Il REGNO UNITO si chiude in se stesso, rinunciando all’Europa e abbandonato dalla stessa cultura anglofona cosmopolita cui è all’origine – E rischia l’implosione e la divisione: tra città e periferie, tra giovani e anziani, con SCOZIA e IRLANDA DEL NORD che vogliono andarsene – E riuscirà l’EUROPA a rifondarsi?

da IL CORRIERE DELLA SERA del 29/6/2016
da IL CORRIERE DELLA SERA del 29/6/2016

   Il 23 giugno il popolo britannico si è espresso a favore dell’abbandono del Regno Unito dall’Unione Europea. Un risultato ottenuto con meno del 2 per cento di scarto. Un margine ridotto, in termini elettorali, ma con conseguenze certamente storiche, preoccupanti, imprevedibili.

Il BREXIT ha trionfato in INGHILTERRA, GALLES e nelle AREE RURALI. I voti CONTRO il DIVORZIO fra REGNO UNITO e UNIONE EUROPEA, invece, hanno prevalso in SCOZIA, IRLANDA DEL NORD e nelle GRANDI CITTÀ, con una tendenza più europeiste nelle aree più ricche del Paese. L'immagine del voto non lascia dubbi: se a livello nazionale il "Leave" ha vinto con quasi il 52% dei voti, in INGHILTERRA e GALLES questa percentuale sale al 53%, per crollare al 44% in IRLANDA DEL NORD e al 38% in SCOZIA (…). Percentuali altissime per il "REMAIN" nei distretti centrali di LONDRA, con il 75% a ISLINGTON, il 69% a KENSINGTON and CHELSEA e il 79% a LAMBETH. (da www.ilgiornale.it/ )
Il BREXIT ha trionfato in INGHILTERRA, GALLES e nelle AREE RURALI. I voti CONTRO il DIVORZIO fra REGNO UNITO e UNIONE EUROPEA, invece, hanno prevalso in SCOZIA, IRLANDA DEL NORD e nelle GRANDI CITTÀ, con una tendenza più europeiste nelle aree più ricche del Paese. L’immagine del voto non lascia dubbi: se a livello nazionale il “Leave” ha vinto con quasi il 52% dei voti, in INGHILTERRA e GALLES questa percentuale sale al 53%, per crollare al 44% in IRLANDA DEL NORD e al 38% in SCOZIA (…). Percentuali altissime per il “REMAIN” nei distretti centrali di LONDRA, con il 75% a ISLINGTON, il 69% a KENSINGTON and CHELSEA e il 79% a LAMBETH. (da http://www.ilgiornale.it/ )

   Il Brexit, cioè come è stata chiamata la campagna per l’uscita dalla UE (parola composta da BRitain ed EXIT) ha trionfato in Inghilterra, in Galles e nelle aree rurali. I voti contro il divorzio invece hanno prevalso in Scozia, Irlanda del Nord e nelle grandi città, con tendenze più europeiste nelle aree più ricche del Paese. Pertanto una delle divisioni più evidenti e più immediate è quella geografica: appunto Scozia e Irlanda del Nord – più la città di Londra – si sono espresse a maggioranza per il “Remain”, mentre Inghilterra e Galles per il “Leave”. Se a livello nazionale il “Leave” ha vinto con quasi il 52% dei voti, in Inghilterra e Galles questa percentuale sale al 53%, per crollare al 44% in Irlanda del Nord e al 38% in Scozia, Percentuali altissime per il “Remain” le troviamo nei distretti centrali di Londra

   Una seconda dimensione, ancor più delicata e complessa da interpretare, è quella generazionale: la partecipazione al voto è stata maggiore per le fasce più anziane: i dati danno un’affluenza sensibilmente minoritaria sotto i 25 anni, sopra il 50 per cento tra i 25-34, per poi salire via via sin oltre l’80 per cento per gli over 65. E l’orientamento di voto ha visto il prevalere del “leave” per le fasce più anziane della popolazione (over 50) e invece del “remain” per quelle più giovani.

La premier scozzese NICOLA STURGEON ha dichiarato: «adesso una nuova consultazione è altamente probabile perché portare la Scozia fuori dalla Ue contro la volontà degli scozzesi è democraticamente inaccettabile»
La premier scozzese NICOLA STURGEON ha dichiarato: «adesso una nuova consultazione è altamente probabile perché portare la Scozia fuori dalla Ue contro la volontà degli scozzesi è democraticamente inaccettabile»

   Il paradosso è che questo voto finirà per impoverire ancora di più chi già è più vulnerabile economicamente, e pertanto inciderà in particolare sui ceti meno abbienti.

   Il “pentimento” sembra esserci stato subito (in una parte della popolazione che ha votato per l’uscita). Ma ben più delusi e arrabbiati sembrano essere la minoranza che seppur di poco ha perso e deve subire questo provvedimento epocale. Da qui forse nasce l’improbabile (che si avveri) ma massiccia richiesta di quasi tre milioni di britannici per una legge che permetta di rivotare. Insieme a molti londinesi che chiedono addirittura la secessione di Londra. Tutte cose, appunto, del tutto improbabili a realizzarsi.

   Ma è anche vero che ci sono dei territori che dimostrano autonomia e sovranità indipendente rispetto alla dominante Inghilterra; e che stanno concretamente pensando di andarsene dal Regno Unito. Ecco così la proposta di un altro referendum della Scozia per uscire dalla Gran Bretagna e una iniziativa, sempre della SCOZIA, per bloccare l’esito di questo referendum appena svolto voluto da Cameron, e far sì che il governo scozzese diventi il primo e nuovo interlocutore oltre Manica dell’Unione europea.

BREGREXIT - Neologismo segnalato dalla stampa britannica che unisce «Brexit» e «regret», che significa pentirsi. Descrive tutti quei sostenitori del Leave che adesso si stanno rammaricando per il voto espresso
BREGREXIT – Neologismo segnalato dalla stampa britannica che unisce «Brexit» e «regret», che significa pentirsi. Descrive tutti quei sostenitori del Leave che adesso si stanno rammaricando per il voto espresso

   E poi c’è (ancor più pericoloso per il governo centrale) il pronunciamento per la riunificazione con l’Irlanda dei deputati cattolici dell’IRLANDA DEL NORD: uno stato di rivolte e di crisi storicamente sanguinose, e che ora potrebbero avere nuovi sviluppi.

   Ma c’è anche la proposta lanciata dal sito change.org e riportata ampiamente dalla stampa, relativa alla possibile separazione della CITY OF LONDON dal resto dell’Inghilterra (Londra “Città Stato”…).

   Le richieste mirano a mantenere le tre aree in questione all’interno della Ue, in considerazione del fatto che la maggioranza dei cittadini lì residenti ha votato per rimanere nell’Unione e non per lasciarla.    In effetti solo la Scozia potrebbe avere i titoli per rimanere nell’Unione Europea: perché, in base ai trattati europei, è una nazione con una identità culturale, geografica e storica ben definita. Un suo Parlamento e un autonomia riconosciuta.

   La Scozia s’è dunque massicciamente schierata per rimanere nella Ue, con una media di 63,4% su tutto il territorio e il 74,4% nella capitale Edimburgo. La premier scozzese NICOLA STURGEON ha dichiarato: «adesso una nuova consultazione è altamente probabile perché portare la Scozia fuori dalla Ue contro la volontà degli scozzesi è democraticamente inaccettabile». Tutte le 32 circoscrizioni scozzesi hanno in blocco scelto di stare nella UE.

   In questo difficile, paradossale passato mese di giugno (conclusosi con le 42 vittime dell’attento terrorista all’aeroporto di Istanbul), non si può dimenticare le elezioni spagnole. In Spagna domenica 26 giugno scorso, a poche ore dalla Brexit, ha prevalso nel voto sicuramente un riflesso d’ordine che ha aiutato l’affermazione di Rayoj (l’attuale premier), e il Psoe che resta al secondo posto pure al suo livello storico più basso, penalizzando le aspettative dell’alleanza di sinistra, non nazionalista né populista, Unidos Podemos.

NIGEL FARAGE, VERO VINCITORE DEL REFERENDUM, ultranazionalista leader del Partito per l'Indipendenza del Regno Unito (UK Independence Party, UKIP)
NIGEL FARAGE, VERO VINCITORE DEL REFERENDUM, ultranazionalista leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UK Independence Party, UKIP)

   Lo choc britannico, la scelta di andarsene del Regno Unito dall’Europa, forse ha un po’ intimorito (terrorizzato?) gli europei (a partire dagli spagnoli). In effetti anche da noi si percepisce questa strana sensazione, questo “dispiacere”, che un Paese, un popolo, che in fondo ha “imposto” più di tutti i suoi caratteri culturali al mondo intero (pensiamo in particolare alla lingua inglese…), e che ora si separa non solo geograficamente da un più o meno sentito “sentimento europeo”, ma anche “da se stesso”… tutto questo non sia per niente una buona cosa.

   Impensabile che la lingua degli aeroporti, della comunicazione, della ricerca scientifica…di tutto il vivere nel mondo globale, l’INGLESE, e IL MODO DI ESSERE che ha portato, venga ora soppiantato. E’ oramai in noi, nel villaggio mondo, mentre incredibilmente chi ha dato origine a quella cultura anglofona che fa parte del nostro vivere (piaccia o non piaccia), quei padri e quelle madri, tentano un’avventura isolazionista, cui nessuno crede possa essere loro utile. (s.m.)

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BREXIT, UNA LEZIONE PER L’ITALIA

di Sabino Cassese, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2016

– Su consultazioni così importanti è meglio non aggiungere un carico politico –

   «L’Europa vive di crisi», disse il cancelliere tedesco Helmut Schmidt in una conferenza tenuta a Londra nel 1974. Ora alle crisi in corso (quella economica e quella migratoria) si aggiunge l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, dettata da tre motivi: la percezione di esser invasi da stranieri (ma sono solo il decimo della popolazione, contro il sesto di Austria, Svezia e Belgio); l’antico senso di superiorità, alimentato dall’ammirazione francese per la civiltà inglese (si pensi a Montesquieu e a Voltaire) e dalla critica britannica della rivoluzione francese (si pensi a Burke); l’orgoglio della piccola nazione che per lungo tempo ha dominato il mondo.

   Il Regno Unito, entrato nell’Unione Europea un quindicennio dopo la sua istituzione, da un lato è stato sempre sulla porta, chiedendo continue clausole di esonero, dall’altro ha influenzato fortemente la costruzione europea con la sua prevalente ideologia liberista e l’amore per la regolazione e le autorità indipendenti.

   Ora cade l’accordo raggiunto il febbraio scorso per la permanenza del Regno Unito nell’Unione e inizia un negoziato molto complesso. Le linee guida del negoziato saranno definite all’unanimità dal Consiglio europeo, in cui siedono i 27 governi. Sarà scelto un negoziatore. Alla fine, l’accordo dovrà essere approvato prima dal Consiglio con una maggioranza del 72% rappresentativa del 65% della popolazione europea, poi dal Parlamento europeo con una maggioranza semplice.

   Alla fine, senza drammatizzare e senza tergiversare, 73 componenti del Parlamento europeo, 24 membri del Comitato delle regioni, 25 membri del Comitato economico e sociale dovranno prendere la strada di casa, mentre è probabile che i quasi 1.500 funzionari della Commissione e di altri organi amministrativi possano restare a Bruxelles.

   Il Regno Unito spenderà meno (contribuisce all’Unione – grazie a un trattamento di favore rispetto agli altri Stati – con 11 miliardi, ne riceve 7), ma perderà molto (i benefici derivanti dal solo mercato unico sono equivalenti a una cifra oscillante tra 5 e 15 volte il contributo netto del Regno Unito all’Unione).

   La decisione suicida, raggiunta da una minoranza (ha optato per uscire il 37 per cento degli aventi diritto al voto), ha lasciato una larga parte della popolazione inglese in uno stato di choc non diverso – è stato notato da uno studioso britannico – da quello che seguì l’esecuzione di Carlo I nel 1649 o la dichiarazione di guerra nel 1939.

   Poiché il Regno Unito non può fare a meno dell’Unione, ad esso restano solo TRE SOLUZIONI. UNA è quella della SVIZZERA, che ha circa 120 accordi con l’Unione europea. L’ALTRA è quella di un ACCORDO DI ASSOCIAZIONE (l’Unione ne ha moltissimi, con Paesi che vanno dall’EGITTO all’UCRAINA). L’ULTIMA è l’ADESIONE ALLO SPAZIO ECONOMICO EUROPEO, una sorta di unione meno sviluppata.

   La conseguenza è che IL REGNO UNITO PRIMA STAVA NELLA «STANZA DEI BOTTONI», ORA DOVRÀ NEGOZIARE; le condizioni non saranno sempre quelle dettate dal suo esclusivo interesse; troverà lo SCOGLIO DELLA LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE, uno dei quattro pilastri dell’Unione.

   L’altra parte, L’UNIONE ESCE DA QUESTA VICENDA INDEBOLITA (perché perde uno dei 28 membri), MA ANCHE RAFFORZATA (mai come in questo caso sì è formata una opinione pubblica europea: basti pensare all’effetto di rimbalzo avuto dalla vicenda inglese sulle elezioni spagnole).

   Ora tutti chiederanno all’Unione più capacità di decisione. Ma questo vuol dire un RUOLO MINORE PER IL CONSIGLIO (dove siedono i governi), PIÙ FORTE PER LA COMMISSIONE (che rappresenta lo «spirito comunitario») e MENO DECISIONI PRESE ALL’UNANIMITÀ (dove tutti hanno un potere di veto), PIÙ DECISIONI ADOTTATE A MAGGIORANZA (dove gli Stati possono essere costretti a seguire scelte che non condividono).

   Ciò comporta un ulteriore PASSO INDIETRO DEI GOVERNI NAZIONALI, che vogliono tenere al guinzaglio l’Unione, comportandosi come padri che impediscono al figlio di allontanarsi troppo da casa. Un atteggiamento condiviso dalla stessa Germania, che insiste perché gli Stati rimangano «padroni dei trattati».

   Un referendum come quello inglese non sarebbe stato possibile in Italia, dove saggiamente la Costituzione non l’ammette per le leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Dal referendum inglese c’è però una lezione che possiamo trarre per l’Italia. Il referendum è un esempio di «single issue politics». Con esso si chiede al popolo una cosa sola. Caricarlo di altri significati, facendolo diventare una decisione su problemi complessi, ne snatura la funzione e sottopone a sentimenti, umori, ideologie collettivi compiti che per le nostre democrazie spettano ai Parlamenti. (Sabino Cassese)

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LA SCOSSA CHE HA CAMBIATO L’EUROPA

da “il Corriere della Sera” del 25/6/2016

– Lo 0,008 % del pianeta ha scompaginato tutto –

   Poco meno di un anno fa, migliaia di greci in piazza Syntagma cantarono e ballarono tutta la notte dopo il grande «No» al referendum sul salvataggio europeo. Il mattino dopo il governo che li aveva chiamati alle urne, si arrendeva alla troika. Venerdì 24 giugno a Lombard Street, nel cuore dell’antica City di Londra, i sudditi britannici che a livello nazionale avevano appena scelto di divorziare dall’Unione Europea con il 51,9 per cento dei voti non si lasciavano sfuggire neanche un lampo di trionfo negli occhi. Ciascuno attendeva alla propria routine come se la notte prima non fosse successo niente, eppure tutti sapevano che questa non è la Grecia: nel Regno Unito quando il popolo vota non si torna mai indietro sulla sua volontà.

LA STRADA VERSO LE URNE

Le differenze fra i due referendum, paradossalmente, finiscono qui. Come un anno fa Alexis Tsipras, così il suo pari grado di Londra David Cameron aveva finito per vedere nella chiamata alle urne un diversivo tattico per divincolarsi quando ormai si sentiva alle corde.

   Il premier di Atene non sapeva più come resistere alla pressione degli altri governi dell’euro, quello di Londra doveva gestire una minaccia anche più insidiosa: i suoi alleati di partito; in nome loro, ha scelto di giocarsi al tavolo verde il destino del Regno pur di non rischiare una sfida alla propria posizione di leader del partito conservatore e candidato premier.

   Nel 2013 Cameron incassò il sostegno di molti dei suoi stessi parlamentari per un secondo mandato a Downing Street, in cambio di una promessa che a molti allora parve poca cosa: il referendum del 23 giugno. Così l’uomo che aveva trasferito fra i Tory lo stile e l’oratoria di Tony Blair pensava di aver ricacciato nell’ombra anche gli ultranazionalisti dello Ukip.

   Proprio come Tsipras, Cameron ha sottovalutato le implicazioni dell’ingranaggio che aveva innescato. Forse è solo colpa della legge delle conseguenze impreviste, capaci di generare effetti perversi milioni di volte più grandi dell’atto alla loro origine. Forse invece è solo un battito d’ali di farfalla nella foresta amazzonica, da cui parte lo spostamento d’aria capace di diventare uragano sulla Cina.

   Con il referendum dell’altra notte le croci sulle schede di 638 mila persone o lo 0,008% dell’umanità — la differenza decisiva fra Remain e Leave — ha messo in moto spostamenti di migliaia di miliardi su tutti i mercati finanziari del pianeta e sulle risorse di miliardi di persone di centinaia di Paesi.

DOV’È CADUTO IL REMAIN

Cameron non avrebbe mai immaginato in che labirinto si stava cacciando. Forse è stata la sua educazione patrizia da discendente di Re Guglielmo IV a ottundergli il sesto senso grazie al quale i veri leader avvertono gli umori del Paese. Dopo aver passato un decennio a distruggere, interdire e disprezzare tutto quanto sapeva di Europa (fino a bloccare nel 2011 l’inclusione del «fiscal compact» nei trattati europei), Cameron di colpo ha dovuto cambiare ruolo in campagna referendaria.

   Non è mai suonato credibile. Si è ridotto al «Project Fear», cercare di impaurire i suoi stessi elettori con le conseguenze economiche della secessione europea, incapace com’era di fornire una spiegazione positiva, plausibile e anche solo minimamente sentimentale sul perché anche gli inglesi hanno un destino europeo.

   Né lui né i suoi si erano accorti di un rancore più profondo che stava mettendo radici nelle provincie del Regno. Dal 2004 sono cadute le clausole della Ue che limitavano la libera circolazione di alcuni degli ultimi arrivati nel club: polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi. Il centro studi Migration Watch in questi anni ha documentato, smentendo gli impegni del governo, una crescita dell’immigrazione che sta mettendo a nudo l’inadeguatezza di un sistema di welfare britannico martoriato dai tagli di Cameron e del suo ministro delle Finanze George Osborne.

   Ai ritmi attuali nel Paese stanno entrando 330 mila stranieri all’anno e di questo passo nel 2018 due terzi delle autorità locali avranno carenza di posti per i bambini nelle scuole elementari. Per fare posto ai nuovi immigrati bisognerebbe costruire un appartamento nel Regno Unito ogni quattro minuti (anche colpa di politiche che limitano l’offerta per far crescere il valore delle case esistenti).

   Dunque l’immigrazione è diventata l’arma contundente del fronte del Leave. Chi ha votato così, voleva soprattutto chiudere le frontiere. Eppure è successo qualcosa di strano: si sono schierate in massa con la Brexit soprattutto aree del Regno dove la presenza di stranieri è nettamente sotto la media: il NORTHUMBERLAND o CARLISLE nell’Inghilterra del Nord o BOSTON e SOUTH HOLLAND a Est (secondo il Migration Observatory di Oxford); al contrario si sono schierati molto di più per la permanenza nella Ue i distretti ad alta densità di immigrati, fra i quali tutta l’area centrale di Londra, Oxford e Cambridge.

   È una strana dissonanza. Fa pensare che il voto per il Leave contenga soprattutto un messaggio di malessere economico e di paura di chi si sente lasciato indietro, isolato in regioni un tempo industriali, mentre la Gran Bretagna si apre all’Europa e al mondo.

DOPO IL DIVORZIO

Il paradosso è che questo voto finirà per impoverire ancora di più chi già è più vulnerabile, e rischia di trattarsi di uno spreco drammatico. L’anno scorso per esempio il Regno Unito è tornato al record di 1,6 milioni di auto prodotte, raggiunto dieci anni fa, ma ora il settore rischia di crollare. Se Londra è fuori dal mercato interno europeo, le sue auto dovranno pagare un dazio del 10% per entrarvi e questo le metterà fuori mercato. L’indiana Tata ha già fatto capire che chiuderà degli impianti, Bmw rischia di fare altrettanto con le fabbriche della Mini.

   Del resto lo sfondo è fragile: il debito totale dello Stato, delle imprese non finanziarie e delle famiglie in Gran Bretagna supera ancora il 300% del Pil e non è in calo malgrado una ripresa ormai nel suo settimo anno. Il Paese riesce a mantenere il suo tenore di vita solo prendendo in prestito dall’estero somme pari quasi al 5% del proprio reddito nazionale, ma con una sterlina ormai in caduta libera la Gran Bretagna troverà sempre meno creditori disposti a farle ancora fiducia. Per i ceti deboli, quelli che hanno creduto alle promesse del fronte del Leave, si prospetta una fase ancora più dura. Uscire dalla Ue significa per loro rinunciare anche ai requisiti minimi di protezione sociale sul lavoro che in Gran Bretagna prima non c’erano.

IL RAPPORTO CON L’EUROPA

È su questo sfondo che il nuovo governo dovrà ricucire un rapporto con l’Europa, qualunque esso sia. Il governo di Parigi e ancora più quello di Berlino non sono disposti a fare sconti. Se vorrà mantenere l’accesso al mercato unico da mezzo miliardo di consumatori, anche dall’esterno, Londra dovrà accettare il menù completo: inclusa la libera circolazione dei lavoratori dagli altri Paesi, proprio ciò che il referendum ha bocciato.

   Per questo adesso la Germania le offre solo UN «ACCORDO DI ASSOCIAZIONE». Significa che la Gran Bretagna rischia di trovarsi tagliata fuori dal suo unico vero mercato di sbocco, con le banche della City e i fondi d’investimento privati del «passaporto» per operare con il resto d’Europa.

   Nessuno se ne può rallegrare. È anche questo un sintomo di disintegrazione della struttura fondata con il TRATTATO DI ROMA nel 1957. È soprattutto un precedente destinato a creare nei mercati attesa per la prossima secessione di un altro Paese. Forse potrebbe convocare un referendum per l’uscita il leader populista olandese GEERT WILDERS, forse potrebbe farlo il governo nazionalista polacco.

   Di certo questa sindrome da declino colpisce in primo luogo i Paesi più fragili come l’Italia, soprattutto nei titoli azionari del settore finanziario che la Banca centrale europea non può proteggere. Non è un caso se nei corridoi di Bruxelles e nei mercati sia tornata l’ipotesi che l’Italia chieda prima o poi un sostegno leggero del Meccanismo europeo di stabilità per ancorare le proprie banche: ma è uno scenario che nessuno a Roma contempla.

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Il reportage

LA RABBIA DEGLI SCOZZESI “CHIEDEREMO L’INDIPENDENZA”

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 25/6/2016

– Hanno votato in massa per restare nell’Unione, ma ora si ritrovano tagliati fuori. “Ci prenderemo la nostra rivincita, terremo un nuovo referendum”-

EDIMBURGO – «Siamo stati traditi dagli inglesi che con il Brexit ci trascinano fuori dall’Europa, ma ci prenderemo la nostra rivincita». La frase di John Muir, 43 anni e proprietario di un pub sulla Royal Mile, la via elegante dei quartieri medievali di Edimburgo, riassume il pensiero della maggioranza degli scozzesi.

   Muir si sente tradito perché assieme a due terzi dei suoi concittadini ha inutilmente votato per il Remain. Quanto alla sua rivincita, dovrebbe consistere in un secondo referendum per l’indipendenza, dopo quello perso un anno e mezzo fa dallo Scottish National Party, da tenersi appena possibile.

   Infatti, come ha dichiarato ieri la premier scozzese NICOLA STURGEON, «adesso una nuova consultazione è altamente probabile perché portare la Scozia fuori dalla Ue contro la volontà degli scozzesi è democraticamente inaccettabile». Alle parole della primo ministro e leader del partito indipendentista, ha fatto eco l’hasthtag#indyref2 (referendum per l’indipendenza2), lanciato su Twitter appena annunciata la vittoria del Brexit e presto divenuto virale.    La Scozia s’è dunque massicciamente schierata per rimanere nella Ue, con una media di 63,4% su tutto il territorio e il 74,4% nella capitale. La mappa dei risultati del voto è inequivocabile, perché non una sola macchia blu del Brexit intacca il giallo del Remain, di cui è uniformemente colorata. Ma sebbene tutte le 32 circoscrizioni abbiano in blocco scelto Bruxelles, la nazione si ritrova fuori dall’Unione, contro la sua volontà popolare. Quello che più scotta agli scozzesi è che nel 2014 in molti votarono contro l’indipendenza da Londra proprio perché la coesione al Regno Unito garantiva l’appartenenza all’Europa.

   Perciò, all’ombra del castello della ricca Edimburgo, il malcontento si percepisce ovunque. E la disgregazione dell’Impero britannico potrebbe cominciare proprio da qui, dalla Scozia strappata all’Europa suo malgrado. «Oggi, se Westminster vuole evitare di perderci dovrà darci più poteri, e spero che i nostri governanti sappiano sfruttare a nostro favore la congiuntura perché uscire dalla Ue significa tagliare i ponti con il nostro più importante mercato economico, con conseguenze devastanti per il commercio, gli affari, l’occupazione e quindi i salari», dice con voce autorevole Michael Nett, avvocato di Edimburgo. «Quando si terrà il prossimo referendum? Quando gli indipendentisti saranno sicuri di vincerlo. E non è detto che un nuovo voto sull’autodeterminazione dia loro la vittoria». Già, perché se una Scozia indipendente dovesse rientrare a far parte dell’Ue, con un’Inghilterra che ne è fuori, le frontiere tra le due nazioni creerebbero una quantità di problemi logistici, a cominciare dalla libera circolazione.

   Intanto, però, la Sturgeon ha chiesto un incontro urgente con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. La premier indipendentista ha anche rassicurato i cittadini europei che risiedono in Scozia: «Siete i benvenuti e il vostro contributo è apprezzato».

   Ironia del destino, a peggiorare l’umore degli sconfitti sono state le parole proferite proprio in Scozia, dal suo campo da golf di Turnberry, dall’aspirante candidato repubblicano alle presidenziali americane, Donald Trump: «Vedo un reale parallelo fra il voto per Brexit e la mia campagna negli Stati Uniti». Nel pub di John Muir quando Trump è apparso in tv, tutti i clienti si sono avvicinati allo schermo. Poi, hanno tutti assieme cominciato a urlargli insulti di ogni genere, il cui meno offensivo è stato senz’altro pig, porco. (Pietro Del Re)

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“INDEPENDENCE DAY”, MA PER CHI?

di Pietro Manzini, da LA VOCE.INFO www.lavoce.info/ del 28/6/2016

– Scozia, Irlanda del Nord e città di Londra chiedono l’indipendenza dal Regno Unito per rimanere nell’Unione Europea. In base ai Trattati Ue, solo la prima può farcela, perché è una nazione con una identità culturale, geografica e storica ben definita. Ma si possono immaginare anche altre soluzioni. –

TRE NUOVE RICHIESTE DI INDIPENDENZA

Il 23 giugno 2016 rischia di passare alla storia europea come il “giorno dell’indipendenza” in un senso assai diverso da quello invocato da Nigel Farage, il politico inglese che ha guidato con successo la campagna per la Brexit.

   Non erano passate nemmeno 24 ore dalla proclamazione dell’esito del referendum che già erano state formulate altre tre richieste di “indipendenza” nel Regno Unito. La prima, come ci aspettava, dalla Scozia, la cui prima ministra ha dichiarato che, a seguito della Brexit, la questione dell’indipendenza del suo paese tornava di piena attualità. La seconda avanzata, tra gli altri, dal presidente del Sinn Fein, che ha prospettato un referendum per un’eventuale separazione dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito in vista di una riunificazione con la Repubblica di Irlanda. La terza, lanciata dal sito change.org e riportata ampiamente dalla stampa, relativa alla possibile separazione della City of London dal resto dell’Inghilterra. Le richieste mirano a mantenere le tre aree in questione all’interno della Ue, in considerazione del fatto che la maggioranza dei cittadini lì residenti ha votato per rimanere nell’Unione e non per lasciarla. In base ai trattati europei è possibile che le richieste abbiano successo?

DECIDE L’ARTICOLO 49

L’articolo 49 del trattato Ue prevede che “ogni Stato europeo” che osservi i valori di democrazia, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani può domandare di diventare membro dell’Unione. La richiesta deve essere approvata dal Consiglio all’unanimità e dal Parlamento europeo a maggioranza.

   L’accordo di adesione tra Ue e Stato richiedente viene poi sottoposto alla ratifica di tutti gli Stati membri, che procedono secondo le rispettive norme costituzionali. La mancata ratifica anche di un solo Stato comporta il blocco dell’adesione.

   Già la semplice lettura dell’articolo 49 rende chiaro che ben poche sono le possibilità della City of London di poter aderire, in quanto tale, alla Ue. Non è infatti uno Stato europeo e per diventare tale dovrebbe conquistare un’indipendenza politica dal resto dell’Inghilterra che non sembra all’orizzonte.

   Non molto diversa appare la posizione dell’Irlanda del Nord, sebbene abbia già ora una sua identità nazionale e possieda strutture amministrative e di governo separate, ma non autonome, da quelle centrali. Peraltro se volesse riunificarsi con la Repubblica di Irlanda potrebbe non essere necessario passare per le procedure dell’articolo 49. Infatti, se si seguisse l’esempio della unificazione delle due Germanie, i trattati Ue diventerebbero automaticamente applicabili all’Irlanda del Nord come conseguenza della sua incorporazione nella Repubblica di Irlanda, proprio come si sono estesi di diritto alla Germania dell’Est a seguito dell’incorporazione di quest’ultima nella Germania dell’Ovest. Tuttavia, anche l’Irlanda, per procedere in tal senso, dovrebbe conquistare l’indipendenza politica dal Regno Unito e ciò, allo stato, non sembra realistico, posto che la sua popolazione si è ancora una volta divisa tra cattolici pro-Ue e protestanti pro-Brexit.

IL CASO DELLA SCOZIA

IL CASO LA CUI EVOLUZIONE È PIÙ REALISTICA È QUELLO SCOZZESE. La Scozia è una delle nazioni che formano il Regno Unito con una identità culturale, geografica e storica molto ben definita. Si è decisamente pronunciata per rimanere nell’Unione (62 per cento per “remain”) e ciò ha consentito alla sua prima ministra di affermare che la Brexit trascinerebbe il paese fuori dalla Ue contro la volontà democraticamente espressa dagli scozzesi.

   Meno di due anni fa i cittadini scozzesi si sono espressi mediante referendum per rimanere nel Regno, ma la Brexit determina un cambiamento fondamentale delle circostanze politiche ed economiche che legittima abbondantemente la richiesta di una nuova consultazione referendaria. In caso di dichiarazione di indipendenza, la Scozia potrebbe accedere all’Unione quale Stato europeo mediante la procedura dell’articolo 49, senza che il Regno Unito, nel frattempo receduto, possa opporsi. Forse, data l’eccezionalità delle circostanze, si potrebbe immaginare anche un procedimento ad hoc – governato dalla regola della unanimità degli Stati membri nel Consiglio europeo – che eviti l’interruzione dell’appartenenza della Scozia alla Ue e i tempi della procedura dell’articolo 49.

   Sarebbe poi possibile applicare il diritto e le politiche Ue alla Scozia (e alle altre aree “ribelli”) senza che essa si renda indipendente? Ossia, si può immaginare che nel Regno Unito vi siano aree governate da diversi regimi giuridici – Ue e ‘UK only’? Allo stato non ci sono precedenti, e la soluzione potrebbe rappresentare un precedente sgradito per qualche Stato con movimenti interni separatisti. Tuttavia, con il consenso di tutti gli Stati membri e del Regno Unito, l’ipotesi è giuridicamente percorribile. Si tratterebbe di un regime di semi-indipendenza delle aree in questione del tutto inedito nel campo del diritto internazionale. Ma dato che – secondo il raffinato malaugurio cinese – viviamo in “tempi interessanti”, vale la pena essere creativi. (Pietro Manzini)

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LA RESISTENZA SCOZZESE ALL’USCITA DALL’EUROPA

di Marco Imarisio, da “il Corriere della Sera” del 27/6/2016

– La Scozia si dice pronta a bloccare la Brexit: «Il nostro Parlamento non la ratificherà» – La premier Sturgeon ripesca lo Scotland Act e minaccia il veto: «II Parlamento deve decidere sulla base di quel che è giusto per la Scozia» Nei villaggi gemelli di KELSO (scozzese) e BERWICK UPON TWEED (inglese): ormai li unisce solo Harry PotterNicola Sturgeon in tv: «Noi scozzesi siamo furiosi alla prospettiva di lasciare l’Ue» –

KELSO – L’unica cosa che li tiene insieme è Harry Potter. Se da queste parti il Regno appare ancora unito, il merito va attribuito solo alla creatura di J.K. Rowling. Sotto l’abbazia di Kelso hanno festeggiato lo stesso. Poco importa se il Remain ha perso, i festoni con le bandierine dell’Unione Europea sono ancora appesi ai merli del castello, a tirarli giù non ci pensa proprio nessuno.

   Anche a Berwick upon Tweed hanno celebrato, ma per le ragioni opposte. «Inglesi più che mai» recita uno striscione appeso dietro al bancone del The Brewers Arms. La precisazione è opportuna, in un Paese che nella sua storia è passato di mano una quindicina di volte tra Inghilterra e Scozia. La strada che collega i due villaggi è tappezzata da pubblicità che rimandano al maghetto più famoso del mondo. Chi ha visto i film conosce anche lo scenario, boschi e laghi, foreste e fiumi. In linea d’aria la distanza non è superiore ai quindici chilometri.

   C’è solo una differenza. Kelso è il primo paese dei Borders, la prima regione scozzese a nord dell’Inghilterra, dove il Remain ha battuto il Leave 58,5% contro 41,5%. Berwick upon Tweed è l’ultimo centro abitato del Northumberland, l’ultima regione inglese a sud della Scozia, dove il Leave ha vinto 54,4% contro il 45,6% del Remain. Due mondi uguali, così vicini e così lontani, con i giardini di Alnwick, dove sono state girate le scene del castello di Hogwarts nei primi due film di Harry Potter, a fare da confine immaginario. Almeno per ora.

   «In caso di qualunque atto volto ad abolire l’applicazione dei regolamenti europei in questo Paese, sarà necessario il consenso del Parlamento scozzese». Scotland Act 1998, articolo 29. La vittoria del Leave era così inattesa che non ci aveva pensato nessuno. Neppure il primo ministro Nicola Sturgeon e il suo National party, che nonostante la sconfitta nel referendum del 2014 non ha mai smesso di pensare al modo di salutare per sempre i «Brits». Come anche i suoi connazionali, se è vero che i primi sondaggi fatti dopo la fatal Brexit danno i favorevoli all’indipendenza dalla Gran Bretagna oltre il 60%.

   Ma la strada per un’altra consultazione non è così agevole. Se David Cameron aveva detto che non ci sarebbe stata una seconda volta, figurarsi cosa può dire il suo successore, consapevole del fatto che il 66% degli scozzesi ha scelto il «Remain», sette punti più di Londra. Altro che euroscettici. Entusiasti, piuttosto. Allora per arrivarci serve un incidente di percorso che metta in gioco autonomia e amor proprio di un governo e di un popolo.

   Ed ecco quel paragrafo dello Scotland Act. Sturgeon ne ha subito approfittato. Ieri è apparsa in cinque diverse trasmissioni per ribadire lo stesso concetto. «II Parlamento deve decidere sulla base di quel che è giusto per la Scozia. E noi non voteremo mai per qualcosa che va contro i nostri interessi». A chi le chiedeva se riesce a immaginare la furia degli inglesi che hanno votato per la Brexit se la Scozia provasse a bloccare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il primo ministro ha risposto con fermezza. «Certo che posso, ma è una furia molto simile a quella che provano gli scozzesi, ora che siamo messi davanti alla prospettiva di lasciare l’Ue contro la nostra volontà».

   A ognuno la sua furia, insomma, e se possibile ognuno per sé. Le parole di Sturgeon vanno soppesate con cura, come quell’articolo di legge. L’interpretazione che va per la maggiore sostiene che la negazione del consenso non equivalga al diritto di veto, e il Parlamento scozzese non avrebbe così alcun potere legale per bloccare la Brexit. Ma lo Scotland Act potrebbe essere la chiave per farsi aprire la porta del nuovo referendum.

   Quando è arrivato il turno della Bbc, il primo ministro è andato dritto al punto. «II popolo scozzese troverebbe intollerabile il “no” a nuova consultazione sull’indipendenza, e avverto il futuro primo ministro inglese, chiunque esso sia, di stare attento a non mettersi in questa situazione». Come si vede, la concordia regna sovrana sotto il cielo della Gran Bretagna. E non si vedono i vincitori laddove dovrebbero essere.

   I Tories preparano la lotta per la successione a Cameron e stanno tutti sottocoperta. Qualche esponente del fronte pro Brexit come Liam Fox, un veterano dell’euroscetticismo, ammette con sincerità che i prossimi anni «saranno più difficili di quel che pensavamo». Altri dicono che la campagna del Leave non ha un piano B, non ha mai immaginato altro orizzonte che la vittoria, e adesso deve pensare al da farsi. Ma intanto i villaggi gemelli di Kelso e Berwick upon Tweed sono sempre più distanti l’uno dall’altro. E questa volta per riavvicinarli servirebbe davvero la bacchetta magica di Harry Potter. (Marco Imarisio)

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TRADITI DAI COETANEI DEI BEATLES

di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 25/6/2016

   Per un ragazzo di Londra, l’Europa è la fidanzata spagnola con cui ha amoreggiato durante l’estate del corso Erasmus a Barcellona. Per la vecchietta di Bristol citata dal capo degli ultrà nazionalisti Farage, l’Europa è il migrante nigeriano che attraversa la Manica per togliere il lavoro al figlio inglese della sua vicina. Ha vinto la vecchietta di Bristol, perché ci sono più vecchiette che ragazzi, in questa Europa che non fa più bambini. Non è sconvolgente che a decretare la Brexit sia stata proprio la generazione dei Beatles e dei Rolling Stones, quella che voleva cambiare il mondo e oggi in effetti lo ha cambiato, ma nel senso che se lo è chiuso dietro le spalle a doppia mandata?

   I giovani, i laureati e i londinesi hanno votato in larga maggioranza per restare. Gli anziani, i meno istruiti e gli inglesi di provincia per andarsene. La prova evidente che si è trattato di una scelta di paura, determinata da persone che, non avendo strumenti conoscitivi adeguati, hanno fatto prevalere la pancia sulla testa e la bile sul cuore. Di fronte all’incertezza del futuro, non hanno reagito con la curiosità ma con la chiusura. La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare.

   La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo?

   Una parte di ragione però la vecchietta di Bristol ce l’ha. Molti di coloro che hanno votato «Leave» pensavano di non avere più niente da perdere. Nessuno fa volentieri la rivoluzione, finché avverte il rischio di rimetterci i risparmi o la sanità e la scuola gratuita per i figli. Il patto sociale su cui la Gran Bretagna e l’Europa si sono rette per sessant’anni garantiva a tutti una speranza crescente di benessere. Ma questa Europa con troppa finanza e poca politica non ha fatto nulla per frenare la caduta libera del lavoro, la smagliatura delle reti di protezione e l’impoverimento della piccola borghesia, che oggi la ripaga con la stessa moneta: disprezzandola.

   Un maestro di tennis ti insegna che sul campo ci sono soltanto due posti dove stare: dietro la linea di fondo o sotto rete. Se traccheggi a metà, vieni infilzato. L’Europa è da troppo tempo a metà campo. O ritorna dietro la linea di fondo, come ha appena fatto la vecchietta di Bristol. Oppure decide di scendere sotto rete. Rimettendo al centro del progetto i cittadini, e non i mercati, e unificando il sistema fiscale, l’esercito e la politica estera. Il primo passo verso quegli Stati Uniti d’Europa in cui anche il ragazzo di Londra non vede l’ora di entrare. (Massimo Gramellini)

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LEZIONE INGLESE SUL VOTO DEI GIOVANI

di Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina, da LA VOCE.INFO del 28/6/2016 (www.lavoce.info/)

– Il voto degli elettori più anziani è stato determinante per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma a sopportarne le conseguenze saranno soprattutto i giovani, che in prevalenza volevano rimanere nella Ue. Come dare più peso al voto delle giovani generazioni e il problema dell’astensione. –

LE CONSEGUENZE DEL REFERENDUM

Il 23 giugno 2016 il popolo britannico si è espresso a favore dell’abbandono dell’Unione Europea. Un risultato ottenuto con meno del 2 per cento di scarto. Un margine ridotto, in termini elettorali, ma con conseguenze certamente storiche. Ovviamente, l’esito di un voto non è mai giusto o sbagliato in sé e la decisione va semplicemente accettata e rispettata. Ci sono, tuttavia, alcune questioni che questo referendum mette in evidenza rispetto alla spaccatura che si è determinata nel paese sulle dimensioni territoriale e generazionale, oltre che su quella sociale.

UN VOTO CHE SPACCA

UNA DELLE DIVISIONI PIÙ EVIDENTI E PIÙ IMMEDIATE È QUELLA GEOGRAFICA: Scozia e Irlanda del Nord – più la città di Londra – si sono espresse a maggioranza per il “Remain”, mentre Inghilterra e Galles per il “Leave”. Il distacco della Gran Bretagna dall’Unione potrebbe quindi avere come conseguenza una divisione interna del paese. Scozia e Irlanda del Nord hanno espresso una propria volontà che però è stata annullata da una volontà opposta altrui. Assecondando le mai sopite spinte indipendentiste, potrebbero volersi mettere nella condizione di decidere da sole per il proprio futuro. Le affermazioni della premier scozzese vanno già in questa direzione. UNA SECONDA DIMENSIONE, ANCOR PIÙ DELICATA E COMPLESSA DA MANEGGIARE E INTERPRETARE, È QUELLA GENERAZIONALE. Da un lato, confermando una tendenza abbastanza consolidata, la partecipazione al voto è stata maggiore per le fasce più anziane (i dati provvisori danno un’affluenza sensibilmente minoritaria sotto i 25 anni, sopra il 50 per cento tra i 25-34, per poi salire via via sin oltre l’80 per cento per gli over 65). D’altro lato, l’orientamento di voto ha visto il prevalere del “leave” per le fasce più anziane della popolazione (over 50) e invece del “remain” per quelle più giovani.

   Perché tutto ciò è particolarmente interessante? Perché qualunque siano le conseguenze del voto, chi dovrà subirle maggiormente sono proprio coloro che non avrebbero voluto lasciare l’Unione Europea. Come varie indagini e ricerche evidenziano, esiste un atteggiamento ambivalente delle nuove generazioni nei confronti dell’Europa. Da un lato, i giovani sono molto critici su come è stato sinora realizzato il progetto europeo, d’altro lato si identificano in valori comuni, riconoscono potenzialità e opportunità di mobilità.

   Secondo i dati del “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo, riferiti a un approfondimento internazionale condotto a luglio 2015, quasi il 60 per cento degli inglesi tra i 18 e i 30 anni considera favorevolmente la possibilità di spostarsi liberamente per fare esperienze di studio e lavoro in altri paesi europei.    Insomma, il ritratto è quello di una generazione che più che veder smantellato il progetto europeo lo vorrebbe rilanciato e migliorato. Un’alta astensione, ma con prevalenza del “remain”, esprime coerentemente questa posizione: il desiderio di non uscire, ma dando anche un segnale di forte insoddisfazione e incertezza su questa Europa. Il “sì” non entusiasta dei giovani è stato però spazzato via dal “no” pieno e convinto delle generazioni più anziane.

UN VOTO DA PONDERARE BENE

Al di là del caso Brexit, proviamo a valutare la questione in termini più generali. Pensiamo a una situazione in cui si deve votare su un tema che tocca soprattutto il futuro delle nuove generazioni e che vi sia un orientamento diverso tra giovani e anziani.

   Va bene che prevalga l’esito voluto dagli anziani? Si può rispondere “sì” solo se si è convinti che le vecchie generazioni conoscano meglio ciò che è bene per il futuro dei giovani. Si può rispondere “no” se si considera che a beneficiare o a subire le conseguenze delle scelte di oggi sul domani saranno soprattutto le nuove generazioni. In quest’ultimo caso, va favorita la possibilità che il loro peso eserciti il giusto rilievo sulla decisione finale. Questo peso, però, si sta indebolendo sempre di più nelle società moderne avanzate per l’invecchiamento della popolazione.

   Una possibile proposta (che garantisce comunque il principio di uguaglianza tra cittadini sul voto) è assegnare allo stesso elettore un voto con peso maggiore quando è giovane e più ridotto quando è anziano.  Ne abbiamo fornito una simulazione in un nostro precedente articolo, dove si mostra anche come il meccanismo consentirebbe solo in parte di contenere la perdita di peso giovanile dovuta all’invecchiamento.    Da tener separato è invece il tema dell’astensione che può essere dovuta ai motivi più diversi. Possiamo interpretare il fenomeno come indifferenza rispetto ai possibili esiti. Oppure come ignoranza sul quesito posto. O ancora, possiamo pensare che per i giovani le strategie diverse da quelle degli anziani: potrebbero preferire spostarsi (“exit”) al votare (“voice”). Ci può essere sfiducia nelle istituzioni o anche nel potere che il proprio singolo voto possa davvero cambiare le cose. Rispetto a tutto questo, il voto ponderato potrebbe avere effetti benefici, chiarendo in maniera esplicita che sarà esclusivamente una responsabilità generazionale quella di farsi sovrastare o meno dalle scelte degli elettori più maturi.

   È doveroso ridurre le condizioni di svantaggio delle nuove generazioni, ma se non saranno i giovani stessi a chiarirsi le idee sul proprio futuro e sulle decisioni da prendere, nessuna ponderazione potrà aiutarli. (Paolo Balduzzi e Alessandro Rosina)

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QUEI GIOVANI CHE HANNO DISERTATO IL VOTO

di Linda Laura Sabbadini, da “la Stampa” del 27/6/2016

   C’è stato un conflitto generazionale dietro i risultati di Brexit? Anziani sotto tiro, sono loro la causa di Brexit, contro i giovani convinti dell’Europa. Né l’una né l’altra delle affermazioni è confermata dai dati. Partiamo dai giovani.

   La verità è che, se i dati commentati da Enrico Letta, e stimati anche da Ipsos, sono corretti, sono andati a votare in pochi, il 36% tra i 18 e 24 anni contro più dell’80% degli ultrasessantacinquenni. Il che vuol dire che i giovani non sono proprio scesi in campo.

   Ma ciò è avvenuto per un referendum in cui c’è stata una grande partecipazione popolare, come il Regno Unito non vedeva da tempo, dal 1992, oltre il 70%, a fronte di un 50% delle ultime elezioni. Il primo interrogativo che dovremmo porci è perché i giovani non si sono interessati a Brexit, e gli altri sì. Il 75% dei giovani, stimato prima delle elezioni, e quindi difficile da considerare, avrebbe votato contro Brexit, per il «remain» ma, attenzione, si tratterebbe del 75% del 36% che ha votato contro Brexit, cioè solo di poco più del 10% dei giovani britannici.

   Tutti gli altri a casa, disinteressati, o disinformati. Possono essere questi rappresentativi dei giovani al punto da considerarli parte di un conflitto generazionale? Assolutamente no.

   Ma veniamo agli anziani. Può essere che abbiano votato in tanti per Brexit. Ma possono gli anziani da soli aver determinato questa vittoria? No, sono troppo pochi. Gli anziani nel Regno Unito rappresentano il 22% della popolazione, ma secondo la stima Ipsos Mori hanno raggiunto il 29% tra i votanti.

   I sondaggi di Ipsos Mori prima del referendum evidenziavano una maggiore tendenza anche delle classi sociali basse a schierarsi per uscire dall’Ue, pure tra i giovani, specie con titolo di studio più basso. Chi si schierava per uscire dall’Ue lo faceva molto per paura, degli immigrati e per le difficoltà economiche che incontrava. I giovani rappresentano il 29% della popolazione e il 22% dei votanti. la scarsa partecipazione al voto dei giovani, tendenzialmente più favorevoli all’Europa, ha penalizzato il fronte del «remain».

   Ma perché la generazione dell’Erasmus, dell’Europa senza confini non si è attivata e non è andata neanche a votare? Il Regno Unito è chiaramente un Paese spaccato a metà, ma non è emerso nessun conflitto generazionale, semplicemente perché i giovani si sono defilati dal voto e gli anziani da soli non avrebbero potuto determinarlo.

   Ma voglio porre un problema a mio avviso più grave su cui soffermarci. I cittadini del Regno Unito non brillano, in generale, per «patriottismo europeo». L’indagine condotta dalla Commissione Europea nel 2015, Eurobarometro, rilevava che il 64% dei cittadini britannici si sentono solo tali, piuttosto che anche europei. Era il Paese in cui questa percentuale si presentava più alta, contro una media del 38% di tutta Europa. E, attenzione, neanche tra i giovani la maggioranza si sentiva, insieme, britannica ed europea. I cittadini del Regno Unito sono anche quelli tra gli europei che conoscono meno i diritti come europei, e questo anche tra i giovani.

   Stiamo attenti quindi quando analizziamo i dati. Non semplifichiamo troppo l’analisi, non forziamola; certo i giovani si sentono un po’ più europei degli adulti e degli anziani, ma il problema è che la coscienza europea è bassa e, quindi, diventa fragile, soprattutto in momenti critici come questi, quando il referendum per l’uscita dall’Europa può diventare la canalizzazione di uno scontento che riguarda altri aspetti. C’è da chiedersi quanta informazione seria è stata diffusa alla vigilia del voto, quanto abbia giocato la demagogia, la paura, le migrazioni.

   E non si può che richiamare l’attenzione sull’irresponsabilità da parte dell’inquilino di Downing Street nell’usare una questione così delicata in un momento così critico, per semplici giochi di potere. Cameron avrebbe dovuto sapere che la coscienza europea nel suo Paese era così bassa e che quindi esponeva il Paese e l’Europa tutta a rischi elevati. Il Regno Unito merita di meglio che politici così spregiudicati, specie in questo momento.

   Ma questa va considerata come una lezione per tutti.    Quanto realmente in tutti i nostri Paesi la coscienza europea è incardinata e viva? Quanto un referendum può spazzarla via per motivi estranei al referendum stesso? Forse mai prima d’ora, seppure per uno choc così enorme come l’uscita dall’Unione di uno Stato membro così importante, un tema riguardante l’Unione era stato così sentito, discusso, partecipato, sofferto. Se la classe dirigente europea saprà farsi tale ed affrontare le cause profonde, l’Europa, seppur ferita, muoverà i suoi passi verso la formazione di un popolo e di una diffusa coscienza europea. Ma tutto ciò non potrà venire solo dall’alto. I giovani a questo punto devono farsi avanti. (Linda Laura Sabbadini)

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LA SCOZIA VUOLE TRATTATIVE «IMMEDIATE» CON LA UE

di L.Mais. da “il Sole 24ore” del 26/6/2016

– Un Regno disunito. La leader Nicola Sturgeon decisa a «proteggere il nostro posto nell’Unione», anche a costo di convocare un secondo referendum sull’indipendenza –

LONDRA – La dissoluzione del Regno Unito accelera mentre Londra cerca di rallentare la procedura di distacco dall’Unione Europea, riaffermando di non avere alcuna fretta di muovere il passo formale.

   I nuovi sussulti del terremoto britannico muovono dall’estremo sud al profondo nord, fino alle contee più occidentali, unendo in un triangolo Scozia, Londra e Irlanda del Nord. Avevano detto subito di non poter subire la volontà anglo-gallese, maggioritaria per qualche centinaio di migliaia di voti e ieri gli annunci sono divenuti passi concreti.

   Nicola Sturgeon first minister del governo autonomo di Edimburgo ha riunito il suo esecutivo e ha confermato che «avvierà subito colloqui con Bruxelles per capire come proteggere il posto della Scozia nell’Unione europea». Nel frattempo ha confermato che cominciano «i lavori per preparare un secondo referendum» sull’indipendenza di Edimburgo. Scenario «altamente probabile», ha detto la leader nazionalista. La strategia messa a punto da Edimburgo è quindi chiara: se non sarà possibile preservare la condizione di membro Ue della Scozia, lowlands e highlands andranno la seconda volta al voto per la secessione dal Regno Unito.

   L’azione si muoverà in parallelo. Via subito ai colloqui con Bruxelles e via, al tempo stesso, alle procedure parlamentari per mettere a punto la legislazione necessaria per un nuovo referendum nelle terre oltre il Vallo. Nicola Sturgeon ha già chiarito che il quadro creato dalla consultazione del 23 giugno con “sì” all’Europa di scozzesi, nordirlandesi, londinesi e il “no” di inglesi e gallesi, crea «quel contesto di materiale cambiamento» utile e sufficiente per indire un altro referendum sull’indipendenza di Edimburgo.

   Molto più problematico resta il contesto dell’Ulster. La chiamata di Martin Mc Guinness, ex comandante della colonna di Derry dell’Ira, esponente di punta dello Sinn Fein e vice premier nel governo locale, per un referendum sulla riunificazione con Dublino, non avrà vita semplice visto il “no” degli unionisti democratici partner nel governo locale e fedeli alla volontà di Londra.

   La complessità riguarda il riemergere delle tensioni sopite proprio dall’osmosi creata anche dalla Ue fra il fianco sud repubblicano e indipendente e quello nord, sotto la corona britannica, dell’isola. Se lo Sinn Fein insisterà per il referendum si andrà verso una nuova radicalizzazione del clima in Irlanda del Nord. Per il momento Martin Mc Guinness non intende cedere e come Nicola Sturgeon insiste per partecipare alle trattative con Bruxelles ricordando a tutti che l’Ulster vuole restare (57% contro 43) nella Ue.

    Un posto al tavolo dei negoziatori lo rivendica anche Sadiq Khan il sindaco di Londra, successore di Boris Johnson. E lo fa mentre una sollevazione popolare sta lentamente trasformandosi da divertissement di un popolo in preda a ripensamenti in un fenomeno significativo. Ci riferiamo alla petizione per dare l’indipendenza a Londra.

   Change.orgpetition ha raccolto più di 130mila firme di londinesi che si allineano alla richiesta del giornalista James O’Malley di riconoscere uno status particolare alla capitale per consentirle di restare nell’Unione. Divertissement o quasi, per il momento. Diverso è invece l’atteggiamento di Sadiq Khan, assolutamente consapevole che la metropoli britannica non solo produce un quarto del pil nazionale, ma finanzia pezzi importanti del Regno Unito.

   Il sindaco insiste per partecipare alle trattative con Bruxelles con l’obiettivo esplicito di tenere Londra all’interno del single market. Scenario assai improbabile a meno che la Gran Bretagna non si adegui al modello norvegese (Spazio economico europeo).

   Un’ipotesi finora esclusa perché la costringerebbe ad accettare le regole del mercato interno, immigrazione compresa e a versare quote importanti al budget Ue, senza avere il potere e il peso di oggi. Eppure Londra è opportuno che cominci a fare i suoi conti perché proprio Oslo rischia di essere l’unica alternativa che le resta.

   La partenza annunciata di banchieri – da Morgan Stanley a Jp Morgan – verso Dublino o Francoforte si conferma essere ipotesi più che possibile dopo che dalla Banca centrale europea sono giunte ieri altre prevedibili conferme sull’esigenza di possedere il “passaporto” Ue per poter operare nei servizi finanziari del continente. Ovvero essere parte integrante del mercato interno che implica l’adesione alla Ue o l’adozione della costosa via norvegese.

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LA PREVISIONE DI SOROS: DISINTEGRAZIONE INEVITABILE

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 26/6/2016

   Da qualche mese George Soros, a 85 anni, era tornato a gestire attivamente larghe parti del suo fondo speculativo da circa 30 miliardi di dollari, convinto com’era che sui mercati finanziari si sarebbe scatenata una nuova fase d’instabilità. Ha dimostrato di non aver perso la capacità di analisi con la quale aveva previsto la crisi della lira e della sterlina nel 1992: le posizioni che ha preso nelle scorse settimane sull’oro, il bene-rifugio per eccellenza, hanno generato forti guadagni giovedì notte e venerdì.

   Ieri però Soros si è dedicato a un’altra attività, quella di commentatore. Su Project Syndicate, il portale che raccoglie gli interventi di quasi tutti i principali commentatori economici del mondo, il finanziare ha descritto il quadro europeo, così come lo vede dopo lo choc di Londra.

   «Lo scenario catastrofico che molti temevano si è materializzato — scrive Soros su Project Syndicate — rendendo la disintegrazione dell’Unione Europea praticamente irreversibile». La prima vittima del referendum sulla Brexit sarà la Gran Bretagna stessa, a suo parere, ma gli effetti economici e politici sono destinati ad allargarsi a macchia d’olio sul resto del continente: «I mercati finanziari in tutto il mondo resteranno probabilmente in agitazione fino a quando il complicato processo di divorzio politico ed economico dalla Ue non sarà negoziato. Le conseguenze per l’economia reale saranno comparabili solo alla crisi finanziaria del 2007-2008».

   Soros si è però convinto che è in particolare in Europa e nell’area euro che si concentreranno i problemi più acuti. «Le tensioni fra gli Stati membri hanno raggiunto il punto di rottura — scrive — non solo sui rifugiati, ma anche come risultato delle tensioni eccezionali fra Paesi debitori e creditori all’interna della zona euro». È qui che il finanziere americano si concentra in particolare sulla situazione dell’Italia, oggi considerata da molti sui mercati il più importante anello debole su cui rischia di scaricarsi l’impatto del referendum inglese. «In Italia la caduta del 10% del mercato azionario in seguito al voto sulla Brexit segnala chiaramente la vulnerabilità del Paese a una crisi bancaria conclamata, che potrebbe portare al potere il movimento populista 5 Stelle già l’anno prossimo».

   La risposta più efficace sarebbe un rilancio immediato dei principali governi: un rapido accordo fra Francia, Italia e Germania per creare un meccanismo finanziario di assicurazione europea all’interno dell’Unione bancaria, e almeno l’inizio di un bilancio comune dell’area per sostenere le economie colpite da uno choc o una recessione. Ma Soros è scettico: la situazione attuale, scrive, «non promette bene per un serio programma di riforme dell’area euro, che dovrebbe includere una reale unione bancaria, una limitata unione di bilancio e meccanismi molto più forti di delega e responsabilità democratiche. E il tempo non è dalla parte dell’Europa».

   Inizierà a diventare più chiaro nei prossimi giorni se la lettura di Soros, ancora una volta, sarà stata corretta. Oggi la Spagna torna al voto dopo sette mesi di paralisi politica e nei giorni seguenti i leader europei dovranno dire se sono pronti a ridare credibilità all’architettura europea, e come. Affiancare alla vigilanza bancaria europea dei meccanismi di sostegno europei davvero accessibili è forse il passaggio più urgente (ma per ora bloccato dalla Germania).

   La sola alternativa per mettersi al sicuro da una crisi bancaria in Europa sarebbe rendere meno punitivi per gli investitori i salvataggi pubblici. In queste ore è intervenuto in proposito Olivier Blanchard, fino a pochi mesi fa capoeconomista del Fondo monetario internazionale e ora al Peterson Institute di Washington. «Le sofferenze bancarie sono salite costantemente e sono tenute a bilancio a valori sostanzialmente superiori ai prezzi di mercato — osserva Blanchard nel suo blog —.

   Il governo italiano si è dimostrato molto riluttante ad applicare le regole del bail-in», ossia colpire investitori e risparmiatori in caso di aiuto di Stato. L’ex capoeconomista del Fmi conclude: «La credibilità delle regole è in gioco. Vanno applicate, oppure modificate in modo credibile». Uno dei temi, presumibilmente, sul tavolo dei leader europei nei prossimi giorni. (Federico Fubini)

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ALAIN DE BOTTON. IL FILOSOFO ATTACCA I LEADER DEL LEAVE: “HANNO MENTITO. E I PIÙ FRAGILI HANNO CREDUTO ALLE LORO BUGIE”

intervista di Antonello Guerrera, da “la Repubblica” del 27/6/2016

– “È ora di dire basta alla politica immorale i cittadini britannici sono stati imbrogliati” – Gli elettori sono stati trascinati in un’utopia distorta. E ne sono rimasti stregati: è successo in Gran Bretagna, ora sta accadendo nell’America di Trump –

   «Un secondo referendum? Impossibile. E poi il Regno Unito non lascerà l’Ue. Il piano di Boris Johnson è un altro». Alain De Botton, uno dei massimi filosofi contemporanei, è nato in Svizzera, ma vive in Inghilterra da quando erabambino. Ha studiato a Oxford e Cambridge, ora, a 46 anni, risiede a Londra. Per De Botton la Brexit è stata un’atroce disfatta. Subito dopo l’ufficialità dell’addio all’Europa, ha scritto su Twitter: «Questi sono i momenti in cui anche gli adulti piangono per la politica».

E lei, De Botton, ha pianto davvero per la Brexit?

«Quel tweet l’ho pubblicato in balia delle emozioni. Abbiamo fatto un errore colossale. Questo è il lato triste dell’Inghilterra. Ma non ce l’ho con chi ha votato l’uscita dall’Europa».

E con chi ce l’ha?

«Con certi politici. Quello che hanno fatto Johnson, Farage e il ministro Gove è immorale. Sono dei bugiardi. Hanno bombardato di frottole i cittadini, soprattutto i più poveri. Li hanno imbrogliati con le loro promesse farlocche e insostenibili. E sono così disonesti che se le stanno già rimangiando. Ma purtroppo la democrazia dà diritto di parola anche a loro». Non è che la democrazia ha bisogno di limiti per preservare se stessa? «Impossibile. Non si può negare il diritto di espressione neanche a un cialtrone come Farage. Gli unici che possono fermare i demagoghi sono cittadini e media intelligenti. Rispondere colpo su colpo con i fatti, pazientemente».

C’è chi dice che siamo entrati in una democrazia post-fattuale, in cui la solidità dei fatti, soprattutto online, si sgretola. Lei cosa ne pensa?

«E’ vero. Ma è un fenomeno di radici antiche. C’è sempre stato nella storia chi ha sfruttato gli istinti e le passioni per sopraffare la ragione. Spero solo che questo referendum infonda una nuova serietà negli inglesi di fronte a certe scelte. Eppure sono sempre stati dei cittadini sensibili e misurati».

E stavolta, invece, cosa è successo?

«Sono stati trascinati in un’utopia distorta. E ne sono rimasti stregati. Questo è un fatto inedito per noi. Lo stesso sta succedendo con Trump in America. La società contemporanea è entrata in una nuova forma di oblio, di decadenza».

Cosa intende per decadenza?

«Una società che dimentica sempre più spesso quanto fragili siano in realtà ricchezza, pace e saggezza. E che poi reagisce dando calci a tutto quello che si trova davanti. Così prendono voti Trump e simili. Ma non si risolvono i problemi».

Problemi comunque innegabili. Johnson e Farage hanno conquistato i cuori delle persone soffocate da un disagio sociale ed economico. E questo problema è politico, non crede?

«Certo. È innegabile che in tanti soffrano la globalizzazione, l’immigrazione incontrollata, la povertà. Ma credo che il benessere economico collettivo sia un delicato equilibrio tra imprenditoria, mercato e cittadini, non le fandonie dei demagoghi che otterranno solo un risultato: recessione, uscita dal libero mercato, identici flussi migratori e isolazionismo. Con la Brexit non c’è niente da guadagnare. Ma alla fine il Regno Unito non lascerà l’Ue, nonostante il referendum».

Cioè?

«Johnson diventerà primo ministro e andrà a Bruxelles. Ma non attiverà mai la clausola 50 per uscire dall’Europa. Sa che il mercato unico è fondamentale. E quindi proverà a trattare per rimanere nell’Ue, nonostante il disastro di cui è corresponsabile. Così placherebbe anche la furia indipendentista della Scozia».

Lei ha dedicato molti libri alle relazioni amorose. Come descriverebbe la liaison tra Europa e Regno Unito?

«Molto complicata. Tanti britannici sono euroscettici, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale contro ‘la demoniaca Europa’. Ma a volte in una relazione si possono trascurare i sentimenti e restare insieme per convenienza ».

La Brexit sarà il colpo mortale per l’Europa?

«No. Anzi, paradossalmente la accompagnerà sulla strada giusta. Non ho mai creduto agli Stati Uniti d’Europa. Il futuro dell’Europa sta nel mezzo: non un superstato opprimente, ma un club di buoni amici».

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LA RABBIA IRLANDESE CONTRO LONDRA: “TORNATE A DIVIDERE LA NOSTRA ISOLA”

di Maria Corbi, da “la Stampa” del 26/6/2016

– La paura dei commercianti: temono il ritorno dei dazi e nuove tensioni –

   Newry è incastonata tra le Mourne Mountains, uno spettacolo naturale che ha ispirato il mondo fantastico delle cronache di Narnia. Ed è qui, in questo lembo verde di confine dell’Irlanda del Nord che si manifesta, dopo il ”Leave” alla Ue, in tutta la sua forza, la riapertura di una ferita antica, la divisione di un popolo, la frustrazione di non essere mai diventati una nazione unica.

   Poca strada separa l’Europa dalla Repubblica di Irlanda: un confine che fino a venerdì sembrava invisibile, dando a tutti gli irlandesi la sensazione di essere un popolo unito, non sotto la Union Jack, non sotto il tricolore della Repubblica, ma sotto le stelle e il blu dell’Europa. Da molto tempo ormai divisioni e differenze apparivano solo nel cambio delle sterline in euro e nel rispetto dei limiti di velocità, fissati in miglia e chilometri. Pendolari britannici e irlandesi lo attraversano ogni giorno con la sensazione di condividere la stessa isola, la stessa patria: l’Europa.

   In una terra dove i giorni della settimana sono ricordo e monito, da quella maledetta “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue” del 30 gennaio 1972 in cui i parà britannici uccisero 14 dimostranti pacifici) al “Good Friday Agreement”, l’accordo del Venerdì Santo, firmato il 10 aprile del 1998 che garantì la pace in Irlanda del Nord. Adesso il ”black friday” , che ha svegliato gli irlandesi fuori dalla Ue, rischia di cambiare scenari e orizzonti politici. E di minare un processo di pace che ha avuto del miracoloso, con la regina Elisabetta che nel 2012 ha stretto la mano a Martin Mc Guiness, vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, pur conoscendo il suo passato nell’Ira. «So che cosa la Regina rappresenta», disse Mc Guiness. «E lei conosce la mia storia, ma entrambi eravamo pronti per andare oltre».

   Adesso con Brexit si torna indietro, gli equilibri rischiano di saltare. Lo Sinn Fein, ex braccio politico dell’Ira, l’Esercito Repubblicano Irlandese, ha subito chiesto la convocazione di un referendum sull’unificazione con l’Irlanda e l’uscita dal Regno Unito. E Martin Mc Guiness ha dichiarato che «Il voto mostra che la decisione degli elettori inglesi trascina noi e la Scozia fuori dell’Unione europea quindi abbiamo il diritto di esprimere la nostra opinione».

   Così quella pace faticosamente conquistata e che ha lasciato sul campo 1500 cadaveri, rischia di essere compromessa. «I nazionalisti inglesi hanno messo una bomba sotto il processo di pace», titola l’Irish Times. E qui, a Newry e dintorni, la preoccupazione è tanta. Declan Mc Chesney, commerciante di scarpe da tre generazioni, è diventato un po’ un simbolo di questa paura. «Sono diventato famoso tra voi giornalisti», scherza senza traccia di gioia.

   «Ho visto morti, violenza, paura e non voglio tornare indietro», dice con la voce rotta. «Sono distrutto dopo questo voto, io non sono inglese, non sono irlandese, sono europeo. Importo scarpe che poi vendo da Italia, Spagna, Portogallo, in un giorno è cambiata la mia vita e le prospettive di affari. Cosa succederà ora ai miei figli? Chi si comprerà le mie scarpe nell’Irlanda del Sud se saranno meno convenienti a causa dei nuovi dazi? E come verrà la gente a comprarsele da me se ci sarà di nuovo la frontiera?».

   Preoccupazione reale visto che Brexit è stata dettata dalla paura dell’immigrazione e dalla volontà del popolo, una parte di esso, di riprendere il controllo dei confini. E il confine a nord è proprio qui, tra Newry e Dundalk, tra Letterkenny e Derry.

   Tornerà l’esercito a vigilare come durante i ”troubles”? Per adesso basta il confine percepito a rendere la situazione preoccupante. E non solo per l’economia (che pure è stata abbondantemente foraggiata dall Ue), ma per la pace, visto che negli ultimi 40 anni la Ue ha speso più di un miliardo di euro in queste zone di confine. Fondi che potrebbero essere perduti. A Belfast è stato costruito il Titanic, la nave che si trasformò da sogno a incubo e che potrebbe diventare, qui, una triste metafora della Brexit. (Maria Corbi)

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«IL PARADOSSO DELL’INGLESE CHE RESTA LA LINGUA UFFICIALE NEI PALAZZI A BRUXELLES»

di Dino Messina, da “il Corriere della Sera” del 26/6/2016

   «La “Brexit” — dice il professor GIOVANNI IAMARTINO, presidente degli anglisti italiani — ha prodotto un paradosso: l’inglese continuerà a essere la lingua più importante dell’Europa, così come lo è nel resto del mondo, mentre la Gran Bretagna è fuori».

Sarà così anche nei palazzi delle istituzioni a Bruxelles e a Strasburgo?

«Le regole dell’Ue prevedono che i documenti ufficiali vengano tradotti in tutte le lingue dell’Unione, mentre le discussioni si svolgano in inglese, tedesco o francese. È difficile che la situazione cambierà e che l’inglese venga bandito come lingua, perché, mi scusi il bisticcio, l’inglese non è più degli inglesi».

Che cosa pensano i suoi colleghi, italiani e inglesi, della Brexit?

«Sono tutti scioccati e si strappano le vesti. Una collega mi ha scritto sconsolata: d’ora in poi per consultare un libro alla British library ci chiederanno il visto? Ma al di là dei professori, pensi a tutti gli studenti dell’Erasmus che non potranno più andare in Inghilterra. Una vera rivoluzione nel nostro costume».

Ne risentirà anche la ricerca?

«Sicuramente. Cesseranno i finanziamenti europei verso i dipartimenti delle grandi università britanniche. I colleghi di Oxford, Cambridge e di altre prestigiose istituzioni erano bravissimi a chiederli e a ottenerli».

Forse è per questo che tra i giovani e i laureati ha vinto il voto favorevole al Remain…

«Sì, ma non è bastato. Si è affermato lo spirito interpretato da una famosa battuta di fine Ottocento: nebbia nella Manica, il continente isolato. I risultati del referendum sono la prova che gli inglesi si ritengono superiori al resto del mondo».

Irlandesi del Nord e scozzesi non sono d’accordo…

«Nell’Irlanda del Nord protestante potrebbe ripetersi quel che è già avvenuto nella cattolica Scozia: un referendum per staccarsi dalla madre patria e restare in Europa… E anche in Scozia, nonostante nel recente referendum i separatisti siano stati sconfitti ci potrebbero essere ripercussioni».

Quale personaggio letterario oggi sarebbe contento per l’affermazione della Brexit?

«C’è un personaggio inventato agli inizi del Settecento dal giornalismo inglese che si chiama John Bull: la perfetta incarnazione dello scetticismo, del sano buon senso, del patriottismo, del malcelato disprezzo inglese nei confronti dello straniero. Un po’ saggio, un po’ ottuso».

E quale sarebbe invece oggi addolorato?

James Boswell nella sua biografia del critico Samuel Johnson, fa dire al suo protagonista che il perfetto gentiluomo inglese, per dirsi tale, deve aver viaggiato nei Paesi del Mediterraneo, culla della civiltà occidentale. Se invece vogliamo restare nella fiction, al di là dei personaggi di Shakespeare, penserei a David Copperfield di Charles Dickens, un orfano che prima di ottenere il suo riscatto viaggia in lungo e in largo per l’Europa». (Dino Messina)

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LA NARRAZIONE DELLA PROPAGANDA. IL FASCINO PERVERSO DEL «RITORNO ALLA STORIA»

da “il Sole 24ore” del 26/6/2016

   Il divorzio della Gran Bretagna dall’Unione europea, sancito da un referendum popolare, è il risultato, in pratica, di un processo di rinazionalizzazione in corso negli ultimi anni, del sopravvento sempre più evidente della ragion di Stato e dei calcoli d’interesse nazionali, che ha finito anche in altri Paesi per incrinare la causa europeista rispetto ai suoi ideali politici e valori fondanti originari.

   La “rivincita” degli Stati e l’irruzione sulla scena di pulsioni nazionalistiche intrecciatesi a un’ondata di populismo xenofobo hanno determinato infatti, attraverso un “ritorno alla storia” per fini eminentemente strumentali, una rilettura del passato, che, volta alla riscoperta di particolari tradizioni e tratti identitari (quale mai prima d’ora è riecheggiata così tanto nei discorsi pubblici), viene utilizzata a sostegno di prospettive antitetiche alla ragion d’essere dell’Europa comunitaria o a supporto di determinate logiche unilaterali nella governance della Ue.

   Perciò non importa affatto ai fautori dell’una o dell’altra tendenza che questa sorta di “revanscismo” storico non abbia nulla a che vedere con i criteri peculiari dell’analisi storiografica. Per loro la cosa importante è di trovare comunque il modo di puntellare e divulgare le proprie tesi e suggestioni.

   Così appunto è avvenuto ora nel caso eclatante quanto di grave portata della Brexit, i cui alfieri erano giunti a sostenere che la Gran Bretagna, tornando padrona del proprio destino, avrebbe briconquistato un ruolo di forte prestigio nazionale e migliori condizioni economiche e di benessere sociale. Ma, per ritrovare simili prerogative e potenzialità dell’Union Jack, bisognerebbe risalire, di fatto, assai indietro nel tempo, quando il Regno Unito, arroccato nel suo “splendido isolamento”, vantava un grande Impero e una posizione politica preminente su scala internazionale, e non certo al periodo antecedente il suo ingresso nel 1973 nella Comunità economica europea.

   Ci si chiedeva pertanto come fosse possibile concepire e propagare, in un universo multipolare e globalizzato, un miraggio altrettanto abbagliante quanto anacronistico come quello insularista e autoreferenziale messo in piazza dai paladini della Brexit: se non, appunto, per opportunismo politico e subornazioni demagogiche di facile maneggio. Ma è quanto ora è purtroppo accaduto.

   D’altra parte, a proposito di un uso della storia in chiave autoreferenziale, per corroborare in questo caso la propria strategia in sede europea, va detto che la Germania fa ormai testo non da oggi. Poiché ha convertito un episodio saliente della propria esperienza fra le due guerre in un paradigma ferreo di valore generale.

   L’ossessione per la stabilità finanziaria, che l’ha portata a consacrare un indirizzo di rigida austerità in una sorta di dogma categorico per l’Eurozona, riflette infatti la sua sindrome dell’iperinflazione, un trauma mai dissoltosi del tutto nella “memoria storica” dei tedeschi, da quando negli anni Trenta il dissolvimento del marco in carta straccia concorse alla caduta della Repubblica di Weimar e all’avvento del regime nazista.

   Da allora sono trascorsi più di ottant’anni ed è quindi lecito chiedersi se il corso della Comunità europea debba ancor oggi essere condizionato da questo specifico retaggio radicato nella cultura politico-sociale della Germania e trapiantato, per opera della Bundesbank e dell’establishment tedesco, nell’assunto dottrinario e pedagogico di una rigorosa ortodossia contabile.

   Quanta influenza stiano esercitando certe versioni della propria storia riscritta e proposta in funzione di obiettivi politici contingenti d’immediata risonanza, lo si può riscontrare in ordine alla cesura che è andata manifestandosi recentemente fra alcuni paesi dell’Est e quelli euro-occidentali.

   Se è del tutto naturale e plausibile che in Polonia come in Ungheria si voglia riportare alla luce e valorizzare certi tratti distintivi della propria storia, altrimenti rimossi e cancellati durante il lungo periodo della loro satellizzazione al Cremlino, ben diversa è invece la piega che ha assunto negli ultimi tempi quest’opera di recupero e reintegrazione del proprio passato.

   Poiché ha finito col prevalere, sotto la spinta di una politica anti-immigratoria e di uno strisciante euroscetticismo, una reviviscenza di acri idiosincrasie nazionalistiche associata a quella di vetusti pregiudizi e tradizionalismi culturali. Mentre in Croazia si è arrivati a un passo da una riabilitazione del regime degli “ustascia” a costo di riaprire ferite che si pensava fossero state cicatrizzate dalla storia, in Austria è rispuntata, dopo il successo dell’ultradestra alle elezioni presidenziali, la nostalgia, mai del tutto sopita, per un Tirolo di nuovo unito.

   A giudicare da questi e altri casi di “risacca” che è dato riscontrare (come quelli noti delle fortune politiche del Front National e del Partito delle libertà in Olanda), stiamo perciò assistendo, non già alla maturazione di un appropriata coscienza storica per la comprensione dei moventi che hanno portato alla costruzione di una nuova Europa segnata da un disegno omogeneo e da un sentire comune, ma purtroppo al suo esatto contrario, e quindi al rischio di una deriva della Comunità europea.

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L’ORA DELLA “JIHAD BIANCA”. A LONDRA RAZZISTI SCATENATI

di Alberto Simoni, da “la Stampa” del 27/6/2016

– Insulti e aggressioni ai musulmani ma anche ai polacchi. Un fenomeno che è cresciuto nei giorni del referendum –

   «Io parlo polacco, tu quale super potere hai?». Jacek viene da un paesino vicino a Varsavia e vive a Londra da qualche anno. Indossa una maglietta nera, la scritta gialla con la frase che tradisce l’orgoglio per le origini. È uno dei 600 mila sbarcati nel Regno Unito negli ultimi dieci anni. I polacchi oltre Manica erano 95 mila nel 2004, poi la via londinese è diventata facile e fruttuosa. Da qualche tempo però anche molto rischiosa. Sta appoggiato a una ringhiera di fronte all’ufficio culturale polacco ad Hammersmith, zona occidentale della capitale britannica e guarda i muri dell’edificio sul quale sono stati disegnati graffiti e scritti con la vernice insulti contro i polacchi, definiti «parassiti». La polizia pattuglia la zona e ha aperto un’inchiesta contro ignoti.

   Ma la tensione da tempo è palpabile. Appena due giorni fa, nella zona orientale della città, alcuni musulmani e immigrati dell’Est Europa sono stati aggrediti da bande suprematiste inglesi. «È il clima post Brexit che non volevamo», dice la Baronessa ed ex ministro Sayeeda Warsi che una settimana fa aveva lasciato la campagna del Leave poiché diventata «razzista e odiosa».

   Gli episodi di intolleranza sono aumentati nei giorni dopo il referendum. Una lavoratrice musulmana, nata in Galles, è stata apostrofata in strada e invitata a «fare le valigie»; nel Cambridgeshire è partita una campagna d’odio via posta contro la comunità polacca. E volantini sui «polacchi parassiti» sono stati recapitati anche a una scuola elementare.

   La retorica incendiaria contro i migranti di Nigel Farage amplificata dal poster con le immagini di migliaia di profughi in coda in Slovenia con la scritta «punto di rottura» è ancora un punto di riferimento per alcune – non così minoritarie – frange della società.

   La percezione che siano gli «altri», gli «stranieri» a sottrarre il lavoro agli inglesi, ad abbassare i salari, a congestionare i servizi pubblici ha alla fine ha pesato sul voto: il tema immigrazione è stato il secondo motivo a indirizzare le scelte degli elettori, sia conservatori sia laburisti. Soprattutto nelle zone rurali, nel Sud e nel Nord del Paese, fra le classi meno agiate. Farage proprio ieri ha ricordato che quelle zone – molte sono feudi laburisti – sono ora nel mirino dello Ukip.

   Se c’è una protesta visibile contro i migranti, talvolta violenta ma comunque molto rumorosa, c’è ne è una che corre sul Web, si nutre di adepti su Twitter, Facebook e sguazza nei video su YouTube. L’intelligence britannica monitora molti gruppi. Ieri il «Sunday Times» ne ha fatto una radiografia. L’estrema destra (suprematista, razzista, isolazionista, anti-migranti) fa proseliti e ha un seguito crescente. Materiale estremista è disponibile ovunque sulla Rete.

   Un gruppo come National Action, quello che è nato per «celebrare» la morte della deputata Jo Cox, ha appena sessanta adepti, ma i suoi video su YouTube hanno quasi 2800 adepti. Pochi, nel mare del Web, molti, spiegano gli esperti dell’antiterrorismo, se si considera che la visibilità il gruppo la sta avendo solo da poco tempo. Proclamano una «White Jihad», una guerra santa bianca, che significa rendere omogenea e aderente «ai valori tradizionali inglesi» questa terra che oggi invece ospita persone provenienti da ogni angolo del mondo ed è un crogiolo di culture. «I rifugiati non sono i benvenuti» si legge in uno dei loro proclami che va di pari passo alla proclamazione che «Hitler aveva ragione, i rifugiati devono tornare a casa».

   Sabato a Newcastle, città nel Nord-Est, vivace, gli estremisti hanno manifestato dinanzi alla stazione centrale scandendo slogan contro i migranti. Negli ultimi tempi è nata un’altra associazione, NorthWest Infidels, derivata dalla English Defense League, che vorrebbe «l’impiccagione di Corbyn» e ha nell’islam il nemico dichiarato. Così come Britain First, l’associazione che ha invocato il killer di Jo Cox. A proposito dell’aggressore, Thomas Mair, proprio NorthWest Infidels ha rilanciato un messaggio nel quale invita i suoi a continuare la difesa dell’Inghilterra «dall’invasione dei profughi affinché il sacrificio di Thomas Mair non sia stato invano». (Alberto Simoni)

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DALLA BREXIT L’ALLARME ROSSO NEGLI USA: PERICOLO DI TRUMPISMO

di Luca Celada, da “Il Manifesto” del 28/6/2016

– Convention Folla al meeting di Politicon a Pasadena, opinioni a confronto sul rischio Trump – L’effetto del referendum nella ex madre patria è una rimonta della Clinton nei sondaggi. Ma la sindrome inglese insegna a non fidarsi e a mobilitare giovani e liberal –

   A Pasadena nel convention center si tiene il «Coachella del politica»: Politicon. Due giorni di eventi e dibattiti che si collocano idealmente fra il convegno politico e il festival rock.    La gente fa la fila per un simposio su Black Lives Matter mentre nella sala accanto un gruppo di giovani repubblicani applaude Sarah Palin che dibatte i meriti del trumpismo. Una specie di festa dell’Unità for profit (i biglietti sono in vendita a partire da 15 dollari ma ci sono anche quelli Vip che costano fino a $100). Li hanno comprati migliaia di persone per questo festival che dà il senso spettacolare della politica Usa. Ci sono conduttori di talk show, comici, commentatori della Cnn, consulenti di immagine. Prendete gli ospiti di una settimana di talk show politici italiani e metteteli a confronto a pagamento per due giorni in un centro congressi per un evento promosso come un appuntamento sportivo, l’idea più o meno è questa. È il secondo anno che l’appening viene organizzato e il successo di pubblico è enorme.

   Uno dei simposi più affollati quest’anno è stato quello sulla Brexit, aggiunto in extremis dopo il voto inglese, con un moderatore della Bbc, il console britannico e James Carville, storico consulente elettorale, architetto delle vittorie di Bill Clinton. Se il mondo politico ha subito il 24 giugno un shock traumatico, per gli americani la Brexit è stata un cattivo presentimento, una scadenza carica di presagi, un inquietante avviso di malaugurio giunto dall’altra sponda dell’Atlantico.

   Se ha potuto cedere così il centro dell’anglofonia illuminata, dove i cugini «separati ma collegati da una comune lingua» si esprimono con l’accento che nei film di Hollywood denota tuttora intelligenza ed erudizione, allora tutto può succedere. È stata questa la sensazione diffusa fra i molti discendenti degli ex coloni che da mesi stentano a farsi una ragione della prorompente ascesa del populista di casa propria. Perché l’animus politico espresso dalla Brexit è singolarmente affine a quello del trumpismo.

   Lo spettacolo esplicitato di una improbabile vittoria del rigurgito nazional-populista sulla ragione politica, qualcosa che ha gelato i cittadini illuminati della parte cosmopolita d’America, quelli che da mesi, nelle redazioni e nelle università – nelle provincie più «ragionevoli» del paese – vanno cercando di convincersi che sarà semplicemente impossibile che le forze sgrammaticate dell’oscurantismo riescano a prevalere. Proprio come si rassicuravano a Londra fino a giovedì scorso.

   La Brexit ha fatto scendere un brivido lungo le schiene dei liberal che nelle città vogliono convincersi che Trump non passerà mai. «Trump vincerà non perché è furbo ma perché noi siamo stupidi», ha avvertito l’indomani in un trafelato video messaggio su Facebook uno di loro, Van Jones, commentatore progressista della new left vicino al movimento Black Lives Matter. Nella sua geremiade contro la compiacenza della sinistra di fronte al disastro incombente ha proseguito: «I brexisti sono razzisti e xenofobi quanto i trumpisti – e guarda un po’ – hanno vinto. Date uno schiaffo al vostro amico che sta attaccato a Npr (equivalente a radio 3, ndr), mangia tofu e ride di Trump. Non è buffo! É orribile! È ora di preparare il paese a una battaglia finale».

   Manco a farlo apposta, con apparente imperscrutabile istinto, la stessa mattina del «day after» in cui l’Europa si è svegliata in stato di shock, l’aereo di Donald Trump atterrava in Scozia. Il viaggio era stato da lungo tempo programmato per promuovere l’inaugurazione del suo ultimo resort di lusso, ma il tempismo non avrebbe potuto essere di migliore auspicio per il magnate candidato, giunto giusto in tempo per lodare la Brexit come grande vittoria di una ribellione gemella.

   «Qui sono in visibilio. Si sono ripresi il paese e lo faremo pure noi!», ha subito twittato. Il fatto che la Scozia quella notte avesse inequivocabilmente votato per il remain è stato un semplice dettaglio trascurabile, visto che fatti e dati non sono notoriamente che irrisori impedimenti per il populista rampante. Da questo punto di vista la vittoria della Brexit è di per se un assist a Donald Trump, dato che come ha dichiarato un commento a caldo sul sito del Financial Times «i nostri argomenti razionali sono rimbalzati sulla loro mitologia come pallottole su un mostro alieno di Hg Wells».

   Nella politica «post-fattuale» di Trump e dei populismi mondiali che gli si allineano, i fatti non contano, gli esperti sono tendenziosi, la scienza è elitismo propagato dai politici per i loro interessi. Ma mentre fino alla scorsa settimana questa era una inquietante ipotesi, la Brexit l’ha concretizzata in una strategia politicamente vincente. «È un segno catastrofico», ha detto Jones. «Se non ne faremo tesoro potremmo precipitare nello stesso vasto abisso di stupidità in cui sono caduti gli inglesi».

   La sindrome inglese potrà sembrare irrilevante alla luce degli ultimi sondaggi nazionali che danno Hillary Clinton nuovamente in vantaggio di dieci punti, se non fosse che un’altra cosa dimostrata dalla Brexit è proprio l’inaffidabilità dei sondaggi, quando applicata a un elettorato diffidente e portato a celare la proprie preferenze. Trump dispone di un serbatoio ignoto di potenziali elettori «sotto il radar», simili a quelli che hanno siglato la sorpresa inglese.

   Inoltre tutto indica che anche quest’anno l’elezione americana verrà decisa nella manciata di Stati in bilico, che nel sistema maggioritario da soli possono spingere da una parte o dall’altra il collegio elettorale che determina il presidente. Stati come l’Ohio, la Pennsylvania, il North Carolina, il Wisconsin e la Florida, dove i margini che dividono i candidati sono molto più piccoli.

   A Politicon non sono mancate opinioni più ottimiste. James Carville ha sostenuto che «la Brexit potrebbe aver l’effetto opposto: quello di un esempio pratico negativo per gli americani». Un’ipotesi plausibile ma che non cambia alcune lezioni inconfutabili sulle dinamiche della politica post ideologica e tardo globalista apprese dall’ex «madre patria».

   Per cominciare la scissione cruciale fra città e campagne, cultura urbana e rurale – o come si dice qui fra stati rossi e stati blu. Poi la spaccatura generazionale. Il regno dis-unito ha ben dimostrato, come già aveva fatto il confronto Hillary-Bernie, quanto sarà cruciale l’apporto dell’elettorato giovanile per contrastare la forza conservatrice dei loro padri e nonni. Ovvero quanto sarà cruciale la partecipazione per fermare la marea populista.

   «Il remain ha perso in gran parte sull’affluenza», conclude Jones. «È assolutamente essenziale mobilitare l’elettorato progressista sin d’ora. L’Inghilterra ci ha avvertito: i retrogradi affluiranno in massa». (Luca Celada)

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PERCHÉ SIAMO POCO MULTIETNICI

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 28/6/2016

   Basta guardare gli Europei di calcio per fotografare la differenza tra noi e gli altri Paesi in materia di immigrazione. Le Nazionali di Germania, Francia, Belgio, Svizzera sono zeppe di calciatori dai nomi palesemente stranieri e il football diventa così la vetrina del carattere multietnico delle rispettive società. Noi siamo ancora agli oriundi, ovvero ai sudamericani di ceppo italiano come ai tempi di Sivori e Angelillo.

   Il motivo, come detto, è semplice: la presenza delle seconde generazioni è in Italia decisamente più bassa che nelle lande del Centro e Nord Europa perché da noi l’immigrazione di massa è iniziata negli Anni 90 ed è esplosa solo nel 2000. Ad oggi i minori stranieri nati in Italia dal ‘93 al 2014 sono circa un milione, l’11% di tutti gli under 18 presenti nel Belpaese e toccheranno la quota del 20% non prima del 2029.

   Per una volta abbiamo dunque almeno dieci anni per affrontare con tempestività tutti i problemi (a cominciare da una legislazione arretrata) che sono legati all’inclusione di giovani legati identitariamente ad altri ceppi culturali e che però diventando «nuovi italiani» si aspettano di poter aver chance analoghe a quelle dei loro coetanei indigeni.

   Quando questa operazione di inclusione non si compie (e spesso va proprio così) si viene a formare quello che i sociologi sono abituati a chiamare «effetto banlieue», un sentimento di frustrazione profondo che genera a sua volta risentimento e contrapposizione. In parole povere si crea un’altra disuguaglianza, perché per un Pogba che diventa un protagonista dello star system ci sono migliaia e miglia di coetanei costretti a vivere nella marginalità.

   Secondo il Censis anche l’immigrazione però si è in qualche maniera modellata sulla struttura molecolare del nostro Paese e così grazie a una diluizione della novità ad oggi non si sono create concentrazioni di per sé ingovernabili.

   Che le contraddizioni restino però in agguato ce lo suggerisce una successiva ricognizione: l’etnia con il maggior numero di teenager nati in Italia è quella cinese e proprio in questo ambito abbiamo visto maturare interessanti novità rappresentate dalla nascita di un associazionismo delle seconde generazioni (Associna), che ha saputo destreggiarsi tra conflitti con le proprie famiglie e inserimento nella vita civile e politica italiana.

   Secondo però un’indagine dell’Istat tesa a monitorare gli «indicatori di vicinanza alla cultura italiana» solo 29,2% giovani cinesi si sentono italiani e una minoranza (il 28,1%) parla italiano molto bene. Si sentono più italiani invece non solo albanesi e rumeni ma pure ucraini e moldavi e tutti i giovani stranieri di etnia non cinese hanno grande dimestichezza con la nostra lingua in una misura doppia rispetto ai coetanei con genitori nati nel Paese di Xi Jinping. (Dario Di Vico)

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