BAMBINI e POVERTA’ – I bambini poveri aumentano (ora 2 milioni), e le nascite diminuiscono – I recenti dati ISTAT rilevano in Italia la CORRELAZIONE TRA POVERTA’ E CALO DEMOGRAFICO: la famiglia si concentra su un solo figlio – Individuare la mappa del RISCHIO-POVERTÀ e quali sono le nuove emergenze

“Il recente RAPPORTO ISTAT ha dedicato attenzione al fenomeno indicando nei minori il soggetto che in termini di povertà e deprivazione ha pagato il prezzo più elevato della crisi, peggiorando anche rispetto agli anziani. L’indice di povertà relativa che tra il ‘97 e il 2011 per i minori aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario tra gli anziani — che nel ‘97 presentavano un indice di povertà di 5 punti più grave dei minori — si è osservato un progressivo miglioramento e oggi la povertà relativa degli anziani nel 2014 è stata di 10 punti meno dei giovani”. (DARIO DI VICO, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2016) (immagine tratta da http://www.remocontro.it/ )
“Il recente RAPPORTO ISTAT ha dedicato attenzione al fenomeno indicando nei minori il soggetto che in termini di povertà e deprivazione ha pagato il prezzo più elevato della crisi, peggiorando anche rispetto agli anziani. L’indice di povertà relativa che tra il ‘97 e il 2011 per i minori aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario tra gli anziani — che nel ‘97 presentavano un indice di povertà di 5 punti più grave dei minori — si è osservato un progressivo miglioramento e oggi la povertà relativa degli anziani nel 2014 è stata di 10 punti meno dei giovani”. (DARIO DI VICO, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2016) (immagine tratta da http://www.remocontro.it/ )

   I bambini italiani, in misura sempre maggiore, subiscono la crisi sociale che stiamo vivendo: più di 1 milione di bambini è in POVERTÀ ASSOLUTA; 2 milioni se esaminiamo la POVERTÀ RELATIVA, un bambino su 5 (la POVERTÀ RELATIVA è un parametro che esprime le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di vita; la POVERTÀ ASSOLUTA indica invece l’incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile – da Wikipedia).

   Il recente RAPPORTO ISTAT (reso pubblico il 20 maggio scorso) fa innanzitutto vedere come la distanza tra abbienti e meno abbienti (cioè questi ultimi “poveri”) si allarghi a forbice, si radicalizzi: chi proviene da una famiglia con uno status alto (ha una casa di proprietà e almeno un genitore con istruzione universitaria) ha visto accrescere la distanza economica e sociale rispetto a chi proviene da famiglie di status basso.

Istat_2016

   E si diffonde in particolare la precarietà tra i giovani e i minori: accade così che solo le famiglie con reddito adeguato (o almeno sufficiente a garantire un “minimo vitale”) sostituiscono il welfare e sostengono i figli senza lavoro, e danno opportunità ai loro bambini.

   Il disagio più grave in determinate aree geografiche del nostro Paese (il Sud in particolare) sfocia in prima battuta nell’abbandono della scuola. E pertanto si capisce che la vulnerabilità dei minori è legata alle difficoltà economiche e occupazionali dei genitori.

   E’ poi interessante (sintomatico) vedere che un padre e una madre con maggior istruzione personale (un diploma, una laurea…) garantiscono meglio i loro figli, cioè hanno quasi sempre un reddito maggiore. E la diversificazione geografica, per aree territoriali, viene ad esprimersi: genitori del sud, con minor istruzione, presentano un rischio di difficoltà a garantire opportunità ai loro figli 4 volte superiore a quello dei residenti al Nord e dei figli di diplomati o laureati.

Istat, i giovani del 2016: poco occupati, poco coinvolti. Sei su 10 vivono con i genitori, il 42% sogna un futuro all'estero
Istat, i giovani del 2016: poco occupati, poco coinvolti. Sei su 10 vivono con i genitori, il 42% sogna un futuro all’estero

   Sul discorso dell’istruzione però bisogna chiarire. Ci sono le debite eccezioni: nel Nordest, nel Veneto ad esempio, spesso piccoli imprenditori non hanno una grande istruzione ma vantano un considerevole benessere economico che riversano, a volte bene a volte molto male (viziandoli) sui loro figli (e non permettendo loro di risolvere da soli, in autonomia, i loro problemi di sopravvivenza).

   E poi è sì evidente la presenza di genitori “istruiti” che hanno un reddito più sicuro (rispetto ai “non istruiti”, non diplomati…) e possono garantire opportunità positive ai loro figli, ma questo vale per una formazione, un’istruzione avuta nel passato: la crisi economica (e la “cattiva scuola”) ha indebolito il rapporto tra titolo di studio ed occupazione, e quindi depotenziato questo straordinario strumento di emancipazione sociale; e oggi un giovane su tre risulta sovra istruito (o meglio si deve dire: in possesso di diploma o laurea) rispetto al lavoro che vuol fare, e solo dopo tre anni il 53% dei laureati trova un’occupazione confacente rispetto al titolo conseguito.

Istat, Rapporto Annuale 2016, 2,2 milioni di famiglie non hanno redditi da lavoro
Istat, Rapporto Annuale 2016, 2,2 milioni di famiglie non hanno redditi da lavoro

   Ma torniamo ai bambini. Da cosa l’Istat individua la povertà dei bambini? I parametri che si usano per definire la deprivazione sono di tipo materiale (carenza di vestiti, giochi, cibo…) e immateriale (possibilità di festeggiare il compleanno o fare almeno una settimana di vacanza l’anno) (ma si conteggia, ad esempio, anche lo spazio per poter studiare in casa).

   Dario di Vico, nell’articolo del Corriere della Sera che in questo post vi proponiamo per primo, fa sua una proposta provocatoria: FAR VOTARE I BAMBINI (attraverso una doppia scheda affidata alle loro mamme). Perché questo? Perché la questione maggiore, dopo aver rilevato la scarsità delle risorse, è che gli anziani hanno un vero potere di far confluire su di essi denaro (pubblico), attenzione sociale, welfare. Gli anziani sono di fatto gli unici presenti nella vita civile, nei sindacati, nei partiti, persino nelle riunioni di condominio. Gli anziano sono così molto presenti anche con organizzazioni che esercitano pressing sui decisori pubblici (pensiamo al potere dei sindacati dei pensionati, maggioranza assoluta in quel tipo di organizzazioni). E così non c’è nessuno che difende i bambini, ancor di più se appartengono a famiglie povere, “inesistenti, silenziose”, nel contesto sociale di adesso.

Rapporto Istat 2016: in Italia nascono sempre meno imprese
Rapporto Istat 2016: in Italia nascono sempre meno imprese

   Su tutto va detto che siamo in un’epoca, in un “presente” che ha sancito LA FINE (o quasi) DEL LAVORO, lavoro che finora è stato il paradigma del benessere sociale di una comunità, di una nazione come la nostra. Cioè è prevedibile che in futuro ci sarà sempre meno lavoro (con l’automazione sempre più spinta, cioè i robot, l’informatizzazione che si allarga ancor di più, e la globalizzazione che porta le attività manuali di massa in altri Paesi…).

   Se il LAVORO non sarà più la principale fonte di reddito pro-capite per la maggioranza della popolazione, allora si pone la necessità di altri criteri per dare a tutti un reddito minimo, un benessere sufficiente a garantire sopravvivenza ai bisogni essenziali, servizi pubblici necessari a tutti (sanità, istruzione, igiene e sicurezza pubblica, etc.).

   Proposte che nascono (al di là del garantire sempre più in modo improbabile le pensioni a tutti, i bonus a contesti particolari, le esenzioni di tasse, eccetera), proposte come redistribuire di più la ricchezza, o reddito minimo di sopravvivenza per tutti, o reddito di cittadinanza…. proposte che si dice insostenibili economicamente (con i “parametri” di bilancio di adesso), e che sono invece a nostro avviso da valutare attentamente, e trovare soluzioni possibili e coraggiose (per evitare i bambini in povertà…). (s.m.)

……………………..

L’ULTIMO TABÙ DEGLI ITALIANI

IL SILENZIO SUL MILIONE DI BAMBINI CHE VIVE IN POVERTÀ ASSOLUTA

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2016

   Come italiani siamo generosi con le adozioni a distanza ma fatichiamo ad accettare che da noi vivano 1,1 milioni di bambini in povertà assoluta. Che diventano 2 milioni se esaminiamo la povertà relativa, un bambino su 5.

   Persino nella rissosa lotta politica è rimasto quest’ultimo tabù: la paura di ammettere che in Italia ci sono situazioni che una volta definivamo da «Terzo mondo» e che non coinvolgono solo ragazzi stranieri. Questa amnesia convive con un paradosso: LA QUOTA CRESCENTE DI BAMBINI POVERI SI ACCOMPAGNA ALLA DIMINUZIONE DELLE NASCITE. Nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno del 2014 e nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia a oggi. È anche il quinto anno consecutivo che la fecondità cala, ora è pari a 1,35 bambini per donna, cifra che andrebbe ancora ridotta se conteggiassimo le sole mamme italiane.

   La presenza di minori indigenti fa a pugni poi con la tradizione culturale di un Paese che ha sempre manifestato calore per i propri figli/cuccioli tanto da sovra-accudirli e, almeno per le classi abbienti, riempirli di corsi di nuoto/danza, apprendimento della seconda e terza lingua, controllo compulsivo via iphone. I sociologi segnalano, infine, un ulteriore trend: il futuro appare incerto e SI FANNO MENO FIGLI ANCHE PER CONCENTRARE BENESSERE, CURE E RISORSE SU UNO SOLO.

LA MAPPA DEL RISCHIO

Il recente RAPPORTO ISTAT ha dedicato attenzione al fenomeno indicando nei minori il soggetto che in termini di povertà e deprivazione ha pagato il prezzo più elevato della crisi, peggiorando anche rispetto agli anziani. L’indice di povertà relativa che tra il ‘97 e il 2011 per i minori aveva oscillato su valori attorno all’11-12%, nel 2012 ha superato il 15% e ha raggiunto il 19% nel 2014. Al contrario tra gli anziani — che nel ‘97 presentavano un indice di povertà di 5 punti più grave dei minori — si è osservato un progressivo miglioramento e oggi la povertà relativa degli anziani nel 2014 è stata di 10 punti meno dei giovani.

   La crescente vulnerabilità dei minori è legata alle difficoltà economiche e occupazionali dei genitori, il miglioramento della condizione degli anziani è dovuta (invece) anche al progressivo ingresso tra gli ultra 65enni di generazioni con titolo di studio più elevato e redditi sicuri.

   Commenta la ricercatrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini: «C’è da rifocalizzare la mappa del rischio-povertà e le misure di contenimento vanno rapportate alle nuove emergenze, superando vecchi cliché e individuando strumenti mirati per i singoli segmenti di popolazione».

   Ma dove si addensa il pericolo di indigenza minorile? I bambini del Sud e quelli che vivono con un capofamiglia che ha frequentato appena le elementari presentano un rischio 4 volte superiore a quello dei residenti al Nord e dei figli di diplomati. I parametri che si usano per definire la deprivazione sono di tipo materiale (carenza di vestiti, giochi e cibo) e immateriale (possibilità di festeggiare il compleanno o fare almeno una settimana di vacanza l’anno) ma conteggiano, ad esempio, anche lo spazio per poter studiare in casa.

TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE

Il disagio sfocia in prima battuta nell’abbandono della scuola e al Sud colpisce il 2-3% dei bambini: una media considerata inaudita in campo europeo. La onlus Save the children — molto attiva e autorevole — ha pubblicato di recente uno studio sulla povertà educativa: solo il 13% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido e usufruisce di servizi integrativi e i divari tra le regioni sono impressionanti. Tra Emilia e Campania/Calabria/Puglia ci sono anche 25 punti di distanza.

   Dopo, l’assenza precoce dalle aule, e compiuti i 14 anni, i ragazzi scompaiono nella nebulosa dei Neet, ne sappiamo poco e ne vediamo ricomparire alcuni come esercito di riserva della criminalità o nelle bande degli ultrà del calcio. Dormono a casa dei genitori ma durante il giorno stanno sulla strada alternandosi tra lavoretti, bullismo e vicinanza alla droga.

   «La povertà minorile è grave per i danni che reca nell’immediato ma ancora di più perché è una condanna, determina in negativo tutto l’iter successivo di vita» sostiene Enrico Giovannini, ex ministro del Lavoro e ora presidente dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile. Siamo dunque nel pieno della «trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza», per questi giovani non partirà nessun ascensore sociale e anzi sono intrappolati sin dall’infanzia nella marginalità.

   «Non converrebbe allora — si chiede Maurizio Ferrera, direttore scientifico di Secondo welfare — intervenire per sostenerli quando ancora la loro esistenza si può raddrizzare, invece di chiudere gli occhi e doverli poi supportare per tutta la vita con scarsa efficacia e spreco di risorse».

PROPOSTA PROVOCATORIA

Prima di avventurarci nel campo dei rimedi è il caso di ragionare sulla rappresentanza di questi interessi deboli. La nostra spesa sociale è concentrata nella tutela della vecchiaia (nel 2014 equivaleva al 14% del Pil!) e spesso mancano le risorse per altri interventi più lungimiranti.

   Senza addentrarci in semplificazioni del tipo «meno ai nonni, più ai nipoti» è chiaro che le ragioni dei primi vengono difese in tanti modi: con la loro presenza nella vita civile, con la rivalutazione del valore dell’esperienza nella gestione delle complessità ma anche con organizzazioni che esercitano pressing sui decisori pubblici. I sindacati dei pensionati, non è certo una novità, hanno un notevole peso nelle confederazioni e presidiano con costanza i temi che li riguardano ma CHI DIFENDE, invece, LE RAGIONI DEI MINORI POVERI?

   Per rispondere a questa domanda le Acli più di 10 anni fa con l’ex presidente Luigi Bobba, ora sottosegretario del governo Renzi, avanzarono una proposta provocatoria: FAR VOTARE I BAMBINI attraverso una doppia scheda affidata alle loro mamme. «Solo così il suffragio sarà veramente universale» sostenne e tirò fuori persino una frase del filosofo Antonio Rosmini, «Un voto per ogni bocca da sfamare», ricordando come un’identica idea avesse animato nei mesi precedenti 43 deputati del Bundestag.

   La proposta è rimasta al palo anche se ogni tanto rispunta carsicamente perché nonostante tutte le dissertazioni sulla disintermediazione in realtà ci si accorge che chi non ha voce (i bambini o le partite Iva) vorrebbe essere «mediato» e quindi caso mai il problema è RIEQUILIBRARE IL PESO DELLE LOBBY.

   Le politiche contro la disuguaglianza passano anche di lì. Rispetto al passato, va detto, qualcosa si sta muovendo e c’è un protagonismo di soggetti assai diversi tra loro come le fondazioni ex bancarie e alcune sigle del terzo settore che fa ben sperare. Proprio nei giorni scorsi Giuseppe Guzzetti ha presentato a loro nome un fondo per il contrasto della povertà educativa che spenderà 400 milioni in 3 anni.

LA CULTURA «ANZIANISTA»

Quando si passa alle famose policy c’è subito un bivio. Una vecchia visione, fortissima a sinistra, chiede di tassare i ricchi e redistribuire ai poveri ma si presta a mille controindicazioni non ultima l’alta pressione fiscale e il rischio che il ritorno avvenga in modo inefficiente e comunque tardi.

   Sarebbe dunque da preferire una visione alternativa nella cultura e nella tempistica ovvero intervenire affinché i giovani non si portino dietro il peso del retroterra familiare. Senonché la delega all’assistenza inserita nella legge di Stabilità 2016, che avrebbe dovuto trasformare in provvedimenti quest’idea razionalizzando l’attuale spesa per l’assistenza, è stata via via svuotata e ciò nonostante che Bruxelles ci abbia intimato di intervenire sull’indigenza dei minori.

   Come è possibile, si dirà, che la politica italiana con la sua retorica antiausterity si faccia cogliere in fallo dai grigi eurocrati persino in materia sociale? In realtà la lotta alla disuguaglianza «sin da piccoli» non è nel Dna della cultura politica italiana, la sinistra che oggi monopolizza il potere è anzianista e filosindacale e il renzismo non ha saputo/voluto cambiare marcia.

   Anche perché ha la presunzione di voler incassare un dividendo subito, da qui la predilezione per lo strumento dei bonus (per i bebè o i 500 euro per la cultura ai giovani). «Il riorientamento della spesa sociale verso i minori dà effetti differiti nel tempo — spiega Ferrera — ed esce dall’orizzonte elettorale, così si teme di far arrabbiare gli elettori a cui sono stati tagliati i trattamenti di favori e di esporsi al rischio di punizione nelle urne». Perché come si sa i poveri non votano e i minori tantomeno. (Dario Di Vico)

……………………..

vedi il rapporto istat 2016:

http://istat.maps.arcgis.com/apps/MapSeries/index.html?appid=d3334d485d62497cb81668233a3907dc

…………………..

UN PAESE FEROCE E IN GUERRA CONTRO I GIOVANI

di Roberto Ciccarelli, da “Il Manifesto” del 21/5/2016

– ISTAT. RAPPORTO ANNUALE 2016: l’Italia è il paese dove le diseguaglianze di classe sono cresciute di più al mondo dopo il Regno Unito. I giovani e i minori, schiacciati dal sistema della precarietà, sono senza giustizia. Le famiglie sostituiscono il welfare e sostengono i figli senza lavoro fisso e pensione, ma iper-precari. Invece di disinnescare questa bomba sociale che sta facendo esplodere il Welfare (familiare), si preferisce insultarli: «bamboccioni» –

   Il paese dove le differenze di classe crescono e si rafforzano. È il ritratto che emerge dal rapporto annuale 2016 presentato ieri dal presidente dell’Istat Giorgio Alleva alla Camera, alla presenza del presidente della Repubblica Mattarella e in coincidenza del 90° anniversario dell’istituto nazionale di statistica.

   Tra il 1990 e il 2010 le diseguaglianze nella distribuzione del reddito sono aumentate da 0,40 a 0,51 nell’indice Gini sui redditi individuali lordi da lavoro. È l’incremento più alto tra tutti i paesi per i quali sono disponibili i dati.

   Chi proviene da una famiglia con uno status alto – ha una casa di proprietà e almeno un genitore con istruzione universitario – ha visto accrescere la distanza economica e sociale rispetto a chi proviene da famiglie di status basso: l’Italia è al 63%, percentuale quasi doppia della Francia (37%) e Danimarca (39%). Primo in classifica è il Regno Unito con il 79%, il paese della rivoluzione thatcheriana che ha rafforzato a dismisura dagli anni Ottanta in poi le differenze di classe, come ha ricordato da ultimo Anthony Atkinson nel suo libro Diseguaglianza.

   Dopo veniamo noi, sintomo che è avvenuta un’analoga rivoluzione che ha premiato un’elìte a svantaggio dei molti. Parliamo di una realtà antecedente all’esplosione della crisi, ma dai dati dell’Istat emerge il ritratto di un paese dove LA POVERTÀ COLPISCE TRE VOLTE PIÙ AL SUD CHE AL NORD, mentre la spesa sociale che cresce meno che in altri paesi è la più inefficiente al mondo. Peggio dell’Italia fa la Grecia stritolata dai memorandum della Troika dal 2010 a oggi.

LOTTA DI CLASSE DALL’ALTO

I più danneggiati dalla guerra sociale in corso sono i minori che vivono nelle famiglie in cui il capofamiglia è disoccupato, precario o lavoratore part-time: la spesa pro capite per interventi destinati a famiglie e minori è scesa tra il 2011 e il 2012 da 117 a 113 euro, con differenze territoriali decisamente importanti, dai 237 euro dell’Emilia-Romagna ai 20 euro della Calabria.

   I minori sono i soggetti che hanno pagato il prezzo più elevato della crisi in termini di povertà e deprivazione, scontando un peggioramento della loro condizione. Tra il 1997 e il 2011 l’incidenza della povertà relativa era al 12%. Nel 2014 ha raggiunto il 19%.

   La forbice della diseguaglianza si allarga rispetto alle generazioni più anziane che nel 1997 presentavano un’incidenza di povertà di oltre 5 punti percentuali superiore a quella dei minori. Nel 2014 l’incidenza è diminuita del 10% rispetto ai più giovani. Questo significa due cose: gli effetti della contro-rivoluzione sono solo all’inizio: oggi producono precarietà di massa, domani porterà una povertà epocale tra gli attuali tredicenni. Secondo elemento: il paese è spaccato a più livelli, Sud contro Nord, tra le generazioni, tra i redditi e tra territori contigui.

ALTRO CHE «BAMBOCCIONI»

Dopo il calo del biennio 2013-2014, l’indicatore sulla «grave deprivazione materiale» si è stabilizzato all’11,5% nel 2015. Ma si mantiene su livelli alti per le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione. A livello strutturale, dunque, la tendenza è la stessa degli ultimi 25 anni. Senza contare che esiste un’ampia sfera di lavoro grigio o sommerso che deriva dalla somma di disoccupati e forze lavoro potenziali, ovvero le persone che vorrebbero lavorare ma che non trovano lavoro: 6,5 milioni nel 2015.

   In questo quadro rientra la sotto-occupazione e il «disallineamento» tra le competenze e i lavori dei laureati. Uno su tre tra 15 e 34 anni è «sovraistruito» rispetto a quanto richiede il mercato. Uno su quattro è precario. A tre anni dalla laurea solo il 53,2% ha trovato un lavoro «ottimale». L’impossibilità di trovare un reddito dignitoso per sostenere un affitto, spinge 6 giovani su 10 a vivere con i genitori fino ai 34 anni. Oltre un quarto è disoccupati o inoccupato, e non cerca lavoro: 2,3 milioni. Altro che «bamboccioni». Il non lavoro, o il lavoro povero, non è una colpa, ma un problema politico.

   Questa situazione coesiste con la diminuzione della disoccupazione di 203 mila unità, poco più di 3 milioni di persone (11,9%) e con la crescita di 186 mila occupati nel 2015. L’Istat, infatti, registra «un miglioramento piuttosto modesto del grado di utilizzo dell’offerta di lavoro» nei prossimi anni. Nel 2025 il tasso di occupazione – in Italia tra i più bassi dei paesi Ocse (56,7%) – potrebbe restare «prossimo a quello del 2010, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva».

   Per garantire un simile ampliamento serve una discontinuità radicale, superiore all’aumento occasionale, e di breve durata, prodotto dai costosi incentivi governativi per i neo-assunti del Jobs Act. Quello che sembra essere certo oggi è che il paese resterà fermo per altri quindici anni.

BOMBA SOCIALE

L’Italia è il paese più invecchiato al mondo. Prevalgono gli over 64, mentre le nascite sono al minimo storico. Sui 60,7 milioni di residenti, gli over 64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Insieme a Giappone e Germania, un altro primato. Le nuove generazioni di anziani vivono meglio del secolo scorso e dei loro genitori. Stili di vita salutari, un sistema previdenziale e sanitario migliore, nonostante i redditi bassi e i tagli e i disservizi della sanità pubblica. L’aspettativa di vita fino a 80 anni costituisce per i più giovani, figli e nipoti, un ammortizzatore sociale di ultima istanza, nella totale assenza di un moderno Welfare universalistico.

   Questo è il regime biopolitico di sussistenza che dal pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act del 2015 permette ai «riformatori» di sperimentare le loro ricette sulla precarietà che oggi interessano due generazioni: i nati negli anni Settanta e quelli tra il 1981 e il 1995. In mancanza di una redistribuzione della ricchezza esistente, si distribuisce il reddito pensionistico. Un altro modo per aggravare le diseguaglianze strutturali nel paese. Chi è nato negli anni Ottanta, ha ricordato Boeri dell’Inps, lavorerà fino a 75 anni. Con ogni probabilità, non percepirà la pensione e non sosterrà i propri figli al posto del Welfare. È la bomba sociale a cui porterà il sistema della precarietà e il regime contributivo delle pensioni a partire dal 2032.

RIMEDI SBAGLIATI

Ai sostenitori della «staffetta generazionale» non piacerà questa tendenza del mercato del lavoro. A questa ipotesi, tornata di moda nel dibattito sulle pensioni e la «flessibilità in uscita», viene affidata la flebile speranza di sostituire i pensionati che accettano di decurtarsi l’assegno con giovani precari assunti con il Jobs Act.

   Il confronto tra i 15-34enni occupati e i 54enni in pensione da non più di tre anni dimostra la difficile sostituibilità «posto per posto» tra anziani e giovani. Commercio, alberghi, ristoranti o servizi sono i settori dove questi ultimi sono occupati, con i voucher (+45% nel 2016) o a termine, le uscite non sono state rimpiazzate dalle entrate: dentro ci sono 319 mila, fuori 130 mila. Nella P.A. e nella scuola, ne sono usciti 125 mila, 37 mila sono entrati.

   Esiste un blocco strutturale che impedisce la realizzabilità dell’ipotesi su cui si regge l’attuale dibattito tra sindacati e governo. Ma nessuno se ne rende conto. Apparentemente. (Roberto Ciccarelli)

…………………………

IL RAPPORTO ISTAT

LA FAMIGLIA-WELFARE CHE PROTEGGE (TROPPO) I GIOVANI

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 20/5/2016

– I padri che hanno sempre equiparato la mobilità sociale al superamento delle occupazioni manuali, tendono a riproporre lo stesso schema non tenendo conto che nelle fabbriche e nel terziario moderno la complessità del lavoro abbatte vecchi steccati –

   I numeri che colpiscono di più scorrendo il Rapporto annuale dell’Istat 2016 sono quelli che fotografano la velocità del cambiamento delle famiglie italiane, esaminate non dal lato del mutamento degli stili di vita ma nel loro ruolo di soggetto economico durante e dopo la Grande Crisi.

   In un solo anno, dal 2014 al 2015, le famiglie jobless sono aumentate dal 9,4 al 14,2% e le più colpite dall’assenza di lavoro si trovano nella fascia generazionale giovane. I nuclei parentali che hanno al loro interno più di un occupato sono scesi dal 45,1 al 37,3% e anche le famiglie con un solo membro che lavora regolarmente sono calate dal 31,4 al 29,3%. All’interno di questa quota cresce il fenomeno delle breadwinner, ovvero delle donne che portano loro a casa «il pane per tutti».

Intervenendo alla presentazione del Rapporto il presidente Giorgio Alleva ha anche introdotto un ulteriore approfondimento in merito alla trasmissione inter-generazionale delle condizioni economiche: il forte legame che c’è tra i redditi di giovani tra i 30 e i 39 e il contesto socio-economico delle famiglie di provenienza.    Alleva ha sottolineato il rischio che «la famiglia diventi un ostacolo alla mobilità sociale». In Italia il vantaggio dei giovani con status di partenza alto —che da adolescenti vivevano in casa di proprietà e avevano almeno un genitore laureato e/o manager – è di gran lunga più alto che negli altri Paesi europei, con la sola eccezione dell’Inghilterra. E la nostra scuola, del resto, non riesce a svolgere il suo ruolo istituzionale, quantomeno, di attenuazione delle differenze di partenza.

La verità è che nei lunghi anni della recessione la famiglia in Italia è stato un potentissimo ammortizzatore sociale. Nella sostanza ha redistribuito al suo interno i redditi che venivano dagli stipendi dei padri e dalle pensioni dei nonni assicurando che i figli potessero avere una continuità degli standard di vita anche quando, una volta finita la scuola, non riuscivano a debuttare nel mondo del lavoro. In qualche caso non gli stipendi ma i risparmi sono serviti a far partire attività imprenditoriali dei nipoti come testimonia l’elevato numero di partite Iva per chi apre ristoranti, centri benessere o aziendine informatiche senza far ricorso al credito ordinario. La redistribuzione intergenerazionale dei redditi ha permesso in questi anni di limitare la povertà minorile, un fenomeno ormai presente nel nostro Paese ma che avrebbe potuto conoscere dimensioni più larghe.

Il fenomeno dell’allungamento della permanenza dei giovani in famiglia è stato ampiamente trattato in questi anni, il Rapporto Istat ci permette di aggiungere ulteriori fattori di conoscenza. Grazie a questi dati possiamo pensare di spaccare l’universo dei bamboccioni in almeno TRE FASCE.

   LA PRIMA riguarda coloro che grazie al robusto investimento in capitale umano delle famiglie conseguono un titolo di studio che chiameremo competitivo (sul mercato del lavoro). Rispetto al passato il completamento dell’iter si allunga mediamente di tre anni, successivamente però i riscontri statistici ci dicono che questo tipo di giovane altamente qualificato trova una collocazione all’altezza delle aspettative in circa 36 mesi.

   UNA SECONDA FASCIA la possiamo individuare nei giovani che si laureano ma conseguono alla fine del corso di studi un titolo poco competitivo sul mercato e di conseguenza prolungano la loro permanenza in famiglia perché devono inseguire occupazioni precarie e/o demansionate.

   IL TERZO GRUPPO, sul quale c’è un’ampia letteratura, sono i cosiddetti NEET CHE NON STUDIANO E NON LAVORANO: costituiscono lo zoccolo duro della disoccupazione giovanile costretti a restare nella casa paterna sine die.

Finora la famiglia è riuscita ad assorbire e governare i fenomeni di cui abbiamo parlato con una ristrutturazione dei consumi e delle priorità di spesa, il peso della crisi però continua a farsi sentire e non si può escludere l’arrivo di una seconda fase in cui non sarà così semplice operare da ammortizzatore sociale.

La famiglia-welfare però porta con sé anche qualche distorsione di carattere culturale. Non ha un’esatta percezione di come si muove il mercato del lavoro ed è portata, ad esempio, a privilegiare il lavoro impiegatizio purchessia. I padri che hanno sempre ragionato equiparando la mobilità sociale al superamento delle occupazioni manuali tendono a riproporre lo stesso schema anche per la prole non tenendo conto però che nelle fabbriche e nel terziario moderno la complessità del lavoro sta abbattendo vecchi steccati.

Si spiega così il fatto che in determinate zone del Paese — per lo più al Nord — le imprese cerchino alcune figure di tipo tecnico-professionale e non le trovino. Ad aiutare la famiglia-welfare ad evolvere culturalmente e a favorire l’occupabilità dei propri figli avrebbe dovuto dare una mano Garanzia Giovani ma così non è stato. (Dario Di Vico)

………………………..

NON È UN PAESE PER GIOVANI

NUOVE POVERTÀ. CRESCONO I TRENTENNI POVERI SENZA REDDITO NÉ CITTADINANZA

di Aldo Carra, da “il Manifesto” del 21/5/2016

   Il Rapporto Istat 2016, che si colloca all’interno delle celebrazioni del novantesimo anno di vita di questo Istituto, costituisce una novità positiva soprattutto perché sviluppa UNA LETTURA PER GENERAZIONE sia delle trasformazioni demografiche e sociali che delle dinamiche del mercato del lavoro.

   Naturalmente, come sempre, esso comprende una dettagliata analisi dell’evoluzione dell’economia italiana, del sistema delle imprese, della competitività e del lavoro e della protezione sociale. Contiene, quindi, una mole di dati e di analisi rilevante che dovrebbe essere analizzata con attenzione facendo, se possibile, uno sforzo di lettura strutturale.

   Siamo abituati quasi ogni giorno a commentare dati Istat molto attuali che si prestano a valutazioni sull’efficacia delle politiche fatte da un governo che ce la mette tutta per scegliere dal mazzo i dati più convenienti riproducendo il teatrino di gufi e civette.

   Banalizzare o piegare al clima del momento sarebbe un vero peccato perché i dati forniti vanno ben oltre le polemiche elettorali quotidiane ed evidenziano, invece, problemi strutturali profondi sui quali si potrà studiare, ragionare, confrontarsi, cercare soluzioni. Qui ci limitiamo ad alcuni fenomeni di medio lungo periodo evidenziati dal Rapporto.

   Cominciamo dalle FAMIGLIE CHE VIVONO SENZA REDDITI DA LAVORO: sono oggi 2,2 milioni, comprendono quindi sei milioni di persone, dal 2004 al 2015 sono passate dal 9.4% al 14.2%, raggiungono al sud il 24,5%. L’incremento più forte di questo fenomeno si è registrato nelle famiglie di giovani dove la percentuale è sostanzialmente raddoppiata.

   Questi pochi dati mi pare già dicano tanto su un fenomeno, non attribuibile certo solo al governo attuale, che dovrebbe diventare centrale nelle scelte politiche. Se non si creano occasioni di lavoro e quindi di reddito e ci si rifiuta anche di introdurre forme di reddito di cittadinanza, qualcuno dovrebbe spiegarci come si può combattere la povertà e la sfiducia nel futuro.

   Quando parliamo, quindi, di un buon utilizzo di questi dati pensiamo alla necessità ed urgenza di dare priorità assoluta alle occasioni di lavoro e reddito da creare e di concentrare su questo le poche risorse che ci sono e ci saranno.

   E su questo elemento dell’occupazione aggiuntiva il Rapporto evidenzia che, incentivi o meno, siamo lontani dalle esigenze e che cresciamo meno di quanto non avvenga mediamente in Europa.

   Un SECONDO ASPETTO rilevante che emerge dalla relazione è il RAPPORTO TRA LAVORO E STUDIO. Le generazioni più anziane avevano investito nell’istruzione ed i livelli di scolarizzazione erano diventati strumenti importanti di mobilità sociale. La crisi economica ha indebolito il rapporto tra titolo di studio ed occupazione e quindi depotenziato questo straordinario strumento di emancipazione sociale.

   Oggi un giovane su tre risulta sovra istruito rispetto al lavoro e dopo tre anni solo il 53% dei laureati ha trovato una occupazione ottimale rispetto al titolo conseguito. E non è incoraggiante il dato che emerge che le professioni più frequenti sono quelle di COMMESSO, CAMERIERE, BARISTA, CUOCO, PARRUCCHIERE, ESTETISTA. Non perché esse non siano attività necessarie ed utili, ma perché, in parallelo, non nascono posti di lavoro sufficientemente qualificati per la totale assenza di una politica di incentivazione degli investimenti destinati all’innovazione di processo e di prodotto.

   Un TERZO ELEMENTO che vogliamo rilevare in questa rapida carrellata riguarda la bella panoramica delle DIVERSE GENERAZIONI CHE IL RAPPORTO CONTIENE a partire dalla generazione della ricostruzione protagonista del Dopoguerra, alle generazioni del baby boom caratterizzate dalla generazione dell’impegno e delle lotte degli anni settanta, alle generazioni dell’identità, per arrivare alla generazione della transizione, di passaggio tra vecchio e nuovo millennio, che sta subendo i contraccolpi della recessione. Emergono in questa disamina fattori sui quali riflettere.

   Fra i nati negli anni quaranta l’80% aveva vissuto un “evento di vita” come il vivere da soli, la formazione di una famiglia o la nascita di figli; tra i nati negli anni settanta quella percentuale è scesa al 60%. Così nel 2015 il 70% dei giovani tra 25-29 anni ed il 54% delle coetanee vivono ancora in famiglia. Se si dovesse scavare di più e meglio su questi dati emergerebbe non solo una classificazione generazionale, ma una classificazione territoriale e, quindi, sociale.

   E’ chiaro che in una società con scarse occasioni di lavoro e di studio, nelle professioni meno qualificate di cui si parlava si trovano gli strati più popolari e che per esse con la crisi piove sul bagnato nel senso che le occasioni di mobilità sociale verticale si riducono, cresce il carattere ereditario dell’istruzione e dell’accesso alle professioni più qualificate e privilegiate, la stratificazione sociale e le disuguaglianze, insomma, si perpetuano.

   Fermo restando il nostro giudizio positivo sulle novità di questo Rapporto, auspichiamo che nelle prossime edizioni potranno trovare più spazio queste analisi su stratificazioni sociali, disuguaglianze, mobilità. (Aldo Carra)

……………………………

IL PARERE DEL DOMOGRAFO

DALLA ZUANNA: «COPPIE SENZA FIGLI PER LA PAURA DELLA POVERTÀ»

intervista di Virginia Piccolillo, da “Il Corriere della Sera” del 11/6/2016

Gianpiero Dalla Zuanna, sono anni che censiamo un calo delle nascite. Da demografo, cosa vede di nuovo?

«La paura».

Cosa intende?

«Alle cause di scarsa natalità se ne è aggiunta un’altra. Le coppie hanno il timore di fare figli perché hanno paura che diventino indigenti. La povertà dei bambini è un dato drammatico».

Per la prima volta dalla fine della Grande Guerra ci sono stati più morti che nati. È solo per la scarsa natalità?

«No. Dipende anche dall’aumento della mortalità».

Dovuto a cosa?

«Noi studiosi lo chiamiamo “Harvesting” (“Effetto falciatura”). C’è stata un’epidemia di influenza a gennaio, refrattaria ai vaccini, e un’ondata di calore a luglio che hanno causato molte morti tra gli ultraottantenni. E non è solo questo».

Cos’altro?

«Il saldo migratorio con l’estero. Sono più quelli che vanno che i nuovi iscritti all’anagrafe. E parliamo di residenti, non rifugiati».

A cosa lo attribuisce?

«L’Italia non è più attrattiva come prima. Molte persone sono andate via. Anche gli stranieri residenti che si muovono agevolmente in Europa, come polacchi o rumeni, scelgono sempre più di frequente di andare in Germania o a Londra a cercare lavoro».

Se a questi dati aggiungiamo i richiedenti asilo?

«Il quadro cambia di poco. Nel 2015 sono stati circa 100 mila in più».

Cosa c’è di allarmante in questi numeri?

«Non tanto, o non solo, il calo delle nascite. Quanto l’invecchiamento della popolazione. Questo è un gran pasticcio: fa aumentare la spesa pensionistica e della sanità e calare il risparmio».

Da politico (lei è anche un senatore del Pd), cosa si dovrebbe fare?

«Integrare gli stranieri, che portano qui i bambini. E aiutare le coppie ad averne. Quando si decidono stanziamenti le famiglie arrivano sempre in coda. Ma credo che la timidezza nella lotta alla povertà abbia pesato nel voto. Servono misure chiare e universali. Subito».

…………………………..

CAPORETTO DEMOGRAFICA, L’ITALIA SI SVUOTA

di Flavia Amabile, da “LA Stampa” del 11/6/2016

– Poche nascite e picco di decessi, un calo così della popolazione non accadeva dal 1917. Gli stranieri sono l’8,3%, ma per la prima volta i migranti non hanno arginato il crollo –

   Un’Italia sempre meno italiana e sempre meno popolata emerge dagli ultimi dati pubblicati dall’Istat nel «Bilancio demografico nazionale». Durante il 2015 i residenti sono diminuiti come non capitava dal 1917, l’anno della disfatta di Caporetto, simbolo eterno di un’Italia in profonda crisi. In totale al 31 dicembre 2015 risiedono in Italia 60 milioni 665.551 persone. Fra di loro più di 5 milioni sono stranieri, cioè l’8,3%dei residenti in Italia e il 10,6% vivono al Centro-nord.

   Ma tra questi 60 milioni e oltre di italiani ci sono 130.061 persone in meno rispetto al 2014. Il calo riguarda esclusivamente i cittadini italiani – 141.777 residenti in meno – mentre ci sono 11.716 stranieri residenti in più che, però, per la prima volta non riescono a compensare il calo costante degli italiani. La diminuzione è più rilevante per le donne (-84.792) rispetto agli uomini (-45.269).

   L’Istituto nazionale di statistica pone in particolare l’accento sulla continua riduzione della popolazione con meno di 15 anni: al 31 dicembre 2015 era pari al 13,7%, un punto decimale in meno rispetto all’anno precedente. Vuol dire che quelli che dovrebbero essere i futuri italiani sono sempre meno numerosi, segno inequivocabile di una crisi che sembra senza futuro. Il saldo naturale, determinato dalla differenza tra le nascite e i decessi, nel 2015 ha fatto registrare valori fortemente negativi, anche più negativi dell’anno precedente. Al costante calo delle nascite, nel 2015 si è affiancato un notevole aumento dei decessi.

   Calano anche gli italiani attivi, quelli che hanno dai 15 ai 64 anni che nel 2015 rappresentavano il 64,3% della popolazione. Aumentano soltanto gli italiani che hanno 65 anni e oltre, vale a dire il 22% degli italiani. Nel 2015 i nati sono stati meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I decessi invece oltre 647 mila, quasi 50 mila in più rispetto al 2014. Si tratta di un incremento sostenuto che – secondo l’Istituto di statistica – è da attribuire a fattori sia strutturali sia congiunturali. L’eccesso di mortalità ha riguardato i primi mesi dell’anno e soprattutto il mese di luglio, quando si sono registrate temperature particolarmente elevate.

   Ci sono circa 133mila persone che hanno scelto di andare a vivere all’estero. Il movimento migratorio, un dato in flessione rispetto agli anni precedenti e che ha il suo peso nel saldo negativo finale. Prosegue la crescita delle acquisizioni di cittadinanza come unico, profondo segnale positivo nella crisi demografica italiana: ammontano a 178 mila i nuovi cittadini italiani nel 2015. Sono circa 200 le nazionalità presenti nel nostro Paese: per oltre il 50% (vale a dire oltre 2,6 milioni di persone) si tratta di cittadini che arrivano da un Paese europeo. La cittadinanza maggiormente rappresentata è quella romena (22,9%) seguita da quella albanese (9,3%). (Flavia Amabile)

……………………..

GLI 11 MILIONI DI ITALIANI CHE RINUNCIANO A CURARSI

da “il Corriere della Sera” del 9/6/2016

   Le file d’attesa per certi esami sono insostenibili e chi può li fa in privato, a spese proprie. Oppure rinuncia a cure e controlli perché non può pagare. Fenomeno in continua crescita. Secondo una ricerca svolta da Censis e Rbm (Assicurazione salute) sono 11 milioni gli italiani che non hanno trovato risposta nel servizio sanitario pubblico, i cui ticket sono diventati per molti cittadini inaccessibili, equiparabili ai tariffari del privato.

   Nel 2012 erano 9 milioni. I dati presentati nel Welfare day di ieri scendono nei dettagli. I più colpiti sono gli anziani, 2,4 milioni, seguiti dai millennials, nati tra il 1980 e il 2000. In due anni la spesa privata è aumentata di 80 euro a persona.

   La popolazione invecchia, i bisogni aumentano, la sanità pubblica malgrado costituisca tuttora un bene prezioso, con un budget di 110 miliardi, sempre a rischio tagli, non riesce più a configurarsi come «universale». Permane il problema delle liste di attesa. Secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin un intervento efficace sarebbe valutare i manager delle aziende sanitarie anche in base alla capacità di eliminare le code. Un’idea rimbalzata più volte nelle passate amministrazioni ma che ha funzionato poco.

   Secondo Isabella Mastrobuono, docente di organizzazione sanitaria alla Luiss, la forbice continuerà ad allargarsi e aumenterà il ricorso a pacchetti assistenziali integrativi. Oggi 10 milioni di cittadini sono iscritti a fondi e casse professionali e utilizzano prestazioni pari a 4-5 miliardi all’anno sui 32 di spesa per cure private. Più richiesti gli esami radiologici, visite specialistiche e analisi di laboratorio. Per la Mastrobuono «il servizio pubblico è un patrimonio da tutelare ma sarebbe bene avviare un dialogo con l’assistenza integrata»

……………………………

DUE VIAGGI IN UN’ITALIA COSÌ VICINA COSÌ LONTANA

di Benedetta Tobagi, da “la Repubblica” del 9/6/2016

– I saggi-reportage di Marco Revelli e di Giorgio Boatti restituiscono una doppia immagine del Paese –

   Sono arrivati in libreria, in contemporanea, due viaggi in Italia d’autore: “Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia” di Marco Revelli (Einaudi) e “Portami oltre il buio. Viaggio nell’Italia che non ha paura” di Giorgio Boatti (Laterza). Vi consiglio di leggerli in parallelo, ne sarete sorpresi. A dispetto di quanto suggeriscono i titoli, infatti, l’accoppiata non ripropone il trito match italico ottimisti vs pessimisti.

   Diversissime tra loro, le opere sfuggono alla trappola in cui cerca di cacciarci sovente la retorica governativa, “gufi” contro “pensiero positivo” e danno vita piuttosto a una fuga a due voci che induce il lettore a esplorare le proprie ambivalenze e oscillazioni nei confronti della madrepatria.

   Gli autori sono quasi coetanei (Revelli è del 1947, Boatti del ‘48), tra loro e con la neosettantenne Repubblica italiana. Questo dato generazionale rende la ricognizione dei mutamento del Paese al tempo stesso una riflessione sulla propria vita, più o meno sottotraccia (Boatti concede più spazio al privato, aprendo squarci toccanti sulla storia del fratello schizofrenico, sulla misteriosa “ricciolona” a cui talvolta “il sole si spegne nella testa”).

   Entrambi percorrono la penisola con l’attitudine del flâneur, facendo cioè del vagabondaggio – eccentrico, non convenzionale, non sistematico – lo strumento principe di conoscenza, ma ne riversano i frutti in narrazioni molto diverse. Revelli non dismette l’habitus dello studioso di Scienza politica, mentre Boatti col suo zainetto azzurro in spalla si muove dal Monferrato a Matera leggero e spiazzante come il Matto dei Tarocchi.

   I libri s’innestano in modo significativo nel percorso dei due autori. Boatti, noto come autore del testo-base sulla strage di piazza Fontana (è storico, oltre che giornalista), è al terzo “libro di viaggio”, dopo aver raccontato gli italiani tornati alla vita rurale in Un paese ben coltivato e i monasteri (e “spaesati dintorni”) in Sulle strade del silenzio. Ma l’innesto da cui germoglia questo libro va cercato, mi pare, un passo prima, nel saggio Preferirei di no del 2001, in cui ricostruì le storie dei 12 professori (su un migliaio) che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.

   In un contesto non più tragico, punta di nuovo i riflettori sulle scelte individuali capaci di prescindere dal sistema. Seleziona storie positive nell’Italia della crisi, andando contro persino, ammette in apertura, agli avvertimenti onirici del proprio inconscio. Ma è opportuno ricordare che viaggiando per monasteri, rinfrancato dalle “pagine imprecatorie” del Salterio, non risparmiava “perenne e perentoria recriminazione” a molti pubblici amministratori degli ultimi decenni.

   Sono i singoli individui, il volontariato o l’impresa privata a mostrare scintille di cambiamento. Il riscatto è possibile per chi ha il coraggio di una vita autentica, a misura d’uomo – anche le esperienze imprenditoriali di successo sono tali perché i loro protagonisti hanno saputo andare controcorrente in solitudine. In questo senso, mi pare più efficace, e prezioso, nel cogliere una verità atemporale, la resilienza della scintilla vitale che sempre si oppone al disfacimento, piuttosto che “i segnali del nuovo”.

   Marco Revelli, figlio dello scrittore- partigiano Nuto, è un intellettuale di sinistra, dalla giovinezza in Lotta continua alla recente avventura della Lista Tsipras. Incarna una cultura politica battagliera e volontarista che ha visto tradite troppe grandi speranze. Eppure, non si arrende. Nei suoi saggi analizza le mutazioni e le forme della crisi della politica, fino ai recenti La politica perduta e Finale di partito e la ricognizione dolente dell’Italia impoverita in Poveri, noi.

   Il viaggio ripercorre vicende significative della recente storia sociale ed economica del Paese, dalla sventurata impresa della BreBeMi all’epidemia di suicidi tra piccoli imprenditori colpiti dalla crisi, all’Ilva di Taranto, tornando su passaggi difficilmente intellegibili, o comunque presto dimenticati, nel flusso convulso della cronaca. Ad apparirgli Unheimlich, perturbante, oggi, non è il paesaggio fisico, ma quello umano, sociale. Il suo sguardo è spesso amaro, ma non cupo. Non si mette in cammino, non si accanisce nel tentativo di analisi e decodifica chi non spera più.

   “Non ti riconosco” lo esclama chi, pur nello sconcerto, ancora ama, chi non è scivolato nell’indifferenza torpida che accompagna il cinismo. E ciò che più tocca, la lezione profonda di questo libro, è proprio il suo mettersi in viaggio, lui, non più giovane, anziché abbandonarsi alle geremiadi o godersi la “rendita di posizione”. Talvolta la nostalgia lo insidia, ma Revelli non vi indulge. Fa i conti con illusioni e passate convinzioni, che si sgretolano via via, fino al “punto di verità” estremo della Calabria. Avvicina il reale con umiltà, curioso, senza pregiudizi, alla ricerca di nuove chiavi di lettura. Perché senza un’attenta diagnosi e descrizione come quella svolta da Revelli, i semi di speranza collezionati da Boatti rischiano, come nella parabola evangelica, di essere mangiati dai corvi o finire su terra rocciosa, anziché sul terreno buono.

   Condividono la misura umana, questi due viaggiatori d’eccezione, nipotini di Erodoto, e la “cultura del luogo” che, conclude Revelli “permette a chi lo abita di rimanere – nonostante tutto – umano”. Invitano a recuperare la conoscenza attraverso la ricognizione diretta in un tempo disteso, a indugiare nella prossimità che vince il pregiudizio, a guardare da vicino e riflettere con calma, in controtendenza. Contro i gemelli chiassosi dell’ottimismo e del disfattismo di superficie, funzionali solo allo scontro politico. (Benedetta Tobagi)

……………………..

HOMELESS, IL BOOM DEGLI INVISIBILI

di Linda Laura Sabbadini, da “la Stampa” del 13/6/2016

– In Italia sono circa 50 mila a vivere in strada e nei dormitori, fra loro 8 mila donne. La società reagisce all’emergenza ma stenta a organizzare strategie di re-inclusione –

   Gli homeless sono persone invisibili nella vita e invisibili nella morte, forse anche per questo Richard Gere ha deciso di raccontarli e di mostrarli a tutti, a noi che viviamo nelle grandi città e passiamo davanti a queste persone senza guardarle, rimuovendo la loro presenza e la loro sofferenza, e ha girato il docu-film «The time out of mind».

   Il grande attore americano si è calato nelle vesti di un uomo senza dimora tra la gente di New York, uno qualunque di coloro che vivono la fase più acuta della povertà, un’emergenza sociale permanente nelle metropoli dei Paesi avanzati, e anche nel nostro. Gli homeless non sono «diversi», non si tratta di individui con problemi mentali come troppo spesso si pensa, provengono anzi da diverse estrazioni sociali. Ma la condizione di grave emarginazione, di homelessness appunto, li espone a rischi elevatissimi per la propria vita a causa del mancato soddisfacimento di bisogni basilari.

   In Italia gli homeless stimati sono circa 50 mila in 158 Comuni italiani. Alla fine del 2014 era questo il numero di coloro che hanno utilizzato servizi di mensa o di accoglienza notturna, ma questa cifra potrebbe essere più alta se si considerano quelli che non usano alcun servizio (vedi Istat, ministero del Lavoro, Caritas e Fiopsd).

   Milano e Roma ne accolgono quasi 20 mila, seguono Palermo, Firenze, Torino e Napoli. In gran parte sono uomini, più di 40 mila, ma le quasi 8 mila donne, per metà straniere, hanno una età media elevata, intorno ai 45 anni, e si trovano senza dimora in media da più di due anni e mezzo. Più si prolunga questo stato più difficile è attivare i processi di inclusione sociale, con il passare del tempo la situazione si cronicizza e i percorsi di accompagnamento fuori dall’estrema povertà sono più ardui.

   E non va sottovalutata la situazione delle donne che hanno problemi ancora più grandi di sicurezza, rischiano di subire violenza e anche, purtroppo, la prostituzione. Senza pensare alla situazione delle anziane particolarmente esposte sul piano della salute.

Lavoro e matrimonio

La situazione dei 13.000 giovani homeless è particolarmente dura nelle città più grandi, perché legata all’immigrazione, alla droga, alle dipendenze e a una forte carenza sul fronte della formazione e delle relazioni sociali. Il minore investimento in capitale umano e sociale per i giovani è fortemente predittivo di grave esclusione sociale nel futuro.

   È fondamentale dunque che la situazione di questi ragazzi non diventi cronica e che su questi si investa velocemente per la loro reinclusione. Deve essere chiaro che essere senza dimora non è affatto una scelta di vita, come spesso si dice a sproposito, ma il risultato di un processo, che porta al precipitare della situazione anche nell’arco di un brevissimo periodo.

   I fattori fondamentali che incidono sul fenomeno nel suo complesso, e che spesso si verificano in congiunzione tra loro, sono la perdita del lavoro e la separazione. A questi si sommano i problemi di salute. Il fenomeno degli homeless ha tante sfaccettature, riguarda differenti segmenti di popolazione a cui bisogna rispondere con interventi molto flessibili.

   Ogni homeless nasconde una storia a sé che ha bisogno di essere capita. Ma il fenomeno sta cambiando rispetto al 2011, quando venne condotta la precedente indagine, non tanto per il numero di homeless, quanto nell’allungamento della permanenza in questa situazione e nell’elevamento dell’età media degli homeless.

Gli eroi del «non profit»

Gli italiani continuano a presentare un’età media più alta e una permanenza più lunga, ma gli stranieri sembrano, purtroppo, convergere sul modello italiano sia per l’età sia per la durata.

   Che fare? Servizi per i senza dimora ci sono, ma sono realmente sufficienti? In realtà crescono le difficoltà dei servizi di mensa e accoglienza notturna. Infatti, questi nel 2014 sono in diminuzione del 4% rispetto a tre anni prima, a fronte di un aumento delle prestazioni (pranzi, cene, posti letto) erogate ogni mese alle persone senza dimora del 15%. Meno servizi hanno fornito più prestazioni, quindi hanno dovuto far fronte a una maggiore pressione non tanto di più homeless, ma di un numero simile che ne ha fruito con maggiore intensità.

   Ma tutte queste prestazioni da chi vengono erogate? In gran parte da coloro che ogni giorno sono vicini ai i bisognosi di aiuto, dando loro la speranza di una vita migliore: il “non profit”, i volontari che interagiscono con il pubblico in una sinergia fondamentale per il raggiungimento di obiettivi così importanti. Un lavoro encomiabile, prezioso per le politiche.

   Il problema è che molto spesso alla situazione emergenziale si risponde con politiche emergenziali che puntano fondamentalmente al soddisfacimento dei bisogni primari, il mangiare, il dormire, il lavarsi. Mentre necessitiamo sempre di più di strumenti di reinclusione sociale, attraverso il supporto psico-sociale, il sostegno al reddito, l’inserimento nel lavoro, gli alloggi.

   I servizi devono essere sviluppati su tutto il territorio nazionale in modo uniforme e devono essere capaci di garantire le persone più in difficoltà, ovunque tale situazione di estrema povertà li colga. Non bisogna appiattire le politiche su interventi di natura unicamente emergenziale dettati dalla necessità di rispondere con meno risorse a bisogni crescenti. Innovazione e nuova progettualità devono farsi strada perché non si tratta solo di salvare la vita a queste persone ma di costruire un percorso verso una vita vera. È un obbligo in una fase in cui la crisi sociale continua a essere acuta più di quanto possa sembrare dagli indicatori economici. (Linda Laura Sabbadini)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...