SOLITUDINI IN CRESCITA: può un nuovo modo di ABITARE aiutare il superamento del disagio della solitudine? (e a volte della POVERTÀ?) – L’esperienza delle COABITAZIONI SOLIDALI: modo di vivere ed abitare in contatto con il “prossimo” – Che case vi possono essere per le tante tipologie famigliari di adesso?

COHOUSING (immagine tratta da www.sunward.org/cohousing/ - Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)
COHOUSING (immagine tratta da http://www.sunward.org/cohousing/ – Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)

  Uno dei temi delle nostre società più preoccupanti è il crescere delle solitudini: di persone (non solo anziani come viene da pensare, ma di tutte le età) che sono sole, nel contesto della vita quotidiana. E’ su questa condizione che da qualche parte, magari con iniziative di comuni, o del volontariato, o di associazione religiose… si cercano modi tradizionali e modi nuovi per alleviare questo senso di precarietà del vivere, appunto di solitudine, che tanti vengono ad avere: ma non sono che poche positive gocce in un mare.

DA WWW.SMALLFAMILIES.IT
DA WWW.SMALLFAMILIES.IT

   E si connette spesso la problematica della mancanza di comunità in grado di “accogliere” persone, nel proprio territorio, che vivono il disagio della solitudine, anche il fatto che queste persone spesso vivono anche il fenomeno della povertà, del non riuscire ad avere una vita economicamente equilibrata.

   Vogliamo qui tentare di porre lo spunto su esperienze di un’ “abitare diverso”, che superi i disagi dell’abitare nelle grandi indistinte periferie dei nostri giorni attuali; che vi siano modi di raccogliere possibilità di “abitare il mondo assieme” (pur conservando una propria autonomia e privacy).

nella foto: cohousin a Rimini - "ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: - INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); - SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); - PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)". (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da www.smallfamilies.it/)
Nella foto: COHOUSING A RIMINI – “ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: – INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); – SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); – PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)”. (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da http://www.smallfamilies.it/)

   In molti progetti edilizi di adesso (o in quelli realizzati negli ultimi decenni, perché adesso il mercato immobiliare è saturo) , l’impianto tipologico non riesce a sganciarsi dall’idea novecentesca di famiglia: quella per intenderci costituta da un padre, una madre e magari due figli. Un modo di vedere standard e omologato che non corrisponde più alla realtà. Invece tendono ad aumentare le famiglie costituite da una sola persona, da un genitore con un figlio, da uno o due anziani eccetera..

   E le case, progettate ex-novo o ristrutturate, non sono più in grado di ospitare la società che cambia, in primis la famiglia. Non si adattano ai mutamenti delle attuali e diverse tipologie familiari.

Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING - La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)
Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING – La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)

   Diverse sono oggi le taglie delle nostre famiglie e le forme di convivenza: coppie con figli, coppie senza figli, genitori soli con figli conviventi, single (moltissimi questi!), anziani soli che convivono con chi si sta prendendo cura di loro, famiglie “ricostituite” (nuove coppie che convivono con i figli nati dalla precedente unione), lavoratori temporanei, studenti fuori sede, amici che condividono la casa per far fronte alle spese, figli adulti che ritornano a vivere con gli anziani genitori (caso molto diffuso a seguito di una separazione) etc.. Giovani e non più giovani (leggi in questo post l’articolo di Gisella Bassanini ripreso da SmallFamilies – portale delle famiglie a geometria variabile, www.smallfamilies.it/ ).

   Sulle forme di condivisione dell’abitare cui qui parliamo, riprendiamo un discorso già iniziato qualche tempo fa:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=cohousing:

un post di Geograficamente dal titolo: “l’esperienza delle coabitazioni solidali è una buona pratica innovativa, e una buona pratica sociale”.

immagine da www.weforgreen.it
immagine da http://www.weforgreen.it

   E le esperienze di coabitazione solidale non possono rappresentare solo un modello da imitare: devono ancora consolidarsi nella “buona pratica” da mettere in atto, vedere quali possono essere i problemi che sorgono, e individuare i soggetti che “aiutano” la buona riuscita di forme di convivenza sotto uno stesso tetto di persone non legate da natura famigliare.

   Qui, più che altro, in questo post, proponiamo delle esperienze concrete realizzate.

   Ad esempio a Milano c’è uno dei principali progetti dell’«abitare sociale» della Fondazione housing sociale (www.fhs.it ) costituita nel 2004 dalla Fondazione Cariplo con il sostegno di Regione Lombardia e Anci: in 15 anni sono stati creati 800 appartamenti, per due terzi dati dal recupero del patrimonio immobiliare già esistente. E hanno trovato alloggio diecimila persone. Persone che si trovavano in una situazione di svantaggio: anziani, giovani, disabili, immigrati, famiglie e single. Un’edilizia low cost per una fascia di reddito tra i 15 mila e i 55 mila euro annui (al di sotto, si ha il diritto a richiedere la casa popolare).

   Ma queste case voglio essere anche case “condivise”: si chiede infatti agli inquilini di essere disponibili a un aiuto reciproco. Un condominio in cui si condividono la lavanderia, l’orto, la sala giochi per i più piccoli e magari ci si dà una mano per assistere bambini e anziani, costruendo una rete di solidarietà (vedi in questo post l’articolo di Luca Mattiucci da “il Corriere Sociale” che spiega bene la cosa). E molti altri, poi, sono i progetti partiti di recente in varie città italiane (Pesaro, Messina, Torino, Parma, Genova, Bologna…)

cohousing urbano a San Lazzaro di Savena
cohousing urbano a San Lazzaro di Savena (da http://www.cohousingbologna.org)

   E’ un discorso che ci proponiamo qui di approfondire. Capiamo che gli strumenti sociali per superare la solitudine e le povertà, quelli tradizionali, sono sempre più inadeguati (i comuni che hanno sempre meno soldi, il volontariato che diminuisce, la crescita esponenziale di categorie di persone in difficoltà…)

   E’ così necessario attivare una progettazione sociale diffusa nel territorio, che parta dal basso, che metta al centro la qualità della vita della comunità, che valorizzi il ruolo dei cittadini. Ci sono da inventare nuove forme di solidarietà fra le persone e le famiglie (coabitazioni, condomini solidali, possono essere esempi importanti, interessanti, modelli riproducibili…). Partiamo da questo nella nostra ricerca. (s.m.)

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LA SOLITUDINE DEL CITTADINO GLOBALE

di Maria Luisa Polizzi, 13/4/2016, da Lo Scaffale, N.4, Aprile 2016

   Per ZYGMUNT BAUMAN il cittadino globale vive una condizione umana, sociale ed economica fatta di insicurezza e precarietà e, per quanto questa non sia peggiore (forse) di quelle già vissute dalle precedenti generazioni, la  percepisce con più consapevolezza.

   L’uomo di oggi sa, infatti, che non si tratta di un caos temporaneo, superabile con l’impegno e con un sapere più ampio, come pensavano i suoi nonni, comprende che il caos è causato da lui stesso e dalle azioni di tutti ed è senza soluzioni.

  Inoltre, ciò che minacciava la sicurezza dei suoi nonni  era definibile e percepito come un pericolo dal quale difendersi; ciò che minaccia il cittadino globale è il rischio, contro il quale non ci sono mai scelte giuste o sbagliate, solo soluzioni che hanno comunque dei pro e dei contro.

Zygmund Bauman – LA SOLITUDINE DELL UOMO GLOBALE – ed. FELTRINELLI

   Per il sociologo la complessità della condizione umana nell’era globale non può essere definita soltanto in termini di insicurezza, ritiene sia più appropriato il termine tedesco unsicherheit, inteso come mancanza della sicherheit  di Freud, la cui assenza ci riempie di ansia, paura e rabbia. Unsicherheit, infatti, permette di indicare con una sola parola i tre concetti di: “incertezza”, “insicurezza esistenziale”  e “assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà”.

   Nel saggio  “LA SOLITUDINE DELL’UOMO GLOBALE”, Bauman analizza, passo dopo passo, tutti i fenomeni sociali in cui si riflette la moderna unsicherheit, fino ad arrivare all’uomo nella sua “essenza” ( o piuttosto nella sua mancanza di essenza) e lo fa utilizzando la metafora di Ernest Gellner, secondo il quale: la differenza tra il vecchio e il nuovo tipo di esseri umani  “è come la differenza tra un armadio completo, fatto di un solo pezzo, e un armadio componibile”.

Zygmund Bauman
Zygmund Bauman

   L’uomo dell’era globale è un “uomo modulare” con molti aspetti, da esibire o dissimulare al bisogno, e con reti di relazioni che come le possibili composizioni di una struttura modulare sono numerose ma mai stabili o definitive. La sua modularità si esprime in tutti i suoi legami, dalla famiglia allo stato, passando per tutte le possibili forme di associazione.

   Di conseguenza “la vita che dipende soltanto da tali legami è perlopiù, ma forse interamente, un susseguirsi di crocevia. Qualunque percorso si scelga comporta dei rischi…. Ma è proprio la modularità – l’assenza di bulloni, grappe e giunti che fissino i moduli in una forma permanente – a costituire una fonte continua di tensione”. Inevitabilmente, l’uomo moderno non si sente “pienamente a casa” in nessun gruppo.

Ogni volta che sta in gruppo, qualunque sia il motivo, per il cittadino globale “è come passare una notte in albergo o una serata al ristorante, e non come sedere a tavola con la famiglia, a casa propria.”

   In assenza di legami e di appartenenza alla propria “tribù”, l’individuo è sempre meno cittadino e sempre più consumatore, di merci e di libertà off-limits. Si limita ad esigere “sempre più protezione e accetta sempre meno la necessità di partecipare”, dimenticando la propria parte di responsabilità, mentre la politica, dal canto suo, ha lasciato il posto al mercato e “ le antiche agorà sono state rilevate da intraprendenti immobiliari e riciclate in parchi dei divertimenti” .

   “Il problema – sostiene Bauman –  è trovare un punto in cui la lama dell’azione politica possa intervenire nel modo più efficace”. E la risposta da cui ripartire è per il sociologo LA MISURA DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, per “mettere le persone in grado di assicurarsi i mezzi di sussistenza senza dipendere dalla definizione di lavoro imposta dallo stesso mercato del lavoro”.

   Per Bauman è evidente il nesso tra reddito minimo garantito e la qualità di vita dell’intera comunità, perché UN REDDITO MINIMO GARANTITO LASCEREBBE IL TEMPO DI DEDICARSI con impegno, serietà ed entusiasmo ALLA CURA DI TUTTI QUEI CAMPI ATTUALMENTE TRASCURATI: dall’assistenza agli anziani alla pulizia dell’ambiente e alla cura del paesaggio.

   Se si scinde la sopravvivenza dal consumo, potrà riaffermarsi il senso di “una cittadinanza e di una repubblica pienamente sviluppate, concepibili soltanto se associate a persone fiduciose in se stesse, libere dalla paura esistenziale: in breve, di persone sicure.” (Maria Luisa Polizzi)

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COABITAZIONI (SOLIDALI) CONTRO LA SOLITUDINE

COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA - DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016
COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA – DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016

«PERCHÉ NON VIENI A STARE CON ME?»

di Tiziana Pisati, da “il Corriere della Sera” (Corriere Sociale) del 15/4/2016lBOLOGNA – Vedova e senza figli. Ottant’anni e ancora in gamba. Ma troppo sola nel grande appartamento in centro a Bologna. Dall’altra parte una giovane con un figlio piccolo, anche lei sola.

   Finalmente si è liberata dall’oppressione di un compagno violento, ma deve conciliare il ruolo di mamma con un lavoro che non può permettersi di perdere. Per entrambe l’ideale sarebbe potersi scambiare aiuto nella vita di tutti i giorni o, ancor meglio, coabitare.

   Un sogno che sta diventando realtà per tante persone, come provano più di 200 esperienze di coabitazione messe in atto in questi ultimi anni in Toscana col progetto “Abitare Solidale” di Auser-Firenze, una trovata geniale che induce a convivere persone a rischio marginalità sociale attraverso un patto abitativo che al posto del contratto d’affitto prevede uno scambio di aiuto.

   La combinazione si è rivelata talmente efficace (più di 480 le persone coinvolte) che ora vogliono adottarla anche i “cugini” Auser del capoluogo emiliano.

   «Da noi – sottolinea il direttore Auser Bologna, Luigi Pasquali – sono tantissime le case grandi dove vivono persone sole, in genere ancora con un buon livello di autonomia, ma ci sono pure tanti cittadini senza una casa perché l’hanno persa o non possono permettersela».

   Il tema dell’emergenza abitativa a Bologna è particolarmente drammatico.

   «Non pretendiamo di risolverlo. Ci preme riattivare relazioni sociali, costruire la motivazione dello stare assieme, contribuire a rigenerare la qualità della vita delle persone e della comunità. Dell’esperienza fiorentina ci ha colpito l’attenzione alle fragilità delle persone che punta sul sostegno vicendevole valorizzando le risorse di ciascun convivente».

UN MODELLO PER TUTT’ITALIA

Come valutare, caso per caso, quali persone far incontrare? Come raggiungerle?

«Stiamo chiedendo aiuto alle associazioni di volontariato, che detengono un patrimonio importantissimo: il rapporto di fiducia con la gente, con i loro assistiti; sono l’antenna sui bisogni del territorio, possono metterci in contatto coi potenziali conviventi, prepararli alla coabitazione. Col Centro servizi per il volontariato Volabo abbiamo ha già raccolto una ventina di adesioni».

   Intanto a Firenze continuano ad arrivare richieste anche da altre sezioni Auser d’Italia che vogliono importare il modello.

   «Noi – dice Gabriele Danesi, coordinatore del progetto “Auser-Abitare Solidale” – siamo pronti a sostenerle andando sul posto per fare formazione».

   Sottolinea l’importanza di fare rete e, con legittimo orgoglio, che sia un soggetto privato a fare da traino al Pubblico. (Tiziana Pisati)

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COABITAZIONI (SOLIDALI) CONTRO LA SOLITUDINE

di Walther Orsi (sociologo che si occupa di formazione e consulenza nell’ambito dei servizi di welfare e svolge attività di docenza presso l’Università degli Studi di Bologna-Forlì) – 17 maggio 2016, da smallfamilies – PORTALE DELLE FAMIGLIE A GEOMETRIA VARIABILE, www.smallfamilies.it/

   Coabitazioni solidali contro la solitudine, “Perché non vieni a stare con me?” è un articolo di Tiziana Pitasi comparso sul CorriereSociale. È molto interessante perché è orientato ad affrontare molteplici problematiche presenti oggi in questa società caratterizzata da grandi trasformazioni a livello demografico, sociale, culturale, economico.

   In particolare negli ultimi anni questi cambiamenti hanno diversificato i bisogni che esprimono le varie tipologie di famiglie e che ciascuna famiglia manifesta nel corso della sua esistenza. Tendono ad aumentare le famiglie costituite da una sola persona, da un genitore con un figlio, da uno o due anziani.

   Le famiglie tradizionali, costituite da due genitori con figli, tendono a modificarsi a causa di una separazione, di un allontanamento dei figli per motivi di studio e/o lavoro, della necessità di un’assistente famigliare per mantenere a casa una persona anziana. La diversificazione dei bisogni delle famiglie si contrappone ad un sistema di offerta della casa che è standardizzato e rigido.

   Tutto questo provoca enormi sprechi di spazi abitativi inutilizzati, ulteriore occupazione di suolo pubblico, con aggravamento dei problemi ambientali, ma anche ampliamento delle situazioni di povertà e disagio per tante persone che non possono disporre di un proprio spazio abitativo.

   Così, l’esperienza delle coabitazioni solidali è una buona pratica innovativa che si rivela come un importante segnale della capacità dei cittadini di cogliere in tempo reale determinati bisogni e di inventare e progettare nuove risposte. Per questo ritengo che possa essere considerata una significativa testimonianza dell’invenzione sociale dei cittadini.

Alcuni limiti di una buona pratica sociale

Pur riconoscendo il valore delle esperienze di coabitazione solidale e di housing sociale, ritengo sia necessario far emergere anche alcuni limiti.

   Il successo di tali esperienze è legato alla buona volontà delle persone, ai loro valori etici, culturali e sociali, alla loro capacità di adattarsi ad una convivenza. Non bisogna sottovalutare però le resistenze psicologiche che possono disincentivare l’avvio di un’esperienza di tale tipo. Una coabitazione può produrre problemi relazionali che rischiano di incidere negativamente sulla qualità della vita delle persone coinvolte. Inoltre il mutamento delle condizioni di vita delle persone, nel corso del tempo, potrebbe compromettere il patto iniziale di convivenza.

   Occorre sottolineare infine che la continuità, la qualità e la durata di tale convivenza dipendono anche dalla capacità degli attori sociali che si occupano di coordinare, gestire e monitorare i percorsi di coabitazione.

   Le buone pratiche sociali di coabitazione solidale, pur sviluppando buoni risultati a livello socio-culturale, se rimangono confinati nel mondo del volontariato e dell’associazionismo, rischiano di non produrre significativi cambiamenti sia nelle politiche sociali per il welfare e la casa, sia nel strategie imprenditoriali relative al mondo dell’edilizia e della progettazione urbana.

Casa e welfare: verso una progettazione sociale tesa a promuovere sviluppo e qualità della vita

Le esperienze di coabitazione solidale non possono rappresentare solo un modello da imitare e da diffondere a livello nazionale, ma devono promuovere una riflessione, un confronto ed una progettazione più ampi, centrati su casa e welfare, tesi a coinvolgere altri attori sociali, oltre a quelli del volontariato e dell’associazionismo (appartenenti al sottosistema socio-culturale), che fanno riferimento al sottosistema politico-amministrativo (istituzioni, enti locali, asl, servizi sociali, fondazioni) e a quello economico (associazioni di categoria, imprese edili, artigiani, associazioni di piccoli proprietari ed inquilini, ordini professionali degli ingegneri e dei geometri, amministratori di condominio).

   Solo attraverso adeguati strumenti di comunicazione ed integrazione fra tali contesti ed attori è possibile scoprire e condividere le molteplici connessioni che esistono fra casa e welfare. A questo proposito occorre ricordare infatti che, in questa società in rapido e continuo cambiamento, la casa tende a caratterizzarsi come area problematica prioritaria che può produrre situazioni di povertà, disagio ed emarginazione sociale, ma al tempo stesso si può rivelare come uno degli ambiti prioritari del welfare in grado di contribuire al miglioramento del benessere, della salute, dell’inclusione sociale delle persone, ma anche dello sviluppo della comunità.

   Occuparsi di casa e welfare, in modo integrato e con il coinvolgimento di tutti gli attori sociali del territorio competenti ed interessati, significa prendere consapevolezza che è possibile connettere positivamente diverse logiche: quella dello scambio a cui si ispirano gli operatori economici, con quella della redistribuzione propria delle istituzioni, con quella della reciprocità che fa riferimento al volontariato e all’associazionismo.

   Per muoversi in questa prospettiva è necessario attivare una progettazione sociale diffusa nel territorio, che parta dal basso, che metta al centro la qualità della vita della comunità, che valorizzi il ruolo dei cittadini, con le loro capacità creative, imprenditoriali, di invenzione sociale, che sviluppi un’alleanza fra gli attori dei tre sottosistemi sopra individuati (socio-culturale, economico, politico-amministrativo).

   Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio:

– inventare nuove forme di solidarietà fra le persone e le famiglie (coabitazioni, condomini solidali) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa);

– sviluppare nuovi ambiti imprenditoriali e lavorativi (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) che consentano anche di rendere più equa la distribuzione delle risorse per i cittadini e valorizzare le loro relazioni (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità);

– promuovere politiche sociali che, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) possano attivare nuove forme di auto-mutuo aiuto (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio). (Walther Orsi, 17/5/2016, da www.smallfamilies.it/)

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L’AVANZATA DELL’HOUSING SOCIALE CHE FA CRESCERE LA CONDIVISIONE

di Luca Mattiucci da http://sociale.corriere.it/ del 8/9/2015l

MILANO – Le mattine in cui il cielo è limpido, dalle finestre del salone, all’orizzonte è possibile scorgere le montagne. L’appartamento è di quelli di ultima generazione. Penultimo piano con ascensore in un complesso residenziale che definire nuovo non basta.

Il tutto in VIA CENNI, a poca distanza dal cuore di Milano. Il prezzo? Mario e Roberta, una coppia di pensionati che qui vivono dal 2013, pagano per il loro bilocale 420 euro al mese e, se vorranno, tra qualche anno, potranno divenire proprietari. Quattro anni fa per caso capitò di leggere di un bando, fecero così la domanda e l’esito fu positivo. In breve tempo si trasferirono in quella che oggi è la loro casa a canone convenzionato, con patto di futura vendita.

«Cenni di cambiamento», si chiama il complesso abitativo e rappresenta uno dei principali progetti dell’«abitare sociale» che realizza la Fondazione housing sociale (www.fhs.it ) costituita nel 2004 dalla Fondazione Cariplo (già operativa nel settore dal 2000) con il sostegno di Regione Lombardia e Anci.

«Cenni» assieme a «Via Padova 36», «Abitagiovani» e «Borgo sostenibile» è uno dei progetti attivi in Lombardia dove, in quindici anni, sono stati erogati 71 milioni di euro, per un totale di 800 appartamenti (65 mila metri quadrati di superficie), di cui il 74% frutto di un recupero del patrimonio immobiliare già presente. Nel 2013 sono state alloggiate così diecimila persone.

   «L’Housing – spiega Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo – è una formula che garantisce un alloggio a chi si trova in una situazione di svantaggio: anziani, giovani, disabili, immigrati, famiglie e single. Un’edilizia low cost per una fascia di reddito tra i 15 mila e i 55 mila euro annui (al di sotto, si ha il diritto a richiedere la casa popolare, ndr). Ma il discrimine economico non è l’unico. C’è alla base un concetto di welfare dal basso. Si chiede agli inquilini di essere disponibili a un aiuto reciproco. Un condominio in cui si condividono la lavanderia, l’orto, la sala giochi per i più piccoli e magari ci si dà una mano per assistere bambini e anziani, costruendo una rete di solidarietà».

   É la storia di Ahmed, manovale, e di Basheera, traduttrice saltuaria: «Un affitto di quelli veri non ce lo saremmo potuto permettere. Fortuna ha voluto che degli amici, vedendo il bando, ci abbiano iscritto come partecipanti», pochi mesi di attesa e poi un alloggio al civico 36 di via Padova. Oggi Ahmed ricorda con amarezza quando con i suoi genitori viveva assieme ad altri otto parenti in un casa che poteva ospitarne due, al massimo.

   Al pianerottolo di fronte, abita Marco, separato da due anni. Lasciata la casa coniugale si è ritrovato a dover pagare un affitto di mille euro per un monolocale: «Era divenuto insostenibile, fino a quando navigando in internet alla ricerca di una soluzione mi sono imbattuto nel bando dell’housing per via Padova». Ma per Marco non è stato solo un sollievo economico: «L’aria che si respira qui è diversa. Si ha voglia di aiutarsi e conoscersi».

   Della stessa idea anche Paola F. «Abbiamo conosciuto l’housing sociale alla fiera del consumo critico “Fa’ la cosa giusta”. Vivevamo in affitto io, mio marito e i miei due figli, in una casa di due vani. Non ci è parso vero di poterci trasferire in un appartamento di 90 mq con canone calmierato». Lei, 37 anni, da dieci ricercatrice, il marito Raffaele, psicologo, entrambi precari. «Lo rifarei mille volte. – prosegue Paola – Il verde sotto casa e gli inquilini amici. Riviviamo il fascino delle case di ringhiera».

   Insomma, un’anomalia nel panorama immobiliare nostrano se si pensa ai mutui inaccessibili. Ma se l’Italia è vista come un’eccellenza nella progettazione di spazi condivisi, resta il fatto che qui il modello stenta ad espandersi (siamo sotto il 5% del totale delle abitazioni), soprattutto se si guarda ai paesi d’Oltralpe, dove il settore pesa per il 30% in Danimarca e Olanda e per il 20% in Inghilterra e Francia. Poche le Fondazioni private impegnate nel settore, praticamente assente finora il pubblico per un sostanziale disinteresse della politica. Ora però, Renzi ha annunciato la svolta. L’housing sociale per il premier è «comparto fondamentale per porre rimedio alla necessità abitativa dei giovani italiani».

   La crescita dell’attenzione verso questa realtà ha spinto Cariplo a realizzare un portale dedicato: «Il sito www.housing-sociale.it è un progetto di monitoraggio nazionale. – spiega Guzzetti – Attraverso le mappe sarà possibile avere un quadro del fenomeno». Sul territorio nazionale, infatti, sono decine i progetti attivi come «Vivo al Vento» a Torino, «Opificiventidue» a Cremona, «Parma Social House», «Residenza Doria» a Genova, «Vicolo Mandria» a Bologna.

   «A sostenere la rete – spiega Giordana Ferri direttore esecutivo di FHS – è un capitale composto da un miliardo di euro proveniente da investitori istituzionali, tra cui la Cassa Depositi e Prestiti, 900 milioni da assicurazioni, banche e fondazioni e 100 milioni dal Ministero delle Infrastrutture. Oggi con questo denaro sono finanziati 27 fondi immobiliari locali e si sta implementando la copertura nazionale».

   Molti altri, poi, sono i progetti partiti di recente, tra cui il Civitas Vitae a Pesaro, che con la Fondazione Opera Immacolata offrirà anche servizi integrati all’abitare per i 260 alloggi destinati ad anziani.

   A Messina la Fondazione di Comunità assieme alla Fondazione Con il Sud hanno dato il via a «Nutrirsi di…libertà»: 14 alloggi costruiti utilizzando pannelli in paglia pressata raccolta nei terreni confiscati alla mafia e gestiti da Libera. In Campania, al contrario, si fanno sentire le critiche mosse alla vecchia giunta regionale dall’Alleanza delle Cooperative per la «sospensione» di seimila alloggi.

   Ad Ascoli Piceno il Fondo HS Italia Centrale ha restituito alla comunità dopo anni di abbandono Palazzo Sgariglia, uno degli edifici storici del centro. Polemiche anche a Roma, dove gran parte degli interventi sono realizzati al di fuori del Grande Raccordo Anulare, tradendo il principio stesso dell’housing che si propone di mescolare persone di estrazione diversa per evitare la creazione di quartieri-ghetto. (…..) (Luca Mattiucci)

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CASE PER FAMIGLIE A GEOMETRIA VARIABILE. CERCASI

di Gisella Bassanini, da smallfamilies – PORTALE DELLE FAMIGLIE A GEOMETRIA VARIABILE, www.smallfamilies.it/ , 25/3/2016

   Case per famiglie a geometria variabile, cercasi è un “annuncio” che abbiamo già lanciato oltre un anno fa, ottenendo consensi intorno al tema, ma poche segnalazioni di realtà flessibili come le intendiamo noi. Ci riproviamo a lanciare l’SoS, perché i tempi cambiano e con essi maturano idee, consapevolezze e quindi…hai visto mai?

   Personalmente, in quanto smallfamily, da tempo sono interessata al rapporto tra due dimensioni che solo in pochi e felici casi trovano a mio avviso una felice sintesi: da una parte, le trasformazioni sociali e i modi di abitare che nel tempo le comunità esprimono; dall’altra, il progetto della casa e dei servizi ad essa collegati.

   Assistiamo a molti progetti, anche di recente realizzazione, il cui impianto tipologico non riesce a sganciarsi dall’idea novecentesca di famiglia: quella per intenderci costituta da un padre, una madre e magari due figli. UN MODO DI VEDERE STANDARD E OMOLOGATO CHE NON CORRISPONDE PIÙ ALLA REALTÀ.

   Sappiamo che molto del patrimonio edilizio invenduto è tale non solo per gli effetti devastanti della crisi che da anni stiamo vivendo (meno soldi, più precarietà lavorativa, meno mutui, risorse familiari dilapidate etc.) ma anche perché le case, progettate ex-novo o ristrutturate, raramente sono in grado di ospitare le società che cambia, in primis la famiglia. Non si adattano ai mutamenti delle attuali e diverse tipologie familiari, alle differenti stagioni della vita di chi le abita.

   Eppure, diverse sono oggi le taglie delle nostre famiglie e le forme di convivenza: coppie con figli, coppie senza figli, genitori soli con figli conviventi, single, anziani soli che convivono con chi si sta prendendo cura di loro, famiglie “ricostituite” (nuove coppie che convivono con i figli nati dalla precedente unione), lavoratori temporanei, studenti fuori sede, amici che condividono la casa per far fonte alle spese, figli adulti che ritornano a vivere con gli anziani genitori (caso molto diffuso a seguito di una separazione) etc.. Giovani e non più giovani.

   Anche in Italia sempre più assistiamo al ritorno di FORME DI CO-ABITAZIONE CHE FANNO PENSARE AD UN MODO DI ABITARE TIPICO DEL PASSATO non necessariamente consanguinei.

   Le prime rilevazioni censuarie nel 1861 e 1871 riguardavano infatti i cosiddetti “focolari” e non distinguevano tra famiglie e convivenze. La definizione del censimento del 1871 recitava infatti: “Per famiglia […] si vuol intendere […] la convivenza domestica, sia abituale, sia precaria, di tutte quelle persone che mangiano, per così dire, assieme, e si scaldano al medesimo fuoco, o ciò che si suol chiamare un focolare. Là onde il servo che abita col padrone e dorme sotto il suo tetto, l’ospite, colui che trovasi alloggiato a dozzina e simili, concorrono a formare, insieme coi membri della famiglia naturale, il focolare. E di pari i soldati che vivono in uno stesso quartiere, gli alunni di un convitto, i ricoverati in un ospedale o in un ospizio, i detenuti di una casa di pena ecc. s’intendono formare un unico focolare insieme col loro capo e con gli assistenti e persone di servizio addetti allo stabilimento” (Istat, Le famiglie nei censimenti generali della popolazione, 2010, p.1).

   È nel 1881 che si decide di distinguere tra membri presenti conviventi sotto lo stesso tetto definiti “naturali” (quelli uniti tra loro da vincoli di parentela o affinità) o “estranei” (ospiti, dozzinanti – coloro che versano una quota in cambio dell’ospitalità-, domestici).

   Nei successivi censimenti le modalità di rilevazione delle famiglie vengono perfezionate, fino ad arrivare alla definizione del nuovo regolamento anagrafico (d.p.r. n. 229 del 1989) che all’articolo 4 recita: “1. Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune. 2. Una famiglia può essere costituita da una sola persona”. Questa definizione è stata incorporata nel censimento del 1991 ed è stata mantenuta fino ad oggi.

   Nelle statistiche ufficiali oltre al termine “famiglia” vi è anche quello di “nucleo familiare” con il quale si intende: “un insieme di persone tra loro coabitanti che sono legate dal vincolo di coppia e/o rapporto genitore-figlio (sempre che il figlio sia celibe/nubile). Ciò significa che il nucleo familiare, a differenza delle famiglie, comprende sempre almeno due persone: una coppia, un genitore con figlio celibe o nubile. All’interno di una famiglia è dunque possibile trovare nessun nucleo (le persone sole, due sorelle, la madre che vive col figlio separato), un nucleo (una coppia, un nucleo monogenitoriale), due o più nuclei (per esempio due fratelli che vivono insieme con le rispettive mogli e i figli); è possibile individuare anche un nucleo e persone che non ne fanno parte: ad esempio l’anziano che vive nella famiglia del figlio con la nuora: il figlio e la moglie formano un nucleo, l’anziano è un componente aggregato al nucleo, quindi appartiene alla stessa famiglia del figlio ma non al suo nucleo familiare.” (Istat, La misurazione delle tipologie familiari nelle indagini di popolazione, 2010, p. 17).

   A partire dagli anni Duemila tutte le indagini sulle famiglie vengono progressivamente armonizzate sulla relazione di parentela che permette la costruzione di ben 41 possibili forme familiari.

   Al variare della composizione famigliare – che abbiamo visto essere molteplice e cangiante – e al variare dell’età cambiano anche le esigenze relative all’abitare. Ci vorrebbero “CASE FLESSIBILI” ma flessibili veramente. A volte ci servirebbe avere più spazio, altre volte si potrebbe abitare in spazi anche piccoli, essenziali. Dipende dalle circostanze della vita e dalle nostre condizioni, anche materiali.

   La questione non riguarda ovviamente solo i progettisti. Quello che deve essere fatto è un grosso e radicale lavoro di rinnovamento, prima di tutto socio-culturale e conoscitivo, che coinvolga tutto il mondo che gira attorno all’housing: da chi progetta a chi costruisce, da chi finanzia e promuove interventi di housing a chi queste case un giorno li abiterà.

   Quando noi di Smallfamilies parliamo “di case per famiglie a geometria variabile” intendiamo questo. La famiglia è cambiata ed è per questo necessario – urgente – ripensare gli spazi della nostra variegata quotidianità. Pensare a nuove tipologie abitative.

   L’impresa non è facile, più semplice sarebbe cambiare casa quando questa non corrisponde più alle nostre necessità. Ma come si fa in un paese – il nostro – dove più di sette connazionali su dieci vivono in abitazioni di proprietà (il 73% dicono gli ultimi dati), una percentuale superiore alla media dell’Eurozona (66,6%) e dell’Unione Europea (70%). Come possiamo realizzare case per famiglie a geometria variabile quando sappiamo che sono una piccola parte delle smallfamilies può acquistarne una?

   Ce lo dicono diverse indagini (l’ultima è quella condotta dall’operatore immobiliare RE/MAX in 16 Paesi europei). Facendo riferimento all’Italia, le coppie che cercano casa insieme sono il 35,4% . Il 18,2% è single mentre i genitori single con figli che affrontano un acquisto di un immobile sono solo nel 2,5% dei casi.

   Le smallfamilies vivono in affitto e sovente con altri nuclei familiari (gli anziani genitori in primis).

   Se da una parte va fatta una riflessione sulle tipologie, dall’altra vanno individuate le modalità attraverso le quali in modo sostenibile è possibile praticare, anche mediante piccoli interventi, quelle tanto desiderata flessibilità. Pensando alla casa come parte di sistema di servizi. E dunque, sviluppando un ragionamento su cosa serve ci sia al di là delle pareti domestiche per vivere con qualità la nostra vita: quali servizi, per fare cosa, quando e con chi.

   Un nostro obiettivo è sollecitare una riflessione in tal senso e raccogliere “casi di case” che siano in sintonia con il tempo che stiamo vivendo. Cercheremo di segnalare progetti che a nostro avviso testimoniano questa nuova attenzione. In Italia anche su questo tema siamo all’inizio. Per questo chiediamo anche il contributo di chi ci legge. Segnalateci progetti che incontrate in giro per l’Italia e il mondo. Noi ne daremo notizia. Chissà che un giorno ognuno possa finalmente trovare una casa a propria misura, adeguata alla propria geometria. (Gisella Bassanini)

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Sull’argomento dell’ “abitare condiviso” vedi anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/01/18/cohousing-e-case-condivise-labitare-per-necessita-o-per-vocazione-che-cambia-e-cerca-modi-nuovi-di-proporsi-citta-quartieri-periferie-stanno-trasformando-il-nostro/

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VIVERE A LUNGO, VIVERE BENE: LA SFIDA DELLA LONGEVITÀ AL WELFARE

di Extra Moenia, Alessandro Rosina 28/6/2016 da LINKIESTA http://www.linkiesta.it/it/

– Si allarga il vertice della piramide demografica e si è aggiunta anche la forte contrazione della base come esito della denatalità. Una combinazione che ha aumentato peso degli anziani sulla popolazione totale –

   All’epoca del primo censimento italiano, condotto nel 1861, la durata media di vita superava di poco i 30 anni. Elevatissima era la mortalità infantile, che arrivava a decurtare un nuovo nato su quattro entro il primo compleanno.

   Molto contenuto era il numero di persone che arrivavano in età anziana e chi vi giungeva si trovava generalmente in uno stato di salute molto precario. Queste condizioni sono state una costante della storia dell’umanità dal Neolitico fino a circa un secolo e mezzo fa. Poi, ad un certo punto, è iniziato un processo inedito e unico, la “Transizione demografica” che ha progressivamente allungato la durata di vita della nostra specie.

   Dopo la riduzione dei rischi di morte nelle età infantili e adulte, a partire dagli anni Settanta i guadagni di vita si sono sempre più concentrati in età anziana.

   L’Italia, soprattutto nel secondo dopoguerra, è diventata uno dei Paesi che hanno fatto maggiori progressi in questa direzione. Fuori dall’Europa, solo il Giappone presenta una aspettativa di vita maggiore. All’Unione europea, solo la Spagna presenta valori superiori ai nostri sul lato sia maschile che femminile. La Svezia si trova invece su posizioni più favorevoli dal lato maschile e la Francia su quello femminile.

   Secondo il Demographic Report 2015 dell’Unione europea, la speranza di vita degli uomini, arrivata a superare gli 80 anni, si trova di oltre due anni sopra la media Ue28, mentre il corrispondente valore femminile, arrivato attorno agli 85, è superiore di oltre 1,5 rispetto al resto dell’Unione. Nel 2015 si è osservata una leggera flessione – dovuta ad un picco di mortalità in età anziana in corrispondenza dei mesi invernali ed estivi in tale anno – che segnala, come torneremo a dire più avanti, la necessità di una maggiore attenzione verso la crescita quantitativa della componente fragile prodotta dall’invecchiamento della popolazione.

   Al di là di questo recentissimo dato, il percorso degli ultimi decenni è stato più favorevole rispetto alle previsioni. I valori italiani erano rispettivamente pari a 69,4 (maschi) e 75,8 (femmine) nel 1975: questo significa che ogni anno vissuto la vita si è allungata di circa ulteriori 3 mesi. Sempre nel 1975 a 65 anni vi arrivava il 71,6% dei maschi e raggiunta tale età l’aspettativa ulteriore di vita era di 13,1 anni. Ora vi arriva l’88,3% con una pro spettiva di altri 18,8 anni (dato Istat del 2014). La probabilità di chi è arrivato a 65 anni di vivere altri 20 anni era del 19,4% (ovvero solo uno su cinque riusciva a passare indenne dai 65 agli 85 anni), mentre è oggi vicina al 50%.

   Quella di arrivare a 65 e avere almeno altre due decadi di vita sta diventando, per la prima volta, una prospettiva alla portata della maggioranza della popolazione. Questo è ancor più vero riguardo alle donne. Nel 1975 arrivava a 65 anni l’84,5% delle donne e raggiunta tale età l’aspettativa ulteriore di vita era di 16,4 anni. Ora vi arriva ben il 93,3% con una prospettiva di altri 22,2 anni. La probabilità di chi è arrivato a 65 anni di vivere altri 20 anni era del 33,9% (ovvero solo una donna su tre riusciva a fare l’intero percorso dai 65 agli 85 anni) mentre oggi arriva al 64%.

   A differenza delle generazioni precedenti è diventato quindi ora del tutto normale per chi arriva a 65 anni avere ancora davanti altre due decadi piene di vita.

   All’effetto della longevità, che allarga il vertice della piramide demografica, si è però aggiunta anche la forte contrazione della base come esito della denatalità. La combinazione di tali due fattori ha prodotto un’onda di crescita del peso degli anziani sulla popolazione totale, tanto che il nostro Paese è diventato, nel corso degli anni Novanta, il primo al mondo in cui si è verificato il sorpasso degli over 65 sugli under 15. Particolarmente degno di attenzione, nelle dinamiche quantitative, è anche il rapporto tra generazioni mature (quelle che si apprestano ad entrare in età anziana o vi sono appena entrate) e giovani generazioni (quelle all’inizio del percorso di entrata in età adulta).

   Per tutto il XX secolo i senior sono sempre stati una parte minoritaria della popolazione, meno consistenti rispetto ai giovani. Con l’entrata nel nuovo secolo i rapporti di forza si sono fortemente modificati. Per la prima volta nella storia del nostro Paese non solo gli “adulti maturi” ma anche i senior (65-74) hanno superato i giovani (15-24), sorpasso certificato con l’ultimo censimento del 2011. Nei prossimi decenni il divario è previsto diventare ancor più largo assegnando quindi un peso sempre più preponderante (sulla tica) alla popolazione che attraversa la fase sempre più ampia tra uscita dall’età pienamente adulta ed entrata nell’età propriamente anziana (ormai spostato oltre i 75-80 anni).

   Quale tipo di qualità hanno gli anni che vanno ad aggiungersi? Potremmo pensare l’invecchiamento della popolazione con due facce, come la Luna. Quella illuminata è la sfida positiva posta dalla longevità, che ci incentiva a spostare sempre più avanti con l’età le potenzialità di essere e agire. La parte oscura è il resto, ovvero la perdita di peso dei più giovani e l’aumento relativo dei più anziani in condizione di passività e fragilità.

   Se quindi le politiche per i «giovani anziani» devono mirare soprattutto a favorire un loro protagonismo attivo nella società e nel mondo del lavoro, la crescita della componente dei grandi anziani (gli oldest old) fa invece lievitare soprattutto la spesa sanitaria (in particolare per long-term care) e la domanda di cura all’interno della famiglia.

   L’aumento demografico di questa componente della popolazione è quindi guardato con particolare attenzione nelle società moderne avanzate, essendo questa la faccia più problematica del processo di invecchiamento. L’incidenza degli over 80 nell’Ue-27 ha superato il 5% durante il primo decennio del XXI secolo e questo valore è destinato a raddoppiare entro il 2050.

   Riguardo all’Italia, gli over 80 erano poco più di mezzo milione nel 1951, al censimento del 2011 risultavano pari a circa 3,5 milioni e sono destinati a salire fino oltre gli 8 milioni entro la metà di questo secolo. In termini relativi, l’incidenza era di poco più dell’1% nel 1951, mentre è ora attorno nel 2050.

   L’aumento demografico dei grandi anziani tende a essere più intenso rispetto ai progressi nella riduzione dei rischi di disabilità per età, con conseguente aumento rilevante, in termini assoluti, della domanda di assistenza per i fragili (non-autosufficienti) e i pre-fragili (coloro che non si sentono in piena salute e cominciano a risentire delle difficoltà legate all’età).

   I più recenti dati Istat (biennio 2014-15) mostrano come le persone che si dichiarano in buona salute siano il 54% in età 60-64, scendendo poi al 40% in età 65-74, per poi crollare a meno del 25% tra gli over 75. In quest’ultima fascia d’età soffre, in vario grado, di patologie cronico-degenerative oltre l’85% delle persone. Quasi la metà degli over 80 fa almeno una visita medica al mese. Il tasso di ricovero è doppio in tale fascia d’età rispetto al resto della popolazione.

   Il nostro Paese è ancora caratterizzato da un sistema di welfare in cui la domanda di assistenza in età avanzata grava in larga parte sulle famiglie, che però si trovano sempre più in difficoltà a dar risposta alle esigenze dei propri membri più fragili. La sfida che pone questo lato più oscuro del processo di invecchiamento è ancora in attesa di politiche nazionali adeguate, con la conseguenza di un possibile aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali. (Alessandro Rosina)

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WELFARE DI TUTTI: UN SISTEMA SOCIALE CONTRO LA SOLITUDINE

By redazione WELFARE , 29 gennaio 2016 di Alessandro Reali, da “180 GRADI, L’ALTRA METÀ DELL’INFORMAZIONE”

http://180gradi.org/

   La questione dello Stato Sociale (traduzione letterale del termine anglosassone Welfare State) è complessa, con vaste implicazioni giuridico-istituzionali, per un verso, sociali ed economiche, per l’altro.

   Sul piano della codificazione costituzionale, lo Stato Sociale si diffonde come normale forma di statualità nel Secondo dopoguerra. Le costituzioni di alcuni grandi Stati europei, quella italiana in primo luogo, dopo la sconvolgente esperienza dei regimi totalitari di massa, per la prima volta sanciscono congiuntamente diritti civili, politici e sociali.

   Non a caso i diritti che le istituzioni debbono non solo riconoscere, ma garantire e promuovere, sono diritti delle persone e la cittadinanza si fonda non più sulla proprietà o sull’istruzione, ma sul lavoro. Una codificazione, ancora più solenne, si ha nell’articolo 22 (Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale…) della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, del dicembre del 1948, la cui accettazione divenne requisito per l’ingresso degli Stati nella Organizzazione delle Nazioni Unite.

   Ma cosa si intende per Stato Sociale? In generale si intende un complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, modificando in modo deliberato e regolamentato la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato stesso.

   Lo stato sociale si caratterizza cioè per un intervento delle politiche pubbliche al fine di modificare le forze del mercato, in modo da:

1) garantire agli individui e alle famiglie un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato del loro lavoro o delle loro proprietà;

2) ridurre l’ampiezza dell’insicurezza, mettendo individui e famiglie nelle condizioni di affrontare taluni rischi (es. disoccupazione, malattia, vecchiaia) che altrimenti provocherebbero crisi individuali e familiari;

3) garantire che a tutti i cittadini, senza distinzione di status o classe, vengano offerti servizi della migliore qualità disponibili.

   Nelle prime fasi di concettualizzazione esso si caratterizza come forma di assicurazione rispetto ai rischi più tipici del lavoro: malattia/infortunio, anzianità lavorativa e disoccupazione e proprio come ogni forma assicurativa propone per ogni rischio un’adeguata soluzione:

Malattia/Infortunio= Sistema Sanitario Nazionale;

Anzianità= Previdenza Sociale (INPS);

Disoccupazione= Ammortizzatori Sociali.

   Lo stato sociale cioè si caratterizza come assistenza ai rischi connessi alla vita lavorativa, garantendo al lavoratore delle adeguate soluzioni che consentano allo stesso di vivere con maggior serenità. Agli inizi degli anni ’90 per molteplici cause (aumento delle aspettative di vita, aumento della popolazione, difficoltà degli istituti preposti a raggiungere gli obiettivi prefissati: ad esempio la crisi del sistema pensionistico) questo stato di cose non riesce più a rispondere in maniera adeguate ai bisogni dei cittadini, in particolare a quelle fasce della popolazione che hanno difficoltà di accesso o non accedono proprio al mercato del lavoro (e che verranno definiti come bisogni emergenti): disabili, malati cronici, non autosufficienti, madri sole, orfani, nuclei familiari disgregati, ex detenuti ecc…

   Occorre allora ripensare lo stato sociale non solo come assicurazione contro i rischi connessi al lavoro ma come più generale intervento sul bisogno, sulla difficoltà, in cui si promuovano la dignità della persona, il benessere e dunque la cittadinanza. Nasce così il bisogno di Politiche Sociali (si chiamerà all’inizio assistenza sociale) che tutelino ed aiutino tutte quelle persone che non possono essere assicurate contro i rischi connessi alla vita lavorativa, proprio perché alla vita lavorativa hanno una maggior difficoltà di accesso.

   Il caposaldo delle nuove politiche sociali (la cui storia in Italia origina dalla filantropia dei ceti medio-alti e dall’azione della Chiesa Cattolica) è la creazione dell’Istituto dei Servizi Sociali e del testo unico di assetto come definito dalla legge 328 del dicembre 2000 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”.

   Scopo della legge è quello di realizzare un sistema integrato di interventi e servizi sociali che, attraverso politiche sociali universalistiche, garantisca la qualità della vita; assicuri pari opportunità; rimuova le discriminazioni; prevenga, elimini o riduca le condizioni di bisogno e di disagio degli individui e delle famiglie derivanti da: disabilità, inadeguatezza del reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia.

   All’art. 1 comma 2 la legge riprende la definizione di servizi sociali contenuta nell’art 128 del decreto legislativo 112 del 98 in base al quale: ”per ‘servizi sociali’ si intendono tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia”. Si delinea quindi un sistema basato sull’assistenza alle difficoltà attraverso la presa in carico della persona nella sua totalità e dell’ambiente di vita socio-relazionale interno ad essa.

   Ma la legge 328 soprattutto, introduce importanti principi alla base dell’azione delle politiche sociali:

  1. a) Principio della prossimità: l’ente che programma gestisce ed effettua il controllo sui servizi erogati è quello più vicino ai cittadini ossia il Comune (o Municipalità in alcuni Comuni). Al Comune spetta, oltre all’erogazione dei servizi e delle prestazioni economiche (Art 6 comma 2 lettera b), anche la vigilanza e il controllo sui soggetti che costituiscono questo sistema (Art 6 comma 2 lettera c) che devono ottenere l’accreditamento. Questi strumenti servono ad accertare la qualità sociale dei servizi erogati cioè la loro rispondenza ai requisiti minimi fissati a livello statale (LEA) e sulla base dei quali le regioni definiscono i criteri per l’autorizzazione e l’accreditamento;
  2. b) Principio della sussidiarietà: suddivisa in verticale ossia di distribuzione delle competenze tra lo Stato e le autonomie locali in base al quale l’ente gerarchicamente inferiore svolge tutte le funzioni e i compiti di cui esso è capace, mentre, all’ente sovraordinato, viene lasciata la possibilità di intervenire per surrogarne l’attività. In base a questo principio, cioè, lo Stato deve intervenire solo quando i cittadini non sono in grado di farcela da soli; tale intervento deve essere temporaneo e durerà solamente per il tempo necessario a consentire ai corpi sociali di tornare ad essere indipendenti, recuperando le proprie autonome capacità originarie. Quindi in caso di necessità il primo ad agire sarà il Comune. Solo se il comune non fosse in grado di risolvere il problema deve intervenire la Provincia, quindi la Regione, lo Stato centrale e infine l’Unione Europea; ed orizzontale che si ha invece quando attività proprie dei pubblici poteri vengono svolte da soggetti privati, cioè dai cittadini stessi magari in forma associata e \ o volontaristica con l’intento di lasciare più spazio possibile all’autonomia privata, riducendo così all’essenziale l’intervento pubblico. Ciò deve avvenire non in un’ottica di supplenza dei privati alle carenze dei soggetti pubblici ma in quella di collaborazione alla costruzione di una rete si servizi alla persona;
  3. c) Principio della partecipazione: La partecipazione attiva degli attori sopracitati è resa possibile dall’avvenuta decentralizzazione e/o la tendenza al decentramento istituzionale della politica stessa, in una logica di governo non più gerarchico ma declinato territorialmente. Con la legge 328 si realizza il passaggio da una programmazione che utilizzava una prospettiva di tipo “government” in cui era il soggetto pubblico a prendere decisioni (a governare), a una prospettiva di tipo “governance” in cui il governo si realizza grazie alla mobilitazione di una serie di soggetti (pubblici, di privato sociale e della società civile). Il concetto di Governance implica l’idea che il raggiungimento di un obiettivo è frutto dell’azione autonoma, ma non isolata, dei diversi attori – Stato, Regioni, Province, Enti locali, Terzo settore e privati – che debbono/possono dare un contributo al processo di attuazione delle politiche sociali. Fondamentale in questo processo di programmazione partecipata è il ruolo svolto dai “Piani di Zona” in cui viene disegnato il sistema integrato di servizi ed interventi sociali con riferimento alla selezione degli obiettivi strategici, messa a punto degli strumenti realizzativi e ripartizione delle risorse da attivare. Il Piano di Zona è predisposto dai Comuni associati in ambiti territoriali, d’intesa con le Aziende Sanitarie Locali. Le aree di intervento del Piano di Zona riguardano le politiche in favore di: anziani, disabili, età evolutiva e famiglia

Quello che ne deriva quindi è un modello fortemente incentrato sulla programmazione e predisposizione di piani di intervento (si passa cioè dalla prestazione disarticolata, al progetto di intervento); sulla condivisione (dall’azione esclusiva dell’ente pubblico a una azione svolta da una pluralità di attori quali quelli del terzo settore) e sulla necessità di intervenire non solo al livello del singolo ma anche quello della comunità, ossia sulla presa in carico della comunità da parte della comunità stessa in tutti i suoi elementi.

   Questo sistema ha il carattere della universalità (Art 2 comma 1): hanno infatti diritto di usufruire delle prestazioni e dei servizi tutti i cittadini italiani e degli Stati appartenenti all’Unione Europea ed i loro familiari nonché gli stranieri in possesso di regolare permesso di soggiorni. Ai profughi, agli apolidi e agli stranieri irregolari sono garantite le misure di prima assistenza.

   Il passaggio di un welfare incentrato su grandi istituti pubblici che garantiscono l’erogazione di assicurazioni ai rischi connessi all’attività lavorativa, a quello di sistema integrato di presa in carico della persona e dei suoi bisogni, rappresenta non solo un notevole passo in avanti verso il concetto di cura e benessere, ma soprattutto incentra gli sforzi sul definire quale criterio fondante, per il sistema delle politiche sociali, quello di “restituzione di cittadinanza” ovvero la possibilità per la persona di godere appieno dei suoi diritti civili e politici partecipando e contribuendo attivamente allo sviluppo della propria comunità. Quest’ultimo rappresenta di certo la sfida più difficile ed allo stesso tempo più interessante per il welfare attuale. (Alessandro Reali)

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CONTRO LA POVERTÀ SI RECITA ANCORA A SOGGETTO

Di CHIARA SARACENO, da LA VOCE.INFO del 2/2/2016 (http://www.lavoce.info/ )

– Il Consiglio dei ministri ha varato il piano nazionale di contrasto alla povertà. Ma forse è presto per dire che finalmente anche l’Italia si è data una misura strutturale di sostegno al reddito dei più poveri. Perché le risorse sono troppo esigue e a beneficiarne saranno ben poche famiglie. –

POCHE RISORSE PER ESSERE UNA BUONA NOTIZIA

Sembra una buona notizia. Il Consiglio dei ministri ha varato il piano nazionale di contrasto alla povertà, mettendo a regime un provvedimento di sostegno al reddito integrato da misure di attivazione. L’Italia sembrerebbe finalmente entrata nel novero dei paesi civili che offrono ai propri cittadini una rete di protezione di ultima istanza. Peccato che si tratti di una rete piccolissima, sia in termini di copertura, sia in termini di capacità di sostegno.

   Gli 800 milioni di euro stanziati per il 2016, per altro suddivisi in due diverse misure (-assegno di disoccupazione – Asdi; e sostegno per l’inclusione attiva – Sia) che fanno riferimento a criteri diversi per individuare i potenziali beneficiari, sono solo una piccola frazione dei 7 miliardi circa che le stime più conservative valutano necessari per venire incontro alle famiglie e agli individui in povertà assoluta. E infatti il governo pensa di poter dare un sussidio solo a 280mila di quel 1.470.000 famiglie stimate essere in povertà assoluta. Ovvero ne beneficeranno un milione circa di persone (la metà dei quali minori) rispetto ai quattro milioni di poveri assoluti, di cui un milione di minori. Nonostante la platea dei potenziali beneficiari sia costituita da famiglie con almeno un figlio minore – sono escluse quindi le famiglie di soli adulti -, circa la metà dei minori in povertà assoluta non riceverà nessun sostegno dalla misura.    Per operare la drastica riduzione dei potenziali beneficiari, il governo ha definito una soglia di Isee bassissima: 3mila euro. Anche con questa restrizione, l’importo medio del sussidio sarà molto esiguo, non arrivando in molti casi a coprire la distanza tra il reddito famigliare disponibile e la pur bassissima soglia individuata.

   Certo, c’è la questione delle risorse. Ma è innanzitutto una questione di priorità. È stato deciso di eliminare la Tasi sulla prima casa, una scelta che porterà pochi o nessun vantaggio ai poveri assoluti, mentre drena importanti fondi che avrebbero potuto essere loro destinati (l’anno in cui il governo Letta sospese l’Imu sulla prima casa andarono in fumo 4 miliardi). Gli 80 euro di detrazione fiscale per i lavoratori dipendenti a basso reddito, ma fiscalmente capienti, costano più del doppio di quanto stimato necessario per coprire tutta la platea dei poveri assoluti. Altri interventi a pioggia più o meno di facciata e di utilità scarsa o nulla, come i 500 euro per i diciottenni, avrebbero potuto essere spesi in modo più efficace per contrastare quella povertà minorile che diventa anche indebolimento delle capacità individuali. L’elenco potrebbe continuare.

I RISCHI

Sul provvedimento del governo manca ancora il decreto attuativo, che dovrà individuare sia i beneficiari, sia come calcolare l’importo da erogare: potrebbe essere in somma fissa, o, come sarebbe più giusto e senza creare ulteriori disparità, una somma commisurata alla distanza del reddito famigliare rispetto alla soglia dei 3mila euro Isee.

   Stante l’insufficienza dei fondi messi a disposizione, il decreto dovrà purtroppo individuare anche criteri per la definizione di una graduatoria tra i potenziali aventi diritto, quindi restringendo ulteriormente il carattere universalistico della misura. Come è già successo con la sperimentazione della nuova carta acquisti, di cui questo provvedimento rappresenta la messa a regime, c’è il rischio che, di restrizione in restrizione pensata a tavolino, alla fine gli “aventi diritto” diventeranno un numero esiguo, dando ragione a chi dice che i poveri in realtà sono “finti tali” e perciò non dobbiamo preoccuparcene.

   C’è anche un altro rischio, connesso alla esiguità delle risorse: accanto alle graduatorie del bisogno, potrebbe valere anche il principio che a venire assistiti siano solo coloro che sono sufficientemente “fortunati” da trovarsi nelle condizioni richieste per essere inseriti in graduatoria nel momento in cui si aprono gli sportelli.

   Chi, pur avendone i requisiti, fa domanda in ritardo o matura i requisiti necessari in un periodo successivo, rimarrà a bocca asciutta, perché i fondi saranno finiti. A meno che a qualcuno non venga in mente di far “ruotare” periodicamente i beneficiari, con buona pace dell’universalismo, sia pure selettivo, e del sostegno strutturale. Insomma, aspetterei a dire che finalmente in Italia abbiamo una misura strutturale di sostegno al reddito per chi si trova in povertà. (Chiara Saraceno)

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