UN NUOVO SENSO GEOPOLITICO DELLE OLIMPIADI: sganciamole dai singoli stati nazionali – Perché non andare oltre le Nazioni (un’Olimpiade di atleti sotto l’egida dell’ONU, e basta)? – OLIMPIADI DI RIO: il Brasile tormentato (nella politica, nell’economia, nei problemi sociali, nell’ambiente) si risolleverà?

ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE - "L'Isis non vincerà". La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana - RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 - Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l'argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL'UNIONE EUROPEA (….) (da www.quotidiano.net/ 11/8/2016)
ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE – “L’Isis non vincerà”. La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana – RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 – Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l’argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL’UNIONE EUROPEA (….) (da http://www.quotidiano.net/ 11/8/2016)

   L’eccessivo costo dei giochi olimpici metterà molto probabilmente in crisi questa manifestazione quadriennale. Il Brasile è nel novero dei paesi che rischiano un tracollo finanziario da questi giochi (si ricorda in particolare le Olimpiadi di Atene del 2004, cui il Paese ellenico ancora adesso ne sta pagando le conseguenze delle esose spese fatte). E comunque, va a detto che il Brasile cerca di frenare l’eccessiva spesa (per dire: la serata di inaugurazione dei giochi a Rio è costata un decimo di quello che era costata nelle ultime olimpiadi a Londra nel 2012).

Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma - Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10
Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma – Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10

   Ed è pur vero che la situazione economica del Brasile quando si è proposto per i giochi olimpici (lo ha fatto il presidente di allora, Lula, nel 2009) era ben diversa… c’erano i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), paesi emergenti e che le loro economie “correvano”… ora invece quei Paesi sono in una crisi che non era stata prevista… la loro ricchezza in aumento si è bloccata; sono economicamente in declino pure loro.

RIO 2016

   E pure nel 2009 non si poteva certo prevedere la crisi politica-istituzionale assai grave che questo Paese sta ora vivendo (da leggere il terzo articolo che vi proponiamo in questo post, che parla di questo).

favela Complexo di Alemao a Rio - "A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)" ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)
favela Complexo di Alemao a Rio – “A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)” ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)

   Tra l’altro il Brasile, con queste Olimpiadi a Rio de Janeiro, porta a proporre la questione della globalizzazione dei rischi ambientali: come il virus Zika (una zanzare che ha l’epicentro di diffusione proprio in Brasile, e provoca malattie con febbre, dolori muscolari, congiuntivite, prurito, dolori muscolari…). Ma anche il terrorismo internazionale è un rischio (anche se oramai accade purtroppo ovunque).

Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito www.tpi_it/)
Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito http://www.tpi_it/)

   In ogni caso è difficile che in futuro una sola città se ne faccia carico delle Olimpiadi…ci saranno più città e molto probabilmente potrà accadere che più di una nazione (contemporaneamente, insieme) organizzi l’evento. Sempre per ripartire, frammentare, gli eccessivi costi…. Anche se qualcuno dice sempre che può essere l’occasione di creare strutture sportive e logistiche che torneranno utili dopo per la cittadinanza, la popolazione che vive in quella determinata città: ma questo accade assai difficilmente, e i costi elevati, a volte per far presto, non valgono la speranza di un miglioramento dei servizi infrastrutturali (strade, rete informatica, etc.) e degli impianti sportivi della città…

VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»
VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»

   Ma sul tema “OLIMPIADI” noi pensiamo che sarebbe interessante, nuovo, che questi giochi divenissero non un confronto-scontro tra nazioni (una gara sul medagliere, su chi ne avrà di più di medaglie), ma invece ci si “liberasse” delle nazioni, sganciando i giochi (e in particolare gli atleti) dal forte nazionalismo imperante adesso in ogni competizione olimpica (è un caso di nazionalismo esasperato, anche sullo sport: e non se ne ha certo bisogno!).

   Se i giochi olimpici vogliono essere anche un messaggio di pace (ma forse non lo sono mai concretamente stati…) dovrebbero essere giochi “di atleti”, da tutte le parti del mondo, pur selezionati da risultati eccellenti nelle loro discipline, ma senza il peso e l’etichetta di dover gareggiare per una nazione “contro le altre”.

E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali
E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali

   Tra l’altro un evento che dovrebbe rappresentare il momento emblematico di un’assoluta unificazione dei popoli deve sottostare agli sconvolgimenti mondiali, alle nazioni che a volte si sfaldano, confini che cambiano…. E allora lo scontro di nazioni sul piano sportivo rischia di avere sempre meno senso…

….Per questo ci piace l’idea di atleti, tutti, che corrono senza rappresentare una nazione, ma lo spirito del “gioco”, la positiva esaltazione di quella specifica disciplina che interpretano……..

   E’ poi da dire che il medagliere nazionale da poter vantare, fa sì che alcune nazioni organizzino scientificamente il doping…dove discipline all’origine in mano al senso di sacrificio di ciascun atleta, alle sue capacità e volontà, aiutato solo da qualche allenatore, si siano trasformate in discipline con sempre più prevalenza di medici, chimici… apprendisti stregoni che fan correr di più, saltare più in alto… (forse solo gli atleti africani che si allenano sui loro Altopiani a 4-5mila metri di altezza, e poi vincono, sono ancora immuni dalla chimica, dalla psuedomedicina che serve a correre di più, a far vincere… forse).

RIFUGIATI A RIO - Durante la cerimonia d'apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO' OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope
RIFUGIATI A RIO – Durante la cerimonia d’apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO’ OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope

   Le ragioni che hanno portato le Olimpiadi a diventare (o a paventare di essere) uno strumento privilegiato nelle politiche di pace e sviluppo ora è venuto meno anche dal fatto che non esiste una chiara netta effettiva separazione ideologica del mondo che prima c’era…(pur ricostruendo ora i muri e i confini rigidi tornati di moda…). Adesso il nemico è il terrorismo interno (a ciascun paese) e internazionale (Daesh… l’Isis).

   E “il nemico” sono percepite le masse di immigrati che, spinte da povertà, guerre, ricerca di benessere, porta a esasperare i singoli paesi (che si sentono “assaliti”, anche se i dati non lo dimostrano…), e la paura da voce appunto alle spinte nazionaliste, populiste…. Pertanto il nazionalismo che c’è indubbiamente forte nelle Olimpiadi, forse meriterebbe di essere superato, proponendo gli atleti magari in un’appartenenza comune continentale (ci chiediamo: non sarebbe bello che gli atleti dei paesi dell’Unione Europea gareggiassero sotto l’unico simbolo della federazione europea?), oppure a un unico organismo internazionale di tutela dei diritti civili (come l’Onu).

Vidigal, una favela di Rio de Janeiro - Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall'immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese
Vidigal, una favela di Rio de Janeiro – Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall’immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese

   E’ comunque interessante, positivo, che alle Olimpiadi di Rio ci siano 43 atleti “rifugiati”, in una squadra dal nome RoaTeam of Refugee Olympic Athletes –. La maggior parte di questi atleti proviene da zone di guerra lacerate da conflitti che li hanno costretti ad andarsene. Un riconoscimento del Comitato Olimpico Internazionale a tutti rifugiati del mondo: una rappresentativa che ha sfilato sotto la bandiera olimpica (e ovviamente il comitato olimpico si fa carico degli oneri di spesa legati alla logistica degli atleti). Ci sembra una buona cosa: riconoscere quella dei rifugiati come una realtà concreta, significa riconoscere, potenzialmente, un bacino di milioni di persone, e alcune di queste (come tutti al mondo) che praticano uno sport (dei profughi e rifugiati, si stima che ci siamo circa dieci milioni di persone in tutto il mondo senza nazionalità).

Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)
Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)

   Poniamo così a ciascuna riflessione la proposta che per le Olimpiadi ci sia un superamento dei nazionalismi (pur mantenendo la tensione positiva e l’interesse mediatico dalla manifestazione); e un modo nuovo, meno dispendioso, di organizzarle: dare ad esse un significato di competizione sportiva che unisce popoli, continenti, persone che vivono loro in modo anche molto diverso in tutte le parti del Pianeta, e si incontrano in una sempre bella disciplina sportiva. (s.m.)

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DA ZIKA ALL’ACQUA SPORCA: RIO SFIDA LE PAURE GLOBALI

di Eugenia Tognotti, da “la Stampa” del 4/8/2016

   Non sarà una “catastrofe sanitaria in piena regola”, per riprendere l’inquietante affermazione fatta qualche mese fa da numerosi scienziati-cassandra che avevano alimentato la paura chiedendo la cancellazione o lo spostamento delle Olimpiadi di Rio, causa il virus Zika, che avanzava inesorabilmente, colonizzando decine e decine di nuovi Paesi.

   E’ certo però che i Giochi possono già vantare un primato, quello dell’allarme sanitario.Di cui da conto, tra l’altro, l’eccezionale impegno degli organismi salutari nazionali e internazionali come l’Oms nella divulgazione di misure preventive e catechismi d’igiene, traboccanti di avvertenze e precauzioni da adottare per evitare le punture di zanzara e tutti i pericoli che si annidano nelle zone prive di acqua corrente e invase da spazzatura e liquami.

   In pieno XXI secolo – e qualcosa vorrà pur dire – I GIOCHI DI RIO PROPONGONO LA QUESTIONE DELLA GLOBALIZZAZIONE DEI RISCHI e le differenze tra Paesi nel grado di sicurezza per quanto riguarda le malattie trasmesse dall’acqua e dagli alimenti, collegate al degrado ambientale e al mancato risanamento urbano.

   Dall’invisibile e minaccioso virus Zika – di cui il Brasile è l’epicentro – all’inquinamento, all’acqua scadente, alle pessime condizioni igieniche, alla contaminazione delle acque nelle baie in cui si svolgono le gare di canoa e canottaggio, surf e vela: ce n’è per tutti.

   Ma in particolare per atleti e atlete, per vari ambiti e livelli di rischio, dai disturbi intestinali ai problemi respiratori ai possibili pericoli collegati a Zika, per quanto contenuti, data la stagione nella zona di Rio e la ridotta attività delle zanzare.

   Peraltro, la paura, che si trasmette da uomo a uomo più facilmente e velocemente del virus e senza l’intermediazione della malefica zanzara femmina aedes aegypti, aveva già indotto parecchi atleti, di diverse discipline sportive, dal tennis al golf al basket, a rinunciare ai giochi. Spinti non dal timore dei modesti malesseri, dolori articolari, mal di testa, eruzioni cutanee, ma dalla preoccupazione per mogli e compagne incinte, dati i rischi, ormai dimostrati, di microcefalia nei neonati associati alla malattia.

Potenza della paura del virus (e dei progressi della scienza): qualche atleta, non volendo rinunciare ai giochi, ha addirittura provveduto a congelare il proprio sperma, come ha fatto la medaglia d’oro nel salto in lungo ai Giochi di Londra, Greg Rutherford.

   La stessa insolita precauzione è stata adottata dal giocatore di basket Paul Gasol e dall’allenatore statunitense di pallavolo maschile, Jordan Speraw. La possibilità di una trasmissione per via sessuale, per quanto «relativamente comune», per riprendere la cauta affermazione dell’Oms, ha fatto scattare – se si vuole accreditare un altro primato a queste Olimpiadi – LA PIÙ GIGANTESCA CAMPAGNA DI PREVENZIONE MAI VISTA NELLA STORIA.

   A darne conto sono sufficienti i numeri: il villaggio olimpico di Rio ha a disposizione 350-450 mila preservativi (più quelli femminili, distribuiti per la prima volta ai giochi Olimpici): più del doppio di quelli messi a disposizione degli atleti che parteciparono alle Olimpiadi di Londra del 2012. Polverizzando i precedenti record, il Comitato Olimpico Internazionale ha fornito, non si sa in base a quali calcoli, 42 preservativi per ogni giocatore.

   C’è da sperare che, a dispetto di Zika e di tutti gli altri allarmi, che niente guasti la grande festa dello sport a Rio: almeno questo, nell’estate del terrorismo e della paura diffusa. (Eugenia Tognotti)

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GIOCHI SENZA FRONTIERE

di Oscar Cini da www.rivistaundici.co/

– Il Comitato Olimpico Internazionale ha aperto la strada a una Nazionale che accolga atleti rifugiati sotto un’unica bandiera, colmando un vuoto –

   Lo scorso marzo Thomas Bach, che dal 2013 ricopre la carica di presidente del Comitato Olimpico Internazionale, ha annunciato che un totale di 43 atleti sono stati identificati come potenzialmente arruolabili per partecipare alle prossime Olimpiadi di Rio in una squadra che riporterà il nome di Roa – Team of Refugee Olympic Athletes. Bach ha sostenuto che la scelta è «dovuta alla volontà di inviare un messaggio di speranza a tutti i rifugiati del mondo, attraverso una rappresentativa che sfilerà sotto la bandiera Olimpica».

   Una squadra che, sempre nelle parole di Bach, «sarà trattata come qualsiasi altra», con il Comitato Olimpico che si farà carico degli oneri di spesa legati alla logistica degli atleti. La grossa novità risiede nel fatto che sportivi non rappresentanti alcuna Nazione avranno la possibilità di competere nelle gare olimpiche, uniti sotto un’unica bandiera, il prossimo cinque agosto nel grande cuore circolare del Maracanã.

   Prima dei Giochi Olimpici Intermedi del 1906 ­– edizione tenutasi tra la III e la IV Olimpiade, organizzata per celebrare il decimo anniversario del ripristino dei Giochi – l’ingresso non era limitato alle squadre nominate dai Comitati Olimpici Nazionali (Noc). Rappresentative a nazionalità mista hanno gareggiato in alcune competizioni di squadra, mentre partecipanti a singoli eventi sono stati poi accreditati retrospettivamente alla nazionalità del tempo.

   Durante i Giochi del 1992, sia invernali che estivi, atleti della Repubblica Federale jugoslava avevano partecipato come indipendenti. La Jugoslavia era stata esclusa come effetto delle sanzioni votate dall’Onu, e il Comitato Olimpico decise di concedere la possibilità di partecipare individualmente ad alcuni atleti (Sekaric, Binder e Pletikosic) che arrivarono a vincere una medaglia. Discorso simile per quella macedone, con rappresentanti dello stato neonato che parteciparono nonostante il Comitato Olimpico Nazionale non fosse ancora stato formato dopo la separazione dalla stessa Jugoslavia.

   A Londra 2012 gli sportivi definiti indipendenti furono quattro, come Guor Marial, maratoneta sudsudanese che non poté gareggiare sotto la bandiera del Sud Sudan in quanto stato ancora privo di un Comitato Olimpico Nazionale. L’atleta, essendosi rifiutato di gareggiare per il Sudan, si trovò a competere come Atleta Olimpico Indipendente.

   Dopo la dissoluzione delle Antille Olandesi e il successivo ritiro del Comitato Olimpico Nazionale del paese, a tre partecipanti fu permesso di presentarsi ai Giochi, autorizzati a competere anche loro in modo indipendente. A dispetto di queste misure, che potremmo definire “straordinarie”, l’attuale scelta di istituire UNA VERA E PROPRIA NAZIONALE UNIFICATA SOTTO LO STENDARDO OLIMPICO, è rappresentativa di una volontà programmatica rispetto alla questione rifugiati.

   Per quanto riguarda il TEAM OF REFUGEE OLYMPIC ATHLETES, il numero finale di rifugiati coinvolti varierà secondo criteri di qualificazione, il che dovrebbe portare a una scrematura finale di 5/10 atleti, secondo quanto dichiarato dallo stesso Bach. Il punto non è tanto quanti parteciperanno, o quanti porteranno a casa una medaglia, ma la possibilità che organi di governo sportivo aprano le porte a una realtà strutturata sotto un’unica bandiera, riconosciuta come una Nazione a sé stante.

   È un evento a suo modo campale in un momento storico in cui sulla questione rifugiati non è più possibile voltarsi dall’altro lato, fingendo che sia un problema secondario. Riconoscere quella dei rifugiati come una realtà concreta, significa riconoscere, potenzialmente, un bacino di milioni di atleti uniti sotto un’unica bandiera, nonostante distanze geografiche spesso imponenti. Una scelta simbolicamente forte a dispetto di un problema ancora grave. Il Comitato Olimpico si farà carico dei costi relativi a trasporti,  divise, allenatori e, come per tutti gli altri atleti, permetterà ai componenti della rappresentativa di alloggiare all’interno del villaggio Olimpico.

   Anche se le Nazioni Unite considerano la nazionalità come un diritto umano fondamentale, si stima che ci siamo circa dieci i milioni di persone in tutto il mondo senza nazionalità. La maggior parte di questi uomini proviene da zone di guerra lacerate da conflitti che li estirpano dai propri luoghi d’origine; zone dai confini che si fanno via via più liquidi e aleatori lasciando la gente nell’incertezza più assoluta.

   Se è vero che siamo potenzialmente di fronte a milioni di apolidi, secondo quanto riportato dall’Unhcr, quanti tra questi potrebbero ritrovare un senso alla propria esistenza sotto la bandiera di una Nazionale Olimpica di Atleti?

   Fino a ora i Giochi hanno rappresentato soltanto un’ulteriore estensione del problema, impedendo o non prevedendo per questi ultimi la possibilità di partecipare alle gare. Un problema minore rispetto alla gravità della questione rifugiati, ma per un evento che dovrebbe rappresentare il momento emblematico di un’assoluta unificazione dei popoli, rappresentava una mancanza che andava in ogni modo rimossa.

   A seguito dell’approvazione dell’agenda olimpica 2020, il Cio, analizzando attentamente la questione rifugiati, ha stanziato un fondo speciale da 2 milioni di dollari, in collaborazione con i Comitati Olimpici Nazionali.

   Dei quarantatré preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel nord ovest del Kenya e a circa novanta chilometri da quel lembo devastato di terra che è il Sud Sudan. Tra tutti, sono quattro quelli che hanno le possibilità maggiori di prendere parte ai prossimi giochi di Rio 2016.

   La prima è Yusra Mardini, una nuotatrice siriana di soli diciotto anni che la scorsa estate si è salvata da un naufragio nel mar Egeo dopo aver nuotato per oltre 3 miglia. Fuggita da Damasco per Beirut insieme alla sorella Sarah, per transitare da Istanbul a Izmir nel tentativo di raggiungere l’isola greca di Lesbo in gommone, si è ritrovata in acqua con gli altri venti passeggeri dopo la rottura del motore dell’imbarcazione. Yusra, Sarah e un’altra donna sono riuscite a spingere il gommone fino a raggiungere la riva, dopo aver nuotato per oltre tre ore.

   La ragazza siriana ha poi dichiarato in una conferenza stampa a Berlino – Yusra vive e si allena ora in Germania, ndr– che «sarebbe stata una vergogna se fossi annegata in mare. Insomma, sono pur sempre una nuotatrice». Da allora odia il mare aperto, ma ad agosto avrà la possibilità di dare un ennesimo twist al plot della propria esistenza. Secondo il suo allenatore, Sven Spannekrebs, Yusra è uno di quei role model a cui le generazioni future dovrebbero guardare con passione. Una ragazza con degli obiettivi e una vita organizzata intorno al raggiungimento di questi ultimi. Quando in conferenza stampa le fanno notare che l’applicazione incrollabile con cui approccia il lavoro sembra quasi teutonica, Yusra scuote la testa contestando che «siamo così in Siria!».

   Raheleh Asemani, in un giorno di tre anni fa diverso dagli altri, è fuggita dalla sua Teheran (dove è nata nel 1989) per raggiungere il Belgio. Raheleh non ha mai rivelato i motivi della fuga dall’Iran, ciò che sappiamo è che ha lasciato alle proprie spalle gran parte della famiglia in cui è cresciuta per trovare un attracco più calmo e sicuro. Ora fa la postina e si allena con la Nazionale belga di taekwondo. Per un profugo quello delle Olimpiadi è un miraggio che può concretizzarsi soltanto grazie al supporto delle federazioni locali. Asemani ha avuto il reale terrore di non poter partecipare ai Giochi. Durante le qualificazioni non ha potuto rappresentare quella che percepisce come la sua Nazione e, inizialmente, sembrava potesse prendervi parte soltanto grazie a una deroga. «Devo tutto al Belgio», ha dichiarato in un’intervista per Associated Press, «mi sono allenata duramente in Belgio. Tutto andava bene per me. Cosa può esserci di più bello che avere un paese da rappresentare alle Olimpiadi? Per la stragrande maggioranza dei concorrenti, la Nazione è un dato di fatto. Ma per i rifugiati, la mancanza di quest’ultima può significare una rapida fine della carriera internazionale».

   La scelta del Cio ha permesso ad Asemani di assaporare il piacere intenso delle gare olimpiche, partecipando sotto il drappo accogliente di una Nazionale che è pregna di speranze e utopie. Nel frattempo, aiutata da sua zia, è riuscita a rimanere in Europa, si è trasferita ad Anversa, e ha ottenuto la cittadinanza belga. I suoi dati restituiscono la diapositiva di un’atleta dai tratti duri e determinata a vincere: su 38 incontri ne ha vinti 25, e una volta trovata nuova serenità potrebbe addirittura competere per una medaglia.

   Tra coloro che potrebbero partecipare ancora alla kermesse olimpica ci sono anche Popole Misenga e Yolande Mabika. Entrambi congolesi, hanno chiesto asilo in Brasile durante i campionati di judo del 2013: arrivati senza conoscere una parola di portoghese, o avere alcuna idea delle leggi in materia di asilo, erano consapevoli, però, che quella fosse la loro unica occasione per fuggire da un paese lacerato e da un conflitto che ha causato già più di 5 milioni di morti e per allontanarsi da storie che non potevano più essere tollerate, come di allenatori che ti rinchiudono in una stanza quando perdi senza darti da mangiare per due giorni. «Ho visto troppa guerra, troppa morte», ha detto Misenga a un’intervista al Guardian «voglio soltanto rimanere pulito e poter competere nel mio sport».

   Entrambi provengono da Bukavu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, l’area più colpita dal conflitto più sanguinoso nella storia africana moderna. «Competere alle Olimpiadi potrebbe cambiare le nostre vite», ha detto Mabika. Se lottare per sopravvivere è un cliché che suona stonato e stanco, Misenga e Mabika hanno davvero una possibilità di emergere dal sostrato limaccioso fatto di povertà e scarpe prese dalla spazzatura. (Oscar Cini)

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RIO 2016, IL BRASILE E’ DIVERSO (DA POCHI ANNI FA)

di Gianandrea Rossi, da www.treccani.it/magazine/geopolitica del 5/8/2016

   Si accendono i riflettori sul Brasile, sulle sue Olimpiadi, su un appuntamento importantissimo per il Paese e per tutto il Sudamerica. Fortemente volute dall’ex presidente Lula nel 2009 e poi da Dilma Rousseff  come sfida per mostrare al mondo che il Brasile era ormai diventato a pieno titolo un Paese all’altezza di questo appuntamento, oltre che per offrire un’altra occasione di sviluppo e investimenti (oltre 12 miliardi di dollari), le  Olimpiadi di Rio, le prime che si svolgono in Sudamerica, sono oggi un’occasione unica di visibilità internazionale per un Paese che rappresenta ormai la settima economia del mondo, che siede nel G20 e guida importantissimi organismi internazionali come il WTO o la FAO.

   Ma il Brasile che in questi giorni visiteranno centinaia di migliaia di turisti e atleti non è più il Brasile di pochi anni fa, di quando Lula si gettò nella corsa per il Comitato Olimpico. All’epoca utilizzò tutto il suo peso diplomatico e la credibilità internazionale rapidamente messa insieme dai suoi governi e da quelli del suo predecessore, Fernando Henrique Cardoso (oggi tra suoi più acerrimi rivali), per affermare la nuova influenza regionale del Paese. L’economia del Brasile faceva sognare tutti gli investitori del mondo, con un tasso di crescita record, al 7,5% nel 2010, con 40 milioni di persone uscite dalla povertà, con l’eliminazione della disoccupazione, con la fornitura di importanti servizi, come l’assistenza medica, su tutto il territorio nazionale.

   Negli anni a seguire sono arrivati i primi segnali di affaticamento, che durante i mandati di Rousseff, coerentemente con la congiuntura internazionale in pesante recessione, si sono consolidati come crisi interna al Paese, determinata di fatto dal drastico calo di richiesta di commodities del gigante asiatico su cui si reggeva l’enorme spesa pubblica di uno Stato espostosi il più possibile per sostenere le politiche sociali e lo sviluppo del Paese, per finanziare quei programmi come Bolsa Familha, Fome Zero o Minha Casa Minha vida, che hanno fatto passare alla storia l’eredità di Lula e trasformato milioni di brasiliani poveri in nuovi cittadini di una classe media in ascesa. Il Brasile di oggi non è più il Paese del boom, con un ritorno della disoccupazione a dati precedenti al 2007 (oltre 11% nel secondo trimestre 2016), una recessione attesa per il 2016 attorno al 3,5% (-5,4% nel primo semestre) e un’inflazione stimata attorno al 6,5%.

   MA IL BRASILE DI OGGI NON È PIÙ QUELLO DI IERI ANCHE E SOPRATTUTTO A CAUSA DI UNA DRAMMATICA CRISI POLITICA che negli ultimi anni ha attraversato il Paese, colpendolo nel profondo. Due grandi scandali giudiziari hanno eroso la credibilità di un sistema politico democratico giovane ma tutto sommato saldo, colpito però nel suo intimo da due inchieste giudiziarie che, fortemente strumentalizzate dai grandi media, hanno attraversato tutte le forze politiche in campo nonostante la grande enfasi che i media nazionali hanno riservato al PT e alle forze che negli anni hanno sostenuto Lula e Dilma: il Mensalao prima e, dal 2014, Lava jato, quest’ultima incentrata sui miliardari investimenti che Petrobras ha avviato per far fronte alla sfida energetica del secolo, i giacimenti del pre-sal. Le indagini hanno così rivelato il volto di una classe politica in larga parte corrotta, disposta a vendere il proprio peso in Parlamento in cambio di finanziamenti illeciti, ma soprattutto interessata ad arricchirsi personalmente nel concedere opere e appalti ai grandi imprenditori.

   Comunque, ad oggi, grazie alle approfondite indagini della Procura della Repubblica, oltre la metà dei deputati del Paese sono indagati per corruzione e lo stesso presidente della Camera, Eduardo Cunha, dopo una lunga agonia si è dimesso a seguito di indagini che ne hanno comprovato l’arricchimento illecito grazie alla regia di uno schema di corruzione.

   Le sue dimissioni hanno rivelato il lato oscuro della procedura di impeachment contro Rousseff (mai coinvolta nelle inchieste per corruzione), avviata grazie al suo parere favorevole (e alla sua regia politica) alla Camera lo scorso aprile e basata su una denuncia del Tribunale federale dei Conti per presunte irregolarità nella presentazione del bilancio 2014-15 (è stata contestata l’omissione, per alleggerire il deficit, dei trasferimenti dovuti dal Tesoro ad alcune banche pubbliche per compensare i finanziamenti erogati per i progetti sociali come Bolsa familha), le cosiddette pedaladas fiscais, secondo le quali vi sarebbe stata una violazione della Legge di bilancio senza il coinvolgimento del Parlamento. Nelle scorse settimane la Procura della Repubblica ha smentito che tali irregolarità, di natura civile, possano costituire la base di un reato penale e dunque costituire il fondamento giuridico per un impeachment.

   Così oggi Dilma, anziché celebrare l’inaugurazione delle Olimpiadi, da presidente afastada seguirà i giochi dalla residenza presidenziale dell’Alvorada. Dallo scorso 12 maggio il Senato ha avviato la discussione sull’impeachment, con una commissione ad hoc che ha appena concluso i lavori chiedendo il decadimento definitivo della presidente ma su cui ora si dovrà esprimere il plenario il prossimo 29 agosto. Lo scorso 12 maggio la difesa di Dilma ha ottenuto 22 voti su 55. Oggi, con appena 28 voti, la donna politica potrebbe essere riammessa alle sue funzioni.

   IL PAESE OSPITA QUINDI QUESTA KERMESSE INTERNAZIONALE NEL PIENO DI UNA CRISI POLITICA INATTESA. Molti i capi di Stato imbarazzati, che cercheranno di ridurre al minimo gli incontri istituzionali. Guidato dall’ex vicepresidente Michel Temer che, indossata la nuova giacca anti Dilma, è oggi presidente ad interim (impopolare quanto la stessa Dilma, secondo molti sondaggi), il gigante sudamericano guarda con ansia alle misure varate dal nuovo esecutivo nella speranza di una ripresa della crescita, e sconta la debolezza istituzionale che l’impeachment ha provocato nel sistema politico nazionale.

A non molto sembra essere valso l’ottimismo di coloro che hanno guardato al governo Temer come a un nuovo governo, che di fatto ha annunciato importanti cambiamenti di rotta finalizzati a cercare di riagganciare una ripresa nei prossimi mesi. Eppure le inchieste hanno travolto da subito tre ministri, mostrando la debolezza di questa nuova maggioranza anti Dilma.

   A pagarne le conseguenze, ancora una volta, un Paese che avrebbe avuto bisogno di un governo saldo e autorevole, non solo per fare bella figura alle Olimpiadi ma per contrastare con efficacia la crisi in atto. In molti hanno scritto sulla crisi politica brasiliana: si può essere partigiani di Rousseff o del cambio di passo avviato da Temer, guardato con interesse da molti investitori internazionali ansiosi di poter entrare in un Paese che oggi offre inattese opportunità scaturite dalla crisi stessa, ma la vera notizia è che la giovane democrazia del Paese sudamericano, di fronte a un terremoto politico ed economico di queste proporzioni, tiene la rotta.

   L’impeachment è infatti un processo costituzionale considerato da molti alla stregua di una sfiducia parlamentare in un sistema presidenziale, una contraddizione in termini che attesta l’arretratezza di un sistema istituzionale voluto dopo la dittatura per arginare l’accentramento di potere, e che la trasformazione del Brasile avvenuta negli ultimi anni ha già rivelato come anacronistico (e conferma come proprio la mancata riforma costituzionale sia all’origine della crisi politica in atto).

   Il processo di impeachment, per quanto violento, avviene infatti entro i confini del dettato costituzionale e istituzionale: per questo, pur tra mille limiti e strumentalizzazioni, il momento va “celebrato” come prova di maturità democratica, come ha affermato pochi giorni fa Thomas Shannon, Undersecretary of State for Political Affairs del Dipartimento di Stato nonché ex Ambasciatore USA in Brasile quando il Brasile si aggiudicò le Olimpiadi, in un incontro a Washington con l’ex sottosegretario di Stato per gli Affari esteri Donato Di Santo. Ha lanciato un messaggio di ottimismo perché, pur tra mille problemi, il Brasile sarà all’altezza della gestione delle Olimpiadi, con 85.000 agenti di sicurezza schierati per gestire i 7,5 milioni di persone del pubblico e oltre 500.000 turisti in arrivo per visitare la “Cidade Maravilhosa”. (Gianandrea Rossi)

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OLIMPIADI RIO 2016. NARCOS IN GUERRA, FAVELAS FUORI CONTROLLO E ASSALTI AGLI OSPEDALI: LA SICUREZZA IMPOSSIBILE DEI GIOCHI

di Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016

   Tra battaglioni della Forza Nazionale accolti a colpi di fucile dai trafficanti in autostrada, commandos di banditi che fanno irruzione indisturbati armi in pugno in ospedale per liberare un capo ferito e arrestato dalla polizia, un numero di violenze e rapine crescente e la guerra tra narcos in decine di favelas, la città di Rio de Janeiro vive i giochi olimpici.

   Una condizione così grave che i tentativi di evitare la diffusione di notizie scomode, la tranquillità ostentata dalle istituzioni e la solidarietà tra politici, sono ormai un ricordo lontano. E’ in corso infatti una inquietante fuga collettiva delle responsabilità, in vista del probabile collasso. Alcuni giorni fa il prefetto Eduardo Paes, in un’intervista alla Cnn ha parlato di un “lavoro terribile dello Stato” su queste tematiche. I nervi dei politici che temono il flop turistico e il disastro di immagine sono tesissimi. Tanto che il criticato segretario della sicurezza pubblica, Josè Mariano Beltrame, ha già fatto trapelare la notizia delle sue dimissioni al termine delle Olimpiadi. Stesso orientamento, tra l’altro, del capo della polizia civile, dato anche lui per dimissionario dopo i Giochi.

   Ma da che cosa scappano tutti? Da un quadro pesantissimo: criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito.

In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. Queste due favelas sono state dal 2010 al centro dei piani di pacificazione previsti anche in altre aree, ma con esiti particolarmente negativi. Nel Complexo do Alemão la resistenza dei trafficanti è stata sempre fortissima e ora, con il ripiegamento della polizia a causa della crisi economica, i narcos hanno ripreso il controllo della aree.

Marè, sempre a causa delle carenze economiche, dopo una lunga occupazione militare, la pacificazione non è stata neanche tentata.

   L’area compresa tra queste due favelas è sempre stata ritenuta strategica dalle autorità carioca. Perché le comunità si trovano a ridosso di due importanti vie di trasporto: la avenida Brasil e la linha vermelha. Autostrade che portano dall’aeroporto al centro e dal centro verso l’area olimpica nella zona est della città.

   Lì, a meno di un chilometro da Deodoro, dove sorge la gran parte delle strutture olimpiche, si trova l’area più turbolenta e inaccessibile della città: quella tra i quartieri Costa Barros, Guadalupe e Pavuna, che circondano molte favelas, tra cui la più pericolosa della città: Chapadão.

   E proprio dall’area a tra l’avenida Brasil e la Linha vermelha, totalmente fuori dal controllo delle autorità, è arrivato il sinistro messaggio della criminalità. Al loro arrivo a Rio, i primi battaglioni della Forza Nazionale (incaricata della sicurezza intorno alle strutture sportive olimpiche) sono stati accolti a colpi di fucili al passaggio lungo le autostrade. Un intenso fuoco di sbarramento che ha messo in luce la superiorità dei trafficanti anche rispetto alle truppe federali.

   Ma non è solo favela, e non è solo periferia. Un altro episodio limite è accaduto all’ospedale Souza Aguiar, struttura che sorge in pieno centro, a ridosso dei quartieri della movida di Lapa e Santa Teresa, e a poche centinaia di metri dalla stazione centrale di Rio, principale snodo di trasporto urbano e sede della segreteria di sicurezza pubblica dello Stato. Durante un’operazione della polizia in una favela del centro, il capo dei trafficanti della comunità è stato ferito. Sanguinante e in arresto è stato trasportato dai militari in ospedale. Pochi minuti dopo però un commando criminale ha assaltato l’ospedale a colpi di fucile, facendo evadere il bandito, senza che la polizia riuscisse ad opporsi all’azione criminale. Azione commemorata poi su Facebook dai criminali.

   Tra violenze e sparatorie, mancanza di sicurezza, rischio di contagi e crisi politica ed economica, non sorprende che la metà dei biglietti per gli eventi risulti ancora invenduta e che il ‘tutto esaurito’ sia ormai considerato un miraggio. (Luigi Spera)

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ELIMINARE LE OLIMPIADI?

da IL POST del 21/1/2014 (www.ilpost.it/ )

– Lo sostengono due opinionisti di Washington Post e Los Angeles Times, spiegando che fanno più male che bene e portando degli argomenti –

(…..) Due autorevoli giornali statunitensi – Washington Post e Los Angeles Times – in pratica si chiedono: perché non smettiamo di organizzare le Olimpiadi, visto che sembrano fare più male che bene? La tesi è certamente ardita ma i due hanno degli argomenti e costringono a porsi quanto meno delle domande, a cui cercare di rispondere in modo diverso dal semplice “le abbiamo sempre fatte”.

   Sul Washington Post a sostenere l’opportunità di eliminare le Olimpiadi è CHARLES LANE, ex inviato di Newsweek, ex direttore del New Republic ed esperto di questioni legate al sistema giudiziario americano. Da decenni, scrive Lane, le Olimpiadi sono diventate qualcosa di molto diverso da quello che aveva in mente il loro fondatore, l’aristocratico francese Pierre de Coubertin. Pierre de Coubertin credeva possibile promuovere la pace internazionale stabilendo dei brevi periodi dedicati alla competizione sportiva (apolitica) e sottratti alle controversie e conflitti tra gli stati, proprio come succedeva nell’antica Grecia.

   Nella realtà, scrive Lane, le cose sono andate in maniera molto diversa: le Olimpiadi sono diventate un momento ulteriore di competizione tra stati e un luogo ambito da colpire per i movimenti terroristici dei paesi ospitanti.

   Lane mette in fila le cose che sono andate storte nelle Olimpiadi degli ultimi 40 anni, e sono parecchie:

«I Giochi, apparentemente apolitici, sono stati segnati da parecchi boicottaggi – di Montreal nel 1976 (da parte delle nazioni africane che protestavano contro l’apartheid), di Mosca nel 1980 (da parte degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan) e di Los Angeles nel 1984 (da parte dei paesi comunisti come ritorsione per il boicottaggio del 1980). I Giochi sono diventati anche un bersaglio per gli estremisti, dai terroristi palestinesi che uccisero 11 atleti israeliani a Monaco nel 1972, al militante di estrema destra Eric Rudolph che mise una bomba ai Giochi estivi di Atlanta nel 1996»

   Secondo Lane ci sarebbero poi altri problemi non legati direttamente alla politica in senso stretto: le Olimpiadi sono diventate nel tempo uno spettacolo che ha più a che fare con i diritti televisivi che con l’amicizia tra i popoli, come invece auspicava Coubertin.

   Inoltre, a differenza di quello che molti ancora credono, le Olimpiadi non sono un affare economico per i paesi che le organizzano, come ha dimostrato l’esperienza della Grecia, che per organizzare le Olimpiadi del 2004 si è indebitata per più di 6 miliardi e mezzo di euro. Un altro problema, scrive Lane, è legato per lo più alla competizione sportiva in sé, che specialmente per gli sport minori e meno conosciuti durante le Olimpiadi raggiunge livelli altissimi:

   «Invece di frenare il nazionalismo, le Olimpiadi l’hanno senza dubbio aumentato. La ricerca della medaglia d’oro ha portato diversi paesi a corrompere giudici o a tollerare il doping dilagante – e, nel caso della ex Germania est, a sottoporre molti atleti a iniezioni sistematiche di steroidi senza il loro consenso»

   Gli argomenti portati da Lane a sostegno della sua tesi – la mancanza dello “spirito olimpico” tra paesi, i guai economici per chi organizza i Giochi, la spinta a corrompere e dopare gli atleti (o per gli atleti a doparsi) – sono ripresi dall’opinionista KARIN KLEIN, che sul Los Angeles Times ha pubblicato un articolo dal titolo piuttosto eloquente: «All the reasons we still need the Olympics: Uhhh, can’t think of any» («Tutte le ragioni per cui abbiamo ancora bisogno delle Olimpiadi: uh, non me ne viene in mente nessuna»).

   Klein scrive che ci sono quattro ragioni solitamente portate a favore delle Olimpiadi.

Primo: promuovono la pace internazionale. Secondo: danno prestigio e ricchezza alla città ospitante. Terzo: incoraggiano gli atleti a grandi prestazioni sportive, dando loro un palcoscenico mondiale. Quarto: sono belle da vedere in tv.

   La prima, scrive Klein, è falsa, riprendendo gli argomenti di Lane. Pure la seconda: le Olimpiadi attirano molti turisti ma il loro costo è ormai gigantesco e non ci sono prove che alla fine della fiera creino prosperità e non soltanto debiti. Anche sul terzo punto, prosegue Klein: sappiamo ormai che anche tra gli sport minori – ricordate gli scandali sul badminton a Londra? – lo sforzo degli atleti per vincere, battere record e superare i limiti li porta a comportamenti pericolosi e infortuni, se non addirittura a barare. I record ormai hanno più a che fare con i miglioramenti tecnologici che con le prestazioni degli atleti, scrive Klein.

   Infine, le Olimpiadi sono belle da guardare in tv solo se ti piace una montagna di pubblicità con in mezzo una frazione di sport. Klein conclude scrivendo: «La competizione tra grandi atleti produce momenti occasionali di straordinaria realizzazione umana. Mantiene viva la nostra capacità di rimanere a bocca aperta e stupirci. Ma questo aspetto è diventato solo una piccola parte delle Olimpiadi, mentre gli elementi più negativi sono aumentati. Ci sono ancora tanti palcoscenici internazionali per la competizione tra atleti, dove possiamo continuare ad ammirare la loro forza e il loro talento. Stiamo forse facendo un errore, aggrappandoci a questo?»

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OLIMPIADI DI RIO: SE LA POVERTÀ È ANTIESTETICA

di Irene Caltabiano, da www.formichargentine.it del 14/6/2016

– L’etimologia positiva della parola sport è ormai un lontano ricordo. Rio de Janeiro, sede delle Olimpiadi 2016, è dilaniata da un terribile fenomeno: los ninos de rua, i bambini di strada, vengono uccisi o fatti sparire. Perché? La povertà è antiestetica. La miseria delle favelas mal si sposa con l’opulenza e il giro di soldi legati all’evento mondiale –

   Il Brasile non vuole mostrare l’altra faccia della medaglia. Mette le mani sugli occhi e rifiuta qualsiasi tentativo di sfiducia. Né le condizioni di inquinamento delle spiagge, né la diffusione del virus Zika, né tantomeno i gravi danni alle popolazioni indigene sono riusciti a far desistere il governo dall’organizzazioni della manifestazione sportiva. E non si ferma nemmeno di fronte all’innocenza di un bambino.

   Il crudele genocidio non è sfuggito al Comitato sui diritti dei fanciulli , organismo delle Nazioni Unite che si occupa del rispetto delle leggi sui minori.  La relazione periodica dell’organo internazionale evidenzia le continue violenze nei confronti dei mimori meno fortunati, picchiati, tenuti prigionieri e, nel caso peggiore, uccisi. Dati confermati anche dall’ONG Amnesty international.  È stata perciò lanciata una petizione su Change. Org,  Witnesses not Accomplices ( testimoni, non complici), con cui si vogliono rendere i giochi olimpici un’occasione  per raccogliere fondi per i bambini di strada. La proposta è di destinare il 3% di ogni transazione effettuata per pagare l’enorme macchina commerciale a los ninos de rua.  In caso contrario, l’intenzione è chiedere ai governi del mondo di  boicottare l’evento sportivo.

   «Le Olimpiadi sono simbolo di universalità e fratellanza, un’occasione per promuovere i valori della solidarietà e della cooperazione fra i popoli. Non possiamo fingere che siano Olimpiadi normali, non possiamo rimanere in silenzio » recita il testo della petizione. Fermiamo questo gravissimo fenomeno. Non si può essere uccisi perché  non si appartiene a uno status sociale.

 Ma anche svago, divertimento, distrazione. L’etimologia positiva della parola sport è ormai un lontano ricordo. Rio de Janeiro, sede delle Olimpiadi, è dilaniata da un terribile fenomeno: los meniños de rua, i bambini di strada, vengono uccisi o fatti sparire. Perché? La povertà è antiestetica. La miseria delle favelas mal si sposa con opulenza e giro di soldi di un evento di tale portata.

 Il Brasile si rifiuta di mostrare l’altra faccia della medaglia. Mette le mani sugli occhi e allontana qualsiasi tentativo di sfiducia. Né le condizioni di inquinamento delle spiagge, né la diffusione del virus Zika, né tantomeno i gravi danni alle popolazioni indigene sono riusciti a far desistere il governo dall’organizzazione della manifestazione sportiva. E non si ferma nemmeno di fronte all’innocenza di un bambino.

   Il crudele genocidio non è sfuggito al Comitato sui diritti dei fanciulli, organismo delle Nazioni Unite che si occupa del rispetto delle leggi sui minori.  La relazione periodica dell’organo internazionale evidenzia le continue violenze nei confronti di minori meno fortunati, picchiati, tenuti prigionieri e, nel caso peggiore, uccisi. Dati confermati anche dall’ONG Amnesty international.  È stata perciò lanciata una petizione su Change. Org,  Witnesses not Accomplices (testimoni, non complici), con cui si vogliono rendere i giochi olimpici un’occasione per raccogliere fondi da devolvere ai bambini di strada. La proposta è destinare il 3% di ogni transazione effettuata a sostegno dell’enorme macchina commerciale a los meniños de rua.  In caso contrario, l’intenzione è chiedere ai governi del mondo di  boicottare l’evento sportivo.

   «Le Olimpiadi sono simbolo di universalità e fratellanza, un’occasione per promuovere valori di solidarietà e cooperazione fra i popoli. Non possiamo fingere che siano Olimpiadi normali, non possiamo rimanere in silenzio», recita il testo della petizione. Fermiamo questo gravissimo fenomeno. Non si può essere uccisi perché si ha la sfortuna di stare dalla parte “sbagliata” della barricata(Irene Caltabiano)

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ONU DENUNCIA VIOLENZE SUI MINORI PER “RIPULIRE” RIO IN VISTA DELLE OLIMPIADI

di Redazione Online da www.corriere.it   3/10/2015

– Il rapporto delle Nazioni Unite parla di arresti arbitrari, abusi e rapimenti di minori nelle favelas della città brasiliana. I quotidiani locali usano invece la parola “omicidi” –

   La denuncia arriva dalle Nazioni Unite e dalla Commissione per i diritti dei bambini del Palazzo di Vetro. Secondo quanto si legge a pagina 8 nelle conclusioni del rapporto stilato (consultabile online qui) , «la Commissione è seriamente preoccupata per l’aumento delle violenze da parte della polizia contro i bambini che vivono nelle favelas».

Lacrimogeni, gas, torture e stupri

Al paragrafo successivo si parla «di violenze dei bambini, incluso l’uso sproporzionato di gas lacrimogeni e di gas urticanti durante gli sgomberi forzati per i progetti urbani e/o per la costruzione di stadi prima della World Cup e delle Olimpiadi del 2016». Si parla anche di «extra judicial executions» fatti dalla polizia militare e civile. E non solo, anche di «torture e sparizioni di bambini durante le operazioni militari e delle forze di sicurezza in particolare nelle favelas». Vengono denunciati anche «abusi sessuali sulle bambine dalle forze di sicurezza durante le operazioni di “pacificazione”».

I precedenti

Il rapporto è stato presentato il 2 ottobre 2015 e la notizia è stata ripresa da alcuni media brasiliani parlano di uccisioni ai danni dei bambini per ripulire Rio de Janeiro in vista degli eventi sportivi. Già in passato erano state diffuse notizie simili, poi smentite. Dal quotidiano brasiliano Estadao viene citata anche Renate Winter vice presidente del comitato che denuncia “la pulizia” in atto a Rio de Janeiro in vista delle Olimpiadi senza mai parlare espressamente di uccisioni. Stesso discorso per la seconda fonte citata, ossia Gehad Madi, perito delle Nazioni Unite. Già in passato in occasioni dei Mondiali erano usciti articoli che parlavano di strade insanguinate nelle favelas per le uccisioni di bambini. Ma si erano poi rivelati falsi. Settimana scorsa invece è stato diffuso un filmato che incastra cinque agenti di polizia che dopo aver sparato a un minorenne in una favela gli mettono una pistola in mano.

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OLIMPIADI, CAMPIONI DI IERI E DI OGGI: CRISSONE SPRINTAVA COME USAIN BOLT

di Carlo Baroni, da “il Corriere della Sera” del 26/5/2016

– Nel libro «L’importante è vincere» di EVA CANTARELLA ed ETTORE MIRAGLIA (Feltrinelli) leggende dello sport in parallelo, tra i Giochi dell’antica Grecia e quelli moderni –

Sono venute da lontano. Ed erano un po’ festa, gioco e modo per ritrovarsi. Tempo per far contenti gli dèi, mettere la politica al suo posto, confrontarsi con gli spazi e i tempi. C’è anche una data per l’inizio di tutto (776 a.C.). Forse vera o magari no, ma che importa? Di sicuro si sa quando finirono e per colpa di chi (393 d.C., l’imperatore romano Teodosio). Le Olimpiadi che tornano ogni quattro anni e c’è sempre una storia in più. Quelle di oggi così uguali e così diverse.

   L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro (Feltrinelli) è un libro che mette insieme la storia e lo sport. L’archeologia e le gare. La mitologia e i computer. Le firme sono di Eva Cantarella, giurista, esperta di Diritto romano e greco, e di Ettore Miraglia, giornalista del «Corriere della Sera» e della «Gazzetta dello Sport». Il link che tiene uniti due mondi è il fascino di qualcosa che prima di capire bisogna amare. La Grecia antica e la globalizzazione.

   Che poi, chissà perché, quando pensiamo ai Giochi, ci viene sempre e solo in mente l’immagine del discobolo nudo tutto muscoli piegato in due, scolpito da qualcuno che poteva dar lezioni persino a Fidia. Un po’ Maciste e un po’ Ercole. Giochi di forza. Roba da film anni Sessanta con de Coubertin che ci ha messo del suo per inventarsi riti che i Greci manco si sognavano: tipo la fiaccola. Ci sono rimasti, invece, i nomi di gare che solo chi ha fatto il classico comprende nel profondo: il decathlon, l’eptathlon e adesso anche il triathlon. Cose che l’inglese non potrà mai sostituire.

Eva Cantarella, firma del «Corriere della Sera», ha insegnato diritto romano e greco alla Statale di Milano

Le Olimpiadi sono il segno della rinascita dell’Italia e quelle di Roma del 1960 restano ancora le più belle. I Giochi che anticipano i tempi e un bianco, Livio Berruti, si può innamorare di un’atleta di colore, Wilma Rudolph. Le Olimpiadi che ci proiettano in un futuro oscuro di paura per il terrorismo e sono la strage di Monaco 1972, oppure quelle dove Usa e Urss si fanno la guerra con i boicottaggi ed è meglio così, piuttosto che lanciarsi dei missili atomici.

I Giochi pensati per fare la pace e, anche se è vero, c’è un pizzico di retorica. Che anche gli antichi greci truccavano le gare, pagavano sotto banco e magari non c’era il doping, ma ci vorrebbe un Ippocrate per garantirlo. Olimpiadi festa religiosa e pubblica, finanziata dallo Stato. E allora non è cambiato niente. Le donne che non partecipavano, anzi sì, in una maniera intelligente che solo loro. Il primo oro al femminile per Cinisca, che non è proprio lei a vincere, ma il suo cavallo. Ma il suo nome finisce nell’albo d’oro. C’è la nascita del ginnasio, che anche allora era qualcosa che sapeva di esclusivo, nel senso che potevano accedervi solo i cittadini. Niente schiavi o meteci.

Ettore Miraglia, giornalista del «Corriere» e della «Gazzetta dello Sport»

Il libro mette a confronto le gesta dei campioni che furono con le star di adesso. E allora impariamo che Crissone era un Usain Bolt ante litteram. Non veniva dai Caraibi, che manco si sapeva che ci fossero, ma da Termini Imerese. Un campione della Magna Grecia con la dinamite nei polpacci. Vinse in tre Olimpiadi e ad applaudirlo c’era anche Platone.

Ma i Giochi, se proprio devono scegliere una facoltà, vanno su Scienze politiche più che su Filosofia. Nel 1916 e nel 1940 non si disputano a causa delle guerre mondiali. Ed erano programmati, pensa te, a Berlino e Tokyo. Già detto dei boicottaggi di Mosca e Los Angeles, nel 1980 e 1984, ci sono poi i Paesi esclusi per anni, come il Sudafrica, per la macchia dell’apartheid. Un altro che vale la pena di raccontare è Polite, che veniva dall’Asia Minore e sapeva correre di fretta e di pazienza. Velocista e mezzofondista. Capace anche di imporsi dieta e allenamenti mirati. Come dire che non abbiamo inventato niente. Come lui, anche se sul breve non si cimentò mai, Emil Zatopek, la locomotiva umana. Brutto in tutti i sensi. Da vedere e per come correva. Appunto «come correva». Roba che c’era un inizio e mai una fine.

I Giochi, che per l’antica Grecia non prevedevano divisioni per nazioni, sono diventati per mezzo secolo l’arena di Usa e Urss per mostrare i muscoli. Giochi di parole. Qualche volta di improperi. Con la macchia del doping, esplosa, chissà come mai, quando il Muro di Berlino stava per venire giù e le contrapposizioni non tenevano più su le ipocrisie. E allora è stato lo scandalo di Ben Johnson, ma anche la stella di Carl Lewis che è brillata di più. E ha fatto ricordare un altro sprinter nero, Jesse Owens, che ne fece più lui contro il nazismo che mille tomi di intellettuali.

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Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C.
Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C.

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