L’AMERICA A UN BIVIO: tra Hillary Clinton e Donald Trump; ma anche DIVISA (nelle sommosse di Dallas e Baton Rouge ma anche altrove), tra NERI in rivolta e POLIZIA che si difende a volte con violenza; tra RICCHI e POVERI che crescono sempre di più – STATI UNITI COME SPECCHIO di quel che accadrà anche da noi?

DALLAS, scontri - Da DALLAS e BATON ROUGE si infetta la ferita delle due Americhe, quella del movimento di Black Lives Matter persuasa che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé, e quella legata ai poliziotti, «lavorano e muoiono per mantenere l’ordine» (da “La Stampa” del 18/7/2016)
DALLAS, scontri – Da DALLAS e BATON ROUGE si infetta la ferita delle due Americhe, quella del movimento di Black Lives Matter persuasa che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé, e quella legata ai poliziotti, «lavorano e muoiono per mantenere l’ordine» (da “La Stampa” del 18/7/2016)

   Da Dallas (in Texas) e Baton Rouge (in Louisiana), nei disordini e negli scontri per le strade del luglio scorso, si fanno evidenti le ferite e le differenze delle due Americhe: da una parte l’America del movimento di “Black Lives Matter” persuaso che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé; e dall’altra l’America legata ai poliziotti (spesso troppo violenti), alla legalità, alla difesa di chi «lavora e muore per mantenere l’ordine».

OBAMA AI FUNERALI DI DALLAS - “IL RAZZISMO NON È FINITO" con Martin Luther King o con leggi come il civil rights act, "i pregiudizi rimangono, tutti nella vita ci imbattiamo nell'essere bigotti a un certo punto delle nostre vite. Se siamo onesti, siamo in grado di sentire i pregiudizi dentro di noi". Lo ha detto IL PRESIDENTE AMERICANO BARACK OBAMA, a DALLAS, in TEXAS, alla CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI 5 AGENTI UCCISI il 30 giugno da un cecchino (il veterano dell'Afghanistan, Micah Johnson)
OBAMA AI FUNERALI DI DALLAS – “IL RAZZISMO NON È FINITO” con Martin Luther King o con leggi come il civil rights act, “i pregiudizi rimangono, tutti nella vita ci imbattiamo nell’essere bigotti a un certo punto delle nostre vite. Se siamo onesti, siamo in grado di sentire i pregiudizi dentro di noi”. Lo ha detto IL PRESIDENTE AMERICANO BARACK OBAMA, a DALLAS, in TEXAS, alla CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI 5 AGENTI UCCISI il 30 giugno da un cecchino (il veterano dell’Afghanistan, Micah Johnson)

   Non c’è in tutto questo una via di mezzo, una mediazione, che spesso è l’essenza del “limite” che appare negli scontri di piazza in molti paesi europei (non sempre). E la presa di posizione da una parte o dall’altra radicalizza lo scontro, non permette di far capire le motivazioni e le ragioni degli uni e degli altri (dei neri poveri ed emarginati, dei poliziotti che cercano anche giustamente di salvare la loro incolumità…).

La foto mostra Leshia Evans, una giovane donna afroamericana disarmata, che resta immobile davanti a un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. La donna non scappa e non arretra di un passo mentre due poliziotti la stanno per arrestare. E’ la foto più iconica del movimento BLACK LIVES MATTER: cattura lo spirito della protesta contro razzismo, diseguaglianza e violenza poliziesca negli Stati Uniti (da Asiablog.it)
La foto mostra Leshia Evans, una giovane donna afroamericana disarmata, che resta immobile davanti a un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. La donna non scappa e non arretra di un passo mentre due poliziotti la stanno per arrestare. E’ la foto più iconica del movimento BLACK LIVES MATTER: cattura lo spirito della protesta contro razzismo, diseguaglianza e violenza poliziesca negli Stati Uniti (da Asiablog.it)

   BLACK LIVE MATTER, il movimento contro la violenza della polizia nei confronti degli afroamericani parte proprio dall’idea che la discriminazione razziale (ancora, più che mai, si parla di questo negli Stati Uniti, dopo otto anni di presidenza di un nero…), la discriminazione razziale dicevamo è data in primis dai comportamenti della polizia. “Black Live Matter è un movimento nato per caso nel 2013, dopo che George Zimmerman, l’uomo che ha ucciso il giovane disarmato e innocente Trayvon Martin perché aveva deciso che era un soggetto pericoloso, veniva prosciolto dalle accuse di omicidio. Quel giorno, il 13 luglio, Alicia Garza scriveva sul suo profilo di Facebook, «NERI, VI AMO, CI AMO, LE NOSTRE VITE CONTANO». Una sua amica Patrisse Cullors, che come lei è una attivista per i diritti dei lavoratori sotto-pagati, rilanciò la frase aggiungendo l’hashtag. Che si propagò per tornare prepotentemente in voga dopo che la polizia aveva ucciso Michael Brown e che il mondo aveva visto le immagini di quella morte gratuita. L’ennesima.” (da www.left.it/).

La mappa degli Stati Usa che richiedono una registrazione per il possesso di pistole e fucili e i numeri delle armi negli Usa - (da Ansa,, 8/7/2016)
La mappa degli Stati Usa che richiedono una registrazione per il possesso di pistole e fucili e i numeri delle armi negli Usa – (da Ansa,, 8/7/2016)

   Ed è su queste forti tensioni sociali che si innestano le elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 8 novembre. Pertanto quello che deve riuscire ai due candidati (la favorita Hillary Clinton, ma non è detto…) e la “novità” di Donald Trump (populista, razzista spesso, fuori degli schemi… e per questo temutissimo che sia votato da chi vuol provare a cambiare tutto…), per i due candidati la questione, per chi vincerà, sarà di capire come rispondere in modo adeguato a queste lacerazioni sociali (che, appunto, ora interessa l’America, ma inevitabilmente, ci pare, rischiamo di trovarle da noi nella vera veste di scontro tra “società ricca” che vuol mantenere il proprio status, e “massa di poveri diseredati” che invece vuol sopravvivere).

Hillary Clinton
Hillary Clinton

   Per questo vanno seguite con estrema attenzione (geopolitica…) queste elezioni americane. Per gli ispanici non basterà votare per Hillary Clinton nelle urne, perché subito dopo “le sarà chiesto il conto alla candidata democratica”, cioè se sarà in grado, concretamente, di ricostruire una nazione più equa. Ovvero, FARE DELLE MINORANZE IL PERNO DI UN NUOVO MODELLO SOCIO-ECONOMICO.

Donald Trump
Donald Trump

   I democratici americani, spaventati dalla possibile vittoria di Donald Trump, cercano proprio di tenere unita la candidatura di Hillary su una piattaforma che unisca “lo spirito americano”, da i “ribelli” di sinistra nei democratici (con leader il candidato sconfitto BERNIE SANDERS, che tutti riconoscevano grande capacità di porre la questione dei diritti degli emarginati), a chi, nel partito repubblicano, non ha alcuna intenzione di votare Trump, personaggio troppo fuori degli schemi pensati dai padri fondatori della nazione (e che, pur dividendosi tra repubblicani e democratici, entrambi riconoscono certi valori allo spirito nazionale).

Bernie Sanders e Hillary Clinton
Bernie Sanders e Hillary Clinton

   E’ così che troviamo, nella “paura” della vittoria di Trump, uniti l’ala ribelle dei progressisti, i repubblicani in fuga da Trump e gli indipendenti che avrebbero voluto come candidato presidente l’ex sindaco di New York MICHAEL BLOOMBERG. E’ così che questo contesto dà alla missione di Hillary una cornice di unificazione nazionale richiamandosi appunto, come dicevamo, allo spirito della Costituzione dei Padri Fondatori che immaginarono un’Unione in grado di «perfezionarsi» nel corso del tempo.

dov'è DALLAS in TEXAS
dov’è DALLAS in TEXAS

   Ma la rivolta sociale dei movimenti neri va oltre il confronto-scontro Clinton-Tump. Andando anche oltre le tradizionali divisioni, o sulla fede, o sull’essere d’accordo o rifiutare gli interventi militari all’estero, o su altre questione di politica interna ed estera che si sono viste in questi decenni. Il vero scontro è sulla povertà, e come uscirne da una situazione dilagante di miseria per molte classi sociali.

BATON ROUGE LOUSIANA NEL SUD DEGLI STATI UNITI - Tre poliziotti uccisi a BATON ROUGE, tre in gravissime condizioni, dieci giorni dopo la strage dei cinque agenti uccisi dal cecchino Micah Johnson a Dallas, in Texas
BATON ROUGE LOUSIANA NEL SUD DEGLI STATI UNITI – Tre poliziotti uccisi a BATON ROUGE, tre in gravissime condizioni, dieci giorni dopo la strage dei cinque agenti uccisi dal cecchino Micah Johnson a Dallas, in Texas

   Al di là di questa vera questione, l’attenzione globale, del mondo intero, è capire se dovremmo ritrovare un senso ai governi del pianeta attraverso nuovi personaggi quasi sempre populisti e “diversi” dalla politica tradizionale, o se invece è percorribile per “salvare” le relazioni delle persone nel pianeta, una strada che ha un’origine nei valori fin qui conclamati dalla politica. E’ per questo che se Hillary batterà Trump l’8 novembre il fronte anti-populista in Occidente avrà una formula politica da credere, applicare (e un programma concreto a cui potersi richiamare); se invece vince Trump allora ogni parametrro tradizionale per uscire dalla crisi e dal declino sarà sconfitto (succederà qualcos’altro che, immaginiamo, richiederà mediazioni, scontri, sforzi di comprensione reciproca… per non ritrovarsi nell’ignoto). (s.m.)

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LE SFIDE GLOBALI DI UN’AMERICA ASSEDIATA

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 19/7/2016

   (…..) Washington si trova in stato d’assedio su tre fronti diversi: quello per la tenuta del suo ordine interno, per la credibilità del suo ruolo di leadership globale e, soprattutto, per la tenuta del suo modello economico. La “trilogia” non è causale, ciascuna delle sfide è allo stesso tempo figlia e madre delle altre. E oggi la più urgente riguarda la coesione morale del Paese e la tenuta dell’ordine interno.

   Abbiamo visto l’America scrivere una pagina di storia con l’elezione del primo presidente afroamericano per ritrovarci otto anni dopo con episodi di discriminazione razziale ed esecuzioni per strada, per vendetta, di poliziotti innocenti. Le parole di Barack Obama, il suo appello per la ragionevolezza e per il dialogo non bastano più.

   Lo avevamo già ascoltato quell’appello struggente e sentito per l’unità nell’orazione funebre per i cinque poliziotti uccisi a Dallas. Per poi ritrovarci pochi giorni dopo con gli omicidi organizzati con metodo a Baton Rouge da un ex veterano della guerra in Iraq. L’opinione pubblica americana, teme che le sue forze dell’ordine possano sentirsi intimorite proprio quando hanno più bisogno di loro, perché dopo Nizza un attacco terroristico in questo anno elettorale, «non è questione di se ma di quando», come ha detto un alto funzionario del Pentagono.

   Per questo Donald Trump ne ha approfittato e fa sua la questione chiave per il «rispetto dell’ordine e della legge», proponendo una svolta autoritaria e di chiusura verso immigrati e islamici. II corollario di questa situazione? Per la prima volta sono arrivato a una convention politica, alla grande liturgia su cui poggiano i valori di fondo di questo Paese con la raccomandazione di avere a portata di mano un giubbotto antiproiettile. Per la prima volta a una Convention di partito sarà possibile arrivare armati e mostrare le proprie armi. Per la prima volta arrivare alla Convention di Cleveland è come arrivare in zona di guerra.

Persino i sindacati di polizia implorano che le armi siano tenute a casa o nella fondina. Implorano un cambiamento della legge. Dallas e Baton Rouge hanno imposto un prezzo troppo caro per il presunto, strumentale, assurdo e soprattutto finto rispetto del Secondo emendamento della Costituzione.

   Poi c’è la ricaduta di Brexit. Non solo la questione tecnica che riguarda l’uscita di un Paese da un’Unione. Brexit è molto di più: il voto popolare disconosce l’ordine multilaterale su cui ha poggiato l’Occidente dalla fine della Seconda Mondiale a oggi.

   La sfide dirette a quell’ordine avvengono un po’ dappertutto: la Russia di Putin che invade l’Ucraina, la Cina che vanta diritti territoriali su isole che non le appartengono, l’Isis che prima conquista territori contro ogni risoluzione dell’Onu e poi ci attacca nelle nostre case, gli eccidi in Africa.

   Che dopo Brexit ci sia stato il tentativo di un colpo di Stato militare in Turchia non deve dunque sorprendere: la percezione di debolezza delle “regole” incoraggia gli attori a spingersi sempre più in là, per capire fin dove si può arrivare senza scatenare la reazione dura del guardiano americano dormiente.

   Infine arriviamo al terzo fronte, l’economia e i mercati. Gli indici di borsa in America sono ai massimi. In parte la reazione dei capitali internazionali è trovare un porto sicuro dove approdare. E l’America resta comunque una solida potenza continentale.

   Ma se non si troverà la chiave per un recupero del doppio ordine, interno ed esterno, mancheranno le fondamenta su cui hanno poggiato le espansioni dei commerci e della crescita mondiale. Chi, anche in America, sarà pronto a investire? Tanto più che in questo Paese ormai non è più solo la classe media a soffrire ma anche la classe medio-alta e alta.

   Non ci sono facili soluzioni davanti a questa triplice sfida che assedia il pianeta America. Ma saranno gli slogan facili, come quelli di Donald Trump, che in questi giorni promette “ordine e legge” a rassicurare chi è impaurito? L’America non è il Paese della chiusura delle frontiere, dell’autoritarismo individuale, della discriminazione religiosa, ma in questo 2016 forse ci capiterà, nostro malgrado, di vedere anche questo: il gigante buono che reagisce in modo scomposto al triplice assedio e rifiuta i valori chiave che negli ultimi 220 anni hanno definito il suo “eccezionalismo”. (Mario Platero)

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GANG, RIBELLI E CECCHINI SOLITARI: L’AMERICA CHE SPARA ALLA POLIZIA

da “La Stampa” del 18/7/2016

– Rancore e sangue in strada: è l’estate peggiore dal 1968 –

   Tre poliziotti uccisi a Baton Rouge, in Lousiana, tre in gravissime condizioni, dieci giorni dopo la strage dei cinque agenti uccisi dal cecchino Micah Johnson a Dallas, in Texas. Un sospetto ucciso, due alla macchia. La caccia alla polizia fa dell’estate 2016 la peggiore dal 1968, quando, dopo gli assassinii di M.L. King e del senatore Robert Kennedy – vicino alla nomination democratica – la Convention di Chicago fu stravolta dagli scontri tra studenti, attivisti e polizia. (….)

   A pochi passi da Airport Highway, la strada che conduce al quartier generale della polizia a Baton Rouge, si sono ripetute le scene di guerriglia urbana di Dallas. Con almeno un franco tiratore a mirare sulla polizia.

   In fondo al rettilineo c’è il presidio costante di dimostranti, slogan e cartelli per denunciare la morte dell’ambulante Alton Sterling, colpito inerme da un agente e ripreso in un video che gira per il mondo.

   Da Dallas e Baton Rouge si infetta la ferita delle due Americhe, quella del movimento di Black Lives Matter persuasa che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé, e quella legata ai poliziotti, «lavorano e muoiono per mantenere l’ordine».

   Steve Loomis, capo dell’associazione della polizia di Cleveland, ha chiesto al governatore dell’Ohio Kasich di sospendere il diritto di portare armi, teme disordini alla Convention (dei repubblicani, tenutasi tra il 18 e il 21 luglio, ndr), Kasich ha detto di no, «non posso cambiare la legge», e Loomis ha allora attaccato il presidente Obama: «Il presidente difende le bugie di Black Lives Matter e dei media… le mani di Obama grondano sangue».

   Mentre a Baton Rouge si cercano i killer in fuga, il web si schiera, spietato come Loomis. Trump rispolvera la vecchia linea di Nixon, LEGGE&ORDINE, per catturare il voto dei bianchi, e ragiona col consigliere Paul Manafort come trasformare la Convention, da show business con l’atleta trans Caytlin Jenner, in denuncia contro l’assedio ai bianchi, e alla polizia, da parte di «terroristi armati neri», Black Panthers nel XXI secolo. Non ci saranno tregue.

   Sulla rivista «The Atlantic», un veterano osserva «In Iraq e Afghanistan non eravamo tanto attrezzati di armi e giubbotti, la polizia di Baton Rouge è ridicola», ma i dipartimenti delle metropoli acquistano armi, piastre antiproiettile in kevlar, elmetti. C’è voluto un ordine espresso di Obama per vietare l’impiego di baionette e granate, ma le forze dell’ordine affittano il surplus degli arsenali di Kabul e Baghdad. Le città sono percorse da jeep e blindati, armi da guerra, mitragliatrici, elmetti, corazze e le comunità nere, dalla rivolta a Ferguson nel 2014, scaldano la protesta politica. Finché, da Dallas a Baton Rouge, non cominciano a cadere anche i poliziotti, le gang si mobilitano in piazza e – come per Isis – si apre il “copycat”, la strage riprodotta da killer sconosciuti, isolati.

   A cambiare la strategia di ordine pubblico americano fu un banale litigio per un sorpasso, nel 1970, a Newhall, in California, un’ora da Los Angeles. I poliziotti si trovarono davanti Bobby Davis, criminale veterano, armato di pistole e fucili. Con in pugno vecchi revolver a sei colpi, quattro agenti rimasero sull’asfalto. La strage di Newhall cambiò il manuale di polizia, più armi e migliori.

   I militari obiettano: «Al Pentagono insegniamo a parlare con iracheni e afghani, a non blindarsi, dialogando con i civili, nelle nostre città militarizziamo la vita quotidiana» ma le stragi scavano nuove trincee. David Brown, capo della polizia di Dallas, è diventato celebre per la condotta di apertura, che aveva migliorato i rapporti con le minoranze: prevarrà la sua filosofia o la paura dei cecchini, la retorica di Trump peggiorerà il clima, gli estremisti neri capiranno che l’aria è pessima?

   (…..) Obama comprende che le sue nobili parole alla cerimonia funebre di Dallas commuovono ma non spengono l’ira diffusa. L’estate del rancore e del sangue spaventa il paese, ipnotizzato dai titoli ossessivi … Nizza, Turchia, Orlando, Dallas, Baton Rouge…. (…)

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LE DUE AMERICHE DI CLEVELAND E FILADELFIA – LE DUE AMERICHE DI CLINTON E TRUMP

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 29/7/2016

   Mai come in queste due settimane di convention, abbiamo visto con grande chiarezza le due Americhe che si presenteranno agli elettori a novembre, per la scelta del nuovo presidente. Per la prima volta nell’ultimo secolo abbiamo davanti agli occhi due fotografie del Paese storicamente diverse fra loro.

   C’è l’America di Hillary Clinton legata alla continuità e agli ideali dei padri fondatori e l’America di Donald Trump che vuole una rottura con valori e dottrine che formano l’immagine che il mondo ha di questo Paese.

Occorre essere molto chiari. La rottura di Trump è radicale anche all’interno del partito repubblicano nonostante la parvenza di unità a Cleveland. La leadership del partito, gli ex presidenti George Bush e George W. Bush, leader come Mitt Romney o persino Ted Cruz, persino i grandi finanziatori repubblicani come i fratelli Koch, hanno respinto e respingono Trump perché capiscono la natura demagogica (e pericolosa) del suo cambiamento: la forza americana è sempre stata quella di avere un centro politico attorno al quale i due partiti, pur con battaglie feroci hanno combattuto le differenze ora sull’aborto ora sul libero mercato o sull’educazione o sulle nomine per la Corte Suprema.

   Se a Cleveland c’è stata unità, privatamente anche i leader congressuali respingono e disprezzano la prepotenza di Trump, aggressivo, offensivo, approssimativo, impreparato, fuori dalla tradizione che ha unificato le regole della lotta politica.

   Mike Bloomberg, ex sindaco di New York, indipendente, ha riassunto questi sentimenti nel suo intervento dell’altra sera: «La scelta Trump è una scelta rischiosa, avventata, radicale che non ci possiamo permettere». Proprio mercoledì Trump ha indirettamente sottoscritto quelle parole con la sua richiesta alla Russia di aiutarlo nella ricerca delle mail di Hillary Clinton, dimostrando così in modo lampante l’umoralità estrema del suo carattere.

   Per gli esperti, per i politici, per un candidato alla presidenza americana un’uscita di quel genere è inconcepibile. Per chiunque altro sarebbe stata equivalente a un suicido politico. Ma non per lui. È questa la differenza storica rispetto al passato, Trump, grazie al linguaggio nuovo, grazie all’insulto, grazie alla sua energia è riuscito a spaccare i parametri collaudati e radicati della politica americana.

   Ha attaccato, in parte giustamente, gli eccessi e l’arroganza della correttezza politica per conquistare un mondo trasversale di opinione pubblica stanca delle parole, delle promesse, della vita difficile, della superiorità intellettuale soprattutto della sinistra.

«Tutto purché si cambi», sembra essere il motto dei trunpiani. Il fenomeno lo conosciamo bene perché abbiamo anche in Europa la forza di movimenti populisti e demagogici che promettono quello che vuole ascoltare la gente delusa, anche se impossibile. E lo abbiamo conosciuto in America, ma si è sempre trattato di una forte minoranza.

L’America ha naturalmente le sue falle, ha anche commesso molti errori in politica estera e molti abusi con le sue forze armate. Ma si è sempre cercato di rimediare, di investigare, di punire, di ritornare ai valori che definisco il Paese che conosciamo. È questa la costante che vediamo nei sentimenti tradizionalisti che prevalgono nelle grandi pianure, nell’energia innovativa dell’America che dalle due coste guarda a oriente e a occidente.

   Barack Obama, raccontando dei suoi nonni del Kansas ci ha ricordato che il cuore dell’America non ama i gradassi, i bulletti, coloro che straparlano, si vantano e mettono loro stessi al centro di tutto. Non rispetta la cattiveria gratuita, l’abuso del potere o la perenne ricerca di scorciatoie nella vita.

Finora l’America ha fatto suoi i “core values” dei Padri Pellegrini che arrivarono con la Mayflower nel settembre del 1620 privilegiando «i tratti dell’onestà, del duro lavoro, della gentilezza, della cortesia, dell’umiltà, responsabilità, dell’aiutarsi gli uni con gli altri».

   Ma tutto questo oggi viene rimesso in discussione. Con le rivoluzioni tecnologiche che scardinano la sicurezza sul lavoro, con il terrorismo, con le tensioni razziali, con la percezione di un boomerang violento in arrivo dalla globalizzazione, Trump ha avuto la genialità di capire come la sua personalità dirompente potesse coincidere con questo movimento di insofferenza secolare, «tutto, purché si cambi».

   E nonostante gli esperti, gli statistici, coloro che studiano le dinamiche del voto locale e regionale ci dicano che Hillary vincerà a novembre, oggi la partita è aperta. Alla fine delle convention, l’America è dunque a un bivio. La strada di Hillary continua lungo il percorso che ha come presupposti il multilateralismo e le colonne portanti della Pax Americana. Quella di Trump porta a un salto nel buio.

   C’è da preoccuparsi? Abbastanza. Ma se Trump dovesse vincere, e questo giornale, a convention ultimate non lo auspica, il Congresso, la forza di questa democrazia e la separazione dei poteri prevista dai padri fondatori proprio per situazioni simili, consentiranno di tenere anche una imprevedibile forza della natura come Trump a briglie strette. (Mario Platero)

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L’AMERICA SENZA PACE: DALLE ARMI FACILI AI CONFLITTI RAZZIALI I NODI CHE OBAMA NON HA SCIOLTO

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 18/7/2016

– È una stagione di Guerra civile diffusa, nella quale cittadini e forze di polizia si uccidono fra di loro – Era dal 1968 che la stagione elettorale non veniva così sporcata dal sangue –

(…..) A BATON ROUGE, dove l’ultimo Ok Corral – ultimo in ordine di tempo, non finale – si è consumato (il 17 luglio scorso, ndr) l’asfalto era ancora fresco del sangue di Alton Sterling, l’afroamericano di 37 anni ucciso dagli agenti che lo avevano arrestato e immobilizzato a terra, ripresi da uno smartphone mentre lo abbattevano.

   E l’aria vibrava ancora dei pianti, degli spari e delle orazioni funebri ascoltati a DALLAS neppure quattro giorni prima, attorno alle bare di cinque agenti uccisi da un soldato reduce dall’Afghanistan, Micah Johnson.

   Dunque le solenni parole, le preghiere interreligiose di rabbini, pastori cristiani, imam musulmani, gli appelli delle istituzioni, le veglie e i lumini accesi non sono serviti ad altro che a sottolineare la disperata affermazione di impotenza fatta dal presidente Obama, quando ha ammesso di non avere più parole e di sapere che le sue parole non sarebbero servite a niente.

   La collera, il sentimento di ingiustizia, la voglia di vendetta e la fame di violenza che ribollono sotto la crosta di tutte le società sono state ancora una volta più forti delle esortazioni degli uomini di buona volontà. E ancora una volta, come sempre, la demenziale disponibilità di armi da guerra, quelle che «un ragazzo può comperare più facilmente di un computer» come ha detto Obama, traduce tutto in stragi.

   Questo, che vediamo puntualmente scorrere sotto le diverse bandiere della violenza, mistica, politica, demenziale che sia, in Europa come negli Usa, è il “New Normal”, la nuova normalità nella quale siamo costretti a vivere, lanciando prediche pie o grida di guerra inutili. E’ la quotidianità dei risvegli accompagnati dal caffè e dal sangue sparso nel nome di cause senza futuro e senza altra prospettiva che il momento della morte. E’ la paura che ci rosicchia l’anima imbarcandoci su ogni aereo, salendo su ogni mezzo, lasciando i bambini a scuola, anche soltanto passeggiando su un lungomare.

   Non una Terza Guerra Mondiale, ma una Guerra Civile diffusa, nella quale sono gli abitanti, i cittadini, le forze di polizia, a uccidersi fra di loro, all’interno della collettività stessa nella quale vivono e sono cresciuti, che siano bianchi, afro, arabi, asiatici, nati o naturalizzati. E’ la guerra di noi contro di noi.

   La “Parrocchia” di Baton Rouge, come sono chiamate dai decenni dell’occupazione francese le suddivisioni amministrative in Lousiana, credeva di avere superato, dopo lo shock di Dallas e la mobilitazione dei leader nazionali e locali, la rabbia per gli “omicidi di polizia” e per la convinzione che le vite dei neri “Don’t Matter”, non abbiano importanza, come è accaduto a New York, a Philadelphia, a Los Angeles, nella Cleveland del Congresso Repubblicano, 124 volte soltanto quest’anno. Ma l’infezione si dimostra più radicata, più profonda, dell’esplosione occasionale di sintomi.

   Continua a corrodere perché (…), nello sfruttamento della vena di odio, che ci sono grandi occasioni di profitto elettorale o di lucro. La violenza, la guerra di noi contro di noi, la polarizzazione della società narrata come una dialettica di “noi buoni” contro “loro cattivi”, di credenti contro infedeli sono il ricco nutrimento dei parassiti dell’odio.

   Generano uno stralunato desiderio di farsi giustizia, di bonificare il mondo dagli infetti, di saldare i conti, mentre l’autorità morale delle istituzioni, che indossino la grisaglia del ministro o il blu del poliziotti, si frantuma. Bastano pochi criminali perché le parole divengano armi, le armi producano morti e la paura produce la voglia di “uomini forti”.

   Era dal 1968 in America che la stagione della democrazia elettorale non veniva schizzata in maniera così lancinante dal sangue di strade americane, che ormai non possiamo più guardare come un altro pianeta violento, al sicuro da un’Europa che si credeva immune.

   (…..) Sotto le volte della politica a lustrini risuonano promesse vuote di “legge e ordine”. Sotto il cielo della realtà parlano le armi che i difensori della “legge e ordine” diffondono. Ascoltate gli spari, non le parole. (Vittorio Zucconi)

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GIUSTIZIA ECONOMICA PER BATTERE I POPULISTI

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 29/7/2016

PHILADELPHIA – II partito democratico esce dalla Convention nella Wells Fargo Arena come la forza politica tradizionale dotata del più credibile e aggressivo progetto per sconfiggere la rivolta populista che attraversa l’Europa e gli Stati Uniti.

   Il motivo lo spiega BARNEY FRANK, ex deputato del Massachusetts veterano delle battaglie liberal di Ted Kennedy, quando dice: «La sfida è sulla giustizia economica e sull’equità di reddito». Per risolvere le diseguaglianze che alimentano la rabbia del ceto medio e rispondere allo scontento causato dall’impoverimento delle famiglie Hillary Clinton punta a ricostruire l’America dall’interno al fine di generare le risorse necessarie. Adattando al presente la lezione di Lyndon B. Johnson che a metà degli Anni Sessanta decise di «mettere un pollo dentro ogni pentola» per realizzare la «Great Society» contro povertà e razzismo.

   TERRY MCAULIFFE, governatore della Virginia e fedelissimo dei Clinton, ritiene che la strada per riuscirci è «ricostruire le infrastrutture» – porti aeroporti e ferrovie – in maniera massiccia sfruttando una situazione politica inedita: la convergenza di interessi al Congresso di Washington fra leader democratici e repubblicani nell’impedire che il progetto di Donald J. Trump sopravviva politicamente alla sua eventuale sconfitta nell’Election Day.

   La promessa dei democratici di Hillary sulla «giustizia economica» include l’aumento del salario medio e la ridefinizione degli accordi sul libero commercio – entrambe battaglie del rivale progressista BERNIE SANDERS – come anche la piena inclusione di tutti gli immigrati, compresi quelli «senza documenti» simili ad ASTRID SILVA, la ventenne messicana invitata a parlare dal palco della Convention sfidando convenzioni e pregiudizi sugli «illegali».

   L’«equità» che Hillary si propone di realizzare non è solo economica: si tratta di un progetto per trasformare ogni singolo tassello indebolito del mosaico umano nazionale nel protagonista della ricostruzione del benessere collettivo. Si spiega così l’enfasi sul ruolo delle minoranze – anzitutto ispanici ed afroamericani – perché avrà bisogno non solo dei loro voti per prevalere sull’onda-Trump – che avanza con forza nei sondaggi – ma anche del loro entusiasmo per risollevare alcuni settori, come i servizi nei piccoli centri, da troppo tempo penalizzati.

   LUIS FRAGA, co-direttore dell’Istituto di studi latinoamericani all’Università di Notre Dame, Indiana, lo riassume così: «Per gli ispanici non basterà votare per Hillary Clinton nelle urne, ciò che più conta avverrà subito dopo» perché dovremo «ricostruire una nazione più equa». Ovvero, FARE DELLE MINORANZE IL PERNO DI UN NUOVO MODELLO SOCIO-ECONOMICO.

   Il tentativo di far convergere su questa piattaforma il partito democratico, l’ala ribelle dei progressisti, i repubblicani in fuga da Trump e gli indipendenti che avrebbero voluto MICHAEL BLOOMBERG, dà alla MISSIONE DI HILLARY UNA CORNICE DI UNIFICAZIONE NAZIONALE richiamandosi allo spirito della Costituzione dei Padri Fondatori che immaginarono un’Unione in grado di «perfezionarsi» nel corso del tempo.

   E’ questa idea di unità nazionale capace di rinnovarsi in continuazione che manca a molte forze politiche europee alle prese con la sfida dei populismi. Ciò significa che se Hillary batterà Trump l’8 novembre il fronte anti-populista in Occidente avrà una formula politica, ed un programma concreto, a cui potersi richiamare mentre in caso contrario il successo di Donald «il gladiatore» – come lo definiscono i suoi stretti collaboratori – avrà spazzato via anche la versione più innovativa e inclusiva dell’establishment. (Maurizio Molinari)

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LE CONVENTION USA, CAMBIA IL RAPPORTO CON IL POTERE

di Maurizio Molinari, da “la Stampa” del 24/7/2016

   La Convention di Cleveland che ha assegnato a Donald J. Trump la nomination per la Casa Bianca è un evento spartiacque nella politica americana: è cambiata la natura del partito repubblicano, la favorita Hillary Clinton si trova davanti ad un finale anomalo di campagna e la nazione si interroga se è arrivato il momento di affidare la presidenza ad un candidato di brusca rottura con l’establishment.

   Il «Grand Old Party» ha cambiato identità perché durante i lavori nella Quickens Loans Arena «l’opposizione ad aborto e diritti gay è stata sostituita dalla difesa di disoccupati, madri lavoratrici e poliziotti», riassume uno dei più stretti collaboratori di Trump.

   Dopo aver sconfitto i candidati del vecchio partito repubblicano nelle primarie, Trump ha pronunciato un discorso di 76 minuti per rifondarlo. Assegnandogli altre priorità: risollevare i consumi del ceto medio riscrivendo gli accordi sul commercio, proteggere le famiglie imponendo «legge ed ordine», restringere l’immigrazione per favorire i bassi redditi. Gli eccessi verbali e politici di Trump sono lo strumento con cui punta a raggiungere, in maniera assai spregiudicata, quel 40 per cento di cittadini che in genere non vota perché si sente ai margini della vita pubblica.

   Per capire da dove nasce il «Manifesto di Trump» bisogna ascoltare le parole della figlia Ivanka. Bisogna ascoltarla quando lo descrive «campione della gente comune», indicando in particolare una svolta nell’approccio ai diritti delle donne: «Bisogna proteggere il diritto al lavoro della madri». Ovvero: ad essere discriminate di più – sulla base delle differenze di salario – sono le donne con figli e dunque servono più asili e sale giochi per pari opportunità.

   Se tutto ciò prospetta alla favorita Hillary Clinton un finale anomalo di campagna elettorale è perché il clima in cui è immersa l’America è segnato dalla paura: instabilità e insicurezza dovute a impoverimento, violenze inter-razziali, terrorismo e smacchi internazionali.

   «Tutto ciò ricorda il 1980» osserva Michael Barone, il più stimato studioso di elezioni presidenziali, riferendosi a quanto avvenne quando in una nazione in preda alla crisi degli ostaggi a Teheran ed al caro-benzina l’amministrazione democratica di Jimmy Carter venne travolta dal repubblicano Ronald Reagan. Rispetto ad allora Hillary è sicuramente più forte di Carter perché le minoranze – afroamericani, ispanici, asiatici e originari del Pacifico – pesano in misura senza precedenti nell’assegnazione degli Stati decisivi e considerano Trump una sorta di candidato dell’Apocalisse.

   Ma più recenti dati etnici sulle contee pro-Trump suggeriscono che sta avvenendo qualcosa: prende oltre il 50 per cento dei voti dove prevalgono gli scozzesi-irlandesi nella regione degli Appalachi – dal Nord dell’Alabama all’Ovest della Pennsylvania – e fra gli italiani in un raggio di 160 km da New York City, mentre perde fra tedeschi e olandesi nelle città del Mid-West.

   Ciò significa che può essere la genesi di una coalizione protestataria, fondata sui ceti disagiati ed avversata dai redditi più alti. LA SPACCATURA NON È PIÙ SU FEDE O INTERVENTI MILITARI ALL’ESTERO MA SULLA POVERTÀ. Il 75 per cento di gradimento registrato dai «focus groups» tv dopo il discorso di Cleveland è un campanello d’allarme per Hillary che non a caso ha reagito scegliendo come vice il senatore Tim Kaine: volto del ceto medio bianco della Virginia – Stato conservatore conquistato da Obama nel 2008 e nel 2012 – che parla spagnolo come l’inglese e può dunque rivolgersi tanto ai bianchi degli Appalachi che alle minoranze inquiete.

   La Convention democratica di Philadelphia (…) vede Hillary esaltare proprio l’identità dell’America come nazione mosaico di identità diverse al fine di travolgere la rivolta di Trump. E’ una partita aperta. Non solo perché gli Stati in bilico sono gli stessi delle ultime due elezioni (Ohio, Pennsylvania, Florida, Virginia e North Carolina), ma in ragione del fatto che il populismo non è estraneo alla tradizione politica americana.

   Nel 1829 Andrew Jackson fu il primo a vincere come «campione del popolo» avversato dalle élites del Nord-Est ed ora Trump pone l’interrogativo se è arrivato il momento di eleggere alla Casa Bianca un candidato di drammatica rottura. In realtà anche Hillary esprime discontinuità – essendo la prima donna a poter diventare Presidente – ed in ultima istanza dunque l’Election Day dell’8 novembre sarà deciso per quale tipo di svolta gli americani sceglieranno.

   Comunque vada Donald «il gladiatore», come lo definiscono i suoi fan, avrà ridisegnato il rapporto fra cittadini e potere politico. (Maurizio Molinari)

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“C’È UN CLIMA ORMAI ESASPERATO, COLPA DEI MOVIMENTI DI PROTESTA”

di Fra Sem. da “La Stampa” del 18/7/2016

– Il giurista Dershowitz: “Alcuni gruppi alimentano lo scontro” –

   «La responsabilità di quanto sta accadendo è del comportamento irresponsabile di organizzazioni come Black Lives Matter il cui obiettivo è far credere che le cosa vadano peggio per alimentare la strategia della tensione». A dirlo è ALAN DERSHOWITZ-, avvocato e giurista, professore di Harvard ed esperto di dinamiche socio-politiche degli Stati Uniti.

Perché questo inasprimento dello scontro razziale proprio ora?

«L’inasprimento è dettato dal fatto che cittadini neri vengono uccisi da poliziotti, in particolare bianchi, in circostanze controverse, talvolta anche se disarmati. Ebbene posso dire che questo tipo di episodi è in calo rispetto al passato».

Vuol dire che non esiste razzismo tra le forza dell’ordine?

«Voglio dire che le forze dell’ordine oggi sono meglio addestrate, sono in grado di gestire situazioni delicate più responsabilmente, hanno armi non letali e indossano telecamere».

Allora come spiega la situazione attuale?

«Perché ci sono telecamere ovunque, agli angoli delle strade, nei negozi, sui telefoni cellulari, ogni cosa è documentata e documentabile».

Prima c’erano più neri uccisi dalla polizia ma non si sapeva?

«Esatto. A questo poi si aggiunge il comportamento irresponsabile di alcune organizzazioni come Black Lives Matter, che esasperano il clima e strumentalizzano dicendo che le cose vanno peggio».

Come contrastare l’escalation?

«Innanzi tutto evitando nella maniera più categorica di paragonare l’uccisione di neri da parte delle forze dell’ordine nel corso di controlli con l’esecuzione di poliziotti come quella avvenuta a Dallas e forse a Baton Rouge. Spesso la morte di un afro-americano, ma non solo, è causata da una reazione eccessiva del poliziotto perché spaventato o provocato. A volte si tratta di un atteggiamento dettato da incoscienza da parte della persona fermata, talvolta è figlio di un consapevole senso di sfida alle istituzioni e per di più bianche. Al contrario gli agenti uccisi, come quelli di Dallas, stanno facendo solo il proprio lavoro e vogliono solo tornare a casa dalla propria famiglia».

Quindi la discriminazione è da parte dei neri?

«Non è il caso di generalizzare. Dico solo che il cecchino di Dallas non può essere considerato colpevole come il poliziotto che si trova ad aver a che fare con una persona che sembra nascondere una pistola e non alza le mani, e così è costretto a sparare. C’è discriminazione piuttosto quando si dice Black Lives Matter o anche Police Lives Matter, ritengo invece che All Lives Matter».

C’è chi dice che sia colpa di Trump?

«Non credo, io non sono un suo simpatizzante, io sono con Hillary Clinton, ma non credo proprio che Trump abbia responsabilità».

C’è chi parla di paradosso per Obama…

«Il paradosso è che le cose vanno meglio ma sembra che vadano peggio. Chi gli rema contro sono gruppi come Black Lives Matter».

Intanto però rispuntano le Pantere Nere…

«Dovrebbero essere inserite tra le organizzazioni terroristiche. Il rischio è che si ritorni al clima di piombo degli anni Sessante e Settanta».

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«TROPPO SADISMO NELLA SOCIETÀ»

di Matteo Persivale, da “il Corriere della Sera” del 18/7/2016

– “Il problema razziale c’è ma il sadismo nella società Usa è troppo alto”. Sono le parole di MICHAEL KAZIN, storico della Georgetown University e autore di The Populist Persuasion: an American History –

   Michael Kazin, storico della Georgetown University, autore di uno dei testi di riferimento sul populismo americano («The Populist Persuasion: an American History») è anche condirettore della rivista Dissent sulla quale di recente ha scritto che «il sadismo è tornato prepotentemente sulla scena» in America.

Professor Kazin, vedendo le immagini degli afroamericani uccisi dalla polizia, e degli agguati di Dallas e Baton Rouge ai poliziotti, è difficile non sostenere che lei abbia visto giusto.

«Il filosofo Richard Rorty aveva correttamente attribuito ai movimenti di protesta degli anni 60 e 70 il merito di aver abbassato il livello di sadismo accettabile nella società. Ma la crudeltà verso certi gruppi è tornata a manifestarsi, basta pensare al recente picco di crimini razziali».

Nonostante otto anni di presidenza democratica di Barack Obama?

«Era ridicolo immaginare, come ha fatto qualcuno sull’onda dell’entusiasmo, che l’arrivo di Obama avrebbe segnato l’inizio di una nuova era. Per due motivi. Il primo è che, al di là della persona, ci sono problemi che nel loro sviluppo sono indipendenti da chi in quel momento è stato eletto presidente. Voi, in Italia, lo sapete bene: con tanti governi diversi che si sono avvicendati nella vostra storia è complicato attribuire meriti o colpe a questo o a quel presidente del Consiglio. Gli americani invece tendono a immaginare che il presidente abbia un’influenza ben superiore a quella reale».

Il secondo motivo?

«È che l’America si trascina dietro una questione razziale irrisolta. Obama ha suscitato delle reazioni spesso molto complicate tra gli americani. Dire che nel corso dei due mandati di Obama la situazione sia peggiorata — anche se non sottoscrivo i punti di vista catastrofisti, il 2016 non è il 1968 — è un fatto. Per motivi come dicevo al di là del suo controllo».

Lei definisce la campagna di Donald Trump «crudele».

«Sì, ha legittimato l’animosità che decine di milioni di americani già sentivano dentro di sé verso altri gruppi etnici o religiosi, in questo ha riportato l’America indietro nel tempo e non è un bello spettacolo».

Se otto anni sotto il primo presidente afroamericano hanno inasprito le tensioni razziali cosa potrebbe succedere sotto una presidenza Trump?

«Gli storici sono i peggiori profeti, però se vogliamo fare un’ipotesi direi che, se Trump vincesse, sarebbe per un margine molto ridotto, con la possibilità concreta di avere il Senato contro. Con un margine di manovra così stretto dovrebbe concentrarsi sul tema che l’ha fatto diventare protagonista, il Muro (al confine con il Messico, ndr ). Dovrà costruirlo, fisico o virtuale che sia. Tutto il resto passerà in secondo piano. Di sicuro gli Stati Uniti sono oggi disuniti».

La polizia che finisce letteralmente nel mirino di un killer è il segnale di un odio insanabile, dopo tanti abusi non puniti?

«Quello che gli attivisti non dicono è che la maggior parte dei neri — che spesso vive ancora in quartieri che di fatto sono segregati, a causa della povertà, anche se la segregazione razziale ufficialmente è illegale da cinquant’anni — non vuole una polizia debole. Una polizia senza potere lascerebbe i quartieri dove vivono gli afroamericani ancora più in balia dei criminali. Il problema è la tolleranza zero, che è nata per ovviare a una questione reale, cioè i moltissimi crimini commessi negli anni 70 e 80 nelle strade, specie dei quartieri più poveri. E che poi ha finito per far addestrare la polizia a metodi troppo aggressivi». (Matteo Persivale)

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DALLAS: DA JFK AD AMERICAN SNIPER

di Ugo Tramballi, 9/7/2016, da “il Sole 24ore”

– La città e un’idea tragica dell’America –

   Gli europei che non conoscono l’America pensano che salvo New York, Boston e San Francisco, tutte le metropoli americane siano uguali: da Est a Ovest, da Nord a Sud. I grattacieli di downtown, autostrade e sobborghi abitati da gente nata in un posto, andata all’università in un altro, trasferitasi a lavorare in un terzo, in attesa di trovare un salario migliore in un quarto. Ogni città degli Stati Uniti ha invece la sua anima originale costruita su conquiste e tragedie. Quella di Dallas (e del Texas) è fra le più marcate.

   Anche se è solo la quinta metropoli del paese, tutto quello che accade a Dallas è al di sopra della media degli eventi e delle emozioni nazionali. Perfino la squadra di football, i Cowboys, è la più amata e detestata d’America: se vince suscita fastidio ma se perde – la scorsa stagione è stata disastrosa – solleva uno stupore preoccupato come se la sua inspiegabile crisi fosse il segno della crisi della nazione.

   Lo scontro razziale è forte in ogni città in cui ci siano comunità afro-americane e latine. Mai tuttavia una squadra apparentemente organizzata e motivata di tiratori ha preso di mira la polizia, uccidendo cinque poliziotti e ferendone sette, come se Dallas fosse Falluja. La città ha una certa dimestichezza con le armi e con i cecchini. Chris Kyle, “il Demonio di Ramadi”, 160 iracheni uccisi col suo fucile di precisione, e la cui vita è stata raccontata da Clint Eastwood (“American Sniper”), abitava a Dallas e il suo funerale all’AT&T Stadium, il campo dei Cowboys, fu un evento nazionale.

   Ma il cecchino più famoso di Dallas resterà per sempre Lee Harvey Oswald che da una finestra del Texas School Books Depository, in Elm street, il 22 novembre del 1963 sparò a John Kennedy. Nonostante il verdetto della Commissione Warren, forse Oswald non fu il solo a sparare. L’omicidio fu probabilmente un complotto molto articolato. Ancora oggi, 53 anni dopo, la morte del presidente è la tragedia e il mistero più grande dell’America contemporanea. E più di ogni altra cosa ha definito l’immagine di Dallas.

   Qualsiasi cosa sia veramente nella sua quotidianità, nella narrativa americana Dallas è la città nella quale finì Camelot, un sogno politico. E per molti americani non fu Oswald, la mafia o i cubani a uccidere Kennedy: fu Dallas con il suo conservatorismo, distruggendo una visione liberal e moderna dell’America. Passano gli anni ma ogni volta che se ne pronuncia il nome, Dallas resta una ferita profonda nella memoria americana.

   Alla fine fu un conservatore texano, anche se nato a Stonewall in mezzo alla prateria, a completare l’eredità di John Kennedy. Nel 1964 Lindon Johnson fece passare il Civil Rights Act, riuscendo a superare l’ostruzionismo del Congresso che lui conosceva bene, avendo lavorato per decenni in quei corridoi del potere. L’anno successivo seguì la definizione della “Great Society” americana. Nonostante questo, Dallas e il Texas restano sinonimi di conservazione e di società chiusa anche se non sempre lo sono. Gli incredibili eventi di ieri in qualche modo confermano nel sentire comune di molti americani l’idea che Dallas sia una città straordinaria ma in senso negativo. (Ugo Tramballi)

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QUEL DOLORE DI OBAMA CHE CERCA DI UNIRE L’AMERICA

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 13/7/2016

– Il pericolo del ritorno di un conflitto ideologico – Non ho mai visto l’America accasciata su stessa come in questi ultimi due giorni –

   C’è ancora l’America che conosciamo? Di questi tempi, a giudicare da quel che vediamo, sembra di no. Con la polarizzazione in politica interna, con le ripicche, con le dimostrazioni di militanti di colore che incoraggiano a vendicarsi dei poliziotti usando canzoni rap e con i poliziotti che uccidono per paura neri innocenti, con lo spettro di una divisione razziale sempre più forte e con molti americani pronti a votare per chi vuole costruire muri o promette di uscire dalla Nato, l’America di oggi sembra molto diversa da quella che abbiamo conosciuto nell’ultimo secolo.

   C’è sempre la speranza che tragedie come quella di Dallas aiutino a guardarsi dentro e a riscoprire, in mezzo alla crisi, il carattere, per reagire per respingere le forze per la divisione, per l’isolamento, per la discriminazione.

   E’ su questo che Barack Obama ha voluto puntare nella sua orazione funebre a Dallas: si è aggrappato quasi con disperazione, con commozione, all’America che abbiamo conosciuto e che conosciamo nel nostro intimo. Quell’America ha visto ben altre crisi, ma le ha superate e non potrà mai essere soppiantata da chi vuole minarne alla base i valori di fondo, quei valori per la solidarietà per l’altruismo per la generosità, anche spirituale, che ci hanno dato i Padri Pellegrini prima ancora dei firmatari della Dichiarazione di Indipendenza o della Costituzione.

   Nella descrizione dell’«America che conosciamo», mi ha colpito un passaggio in cui Obama, in modo quasi controintuitivo viste le circostanze, dice a Dallas e al Paese «non siamo così divisi come sembra. Lo dico perché conosco l’America e perché so come ce l’abbiamo fatta in circostanze impossibili. So come ce l’ho fatta io, nella mia vita non sempre facile. È quella l’America che conosco. E come ho visto da Presidente in momenti di crisi come la bontà e la decenza della gente hanno sempre prevalso. Oggi Dallas ci mostra il volto della speranza e della tenacia. E’ quella l’America che conosco».

   Obiettivamente, quello di Barack Obama non era un discorso facile. C’era intanto l’aspetto simbolico, quello di essere il primo presidente nero della storia con una doppia missione, quella di confortare tutti i poliziotti d’America, orfani dei loro cinque colleghi uccisi da un fanatico a Dallas. Ma Obama aveva anche l’imperativo morale di dover rassicurare i 40 milioni di afroamericani che ogni sera, come ha detto, «temono che i loro figli non tornino a casa solo perché dietro il loro cappuccio c’è un luogo comune di sospetto».

   Questo presidente era forse il personaggio migliore per tenere insieme queste due missioni. E c’è riuscito molto bene, grazie alla sua straordinaria e drammatica abilità oratoria che ha raccolto applausi sinceri quando ha parlato dell’eroismo della polizia a Dallas, quando ha raccontato le storie dei poliziotti uccisi, delle loro famiglie dei loro figli, della loro abnegazione. E quando ha colto con grande abilità II senso di professionalità che ha caratterizzato il corpo di polizia a Dallas e quelli di tutto il Paese che «erano a proteggere chi dimostrava contro di loro».

   Allo stesso modo non ci si può nascondere dietro un dito o dietro l’eroismo di alcuni per far finta che non sia successo nulla: «Dobbiamo renderci conto che secoli di schiavitù non vengono cancellati automaticamente dalla firma di una legge per i diritti civili».

   Le sue parole di elogio per coloro che si comportano in modo professionale e di comprensione per chi si sente discriminato sono state magistrali. Hanno percorso un sentiero molto sottile dando un senso comune, proprio quel senso di unità «che prevale sulle divisioni anche quando accadono». Forse Obama avrebbe dovuto fermarsi lì.

   A un certo punto invece è scivolato nella politica mentre i funerali di ieri erano un’occasione soprattutto di riflessione non una scusa per interventi propositivi sui fondi che mancano per le scuole o sulle politiche contro la libera vendita di armi, contro i debiti degli studenti o certe discriminazioni che tutti «nel profondo del loro io devono riconoscere di sentire». Questo perché non tutti si troveranno d’accordo sulle ricette. Perché siamo in un anno elettorale e una cerimonia così deve essere sopra partes in assoluto.

   Ma è stato un momento, forse una debolezza, per il resto con l’emozione che è in grado di dare nei suoi discorsi importanti, Obama ha recuperato con successo quei fili sottili che ancora tengono insieme II Paese. Perché dobbiamo ammetterlo, per tutti noi è ugualmente importante aggrapparci all’idea che l’America che abbiamo conosciuto e che ci sforziamo di riconoscere ancora, esista e resista anche sotto gli attacchi delle ideologie, della violenza, dell’egoismo e della separazione. (Mario Platero)

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BAUMAN: “LA PAURA E L’ODIO SI NUTRONO DELLO STESSO CIBO”

intervista di Francesca Paci, da “La Stampa” del 11/7/2016

– “Dallas simbolo dell’Occidente senza identità” – “Servono obiettivi sui quali scaricare i nostri timori. Torniamo alla dinamica tra superiore e inferiore” – Il filosofo: la xenofobia in Europa e a Dallas figlie della cronica incertezza –

   “La paura è il demone più sinistro del nostro tempo”, ammoniva già anni fa il filosofo polacco ZYGMUNT BAUMAN. A guardare il mondo occidentale, che dagli Usa all’acciaccata Europa, pare aver ceduto alle pulsioni più rabbiose quasi si fosse «mediorientalizzato», gli spettri evocati dal teorico della società liquida nonché una tra le menti più acute del pensiero contemporaneo assumono dimensioni epiche.

Dallas ma anche gli episodi xenofobi ripetutisi nel Regno Unito dopo la Brexit e, nell’Italia porto dei migranti, il rifugiato nigeriano ucciso a Fermo. Professor Bauman, stiamo passando dall’età della paura a quella dell’odio?

«Non c’è alcun passaggio dalle paure nate dalla nostra cronica incertezza all’esibizione di odio a Dallas o ai mini pogrom avvenuti dopo la Brexit nelle strade inglesi: sono contemporanei, solo di rado li sperimentiamo separatamente. Paura e odio hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo: ricordano i gemelli siamesi condannati a trascorrere tutta la vita in compagnia reciproca: in molti casi non solo sono nati insieme ma possono solo morire insieme. La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere: si rimpallano a vicenda, possono sopravvivere solo così».

C’è consequenzialità tra la diffusione dell’«hate speech» (incitamento all’odio) e le nuove tensioni etniche e razziali?

«La loro coincidenza non è casuale ma neppure predeterminata. Come ogni alleanza è una scelta politica. Per quanto stiamo vivendo la scelta è stata dettata dalla simultaneità di due fenomeni. Il primo, individuato dal sociologo tedesco Ulrich Beck, è la stridente discrepanza tra l’essere stati assegnati a una “situazione cosmopolita” in assenza di una “consapevolezza cosmopolita” e senza gli strumenti adatti a gestirla. Il conseguente scontro tra strumenti di controllo politico territorialmente limitati e poteri extraterritoriali incontrollabili e imprevedibili ha prodotto la “deregulation” multi-direzionale delle condizioni di vita e ha saturato le nostre esistenze di paura per il futuro nostro e dei nostri figli. Quella paura era e resta una trinità avvelenata, l’incontro di tre sentimenti ossessionanti, ignoranza, impotenza e umiliazione. I poteri distanti e oscuri che ci condizionano vanno al di là del nostro sguardo e della nostra influenza, così come le nostre paure si muovono tra forze che siamo incapaci di addomesticare o contenere. Se non sappiamo respingere queste forze che minacciano tutto quanto ci è caro, non potremmo almeno tenerle a distanza, interdire loro l’accesso alle nostre case e ai luoghi di lavoro?».

Non potremmo, professore?

«L’afflusso massiccio e senza precedenti di rifugiati è il secondo fenomeno a cui accennavo e ha contribuito a dare a questa domanda una risposta credibile e “di buon senso” seppure falsa e fuorviante, una risposta elevata a rango di dogma da aspiranti politici che vi annusano la chance di un forte sostegno popolare. È balsamo per le anime tormentate: le paure senza sbocco e perciò tossiche non possono riversarsi sulle loro vere cause – forze poderose e così distanti da essere immuni al nostro risentimento – ma possono facilmente e tangibilmente rovesciarsi su chi appare e si comporta da straniero, dagli ambulanti ai mendicanti. Le aggressioni etniche e razziali sono la medicina dei poveri contro la propria miseria. La loro efficacia si misura non dal fatto che risolvano la fragilità della vita ma dal dare temporaneo sollievo al tormento psicologico dell’impotenza e dell’umiliazione».

La paura, certo. Ma non hanno responsabilità anche la diffusione delle armi in Usa, l’inanità europea sui migranti, Internet?

«Queste non sono cause: facilitano, anche molto, le azioni che quelle cause producono. Internet e i “social” possono servire altrettanto efficacemente all’inclusione come all’esclusione, al rispetto e al disprezzo, all’amicizia e all’odio. La responsabilità di scegliere ricade direttamente sulle nostre spalle di navigatori. Possiamo usare lo stesso coltello per tagliare pane o gole: a qualsiasi uso lo destini, chi lo tiene lo vuole affilato. Il web affila gli strumenti ma noi ne scegliamo l’applicazione».

È ancora «sonno della ragione»?

«Come diceva il filosofo tedesco Leo Strauss, ci sono sempre stati e ci saranno sempre degli inattesi cambiamenti di punto di vista che modificano radicalmente il sapere precedente: ogni dottrina, per quanto definitiva sembri, sarà prima o poi soppiantata da un’altra. L’hanno già detto altri, il tribalismo è la risposta al perché le differenze tra gruppi della popolazione siano sempre ridotte a un rapporto inferiore/superiore».

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NERI E BIANCHI IN AMERICA: DA LINCOLN A OBAMA. PERCHÉ C’È ANCORA LA FRATTURA?

di Massimo Gaggi, da “il Corriere della sera” del 11/7/2016

   Abramo Lincoln che nel 1862 abolì la schiavitù. Le leggi sui diritti civili e sul diritto di voto introdotte da Lyndon Johnson negli anni Sessanta del secolo scorso che avrebbero dovuto porre fine a ogni forma di segregazione razziale, oltre a offrire ai neri pari opportunità nello studio e nell’accesso al lavoro.

   Di battaglie per l’integrazione della minoranza di colore la democrazia americana ne ha combattute tante, ma difficoltà e resistenze sono sempre state enormi e la ferita della questione razziale non si è mai rimarginata.

   La miscela di rapporti tra le diverse comunità del «melting pot» americano è cambiata più volte negli anni, ma ha sempre mantenuto qualche fattore esplosivo: dopo lo schiavismo, la segregazione delle «leggi Jim Crow» di fine Ottocento. Dopo la segregazione, la discriminazione. E poi, ancora, la povertà, il degrado urbano dei quartieri neri e, oggi, l’insofferenza davanti ai controlli di polizia sempre più frequenti e rudi. Ricucire è difficile anche perché, perfino davanti ai migliori tentativi di integrazione, molti afroamericani non riescono a scrollarsi di dosso il risentimento per il peccato originale che ha prodotto questa loro condizione: la deportazione degli avi dall’Africa.

   Quanto ai bianchi, anche nei fautori più sinceri dell’integrazione c’è quasi sempre un sentimento di diffidenza o la tendenza a mantenere le distanze. Possiamo liquidarlo con la parola razzismo, ma il termine, in sé, spiega poco: di razzismi ce ne possono essere tanti. Perfino tra neri con molti discendenti dei popoli del Corno d’Africa e del bacino del Nilo che si sentono su un gradino più alto.

   C’è il pregiudizio contro i maschi neri che raramente riescono a costruire famiglie stabili e la consapevolezza che – anche se pesano povertà, degrado dei quartieri, scuole disastrate – a finire nel vortice del teppismo e della microcriminalità sono soprattutto i giovani delle minoranze nere e ispaniche. Così quello che per i neri è accanimento degli agenti, per molti bianchi è una prevenzione a volte rude ma utile se si vuole evitare il dilagare del crimine.

   Fino a quando gli eccessi degli agenti non provocano rivolte tra i neri e anche nelle coscienze dei bianchi. Le tensioni attuali, iniziate due anni fa dopo l’uccisione di un ragazzo disarmato a Ferguson, fin qui non avevano prodotto incendi paragonabili alle rivolte di Chicago e Tulsa dell’inizio del Novecento (in tutti e due i casi ci furono una quarantina di morti e centinaia di feriti).

   E nemmeno con quelle degli anni Sessanta: il decennio delle grandi speranze e delle grandi delusioni. Furono quelli gli anni in cui gli Stati Uniti sembrarono a un passo dall’impresa di rimarginare l’antica ferita: John Kennedy che imposta la riforma dei diritti civili mentre Martin Luther King – siamo nel ‘63 – pronuncia davanti a una folla immensa a Washington il suo celebre discorso: «I have a dream».

   Qualche mese dopo Kennedy viene assassinato ma Lyndon Johnson ne completa l’opera: pari diritti alle urne, nelle società, sul posto di lavoro. Nel 1966 viene eletto il primo senatore nero. Nel ‘67 tocca al primo giudice afroamericano della Corte Suprema. E’ anche l’anno di «Indovina chi viene a cena?», l’ironico film con il quale Sidney Lumet cerca di rompere gli steccati sulla questione dei matrimoni misti ormai previsti dalla legge, ma che rimangono ancora un tabù nella società americana.    Ma è anche l’anno della rivolta di Newark, alle porte di New York: 23 morti e 700 feriti dopo che la polizia aveva massacrato un tassista nero. L’anno dopo, il 1968, le speranze d una convivenza più serena vengono ulteriormente scosse dall’assassinio di Martin Luther King e dell’altro Kennedy, Robert, lanciato verso la conquista della Casa Bianca.

   Le violenze della polizia hanno prodotto negli anni altre rivolte, comprese le due che hanno insanguinato Los Angeles: quella di Watts del 1965 – sei giorni di guerriglia, 34 morti, 1032 feriti e l’intervento della Guardia Nazionale) e quella del 1992 dopo il caso Rodney King (un altro tassista malmenato dalla polizia). Al limite della guerra civile: quando tornò l’ordine sul campo erano rimasti 50 morti e duemila feriti.

   L’America ora teme che qualcosa del genere possa succedere di nuovo e proprio negli ultimi mesi della presidenza Obama. Il Paese ha più anticorpi – una vera classe dirigente nera capace di mitigare le tensioni com’è già avvenuto a Baltimora dopo i primi disordini successivi all’uccisione di un altro ragazzo nero disarmato.

   O come è avvenuto a Charleston, in South Carolina, dove non si è registrato alcun incidente dopo che un «suprematista» bianco ha fatto strage di neri in una chiesa. Ma i tempi sono per certi versi più difficili, le circostanze più insidiose. Oggi l’America è un Paese in armi: 300 milioni di fucili e pistole su 320 milioni di abitanti. E la diffusione dei video che provano gli abusi e a volte i crimini commessi da alcuni poliziotti, suscitano ondate d’indignazione. Venti difficili da controllare: c’è spazio per chi, come il killer di Dallas, va alla ricerca di micce alle quali dare fuoco.

   Nel 1921 i disordini di Tulsa vennero spenti dopo giorni di guerriglia coi neri chiusi in campi d’internamento. Solo ricerche storiografiche recenti hanno dimostrato che quel conflitto fu assai più cruento, con molti neri massacrati anche da civili bianchi che volavano su di loro in aereo lanciando candelotti di dinamite. Cosa sarebbe successo, già allora in America, se il Paese avesse visto le immagini di quei feroci bombardamenti? (Massimo Gaggi)

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L’UGUAGLIANZA, IL RAZZISMO, LA SFIDUCIA L’AMERICA (DOPO GLI 8 ANNI DI BARACK) NON È CAMBIATA: UNA RICERCA LO PROVA

di Marilisa Palumbo, da “il Corriere della Sera” del 11/7/2016

   Un’Unione più perfetta. Obama la invocava in uno dei suoi discorsi pubblici più belli, durante le primarie del 2008. Pronunciato dal punto di vista del figlio di un africano del Kenya e di una donna bianca del Kansas, era uno sguardo non ipocrita sulle ferite razziali del Paese. Sembrava che nessuno meglio di lui potesse avvicinare gli sguardi dell’America black e di quella white.

   E invece. È di pochi giorni prima delle cronache sanguinarie di queste ore un sondaggio del PEW RESEARCH CENTER intitolato «Nelle opinioni sulla razza e sulle disuguaglianze, neri e bianchi vivono in mondi diversi».

   Per il 43% degli africano americani il Paese non realizzerà mai i cambiamenti necessari all’uguaglianza (opinione condivisa solo dall’11% dei bianchi). Il 58% dei neri ritiene che si dia troppo poca attenzione ai temi razziali; i bianchi al 41% che se ne dia troppa. Il 40% dei neri crede che il razzismo sia «sistemico»; il 70% dei bianchi che sia limitato ai pregiudizi individuali. I rapporti tra le razze vanno male per il 61% dei neri e per il 45% dei bianchi.

   Colpa di Obama? Per la maggior parte degli americani il presidente ci ha almeno provato, a migliorare le cose. Ma per un tondo 25% le ha peggiorate (e tra i bianchi a pensarlo è il 32%). Per il 34% ci è riuscito (lo pensa il 51% dei neri: riecco la faglia).

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NEL GHETTO DELLA CITTÀ IN FIAMME DOVE TUTTO HA AVUTO INIZIO “CI ADDESTRIAMO ALLA GUERRA”

di Alberto Flores d’Arcais, da “la Repubblica” del 11/7/2016

– Tra le gang in marcia e i fedeli raccolti in preghiera. Con un pensiero costante: “Le prime vittime qui siamo noi afroamericani” –

DALLAS. «Meglio che ve ne andiate, chiudete bene le portiere e non fermatevi. Da queste parti è pericoloso». Queste parti sono le strade intorno a Dixon Circle, ghetto nero della South Dallas dove la classica ferrovia divide l’area «per bene» da quella dei «senza legge», dove la polizia non mette (quasi) mai piede. La donna che parla non abita qui («sono venuta per vedere come sta mio zio, qui l’unica speranza è andarsene») e ha una gran fretta. Lui, lo zio, pelle nera e forte accento ispanico di parlare invece ne ha voglia e da qui non se ne andrà mai. «Le gang stanno lì oltre quel fossato, marciano avanti e indietro nella strada principale, qui non vengono, noi ci facciamo gli affari nostri, siamo tranquilli».

   Non sembra molto convinto di quanto sta dicendo, fermo davanti alla sua casa su Barber Street, ridotta piuttosto male ma con una tripla inferriata a scoraggiare i poco di buono. «Sono disabile, vivo nel quartiere da 41 anni e il governo se ne è sempre fregato di noi. Che devo pensare? Non è bello quello che è successo, certo che non si devono ammazzare i poliziotti, ma a noi chi ci difende? Per loro non siamo neanche esseri umani». Sopravvive con pochi spiccioli, ha due figli: «Li avevo, in realtà non ho idea di dove siano finiti. Da qui se ne sono andati e hanno fatto bene, chi cresce nel quartiere non ha alcuna speranza. Io ci sono cresciuto e ci resto».

   Quelle che lui chiama gang sono giovani uomini e qualche donna, la fedele “milizia” di Charles Goodson, 31 anni, treccine rasta, sguardo truce e rabbia da vendere, che una volta alla settimana li guida, tute mimetiche e armati come piccoli Rambo, per «addestrarsi alla guerra», nel vicino Martin Luther King Jr. Park, raro pezzo di verde pubblico.

   Oggi non si fanno vedere, davanti a quello che è una sorta di loro quartier generale — la Marketa Grocery su Dixon Avenue — ci sono solo un paio di afroamericani che sembrano intenti a uno scambio soldi per droga e non hanno alcuna voglia di essere osservati.

   Accanto c’è quel che rimane di un altro piccolo market abbandonato, solo un isolato di distanza da dove nel 2012 il ragazzo nero James Harper venne ucciso con tre colpi di pistola da un poliziotto bianco. A South Dallas ha avuto tutto inizio allora. Dopo la morte di Harper ci furono proteste, qualche incidente, poi una sorta di armistizio per cui la polizia doveva girare alla larga. Il salto di qualità arriva nell’estate del 2014, i giorni delle tensioni razziali seguite all’uccisione di Michael Brown a Ferguson e di Eric Garner a Staten Island.

   Fu allora che Charles Goodson e il suo compare Darren X (che si auto-definisce pomposamente «maresciallo del New Black Panther») hanno organizzato il Huey P. Newton Gun Club e le marce provocatorie, imbracciando fucili d’assalto e AR-15, per le strade della metropoli texana. Dove comprare queste armi è facile quasi quanto fare la spesa alimentare.

   Dixon Circle come Arlington, altra area ad alta tensione. Qui tra Dallas e Fort Worth, vicino alla stadio dei Dallas Cowboys, le cose sono ancora più complicate. Ci sono intere zone dove le gang spadroneggiano e dettano legge, ma non solo quelle che si richiamano al Black Power. Qui sono molto organizzati anche i gruppi “ariani”, suprematisti bianchi che esultano a ogni nero ucciso dalla polizia, sognano un ritorno ai “bei tempi” dei linciaggi e di quando i neri non avevano diritti civili.

   È da Arlington che circa un anno fa sono calati su South Dallas manipoli di “patrioti” che volevano attaccare una moschea di neri (gestita dal Black Islam), quando due gruppi armati — bianchi da una parte, neri dall’altra — hanno dato una dimostrazione palese di come una guerra civile (e razziale) “virtuale” possa diventare reale in un futuro non troppo lontano.

   La domenica è giorno di riposo e di preghiera e nelle chiese di Dallas, a maggioranza protestante, la strage dei poliziotti di giovedì scorso tiene inevitabilmente banco. Con distinguo e differenze. La First Baptist si trova al 1707 di San Jacinto, parte nobile di downtown, in mezzo a ristoranti, banche e case di buona borghesia.

   «La nostra missione è trasformare il mondo con la parola di Dio, la nostra eredità arriva dalla Bibbia», ripetono quasi a slogan i fedeli. Alle 9 e 15 di mattina sono pochi i banchi liberi, il pubblico è composto quasi solo di bianchi, molti hanno appuntata sul petto la scritta “Back the Blue”, appoggiamo la polizia.

   Più che una celebrazione religiosa sembra un grande happening, danze e concerti, con un gruppo di sedici ballerini-cantanti (tutti rigorosamente bianchi, maschi e femmine) che vengono applauditi a lungo. La parte “politica” è affidata a Robert Jeffress, giacca scura, cravatta e fazzoletto blu, reduce da un’intervista con Fox News. Il suo non è soltanto un invito a pregare per i poliziotti morti, ci sono anche le accuse ai «sedicenti ministri», i religiosi delle altre chiese di Dallas che usano l’altare per fomentare una «inaccettabile violenza».

   Non fa nomi, «ma se vuole sentirli vada pure alla Friendship West Baptist», suggerisce un vicino di banco sorridente. La Friendship si trova sulla West Wheatland Road, una quindicina di miglia a sud del centro di Dallas, un grande edificio bianco-crema con tre tetti spioventi color mattone e il motto «cambiare la gente per cambiare il mondo».

   Qui di facce bianche non se ne vedono, i canti sono più classici, invocazioni e preghiere sono rivolte a tutti. «Preghiamo anche per i poliziotti, ma ricordatevi sempre che le prime vittime siamo noi neri. Vendette? No, cerchiamo solo pace ed uguaglianza». Parole che nella Dallas di oggi sembrano prive di significato. (Alberto Flores d’Arcais)

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A DIXON CIRCLE CON LE RONDE DELLE NUOVE PANTERE NERE

di Valeria Robecco, da “La Stampa” del 1/7/2016

– Nel quartiere più afroamericano di Dallas le pattuglie dei vigilantes armati contro i poliziotti bianchi – Le ronde sono composte da donne e uomini che pattugliano le comunità imbracciando fucili d’assalto AR-15 e AK-47 –

   I binari arrugginiti della ferrovia al di là dell’Interstate 30 attraversano un tratto di terra costellato da erbacce e casupole a perdita d’occhio. Questo vecchio binario è lo spartiacque non solo geografico, ma anche sociale, tra la Dallas opulenta dei petrolieri e quella del degrado. Siamo a Dixon Circle, quartiere ghetto di South Dallas, dove si trova la più alta concentrazione di afroamericani del nord del Texas.

   È questo l’epicentro dell’estremismo nero armato, dove l’Huey P. Newtown Gun Club porta avanti pattugliamenti per contrastare i soprusi delle forze dell’ordine e impedire gli abusi di potere nei confronti delle persone di colore. Qui il gruppo, uno dei più oltranzisti nel macrocosmo delle formazioni paramilitari dell’orgoglio nero, tiene anche il suo addestramento settimanale, lezioni di lotta armata e autodifesa cadenzate dal grido di battaglia: «Basta maiali nella nostra comunità». I «maiali in divisa», per loro, sono i poliziotti.

   Ci avviciniamo al sobborgo definito da una lunga fila di case semi-diroccate e ci addentriamo su Barber Avenue, dove un’anziana coppia cerca ristoro dall’afa con un ventilatore a pale sistemato in veranda. Davanti a una piccola abitazione circondata interamente da inferriate e cancelli, invece, incontriamo un uomo di origine afroispanica. È disabile e ci racconta che per questo non riesce a trovare lavoro, vive nel quartiere da 41 anni e ha due figli che se ne sono andati tanto tempo fa, di cui non sa più nulla.

   «Le ronde? Sono lì – dice – poco più avanti, su Dixon Avenue». Lo raggiunge la nipote Maria, che ci avverte: «State attenti a girare in questa zona, qui la gente non ha voglia di parlare, e neppure di essere guardata».

   Appena imbocchiamo Dixon Avenue vediamo due neri appoggiati a un’auto davanti al minimarket dall’insegna semidistrutta La Marketa Grocery, notiamo un passaggio di mani, e che non gradiscono la nostra presenza. Poco più in là invece c’è il Dixon Grocery, oggi abbandonato, davanti al quale nel 2012 un giovane nero è morto per mano di un agente bianco: si chiamava James Harper, un 31enne con un passato violento, aggressioni, furti, e spacci di droga. Li centinaia di abitanti inferociti si sono dati appuntamento dopo «la sua esecuzione», e a quattro anni di distanza si respira ancora lo stesso clima pesante. Questo intreccio di vie è il Ground Zero delle ronde armate dei vigilantes neri, donne e uomini che pattugliano le comunità imbracciando fucili d’assalto AR-15 e AK-47.

   Le chiamano «Open Carry Walks», perché in Texas si può girare armati fino ai denti, purché le armi siano in vista. Il Gun Club prende il suo nome dal fondatore del Black Panther Party, Huey P. Newton, ed è stato creato nell’agosto del 2014 sulla scia dell’uccisione di Michael Brown, afroamericano disarmato freddato a Ferguson, Missouri, per mano di un agente bianco. È da quel momento che sono ripresi i pattugliamenti, gli stessi a cui hanno dato il via nel 1966 le vecchie Pantere Nere, il gruppo nato a Oakland, California, per rispondere con la violenza alle «violenze razziste» di una certa polizia.

   Ciò che è accaduto giovedì sera a Dallas, quando Micah Xavier Johnson ha ucciso cinque poliziotti, ha la sua genesi in questi nuovi gruppi paramilitari, una genesi antica come l’odio razziale radicato nella storia della società Usa.

   E se anche in una città come Dallas, dove il capo della polizia è David Brown – afroamericano cresciuto a South Oak Cliff, quartiere «black» e piazza di spaccio privilegiata di crack e cocaina – non si riescono ad arginare le divisioni tra comunità nera e forze dell’ordine, sono in molti a non meravigliarsi se prendono piede soluzioni radicali come quella proposta dall’Huey P. Newton Gun Club.

   Il minimo comune denominatore a Dixon Circle è l’odio, odio per tutto ciò che non è nero, obiettivo privilegiato i bianchi in divisa. Di certo non l’unico filo conduttore di questo quartiere ai margini: «Barack Obama? Una vera delusione – spiega una donna che si affaccia da una delle case meno degradate della zona -. Il cambiamento di cui parlava non è mai avvenuto».

   Paradosso storico nell’era del primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti, che viene accusato proprio dai neri d’America di non aver fatto abbastanza per loro. (Valeria Robecco)

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COSÌ RESISTONO I GHETTI D’AMERICA

di Alexander Stille, da “la Repubblica” del 12/7/2016

   L’AMERICA delle contraddizioni: un uomo nero, Barack Obama, guida gli Stati Uniti da otto anni e continua a essere apprezzato da almeno metà del Paese, eppure i quartieri neri esplodono in proteste a causa degli ennesimi casi di giovani afroamericani disarmati uccisi da poliziotti bianchi.

   Nel 1963 solo il 45 per cento dei neri erano soddisfatti del loro tenore di vita, ora la percentuale è salita a 74 percento, vicina a quella dei bianchi. Nel 1960 solo il tre per cento dei neri americani adulti era laureato, ora il numero si avvicina al 20 percento. Circa il 40 percento dei neri sono “colletti bianchi”: hanno un lavoro che gli permette di comparsi casa. Allo stesso tempo un terzo della popolazione nera vive ancora nella povertà.

   Nel 1958, circa il 44 per cento degli americani affermava che avrebbe cambiato quartiere se una famiglia nera avesse comprato la casa accanto alla loro, ora lo dice solo l’un percento del paese. MA LA SEGREGAZIONE — NELLE RESIDENZE E NELLE SCUOLE — RESTA SORPRENDENTEMENTE FORTE. Circa il 39 per cento dei giovani neri frequentano scuole dove oltre il 90 per cento degli studenti sono neri o ispanici, un trend che è addirittura aumentato negli ultimi 20 anni.

   Che senso dare a queste contraddizioni? Ci sono alcune chiavi di lettura utili.

PRIMO: paradossalmente, il progresso degli ultimi sessant’anni ha creato una nuova borghesia nera, ma per certi versi questo ha rappresentato una perdita per i neri più poveri. In passato, a causa della discriminazione, i professionisti neri vivevano nei ghetti neri arricchendoli in vari modi. Ora un terzo vive nei sobborghi, lasciando i ghetti urbani più poveri e isolati.

SECONDO: il razzismo degli americani è più marcato di quello che ammettono nei sondaggi. Anche se dicono di essere pronti a vivere accanto a una famiglia di colore, i bianchi tendono a scappare se la percentuale dei neri nei loro quartieri, e soprattutto nelle loro scuole, diventa troppo alta.

   La giustizia ha imposto l’integrazione delle scuole negli Anni ’70 e ’80 e ha così dimezzato lo scarto nella prestazione tra gli studenti bianchi e neri. Ma l’integrazione forzata è stata molto impopolare tra le comunità bianche anche se non ha mai intaccato la prestazione degli studenti bianchi. Anzi, li ha resi più tolleranti e aperti dei loro genitori. Ma lo scarto accademico tra studenti bianchi e neri è rimasto immutato dagli Anni ’80 a oggi. Sappiamo che gli studenti poveri vanno male a scuola quando sono circondati da altri studenti poveri in scuole scadenti. Vanno molto meglio quando studiano insieme a studenti più benestanti in scuole ben finanziate.

TERZO. Negli ultimi trent’anni la popolazione carceraria si è moltiplicata per sei negli ultimi 40 anni, salendo da circa 400mila a 2,3 milioni. Mentre le persone di colore rappresentano circa il 30 percento della popolazione sono il 60 percento dei carcerati. La “guerra” contro la guerra ha colpito soprattutto i neri: pur non usando gli stupefacenti più di altre minoranze, rappresentano la maggioranza di quelli arrestati per possesso e spaccio della droga. Un maschio nero ha una chance del 30 percento di finire in carcere almeno una volta nella sua vita. Così abbiamo fatto alcuni progressi, ma abbiamo creato dei ghetti che sono delle vere e proprie trappole della povertà.

   Un uomo nero guida gli Stati Uniti ma nei quartieri degli afroamericani esplodono le proteste. La segregazione nelle scuole e nelle carceri non è mai finita. (Alexander Stille)

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