TURCHIA: il CONTRO-GOLPE di ERDOGAN con l’eliminazione di massa di ogni dissenso (o sospetto di opposizione); e L’INTRICATA VICENDA della TURCHIA attuale, filtro e ponte tra: mondo musulmano e cristiano, stato laico e confessionale, modernità e arcaicità – COME RAPPORTARSI AL MONDO TURCO?

«Non abbiamo ancora finito» annuncia il presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN. Parla delle 11MILA PERSONE fermate in seguito al fallito golpe di venerdì 15 luglio e precisa: «Ci saranno altri arresti». Arresti che - riferisce AMNESTY INTERNATIONAL - sono sfociati in torture e potrebbero essere l’anticamera della reintroduzione nel Paese della PENA CAPITALE (abolita nel 2001, in vista dell’ingresso nell’Unione Europea): «Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò». Parole che arrivano nel giorno in cui PIAZZA TAKSIM A ISTANBUL (nella foto sopra), simbolo della Turchia laica, si è svegliata con un grosso STRISCIONE, srotolato - non a caso - sulla facciata del CENTRO CULTURALE ATATURK: un messaggio che minaccia di morte FETHULLAH GULEN, indicato dal presidente turco Erdogan come il mandante del fallito colpo di Stato. (da “il Corriere.it” del 20/7/2016)
«Non abbiamo ancora finito» annuncia il presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN. Parla delle 11MILA PERSONE fermate in seguito al fallito golpe di venerdì 15 luglio e precisa: «Ci saranno altri arresti». Arresti che – riferisce AMNESTY INTERNATIONAL – sono sfociati in torture e potrebbero essere l’anticamera della reintroduzione nel Paese della PENA CAPITALE (abolita nel 2001, in vista dell’ingresso nell’Unione Europea): «Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò». Parole che arrivano nel giorno in cui PIAZZA TAKSIM A ISTANBUL (nella foto sopra), simbolo della Turchia laica, si è svegliata con un grosso STRISCIONE, srotolato – non a caso – sulla facciata del CENTRO CULTURALE ATATURK: un messaggio che minaccia di morte FETHULLAH GULEN, indicato dal presidente turco Erdogan come il mandante del fallito colpo di Stato. (da “il Corriere.it” del 20/7/2016)

   Verrebbe da dire che la Turchia “va aiutata”. Ad uscire dalle sue contraddizioni. A fare in modo che questo grande splendido Paese, con una storia pur difficile e dolorosa (ma lo è stata. dolorosa, per molti Paesi), possa trovare finalmente la sua vera strada: uscire dalle contraddizioni in cui vive in questa epoca difficile per tutto il pianeta.

   Il colpo di Stato, fallito, avvenuto nella sera e notte tra il 15 e il 16 luglio, ha prodotto fin dalla prima mattinata del sabato 16 luglio a pochissime ore, minuti, dall’aver sancito il fallimento dell’insurrezione dei militari al regime (peraltro democraticamente eletto di Erdogan, che però non piace a nessun Paese occidentale…), a poche ore dalla fine del colpo di stato, dicevamo, è subito iniziata un’epurazione di militari, magistrati, insegnanti… che man mano ha assunto un carattere di massa. E che vien da pensare che “la lista” di quelli da far fuori fosse preparata e meditata da lungo tempo.

Ankara e i carri armati, sabato 16 luglio 2016(da www.ilpost.it/ )
Ankara e i carri armati, sabato 16 luglio 2016(da http://www.ilpost.it/ )

   Il tentativo di rovesciare un regime, democraticamente eletto, con la violenza delle armi, con i carri armati (si contano, si dice, quasi trecento morti, e non si sa le cause dell’uccisione: il golpe militare, l’opposizione al golpe, l’attuale contro-golpe…forse da tutte e tre le cose…), questa iniziativa dei militari, non avrebbe certo portato a “giuste ragioni” per il “miglioramento” di una democrazia opinabile come quella di Erdogan (che in questi anni non si è, ad esempio, fatto problemi a chiudere giornali di opposizione). Pertanto non era quella la strada (non può essere quella del colpo di stato) per una “nuova Turchia”.

FETULLAH GULEN (iman, ideologo, una volta amico e iniziatore di Erdogan al potere e ora suo grande oppositore, autoesiliatosi negli Stati Uniti, accusato dal presidente turco di avere ordito il tentato golpe del 15 luglio)
FETULLAH GULEN (iman, ideologo, una volta amico e iniziatore di Erdogan al potere e ora suo grande oppositore, autoesiliatosi negli Stati Uniti, accusato dal presidente turco di avere ordito il tentato golpe del 15 luglio)

   Verrebbe da dire che la Turchia è, nonostante appaia più che mai adesso legata a uno stato confessionale, retrivo nelle forme “laiche” che bene o male troviamo nei paesi occidentali, LA TURCHIA HA IN SE UN’ESSENZA MOLTO EUROPEA, OCCIDENTALE: pensiamo ai giovani che manifestavano tre anni fa a piazza Taksim (in questi giorni centro dei manifestanti pro-Erdogan!), appunto all’epoca dei sit-in di Gezi Park, cioè di opposizione all’eliminazione del parco, al taglio di centinaia di alberi per la costruzione di un centro commerciale (in tutto il Paese milioni di giovani e meno giovani scesero per la prima volta in strada, uniti da un ideale — fermare le ruspe di Erdogan — e da molto altro ancora per Gezy Park). Pensiamo alla Turchia presente ai campionati europei di calcio, oppure alla Champions League sempre europea, e lo stesso le squadre di basket… oppure pensiamo agli scrittori e poeti, contemporanei e non, turchi, amati e conosciuti in Europa (come il premio Nobel Orhan Pamuk, o Yashar Kemal, Nazim Hikmet…). E la Turchia è un Paese in grande fase di sviluppo: ha avuto nel 2015 un PIL nazionale economico di aumento del 4% rispetto all’anno precedente, insegue parametri di sviluppo e qualità della vita occidentali….

TURCHIA
TURCHIA

   Un Paese così non merita una democrazia poco visibile e credibile (qualcuno chiama le nuove democrazie dove appaiono figure dittatoriali come Erdogan – non a caso definito “il Sultano” – chiama queste democrazie miste a dittature DEMOCRATURE…

   Per questo un approccio più ravvicinato alla politica e alle istituzioni europee (peraltro oggi, in questi giorni, del tutto assenti e silenziose…), un approccio più ravvicinato dell’Europa alla Turchia forse farebbe bene a tutto il contesto geopolitico, non solo all’interno di quel Paese, ma anche a noi, a un modo di intervenire attivamente sui processi attuali mondiali che fanno sorgere terrorismi, crudeltà, caos politico, economico, di ingiustizia tra i popoli e tra tutti i cittadini del mondo.

Sostenitori di Erdogan in piazza Taksim a Istanbul (da www.tpi.it/)
Sostenitori di Erdogan in piazza Taksim a Istanbul (da http://www.tpi.it/)

   Crediamo e ribadiamo così che in questa fase la Turchia andrebbe aiutata ad uscire dalla brutta situazione in cui si è cacciata. L’Europa, il progetto europeo, dovrebbe in primis essere anche questo, uno strumento di solidarietà ai popoli in crisi e difficoltà. (s.m.)

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LA GRANDE EPURAZIONE DI ERDOGAN

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 20/7/2016

   La Grande Epurazione cambia il volto della Turchia. Il formidabile esercito turco conta 500mila uomini, 12mila carri armati, 700 aerei e 300 navi ma il morale delle forze armate è sotto la suola degli anfibi. Basta farsi un giro fuori dalla base Nato di Maslak a Istanbul: i militari sono circondati dalla polizia e gli ufficiali seguiti passo a passo dagli uomini dei servizi di Hakan Fidan, il fedelissimo di Erdogan.

   Qui il comandante è stato arrestato e il suo vice è caduto fulminato da un proiettile negli scontri dei ponti sul Bosforo. I generali, un tempo supremi guardiani della repubblica fondata da Ataturk, sono finiti sotto custodia. E oggi alla riunione dell’Mkg, l’alto consiglio di sicurezza, sarà Erdogan non i generali a dettare un’agenda che secondo indiscrezioni prevede tribunali speciali per terroristi e golpisti, un prolungamento del fermo di polizia e un istituto che scrutinerà tutti i dipendenti della pubblica amministrazione.

RECEP TAYYIP ERDOGAN - Golpe fallito. ERDOGAN: “IN TURCHIA STATO DI EMERGENZA PER TRE MESI” - Il Consiglio di Sicurezza Nazionale turco (Mgk) ha deciso di adottare lo stato di emergenza nel Paese per 3 mesi, in base all'articolo 120 della Costituzione, per "affrontare rapidamente" le minacce legate al fallito golpe
RECEP TAYYIP ERDOGAN – Golpe fallito. ERDOGAN: “IN TURCHIA STATO DI EMERGENZA PER TRE MESI” – Il Consiglio di Sicurezza Nazionale turco (Mgk) ha deciso di adottare lo stato di emergenza nel Paese per 3 mesi, in base all’articolo 120 della Costituzione, per “affrontare rapidamente” le minacce legate al fallito golpe

   È il secondo atto della colossale purga che sta falcidiando MIGLIAIA DI MILITARI (6mila tra cui 100 generali), POLIZIOTTI (8mila), GIUDICI (2.700), INSEGNANTI (21mila), RETTORI di Università (1.500) ritenuti, a torto o a ragione, legati al movimento dell’imam FETHULLAH GULEN.

   In una sola notte tra venerdì e sabato scorso la Turchia è cambiata: per la prima volta nella sua storia è fallito un colpo di stato dei militari, entrati in campo tre volte, nel 1960, nel 1971 e nel 1980, l’ultima, con il generale Kenan Evren.

   Che gli americani non sapessero nulla del golpe è difficile da immaginare: ci sono 24 basi Nato in Turchia e loro con gli Awacs controllano anche le api nei cieli. Figuriamoci a INCIRLIK dove partono i raid contro l’Isis e nell’arsenale ci sono armi nucleari tattiche. Che nel golpe fossero coinvolti soltanto gulenisti o qualche kemalista è fuorviante: «Una comoda semplificazione», dice lo scrittore Ahmet Altan, ex direttore del quotidiano Taraf. «Del resto – aggiunge – i gulenisti sono ovunque: è stata la confraternita di Fethullah Gulen a fornire al partito Akp di Erdogan gran parte dei suoi quadri più preparati».

Istanbul
Istanbul

   Il colpo di stato ha avuto tra i suoi capi uomini nominati dallo stesso Erdogan, membri stretti della sua cerchia. Uno dei leader dei ribelli è il generale Mehmet Disli, fratello di Saban Disli, braccio destro del presidente e suo vice nel partito Akp. Così come erano suoi uomini anche due consiglieri militari del presidente arrestati: il colonnello Ali Yazici e il tenente colonnello Erkan Kivrak, esperto in questioni aeronautiche.

   Ma era considerato tra i fedeli del presidente pure il generale Semih Terzì, che a mezzanotte di venerdì scorso è entrato nella caserma delle forze di élite ospitate sull’ameno LAGO GOLBASI, vicino ad Ankara, per annunciare il putsch:lo ha fulminato con una pistolettata il tenente Omer Halisdemir. Quando cadono i generali difficile pensare che un golpe, pur con tutti i suoi punti ancora oscuri, sia una messa in scena. «Forse era una tragica commedia di mezza estate soltanto prevedibile o già prevista», commenta Altan mentre le fonti ufficiali asseriscono che il capo dei servizi del Mit Hakan Fidan avesse avvertito del golpe lo stato maggiore alcune ore prima, costringendo i ribelli a entrare in azione in anticipo.

   L’esercito, figura dominante nella storia dello Stato turco, è sempre intervenuto nella vita politica andando ben oltre le questioni di sicurezza e permeando tutti i settori della vita politica e sociale, economia compresa. Così come il kemalismo ha fornito la legittimazione ai suoi colpi di stato per preservare l’eredità della repubblica laica e secolarista di Ataturk. Nonostante le purghe già effettuate da Erdogan in accordo con Gulen quando erano alleati, essere un ufficiale qui significa avere un trattamento speciale che si traduce in una separazione dal resto della società, anche fisica: i militari vivono in “SITE”, piccoli quartieri circondati da filo spinato, con i propri negozi, il proprio sistema educativo e un inflessibile metodo di selezione ideologica.

Secondo quanto previsto dal regolamento, per essere promosso ai gradi superiori, fino a poco tempo fa, bisognava avere una moglie che non portasse il velo. L’esercito gode di un’autonomia anche economica che va ben oltre il dato del 4,5% del Pil, cioè il 16% del bilancio statale. Le spese per la difesa, infatti, non sono soggette a dibattito parlamentare, né discusse o criticate.

   IL FALLITO COLPO DI STATO DEI MILITARI RAPPRESENTA dunque UNA SVOLTA EPOCALE NELLA TRAVAGLIATA STORIA DELLA TURCHIA e nel controverso rapporto tra le forze armate e il potere politico . Niente sarà più come prima: si è scoperchiato, in parte, anche il famigerato “deep state”, lo stato profondo alle origini dei molti mali di questo paese.

   Ma il colpo subito dal prestigio delle forze armate può essere letale, dentro e fuori.

   La Turchia è Paese Nato dal 1952. Ankara ha rappresentato una pedina fondamentale dell’Alleanza Atlantica alla frontiera tra i blocchi durante tutto il convulso periodo della Guerra Fredda, basti pensare alla questione dei missili nucleari americani schierati in Anatolia. E da tempo è divenuta protagonista di primo piano della crisi mediorientale, con tutte le sue spericolate ambiguità nel sostegno ai jihadisti per abbattere Assad in Siria. Ma è anche un attore di primo piano perché dovranno essere le sue forze armate a garantire domani gli accordi regionali.

   Le purghe contro l’esercito stanno minando il morale e la coesione dei soldati turchi e gli arresti dei comandanti militari aumentano il caos gerarchico e organizzativo . Ieri sui ponti del Bosforo, dove soffiava forte il POIRAZ, il vento del Nord, si sgomberavano le ultime carcasse degli scontri della notte del golpe ma non c’era neppure un militare.

   UN INDEBOLIMENTO DELLE FORZE ARMATE AVRÀ RIFLESSI ASSAI NEGATIVI sulle possibilità della Turchia di affrontare le sfide sulla sicurezza, dal Kurdistan alla Siria, al terrorismo, che ha colpito con centinaia di vittime. La Grande Epurazione del controgolpe di Erdogan infuria e la vita dei turchi, come direbbe lo scrittore Tanpinar si dipana in queste ore in troppe linee perché se ne possa scegliere comunque arbitrariamente una da raccontare e dare per buona. Ma non c’è dubbio che tutto quello che sta avvenendo qui ci riguarda, eccome. (Alberto Negri)

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5 RISPOSTE SUL TENTATO COLPO DI STATO IN TURCHIA

da IL POST.IT (http://www.ilpost.it/ ), 17/7/2016

PERCHÉ C’È STATO, INTANTO, E PERCHÉ È FALLITO? E CON CHI STA LA POPOLAZIONE TURCA?

   C’è ancora molta incertezza dopo il fallito colpo di stato in Turchia nella notte tra venerdì e sabato (15 e 16 luglio). Il governo dice che tutti i partecipanti sono stati arrestati, che 265 persone sono morte e più di mille sono rimaste ferite e che nella repressione governativa dopo il fallimento migliaia tra militari e magistrati sono stati arrestati o rimossi dal loro incarico. Il tentativo di golpe, nonostante sia arrivato a sorpresa, ha delle radici nel difficile rapporto tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e l’esercito turco, l’unico vero rivale alla sua autorità nel paese. Il tentato colpo di stato e la successiva risposta del governo racconta in generale molte cose della difficile situazione politica turca, e della gestione del potere portata avanti da Erdogan negli ultimi anni.

1 – Perché c’è stato un colpo di stato? Come ha scritto Jeremy Bowen, caporedattore per il Medio Oriente di BBC: «Il colpo di stato è avvenuto perché il paese è profondamente diviso sul progetto del presidente Erdogan di cambiare il paese, e a causa dell’influenza della guerra civile siriana». Nel loro primo comunicato, i leader del golpe avevano detto che la loro operazione era dettata dalla necessità di fermare la deriva autoritaria e l’islamizzazione del paese voluta da Erdogan. I golpisti hanno anche parlato dell’incapacità del suo governo di prevenire attacchi e attentati, come quello avvenuto lo scorso giugno all’aeroporto Ataturk di Istanbul.

   L’esercito turco ha sempre avuto un ruolo molto rilevante nella vita pubblica del paese, e nella storia recente è intervenuto in maniera diretta per tre volte per rovesciare i governi in carica: nel 1960, nel 1971 e nel 1980. L’esercito turco è considerato il guardiano della costituzione laica del paese e in genere è intervenuto per garantire l’ordine costituito da minacce vere o presunte, come l’affermarsi di partiti o movimenti di ispirazione islamista o di sinistra radicale. Spesso, i periodi di massima influenza dell’esercito sulla vita pubblica hanno coinciso con campagne di arresti degli oppositori, sparizioni e omicidi politici, in maniera non troppo differente da quelle sperimentate dai regimi militari sudamericani. Fino a pochi anni fa, l’esercito turco era di fatto un corpo indipendente dal resto dello stato, solo formalmente sottoposto alla supervisione del governo civile. Con l’arrivo di Erdogan, il politico turco di gran lunga più abile e popolare della sua generazione, la situazione ha iniziato a cambiare.

   Al momento non sappiamo ancora molto delle personalità e delle motivazioni degli ufficiali che hanno organizzato il golpe di venerdì, ma sono state fatte diverse ipotesi. Una delle più diffuse è che Erdogan si stesse preparando a un nuovo giro di epurazioni e sostituzioni e che quindi i golpisti abbiano tentato di anticiparlo, mettendo in atto un colpo di stato in maniera sbrigativa e raffazzonata. È una tesi che al momento non è sostenuta da nessuna prova certa, ma che si basa su un paio di indizi: il primo è che il colpo di stato è stato eseguito in maniera molto approssimativa, il secondo è che a meno di 24 ore dall’inizio del golpe, Erdogan aveva già ordinato l’arresto o la rimozione di migliaia di magistrati e ufficiali non direttamente coinvolti nelle operazioni militari, il ché lascia supporre che gli elenchi dei sospetti fossero già stati compilati.

2 – Perché il colpo di stato è fallito? La prima ragione sembra essere che al golpe ha partecipato solo una piccola frazione delle forze armate turche, qualche migliaio di soldati, forse 2.000, ha scritto Edward Luttwak su Foreign Policy. Si tratta di un numero chiaramente insufficiente per prendere il controllo di un intero paese. Luttwak, un commentatore popolare e controverso anche sui media italiani, è considerato un esperto di colpi di stato e per la Harvard Press scrisse nel 1968 un “Manuale pratico” per golpe che è diventato un classico tradotto in 16 lingue e ripubblicato in un’edizione aggiornata proprio quest’anno. Secondo Luttwak l’operazione di venerdì notte, più che un golpe, è sembrata una rivoluzione: un’azione avventata da parte di un pugno di ufficiali che speravano di ottenere l’appoggio della popolazione e del resto delle forze armate dopo una rapida vittoria. L’idea che più di un golpe si sia trattato di una rivoluzione sembra spiegare almeno parte dei numerosi errori compiuti dai golpisti.

   Il primo è stato quello di colpire durante la sera, intorno alle 21, quando tutti di solito sono ancora svegli. Solitamente, i colpi di stato avvengono a notte fonda, con le truppe e i carri armati che occupano i luoghi strategici e arrestano i leader rivali prima che qualcuno abbia la possibilità di reagire. Attaccando così presto, i militari hanno dato la possibilità a Erdogan di richiamare i suoi sostenitori in strada e di organizzare un contrattacco. Al contrario, per provocare una rivoluzione non avrebbe senso colpire a notte fonda. Un altro errore dei golpisti è che non sono riusciti ad arrestare o neutralizzare nessuna delle figure chiave del governo.

   Il resort dove si trovava Erdogan, nella città meridionale di Marmaris, è stato effettivamente attaccato, ma il presidente era già fuggito. Il primo ministro Binali Yildirim ha potuto annunciare il colpo di stato in televisione senza alcun ostacolo e ha continuato tutta la notte a scrivere su Twitter. Quasi nessun importante leader dell’AKP, il partito di Erdogan, è stato bloccato. L’unico successo su questo fronte è stato l’arresto del capo di stato maggiore dell’esercito, ad Ankara. Parte di questi fallimenti è probabilmente dovuta al fatto che i congiurati disponevano di troppi pochi soldati per portare a termine tutti i loro obbiettivi.

3 – Perché molti dicono che è stata una montatura? Insieme e quasi contemporaneamente alle notizie sullo svolgimento del golpe, qualcuno ha sostenuto che fosse stato organizzato dallo stesso Erdogan per aumentare il suo potere. Una premessa: in Turchia, un po’ come succedeva all’Italia degli anni Settanta-Ottanta, quando avviene una strage o un attentato, in molti vedono la mano dello stato. Secondo molti commentatori, in Turchia esiste uno “stato profondo”, cioè una rete parallela fatta da polizia e servizi segreti, incaricata di compiere attacchi e altre operazioni per giustificare misure repressive. La bomba alla marcia per la pace di Ankara, in cui lo scorso ottobre furono uccise più di cento persone, inizialmente fu imputata da molti agli agenti dello “stato profondo”. È abbastanza normale, quindi, sentir parlare oggi di “false flag”, cioè di montatura.

   La Turchia, in effetti, è uno dei pochi paesi al mondo dove situazioni del genere sono effettivamente plausibili. Negli ultimi anni sono emersi diversi scandali in cui il governo turco ha dimostrato di essere spregiudicato nel perseguire i suoi fini. I servizi di intelligence, per esempio, hanno organizzato spedizioni segrete di armi a gruppi di estremisti islamici in Siria, mentre lo stesso Erdogan è stato registrato mentre parlava della possibilità di organizzare un “incidente” in modo da aver una scusa per invadere la Siria senza sembrare l’aggressore.

   Ci sono molti elementi, però, che spingono a trattare questa ipotesi con estrema prudenza. L’assunto alla base di questa teoria che Erdogan fosse a conoscenza del complotto, che sapesse che c’erano dietro soltanto pochi ufficiali e che quindi li abbia lasciati fare, sapendo di poterli sconfiggere e quindi di ottenere i benefici politici. Si tratta di un atteggiamento spericolato, ai limiti dell’incoscienza. Una volta avuta notizia di un golpe, è molto difficile avere la certezza che sarà portato avanti soltanto da un pugno di militari e che il resto dell’esercito resterà nelle caserme, come è avvenuto nella notte tra venerdì e sabato. Ed è altrettanto difficile prevedere con certezza da che parte si schiererà la popolazione. In passato è già accaduto che tra i militari si spargesse l’idea di un colpo di stato e la reazione di Erdogan è sempre stata la repressione immediata.

4 – La popolazione è dalla parte di Erdogan? Erdogan è senza dubbio il leader più popolare nella storia recente della Turchia e alle recenti elezioni di novembre il suo partito è nuovamente riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Ma come molti leader carismatici, la sua figura è molto divisiva. Erdogan gode di un ampio consenso nella Turchia rurale, a Istanbul e tra i conservatori religiosi, mentre è osteggiato dalla sinistra, dai sindacati, dalla popolazione urbana della costa occidentale e da una parte significativa della minoranza curda. I suoi oppositori criticano le sue tendenze autoritarie, la repressione della libertà di stampa e della magistratura e la guerra contro le milizie curde del PKK, brutalmente condotta nel sudest del paese.

   Già dalle prime ore del golpe, però, i partiti di opposizione, compreso il curdo HDP, si sono schierati contro i militari, così come hanno fatto anche numerosi attivisti e altri oppositori, che pure negli anni scorsi erano scesi in piazza contro il governo e avevano subito la repressione violenta delle forze di polizia. Nella notte di venerdì ci sono state alcuni episodi di apprezzamento per i militari, con applausi e grida di incoraggiamento, ma la stragrande maggioranza degli oppositori è rimasta a casa. A scendere in piazza sono stati i sostenitori di Erdogan.

   La loro organizzazione è stata uno degli elementi che più hanno sorpreso gli analisti. Alle 23 e 30 di venerdì, Erdogan si è collegato con CNN Turkey tramite un’app per videochiamate del suo smartphone e ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza per sostenere il suo governo. In quel momento, a molti è sembrata una mossa disperata, ma nel giro di pochi minuti le moschee di Istanbul hanno iniziato a chiamare in piazza i fedeli e in poco tempo le strade si sono riempite di sostenitori del governo. Tra loro era praticamente impossibile vedere delle donne, e moltissimi uomini avevano barbe e baffi – di solito evitati dai turchi con convinzioni più secolari – e cantavano slogan religiosi. I manifestanti, con l’appoggio delle forze di polizia, hanno disarmato moltissimi militari, che in molti casi si sono rifiutati di aprire il fuoco sulla folla. Ci sono state eccezioni, a Istanbul, dove per ore i militari hanno sparato per tenere lontano la folla, soprattutto in aria, ma causando anche morti e feriti. Quando all’alba il presidio si è arreso, diversi militari sono stati linciati dalla folla.

5 – Cosa succederà ora? Al momento Erdogan sta portando avanti delle vaste epurazioni nei confronti degli apparati dello stato che non ritiene ancora completamente fedeli, in particolare esercito e magistratura. Secondo tutti gli esperti, Erdogan uscirà dal golpe con un controllo ancora più saldo sul paese. L’esercito, fino a oggi l’unico rivale alla sua autorità, sarà ulteriormente ridimensionato. La successiva prevedibile instabilità, però, potrebbe finire con il danneggiare ulteriormente la situazione economica turca, già in difficoltà da un anno, e questo, nel medio periodo, potrebbe iniziare a far diminuire il consenso di cui gode Erdogan.

   Nel breve termine, c’è sostanzialmente una questione ancora aperta: quella della base di Incirlik, nel sud della Turchia. È un’installazione militare dove si trovano numerosi soldati americani che operano le missioni di bombardamento contro l’ISIS, in Siria. La base, al momento, è isolata e la corrente è stata scollegata (la base comunque è dotata di generatori autonomi). Ufficialmente, la motivazione dell’isolamento della base è il timore che possa essere utilizzata dai golpisti, ma in molti sospettano che la vera ragione sia una rappresaglia nei confronti degli Stati Uniti, con i quali le relazioni sono peggiorate da mesi.

   Secondo alcuni esponenti del governo turco, gli americani sarebbero i veri organizzatori del golpe. Erdogan non ha ancora detto niente di così grave, ma ha chiesto agli Stati Uniti di estradare Fethullah Gülen, un religioso che vive da anni in esilio autoimposto in Pennsylvania. Negli anni, Erdogan ha accusato Gülen di ogni sorta di complotto nei suoi confronti e nella retorica del presidente il religioso appare spesso un capro espiatorio per tutti i problemi della Turchia. Gli Stati Uniti hanno chiesto di fornire prove del coinvolgimento di Gülen nel colpo di stato e hanno respinto ogni accusa di aver avuto a che fare con i golpisti. Nel pomeriggio di domenica, la base è tornata quasi alla normalità, anche se la corrente non è ancora stata riallacciata. L’incidente, ha mostrato comunque a che livello di tensione siano arrivati i rapporti tra i due alleati.

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GOLPE TURCHIA, FRAPPI (ISPI): “ERDOGAN RAFFORZATO INTERNAMENTE. MA I RAPPORTI NON CAMBIANO, ANKARA DETERMINANTE”

di Thomas Mackinson, da “Il Fatto Quotidiano” del 18/7/2016

– Ricercatore associato dell’Ispi e docente alla Cattolica, Frappi vive stabilmente in Turchia ed era in zona Taksim quando “fischiavano le pallottole”. Mentre il mondo (Usa, Nato, Ue…) ammonisce Erdogan, Frappi spiega che ” sullo scacchiere internazionale poco cambierà, perché la Turchia resta lo snodo dei rapporti con i paesi dello scacchiere euro-asiatico con i quali le potenze tutte – dalla Ue agli Usa e fino alla Russia – faticano ad avere rapporti diretti. E’ il grande intermediario delle relazioni più complicate in questa parte del Mondo”. Il rischio vero? “Che gli interessi di Erdogan e del popolo non coincidano più” –

   Era lì quando “fischiavano le pallottole”. Carlo Frappi, ricercatore associato dell’Ispi (Istituto per gli Studi di politica internazionale) e docente alla Cattolica, in Turchia vive e lavora stabilmente studiando l’evoluzione sociopolitica del Paese. Uno dei pochi “esperti” che parla avendo visto e vissuto le cose. Era a casa quando tutto è successo. “Ero in zona Taksim, dove abito e dove si sono scontrati militari e polizia. Sono rimasto chiuso in casa, fuori l’eco degli spari”. E ora che il mondo (Usa, Nato, Ue…) ammonisce Erdogan, Frappi è convinto che “i rapporti con gli alleati storici della Turchia non subiranno particolari sconvolgimenti dalla vicenda del golpe fallito e dal conseguente rafforzamento dei poteri del presidente”. Sullo scacchiere internazionale – spiega a ilfattoquotidiano.it – la Turchia “era e resta lo snodo dei rapporti con i Paesi dello scacchiere euro-asiatico con i quali le potenze tutte – dalla Ue agli Usa e fino alla Russia – faticano ad avere rapporti diretti. E’ il grande intermediario delle relazioni più complicate in questa parte del Mondo”. Il rischio vero? “Che gli interessi di Erdogan e del popolo non coincidano più”.

Partiamo dal golpe, vero o presunto…

Se lo è stato, è stato mal congegnato e peggio ancora eseguito. Non solo è durato poche ore, ma dei golpisti che non si premurano di interrompere le comunicazioni sono quantomeno sprovveduti. E infatti sarà proprio attraverso le comunicazioni attraverso la rete e poi in tv che Erdogan ha fatto il suo appello al popolo rovesciando il golpe nella resistenza civile. In un golpe che si rispetti questo non succede. Certo, forse i golpisti hanno sottovalutato la situazione interna. Hanno pensato di portare dalla propria parte ampi settori dello Stato, a partire dai più alti gradi dell’esercito. Evidentemente avevano fatto male i loro conti.

Oggi il mondo intero guarda Erdogan come a un grosso problema, non capendo se dai fatti dell’altra notte esce un dittatore…

Sicuramente la sua leadership esce rafforzata dal golpe sventato, gli analisti sono concordi su questo. Ma per capire cosa è successo e che cosa potrà succedere in futuro dopo questi eventi bisogna distinguere i piani, quello interno da quello internazionale. Solo così si possono fare prefigurazioni.

Per la Turchia cosa ha rappresentato e può rappresentare quanto avvenuto?

Il Paese è attraversato da un forte conflitto sociale, una polarizzazione di cui il golpe è stato il punto più alto, più evidente e drammatico. Per Erdogan certo è stata l’occasione per eliminare il dissenso non solo politico, ma nel cuore delle istituzioni. E questo, al di là delle scelte sul destino dei rivoltosi, non potrà che aumentare la spaccatura del Paese. E il rischio massimo ritengo sia che alla fine gli interessi del presidente della Repubblica, che capitalizza la menzionata polarizzazione, non coincidano più con quelli della Turchia e del suo popolo. Questa è la grande incognita.

Intanto sale l’allarme per le conseguenze internazionali. Gli Usa, la Nato e la Ue danno segnali di irritazione, ammoniscono Erdogan in vario modo. Sembra sia in corso una mezza crisi dei rapporti internazionali tra alleati storici…

Su questo fronte, paradossalmente, mi aspetto le conseguenze minori. Mi spiego: la Turchia negli anni ha condotto una politica eterodossa rispetto agli alleati su dossier caldissimi che avevano ad oggetto Stati e attori dell’area Mediorientale a rischio isolamento. La Turchia ha svolto il ruolo di mediatore che instaura per i propri alleati il dialogo che non vogliono o possono avere direttamente, dall’Iran alla Siria pre-2011 e fino ad Hamas. Per gli alleati euro-atlantici ma anche per la Russia questa funzione resta strategica e primaria, e nessuno è disposto a rinunciarvi facilmente.

Quindi nessun rischio che aumenti la frattura con gli Usa e la Turchia orbiti più vicino alla Russia?

Non credo, non vedo questo rischio. Anche perché i due vettori non sono incompatibili tra loro. Certo, Erdogan usa una retorica anti-americana ma lo fa a fini interni. Scatena il suo “complottismo” per ottenere consenso da parte del popolo, convinto che un nemico da additare cementi coesione e fedeltà al governo.

Insomma per lei tutte le tensioni innescate fuori dai confini turchi da questa vicenda dovrebbero rientrare per realismo politico, perché la Turchia è essenziale ai partner euro-atlantici…

Sì, l’importanza della Turchia nello scacchiere euro-asitico viene spesso sottovalutata ma il suo ruolo è determinante negli equilibri tra questa parte del mondo e il resto. Non si può prescindere, la Turchia resterà lo snodo geografico e politico fondamentale per tutta la regione.

E se Erdogan usasse davvero il pugno duro, la pena di morte?

Ecco, quello sarebbe un punto di rottura inevitabile. Qui posso solo spendere un auspicio perché le competenze scientifiche non sono di aiuto. Sarebbe un passo falso, oltre a una tragedia, una mina piazzata dentro un campo già minato il cui effetto sarebbe detonatore su più fronti, a partire dall’ingresso nella Ue.

Tornerà presto a Istanbul, con quale spirito?

Purtroppo le mie “vacanze italiane” erano già organizzate e tornerò in Turchia a metà agosto. Non mi aspetto però di trovare una situazione radicalmente mutata o compromessa. Certo, per gli equilibri interni del Paese le prossime saranno settimane cruciali.

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I GIOVANI PERDUTI DI GEZI PARK

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2016

   Il Sultano ha riconquistato piazza Taksim. Da tempo non la si vedeva così piena di manifestanti e di eccitazione. Dall’epoca dei sit-in di Gezi Park, quando milioni di giovani e meno giovani scesero per la prima volta in strada, uniti da un ideale — fermare le ruspe di Erdogan — e da molto altro ancora.

   Questo fine settimana il popolo della piazza non era lo stesso. Il perché lo spiega Veli U., 30 anni, sales planner : «Festeggiano la vittoria, ma che vittoria è? Quella di venerdì scorso è stata una notte piena di crudeltà, la democrazia non può vincere con la violenza. Ora Erdogan è più forte di prima e questa forza è la vera minaccia per la democrazia turca».

   Non è facile, oggi, parlare con chi tre anni fa osò sfidare il governo. Hanno paura di ritorsioni, chiedono di non scrivere il cognome, molti sono andati all’estero — come lo «standing man» Erdem Gündüz, divenuto il simbolo del movimento di protesta, che ora vive in Norvegia — altri, la stragrande maggioranza, si sono ritirati nell’ombra. «È troppo pericoloso esporsi», spiega Furkam, studente di medicina.

   È rimasto poco di quella protesta oceanica, iniziata con un sit-in di una cinquantina di persone contro la costruzione di un mega-centro commerciale, all’interno di una finta caserma ottomana. Finì in un bagno di sangue: 11 morti, oltre ottomila feriti, cinquemila arrestati in tutto il Paese. «Volevamo più diritti civili, oggi ne abbiamo meno di allora. Sì, è stato un fallimento», riconosce Veli.

   Un anno fa sono stati assolti i 26 portavoce della Piattaforma Taksim, che rischiavano pesanti condanne per «appartenenza ad un’organizzazione criminale». Fra di loro, l’architetta Mucella Yanici, che è ancora molto attiva su twitter ma è assai più prudente: «Dobbiamo essere calmi ora, né colpi di Stato né dittatura o fascismi. Nessuno di questi vincerà, l’umanità e la pace vinceranno», assicura.

   Berfin Y., ingegnere che ai tempi frequentava l’università, è meno ottimista. Ci mostra l’sms che le è arrivato l’altro giorno: un invito a «manifestare per la democrazia», firmato dal governo della Turchia. «Non so come abbiano avuto il mio numero — dice —. Ci chiamavano terroristi perché scendevamo in piazza, spontaneamente, ora loro spingono la gente in strada a manifestare. Che ironia!».

   Nessuno degli ex «indignati» turchi è favorevole al golpe — «la democrazia non è quello» — ma il futuro che si profila è altrettanto buio. Per avere informazioni, dicono in coro, usano solo twitter su cui si scambiano «tutto quello che non passa più sui nostri giornali e telegiornali».

   Mostrano le foto di soldati poco più che adolescenti, forse di leva, pestati sul ponte del Bosforo. «La polizia ha permesso ai sostenitori di Erdogan di picchiarli selvaggiamente. È l’esercito privato dell’Akp (il partito del presidente, ndr), e li chiamano “protettori della democrazia”».

   I sit-in del Gezi Park sono un sogno lontano. «I nostri genitori all’inizio avevano paura: loro avevano vissuto il golpe del 1980 e volevano proteggerci, per questo la nostra è stata a lungo una generazione apolitica — spiega Boris Kaleoglu, 26 anni —. Ma a Gezi Park abbiamo scoperto il nostro potere e quello dei social network. I nostri genitori sono cambiati assieme a noi: ricordo che mia madre un giorno mi inseguì sul pianerottolo per darmi dei limoni, “così il gas al peperoncino non ti brucerà gli occhi”».

   Poi sono arrivati i violenti, gli infiltrati, i morti. Un paio di settimane fa, Erdogan è tornato a parlare di Gezi Park, rilanciando il progetto: «Dobbiamo essere coraggiosi», ha detto. Online è scattata la risposta di ciò che resta di Taksim Solidarity, la sigla-ombrello del 2013: «Noi siamo ancora qui. E se loro vogliono tornare a tagliare gli alberi e occupare Gezi avranno bisogno di molte più ruspe per spostarci».

   Stavolta, probabilmente, pochi risponderanno all’appello. «Soprattutto ora, dopo il tentato golpe, non sarà più possibile un altro Gezi Park. Mezza Turchia sarebbe contro di noi — conclude Boris —. Era così anche allora ma oggi la violenza è accettata, normale». Una dittatura? Qualcuno, in silenzio, annuisce chinando il capo. (Sara Gandolfi)

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ANKARA GUARDA A MOSCA SFIDANDO GLI ALLEATI NATO

di Giuseppe Cucchi, da “la Stampa” del 18/7/2016

   Con chi sta la Turchia di Erdogan in questo momento? Che gioco sta facendo? È con noi o contro di noi? In un periodo storico come quello che stiamo attraversando, e che ci costringe a dimenticare o rinnegare oggi le alleanze di ieri, è perfettamente logico, anzi doveroso, chiederselo.

   Il fallito colpo di stato militare, schiacciato dal Presidente Erdogan con rapidità ed efficienza tali da non permettere di scartare alcuna ipotesi, neanche quella del teatrino d’ombre, sta infatti rimettendo rapidamente in discussione la relazione bilaterale fra Ankara e l’Occidente che aveva già attraversato negli ultimi tempi momenti difficili ma sembrava ormai avviata sulla via di una rapida ricomposizione.

   Con Ankara, pienamente consci della funzione svolta dai turchi in una Alleanza Atlantica in cui erano l’unico partner islamico, e per di più un partner islamico del tutto affidabile, gli americani avevano infatti sempre cercato di mantenere un legame particolarmente stretto.

   In questa ottica persino il progressivo scivolamento di Erdogan verso un regime personale ormai molto prossimo alla dittatura appariva tollerabile per gli Usa, se confrontato da un lato al ruolo che il Paese anatolico continuava a svolgere nel contenimento della Russia, dall’altro alla valenza strategica delle basi americane su suolo turco.

   Ora però le cose sono cambiate drammaticamente. Erdogan ha infatti messo in discussione l’utilizzazione da parte americana ed alleata delle basi anatoliche. Ha annunziato inoltre che a breve scadenza incontrerà Putin, aprendo così l’interrogativo di cosa potrà accadere allorché sederanno al medesimo tavolo due giocatori di scacchi di quella levatura e con interessi almeno per ora coincidenti. Il Presidente turco richiede inoltre a Washington la consegna del suo principale avversario, Gulen. Un gesto che gli Stati Uniti, ove Gulen è da tempo rifugiato, non possono compiere senza violare fondamentali principi.

   Con l’Unione Europea i toni sono più soft, ma anche qui il contrasto è particolarmente profondo, sia perché la maggioranza dei Paesi europei aderisce ad una Alleanza Atlantica che la recente presa di posizione di Erdogan rischia di indebolire sensibilmente, sia perché i nuovi sviluppi di situazione rendono più difficile, se non definitivamente impossibile, una eventuale futura adesione di Ankara alla Ue.

   Rimane inoltre puntata contro di noi la pistola fumante dei milioni di profughi bloccati nella penisola anatolica e che non hanno sino ad ora potuto raggiungere le loro mete europee grazie ad un accordo Turchia/Ue configuratesi quasi come un ricatto, e tradottosi in un esborso esorbitante. Più o meno dalla sera alla mattina ci troviamo così di fronte ad una situazione radicalmente cambiata che ci costringe a chiederci, e senza por tempo in mezzo, cosa si debba fare della Turchia, di questa Turchia, con questo Presidente e con un sistema di governo che non è più un sistema democratico.

   Respingerla e contrastarla? Oppure cercare per quanto possibile di recuperarla al nostro campo, operando con saggezza, moderazione e pazienza per cancellare o almeno smussare ciò che ora appare inaccettabile.

Prima di tentare di rispondere proviamo a chiederci quale potrà essere nel futuro la linea seguita da Ankara, tenendo presente come nel recente passato Erdogan sia apparso decisamente intenzionato a far svolgere al suo Paese, costi quel che costi, una politica mirante a consentire alla Turchia non soltanto di proporsi come una media potenza ma altresì di conseguire l’incontrastata leadership dell’intero mondo sunnita.

   Per centrare questo obiettivo egli si è sino ad ora mosso con decisione e spregiudicatezza, arrivando tra l’altro più volte anche a cercare di coinvolgere la Nato in quel ginepraio siriano in cui ben sapeva di non avere la forza necessaria per muoversi da solo. Si tratta in sostanza della stessa spregiudicatezza con cui Pallora Primo Ministro Erdogan aveva giocato la carta europea sino a quando essa si era tradotta in richieste Ue che gli consentivano di indebolire il potere dei militari turchi.

   Cosa accadrà adesso? Il sospetto è che Erdogan possa approfittare degli ultimi avvenimenti per accentuare il lato islamico della sua azione, capitalizzando tra l’altro l’ondata di simpatia che la sua presa di posizione dura nei riguardi dell’Occidente non mancherà di suscitare in tutto il mondo sunnita. Magari tornando anche ad appoggiare in maniera velata quel terrorismo fondamentalista che invece l’Occidente combatte e nel contempo mantenendo una posizione ondivaga che gli permetta di conservare sotto ricatto tanto gli Usa, sui temi della Nato e delle basi, che la Ue, su quello dei profughi. Sì, si può continuare a discutere con Erdogan e con la sua Turchia anche in condizioni del genere, ma solo facendo prima ben comprendere loro cosa l’Occidente sia disposto o meno ad accettare. (Giuseppe Cucchi)

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«NON È STATA UNA FARSA MA AIUTERÀ IL POTERE NELLA CACCIA ALLE STREGHE»

di Sara Gandolfi, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2016

ISTANBUL – «No, non è stato un golpe “finto”, ma Erdogan sicuramente lo userà per consolidare il suo potere e liberarsi degli oppositori». CAN DÜNDAR, il giornalista e direttore del quotidiano turco CUHMURIYET, condannato in primo grado, nel maggio scorso, a cinque anni e dieci mesi per «rivelazione di segreto di Stato», resta una delle poche voci del dissenso che non esita ad esporsi, nonostante tutto.

   Assieme al collega ERDEM GÜL, è salito alla ribalta internazionale dopo aver pubblicato un articolo in cui rivelavano il traffico di armi gestito dai servizi segreti di Ankara fra la Turchia e la Siria: sono stati perseguitati penalmente e incarcerati, anche a seguito di un esposto alla magistratura dello stesso Erdogan. Can, ora in attesa del processo d’appello, risponde a tutte le domande tranne una.

Pensa che l’attuale crisi fra Turchia e Stati Uniti comprometterà la lotta all’Isis in Siria e al terrorismo in Europa?

«Non sono sicuro, preferisco non rispondere».

Qual è la sua opinione sui fatti di venerdì?

«Non bisogna dubitare di un tentativo in cui hanno osato bombardare il Parlamento e il Palazzo presidenziale. È stato un reale tentativo di colpo di Stato, condotto con poco cervello».

In un tweet lei ha scritto che l’Akp (il partito del presidente, ndr ) ha tratto molti vantaggi dai due precedenti colpi di Stato. Succederà anche con questo?

«Perlopiù sì… Subito dopo il golpe, Erdogan ha detto: “Questa sollevazione per noi è un regalo di Dio perché ci darà il motivo per ripulire il nostro esercito”. Ha già ripulito le forze armate, arrestando 3 mila soldati, e poi tremila giudici e pubblici ministeri. Molti altri seguiranno».

Le piazze sono piene di sostenitori di Erdogan. Quale sarà la sua prossima meta?

«Voleva essere il Sultano della Turchia… Presidente di un sistema politico non-secolare, autocratico, repressivo».

Oggi (il 17/7, ndr ) il suo quotidiano ha titolato «La soluzione non sono né i cannoni dei militari né la negazione della Costituzione». Ma che spazio resta per l’opposizione e la società civile in Turchia?

«Dipende da noi, le forze democratiche di questo Paese. Se falliremo nell’unire le nostre forze per difendere i valori democratici, i nostri stili di vita, le libertà, le nostre radici secolari, la libertà di stampa, lo Stato di diritto, l’eguaglianza fra uomo e donna, la Turchia perderà il suo futuro assieme al suo volto moderno».

La libertà di stampa è sempre stata minacciata. La situazione rischia di peggiorare?

«Una delle prime decisioni prese dal governo dopo il tentativo di golpe è stata di bloccare l’accesso a diversi siti di informazione oltre che a Twitter, Facebook e YouTube… I mezzi di informazione filo-governativi hanno già iniziato la caccia alle streghe contro i giornalisti d’opposizione. La situazione peggiorerà sicuramente per i media in generale, con un potere ancora più forte nelle mani di Erdogan».

Lei ha criticato aspramente l’accordo fra Unione Europea ed Ankara, accusando la Ue di aver «tradito i valori democratici». Ma venerdì notte i leader europei non hanno preso subito una posizione netta in favore del governo Erdogan. L’alleanza è fragile?

«Hanno aspettato finché è stato chiaro che il colpo di Stato era fallito; l’ennesimo comportamento vergognoso. L’Europa da tempo sta reagendo in base all’interesse del momento, non ai suoi principi fondamentali. Lo sanno che una Turchia più autocratica potrebbe minacciare l’accordo fra Ue e Turchia sui migranti. Devono capire che non è in pericolo soltanto quell’intesa, ma anche il nostro futuro comune».

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I MOLTI CAPOGIRI DELLA DEMOCRAZIA

di Luigi Ferrarella, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2016

   Il regime di Erdogan è forse legittimo perché per difenderlo venerdì si sono mobilitati i muezzin e in strada sono scese migliaia di persone?     Da Londra la Brexit fa la domanda e, in assenza di risposte, dalla Turchia la ripropone l’apparente tentato golpe. Sembrano, e ovviamente sono, eventi diversissimi tra loro. Accomunati, però, dal marcare un’estate 2016 che passerà alla storia come quella che ha messo in tensione, fin quasi a strapparlo in qualche punto, il tessuto del concetto di democrazia.

   Con il referendum inglese vinto da 17,4 milioni di fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea contro 16,1 milioni di contrari, i destini di un intero continente e gli interessi di 508 milioni di cittadini dell’Unione Europea sono stati stravolti dalla scelta di una ultraminoranza nella Ue, nel contempo però maggioranza relativa di una libera consultazione diretta convocata dal premier del proprio Paese e risoltasi sul filo del 51,9 contro il 48,1 per cento. E il margine risicato, l’abbuffata di bugie e dati falsi che (specie sull’immigrazione) hanno alimentato la campagna referendaria, il quasi-pentimento del giorno dopo, e in precedenza la sensazione (e a volte l’esplicita dichiarazione) di un voto non consapevole sul merito ma ritorsivo in chiave di politica interna, sono stati tali da ridare persino un qualche fiato alle teorie che vorrebbero «pesare» i distillati diritti di voto dei supposti «saggi», anziché «contare» i diritti universali di voto degli asseriti «ignoranti».

   ORA ARRIVA IL TENTATO GOLPE TURCO. Di un regime che non ha certo cominciato adesso a fare piazza pulita degli oppositori, a chiudere i giornali sgraditi, a buttare in galera avvocati e giornalisti, e che con l’occasione o il pretesto di un tentato golpe incarcera due giudici costituzionali con 58 membri del Consiglio di Stato, rimuove altri 2.745 magistrati e ne arresta già 456, solitamente nessuna Cancelleria occidentale saluterebbe «il ripristino delle istituzioni democratiche». E invece è quello che succede al regime di Erdogan.

   Dipende forse dal fatto che lo si ritenga legittimo in quanto frutto di votazioni (relativamente) libere e regolari? Se fosse questo il criterio, allora non soltanto ci sarebbe da camminare sulle uova nel giudicare ad esempio gli atteggiamenti verso gli interventi militari in Egitto nell’altalena Mubarak-Morsi-Al Sisi dal 2011 a oggi; ma bisognerebbe spiegare perché nel 1992 furono salutati con favore i militari che in Algeria cancellarono con un sanguinoso colpo di Stato il successo del Fronte islamico di salvezza che aveva appena vinto le elezioni amministrative e il primo turno di quelle politiche, strappo che poi per anni ha gettato benzina sul fuoco del terrorismo di matrice estremista islamica.

   Senza contare che l’esclusivo parametro della legittimità elettorale finirebbe con il definire ed esaurire una democrazia soltanto nel suo momento genetico nelle urne, e non anche nel successivo rispetto delle regole (poste a presidio delle minoranze) da parte delle maggioranze uscite dal voto: quasi che la democrazia fosse solo un lancio di dadi non truccati sul tavolo verde delle elezioni, e poi però lasciasse ai vincitori mano libera sulla sorte successiva dei birilli collocati su quel tavolo da un (più o meno) regolare voto.

   Il regime di Erdogan è invece forse legittimo perché per difenderlo venerdì notte si sono mobilitati i muezzin dalle moschee, e in strada sono scese migliaia di persone? Se questo fosse il criterio, allora non si capirebbe perché le coalizioni internazionali siano andate a militarmente rovesciare dittatori, come Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia, che all’inizio delle loro parabole, e in parte ancora persino al crepuscolo dei bombardamenti dei loro Paesi, godevano del sostegno esplicito di consistenti settori delle loro popolazioni.

   PIÙ SINCERO SUONA L’ARGOMENTO DELLA «REALPOLITIK»: la Turchia è dopo gli Stati Uniti il secondo più importante esercito della Nato, è (al netto di tutte le sue ambiguità con lo Stato Islamico) un bastione della guerra al terrorismo, da una base turca partono per la Siria i bombardieri dell’alleanza; e dando ad Ankara sei miliardi di euro, l’Europa ha appena concluso un accordo (che grida vendetta per quanto straccia il diritto internazionale sui profughi) volto a fermare la partenza dei migranti verso la Grecia e a tenerne parcheggiati nei campi turchi due milioni e settecentomila.

   La «realpolitik» è un argomento che può anche avere una sua (per quanto spregiudicata) dignità. A condizione che non lo si condisca con la retorica del «rispetto delle istituzioni democratiche», per giunta magari nel medesimo momento in cui dopo ogni strage terroristica si leva l’altro coro retorico: quello secondo il quale l’Occidente dovrebbe con maggiore decisione riconoscere la ragione per cui è odiato dai jihadisti, e quindi difendere con i denti i valori delle proprie democrazie presi d’assalto dai camion rivolti contro i passanti, dagli aerei lanciati contro i grattacieli, dalle bombe messe sui treni e nelle metropolitane. Ma se facciamo fatica a «crederci» per davvero noi, perché mai dovrebbero «crederci» i terroristi? (Luigi Ferrarella)

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BURHAN SONMEZ, SCRITTORE E ATTIVISTA: “CAMBIERÀ TUTTO” “ALTRO CHE COSTITUZIONE, ORA ERDOGAN PROCLAMERÀ IL SUO SULTANATO” »

di Francesco Musolino, da “il Fatto Quotidiano” del 18/7/2016

   “I golpisti avranno pensato che la gente li avrebbe sostenuti pur di liberarsi di Erdogan. Ma noi abbiamo bisogno di un cambiamento democratico, non attraverso le armi“. Lo scrittore e attivista turco BURHAN SONMEZ – in uscita a settembre con “Istanbul Istanbul” per Nottetempo editore è fra i più attesi alla 17esima edizione di PORDENONELEGGE –. Sul futuro non ha dubbi: “Erdogan imporrà una sorta di Sultanato”.

Cosa è realmente accaduto in Turchia?

“Adesso è chiaro che si trattava di un colpo di stato pianificato da lungo tempo, ma era prematuro. Erdogan e le sue forze hanno ripreso il potere piuttosto facilmente. Ha dichiarato a caldo che “chiunque avrebbe avuto la meglio, in ogni caso le speranze democratiche della Turchia ne sarebbero uscite rimaneggiate”. Perché Abbiamo bisogno di un cambiamento democratico in Turchia. Il regime di Erdogan sta sfaldando le basi democratiche, le garanzie laiche e relative alle libertà civili nella nostra società. Userà questo tentativo dell’esercito come strumento per intensificare le sue regole autoritarie. Ma il golpe era già una misura estrema. La gente vuole che il cambiamento arrivi attraverso la via democratica, non con l’intervento armato.

In passato Erdogan non ha esitato a bloccare l’accesso ai social media e a internet. Non è un paradosso che sia ricorso a FaceTime per chiamare la gente in piazza?

“Il paradosso è comico. Vi si può far ricorso in letteratura o sul palcoscenico di un teatro con successo. In politica non è affatto divertente”.

Quali misure potrebbe adottare Erdogan?

“Cambierà tutta la Costituzione. Avvierà un sistema presidenziale che, in pratica, non sarà nient’altro che una sorta di Sultanato”.

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GILLES KEPEL: «UN REGIME AUTORITARIO ALIMENTA IL JIHADISMO»

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2916 ANKARA

«Il golpe contro Erdogan era più temibile di quanto si possa credere ora, a bocce ferme, dopo il suo fallimento. Il malcontento di una parte dei militari esprime quello di tanti tra la popolazione. Anche se il presidente turco sembra rafforzato, non sono affatto certo che lo rimarrà nel lungo periodo», sostiene GILLES KEPEL, noto politologo francese esperto del mondo islamico. Ieri ci ha parlato a lungo per telefono da Parigi analizzando gli ultimi sviluppi in Turchia e la tragedia di Nizza.

L’ondata di simpatie raccolta da Recep Tayyip Erdogan torna a mostrare quanto in Occidente siamo ormai proclivi a sostenere regimi autoritari come quello in Turchia, del presidente egiziano al Sisi e persino la violenta dittatura di Bashar Assad in Siria, nel timore che in Medio Oriente trionfino terrorismo, caos ed estremismo islamico. È una politica lungimirante?

«Non c’è dubbio che noi tutti si preferisca lo Stato forte alla prospettiva della violenza diffusa. La tragedia di Nizza, dopo quelle di Bruxelles e Parigi, spinge particolarmente noi europei in quella direzione. Il limite di ciò è che uno Stato forte privo di sostegno popolare, o comunque con tanti nemici interni, porta alla ribellione, alla guerra civile e poi ai movimenti jihadisti. Assad cinque anni fa sembrava fortissimo. Oggi sopravvive solo grazie agli aiuti esterni e intanto la sua repressione è causa maggiore del jihadismo».

Però Erdogan pare adesso invincibile. Ha incarcerato 6 mila oppositori, preme sugli Usa per l’estradizione di Fethullah Gulen.

«Sì, certo, Erdogan pare rafforzato, i golpisti sono in cella, persino le opposizioni laiche stanno con lui, non possono certo schierarsi con la passata tradizione dei militari semi-fascisti. Ma i vecchi limiti restano: non è riuscito a imporre le sue politiche ambiziose in Medio Oriente, si trova con il problema dei curdi in casa, il Paese è spaventato dal terrorismo di Isis. Per comprendere le sue difficoltà vanno scoperti i nomi degli ufficiali che hanno cercato di defenestrarlo. Non c’è il capo di Stato maggiore. Ma ci sono i generali comandanti della Seconda e Terza armata, cioè le unità schierate in prima linea sul confine siriano. Il loro malcontento riflette i fallimenti di Erdogan in Siria, che prima ha difeso la cooperazione con Isis, addirittura ha permesso il passaggio dei volontari stranieri verso Raqqa, ma oggi sembra cambiare politica creando confusione. I generali vedono messa in dubbio l’integrità territoriale nazionale, pensano che gli errori di Erdogan portino al rafforzamento dei combattenti curdi in Siria, che ricevono armi dagli Stati Uniti e le passano agli estremisti curdi del Pkk in Turchia».

Ma in tutti questi anni Erdogan non ha mutato l’antica anima laica e kemalista del suo esercito?

«Il nocciolo duro dell’esercito resta quello tradizionale, si concepisce come il garante dello Stato laico nato dopo la Prima guerra mondiale. Teme il progetto di lungo periodo di Erdogan, che vorrebbe presentarsi come il continuatore di Ataturk, ma in realtà ne è l’antitesi e pensa ad un Paese islamico conservatore totalmente altro da quello costruito un secolo fa».

Come vede le tesi per cui Erdogan stesso avrebbe permesso il golpe per poter poi epurare i nemici?

«In genere diffido delle teorie complottistiche. E comunque non abbiamo prove in proposito. Vedo che invece prosperano sui social media, che sono il terreno privilegiato delle voci e ipotesi più fantasiose su qualsiasi argomento. In proposito è stato interessante come lo stesso Erdogan abbia utilizzato il suo iPhone 6 per diffondere i suoi messaggi nel pieno della crisi. Anche grazie alla rete ha salvato il suo regime. Vede come è strano quel mondo? Mohamed Bouhlel, l’autore della strage di Nizza, si è radicalizzato negli ultimi due o tre giorni appena prima del suo folle gesto proprio collegandosi con i siti di Isis e nei messaggi via etere ha trovato un vettore per trasferire i suoi squilibri psichiatrici, la solitudine, le insicurezze e le paranoie».

Un pazzo o un terrorista del Califfato?

«Le due cose si coniugano e diventano impossibili da battere per qualsiasi polizia del mondo. Senza la rete probabilmente Bouhlel non avrebbe compiuto il massacro. Attraverso la rete i suoi problemi personali sono diventati moventi politici perfetti per l’ideologia di Isis. Ha colpito proprio nel giorno della commemorazione della Rivoluzione francese, che è il simbolo dell’Europa laica e democratica più odiato dall’Islam radicale. Ha usato un volgarissimo camion di lavoro, un’arma che non ha nulla di eroico, nulla di bellico. Chiunque può usarla. Ha colpito la passeggiata di Nizza, anch’essa simbolo delle vacanze laiche, del divertimento, del lusso, delle donne con le gambe nude, del consumismo occidentale, tanto detestato dei musulmani conservatori».

Come battere i jihadisti online?

«Solo la società civile, le famiglie, gli amici dei potenziali terroristi possono farlo. Come nei primi anni Ottanta i brigatisti rossi vennero fermati anche dalla sinistra italiana, che iniziò a chiamarli terroristi e non più compagni che sbagliano, così oggi occorre che le società musulmane da noi denuncino e fermino i potenziali terroristi tra loro».

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I LEADER EUROPEI ALLE PRESE CON L’ALLEATO IMBARAZZANTE

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 18/7/2016

   I CAPI di governo europei hanno aspettato alcune ore prima di condannare il tentativo di colpo di stato in Turchia. La ragione di questo ritardo deve farci riflettere. Non hanno indugiato perché avessero dubbi sulla illegittimità di un golpe militare.

   E neppure perché sperassero, sotto sotto, di togliersi dai piedi un alleato scomodo e ingombrante come Erdogan. L’esitazione è dovuta al fatto che, oggi, l’Europa non può permettersi di venire ai ferri corti con la Turchia e con i suoi due milioni di profughi siriani pronti a sbarcare sulle nostre coste.

   FOSSE pure Belzebù al potere ad Ankara, è con lui che si pensa di dover trattare per evitare la destabilizzazione dei nostri sistemi democratici innescata da una nuova ondata di centinaia di migliaia di rifugiati lungo la rotta balcanica. Questo concetto era ben presente ai generali golpisti, che infatti nel loro primo comunicato si sono affrettati a rassicurare il mondo confermando la validità «di tutti gli accordi internazionali della Turchia».

   E sfortunatamente è fin troppo chiara allo stesso Erdogan, che ora sta mettendo in atto un «contro-golpe» mobilitando le piazze, licenziando e arrestando migliaia di giudici e scatenando la sua vendetta sui militari infedeli, del tutto indifferente agli appelli alla moderazione e al rispetto delle regole democratiche che gli arrivano dall’Europa. Gli accordi di marzo tra la Ue e la Turchia hanno trasformato il Paese profondamente cambiando le regole del gioco.

   Dal 1987, quando Ankara per la prima volta chiese l’adesione alla Ue, la questione turca è stata basata su un sillogismo che adesso vacilla. La Turchia, si diceva, non è ancora pronta per diventare europea. Ma i negoziati di adesione, e il mantenimento di un dialogo politico intenso, rafforzeranno quelle componenti democratiche della società turca che si sentono europee e freneranno invece le componenti nazionaliste e autoritarie.

   Dunque il solo fatto di negoziare l’adesione può far sì che la Turchia diventi un Paese veramente democratico. I negoziati di adesione, e il mantenimento di un dialogo politico intenso, rafforzeranno quelle componenti democratiche della società turca che si sentono europee e freneranno invece le componenti nazionaliste e autoritarie.

   È sempre in questa logica che si sono stretti gli accordi di marzo sui migranti riconoscendo che la Turchia era ormai un paese «sicuro», dove poter rimandare senza troppi problemi di coscienza i profughi entrati illegalmente in Europa, e aprendo nuovi capitoli del negoziato di adesione. Purtroppo tutti gli attori che si sono esibiti sulla scena in queste ore smentiscono il sillogismo di una Turchia avviata verso un radioso avvenire democratico grazie alle sue aspirazioni europee.

   Non sono ovviamente compatibili con l’Europa i militari golpisti. Ma non lo è neppure Erdogan che scatena le piazze, arresta i giudici non compiacenti e pensa a reintrodurre la pena di morte. Né sembra molto “europeo” il predicatore islamico Fethullah Gülen, che Erdogan indica come ispiratore del golpe e di cui chiede l’estradizione dagli Stati Uniti.

   I ministri degli esteri che oggi si ritrovano a Bruxelles avranno quindi un serio problema per le mani. Se Erdogan non ferma la sua deriva autoritaria e non ripristina al più presto le istituzioni democratiche e le libertà civili, non solo i negoziati di adesione dovranno essere congelati, ma pure gli accordi di marzo per il rinvio dei rifugiati siriani in Turchia andranno seriamente messi in discussione.

   Anche la realpolitik della cancelliera Merkel deve darsi limiti politici e morali. Le esitazioni viste nella notte dei carri armati, in nome di un pragmatismo che dispone l’Europa a negoziare con qualsiasi potere insediato ad Ankara, non possono sopravvivere al brusco risveglio del dopo-golpe.

   L’idea di delegare il controllo delle nostre frontiere esterne a un potere imprevedibile, che finisce per tenere l’Europa in ostaggio, dovrà prima o poi essere riconsiderata. Anche se, al momento, nessuno sembra in grado di proporre un’alternativa credibile. (Andrea Bonanni)

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CINQUE LIBRI DA LEGGERE PER COMPRENDERE IL COLPO DI STATO IN TURCHIA

di Redazione, in Letteratura, del 16 Lug 2016, da http://www.cultora.it/

Per comprendere le cause che hanno portato alla realizzazione del colpo di stato in Turchia da parte di alcuni settori dell’esercito (poi fallito), è necessario conoscere la storia della Turchia e le dinamiche che regolano l’attuale democrazia turca, abbiamo selezionato cinque libri che possono aiutare il lettore italiano.

La Turchia contemporanea. Dalla repubblica kemalista al governo AKP di Lea Nocera (Carocci)

La Repubblica turca fondata da Mustafa Kemal Ataturk sui principi della laicità e delle moderne democrazie occidentali è oggi un paese governato da un partito di genealogia islamica, il primo Stato a maggioranza musulmana candidato ufficiale all’ingresso nell’Unione europea. Questo libro presenta la narrazione dei processi politici e storico-sociali che hanno portato dalla nascita della Repubblica turca, sorta sulle macerie dell’Impero ottomano, alla complessa articolazione della società turca contemporanea, in cui i processi di definizione dello Stato-nazione e di democratizzazione hanno determinato una continua trasformazione della struttura politica, sociale ed economica del paese.

L’islam in Turchia di Alberto F. Ambrosio (Carocci)

La novità del libro consiste nel descrivere in cinque capitoli, quanti i pilastri dell’Islam, la religione maggioritaria della Turchia, paese candidato a membro dell’Unione Europea. Conoscere l’Islam turco significa addentrarsi nei meandri dei gruppi sorti sulle spoglie degli antichi ordini sufi, che svolsero un ruolo fondamentale nell’Impero ottomano e sono ancor oggi attivi, sebbene in forma semiclandestina. Sospesa tra Europa e Asia e percorsa da intensi dibattiti, la Repubblica di Turchia ricerca delicati equilibri tra laicità e tradizione religiosa, tra democrazia e Islam, tra culto islamico ufficiale e dinamica spirituale sufi, tra religione e postmodernità.

Storia della Turchia. Dalla fine dell’impero romano ai nostri giorni di Erik J. Zürcher (Donzelli)

La prospettiva dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e la necessità di una sua modernizzazione statale e sociale, sono i temi su cui tanto l’opinione pubblica che gli studiosi si vanno interrogando negli ultimi anni. Ed è stato anche per rispondere a questo interesse che l’autorevole storico olandese Zurcker, ha messo mano per la prima volta dieci anni fa a una storia moderna della Turchia, che partendo dalla crisi dell’Impero ottomano giungesse fino alla fase della Repubbllca. A distanza di un decennio, Zurcher ha rimesso mano alla sua “Storia”, con un’ottica ancora più rivolta al presente e in particolare alla pressante sfida fondamentalista posta alla Repubblica kemalista dal fronte islamico e curdo. Ulteriore slancio alla ricerca storica è derivato dalla recente apertura di importanti archivi che hanno consentito una più dettagliata ricostruzione del contesto sociale, economico e culturale del tardo impero ottomano.

La Turchia contemporanea di Hamit Bozarslan (Il Mulino)

La Turchia invia all’Europa segnali contrastanti. Il paese, musulmano per il 99% e candidato ormai da diversi anni all’ingresso nell’Unione Europea, si è dotato di un governo “islamico moderato” e dispone di strutture formalmente democratiche, ma la sua politica, sia interna che estera, viene dettata da un Consiglio nazionale di sicurezza composto per lo più da militari. Il libro fornisce gli strumenti per comprendere meglio questa situazione ricostruendo la vicenda storica del Paese lungo l’intero arco del Novecento: dalla guerra di indipendenza (1919-1922) alla costruzione del moderno stato kemalista, ai regimi militari e alle elezioni politiche del 2002, che hanno segnato il definitivo tramonto della vecchia classe politica.

Ataturk: il fondatore della Turchia moderna di Fabio L. Grassi (Salerno)

A settant’anni dalla morte (Istanbul, 10 novembre 1938), la prima biografia italiana di Kemal Atatürk, per studiare la profonda attualità del leader politico artefice dello storico processo di modernizzazione della società turca. Senza mai perdere di vista il contesto storico generale, il libro segue le tappe della carriera militare del giovane Mustafa Kemal, il quale inizia a diventare famoso nel corso della prima guerra mondiale. Dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano nel 1918, il generale Mustafa Kemal comprende che le potenze vincitrici sono intenzionate a infliggere ai turchi una pace rovinosa. Con il beneplacito britannico, nel 1919 si trasferisce nella Turchia asiatica e organizza il movimento di ribellione contro lo smembramento del paese.

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