NIZZA e tutti i luoghi del mondo colpiti dal terrorismo – Il TERRORISMO e la TEORIA DEL “LUPO SOLITARIO”: un singolo che colpisce a caso, nel folle gesto di uccidere e creare il caos, senza precisi ordini e programmi, ma nel riconoscimento di una Jihad (cioè una guerra santa contro i presunti nemici dell’Islam)

La PROMENADE DES ANGLAIS, a NIZZA (foto di ROBERTO DE BERNARDI). Teatro della strage della notte del 14 luglio 2016. La «Promenade» è uno dei luoghi simbolo di Nizza: UN LUNGOMARE LUNGO IN TUTTO 7 KM che si estende su tutta al lunghezza del GOLFO DI NIZZA, accompagnando le spiagge che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Ecco com’era la celebre «passeggiata sul mare» prima della strage che ne ha cambiato per sempre la percezione comune. (da www.corriere.it/ )
La PROMENADE DES ANGLAIS, a NIZZA (foto di ROBERTO DE BERNARDI). Teatro della strage della notte del 14 luglio 2016. La «Promenade» è uno dei luoghi simbolo di Nizza: UN LUNGOMARE LUNGO IN TUTTO 7 KM che si estende su tutta al lunghezza del GOLFO DI NIZZA, accompagnando le spiagge che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Ecco com’era la celebre «passeggiata sul mare» prima della strage che ne ha cambiato per sempre la percezione comune. (da http://www.corriere.it/ )

   Si può passeggiare nel giusto tepore di una sera d’estate, vicino al mare, nella Promenade des Anglais di una località marina (Nizza) di pregio, godendosi la serata in compagnia e serenità, ed essere vittime ignare, improvvise, del folle gesto di un giovane (31 anni) immigrato tunisino (in Francia dalla metà degli anni duemila), e dopo cercando di capire la vera origine della causa del folle gesto?… L’autore della strage di Nizza, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non era tra i “segnalati” per la polizia francese. Era “uno qualunque”, con molti problemi personali, famigliari, come tanti.

   E questo uomo inventatosi terrorista (84 persone uccise!) è andato con il suo camion alla Promenade des Anglais mentre c’erano i fuochi di artificio del 14 luglio (festa nazionale francese, in ricordo della rivoluzione del 1789, della presa della Bastiglia), provocando appunto una strage immane. Ma non del tutto casualmente, la cosa era premeditata e “organizzata”: sembra che prima dell’attentato Bouhlel ci sia stato due volte sulla Promenade, in ricognizione probabilmente per vedere i dettagli e simulare nella sua mente il zigzagare del suo camion a colpire e uccidere persone come birilli.

L’ultima parte del percorso stragista di Bouhlel (Corriere della Sera, 16 luglio 2016)
L’ultima parte del percorso stragista di Bouhlel (Corriere della Sera, 16 luglio 2016)

   Nasce così, nell’analisi dei media, dei sistemi di sicurezza, di tutti noi, la teoria del cosiddetto “lupo solitario” (che di per se è sempre stata un’accezione positiva fino ad adesso): cioè dell’uomo (o donna) che commette un atto di terrorismo di grande rilevanza, con molte vittime, senza però essere stato mandato da un’organizzazione particolare che abbia premeditato l’atto di terrore. No, è lui da solo a decidere la strage da compiere, tra l’altro in modo del tutto imprevedibile alla comunità, a qualsiasi sistema di sicurezza (non ci sono più luoghi a rischio più degli altri: tutto sono “buoni” per un attentato, anzi, quelli a rischio godono di attenzione e protezione che probabilmente li persevera dal pericolo).

NIZZA, a 30 chilometri da Ventimiglia (40 chilometri su strada) - Affacciata sul Mare Mediterraneo, NIZZA è una delle città più grandi e importanti della Francia e una delle mete turistiche più amate in COSTA AZZURRA. L’economia di Nizza è basata soprattutto sul COMMERCIO (qui sorge un importante PORTO commerciale), l’INDUSTRIA (soprattutto ALIMENTARE e TESSILE) e il TURISMO. Il suo rapporto con il turismo è sempre stato fondamentale, la tradizione turistica ha radici profonde che nascono nel ‘700 quando Nizza (non ancora parte del territorio francese) divenne una delle mete preferite per il soggiorno invernale di diversi aristocratici inglesi, russi e americani che diedero alla città l’input per uno stile di vita elegante, culturale e vivace. Da meta esclusivamente elitaria, passò ad essere una meta più accessibile anche alla nuova società borghese nata durante il XX secolo e, più precisamente, dopo la seconda guerra mondiale, quando il boom economico che attraversava l’Europa interessò anche il turismo, favorendo l’industria delle vacanze e i viaggi organizzati. (da www.etineris.net/ )
NIZZA, a 30 chilometri da Ventimiglia (40 chilometri su strada) – Affacciata sul Mare Mediterraneo, NIZZA è una delle città più grandi e importanti della Francia e una delle mete turistiche più amate in COSTA AZZURRA. L’economia di Nizza è basata soprattutto sul COMMERCIO (qui sorge un importante PORTO commerciale), l’INDUSTRIA (soprattutto ALIMENTARE e TESSILE) e il TURISMO. Il suo rapporto con il turismo è sempre stato fondamentale, la tradizione turistica ha radici profonde che nascono nel ‘700 quando Nizza (non ancora parte del territorio francese) divenne una delle mete preferite per il soggiorno invernale di diversi aristocratici inglesi, russi e americani che diedero alla città l’input per uno stile di vita elegante, culturale e vivace. Da meta esclusivamente elitaria, passò ad essere una meta più accessibile anche alla nuova società borghese nata durante il XX secolo e, più precisamente, dopo la seconda guerra mondiale, quando il boom economico che attraversava l’Europa interessò anche il turismo, favorendo l’industria delle vacanze e i viaggi organizzati. (da http://www.etineris.net/ )

   Quello che però si fa notare è che non tutto è casuale nel gesto folle di un individuo: ci può essere il supporto di “un’ideologia del terrore”; chi fa una strage si riconosce in un gruppo pur disomogeneo nell’organizzazione ma unito nel voler creare il caos (nel caso di adesso e degli attentati precedenti, si tratta di attentatori integralisti islamici riconducibili all’Isis, anche se appunto con l’isis non hanno avuto contatti diretti…).

   Questo contesto porta inevitabilmente a delle conclusioni e a delle possibilità nel considerare la nostra vita quotidiana: o facciamo finta di niente e speriamo nella buona sorta, nel muoverci tra metropolitane, piazze affollate, avvenimenti pubblici, etc….. e speriamo che tutto passi, ci riferiamo al “sentimento” dell’ideologia del terrore che in questi ultimi 10 anni ha pervaso molti uomini e donne di cultura islamista in molte parti del pianeta (Baghdad, Damasco, il Medio Oriente, l’Africa…), senza che però abbia colpito diffusamente come invece sta accadendo negli ultimi due anni noi, l’Europa (finora la Francia in particolare).

   Oppure accettiamo l’idea di prendere cautele, di rinchiuderci, di “militarizzare” ogni spazio pubblico e frequentare appunto solo quei luoghi che garantiscono sicurezza assoluta…. In quest’ultimo caso un cambio di abitudini notevoli……Perché nessuno è più al sicuro: nell’attentato a Dacca in Balgladesh è stato colpito un ristorante, colpendo chiunque, italiani, americani, francesi… europei e asiatici, cristiani e musulmani.

Mohamed Lahouaiej Bouhlel la foto del permesso di soggiorno (da www.nextquotidiano.it) - Un “lupo solitario” depresso, violento e pericoloso con la famiglia. Ma poco o per nulla religioso secondo chi lo conosceva. Per adesso prove di una sua radicalizzazione non ce ne sono. Eppure ha agito eseguendo esattamente gli inviti pronunciati dall’Isis (da www.nextquotidiano.it ) Lahouaiej Bouhlel, 31 anni, origini tunisine e residente a Nizza, faceva l’autotrasportatore. Era arrivato in Francia a metà degli anni Duemila da Msaken, cittadina a 140 km da Tunisi, nel governatorato di Sousse, lo stesso del massacro di turisti sulla spiaggia, l’anno scorso. Nella sua fedina penale risultano piccole denunce, violenze, liti. A marzo era stato condannato a 6 mesi per violenze contro un automobilista (lo aveva colpito con una mazza da baseball perché gli aveva chiesto di spostare il suo veicolo), condanna poi sospesa. Nel 2012 l’uomo, padre di tre bambini, era stato allontanato in via legale dal precedente domicilio per violenze domestiche.
Mohamed Lahouaiej Bouhlel la foto del permesso di soggiorno (da http://www.nextquotidiano.it) – Un “lupo solitario” depresso, violento e pericoloso con la famiglia. Ma poco o per nulla religioso secondo chi lo conosceva. Per adesso prove di una sua radicalizzazione non ce ne sono. Eppure ha agito eseguendo esattamente gli inviti pronunciati dall’Isis (da http://www.nextquotidiano.it )
Lahouaiej Bouhlel, 31 anni, origini tunisine e residente a Nizza, faceva l’autotrasportatore. Era arrivato in Francia a metà degli anni Duemila da Msaken, cittadina a 140 km da Tunisi, nel governatorato di Sousse, lo stesso del massacro di turisti sulla spiaggia, l’anno scorso. Nella sua fedina penale risultano piccole denunce, violenze, liti. A marzo era stato condannato a 6 mesi per violenze contro un automobilista (lo aveva colpito con una mazza da baseball perché gli aveva chiesto di spostare il suo veicolo), condanna poi sospesa. Nel 2012 l’uomo, padre di tre bambini, era stato allontanato in via legale dal precedente domicilio per violenze domestiche.

   Per quel che riguarda possibili soluzioni al problema, qui non si può che far notare che l’Occidente (l’Europa e forse più di tutti la Francia, l’America…) hanno messo in atto, realizzato, politiche assai contraddittorie in merito alla geopolitica mondiale, arrivando ad appoggiare (contro qualcuno) gruppi terroristici che poi si sono riversati contro lo stesso Occidente: politiche ambigue nei confronti del mondo musulmano in particolare.

   Ad esempio cinque anni fa Europa e Stati Uniti puntavano su una rapida caduta del regime siriano e ora si rendono conto di aver aperto le porte all’Isis che ha conquistato buona parte della Siria, che sta creando il terrore in Occidente; e le difficoltà della pur crudele dittatura siriana (la Siria a ferro e fuoco tra il regime di Assad e l’Isis…) ha pure incentivato le migrazioni dei profughi siriani specie sulla rotta dei Balcani, dalla Turchia, alla Grecia, all’Europa. Dopo le stragi di Parigi dell’anno scorso la Francia reagì con i bombardamenti su Raqqa, capitale del Califfato, mentre qualche tempo prima aveva valutato favorevolmente l’arrivo dei jihadisti in Siria dalla Turchia per abbattere il regime di Assad. Dopo gli attentati in casa ci ha ripensato: e ha stretto un rapporto di alleanza con la pur feroce dittatura di Damasco (Assad) contro i jihaddisti assassini.

LA FRANCIA SOTTO ATTACCO (da "la Repubblica" del 16/7/2016) - La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale
LA FRANCIA SOTTO ATTACCO (da “la Repubblica” del 16/7/2016) – La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale

   Insomma manca una strategia chiara, comune, lucida, una coerenza dell’Occidente, nei confronti delle aree in guerra del nostro pianeta, del fenomeno terroristico generale. Della profonda insoddisfazione che porta (sia pure in minimissima percentuale dello 0,000..) immigrati spesso divenuti cittadini europei (e che “pensano” da europei) a trasformarsi in “soldati” del terrore dell’integralismo islamico (con un Islam pacifico e integrato di stragrande maggioranza, generalizzato, che subisce la negatività della propria immagine, non sa cosa fare…).

   Pertanto resta una carenza di strategia, un’unità verso un’idea comune di pace e sviluppo (e rispetto delle persone e dei popoli) di un Governo Mondiale che superi il caos attuale. (s.m.)

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PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE FERMARE “I FOLLI DI DIO”

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 16/7/2016

   L’autore della strage di Nizza, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non era sotto lo sguardo dei servizi francesi. Per lui nessuna “fiche S”, la schedatura che conduce alla lunga lista, oltre10mila in Francia, dei radicalizzati da sorvegliare a diversi livelli. Bouhlel era invece conosciuto dalla polizia per reati comuni. Come molti altri protagonisti dello jihadismo francese non era particolarmente religioso: non aveva osservato nemmeno l’ultimo Ramadan.

   Cosa l’ha trasformato in chaffeur del terrore?Il fallimento del matrimonio, i recenti guai giudiziari, che pure non avevano prodotto carcerazione? Oppure l’incontro con elementi radicalizzati della città, provenienti dagli stesso quartieri nord a edilizia popolare che hanno fornito negli ultimi anni un centinaio di foreign fighters all’Is o Al Qaeda?

   Scavare nella sua biografia consentirà di capire meglio. Resta il fatto che l’ideologia islamista radicale è ormai strumento a disposizione dei molti, spesso disperati per motivi diversi, che se ne servono per riscattare il fallimento di una vita.

   Abbandonato dalla famiglia, in difficoltà sul lavoro, privo di prospettive, caduto in depressione, un individuo può trasformarsi in “lupo solitario” trovando giustificazione alla propria autodistruzione, e alla drammatica morte data agli altri, in nome della “causa di Dio”.

   Certo, simili spiegazioni non valgono per quanti abbracciano lucidamente la jihad, in nome di una concezione del mondo e di una tassonomia del Nemico ben definite ideologicamente. Ma questo non rende certo meno pericoloso lo scenario. Anzi , la trasformazione di soggetti psicologicamente fragili in nuovi “ folli di Dio”, aggrava il quadro. Poiché mette nell’angolo le tradizionali tecniche di contrasto tipiche degli organismi di intelligence e di polizia, fondate sul principio dell’analisi dell’agire razionale rispetto allo scopo, solitamente adottate nei confronti dei gruppi politicizzati e coesi.

   Qui, invece, l’uomo senza passato diventa pericoloso perché, improvvisamente, maneggia un’ ideologia capace di legittimare le sue scelte omicide.

   Un’ideologia che, considerando nemico chiunque ricada in determinate categorie l’occidentale, il “musulmano” tiepido, il credente di altre fedi, consente di colpire ovunque e in ogni momento: non solo nelle giornate ad alto valore simbolico come la festa della Repubblica. Rendendo tragica realtà quella jihad della vita quotidiana che dilata all’estremo lo scontro tra l’Islam radicale e tutto ciò che non lo è.

   Così Nizza può essere, al contempo, la città di Omar Diaby, meglio noto come Omar Omsen, ex-delinquente comune che una volta uscito dal carcere dove si radicalizza, comincia a predicare nella periferia di Bon Voyage, diventa l’autore di una serie di video, noti con la sigla 19HH che ne faranno una star del webIslam radicale, riunisce attorno a sé un nucleo di simpatizzanti che qualche anno dopo lo seguiranno in Siria, dove prima nelle fila dell’Is, poi in quelle di Al Qaeda, comanderà la brigata francofona e combatterà la sua iperpolitica e consapevole jihad trovando, apparentemente, la morte in battaglia.

   E la città dello sconosciuto uomo qualunque Bouhlel che pure, d’ora in avanti, avrà un posto d’onore nel pantheon dei “martiri jihadisti” e che, forse, prima di essere crivellato dai colpi sparati sul parabrezza avrà pensato alla Promenade come la strada che conduceva finalmente all’agognato Paradiso. O, se non altro, alle fine di quell’inferno umano che, lanciando il tir tra la folla, ha inflitto anche alle sue vittime. (Renzo Guolo)

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LA PAURA NON DEVE SOPRAFFARE L’INTELLIGENZA

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 15/7/2016

   La paura non deve sopraffare l’intelligenza, la razionalità, diceva l’ambasciatrice francese Catherine Colonna poche ore prima dell’attentato di Nizza. Nel cortile di palazzo Farnese storica sede dell’ambasciata francese, la banda dei carabinieri suonava l’Inno di Mameli e la Marsigliese per la festa della Bastiglia. Fuori i controlli di sicurezza francesi con la polizia e i militari italiani schierati a protezione dell’ingresso.

   Che la Francia sia nel mirino è un’ossessione quotidiana, fuori e dentro il Paese.

   Chi sono gli attentatori di Nizza? Lupi solitari, esponenti di un terrorismo che si è radicalizzato in solitario sul web, oppure membri addestrati di cellule jihadiste legate all’Isis come quelli che hanno già colpito a Parigi con la strage del Bataclan? E’ questa la polemica scoppiata da qualche tempo tra due eminenti studiosi ed esperti francesi, Gilles Kepel e Olivier Roy: il primo sostiene che siamo di fronte a una deriva generale dell’islamismo estremista, il secondo afferma che la religione non è determinante ma che conta assai di più la diffusione di una radicalizzazione individuale e sociale della violenza.

   Come si vede anche gli esperti sono disarmanti e forse disarmati nelle chiavi di interpretazione di questi tragici eventi. Una riposta affidabile davanti a questa strage spaventosa di Nizza non è ancora possibile ma la Francia non è l’America: il terrorismo di matrice islamista su questo territorio è radicato da anni, centinaia di cittadini francesi si sono arruolati nell’Isis per combattere contro il regime di Bashar Assad e proprio il ritorno dei jihadisti dalla Siria è uno dei fenomeni più temuti dai servizi di sicurezza di Parigi.

   La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale.

   Ricordiamoci che dopo le stragi di Parigi dell’anno scorso la Francia reagì con i bombardamenti su Raqqa, capitale del Califfato. Ma la stessa Francia non aveva visto con dispiacere l’arrivo dei jihadisti in Siria dalla Turchia per abbattere il regime di Assad e poi, dopo gli attentati in casa, non ha esitato a contattare Damasco per esercitare la sua rappresaglia.

   Quello che vivono i francesi e gli occidentali è anche il risultato di politiche assai contraddittorie nei confronti del mondo musulmano, le stesse che hanno condotto prima all’intervento di Putin in Siria a fianco di Assad e ora alla trattativa tra Mosca e Washington per coordinare gli sforzi per combattere il Califfato. Le potenze occidentali cinque anni fa puntavano su una rapida caduta del regime di Damasco. Ora si rendono conto, insieme ai loro alleati mediorientali come la Turchia e l’Arabia Saudita, di avere commesso un clamoroso errore di calcolo che ha aperto le porte al terrorismo in Europa, alle migrazioni incontrollate e alla destabilizzazione.

   La Francia vive un allerta continuo, dentro e fuori le frontiere dell’Esagono. Pochi giorni fa è stato chiuso il consolato francese di Istanbul, proprio di fronte a quello italiano, dove l’Isis ha appena colpito con un commando l’aeroporto internazionale Kemal Ataturk. La Francia ogni giorno di più percepisce una minaccia alla sua sicurezza.

   A cento anni di Sykes-Picot, l’accordo franco-britannico che spartì il Medio Oriente, a quasi 60 anni dalle avventure coloniali terminate nel sangue con la guerra d’Algeria, la Francia in realtà non è mai uscita dal Medio Oriente e dal Nordafrica come dimostrano anche le sue iniziative politiche e militari di cui quella più clamorosa, e che ci riguarda da vicino, è stata nel 2011 il bombardamento del raìs libico Muhammar Gheddafi.

   Forse non stupisce neppure che sia stata colpita la Promenade des Anglais mentre esplodevano i fuochi di artificio del 14 luglio. I servizi francesi per la sicurezza interna, DGSI, si erano appena detti convinti che lo Stato Islamico sarebbe passato “alla fase delle autobomba” anche in Francia, come a Baghdad o Damasco.

Ma qui, come sappiamo bene, nessuno è al sicuro: l’attentato di Dacca con i suoi morti italiani ha chiaramente indicato che il terrorismo può colpire ovunque e chiunque, americani, francesi, europei e musulmani, che vivono questa tragedia del terrore sulla loro pelle da qualche decennio. E’ fondamentale, come dice l’ambasciatrice francese, che l’intelligenza non sia sopraffatta dalla paura. (Alberto Negri)

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LE PERIFERIE ISLAMICHE: UNA FRATTURA DELLA SOCIETÀ METTE A RISCHIO LA FRANCIA

di Massimo Nava, da “il Corriere della Sera” del 16/7/2016

ISLAM, IMMIGRAZIONE, TERRORISMO: tre poli di un triangolo francese che dovrebbero restare distanti, o almeno definiti, si mescolano nell’emotività che segue un attentato e con analisi che confondono cause con effetti.

   Si avverte – in Francia e nelle opinioni pubbliche che osservano le vicende francesi – una pericolosa oscillazione fra ostilità sommaria nei confronti di milioni di individui che in Francia vivono da generazioni e altrettanto sommaria comprensione che sconfina nella giustificazione socioculturale.

   Il risultato è di rafforzare stereotipi ad uso dello scontro politico e campagne elettorali e di offrire scarsi contributi a contromisure efficaci. Un dato è costante negli episodi di terrorismo che hanno sconvolto la Francia e il Belgio, fino alla carneficina di Nizza. Ossia la biografia di un attentatore di origini straniere (in questo caso tunisine) residente in Francia, con piccoli precedenti penali, non segnalato all’antiterrorismo, con un adesione all’Islam radicale improvvisata.

   Biografie così rendono complicata l’azione dell’intelligence. In questo quadro, le periferie di Nizza e del Midi non sono diverse dalla periferie di Parigi, anche se meno osservate. Si tratta di ghetti in cui la maggioranza della popolazione ha origini straniere, dove la disoccupazione giovanile è altissima e il senso di marginalità ed esclusione sconfina nell’antagonismo culturale e criminoso nei confronti di valori e leggi della Repubblica francese.

   Sono decine di migliaia i giovani che vivono in queste condizioni. È così che si formano le bande di quartiere, le baby gangs che avevano spinto alcuni sindaci della Costa Azzurra a imporre il coprifuoco notturno, la criminalità organizzata che funesta con scippi, traffici di ogni genere e rapine spettacolari il grande business del turismo, delle seconde case e delle residenze per anziani.

   Soltanto una minoranza fa un ulteriore passo, abbracciando — talvolta nelle carceri — l’Islam radicale in una sorta di nichilismo generazionale che in qualche modo da un senso all’azione crudele e disperata, all’arruolamento nelle file del Califfato, alla sottomissione dei fratelli minori, dei compagni di scuola o di strada più giovani.

   Può essere salutare un messaggio più alto e incisivo da parte delle autorità religiose, ma è improbabile che le parole ricuciano legami spezzati con le famiglie d’origine e con la stessa comunità religiosa e di quartiere.

   Se è vero, parafrasando il conflitto arabo israeliano, che la stragrande maggioranza dei musulmani di Francia non hanno nulla a che vedere con il terrorismo, è anche vero che i terroristi escono da queste periferie e da queste comunità: la bonifica non può che avvenire al loro interno, sia pure con il supporto di coraggiose politiche economiche e urbanistiche da parte dello Stato.

   Questi percorsi terroristici sono alimentati anche dall’esterno, cioè dall’opera cinica e capillare di predicatori e infiltrati che si sono giovati di finanziamenti esterni e hanno fatto leva su errori e ambiguità della politica estera francese.

   Il disegno di destabilizzare la Francia — e con essa l’Europa — è evidente, ma resta oscuro nella rete degli esecutori: talvolta commando addestrati, talvolta lupi solitari. Ma molto si riconduce a una specifica frattura della società francese che è economica, culturale, storica e urbanistica prima che religiosa.

   In Francia non sono consentite statistiche su basi religiose o etniche. Si calcola che i residenti e gli immigrati di origine straniera siano circa sette milioni. I musulmani sarebbero circa quattro milioni, ma meno della metà risulta praticante e frequentatore abituale dei luoghi di culto, che tuttavia sono quasi raddoppiati negli ultimi quindici anni. Il fenomeno del radicalismo è molto più recente e potrebbe contare su circa ventimila simpatizzanti. Non molti in termini assoluti, ma abbastanza per condurre una guerra asimmetrica e mettere in ginocchio un Paese. (Massimo Nava)

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LA PAURA. GROSSMAN “LE DEMOCRAZIE EUROPEE PERDERANNO L’INNOCENZA”

intervista di Fabio Scuto, da “La Repubblica” del 16/7/2016

– Per lo scrittore israeliano il rischio è che il terrore del diverso spinga i governi a leggi sempre più repressive. Come accade nel suo paese –

GERUSALEMME. «Il “lupo solitario” adesso si aggira per le strade delle città europee e questo avvierà una serie di azioni che sono destinate a ferire la democrazia, ad andare verso leggi straordinarie che limiteranno la libertà personale del cittadino. Le democrazie europee perderanno presto la loro innocenza». Lo scrittore israeliano DAVID GROSSMAN prova a tracciare un percorso per convivere con il terrorismo, con cui Israele si confronta da molti anni. «Vivere col terrorismo dimostra ancora una volta a che punto la natura umana sia flessibile, fino a che punto impariamo ad adattarci alla dittatura della paura».

Le leggi speciali mettono nelle mani degli apparati dello Stato un potere che potrebbe essere usato in maniera molto discrezionale…

«Per la sua cecità nel colpire gli innocenti, il terrorismo ha una forza immensa, in grado di paralizzare una società civile e rafforzare gli stereotipi razzisti. E’ prevedibile che tanto più una società è esposta al terrorismo, tanto più le forze nazionalistiche e razziste diventino più potenti. Vedremo nel prossimo futuro sempre più governi di destra: questo provocherà un’azione sempre più dura degli stessi governi e questo spingerà queste minoranze verso una ulteriore radicalizzazione».

E’ un quadro molto nero …

«Questo atteggiamento verso le minoranze metterà in dubbio la loro identificazione nazionale e saranno sempre più numerosi quelli che troveranno nella religione un mezzo per esprimere la propria identità. Purtroppo alcuni Paesi europei conosceranno presto la forza distruttrice del terrorismo».

Come uscire da questo circolo vizioso?

«Ci sono mezzi per indebolire il terrorismo. Prima di tutto bisogna combatterlo militarmente nei luoghi di origine. Poi è necessario aumentare l’allerta, sia della popolazione sia delle forze dell’ordine. Alla fine, però, il modo di minare anche se molto lentamente le fondamenta del terrorismo è per forza il cambiamento nel modo di rapportarsi della maggioranza nei confronti delle minoranze. Deve esserci un cambiamento di quelle condizioni che oggi conferiscono un’attrazione così grande al terrorismo fra le minoranze musulmane europee».

Quindi i paesi europei dovranno adottare queste misure di emergenza, anche se è già chiaro che i musulmani ne saranno gli obiettivi principali?

«Al momento in cui la paura del terrorismo viene formulata, inizia una catena di azioni che ferisce la democrazia. Tuttavia ci sono situazioni di emergenza, che di fatto sono situazioni di guerra, in cui la democrazia deve difendersi, soprattutto perché ci sono forze che vogliono distruggerla. Questi mezzi devono essere scelti con estrema cura e devono essere usati con prudenza ed andando “al risparmio”, e al termine della campagna contro il terrorismo, bisogna immediatamente sospenderli».

I francesi però non hanno la più pallida idea di che cosa significhi avere limitazioni delle libertà personali.

«Il pericolo è che i governi che hanno usato decreti di emergenza per combattere il terrorismo, siano poi restii ad rinunciarvi e continuino a controllare o addirittura a spiare, i propri cittadini. D’altra parte, il modo in cui i francesi hanno rifiutato di misurarsi con la realtà e con il fatto che devono combattere la guerra contro il terrorismo sul loro territorio nazionale è un approccio molto pericoloso, che non corrisponde più alla realtà dei fatti ».

C’è anche un’Europa islamica. Milioni di musulmani che vivono la loro fede in maniera meno complessa e certamente non violenta: che fare con loro?

«E’ interesse anche dei musulmani moderati che il dito accusatore sia rivolto verso gli estremisti islamici e questo è anche il compito della leadership della comunità musulmane in Europa, condannare ed operare contro ogni manifestazione di estremismo nelle loro comunità in maniera aperta e chiara».

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LA GUERRA CIVILE DELLA FRANCIA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/7/2016

– Dietro la brutalità dell’azione terroristica, manifestatasi a Nizza, si nasconde una manovra che sta portando la Francia sull’orlo di una guerra civile. Sarebbe azzardato usare di propria iniziativa quest’ultima, catastrofica espressione — GUERRA CIVILE — se a servirsene non fosse stato un qualificato esperto nella materia. –

   PATRICK CALVAR, capo dei servizi segreti interni (Dgsi), ha dichiarato di recente davanti alla commissione di inchiesta parlamentare sul 13 novembre a Parigi (la strage del Bataclan) che per lui ulteriori attentati avrebbero condotto a un confronto tra comunità. A sua conoscenza, alcuni gruppi (di estrema destra) erano pronti a rispondere al terrorismo islamista con un’identica violenza rivolta contro la comunità musulmana. La quale conta in Francia tra i sette e gli otto milioni di uomini e donne. La cifra non è ufficiale perché i censimenti per religione o per origine etnica sono proibiti.

   Patrick Calvar aveva già detto con chiarezza, in una precedente occasione davanti alla commissione difesa dell’Assemblea Nazionale, che se ci fossero stati ancora uno o due attentati l’urto sarebbe stato inevitabile. La Francia avrebbe conosciuto in tal caso una situazione simile a quella degli anni di piombo italiani. «Noi siamo sull’orlo di una guerra civile», ha ribadito, sicuro di sé, il capo dei servizi segreti francesi.

   La strage di Nizza potrebbe realizzare il non rassicurante pronostico di Patrick Calvar. Ma abbiamo imparato che gli 007 non sono infallibili e benché dotati di strumenti efficaci e di colleghi super specializzati, a volte, per nostra fortuna, si sbagliano. Anche se sono sinceri quando formulano le loro diagnosi.

   La nostra è una strana e rischiosa epoca, affidata alla finanza e all’intelligence. Per le quali spesso il virtuale e il reale si confondono. Anche a questo è dovuto il nostro quasi perpetuo stato di ipertensione o di isterismo. A volte capita di sognare il sesterzo e le legioni romane con i calzari e le catapulte. L’intelligence, come la finanza, ci raffigura delle ombre.

   La strage di Nizza ha aggiunto un nuovo orrore: e, se non sfocerà in una guerra civile, sta già sconvolgendo il panorama politico francese. E di riflesso gran parte di quello europeo. Il terrorismo instilla nella società fratture che rischiano di essere irreversibili.

   Non di rado compiute da giovani psicopatici o piccoli pregiudicati convinti di trovare nella morte, nella propria e in quella degli altri, quel che hanno cercato invano nella vita, le azioni dei kamikaze provocano le estreme destre islamofobe affinché reagiscano: sconvolgano le società democratiche e accendano guerre civili mortali per i crociati, gli ebrei e gli infedeli in generale.

   Ma non è detto che la loro manovra, compiuta o tentata spesso inconsciamente, riesca e che si arrivi a un conflitto tra comunità, come dice il capo dei servizi segreti. Quel che adesso si profila è invece il già annunciato successo del Front National di Marine Le Pen. La quale rappresenta la crescente massa di estrema destra, non quella violenta ma quella populista destinata a fare da ammortizzatore.

   I terroristi danno così obiettivamente il loro voto al Front National. E la comunità musulmana rischia di essere governata domani da un partito islamofobo. Quella convivenza assomiglierebbe a una guerra civile.

   Prima di Nizza si intravedeva, per le presidenziali francesi di primavera, un successo di Marine Le Pen al primo turno e una sua sconfitta al ballottaggio di fronte al moderato Alain Juppé, preferito anche dalla folta schiera dei delusi dal socialista François Hollande.

   La figura fino a poche ore fa rassicurante di Alain Juppé, sindaco di Bordeaux dai modi garbati e dalle dichiarazioni sensate, è all’improvviso impallidita. Col montare della collera, della paura, dell’incertezza, Juppé è entrato nell’ombra ed è rispuntato Sarkozy che in fatto di populismo non sfigura troppo davanti a Marine Le Pen. Il duello presidenziale di primavera potrebbe essere riservato a loro, grazie anche al massacro della Promenade des Anglais.

   L’autore della strage non è ancora classificabile se ci si affida alla forte polemica che oppone due studiosi dell’Islam, GILLES KEPEL e OLIVIER ROY. Il primo, Kepel, professore a Scienze Politiche, punta sul carattere religioso del movimento islamista. Roy, professore all’Università internazionale di Firenze, sostiene che la religione sia un pretesto.

    Uno parla di islamizzazione del radicalismo. L’altro di radicalizzazione dell’islamismo. E si affrontano, a volte insultandosi, creando due scuole di pensiero, anche se le loro posizioni appaiono spesso complementari.    Secondo gli amici, il terrorista tunisino di Nizza non recitava le preghiere quotidiane, non andava alla moschea e beveva alcol. Ma ha ucciso ed è morto seguendo gli insegnamenti promulgati il 9 giugno 2014 dal portavoce del “califfato”, Abu Mohammed Al-Adnani.

   I quali dicono: «Colpite la sua testa con una pietra, sgozzatelo col suo coltello, schiacciatelo con la sua automobile, gettatelo da un burrone, strangolatelo o avvelenatelo ». Il tunisino di Nizza ha ottemperato a uno di quei precetti: ha schiacciato gli infedeli, uomini, donne, bambini in festa, con il suo camion. E ha obbedito ai consigli che dicono «strappa il tuo biglietto per la Turchia, il firdaws (ultima tappa prima del paradiso) è davanti a te, convinci qualche mascalzone e trova un’arma in qualche sobborgo». È un invito ad agire nel paese in cui ti trovi, senza raggiungere lo “stato islamico”.

   E lui, il tunisino di Nizza ha seguito anche questa direttiva, impartita dall’Islam jihadista. Alcune sue caratteristiche corrispondevano al modello indicato da Kepel, altre a quello di Roy. Il quale vede il jihadismo come una rivolta generazionale e nichilista, che si è ammantata di islamismo. (Bernardo Valli)

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IL TERRORISMO FAI-DA-TE CHE SFUGGE ALLA INTELLIGENCE

da www.nextquotidiano.it del 16/7/2016

    Cosa ha trasformato Bouhlel in un assassino? Vicende personali come il fallimento del matrimonio o i guai giudiziari legati a una rissa dopo un incidente stradale? Oppure l’incontro con elementi radicalizzati in una città come Nizza, che ha fornito a Is o Al Qaeda un centinaio di foreign fighters?

   Nonostante Cazeneuve, il personal computer ritrovato nella casa di Bouhlel avrebbe portato qualche prova del suo collegamento con la mattanza islamica e la Jihad.

   Che esista un secondo stadio, una sorta di evoluzione “finale” e “definitivamente asimmetrica” del Terrore seminato dai cosiddetti “lupi solitari”. Quello che li vorrebbe “neutri”, impermeabili nei modi e nelle parole (quantomeno quelle pubbliche) al “radicalismo islamista”, che è poi primo e unico degli indizi che, in qualche modo, li rendono riconoscibili alla comunità in cui vivono prima ancora che ai poliziotti che dovessero avere la fortuna o l’intuito di individuarli.

   Che li vorrebbe dunque “fantasmi”, estranei a qualsiasi forma di censimento preventivo (come sono in Francia le cosiddette fiches “S”, le segnalazioni che accompagnano i profili ritenuti a rischio) di fronte anche alla più occhiuta e penetrante delle polizie di prevenzione.

   Consegnandoli tutt’al più, come era del resto accaduto a Mohamed, a piccoli precedenti penali. Violenza, armi. Quelli che, ancora oggi, fanno dire all’avvocato Corentin Delobel, suo legale nel processo per rissa dell’inverno scorso, che «nulla avrebbe mai fatto immaginare che quell’uomo potesse commettere atti di tale disumanità». E a suo padre, Mohamed Mondher Lahouaiej Bouhlel, che suo figlio, di cui aveva perso i contatti da cinque anni, «aveva un solo problema. La depressione. Ne soffriva dal 2002. Prendeva dei farmaci».

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LE PREMESSE PER PERDERE

di Ernesto Galli della Loggia, da “il Corriere della sera” del 16/7/2016

   Amettiamo che si tratti di un «lupo solitario». Perfino che si tratti, ancora più banalmente — se si può usare questo termine per un evento di tale smisuratezza sanguinaria — di una persona affetta da disturbi psichici. Resta il fatto che la nazionalità d’origine dell’autore della strage di Nizza, le modalità e l’obiettivo della strage stessa, il suo contesto simbolico, tutto lascia credere che Mohamed Lahouaiej Bouhlel abbia agito perlomeno — perlomeno — sotto l’influenza di quella «retorica jihadista».

   La retorica contro gli «infedeli» ha probabilmente influenzato il killer, “retorica jihadista» che, come ha scritto Le Monde, «chiama alla lotta contro gli infedeli, gli ebrei e i crociati, gli Occidentali: un discorso totalitario che predica la guerra con tutti i mezzi contro i miscredenti e altri non credenti».

   Come dubitare che proprio tale retorica, diffusa a piene mani nei Paesi del Medio Oriente così come nelle comunità islamiche in Europa e in America attraverso Internet e altri mille canali, rappresenti il problema cruciale della lotta contro il terrorismo.

   Come dubitare che se non si fanno i conti con una tale retorica essa finirà inevitabilmente per alimentare sempre nuova e ancora nuova violenza? E infine: come credere che la retorica jihadista di cui sopra non abbia nulla a che fare con la religione islamica? Qui si tocca un problema di fondo quanto mai delicato.

   Ogni volta infatti che si prova a dire quello che ho appena detto, e magari ci si azzarda anche a indicare – con tutta l’approssimazione del caso, ma i giornali non sono gli Annali dell’Accademia delle Scienze – i motivi di questa implicazione tra la religione islamica e il radicalismo politico dagli esiti terroristici, immediatamente ci si espone alle opportune correzioni, all’invito ai debiti distinguo e ai necessari approfondimenti da parte di chi pensa di saperne o effettivamente ne sa di più.

   Il tutto accompagnato alla messa in guardia contro il pericolo di aprire le porte a una guerra di religione. E fin qui sta bene. In una materia così scottante i politici, tra l’altro — e non solo italiani ma di tutta l’Europa che conta — sono sempre d’accordo con tali messe in guardia, con questi appelli alla cautela. Per la buona ragione che così essi possono evitare ciò che più temono: e cioè, Dio non voglia, prendere decisioni nette e quindi necessariamente impegnative (per esempio tirare in ballo finalmente le responsabilità dell’Arabia Saudita o intervenire con efficacia contro il mercato delle armi.

   Il fatto è, però, che in tutti i casi che conosco gli inviti di cui ho appena detto, sia pure sacrosanti, evitano però, a me pare, di pronunciarsi poi, a propria volta, nel merito. Cioè di dirci quale sia allora il reale rapporto che intercorre tra religione islamica e radicalismo islamista. E chi, e in che modo, possa eventualmente fare qualcosa. Sicché alla fine, nella ridda delle obiezioni e delle smentite, si finisce per trarre l’impressione che un tale rapporto in realtà non esista per nulla, e che quindi ci sia ben poco da fare.

   Con la conseguenza di non poter fare altro che ripiegare su soluzioni mitico-consolatorie tipo «più intelligence», «più dialogo», «più tolleranza», «più integrazione»: che come si capisce è difficile che risolvano qualcosa.

   La sconfitta che incombe sull’Europa appare insomma come una sconfitta prima di tutto intellettuale. Non riusciamo a metterci d’accordo su chi sono e da quali territori della mente e del cuore vengano i nostri sterminatori. Addirittura molti tra noi pensano, e più o meno ad alta voce dicono anche, che dei morti di Nizza come di quelli di altri cento luoghi la colpa alla fine sarebbe solo nostra.

   Del nostro orribile passato di conquistatori (come se le altre civiltà non lo fossero state quanto la nostra) così come del nostro altrettanto orribile presente di «globalizzatori». O magari, per addolcire la pillola, degli americani e delle loro inconsulte guerre.

   È consentito chiedersi come con tali premesse sia possibile che vinciamo? Quando gli unici scontri a cui riusciamo a pensare sono quelli di tipo diciamo così spionistico-polizieschi; quando crediamo che conti poco o nulla la religione, cioè la cosa che alla maggior parte dell’umanità appare come la più importante; quando siamo convinti che l’identità culturale sia solo un’invenzione dei reazionari per vincere le elezioni. (Ernesto Galli della Loggia)

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LE IMMAGINI DEL TERRORISMO E I VOYEUR

di Marco Belpoliti, da “la Repubblica” del 16/7/2016

   Il primo desiderio è di guardare. Vedere tutto e fotografarlo. Accendere gli smartphone e le telecamere, orientarle sulla “cosa” e riprendere. Subito dopo postare nei social network le immagini fisse o in movimento dei corpi, degli oggetti abbandonati, della Promenade, della gente che scappa o che si abbraccia. Non può che essere così. Un impulso irrefrenabile.

   Oggi non può più esserci nessun avvenimento senza immagini, non immagini di fotografi professionisti: le immagini di ciascuno. Di più: non sembra esserci realtà senza queste immagini divulgate nel web. Dilagano le immagini dei morti di Nizza, France 2 li trasmette, così la Fox News e Al Jazeera.

Le ha scattate, o girate, Everyman. Oltre dieci anni fa Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri ha scritto: «Nell’era della fotografia si pretende dalla realtà sempre di più». Siamo tutti iperrealisti: vogliamo vedere e documentare. Registrare e divulgare. Condividere le immagini della strage di Nizza appartiene al naturale bisogno di guardare sempre più, ed è un modo per prendervi parte.

   Da quando ci sono le macchine fotografiche digitali siamo tutti dei potenziali voyeur, consumatori d’immagini nostre e altrui. I cellulari, poi, ci hanno resi testimoni continui della realtà, sino al punto da rovesciare il rapporto tra vedere e agire: fotografare le immagini di una strage, come di un avvenimento sportivo o musicale, ci fa quasi ritenere di avere prodotto noi ciò che accade, una forma di realtà accresciuta che coniuga insieme la cosiddetta “realtà” e la sua immagine.

   Quella digitale non è poi un’immagine qualsiasi, poiché può essere trasmessa in tempo reale, e subito chiunque può vederla. Se già la macchina fotografica, come sosteneva la scrittrice americana, avvicina troppo l’osservatore alla cose, così da apparire come una lente d’ingrandimento, lo smartphone è qualcosa di più: enfatizza i dettagli, li accresce, li amplifica, così come dilata le visioni possibili della realtà stessa un tempo affidata alla memoria di chi c’era, al ricordo, o al massimo agli scatti di un fotografo presente o accorso subito sul luogo.

   Oggi la realtà appare non solo accresciuta bensì moltiplicata, così come moltiplicate sono le immagini dell’orrore, dei corpi maciullati e dei cadaveri. Non riusciamo a sottrarci all’abitudine di cercarle in Facebook, in Instagram, in Twitter, ovunque qualcuno le abbia postate. Quasi un bisogno di saturare lo sguardo, così da produrre noi stessi la Gorgone pietrificante ed esserne nel contempo catturati.

   Il voyeurismo è una forma di perversione di massa, inarrestabile e incontrollabile. Virale. Se la televisione, scriveva Sontag, suscita una sorta d’instabilità della visione, la saturazione visiva prodotta da centinaia di cellulari e macchine digitali disturba l’attenzione, la indebolisce, la rende indifferente ai contenuti.

   Perché stupirsi di tutto questo? In fondo l’immagine è anche un modo per mettere a distanza le cose, per vederle attraverso un filtro privilegiato, che non è più neppure l’obiettivo fotografico (nel cellulare nessuno guarda più dentro, piuttosto accanto), bensì una doppia visione: l’occhio e l’immagine stessa.

   E questa non è più un rettangolo di carta, che poteva passere di mano in mano, essere stampato su un giornale, bensì “qualcosa” che non possediamo neppure nella sua materialità; da quando abbiamo scattato, finto di premere l’otturatore, è di chiunque: circola di per sé nel web, senza autore, senza una realtà cui riferirsi.

   Che fare? Spegnere il cellulare, non cliccare sulla pagina Facebook che contiene le immagini, rinunciare a Instagram? Ogni nuova immagine di strage, eccidio, carneficina, cancella quella precedente, benché nulla sembrerebbe più memorabile della moltiplicazione senza fine dei dettagli rappresentati.

   Walter Benjamin ci aveva avvisati, il modo moderno di vedere procede per frammenti. Un caleidoscopio d’immagini che cambiano a ogni piccolo movimento fornendoci un pattern sempre diverso. La realtà ci sfugge dopo averci atterrito e impietriti con le immagini del massacro.

   Freud ha raccontato di un sogno occorsogli dopo la luttuosa morte del padre. Appare un cartello: “Si prega di chiudere gli occhi”? Quali modi ci sono per elaborare il lutto di questa nuova terribile strage? Spegnere le telecamere e gli smartphone? Probabilmente sì. E insieme tenere gli occhi ben aperti, per guardare e capire. Questo sì. (Marco Belpoliti)

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NELLA MENTE DELLE VITTIME: “INCUBI E SENSI DI COLPA COSÌ LI AIUTIAMO A CAPIRE”

di Marco Preve, da “la Repubblica” del 17/7/2016

NIZZA. «Il camion li insegue ancora, noi li aiutiamo a fermarlo».

   In quei due chilometri di corsa omicida Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone e ne ha ferite in maniera più o meno grave altre cento, ma il suo camion bianco continua a braccarne ancora tante. Chi solo di notte, chi durante tutte le ore del giorno.

   Sono tormentate dal fatto di aver scelto, dal gesto istintivo compiuto in un istante, per aver avuto in quella frazione di secondo la consapevolezza della propria decisione: spingere o trascinare verso la salvezza una persona invece di un’altra.

   Sono quasi 500 le vittime “bianche” della tragedia di Nizza e il loro pronto soccorso è una palazzina costruita nel 1937 e affacciata sulla Promenade che ospita il Cum, Centre universitaire méditerranéen. Il suo Amphitheatre intitolato ad un politico della prima metà del secolo scorso, Anatole de Monzie, foderato di velluto rosso e boiserie scure fino a giovedì notte aveva ospitato solo conferenze, convegni e le sedute della Città metropolitana. Ma la notte del 14 luglio è diventato per ragioni logistiche il centro di sostegno psicologico.

   «Questa struttura è nata con l’idea base di assolvere diverse funzioni – spiega la direttrice Elisabeth Martin – e siamo stati pronti a trasformarci giovedì sera quando Croce Rossa e Protezione civile ci hanno scelto come centro di accoglienza psicologica. Non pensavamo che sarebbe venuta così tanta gente ma è anche vero che la risposta degli psicologi del territorio è stata formidabile: decine e decine sono venuti qui per prestare la loro opera».

   Caroline Bonhomme è una degli oltre cento psicologi che si sono offerti volontariamente per terapie di emergenza. «No – spiega – non é la paura che possa di nuovo accadere che ha portato al Cum tutte queste persone. È il senso di colpa. La maggior parte infatti sono dei testimoni. Assediati dall’angoscia di non aver fatto abbastanza. Gli adulti soprattutto, perché i più giovani accusano meno il senso di colpa.

   I grandi invece non riescono a conviverci. Un signore di 50 anni è riuscito a spingere la moglie fuori dalla traiettoria del camion ma non ha potuto evitare che venisse investita una signora che era accanto a loro e che lui ha avuto la percezione di poter salvare. Una ragazza sui trenta non riesce a dimenticare che mentre con il fidanzato si lanciavano nell’aiuola una mamma con un bimbo veniva trascinata via. Le persone che stanno male vengono da sole, con la famiglia oppure a gruppi di amici». Il disagio si manifesta in molti modi.

   «Un signore – continua la psicologa nizzarda- mi ha detto che rivedeva sempre la scena dell’investimento ma non riusciva assolutamente a ricordare il colore del camion. Una cosa banale, priva di importanza ma per lui era diventata un’ossessione, la ragione di un incubo perenne. Una donna sentiva il bisogno di tornare sul punto dove aveva visto falciare un suo amico ma non trovava la forza. Abbiamo cercato di ridargliela. Il trauma per quasi tutti loro è in fondo il senso dell’irreale che assume questa vicenda. Il nostro compito, attraverso l’esposizione orale è cercare di restituirli al presente, staccarli da quei minuti della notte del 14 luglio, non costringerli a dimenticare ma far loro capire che il camion si è fermato».

   Se gli adulti hanno attraversato la soglia del Cum dopo aver maturato la consapevolezza della propria sofferenza, per i bambini e gli adolescenti è stato diverso. Su una parete dell’austero Cum è affisso un foglio bianco : ”Coin jeux premier etage”, zona giochi primo piano. «La loro reazione – spiega la dottoressa – è stata diversa rispetto a quella degli adulti. Choc puro, paura, insicurezza. Quasi tutti hanno manifestato il proprio malessere con il silenzio. Alcuni hanno smesso di parlare. Sono arrivati assieme ai genitori, per metterli a loro agio, specie i più piccoli, abbiamo creato una stanza di giochi. Il nostro è stato un primo aiuto, importantissimo, ma è probabile e auspicabile che sia gli adulti che i ragazzi proseguano queste terapie di sostegno».

   Sono quasi passati due giorni, la Promenade è stata riaperta, i primi bagnanti tornano sulla spiaggia, c’è chi corre, ma sull’altro lato della strada una donna in lacrime sorretta dal marito varca il cancello del Cum. «Non so – dice la direttrice Martin – quando torneremo ad essere “solo” il Cum, vedo che troppi hanno ancora bisogno di aiuto». (Marco Preve)

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NELLA MENTE DEL KILLER: UN SOGGETTO AI MARGINI PER CUI LA FEDE È UN PRETESTO

di Massimo Ammaniti, da “la Repubblica” del 17/7/2016

   E’ un bisogno quasi insopprimibile chiedersi perché gli altri si comportino in un certo modo, quali siano le loro intenzioni e le loro motivazioni. Non si può vivere in un mondo incomprensibile, dobbiamo costruire delle interpretazioni che ci aiutino a dare un senso a quello che ci succede, soprattutto quando avvengono eventi drammatici come l’attentato terroristico di questi giorni a Nizza oppure quello recente a Parigi, che mettono in discussione le radici della nostra vita e della nostra identità.

   A volte ci diamo delle risposte di comodo, i terroristi sono soltanto dei fanatici psicopatici che vengono sopraffatti dai meccanismi della violenza, quasi a togliere ai loro comportamenti ogni motivazione umana, un processo di alienazione che li rende simili a bestie feroci. E’ un’interpretazione povera e fuorviante anche perché gli animali aggrediscono solo per sopravvivere e non uccidono infierendo sugli altri esseri. E’ soprattutto fuorviante perché non ci aiuta a capire le radici del terrorismo, di cui dobbiamo svelare le varie forme se vogliamo cercare di ridurne l’impatto e possibilmente prevenirlo.

   Risposte più complesse vengono dalla psicologia sociale: non si tratta di un comportamento individuale ma di gruppo, in cui si verificano una soggezione psicologica ed una identificazione con la figura carismatica del leader. Come mise in luce Sigmund Freud nel 1921 in un suo scritto Psicologia delle masse e analisi dell’Io il gruppo facilita la regressione a meccanismi di funzionamento primitivi, per cui viene meno la responsabilità individuale e la coscienza morale, come hanno mostrato la Germania Nazista o i regimi comunisti.

   Una conferma quasi sperimentale di queste dinamiche di gruppo verso il capo carismatico venne dagli studi di Philip Zimbardo negli anni ’70, nei quali venne simulata una situazione carceraria con lui stesso nel ruolo del Direttore della prigione ed un gruppo di volontari scelti fra persone particolarmente equilibrate, che personificavano in modo realistico le guardie carcerarie e i prigionieri.

   Nonostante fossero tutti consapevoli della simulazione la situazione divenne esplosiva: le guardie sempre più violente e intimidatorie verso i prigionieri, costretti a pulire le latrine e a subire sopraffazioni, mentre quest’ultimi cercarono di ribellarsi e di evadere. L’ingovernabilità della situazione obbligò Zimbardo ad interrompere l’esperimento, con grande sollievo dei detenuti e col rammarico di quelli che facevano le guardie.

   Questa ricerca ancora una volta confermò secondo Zimbardo l’effetto “Lucifero”, ossia la trasformazione diabolica che si può verificare in una persona quando interagiscano particolari disposizioni personali, ossia scarso senso critico e conformismo, con un contesto ambientale in cui prevalgano forti ideologie, gerarchie e rigide prescrizioni di comportamento.

   Per tornare ai nostri giorni e ai comportamenti efferati dei terroristi che hanno seminato la morte, scavando nel loro passato si scopre che molti di loro erano stati condannati per rapine, spaccio di droga e atti antisociali sicuramente indice di una vulnerabilità personale. Solo successivamente era avvenuta la loro affiliazione nelle file del terrorismo organizzato, che ha fornito una pseudoideologia con una coloritura religiosa.

   Perché non è una vera fede religiosa quella che ne ha consentito la trasformazione da piccoli delinquenti a combattenti e martiri per un ideale superiore. Non va tuttavia sottovalutato quello che affermò l’antropologa Sara Reardon in un’intervista pubblicata nel 2015 sulla rivista scientifica Nature secondo cui negli Stati Uniti gli immigrati raggiungono un livello economico ed educativo accettabile in una generazione, mentre in Europa occorrono addirittura due o tre generazioni, costretti a vivere nel frattempo in condizioni di povertà da 5 a 19 volte maggiori del resto della popolazione.

   Ma aggiungerei che le famiglie degli immigrati negli Usa spingevano i figli ad integrarsi nella nuova comunità, rinunciando anche alla propria lingua, mentre i figli delle famiglie musulmane immigrate in Europa si trovano a cavallo fra il mondo occidentale e le rigide regole della famiglia, come mostrava in modo eloquente la storia di una famiglia pachistana in Inghilterra nel film di qualche anno fa East is East. Massimo Ammaniti è uno psicologo esperto di psicopatologia dell’età evolutiva. (Massimo Ammaniti)

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MARC AUGÉ: «SERVE UN’IDEA FORTE DI UMANITÀ PER RIDARE SACRALITÀ ALLA PERSONA»

di Maria Serena Natale, da “il Corriere della Sera” del 17/7/2016

   Un serbatoio infinito di soldati senza divisa pronti all’azione, un potenziale distruttivo cieco al quale l’ideologia dà una traiettoria. «A questo punto il profilo individuale dell’attentatore ha una rilevanza relativa perché è riassorbito in un progetto terroristico ad ampio raggio, capace di attrarre schiere di giovani fragili facilmente radicalizzabili». L’antropologo francese MARC AUGÉ ha coniato negli anni Novanta la categoria di «non luogo» come tassello fondamentale di una «surmodernità» sovraccarica di comunicazione ma vuota di relazione.

   Luoghi di transito senza storia, aeroporti e alberghi come le periferie sociali dove la promessa di riscatto ed eguaglianza è stata tradita, trasformate in bacini di rabbia e rivolta. Augé inquadra con il Corriere i fatti di Nizza in un disegno di conquista che fa leva anche su questo tradimento in atto nei territori dell’emarginazione.

Professor Augé, come si disinnesca questo potenziale?

«Oggi il discorso pubblico è incentrato sulla de-radicalizzazione, che è senz’altro un aspetto importante, ma non coglie il fenomeno in tutta la sua profondità. Il fondamentalismo attecchisce lì dove non c’è un progetto di vita complessivo, un’idea forte di umanità, così ha buon gioco a strumentalizzare e organizzare la volontà dei singoli di fare il male».

Cosa intende per «male», una forza in azione nella Storia, una dimensione psicologica..?

«L’incapacità dell’essere umano di riconoscere sé nell’altro, di vedere e rispettare l’umanità in ogni singolo uomo. Il fondamentalismo nega una simile possibilità».

Come può combinarsi con la religione un sistema ideologico che svilisce l’uomo e lo riduce a strumento?

«Questo è proprio un pericolo connaturato a una certa interpretazione della visione monoteista, per la quale lo stesso Dio ostacola l’identificazione dell’individuo con l’umanità. Occupando tutto lo spazio sacro e diventando essa stessa l’universale, la divinità toglie universalità all’umano, impedisce di riconoscere questa dimensione nel singolo uomo. È una direzione opposta rispetto a quella colta da Jean-Paul Sartre, “ogni uomo è tutto l’uomo”, che poi è l’essenza della laicità».

La laicità alla base di questo modello informa lo spirito della «République», della Francia che ha portato nel mondo i suoi ideali di libertà e fratellanza ma ha alle spalle un processo di decolonizzazione traumatico e violento: anche per queste ragioni si ritrova bersaglio?

«Le ragioni sono molteplici: il passato conta perché ha creato le condizioni del presente, ma quel che oggi fa la differenza è il ruolo delle disparità sociali ed economiche per la grande comunità musulmana del Paese. E pesa pure la partecipazione alle operazioni militari in Medio Oriente contro i terroristi di Daesh».

In che modo si sradica la visione fondamentalista?

«Soprattutto con un progetto educativo supportato dall’intera società e inserito in un orizzonte filosofico che restituisca sacralità all’individuo. Questa laicità consente di trascendere le differenze culturali — che vanno sempre riconosciute e rispettate — in nome di valori universali che ci permettono di superare qualsiasi forma d’esclusione. Non si tratta di relativismo culturale, è una forma di utopia. Solo così l’altro può ritrovare ai nostri occhi una dignità nuova».

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JIHADISMO E FOLLIA. L’ANALISI FRANCESE SUI FOREIGN FIGHTER DICE CHE UNO SU 10 È SCHIZOFRENICO

di Alessandra Coppola e Guido Olimpio, da “il Corriere della Sera” del 17/7/2016

   L’analisi francese sui foreign fighter dice che uno su 10 è schizofrenico. E chi non va in Siria viene riciclato dai predicatori radicali come lupo solitario. Tra la follia e il jihadismo a volte un legame c’è. Non è solo storia tragica di questi giorni, ma si rintraccia nelle analisi che gli investigatori di Parigi già da qualche mese hanno elaborato, soprattutto sulla base delle copiose indagini sui «foreign fighters» francesi: il 10 per cento di chi è partito per la Siria o per l’Iraq è schizofrenico. Uno su dieci.

   La diagnosi si associa spesso a quella degli assassini di massa americani, e infatti gli studi degli inquirenti europei (sostenuti dalle valutazioni di molti psicologi) si stanno indirizzando apertamente in quella direzione. Profili criminali che si incrociano. Si tratta di individui isolati sul piano psicologico, «perdenti» nel contesto sociale, con una vita familiare spesso turbolenta o precaria, segnata da fratture profonde (un divorzio doloroso, un licenziamento inatteso, il rifiuto di un prestito o ancora una questione burocratica inceppata).

   La valvola di sfogo può essere l’Islam radicale. Alle prese con problemi personali ed economici, questi individui sublimano i propri guai nella causa fondamentalista, trovando nell’Isis un’organizzazione che non si pone problemi ad accettarli. Non tutti diventano combattenti al fronte, però. Chi non riesce a partire per il Medio Oriente può essere facilmente «riciclato»: sono i «lupi solitari» incoraggiati all’azione nei Paesi in cui si trovano. Non sono in grado di raggiungere il Medio Oriente, ma sono capaci di aprire il fuoco in una discoteca o di salire su un camion per fare una carneficina.

   Gli attentatori — vale per Bouhlel a Nizza o per Omar Mateen che ha fatto strage a Orlando, per esempio — si considerano «vittime di ingiustizie», vere, presunte o inesistenti. Ciò che conta è la loro percezione. Si sentono minacciati, in guerra con il prossimo, per cui pensano che il gesto estremo possa gratificarli. E anche redimerli.

   Se fossero laici, si toglierebbero la vita. Cresciuti da islamici, invece, benché spesso ignoranti della propria religione, attratti dalle promesse di «gloria» dei predicatori radicali (in carne e ossa o più spesso sul web) cercano un’uscita di scena da «martire» e imitano — il punto è qui — gli attentatori suicidi. In questo modo, il proprio nome non sarà associato a un solitario atto di follia, destinato a essere presto dimenticato, bensì all’attacco di un’organizzazione famosa come lo Stato Islamico o Al Qaeda. In questo modo, inoltre, la vita precedente di peccati e fallimenti viene «purificata» e riabilitata.

   Mohamed Lahouaiej Bouhlel, in realtà, solo dopo il massacro sulla Promenade è diventato «un soldato del Califfato». Fino al giorno prima, era un autista introverso e solitario, allontanato dalla moglie, evitato dai vicini. Il suo percorso ricorda di nuovo quello dei «mass shooter» statunitensi che per lungo tempo macerano nei propri tormenti, simulano una vita anonima e innocua. Poi all’improvviso una scintilla, una situazione contingente che accende la miccia e li trasforma in bombe. C’è un’evidente sovrapposizione tra le due realtà: la prima appartiene al privato, la seconda arriva quando scoprono l’impegno politico. In questa ultima veloce fase, il killer sceglie il movente che preferisce per giustificare la sua follia.

   L’analisi degli investigatori francesi si è allargata anche ai jihadisti che restano all’interno dei confini, soprattutto dopo tre episodi. Il primo a Digione, nel dicembre 2014: un uomo, allora definito «squilibrato», al grido di Allah Akbar investì con la sua auto 11 persone, ferendole. Storia minore, ma che andrebbe rivista sotto una lente diversa. Il secondo, più conosciuto, nel giugno 2015: Yassin Salih decapitò il suo datore di lavoro nell’Isère, si scattò un selfie con la testa mozzata e inviò l’immagine a un militante jihadista.

   Un uomo disturbato che scimmiotta gli orrori dello Stato Islamico e fornisce spiegazioni confuse. L’ultimo a gennaio di quest’anno, protagonista Tarek Belgacem, ucciso dalla polizia a Parigi dopo aver cercato di aggredire gli agenti con un coltello: indossava una finta fascia da kamikaze e portava un messaggio di rivendicazione per conto dello Stato Islamico, che s’era scritto da solo.

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L’ETÀ DIFFICILE DELL’INCERTEZZA

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 16/7/2016

   La strage del 14 luglio a Nizza conferma che siamo entrati nell’età dell’incertezza. La guerra che abbiamo di fronte non è un conflitto tradizionale, con un inizio e una fine; è un’epoca, che sarà lunga e dolorosa. E nessuno, da nessuna parte, ne è al riparo: perché la prima linea può essere il posto più sereno al mondo, la Promenade des Anglais nella notte dei fuochi d’artificio e del compleanno della libertà.

   Il terrorismo della nostra epoca non è quello che siamo abituati a pensare. Violenza e terrorismo di questa nostra epoca non colpisce in modo mirato. Non usa soltanto gli aerei. Commette stragi indiscriminate. Con un vecchio camion.

   Non possiamo più cavarcela sostenendo che le vittime «se la sono andata a cercare»; è il terrore che è venuto a cercare loro. Parlare di guerra non è fuori luogo: nel 2015 i caduti negli attentati sono stati quasi 30 mila, spesso nell’indifferenza generale: le stragi pressoché quotidiane in Iraq e in Siria non sono considerate neppure più notizie. Ma parlare di guerra nello stesso tempo è riduttivo: perché si può fronteggiare un esercito, non si può fronteggiare un lucido folle capace di colpire in qualsiasi momento qualsiasi bersaglio, anche il più innocente, anche i passeggini dei neonati.

   L’elemento della pazzia e del nichilismo — «Dostoevski a Manhattan» titolò il suo libro sull’11 Settembre André Glucksmann, un grande europeo che ci manca molto — non esclude che il terrore abbia una strategia. Purtroppo i fondamentalisti, anche quando usano pedine isolate, hanno dimostrato di saper fare politica, alla loro turpe maniera. L’11 marzo 2004 cambiarono la storia spagnola sovvertendo l’esito delle elezioni con la bomba di Madrid.

   Ora gli assassini della Jihad fanno il gioco di Marine Le Pen e lavorano per la distruzione dell’Europa; così come in America alimentano la rabbia e la paura su cui Trump ha costruito la sua campagna. Questo accade anche perché i politici tradizionali si mostrano particolarmente imbelli: come Hollande, che ha annunciato la fine dello stato d’emergenza poche ore prima del massacro.

   La Francia è nel mirino perché ha sfidato l’Isis in Siria e in genere il fondamentalismo in Africa, con interventi a volte efficaci (come in Mali), a volte velleitari: dopo ogni attentato l’Eliseo ripete che l’Isis sarà distrutto e Raqqa liberata, e ogni volta suona meno credibile. Parigi paga il fallimento della sua politica assimilazionista e il rigetto delle seconde generazioni di immigrati maghrebini. La Francia rappresenta inoltre la fucina delle libertà occidentali, di cui il 14 luglio è la festa: il Paese che si sentiva sollevato dopo la fine degli Europei ha realizzato che i terroristi islamici odiano sì il calcio, ma odiano più ancora la libertà.

   L’Italia si illuderebbe se pensasse di essere al sicuro; e non solo perché la passeggiata di Nizza è un luogo non meno italiano che francese, come conferma il tributo di sangue che abbiamo versato. L’autista torinese di autobus in pensione ucciso a Tunisi al museo del Bardo e presentato al mondo su Internet come «un crociato»; il sorriso di Valeria Solesin; l’atroce fine dei nove connazionali a Dacca, torturati e sgozzati in quanto italiani senza suscitare la dovuta indignazione in patria; e ora le vittime di Nizza.

   È evidente che la questione ci riguarda, né potrebbe essere altrimenti: è l’epoca data in sorte anche a noi. Ne possiamo uscire se sapremo fare buon uso della nostra libertà culturale. Badando a non perdere la testa, a non confondere terrorismo e immigrazione; ma anche a reagire con coraggio, a superare i ricatti ideologici per cui chi chiede un’immigrazione sotto controllo diventa xenofobo e chi pretende l’impegno dei musulmani di casa nostra contro il terrore diventa islamofobo.

   Se i fondamentalisti violenti alla fine saranno sconfitti, e lo saranno, non accadrà per la loro crudeltà; in passato è accaduto che le guerre fossero vinte dai più crudeli. E neppure per la loro miseria morale: la miseria morale di Hitler non gli impedì di sfilare a Parigi.

   I terroristi saranno sconfitti per la loro povertà culturale. Perché non hanno avuto l’illuminismo e di conseguenza non hanno avuto un 14 luglio, la data simbolica che sancisce che gli uomini nascono liberi e uguali: una novità recente e dirompente nella storia. Tocca a noi ora esercitare la nostra libertà non con spensieratezza, pensando che tanto non potrà accaderci nulla; ma con consapevolezza, sapendo che le vittime di Nizza alla fine si riveleranno più forti dei loro carnefici. (Aldo Cazzullo)

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