LA CITTA’ DOVE VIVERE NEL PRESENTE E FUTURO? A media-alta dimensione abitativa, con qualità elevata di servizi, innovativa, con buone scuole e centri di ricerca, che integra serenamente gli immigrati. Il FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO 2016 parla delle caratteristiche dei “LUOGHI DELLA CRESCITA”

Il FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO torna con la sua undicesima edizione dal nome “I LUOGHI DELLA CRESCITA”: l’appuntamento è dal 2 al 5 Giugno 2016. “LA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL MONDO SEGNALA UNA CRESCENTE CONCENTRAZIONE DELLA CRESCITA ECONOMICA IN RELATIVAMENTE POCHE GRANDI CITTÀ in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. La gerarchia economica non solo dei paesi, ma anche delle città è profondamente cambiata ed è in continua evoluzione. Ci sono molte ‘new entry’ e molte retrocessioni nelle gerarchie urbane del mondo” spiega TITO BOERI, Direttore Scientifico del Festival dell’Economia di Trento: da questa riflessione nasce l’undicesima edizione della manifestazione che proporrà un serrato confronto tra economisti, personalità politiche e istituzionali, ricercatori e giornalisti provenienti da ogni parte del mondo, che indagheranno appunto su “I luoghi della crescita”
Il FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO torna con la sua undicesima edizione dal nome “I LUOGHI DELLA CRESCITA”: l’appuntamento è dal 2 al 5 Giugno 2016. “LA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL MONDO SEGNALA UNA CRESCENTE CONCENTRAZIONE DELLA CRESCITA ECONOMICA IN RELATIVAMENTE POCHE GRANDI CITTÀ in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. La gerarchia economica non solo dei paesi, ma anche delle città è profondamente cambiata ed è in continua evoluzione. Ci sono molte ‘new entry’ e molte retrocessioni nelle gerarchie urbane del mondo” spiega TITO BOERI, Direttore Scientifico del Festival dell’Economia di Trento: da questa riflessione nasce l’undicesima edizione della manifestazione che proporrà un serrato confronto tra economisti, personalità politiche e istituzionali, ricercatori e giornalisti provenienti da ogni parte del mondo, che indagheranno appunto su “I luoghi della crescita”

   Dal 2 al 5 giugno a Trento si terrà il prestigioso e consueto (questo e l’undicesimo anno) “Festival dell’economia”. I temi principali di quest’anno saranno i “LUOGHI DELLA CRESCITA”, e le tematiche riguarderanno anche i migranti e i rifugiati.

i luoghi della crescita

   Il concetto di “luoghi della crescita” è in questo periodo (di economia mondiale in stallo) intrigante, interessante. Perché mette assieme paradigmi economici classici con la “geografia dei luoghi”, cioè dove si realizza (o si possono realizzare) nuove forme di “economia del benessere”, di lavoro, ricchezza per più persone possibili.

   Nel festival economico trentino si parte dall’analisi dell’evoluzione demografica ed economica dei centri urbani negli ultimi decenni. È stata registrata la tendenza verso la concentrazione delle realtà economiche in pochi grandi centri sia a livello nazionale che a livello globale. E’ da dire che l’urbanizzazione, la concentrazione di tante persone in un unico luogo, non è di per sé condizione perché ci sia crescita economica (basta pensare alle megalopoli di povertà e miseria del sud del mondo). Però l’analisi economica dimostra che la ricchezza passa per forme di concentrazione urbana…ed è così da capire quali siano i meccanismi che richiamano capitale umano e talenti e che favoriscono la crescita delle attività produttive in questi nuovi grandi centri.

SINKHOLES si chiamano i risucchi al centro della terra. FIRENZE, voragine di 200 metri su LUNGARNO TORRIGIANI, in due momenti successivi (la notte e la mattina del 25 maggio scorso). Il sindaco: «Errore umano, chi ha sbagliato pagherà». A provocare il cedimento, la rottura di un grosso tubo dell’acqua - SOTTOSUOLO COLABRODO E POCA MANUTENZIONE: L’ITALIA CHE OGNI GIORNO SPROFONDA UN PO’ DI PIÙ. Le reti idriche perdono un terzo dell’acqua e per rattopparle i comuni spendono un decimo rispetto a quanto si fa nel resto d’Europa: ecco perché, in un Paese a rischio frane, anche le città si sgretolano
SINKHOLES si chiamano i risucchi al centro della terra. FIRENZE, voragine di 200 metri su LUNGARNO TORRIGIANI, in due momenti successivi (la notte e la mattina del 25 maggio scorso). Il sindaco: «Errore umano, chi ha sbagliato pagherà». A provocare il cedimento, la rottura di un grosso tubo dell’acqua – SOTTOSUOLO COLABRODO E POCA MANUTENZIONE: L’ITALIA CHE OGNI GIORNO SPROFONDA UN PO’ DI PIÙ. Le reti idriche perdono un terzo dell’acqua e per rattopparle i comuni spendono un decimo rispetto a quanto si fa nel resto d’Europa: ecco perché, in un Paese a rischio frane, anche le città si sgretolano

   Ma sono centri urbani particolari: si tratta di poche grandi città innovative, con università all’avanguardia, centri di ricerca…. Cioè città in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. Ed è qui, secondo le stime iniziali proposte a Trento, che il reddito pro capite dei cittadini è elevato, più alto rispetto a qualsiasi centro urbano, anche storicamente blasonato, di fama.

   E nel festival non si ignora la grande questione della nostra epoca, che inciderà sulla vita nostra e di tutto il pianeta: cioè dei “migranti”, sulla loro integrazione. Ad esempio il 3 giugno interverrà Christian Dustmann, direttore del Centro inglese per la ricerca e l’analisi delle migrazioni, nonché professore di economia all’università College di Londra. E il suo approfondimento verterà sulla tematica dei “rifugiati” e sull’analizzare il possibile contributo positivo dei migranti nell’ambito di un’Unione Europea in declino (demografico, economico, culturale…). Proponendo concretamente modalità di gestione delle varie problematiche riguardo l’accoglimento, la protezione e le politiche d’integrazione.

La diffusione della FIBBRA OTTICA nella CITTA’ DIFFUSA: adeguate reti infrastrutturali possono aiutare i contatti tra individui anche nell’ambito della dispersione urbana della città diffusa
La diffusione della FIBBRA OTTICA nella CITTA’ DIFFUSA: adeguate reti infrastrutturali possono aiutare i contatti tra individui anche nell’ambito della dispersione urbana della città diffusa

   L’altro tema importante del Festival sarà il discorso sulle PERIFERIE, sul maggior investimento da farsi (e in che modo) per superare problemi di degrado e difficoltà sociali che esse hanno, in quanto zone maggiormente fragili e dove l’integrazione tra persone si rivela più difficoltosa.

PORTO MARGHERA E I FANGHI TOSSICI SEPOLTI - LA CURA DI RENZO PIANO PER MARGHERA (vedi la cartina qui sopra) – “ (….) RISANARE L’IMMENSA AREA INDUSTRIALE VENEZIANA E IL SUO QUARTIERE NON SARÀ SEMPLICE, non sarà economico, non sarà rapido. Basti un dato: NEI CIRCA DUEMILA ETTARI DI PORTO MARGHERA, dicono i rapporti, SAREBBERO STATI INTERRATI «SETTE MILIONI E MEZZO DI METRI CUBI DI FANGHI TOSSICI E NOCIVI» DI CUI UN MILIONE E MEZZO «MOLTO PERICOLOSI». «Va introdotta la dimensione della pazienza», sospira Renzo Piano (…),«Va accettata l’idea che ci vorranno decenni o secoli per recuperare certi luoghi stuprati dall’inquinamento. Non accetto, però, l’idea che non ci sia “più niente da fare”. Che esistano posti irrimediabilmente perduti. Ci vuole tempo. Pazienza. Ma se non cominciamo…». (….)”.(Gianantonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 30/5/2016)
PORTO MARGHERA E I FANGHI TOSSICI SEPOLTI – LA CURA DI RENZO PIANO PER MARGHERA (vedi la cartina qui sopra) – “ (….) RISANARE L’IMMENSA AREA INDUSTRIALE VENEZIANA E IL SUO QUARTIERE NON SARÀ SEMPLICE, non sarà economico, non sarà rapido. Basti un dato: NEI CIRCA DUEMILA ETTARI DI PORTO MARGHERA, dicono i rapporti, SAREBBERO STATI INTERRATI «SETTE MILIONI E MEZZO DI METRI CUBI DI FANGHI TOSSICI E NOCIVI» DI CUI UN MILIONE E MEZZO «MOLTO PERICOLOSI». «Va introdotta la dimensione della pazienza», sospira Renzo Piano (…),«Va accettata l’idea che ci vorranno decenni o secoli per recuperare certi luoghi stuprati dall’inquinamento. Non accetto, però, l’idea che non ci sia “più niente da fare”. Che esistano posti irrimediabilmente perduti. Ci vuole tempo. Pazienza. Ma se non cominciamo…». (….)”.(Gianantonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 30/5/2016)

   Vien da aggiungere, nell’individuare “geografie dei luoghi” da innovare, da far sì che possano misurarsi con le nuove necessità della contemporaneità, le tante nostre realtà urbane frammentate in paesi e paesini; in sempre uguali periferie abitative che si snodano (nell’ “abitare”) lungo le strade… il frutto di un’urbanistica mediocre e scellerata cui ora dobbiamo fare i conti…Ci si deve anche qui adeguare e cercare il meglio possibile per le nostre CITTA’ DIFFUSE. Perché esse possano migliorare (e diventare VERE CITTA’).

   Se si riuscirà ad esempio ad adeguare le reti infrastrutturali, le strade (non le autostrade di attraversamento a cui sempre si pensa…ma le circonvallazioni, i percorsi ciclo-pedonali….), e in particolare quelle informative, di scambio di idee e conoscenze (come la banda larga, cioè la fibbra ottica, i servizi informatici…cioè reti di comunicazione virtuali) che possano permettere contatti tra individui anche nell’ambito della nostra città diffusa.

RENZO PIANO A MARGHERA - "Difendo le periferie anche perché sono la città del futuro, che noi abbiamo creato e lasceremo in eredità ai figli. Dobbiamo rimediare allo scempio fatto e ricordarci che il 90 per cento della popolazione urbana vive nelle zone marginali"
RENZO PIANO A MARGHERA – “Difendo le periferie anche perché sono la città del futuro, che noi abbiamo creato e lasceremo in eredità ai figli. Dobbiamo rimediare allo scempio fatto e ricordarci che il 90 per cento della popolazione urbana vive nelle zone marginali”

   Importante diventa allora LA GEOGRAFIA, una nuova visione degli spazi naturali, umani, dei servizi e delle tutele; l’individuazione delle CARATTERISTICHE (storiche, morfologiche, di possibilità innovative di migliorìa dei servizi… ) DELLO SPAZIO…Insomma come possano avverarsi processi di NUOVE AGGLOMERAZIONI che non snaturino un luogo ma che anche riescano a cambiarlo, per un nuovo presente e futuro in grado di offrire opportunità e prosperità adesso e alle future generazioni. (s.m.)

………………………..

FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO 2016: I LUOGHI DELLA CRESCITA

– la PRESENTAZIONE di TITO BOERI, direttore scientifico del Festival-

   La prima cosa che ho provato tanti anni fa quando mi sono imbattuto nelle CITTÀ INVISIBILI di ITALO CALVINO è un grande senso di ammirazione. Marco Polo-Calvino era riuscito non solo ad immaginare, ma anche a costruire fino ai più piccoli dettagli e a popolare nella sua narrativa ben 55 città. Da allora i pianificatori cinesi ne hanno costruite dieci volte tante di città dal nulla, ma senza in molti casi riuscire a popolarle. Sono città visibili, ma fantasma. LA CRESCITA ECONOMICA SI ASSOCIA QUASI SEMPRE A FORTI PROCESSI DI URBANIZZAZIONE, MA L’URBANIZZAZIONE NON È DI PER SÉ CONDIZIONE PERCHÉ CI SIA CRESCITA ECONOMICA, come ci ricordano molte megalopoli del sottosviluppo.

   Per molti anni si è pensato che la rivoluzione di Internet avrebbe ucciso le distanze riducendo i vantaggi dell’agglomerazione a pochi chilometri di distanza di molte attività produttive. In verità, le tecnologie dell’informazione hanno creato nuovi vantaggi localizzativi in prossimità di produttori consolidati. Il mondo non si è appiattito neanche con la globalizzazione.

   Per la gioia dei ciclisti, degli sciatori e degli arrampicatori, ci sono molte salite e discese su cui cimentarsi. Il mondo economico è ancor meno piatto di quanto documentato delle mappe altimetriche dei rilievi alpini. Vero che le nuove tecnologie della comunicazione hanno ridotto grandemente le distanze negli scambi di informazioni e nelle interazioni di mercato.

   Ma LA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL MONDO SEGNALA UNA CRESCENTE CONCENTRAZIONE DELLA CRESCITA ECONOMICA IN RELATIVAMENTE POCHE GRANDI CITTÀ in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. Le mappe del reddito pro capite rivelano dei picchi molto acuti, spesso localizzati nei luoghi che ospitano i centri di ricerca e le università di eccellenza.

   Non sono, infatti, necessariamente i vecchi centri e le vecchie periferie del dopoguerra o anche della fine del secolo scorso a eccellere. La gerarchia economica non solo dei paesi, ma anche delle città è profondamente cambiata ed è in continua evoluzione. CI SONO MOLTE “NEW ENTRY” E MOLTE RETROCESSIONI NELLE GERARCHIE URBANE DEL MONDO.

   Lo studio della crescita economica e demografica di queste nuove realtà è fondamentale per capire non solo gli ingredienti che sono necessari per la crescita economica, ma anche il loro mix ottimale, le ricette che occorre applicare se si vuole stimolare la crescita. Conta la scala, la dimensione delle città, perché SOLO GRANDI MERCATI DEL LAVORO POSSONO OFFRIRE OPPORTUNITÀ AI TALENTI PIÙ SVARIATI, promuovendo l’incontro fra la domanda e l’offerta di competenze e permettendo alle cosiddette power couples, coppie di talenti, di poter realizzare i sogni di entrambi i membri della coppia.

   Perché queste ECONOMIE DI AGGLOMERAZIONE si realizzino è importante che il contesto favorisca la CIRCOLAZIONE DELLE IDEE e le reti di contatti fra individui. Ma contano tantissimo anche i cosiddetti amenity values, i fattori non strettamente economici che rendono un sito più attrattivo di un altro, che richiamano intelligenze da fuori. C’è molta isteresi in questi processi: si mettono in moto processi virtuosi o viziosi, non appena una realtà locale decolla oppure comincia ad avvertire i primi segni di un declino. Ed è difficile arrestarli, ammesso che si voglia farlo.

   Quando una città decolla, la crescita dei prezzi delle case trascina con sé anche i prezzi di molti altri beni. Accanto a grandi ricchezze si possono creare nuove povertà di persone che si vedono ridurre vertiginosamente il proprio potere d’acquisto dall’aumento del costo della vita. I piani urbanistici, le restrizioni imposte alla densità abitativa possono accentuare questo fenomeno, mentre adeguate reti infrastrutturali possono permettere contatti tra individui anche nell’ambito di città diffuse.

   Al crescere della dimensione delle città c’è comunque sempre un forte rischio di creare segregazione abitativa e marginalità sociale. Per queste ragioni, È BENE CHE L’EUROPA NON SI TROVI ULTERIORMENTE IMPREPARATA NEL GESTIRE LO SHOCK DEMOGRAFICO (oltre che sociale e culturale) ASSOCIATO ALL’ARRIVO DI MILIONI DI RIFUGIATI DAI TEATRI DI GUERRA. Ed è bene anche riflettere sul ruolo che la sharing economy, le tante piccole opportunità di lavoro autonomo create dalle grandi piattaforme che promuovono il contatto fra domanda e offerta sulla rete, possono avere nell’affrontare i problemi sociali di molte periferie urbane.

   La X edizione del Festival ci ha fatto intuire quanto il contesto urbano, e l’ampiezza e la natura delle reti di relazioni che permette di sviluppare, siano importanti nel promuovere o inibire la mobilità sociale.

   Questa XI edizione vuole studiare più a fondo il territorio, affrontando un’area riscoperta solo di recente dagli economisti: L’ECONOMIA DELLO SPAZIO, DELLA GEOGRAFIA. Ospiteremo economisti, urbanisti, demografi e sociologi esperti di processi di agglomerazione. Daremo spazio a chi ha oggi o ha avuto in passato un ruolo attivo nel governo di questi territori, consapevoli che la crescita rapida o il declino di un’area pongono complessi problemi di governance, non solo a livello locale. (Tito Boeri – Direttore scientifico Festival dell’Economia)

( http://2016.festivaleconomia.eu/programma )

…………………….

FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO 2016: I LUOGHI DELLA CRESCITA

(da http://urbanpost.it/ )

– Al via il Festival dell’Economia di Trento 2016: ecco il programma della manifestazione che, arrivata alla sua undicesima edizione, si interrogherà sui “Luoghi della Crescita”

   Il Festival dell’Economia di Trento torna con la sua undicesima edizione dal nome “I luoghi della crescita”: tra Ministri e tanti incontri sui temi più attuali in ambito economico-sociale, l’appuntamento è dal 2 al 5 Giugno 2016. “La geografia economica del mondo segnala una crescente concentrazione della crescita economica in relativamente poche grandi città in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. La gerarchia economica non solo dei paesi, ma anche delle città è profondamente cambiata ed è in continua evoluzione. Ci sono molte ‘new entry’ e molte retrocessioni nelle gerarchie urbane del mondo” spiega Tito Boeri, Direttore Scientifico del Festival dell’Economia di Trento: da questa riflessione nasce l’undicesima edizione della manifestazione che proporrà un serrato confronto tra economisti, personalità politiche e istituzionali, ricercatori e giornalisti provenienti da ogni parte del mondo, che indagheranno appunto su “I luoghi della crescita”.

   Il Festival dell’Economia di Trento si aprirà il 2 Giugno con la conferenza del professor Enrico Moretti che si interrogherà sulla nuova geografia del lavoro: nella stessa giornata Kaushik Basu, Senior Vice-President della Banca Mondiale, analizzerà la crisi economica e le prospettive future mentre in serata verrà dato spazio all’architettura con Mario Botta e Vittorio Gregotti che terranno una discussione sulla creazione di nuovi spazi pubblici, nel rapporto fra creatività e vincoli urbanistici e di mercato. Il Festival proseguirà sino al 5 Giugno e vedrà anche gli interventi – tra gli altri – di Maria Elena Boschi, Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni: per il programma completo consultare il sito ufficiale.

…..

da www.giornalesentire.it/ :

Il Festival dell’Economia 2016 è stato presentato a Roma alla stampa italiana dall’Editore Laterza sponsor storico della manifestazione, dal governatore della Provincia di Trento Ugo Rossi e da Tito Boeri coordinatore del Festival, che si aprirà giovedì 2 giugno con la conferenza del professor ENRICO MORETTI, economista presso l’Università della California di Berkley, che esplorerà il tema della NUOVA GEOGRAFIA DEL LAVORO.

   Nella stessa giornata, l’indiano KAUSHIK BASU, Senior Vice-President della Banca Mondiale, analizzerà le radici della crisi e le prospettive future, soprattutto delle economie emergenti. Mentre la sera, due grandi architetti, come MARIO BOTTA e VITTORIO GREGOTTI, dialogheranno su come inventare gli spazi pubblici, nel rapporto fra creatività e vincoli urbanistici e di mercato.

   VENERDÌ 3 GIUGNO la parola passa ai territori, con i governatori di Trentino, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia Ugo Rossi, Debora Serracchiani e Roberto Maroni che si confronteranno sui temi della crescita e delle politiche regionali. Mentre JÖRG ASMUSSEN, già membro del board della BCE e sottosegretario di Stato presso il Ministero federale tedesco del lavoro e degli affari sociali, discuterà del futuro dell’Unione europea dal punto di vista della Germania.

   Si parlerà anche di come il grande flusso di rifugiati verso l’Europa ponga sfide diverse rispetto all’immigrazione per motivi strettamente economici, con la conferenza di CHRISTIAN DUSTMANN professore di Economia all’Università College di Londra e Direttore del Centro per la ricerca e l’analisi delle migrazioni.

   L’editorialista e corrispondente dagli Stati Uniti della “Repubblica”, FEDERICO RAMPINI, proporrà, invece, una suggestiva comparazione fra New York e San Francisco, fra diversità e conflitti. Mentre RAFFAELE CANTONE, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, stimolerà il pubblico del Festival con una riflessione sulla GEOGRAFIA DELLA CORRUZIONE.

   SABATO 4 GIUGNO, FRANÇOIS VILLEROY ed IGNAZIO VISCO, governatori delle Banche di Francia e d’Italia, si confronteranno sull’ipotesi di istituire un ministero delle finanze europeo. Nella stessa giornata interverrà al festival, sul tema dei “LUOGHI DELLA CRISI”, anche il ministro degli Esteri PAOLO GENTILONI e ci sarà la lezione di RAJ CHETTY sul RAPPORTO FRA GEOGRAFIA E LONGEVITÀ.

DOMENICA 5 GIUGNO saranno a Trento due ministri, quello del Lavoro Giuliano Poletti e quello dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Il Festival chiuderà alle 18.30 al Teatro Sociale con la conferenza del premio Nobel 2001 in Scienze Economiche MICHAEL SPENCE, che assieme a Tito Boeri analizzerà le prospettive della crescita in una discussione ad ampio raggio, alla luce delle idee e degli spunti emersi durante la kermesse.

   “Questa undicesima edizione vuole studiare più a fondo il territorio, affrontando un’area riscoperta solo di recente dagli economisti: L’ECONOMIA DELLO SPAZIO, DELLA GEOGRAFIA. Ospiteremo economisti, urbanisti, demografi e sociologi esperti di processi di agglomerazione. Daremo spazio a chi ha oggi o ha avuto in passato un ruolo attivo nel governo di questi territori, consapevoli che la crescita rapida o il declino di un’area pongono complessi problemi di governance, non solo a livello locale” annuncia il direttore scientifico Tito Boeri.

   “Quello dei “Luoghi della crescita” è un tema che come Provincia – ha aggiunto Ugo Rossi – abbiamo caldeggiato perché crescere, e soprattutto crescere in modo equilibrato, non è indifferente rispetto al luogo in cui questa crescita si realizza. La crescita sarà equilibrata e duratura se i territori si sentiranno coinvolti e responsabili di tale crescita. Abbiamo elaborato una ricerca sullo SPOPOLAMENTO DELLA MONTAGNA: il Trentino è l’unico territorio, insieme alla Valle d’Aosta, in cui questo spopolamento non è avvenuto. Ciò dimostra – ha concluso Rossi – che ci sono delle decisioni e delle modalità di organizzare un territorio che influiscono in modo forte sul tema della crescita”.

   Fra le novità di quest’anno un nuovo formato: SPOTLIGHT. Si tratta di tre approfondimenti (uno al giorno) su tre vicende che agitano l’attuale dibattito economico: Il caso Atlante (Alessandro Penati, venerdì 3 giugno alle 17.30); i Panama Papers (Vincenzo Visco sabato 4 giugno alle 10.00) e la vicenda Mondadori Rizzoli (Marco Gambaro, domenica 5 giugno alle 17.00).

   Visto il successo di pubblico delle precedenti edizioni, torna l’appuntamento con CinEconomia, a cura di Marco Onado e Andrea Landi: ogni sera, presso il cinema Modena, proposte cinematografiche legate al tema del Festival. Confermati gli Incontri con l’autore, curati da Tonia Mastrobuoni, presso la Biblioteca comunale, i Forum a cura de lavoce.info e gli appuntamenti con le parole chiave, che quest’anno saranno: AGGLOMERAZIONI, IMMIGRATI e CRIMINALITÀ, CENTRI e PERIFERIE.

   Non mancherà il format Nella Storia con Adriano Prosperi e Franco Cardini che declineranno il tema del Festival richiamando alcune significative vicende storiche. Torna anche il concorso EconoMia, realizzato con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), dell’Associazione Europea per l’Educazione Economica, del Dipartimento della Conoscenza della Provincia autonoma di Trento e dell’Istituto Tecnico Economico “Bodoni” di Parma.

   Come sempre, l’ingresso a tutti gli eventi è libero e gratuito fino ad esaurimento posti. Non è prevista la prenotazione.

…………………………

………………..

CITTA’, PROBLEMATICHE, SVILUPPI SOSTENIBILI

……

FANGHI TOSSICI: LA PAZIENZA DI MARGHERA

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 30/5/2016

– Nei circa duemila ettari di Porto Marghera sarebbero sepolti sette milioni e mezzo di metri cubi di fanghi tossici – «Ci vuole tempo, pazienza», spiega l’archistar Renzo Piano –

   «Marghera sensa fabriche saria più sana / ‘na giungla de panoce, pomodori e marijuana». La facevano facile, quei genialacci burloni dei Pitura Freska. Ma risanare l’immensa area industriale veneziana e il suo quartiere non sarà semplice, non sarà economico, non sarà rapido. Basti un dato: nei circa duemila ettari di Porto Marghera, dicono i rapporti, sarebbero stati interrati «sette milioni e mezzo di metri cubi di fanghi tossici e nocivi» di cui un milione e mezzo «molto pericolosi».

   «Va introdotta la dimensione della pazienza», sospira Renzo Piano, passeggiando lungo via Fratelli Bandiera, la «main street» del quartiere, mentre rombano uno dopo l’altro i Tir e si offrono una dopo l’altra le infelici sbattute sulla strada dai papponi in pieno giorno.

   «Va accettata l’idea che ci vorranno decenni o secoli per recuperare certi luoghi stuprati dall’inquinamento. Non accetto, però, l’idea che non ci sia “più niente da fare”. Che esistano posti irrimediabilmente perduti. Ci vuole tempo. Pazienza. Ma se non cominciamo…».

   Certo, in questa epoca che chiama «antropocene» sulla scia del premio Nobel Paul Crutzen per definire un’era «marcata dall’uomo cieco verso la natura», sa di non avere la bacchetta magica: «I miracoli non siamo in grado di farli. È chiaro che per ripulire i siti più corrotti non basta piantare acacie o salici perché avviino una lenta fito-rigenerazione». Tanto più che la politica, distribuiti i complimenti rituali («Bravissimi, andate avanti») non ha voglia di metter soldi in progetti che si confermeranno giusti fra decenni: le elezioni sono fra una settimana, un mese…

   Di cose da fare, però, ce ne sono mille: cambiare la legge che oggi dà per irrimediabilmente defunte certe aree prevedendo solo mega-maxi-progetti costosissimi (è lì che girano soldi) dove si grattano i terreni «fino a 8 metri di profondità se non 16 come a Sesto» e non consente neppure l’avvio di un risanamento «naturale» previsto in Paesi non meno stressati dall’inquinamento come la Germania.

   E avviare la fito-rigenerazione almeno sui terreni infetti ma non troppo. Come un’area comunale abbandonata. Di più: «Dobbiamo piantare semi vegetali ma anche culturali. Perché, come spiega Italo Calvino ne Le città invisibili , l’inferno dei viventi, “se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”. Ma puoi “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più” o “riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”». Il senso del «rammendo delle periferie».

   Gianfranco Bettin, il presidente della Municipalità, plaude: «Il solo fatto che Renzo Piano punti i fari su Marghera per noi è ossigeno. Sia per le sue idee sia perché illumina una realtà spesso in ombra».

   Partito il primo anno con tre quartieri (BORGATA VITTORIA a TORINO, LIBRINO a CATANIA e il VIADOTTO DEI PRESIDENTI a ROMA) per poi passare al GIAMBELLINO a MILANO («meglio concentrare gli sforzi: un’area alla volta»), il progetto di Piano che prende il nome G124 dalla stanza al Senato del «geometra» (copyright suo, auto-ironico) punta quest’anno appunto su MARGHERA.

   Dove con un tutor entusiasta (Raul Pantaleo) e una squadretta di giovani architetti motivatissimi (Laura Mazzei, Anna Merci, Nicola Di Croce), l’obiettivo è ambizioso. Mettere a segno piccoli-grandi interventi che dimostrino come sia possibile RICUCIRE IL RAPPORTO TRA UNA PERIFERIA «CHE NON È AFFATTO BRUTTA» (il modello era la CITTÀ-GIARDINO di LETCHWORTH, sia pure stravolta da palazzoni-alveari) e chi ci vive: «Anche nel posto più brutto c’è qualche angolo dove puoi vedere la bellezza. E Marghera, ripeto, non è una delle periferie più brutte».

   Era arrivata ad avere 35.724 addetti, nel 1971, l’area industriale che ai tempi di Enimont avrebbe dovuto diventare la capitale della chimica mondiale. Anno dopo anno è andata giù, giù, giù… Vivendo parallelamente il dramma della perdita dei posti di lavoro e altri incubi. Come nel 2002 quando una fuoriuscita di peci clorurate nell’area Petrolchimico generò un incidente vicino a un serbatoio di fosgene che in caso di incendio, secondo la storica Laura Cerasi, «avrebbe ucciso parte della popolazione di Marghera, Mestre, Venezia e del territorio contermine».

   «All’epoca ero un ragazzino, l’11 settembre era passato da poco più di un anno — ha scritto su Internazionale Pietro Minto —. Ricordo la paranoia del terrorismo. Ma Al Qaeda, si seppe poco dopo, non c’entrava: era solo il caro e vecchio Petrolchimico. Ricordo un surreale senso di sollievo che dimostra quanto il pericolo chimico, per chi vive a qualche chilometro da Porto Marghera, sia sempre stato una minaccia familiare, inevitabile…».

   Cambia pelle, Marghera. Spiegava l’ultimo rapporto dell’Osservatorio voluto da Porto, Comune, Regione che, «malgrado la catena ininterrotta di chiusure delle grandi industrie chimiche e siderurgiche degli ultimi anni, nella zona industriale e portuale nel 2014 erano attive ancora 1.034 aziende operanti (-18% rispetto al 2013) che occupano complessivamente 13.560 addetti». L’80,7% delle aziende rilevate «occupa meno di 15 addetti, e oltre il 94% ne impiega meno di 50».

   Qua e là, edifici assediati da erbacce, incuria, degrado. Ed è lì che il progetto O.r.ma. (Officine Riuso Marghera) punta a intervenire. Ridando vita a una scuola d’infanzia in condizioni penose per farne una scuola di musica gestita dall’Associazione «Nino Bocolo», cioè Adamo Vianello, «maestro» dei musicisti di Marghera dagli Anni 60 alla morte.

   O riscattando tra i «beni comuni», a uso del quartiere, l’ex istituto professionale «Edison» che da nove anni è stato abbandonato e oggi, dopo varie manifestazioni per chiedere un intervento del Comune, è sede di una palestra della Municipalità, un dormitorio Caritas e una dozzina di associazioni culturali che aggregano ragazzi intorno alle esibizioni di «parkour», a scuole d’artigianato auto-gestite, a corsi di lingue per stranieri o iniziative come «Ago e filò» che recuperano antiche tradizioni venete. Il tutto grazie a decine di volontari, giovani e meno giovani.

   Renzo Piano gironzola nel cortile di cemento, immagina il piccone per il muro di recinzione: «Giù quello, questo può diventare un giardino bellissimo». Angelo Pierobon, capelli «rasta», risata contagiosa, deciso con altri genitori ad arginare lo smottamento di un’area che fatica ad avere punti di riferimento, è entusiasta. Il «Geometra» ammicca: «Se no i xé mati no li volemo». (Gian Antonio Stella)

……………………..

intervista a DANIEL LIBESKIND

LA CITTÀ DEL FUTURO HA BISOGNO DI POETI

di Carlo Grande, da “la Stampa” del 19/1/2016

– L’archistar davanti ai problemi dell’instabilità climatica e del surriscaldamento globale: “La nostra è un’arte sociale, è comunicazione. Dobbiamo operare per la sostenibilità” –

   Architetto e designer di fama internazionale, DANIEL LIBESKIND è più un intellettuale che un archistar, figlio com’è di ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto: spesso la sofferenza dà più profondità all’esistenza. Ama la musica, la filosofia e la letteratura, vive a New York – ci arrivò da bambino prodigio, con una borsa di studio vinta suonando la fisarmonica – ma ama anche Milano, dove ha sede il suo secondo studio più importante, diretto dal figlio Lev, che cura progetti europei, asiatici e africani.

   I lavori di Libeskind significano originalità e architettura sostenibile; suo il masterplan per la ricostruzione dell’area del World Trade Center a New York (Ground Zero e Freedom Tower) e quello per «Citylife» della Fiera di Milano (e del progetto per residenze e terza torre), il Museo ebraico a Berlino, la Filarmonica di Brema, l’addizione al Victoria and Albert Museum di Londra.

   «Il surriscaldamento globale e l’instabilità climatica sono un problema enorme», dice. «Architetti e urbanisti devono operare per la sostenibilità».

Lei lavora in tutto il mondo, da Berlino a Singapore e Hong Kong, in Sud America: sa quanto le metropoli siano inquinate.

«Per abbattere i gas serra dobbiamo creare sistemi e edifici intelligenti (con standard ecologici elevatissimi, ad esempio per annullare la dispersione termica), ridurre la dipendenza dalle auto private e aumentare trasporti pubblici e infrastrutture. Servono grandi pedonalizzazioni, verde, spazi pubblici e metropolitane, qualità dell’innovazione e dell’abitare, selezione dei materiali; bisogna ripensare l’uso della tecnologia, tornare alla tradizione: gli antichi avevano poche risorse ma sapevano costruire con materiali poveri».

Cos’è per lei la tecnologia?

«È innanzitutto “tecnologia mentale”, pensare più liberamente, mettere radici; il teorico americano David Owen nel libro Green Metropolis dice che città come Manhattan e Hong Kong sono più verdi di luoghi meno densamente popolati perché percentuali più elevate di abitanti si muovono a piedi, in bici o con trasporti pubblici, condividono servizi in modo più efficiente, vivono in spazi più piccoli e consumano meno energia per scaldare le case. La città può aiutarci a essere liberi».

La sua aria renderà liberi, oggi si direbbe renda molti più malati e soli.

«Ma ha potenzialità enormi: occorre connettere le persone, dar loro accesso al lavoro, aiutarle a vivere meglio. E questo dipende dalla volontà politica, dalle strategie a lungo termine. Il mercato del domani lo creiamo noi, se lo progettiamo».

Di fronte all’emergenza delle polveri sottili, nelle settimane scorse, alcuni politici speravano soprattutto nel cattivo tempo e facevano la danza della pioggia.

«È vero, ma anche in Asia ci sono committenze progressiste, sanno che il modello occidentale ha troppi limiti. Sono consapevoli dei problemi locali e globali. Ogni città richiede soluzioni specifiche, a New York come a Milano. Bisogna ”connetterle” e rispettare il genius loci. Non basta un po’ di verde sui balconi. La città sono le persone, l’empatia, i luoghi d’incontro. Sono il mondo, quello che il mondo produce. I desideri del mondo vengono dalle città: sono imprevedibili, misteriose».

Dove va l’architettura oggi?

«In molte direzioni, prima di tutto torna alle radici, cerca di capire cosa serve agli uomini. Tanti pensano che la tecnologia risolverà tutti i problemi, ma la cosa che dà speranza è comprendere la complessità umana. Servono meno tecnocrati e burocrati e più poeti, astronomi, letterati, danzatori. Più qualità e meno quantità».

Lei ricorda Lewis Mumford, newyorkese purosangue che analizzava «dal basso» gli edifici ed era implacabile contro architettura e urbanistica nemiche del bene collettivo.

«Sì, mi interessa il punto di vista dalla strada, cosa coinvolge la gente. L’architettura non è astrazione, è un’arte sociale, comunicazione. Il cuore dei problemi è la comunità. Possiamo iniziare un nuovo Rinascimento, l’architettura è di fronte a nuove scoperte. Mi ispirano le piccole città italiane e le metropoli come Torino e Milano, capolavori trasformati nei secoli, e i momenti di passaggio, i luoghi dove avviene il cambiamento, la nascita delle periferie… Andiamo verso un’architettura “vernacolare”, in India ad esempio, verso architetture locali».

Lei compie frequenti incursioni nel mondo dell’arte e della musica. A cosa lavora attualmente? Sempre diffidente verso le «sleek curves», le curve «gentili»?

«A maggio prenderà il via un grande progetto con la Filarmonica di Francoforte, ventiquattr’ore di spettacoli, concerti e postazioni musicali in tutta la città: ospedali, metropolitana, librerie, parchi. È vero, non mi piace l’idea di superfici “gentili”, la realtà è più complicata delle curve; ma ci sono molte eccezioni, ci sono “curve Libeskind” in “Reflections at Keppel Bay” a Singapore, nei tre grattacieli a Busan in Korea, nel palazzo residenziale a Covington negli Usa, nella galleria d’arte a Majorca, nel grattacielo di Varsavia e in quello a CityLife… Sono “curve acute”, una contraddizione molto Libeskind!».

Cosa augura per questo 2016 agli abitanti delle metropoli?

«Di avere quello che conta nella vita: pace, giustizia e integrazione, di “rispondere” agli altri, essere una porta aperta verso chi non conosciamo. Di accettare, incorporare, rendere tutti cittadini, perché la città è un enorme simbolo. Ha presente il film City of God? Penso alle periferie cittadine e mondiali (come l’Africa, sto lavorando in Kenya) ai luoghi e alla gente negletta».

E a se stesso?

«Mi auguro di continuare a sognare e desiderare, essere libero di camminare, parlare, lavorare. Spero in una vita piena, di essere veramente vivo».

………………………

PERCHÉ DIFENDO LE PERIFERIE

di Renzo Piano, da “il Sole 24ore” del 29/5/2016

– Crogioli di energia, libertà, passione e persino bellezza. Per l’architetto e senatore, nato alle porte di Genova, vanno rigenerate. Come si è fatto con i centri storici –

   Ma perché difendi la periferia? Una domanda che mi fanno spesso, è successo anche qualche giorno fa alla Biennale di architettura di Venezia. Stavo guardando le fotografie del Giambellino, la periferia di Milano dove lo scorso anno abbiamo lavorato con i giovani architetti del gruppo G124 al Senato. Abbiamo abbattuto un muro, che è sempre una bella cosa, e liberato il mercato comunale che ora si affaccia sul verde parco. Il quartiere dove Giorgio Gaber girava in Lambretta e che canta nella Ballata del Cerutti.

   Ritratti di facce radiose, sorridenti nonostante tutto: chi coltiva pomodori nell’orto collettivo, chi con pazienza insegna italiano agli stranieri, chi è straniero e aggiusta il citofono del vicino italiano. La foto di un cinema all’aperto nel cortile delle case popolari, le sedie le portano giù da casa. Al Giambellino ci sono seimila abitanti di venti nazionalità diverse, e forse me ne sfugge qualcuna. Negli occhi di molti di loro leggo l’orgoglio di viverci.

   Le periferie sono ricchissime di bellezza umana e anche fisica che è nascosta. I miei pensieri correvano dietro queste immagini, avanti e indietro nel tempo. Gli anni da studente universitario a Lambrate, i concerti jazz al Capolinea, lungo i Navigli dove si fermava il tram 19.

   Pensavo ai giovani di tante associazioni del Giambellino che si impegnano per migliorare il loro quartiere e ci riescono, quando un ragazzo mi si è avvicinato: «Scusi architetto, permette…». Aveva in mano il libro che abbiamo fatto sull’esperienza al Giambellino, s’intitola Diario dalle periferie: «Ma perché lei difende le periferie? E poi secondo lei è possibile una periferia migliore?».

   Stavo per rispondere quando un amico mi ha distratto. Solo un attimo. Mi sono girato ma quel giovane non c’era più. Voglio dare adesso una risposta.

PERCHÉ SONO FIGLIO DELLA PERIFERIA

   Per prima cosa difendo le periferie perché è una questione d’appartenenza: sono figlio della periferia, sono nato e cresciuto nella periferia di Genova verso Ponente, vicino ai cantieri navali e alle acciaierie. Per me il centro di Genova, della Superba appunto, era lontano e intimidente. La mia è una periferia un po’ speciale, perché per metà è formata dall’acqua. Parlo del mare che invoglia alla fuga, a viaggiare per conquistarsi il futuro.

   Le periferie sono fabbriche dei desideri. Cresci con l’idea di partire, diventi grande avendo il tempo d’annoiarti e di pensarci su.

PERCHÉ LA PERIFERIA È LA CITTÀ DEL FUTURO

   Difendo le periferie anche perché sono la città del futuro, che noi abbiamo creato e lasceremo in eredità ai figli. Dobbiamo rimediare allo scempio fatto e ricordarci che il 90 per cento della popolazione urbana vive nelle zone marginali.

   Le periferie, che bisognerebbe chiamare città metropolitana, sono la grande scommessa del secolo: diventeranno o no urbane? Se non diventeranno città saranno guai grossi.

   C’è una simmetria tra i centri storici che volevamo salvaguardare negli anni ’60 e ’70 e il rammendo delle periferie. Certo le periferie non sono così fotogeniche come i centri storici: belli, ricchi di storia, arte e fascino. Però oggi, se devo dirla tutta, i centri storici talvolta sono diventati centri commerciali a cielo aperto, infilate di boutique di lusso una dietro l’altra. I centri storici sono sazi e appagati mentre sono le periferie dove c’è ancora fame di cose e emozioni, dove si coltiva il desiderio.

   La città europea insegna a non creare quartieri solo per lo shopping o solo per gli affari ma a mescolare le diverse funzioni. Le periferie sono la città che è una grande invenzione, forse la più grande fatta dall’uomo. Ovvero il luogo dove si impara e pratica la convivenza, la tolleranza, la civiltà, lo scambio e la crescita. Perché nelle periferie c’è energia.

   Difendo la periferia anche perché è un concentrato d’energia, qui abitano i giovani carichi di speranze e voglia di cambiare. Quasi sempre il termine periferia è accoppiato ad aggettivi denigranti come violenta, desolata, triste. Ma le facce della gente del Giambellino sono tutt’altro che tristi.

   Viene spesso definita come deserto affettivo, ma è vero il contrario: le periferie sono crogioli di energia e di passione. Che poi non si tratti solo di forze positive lo sappiamo.

   Il disagio urbano è una malattia cronica della città, una sofferenza che in alcuni momenti si acuisce. Un male che è generato dal disagio sociale ma anche dal degrado e dalle bruttezze dei luoghi, dal disamoramento con cui le periferie sono state realizzate. Bisogna lavorare sulla dignità del luogo, è fondamentale. Un quartiere ben costruito è un gesto civico, una città ben costruita è un gesto di pace di tolleranza.

PERCHÉ C’È BELLEZZA IN PERIFERIA

   Ecco può sembrare una contraddizione di termini ma la periferia può essere bella, perciò la difendo. Anche alcuni scorci, certi cortili, le proporzioni dei caseggiati del Giambellino sono belli. Così come la bellezza noi del G124 l’abbiamo trovata anche a Librino, a Roma sopra e sotto il Viadotto dei presidenti, a Borgata Vittoria a Torino e siamo a caccia di perle anche quest’anno a Marghera.

   Si tratta di un’armonia nascosta che va cercata e scoperta. Le periferie godono di una bellezza per la quale non sono state costruite: sono state fatte senza affetto, quasi con disprezzo. Eppure c’è una bellezza che riesce a spuntare fuori, fatta certo di persone ma anche di luce, orizzonti, natura e tanto spazio.

   Spazio, per esempio, per piantare nuove piante: guardare un albero riserva sorprese, non è mai uguale al giorno prima. D’autunno le foglie cambiano colore e cadono lasciando passare la luce del sole, ogni primavera si assiste al rito del rinnovamento. Una metafora della vita e della rigenerazione. Una bellezza che non è cosmesi. D’altronde il principio bellezza, quella autentica, in tutto il bacino del Mediterraneo non è mai disgiunta dalla bontà. L’idea dei greci: kalos kagathos, bello e buono.

PERCHÉ HO SEMPRE PROGETTATO IN PERIFERIA

   Da quando il presidente Giorgio Napolitano mi ha nominato senatore a vita mi sono dedicato con i giovani che ho raccolto nel gruppo G124 al rammendo delle periferie. Anche da parlamentare faccio l’unica cosa che so fare: l’architetto che è un mestiere politico, nel senso che viene da polis.

   Ho sempre lavorato e progettato ai margini della città. Fin dai tempi del Laboratorio di quartiere di Otranto realizzato con Unesco. Era la fine degli anni Settanta: insieme agli abitanti si faceva il progetto, insieme si sceglievano e mettevano a punto gli strumenti per intervenire, e ancora insieme si apriva il cantiere. Un processo partecipativo che non serviva, come purtroppo spesso accade, a persuadere ma ad ascoltare, capire e fare progetti migliori.

   Fu allora che inventammo la figura dell’architetto condotto. Esserlo, come accade per il medico condotto, ti insegna una cosa fondamentale: l’arte di ascoltare la gente e di trovare l’ispirazione.

   Anche oggi i miei progetti più importanti riguardano la riqualificazione di periferie urbane: dal campus della Columbia University a Harlem, al tribunale di Parigi verso i confini della banlieue nord, alla nuova scuola Normale superiore di Saclay a sud della capitale.

   Devo rispondere ancora alla seconda domanda di quel ragazzo della Biennale: È POSSIBILE UNA PERIFERIA MIGLIORE? Certo che è possibile, basta andare a Marghera dove sono appena stato per un sopralluogo con G124 per capirlo. C’è già una periferia migliore, negli ultimi vent’anni questo quartiere ha fatto passi da gigante. Come scriveva Italo Calvino, anche le più drammatiche e le più infelici tra le città hanno sempre qualcosa di buono. Quel qualcosa dobbiamo però scoprirlo e alimentarlo. Così avremo città migliori. (Renzo Piano)

……………………………

SOTTOSUOLO COLABRODO E POCA MANUTENZIONE: L’ITALIA CHE OGNI GIORNO SPROFONDA UN PO’ DI PIÙ

di Corrado Zunino, da “la Reoubblica” del 26/5/2016

– Le reti idriche perdono un terzo dell’acqua e per rattopparle i comuni spendono un decimo rispetto a quanto si fa nel resto d’Europa: ecco perché, in un Paese a rischio frane, anche le città si sgretolano –

   Millequattrocento voragini si sono allargate nel nostro paese, negli ultimi 35 anni, per le ragioni più diverse. Sono 1.400, sì, quelle certificate dal 1980 ad oggi dalla Protezione civile e dall’Ispra, ma un lungo lavoro di ricerca e mappatura è ancora da fare. A Milano, per restare in ambito urbano, due enormi buche hanno causato seri danni negli ultimi sei anni. Nel settembre 2010 in viale Zara, per il maltempo. Nel luglio 2014 in corso di Porta Romana, anche qui pieno centro come Firenze, per i lavori di scavo di un palazzo vicino: marciapiede e lastre di pietra sono state inghiottite dodici metri sotto, la pioggia dei giorni precedenti ha avuto un ruolo.

   L’acqua, l’infiltrazione di acque, è il motore maligno degli sprofondamenti del terreno. Bologna, autunno 2010: voragine alla stazione centrale, cantiere dell’alta velocità, un container risucchiato. Crotone, febbraio 2011: pioggia e pioggia, poi il grande buco. Un mese dopo Ravenna, vuoto in mezzo alla strada provinciale: un’auto dentro, due feriti. A fine 2014 si è aperto l’asfalto in viale Unità d’Italia, a Bari: le sollecitazioni degli autobus. C’è tutto il capitolo Napoli, territorio con novecento grotte e scavi artificiali sotterranei.

   SINKHOLES, si chiamano, in questo caso, i risucchi al centro della terra. Via Strettola, un mezzo per la raccolta dei rifiuti scompare. Voragine in piazza Luigi Miraglia. Quindici mesi fa in via Campanile, che cede sotto il peso di un altro camion dell’immondizia: quattro palazzi e 38 persone sgomberate. Il 9 dicembre del 2015 due palazzine di Veterinaria, Università Federico II, lentamente ma visibilmente si accartocciano. Ancora Orciano di Pesaro, il quartiere Valverde di Catania, la Procida del Postino. A Camaiore un quartiere è monitorato dal 1995.

   L’acqua s’infiltra, a volte nelle piane sabbiose di Firenze e Bologna, altre nelle grotte tufacee che sostengono Napoli, altre ancora in anfratti vulcanici dimenticati nei secoli che circondano la periferia est di Roma. Il risultato è lo sprofondamento.

   Gian Vito Graziano, presidente nazionale dei geologi, ha lanciato l’allarme fragilità del suolo italiano: su 700mila frane mappate in Europa, 530mila sono nel nostro paese. Sul tema voragine Graziano dice: «Molte grotte delle città costruite sul vuoto le scopriamo solo quando succede un accidente. Diversi sprofondamenti sono indotti, poi, dalla cattiva manutenzione quotidiana. Una delle cause è il pessimo stato della rete idrica».

   Gli acquedotti italiani perdono in media il 32 per cento, con punte del 70. L’acqua s’infiltra, dilava, porta via terreno e crea un vero e proprio scavo sul quale prima o poi crolla tutto quello che c’è sopra. «I gestori di acqua, ma anche di gas e luce, si preoccupano molto di quello che corre nelle loro gallerie di servizi», dice il geologo, «ma poco di quello che c’è all’esterno. Rompono, scendono, richiudono male. La legge chiede di lavorare a fianco di un geologo, non la fa nessuno».

   Nei centri storici con il manto stradale cicatrizzato da Enel e compagnie del gas il traffico crea inediti avallamenti, il consolidamento dei terrapieni nuove fessure. Poi arriva l’acqua e scava i guai. «Spendere in prevenzione e buona manutenzione costa dieci volte meno che riparare il danno». I comuni della provincia sono pieni di geometri, privi di geologi. Il geologo di quartiere è presente in due disegni di legge: si sono arenati per mancanza di risorse.

   Del fenomeno (sinkholes e sprofondamenti, non sempre collegati) si sta occupando la Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico. Il governo. Intende investire 100 milioni in strumenti di controllo. La spesa necessaria per manuntenere la rete idrica del paese è stimata in cinque miliardi l’anno, 80 euro per abitante. In Italia si investono solo 34 euro (dodici dove la gestione è affidata ai comuni). In Francia 88 euro per abitante, in Danimarca 129 euro.

   Giovanni Valotti, presidente di Utilitalia, federazione che riunisce le aziende di servizio, dice: «Le nostre società non riescono a portare a termine gli interventi programmati per una burocrazia autorizzativa infinita. E per questi ritardi continuiamo a pagare multe pesanti all’Unione europea». (Corrado Zunino)

…………………………

UN «NONLUOGO» CHIAMATO TERRA

di Marc Augé, da “il Sole 24ore” (supplemento domenicale) del 20/12/2015

– Gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne dei consumi possono essere anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza? La risposta dell’antropologo-

   La nozione di non luogo è stata concepita in relazione e per opposizione a quella di luogo o, più esattamente, a quella di luogo antropologico. Il luogo antropologico è il luogo in cui vi è una coincidenza perfetta tra disposizione spaziale e organizzazione sociale.

   In esso le regole di residenza sono rigide e si combinano con le regole di filiazione; il sistema che ne risulta può essere, secondo la terminologia degli etnologi, «armonico» o «disarmonico»: armonico quando c’è coincidenza tra la fi­liazione e la residenza (filiazione patrilineare e residenza patrilocale o filiazione matrilineare e residenza matrilocale), disarmonico quando filiazione e residenza non coincidono (filiazione patrilineare e residenza matrilocale o filiazione matrilineare e residenza patrilocale).

   In tutti i casi, l’organizzazione sociale è trascritta nello spazio – il che implica, viceversa, che una lettura attenta dello spazio fornisce un’immagine della struttura sociale. La decodificazione del luogo antropologico dà dunque all’etnologo un’idea concreta della struttura sociale: delle regole di filiazione e di residenza, delle modalità di alleanza matrimoniale, della eventuale suddivisione in classi di età, della gerarchia sociale e così via. Le regole variano da un gruppo all’altro, ma vi sono sempre delle regole, più o meno facilmente reperibili, nell’occupazione dello spazio. A completare la definizione di luogo antropologico intervengono vari simboli di identità collettiva, che fanno riferimento alla storia comune o alla religione condivisa. In tal modo il luogo antropologico ha fornito ai primi etnologi una via d’accesso ai gruppi umani che erano oggetto dei loro studi.

   Sono stato dunque indotto a chiamare nonluoghi gli spazi caratteristici della “surmodernità”, come gli aeroporti o i supermercati: spazi dove si passa e nei quali non esiste a priori alcun legame simbolico immediatamente decifrabile tra gli individui che li frequentano.

   A questo punto si impongono alcune precisazioni e alcune avvertenze:

1) non ho mai voluto opporre il luogo al nonluogo come il bene al male. L’assegnazione a residenza derivante dalla rigida definizione di luogo è esattamente il contrario dell’aspirazione alla libertà individuale che corrisponde in teoria all’ideale di modernità;

2) ciò che per alcuni è un luogo, per altri può essere un nonluogo e viceversa. Non è la stessa cosa trovarsi in un aeroporto come passeggero o lavorarci quotidianamente con dei colleghi, delle postazioni e degli orari di lavoro. Lo stesso vale per un supermercato; […]

3) in senso stretto è dunque impossibile redigere una lista ponendo fianco a fianco i luoghi e i nonluoghi empirici. Ci può essere un luogo nel nonluogo e viceversa, in funzione degli attori o dei momenti considerati. […]

4) ciò non impedisce che oggi si moltiplichino gli spazi di circolazione (vie aeree, autostrade, treni ad alta velocità ecc.), di consumo (ipermercati e circuiti di distribuzione, istallazioni turistiche ecc.) e di comunicazione che corrispondono a un cambiamento di scala nella vita degli esseri umani – cambiamento di scala che traduce il termine globalizzazione, sinonimo di urbanizzazione nella misura in cui IL PIANETA COMINCIA A FUNZIONARE COME UN’IMMENSA CITTÀ, il MONDO-CITTÀ.

   Questo “MONDO-CITTÀ” è composto di metropoli, le “cittàmondo”, più o meno legate le une alle altre attraverso il tessuto, ogni giorno più denso, di zone urbanizzate e di reti di comunicazione virtuali.    La crisi del luogo – Il termine nonluogo oscilla dunque tra una definizione teorica, che rinvia all’impossibilità di produrre una lettura sociale dello spazio condotta termine a termine, e la constatazione di un cambiamento di scala che si traduce nell’inesorabile estensione delle zone urbanizzate così come nell’estensione, parallela, degli spazi del consumo turistico (hotel, villaggi vacanze ecc.) o dell’esilio (campi profughi). […]

   GLI SPAZI DELLA COMUNICAZIONE SONO DAPPERTUTTO E COLONIZZANO I CORPI INDIVIDUALI. Ciascuno aspira a connettersi con l’insieme del pianeta e c’è da temere che la NUOVA FORMA DI DISUGUAGLIANZA TRA GLI ESSERI UMANI OPPONGA COLORO CHE SONO “COLLEGATI” A QUELLI CHE NON HANNO I MEZZI PER ESSERLO.

   Eppure lo spazio cibernetico non è un luogo nel senso antropologico del termine: non è possibile leggervi nessuna forma di relazione sociale né i simboli di un’identità condivisa. Esso eccede ogni capacità individuale di relazione e sotto questo aspetto la folla degli internauti, che pare metaforicamente assai chiassosa e chiacchierona, somiglia piuttosto alla lonely crowd (folla solitaria) analizzata da David Riesmann nel 1950.

   Se il termine nonluogo ha conosciuto una certa fortuna, talvolta a prezzo di alcuni malintesi, ciò è dovuto senza dubbio al fatto che esso dà nome a un sintomo. Questo sintomo passa per un doppio e contraddittorio sentimento di eccessiva pienezza e solitudine, di vuoto e di sovraccarico che si esprime in diversi modi nella società, nella letteratura o nelle arti. Questo fenomeno, che si rivela un po’ dappertutto, potrebbe essere chiamato CRISI DEL LUOGO. ESSO HA DIVERSE CAUSE E DIVERSI ASPETTI, STORICI, DEMOGRAFICI, GEOGRAFICI E POLITICI. Tutti questi aspetti possono ricondursi al fenomeno del CAMBIAMENTO DI SCALA nella vita umana, IL PASSAGGIO ALLA SCALA PLANETARIA, vissuto da tutti e da ciascuno.

   Il fatto più significativo a tal proposito è certamente il cambiamento di stato del PIANETA, che diventa sotto i nostri occhi un OGGETTO DI TURISMO, un PAESAGGIO. Presto i turisti più fortunati potranno farsi mandare in orbita a contemplare per un po’ di tempo il pianeta nel suo insieme.

   Questa RIDUZIONE DEL PIANETA A UN OGGETTO DI CONSUMO TURISTICO è veramente notevole: essa permetterà a qualche privilegiato di provare ciò che avevano già sperimentato gli astronauti di professione, ossia la nostra qualità di “terrestri”. […]

   Nel frattempo, le tecniche di comunicazione, più ancora del mercato, e ancor prima l’immaginazione politica, delineano maldestramente e approssimativamente la possibilità di una società planetaria, di un luogo planetario che non sarà estraneo a nessun essere umano. CHE COS’È OGGI, IN QUESTE CONDIZIONI, IL NONLUOGO, SE NON IL CONTESTO NECESSARIO DI OGNI LUOGO POSSIBILE?

   Da ciò deriva il carattere profondamente ambivalente della nozione di nonluogo. Ci si domanda talvolta e in una buonafede un po’ ingenua: come trasformare un nonluogo in luogo? Con ciò si intende: umanizzarlo, renderlo a misura d’uomo, farlo sfuggire all’anonimato. Ma, nella misura in cui viviamo, semplicemente, passiamo il nostro tempo, dove che sia, a costruire o tentare di costruire legami e luoghi.

   L’uomo è un animale simbolico. Si può andare ancora un po’ oltre e voler inventare dei luoghi nuovi, nei quali le relazioni tra gli uni e gli altri siano ridefinite sia in una modalità più ludica e provvisoria (per esempio un villaggio vacanze), sia in una mo­dalità più durevole (così alcuni sessantottini sono andati ad allevare capre sulle montagne delle Cevenne).

   Queste utopie realizzate corrispondono a ciò che Michel Foucault ha chia­mato eterotopie, ma oggi non può venire alla luce nessuna eterotopia, a meno che non sia inserita in un contesto più va­sto e più globale, quello che definiremo come nonluogo.

   La verità del nonluogo, bisogna insistere su questo punto, è dunque in definitiva contestuale. Così il mondo-città (le sue immagini di fluidità, il volo degli aerei nella notte illuminata dalle luci dei grandi grattacieli, le performance dei grandi sportivi ritrasmesse su tutti gli schermi del mondo ecc.) è esso stesso il nonluogo e il contesto, visibile attraverso schermi interposti, del luogo della città-mondo sul quale si possono leggere tutta la diversità e tutte le disuguaglianze della Terra. In questo modo, il non logo del mondo-città è l’ideologia del luogo della città-mondo; esso viene presentato come il suo avvenire o la sua verità, quando invece non è altro che la sua illusione.

   Resta il fatto che questa illusione possiede la sua parte di verità, la parte di verità del desiderio, che forse spinge alla nascita dell’illusione. Il luogo empirico è spesso IL LUOGO DEL RIFIUTO DEGLI ALTRI e delle diffidenze interne, della gelosia, della sorveglianza e del segreto – il che non toglie nulla alla dolcezza del focolare, dei ricordi di infanzia e delle successive nostalgie.

   Per quel che riguarda i nonluoghi empirici, essi sono gli spazi di anonimato, le finzioni dell’immagine e le menzogne del libero consumo; ma sono anche gli spazi dell’incontro, del possibile avvenimento, dell’attesa e della speranza.

   Dal momento in cui il pianeta diventa un paesaggio che un turista può abbracciare con un solo colpo d’occhio, esso diventa il contesto finale, il nonluogo ultimo o piuttosto, sulla scala dei tempi a venire, il luogo Terra infine compiuto, a partire dal quale l’umanità dovrà ancora cambiare scala temporale e spaziale per proiettarsi un po’ più lontano nel sistema solare. Stiamo assistendo non alla fine della storia, ma alla fine della preistoria dell’umanità terrestre come società planetaria.[…] (Marc Augé)

…………………………….

“Limes” in edicola

IL FRAGILE EQUILIBRIO DELLE NOSTRE BANLIEUE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 9/5/2016

   Esiste il rischio jihadista nelle nostre città, nelle nostre periferie? Questa domanda serpeggia nella pancia degli italiani. La risposta più comune, da parte di studiosi e autorità pubbliche, oscilla tra il “no” rassicurante e il prudente “meno che altrove”. Certo meno che a Londra, Parigi o Bruxelles. Soprattutto per due fenomeni tipicamente nostrani: non essere stati vero impero, non sentirsi vera nazione. La modesta e tardiva proiezione imperiale comporta che rispetto alle metropoli delle ex potenze coloniali europee le nostre città ospitino un minor numero di musulmani (il 4% nella provincia milanese, la metà in quella capitolina, contro le percentuali a due cifre di Londra o Parigi), in maggioranza ancora di prima generazione. La tipologia dellabanlieue come società parallela, ghetto per comunità allogene isolate dal centro dominato dai cittadini “di ceppo”, non ha preso piede da noi.

   Il moderato sentimento nazionalistico e la tendenza a non enfatizzarlo nella vita quotidiana favoriscono poi la disposizione all’accoglienza del migrante, cui viene di fatto attribuito un ruolo economico e sociale decisivo, fosse solo per limitare l’altrimenti irreversibile declino demografico e per sobbarcarsi lavori cui i nativi sono ormai refrattari. Sicché un Paese che non si pretende paradigma identitario può costituire un caso di integrazione informale che culmina nella “ mixité alla romana” o nel “multiculturalismo alla napoletana”. Architetture sociali precarie, forse irriproducibili, eppure relativamente efficienti.

   Ma tali peculiari equilibri sono instabili. Le valvole di sicurezza potrebbero saltare. La paura dell’alieno potrebbe prevalere, istigando e legittimando la ghettizzazione. Così eccitando la stigmatizzazione dello straniero, a cominciare dall’islamico. E la diffusione di ghetti urbani a forte omogeneità etnica, monadi di sofferenza e rabbia. Terreno di coltura per potenziali jihadisti.

   L’ossessione securitaria minaccia però di farci perdere di vista i termini davvero decisivi della partita delle nostre periferie. Di quegli spazi che ci ostiniamo a definire periferici, identificandoli non in base alla geografia, che li renderebbe quasi indistinguibili dall’ipotetico centro, ma al disagio urbano.

   Perché è da qui che conviene muovere per identificare le “periferie” — le virgolette stanno a ricordare la vaghezza del termine — e per tentarne la riqualificazione. Stefano Boeri indica la polarità città-anticittà come più pertinente della coppia centro-periferia nel determinare le direttrici della battaglia per la riabilitazione del nostro frammentato tessuto urbano, che specie lungo la fascia adriatica non ha quasi soluzione di continuità.

   Dove per anticittà s’intende il degrado delle infrastrutture, dei servizi e degli edifici, la perdita degli scambi sociali e culturali che segnano storia e spirito della civitas — pur sempre una specialità italiana — il predominio delle mafie. Mentre città significa luoghi di aggregazione — cominciando dalle piazze, dalle scuole, dai centri sportivi e artistici — dove gente diversa costruisce insieme, a partire dalle proprie radici, l’appartenenza allo spazio urbano come bene pubblico.

   Ricucire e riabilitare il nostro territorio urbanizzato, dove grande capitale privato e “imprenditori in canottiera” hanno dettato ritmi e moduli della frammentazione urbana con un tasso parossistico di consumo del suolo, significa progettare una strategia a tenaglia, che tenga insieme “alto” e “basso”, pubblico e privato, nazionale e locale, centri e periferie, italiani “di ceppo” e nuovi aspiranti italiani. Perché il Paese delle cento città non scada a terra delle mille periferie. (Lucio Caracciolo)

………………………….

JOSEPH RYKWERT, architetto

“LE ARCHISTAR CURANO IL LORO EGO E IL TESSUTO DELLE CITTÀ VA A PEZZI”

intervista di Alain Elkann, da “la Stampa” del 29/5/2016

   JOSEPH RYKWERT è tra i più importanti critici e storici d’architettura della sua generazione. È nato a Varsavia, vive a Londra dallo scoppio della II guerra mondiale, è professore di Architettura all’Università della Pennsylvania. Ha appena compiuto 90 anni e lavora a un nuovo libro. Parla polacco, tedesco, russo, francese, italiano.

Ha appena ricevuto la Laurea Honoris Causa a Bologna, una delle tante che le hanno conferito. Cosa prova?

«Beh, quando le persone si danno così da fare per te, è piacevole. La mia prima laurea honoris causa la ebbi a Edimburgo, insieme ad Amartya Sen, per lui era la 19a. Questo è un onore più che un premio».

Si considera un intellettuale, un architetto, un professore?

«Penso a me stesso come a un architetto che vaga tra storia e teoria».

Ha scritto libri dove la città ha un ruolo centrale, per esempio “L’idea di città”.

«Sì, quando vivevo a Varsavia, da bambino, aveva 1,5 milioni di abitanti. Una piccola città. Poi ho scoperto la metropoli con Londra. Mi interessa sapere come la gente vede, fisicamente, la città in cui vive. Che mappa della città hanno in testa, per dire?»

C’è una città perfetta?

«Non ci può essere una città perfetta. Le città sono imperfette perché sono volute solo a metà. Manhattan, per esempio: New Amsterdam era sulla punta meridionale di Manhattan e Wall Street corrispondeva alle mura. Poi nel 1811 fu disposto il grande piano per dividere New York in rettangoli».

Che dire di Parigi?

«Fu fondata sulla riva sinistra, poi rimase limitata all’isola, finché un castello, il Louvre, apparve sulla riva destra e il centro fu spostato. Ma il centro storico romano era sede dell’università e di alcuni monasteri».

E Londra?

«La struttura di base di Londra è la tensione tra la città regia e Westminster con abbazia, Parlamento e Palazzo e il nodo del potere mercantile, City. I due centri erano connessi lungo il fiume dallo Strand e da Fleet Road. Ora entrambi i centri sono sminuiti dal London Eye, che sembra dire che Londra è vista più che vissuta».

L’Italia è davvero il paese delle 100 città?

«Sì, ci sono diverse capitali. Non è questione di numero di abitanti, Dublino o Edimburgo, per esempio, hanno il carattere di capitale a differenza di Manchester, Liverpool o anche Glasgow. La Gran Bretagna ha tre capitali, ma l’Italia ne ha molte. Torino e Venezia, o Firenze, Palermo, Napoli, e, naturalmente, e soprattutto, Roma. Ma anche tutte le città attorno alla via Emilia, come Parma, Modena, Bologna e Rimini, avevano governi e tribunali».

Non pensa che Venezia sia la città più straordinaria del mondo?

«Certo, è straordinaria, ma ci sono altre città sull’acqua in Cina e nel Sud-est asiatico. Quello che mi pare unico di Venezia è la sua monarchia elettiva e il modo in cui utilizza il suo fronte del porto per mettere in mostra il suo potere. S’inizia con l’ospizio degli Incurabili alle Zattere, si prosegue con i Magazzini del Sale, poi la Dogana, all’ingresso del Canal Grande. Dall’altra parte i Magazzini del Grano, poi la Zecca e la Biblioteca di Stato. Nello stacco della piazzetta c’è il patibolo tra le due colonne e poi il Palazzo Ducale con il carcere annesso, i Piombi. Una dimostrazione di potere che dev’essere sembrata ovvia a chiunque arrivasse a Venezia per via d’acqua».

Che ne dice di Roma ?

«Roma è davvero “Caput mundi”, come tante altre città simbolo, la sua storia è iniziata con un omicidio. Romolo e Remo come Caino e Abele. Il centro della Roma più antica sono il Palatino, il Campidoglio e il Foro. Ora sono stati svuotati di senso e sembrano quello che sono, un parco archeologico. Noi tutti abbiamo il nostro personale centro romano – il mio è, credo, piazza di Spagna».

Qual è la sua città preferita?

«Tutte le città sono interessanti, da Pechino a Shanghai, da Varanasi a Mumbai. Le trovo tutte affascinanti».

I grattacieli hanno cambiato l’idea dell’architettura e della città?

«Il punto con gli edifici alti è che consumano e sprecano lo spazio intorno a loro. L’edificio più alto del mondo al momento è in costruzione a Gedda, è alto un chilometro. Attorno, il deserto. In realtà si tratta di un edificio dove non si può entrare a piedi, ci si deve andare in auto. E un edificio ancora più alto è previsto a Baku. Questi edifici non hanno alcun pregio architettonico».

Quali sono gli architetti che ammira?

«Apollodoro di Damasco, che progettò il Foro di Traiano, forse il Pantheon. Si dice che sia stato condannato a morte da Adriano perché parlò in modo irrispettoso dell’architettura di Adriano. Ammiro abbastanza Borromini e Bernini, che pure non si amavano a vicenda. Naturalmente Leon Battista Alberti, – quando dice che la città è una grande casa e la casa è una piccola città – e Bramante e Le Corbusier, meno Mies van der Rohe. Gropius è stato molto bravo a scegliere i suoi collaboratori, come Kandinsky e Klee e soprattutto Itten. Non amo le archi-star perché si affidano alla natura eccezionale della loro personalità e non alla qualità del loro lavoro. È molto difficile essere un architetto in questo periodo neo-capitalista perché ci manca il senso di una necessità per lo spazio pubblico. Senza la percezione della società, si possono fare singoli edifici ma il tessuto della città va a pezzi». (Traduzione di Carla Reschia)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...