IL PERICOLOSO GIUGNO 2016 PER L’EUROPA, tra CAMPIONATO di CALCIO in Francia (con rischio terrorismo e scontri di tifosi), il REFERENDUM INGLESE nel Regno Unito di giovedì 23 pro o contro Brexit, le ELEZIONI SPAGNOLE di domenica 26 in un paese in stallo ingovernabile…(e l’ISIS che minaccia tutti)

JO COX, la deputata laburista uccisa il 16 giugno scorso da un fanatico di estrema destra. “La tragica morte di Jo Cox, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo a voce alta, potrà muovere molti voti e forse chiudere la partita. «Quanto è avvenuto probabilmente sposterà gli equilibri verso la campagna “Remain” (pro Ue, ndr )», assicura Ben Page, amministratore delegato di Ipsos-Mori, una delle principali società di sondaggi del Regno Unito.(…)”(Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016)
JO COX, la deputata laburista uccisa il 16 giugno scorso da un fanatico di estrema destra. “La tragica morte di Jo Cox, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo a voce alta, potrà muovere molti voti e forse chiudere la partita. «Quanto è avvenuto probabilmente sposterà gli equilibri verso la campagna “Remain” (pro Ue, ndr )», assicura Ben Page, amministratore delegato di Ipsos-Mori, una delle principali società di sondaggi del Regno Unito.(…)”(Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016)

   Un mese di giugno “europeo” da tenersi forte, sperando di superarlo senza troppi danni. Gli inglesi che votano nel referendum per uscire o non uscire dalla Comunità Europea (giovedì 23 giugno)(i sondaggi, dopo il terribile feroce assassinio della deputata laburista Jo Cox, hanno invertito la rotta, e ora sembra che il “remain” cioè il restare in Europa possa prevalere…).

Cameron e Corbyn commemorano JO COX insieme a Birstall
Cameron e Corbyn commemorano JO COX insieme a Birstall

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   Poi domenica 26 giugno gli spagnoli votano per la seconda volta (era accaduto nello scorso dicembre) tentando di uscire da uno stallo politico che sta rendendo questo grande bellissimo Paese privo di una guida chiara, sicura. Ed è possibile che la situazione non si chiarisca, cioè che la Spagna resti (pericolosamente, con fronti autonomisti come quello catalano) ingovernabile.

SPAGNA ANCORA ALLE ELEZIONI - “Come un popolo che ha dato al mondo Cervantes e Lorca, Goya e Picasso, Velazquez e Gaudí possa votarsi all’autodistruzione, è un mistero che neppure gli spagnoli sanno spiegare. Si è votato a Natale, si rivota il 26 giugno. Sei mesi senza governo, sei mesi di inutili trattative. E ora stessi candidati, stessi comizi e — secondo i sondaggi — stessi risultati. L’unica novità è che quel diavolo di Pablo Iglesias — aura da idealista, abilità da prestigiatore — si presenta con i comunisti di Izquierda unida : «Unidos Podemos» diventerà così il primo partito della sinistra, superando i poveri socialisti. E questo complicherà ulteriormente le cose.(….)” (Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016)
SPAGNA ANCORA ALLE ELEZIONI – “Come un popolo che ha dato al mondo Cervantes e Lorca, Goya e Picasso, Velazquez e Gaudí possa votarsi all’autodistruzione, è un mistero che neppure gli spagnoli sanno spiegare. Si è votato a Natale, si rivota il 26 giugno. Sei mesi senza governo, sei mesi di inutili trattative. E ora stessi candidati, stessi comizi e — secondo i sondaggi — stessi risultati. L’unica novità è che quel diavolo di Pablo Iglesias — aura da idealista, abilità da prestigiatore — si presenta con i comunisti di Izquierda unida : «Unidos Podemos» diventerà così il primo partito della sinistra, superando i poveri socialisti. E questo complicherà ulteriormente le cose.(….)” (Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016)

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   Si stanno svolgendo in Francia gli europei di calcio, con gravi e striscianti minacce (dall’esterno e dall’interno) del terrorismo, dell’integralismo islamico. E i tifosi (croati, inglesi, russi…a seconda delle partite) si scazzottano con gravi pericoli per la vita nelle città interessate a tenere le partite di calcio.

   Ma è da questo (gli europei di calcio) che, brevemente, cerchiamo uno spunto positivo di speranza. Se è auspicabile che gli inglesi restino nell’Unione Europea, gli spagnoli risolvano i loro problemi di governabilità… è sintomatico che nell’attuale divisa Europa (dove ogni spirito di unità di intenti è gravemente in crisi) ci sia almeno nel gioco del calcio la dimostrazione di una “geografia europea” allargata e realizzata: da ovest ad est, cioè dall’Oceano Atlantico fino agli Urali (la Russia europea, comprendendo anche la Georgia, l’Azerbaigian, l’Armenia, fino alla Turchia), e da sud a nord, cioè dal Mar Mediterraneo fino all’Islanda e poi al Mar Glaciale Artico).

L’ALLARGATA EUROPA DEL CALCIO DEI CAMPIONATI EUROPEI 2016: nella parte IN BLU I PAESI CHE SI SONO QUALIFICATI: Albania, Austria, Belgio, Croazia, Francia, Galles, Germania, Inghilterra, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Italia, Polonia, Portogallo, Rep. Ceca, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria. Nella parte IN ROSSO I PAESI CHE NON SI SONO QUALIFICATI ma hanno partecipato alle eliminatorie: Paesi Bassi (Olanda), Lettonia, Kazakistan, Bosnia ed Erzegovina, Israele, Cipro, Andorra, Bielorussia, Macedonia, Lussemburgo, Scozia, Georgia, Gibilterra, Slovenia, Estonia, Lituania, San Marino, Grecia, Finlandia, Isole Faroe, Montenegro, Moldavia, Liechtenstein, Norvegia, Bulgaria, Azerbaigian, Malta, Danimarca, Serbia, Armenia
L’ALLARGATA EUROPA DEL CALCIO DEI CAMPIONATI EUROPEI 2016: nella parte IN BLU I PAESI CHE SI SONO QUALIFICATI: Albania, Austria, Belgio, Croazia, Francia, Galles, Germania, Inghilterra, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Italia, Polonia, Portogallo, Rep. Ceca, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria. Nella parte IN ROSSO I PAESI CHE NON SI SONO QUALIFICATI ma hanno partecipato alle eliminatorie: Paesi Bassi (Olanda), Lettonia, Kazakistan, Bosnia ed Erzegovina, Israele, Cipro, Andorra, Bielorussia, Macedonia, Lussemburgo, Scozia, Georgia, Gibilterra, Slovenia, Estonia, Lituania, San Marino, Grecia, Finlandia, Isole Faroe, Montenegro, Moldavia, Liechtenstein, Norvegia, Bulgaria, Azerbaigian, Malta, Danimarca, Serbia, Armenia

   Leggete qui sopra i paesi partecipanti, ammessi in Francia o che non hanno superato le eliminatorie: a volte alcuni sono inglobati in un unico Stato ma sono realtà diverse, vive, come appunto nel Regno Unito che vede le squadre di calcio dell’Inghilterra, del Galles, della Scozia, dell’Irlanda del Nord…), alcuni sono piccolissimi paesi, territori (le Isole Faroe, partecipanti alle eliminatorie…) …C’è stata pure Israele che vanta un contesto culturale, politico, molto vicino all’Europa (pur nei distinguo dell’irrisolta questione palestinese). E c’è pure la Turchia, che non si vuol fare entrare nella Comunità Europea, e perfino la Russia (difficile pensare che le radici culturali di Mosca, San Pietroburgo non coincidano con quelle dell’Europa intera… che Dostoevskij non “appartenga” anche a noi…).

scontri tra tifosi agli europei di calcio in Francia (nella foto a Marsiglia tra inglesi e russi)
scontri tra tifosi agli europei di calcio in Francia (nella foto a Marsiglia tra inglesi e russi)

   Insomma incredibilmente il calcio, con tutte le sue contraddizioni (come qui sopra si può vedere), da una dimostrazione di “politica europea” molto di più di quel che la politica è riuscita a fare dal secondo dopoguerra in poi, ma in particolare adesso, che ci si divide sempre più, ad esempio pensando di costruire muri contro gli immigrati… Facendo in ogni caso prevalere gli spiriti nazionalisti su invece un progetto comune, una condivisione di intenti che sia idoneo a un mondo in grande cambiamento (e alle aspirazioni di ciascuna persona “europea”).

   E allora, nel difficile e pericoloso giugno del 2016, speriamo che almeno il calcio unisca e rappresenti un simbolo di quel che potrebbe essere una federazione di paesi europei che funzioni veramente. (s.m.)

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EURO2016, IL PALLONE UNISCE L’EUROPA DEI MURI

(da “LA GAZZETTA DELLO SPORT” del 10/6/2016) (…..) Comunque vada, sarà meglio farlo sventolare con orgoglio questo tricolore, segno d’identità e civiltà, in un torneo che si svolge sotto l’incubo dell’Isis e di quanto è accaduto a Parigi proprio nei dintorni dello Stade de France solo pochi mesi fa, vigilato da migliaia di telecamere, droni, tiratori scelti e 90 mila uomini variamente addetti alla sicurezza. L’organizzazione farà di tutto per non dare l’immagine di un calcio blindato e in fondo, coi tempi che corrono, a una certa militarizzazione dei grandi eventi sportivi purtroppo occorre abituarsi. Più inquietante, ai nostri occhi, è l’IPOCRISIA DI UN CONTINENTE CHE SI RIUNISCE ATTORNO A UN PALLONE E NON È MAI STATO COSÌ DIVISO E INCERTO SULLA PARTITA DA GIOCARE NEL MONDO, pericolante negli istituti comunitari, logorato nello stesso tessuto culturale e politico che dovrebbe tenerlo insieme.

EUROPA — Di che Europa ci parla, quest’Europeo? Fra le 24 nazioni in lizza, oltre alla FRANCIA e al BELGIO alle prese con gli spettri dell’islamismo, c’è l’INGHILTERRA che tra pochi giorni con un referendum potrebbe decidere di andarsene provocando uno shock finanziario e politico di imprevedibili proporzioni. E poi la GERMANIA madre-padrona. La SPAGNA, la SVEZIA, la POLONIA sempre più euroscettiche e la SVIZZERA che il problema non se lo pone neppure. L’UNGHERIA che costruisce muri e l’AUSTRIA che è tentata di farlo. RUSSIA e UCRAINA che di fatto sono in guerra. Gioca pure la TURCHIA, che perseguita oppositori e giornalisti, e nell’Unione non trova posto… Insomma, di fronte a una compagnia così variegata non resta che sperare negli dei del pallone: il calcio in fondo è un esperanto capace di affratellare genti e culture diverse, il collante sociale più potente di cui disponiamo. Credere nelle sue virtù taumaturgiche, in un gesto tra avversari che redima tante rivalità odiose, un abbraccio o semplicemente una stretta di mano, davvero non costa nulla.(….)

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BREXIT

L’indignazione dello scrittore HANIF KUREISHI

«CI SI VERGOGNAVA A PENSARE CERTE COSE. ORA CI SI PERMETTE DI DIRLE IN PUBBLICO»

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016

   «L’assassinio di Jo Cox, che aveva dedicato la sua vita ad aiutare i rifugiati, che si trovava nello Yorkshire tra molti musulmani ma è stata ammazzata da un uomo legato all’estrema destra, ci dà l’opportunità di denunciare quanto il discorso pubblico sia caduto in basso in occasione del referendum sulla Ue». Uno dei migliori scrittori britannici viventi, HANIF KUREISHI, nato 61 anni fa a Londra da padre pachistano e madre inglese, incolpa «indirettamente» l’imbarbarimento del dibattito politico nel Regno Unito (e non solo) per la morte della deputata laburista.

La questione dell’Europa ha fatto saltare i freni?

«Ormai in Inghilterra le persone si sentono libere di dire in pubblico cose che fino a qualche anno fa avrebbero avuto vergogna a pensare. Non si parla che di immigrati, con toni violenti e triviali, e questo fa assumere un tono quasi fascista al dibattito, sempre più angusto. Invece andrebbe allargato ad altri temi».

Per esempio?

«Dovremmo discutere davvero della globalizzazione, del nomadismo dei lavoratori e non, del neoliberalismo che venne introdotto in Gran Bretagna da Margaret Thatcher con effetti disastrosi sugli alloggi, la scuola, la sanità, i diritti dei lavoratori. E poi dovremmo parlare di super capitalismo, della vendita di intere zone di Londra a miliardari cinesi, arabi, americani, russi. Ma invece di una conversazione ampia e onesta su che cosa sta accadendo alla Gran Bretagna, ci concentriamo solo su una discussione ignorante sugli immigrati».

Qual è la sua opinione sul loro ruolo?

«Bisognerebbe ricordare che la ricchezza della Gran Bretagna si è costruita anche sul colonialismo, e poi sugli immigrati dai Caraibi e dal Pakistan e poi dal Bangladesh e così via. Il grande successo di Londra si fonda su armate di immigrati venuti da tutto il mondo. Se uno è sveglio di notte vede questi eserciti di persone che puliscono gli uffici, mandano avanti i bar e i ristoranti e che fanno funzionare la città. Tutta gente venuta da fuori».

Il discorso pubblico involgarito è anche il frutto della lotta al politicamente corretto, molto in voga anche in Francia?

«Liberarsi dal politicamente corretto non dovrebbe significare sentirsi liberi di dire qualsiasi idiozia o di attaccare con violenza verbale un gruppo razziale. Questa non è libertà. Invece siamo alla costruzione e individuazione come bersaglio di un gruppo mitico, come gli ebrei, i musulmani, i neri o chiunque, che diventano i capri espiatori delle proprie difficoltà. Il nuovo politicamente corretto è il ritorno al pensiero dominante degli anni Trenta, quando era comune ogni giorno incolpare gli ebrei per qualsiasi problema. Quella era l’opinione standard. I circoli intellettuali anti politicamente corretto che oggi se la prendono con i musulmani smettono di pensare, e questo è un tradimento della loro funzione. Fa dispiacere in particolare in Francia, il Paese dell’Illuminismo e di pensatori come Foucault, Lacan o Derrida. I diritti per cui abbiamo combattuto in Europa, il diritto delle minoranze, delle donne, dei lavoratori, l’uguaglianza, sono centrali per una società liberale. Se molliamo su questo molliamo su tutto».

Alla fine, nel Regno Unito per la Brexit, come in Francia con la campagna per le prossime presidenziali che si avvicina, la sensazione è che il nodo cruciale del discorso politico non sia l’economia, ma la questione dei valori e dell’identità culturale.

«È così. Il punto oggi è l’identità, la battaglia politica si svolge sulle questioni legate ai valori, al sesso. E infatti, attacchi terroristici islamici ai luoghi di piacere, dal Bataclan di Parigi, al Pulse di Orlando. Non vedo come la destra di oggi possa accettare una Europa multirazziale e multiculturale, ma la verità è che abbiamo già una Europa multirazziale e multiculturale, e dobbiamo viverci. Londra è un luogo davvero cosmopolita, oggi al parco ero l’unico a parlare inglese… In ogni caso non si può tornare indietro. Possiamo discutere se l’anno prossimo lasceremo entrare 80 mila o 20 mila immigrati, ma comunque l’identità culturale europea è già cambiata. La questione è come andare avanti, come vediamo noi stessi nel futuro, come possiamo fare funzionare una società integrata».

È ottimista?

«L’imbarbarimento della destra e la crisi ideale della sinistra non lasciano ben sperare». (intervista di Stefano Montefiori)

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LA CONTRADDIZIONE DELL’INGHILTERRA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 18/6/2016

– Molti inglesi hanno sempre considerato la Ue un accordo commerciale. E visto che non funziona non trovano conveniente restarci –

   Licenza e moralismo si alternano con disinvoltura in Inghilterra. Così vi convivono la spregiudicatezza e i freni puritani, la violenza e un cerimonioso rapporto sociale, un’eccentricità teatrale e una tradizione puntigliosa o non troppo bistrattata. A Londra popolata di stranieri si elegge un sindaco musulmano di origine pachistana mentre nel resto del Paese cresce l’insofferenza per gli immigrati.

   Questa Gran Bretagna piena di contraddizioni è ai nostri occhi sempre più Europa. Ma non lo è, e non deve esserlo per molti inglesi. I continentali che l’invadono in cerca di lavoro, o per imparare la lingua dominante nel mondo, sono affascinati da quel “meraviglioso” palcoscenico che è la metropoli sul Tamigi.

   Per le strade è estroversa quasi come potrebbe esserlo una Napoli anglosassone. I suoi cittadini invadono nella stessa misura, perché vi è facile la vita e clemente la temperatura, i borghi e le campagne di Francia e di Spagna. È uno scambio che assomiglia a un abbraccio. Ma non condiviso da tutti.

   Per quale motivo le isole britanniche dovrebbero staccarsi dall’Unione? Molti suoi abitanti vogliono recuperare la privacy nazionale o insulare. La voglia di star soli, a un certo punto dell’esistenza, coglie anche gli individui. I popoli non ne sono immuni. L’ansia provocata dal flusso di migranti alle porte ha riacceso la xenofobia anche da noi, che pur abbiamo emigrato quanto i cinesi e che abbiamo subito gli sgarbi in tante contrade dove approdavamo con le valigie di cartone. Io avevo valigie di cuoio quando arrivai a Londra all’inizio degli anni Sessanta e la signora che doveva affittarmi un appartamento a Pimlico mi disse che non voleva inquilini indiani e italiani. Poi, è vero, diventammo amici.

   I sopravvissuti della mia generazione hanno un debole per la Gran Bretagna. Senza la sua resistenza, davanti al dilagare delle truppe naziste, durante la Seconda guerra mondiale, noi saremmo probabilmente oggi governati dai pronipoti o dai cugini di Hitler. Dominato dall’orgoglio francese, ma anche perché non li considerava “europeizzabili”, Charles de Gaulle non voleva tuttavia gli inglesi nella comunità. Li sospettava di essere una quinta colonna degli Stati Uniti.

   Il generale mancava di riconoscenza. Ma è vero che la Storia, al contrario della finanza e dell’economia, non esige che si saldino i debiti. De Gaulle aveva contratto il suo debito con la Gran Bretagna quando lasciò con dignità e a precipizio la Francia invasa dai tedeschi. Gli inglesi l’accolsero un po’ con la puzza sotto il naso. È un loro vizio. Ma de Gaulle non sapeva dove andare e Londra era la sola spiaggia possibile. Fu Churchill a riceverlo. La Francia libera, cui avrebbe poi dato vita, la doveva ancora creare.

   In quel momento era un semplice, semisconosciuto generale di brigata a titolo provvisorio. Il quale non rappresentava nessuno, non certo la Francia, dove il ben più celebre maresciallo Pétain trattava con Hitler. L’opposizione gollista all’ingresso dell’Inghilterra nella Comunità europea, un quarto di secolo dopo, quando il generale era al potere a Parigi, non è stata del tutto dimenticata. Per chi ha una buona memoria suona ancora come un’offesa e la ricorda in questi giorni che precedono il referendum sul Brexit. Capita che storici, intellettuali decisi a votarlo citino quel lontano rifiuto d’oltremanica.

   Lo scrittore Will Self non è di questi. Lui racconta che quando attraversò la Manica per la prima volta per visitare la Francia i genitori gli raccomandarono di non bere l’acqua perché in quel paese non era potabile. Oggi si dice scherzando a Londra che per gustare un buon caffè bisogna fare una corsa a Parigi o a Roma. Quando avevo l’ufficio a Wall Street, in Shoe Lane che non esiste più, presso il Daily Express, non era facile trovare un ristorante dove portare un amico buongustaio. Oggi Londra, per merito di cinesi, di francesi e italiani, e di inglesi che si sono adeguati, è una città gastronomica. E la cucina vale un ponte sulla Manica. Il tunnel è già un corridoio di scorrimento tra il continente e l’isola che non lo è più tanto.

   La maggioranza, sia pure risicata, degli inglesi vuole veramente tagliare gli ormeggi? Molti di loro hanno sempre considerato l’Unione europea un accordo commerciale. E dal momento che non funziona come un tempo non trovano più conveniente restarci. E tanto meno si sentono obbligati. Inoltre non sono pochi coloro che ritengono di appartenere a un mondo anglosassone più largo. Da qui la diffidenza per un’ Europa federale di cui sentono ogni tanto parlare. Il principio di indipendenza (Self governement) resta forte.

   C’è anche qualcosa di più profondo in cui c’entra la cultura e la storia. Uno storico appunto, Robert Tombs, ricorda il rifiuto di de Gaulle. Lui ha la doppia nazionalità, britannica e francese, si occupa di storia francese ma in lui prevale il cittadino britannico. Al punto che voterà in favore di Brexit. Lo confessa al quotidiano parigino Le Monde.

   E spiega perché. Quando gli europei raccontano la Storia d’Europa parlano dell’Impero romano, del Rinascimento e dell’Illuminismo. Raccontano una storia continentale che trascura la Gran Bretagna. Questo crea un sentimento di esclusione, l’impressione di non fare del tutto parte della famiglia europea. Molti inglesi si accorgono che il loro paese è un’isola, staccata non solo geograficamente dal continente. È la ragione per cui hanno sempre considerato l’Europa un’entità con la quale bisognava mantenere le distanze. Quindi niente Schengen e niente euro. Questa è la voce di chi se ne vuole andare del tutto. (Bernardo Valli)

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L’INGHILTERRA E L’EUROPA, IL DESTINO SEGNATO DA BREXIT

di Eugenio Scalfari, da “la Repubblica” del 19/6/2016

– L’uscita sarebbe una sconfitta per tutta l’Unione e una vittoria dei movimenti populisti che vogliono sfasciare l’esistente –

(…..) Ci sono molti motivi per i quali gli inglesi (ma non gli scozzesi) non si sentono europei. Uno in particolare lo spiega Bernardo Valli nel suo articolo di ieri su queste pagine (vedi articolo qui sopra, ndr), citando lo storico anglo-francese Robert Tombs: «Quando gli europei raccontano la storia d’Europa parlano dell’Impero romano, del Rinascimento e dell’Illuminismo. Raccontano una storia continentale che trascura la Gran Bretagna ed è questa la ragione per cui molti inglesi considerano l’Europa come un’entità con la quale bisogna mantenere le distanze».

   In realtà le cose non stanno proprio così; l’Inghilterra anzi, per molti europei, fa parte integrante del continente e la sua storia è la nostra, strettamente connessa con quella italiana, francese, spagnola, tedesca. Del resto l’Inghilterra (quando ancora la si chiamava soltanto così) è stata il penultimo dei grandi Imperi occidentali: quello romano, quello spagnolo, quello inglese e quello americano. Il colonialismo francese fu un’altra cosa e non può dirsi propriamente un Impero, anche se l’influenza politico-culturale della Francia è stata dominante per tutto il nostro continente.

   La verità è che sono soprattutto gli inglesi a sentirsi storicamente, politicamente, culturalmente una Nazione, anzi una civiltà che ha determinato la storia europea. Il progetto attuale di un’Unione europea che, almeno in prospettiva, dovrebbe arrivare ad una vera e propria Federazione sul modello degli Stati Uniti d’America, non piace affatto agli inglesi. Questa è la vera radice dello scontro, anche se il Brexit ridurrebbe il Regno Unito a non esser più unito e a diventare un’isoletta come cantavano i fascisti degli anni Quaranta del secolo scorso: «Malvagia Inghilterra / tu perdi la guerra / lasciare Malta e abbandonare Gibilterra».    Non solo non perse la guerra ma riuscì da sola a fronteggiare Hitler prima che l’America intervenisse al suo fianco per difendere Londra e liberare tutta l’Europa dal dominio della Germania nazista.

   Dunque l’Inghilterra o comunque vogliamo chiamarla appartiene alla nostra storia europea, geograficamente, politicamente, culturalmente. Il Brexit — se dovesse vincere — sarebbe una sconfitta per tutta l’Europa e per tutta la civiltà occidentale ed una vittoria dei movimenti populisti che vogliono sfasciare tutto l’esistente cancellando il passato e lasciando il futuro sulle ginocchia del Fato, cioè di nessuno.

   Ci saranno anzitutto ripercussioni economiche, e infatti le istituzioni di tutto il mondo sono mobilitate: il Fondo monetario internazionale, la City e Wall Street, la Borsa di Shanghai, le Banche centrali di Washington, di Londra, di Zurigo, di Francoforte, di Tokyo, di Pechino, di Mosca, di San Paolo del Brasile, di New Delhi e di Cape Town; i Fondi d’investimento, i Fondi-pensione, il sistema bancario mondiale che è ormai strettamente interconnesso.

   Venerdì scorso le Borse di tutto il mondo hanno avuto una svolta improvvisa: dopo una settimana dominata dal ribasso, c’è stato un consistente rialzo generale connesso ai sondaggi sul Brexit e sulle quotazioni degli allibratori di Londra: l’omicidio della Jo Cox è diventato paradossalmente un elemento positivo per le reazioni d’una parte consistente del Partito laburista e della pubblica opinione liberale.

   Parrebbe da questi sintomi che l’esito del referendum si stia per la prima volta orientando verso la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, sia pure alle condizioni abbastanza pesanti che Londra ha imposto e le Autorità dell’Unione europea hanno accettato.

   Se questo sarà l’esito referendario quale sarà alla lunga la politica dei 28 Paesi membri dell’Ue? Personalmente credo sia chiaro: una politica monetaria di maggiore flessibilità, una politica dell’immigrazione più contenuta con l’obiettivo di trattenere il più possibile in Africa i flussi che provengono da quel continente, una maggiore apertura verso la Russia e soprattutto un aumento dell’egemonia politica della Germania, concentrata soprattutto sull’Eurozona.

   Il nuovo equilibrio non può sfuggire a chi osserva il sistema che si verrebbe a delineare: la Gran Bretagna resta in Europa dando maggior peso ai Paesi che non appartengono alla moneta comune; in compenso la Germania tende ad accettare una politica di crescita concentrandola appunto sui 19 Paesi dell’Eurozona. Draghi rientrerebbe nel quadro della Merkel che probabilmente accetterebbe la sua pressione verso una politica espansiva e bancariamente attiva. Ad una condizione però: che la garanzia alle banche non sia estesa anche ai depositanti poiché i tedeschi non vogliono pagare per gli altri.

   Insomma, se la Gran Bretagna resta il suo peso politico-economico aumenterà, la Germania diventa più aperta ad una crescita moderata da aumenti di progressività; Francia e Spagna sono alle prese con difficoltà notevoli ma saranno comunque aiutate da Bruxelles. E l’Italia?

   Noi abbiamo molto da guadagnare dal “Remain” inglese: diventiamo il principale interlocutore della Merkel e al tempo stesso dei Paesi dell’Europa meridionale, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia. Ed anche di Draghi e di Juncker. Ma al tempo stesso del governo di Tripoli e perfino di Putin come si è visto nei giorni scorsi. L’Italia ha un vasto e variegato orizzonte dinanzi a sé. Sarà in grado di gestirlo convenientemente?

   Qui giocheranno in modo purtroppo difficile le qualità e i difetti di Matteo Renzi. Come tutti, il nostro presidente del Consiglio è dotato delle une e degli altri e più il quadro è complesso più le contraddizioni aumentano. Tende a centralizzare la politica: è normale, tutti gli uomini politici tendono a questo.

   È normale la sua politica se rispetta le origini e il ruolo di un partito di sinistra democratica, che deve porsi come obiettivo di spostare l’Europa verso una linea di sinistra riformatrice. Non è più il momento di rottamare bensì quello di costruire e la sinistra riformatrice deve puntare in Europa e in Italia sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sull’aumento degli investimenti, sull’aumento della produttività, sull’aumento della domanda, sulla crescita delle zone depresse in tutta Europa a cominciare dal Mezzogiorno italiano. Un ministro del Tesoro unico dell’Eurozona, una Fbi europea e un ministro dell’Interno europeo.

   Questo è il programma da perseguire e questo ho avuto la possibilità di discutere con Renzi sabato scorso all’Auditorium di Roma. Mi è parso abbastanza interessato a questa diagnosi; in gran parte da lui stesso anticipata. Con una differenza di fondo: la legge elettorale attualmente vigente, che personalmente mi sembra del tutto inadeguata. Ma oggi non è questo il tema: è il “Brexit”, puntando sull’ipotesi che vincerà il “Remain”.

   Se dovesse invece perdere, allora tutti gli scenari cambiano. In peggio. Speriamo che la vecchia Inghilterra si ricordi del liberale Churchill e dei laburisti dell’epoca. Gli uni e gli altri volevano l’Europa. Erano più moderni dei “brexisti” di oggi che la storia d’Inghilterra sembrano averla dimenticata. (Eugenio Scalfari)

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OGNI EUROPEO DEVE AUGURARSI IL NO DEGLI INGLESI ALLA BREXIT

di Ernesto Galli della Loggia, da “il Corriere della Sera” del 19/56/2016

   L’ assassinio della deputata laburista Jo Cox si rivelerà forse decisivo nel determinare il risultato del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue — un risultato destinato verosimilmente ad essere comunque di stretta misura — ma non ne muta il reale significato.

   Che nella sostanza sarà quello di un confronto tra l’Economia da un lato e la Storia dall’altro. In Inghilterra, il prossimo 23 giugno, si misurerà infatti la rispettiva capacità di ognuna di queste due fondamentali dimensioni della cultura umana di determinare oggi, dopo due secoli di modernità, l’orientamento dell’opinione pubblica europea. Sarà il confronto tra due modi diversi, in certo senso opposti, non solo di concepire e di sentire il legame sociale, ma di giudicare che cosa è che in ultima analisi tiene legata la società alle istituzioni e al sistema politico.

   In che cosa, alla fine, consista tale legame: se nello sforzo per ottenere a vantaggio dei suoi membri una sempre maggiore quantità di beni nonché di sicurezza e di occasioni non solo materiali; se dunque il progetto politico-sociale possa essere pensato come la tensione collettiva verso un simile obiettivo volto inevitabilmente sempre al futuro, secondo un meccanismo che non può che essere quello delle aspettative crescenti o comunque mai decrescenti. Ovvero se il progetto di cui sopra si fondi essenzialmente sulla consapevole condivisione di un medesimo patrimonio storico-culturale costituito da un’ampia varietà di elementi.

   E cioè dalla lingua alle comuni vicende trascorse, dalle tradizioni giuridiche a quelle religiose, dalle forme dei rapporti tra i sessi, ai modi quotidiani dell’abitare, del mangiare, dello stare insieme. Insomma, come si vede, un confronto non solo tra l’Economia e la Storia, ma anche tra il Futuro e il Passato.

   Ora, proprio le vicende storiche, però, hanno voluto che nell’Europa continentale (con la parziale eccezione della Francia e della Svizzera) la fondazione della democrazia — dovuta non lo si dimentichi mai solo alla duplice vittoria americana del ’45 e dell’ 89 — si sia trovata costretta, precisamente perciò, a privilegiare di gran lunga la dimensione dell’Economia su quella della Storia, la scommessa sul Futuro all’ancoraggio al Passato. Pianta essenzialmente importata, la democrazia europea non ha potuto fare altrimenti.

   E come è ovvio l’Unione Europea ha seguito queste orme. È una grave responsabilità di tutte le élite europeiste — dominatrici per mezzo secolo della realtà politica dei loro Paesi e per mezzo secolo alla guida della costruzione europea — aver creduto che le cose potessero durare così all’infinito. Che un regime democratico potesse fondarsi stabilmente sulla moltiplicazione delle pensioni, sulla crescita del Pil e della spesa pubblica: il tutto opportunamente affiancato dal continuo ampliamento dei diritti soggettivi a vantaggio di individui sempre più atomizzati. Che non fosse necessario nient’altro. E che anzi tutto il resto fosse un ingombro da lasciare in pasto alla critica demolitrice della modernità vittoriosa.

   L’Unione Europea ha riprodotto e amplificato al parossismo questo modello di fondazione delle democrazie nazionali europee. Con l’aggravante che almeno quelle democrazie corrispondevano bene o male a soggetti politici stabiliti e consolidati da tempo, laddove l’Unione, invece, era (è) un soggetto politico da costruire ex novo. Cosa, come si è visto, non proprio così facile se uno deve farlo con l’euro e il «fiscal compact», con ventotto lingue e altrettanti elettorati, e come cultura condivisa solo con il «politicamente corretto» di un insieme di ambiziose velleità universalistiche.

   Non a caso è soprattutto la questione migratoria quella sulla quale, dopo aver messo alle corde gli establishment politici di mezzo continente, minaccia di naufragare il progetto europeo, e quella su cui si gioca il destino della Brexit. Perché la questione migratoria rappresenta la somma perfetta di tutti gli aspetti inerenti l’identità culturale di una collettività politica. Perché nessun altra rappresenta come quella il confronto fra le ragioni della Storia e tutte le altre, a cominciare da quelle dell’Economia. E tanto meno è un caso che sia proprio la Gran Bretagna, la democrazia inglese, il teatro di questo confronto cruciale. Per almeno due motivi, è impossibile non pensare.

   Innanzitutto perché il Regno Unito è il solo Paese dell’Unione Europea dove l’obbligazione politica poggia non solo sul consenso a un sistema di governo rappresentativo e alle sue regole (in primis la rule of law), ma anche sul profondo legame con l’istituzione monarchica, garante del governo parlamentare e titolare altresì di un importante ruolo religioso (come è noto il monarca inglese è il capo della Chiesa Anglicana). Insomma la democrazia inglese poggia come nessun altra non già sulla fragile base della spesa pubblica, bensì su una legittimazione dal fortissimo carattere simbolico-culturale che fa tutt’uno con la lunga storia della nazione.

   E che forse proprio per questo possiede un altrettanto forte carattere intimamente popolare.    Una lunga storia di cui non ci si deve vergognare. Ecco il secondo motivo che fa assolutamente diversa la Gran Bretagna e la sua democrazia da quelle di tutti gli altri Paesi che oggi costituiscono l’Unione Europea. Non ce n’è uno di questi che non abbia nel suo passato pagine orribili di compromissione con il fascismo, il nazismo o il comunismo, che nel ‘900 non abbia assistito a persecuzioni razziali e politiche selvagge, a violazioni dei diritti di ogni tipo. La democrazia inglese può dunque alzare senza problemi la bandiera del Passato, richiamarsi a questo con la coscienza tranquilla. Non essendo necessariamente una retorica, la sua Storia può essere fatta valere senza problemi non solo contro l’Economia ma pure contro ogni «politicamente corretto», foss’anche quello dell’«accoglienza».

   Ecco perché è decisiva la partita che si gioca in Inghilterra. Ed ecco perché ogni democratico europeo deve augurarsi che la Brexit non prevalga: che dunque la Gran Bretagna resti in Europa sì, ma conservando gelosamente come un patrimonio utile a tutti la sua felice diversità. (Ernesto Galli della Loggia)

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COX, LA SFIDA DEL KILLER “MORTE AI TRADITORI GRAN BRETAGNA LIBERA”

– In tribunale l’assassino della deputata lancia minacce –

da “la Repubblica” del 19/6/2016

   Thomas “Tommy” Mair, l’uomo di 52 anni che ha ucciso la deputata laburista Jo Cox, è comparso ieri (sabato scorso, ndr) in tribunale. La sua apparizione è durata pochi minuti, al riparo da telecamere e flash, come impone la prassi giudiziaria britannica, raccontata solo dalla matita di un disegnatore.

NEWRY. Entra in aula in manette, tuta da ginnastica grigia, barbetta sul mento, vaga smorfia in viso. Il giudice lo rimanda fuori perché gli vengano liberati i polsi, non c’era ordine di portarlo alla sbarra incatenato: è accusato di un crimine feroce, ma questa è l’Inghilterra, il paese dell’habeas corpus, base del diritto. La prima udienza, nel più importante tribunale di Londra, è breve: serve soltanto a identificare formalmente l’imputato. Ma è sufficiente a produrre un attimo di dramma. «Ci dica il suo nome», intima il magistrato. E Thomas Mair, l’assassino, risponde: «Il mio nome è morte ai traditori, libertà per la Gran Bretagna». Come se non avesse sentito bene, il giudice ripete: quale è il suo nome? «Morte ai traditori, libertà per la Gran Bretagna». È l’avvocato difensore fornito dallo Stato, visto che Mair, disoccupato e residente in un alloggio popolare, non ha i soldi per assumerne uno, a confermare che risponde effettivamente al nome di Thomas Mair.

   Subito dopo un procuratore informa che giovedì scorso l’imputato, al momento dell’arresto, poco dopo avere sparato alla 42enne parlamentare laburista Jo Cox, si è dichiarato «un attivista politico». Nei documenti presentati dall’accusa risulta che mentre commetteva l’omicidio ha gridato non solo «Britain first » ma anche «questo è per la Gran Bretagna» e «mantieni la Gran Bretagna indipendente»; e che nella sua abitazione, oltre a propaganda neonazista, sono stati rinvenuti articoli su Jo Cox. Insomma, il processo è appena cominciato ma già la tesi balenata dai primi indizi appare credibile: seguace di estremisti e razzisti, Mair ha ucciso la deputata della sua città perché lei si batteva per difendere gli immigrati e per tenere il Regno Unito nell’Unione Europea. Evidentemente l’aveva messa nel mirino da tempo. Prima di aggiornare l’udienza, il giudice dispone che l’imputato sia visto da uno psichiatra: uno che dichiara di chiamarsi «morte ai traditori» potrebbe non avere tutte le rotelle a posto. Oppure avercele, se la sanità mentale comprende la possibilità di essere fanatici assassini.

   Mentre a Londra si svolge la prima apparizione pubblica di Mair, a Leeds i familiari della parlamentare la ricordano in una cerimonia aperta a tutti. «Era una donna perfetta, amava la vita e il prossimo», dice sua sorella, annunciando che la sottoscrizione aperta a suo nome per quattro associazioni di beneficenza ha raccolto 400 mila sterline in 24 ore. Suo marito Brendan riceve una telefonata di condoglianze dal presidente Obama. Intanto, davanti al parlamento di Westminster, fra i mazzi di fiori lasciati da politici e comuni cittadini per ricordare Jo Cox arriva anche quello della presidente della Camera Laura Boldrini: «I tuoi valori sono anche i miei, anche nel tuo nome continuerò a combattere ogni forma di odio», dice il messaggio che l’accompagna. La campagna per il referendum del 23 giugno, sospesa giovedì per lutto, riprende domani. Il Times, che sembrava finora per Brexit, dà invece il suo “endorsement”, il suo appoggio ufficiale, a Remain, cioè a restare nell’Unione Europea: primo giornale filo- conservatore a fare questa scelta. Un assassino ha ucciso Jo Cox ma non le sue idee. Forse la morte di una deputata restituirà il buon senso alla Gran Bretagna.

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PER L’EUROPA TRE CONSULTAZIONI IN SETTE GIORNI

di Giovanni Sabbatucci, da “la Stampa” del 19/6/2016

   Nel breve arco di una settimana, dal 19 al 26 giugno, si terranno in tre fra i più importanti Paesi europei tre diverse consultazioni elettorali: il secondo turno di amministrative parziali in Italia, il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione europea, le legislative per il nuovo Parlamento spagnolo, dopo che quello appena sciolto non è riuscito a esprimere una maggioranza.

   Si tratta di consultazioni diverse, come diversi sono i contesti politici degli Stati in cui si andrà alle urne. Ma la posta in gioco è in larga parte comune. E può essere ricondotta alla contrapposizione, tipica di questi tempi, tra partiti tradizionali e forze anti-sistema; ovvero – le due linee di frattura spesso coincidono – tra fautori e avversari dell’integrazione europea.

   La sovrapposizione fra i due temi è ben evidente nel caso del referendum britannico di giovedì prossimo: la competizione più importante quanto alle conseguenze di lungo periodo, soprattutto in caso di vittoria della Brexit, e anche la più coinvolgente sul piano emotivo, segnata addirittura, una settimana prima del voto, da un assurdo delitto politico che non ha precedenti nella storia del Regno Unito.

   Qui le leadership dei due partiti maggiori si sono in maggioranza schierate per la permanenza nell’Unione. Ma, a dar retta ai sondaggi, una larga quota di elettori – un po’ più della metà fino a giovedì scorso, un po’ meno dopo il delitto Cox – sembra pensarla diversamente.

   Facile immaginare che una vittoria della Brexit non solo accrescerebbe i consensi degli anti-europeisti «specializzati» di Nigel Farage, ma muterebbe anche gli equilibri interni dei partiti tradizionali, lasciando spazio alle spinte populiste soprattutto nel campo conservatore: dove l’ex sindaco di Londra Boris Johnson si candida a leader del fronte anti-Ue e già scalpita per la successione al premier Cameron.

   Meno drastiche, ma proprio per questo più complicate, le alternative che si presenteranno il 26 giugno agli elettori spagnoli. Qui non c’è un fronte comune degli anti-sistema; e la linea divisoria fra destra e sinistra ancora tiene. Ma, nell’uno e nell’altro campo, le forze tradizionalmente maggioritarie (socialisti e popolari) sono insidiate dai movimenti «nuovisti», che le contestano: Podemos sul versante sinistro, Ciudadanos su quello moderato. Dal momento che i due partiti tradizionali rifiutano ogni ipotesi di grande coalizione, e visto che i movimenti contestatori della vecchia classe dirigente non sono disposti a coalizzarsi fra loro, la prospettiva di una prolungata ingovernabilità si fa sempre più concreta. E l’ingovernabilità è da sempre la condizione ideale per la crescita delle forze anti-sistema. (…..) (Giovanni Sabbatucci)
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BEN PAGE. IL SONDAGGISTA

LA TRAGEDIA DELL’OMICIDIO POTREBBE SPOSTARE I VOTI VERSO L’UNIONE

– «È l’effetto status quo, quando gli elettori sono spaventati lasciano le cose come sono» –

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2016

   I giochi in Gran Bretagna non sono chiusi. Eppure la tragica morte di Jo Cox, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo a voce alta, potrà muovere molti voti e forse chiudere la partita. «Quanto è avvenuto probabilmente sposterà gli equilibri verso la campagna “Remain” (pro Ue, ndr )», assicura Ben Page, amministratore delegato di Ipsos-Mori, una delle principali società di sondaggi del Regno Unito.

Quali sono i segnali di questo spostamento di voti?

«Innanzitutto, lo conferma il rialzo della Borsa e della sterlina, immediatamente dopo l’annuncio dell’omicidio. Il che suona terribile, ma significa che i mercati hanno reagito all’informazione, deducendo che un maggior numero di elettori voteranno per restare nell’Ue. In secondo luogo, bisogna contare sull’“effetto status quo” che è presente in molti referendum: la gente tende a votare per il mantenimento dello status quo. Quando c’è incertezza, ancor più quando l’opinione pubblica è spaventata o disgustata per un evento, questo effetto aumenta ulteriormente. Ci sarà un forte movimento di empatia verso Jo Cox e i suoi familiari, molti indecisi che magari propendono per l’uscita dall’Unione Europea ma ai quali non piace l’estrema destra potrebbero ripensarci».

Ci sono delle avvisaglie?

«Era già atteso uno spostamento “last minute” per lo status quo, come peraltro avvenne con il referendum in Scozia due anni fa. Fino ad una settimana prima del voto, i nostri sondaggi davano in vantaggio gli indipendentisti, ma all’ultimo momento c’è stata la marcia indietro e il 55% degli scozzesi hanno votato per rimanere nel Regno Unito. Questo omicidio non farà che rafforzare un trend naturale».

Ora che accadrà?

«La morte di Jo Cox è una tragedia e sottrarrà tempo alla campagna. Molti eventi sono stati cancellati in segno di lutto, domani (sabato, ndr ) la grande manifestazione dei “brexiters” non avrà luogo, lunedì tutti i politici saranno in Parlamento per discutere quanto avvenuto e rendere omaggio a Cox; quindi resteranno soltanto due giorni prima del voto, il 23 giugno».

Dito puntato sull’estrema destra?

«E’ molto difficile estrapolare dall’azione di un pazzo un’opinione sull’estrema destra britannica. Ma è vero che era già in corso un’ampia discussione all’interno della classe politica e più in generale nell’opinione pubblica, sullo svilimento e l’imbarbarimento della vita politica. La patina di civiltà mostra parecchie crepe in Gran Bretagna. Il fatto che una deputata laburista, attivista della campagna “Remain”, sia stata uccisa da qualcuno che grida “Britain First” ovviamente infiamma ancora di più il dibattito».

Suona molto «americano», assai distante dalla compostezza britannica…

«Noi britannici diciamo sempre che qualsiasi cosa succede in America prima o poi arriverà anche da noi. In politica si sta dimostrando vero. Il nuovo linguaggio politico, il sostegno a Trump… negli ultimi due mesi, la campagna dei sostenitori della Brexit ha alzato i toni e qualche messaggio distorto è “passato”».

Tipo?

«In base a uno dei nostri ultimi sondaggi, metà della popolazione crede che se rimarremo nell’Ue 75 milioni di turchi saranno liberi di venire qui, e di conseguenza si innescherebbe un rapido processo di recessione. Un pensiero che è stato incoraggiato anche dai media più diffusi. E tutto questo senza una discussione seria, senza spiegare che si tratta di un’esenzione ai visti, non di piena libertà di movimento, e solo all’interno dell’area Schengen, quindi non riguarda il Regno Unito. I politici usano la politica subliminale: non si può dire che non vogliamo i neri in Gran Bretagna, allora parliamo dei turchi».

Ipsos è stato tra i primi a certificare il sorpasso dei «brexiters». Ora qual è il suo pronostico personale?

«Condivido le previsioni degli allibratori. Loro pensano che “Remain” vincerà. Avevano visto giusto anche in Scozia, e sarà qualcosa di più o meno simile: penso a una percentuale del 53% pro Ue. Ma forse è meglio se mi rifate la domanda dopo l’ultimo sondaggio, mercoledì sera».

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Intervista a SIMONETTA AGNELLO HORNBY

“ORA LA POLITICA NON C’ENTRA PIÙ. LA SOCIETÀ È AVVELENATA DALLA PAURA”

– Agnello Hornby: la campagna di Cameron? Tecnica del terrore –

intervista di Monica Perosino, da “la Stampa” del 17/6/2016

   SIMONETTA AGNELLO HORNBY, scrittrice italiana naturalizzata britannica, dal 1972 vive a Londra, dove per anni ha esercitato la professione di avvocato fondando, tra l’altro, uno studio legale a Brixton che si occupa prevalentemente delle comunità immigrate. Nelle ultime concitate settimane pre-referendum ha fatto la spola tra Gran Bretagna e Italia, dove sta presentando il suo ultimo libro «Caffè amaro». «In questi ultimi tempi, ogni volta che torno a casa, a Londra – dice – trovo una società sempre più polarizzata, sull’orlo di una crisi isterica»

Cosa sta succedendo in Gran Bretagna?

«La decisione di restare o non restare in Europa non è più una questione politica, è diventata una questione emotiva. Quando se ne parla, così tra amici, per strada, in normali conversazioni, il tono sale immediatamente, i pro Europa ne fanno una questione di vita o di morte, lo stesso fanno gli euroscettici.    Brexit ha polarizzato profondamente la società. Nessuna sorpresa che in questo clima di tensione altissima i fragili di mente o gli invasati siano “saltati”».

Come si è arrivati a questa situazione?

«Quello che hanno fatto Cameron e tutto il partito conservatore nelle ultime settimane di campagna referendaria è stato una specie di mobbing ai danni degli elettori inglesi».

Cioè?

«Cameron ha cercato di spaventarli, ha usato una tecnica del terrore, motivando la sua posizione con slogan spesso vuoti e statistiche parziali e manipolate, vecchie ed ormai superate, in alcuni casi basate su dati di 6 anni fa. Ha usato metodi dittatoriali».

Per esempio?

«Ha trattato gli elettori come se fossero dei bambini che non capiscono. Il messaggio che arrivava dalla sua campagna – e che faceva crescere la paura – era: se usciamo dall’Europa sarà un disastro economico, tuo padre perderà il lavoro, diventeremo tutti poveri. Stessi messaggi, di segno opposto, arrivavano da chi vuole uscire dall’Europa».

Si aspettava un epilogo del genere?

«Non mi sorprende che un pazzo sia arrivato ad uccidere una deputata. Perché di questo si tratta, di un pazzo, un malato mentale, ossessionato e nutrito da un’atmosfera intrisa di paura e ormai isterica. Ma non mi aspettavo che si sarebbe arrivati a una spaccatura così profonda del Paese: credo che la maggior parte degli inglesi fino a qualche mese fa pensasse che non ci fosse la minima possibilità di uscire dalla Ue. Nessuno pensava che i partiti si sarebbero spaccati, che la società stessa sarebbe sprofondata e si sarebbe divisa tra “sì” e “no” in questo modo. Invece siamo precipitati nell’ossessione».

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vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2016/05/11/brexit-il-regno-unito-se-ne-va-dallunione-europea-il-23-giugno-il-referendum-contro-o-pro-europa-un-fatto-che-interessa-tutti-il-regno-unito-specchio-delle-tra/

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COSA STA ACCADENDO IN SPAGNA?

QUATTRO LEADER PER UNA SPAGNA VERSO UN SORPASSO STORICO A SINISTRA

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 19/6/2016

   Come un popolo che ha dato al mondo Cervantes e Lorca, Goya e Picasso, Velazquez e Gaudí possa votarsi all’autodistruzione, è un mistero che neppure gli spagnoli sanno spiegare. Si è votato a Natale, si rivota il 26 giugno. Sei mesi senza governo, sei mesi di inutili trattative. E ora stessi candidati, stessi comizi e — secondo i sondaggi — stessi risultati. L’unica novità è che quel diavolo di Pablo Iglesias — aura da idealista, abilità da prestigiatore — si presenta con i comunisti di Izquierda unida : «Unidos Podemos» diventerà così il primo partito della sinistra, superando i poveri socialisti. E questo complicherà ulteriormente le cose.

   La Spagna è di malumore, in crisi di autostima, in rivolta contro l’establishment e i vecchi partiti — come tutto il mondo — ma senza credere sino in fondo ai nuovi. Pochi anni fa avevano il tennista più forte, il cuoco più bravo, il giudice più onesto, il regista più trasgressivo.

   Ora Nadal è sempre rotto, Ferran Adrià ha chiuso, Garzon è stato estromesso dai suoi stessi colleghi, Almodóvar beccato con i soldi a Panama. La crisi è stata durissima: un panorama di gru e cantieri interrotti, senzatetto sotto i portici delle piazze reali; all’impoverimento si è aggiunta una gara di scandali tra popolari e socialisti; pure l’Infanta Cristina è finita sotto processo, per lei hanno chiesto otto anni, per il marito 19 e mezzo, a giorni il temuto giudice Castro farà conoscere la sentenza.

   Ora il Paese si è un po’ ripreso, la crescita è buona, la Germania — che controlla il debito pubblico — ha dato una mano, l’Europa di conseguenza pure: tollera un deficit al 5%, il doppio di quello italiano. I disoccupati sono scesi sotto i 4 milioni, ma è un dato difficile da festeggiare; anche perché non include chi si è arreso e il lavoro neppure lo cerca più. La vera arma del premier Rajoy è l’ascesa dell’uomo con il codone da tanguero che spaventa i moderati: EL COLETA, PABLO IGLESIAS.

IGLESIAS: IL MESSIA

I suoi comizi sono imperdibili. Messe laiche, dove lui è al contempo il sacerdote e la divinità. Ride e piange, grida e sussurra. Bacia tutti sulla bocca, donne e uomini: a Barcellona ha ribaciato a fior di labbra Xavier Domenech, l’alleato catalano, come già aveva fatto in Parlamento per lo scandalo del re, da cui Iglesias va in jeans e camicia bianca aperta.

   Molto simpatico, molto carismatico, del tutto inaffidabile: «È un camaleonte. Un mutante. Al mattino è comunista, a pranzo peronista, il pomeriggio anarchico, la sera socialdemocratico, la notte patriota» ha detto di lui Susana Diaz, presidente dell’Andalusia e donna forte del partito socialista. L’ultimo slogan di Iglesias in effetti è «La patria eres tu», la patria sei tu.

   «È la riformulazione postmoderna e addolcita del fascismo — dice Javier Cercas, lo scrittore che ha compiuto il miracolo di vendere milioni di copie con un libro sulla guerra civile, Soldati di Salamina —. Lo schema del bene contro il male, della Spagna contro l’anti Spagna è un argomento ricorrente nella nostra storia. José Antonio diceva di preferire i comunisti ai borghesi; oggi Podemos dice che i populisti sono meglio della casta, e loro sapranno volgere il populismo a sinistra. È un’operazione spregiudicata, ma avrà successo, perché il Paese è percorso da pulsioni disperate e irrazionali».

   I più disperati sono i socialisti. A meno di clamorose rimonte, il bel ragazzo PEDRO SÁNCHEZ vive i suoi ultimi giorni da segretario. Se a Iglesias riuscirà il Sorpasso, come lo chiama — El Coleta parla perfettamente l’italiano e cita di continuo Gramsci e Berlinguer —, Sánchez dovrà andarsene e il suo successore sarà indicato dalla Diaz; che potrebbe anche indicare se stessa.

   Il Psoe si sta rinserrando nel feudo andaluso; e gli andalusi sono contrarissimi all’ipotesi di un governo con Podemos, che vuole concedere il referendum per l’indipendenza ai catalani e ai baschi. Senza le industrie di Barcellona e le banche di Bilbao, alla Spagna profonda resta solo il turismo.

   E poi Psoe e Podemos sono in disaccordo su tutto, dall’economia all’ideologia. «Il mio non è trasformismo, è esercizio di previsioni storiche» filosofeggia Iglesias. Ora ad esempio prevede di distruggere il partito socialista; e ci sta riuscendo. Non a caso il suo bersaglio preferito è l’andaluso Felipe Gonzalez; che lo odia e lo accusa di aver preso soldi dal satrapo venezuelano Chavez.

   LA SERA DEL 26 GIUGNO IL REBUS DEL GOVERNO SI RIPRESENTERÀ TAL QUALE. Spingono per la grande coalizione l’Europa, la Merkel, la Confindustria spagnola, pure la Chiesa: il cardinale Ricardo Blazquez, capo dei vescovi, ha rilasciato alla «sua» radio, Rede Cope, un’intervista preoccupatissima: «Gli spagnoli rischiano di smarrire lo spirito della riconciliazione». Ma per i socialisti governare con i postfranchisti del Pp è impossibile.

   L’idea di Gonzalez e della Diaz è consentire la nascita di un governo dei popolari, che arriveranno primi, con una percentuale attorno al 30%. L’ipotesi più razionale è un accordo tra il Pp e i centristi di CIUDADANOS, sempre rampanti nei sondaggi grazie alla freschezza del giovane leader ALBERT RIVERA — catalano ostile all’indipendenza della Catalogna — ma penalizzati nelle urne. I socialisti potrebbe astenersi, a condizione che il primo ministro non sia più Rajoy. Aznar, che lo detesta, darebbe una mano a individuare un’alternativa che per ora non c’è: si parla della vicepremier Soraya Saenz de Santamaria, o della presidente della comunità di Madrid, Cristina Cifuentes. Ma non sempre la Spagna è stata governata dalla ragione.

LA LEGGE SULLA MEMORIA

Rajoy è gallego come Franco e partecipe della sua «retranca», una forma astuta e zitta di attendismo; per il resto, è un democristiano che ha fatto quello che la Merkel gli ha detto di fare. Nell’infuocato Consiglio europeo sulla Brexit, in cui i leader si sono scannati per un giorno intero sui diritti degli emigrati nel Regno Unito, Rajoy in difesa dei 200 mila spagnoli di Londra ha fatto un solo intervento di 47 parole. Tacere e aspettare.

   Ora imposta la campagna elettorale contro i sindaci di Podemos appoggiati dai socialisti, Ada Colau a Barcellona e Manuela Carmena a Madrid, che «governano con gli estremisti di Okupa ma ospitano Varufakis negli hotel da 1.200 euro a notte; e soprattutto riaprono ferite cicatrizzate dalla storia».

   Nelle due capitali si sta applicando la legge sulla memoria voluta da Zapatero, e si stilano liste di nomi di strade e piazze da cancellare. «A Madrid hanno tolto anche la lapide che commemorava quattro sacerdoti trucidati dai repubblicani — lamenta José Luis Restan, che di Cope è direttore editoriale —. Poi hanno scoperto che non erano franchisti; erano martiri. Così hanno dovuto rimettere la lapide al suo posto. Questo non ha impedito all’assessore alla Cultura, Celia Mayer, di dire che non c’è stata riconciliazione tra gli spagnoli perché non c’è stata giustizia. Ma questi della guerra civile non sanno nulla. Nulla! Sono nati con la democrazia. Pensano che la Spagna sia stata trasformata in un mattatoio solo da Franco e ignorano i massacri degli stalinisti. Il radicalismo culturale di Zapatero ha risvegliato lo spettro della guerra civile, che ora viene evocato da una nuova generazione ancora più radicale. Senza Zapatero non avremmo Podemos. Che non a caso rinnega la transizione e chiede una nuova Carta costituzionale».

   Nell’attesa, la sindaca di Madrid dà il benvenuto ai migranti: «Welcome refugees» ha fatto scrivere in inglese sul municipio. Finora però i rifugiati sono appena 124; forse ne arrivano altri 426, ma dopo le elezioni; mentre a Ceuta e a Melilla, città spagnole in Marocco, ai migranti si spara da dietro il filo spinato.

   E comunque qualsiasi discorso sulla Spagna, anche il più severo, sarebbe incompleto se non restituisse almeno in parte il calore, la vitalità, il respiro di questo grande Paese: il terzo più visitato al mondo — con il Nord Africa chiuso ai turisti si annuncia un’estate record —, la terza lingua più parlata, e il fascino profondo di una terra latina come la nostra ma più vasta, più silenziosa, più fiera, talora al limite del suicidio. (Aldo Cazzullo)

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