EUROMEDITERRANEO: UNO SPAZIO COMUNE TRA I POPOLI – Come ridisegnare geograficamente le origini del Mar Mediterraneo non come ora di confine nazionalistico di divisione tra due mondi, ma com’era: LUOGO UNICO DI INCONTRO DI CIVILTÀ, DI SCAMBI ECONOMICI, CULTURALI, TRA PERSONE

“(…) Va subito precisato: QUASI TUTTI I CONTINENTI (ad eccezione almeno per il momento di quelli polari) HANNO IL PROPRIO MEDITERRANEO, una grande ingolfatura oceanica che agisce da sinapsi tra le grandi masse emerse, un vero e proprio insieme di «PIANURE LIQUIDE che comunicano per via di porte più o meno larghe», come Fernand Braudel definiva il MARE NOSTRUM DEI ROMANI, il MEDITERRANEO EURO-AFRICANO (….) (di Franco Farinelli, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016)
“(…) Va subito precisato: QUASI TUTTI I CONTINENTI (ad eccezione almeno per il momento di quelli polari) HANNO IL PROPRIO MEDITERRANEO, una grande ingolfatura oceanica che agisce da sinapsi tra le grandi masse emerse, un vero e proprio insieme di «PIANURE LIQUIDE che comunicano per via di porte più o meno larghe», come Fernand Braudel definiva il MARE NOSTRUM DEI ROMANI, il MEDITERRANEO EURO-AFRICANO (….) (di Franco Farinelli, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016)

   Fa riflettere quando i nostri media, la televisione, i giornali, si lamentano che in Italia arriva olio extravergine di olive prodotto in Tunisia, o Algeria… e che invece dobbiamo consumare “olio italiano”… Ma allora: cosa dovrebbero fare i popoli a sud del Mediterraneo se pure la “sponda nord” vuol bloccare la loro produzione di olio, i loro prodotti agroalimentari?…

   Il progetto “EuroMediterraneo” è fermo, non va avanti, non ha mai avuto una spinta concreta, un’accelerazione. E’ rimasto solo negli intenti europei, senza per niente crederci. L’attuale crisi su entrambe le sponde del Mediterraneo sottolinea i limiti di quel sogno europeo di unire i popoli del Mediterraneo, un ritorno alla geografia, a quel che ha sempre rappresentato questo mare: incontro di popoli, di scambi commerciali, un’unicum oltre ogni nazionalismo.

Nella cartina i Paesi membri dell’Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM) - (in blu l'Unione europea, in ciano i candidati, in verde i paesi partner, in giallo il paese osservatore, cioè la Libia) - L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY. L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio. Ad oggi l’UpM è costituita da 43 PAESI, ossia da tutti i paesi dell’UE e della costa meridionale del Mediterraneo ad eccezione della Libia.
Nella cartina i Paesi membri dell’Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM) – (in blu l’Unione europea, in ciano i candidati, in verde i paesi partner, in giallo il paese osservatore, cioè la Libia) – L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è un organismo internazionale (che finora non è stato per niente operativo) ispirato al modello dell’UNIONE EUROPEA, che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo (pur questo non costituendo una prerogativa unica). È stato presentato al VERTICE DI PARIGI il 13 luglio 2008 dal presidente francese NICOLAS SARKOZY. L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO è una conseguenza politica-operativa del PROCESSO DI BARCELLONA, che dal 1995 ha iniziato un percorso di avvicinamento dell’Unione Europea alle nazioni mediorientali e africane, attraverso appunto la COOPERAZIONE EURO-MEDITERRANEA. Il 27 e 28 novembre 1995 a BARCELLONA, gli allora 15 paesi membri dell’UNIONE EUROPEA ed altre nazioni mediterranee decidono di realizzare nel “mare nostrum” un mercato di libero scambio. Ad oggi l’UpM è costituita da 43 PAESI, ossia da tutti i paesi dell’UE e della costa meridionale del Mediterraneo ad eccezione della Libia.

   La disintegrazione dello spazio mediterraneo è il prodotto sia del terrorismo (l’Isis è pure nel territorio libico), sia della crisi finanziaria. Ma in particolare del venire verso nord dei migranti, che ha reso il progetto europeo sguarnito di soluzioni positive, concrete, a questo fenomeno migratorio spontaneo e quanto mai prevedibile (e da molti previsto già da decenni). Il venire di migranti per lo squilibrio economico tra nord e sud delle due sponde, la povertà di alcuni paesi a sud (e poi le guerre, civili e non, che in molti di essi, paesi africani o mediorientali, imperversano).

   Ma in primis manca una vera autentica collaborazione economica tra le due sponde del Mediterraneo. Se la Comunità Europea è sorta su un progetto, nel secondo dopoguerra, di mettere assieme i paesi europei in una “comunità economica del carbone e dell’acciaio” (allora produzioni importanti), adesso manca la volontà di creare un Mediterraneo unito su un progetto di riconversione ecologica, sull’utilizzo di energie rinnovabili (il solare ad esempio, cui la parte sud potrebbe dare un contributo fondamentale ai paesi della “sponda nord”, e a tutta l’Europa); ma ancor di più sulle produzioni agroalimentari, sul commercio via mare (circa il 30% del traffico commerciale marittimo ora passa per il Bacino Mediterraneo). E la sponda nord, l’Europa può “dare”, investire al Sud del Mare nostrum in reti di comunicazione (specie virtuali, internet, la fibra ottica…), in istruzione superiore…

   L’Unione europea si è già impegnata a versare 15,4 miliardi di euro per lo sviluppo regionale in Europa del sud e dell’est tra il 2014 e il 2020, però è difficile immaginare che un miglioramento economico sia un obiettivo realistico nelle zone di guerra e in aree vicine piene di tendopoli militarizzate.

FERNAND BRAUDEL, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario per lui IL MEDITERRANEO ERA UNO SPAZIO TRANSNAZIONALE, NEL QUALE LA GEOGRAFIA ERA PIÙ IMPORTANTE DEGLI EFFIMERI ACCORDI POLITICI. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni. Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo. (Max Holleran, openDemocracy , da INTERNAZIONALE, 16/4/2016, www.internazionale.it/ )
FERNAND BRAUDEL, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario per lui IL MEDITERRANEO ERA UNO SPAZIO TRANSNAZIONALE, NEL QUALE LA GEOGRAFIA ERA PIÙ IMPORTANTE DEGLI EFFIMERI ACCORDI POLITICI. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni. Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo. (Max Holleran, openDemocracy , da INTERNAZIONALE, 16/4/2016, http://www.internazionale.it/ )

   Il nostro futuro è euromediterraneo o non è. L’idea di opporre Europa e Mediterraneo in quanto spazi incompatibili, frontiere dello “scontro di civiltà”, ci porterebbe tutti al suicidio, europei e mediterranei. A cominciare da noi italiani, euromediterranei per storia e geografia ma non più, oggi, per economia e geopolitica.

   L’estensione longitudinale del Mediterraneo segna ora in maniera naturale l’inizio e la fine dell’Europa, mentre invece nell’antichità il tema ricorrente era quello di una regione mediterranea unificata da città-stato disposte a raggiera. questi micro regni commerciavano tra di loro all’interno di ampie reti, e il mare era la forza motrice che univa imperi e continenti.

   Questa dimensione regionale è stata definita “mondo mediterraneo” da Fernand Braudel, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario, ha dimostrato che il Mediterraneo era uno spazio transnazionale, nel quale la geografia era più importante degli effimeri accordi politici.

   “La descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (dal 1556 al 1598) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo”. (Max Holleran, da “Internazionale” del 16/4/2016, nell’articolo che trovate di seguito in questo post)

TREMILA MORTI IN CINQUE MESI: L’ANNO NERO DEL MEDITERRANEO - Unhcr: le condizioni di viaggio peggiorano. La rotta libica è la più pericolosa - La FREQUENZA DEI NAUFRAGI SULLE ROTTE DEI MIGRANTI si è fatta incalzante: tre, uno dopo l’altro, la scorsa settimana, e l’ultimo venerdì a Sud dell’isola di Creta, una sequenza di storie diverse che finiscono tutte NEL CIMITERO SENZA LAPIDI DEL MEDITERRANEO. Perché se è vero che, come ripetono i soccorritori, il numero degli arrivi in Italia è pressoché analogo a quello di fine maggio dello scorso anno, 47.820 contro 47.643 del 2015, sono i morti e i dispersi a balzare agli occhi di fronte alle statistiche. A oggi, tra vittime recuperate e non, il Missing Migrants Project calcola che manchino 2918 persone, 1090 in più rispetto a 12 mesi fa ma soprattutto solo 853 in meno del calcolo di fine 2015.(…..) (Francesca Paci, da “la Stampa” del 5/6/2016)
TREMILA MORTI IN CINQUE MESI: L’ANNO NERO DEL MEDITERRANEO – Unhcr: le condizioni di viaggio peggiorano. La rotta libica è la più pericolosa – La FREQUENZA DEI NAUFRAGI SULLE ROTTE DEI MIGRANTI si è fatta incalzante: tre, uno dopo l’altro, la scorsa settimana, e l’ultimo venerdì a Sud dell’isola di Creta, una sequenza di storie diverse che finiscono tutte NEL CIMITERO SENZA LAPIDI DEL MEDITERRANEO. Perché se è vero che, come ripetono i soccorritori, il numero degli arrivi in Italia è pressoché analogo a quello di fine maggio dello scorso anno, 47.820 contro 47.643 del 2015, sono i morti e i dispersi a balzare agli occhi di fronte alle statistiche. A oggi, tra vittime recuperate e non, il Missing Migrants Project calcola che manchino 2918 persone, 1090 in più rispetto a 12 mesi fa ma soprattutto solo 853 in meno del calcolo di fine 2015.(…..) (Francesca Paci, da “la Stampa” del 5/6/2016)

   Lungi dal pensare (realisticamente) di superare in questa fase storica i nazionalismi che ancora imperversano, è necessità “aggrapparsi” al progetto europeo, all’Unione Europea (sperando che resista al Brexit e a tutti i venti populisti di adesso…)(e riesca ad essere migliore di quel che è stata finora…), è da ricordare che nel 2008 l’Ue ha creato un abbozzo di federazione mediterranea, chiamata Unione per il Mediterraneo (UNION FOR THE MEDITERRANEAN, UfM), per rafforzare il commercio regionale e mettere in contatto i leader dell’Europa mediterranea con i loro colleghi africani e mediorientali

   L’UfM può essere considerata infatti un’“Unione per progetti” poiché ha come COMPITO PRIORITARIO LA REALIZZAZIONE DI PROGETTI REGIONALI DI GRANDE RESPIRO, che sono stati ricondotti dai paesi firmatari a sei linee d’iniziativa prioritarie: 1-il disinquinamento del Mediterraneo; 2-la costruzione di autostrade marittime e terrestri tra le due sponde del Mediterraneo; 3-il rafforzamento della protezione civile; 4-la creazione di un piano solare mediterraneo; 5-lo sviluppo di un’università euro-mediterranea; 6-il sostegno alle piccole e medie imprese. L’UfM può finanziare i suoi progetti facendo ricorso a diverse fonti, dagli attori privati a fondi comunitari.

Rifugiati e migranti arrivano su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo il 4 gennaio 2016 - 1.015.078, è il numero dei migranti registrato nel 2015 - 194.838, i profughi arrivati sulle coste del Mediterraneo nel 2016 - 221.370, è il picco di arrivi registrato a ottobre 2015, cifra che si è notevolmente ridimensionata nel 2016 fino ad arrivare ad un numero di immigrati inferiore a 50mila a maggio - Confrontando, mese per mese, i numeri degli sbarchi avvenuti nel Mediterraneo nel 2016 con quelli dello scorso anno, quel che emerge è un forte calo. Mentre nel primo semestre del 2015 i numeri sul fenomeno immigrazione erano in crescita, con un picco di oltre 220.000 migranti a ottobre, non si può dire lo stesso del 2016 in cui, ad oggi, si è verificata una drastica decrescita, arrivando al mese corrente a essere addirittura inferiore ai 50mila arrivi. Una decisa inversione di tendenza, quindi, che lima in parte le preoccupazioni della politica sulla gestione del fenomeno. - Tratto da Il Sole 24 ORE del 27/05/2016 - L’Onu stima in 244 milioni i migranti a livello mondiale nel 2015, il Mediterraneo non è che un microcosmo. Abbiamo assistito in questi ultimi giorni ad un nuovo dramma di oltre 700 morti annegati nell’attraversata del braccio di mare che ci separa dalla vicina Libia.
Rifugiati e migranti arrivano su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo il 4 gennaio 2016 – 1.015.078, è il numero dei migranti registrato nel 2015 – 194.838, i profughi arrivati sulle coste del Mediterraneo nel 2016 – 221.370, è il picco di arrivi registrato a ottobre 2015, cifra che si è notevolmente ridimensionata nel 2016 fino ad arrivare ad un numero di immigrati inferiore a 50mila a maggio – Confrontando, mese per mese, i numeri degli sbarchi avvenuti nel Mediterraneo nel 2016 con quelli dello scorso anno, quel che emerge è un forte calo. Mentre nel primo semestre del 2015 i numeri sul fenomeno immigrazione erano in crescita, con un picco di oltre 220.000 migranti a ottobre, non si può dire lo stesso del 2016 in cui, ad oggi, si è verificata una drastica decrescita, arrivando al mese corrente a essere addirittura inferiore ai 50mila arrivi. Una decisa inversione di tendenza, quindi, che lima in parte le preoccupazioni della politica sulla gestione del fenomeno. – Tratto da Il Sole 24 ORE del 27/05/2016 – L’Onu stima in 244 milioni i migranti a livello mondiale nel 2015, il Mediterraneo non è che un microcosmo. Abbiamo assistito in questi ultimi giorni ad un nuovo dramma di oltre 700 morti annegati nell’attraversata del braccio di mare che ci separa dalla vicina Libia.

   Cosa è stato fatto di tutto questo? Pochissimo vien da dire. Oppure riconoscere che qualcosa, sì, si è concretizzato: per esempio, a FEZ, in MAROCCO, esiste effettivamente UNA UNIVERSITÀ EURO-MEDITERRANEA e in GIORDANIA UN PROGETTO DI RETE FERROVIARIA finanziato dall’UfM. Gli ultimi dati dell’Unione stessa parlano di 33 progetti con etichetta UfM e altri 80 in fase di studio. Tra questi c’è il programma di INTEGRAZIONE della città egiziana di IMBABA, 700mila abitanti, con la capitale IL CAIRO, attraverso infrastrutture e servizi. C’è poi il programma di DE-TOSSICAZIONE DELLA COSTA della città industriale di SFAX, in Tunisia; e il progetto di sviluppo della VALLE DI BOUREGREG, IN MAROCCO. Anche se alcuni di questi progetti hanno una loro importanza, la consapevolezza del ruolo dell’UfM è quasi nulla tra le popolazioni beneficiate.

   Piccole imprese si muovono verso la sponda sud; approcci economici e culturali ci sono a volte, quasi sempre spontanei, personali, privatistici. Il progetto geografico EURO-MEDITERRANEO chiede solo di incominciare veramente, di essere “praticato”, nei mille modi che virtuosamente possono concretizzarsi.

   E’ un altro punto della politica europea che deve iniziare a decollare, superando staticità, declino, inutili e dannosi nazionalismi. (s.m.)

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LA MEDITERRANEIZZAZIONE DEL MONDO

di FRANCO FARINELLI, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 22/5/2016

– Non c’è un solo Mare Nostrum: ogni continente ha il suo, dal Golfo del Messico al bacino sino-malese. E in questi contesti, così fitti di relazioni, si innescano dinamiche geopolitiche ed economiche che anticipano le logiche della globalizzazione –

   È un fatto a suo modo consolatorio che il vecchio gioco delle capitali, in cui per molti si riassume l’intero sapere relativo alla geografia, abbia ancora senso, avvii ancora a comprendere come il mondo funziona. A differenza di quanto accade nell’Europa settentrionale (si pensi a Londra, Stoccolma, Helsinki, Oslo, Riga tra le altre) nel nostro Mediterraneo i capoluoghi nazionali non sono quasi mai sul mare, ad eccezione di Algeri, Beirut, Tunisi e Tripoli, promosse come esito della loro passata funzione coloniale.

   La logica territoriale mediterranea obbedisce evidentemente a un modello diverso se non opposto rispetto a quello che vale per il resto dei continenti. E proprio tale contrasto apre uno spiraglio che consente di gettare uno sguardo sulla natura della globalizzazione.

   Va subito precisato: QUASI TUTTI I CONTINENTI (ad eccezione almeno per il momento di quelli polari) HANNO IL PROPRIO MEDITERRANEO, una grande ingolfatura oceanica che agisce da sinapsi tra le grandi masse emerse, un vero e proprio insieme di «PIANURE LIQUIDE che comunicano per via di porte più o meno larghe», come Fernand Braudel definiva il MARE NOSTRUM DEI ROMANI, il MEDITERRANEO EURO-AFRICANO.

   Ma esiste anche il «MEDITERRANEO AMERICANO», costituito dal Golfo del Messico e dal Mar dei Caraibi, così come esiste un «MEDITERRANEO SINO-MALESE» composto dal Mar Cinese meridionale e orientale e dal Mar Giallo e dai mari indonesiani e filippini.

   Nel complesso si tratta di una vera e propria cintura estesa a cavallo del Tropico del Cancro, tripartita in corridoi di circa 4 mila chilometri di lunghezza e di circa 1.200 chilometri in corrispondenza della loro massima larghezza. E le cui analogie dal punto di vista della rendita di posizione territoriale a scala planetaria, del ruolo economico e della struttura politica risultano, da un continente all’altro, troppo coerenti e puntuali per essere casuali.

   Facciamo l’esempio del nostro Mediterraneo, del nostro Paese e del nostro continente. Nel 1957 tre processi presero all’unisono avvio: in Europa nacque la Comunità Economica, in Italia fu varata la legge 634 per l’industrializzazione del Mezzogiorno e Cosa Nostra decise di fare della Sicilia la base dello smercio dell’eroina in Europa. Tre atti di tre differenti soggetti in varia misura tra loro antagonisti e che operavano a differente scala, ma determinati dall’identica necessità: far fronte alla nuova articolazione fondata sull’imbricazione dello spazio economico nazionale con quello internazionale e mondiale.

   L’AVVENTO DELLA CEE segnò l’avvio del coordinamento delle politiche economiche statali all’interno di un quadro sopranazionale. L’INDUSTRIALIZZAZIONE DEL MERIDIONE, che avrebbe dovuto favorire le piccole e medie imprese, finì invece per generare la proliferazione dei grandi impianti a ciclo integrato dell’industria di base, attratti dalla possibilità di superprofitti dovuti al basso costo della manodopera, ma programmaticamente privi di qualsiasi reale connessione con le economie e le culture locali, e invece saldamente inseriti nello specifico spazio multinazionale che allora nasceva. Al contrario, proprio su tale saldatura si basò il pervasivo e capillare carattere dell’ECONOMIA ILLEGALE, in grado sin da allora di mantenere il contatto tra i nuovi flussi (prima di natura materiale e poi immateriale) e l’ambito della riproduzione della vita sociale.

   In termini più generali: furono proprio i portatori delle logiche extrastatali a cogliere, in anticipo sul loro competitore istituzionale, la natura dello spazio informazionale — come oggi si usa definire l’ambito che risulta dall’applicazione della telematica e della cibernetica — e a modellare le proprie strategie in riferimento ad esso. E ciò perché l’avvento di tale spazio, mettendo in crisi l’ordinamento territoriale moderno, reintegrò la preminenza dell’archetipico assetto mediterraneo, che altri e non lo Stato ebbero la capacità di mettere a frutto. DALL’INSTALLAZIONE DI RAFFINERIE E ACCIAIERIE IN SICILIA, PUGLIA, CAMPANIA E SARDEGNA NON DERIVÒ NESSUNO SVILUPPO INDOTTO, come invece si attendeva: se avesse incrementato la domanda di forza lavoro, esso avrebbe automaticamente cancellato, in forza del corrispondente aumento dei salari, ogni convenienza delle multinazionali.

   Così, mentre lo Stato assecondava la costruzione di quelle che ben presto vennero definite «cattedrali nel deserto», altri soggetti economici approntavano una geometria variabile di produzione e consumo, lavoro e capitale, management ed informazione, attraverso una rete in grado di cambiare forma celermente e senza posa, e soprattutto fondata sulla messa in valore delle specifiche qualità del contesto. Cioè del luogo: la fondamentale cellula fisica e territoriale, vale a dire politica ed economica, di ogni Mediterraneo.

   Al contrario dei soggetti multinazionali o portatori dell’economia illegale o informale che si voglia dire, i quali da tempo pensano e agiscono soprattutto in maniera intensiva, cioè per luoghi dunque per differenze, lo Stato è per natura costretto invece a pensare e comportarsi in termini estensivi cioè spaziali, vale a dire in senso opposto a quello dei suoi concorrenti, verso i quali alla fine non resta, paradossalmente, che cedere più o meno volentieri il passo.

   Quel che infatti accomuna tutti i Mediterranei è la loro funzione di «zona franca», di luogo dello scarto dalla norma, a partire da quella relativa ai regolamenti fiscali e doganali, spesso in condizioni di vera e propria extraterritorialità molto vantaggiosa per le industrie che vi si insediano. Ma tali «territori dell’eccezione» assolvono oltre quello industriale ben altri compiti: supportano i traffici illegali, di armi oltre che di droga; accolgono esercizi tollerati perché limitati come i casinò e i paradisi fiscali; sostengono strategie di controllo attraverso la presenza di basi militari, teste di ponte, servitù d’uso; funzionano da punta avanzata nell’ambito delle strategie di marketing territoriale, attirando nuovi clienti all’interno dell’ambito (deregolato prima ancora che regolato) di pertinenza statale.

   Ed è proprio in tale congiuntura che l’opposizione tra la logica territoriale del diaframma mediterraneo e l’assetto continentale torna oggi a manifestarsi, a tutto vantaggio della prima.

   Quel che sui continenti appare come l’incipiente effetto della pressione della globalizzazione sulla sintassi statale, nei Paesi mediterranei risulta invece nativo e originario. Ad esempio la progressiva diminuzione della taglia degli Stati stessi: si pensi all’esito del crollo del blocco comunista. Oppure la crescente natura alveolare della loro grammatica interna: si pensi alle spinte autonomistiche e indipendentistiche in Europa, Africa e Asia, da riferirsi alla tardiva e imperfetta centralizzazione degli Stati.

   Si aggiunga la generale trasformazione in senso transazionale, se non immateriale, di tutte le economie. Oppure il progressivo riconoscimento, anch’esso generale, del valore delle specifiche, locali capacità di manipolazione simbolica a scapito delle attività materialmente produttive.

   Narra Polibio che, di ritorno da Roma, l’ambasciatore di Rodi terminò di informare i propri concittadini della mancata concessione a importare legname dalla Macedonia con queste parole: «È la nostra rovina; ma possiamo ancora conservare la nostra fama di essere il popolo più civile di tutto il Mediterraneo».

   L’attuale globalizzazione sembra insomma assumere, per un verso decisivo, le forme e le movenze di una specie di mediterraneizzazione, di UN’AVANZATA DEL MODELLO TERRITORIALE MEDITERRANEO come contraccolpo alla crisi dell’architettura statale del mondo moderno, sempre più sorretto da una specie di «antimondo» fin qui concepito e tollerato come semplice retrobottega.

   Nient’altro che un’ipotesi per cercare di capire per tempo l’ibrido nuovo che avanza: la «selvaggia e nuova terra» cui, come Alice nel Paese delle Meraviglie, noi stessi crederemo «soltanto a metà» quel che vedremo. (Franco Farinelli)

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IL MEDITERRANEO, DA SOGNO DEI TURISTI A INCUBO PER I MIGRANTI

di Max Holleran, openDemocracy , da INTERNAZIONALE, 16/4/2016, www.internazionale.it/

   È difficile ricordare che, appena un decennio fa, l’area del Mediterraneo, sia in Europa sia in Africa, era la più grande storia di successo dell’Unione europea. La guerra nella ex Jugoslavia era stata neutralizzata, il turismo era fiorente in Nordafrica e paesi come la Spagna stavano conoscendo la crescita economica più dinamica dell’eurozona. Sia i paesi membri dell’Ue sia quelli oltre i suoi confini sembravano beneficiare della politica economica dell’Unione: creare una regione più unita e meno divisa dal nazionalismo, dalla religione o dalla lingua.

   Un simile risultato aveva fatto rinascere l’antico mito di un “mondo mediterraneo” interconnesso, che si fondeva con il progetto dell’Ue di smantellare i confini nazionali.

   Oggi quei legami sembrano rappresentare una minaccia per gli europei. I paesi della riva sud del Mediterraneo sono in guerra oppure sono diventati il punto di partenza d’imbarcazioni cariche di profughi. Questi barconi sono diretti nei paesi dell’Europa meridionale i quali, pur facendo parte dell’Ue, sono sopraffatti dai debiti e in una difficile situazione politica.

   Ma torniamo con la mente a prima che l’Ue istituisse il suo controllo delle frontiere (Frontex) per impedire l’arrivo dei profughi siriani sulle spiagge greche e spagnole, prima che in Europa si creasse un fossato tra i paesi meridionali indebitati e i loro creditori settentrionali, a quando l’Unione europea finanziava progetti di sviluppo in Nordafrica ed Europa dell’est nel quadro di una “politica di vicinato”. Come già aveva fatto la precedente Comunità economica europea dando miliardi di dollari alla Spagna postfranchista e alla Grecia postdittatoriale, l’Ue ha mostrato una simile inclinazione verso il Nordafrica e la Turchia negli anni duemila, offrendo fondi di sviluppo per le infrastrutture e i corsi di formazione.

LA “POLITICA DI VICINATO” HA FUNZIONATO PER UN PO’. La Turchia prosperava e ambiva all’ingresso nell’Ue, mentre le industrie turistiche del Marocco e dell’Egitto crescevano robuste. In questi paesi mancavano istituzioni democratiche forti. Ma il sentimento, nei corridoi di Bruxelles, era che maggiori scambi commerciali e un maggior numero di visitatori dall’estero avrebbero creato condizioni favorevoli alla crescita della società civile. I funzionari europei paragonavano il Nordafrica, la Turchia e l’Egitto ai paesi dell’Europa orientale di appena due decenni prima: periferie complesse che avrebbero tratto beneficio, o addirittura sarebbero state assorbite, dal cuore dell’Europa.

   Solo NEL 2008 L’UE HA CREATO UN ABBOZZO DI FEDERAZIONE MEDITERRANEA, chiamata UNIONE PER IL MEDITERRANEO, per RAFFORZARE IL COMMERCIO REGIONALE e mettere in contatto i leader dell’Europa mediterranea con i loro colleghi africani e mediorientali. Mentre i tecnocrati parlavano con fare grandioso di “Europa sociale” e del bisogno di far prevalere l’identità comune europea su quelle nazionali, si faceva strada un distinto e stimolante concetto di mediterraneità.

   Sebbene L’ESTENSIONE LONGITUDINALE DEL MEDITERRANEO segni in maniera naturale L’INIZIO E LA FINE DELL’EUROPA, NELL’ANTICHITÀ IL TEMA RICORRENTE ERA QUELLO DI UNA REGIONE MEDITERRANEA UNIFICATA DA CITTÀ-STATO DISPOSTE A RAGGIERA. Questi microregni commerciavano tra di loro all’interno di ampie reti, e il mare era la forza motrice che univa imperi e continenti.

   Questa dimensione regionale è stata definita “MONDO MEDITERRANEO” da FERNAND BRAUDEL, il più celebre storico del ventesimo secolo. Braudel ha messo in discussione concezioni storiche radicate che sottolineavano la continuità del modello di stato-nazione. Al contrario, il Mediterraneo era uno spazio transnazionale, nel quale la geografia era più importante degli effimeri accordi politici. Questa idea si è fatta strada in una nuova generazione di studiosi interessati alla globalizzazione e alle migrazioni.

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Per i politici del ventunesimo secolo che provano a legiferare a favore di un’Europa senza confini, la descrizione fornita da Braudel del Mediterraneo durante il regno di Filippo II di Spagna (scritta, non a caso, mentre l’autore era prigioniero in un campo nazista) non era semplicemente un’opera di storia ben scritta, ma offriva la visione di un futuro prospero e illuminato libero dal nazionalismo.

   Negli ultimi 40 anni, il turismo è stato l’espressione più marcata del “mondo mediterraneo”. I visitatori sono aumentati del 386 per cento rispetto al 1970 e il settore è arrivato a generare 224 miliardi di dollari all’anno. È stato il successo della catena d’hotel Club Med, onnipresente nell’Europa meridionale degli anni sessanta, a promuovere l’immagine di una regione esotica adatta al riposo e al relax, accessibili a un prezzo ridotto data la disparità economica tra Europa settentrionale e meridionale. Le vacanze al Club Med sono diventate emblematiche sia delle attrattive del Mediterraneo, sia del successo dello stato sociale postbellico nel quale qualsiasi famiglia poteva permettersi un po’ di svago estivo sotto il sole.

   La catena d’alberghi, fondata dal belga Gérard Blitz, era inizialmente un’associazione senza scopi di lucro, molto incentrata sullo sport, per turisti con pochi mezzi e disposti a dormire in vecchie tende dell’esercito in cambio della possibilità di godere una settimana di divertimento sulla spiaggia. Alla fine degli anni cinquanta, Club Med è diventato famoso per aver creato uno spazio di libertà sessuale, prima di dedicarsi con metodi fordisti al divertimento di massa negli anni sessanta, e diventando in seguito una delle più grandi aziende di viaggi d’Europa.

   Nel corso dei vent’anni successivi il divario tra Europa del sud e del nord si è ridotto e Club Med ha cominciato a ospitare turisti nei villaggi-vacanza di Antalya, in Turchia, a organizzare viaggi culturali a Luxor o gite in cammello in Marocco, alla ricerca di prezzi più bassi ed esperienze esotiche confortevoli al di là dei confini europei.

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La catena alberghiera Club Med, che possiede ancora proprietà immobiliari su entrambe le sponde del Mediterraneo oggi è un’azienda cinese, anche se guidata dal figlio dell’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing, un convinto sostenitore dell’Ue che ha ricoperto varie cariche a Bruxelles dopo aver mancato la rielezione a presidente nel 1981.

   Durante gli anni novanta e all’inizio dei duemila, l’Unione europea ha voluto mostrarsi come un’unità geopolitica in espansione. L’Ue è riuscita a creare una crescita economica che ha portato la prosperità alla classe media nell’Europa del sud e in buona parte di quella dell’est. Ha permesso così, a quanti prima vivevano in una dittatura comunista, di avere accesso al sogno da classe media del Club Med.

UN SOGNO LIMITATO E FORSE ARROGANTE

Questo rafforzamento dei legami internazionali non è stato sempre facile, soprattutto quando si è trattato di discutere della libertà di movimento. E tuttavia, nella maggior parte dei casi, i timori dei nazionalisti, che si aspettavano orde di polacchi che avrebbero vissuto a spese dei contribuenti, sono diminuiti man mano che il sistema cominciava a funzionare.

   Dopo le riforme economiche dei paesi ex socialisti negli anni novanta, l’Ue aveva messo gli occhi sulla Turchia, il Nordafrica e l’Ucraina, che sarebbero dovuti diventare i suoi prossimi beneficiari, se non addirittura suoi membri. E invece l’attuale crisi su entrambe le sponde del Mediterraneo (per non parlare dell’Ucraina) sottolinea i limiti e forse anche l’arroganza del sogno Ue riguardo a un’accelerata espansione geografica.

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La disintegrazione dello spazio mediterraneo è il prodotto sia del terrorismo sia della crisi finanziaria. In Spagna, milioni di case continuano a rimanere vuote come risultato della bolla immobiliare del paese, mentre la disoccupazione si è mantenuta cocciutamente oltre il 20 per cento della popolazione per cinque anni. Grecia e Cipro hanno vissuto corse agli sportelli bancari e negoziati con l’Ue che equivalgono a una nuova forma di governo economico che dà ai creditori stranieri importanti poteri decisionali, e che molti considerano antidemocratica.

   L’altra sponda del Mediterraneo ha visto migliaia di profughi inghiottiti dall’acqua, e la crescita delle diverse filiali del gruppo Stato islamico (Is) ha portato all’abbattimento di un aereo russo in Egitto e all’uccisione di turisti in Tunisia. La Libia è passata dall’essere una brutale autocrazia a uno stato fallito pronto per essere controllato dall’Is. Destinazioni turistiche un tempo popolarissime, come le spiagge della Tunisia e perfino il centro di Istanbul, hanno assistito a un netto calo di visitatori dopo che i governi hanno segnalato il pericolo di nuovi attentati all’orizzonte.

   L’idea di un’Europa che investe in autostrade e istruzione superiore nel sud del Mediterraneo è un concetto che non va più di moda a Bruxelles. Adesso si parla di aiuto alimentare, missili Tomahawk e di dove mettere le barriere di filo spinato.

   Nonostante l’Unione europea si sia già impegnata a versare 15,4 miliardi di euro per lo sviluppo regionale in Europa del sud e dell’est tra il 2014 e il 2020, è difficile immaginare che un miglioramento economico sia un obiettivo realistico nelle zone di guerra e in aree vicine piene di tendopoli militarizzate. Mentre i confini esterni dell’Europa mediterranea sono messi in sicurezza, il concetto fondatore dell’Ue, la libertà di movimento, è stato messo in discussione all’indomani degli attentati di Parigi e Bruxelles.

   La possibilità di una federazione europea sembra allontanarsi sul piano politico – visti i partiti euroscettici e i nazionalismi d’estrema destra – mentre sembra mantenuta forzatamente in vita una nuova paura collettiva del “mondo mediterraneo”. Si tratta di un cambiamento che potrebbe trasformare il mare nostrum in un fossato. (Max Holleran, traduzione di Federico Ferrone, da INTERNAZIONALE, Questo articolo è uscito su openDemocracy.)

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TREMILA MORTI IN CINQUE MESI: L’ANNO NERO DEL MEDITERRANEO

di Francesca Paci, da “la Stampa” del 5/6/2016

– Unhcr: le condizioni di viaggio peggiorano. La rotta libica è la più pericolosa –

   La frequenza dei naufragi sulle rotte dei migranti si è fatta incalzante: tre, uno dopo l’altro, la scorsa settimana, e l’ultimo venerdì a Sud dell’isola di Creta, una sequenza di storie diverse che finiscono tutte nel cimitero senza lapidi del Mediterraneo.

   Perché se è vero che, come ripetono i soccorritori, il numero degli arrivi in Italia è pressoché analogo a quello di fine maggio dello scorso anno, 47.820 contro 47.643 del 2015, sono i morti e i dispersi a balzare agli occhi di fronte alle statistiche. A oggi, tra vittime recuperate e non, il Missing Migrants Project calcola che manchino 2918 persone, 1090 in più rispetto a 12 mesi fa ma soprattutto solo 853 in meno del calcolo di fine 2015.

   «È evidente che il tasso di morti e dispersi è notevolmente aumentato» conferma Barbara Molinario dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). I migranti ascoltati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) raccontano di una nuova tattica degli scafisti libici che avendo recuperato dal macero giganteschi e fatiscenti barconi li caricano all’inverosimile.

   Un’ipotesi non verificabile ma plausibile, secondo l’Unhcr: «Le condizioni del viaggio stanno peggiorando. Oltre a coinvolgere un numero massiccio di persone, i barconi pongono un secondo grosso problema per via delle stive, talvolta addirittura a due livelli, dove in caso di naufragio non c’è alcuna possibilità di salvarsi. E le tragedie verificatesi nell’ultima settimana sono il prodotto di classici ribaltamenti di grandi carichi».

   Fino a un anno fa l’arrivo, non frequente, di un barcone di grossa taglia stava a indicare la rotta egiziana, vale a dire quella più lunga, più costosa e poco battuta dai disperati dirottati dai trafficanti verso la Libia. Ora che alla guerra civile per l’eredità di Gheddafi si è aggiunta l’offensiva dell’Isis, le spiagge egiziane di ALESSANDRIA e BURG MGHIZIL sono tornate a brulicare di scafisti, e seppure gli sbarchi dall’Egitto restano poco più del 10% del totale sono però decuplicati in pochi mesi.

   Il governo egiziano pattuglia le coste, solo ieri la guardia costiera ha arrestato 188 persone che provavano a imbarcarsi illegalmente in direzione dell’Italia, ma la giornalista eritrea Meron Estefanos, che dalla Svezia riceve al telefono le chiamate dei connazionali in mezzo al mare, ci spiega come la paura dell’Isis stia spingendo in Egitto in particolare gli eritrei, molti dei quali cristiani.

   Ad eccezione dei pochi temerari che si avventurano con piccole imbarcazioni dal Marocco all’Andalusia (per evitare le blindatissime CEUTA e MELILLA) o delle piroghe di fortuna che salpano alla cieca dalla Mauritania o dal Senegal, le rotte restano per il momento sostanzialmente due, quella libica e quella egiziana ed entrambe puntano sull’Italia.

   «I migranti non vogliono più andare in Grecia, come prova la storia di quelli soccorsi ad aprile e trasportati per forza a Kalamata» dice Flavio Di Giacomo dell’Oim. A maggio, dopo l’entrata in vigore dell’accordo tra Ankara e l’Unione europea, la guardia costiera turca ha intercettato appena 1109 migranti intenti a provare la traversata verso la Grecia contro gli 8530 di marzo (inoltre non ci sono state vittime ad aprile e maggio laddove i primi 3 mesi dell’anno ne avevano viste 173).

   Il dato però è che si continua a morire, più di prima. Gli arrivi sono grossomodo gli stessi ma le partenze sono evidentemente aumentate. E secondo voci di amici dei migranti soccorsi e adesso ospitati nei centri di accoglienza, il trend non è in calo: si mormora di almeno 5000 mila persone pronte a mettersi in mare dalla Libia in questo weekend. (Francesca Paci)

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IL SUD DEL MEDITERRANEO È LA GRANDE SCONFITTA DELL’UNIONE EUROPEA

di Fabrizio Patti, da “LINKIESTA” del 18/9/2015

(http://www.linkiesta.it/ )

– Dal Processo di Barcellona all’Unione per il Mediterraneo: l’Europa rinuncia alla politica e si accontenta di un approccio tecnocratico e limitato –

   Per salvare l’Unione per il Mediterraneo ci vorrebbe un avvocato del diavolo di quelli di grido. Molti di voi non l’avranno neanche mai sentita nominare, quasi nessuno sa che il co-presidente è il Mrs. Pesc, Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea, e che il vice-segretario generale è un altro italiano, Claudio Cortese.

   Piccola, limitata nell’azione, senza alcun peso politico, usa a lanciare appelli pieni di buone intenzioni, l’Unione per il Mediterraneo (o UfM) è – indipendentemente dall’impegno dei suoi componenti – un simbolo del fallimento della politica europea verso il Mediterraneo. Quando il dramma dei profughi e dei migranti scombussola le coscienze e richiederebbe un’azione politica coordinata tra le due sponde del Mare Nostrum; quando lo stesso richiederebbero le minacce dell’Isis e le contraddizioni seguite alle Primavere Arabe, il rimpianto di quello che l’Unione per il Mediterraneo avrebbe potuto essere si fa più profondo.

   Per capire dove siamo arrivati bisogna fare qualche passo indietro. Il primo ci porta nel febbraio 2007. Il presidente francese Nicolas Sarkozy è in campagna elettorale e a Tolone parla per la prima volta di un progetto chiamato “Unione Mediterranea”, che avrebbe dovuto cambiare radicalmente l’approccio seguito fino ad allora nei rapporti tra l’Europa e la sponda Sud del Mare Nostrum: il dialogo Euro-Arabo dal 1972 al 1995; il Dialogo 5+5 lanciato nel 1990; il Processo di Barcellona lanciato nel 1995; la Politica europea di vicinato (Enp), creata nel 2004 e che ha un equivalente a Sud di quella creata a Est dopo l’allargamento dell’Unione europea ai dieci Paesi dell’ex Unione Sovietica.

   Non ci fu in realtà nessun cambiamento radicale. Il progetto di Sarkozy prevedeva che questa Unione Mediterranea funzionasse come il Concilio d’Europa: quindi non una istituzione dell’Ue ma una riunione annunale di capi di Stato e di governo, che avrebbe dovuto avere abbastanza potere da gestire temi come l’immigrazione legale, l’ambiente, la cooperazione, la lotta al terrorismo.

   A questa visione mise il veto la Germania, la quale obiettò che non avrebbe finanziato un progetto che non coinvolgesse le istituzioni europee. Un altro motivo del freno a mano tedesco era la volontà, neanche troppo implicita, da parte di Sarkozy di usare questa Unione Mediterranea per rilanciare il ruolo della Francia nel Nord Africa e Medio Oriente. Una terza ragione era la diffidenza della Turchia, perché da molti la mossa del presidente francese era stata letta come un escamotage per evitare l’allargamento dell’Ue ad Ankara.

   Si arrivò quindi al coinvolgimento dell’Ue, al mettere in chiaro che la nuova istituzione sarebbe stata in continuità con il Processo di Barcellona e la politica di vicinato. Fu il primo di una serie infinita di compromessi al ribasso. Da subito si mise in chiaro che non sarebbero stati trattati né il tema dell’immigrazione, troppo controverso, né quello della lotta al terrorismo, né quello dei diritti umani.

   Come chiarisce un saggio apparso su Paix et Sécurité Internationales dell’Università di Cadice (The Union for the Mediterrean, Ufm: a critical approach, di Antonio Blanc Altermir ed Eimys Ortiz Hernandez), la Dichiarazione di Parigi – che diede il via all’Unione per il Mediterraneo – spiccava anche per «la carenza di riferimenti a questioni socio-economiche, commercio o energia, alcuni aspetti delle quali, come gli investimenti diretti esteri, l’occupazione, la riduzione della povertà e l’efficienza energetica costituiscono alcuni dei problemi strutturali» del Sud del Mediterraneo.

   A Parigi, nel 2008, furono individuate sei aree di intervento: il disinquinamento delle coste del Mediterraneo; le infrastrutture marittime e stradali, tra cui porti; un programma di protezione civile unificata; un piano per lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili; la creazione di un’università euro-mediterranea; e infine un’assistenza alle piccole e medie imprese, dopo aver individuato le loro esigenze specifiche.

   Cosa è stato fatto di questo? Rispondere “nulla” sarebbe molto ingeneroso. Per esempio, a Fez, in Marocco, esiste effettivamente una Università Euro-Mediterranea e in Giordania il progetto di rete ferroviaria è sotto il cappello UfM. Gli ultimi dati dell’Unione stessa parlano di 33 progetti con etichetta UfM e altri 80 in fase di studio. Tra questi c’è il programma di integrazione della città egiziana di Imbaba, 700mila abitanti, con la capitale Il Cairo, attraverso infrastrutture e servizi. C’è poi il programma di de-tossicazione della costa della città di industriale di Sfax, in Tunisia; e il progetto di sviluppo della valle di Bouregreg, in Marocco. Anche se alcuni di questi progetti hanno una loro importanza, la consapevolezza del ruolo dell’UfM è quasi nulla tra le popolazioni beneficiate. «Lost in trasmitting» è la lapidaria definizione del paper di Altermir ed Hernandez.

   Il ruolo reale dell’UfM è in effetti non di immediata comprensione. Se ci cercano dettagli su questo aspetto e sui finanziamenti che passano da questa istituzione si resta molto delusi. Il report annunale dell’istituzione, che ha sede a Barcellona e impiega 60 persone, dice che i 33 progetti sostenuti hanno un valore di 5 miliardi di euro. Ma sui finanziamenti nulla, se non un riferimento a 5 milioni di euro dall’Ue. Nel gergo burocratico di Bruxelles, sono soldi per il Programma di assistenza tecnica nel quadro dell’Iniziativa di finanza dei progetti urbani (Upfi).

   Un’altra chicca: il report annuale dell’UfM, che dovrebbe essere una sorta di bilancio, in 88 pagine parla di euro (€) quattro volte, mentre la parola “miliardi” compare solo una volta, riferita al valore già citato dei progetti in questione. Né si parla di altri progetti, questi invece importanti, nei quali la Banca europea degli investimenti ha avuto un ruolo: il raddoppio del porto di Tangeri, in Marocco, e il raddoppio del Canale di Suez, inaugurato in agosto; evidentemente sono sotto altri programmi.

   La questione degli scarsi finanziamenti è ritornata più volte nella tormentata storia dell’Ufm e il saggio di Altermir ed Hernandez li elenca in dettaglio. I problemi maggiori sono stati però politici. I principali sono stati tre, fin dall’inizio. Primo: la partenza dell’UfM è coincisa con la Grande Crisi del 2008-2009 e quindi con la poca disponibilità dell’Ue a mettere soldi nell’iniziativa. Secondo: nel dicembre 2008 c’è stata l’operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza da parte di Israele (membro dell”UfM), cosa che provocò le dimissioni del primo Segretario Generale dell’UfM; terzo, dopo il Trattato di Lisbona si crearono i ruoli del presidente del Consiglio dell’Ue e dell’Alto rappresentante della politica estera e non si capì subito come integrarli nei meccanismi dell’UfM.

   Per la cronaca, oggi uno dei due co-presidenti dell’Unione per il Mediterraneo è l’attuale Mrs. Pesc Federica Mogherini. Nel frattempo, mentre si continuavano a rinviare le riunioni dei capi di Stato e governo, si dimetteva anche il secondo Segretario Generale, che ha lasciato spazio all’attuale segretario, il diplomatico marocchino Fathallah Sijilmasi. Un quadro che rende bene l’idea del peso politico nullo di queste figure, così come quello dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea e della più recente Assemblea regionale e locale euro-mediterranea.

   POI ARRIVARONO LE PRIMAVERE ARABE, che complicarono tutto il quadro. In breve, fu sempre più difficile trovare una politica unica e l’intervento divenne sempre più a “geometria variabile”. «Ci sono state delle grandi ambizioni a fase alterne – commenta a Linkiesta Valeria Talbot, ricercatrice senior e a capo del programma per il Mediterraneo e Medio Medio Oriente dell’Ispi -. Oggi è una politica che punta soprattutto sulle relazioni bilaterali, perché i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo hanno processi individuali: il Marocco è tra i più avanzati, mentre la Siria, ben prima della guerra e della Primavera Araba, aveva avuto una relazione difficile». Nel marzo 2015, aggiunge, l’Unione europea ha lanciato una revisione della sua politica europea di vicinato. (…)

   Di certo c’è necessità di ripensare tutti i rapporti. «Inizialmente l’Unione europea aveva applicato alle sue politiche per il Mediterraneo il processo di costituzione dell’Ue, cioè favorire lo sviluppo economico con l’obiettivo che questo portasse a riforme politiche. Questo processo, che ha funzionato prima con Paesi come la Spagna e il Portogallo e poi, almeno in parte, con i Paesi dell’Europa dell’Est, non ha funzionato con i partner del Mediterraneo. Non c’era l’obiettivo dell’entrata nella Ue ed è quindi mancato un incentivo». Il progetto di Unione per il Mediterraneo, conclude la ricercatrice dell’Ispi, non è naufragato. Ma ha un urgente bisogno di cambiare totalmente. (Fabrizio Patti)

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da http://www.oics.it/

L’EUROPA E L’UNIONE PER IL MEDITERRANEO

   UPM è la sigla con cui si menziona comunemente l’ultima creazione della politica euro-mediterranea, che ha seguito e accompagna le precedenti esperienze del PARTENARIATO EURO-MEDITERRANEO (PEM o Processo di Barcellona) del 1995 e della POLITICA EUROPEA DI VICINATO (PEV) del 2004. Nonostante le impostazioni per alcuni aspetti differenti, si può affermare che tutte le politiche euro-mediterranee sono basate sull’idea che esista un comune interesse dei paesi dell’UE a sviluppare forme di cooperazione e solidarietà con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. In questo senso, il Mediterraneo è visto come un fattore di coesione per la UE.

   L’Unione per il Mediterraneo è nata nel luglio 2008 su iniziativa del Presidente francese Sarkozy, che, fin dall’inizio del suo mandato, aveva insistito sull’importanza capitale del dialogo tra l’Europa e il Mediterraneo proponendo al tempo stesso di affrontare il problema in modo diverso poiché “È soprattutto compito dei paesi del Mediterraneo prendere in mano il destino riservato loro dalla geografia e dalla storia” (Discorso di Tolone del 7 febbraio 2007).

   Nel 2007 Sarkozy prospetta quindi un’UNIONE MEDITERRANEA che si sviluppi su iniziativa dei paesi europei mediterranei, come PORTOGALLO, SPAGNA, ITALIA, GRECIA e CIPRO, con l’obiettivo di dare nuovo vigore e respiro politico al PROCESSO DI BARCELLONA, incapace di conseguire i propri obiettivi e di fatto caduto nel dimenticatoio della diplomazia euro-mediterranea.

   Pur riconoscendo la volontà francese di allestire, attraverso la creazione dell’UpM, un formato a più alta intensità politica, non essendo soddisfacente il formato diplomatico che oggi costituisce la sostanza del PEM, molti analisti vedono nel progetto di Sarkozy l’esplicitazione delle mire egemoniche di Parigi sul Mediterraneo. Inoltre, secondo questa lettura la Francia, assumendo un ruolo propulsivo nell’ambito delle politiche euro-mediterranee, riguadagnerebbe spazio e prestigio anche in seno ad atri organismi, in primis nella UE e nella NATO.

   La Germania sembra avvalorare una simile interpretazione, tanto che il cancelliere Merkel, preoccupata che una nuova organizzazione specificamente intra-mediterranea (con l’esclusione quindi dei paesi nord europei) potesse ledere la coesione europea, ha posto come condizione per la nascita dell’UpM la possibilità di accedervi per tutti gli stati membri dell’UE. Il cambiamento della denominazione dall’originale “Unione Mediterranea” all’attuale “Unione per il Mediterraneo” sembra essere motivato da simili preoccupazioni nordeuropee.

   Ad oggi l’UpM è costituita da 43 PAESI, ossia da tutti i paesi dell’UE e della costa meridionale del Mediterraneo ad eccezione della Libia, che ha preferito mantenere lo status di osservatore, come accadeva nel PEM. Questo nuovo organismo, costituito a livello dei primi ministri, ha una doppia presidenza affidata a turno a due paesi, uno europeo e l’altro extraeuropeo.

   Dal 2009 tutte le strutture logistiche dell’organizzazione sono operative, guidate da un segretario generale, attualmente il giordano Ahmad Masa’deh, eletto nel marzo 2010. Il segretario generale ha l’incarico di gestire i fondi e di controllare lo stato di avanzamento dei progetti comuni che verranno intrapresi. L’UpM può essere considerata infatti un’“Unione per progetti” poiché ha come COMPITO PRIORITARIO LA REALIZZAZIONE DI PROGETTI REGIONALI DI GRANDE RESPIRO, che sono stati ricondotti dai paesi firmatari a SEI LINEE D’INIZIATIVA prioritarie: il DISINQUINAMENTO del Mediterraneo; la costruzione di AUTOSTRADE MARITTIME E TERRESTRI tra le due sponde del Mediterraneo; il rafforzamento della PROTEZIONE CIVILE; la creazione di UN PIANO SOLARE mediterraneo; lo sviluppo di UN’UNIVERSITÀ EURO-MEDITERRANEA; il SOSTEGNO ALLE PMI. L’UpM può finanziare i suoi progetti facendo ricorso a diverse fonti, dagli attori privati a fondi comunitari, dai contributi dei partner a quelli erogati dalla BEI.

   Dunque, l’idea alla base del nuovo organismo sembra essere quella di puntare sulla cooperazione ad alto livello per la realizzazione di grandi progetti regionali che spianino la strada alle divergenze politiche tra i paesi aderenti. Insomma, seguendo l’esperienza europea, investire su interessi comuni, soprattutto economici, per intraprendere un percorso che possa portare in futuro ad una maggiore collaborazione euro-mediterranea anche su ambiti più sensibili, come la sicurezza e l’immigrazione.

   L’UpM sembra distanziarsi dall’approccio bilaterale inaugurato dalla PEV, che si basa su patti d’azione tra l’UE e i singoli stati mediterranei aderenti e su un processo di differenziazione tra gli stessi, ma pare sovrapporsi sia a livello di funzioni che di composizione geografica al PEM, basato prevalentemente su un approccio multilaterale.

   L’UPM potrebbe quindi essere considerata come UN AMPLIAMENTO DEL PROCESSO DI BARCELLONA, potenzialmente in grado di infondergli nuova vitalità. Considerando i fatti, però, l’UpM si trova oggi in una fase di stallo poiché, anche se logisticamente operativa e con fondi stanziati per la realizzazione di alcuni progetti, non è ancora riuscita ad avviare un efficace e sereno dialogo politico tra i suoi membri. (…..)

   In generale, le problematiche ambientali, come l’inquinamento del Mar Mediterraneo, ed energetiche, legate allo sviluppo di fonti rinnovabili, sembrano questioni fondamentali sulle quali il dialogo euro-mediterraneo potrebbe ripartire con il piede giusto. Un dialogo che parta dalla difesa del bene comune Mediterraneo, capace di coinvolgere le società civili dei paesi interessati, potrebbe aprire nuovi canali di comunicazione interculturali e politici, lungo i quali i paesi euro-mediterranei potrebbero, un giorno non troppo lontano, progettare un futuro condiviso e co-gestito.

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IL MEDITERRANEO SPECCHIO DI CIVILTÀ

di David Bidussa, 1/12/2013, da “il Sole 24ore”

   Mercanti, corsari, militari, avventurieri. In gran parte maschi. Sono la maggioranza di chi ha messo i piedi nel Mediterraneo lungo la sua storia millenaria. «Quanto è maschile il mediterraneo?», si chiede Abulafia. Domanda non impertinente e conseguente a un occhio che scava con pazienza, con sagacia e soprattutto con finezza un grande attore collettivo dall’antichità a oggi, che ha molti nomi: “Mar nostro” per i romani; “Mare bianco”per i turchi; “Grande mare” per gli ebrei”; “mare di mezzo” per i tedeschi”, “Grande verde” per gli antichi egizi. Nomi che indicano non solo esperienze ma raffigurazioni che a loro volta individuano fasi ed epoche distinte.

   Il Mediterraneo dunque come grande specchio della storia nel tempo lungo che Abulafia propone di riconsiderare, sfidando quel vero monumento storiografico che è Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (Einaudi, 1966) di Fernand Braudel. Se per Braudel Mediterraneo è tutto ciò che è influenzato da e ha relazione con ciò che avviene in QUEL GRANDE LAGO SALATO (come lo chiama) indipendentemente dallo specchiarsi o no sulle sue acque (per Braudel: Vienna, Berlino, Mosca, come le zone aride dell’Africa sono Mediterraneo) per Abulafia significa ricostruire le vicende di coloro che vi hanno immerso i piedi e che, talvolta, sono finiti nei suoi abissi.

   Storia che non è sempre stata uguale a se stessa, tanto da definire epoche distinte. Abulafia ne propone cinque tra l’antichità e oggi.

   La prima epoca è compresa tra paleolitico e 1000 a.C. quando gli insediamenti sono sparsi e la partita mediterranea si gioca soprattutto a Est, tra Egitto e Anatolia. La seconda arriva fino al 600 d.C. e vede giocare l’intero bacino mediterraneo (l’espansione fenicia, la Grecia delle città-stato e del conflitto tra Sparta e Atene; l’impero persiano e poi Alessandro; Cartagine, ascesa di Roma e poi la sua caduta fino alla nascita dell’Impero d’Oriente). La terza vede il grande conflitto nord-sud tra espansione araba e sistema imperiale carolingio, le crociate, il fiorire dei Comuni italiani, le repubbliche marinare, l’ascesa di Venezia fino alla redistribuzione, demografica, ma anche economica, indotta dalla peste nera di metà Trecento. Una quarta epoca vede il delinearsi del confronto Est/ovest dei grandi sistemi imperiali (Spagna e Turchia), ma soprattutto vede il centro del mondo spostarsi verso l’Atlantico. Una quinta, infine, vede a fasi alterne prima la marginalità del Mediterraneo poi la sua centralità ma soprattutto vede rompere la dimensione lacustre del Mediterraneo con l’apertura del Canale di Suez.

   In questa lunga storia sono i porti e i sistemi del traffico su cui si consumano alleanze, confronti, scambi, conflitti a fare la storia delle fortune e dei rovesci. I porti che Abulafia illustra in una serie di cartine che accompagnano ciascun paragrafo del libro e che permettono di seguire una storia in movimento, in cui le fortune economiche vanno lette con i flussi migratori. Le città cambiano spesso fisionomia sociale e culturale a seconda che aprano all’accoglienza o abbiano svolte xenofobe nazionalistiche (è la storia della Spagna del XV secolo, ma poi di Smirne, Salonicco, Alessandria d’Egitto, Marsiglia, Algeri, Creta, Ragusa (oggi Dubrovnik), Cipro, Livorno, Trieste.

   Città, in altri casi, in cui si è obbligati a scegliere l’apertura come strategia economica. Per interesse più che per convinzione. Rimanere accoglienti costituisce una possibilità di ripresa economica ed è la sfida che oggi il Mediterraneo ha e che spesso deve praticare per avere un futuro. Una sfida che talvolta obbliga a rinchiudersi nella propria caricatura (Napoli è davvero la pizza? Venezia è solo le gondole?) e talaltra a venire a patti con le proprie convinzioni. È la storia del bikini, poi delle spiagge per naturalisti. Simboli e luoghi a lungo osteggiati nelle spiagge del mediterraneo cattolico, ma infine vincitori (altro segno della crisi del cattolicesimo) perché volano economico della civiltà della spiaggia, dove la notte si fa giorno. La spiaggia, e tutta la filiera a essa collegata, per un mare non più industriale, diviene ora, l’ultima risorsa su cui costruire un’economia di scala capace di consentire la ripresa.

   Ma anche questo, sostiene Abulafia, non è una certezza. Il Mediterraneo oggi è un mare segnato dalle fratture, non solo dalla xenofobia interna dell’Europa, ma anche dal muro che sorge in mezzo al mare e su cui vanno a sbattere le molte barche della disperazione. Un mare “sarcofago”. Condizione che esprime il vissuto delle nuove paure collettive più che un desiderio di frontiera. Il Grande mare, di là dall’Unione per il Mediterraneo (il consesso di tutti gli Stati che si affacciano su quel mare per definire obiettivi economici, politici e culturali comuni), soffre di un vuoto di progetto. (DAVID ABULAFIA, Il grande mare. Storia del Mediterraneo, traduzione dall’inglese di Luca Vanni, Milano, Mondadori, pagg. 696, € 35,00)

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APPUNTAMENTI EUROMEDITERRANEI

EUROMEDITERRANEA

Per una comunità EUROMEDITERRANEA 1-2 luglio 2016 – Kolpinghaus, Bolzano

C’è un altissimo bisogno, in Europa e nel mondo, di esempi positivi, di strade che portino all’integrazione, alla democrazia, alla pace, alla giustizia sociale ed ecologica. L’Unione sia un esempio positivo, e che lo sia senza scaricarne i costi ed i pesi sugli altri. Un’Europa fraterna ed ospitale, la cui legittimità e credibilità è affidata in primo luogo al consenso dei cittadini: a coloro che scelgono l’integrazione piuttosto che la disintegrazione, l’unità politica e non solo il grande mercato, la giustizia sociale e l’ambiente più che la crescita e la competizione“. (Alexander Langer 1995)

Già nel 1995 Alexander Langer aveva identificato fra le principali sfide dell’Europa il ruolo positivo che l’Unione avrebbe potuto giocare per la pace, la democrazia e la costruzione di uno spazio euromediterraneo aperto e solidale. Tali sfide sono sempre più presenti di fronte alle recenti evoluzioni, alle guerre in corso, all’esodo di molti migranti in cerca di nuove occasioni di vita, in fuga da guerre, crisi economiche ed ambientali, pesanti violazioni dei diritti umani.

L’Alto Adige-Südtirol, crocevia di lingue e culture che hanno avuto modo di scontrarsi e, per periodi fortunatamente più lunghi, di incontrarsi, si trova, insieme ad altre regioni europee e del mediterraneo, ad affrontare queste impegnative domande.

… Sono domande che in questa edizione di EUROMEDITERRANEA abbiamo pensato di porre ad alcuni tra i destinatari e le destinatarie del Premio Alexander Langer, assegnato ogni anno dal 1997, che si riuniranno per un confronto e una valutazione comune.

In questi anni abbiamo incontrato persone ed associazioni impegnate in prima fila per la pace, la libertà, la salvaguardia dei diritti umani, dell’ambiente, delle specie. Persone ancora attive che hanno mostrato il talento di saper agire in situazioni di conflitto con lo spirito della nonviolenza e dei costruttori di ponti. I premi Langer sono diventati per molti dei preziosi “sensori” e “campanelli d’allarme” di ciò che merita attenzione da parte di comunità consapevoli delle profonde interconnessioni tra ciò che avviene in casa propria ed in luoghi apparentemente lontani, da dove arrivano – come insostituibili ambasciatori – molti nostri nuovi concittadini.

PROGRAMMA

Il programma si articolerà in due sessioni pomeridiane durante le quali i Premi Langer dialogheranno con rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee:

Alejandro Calzada Cárdenas – Borderline Sicilia, Premio Langer 2014

Bochra Behadj Hmida, – ATFD, Tunisia, Premio Langer 2012 Elio Sommavilla, Villaggio Ayuub, Somalia, Premio Langer 2008

Irfanka Pasagic, Tuzlanska Amica, Bosnia Erzegovina, Premio Langer 2005 Krzyzstof Czyzewski, Borderland Foundation, Sejny /Polonia, Premio Langer 2004

Francesco Palermo, Senatore, Presidente della Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa.

Bodil Valero: Europarlamentare, Gruppo Verde | Alleanza libera europea

Con contributi alla discussione di:

Udo Enwereuzor, Federico Faloppa, Giacoma Cassina, Fabio Levi, Bettina Foa, Maria Bacchi, Marianella Sclavi, Gianni Tamino, Mao Valpiana, Karin Abram.

  1. SESSIONE – 1 luglio 2016

Ore 17.00 Concerto “In Europa”, Paolo Bergamaschi – voce e chitarra, Simone Guiducci – chitarre, Fausto Beccalossi – fisarmonica, Max Saviola – basso e percussioni, Marcello Bergamaschi – violino e strumenti etnici Ore 18.00 – 20.30 Lo spazio Euromediterraneo, la situazione attuale 2. SESSIONE – 2 luglio 2016

Ore 18.00 – 20.30 L’Europa desiderabile – Tavola rotonda

Rinfresco

Il 3 luglio è in programma l’annuale assemblea della Fondazione

Per adesioni e informazioni:

info@alexanderlanger.net – Tel: 0471 977691

www.alexanderlanger.orf

http://www.alexanderlanger.org/it/49

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MAR MEDITERRANEO

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Mediterraneo, Mare Mare interno compreso fra le coste meridionali dell’Europa, settentrionali dell’Africa e occidentali dell’Asia Anteriore. Si estende per circa 2.505.000 km2 (non considerando il Mar Nero e il Mar di Marmara), con una profondità media di 1430 m e una massima, presso le coste sud-occidentali del Peloponneso, di 5121 m.

  1. Caratteristiche fisiche

Geograficamente il M. è compreso tra 30° e 47° di latitudine N e tra 5° di longitudine O e 35° di longitudine E; viene suddiviso in due settori: occidentale e orientale (a loro volta comprendenti una serie di mari secondari) con un limite posto lungo la congiungente Capo Bon-Capo Boeo, che attraversa in direzione OSO-ENE il Canale di Sicilia. Il M. Occidentale si estende dallo Stretto di Gibilterra fino alle coste occidentali della penisola italiana ed è suddiviso, da O verso E, in Mare di Alborán, tra le coste settentrionali del Marocco e dell’Algeria e quelle meridionali della Spagna; Mare delle Baleari e Mare di Sardegna, tra le Isole Baleari e la Sardegna; Mar Ligure, lungo le coste della Liguria, della Corsica occidentale e della Toscana settentrionale; Mar Tirreno, tra le coste orientali della Corsica e della Sardegna, quelle settentrionali della Sicilia e quelle occidentali dell’Italia centro-meridionale. Il M. Orientale si estende invece dal Canale di Sicilia fino alle coste occidentali del Libano e di Israele: comprende il Canale di Sicilia, fra Tunisia e Sicilia; il Mar Adriatico, tra le coste orientali italiane e quelle occidentali della Penisola Balcanica; il Mar Ionio tra la Sicilia, la Calabria e le coste occidentali della Grecia; il Mar Egeo, a sud della Penisola Balcanica tra Grecia e Turchia; il Mar di Levante, tra l’Egitto a sud e la Turchia a nord.

Il M. è un mare semichiuso, che comunica con l’Oceano Atlantico attraverso lo Stretto di Gibilterra e con l’Oceano Indiano attraverso il Mar Rosso mediante il canale artificiale di Suez. Ha inoltre uno scambio di acque con il Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara e lo Stretto del Bosforo. Le coste sono nella maggioranza dei casi alte e rocciose mentre si presentano piuttosto basse e sabbiose in corrispondenza degli apparati deltizi dei fiumi principali (Ebro, Rodano, Po e Nilo) e secondari che sboccano nel Mediterraneo. Numerose sono inoltre le isole, alcune di notevole estensione come la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, Cipro e Creta, altre molto più piccole, spesso di origine vulcanica.

  1. Batimetria e morfologia

I caratteri batimetrici e morfologici del M. rispecchiano l’assetto geologico e tettonico di quest’area, che si è andato delineando negli ultimi 5 milioni di anni. Nel settore occidentale abbiamo il vasto Bacino Algero-Provenzale che è compreso tra le coste occidentali della Corsica e della Sardegna, quelle orientali e nord-orientali della Spagna e della Francia e quelle settentrionali del Marocco e dell’Algeria. Esso costituisce un’ampia zona batiale, con pendenza quasi nulla e profondità massima compresa tra 2800 e 2900 m, che si raccorda alle aree di piattaforma della Sardegna, attraverso una scarpata continentale piuttosto accidentata anche se non molto inclinata, e della Corsica, attraverso invece una scarpata molto ripida e incisa da numerosi canyon. La piattaforma continentale sia nel settore occidentale (coste spagnole e francesi) sia in quello meridionale è poco estesa; fanno eccezione le aree di fronte agli apparati deltizi dell’Ebro e del Rodano.

Il settore settentrionale del Bacino Algero-Provenzale è rappresentato dal Mar Ligure, che costituisce la diretta prosecuzione verso N del Mare di Sardegna. Esso presenta margini continentali piuttosto stretti e inclinati, incisi da canyon sottomarini, sui lati NO e SE mentre a E e NE la piattaforma continentale è molto più ampia e lo stesso margine risulta meno accidentato. A sud il Mare di Alborán è suddiviso in due bacini minori dove si raggiungono profondità superiori a 2000 m (Bacino Occidentale e Bacino Orientale di Alborán), i quali sono separati da una soglia in corrispondenza dell’isola di Alborán. La piattaforma continentale è poco estesa e i margini si presentano inoltre piuttosto irregolari e solcati da canyon sottomarini.

Il Mar Tirreno viene suddiviso in settentrionale e centro-meridionale poiché a questa ripartizione corrispondono una differente fisiografia e storia geologica. Il limite di separazione tra i due è posto convenzionalmente in corrispondenza del parallelo di 41° N. Il Tirreno settentrionale è compreso tra detto limite e l’allineamento Capo Corso-Capraia-Elba; esso è impostato su di un margine continentale e presenta una morfologia piuttosto accidentata nel settore meridionale dove raggiunge profondità massime di 2000-2200 m. Sul lato occidentale è presente un esteso bacino (Bacino della Corsica) che è delimitato verso E da una dorsale poco rilevata (Dorsale dell’Elba); seguono poi una serie di depressioni e di rilievi che mostrano una orientazione preferenziale N-S. Il Tirreno centro-meridionale comprende l’intera piana batiale tirrenica (profondità massima variabile da 2900 a 3600 m), dalla quale si elevano numerosi rilievi sottomarini interessati da attività vulcanica, alcuni dei quali emergono formando isole (per es., le Eolie). I margini del bacino sono piuttosto ripidi e irregolari e in qualche caso interessati da profonde incisioni; si presentano paralleli o subparalleli a quelli delle terre emerse e sono caratterizzati dalla presenza di una serie di depressioni strette e allungate (bacini peritirrenici) delimitate a loro volta da una serie di dorsali (rilievi peritirrenici). La piattaforma continentale è poco sviluppata lungo il margine occidentale della Sardegna e lungo quello settentrionale della Sicilia e della Calabria, mentre ha un maggiore sviluppo lungo il margine costiero laziale e campano.

Nel M. Orientale il Canale di Sicilia è limitato a O dai fondali poco profondi del Banco Skerki e a E dalla scarpata sottomarina siciliano-maltese. Presenta una profondità media di 350 m, anche se nella sua zona centrale, in alcune depressioni, supera abbondantemente 1000 m, raggiungendo 1317 m nel Bacino di Pantelleria, 1529 m nel Bacino di Linosa e 1721 m nel Bacino di Malta. È presente un’estesa piattaforma continentale sia dal lato della Tunisia sia a SO e a SE della Sicilia; quest’ultima si raccorda con le parti più profonde del canale attraverso una scarpata continentale che si presenta piuttosto irregolare, essendo la sede di alcuni bacini orientali NO-SE (per es. Bacino di Gela) e di banchi poco profondi.

Il Mar Adriatico nel suo settore settentrionale presenta fondali piuttosto regolari con lievi pendenze (0,35 m/km); a nord di Ancona essi non superano mai 75 m di profondità, mentre nella zona mediana, da Ancona fino al Gargano, la profondità aumenta e raggiunge circa 130 m in corrispondenza della Soglia di Pelagosa, all’altezza dell’allineamento Gargano-Lagosta. La massima profondità dell’Adriatico settentrionale (270 m ca.) viene raggiunta nella cosiddetta depressione mesoadriatica o Fossa di Pomo, che è orientata NE-SO ed è costituita da due più piccoli bacini separati da una sella. L’Adriatico meridionale, che si estende a sud del Gargano fino al parallelo di 40° N, ha fondali sempre piuttosto regolari, con solo qualche raro rilievo sottomarino; tuttavia essi si presentano decisamente più profondi arrivando fino a circa 1200 m nel Bacino dell’Adriatico Meridionale e a circa 1500 m nel Bacino di Corfù. Quest’ultimo termina piuttosto bruscamente in corrispondenza della Scarpata di Cefalonia. La piattaforma continentale è estesa sia sul versante pugliese che su quello albanese.

Nel Mar Ionio la piattaforma continentale è piuttosto ristretta e in alcune aree, come di fronte alle coste calabre, è talora assente. La scarpata continentale si presenta ripida e solcata da diversi canyon e passa al largo ad una piana batiale, dove si raggiungono profondità di 3500-4000 m, dalla quale si elevano alcuni monti sottomarini (seamounts di Medina e Cirene). A oriente le massime profondità (intorno a 5000 m) si raggiungono nella Fossa Ellenica che corre lungo il margine orientale di questo bacino e, seguendo il bordo del Peloponneso, si spinge fino a Creta. Più a N la Scarpata di Cefalonia, orientata NNE-SSO, separa la Dorsale Apula dalla fossa dell’arco ellenico mentre a S, parallelamente a questa fossa, è presente invece la Dorsale Mediterranea, costituita da una serie di rilievi sottomarini allineati in direzione NO-SE. A oriente delle coste siciliane è presente la Scarpata di Malta, un elemento fisiografico di origine tettonica, orientato N-S, che si estende per circa 200 km e che separa il plateau continentale siculo-maltese dalla piana abissale. A N esso risulta affiancato dal rialzo di Messina, un’area piuttosto estesa che scende fino a una profondità di 3000 m. Il Golfo di Taranto, che rappresenta un elemento fisiografico importante del Mar Ionio, costituisce la prosecuzione a mare dell’avanfossa appenninica e presenta una morfologia piuttosto articolata connessa al suo assetto strutturale. Il settore centrale del golfo è occupato da una depressione (Valle di Taranto), orientata NO-SE, larga da 2 fino a 8 km, che si estende fino alla piana batiale ionica, partendo da una profondità di 900 m e che divide il settore occidentale da quello orientale del golfo. Il primo comprende l’area tra le coste calabro-lucane e il bordo occidentale della Valle di Taranto; si tratta di una zona dove la piattaforma continentale è piuttosto irregolare, avendo il ciglio posto a una profondità variabile fra 30 m e 150 m e una larghezza variabile da 1 km fino a 14 km. La scarpata continentale di questo settore si estende fino a una profondità di 1000-1500 m; essa è solcata da numerosi canyon ed è sede di due bacini sedimentari (quello di Corigliano, posto a ridosso della piattaforma continentale, e quello dell’Amendolara, che si trova a maggiore profondità) separati dalla cosiddetta Dorsale dell’Amendolara. Il settore orientale è compreso tra la Valle di Taranto e la costa pugliese; si tratta di un’area piuttosto regolare, dove la piattaforma continentale ha il suo margine a una profondità media di 110 m e una morfologia terrazzata. Essa è estesa per circa 4 km fra Taranto e Torre dell’Ovo, mentre l’estensione varia tra 8 e 20 km tra Torre dell’Ovo e Santa Maria di Leuca. La scarpata continentale scende fino a una profondità di 1000 m ed è, anche in questo caso, sede di due bacini sedimentari: uno piuttosto piccolo, posto a una profondità di circa 1000 m (Bacino di Torre dell’Ovo), l’altro, molto più esteso e meno profondo (Bacino di Gallipoli), posto tra Torre dell’Ovo e Santa Maria di Leuca, a ridosso della piattaforma continentale. Sulla scarpata sono presenti inoltre delle incisioni sottomarine.

Il Mar Egeo presenta una morfologia del fondale piuttosto irregolare, con diverse aree sollevate, buona parte delle quali, emergendo, costituiscono le numerose isole che costellano questo mare. Le coste risultano frastagliate e la piattaforma continentale è molto discontinua, presentando maggiori estensioni soltanto in corrispondenza dei principali fiumi che sboccano nell’Egeo. Le massime profondità in questo mare si raggiungono a N delle Sporadi settentrionali (1491 m), a S della Tracia (1611 m) e a N di Creta (2295 m). Il Mar di Levante presenta una morfologia accidentata; la piattaforma continentale non è molto estesa, mentre si spinge verso mare, per oltre 50 km, in corrispondenza del delta del Nilo, il quale alimenta un esteso conoide/”>conoide sottomarino che si sviluppa fino a circa 2000 m di profondità. La scarpata continentale è ripida e passa al largo a una piana dove si raggiungono profondità di circa 4000 m. A S delle coste dell’Anatolia sono presenti i due bacini di Adalia e di Rodi e l’isola di Cipro.

  1. Caratteri idrologici e idrodinamici

La scarsa comunicazione del M. sia con l’Oceano Atlantico sia con l’Oceano Indiano, nonché la forte evaporazione, fanno sì che le sue acque siano molto salate; la salinità media si aggira sul 38,5‰ e può raggiungere il 39‰ nel Mar di Levante. Nel M. Occidentale la salinità tende invece a diminuire attestandosi sul 36‰. Valori medi di salinità del 35‰ si riscontrano nell’Adriatico settentrionale e nell’Egeo settentrionale. Per quanto riguarda le temperature, nella stagione invernale le acque superficiali registrano valori medi di 13,5 °C nel M. Orientale (con esclusione dell’Adriatico settentrionale e dell’Egeo settentrionale dove si hanno valori di solo 7 °C) e di 12,5 °C in quello occidentale. Nella stagione estiva invece la temperatura media complessiva dell’intero bacino si mantiene sui 25 °C, scendendo intorno a 21-23 °C in vicinanza degli stretti di Gibilterra e dei Dardanelli e aumentando a 28 °C nell’Adriatico settentrionale, nel Golfo della Sirte e nel Mar di Levante, lungo le coste dell’Anatolia. La differenza di densità tra le acque del M. e dell’Atlantico è particolarmente importante; quelle del M. infatti, essendo più salate, sono anche più dense, con il risultato che il livello medio delle acque nel M. è più basso di quello dell’Atlantico. Questo gradiente fa sì che le acque dell’Atlantico vengano richiamate nel M.; si genera così una corrente che fluisce in superficie lungo le coste dell’Africa settentrionale fino alla Palestina, mitigando il clima delle coste marocchine e algerine. Un’altra corrente superficiale, più calda e salata rispetto a quella precedente (Corrente Levantina), scorre da Cipro verso E per poi risalire lungo le coste dell’Egeo e dell’Adriatico; questa corrente mitiga in particolar modo il clima delle coste dalmate in inverno. A maggiore profondità (100-500 m), una corrente fluisce nello stesso verso di quella levantina; essa si inoltra anche nel Tirreno e nel Mare delle Baleari, fuoriuscendo poi da Gibilterra dal lato settentrionale. Questo tipo di circolazione rende il M. uno tra i mari meno ricchi di sostanze nutritive, in quanto all’afflusso di acqua superficiale di origine atlantica vi è un corrispettivo deflusso di acqua profonda, più ricca di fosfati e nitrati, che così vengono allontanati dal M., andando a fertilizzare l’Atlantico.

Il regime dei venti nel M. si alterna con il variare delle stagioni: in estate e in autunno prevalgono quelli dei quadranti meridionali, in inverno e in primavera quelli dei quadranti settentrionali. Questo ha una diretta influenza sulla circolazione delle correnti che fluiscono nella direzione dei meridiani poiché, in relazione alle mutate provenienze dei venti, vengono favorite quelle ascendenti o discendenti, mentre le correnti che si propagano secondo la direzione dei paralleli subiscono solo leggeri spostamenti. Le maree nel M. sono generalmente semidiurne o miste e hanno escursioni piuttosto limitate (in media 20-30 cm), anche se in alcuni golfi, come quelli di Gabès e di Venezia, si può raggiungere il metro di ampiezza. Le correnti di marea in generale sono anch’esse di lieve entità e raggiungono, solo negli stretti (Gibilterra e Messina) e in corrispondenza di bocche lagunari (Laguna di Venezia), velocità di 1,5 m/s.

  1. Geografia umana ed economica

Le coste del M. e le aree immediatamente retrostanti sono per la maggior parte fittamente abitate, con densità particolarmente alte in alcuni tratti della Spagna e, ancor più, dell’Italia. Fa eccezione il litorale africano corrispondente alla Libia e all’Egitto, dove i caratteri climatici sahariani arrivano fino al mare (e sul quale tuttavia si affacciano la metropoli di Alessandria d’Egitto e qualche altra grande agglomerazione urbana). Il processo di addensamento lungo le coste, sensibile fin dall’antichità, è stato dovuto in parte a una certa repulsione esercitata dalle zone interne, spesso montuose fino in prossimità del mare, in parte all’attrazione del mare stesso quale tramite di traffici; tale processo si è accentuato nel corso del 20° secolo, sia per la bonifica di talune piane costiere paludose sia per l’intenso esodo da aree interne, montane e collinari, e per la migrazione verso centri litoranei sempre più valorizzati dalla crescita delle attività industriali, commerciali, turistiche. Sulle rive del M. sorgono numerosissime città: tra le maggiori, Barcellona, Marsiglia, Napoli, Atene, Alessandria d’Egitto, Algeri.

I porti sono stati sempre numerosi nel M., mare che, nonostante vari periodi di decadenza, è risultato sempre interessato da traffici intensi. Quasi tutte le maggiori città costiere, specialmente quelle europee, svolgono importanti funzioni portuali e sono toccate da linee di navigazione che collegano i paesi mediterranei tra loro e con il resto del mondo. Emergono, tra i porti del M., Marsiglia, Genova e il Pireo (il grande sobborgo portuale di Atene), ma fanno registrare un notevole movimento marittimo e commerciale anche i porti spagnoli di Barcellona, Valencia, Algeciras, quelli italiani di Venezia, Trieste, Taranto, Napoli, Livorno, Palermo, e ancora Fiume, Salonicco, Haifa, Alessandria d’Egitto, Porto Said, Tunisi, Arzew, Algeri. A partire dalla metà del 20° sec., i traffici mediterranei hanno attraversato un periodo di rapida crescita (peraltro più volte interrotto a causa dei conflitti arabo-israeliani e delle chiusure del Canale di Suez) per il vertiginoso aumento della produzione petrolifera vicino-orientale e nordafricana e il trasporto del greggio in Europa.

Dal punto di vista della navigazione mercantile, il M. non è certo paragonabile alle aree marittime di più intenso traffico, che spettano all’Oceano Atlantico e, a partire dalla fine del 20° sec., soprattutto al Pacifico. Tuttavia, il movimento commerciale, soprattutto quello degli idrocarburi, è assai vivace. L’economia petrolifera interessa il M. anche come area di prospezione e di estrazione. Per le favorevoli condizioni meteo-marine e per la probabile presenza di serbatoi di idrocarburi superficiali e profondi, il M. è considerato uno dei mari più significativi per l’attività offshore/”>offshore, lungo le coste nordafricane (egiziane, libiche e tunisine) e turche, intorno a Malta e, per quanto riguarda i mari italiani, nell’Adriatico, nello Ionio e nel Mare di Sicilia. L’intenso traffico alimenta il movimento di numerosi porti: il maggiore di essi resta Marsiglia, soprattutto in virtù delle sue attrezzature per l’attracco delle petroliere e delle navi portacontainer. Tra i porti di esportazione degli idrocarburi emerge quello algerino di Arzew, tra quelli di importazione Algeciras in Spagna, Augusta e Cagliari-Sarroch in Italia.

Sebbene le caratteristiche fisiche del M. non siano molto favorevoli allo sviluppo della fauna marina, che conta in questo mare numerose specie ma un numero relativamente modesto di individui, tuttavia la pesca è stata sempre praticata da quasi tutte le popolazioni rivierasche: fino a tempi recenti prevalentemente da quelle europee, a partire dalla seconda metà del 20° sec. anche da quelle del mondo islamico (soprattutto da Turchi, Libici e Tunisini). L’inquinamento delle acque e l’eccessiva intensità dello sfruttamento hanno ulteriormente depauperato il patrimonio ittico del M., che è oggi notevole solo in alcune parti dell’Adriatico e nel Mar di Sicilia. Le specie più pescate sono quelle utilizzate per l’industria della conservazione (sardine, acciughe), discretamente presenti nel M. occidentale. In passato era molto diffusa la pesca del tonno, tipica soprattutto della Sicilia occidentale, ma praticata pure lungo le coste sarde, spagnole e nordafricane, ora drasticamente diminuita. Sono ormai in regresso anche altre attività pescherecce, come la raccolta delle spugne e dei coralli.

È invalso, a partire dagli ultimi anni del Novecento, l’uso di distinguere i paesi rivieraschi del M. in paesi della riva nord (europei) e della riva sud (afroasiatici); distinzione che utilizza approssimativamente i termini nord e sud per quanto riguarda la posizione geografica (la costa del Vicino Oriente asiatico dovrebbe indicarsi piuttosto come «riva est»), ma che, in compenso, richiama opportunamente le espressioni «Nord» e «Sud» del mondo, da tempo comunemente adoperate, rispettivamente, per i paesi industrializzati e per quelli definiti in via di sviluppo. In effetti, nettissima è la differenza di livello socioeconomico tra la quasi totalità dei paesi della riva sud e almeno una parte di quelli della riva nord, che è all’origine di un flusso migratorio da decenni rilevante per alcuni Stati (in particolare per la Turchia) e successivamente divenuto imponente per quasi tutti quelli della riva sud. È un flusso che in parte è diretto verso paesi dell’Europa mediana (specialmente la Germania) e in parte, invece, si esaurisce all’interno della regione mediterranea stessa (Francia, Italia, Spagna e da qualche tempo anche Portogallo e Grecia).

La mitezza del clima, il tepore delle acque, la bellezza dei paesaggi hanno rappresentato un’attrazione turistica rilevante, e molte coste mediterranee sono divenute meta di villeggianti e visitatori, provenienti non solo dalle zone interne dei paesi dello stesso M. ma anche, e soprattutto, da molti Stati dell’Europa centro-occidentale, primo fra tutti la Germania. Il turismo, che costituisce certamente un introito importante, ma anche, spesso, un fattore di turbamento di equilibri dell’ambiente naturale e culturale, è particolarmente incisivo in Spagna (Costa Blanca, Costa del Sol, Costa Brava), Francia (Costa Azzurra), Italia (riviere ligure e romagnola, Versilia, Sardegna), Grecia, Turchia, Tunisia.

ecologia

  1. Inquinamento e fattori di pressione

Il ricambio molto lento delle acque, il cui tempo di rinnovo è di circa 80 anni, rende il M. molto vulnerabile all’inquinamento dovuto ai fattori di pressione di origine antropica (crescita della popolazione con tendenza all’addensamento lungo le coste, elevati flussi turistici, alta densità del traffico marittimo).

Sul M. si affacciano una ventina di paesi la cui popolazione complessiva mostra un tasso di crescita abbastanza elevato. Nei territori costieri, alla pressione esercitata dal carico demografico si aggiunge quella conseguente agli insediamenti industriali, soprattutto raffinerie di petrolio (fig. 1), complessi petrolchimici, impianti siderurgici. Occorre tenere conto, altresì, dell’inquinamento delle acque superficiali (e del conseguente trasferimento di inquinanti nelle acque costiere) provocato dalle attività agricole e zootecniche (residui agroalimentari, liquami e rifiuti animali, fertilizzanti, fitofarmaci).

Nonostante ogni anno vengano riversate nel M. tonnellate di inquinanti e il carico di nutrienti sia elevato, il M. mantiene caratteristiche di spiccata oligotrofia, con l’eccezione delle zone in prossimità dello sbocco dei grandi fiumi dove, come accade per l’Adriatico settentrionale per effetto dei nutrienti provenienti dal bacino del Po, possono generarsi problemi di eutrofizzazione delle acque. Le caratteristiche oligotrofiche del M. dipendono dallo scambio con l’Oceano Atlantico, da cui il M. riceve acque di superficie a basso tenore di sostanze nutritive e in cui immette acque profonde ricche di nutrienti.

Il M. è una delle aree di maggior interesse turistico del mondo. Ciò costituisce un fattore di pressione sull’ambiente di significativa entità: il turismo contribuisce almeno per il 7% all’inquinamento del bacino. La crescita disordinata degli insediamenti turistici, oltre a creare problemi stagionali può creare situazioni croniche di danno ambientale, quali la scomparsa delle dune, delle paludi costiere, delle praterie di Posidonia oceanica, l’eliminazione di buona parte della vegetazione e della fauna ittica e avicola nidificante, la contaminazione delle acque con inquinanti provenienti dalle imbarcazioni da diporto ecc.

Il M., pur rappresentando meno dell’1% della superficie complessiva di tutti i mari del pianeta, accoglie oltre il 20% del traffico mondiale marittimo di prodotti petroliferi. Ciò comporta un forte inquinamento delle acque a causa dell’elevata immissione di idrocarburi. Gli apporti di idrocarburi nel M. provengono per oltre il 50% dalla navigazione (rilasci dovuti a incidenti, acque di lavaggio delle cisterne); contributi significativi sono attribuibili anche alle raffinerie, agli scarichi civili, alle deposizioni atmosferiche (dovute a combustione incompleta di carburanti per autotrazione e di combustibili per riscaldamento nei territori rivieraschi). Occorre considerare, altresì, il fattore di turbamento rappresentato dalle aree offshore di esplorazione e sfruttamento degli idrocarburi. Per quanto riguarda l’Italia, l’inquinamento da idrocarburi è particolarmente avvertito nel Mar Ligure, nell’Adriatico settentrionale e nei mari litoranei siciliani e sardi/”>sardi, a causa sia delle numerose raffinerie installate lungo le coste sia della forte movimentazione di prodotti petroliferi nei porti italiani.

  1. Interventi di risanamento e prevenzione

La salvaguardia di un ecosistema così delicato e vulnerabile come quello mediterraneo, giunto ormai a un livello molto alto di sofferenza ambientale, richiede un vasto piano di interventi di risanamento e di prevenzione.

Il fattore di perturbazione rappresentato dall’elevato carico demografico costiero può essere controllato soltanto attraverso la predisposizione di opere adeguate sia di smaltimento di rifiuti solidi urbani sia di collettamento fognario e depurazione delle acque reflue, tenendo conto delle fluttuazioni di popolazione dovute ai flussi turistici e degli apporti inquinanti degli insediamenti industriali.

Per limitare l’inquinamento di origine agricola occorre razionalizzare le modalità d’uso e le quantità di prodotti impiegati (fertilizzanti, fitofarmaci), disciplinare i regimi d’acqua per minimizzare la lisciviazione verso le acque superficiali, ottimizzare il rapporto fra capi allevati e superfici di terreni agricoli disponibili per lo spandimento dei liquami e dei rifiuti animali.

Il quadro degli interventi per limitare l’inquinamento da idrocarburi prevede: lo svecchiamento della flotta petrolifera, in quanto l’utilizzo sistematico del doppio scafo nelle flotte cisterniere dovrebbe consentire un drastico abbattimento del rischio di sversamento del greggio; il rispetto delle regole internazionali sulla navigazione marittima, in particolare la prescrizione di attrezzare i terminali di scarico con impianti di stoccaggio e trattamento delle acque inquinate da idrocarburi; la messa a punto di efficaci piani di emergenza nel caso di incidenti; la riduzione dei consumi petroliferi, anche tramite graduale e costante aumento del consumo del gas naturale; la creazione e il mantenimento di zone protette (riserve marine e costiere); il potenziamento delle attività di ricerca e sviluppo per mettere a punto processi innovativi di recupero biologico delle acque e delle coste inquinate (i metodi tradizionali basati sul contenimento con barriere e sull’uso di agenti disperdenti ed emulsionanti sono poco efficaci).

geologia

In geologia il M. e più in generale l’area mediterranea costituiscono una zona piuttosto complessa, in quanto in essa si fronteggiano due sistemi di catene montuose, una a vergenza europea e l’altra a vergenza africana, formatesi in seguito alla collisione tra le due zolle continentali arabo-africana a S e euroasiatica a N. La prima catena parte da Gibilterra e continua con la Cordigliera Betica e il suo prolungamento in mare fino alle Baleari, dove è interrotta in corrispondenza del Bacino Algero-Provenzale. Essa prosegue poi con le Alpi e con l’arco carpato-balcanico. La catena a vergenza africana, sempre partendo da Gibilterra, passa per il settore settentrionale del Marocco, dell’Algeria, della Tunisia e della Sicilia. In corrispondenza dell’arco calabro la catena subisce una torsione e si orienta NO-SE, formando l’Appennino. Questa catena continua poi nel sottosuolo della Pianura Padana e riaffiora nuovamente nelle Alpi meridionali, questa volta con direzione O-E; quindi subisce una nuova torsione in corrispondenza del confine tra l’Italia e la Slovenia per andare a formare i rilievi delle Dinaridi-Ellenidi. Appartenente sempre all’area mediterranea è inoltre la catena dei Pirenei, che costituisce il prodotto della collisione tra il blocco europeo e il blocco iberico.

Anche da un punto di vista geologico il bacino mediterraneo può essere suddiviso in occidentale e orientale, a ognuno dei quali corrispondono una serie di bacini minori.

  1. Bacino m. occidentale

1.1 Bacino Algero-Provenzale- Il vasto Bacino Algero-Provenzale presenta margini costituiti da sistemi di faglie subverticali disposte a gradinata, e da faglie listriche normali che risultano parallele o subparallele alla costa. Faglie trascorrenti e trasformi caratterizzano inoltre le parti più profonde del bacino. I dati sismologici indicano che l’area è interessata da sismi deboli a ipocentro poco profondo; lo spessore crostale in corrispondenza della piana batiale varia in genere da 10 km a circa 15 km, mentre aumenta in corrispondenza della Sardegna e della Corsica (25-35 km) fino ad arrivare a circa 50 km in prossimità della Provenza e delle Alpi Marittime. La litosfera, spessa meno di 30 km nelle zone batiali, aumenta a oltre 70 km verso i margini. In corrispondenza di questi ultimi il basamento è costituito da crosta continentale, mentre la zona assiale del bacino è costituita invece da crosta di tipo oceanico, con basalti tholeiitici e alcalini di età miocenica. La piana batiale è caratterizzata da valori positivi delle anomalie gravimetriche di Bouguer (oltre 200 mgal). I dati magnetometrici indicano che questo settore del M. occidentale è caratterizzato da un’alternanza di anomalie positive e negative che in alcune zone, come per es. tra la Sardegna e l’Algeria, hanno andamenti lineari tipici di una crosta oceanica. La copertura sedimentaria è formata da 3 unità stratigrafiche principali: la prima (la più antica) è costituita da sedimenti terrigeni di età oligo-miocenica (spessore 3-5 km); la seconda da depositi evaporitici di età messiniana (spessore 2-3 km) e la terza da sedimenti marini del Pliocene e del Quaternario (1 km).

1.2 Bacino tirrenico. – Il bacino tirrenico presenta margini continentali interessati da una tettonica distensiva, con sistemi di faglie sia dirette sia listriche, spesso associate con faglie trascorrenti.

Nel Tirreno settentrionale i dati sismologici indicano la presenza di sismi deboli a ipocentro poco profondo, concentrati in particolar modo lungo la costa italiana. La crosta ha spessori che si aggirano sui 20-25 km, mentre la litosfera è spessa da 40 a 50 km e aumenta fino a circa 70 km verso il margine occidentale della penisola italiana. L’area bacinale presenta un’anomalia positiva di Bouguer che aumenta verso S fino a +150 mgal, mentre diminuisce spostandosi verso i margini della Corsica e della costa tosco-laziale. I dati magnetometrici indicano la presenza di anomalie positive connesse al magmatismo che ha interessato l’area a partire dal Miocene medio, come per es. le manifestazioni plutoniche granodioritiche e granitiche delle isole d’Elba e Montecristo, il monte sottomarino Vercelli, le vulcaniti di natura andesitico-latitica riscontrate nell’isola di Capraia. I valori del flusso di calore sono tipici di una crosta continentale; verso la Corsica sono stati misurati circa 2 HFU (heat flow unit «unità di flusso termico»), mentre verso le coste italiane i valori sono superiori a 3,6 HFU. Sul basamento, costituito da unità alpine interessate da una tettonica compressiva a vergenza appenninica, poggia discordantemente la copertura sedimentaria, suddivisa in 3 intervalli; il più antico è costituito da sedimenti di età compresa tra il Miocene medio e il Tortoniano (lo spessore massimo, da 5 a 8 km, è stato riscontrato nel Bacino della Corsica); si hanno poi i sedimenti evaporitici di età messiniana, che occupano generalmente il fondo delle depressioni tettoniche, e infine i sedimenti postevaporitici di età pliocenica e quaternaria, che hanno spessori intorno a 1000 m.

Nel Tirreno centro-meridionale, a ridosso dell’arco calabro, i dati sismologici indicano la presenza di terremoti a ipocentri intermedi e profondi che individuano una zona sismicamente attiva, immergente a NO, lunga circa 200 km, spessa 50 km e che arriva a una profondità di 500 km; essa ha una forma concava e segue l’andamento curvilineo dell’arco calabro-peloritano. La massima attività sismica è concentrata a una profondità compresa tra 250 e 300 km. Nella piana batiale la crosta ha spessori variabili da 9 a 15 km, mentre la litosfera è spessa circa 30 km. Questo notevole assottigliamento indica l’esistenza di un attivo processo di oceanizzazione del Mar Tirreno che ha portato alla formazione di due bacini: uno caratterizzato da un vulcanismo con lave a chimismo tholeiitico (settore centrale, bacino del Magnaghi-Vavilov) e l’altro con prodotti vulcanici ad affinità calcalcalina (settore sud-orientale, bacino del Marsili e di Palinuro, Isole Eolie). Verso le aree marginali del bacino gli spessori della crosta aumentano fino a 35-40 km e quelli della litosfera fino a 60 km, raggiungendo oltre 70 km al di sotto delle aree continentali. Le misure gravimetriche indicano una forte anomalia positiva di Bouguer (+250 mgal) in corrispondenza della piana batiale. I dati magnetometrici permettono invece di differenziare due zone: una che caratterizza la piana batiale occidentale, dove si riscontrano anomalie positive molto intense ma isolate, in genere associate a corpi o apparati vulcanici, e un’altra tipica del settore sud-orientale con anomalie di forma lineare e molto ravvicinate tra loro che assomigliano alle anomalie riscontrate in ambiente oceanico. Il flusso di calore presenta valori inferiori a 3,6 HFU nella piana batiale occidentale e valori superiori a 3,6 HFU in quella sud-orientale. La copertura sedimentaria giace discordantemente sul basamento, costituito da rocce basaltiche nella piana batiale centrale e sud-orientale; rocce metamorfiche erciniche costituiscono invece il basamento del Bacino della Sardegna, mentre verso il margine campano e siciliano il basamento è rappresentato da unità litologiche appartenenti alla catena appenninica e a quella siciliana-maghribina. La copertura è suddivisa sempre in 3 parti: sedimenti terrigeni preevaporitici (Miocene inferiore-Tortoniano), spessi fino a 2600 m sul margine sardo e nella piana batiale centro-occidentale; sedimenti evaporitici (Messiniano), spessi circa 1800 m nella piana batiale occidentale, meno sviluppati in quella meridionale e assenti nella piana batiale centrale e sud-orientale; sedimenti postevaporitici (Plio-Quaternario), con spessori fino a 3600 m nei bacini peritirrenici e di circa 1000 m nella piana batiale.

  1. Bacino m. orientale

2.1 Mar Adriatico – Il Mar Adriatico presenta una crosta tipicamente continentale; il suo spessore si aggira sui 25-30 km, aumentando fino a 35 km sotto la Puglia e a oltre 40 km verso la Penisola Balcanica. La litosfera ha spessori superiori a 70 km e raggiunge il valore massimo di 130 km nel settore settentrionale. I dati sismologici rivelano la presenza di sismi con ipocentri localizzati nella crosta, connessi con gli attuali movimenti dell’Appennino e delle Dinaridi. I rilievi sismici hanno inoltre evidenziato che tutto il settore mediano-longitudinale di questo bacino rappresenta una sorta di dorsale che separa e allo stesso tempo individua le due avanfosse che bordano le catene a opposta vergenza dell’Appennino e delle Dinaridi. In particolar modo l’avanfossa appenninica comprende i seguenti settori: l’area della Pianura Padana, il suo prolungamento in Adriatico fino alle Tremiti, la Fossa Bradanica e il suo prolungamento in mare nel Golfo di Taranto. La copertura sedimentaria giace su un basamento cristallino di età paleozoica; la successione inizia con depositi evaporitici di età permico-triassica che passano verso l’alto a sedimenti carbonatici mesozoici, sui quali sono presenti depositi terrigeni di età cenozoica. I depositi plio-quaternari sono spessi più di 7000 m nel settore prossimo alla Pianura Padana e diminuiscono di spessore fino a 2000 m nella zona mediana del bacino. Le anomalie gravimetriche di Bouguer sono principalmente negative e variano da −100 mgal (settore settentrionale) a −70 mgal (settore mediano). Tra le anomalie magnetiche ve ne è una con valori medi di 20-40 gamma che si estende in senso longitudinale per tutto il bacino. Anomalie magnetiche positive da +140 gamma a +320 gamma sono state rilevate di fronte ad Ancona, a S di Pescara e al largo di Zara. Il flusso di calore è piuttosto basso (<1HFU).

Nell’Adriatico meridionale il margine apulo è interessato da una serie di faglie a gradinata, orientate NO-SE, che lo ribassano verso il bacino profondo. Tale margine è costituito in prevalenza da sedimenti carbonatici di piattaforma di età cretacea, che sono a loro volta ricoperti da depositi clastici di età compresa tra l’Oligocene superiore e il Plio-Pleistocene. Il Canale di Sicilia costituisce la diretta prosecuzione in mare della catena siciliana-maghribina, a vergenza africana. I dati sismologici indicano la presenza di terremoti a ipocentro poco profondo e una crosta spessa intorno a 20 km sotto Pantelleria, che aumenta fino a 30-35 km sotto la Sicilia. I dati sullo spessore della litosfera sono più incerti, tuttavia esso dovrebbe aggirarsi sui 70 km. Le misure gravimetriche evidenziano la presenza di un’anomalia positiva di Bouguer (+90 mgal) nel settore centrale, dove sono presenti i più importanti graben. Le anomalie magnetiche riscontrate sono essenzialmente locali e in particolar modo connesse all’attività vulcanica dell’area. Il flusso di calore ha i suoi valori massimi (1-2,5 HFU) in corrispondenza del Bacino di Pantelleria. Le indagini sismiche hanno evidenziato la presenza di un basamento cristallino, non raggiunto da perforazioni, sul quale è presente una successione di rocce carbonatiche di età mesozoica e terziaria, che è spessa tra la Sicilia e Malta almeno 5 km. Questa successione, che risulta deformata, è ricoperta da sedimenti neogenico-quaternari con spessori che variano da 0 fino a oltre 2 km. Vulcaniti sono state rilevate sia nella successione carbonatica giurassico-cretacica sia nella copertura neogenico-quaternaria. Rocce basaltiche sono state raccolte sul Banco Avventura, sul Banco Senza nome e sul Banco di Graham. L’attività vulcanica si è protratta fino a tempi recenti: sono documentate storicamente sia l’eruzione dell’Isola Ferdinandea del 1831 sia quella del Vulcano Foerstner, a N di Pantelleria, del 1891. La serie di faglie verticali a prevalente direzione NO-SE, riscontrate nel settore centrale del canale, delimita i Graben che costituiscono i bacini di Linosa, di Pantelleria e di Malta; la loro presenza evidenzia un’attiva tettonica tensionale (distensiva) che ha interessato l’area a partire dal tardo Miocene e che ha permesso la risalita e la fuoriuscita di magmi a composizione basaltica.

2.2 Mar Ionio. – Il Mar Ionio presenta caratteri geologici peculiari legati alla presenza di strutture come gli archi calabrese ed ellenico. La sismologia indica che in questo bacino si riscontrano sismi a ipocentro poco profondo (crostali) in prossimità delle coste e delle isole greche; la crosta ha spessori superiori a 25 km al di sotto della piana batiale e aumenta fino a 40 km in vicinanza dell’arco calabro. Lo spessore della litosfera si aggira tra 60 e 80 km; le proprietà elastiche evidenziano in ogni caso che si tratta di una litosfera continentale. Le anomalie gravimetriche di Bouguer sono essenzialmente negative. I dati magnetometrici indicano l’assenza di forti anomalie tranne che nelle aree dove sono presenti corpi magmatici. I valori del flusso di calore non sono elevati e risultano minori di 1 HFU. Le indagini sismiche hanno evidenziato la presenza di un basamento sul quale è presente una copertura sedimentaria che raggiunge 10-12 km nella piana batiale. In questa copertura sono state differenziate sempre tre unità costituite da depositi pre-messiniani, evaporiti messiniane e sedimenti plio-quaternari. In prossimità dell’arco calabro esterno questa copertura risulta notevolmente caoticizzata e dà luogo ad una morfologia del fondo piuttosto irregolare, che è interpretata come l’effetto dei fenomeni compressivi che caratterizzerebbero l’area.

Il Golfo di Taranto è considerato parte dell’attuale avanfossa dell’Appennino Meridionale e comprende la prosecuzione a mare sia delle unità alloctone dell’Appennino, a O, sia della piattaforma apula, a E (Dorsale Apula). Quest’ultima è costituita da una successione sedimentaria calcarea di età mesozoica ed è interessata da numerose faglie dirette a direzione NO-SE e NNO-SSE che ribassano la struttura verso l’area di catena, dove va a costituire il substrato dell’avanfossa (Valle di Taranto) sul quale si appoggiano le unità alloctone dell’Appennino.

Il margine orientale del Mar Ionio è caratterizzato da due settori con differente evoluzione strutturale e sedimentaria. Il primo si estende tra le isole di Corfù e Cefalonia; è sede di una spessa successione sedimentaria poco deformata di età compresa tra il Miocene e l’attuale. Il secondo, che si estende da Cefalonia lungo tutto il margine del Peloponneso e continua poi oltre l’isola di Creta, è caratterizzato invece dalla presenza della Fossa ellenica. Questi due settori sono separati dalla Scarpata di Cefalonia; a S di questa, la presenza della Fossa ellenica indica un attivo processo di subduzione tra bacino ionico e dominio egeo, che rappresenta la risposta alla convergenza tra le due zolle africana ed eurasiatica. L’intensa deformazione che caratterizza questa zona è espressa dalla presenza di un’area rilevata a morfologia irregolare, posta di fronte alla Fossa ellenica (zona a cobblestones), che costituisce la Dorsale Mediterranea. È stato rilevato che sulla dorsale, a S dell’isola di Creta, sono presenti due campi di domi, costituiti da materiale argilloso brecciato; questi domi sono interpretati come il prodotto di una intrusione diapirica di sedimenti che sono strizzati a causa della notevole compressione tra le due zolle africana ed euroasiatica.

2.3 Mar Egeo. – Il Mar Egeo presenta una crosta tipicamente continentale con spessori di circa 32 km verso il settore settentrionale e 26 km in quello meridionale. La litosfera, spessa da 30 a 50 km sotto Creta, aumenta fino a un massimo di 105 km nell’area compresa tra Creta e l’Egeo centrale. I dati geofisici indicano un’intensa attività sismica con terremoti a ipocentro intermedio e profondo. Di particolare rilevanza è la forte anomalia gravimetrica negativa (inferiore anche a −100 mgal) riscontrata lungo l’arco ellenico, mentre un’anomalia positiva (anche maggiore di 100 mgal) caratterizza l’area a N di Creta. La stratigrafia sismica ha evidenziato la presenza di un basamento cristallino, che affiora sulla terraferma nelle isole Cicladi, sul quale è presente una copertura sedimentaria spessa circa 1-1,5 km. Nel complesso l’Egeo è caratterizzato dalla presenza di bacini sedimentari piuttosto frammentati e irregolarmente disseminati. Inoltre la posizione che esso occupa rispetto all’antistante Fossa ellenica fa sì che venga interpretato come un bacino di retroarco; a favore di questa interpretazione sono sia la presenza di una fossa, all’interno della quale si attua il processo di subduzione della zolla africana al di sotto di quella eurasiatica e del prisma di accrezione a essa collegato, rappresentato dalla Dorsale Mediterranea, sia l’intensa attività sismica e vulcanica dell’area, che ha avuto momenti parossistici di notevole intensità anche in tempi storici (collasso della caldera di Santorino, circa 3500 anni fa).

2.4 Mar di Levante. – Il Mar di Levante è impostato su crosta continentale che di fatto appartiene alla zolla africana; l’area è occupata da una serie di bacini sedimentari dove i dati geofisici hanno rilevato ingenti spessori di sedimenti che producono anomalie gravimetriche negative di Bouguer. Nel settore sud-orientale dell’Anatolia la fascia corrugata durante l’orogenesi alpina è suddivisa in una serie di bacini stretti e allungati (Bacino di Adalia, Bacino di Adana, Bacino di Iskenderun) che sono separati da aree sollevate costituite da pieghe e thrust/”>thrust. Tra le coste egiziane a S e quelle dell’isola di Cipro a N si estende invece il Bacino levantino, posto a oriente del Monte di Eratostene. Le perforazioni e le indagini sismiche hanno evidenziato che in questi bacini la copertura sedimentaria premiocenica risulta notevolmente deformata, mentre i depositi successivi sono solo lievemente disturbati. Quasi tutti i bacini hanno un riempimento costituito da spesse pile di evaporiti mioceniche. Nei bacini di Adana e Iskenderun è stata riscontrata, per es., una sequenza di sedimenti preevaporitici spessi 5-6 km e costituiti in prevalenza da marne a globigerina, sui quali sono presenti circa 1,5 km di evaporiti messiniane che formano numerosi domi salini. Queste evaporiti sono a loro volta sormontate da una successione di sedimenti pliocenici e quaternari, con uno spessore di 2-3 km nei settori centrali dei bacini, in diminuzione verso le zone marginali. Una serie di dati geofisici (sismica, gravimetria, magnetometria) ha inoltre evidenziato, lungo la costa israeliana, la presenza di almeno 3 fasce orientate ONO-ESE che mostrano differenti depositi e proprietà geofisiche: quella più settentrionale è caratterizzata da un marcato diapirismo salino; la fascia centrale si presenta interessata da numerose faglie inverse che hanno determinato una topografia del fondale marino piuttosto accidentata, mentre la fascia più meridionale presenta ingenti spessori di sedimenti plio-pleistocenici valutati intorno a 3-4 km.

  1. Evoluzione geodinamica

L’evoluzione geodinamica del M. si inquadra in quella più generale della Tetide, cioè dell’oceano che nel Giurassico separava l’Europa dal blocco Africa-Arabia. Le fasi di rifting tra le due zolle iniziarono infatti circa 190 milioni di anni fa; durante questo processo si ebbero una risalita dell’astenosfera e un assottigliamento della crosta continentale. L’intensa fratturazione e la risalita del mantello astenosferico dettero luogo alla formazione di dorsali oceaniche e allo sviluppo di una crosta di tipo oceanico, caratterizzata dall’associazione di particolari rocce sedimentarie, vulcaniche e intrusive conosciute con il nome di ofioliti. Attualmente relitti di questa crosta si rinvengono, anche se estremamente tettonizzati, nelle falde della catena alpina.

Alla fase di rifting seguì poi la fase di espansione (spreading) tra le due zolle che, allontanandosi, permisero lo sviluppo di un’area oceanica tra le due masse continentali (135 milioni di anni fa). Questo oceano iniziò a chiudersi a partire dal Cretaceo superiore (80 milioni di anni fa ca.) in seguito al riavvicinamento tra le due zolle africana ed eurasiatica, a sua volta connesso all’apertura dell’Oceano Atlantico. La crosta oceanica venne consumata nelle zone di subduzione, che secondo alcuni autori erano presenti su entrambi i margini delle due zolle, mentre secondo altri doveva essere presente una sola zona di subduzione, localizzata in corrispondenza del margine europeo. Circa 35 milioni di anni fa (passaggio Eocene-Oligocene) la completa scomparsa della crosta oceanica portò alla collisione continentale delle due zolle e alla formazione della catena alpina. Durante il Neogene importanti fasi deformative interessarono l’area mediterranea; queste fasi, che sono proseguite fino all’attuale, hanno dato luogo sia alla nascita delle principali catene circummediterranee (Maghribidi, Appennini, Arco Ellenico) sia alla formazione dei principali bacini del Mediterraneo. È infatti dell’Oligocene medio-Aquitaniano la formazione del Bacino delle Baleari, formatosi in seguito alla distensione connessa alla rotazione antioraria del blocco sardo-corso.

Il Mar Tirreno inizia invece ad aprirsi nel Miocene medio-superiore lungo un rift a direzione N-S localizzato in corrispondenza della Corsica e della Sardegna. Il rifting, connesso con un sollevamento astenosferico, ha prodotto l’assottigliamento della litosfera ed è andato migrando verso E contemporaneamente alla migrazione del fronte compressivo della catena appenninica. Il rifting tirrenico quindi non è stato contemporaneo in tutto il bacino ma si è propagato, in tempi diversi, da O verso E: nel Tirreno occidentale si è verificato tra il Tortoniano superiore e il Messiniano; nel Tirreno centro-meridionale (Bacino di Magnaghi-Vavilov) tra il Messiniano e il Pliocene medio, mentre nel Tirreno sud-orientale (Bacino del Marsili) tra il Pliocene superiore e il Pleistocene.

L’evento paleogeografico più importante dell’area mediterranea è tuttavia rappresentato dalla crisi di salinità del Messiniano, durante il quale il M. rimane completamente isolato e si dissecca, permettendo così la deposizione di notevoli spessori di calcare, gesso e salgemma. I sali evaporitici sono stati riscontrati in tutti i bacini e costituiscono un orizzonte sismico riflettente di notevole importanza stratigrafica. Nell’area mediterranea sono attivi sia processi di raccorciamento e ispessimento crostale in alcuni settori della catena alpino-appenninica sia processi di distensione e assottigliamento crostale nei bacini tirrenico e algero-provenzale, sia processi di subduzione nell’area dell’arco ellenico. Tutti questi processi sono guidati dal campo di stress che caratterizza l’intera area, il quale è provocato dalla convergenza, secondo direttrici N-S e NNO-SSE, delle due zolle eurasiatica e afro-arabica.

  1. Biogeografia

Gli eventi storici e le odierne condizioni ecologiche sono alla base dell’attuale situazione biogeografica del Mediterraneo. Lo studio del benthos litorale porta a considerare il M. come una sottoprovincia della provincia nordatlantica; esso confina tramite lo Stretto di Gibilterra con le due sottoprovince lusitanica e mauritanica, che vengono in contatto all’altezza del medesimo. La presenza di organismi provenienti dalle due sottoprovince sopracitate si giustifica con l’andamento di due correnti marine, una calda che sfiora le coste europee e l’altra fredda lungo le coste africane. A parte l’elemento nordatlantico, sicuramente il più cospicuo, nel M. si identificano altri tre gruppi biogeografici (endemico, senegalese e boreale) la cui presenza dipende dal susseguirsi degli eventi geologici. Si pensa che le specie presenti diversi milioni di anni fa nella zona mediterranea della Tetide si siano evolute in loco, originando così l’elemento endemico del M., rappresentato dagli stessi generi della regione indopacifica, ma con specie diverse.

Successivamente, trascorso il Pliocene, nuovi cambiamenti climatici hanno trasformato il M. in un mare temperato; gli elementi nordatlantici hanno così potuto penetrare e il M. ha iniziato ad assumere la sua attuale facies zoogeografica. Anche i periodi glaciali e interglaciali dal Quaternario hanno svolto un ruolo importante. Durante le fasi glaciali, le temperature erano basse e nel Mare M. sono penetrati elementi di faune settentrionali o boreali; alcuni rappresentanti di questi gruppi sono sopravvissuti fino a oggi in zone particolari, la maggior parte è però scomparsa durante gli interglaciali a causa della temperatura più mite e della maggiore salinità dovuta all’aumento dell’evaporazione. Durante i periodi interglaciali pleistocenici il M. ha invece visto la penetrazione di elementi della sottoprovincia senegalese, con forme tipiche di piccola profondità che preferiscono acque calde a elevata salinità.

Il susseguirsi dei diversi complessi faunistici mediterranei e la comparsa di nuovi componenti sono anche legati al regime delle correnti che attraversano lo Stretto di Gibilterra. Durante gli interglaciali la diminuita piovosità e la forte evaporazione determinano la comparsa, sempre attraverso lo Stretto di Gibilterra, di una forte corrente superficiale dall’Atlantico verso il M., con conseguente spostamento a N delle isoterme e comparsa di elementi senegalesi. Durante le fasi di glaciazione si verificano condizioni opposte; la scarsa evaporazione e l’aumento di livello delle acque del M. inducono la formazione di una corrente di superficie dal M. all’Atlantico; parallelamente si stabilisce una corrente profonda opposta che porterà nel M., per lo spostamento a S delle isoterme, specie boreali adattate a maggiori profondità e temperature più basse. La penetrazione attraverso lo Stretto di Gibilterra è tuttora in atto: gli organismi così giunti si installano soprattutto lungo le coste del Marocco; per questo, fra le coste marocchine e quelle spagnole è possibile distinguere un peculiare distretto biogeografico del M., il Mare di Alborán. Un’ultima immigrazione è da attribuire all’apertura del Canale di Suez: attraverso il quale sono comparsi numerosi nuovi elementi della regione indopacifica (elementi lessepsiani), provenienti dal Mar Rosso.

Gli eventi paleogeografici e i fenomeni di immigrazione citati hanno permesso di caratterizzare nel bacino del M. 4 distretti biogeografici: il Mare di Alborán; il M. Occidentale; il M. Orientale, il più ricco di endemismi e con le maggiori affinità indopacifiche; l’Adriatico, che nella sua porzione settentrionale rappresenta un’area di rifugio per gli ultimi elementi boreali sopravvissuti.

LINGUA

Lingue mediterranee Le antiche lingue del bacino del M. romano precedenti o comunque indipendenti dalle lingue indoeuropee, semitiche e camitiche. Queste parlate, continuate in una sola lingua ancora vivente, il basco, sono documentate dall’etrusco, dal ligure, dall’iberico, dall’eteocretese, dal cario, dal licio e dal lidio ecc.

Il mediterraneo, ricostruito dal basco e dalle iscrizioni antiche, dai relitti lessicali in lingue storiche (gr. οἲνος, lat. vīnum) e soprattutto dalla toponomastica (*alba «altura», *gava «corso d’acqua», *tauro «monte»), resta tuttavia un’ipotesi di studio e non permette ancora una descrizione grammaticale.

storia

  1. Dalle civiltà dell’Egeo all’Impero romano

Per la sua posizione fra Africa, Asia ed Europa, per la facilità delle comunicazioni e degli scambi, il M. è il mare che ha visto svolgersi più numerosi e decisivi eventi storici: a partire dall’età neolitica intere civiltà fiorirono intorno a questo mare. Dopo le civiltà sorte nel 5° e 4° millennio a.C. sulle rive del Nilo, del Tigri e dell’Eufrate, una posizione di rilievo acquistò nell’Egeo, con centro a Creta, il popolo minoico (3° millennio-metà del 2° millennio a.C.), che creò nel M. orientale una sua potenza mercantile fra Asia, Africa ed Europa. Il brusco crollo della civiltà cretese (verso il 1400 a.C.) coincise con il sorgere di quella ittita (Asia Minore e Siria) e quella micenea, nella regione intorno all’Argolide: è di questo periodo (15°-12° sec. a.C.) la prima ondata colonizzatrice delle stirpi abitanti la Grecia verso il M. orientale. Tramontate queste due civiltà verso il 12° sec. per i sommovimenti causati dalle migrazioni dei ‘popoli del mare’, si aprì un periodo tumultuoso contrassegnato da una parte dalla rapida ascesa dei Fenici che da Tiro e Sidone irradiarono le loro colonie fino nel M. occidentale (Cartagine, Spagna, Sardegna, Sicilia ecc.), dall’altra da un’espansione della nazionalità ‘ellenica’ che disseminò di colonie (8°-6° sec.) il M. occidentale (Sicilia, Magna Grecia, Cirenaica, e in piccola parte, Gallia meridionale e Spagna). L’affermarsi della potenza persiana, il cui dominio si estese rapidamente dal regno di Lidia all’Egitto, aprì una lunga lotta per il predominio del M. orientale, conclusasi sullo scorcio del 4° sec. con la campagna d’Asia di Alessandro Magno. Riunite sotto di sé in una forte monarchia militare le genti elleniche, abbattuto l’impero degli Achemenidi, Alessandro creò una compagine che dai Balcani e dall’Egitto incluse tutte le terre gravitanti nel bacino orientale del M.: popoli diversi per cultura e civiltà subirono l’influenza della civiltà greca.

Sulle monarchie ellenistiche sorte alla morte di Alessandro (323 a.C.) dalla dissoluzione dell’impero, si affermò la potenza romana, dopo aver conquistato su Cartagine il predominio nel M. occidentale (265-146 a.C.): il M., dalla Spagna alla Gallia, alla Grecia, all’Asia Minore, all’Africa settentrionale divenne un ‘lago romano’, posto sotto un’unica autorità politica (fig. 2): la vita e la storia del mare coincisero per 4 secoli circa con le vicende di Roma, anche per ciò che riguarda la diffusione del cristianesimo.

  1. Dal Medioevo al Congresso di Vienna

Il crollo dell’Impero romano e le invasioni barbariche segnarono lo sgretolamento definitivo dell’unità del M., vagheggiata tuttavia dagli Arabi, principale potenza del M. nel 7°-11° secolo. Pur fermato a E da Bisanzio e a O da Carlo Martello, l’Islam, controllando le grandi isole da Cipro alle Baleari, rimase padrone di Siria, Africa settentrionale e Spagna e creò, nella zona meridionale del M., centri luminosi di cultura con cui, solo a stento, poteva reggere il paragone Costantinopoli. Il mondo cristiano del M. occidentale solo nel 12°-13° sec., sulle orme delle repubbliche marinare italiane e delle crociate, poté stabilire scambi di cultura, di civiltà ed economici con il M. musulmano e con quello bizantino.

Favorita dalla sua posizione centrale, l’Italia diede vita agli splendori del Rinascimento, espressione di nuovi sviluppi di civiltà che dal M. s’irradiarono in Europa. Intanto, nel M. occidentale si rafforzavano le monarchie nazionali di Spagna e Francia, mentre nel M. orientale, dall’Asia Minore ai Balcani, i Turchi ottomani dal 1453 si presentavano come eredi di Bisanzio. Nel 15°-16° sec. il M. era diviso fra un predominio ottomano a E e uno spagnolo a O. Le scoperte geografiche, le vie aperte ai traffici da Colombo verso le Americhe e dai Portoghesi verso l’Asia, spostarono il centro dell’attività economica europea oltre lo Stretto di Gibilterra, segnando l’inizio della decadenza dei traffici nel Mediterraneo.

Nel 18° sec. l’Inghilterra diventò la più forte potenza marinara e coloniale del mondo, e con l’occupazione di Gibilterra e Minorca (pace di Utrecht, 1713) s’insediò nel M. occidentale. Nel M. orientale, la crisi dell’Impero ottomano spinse la Russia, dal 1711 in poi, a contendere ai Turchi l’eredità bizantina, facendo leva anche sulla solidarietà degli Slavi ortodossi dei Balcani; per contro, l’Austria orientò le sue linee di espansione verso il Danubio e l’Adriatico: emersero così i motivi di fondo di quella che sarà la ‘questione d’Oriente’ destinata a influire sull’equilibrio politico del Mediterraneo.

Tra 18° e 19° sec. l’azione di Napoleone sconvolse anche la situazione mediterranea: contro una Francia che aveva esteso il suo dominio alle penisole (Spagna, Italia e coste orientali dell’Adriatico), l’Inghilterra a Gibilterra aggiunse Malta, Sardegna e Sicilia, mentre la Russia puntava sempre più su Costantinopoli e gli Stretti.

  1. Il 19° e il 20° secolo

Crollate con i trattati di Vienna (1815) le posizioni mediterranee della Francia, fino alla Prima guerra mondiale si ebbe un netto predominio della Gran Bretagna, col possesso di Gibilterra e di Malta, il protettorato sulle Isole Ionie e un deciso indirizzo volto a impedire, con l’appoggio dell’Austria, l’espansionismo russo nei Balcani e verso il M. orientale da un lato, l’influenza francese nella penisola italiana dall’altro. Intanto, la spinta dell’idea di nazionalità aveva investito anche le regioni del M., portando alla formazione di nuovi Stati indipendenti o semindipendenti: indipendenza della Grecia (1829); formazione del Regno d’Italia (1861); dapprima accentuata autonomia, poi indipendenza della Serbia, del Montenegro e della Romania (1878); indipendenza della Bulgaria (1908); inizio del distacco dell’Egitto dall’Impero ottomano (1841).

L’apertura del Canale di Suez (1869) tornò a dare al M. grande importanza. La Gran Bretagna volle garantire la sicurezza delle comunicazioni verso il proprio impero attraverso il canale assicurandosi il dominio strategico del M.: dopo Gibilterra e Malta, nel 1878 occupò Cipro e nel 1882 l’Egitto, spingendo la Francia in Tunisia nel 1881 a danno dell’Italia, per impedire che le due sponde del Canale di Sicilia fossero nelle mani di una sola potenza. Le altre potenze mediterranee cercarono di riequilibrare la situazione: la Francia (dal 1830 in Algeria), dopo il protettorato su Tunisi (1881) estese la sua influenza al Marocco (1911), diviso con la Spagna, lasciando a Tangeri un regime internazionale; l’Italia nel 1912 si insediò in Libia e nelle Isole dell’Egeo. Di contro, la Germania guglielmina aveva già esteso la propria influenza a Costantinopoli e nell’Asia Anteriore, e sollecitava il Drang nach Osten austriaco, sottolineato dall’annessione della Bosnia-Erzegovina (1908).

La fine della Prima guerra mondiale aprì una nuova fase: venuto meno il dominio nei Balcani, dove nasceva il nuovo Stato iugoslavo, la Turchia conservò in Europa il possesso della Tracia orientale e continuò a controllare gli Stretti; il rafforzamento delle posizioni britanniche e francesi nel M. orientale fu sancito dai mandati della Società delle Nazioni, mentre nuovi fermenti nazionali si affermavano nel mondo arabo e l’immigrazione ebraica in Palestina poneva le premesse per il futuro conflitto arabo-israeliano.

Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi arabi del M. (con l’eccezione della Palestina) raggiungevano l’indipendenza: Siria, Libano e Giordania nel 1946, la Libia nel 1951, Tunisia e Marocco nel 1956, l’Algeria nel 1962; l’Egitto, formalmente indipendente fin dal 1922, si liberò definitivamente della tutela britannica e dal 1956 assunse il controllo del Canale di Suez. Con l’indipendenza di Cipro (1960) e di Malta (1964), pur nell’ambito del Commonwealth, la Gran Bretagna perdeva le due ultime posizioni nel M. orientale, mentre la sua permanenza a Gibilterra dava vita a una lunga controversia con la Spagna. Al declino, soprattutto dopo la crisi di Suez del 1956, della tradizionale influenza britannica e francese nel M. si è accompagnato una forte crescita della presenza statunitense, nel quadro del più generale confronto con l’Unione Sovietica.

Il principale fattore di tensione e di instabilità, dopo la Seconda guerra mondiale, è stato il conflitto arabo-israeliano, sviluppatosi a partire dal 1948, con la fine del mandato britannico sulla Palestina e la nascita dello Stato d’Israele. Tra le conseguenze di tale conflitto, va annoverata anche la chiusura del Canale di Suez (1967-75); la rilevanza di quest’ultimo, e più in generale del M. orientale, come via d’accesso al Medio Oriente, è risultata sempre più legata alle risorse petrolifere della regione. L’accentuato interesse per questa regione da parte degli Stati Uniti e degli alleati europei ha contribuito, soprattutto dopo la crisi della potenza sovietica all’inizio degli anni 1990, a uno spostamento verso S dell’area di interessi della NATO, con una crescita conseguente dell’importanza del M. e del ruolo degli Stati rivieraschi tra i membri dell’alleanza.

Un momento importante è stato segnato dalla Convenzione di Barcellona del 1995, con la quale 27 paesi dell’Unione Europea e del M. hanno adottato congiuntamente un approccio di cooperazione, inteso a dare una nuova dimensione alle loro relazioni, con l’obiettivo di creare un’Area mediterranea di libero scambio (partnership euromediterranea).

Giochi del M. Complesso di gare sportive che si svolgono, a partire dal 1951, con partecipazione maschile e femminile, ogni 4 anni (nell’anno che precede le Olimpiadi), in una sede diversa tra atleti di paesi rivieraschi, impegnati nella maggior parte delle discipline olimpiche.

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