DEMOGRAFIA che cambia: l’impetuosa mobilità globale mette in crisi dati e casualità dei suoi parametri (natalità, mortalità…) – L’IMMIGRAZIONE verso i Paesi del Nord del mondo, l’EMIGRAZIONE dai Paesi ricchi (l’Italia, in declino), chiede una DEMOGRAFIA utile a un governo mondiale di pace e sviluppo di tutti

SONO OLTRE 244 MILIONI: LE PERSONE NEL MONDO CHE VIVONO IN UN PAESE DIVERSO RISPETTO A QUELLO DI NASCITA (SU UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 7 MILIARDI DI PERSONE) – Dal Duemila a oggi un incremento del 41% - A rivelarlo è l'ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all'estero” (Iimmagine tratta da www.cartadiroma.org/)
SONO OLTRE 244 MILIONI: LE PERSONE NEL MONDO CHE VIVONO IN UN PAESE DIVERSO RISPETTO A QUELLO DI NASCITA (SU UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 7 MILIARDI DI PERSONE) – Dal Duemila a oggi un incremento del 41% – A rivelarlo è l’ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all’estero” (Iimmagine tratta da http://www.cartadiroma.org/)

   La popolazione europea è in declino, ma in modo diversificato da paese a paese. Più colpiti sono i paesi grandi e con poco sostegno alla natalità (come l’Italia). E una popolazione in declino viene vissuta anche come fenomeno di declino culturale, economico, politico, di gioia di vivere… a una mancanza di entusiasmo per il presente e ancor di più per il futuro.

   Pertanto è una cosa estremamente seria. Parlando della scienza demografica, della DEMOGRAFIA (più nati, meno nati…la mortalità…), si capisce come oramai questa scienza sociale abbia cambiato i suoi parametri, almeno nel contesto della realtà di questi tempi.

LA PIRAMIDE DEMOGRAFICA, utilizzata in STATISTICA, è una RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DELLA POPOLAZIONE PER CLASSE D’ETÀ CHE DESCRIVE L’ANDAMENTO DEMOGRAFICO, generalmente distinguendo tra maschi e femmine. Sull’asse verticale vengono raffigurate le CLASSI DI ETÀ, mentre in ascissa – l’asse orizzontale – viene rappresentata la NUMEROSITÀ DELLA POPOLAZIONE DELLA CLASSE DI ETÀ in questione. (…) Una piramide larga alla base e stretta sulla cima rappresenta una popolazione in crescita, con un elevato potenziale di forza lavoro per il futuro. Viceversa una piramide più corposa nella parte superiore è la raffigurazione di un paese in declino demografico e con probabili problemi di spesa previdenziale
LA PIRAMIDE DEMOGRAFICA, utilizzata in STATISTICA, è una RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DELLA POPOLAZIONE PER CLASSE D’ETÀ CHE DESCRIVE L’ANDAMENTO DEMOGRAFICO, generalmente distinguendo tra maschi e femmine. Sull’asse verticale vengono raffigurate le CLASSI DI ETÀ, mentre in ascissa – l’asse orizzontale – viene rappresentata la NUMEROSITÀ DELLA POPOLAZIONE DELLA CLASSE DI ETÀ in questione. (…) Una piramide larga alla base e stretta sulla cima rappresenta una popolazione in crescita, con un elevato potenziale di forza lavoro per il futuro. Viceversa una piramide più corposa nella parte superiore è la raffigurazione di un paese in declino demografico e con probabili problemi di spesa previdenziale

   A determinare la crescita e la diminuzione della popolazione non sono più la correlazione di dati come una volta erano la natalità e mortalità, la riproduttività, la sopravvivenza (cose legate al miglioramento delle condizioni di vita, sanitarie, economiche, della popolazione), bensì i fattori globali, in primis gli IMMIGRATI che arrivano (in “entrata” pertanto), e dall’altra un ben minore ma lo stesso consistente (e da considerare) fenomeno di GIOVANI CHE SE NE VANNO DAL LORO PAESE (questo in particolare da noi in Italia), che emigrano, cioè un fenomeno “in uscita”.

POPOLAZIONE ITALIA - DATI ISTAT DEL 2015
POPOLAZIONE ITALIA – DATI ISTAT DEL 2015

   Il trend demografico del prossimo futuro mai come adesso può essere stabilito da scelte politiche: se i politici le sapranno fare, le scelte: cioè decidere se incentivare l’immigrazione “usandola” come motivo di aumento dei consumi e così di ripresa dello sviluppo, oppure creare sviluppo e/o pace nei paesi di origine dei flussi migratori (cosicché da disincentivare le partenze); oppure combatterla (l’immigrazione) fortemente optando per una società “chiusa” e convinta che solo così ci sarà ricchezza e servizi a sufficienza nel futuro per la propria limitata popolazione.

DENSITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE NELLE VARIE AREE GEOGRAFICHE
DENSITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE NELLE VARIE AREE GEOGRAFICHE

   Pertanto, quello che tentiamo di dire qui, è che lo studio della demografia in passato (anche in tempi recenti: mettiamo come data il 1990, cioè l’anno dopo la caduta della divisione del mondo in est e ovest e l’inizio del fenomeno migratorio nord-sud e est-ovest), la demografia fino a più o meno venticinque anni fa era data da un trend di popolazione che cresceva in modo assoluto in alcuni paesi poveri e declinava già nei paesi ricchi. Ma era un trend “conoscibile” da fenomeni sociologici “storici”: i paesi poveri dove le famiglie decidono di fare molti figli, oppure in quelli ricchi le donne che si emancipavano e facevano meno figli, le coppie meglio consapevoli nel mettere al mondo nuovi nati, le guerre che facevano cadere l’aumento di popolazione, le possibili epidemie o carestie; oppure più recentemente fenomeni “sanitari” (i progressi della medicina, dei servizi di igiene pubblica, l’igiene personale che ha incentivato la salute…)…. Fino ad allora la scienza demografica si confrontava così con il rapporto tra natalità e mortalità, riproduttività, sopravvivenza, adesso l’interesse demografico è concentrato necessariamente sulla MOBILITA’ DELLE PERSONE nel contesto mondiale, planetario.

   Ecco, ora natalità e mortalità assumono una rilevanza meno prioritaria, meno importante. Ora il vero standard che incide nello studio della scienza demografica, è il fenomeno tanto evocato e temuto decine di anni fa (ma senza darci in definitiva molto peso, grande importanza, solo un esercizio dialettico di retorica…), cioè del SUD DEL MONDO che, accortosi attraverso l’informazione globale che al nord come individuo, come popolo, come “propria famiglia” si sta molto meglio (nelle condizioni della quotidianità) che nella povertà e miseria del proprio ambiente di vita, e allora si decide di partire “per il Nord”.

piramide demografico come grafico per età e stati civile, nel 2015 in Italia (tratto da www.tuttitalia.it/)
piramide demografico come grafico per età e stato civile, nel 2015 in Italia (tratto da http://www.tuttitalia.it/)

   E adesso, con le crisi di guerra che ci sono nel Medio Oriente e in Africa, le difficoltà gravi economiche di molti Paesi dell’America Latina, con il FENOMENO AMBIENTALE che sempre più si fa sentire nei paesi più a rischio (inquinamento, aumento delle temperature, siccità, estendersi della desertificazione…), la partenza per luoghi (il Nord Europa, il Nord America) simbolo di ricchezza e prosperità, è ancor di più incentivata (si parte “costi quel che costi”…).

   Pertanto il FENOMENO DEMOGRAFICO adesso è tutto qui: nell’immigrazione che non si arresta; nelle risposte che i popoli interessati all’arrivo di nuove persone (profughi di guerra o di miseria… ma anche probabilmente giovani non più disposti a restare in Paesi dove la vita non è entusiasmante e c’è il desiderio di vedere altre terre, altri luoghi…), ebbene a tutto questo la demografia è costretta ad interrogarsi e provare a dare risposte, pur partendo dalla lucida e scientifica “natura del fenomeno” di sviluppo o declino di una popolazione in un determinato luogo.

E' l'AFRICA il continente che cresce di più (in alcune aree si supera il 3%), e con queste proiezioni si prevede che nel 2100 L'AFRICA CONTERÀ 3,9 MILIARDI DI INDIVIDUI (adesso sono circa 1 miliardo), quando appunto la popolazione mondiale è previsto sia intorno ai 10 miliardi. Un terzo abbondante dell'umanità nel 2100 vivrà in Africa. Attualmente l’Africa è il continente più giovane: la maggior parte della popolazione non è neanche maggiorenne… l’età media si aggira in tutto il continente tra i 16 e i 28 anni e nei cinque paesi più giovani si aggira intorno ai 15
E’ l’AFRICA il continente che cresce di più (in alcune aree si supera il 3%), e con queste proiezioni si prevede che nel 2100 L’AFRICA CONTERÀ 3,9 MILIARDI DI INDIVIDUI (adesso sono circa 1 miliardo), quando appunto la popolazione mondiale è previsto sia intorno ai 10 miliardi. Un terzo abbondante dell’umanità nel 2100 vivrà in Africa. Attualmente l’Africa è il continente più giovane: la maggior parte della popolazione non è neanche maggiorenne… l’età media si aggira in tutto il continente tra i 16 e i 28 anni e nei cinque paesi più giovani si aggira intorno ai 15

   L’orizzonte demografico europeo (per restare a noi) dipende, dunque, dai ritmi d’immigrazione: una variabile impossibile (ora) da prevedere nella sua futura dimensione, proprio perché legata a fenomeni globali (ad esempio guerre e terrorismo, come accade ora in Siria, Libia e tanti altri Paesi del Sud e del Medio Oriente, e dall’altra, alle ancora non del tutto prevedibili decisione e scelte nelle politiche adottate dai vari paesi di possibile accoglienza, di destinazione dei migranti…).

   Su questo si inserisce l’analisi del declino (tutto interno, “autoctono”) della popolazione europea e in particolare di alcuni Paesi a dimensione di popolazione considerevole (come il caso nostro italiano, ma anche di Germania, Polonia, Spagna…. all’est, considerando la Russia europea, il fenomeno è ancora più grave…).

GIAPPONE: COSÌ LA DEMOGRAFIA CONDANNA A MORTE UNA SOCIETÀ – “Nuovi studi dicono che IL GIAPPONE È DESTINATO A PASSARE DAGLI ATTUALI 126 MILIONI A 86 MILIONI NEL GIRO DI CINQUANT’ANNI, quando diventerà la più vecchia società che l’umanità abbia mai conosciuto. Il Giappone è anche il primo grande paese sviluppato a mostrarci cosa accade a UNA SOCIETÀ CHE SCOMPARE PER SCELTA, ATTRAVERSO TASSI DEMOGRAFICI SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DEL GENERE UMANO. Nessuno studioso è ancora riuscito a decifrare il mistero di un grande e ricchissimo paese, libero e prospero, che non ha conosciuto conflitti interni ed esterni per settant’anni, e che sceglie il suicidio collettivo e l’estinzione. Il Giappone, infatti, ha anche il record mondiale di suicidi fra i paesi sviluppati. La chiamano “spirale della morte”. La bassa fertilità è una trappola e ci vogliono decenni per uscirne, se mai un paese riuscisse a invertire la terribile tendenza. IL GIAPPONE VIENE PRIMA DI GERMANIA, SPAGNA, GRECIA, RUSSIA E ITALIA, gli altri grandi paesi occidentali con tassi demografici simili. Le culle sono vuote.” (Giulio Meotti, dal FOGLIO QUOTIDIANO del 11/2/2016)
GIAPPONE: COSÌ LA DEMOGRAFIA CONDANNA A MORTE UNA SOCIETÀ – “Nuovi studi dicono che IL GIAPPONE È DESTINATO A PASSARE DAGLI ATTUALI 126 MILIONI A 86 MILIONI NEL GIRO DI CINQUANT’ANNI, quando diventerà la più vecchia società che l’umanità abbia mai conosciuto. Il Giappone è anche il primo grande paese sviluppato a mostrarci cosa accade a UNA SOCIETÀ CHE SCOMPARE PER SCELTA, ATTRAVERSO TASSI DEMOGRAFICI SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DEL GENERE UMANO. Nessuno studioso è ancora riuscito a decifrare il mistero di un grande e ricchissimo paese, libero e prospero, che non ha conosciuto conflitti interni ed esterni per settant’anni, e che sceglie il suicidio collettivo e l’estinzione. Il Giappone, infatti, ha anche il record mondiale di suicidi fra i paesi sviluppati. La chiamano “spirale della morte”. La bassa fertilità è una trappola e ci vogliono decenni per uscirne, se mai un paese riuscisse a invertire la terribile tendenza. IL GIAPPONE VIENE PRIMA DI GERMANIA, SPAGNA, GRECIA, RUSSIA E ITALIA, gli altri grandi paesi occidentali con tassi demografici simili. Le culle sono vuote.” (Giulio Meotti, dal FOGLIO QUOTIDIANO del 11/2/2016)

   E le culle vuote di bambini nati da coppie italiche è certo un qualcosa su cui domandarsi perché accade e cosa fare per rimediare ad esso. Quest’ultimo è l’aspetto tradizionale della demografia su cui, nell’epoca globale di sommovimenti (miseria, guerre, cambiamenti climatici) c’è poco tempo per soffermarsi (ma si dovrebbe farlo di più… in questo post ci proviamo un po’). (s.m.)

…………………….

DENSITA' DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN AREE PROVINCIALI
DENSITA’ DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN AREE PROVINCIALI

DEMOGRAFIA È DESTINO

di Massimo Livi Bacci, da LIMES, 1/4/2016

– Le proiezioni danno la popolazione europea in declino, ma in modo difforme. Più colpiti saranno i paesi grandi e con poco sostegno alla natalità, come l’Italia. Gli effetti sociali ed economici. I rischi geopolitici. L’immigrazione come antidoto alla senescenza. – 

   Quasi ottant’anni fa, in un famoso discorso tenuto alla Eugenics Society, John Maynard Keynes affermò: «Una popolazione crescente ha un’importante influenza sulla domanda di capitale. Non solo la domanda di capitale aumenta – al netto del progresso tecnico e del miglioramento delle condizioni di vita – in approssimativa proporzione alla popolazione. Ma poiché le aspettative degli imprenditori si fondano più sulla situazione attuale che su quella futura, un’èra di popolazione crescente tende a promuovere l’ottimismo, dato che la domanda tenderà a superare le aspettative, piuttosto che deluderle».

   In un’èra di popolazione declinante, aggiungeva Keynes, avviene invece il contrario: «La domanda tende a deludere le aspettative e una situazione di eccesso d’offerta è difficile da correggere, sicché si può determinare un’atmosfera di pessimismo. (…) Il primo effetto del cambiamento da una popolazione crescente a una declinante può essere disastroso»

   Per Keynes e i keynesiani, fino ai nostri giorni, IL DECLINO DELLA POPOLAZIONE AVREBBE LO STESSO EFFETTO OGGI IMPUTATO ALLA DEFLAZIONE: UN RINVIO DEGLI ACQUISTI DA PARTE DEI CONSUMATORI, UN CONSEGUENTE CALO DEGLI INVESTIMENTI DA PARTE DELLE IMPRESE, UN CEDIMENTO DELLA DOMANDA, l’arresto o l’inversione di segno della crescita.

   Prima di continuare, occorre chiedersi: MA IL FUTURO DELLA POPOLAZIONE EUROPEA È DAVVERO IL DECLINO? La risposta, deludente per chi si aspetta indicazioni certe, è: DIPENDE. NON tanto DAI FATTORI DI BASE che determinano la dinamica intrinseca della popolazione – natalità e mortalità, riproduttività e sopravvivenza – ma da quelli estrinseci, legati alle ENTRATE E alle USCITE, cioè all’IMMIGRAZIONE e all’EMIGRAZIONE.

   Se consideriamo solo i primi (c’è un discreto consenso sull’aumento ulteriore della longevità e su una lieve ripresa della natalità) e immaginiamo un’Europa a porte chiuse, la prospettiva è il declino. Da qui al 2050 la popolazione diminuirebbe del 10% circa (da 738 a 665 milioni): apparentemente non un declino catastrofico, ma preoccupante perché si articola in un -22% per la popolazione in età attiva tra i 20 e i 70 anni e in un +62% per quella oltre tale età (gli ultrasettantenni nel 2050 sarebbero molto più numerosi dei giovani sotto i 20 anni), con ovvie implicazioni economico-sociali.

   SE invece CONSIDERIAMO LE MIGRAZIONI e presupponiamo il proseguire di flussi paragonabili a quelli dell’ultimo decennio, sia pure a ritmi più moderati, il declino sarebbe più lieve: -4% in totale e -16% per la popolazione attiva, accompagnato però dal fortissimo aumento degli anziani (+64%).

   Questi numeri valgono per l’insieme dell’Europa, ma con qualche disuguaglianza interna: al netto dell’immigrazione, CRESCEREBBERO FRANCIA, REGNO UNITO, SVEZIA, NORVEGIA e IRLANDA. TUTTI GLI ALTRI paesi DIMINUIREBBERO, SPECIE quelli più popolosi: RUSSIA, GERMANIA, ITALIA, SPAGNA, POLONIA.

   La velocità della discesa, poco percettibile nei primi anni, accelererebbe nel corso del periodo considerato. L’ORIZZONTE DEMOGRAFICO EUROPEO DIPENDE, DUNQUE, DAI RITMI D’IMMIGRAZIONE: una VARIABILE assai difficile da prevedere, perché LEGATA – tra l’altro – alle politiche adottate dai vari paesi. Un esempio che ci riguarda da vicino è il seguente: le previsioni pubblicate nel 2002 dalle Nazioni Unite (con ipotesi condivise dalla comunità scientifica) consegnavano Italia e Spagna al declino demografico, prevedendo una popolazione complessiva di meno di 97 milioni nel 2015.

   Tuttavia, l’anno scorso, la popolazione dei due paesi è risultata – secondo i loro uffici statistici – di oltre 107 milioni: la rivoluzione migratoria della prima parte del XXI secolo non era stata prevista, di certo non nelle dimensioni in cui si è manifestata.

Queste considerazioni sono utili anche a comprendere le posizioni politiche in merito alla questione migratoria che angustia e divide l’Europa. Una parte dei paesi europei – Francia, Regno Unito e paesi nordici – in ragione della loro demografia equilibrata, o comunque orientata a un moderato declino, non ritengono l’immigrazione essenziale al loro sviluppo.

   Londra ritiene anzi che la crescita demografica prevista sia eccessiva e che vada attuato un robusto contenimento dell’immigrazione. In genere, in questi paesi l’immigrazione è ritenuta utile solo se ricca di «capitale umano», cioè per dirla in buon italiano, quando è istruita, tecnicamente e professionalmente preparata e disposta a integrarsi con facilità.

   È vero che in molti di questi paesi l’invecchiamento procede di buon passo, però si ritiene che possa essere contrastato dalle politiche di «invecchiamento attivo»: il miglioramento della salute degli anziani e la loro accresciuta cultura, l’estensione della vita attiva, adeguate riforme del mercato del lavoro, investimenti in tecnologia e lo smaterializzarsi dei processi produttivi, i cui addetti necessitano di sempre minori sforzi fisici.

Questa posizione è condivisa anche da altri paesi la cui demografia è assai più evanescente ed è molto popolare tra gli economisti e altri studiosi, nonché presso molte influenti istituzioni. Assai diverse sono le posizioni dei paesi nei quali la demografia appare decisamente orientata a un avvitamento negativo.

   Non c’è molto ottimismo circa una decisa inversione della loro bassissima natalità, anche perché le politiche per la famiglia, le nascite e l’infanzia sono molto onerose per i bilanci pubblici. I processi d’invecchiamento sono molto rapidi, la necessità dell’apporto migratorio evidente. La crisi e il conseguente aumento della disoccupazione hanno attenuato la percezione delle implicazioni negative di queste tendenze di fondo, che tuttavia presto ridiverranno pressanti. Certo, le negative conseguenze economiche e sociali dell’invecchiamento demografico possono essere attenuate nei modi sopra descritti, ma non cancellate, data la rapidità del fenomeno.

   Due esempi a contrasto: nell’«equilibrata Francia» l’età mediana della popolazione passerebbe da 41 a 44 anni, ma nelle confinanti «squilibrate» Germania e Italia, salirebbe da 46 a 53- 54 anni, quasi dieci anni in più. Nel caso francese, l’invecchiamento ha un corso moderato e sicuramente gestibile; in Germania e in Italia è dubbio che gli effetti negativi possano essere contenuti.

   La maggior parte del continente europeo (Francia, Regno Unito e paesi nordici ne rappresentano meno di un quarto) è accomunata da fenomeni di ripiegamento demografico e rapido invecchiamento. Il senso comune tende a rifiutare il catastrofismo e i timori esagerati sul declino della civiltà occidentale che da cent’anni (almeno dal Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, pubblicato nel 1922) riemergono periodicamente con rinnovata intensità.

   Ma se la posizione catastrofista è inaccettabile, non è nemmeno realista la posizione di quanti, e sono molti, tendono a minimizzare le conseguenze negative di una popolazione declinante.

Il peso economico e demografico dell’Europa nel sistema globale è andato rapidamente scemando nel corso del tempo e continuerà a ridursi: l’Europa conteneva quasi un abitante su quattro del mondo all’inizio del secolo scorso, oggi ne contiene uno su dieci e ne conterrà uno su quattordici nel 2050.

   Cent’anni fa, secondo le elaborazioni di Angus Maddison, l’Europa produceva poco meno della metà del pil mondiale, contro circa un quarto di oggi. Poco male, si dice: l’Europa sia pure demograficamente ed economicamente più piccola nel contesto mondiale. Ciò che vale, in fin dei conti, è il benessere individuale, non la dimensione demografico-economica di un paese. Non c’è ragione che una contrazione, anche sostenuta, della popolazione possa tradursi in un impoverimento o in un arresto della crescita. Ma questa posizione è difficilmente sostenibile, per due ragioni.

   La prima, assai ovvia, è che a parità di condizioni un paese più grande (per popolazione ed economia) è un paese che conta di più nel contesto geopolitico, perché gestisce risorse maggiori che nel bene o nel male possono influenzare i rapporti internazionali. Per esempio può mettere a disposizione maggiori risorse per la cooperazione, per gli interventi umanitari, per gli aiuti allo sviluppo. Oppure, per rifornire di materiale bellico uno Stato aggressivo o sobillare conflitti. Insomma, le dimensioni di un paese contano, anche se non influenzano il benessere individuale.

   La seconda argomentazione è complessa e dev’essere articolata. Il contrarsi di una popolazione accelera e accentua il processo di invecchiamento, che in questa fase storica, anche per l’aumento continuo della longevità, riguarda tutta l’Europa. Gli economisti spiegano che una compressione del benessere (o una sua stasi) avviene se, in conseguenza dell’invecchiamento (cioè del progressivo aumento relativo degli anziani rispetto agli adulti e ai giovani), diminuisce la produttività della forza lavoro (cioè, del prodotto pro capite dei lavoratori). Ne deriva che è cruciale conoscere quale sia l’andamento della produttività nel ciclo di vita di ogni persona.

   Sono moltissimi gli studi che si cimentano con questa questione e da molti punti di vista. Una conclusione equilibrata è che LE PERFORMANCE DEI LAVORATORI TENDONO A DECLINARE DOPO UNA CERTA ETÀ, soprattutto per quelle attività che richiedono capacità di risolvere i problemi, velocità di reazione, attitudine ad apprendere cose nuove. Queste capacità si attenuano progressivamente con l’età: una tendenza che può essere contrastata, ma non annullata, da una migliore organizzazione del lavoro, dalla migliore salute e dalla maggiore efficienza fisica degli anziani, dal loro crescente livello d’istruzione, dal progresso tecnico.

   Sull’altro piatto della bilancia va posto il MAGGIORE ASSENTEISMO DEGLI ANZIANI, IL MINOR VIGORE FISICO, LA CRESCENTE INCIDENZA, CON L’ETÀ, DI MALATTIE INVALIDANTI. È dunque indubbio che per gran parte delle mansioni e delle funzioni l’invecchiamento individuale si accompagni a una certa diminuzione dell’efficienza e che lo stesso avvenga in una collettività di lavoratori, man mano che la loro composizione per età si modifica a favore delle componenti più anziane.

   Può darsi che tutto questo non sia un grande ostacolo allo sviluppo, ma non è certo un elisir tonificante.

C’è però un altro livello di funzioni nell’economia e nella società per le quali l’invecchiamento ha sicuramente un’azione frenante. L’INVENZIONE, L’INNOVAZIONE, L’ASSUNZIONE DEL RISCHIO, L’IMPRENDITORIALITÀ SONO PREROGATIVE SPECIFICHE DEI GIOVANI CHE DECRESCONO RAPIDAMENTE CON L’ETÀ. Le grandi scoperte che hanno valso – magari decenni dopo – l’assegnazione di un Nobel nelle materie scientifiche sono state fatte da scienziati giovani, per lo più tra i 30 e i 40 anni. Idem dicasi per le tante opere d’ingegno che accendono o sostengono lo sviluppo, o per le imprese di successo.

   Una società che invecchia rapidamente trova compresse queste qualità; si trova, per così dire, con un motore meno potente e meno brillante.

TIRIAMO LE SOMME: i prossimi decenni ci consegneranno un’Europa più piccola, con qualche handicap in più per la crescita legato all’invecchiamento. Niente di catastrofico se si corre opportunamente a quei ripari che lo strumentario delle politiche economiche e sociali può fornire.

   In prima linea c’è sicuramente l’intensificazione degli investimenti in istruzione e formazione, insomma in capitale umano, particolarmente scarso nel nostro paese; ma anche le politiche sociali che incentivano la natalità e le politiche migratorie.

   La natalità è pericolosamente bassa in buona parte dell’Europa. Espressa in termini di numero medio di figli per donna, nel 2010-15 è stata pari a 1,6; 1,6 in Russia (che ha messo in atto una costosissima e insostenibile politica di trasferimenti alle coppie con figli); 1,4 in Germania, Italia e Polonia; 1,3 in Spagna. Tra i grandi paesi, solo Francia (2,0) e Regno Unito (1,9) esprimono livelli appena equilibrati.

   Nei limiti delle disponibilità dei bilanci pubblici, occorre puntare su quelle politiche o su quei movimenti sociali che favoriscano una maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro; che attenuino o cancellino le asimmetrie di genere nelle attività domestiche e nella cura dei figli; che invertano il forte ritardo accumulato dai giovani nel diventare autonomi e quindi capaci di fare scelte riproduttive.

   Fare figli implica una certa sicurezza economica, che si consegue più facilmente quando la famiglia ha due fonti di reddito (lavoro femminile); quando i costi della cura dei figli non ricadono esclusivamente sulle spalle delle donne (riduzione delle asimmetrie di genere); quando i giovani sono autonomi e responsabili e non indotti a rinviare le scelte.

   I paesi avviati da tempo in questo solco sono, in Europa, quelli con migliore natalità: paesi nordici, Regno Unito e Francia, per l’appunto. Le politiche di sostegno alla natalità, tuttavia, sono lente nel produrre i loro frutti – quando li danno.

   ALTRO È IL DISCORSO PER LE MIGRAZIONI: i bambini occorre desiderarli, metterli al mondo, farli crescere. I potenziali migranti sono invece disponibili in un numero che è un multiplo della potenziale domanda. Ma di fronte all’immigrazione, la risposta europea è inadeguata, dissonante, perfino impossibile, visto che il Trattato di Lisbona mantiene in capo agli Stati il diritto di ammettere sul proprio territorio i migranti che vuole, quando li vuole e quanti ne vuole.

   LE RAGIONI del marasma europeo, aggravato dalla crisi mediorientale e dalla inetta gestione dei flussi di profughi, SONO IDEOLOGICHE, POLITICHE, ma anche ECONOMICHE.

   IDEOLOGICHE – al netto degli aspetti più deteriori di pura xenofobia o convinto razzismo – perché collegate a una sorta di nativismo che nella forma più blanda e ragionevole vede nell’immigrazione un pericolo per la coesione sociale e culturale.

   Si argomenta che la coesione è un bene primario da proteggere, un capitale prezioso, e pertanto si giustificano le politiche di chiusura o di forte limitazione all’immigrazione. Maggiore è la distanza culturale tra immigrati e autoctoni, maggiore è la minaccia alla coesione. Questa posizione non considera il fatto che nel caso di molti paesi europei il declino demografico può provocare impoverimento e nuove fratture sociali, mettendo a rischio quella coesione che si vuole difendere. Né ritiene che la coesione, quando spinta troppo avanti, rischi di sclerotizzare la società o di diventare chiusura.

   Sotto il profilo POLITICO, l’inettitudine europea è purtroppo evidente ed è per così dire istituzionale: la Ue ha costruito un fiscal compact, ma nega ostinatamente la necessità di un migration compact.

   Sotto il profilo puramente ECONOMICO, infine, l’idea che le conseguenze del declino demografico e del forte invecchiamento possano essere contrastate e minimizzate senza, o con ridotto, apporto migratorio è forte, autorevole e diffusa, e contrasta con l’evidente NECESSITÀ DI INTENSE MIGRAZIONI nella maggior parte del continente. Queste, nel recente passato, sono andate crescendo: l’intera Europa ha fruito di un saldo netto immigrati/emigrati pari a 4 milioni negli anni Ottanta, 9 milioni negli anni Novanta e 18 milioni nel primo decennio di questo secolo. Non sarebbe sorprendente se, passata la crisi, il fenomeno si rafforzasse ancora.  (Massimo Livi Bacci)

……………………

SANITÀ, PER LA PRIMA VOLTA CALA L’ASPETTATIVA DI VITA. “TAGLIATA LA SPESA PUBBLICA, MANCA LA PREVENZIONE”

di F.Q., 26 aprile 2016, IL FATTO QUOTIDIANO

– Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è stata 80,1 anni, 84,7 anni per le donne. Sono i dati del rapporto Osservasalute, curato dall’osservatorio sulla Salute delle Regioni. Walter Ricciardi, coordinatore del report: “Le analisi confermano il trend in diminuzione dei finanziamenti pubblici, le esigue risorse destinate alla prevenzione e le persistenti iniquità che assillano il Paese” –

   Scende l’aspettativa di vita, aumentano i decessi, mentre la spesa sanitaria subisce continui tagli e l’Italia registra un deficit in prevenzione rispetto agli altri Paesi Ocse. Sono i dati del rapporto Osservasalute, curato dall’osservatorio sulla Salute delle Regioni e presentato all’Università Cattolica di Roma.

   Nel 2015 la speranza di vita per gli uomini è stata 80,1 anni, 84,7 anni per le donne, mentre l’anno prima si attestava a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne. “Anche quest’anno – spiega Walter Ricciardi, coordinatore del report – le analisi contenute nel Rapporto Osservasalute segnalano numerosi elementi di criticità, in quanto confermano il trend in diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione per la sanità, l’aumento dell’incidenza di alcune patologie tumorali prevenibili, le esigue risorse destinate alla prevenzione e le persistenti iniquità che assillano il Paese e il settore della sanità”.

   Nella Provincia di Trento si riscontra, sia per gli uomini sia per le donne, la maggiore longevità (rispettivamente, 81,3 anni e 86,1 anni). La Campania, invece, è la regione dove la speranza di vita alla nascita è più bassa, 78,5 anni per gli uomini e 83,3 anni per le donne. Per quanto riguarda le cause di morte, dai dati del 2012, quelle più frequenti sono le malattie ischemiche del cuore, responsabili da sole del 12% del totale dei decessi. Seguono le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore non di origine ischemica.

   “Il calo dell’aspettativa di vita è generalizzato per tutte le regioni – ha spiegato Ricciardi – Normalmente un anno ogni quattro anni è un segnale d’allarme, anche se dovremo aspettare l’anno prossimo per vedere se è un trend. Siamo il fanalino di coda nella prevenzione nel mondo, e questo ha un peso”.

   E parallelamente alla speranza di vita, scendono anche le risorse per la sanità. In Italia si spende sempre meno per il personale sanitario, che rappresenta la voce di spesa che ha subito i maggiori tagli tra il 2010 e il 2013. Nel 2013 l’esborso per il settore ammonta infatti a 35,169 miliardi di euro, circa il 32% della spesa totale, e registra un decremento dell’1,4% medio annuo (-4,1% assoluto) nel triennio, a fronte di una riduzione media annua della spesa sanitaria dell’1% (-2,9% assoluto).

   La spesa sanitaria pubblica, indicano i dati, è passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014. Questa contrazione ha coinciso con una lenta, ma costante riduzione dei deficit regionali. Tuttavia, la riduzione è frutto in gran parte del blocco o del taglio del personale sanitario e il contenimento dei consumi sanitari. Non a caso, nel 2014 la dotazione di posti letto negli ospedali risulta pari al 3,04 per 1.000 abitanti per la componente acuti e allo 0,58 per 1.000 per quanto riguarda la post-acuzie, lungodegenza e riabilitazione. Tutti valori inferiori agli standard di legge.

   La diminuzione della spesa – spiegano gli esperti – è sostanzialmente il risultato delle politiche di blocco del turnover attuate dalle Regioni sotto piano di rientro e delle misure di contenimento della spesa per il personale, portate avanti autonomamente dalle altre Regioni, nonché dell’utilizzo di forme alternative (personale interinale) di acquisizione delle risorse umane, anche la contrazione del personale nel 2013 registra un tasso inferiore rispetto agli anni precedenti.

   Nel 2013 sono state assunte infatti 85,6 persone ogni 100 pensionati, mentre nel 2012 il rapporto si attestava a 68,9 ogni 100. “Il fattore preoccupante per la sanità pubblica – spiega Alessandro Solipaca, segretario scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, – è che i tagli di personale operati nel corso degli ultimi anni potrebbero produrre degli effetti sull’erogazione e sulla qualità dell’assistenza, e per di più in maniera differenziata nelle diverse aree del Paese”.

   Rispetto alle condizioni di salute della popolazione, nel 2014 sono stati diagnosticati 115,8 nuovi casi di tumore colorettale ogni 100.000 uomini, ovvero circa 34.500 nuovi casi, mentre l’incidenza è pari a 80,3 per 100.000 donne, corrispondente a oltre 25.000 nuovi casi. Il tumore del seno ha fatto registrare oltre 55.000 nuove diagnosi, ovvero 175,7 nuovi casi annui ogni 100.000 donne. A fronte di questi dati allarmanti, l’investimento in prevenzione nel nostro Paese è ancora molto scarso. L’Oecd (2013) evidenzia che il nostro Paese destina solo il 4,1% della spesa sanitaria totale all’attività di prevenzione, quota che ci colloca in posizione di rincalzo tra i 30 Paesi dell’area Oecd.

   Non a caso, nel 2015 si registra un nuovo picco per la mortalità in Italia: sono stati 54mila i decessi in più rispetto all’anno precedente. “Questo incremento è dovuto al costante aumento del numero delle persone molto anziane nel nostro Paese e all’andamento ciclico della mortalità osservabile nei dati in serie storica.

   Quindi tale incremento non deve destare particolare allarmismo, poiché è legato per lo più a fenomeni di natura demografica – spiega Alessandro Solipaca – Merita però attenzione da parte del Servizio sanitario nazionale il fatto che alcuni decessi sono riconducibili all’ondata di calore sperimentata nell’estate 2015 e alla mortalità per complicanze dell’influenza nella popolazione anziana. Si tratta cioè di morti evitabili con efficaci politiche di prevenzione, in particolare con quelle finalizzate all’informazione e alla promozione della prevenzione primaria e agli interventi mirati all’aumento della copertura vaccinale antinfluenzale tra gli anziani che, come documentato nel Rapporto, è addirittura in diminuzione”.

…………………….

Le scelte politiche da ridisegnare

COSÌ NEI PAESI DAI CAPELLI BIANCHI LA DEMOGRAFIA RIBALTA GLI SCENARI

di Claudia Galimberti, da “il Sole 24ore” del 8/5/2016

   Più nascite nel mondo? La popolazione cresce in modo esponenziale? La rivoluzione demografica porterà miseria e sofferenza per l’impossibilità di nutrire tutte le nuove bocche da sfamare, scriveva Paul Ehrlich.

   Può anche essere vero, ma in realtà la popolazione del mondo è raddoppiata tra il 1960 e il 2000, e il reddito medio pro capite è aumentato, quindi vuol dire che LA BOMBA DEMOGRAFICA È SCOPPIATA, MA IN PICCOLE, DIVERSE ESPLOSIONI “A GRAPPOLO”, che non hanno comportato sofferenze e miseria, anzi.

   Le politiche messe in atto hanno potuto fronteggiare l’aumento delle nascite e la diminuzione della mortalità, anche nei Paesi in via di sviluppo. Si è verificato l’effetto “dividendo demografico”, cioè un notevole potenziale di sviluppo economico dovuto all’aumento della fascia della popolazione in età lavorativa e alla diminuzione dei dipendenti, cioè della parte della popolazione improduttiva, bambini e anziani.

   Questa opportunità di rapida crescita economica e altrettanto rapida diminuzione della povertà si è data nei Paesi sviluppati tra gli anni 60 e gli anni 80; dopo, un po’ ovunque, è cominciato un conto alla rovescia. Le nascite sono diminuite, la popolazione è invecchiata, il numero dei lavoratori si è man mano contratto e le conseguenze di questo stretto rapporto tra demografia ed economia sono spiegate nell’articolo che segue qui di seguito.

   MA QUALI SONO LE CONSEGUENZE SOCIALI DI QUESTE TRANSIZIONI DEMOGRAFICHE CHE SI VERIFICANO A CICLI ALTERNI?    In Italia il ciclo demografico si è rovesciato e il calo della popolazione attiva diventa un freno per lo sviluppo. Si deve affrontare il PROBLEMA DELL’INVECCHIAMENTO, un fenomeno che si sta estendendo dappertutto e che NEL 2050 PORTERÀ GLI ANZIANI AL 22% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. DUE MILIARDI DI PERSONE che rappresenteranno un grande successo del genere umano, reso possibile dai progressi nel campo della sanità, della medicina, dell’istruzione e dell’economia .

   Non solo, questo alto numero di persone ultrasessantenni sono una fonte aggiuntiva di esperienza e di saggezza, un capitale sociale da coltivare con attenzione, senza escluderlo dalla vita attiva. Ma sono anche un grande problema quando all’allungamento della vita non corrisponda un miglioramento della salute e delle capacità.

   Il rapporto dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) propone un programma a cui ha aderito, in Italia, il comune di Udine, molto attivo in tema di protezione degli anziani e della loro salute. Il progetto “WHO Age-Friendly Cities Project”, ha lo scopo di rendere la città più fruibile agli anziani. Non possiamo dimenticare che oggi gli anziani richiedono, con le loro diverse necessità, una serie di lavori specialistici, fisioterapisti, psicologi, nutrizionisti, muovendo un largo indotto che genera reddito.

   È importante, nei Paesi dai capelli bianchi, non mandare semplicemente ai giardinetti i nostri ingegneri, medici, insegnanti, ricercatori, artigiani o operai specializzati. Per rimpiazzarli, se in patria non ci sono sufficienti giovani in età lavorativa ben istruiti, c’è bisogno di importare nuovi talenti stranieri a cui gli anziani possano fare da mentori. Una globale politica dell’immigrazione può essere uno dei modi per affrontare la questione demografica, ma è importante ricordare che LA DEMOGRAFIA NON È UN DESTINO INESORABILMENTE SEGNATO: È UNA SCELTA, condita da decisioni private e pubbliche. (Claudia Galimberti)

Uomini, numeri e «spiriti animali»

MOLTE COSE INFLUENZANO L’ECONOMIA: LA VOGLIA DI SPENDERE E DI PRODURRE, MA ANCHE, INESORABILE, LA DEMOGRAFIA

di Fabrizio Galimberti, da “il Sole 24ore” del 8/5/2016

   Nell’ultimo mese ci siamo occupati due volte del RAPPORTO FRA DEMOGRAFIA (LO STUDIO DELLA POPOLAZIONE) ED ECONOMIA. E abbiamo preso spunto da due episodi storici puntuali: la correlazione fra un fenomeno sociale e di costume – l’età delle donne al primo matrimonio – e i suoi effetti sullo sviluppo economico ai tempi della Rivoluzione industriale (Sole Junior del 10 aprile); e i rapporti fra protezionismo, natalità e sviluppo (i dazi sul grano nella Francia di fine Ottocento – Sole Junior del 1° maggio).

   Questa volta parliamo più in generale dei rapporti fra demografia ed economia. L’ECONOMIA, come sappiamo, è INFLUENZATA da tante cose: il CLIMA, la GEOGRAFIA, i PREZZI DELLE MATERIE PRIME, i TASSI DI INTERESSE, i CAMBI, le TASSE e la SPESA PUBBLICA, gli ”SPIRITI ANIMALI” (cioè la voglia di produrre) degli imprenditori, e anche, perché no, gli “SPIRITI ANIMALI” (CIOÈ LA VOGLIA DI SPENDERE) DELLE FAMIGLIE.

   Molte di queste influenze esercitano i loro effetti rapidamente, come le variazioni del costo del danaro o dei cambi, o le riduzioni d’imposta. Altre influenze, come il clima o la geografia, sono strutturali nel senso che sono lì da sempre e gli effetti sono quelli che sono. LA DEMOGRAFIA È DIVERSA: GLI EFFETTI DELLA DEMOGRAFIA SULL’ECONOMIA CI SONO, MA SONO LENTI A PRODURSI. Sono, diciamo, LENTI MA INESORABILI. Come i bradisismi – periodici abbassamenti o innalzamenti del livello del suolo, che sono lenti (mettiamo, 1 centimetro all’anno) ma certi – i cambiamenti demografici sono lenti ma esercitano una profonda e inarrestabile influenza.

   La demografia ci dice, per esempio, quante sono le PERSONE IN ETÀ DI LAVORO. E, soprattutto, QUANTE SARANNO FRA DIECI O VENTI ANNI. Se dobbiamo prevedere come andrà l’economia fra dieci anni, dobbiamo confessare la nostra ignoranza. E tanto più se ci chiediamo che tempo farà fra dieci anni. Da questo punto di vista, FARE PREVISIONI DEMOGRAFICHE È MOLTO PIÙ FACILE.

   Data la composizione della popolazione oggi, e date altre variabili che conosciamo – come i tassi di mortalità e di natalità (quanti muoiono e quanti nascono) – è relativamente facile stimare la popolazione in età di lavoro fra dieci anni. Certo, IL NUMERO DI COLORO CHE SONO IN ETÀ DI LAVORO DIPENDE ANCHE DALL’ARRIVO DEGLI IMMIGRATI, che è meno facile da prevedere. Anche qui, però, è possibile fare ipotesi con un ragionevole grado di certezza.

   Si tratta di una informazione importante per prendere decisioni. Lo sviluppo di un’economia dipende, naturalmente, anche da quanti lavorano. Non solo lo sviluppo del reddito, ma anche la distribuzione di questo reddito dipende da variabili demografiche. Una volta determinato l’andamento della popolazione complessiva e l’andamento di quanti sono in età da lavoro, possiamo per differenza sapere quanti non sono in età di lavoro. I quali, per definizione, devono essere mantenuti da coloro che lavorano.

   Non vale dire che i pensionati hanno i loro redditi e non devono essere mantenuti da nessuno. Quando i pensionati spendono per il loro mantenimento, per comprare pane, salame, biscotti, o biglietti del treno, questi beni e servizi sono prodotti da coloro che lavorano, i quali, in questo senso, mantengono il resto della popolazione.

   Gli andamenti demografici ci possono dire allora se il numero di coloro che non sono in età di lavoro aumenta più o meno rapidamente rispetto al resto degli abitanti. Se, come succede in Europa e altrove, la popolazione invecchia, questo vuol dire che aumenta il numero di anziani da mantenere. Quindi coloro che lavorano dovranno sobbarcarsi fardelli crescenti, e la politica economica deve prendere le opportune misure per fronteggiare questa situazione.

   Per esempio, aumentare il numero di coloro che sono in età di lavoro innalzando l’età alla quale si va in pensione; oppure, il che è meno desiderabile, aumentare le tasse e i contributi a carico di coloro che lavorano, così da finanziare il numero crescente di pensionati.

   Come vedete, i problemi che pone la demografia sono molti e seri. E il prendere in considerazione gli aspetti demografici serve anche a valutare con più esattezza lo stato di un’economia e a sfatare luoghi comuni.

   Prendiamo per esempio il Giappone: un Paese chiave, di cui abbiamo parlato, nella serie del Sole Junior sulla geografia economica, il 17 novembre 2013. Molti pensano che il Giappone sia sì un Paese ricco, ma anche un Paese che cresce poco. É vero? Sì, è vero se prendiamo il Pil (Prodotto interno lordo), la misura più importante dell’attività economica. Ma la demografia ci dice che da anni il Giappone è in declino demografico. La sua popolazione, che nel 1972 cresceva a un tasso annuo dell’1,4%, ha visto questo tasso di aumento diminuire quasi ininterrottamente, e, dal 2010, diventare addirittura negativo. Talché, se guardiamo, invece che al reddito complessivo, al reddito per abitante, vediamo che questo Pil pro-capite è cresciuto negli ultimi lustri a tassi comparabili a quelli del Pil pro-capite americano. GLI ANDAMENTI DEMOGRAFICI SONO UNA VARIABILE CHIAVE anche, e specialmente, PER I PAESI IN VIA DI SVILUPPO. Questi Paesi hanno spesso un ALTO TASSO DI NATALITÀ, il che rende difficile ridurre rapidamente la povertà. Più bocche ci sono da nutrire, più alto deve essere l’aumento del Pil perché il Pil-pro-capite aumenti anch’esso. Sia i governanti di quei Paesi che le agenzie internazionali che si occupano di promuovere lo sviluppo dei Paesi poveri, devono fare attenzione agli sviluppi demografici per prendere le misure giuste.

   La professione di demografo, insomma, è una professione utile e interessante. Mettetela nella lista delle cose che potreste fare da grandi. E intanto, date un’occhiata a questo sito web: http://www.census.gov/ – vi troverete un orologio della popolazione: fissatelo e vedrete, dopo una manciata di secondi, che la popolazione mondiale, mentre voi guardavate, è aumentata di 25 unità… (Fabrizio Galimberti)

……………………………..

LA PIRAMIDE DEMOGRAFICA (COS’È)

da http://www.ilpost.it/

   La piramide demografica, utilizzata in statistica, è una rappresentazione grafica della popolazione per classe d’età che descrive l’andamento demografico, generalmente distinguendo tra maschi e femmine. Sull’asse verticale vengono raffigurate le classi di età, mentre in ascissa – l’asse orizzontale – viene rappresentata la numerosità della popolazione della classe di età in questione. (…)

   Una piramide larga alla base e stretta sulla cima rappresenta una popolazione in crescita, con un elevato potenziale di forza lavoro per il futuro. Viceversa una piramide più corposa nella parte superiore è la raffigurazione di un paese in declino demografico e con probabili problemi di spesa previdenziale. Più la concentrazione si sposta verso l’alto più il tema delle pensioni diventa attuale, se non urgente, e in Italia ne sappiamo qualcosa.

   Questa rappresentazione, quindi, oltre a essere utile ad analizzare le correlazioni tra l’andamento demografico e quello economico di un paese, è un efficace supporto grafico per ipotizzarne lo scenario del futuro prossimo.

   L’ISTAT effettua analisi e previsioni sull’andamento della popolazione in Italia e l’animazione di seguito raffigura uno dei tre scenari elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica: l’andamento dal 2011 al 2065.

   Osservando l’animazione si nota come la piramide dell’intera popolazione sia “sorretta” da una base che va ad assottigliarsi dai 44 anni in giù. Ciò può essere causato o da un calo delle nascite o da un maggiore tasso di mortalità nell’ultima generazione. La piramide demografica del 2011 consente anche di osservare gli effetti sulla popolazione della Seconda guerra mondiale: la curva si trasforma in scalino tra le classi di età dei 65-70enni, da cui si può desumere il calo di natalità verificatosi durante la guerra.

   Oltre che sul passato, la piramide suggerisce anche preziose indicazioni sul futuro. A meno di variazioni sul trend demografico dell’Italia – al momento non ipotizzate – intorno al 2040 la percentuale di popolazione in età lavorativa calerà ai minimi storici passando dall’odierno 65 per cento al 54 per cento.

   Seguiranno, nello scenario dell’ISTAT, circa dieci anni di stallo. La percentuale di ultranovantenni dovrebbe crescere dall’1 al 6 per cento della popolazione totale, con un incremento esponenziale degli over 100: potrebbero essere oltre 500mila nel 2065.

(…..) Inoltre le previsioni non portano a breve termine a un’inversione di tendenza, riportando la base della piramide ad essere più corposa della cima. Al contrario, l’andamento della popolazione straniera residente segue un flusso più regolare: aumenterà da 4 a 14 milioni, mentre la popolazione totale crescerà in modo ridotto fino al 2039, per poi decrescere progressivamente fino a tornare ai valori attuali.

La parternità della piramide demografica è incerta. I primi a presentare dati in questa modalità furnono probabilmente tra il 1600 e il 1700 l’astronomo Halley e lo statistico John Graunt, che calcolò anche la prima tavola di mortalità ed è considerato tra i fondatori della demografia. La prima rappresentazione della piramide per come la intendiamo oggi viene fatta risalire invece allo “Statistical Atlas of the United States”, pubblicato nel 1874. Una traccia nella storia delle rappresentazioni demografiche la lasciò anche l’italiano Luigi Perozzo, che nel 1879 “fotografò” la popolazione svedese con un grafico 3D: oltre all’età e alla numerosità erano presenti anche le date di riferimento.

…………………….

MAMME ADULTE E CULLE PIÙ VUOTE

di Alessandro Rosina, da “la Repubblica” del 8/5/2016

   La percentuale, secondo le stime Istat, di donne mai diventate madri è salita da circa il 10 percento per la generazione del 1950 a oltre il 20 percento della generazione nata nel 1970. Un motivo oggettivo sta nel fatto che nelle nuove generazioni il tempo disponibile per avere figli si è ridotto all’interno di una fase della vita che si è, peraltro, notevolmente complicata. Sempre più ragazze, in misura anche maggiore rispetto ai maschi, estendono la propria formazione fino alla laurea. Il trovare un buon lavoro ha sostituito il trovare un buon partito nei motivi di indipendenza economica dai genitori.

   L’instabilità dell’occupazione, assieme all’incertezza nelle relazioni affettive, porta sempre più oltre i 30 anni il momento in cui si inizia a gettare solide basi per una propria famiglia.

   Nel frattempo, però, il limite conclusivo del periodo fertile è rimasto pressoché immobile. L’età media alla menopausa è poco sopra i 50 anni, ma già dopo i 45 le possibilità di avere un figlio sono poche. Avendo spostato tutto il percorso adulto dopo i 30, il momento riproduttivo centrale è diventato quello tra i 30 e i 34 anni, con una possibilità di recupero dopo i 35 che però si trasforma in una strada in salita.

   I dati più recenti ci dicono che oggi una nascita su tre si realizza nella classe di età 30- 34 e che la classe 35- 39, con il 25% dei nati, supera quella tra i 25 e i 29 (23%). Questo vale ancor di più per le cittadine italiane che concentrano tra i 30 e i 39 anni quasi i due terzi nelle proprie nascite.

   Lo slittamento in avanti del punto di inizio della vita feconda, in combinazione con la rigidità del punto finale, ha quindi ristretto notevolmente lo spazio strategico di accesso all’esperienza della maternità. Nel contempo tale spazio si è anche riempito sempre di più di investimento lavorativo e professionale. Siamo così uno dei Paesi avanzati in cui si arriva più tardi a cercare di avere un figlio ma anche, come ben noto, uno di quelli più carenti di strumenti per la conciliazione tra lavoro e famiglia. La conseguenza di tutto questo è che più facilmente ci si trova a rinunciare ad avere figli o a limitarsi ad un figlio solo.

   Fino a qualche anno fa, tuttavia, la consistenza numerica delle trentenni era ampia e questo ha limitato la caduta della quantità complessiva di nascite nel Paese. Stiamo ora però entrando in una nuova fase, in cui le potenziali madri sono esse stesse in riduzione perché provengono dalle generazioni nate dopo il 1985, quando la fecondità italiana è precipitata ai livelli tra i più bassi al mondo. L’Italia rischia quindi oggi di scivolare in una trappola demografica: meno figli ieri equivalgono a meno madri oggi e quindi ad ancor meno figli domani se le condizioni non cambiano.

   Come uscire allora da questa trappola? Soprattutto togliendo le donne stesse dalla condizione di intrappolamento nella quale si sono sempre più trovate negli ultimi decenni e consentendo, in tempi meno tardivi e alla più alta espressione, la realizzazione delle loro scelte professionali e di vita. Più tardiamo ad agire in questa direzione più pesanti saranno i costi futuri. (Alessandro Rosina è docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano e curatore del “ Rapporto giovani 2016” dell’Istituto Toniolo)

………………………

MENO TRENTENNI E PIÙ CULLE VUOTE “COSÌ L’ITALIA PERDE UNA MAMMA SU 5”

di Maria Novella De Luca, da “la Repubblica” del 8/5/2016

– Dal 2005 calano le donne tra i 30 e i 34 anni: “Trappola demografica senza precedenti”; “Se non cambiamo rotta andremo incontro a un declino inesorabile della popolazione”; “Per mettere al mondo un figlio oggi le famiglie chiedono una sicurezza che il lavoro non dà” –

   Hanno tra i 30 e i 34 anni, sono donne e sono sempre di meno. Nate a metà degli anni Ottanta, quando la popolazione in Italia già iniziava a crollare, sarebbero oggi, per età, le nuove “potenziali madri”.

   Numericamente però assai inferiori delle loro genitrici, e, viste le circostanze di vita atipiche e precarie, assai in difficoltà (insieme ai potenziali padri) nel progetto di mettere al mondo dei figli. Sorelle più grandi delle millennials, laureate ma in grande affanno sul lavoro, le trentenni di oggi sono protagoniste di quella che gli esperti chiamano la prossima e vicina “TRAPPOLA DEMOGRAFICA”. Nella quale, secondo una previsione del laboratorio di Statistica applicata dell’università Cattolica di Milano, l’Italia rischia di perdere una “potenziale madre” ogni cinque.

   E questo mentre i nati nel 2015 sono stati 478 mila, al di sotto dei cinquecentomila bambini l’anno considerati la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Perché non soltanto le donne tra i 30 e i 34 anni sono meno numerose: erano 2.263.843 nel 2005, sono 1.797.049 nel 2015 (un quinto in meno), ma a giudicare dalla tendenza attuale metteranno al mondo un solo figlio a testa, non di più e non tutte.

   A meno di non invertire la tendenza. A meno di non riuscire a sostenere davvero la maternità. E la paternità. E il lavoro femminile, perché nonostante tutti gli sforzi l’occupazione delle donne in Italia è ancora al 46 per cento, e al Sud le senza lavoro sono, drammaticamente, l’80 per cento del mondo femminile.

   «Condivido la definizione di “trappola demografica”», dice Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze all’università Bicocca, «perché una trappola è qualcosa in cui si finisce anche senza volerlo ». Le ragazze, in realtà, «i figli li vorrebbero, anche due o tre, ma nel nostro Paese è sempre più alta la distanza tra il desiderio di maternità e la possibilità di realizzarla ».

   Dietro questo sogno che spesso diventa rimpianto, non ci sono soltanto la precarietà, l’assenza di welfare, le aziende ostili alle gravidanze, la mancanza di congedi maschili, ma anche fattori culturali. «L’idea sempre più radicata nelle coppie è che al figlio si debba dare tutto. Altrimenti è meglio non farlo nascere. Le donne oggi vivono una contraddizione: da una parte la maternità è ostacolata da fattori oggettivi, dall’altra è enfatizzata all’estremo. Così, spesso, si finisce per rinunciare».

   Un quadro noto, eppure poco o nulla si è mosso. Lo sottolinea, con amarezza, Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, ex sindacalista con una conoscenza profonda dei nodi che bloccano la realizzazione della maternità (a due anni dalla nascita di un figlio una donna su quattro non è più occupata).

   E, per Fedeli, le parole chiave sono due: lavoro e padri. «Con il Jobs Act abbiamo provato a dare delle risposte, abbiamo ripristinato la legge contro le dimissioni in bianco. Ma è ancora troppo poco. Il cuore è nel lavoro delle donne: se non si investe sull’occupazione femminile, e sulla possibilità delle potenziali madri di “dividere” il carico della famiglia, i bambini continueranno ad essere pochissimi».

   Per diventare genitrici, chiarisce Fedeli, le ragazze vogliono essere prima di tutto autonome. «Ma la gravidanza è ancora vissuta dalle aziende come un costo insostenibile e, quindi, scoraggiata. Così per non restare disoccupate le ragazze rimandano». E quando coraggiosamente un figlio lo mettono al mondo, e si trovano a dover conciliare la famiglia con la professione, vengono emarginate.

   «I ritmi del lavoro sono pensati al maschile: più ore dai all’azienda, più vieni premiato. Ma questo, se hai un bambino, non puoi più farlo». E qui entrano in gioco mariti e compagni, per i quali Fedeli ha presentato una proposta di legge di congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni. «Le esperienze europee ci dimostrano che se si condivide, le donne fanno i figli. E allora è da qui che si può cominciare».

   Ci sono però esperienze virtuose. Arianna Visentini fa parte di un team specializzato nella conciliazione tra maternità e lavoro. «Sono sempre di più le aziende che ci chiamano, di solito multinazionali. Ci occupiamo di gestire sia l’assenza della lavoratrice-madre sia il suo rientro. Durante la gravidanza l’aiutiamo a restare in contatto con l’azienda, al suo ritorno la sosteniamo nell’ottica dello smart-working, lavoro da casa e flessibilità. Abbiamo visto che nelle aziende che applicano queste buone pratiche crescono le maternità». Dimostrazione dunque che la conciliazione è una realtà possibile. (Maria Novella De Luca)

…………………….

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio

DEMOGRAFIA: l’IMPETUOSA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE in Africa, India, nei Paesi in via di sviluppo, e le CULLE VUOTE dei Paesi ricchi – La NECESSITA’ di UN RIEQUILIBRIO MONDIALE per rimediare ai mutamenti climatici, alle tensioni sociali e allo squilibrio e sovrautilizzo delle risorse naturali

(premessa al post di Geograficamente del 11 febbraio 2016)    

   Il mondo, noi, cresciamo come popolazione o no? O diminuiamo? Lo spettro dell’invecchiamo che si allarga sempre più nei paesi ricchi è cosa reale? E se sì che fare?

   Partiamo da un dato (secondo una ricostruzione del demografo dell’università Bicocca di Milano Gian Carlo Blangiardi) reso noto nello scorso mese di gennaio: nel 2015 l’Italia ha perso centocinquantamila abitanti, numero (considerevole) che si ottiene sommando il CROLLO DELLE NASCITE, l’AUMENTO DELLA MORTALITÀ, il CALO DELL’IMMIGRAZIONE, ma anche la FUGA DEGLI ITALIANI stessi, giovani e non solo, CHE SCELGONO ALTRE NAZIONI e altre realtà come dimora di vita.    Partendo da un dato nazionale di forte calo della popolazione, ci sembra che in effetti la questione demografica (mondiale, europea, nazionale, locale…) sia un argomento, un tema, un po’ rimosso, che interessa poco.

   Ci si dimentica che il trend ascendente della popolazione mondiale è cosa invece preoccupante (pur compensato – cinicamente parlando – da guerre, shock climatici, epidemie): 750 milioni di abitanti eravamo al mondo all’inizio della rivoluzione industriale (a fine ‘700); poi siamo saliti da 1 a 2 miliardi tra 1800 e 1927; 47 anni dopo (nel 1974) siamo raddoppiati (cioè 4 miliardi); e un ulteriore raddoppio ci sarà (cioè 8 miliardi) entro il 2023. Adesso siamo 7,3 miliardi: con la cifra di proiezione di 10 miliardi prevista dai demografi nel 2100.

   Alcuni degli effetti negativi di questa forte crescita della popolazione può aver portato al MUTAMENTO CLIMATICO odierno (l’aumento dell’80% di gas serra, tra 1970 e 2010, è dovuto, secondo gli studiosi, per il 50% proprio all’incremento di abitanti), o all’UTILIZZO ESPONENZIALE DELLE RISORSE naturali, alimentari ed energetiche (ma qui il discorso si fa delicato, potremmo dire “pericoloso”: ad esempio, un americano, nel senso di statunitense, consuma energia come due europei, una decina di cinesi, una quindicina di indiani od una trentina di africani…).

   Ma un altro effetto demografico non da poco, è sicuramente l’incidere (con la crescita della popolazione) sugli assetti socio-economici delle popolazioni, con la DEFINITIVA E CRESCENTE PREVALENZA DI ADDENSAMENTI URBANI RISPETTO ALLE CAMPAGNE. Ora nel mondo ci sono sempre più metropoli (cioè città con almeno un milione di abitanti), e ci sono almeno 20 MEGALOPOLI (città con almeno dieci milioni di abitanti).   FENOMENO NEGATIVO? Sì, se pensiamo a bidonville, periferie popolose e povere, criminalità e mafie, miseria…COSA POSITIVA? Anche, a volte: quando lo sviluppo della “città” significa maggiori opportunità per la persona, migliori servizi, più inserimento nel mondo…. I sociologi dicono che nei posti dove si concentrano molte persone e molte attività produttive la creatività cresce esponenzialmente, perché le idee innovative circolano con maggior velocità e si fecondano reciprocamente…

   Fin qui alcuni degli EFFETTI dell’aumento demografico….

…Difficile invece trovare le tante CAUSE, i fattori, che orientano la demografia di un’area geografica, di un Paese (epidemie, guerre, caos politico, abitudini culturali, povertà in alcune aree, ricchezza in altre…). Anche la visione che i popoli hanno di loro stessi influisce sui numeri. In alcune epoche, imperava il timore della sovrappopolazione, mentre altre erano ossessionate da quello dello spopolamento.

   In RUSSIA il calo della popolazione è iniziato prima dell’implosione dell’Urss ma ha subìto ancor più un’accelerazione in questi ultimi anni caotici, difficili (socialmente, politicamente) per quel Paese. Nei PAESI ARABI il peso delle giovani generazioni ha contribuito alle rivolte delle “primavere del 2011”. In CINA, ora, dopo l’epoca dell’imposizione alle coppie del figlio unico, a provocare l’inquietudine è l’aumento degli anziani. Ma IL NUMERO DEGLI ANZIANI sta crescendo dappertutto e costituisce una delle principali problematiche del nostro tempo.

   Ora si necessita, a livello globale, di un riequilibrio; TANTI PAESI OCCIDENTALI DOVRANNO RILANCIARE LA NATALITÀ: se non altro per motivi economici (per pagare le pensioni agli anziani, affrontare i costi di vecchiaie prolungate e non delegare il rimpiazzo generazionale solo ai migranti); TANTI PAESI AFRICANI E ASIATICI DOVRANNO INVECE RIDURLA d’urgenza.

   Oppure c’è la necessità di un “travaso”: bruttissimo termine per dire che la mobilità della popolazione verso aree dove “serve ripopolamento” (come nella “vecchia” Europa), assume quasi la caratteristica di quel processo storico dove i pionieri del “vecchio West” andavano (emigravano) dalla costa orientale degli Stati Uniti a quella occidentale (o più drammaticamente si spostavano verso nuove terre per sopravvivere alla disoccupazione, alla miseria, come accade nel periodo dalla crisi del ’29 del secolo scorso).

   E come trattare l’elemento demografico? …la crescita abnorme della popolazione? …imponendo restrizioni autoritarie (come il figlio unico in Cina, ora derogato a due figli), oppure lasciando in definitiva crescere la popolazione liberamente come in India.

   Sta di fatto che in un caso (la Cina) abbiamo avuto una dispotica e crudele limitazione della libertà individuale. Nell’altro caso (di libertà assoluta nella procreazione) arriveremo a una regolazione “naturale” della popolazione, “selettiva” (in India, in Africa, in Brasile…) fatta di sofferenza, appunto di “selezione naturale”, tra bidonville mostruose popolate per lo più di bambini spesso abbandonati a se stessi, sfruttamento degli stessi, violenze, miseria, vita nella sporcizia, malattie…

   La richiesta di limitazione della crescita demografica fatta dai paesi ricchi occidentali (il Nord del mondo) verso i paesi poveri, siano essi in via di sviluppo o di non sviluppo permanente (poveri e basta), è sicuramente un po’ sospetta se chi la chiede ha (più o meno) raggiunto un suo equilibrio economico, e non vuole perdere i privilegi acquisiti nei consumi, nel welfare, nello sfruttamento delle risorse energetiche del pianeta.

   Come allora regolare dignitosamente (e civilmente) il processo demografico, e dissuadere popolazioni povere a non fare troppi figli?….. certo anche diminuendo la mortalità infantile, diffondendo istruzione, salute e consapevolezza, chiavi per un contenimento demografico non più legato a pratiche come l’aborto selettivo sulle donne, o mere pratiche contraccettive (che pur ci vogliono, se volontariamente accettate, senza imposizioni).

   La PROPOSTA potrebbe anche essere che nei paesi ricchi, pur se è auspicabile che si aumenti la natalità, si potrebbe appunto praticare il “rimpiazzo generazionale” (il calo demografi attuale) con i migranti (l’esempio di quest’estate del milione di profughi siriani accettati dalla Merkel in Germania è stata una misura nuova, innovativa, controcorrente…): servirebbe questo anche per un’integrazione e confronto di culture che inesorabilmente va avanti (piaccia o no)

   E’ sicuramente vero che esiste un impatto problematico delle migrazioni, dei processi di assestamento demografico fatti con popolazioni che si spostano da un luogo all’altro (da sud a nord del mondo….), ma sicuramente sono processi difficilmente frenabili… li si può forse rallentare un po’ (con il filo spinato alle frontiere, cosa vergognosa di questi mesi…. oppure con processi burocratici farraginosi per permessi di soggiorno e cittadinanza; con la non accoglienza e nessun aiuto di chi arriva da fuori, da lontano…

   Però alla fine è un processo cui si deve farsene una ragione: e per questo attrezzarsi. Pertanto l’idea di una nuova economia di rilancio dei paesi sì ricchi ma ora in crisi (come i paesi europei), che passi anche con un nuovo assetto demografico virtuoso di accoglienza di persone che vengono “da fuori”, sembra una cosa concreta, fattibile, necessaria. (s.m.)

PER VEDERE GLI ARTICOLI CORRELATI AL POST DELL’11/2/2016, vai al link:https://geograficamente.wordpress.com/2016/02/11/demografia-limpetuosa-crescita-della-popolazione-in-africa-india-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-e-le-culle-vuote-dei-paesi-ricchi-la-necessita-di-un-riequilibrio-mondiale-per-rime/

………………………….

LA CRESCITA DEMOGRAFICA PERDUTA

di Alessandro Rosina, da LA VOCE.INFO del 5/4/2016 (http://www.lavoce.info/)

– L’Italia ha attraversato varie fasi di crescita della popolazione nel secondo dopoguerra. Per la prima volta nel 2015 si è registrato un declino. Lieve di per sé, ma preoccupa il fatto che i dati reali sono sensibilmente peggiori rispetto alle previsioni. Perché è un errore ignorare la demografia –

LA CRESCITA SPINTA DALLE NASCITE

L’Italia ha attraversato varie fasi di crescita nel secondo dopoguerra. È stata un paese in cui l’incremento naturale e i flussi migratori si sono combinati in vari modi. Negli anni Sessanta eccedevano sia le nascite che gli espatri. Negli anni Ottanta entrambi i fenomeni si sono assopiti. Sul finire del XX secolo abbiamo ritrovato la crescita, ma con dinamiche opposte rispetto agli anni Sessanta: poche nascite e crescente immigrazione. E ora siamo forse all’inizio di un nuovo ribaltamento di scenario: per la prima volta nel 2015 la popolazione italiana risulta in declino.

   Al momento dell’Unità d’Italia eravamo 26,3 milioni di abitanti (ricalcolati ai confini attuali). Al primo censimento dell’Italia repubblicana, nel 1951, la consistenza demografica del paese risultava di circa 47,5 milioni. Una crescita secolare prodotta dalla “transizione demografica”, ovvero dal passaggio dagli elevati livelli di mortalità e di natalità del passato ai bassi livelli propri delle società avanzate contemporanee. Dato, infatti, che la mortalità ha iniziato a ridursi prima della natalità, l’esito è stato una eccedenza di nascite che ha spinto la popolazione a crescere.

   I primi decenni del dopoguerra sono poi stati un periodo caratterizzato da una nuova effervescenza demografica, che ha toccato l’apice con il baby boom a metà anni Sessanta.

LA CRESCITA SOSTENUTA DALL’IMMIGRAZIONE

Al censimento del 1981 gli abitanti del paese risultano essere 56,5 milioni. Nei due decenni che concludono il XX secolo la popolazione rimane sostanzialmente ferma, tanto che al primo censimento del nuovo secolo l’ammontare dei residenti in Italia si trova ancora poco sotto i 57 milioni. Anziché crescere, la popolazione invecchia.

   Dopo aver abbattuto i rischi di morte nelle età infantili, giovanili e adulte, i guadagni di vita si spostano in età anziana. Verso la fine degli anni Settanta il numero medio di figli per donna scende definitivamente sotto la soglia di due facendo entrate l’Italia in una fase in cui le generazioni dei figli sono sistematicamente meno consistenti di quelle dei genitori. La piramide inizia a rovesciarsi.

   A compensare in parte tale processo interviene però l’inversione dei flussi migratori: dall’eccedenza delle uscite fino agli anni Settanta si passa, negli anni Novanta, a una progressiva, inedita, eccedenza delle entrate dall’estero. È solo grazie a questo che la popolazione nel primo decennio del XXI secolo torna a salire in modo rilevant. Al censimento del 2011 i residenti in Italia sono oltre 60 milioni. Al primo gennaio 2015 il dato è pari a 60,8 milioni. Se però si considerano solo i cittadini italiani si scende a circa 55,7 milioni, meno del censimento del 1981.

LA CRISI E LO SCENARIO DEL DECLINO

Lo scenario futuro è quello di una popolazione autoctona che diminuisce e invecchia: vedremo impoverire soprattutto la parte più giovane e quella delle età adulte al centro della vita riproduttiva e lavorativa del paese.

    Per non condannarci anche al declino economico e all’insostenibilità dello stato sociale, è uno scenario che chiede come risposta politiche lungimiranti sui meccanismi di rinnovo demografico, favorendo di più la scelta di avere figli e gestendo meglio l’immigrazione. Ignorare la demografia è stato uno degli errori fatali del nostro percorso di sviluppo negli ultimi decenni.

   Può essere istruttivo, allora, leggere la recente crisi economica come il “Canto di Natale” di Dickens, ovvero come l’anticipazione di quello che potrebbe essere il nostro futuro se non interveniamo per tempo.

   Dal punto di vista demografico nel corso del 2015, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, la popolazione complessiva è diminuita. La riduzione è stata lieve (-139 mila unità secondo la stima dell’Istat. Ma il dato è ancora più eclatante se lo si confronta con le previsioni prodotte dall’Istat solo cinque anni prima (base 2011): la differenza risulta di oltre un milione di residenti (60,7 milioni contro 61,8 milioni). Conseguenza di un raffreddamento delle entrate dall’estero, un aumento delle uscite, un affossamento delle nascite (che nel 2015 hanno toccato il punto più basso dall’Unità a oggi) con ampliamento del divario negativo rispetto ai decessi (in progressivo aumento per l’invecchiamento della popolazione). Un indebolimento, quindi, delle componenti della crescita sensibilmente peggiore rispetto alle previsioni. La crisi, insomma, ha colpito duramente, ma nulla in confronto al futuro che ci aspetta se non impariamo a prendere la demografia seriamente. (Alessandro Rosina)

………………………………..

LA CRISI DEMOGRAFICA DEL SUD

di Alessandro Rosina, da LA VOCE.INFO del 6/3/2016 (http://www.lavoce.info/)

– Se, come ha recentemente scritto Nicola Rossi il Sud è e rimane il malato d’Italia, ai suoi cronici problemi ora se ne aggiunge uno del tutto inedito, e molto preoccupante, quello demografico. Ciò pone una seria ipoteca sullo sviluppo futuro. L’entrata del Sud in una spirale demografica negativa rende tutto più difficile, rischiando di far pagare domani a caro prezzo il tempo perso e le risorse sprecate di ieri e di oggi. –

Denatalità

Fino a qualche anno fa, tra i record negativi del Mezzogiorno non c’erano quelli demografici, anzi. Storicamente il Sud è stato una riserva demografica per il nostro paese. Ancora nella prima metà degli anni ‘70 nascevano in media tre figli per donna nell’Italia meridionale, e attorno a due nel Nord.

   La crescita demografica del paese è stata negli ultimi decenni alimentata in larga parte dalla fecondità del Sud. Nella prima metà degli anni ‘90 l’Italia settentrionale presentava valori nettamente inferiori a qualsiasi altro paese al mondo, mentre l’Italia meridionale era posizionata su livelli in linea con i paesi europei a più alta fecondità.

   Negli ultimi dieci anni, dopo il minimo storico del 1995, è iniziata però una fase del tutto nuova. Per la prima volta, dai tempi del baby boom, la fecondità ha invertito la rotta ed è tornata (timidamente) a salire. Ma solo nell’Italia settentrionale. Inoltre, per la prima volta, gli andamenti della fecondità tra Nord e Sud risultano opposti, con il mezzogiorno che continua a diminuire, e l’Italia settentrionale che invece evidenzia moderati segnali di ripresa. La conseguenza è il realizzarsi di un processo di convergenza che progressivamente va ad erodere il tradizionale vantaggio meridionale nella produzione di nascite in Italia.

   L’ultimo dato Istat, relativo al 2004, evidenziava livelli molto vicini tra le tre grandi ripartizioni (1,33 figli il dato nazionale, 1,32 il valore per il Nord e 1,35 per il Sud). I dati provvisori pubblicati dall’Istat (www.demo.istat.it ) e relativi ai primi cinque mesi del 2005, preludono già ad un epocale sorpasso. Si tratta di un “sorpasso” del tutto inatteso: le previsioni demografiche Istat pubblicate nel 2002 (e basate sugli andamenti demografici fino al 2001), davano per il 2005 una numero di figli per donna attorno a 1,6 nel Sud e a 1,2 nel Nord.

   L’epocale ribaltamento tra Nord e Sud è del tutto evidente anche se il confronto viene fatto direttamente sui valori assoluti delle nascite. Si vede infatti che ancora nel 1995 la quota maggiore era prodotta nel Sud: fatte 100 le nascite di quell’anno, 44 erano meridionali, 17 del Centro e 39 del Nord. Ebbene, dieci anni dopo, nel 2005 la geografia risulta completamente ribaltata. Su 100 nascite, poco meno di 45 sono settentrionali, 19 del Centro, e poco più di 36 nel Sud. Ma è interessante osservare che il nuovo primato del Nord vale anche se si scorporano dalle nascite totali quelle degli stranieri.

   Nel Sud, le conseguenze della denatalità sul declino e sull’invecchiamento della popolazione sono inoltre accentuate, rispetto al Nord, da una minore attrazione di immigrati stranieri e dalla rilevante ripresa negli ultimi anni di flussi di uscita di giovani in cerca di migliori prospettive in altre parti del paese.

Difficoltà di formazione di una propria famiglia

Un ulteriore importante elemento della crisi demografica meridionale è l’accentuarsi della permanenza dei giovani-adulti nella casa dei genitori. Come è noto, i giovani italiani sono quelli che escono in assoluto più tardi dalla famiglia di origine. Si è parlato a tal proposito di “sindrome del ritardo”.

   La tarda età alla quale si arriva a formare una propria famiglia ha conseguenze negative sul numero di figli che si riescono ad avere. Tutte le più recenti indagini confermano del resto la presenza di un divario molto ampio tra il numero di figli che le coppie desiderano avere (attorno a 2) ed il numero di figli che riescono effettivamente ad avere (meno di 1,5 in media). Il che significa che molte coppie rinunciano (pur desiderandolo) ad avere un secondo figlio.

   La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è stata storicamente un fenomeno soprattutto centro-settentrionale, ed in prevalenza maschile. Alla base ci sono anche fattori culturali, tanto che gli uomini ultra-trentenni del Nord che vivono ancora con i genitori, nella maggioranza possiedono un buon lavoro e dichiarano di star bene così e godere di tutta la libertà che desiderano.

   Ciò vale molto meno per le donne ed in generale molto meno al Sud. Sulla lunga permanenza nella famiglia di origine hanno quindi da sempre dominato più i fattori culturali al Nord e quelli connessi alle difficoltà economiche al Sud. Negli ultimi anni il peggioramento delle condizioni di uscita (soprattutto difficoltà di trovare un lavoro stabile e basso salario di ingresso) ha penalizzato soprattutto il meridione, tanto che anche qui si è assistito ad un epocale sorpasso, con attualmente i giovani del Sud che, per la prima volta nella storia del nostro paese, rimangono più a lungo a vivere con i genitori rispetto ai coetanei del Nord (come testimoniano i dati Istat, Rapporto Annuale 2004).

Povertà delle famiglie con figli

Una delle priorità individuate dal Libro Bianco sul welfare era la riduzione della povertà delle famiglie. Ebbene, la povertà relativa non è diminuita negli ultimi anni (è ritornata vicina al’12% nel 2004). Il che significa che le politiche sociali degli ultimi anni non sono riuscite a migliorare le condizioni delle famiglie più disagiate (1).

   La situazione di maggiore criticità rimane quella delle famiglie con figli. Particolarmente svantaggiate sono le famiglie con più di due bambini. Una su quattro di tale famiglie è sotto la soglia di povertà relativa. Nel Mezzogiorno, oltre il 40% delle famiglie con oltre due figli minori risulta sotto tale soglia. La presenza di figli minori è inoltre fortemente associata anche al rischio di povertà assoluta. Tale concentrazione territoriale e socio-economica della povertà non ha eguali nel resto dei paesi occidentali (2).

   Molti studi hanno messo ripetutamene in evidenza come, rispetto all’Italia, negli altri sistemi di welfare siano previsti adeguati e consistenti trasferimenti che in maniera mirata proteggono dal rischio di povertà le famiglie con figli.

   Va considerato inoltre che la quota di spesa sociale sul PIL dell’Italia è inferiore alla media dell’Europa dei 15 (dati 2004, European Commission). Ma, soprattutto, la quota per “famiglia e cura dei figli”, sul totale delle prestazioni sociali, attualmente attorno al 4%, risulta essere la più bassa nell’UE15 (assieme alla Spagna). Le famiglie con figli sono quindi meno aiutate in Italia e a maggior rischio di povertà. Ed il problema è particolarmente acuto nel Mezzogiorno, e peraltro in forte crescita negli ultimi anni. La quota di famiglie sotto la soglia di povertà relativa è passata infatti dal 21.6% del 2003 al 25% del 2004 (Istat, Statistiche in breve, 6 ottobre 2005).

   Se quindi, come ha recentemente scritto Nicola Rossi (3) il Sud è e rimane il “malato d’Italia”, ai suoi cronici problemi ora se ne è aggiunge uno del tutto inedito, e molto preoccupante, quello demografico. Inoltre, se il Sud, nel suo acutizzare i problemi italiani, è sempre più malato al quadrato (perché malato in un paese malato in Europa), ciò sta diventando sempre più vero anche sul versante demografico. Ciò pone una seria ipoteca sullo sviluppo futuro. L’entrata del Sud in una spirale demografica negativa rende tutto più difficile, rischiando di far pagare domani a caro prezzo il tempo perso e le risorse sprecate di ieri e di oggi. (Alessandro Rosina)

NOTE

  1. A questo proposito si veda anche A. Rosina, “Per il Libro Bianco un bilancio in rosso”, lavoce, 14-11-2005. (2) M. Ferrera, “Politiche contro la povertà: il welfare dei paradossi”, lavoce, 23-07-2002. Inoltre: M. Baldini, “Le molte conferme sulla povertà in Italia”, lavoce, 13-10-2005 (3) N. Rossi (2005), Mediterraneo del Nord, Laterza. Si veda anche il recente intervento di Claudio Virno (“Mezzogiorno, prima si cambia meglio è”, lavoce, 22-02-06)

……………………………….

I MIGRANTI NEL MONDO SONO OLTRE 244 MILIONI

di Rossella Cadeo, da “il Sole 24ore” del 14/3/2016

– Dal Duemila a oggi un incremento del 41% – I migranti nel mondo, dai dati a fine 2015, sono oltre 244 milioni: le persone nel mondo che vivono in un Paese diverso rispetto a quello di nascita – A rivelarlo è l’ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all’estero –

   Nel mondo 244 milioni di migranti. Sono aumentati del 41% da inizio secolo: Europa e Asia le aree più interessate.

Da dove arrivano. L’Asia e in particolare l’India generano il maggior numero di «partenze».

La carta d’identità. L’età mediana si aggira sui 39 anni, scende a 29 per chi arriva dall’Africa.

(…..) Scarsa è la consapevolezza che i numeri dei migranti che stanno investendo l’Europa – pur importanti – rappresentano solo una parte del movimento di persone in atto, da sempre, nel mondo. A fornirci i dati su questi spostamenti è l’ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all’estero.

Trend, origine e mete. Le persone che vivono in un Paese diverso rispetto a quello di nascita sono stimabili – a fine 2015 -in 244 milioni. Una platea di “stranieri” che si è ingrossata del 41% dall’inizio del secolo. Ad alimentare maggiormente le partenze è in primo luogo il continente asiatico, con uno “stock” di 104 milioni di soggetti residenti altrove nel 2015 (quasi la metà del totale mondiale): in particolare indiani (16 milioni), cinesi (10 milioni), origina del Bangladesh e del Pakistan.

   Anche l’Europa ha un ruolo da protagonista nella “diaspora”, con 62 milioni (il 25% del totale mondiale) tra i quali russi e ucraini in testa.

Mete. Come è logico immaginare, chi se ne va preferisce i Paesi più appealing sotto l’aspetto economico, pur tendendo a restare all’interno della macro-area originaria (salvo gli europei: solo uno su due si è fermato nel proprio continente a fronte dell’80-90% di chi proviene da Asia o Africa). Così, grazie alle carte che può giocare a livello di ricchezza e welfare, il Vecchio continente è al primo posto tra le principali aree di installazione degli immigranti (ne ospita 76 milioni), seguito dall’Asia (75 milioni) e dall’America del Nord (54 milioni).

   Scendendo nel dettaglio, si notano comunque scelte molto concentrate. Due terzi degli “stranieri nel mondo” abitano in appena 20 Paesi. In cima ai desideri di chi cerca orizzonti che possano consentire un futuro migliore ci sono gli Stati Uniti: con 47 milioni di “non autoctoni” assorbono quasi un quinto del movimento mondiale, un dato che presumibilmente è alimentato dalla forte presenza di cittadini provenienti dal Messico (subito dopo l’India nella classifica dei Paesi più “abbandonati”). Si torna però in Europa con il secondo e il terzo posto dei Paesi più ambiti: Germania e Russia ospitano 11 milioni di migranti ciascuna. Seguono Arabia Saudita, Regno Unito ed Emirati Arabi.

Profilo anagrafico. Il report delle Nazioni Unite analizza anche il profilo dei migranti internazionali: ebbene, per quanto riguarda il genere, la quota delle donne è scesa dal 2000 al 2015 (dal 49,1 al 48,2%), ma l’Europa così come il Nord America restano le aree con le percentuali femminili più alte (intorno al 52%), soprattutto a causa di una folta presenza di anziani e della maggiore speranza di vita delle donne.

Relativamente all’età mediana, il Report segnala un innalzamento da 38 a 39 anni, con GLI AFRICANI CHE SI CONFERMANO I PIÙ GIOVANI (DA 28 A 29 ANNI). Cresciuta nell’arco di tempo considerato anche la platea degli under 20: sono 37 milioni, il 15% del totale. E poiché la maggior parte (il 72%, 177milioni) degli stranieri è in età lavorativa – alto risulta il contributo che le collettività immigrate possono dare al bilancio economico e demografico del Paese ospite.

   Va anche evidenziato, tuttavia, che gli over 65 sono il 12% (30 milioni) dei residenti totali nel mondo. E in Europa, già alle prese con il rallentamento della natalità e il progressivo invecchiamento della popolazione, questo “carico” pesa più che altrove (18%).

In Europa. Resta il fatto che il numero degli stranieri – sottolinea il rapporto – è cresciuto più velocemente della popolazione mondiale, con il risultato che oggi tre abitanti su cento sono nati in un Paese diverso da quello di residenza (erano il 2,8% nel 2000). TALE INCIDENZA RAGGIUNGE PERCENTUALI A DUE CIFRE, OLTRE CHE IN NORD AMERICA (15%) O IN OCEANIA (21%), PROPRIO IN EUROPA (10%), oggi pressata dall’emergenza profughi: dal 2000 al 2015 gli immigrati sono infatti aumentati di circa 20 milioni rispetto all’inizio del secolo (34%, variazione comunque al di sotto della media mondiale, 41%), con una distribuzione e incrementi che hanno maggiormente interessato i Paesi a più alto indice di benessere.

   Nel Nord Europa si è infatti raggiunta la quota del 13% di stranieri residenti rispetto alla popolazione (con le punta del 17 e del 4% in Svezia e in Norvegia, dove comunque in totale non si arriva 2,5 milioni di presenze) e nell’Europa occidentale (con l’Austria al 17% e la Germania al 15%, primo Paese ospite, con oltre11 milioni di presenze). Quanto all’Italia gli stranieri sono più che raddoppiati (da 2,1 a 5,8 milioni) e in Spagna triplicati (da 1,3 a 5,9 milioni). (Rossella Cadeo)

…….

LE DUE FACCE DELLO SVILUPPO

di Gian Carlo Blangiardo, da “il Sole 24ore” del 14/3/2016

   Sapere che per ogni mille abitanti della Terra “solo” 33 appartengono alla categoria dei migranti, intesi come coloro che, stando alla definizione (semplicistica ma necessaria) dettata dalle statistiche internazionali, vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nati, può spingerci a riconsiderare l’immagine mediatica delle migrazioni e ci aiuta a ricondurre il fenomeno della mobilità internazionale alla sua reale consistenza: 244 milioni di persone su una popolazione di 7,4 miliardi.

   Se dunque è vero che l’International Migration Report 2015, con cui le Nazioni Unite hanno recentemente aggiornano la fotografia dello stock dei migranti a livello planetario, può offrirci un dato relativamente rassicurante circa la reale dimensione di quella che tende sempre più a essere presentata come l'”EMERGENZA DEMOGRAFICA” del XXI secolo, è anche vero che basta un semplice confronto temporale per far riemergere qualche legittima preoccupazione.

   In effetti, osservando la dinamica degli ultimi quindici anni si nota come il popolo dei migranti si sia accresciuto di ben 71 milioni di unità. Si è sviluppato a un tasso medio annuo del 2,3%; un livello che equivale a dar vita a un raddoppio ogni trent’anni e significa muoversi a una velocità che è pari a due volte quella che ha contraddistinto, nello stesso arco temporale, l’aumento della popolazione mondiale.

   L’impressione di fondo è che dopo aver quasi del tutto neutralizzato la “bomba demografica” centrata sul crescente numero di abitanti prodotto da una fecondità largamente al di sopra del ricambio generazionale in gran parte del mondo in via di sviluppo, l’umanità debba ora disinnescare un nuovo ordigno.

   Una realtà incombente che è dovuta a PROCESSI DI MOBILITÀ DETTATI NON SOLO DA EVENTI ECCEZIONALI – che tutti ci auguriamo transitori e superabili – MA ANCHE (E SOPRATTUTTO) DAL PERSISTERE DI PROFONDE DISUGUAGLIANZE DI CUI LE STESSE VITTIME SONO SEMPRE PIÙ CONSAPEVOLI e sempre più propense a mettersi in gioco per tentare di uscirne.

   Non a caso, la netta maggioranza dei migranti distribuiti nel mondo, circa due terzi, provengono dai così detti Paesi a “medio reddito” e, come osserva il Rapporto, è questa l’origine che negli ultimi quindici anni ha registrato la crescita più rapida.

   II peso delle provenienze dalle aree tuttora in povertà estrema – i Paesi a “basso reddito” – resta ancora relativamente modesto nel panorama mondiale (nel complesso essi coprono il 10% dei migranti ), ma può già ritenersi significativo in termini di incidenza sulla popolazione di riferimento (39 migranti per ogni 1.000 abitanti) e sembra decisamente destinato ad accrescersi nel tempo.

   D’altra parte, è ben noto come sia proprio là dove le condizioni sono peggiori che mancano i requisiti minimi a supporto della scelta di emigrare. Ed è quindi facile immaginare che OGNI PASSO IN AVANTI NEL CAMMINO VERSO LO SVILUPPO FINIRÀ PARADOSSALMENTE PER INCENTIVARE UN AUMENTO DEI FLUSSI IN USCITA, stimolando la ricerca altrove di quanto manca nei luoghi di origine.

   In tal senso, i dati demografici lanciano un importante avvertimento: la popolazione che oggi vive in Paesi a basso reddito, per lo più localizzati nell’Africa sub-sahariana, è oggi stimata in 656 milioni, destinati a diventare 842 fra dieci anni e 1.055 milioni tra altri dieci.

   Se poi consideriamo, nella stessa area, la sola componente giovane in età lavorativa (convenzionalmente i 20-44enni) i corrispondenti contingenti salgono dagli attuali 215 milioni rispettivamente a 290 e a 385 milioni nel 2036.

   Detto in poche parole: nel prossimo ventennio in quello che è ritenuto il profondo Sud del Mondo sarà necessario disporre mediamente di almeno 8-9 milioni di posti di lavoro in più ogni anno unicamente per assorbire l’offerta aggiuntiva derivante dalla crescita demografica della popolazione più giovane in età attiva. E ogni insuccesso in tal senso non potrà che produrre nuovi candidati a un’emigrazione dettata dal bisogno di sopravvivere.

   Come si vede, il tema dei rifugiati, che pur resta importante e rispetto al quale il Rapporto delle Nazioni Unite segnala la drammatica crescita nel corso di questo avvio del nuovo secolo, non è che la parte emersa dell’iceberg.

   Si tratta di un mondo in movimento che fluttua pericolosamente e rispetto al quale si impongono azioni mirate e coordinate a livello internazionale per fare in modo che la consistenza numerica e la localizzazione territoriale del popolo dei migranti mantengano caratteristiche di sostenibilità, ma è bene che ciò avvenga su entrambi i versanti.

   Occorre infatti operare con lungimiranza non solo perché le migrazioni possano continuare a rappresentare un fondamentale contributo in termini di capitale umano per un nord del mondo sempre più impoverito dalle dinamiche demografiche in atto, ma anche (e soprattutto) per impedire che sia la valvola di sfogo dell’emigrazione e non, come sarebbe giusto e auspicabile, lo sviluppo, l’unica opportunità lasciata a centinaia di milioni di esseri umani che inseguono il legittimo sogno di una vita migliore. (Gian Carlo Blangiardo)

…………………………..

“RISCHIAMO IL CRAC DEMOGRAFICO SERVE AGIRE ORA O SARÀ TROPPO TARDI”

di Beatrice Lorenzin (Ministro della Sanità), da “la Repubblica” del 15/5/2016-

– Se non invertiamo la tendenza, tra 10 anni nasceranno 350mila piccoli l’anno, il 40% in meno del 2010. E sarà la nostra fine –

intervista di Mi. Bo.

ROMA. Un’emergenza che richiede interventi decisi. È ormai molto tempo che il ministro alla Sanità Beatrice Lorenzin segnala il tema del crollo delle nascite come centrale per il Paese. Intervenire su bonus bebè potrebbe essere un modo pratico per affrontarlo. Ma non l’unico.

I dati sono preoccupanti, che prospettive ci sono per l’Italia?

«Se andiamo avanti con questo trend, senza riuscire a invertirlo, tra dieci anni cioè nel 2026 nel nostro Paese nasceranno meno di 350mila bambini all’anno, il 40% in meno del 2010. Un’apocalisse. Saremo finiti dal punto di vista economico, e da quello della nostra capacità vitale. È questa la vera emergenza italiana. In 5 anni abbiamo perso oltre 66mila nascite, cioè per intendersi una città più grande di Siena. Se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un paese moribondo».

Perché in Italia non nascono più bambini?

«Non può non esserci una correlazione con la crisi economica, per questo il bonus può avere un significato importante per i circa due terzi dei genitori che stanno sotto la soglia di 25mila euro di Isee. Serve una politica di sostegno delle nascite che si basi su aiuti diretti. Poi ci vogliono altri interventi».

Quali?

«Ad esempio il sostegno alla maternità, che deve recuperare un prestigio sociale e non deve rappresentare un ostacolo per il lavoro. È importante anche il tema dei servizi, come gli asili nido, che devono essere abbastanza per permettere ai genitori di continuare a lavorare quando hanno bambini piccoli o di non svenarsi per pagare le baby sitter. Poi c’è la questione più sanitaria della fertilità. Bisogna che si prevengano i problemi che impediscono di fare i figli. E le coppie devono capire che decidere di averli troppo tardi, oltre i 35 anni, può diventare un problema».

Riuscirete a trovare i soldi?

«Dobbiamo farlo, perché ne va del nostro futuro. Sono sicura che il premier Matteo Renzi, che ha 40 anni e due figli e come me è sensibile alla questione demografica accetterà le mie proposte, che saranno appoggiate nella legge di Stabilità da Ncd. Deve essere la priorità per un governo giovane che vuole rendere l’Italia vitale».

Basteranno alle famiglie i soldi in più del nuovo bonus?

«Credo che rappresentino un sostegno serio. Io ho due figli piccoli e so quanto costano pannolini, latte in polvere, omogeneizzati, cibo di qualità, alimenti per le intolleranze. Con questo piccolo investimento in più, circa 2 miliardi in 6 anni, diamo un aiuto vero alle fasce della popolazione con reddito medio basso».

Da varie città c’è chi segnala problemi nell’erogazione dei soldi da parte dell’Inps. Le risulta?

«All’inizio, nel 2015, arrivavano segnalazioni anche a me. Dall’Inps ora mi dicono che le cose funzionano. Ma se ci sono problemi in alcuni luoghi invito ai cittadini di segnalarceli: interverremo subito nei confronti dell’Inps. Del resto i soldi ci sono. Quando abbiamo fatto il primo bonus bebè nel gennaio 2015 pensavamo che la natalità rimanesse uguale, o addirittura salisse. Speravamo che i fondi non bastassero e invece, purtroppo, abbiamo risparmiato».

Lei ha ipotizzato più volte di estendere il bonus fino al quinto anno di età dei bambini. Perché in questo progetto non se ne parla?

«Vorrei farlo ma ho bisogno del supporto del ministero dell’Economia, con il quale vorrei fare un’operazione sullo stile francese. Intanto però diamo incentivi economici per fare i figli».

Advertisements

2 thoughts on “DEMOGRAFIA che cambia: l’impetuosa mobilità globale mette in crisi dati e casualità dei suoi parametri (natalità, mortalità…) – L’IMMIGRAZIONE verso i Paesi del Nord del mondo, l’EMIGRAZIONE dai Paesi ricchi (l’Italia, in declino), chiede una DEMOGRAFIA utile a un governo mondiale di pace e sviluppo di tutti

  1. mariella venerdì 20 maggio 2016 / 11:44

    Argomenti cruciali ho letto….anche se non interamente, ma mi sono davvero appassionata e incuriosita. Molti di questi argomenti non li ho mai assorbiti in maniera così comprovata dal punto di vista di uno studio sistematico come credo faccia la demografia….ma mi si passi questa frase: li ho sempre percepiti a pelle…so che suona un pò ridicolo ma x prendere coscienza di taluni squilibri, fonte anche di disagio sociale e non, basta guardare come sono ridotte le ns città….sempre più sospese fra processi di pseudorinnovamento (centri commerciali, connettività diffusa e alienazione dei contatti umani diretti, ipermobilità urbana mirata a nn si bene cosa, sicuramente allo smarrimento interiore e al consumo di carburante….) e contorti meccanismi di esclusione professionale ed emarginazione sociale; aspettative deluse, rassegnazione e sfiducia sono generalmente gli stati d’animo che subentrano a qualunque progetto si ponga mano, in partenza sostenuto con entusiasmi generali e frizzanti energie; di fatto non è nella mancanza di progettualità che può risiedere la ragione di questa italica stagnazione ma è nella TENUTA a medio e lungo termine di qualunque progetto. E questo penso che riguardi il progetto di costruire una famiglia, una casa, un lavoro, di mettere al mondo dei figli. Credo che la crisi dei paesi europei una volta ricchi sia una crisi sistemica e cioè un sistema di una certa entità, semplice numericamente, nella sua naturale evoluzione entra in relazione con un sistema più complesso numericamente e ne viene semplicemente assorbito andando ad aumentare la superficie di interazione del sistema complesso che per questo può evolversi maggiormente fino a diventare il sistema prevalente in tempi relativamente lunghi.
    Non credo che ai sommovimenti epocali di flussi migratori a cui stiamo assistendo ci si possa opporre, anche con scelte politiche a tavolino; per quanto le strategie adottate possano essere sofisticate e mirate ci sarà sempre una congrua massa critica di individui che riuscirà a sfuggire e ad aggirare l’ostacolo. Queste generazioni che si sono messe in moto sono il simbolo di una umanità che cammina, non sono come i loro padri e i loro nonni che accettavano il loro destino lasciandosi vivere nei paesi natii o in quelli dove venivano deportati (quante colpe scontano ora Europei e Americani per due secoli di imperialismo e colonialismo in Africa, Asia e America Latina? …e qui mi fermo…..). Loro sono in movimento e nessun ricco stato del nord potrà ostacolare questo nuovo Karma che le genti del sud stanno disegnando per il futuro.

    • Pier Francesco Delsignore venerdì 12 agosto 2016 / 14:39

      Penso che non ci sia niente di spirituale Karma ma molto più tecnologico il mondo è più piccolo ed accessibile dal Sud in tanti comunque hanno accesso ad internet alle televisioni satellitari vedono il Nord ricco e vogliono venire qui per migliorare le loro condizioni di vita pessime; i mezzi di trasporto per quanto scalcinati sono diversi da quelli di 40 anni fa e permetto ad una grande massa in qualche modo di arrivare perché qualche cellulare riciclato, qualche gps arriva anche a loro non c’è niente di spirituale, nessun karma in questo, è la nostra tecnologia riciclata e scartata nelle enormi discariche a cielo aperto che li fa arrivare. Quando arrivano sono in troppi per poterli fermare, sul fatto che qualsiasi politica di mettere muri non funzionerà se non prendere like su facebook o voti per un bello stipendio da parlamentare sono strasicuro puoi anche sparargli si migranti ma se non rimuovi le cause di fondo questi verranno magari ancora più incazzati e facendo ancora più danni di quelli realmente o ad arte addebitati fatti finora. Noi non abbiamo voluto investire in quei paesi scambiare tecnologia per materie prime, portare le nostre scuole, il nostro modo di vivere li e lo hanno fatto altri per primi i paesi ultraconservatori islamici Arabia Saudita e Qatar, è ovvio che chi viene poi ha quell’imprinting di quei paesi, se spesso le uniche scuole sono quelle coraniche, a noi Europa è mancata la lungimiranza; finiti i dittatori di turno a volte dissennatamente uccisi da noi stessi per guerre di petrolio senza avere un progetto di crescita dopo la cacciata dei dittatori che di certo non rimpiango ma non andavano mai cacciatati lasciando il caos più totale come con Saddam o Gheddafi. Non concordo assolutamente sulla necessità come dice l’articolo dell’immigrazione; un nuovo nato o arrivato è una risorsa se c’è dietro un sistema economico che può dare lavoro; viene fortemente sottovaluta l’informatizzazione e robotizzazione del lavoro che decimerà praticamente le figure professionali a scarsissima formazione o con attività intellettuali ripetitive che spessissimo questi immigrati rappresentano. Per esemplificare una azienda agricola che prima impiegava 40 braccianti tra 10 anni ne avrà 9 che dovranno saper guidare il trattore, leggere il gps, aprire il computer e saper leggere una mappa e probabilmente quell’operatore non sarà immigrato ma italiano, e tutto questo non perché razzisticamente creda nella superiorità degli italiani o degli europei, ma perché è più semplice per chi qui è nato ed ha un livello di istruzione superiore crearsi una professionalità rispetto a chi emigrando ha di base poca professionalità ed istruzione e per giunta conosce poco o niente la lingua italiana; detto questo dei 40 braccianti arrivati che perderanno il lavoro cosa ne facciamo?! Saranno un ulteriore costo assieme agli anziani. Lo stesso vale per il calo fisico, siamo così sicuri che con l’automazione crescente ed i progressi della medicina, la mancanza di riflessi ed i giorni di malattia tra un giovane ed una persona di 50-60 anni saranno significativamente diversi, io non credo proprio. Dovremmo gestire il calo della popolazione e portare reale sviluppo e progresso sociale anche in quei paesi con progetti specifici, campagne di informazione su contraccezione e natalità e scuole di tipo occidentale, ma tempo che il nostro egoismo che ci porta a guardare all’orticello di oggi, e mancanza di lungimiranza faranno sì che questi problemi si accresceranno a dismisura e fino a che a causa di una società arretrata e fortemente opprimente le donne africane come in Nigeria continueranno ad essere obbligate ad avere 5 figli a testa senza nemmeno avere la possibilità concreta di allevarne dignitosamente uno gridare a Stop immigrazione! o Prima gli italiani! è solo una barzelletta che non fa nemmeno ridere perché significa non rendersi conto semplicemente della portata del fenomeno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...