di muoversi più velocemente verso l’integrazione. Già ora, infatti, iI processo d’integrazione potrebbe essere accelerato se ci fosse la volontà politica. Anche i progetti moderatamente integrazionisti del recente Rapporto dei 5 Presidenti sono stati di fatto messi in naftalina, in attesa delle elezioni in Francia e in Germania.

   L’esatto contrario potrebbe invece accadere. Con il rafforzamento di movimenti separatisti e euroscettici all’interno di ciascun paese, Brexit potrebbe mettere un freno all’integrazione, non solo nell’Unione ma anche, e soprattutto, nell’Area dell’euro. L’Ue e l’Area dell’euro rischiano di rimanere in stallo, ancora alla ricerca della loro ragion d’essere e del loro obiettivo ultimo.

   Il referendum del Regno Unito può mettere ancor più a nudo tutte le debolezze e le fragilità dell’edificio europeo, senza costruire nulla, neppure in termini di dibatto pubblico visto il suo attuale tenore. Comunque vada il voto del 23 giugno, abbiamo già perso tutti. (Lorenzo Codogno)

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LA FACCIA TRISTE DELL’INGHILTERRA

da “IL FOGLIO”, 10/5/2016

– Parlare di Europa tira fuori il peggio da difensori e oppositori della Brexit –

   Mancano quarantaquattro giorni al referendum britannico sulla Brexit, i sondaggi dicono che il “remain” è avanti rispetto al “leave” ma c’è generale sfiducia nei confronti dei sondaggi, i paesi europei iniziano a preoccuparsi perché si parla di contagio irreversibile in caso di Brexit (va di moda la Frexit, l’uscita della Francia, segue tra i recalcitranti l’Italia che pure ancora non ha un nome per la sua exit).

   Il governo di Cameron ha fatto sapere nei giorni scorsi di voler dare una svolta alla campagna referendaria, meno paura e più ottimismo, cosi ha organizzato ieri un incontro che, nelle premesse, doveva parlare della pace e della stabilità europea come motivo decisivo per voler stare tutti assieme in Europa. Poi ha finito per parlare soltanto di guerra, del rischio che salti tutto, del fatto che la pace non è scontata nemmeno in Europa, se l’Inghilterra abbandona l’Ue tutti si sentiranno in diritto di difendere la propria indipendenza, i nazionalismi esploderanno e sarà una catastrofe.

   Cosi nel pomeriggio di ieri è dovuto intervenire il ministro degli Esteri Hammond spiegando che le parole di Cameron erano state malinterpretate, che il premier ambiva a difendere un progetto di pace e stabilità di cui il Regno Unito è sempre stato artefice e garante, certo non far tornare in mente macerie e miseria dell’Europa in guerra. Ma ormai il danno era fatto, al punto che anche i difensori del “remain” si sono interrogati: c’era proprio bisogno? Se è questo che il governo intende quando parla di ottimismo, toccate ferro.

   Poiché la battaglia sulla Brexit è diventata una guerra civile interna al paese e internissima al Partito conservatore, subito Boris Johnson, ormai ex sindaco di Londra, è intervenuto per rispondere a Cameron, ponendo cinque domande al campo del “remain” e dicendo che l’Europa è la causa stessa, con la sua ossessione di integrazione a tutti i costi, dell’ascesa dei populismi sul continente e soprattutto della crisi in Ucraina. II risultato è che si è preso di “difensore di Putin” da buona parte del Labour e anche da alcuni leader stranieri. Un disastro anche per lui. Cosi ieri si è trasformato nel giorno più brutto della campagna referendaria inglese, un giorno brutto anche per l’Europa.

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A QUALCUNO PIACE BREXIT

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 4/4/2016

– Nel Regno Unito l’atteggiamento euroscettico si è tradotto in voglia di distacco. L’emergenza sollevata dalla grande migrazione degli ultimi mesi ha accentuato le tensioni – Il 23 giugno si voterà per restare nell’Unione Europea. O meglio: per uscirne. D’altronde, i cittadini del Regno Unito non hanno mai amato l’Europa –

LE TABELLE

   Come comunità economica. Tanto meno come soggetto politico. E questo sentimento si è complicato e accentuato negli anni della crisi economica. Quando il debito comunitario e degli Stati membri è cresciuto. Minacciando anche coloro che ne erano e ne sono meno responsabili. Come, appunto, l’Uk. Così lo spirito euroscettico si è diffuso ulteriormente. Solo un terzo dei cittadini del Regno Unito, infatti, esprime fiducia nei confronti della Ue. Come in Italia, peraltro. Dove, però, prevale un atteggiamento tattico e disincantato. Visto che la maggioranza della popolazione non “ama” la Ue – e tanto meno l’euro. Ma teme di uscirne. Per prudenza. Gli italiani: si dicono europei “malgrado”. Nonostante tutto. I cittadini del Regno Unito: molto meno. Il loro legame con le istituzioni europee è più precario. Perché confidano maggiormente nel loro sistema di governo. E, tanto più, nella loro moneta. In politica internazionale, peraltro, si sentono “atlantici”. Guardano, cioè, agli Usa piuttosto che all’Europa. Piuttosto che alla Ue.

   Così, l’atteggiamento euroscettico si è tradotto in voglia di distacco. Tanto che Ukip, il partito guidato da Nigel Farage che predica apertamente l’uscita dalla Ue, alle elezioni europee del 2014 ha superato il 27%. L’emergenza sollevata dalla grande migrazione degli ultimi mesi ha accentuato le tensioni. All’interno del Regno Unito. E fra il Regno Unito e i Paesi europei. Per prima: la Francia.

   Oggi, dunque, ci stiamo avvicinando a questo passaggio. Senza ritorno. Perché un voto favorevole all’uscita dalla Ue aprirebbe una crisi probabilmente fatale in una costruzione fragile e instabile come la Ue. Con il rischio di riprodurre le fratture anche nel continente. Dove i legami con l’istituzione europea risultano poco solidi.

   Ad eccezione che in Germania e nei Paesi dell’Est che ambiscono a farne parte. I sondaggi, al proposito, confermano dubbi e incertezze. Visto che disegnano uno scenario aperto. Dove i sì e i no all’uscita dall’Unione Europea si equivalgono (intorno al 35-40%). Mentre gli indecisi sono ancora molti. Circa un quarto. E risulteranno, per questo, decisivi. Così, la campagna in vista della scadenza referendaria si fa sempre più accesa. E l’argomento che sta assumendo importanza crescente è il costo della Brexit. Per gli europei, ma ancor più nel Regno Unito. La cui economia, si sostiene, soffrirebbe molto, in caso di “defezione”. Tuttavia, questa minaccia non sembra scoraggiare chi, in fondo, ne tiene già conto. E, nonostante tutto, sceglie la strada della “secessione”.

   Diverso, semmai, è il discorso per i cittadini europei che non vivono nel Regno Unito. I quali verrebbero, inevitabilmente, coinvolti da questa scelta. Tuttavia, gli atteggiamenti, in proposito, appaiono differenziati e incerti. Almeno in Italia. Perché, probabilmente, molte persone non ci hanno ancora pensato. D’altronde, se per i cittadini del Regno Unito, è difficile decidere, figurarsi per gli altri

   In Italia, comunque, metà della popolazione (intervistata da Demos) teme l’uscita del Regno Unito dalla Ue. Ritiene, infatti, che produrrebbe effetti negativi non solo nel Regno Unito. Anche da noi. Ma ciò significa che l’altra metà la pensa diversamente. In particolare, due italiani su dieci non percepiscono il rischio di conseguenze particolari. Si tratta, soprattutto, degli elettori più disincantati e indifferenti. Gli “astenuti”. Non solo dalla politica, anche dall’Europa. Quelli che tracciano i confini del proprio orizzonte pubblico a poca distanza da loro. Una frazione molto limitata vede questa scelta pericolosa per il Regno Unito ma non per l’Europa. Mentre è molto più elevata (15% circa) la quota di coloro che ritengono l’uscita dell’Uk un problema per gli europei, ma, al contrario, un beneficio per i cittadini britannici. Poco inferiore è il consenso alla Brexit “senza se e senza ma”. Considerata un beneficio per tutti. Senza eccezione.

       I tifosi della defezione sono, in tutti i casi, ben definiti e identificabili. Hanno, cioè, un profilo politico coerente. Partecipano, infatti, alla corrente euroscettica. Sono, per questo, particolarmente numerosi fra gli elettori della Lega e di Forza Italia. In misura relativamente più limitata, nella base del M5s. Tra coloro che esprimono sfiducia nei confronti della Ue, in particolare, sono tre volte di più che tra gli euro-convinti. Rispecchiano, in qualche misura, le preferenze politiche di coloro che vedono nella Brexit un beneficio esclusivo per chi vive nel Regno Unito.

   È facile comprendere la ragione di questo orientamento. Non si tratta solo di empatia. È di più: identità. Sostegno convinto. Segno che anche in Italia c’è chi tifa per la Brexit. In modo aperto. Esplicito. Perché favorisce un progetto sostenuto da altri movimenti e soggetti politici, di altri Paesi. In altri termini: chi tifa per la Brexit, in Italia, tifa per la fine della Ue. Immagina e spera che la costruzione europea, in seguito alla defezione del Regno Unito, non solo subirebbe una battuta di arresto, ma potrebbe intraprendere un percorso inverso. Verso la disgregazione invece che verso l’unità.

   Per questo il referendum che si svolgerà nell’Uk ci riguarda direttamente. Quanto, almeno, quello sulle trivelle. E persino il referendum costituzionale. Perché nel Regno Unito, in quell’occasione, si voterà anche per noi. Visto che si scrive Brexit, ma si può leggere Itexit. (Ilvo Diamanti)

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LA BREXIT SPINGE LA SCOZIA INDIPENDENTISTA IN UN VICOLO CIECO

di Andrea Pipino, da “INTERNAZIONALE”, 25/2/2016

   Prima l’accordo a Bruxelles, poi l’annuncio del referendum sulla permanenza di Londra in Europa, e infine il corollario che tutti si aspettavano: se i britannici decideranno davvero di lasciare l’Unione, la Scozia chiederà un nuovo voto sull’indipendenza, dopo quello del settembre del 2014, vinto con un margine netto dagli unionisti.

   Il rischio che l’inizio della campagna referendaria potesse segnare la ripresa delle schermaglie tra Londra ed Edimburgo era nell’aria da tempo. E Nicola Sturgeon, la leader degli indipendentisti dello Scottish national party, lo ha puntualmente confermato annunciando che un’eventuale vittoria dei favorevoli all’uscita dall’Ue “quasi certamente” innescherà una nuova consultazione popolare tra gli scozzesi.

   Non prima, però, di essersi lamentata dell’eccessiva vicinanza tra il voto sulla Brexit, il 23 giugno, e le elezioni per il parlamento scozzese, in programma il 5 maggio.

   L’unica certezza è che lo Scottish national party farà una convinta campagna elettorale a favore della permanenza in Europa

   Per i nazionalisti scozzesi, tuttavia, la situazione è molto più intricata di quanto possa sembrare. Sturgeon e l’Snp, infatti, avrebbero ottimi motivi per pretendere un nuovo referendum se si verificasse una circostanza precisa: una vittoria del fronte antieuropeo in tutto il Regno Unito ma non in Scozia, dove la maggioranza dovrebbe rimanere fedele all’Unione europea.

EUROPEISMO RECENTE

E proprio qui cominciano i dubbi e le contraddizioni. Da una parte, infatti, i nazionalisti scozzesi sono in grande maggioranza favorevoli a rimanere in Europa, ma sanno anche che la vittoria del sì il 23 giungo seppellirebbe per un bel po’ di tempo ogni progetto indipendentista.

   Dall’altra, c’è la tentazione di sostenere l’uscita del Regno Unito dall’Unione per poi poterne sfruttare le conseguenze politiche interne. Questa tattica rischia però di avere un effetto boomerang: la vittoria degli euroscettici anche in Scozia vanificherebbe alla radice la pretesa stessa di Sturgeon e dei nazionalisti, smentendo anche il proverbiale – ma piuttosto recente, per la verità – europeismo degli scozzesi.

   Il tutto è reso ancor più delicato dal fatto che, con ogni probabilità, l’orientamento degli elettori scozzesi sarà determinante per decidere il risultato finale del referendum. Gli indipendentisti, insomma, sembrano trovarsi in un vicolo cieco, dove non solo i princìpi si scontrano con gli obiettivi politici, ma ogni strategia possibile presenta conseguenze negative.

   L’unica certezza è che lo Scottish national party farà una convinta campagna elettorale a favore della permanenza in Europa, magari sperando che saranno altri a far pendere l’ago della bilancia dalla parte del no.

   Comunque sia, i nazionalisti scozzesi oggi possono avere qualche motivo di soddisfazione. Con l’approvazione di un accordo fiscale dopo un negoziato durato quasi un anno, il parlamento di Holyrood acquisterà nuove prerogative e potrà disporre di tutte le tasse sul reddito raccolto a nord di Carlisle. Referendum sull’indipendenza o meno, un altro passo che rafforza l’autonomia della Scozia. (Andrea Pipino)

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REGNO UNITO, BREXIT SEMPRE IN CRESCITA NEI SONDAGGI

di Redazione IBTimes USA 04.05.2016

http://it.ibtimes.com/

   La campagna a favore della cosiddetta Brexit, ovvero l’uscita del Regno Unito dell’Unione Europea, è in vantaggio nei sondaggi rispetto a coloro che sono invece a favore della permanenza nel blocco di 28 paesi, secondo il sondaggio settimanale rilasciato martedì dall’agenzia ICM. La campagna per l’uscita è in vantaggio dell’1% rispetto a chi desidera la permanenza nella UE, con rispettivamente il 45% e il 44% di supporto, mentre un 11% dei rispondenti ha dichiarato di essere indeciso.

   Il referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea si terrà il 23 giugno prossimo, a seguito di una promessa dal primo ministro David Cameron fatta prima delle elezioni generali del 2015. Le maggiori questioni in gioco con il referendum riguardano la capacità del Regno Unito di proteggere sé stesso, i suoi progressi in campo economico e la sua sovranità nazionale.

   In base ai risultati del sondaggio di ICM, la corsa si fa sempre più incerta mentre altri sondaggi continuano a vedere in vantaggio coloro che sono a favore della permanenza nella UE. Secondo il Financial Times Brexit poll tracker, che tiene traccia della media degli ultimi sondaggi pubblicati, i favorevoli alla brexit sono al 43% mentre i favorevoli alla permanenza sono al 46%.

   I proponenti di una brexit hanno affermato che il Regno Unito potrebbe avere maggiore controllo sui propri flussi migratori e per questa ragione la sua sicurezza e la sua sovranità nel Regno Unito ne uscirebbero rafforzate, mentre la forza di Londra come hub finanziario internazionale resterebbe intatta sia dentro che fuori l’Unione Europea. Coloro che sono contro una Brexit affermano che l’appartenenza al blocco di 28 paesi europei e al suo mercato unico hanno permesso al Regno Unito di essere più sicuro ed economicamente forte.

   La crisi dei migranti su scala continentale, così come la minaccia di attacchi sul proprio territorio, ha intensificato il già rovente dibattito intorno al referendum di questa estate. Più di un milione di persone hanno cercato asilo politico in Europa nel 2015 per via dell’aumento dei conflitti in Medio Oriente e nel Nord Africa. La Commissione europea ha istituito un sistema di quote per distribuire i rifugiati tra i suoi Stati membri, e il Regno Unito si è lamentato del fatto di dover accogliere migranti economici, nonostante abbia rifiutato molti dei termini proposti in precedenza dalla Commissione.

   Allo stesso tempo, i timori di attacchi sul proprio territorio è cresciuto a seguito degli attentati di Parigi e Bruxelles negli ultimi mesi. In entrambi i casi gli attentatori erano cittadini europei che potevano viaggiare liberamente nella maggior parte d’Europa grazie agli accordi di Schengen. Il Regno Unito non ha mai fatto parte di Schengen, e per tale ragione sono in vigore controlli dei passaporti lungo i propri confini.

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BREXIT, LA RADICE DELLA PAURA

di Paola Peduzzi, 21/4/2016, da IL FOGLIO

– Numeri apocalittici, minacce, l’uomo nero nelle vignette. Il “Project Fear” contagia Londra alle prese con il referendum. Perché è così difficile parlare bene dell’Europa? –

   “Se ci lasciamo, sarà un disastro”. “No, se rimaniamo insieme sarà un disastro”. Qualsiasi conversazione di una coppia in crisi è perfetta per capire che cosa sta succedendo nel Regno Unito in campagna elettorale per il referendum del 23 giugno sull’Unione europea. Non puoi andartene, devo andarmene, una cosa così.

Con in più, da entrambe le parti, il catastrofismo più violento che si possa immaginare (il matrimonio in sé di solito non ha facoltà di parola, in questo caso ce l’avrebbe, trattandosi dell’Unione europea, ma ha saggiamente deciso di starsene in disparte, per non complicare una disputa già livorosa di suo, in un misto di indignazione e speranza.

   Ieri il presidente della commissione Juncker ha detto che in effetti un po’ l’Ue se la merita, questa crisi: si è sempre impicciata troppo della vita privata dei cittadini. Pare già di vedere gli spot dei sostenitori della Brexit). La paura è scritta su tutti i giornali, su tutti i commenti, su tutte le vignette, che sono buie e spettrali e parlano in continuazione di letti d’ospedale, di malati terminali, di pene capitali e dell’uomo nero. La paura è la parola meno citata dai politici inglesi, ma è implicita in tutto quel che dicono, pensano, fanno, se potessimo vedere gli appunti dei loro discorsi forse ci sarebbe scritto soltanto “fear”: declinatela voi come meglio riuscite.

   La Brexit è paura. Che si sia a favore della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea (“remain”) o contrari (“leave”), l’argomentazione più utilizzata è la paura. Se ce ne andiamo, ci saranno instabilità e povertà, se restiamo ci saranno obblighi e restrizioni, in ogni caso sarà un disastro.

   Lo chiamano “Project Fear”, il progetto della paura, ed è la sintesi del dibattito in corso in Gran Bretagna in vista del referendum. Il premier David Cameron, sostenitore nervoso e irascibile del “remain”, dice spesso che l’alternativa all’Europa è un’incognita pericolosa, fatta di solitudine e isolazionismo, in cui – secondo i dati del Tesoro – ogni famiglia perderà 4.300 sterline l’anno.

   L’Inghilterra diventerebbe più povera, più isolata, soprattutto non saprebbe più che ruolo ha nel mondo, né lo saprebbero gli altri suoi alleati. Barack Obama, che arriva oggi a Londra per una due giorni di rassicurazioni anti isolazioniste, vorrebbe proprio spiegare, “come farebbe un amico” dicono i briefing utilizzando le parole degli americani, che l’Unione è la garanzia di massima sicurezza per l’Inghilterra.

   Lì dentro, pur con qualche difficoltà, il paese sta al sicuro, in un’armonia disarmonica pensata per rimanere in equilibrio. Là fuori, chissà. Se Obama riuscirà a inserire nel suo “case for ‘remain’” qualche argomentazione positiva – la bellezza dell’Europa, la libertà di circolazione come libertà di pensiero e libertà economica, la comunanza di valori e di ambizioni – sarà il primo a uscire dallo schema del “Project Fear”. Tutti gli altri, in Inghilterra, ci sono impantanati dentro.

   All’origine, la retorica della paura era florida nel mondo del “leave”. L’uomo nero era l’Europa, e scappare era una necessità. Basta riguardare gli interventi degli ultimi anni di Nigel Farage, leader indipendentista dell’Ukip, per capire che la paura era legata alle politiche di immigrazione ed economiche dell’Ue, e ai suoi riflessi incontrollati sul Regno Unito.

   La tendenza al compromesso dell’Europa spesso percepita come un laccio troppo stretto alle ambizioni britanniche era il punto di caduta di argomentazioni venate dal terrore di un contagio europeo che avrebbe snaturato la natura isolana e solitaria della Gran Bretagna. La frattura tra questa visione e l’euroscetticismo liberale di buona parte dei conservatori è ancora oggi molto evidente. La commissione elettorale ha scelto di fare i finanziamenti pubblici a Vote Leave, il gruppo-ombrello che fa riferimento diretto al mondo dei Tory. E’ rimasto escluso Vote.Eu, legato all’Ukip e all’euroscetticismo più aggressivo e protezionista, che naturalmente non l’ha presa bene.

Dal punto di vista ideologico e culturale, i due gruppi non hanno quasi nulla in comune, e comincia a circolare la voce che non ci saranno convergenze, anzi, Leave.Eu vuole continuare a fare campagna in maniera indipendente, con le sue pubblicità e i suoi soldi privati. Non c’è mai stato amore tra i due euroscetticismi, perché le premesse sono molto diverse: laddove Leave.Eu vede nella Brexit la possibilità di godere di un isolamento dorato, Vote Leave crede in un’apertura, in una liberalizzazione più ampia determinate dalla rottura del legame con l’Europa viene a mancare.

   Divorzio come libertà, insomma. Anche dal punto di vista mediatico i toni sono molto diversi: gli euroscettici legati ai Tory mantengono toni professionali, rifiutano i numeri e gli scenari proposti dal governo offrendone altri. Gli indipendentisti invece si muovono soltanto per slogan – efficaci, bisogna ammettere – e anche di fronte ai dati catastrofici offerti dal “remain” sono sicuri nel ripetere: lasciare l’Europa non è mai stato tanto conveniente!

Le divisioni all’interno del fronte del “leave” non sembrano però avvantaggiare il “remain”, almeno non nella proposizione di temi diversi dalla paura. Lynton Crosby, guru di Cameron e contro la Brexit, ha detto che il “remain” sta avanzando perché la campagna di mobilitazione messa in campo dal governo sta funzionando: le intenzioni di voto degli indecisi sono in aumento e vanno tutte a favore del “remain”.

   Sembra che il “leave” abbia quasi raggiunto il picco massimo di mobilitazione, cioè non può andare più in là di così – viaggia tra il 45 e il 49 per cento. Matt Singh, fondatore di Number Cruncher Politics, l’unica compagnia di sondaggi che diceva che i Tory avrebbero vinto le elezioni del 2015 quando il resto del mondo parlava di frammentazione, dice al Foglio che “c’è stato un incremento del sostegno del ‘leave’ nelle ultime settimane, ma adesso pare essersi stabilizzato”. Bisogna vedere come vengono trattate le questioni più importanti, “immigrazione, economia e da ultimo tantissimo la sicurezza e la sanità”, dice Singh, per comprendere fino a che punto le divisioni nelle varie compagini avranno un impatto diretto nelle intenzioni di voto degli indecisi.

Per ora sono tutti molto spaventati, perché la paura è comprensibile a tutti. L’arrivo del referendum, voluto da Cameron e sventolato a lungo come il momento della verità in cui finalmente si sarebbe capito che, con tutti i privilegi ottenuti in anni di negoziazioni, Londra ha un posto d’onore nell’Ue, un posto da difendere, ha cambiato molto l’atteggiamento dei cosiddetti eurofili.

   E’ difficile ipotizzare che il premier non fosse pronto a questo momento, visto che la questione europea tormenta la politica inglese da decenni, eppure il cambio di passo di Cameron, prima promettente e poi insicuro e nervoso, è evidente. E nell’incertezza, la paura è risultato il rifugio più accogliente. Per quanto strano possa sembrare, ora il “Project Fear” è legato più alla campagna per il “remain” che a quella per il “leave”.

   Il ribaltamento è avvenuto nel momento in cui è scoppiata la guerra civile nel mondo conservatore, dopo il tradimento degli alleati di Cameron, il sindaco (ancora per poco) di Londra, Boris Johnson, e in particolare il ministro della Giustizia, Michael Gove, amico di Cameron e uomo schivo che non aveva mai mostrato di voler giocare un ruolo di primissimo piano all’interno dei Tory. La Brexit non è soltanto la discussione su un matrimonio in crisi: è anche e soprattutto una lite sul futuro del paese, sulla visione del Regno Unito nel mondo,e, in modo più ombelicale, sul futuro della leadership dei conservatori, su “chi verrà dopo di me”. E’ così che dai discorsi su equilibrio e libertà si è passati alla paura.

Bisogna intendersi anche sul concetto di paura. Il Guardian, quotidiano di sinistra che sostiene il “remain” in un panorama mediatico sbilanciato a favore della Brexit, ha commentato l’ultimo capitolo del “Project Fear”, il report del Tesoro che parla di buchi enormi nei bilanci e nei portafogli inglesi in caso di uscita dall’Unione europea, dicendo: non si tratta di spaventare gli elettori, si tratta di dare un allarme su quali sono le conseguenze di un voto per il “leave”.

   Allo stesso modo, il quotidiano, assieme ad altri sostenitori del “remain” ha spiegato che il libriccino consegnato dal governo nelle case degli elettori, il famigerato leaflet costato in produzione e distribuzione 9 milioni di sterline, è una spiegazione del perché il Regno Unito sta meglio nell’Ue. Non tutto è paura, insomma. Come ha scritto Martin Wolf sul Financial Times, la volontà di evitare rischi costosi non implica paura, “è quel che fa la differenza tra gli adulti e i bambini”.

   Ma come raccontano alcune fonti londinesi, il problema principale di questa campagna elettorale è che nessuno si fida dei dati, cioè tutti sanno che ogni numero fornito, da entrambe le parti, è viziato dalla propria inclinazione nei confronti del referendum. Non esiste la verità, o come ha detto al Foglio Jean Pisani-Ferry, fondatore del think tank Bruegel e oggi a capo del centro studi del governo francese France Stratégie, “nulla al di fuori dallo status quo è dimostrabile”.

   Lunedì George Osborne, il cancelliere dello Scacchiere che sta vivendo uno dei momenti più cupi della sua leadership, lui che era il delfino prediletto di Cameron e ora si vede assediato da tanti altri rivali che rischiano di vincere il referendum e di spazzarlo via in un attimo, ha presentato lo studio del Tesoro sull’impatto della Brexit nel lungo periodo. Duecento pagine di analisi e grafici in cui si stabilisce che: il governo inglese perderebbe 36 miliardi di sterline (più di 45 miliardi di euro) in entrate sulle imposte, equivalente a un terzo del budget annuale riservato al Sistema sanitario, equivalente a 8 punti percentuali di tasse o a 7 punti percentuali di Iva.

   “Il risultato più probabile – ha detto Osborne – è che ogni famiglia perderà 4.300 sterline ogni anno per molti anni, ed è questo il prezzo che ognuno pagherà per la Brexit”. Se il Regno Unito dovesse adottare un modello in stile Canada, in cui rinegozia un nuovo accordo di scambio con l’Ue che non contenga l’odiata libertà di circolazione, il pil del paese si ridurrebbe del 6,2 per cento. “In ogni alternativa all’Ue – ha spiegato il cancelliere – faremmo meno commercio, meno business, avremmo minori investimenti, i salari sarebbero più bassi e i prezzi sarebbero più alti”. Questo è il prezzo della Brexit, secondo il governo.

Paura? Certo, ma come scriveva il Guardian si tratta di un allarme che è bene che risuoni nelle case degli elettori inglesi: il cambiamento ha un prezzo alto, poi non dite che non ve l’avevamo detto. Ma quel che è vissuto nel fronte del “remain” come un ammonimento, nel mondo del “leave” diventa “Project Fear”. Il Mirror, tabloid euroscettico, ha pubblicato un articolo intitolato così: “I sei allarmi più spaventosi sulla Brexit nel report del ‘Project Fear’ di George Osborne”.

   Ecco fatto. Alle prese con i numeri, il quotidiano prova a formulare altri scenari, utilizzando le previsioni fornite da altri istituti, ma dal momento che dare dettagli precisi è complesso e spesso fuorviante, si rifugia nella retorica. Primo punto: quando David Cameron lavorava come consulente del Tesoro negli anni Novanta, sbagliò tutte le previsioni sull’adesione agli accordi europei di cambio – figurarsi se possiamo fidarci di lui oggi. Secondo punto: come facciamo a prevedere lo stato dell’economia nel 2030? Nessuno può sapere che cosa accadrà, ogni previsione è per forza fallace.

In questo modo l’unica via d’uscita è la retorica. La retorica della paura. Michael Gove ha cercato di uscire da questo meccanismo quando, martedì, ha tenuto un discorso sull’Ue. Nel gioco delle parti, Boris Johnson è quello che la spara grossa, che riporta su carta, nelle sue column, o nei comizi le percezioni dirette degli euroscettici, senza troppi filtri.

   E’ comunicativo, è popolare, parla male dell’Europa fin da quando faceva il corrispondente a Bruxelles, passa dalle critiche alla cancelliera tedesca Merkel alle discussioni sulle sovvenzioni delle mucche spagnole, può dire tutto quel che vuole perché il pubblico ha più o meno imparato a fare la tara alle sue parole. Michael Gove è l’intellettuale, il calmo, il gentile, il riflessivo, poche parole ma giuste.

   Soprattutto, avendo rotto da poco il patto di governo con Cameron, Gove è un novizio, ha avuto la possibilità di impostare la sua campagna referendaria in modo originale e persino un po’ personale, puntando fin da subito sulle opportunità legate alla Brexit. Cioè Gove ha tentato di fare l’anti “Project Fear”, superando in un sol colpo il protezionismo impaurito di molti suoi colleghi del “leave” e il mantra sullo status quo rassicurante del governo.

Per questo nel suo discorso Gove ha parlato soprattutto di libertà. Andarsene dall’Europa significa avere più opportunità, più possibilità di negoziare trattati soddisfacenti, di attirare immigrati qualificati, di controllare il proprio sistema giudiziario e antiterrorismo e di poter gestire la propria economia in autonomia. La Brexit è libertà, ha detto Gove, e fin qui si può dire con una buona dose di certezza che il ministro è stato il più brillante e rassicurante dei sostenitori del “leave”.

   Alla libertà però Gove ha aggiunto anche il concetto di liberazione. La Brexit è liberazione dalle catene europee, è liberazione da “un’automobile in cui siamo bloccati e che porta dritti verso una maggiore integrazione”.

   Di più: la Brexit “scatenerà una serie di reazioni di liberazione” nel resto dell’Europa che porterà a uno scardinamento dell’ordine attualmente in vigore, che forse è la paura più grande che c’è in questa parte di mondo che fa da spettatore impotente, il timore che quel che avviene in Inghilterra possa diventare pretesto per interrogarsi ulteriormente anche sul continente sulla materia europea che spacca partiti e cuori.

   Il contagio della liberazione è terrore puro, e se come scrive lo Spectator deve esserci da qualche parte, sia nel “leave” sia nel “remain”, “un punto di mezzo felice”, pare che nessuno ancora l’abbia trovato, come nelle coppie in crisi in cui si parla soltanto dei calzini lasciati in giro, e di come starò bene quando tu non sarai più qui a dirmi quel che devo fare. (Paola Peduzzi)

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“TROPPE PAURE E INDIVIDUALISMI IL FUTURO DELLA UE È A RISCHIO”

– Parla il sociologo francese MARC LAZAR: “L’Unione è oramai una sorta di capro espiatorio su cui tutti sparano a zero. Per evitare che si disgreghi occorre una vera battaglia culturale” – Serve una riforma delle istituzioni Per capire dove stiamo andando, il referendum sulla Brexit sarà decisivo

intervista di Anna Lombardi, da “la Repubblica” del 9/5/2016

«La paura è senz’altro il tratto unificante dell’Europa in questo momento. Insieme, come mostrano i dati analizzati da Demos, a un grande senso di ripiegamento che non lascia molta speranza sul futuro del progetto europeo». MARC LAZAR, professore di storia e sociologia politica all’Istituto di Studi Politici di Parigi Sciences Po e alla Luiss di Roma, non è particolarmente ottimista. «L’Europa è diventata una sorta di capro espiatorio su cui tutti sparano a zero. E anche se la sua storia è stata fatta anche da questi grandi momenti di crisi, che hanno spinto a trovare nuove soluzioni, ora, con i movimenti populisti scatenati, è sempre più complicato».

Che cosa ha determinato una crisi così profonda?

«Almeno tre elementi. Il primo è naturalmente legato alla complessità della situazione economica e politica che stiamo attraversando. Un altro è dovuto al fatto che i due principali modelli di integrazione europea, quello multiculturale britannico e quello dell’integrazione repubblicana francese, sono chiaramente in crisi. A questo va aggiunta la paura provocata dalla minaccia terroristica. Se davvero solo il 10 percento dei francesi è favorevole al mantenimento della libera circolazione delle persone, la spiegazione va cercata nel fatto che dopo gli attentati di Parigi i migranti sono associati all’idea che fra loro si insinuano i terroristi».

I dati sembrano mostrarci un’Europa sempre più disgregata anche dal punto di vista generazionale. I giovani sembrano più aperti, mentre la voglia di innalzare barriere cresce con l’età…

«Sarebbe interessante conoscere le differenze sociali all’interno delle diverse fasce di età analizzate, a maggior ragione fra i giovani. Mi sembra normale che chi ha un livello di istruzione più alto è più portato a vedere le barriere come un ostacolo. Mentre chi ha un livello di istruzione inferiore ed è magari in una situazione più difficile vede le cose diversamente. Ha più paura. Ovvio che la cosiddetta generazione Erasmus è potenzialmente più aperta. Per mettere le cose alla pari bisognerebbe inventare una qualche forma di Erasmus anche per chi non ha accesso agli studi universitari. Potrebbe essere un modo per non creare una generazione nella generazione di giovani declassificati, ancor più precari degli altri, che subiscono ingiustizia e forte ineguaglianza. C’è d’altronde un dato che mi colpisce molto proprio fra i giovani…»

Quale?

«L’accettazione della sorveglianza generalizzata nei luoghi pubblici. L’85 percento dei giovani fra i 18 e i 24 anni è favorevole. Numero che scende al 23 per cento se invece si tratta di leggere la posta privata, le email senza consenso. Differenza che resta impressionante anche nelle altre fasce di età. Siamo ormai una società sempre più individualista. Nello spazio pubblico la restrizione della libertà è accettata. Nella vita privata, il rispetto della libertà personale resta un valore. Un cambiamento culturale importante, che non credo dipenda solo dall’effetto Snowden».

Quale futuro si prospetta dai dati analizzati?

«L’Europa non può continuare così. Serve una riforma delle istituzioni, oltre alla ripresa economica e alla riduzione delle ineguaglianze sociali, e una nuova narrazione. Per capire dove stiamo andando, decisivo sarà il risultato del referendum britannico. Per scongiurare il peggio servirebbe una grande battaglia culturale. Purtroppo, a fare discorsi coraggiosi è rimasto solo papa Francesco: è lui che ci ricorda l’importanza della dimensione etica dell’Europa. Ma che sia il solo a farlo, dimostra quanto oggi sia debole la politica in Europa».

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NON SOLO CALCIO: L’INGHILTERRA MULTICULTURALE

Lettere

TRILOGIA DI LEICESTER

di Gianni De Fraja, 5/5/2016, da “LA VOCE.INFO” http://www.lavoce.info/

Scudetto da favola

Lascio a esperti sportivi la storia dello scudetto del Leicester City, un evento che i bookmaker davano a 5000 a 1 a inizio stagione, un prezzo migliore di quello che potrebbero pagare a chi ha scommesso che Bono sarà il prossimo papa. Di tutti gli aneddoti e le statistiche che ho visto, cito solo il fatto che il Leicester City quest’anno ha la seconda peggiore percentuale di passaggi effettuati e il terzo peggiore possesso di palla: segno che giocare come la Spagna non è l’unico modo per vincere. Sono andato solo poche volte allo stadio, mio figlio più spesso, anche come tredicenne non accompagnato (sì, qui si può), ma ho un legame affettivo di lunga data con la città di Leicester (pronuncia Lesta, popolazione mezzo milione, tredicesima area urbana del regno), e se la gioia calcistica non è la stessa che provai per i due mondiali dell’Italia, sono davvero contento che la straordinaria favola delle volpi si sia conclusa con il loro trionfo nella Premier League. Quando nel 1970 io e mio cugino seguimmo religiosamente in tv i mondiali di ciclismo su pista, tenutisi in un velodromo poi in triste disfacimento, non immaginavo certo che diciotto anni dopo proprio in quella città avrei avuto il mio primo posto di lavoro e acquistato la mia prima casa.

IMMIGRAZIONE A LEICESTER

Leicester mi accolse bene, così come nei decenni precedenti aveva accolto bene le VARIE ONDATE DI MIGRANTI DAI CARAIBI, DA INDIA, PAKISTAN E BANGLADESH, FINO ALLE MIGLIAIA DI INDIANI RESIDENTI IN UGANDA ESPULSI DA IDI AMIN NEGLI ANNI SETTANTA. I molti gruppi etnici sono rappresentati a tutti i livelli sociali e forse per questo l’integrazione funziona: appena arrivato, notai subito gli studi di avvocati e commercialisti con nomi indiani sulle targhe alla porta, e le Jaguar e Mercedes parcheggiate fuori, gli impiegati pubblici negli uffici, i tassisti, i negozianti, gli addetti alla pulizia, di origine chiaramente non-europea.

   Keith Vaz è uno dei più rispettati deputati inglesi e una rapida occhiata ai nomi dei consiglieri comunali rende l’idea di integrazione quanto una passeggiata per il mercato, una delle poche cose che un turista che si trovasse in città dovrebbe davvero visitare; senza omettere il banco della famiglia di Gary Lineker, ora gestito dal cugino.

   A Leicester i britannici europei sono in minoranza, al punto che nessuno se ne accorge: al mio arrivo, probabilmente ero solo io a notare di essere l’unico occidentale tra i clienti e i dipendenti del supermercato dove facevo la spesa. Tornato a Leicester da professore nel 2004, non ci faccio più caso neanch’io.

   Quando portavo mio figlio a giocare a calcio c’erano sì campi “caldi”, dove bisognava raccomandare ai ragazzi di non reagire agli insulti dei genitori dei ragazzi dell’altra squadra. Ma è un problema sociale, non etnico. I problemi di integrazione non sono certo assenti, in molte scuole dove solo una piccola percentuale dei bambini parla inglese in casa insegnare è un problema, e molte famiglie di classe media (bianche e non), se possono, mandano i figli in scuole fuori città.

   In generale però, Leicester riesce a fare della diversità culturale una virtù: un quinto della popolazione si dichiara musulmana e le moschee, nella zona nordovest, sono tranquille e di rado appaiono nella cronaca. Mi ha sempre affascinato la zona indù, il miglio d’oro di Belgrave Road, un’altra cosa che raccomanderei al turista affrettato. La passeggiata nell’orario tra il lavoro e la cena – tradizionale nella piazze italiane – gli inglesi non la fanno, ma gli indiani sì: e il 15 per cento dei cittadini di Leicester che si dichiara indù sembra convergere in Belgrave Road in gruppi di amici o di famiglia, molti sfoggiando eleganti abiti tradizionali, per fare un paio di vasche e guardare le vetrine: clima a parte, si potrebbe essere in India.

UN CAVALLO UN CAVALLO, IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

Se impiegare allenatori italiani fa bene al calcio inglese, forse al turismo italiano potrebbe far bene assumere manager turistici inglesi. Leicester, in passato basata sull’industria tessile povera e mal pagata (quando andavo a vedere possibili case da acquistare, in molti casi una delle stanze era interamente occupata da un enorme telaio, dove i proprietari producevano biancheria intima a cottimo), mantiene una base manifatturiera, ma sembra avere la capacità di creare turismo dal niente. Come fece Thomas Cook, la cui statua fuori dalla stazione non merita una visita, inventore del viaggio organizzato, che nel 1841 offrì la prima gita turistica in treno, da Leicester a Loughbourough. Oltre al centro spaziale, Leicester ha creato una delle principali nuove mete turistiche del mondo con la scoperta casuale, durante gli scavi per un parcheggio, di ossa che esami genetici hanno rivelato essere quelle di Riccardo III. Un bizzarro corteo funebre (passato tra l’altro davanti a casa mia), con i suoi attuali discendenti vestiti a lutto al seguito, portò le ossa di questo infanticida dal campo di battaglia che ne vide la morte alla cattedrale della città, prima per l’esposizione in una camera ardente che creò lunghissime code e poi per accoglierlo in modo definitivo. (Gianni De Fraja)

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LA LEZIONE DI LONDRA

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 9/5/2016

   L’elezione di Sadiq Khan a sindaco di Londra manda un segnale in una duplice direzione. Non solo in quella del rifiuto, indistinto e indiscriminato, della paura, del pregiudizio, della xenofobia in versione di islamofobia; ma anche contro una visione comunitarista e separatista, legata a una concezione dell’integrazione nella società funzionale solo al lavoro e al consumo, che alligna in alcuni settori delle comunità islamiche in Europa.

   II primo significato è evidente. Tanto più, come ha ricordato papa Francesco, in un tempo in cui l’Europa sembra aver scordato, sotto la spinta di nuovi e vecchi demoni, le sue radici pluraliste, quelle che hanno fatto dell’Unione un caposaldo di accoglienza e integrazione, e mentre anche al Brennero aleggiano i fantasmi di nuovi muri.

   Nella storia dei Paesi europei non sono mancati ministri o parlamentari musulmani: dalla Francia alla Germania, passando per l’Italia e la Gran Bretagna, non si tratta di una novità. Lo stesso Khan è stato sottosegretario nel governo di Gordon Brown e deputato.

   Ma questa era una partita che il “figlio del conducente di bus di Earlsfield” giocava in proprio, come conferma il voto londinese, in controtendenza con l’andamento elettorale del Labour nel Paese. Una partita che il primo sindaco musulmano della capitale ha vinto raccogliendo un consenso trasversale, anche fuori dai quartieri a alta concentrazione etnica e religiosa.

   A dimostrazione che quando l’elettorato percepisce l’identità religiosa di un candidato come non esclusiva, come parte delle sue molteplici identità, l’essere musulmano non diventa fattore escludente. I londinesi hanno apprezzato che Khan, non solo dicesse, ma dimostrasse nei fatti di essere, insieme, musulmano, britannico, europeo, laburista, difensore dei diritti umani.

   In quest’ultima veste professionale, Khan ha difeso anche clienti politicamente “scomodi”, come Louis Farrakhan, leader della Nazione dell’Islam, assurto alle cronache anche per le vicende legate alla morte di Malcom X, ma il suo farlo da avvocato, e non da militante, non ha intaccato la sua reputazione professionale.

   È stata questa molteplice identità che ha consentito a molti londinesi di condividere programmi e valori di Khan. Caratteristica rivelatasi vincente nella sfida con Goldsmith. Un percorso tanto più significativo nella Gran Bretagna del modello d’integrazione pluralista o multiculturalista, fondato sugli equlibri e i rapporti di forza tra diverse comunità.

   Un modello che spinge in avanti le politiche di riconoscimento della differenza culturale, sino a trasformare quelle comunità in “comunità non comunicanti”, e che premia, spesso, rappresentanze e leadership tanto dialoganti all’esterno quanto rigidamente identitarie sul piano interno.

   Al contempo, l’ingresso di Khan a City Hall parla anche ai molti musulmani che vivono in Europa come se non lo fossero. Parte di essi, per motivi di oggettiva o soggettiva esclusione, continuano a guardare ai Paesi dai quali provengono. Complice, oltre che una visione tradizionale dell’identità culturale e religiosa, la diffusione tecnologica che consente di ridurre le distanze. Un sindaco musulmano a Londra mostra che quel riflesso condizionato, funzionale al mantenimento di una certa differenza culturale e a un’integrazione volutamente parziale, frutto anche del timore di annacquare la propria identità, rappresenta una sfida anche per chi coltiva simili concezioni del mondo.

   E che né la tendenza alla vittimizzazione collettiva, né quella alla separatezza sembrano più strade praticabili. Anche perché solo la partecipazione all’interno di un comune terreno politico consente il superamento della discriminazione e della paura fondata sullo stereotipo del “cattivo musulmano” e dell’Islam come “religione del Nemico”.

   È prevedibile che il caso londinese alimenti, oltre alla volontà dei musulmani europei di sentirsi a pieno titolo parte della comunità civica in cui vivono, nuove candidature di immigrati di seconda o terza generazione. Opzione che non solo allarga il pluralismo ma, contrariamente a quanto ritengono i cantori dello “scontro di civiltà”, entra in rotta di collisione con le derive fondamentaliste fondate su totalizzanti concezioni della militanza politica e della religione tipiche degli islamisti. (Renzo Guolo)

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L’UTOPIA DI PACE SI È FATTA REALTÀ MA L’UNIONE EUROPEA VA DIFESA

di Enzo Moavero Milanesi, da “il Corriere della Sera” del 10/5/2016

– Robert Schuman, il ministro francese di cui si celebra la «Dichiarazione» del1950, tradusse in termini politici gli alti ideali di pochi e colse gli auspici inconsci di molti –

   In Europa, la data del 9 maggio rappresenta una sorta di «festa nazionale»: celebra l’unificazione europea e ne ricorda gli inizi, con la dichiarazione di Robert Schuman, del 1950. Quel giorno, l’allora ministro degli esteri francese, ispirato da un forte ideale, si rivolge alla Germania, proponendo un piano di condivisione delle due risorse chiave dell’economia industriale, il carbone e l’acciaio.

   Un’idea rivoluzionaria, per l’epoca, considerato che per la supremazia economica e, in particolare, per il possesso di territori di produzione di tali risorse, le due nazioni si erano combattute in una pluridecennale, terribile, sequenza di conflitti. Una lunga, atroce guerra civile europea che, via via, aveva coinvolto molti Stati del Vecchio continente e del mondo intero.

   La proposta di Schuman trova un seguito nient’affatto scontato. Era rivolta alla Germania e «a tutti i Paesi che vorranno aderirvi»; come sappiamo, saranno quattro: Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Italia. Per i primi tre, era abbastanza ovvio, ma non per noi; geograficamente periferici rispetto agli altri cinque, con risorse minerarie e industriali marginali nei due settori.

   Il governo italiano, presieduto da Alcide De Gasperi, fece una scelta politica coraggiosa. Dalle parole di Schuman scaturisce la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), l’antesignana dell’attuale Unione Europea, e soprattutto si apre un’inedita e stabile era di pace, piena libertà e democrazia in Europa.

Indubbiamente, sotto questi profili, il risultato «comunitario» è positivo; lo dimostrano le esperienze dei Paesi che vi aderiscono uscendo da dittature reazionarie, dall’orbita ex sovietica o dalla dissoluzione del loro Stato originario. Inoltre, la collaborazione economica ha contribuito ad aumentare il benessere della popolazione europea.

   Ciò malgrado, oggi, pensiamo all’Unione con insofferenza e spesso ostilità. Naturalmente, le ragioni di questi sentimenti negativi sono molteplici e complesse. Possono, peraltro, ricondursi a TRE ORDINI DI MOTIVI. Il PRIMO è la tendenza a considerare acquisito ciò che reputiamo utile, fra gli effetti di 60 anni d’integrazione; ci illudiamo siano irreversibili e ci focalizziamo su quello che non va. Il SECONDO attiene proprio a quest’ultima prospettiva: ciascuno di noi può enumerare le incompiute, gli eccessi, le macchinosità di un assetto di regole e istituzioni complicate, che sovente non comprendiamo. Il TERZO — grave — riguarda le carenze di coloro che hanno la responsabilità politica di guidare l’Europa e i suoi Stati.

   Tutti questi elementi si sono accumulati nel tempo e sono esplosi con i drammatici eventi della crisi economica e delle migrazioni.

   L’insoddisfazione crescente nelle aspettative degli europei è, inoltre, alimentata dal subdolo contrasto fra un’Unione che può agire solo laddove le è stata attribuita una competenza dai governi nazionali e quest’ultimi che si arroccano sulle loro prerogative sovraniste.

   Eppure, se leggiamo la dichiarazione di Schuman, la sua visione è limpida: «…L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto… basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea…». Ci sono concetti chiave, di stretta attualità: «Pace… fini pacifici», «solidarietà… unificazione», «sviluppo economico… progresso… piano d’investimenti», «rialzo del livello di vita… condizioni della manodopera»; e — si badi — «sviluppo del continente africano».

   Idee allora lungimiranti che, rilette adesso, quasi deprimono: talmente le abbiamo viste scopiazzate e riproposte nei discorsi di generazioni di politici europei. Schuman tradusse in termini politici le utopie di pochi e colse gli auspici inconsci di molti: dalle parole, seppe passare ai fatti, superare strenui critici e avversari e conseguire il necessario assenso per un trattato fra secolari nemici.

   Al contrario, ai giorni nostri, i governi di Stati, membri di una medesima Unione, oramai da decenni interdipendenti, hanno smarrito la capacità di lavorare insieme. La data del 9 maggio invita a pensare a cosa sarebbe accaduto, in Europa, se Schuman, anziché proporre un’innovativa collaborazione, avesse vessato la Germania, come fece Georges Clemenceau a Versailles; o se Konrad Adenauer si fosse ripromesso una rivincita; o se De Gasperi avesse seguito le sirene protezioniste e obiettato alle regole comuni europee.

   E’ storia, ma sembra cronaca. Deve riflettere chi ha responsabilità di governo e, per inseguire il consenso di un’opinione pubblica spaventata, preferisce opzioni che la compiacciano, con orizzonte nazionale e di breve respiro. Schuman nella sua dichiarazione ci offre un’agenda — un «compact», per chi ama le terminologie di moda — di sconcertante pertinenza ai problemi che ci affliggono, nonché un metodo per far convergere interessi diversi, sperimentato, con successo.

   In fondo, c’è poco da inventare, basterebbe seguirlo, bandendo egoismi e arroganza, ritrovando lo slancio ideale e una robusta dose di concretezza. (Enzo Moavero Milanesi)

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