TERREMOTO NELL’APPENNINO CENTRALE: la fine del pensare a “terremoti regionali” e il nuovo modo di intendere il doloroso accadimento come TERREMOTO NAZIONALE, in uno dei territori a forte rischio sisma (il 44% della superficie nazionale) – COME RICOSTRUIRE in modo virtuoso superando gli errori del recente passato?

Amatrice, il paese più colpito dal sisma
Amatrice, il paese più colpito dal sisma

      La prima violenta scossa (poi seguita da altre) delle ore 3:36 di mercoledì 24 agosto segna ancora l’ennesimo doloroso episodio degli sconvolgimenti che il terremoto porta. Una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro nell’Appennino laziale, marchigiano, in parte abruzzese, nei pressi di paesi (e nomi) che purtroppo abbiamo potuto imparare in questi giorni (Amatrice, Accumoli, Cittareale in provincia di Rieti nel Lazio; Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno nelle Marche…). Nelle ore seguenti si sono verificate altre scosse piuttosto intense di magnitudo 5.4 e 4.1 poco più a nord, vicino a Norcia, in Umbria, in provincia di Perugia: Norcia, un paese “salvato”, nessuna vittima, nessun ferito pare, e questo per un accurato lavoro di prevenzione lì svolto dopo le scosse del 1979 e 1997. Duecentonovantatre vittime, finora accertate (e si scava ancora per altri possibili dispersi, migliaia di sfollati).

mappa del sisma del 24 agosto (da "il Sole 24ore) - Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio
mappa del sisma del 24 agosto (da “il Sole 24ore) – Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio

   Luoghi questi colpiti dal sisma, che possiamo definire “marginali”, ma (forse anche per questa marginalità) meravigliosi nella loro originaria bellezza come natura (l’Appennino…) e come reperti architettonici, storici, lì presenti.

   Una distruzione pertanto diffusa, frammentata (non concentrata come è accaduto nel 2009 a L’Aquila e nei paesi limitrofi). Forse così dirompente (nelle vittime, nei danni alle case…) per l’eccessiva fragilità di costruzioni mai adeguate in uno dei territori più potenzialmente pericolosi per eventi catastrofici come i terremoti.

TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO - “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)
TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO – “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)

   Qui brevemente ci concentriamo sul tema della ricostruzione (le promesse di adesso sono forti, di un radicale cambiamento: sarà la volta buona? difficile una previsione… ). E pensiamo che forse (speriamo) che è pur vero che la ricostruzione dei borghi distrutti nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, sarà meno difficoltosa di quello di altri luoghi interessati nel passato prossimo dai terremoti, come ad esempio la città dell’Aquila).

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da www.3bmeteo.com/
MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da http://www.3bmeteo.com/

   Fa un poimpressione che un paesino come Amatrice (di 2.700 abitanti) contenga in se ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppenino. E noi da sempre riteniamo che il mantenere in vita, “l’abitare” piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio, delle possibili frane che si verificano, del mantenimento di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono.

Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)
Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)

   E’ ovvio che lo slogan di ricostruire “dov’era e com’era” va un po’ calibrato, verificato: se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili, allo slogan “dov’era, com’era” non si discute. Se invece ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte di quel specifico terreno dov’era il borgo, o il singolo immobile, ricostruire proprio lì, “tale e quale”, non ha senso (o perlomeno richiede dei costi immani, e futuri pericoli per chi ci abiterà). Allora se ci sono le possibilità concrete di costruire borghi “antisismici” in luoghi a media potenzialità sismica in terreni adatti, va bene e così bisogna fare; se le caratteristiche del terreno sono invece così fragili da prevedere catastrofi in caso di calamità (pur con costruzioni antisismiche) allora è bene “spostarsi” con piccoli nuovi insediamenti.

Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) - “L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c'è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l'attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all'orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l'Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”. “E' proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa "storia sismica" che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate "CARTE DI RISCHIO SISMICO". Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L'ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L'INTENSITÀ MACROSISMICA. L'accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l'intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l'evento. Evidentemente maggiore sarà l'accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) – “L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c’è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l’attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all’orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l’Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”.
“E’ proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa “storia sismica” che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate “CARTE DI RISCHIO SISMICO”. Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L’ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L’INTENSITÀ MACROSISMICA. L’accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l’intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l’evento. Evidentemente maggiore sarà l’accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Ma i tempi sono necessariamente lunghi (anche lavorando con volontà di fare bene e presto). Per evitare situazioni di “allontanamento” delle popolazioni (in zone costiere nel periodo invernale), oppure costruzioni di “new town” (che dopo L’Aquila, nessuno è disposto a difendere) allora il “modello Friuli” ci sembrerebbe il più appropriato: cioè dotare le famiglie di prefabbricati vicini alle aree distrutte (se le persone decideranno di voler rimanere); prefabbricati che poi possono essere riutilizzati da Comuni, associazioni…(così è stato per il terremoto del Friuli del 1976): un modello appunto simile a quello utilizzato a Gemona o a Venzone, paesi che sono stati oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici.

Amatrice. Le macerie dopo il terremoto - "(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell'APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell'Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ' La Sardegna geologicamente non fa parte dell'Italia, non ha partecipato ne all'orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni..." (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Amatrice. Le macerie dopo il terremoto – “(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell’APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell’Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ‘ La Sardegna geologicamente non fa parte dell’Italia, non ha partecipato ne all’orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni…” (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Vien poi da pensare che in alcuni casi anche i finanziamenti (spesso oggetto di critiche, parassitismi, illegalità…) potrebbero avere un modo diverso di esplicarsi. Un esempio lo tracciamo in questo post nell’articolo che riportiamo tratto da “il Manifesto” del 26 agosto scorso di Rachele Gonnelli al responsabile del Centro pericolosità sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Carlo Meletti, dove quest’ultimo fa l’esempio (a proposito di “modi di finanziare”) della Regione Toscana: “nel ’95 un terremoto di magnitudo 5,3 ha fortemente danneggiato la Lunigiana. La Regione Toscana ha dato 20 milioni di lire a famiglia per interventi antisismici su edifici in muratura. L’intervento migliore in termini di costo-beneficio sono le catene di ferro da una facciata all’altra e questo è stato fatto. Gli investimenti sono triplicati perché le famiglie che ne hanno approfittato per fare altri lavori a proprie spese e le ditte edili hanno acquisito «un know how»”.

Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da www.meteoweb.eu/ )
Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da http://www.meteoweb.eu/ )

   Quel che è poi nuovo in questo “dopo terremoto” (non parliamo qui del dolore delle persone che hanno perso, famigliari, delle vittime…), è che si incomincia a parlare di questi eventi disastrosi con “carattere nazionale”: è catastrofe di tutta la nazione. Ovvio che anche prima, gli altri terremoti avvenuti, erano “presi in carico” (nei finanziamenti, nella diffusione mediatica dell’accadimento) da tutto il territorio nazionale, ma conservavano una caratteristica geografica “regionale”; cioè permaneva un confine limitato a quel territorio di quella specifica regione dov’era accaduto…. Ora appare più chiaro che l’evento catastrofico, e il porvi rimedio è qualcosa di nazionale, un po’ anche europeo se si vuole, e questo modo di intendere la tragedia sembra essere una novità.

   Ed è su questa linea che si percepisce la necessità che si esplichi concretamente, con i fatti, la realizzazione di una “grande opera” ben diversa dalle autostrade inutili o cose simili: una grande e unica opera di cura del territorio, di messa in sicurezza del patrimonio edilizio, di salvaguardia dei luoghi, di ritorno a economie (come quella agricola) che anch’esse aiutino la tutela dei territori, la conservazione dei paesaggi, il rimedio ai disastri realizzati negli ultimi decenni. Che sia la volta buona per una “svolta” e la fine delle costose grandi opere inutili? (speriamo) (s.m.)

Soccorritori in azione ad Amatrice
Soccorritori in azione ad Amatrice

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INTERVISTA A RENZO PIANO

“COSÌ L’APPENNINO RINASCERÀ”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 29/8/2016

– “Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia” – RENZO PIANO racconta l’incontro col premier: “nel progetto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto del migliori esperti mondiali” “Serve un cantiere lungo due generazioni. Cosi ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”. “Deve entrare nelle leggi del Paese l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo”. –

   “Il presidente del Consiglio mi ha chiamato all’ultimo momento, venendomi a trovare voleva discutere con me sulla ricostruzione. Non mi ha dato un incarico, non era questo lo scopo. Anche se, come senatore a vita, oltre ad occuparmi di periferie potrei dare un contributo sul dopo-terremoto. Da me Matteo Renzi voleva del consigli, una visione, un aiuto per un grande progetto. Gli ho detto: ci vuole un cantiere che impegni due generazioni. E con un respiro internazionale, contributi dal mondo intero..”.

   Renzo Piano mi parla al telefono da Genova, poco dopo l’incontro alla sua Fondazione con il premier. Spiega che questa volta l’emergenza va inserita subito in una visione lunga, che rimedi ai terribili errori d’imprevidenza che hanno causato troppe tragedie.

Quali suggerimenti ha dato lei al premier per l’immediato, gli interventi urgenti?

“Per i sopravvissuti che hanno perso le case bisogna operare con cantieri leggeri, che non allontanino le persone dai luoghi dove abitavano. Non tendopoli ma edifici leggeri, vicinissimi, che si potranno smontare e riciclare in seguito. Abbiamo parlato di una visione non-partisan, che possa essere condivisa da tutti a prescindere dagli orientamenti politici. E di una visione internazionale, che ispiri un disegno di lunga portata. L’emergenza come primo tassello strettamente inserito in un progetto di lungo termine..”

Quanto vasto II progetto? E di che durata parliamo?

“Parliamo di tutta la dorsale degli Appennini, la spina dorsale dell’Italia da Nord a Sud. Parliamo di un intervento progettato su 50 anni e su due generazioni. Parliamo di contributi internazionali anche perché la straordinaria bellezza dell’Italia non appartiene solo a noi, è un patrimonio dell’umanità. Abbiamo ereditato una natura meravigliosa, generazioni di nostri antenati dall’Antica Roma all’Umanesimo l’hanno addomesticata, ingentilita, noi a volte siamo stati crudelmente inadeguati.”

Un editoriale del New York Times promuove la nostra protezione civile ma ci accusa di imprevidenza imperdonabile nella prevenzione, “tragica impreparazione in uno dei paesi pia sismici del mondo”. Tra gli ostacoli alla ricostruzioni ne elenca tre: mancanza di risorse, corruzione, leggi troppo complicate.

“Sono giudizi che purtroppo ci tocca sentire dal mondo intero, le stesse cose vengono dette in queste ore dai tedeschi o dagli inglesi. Si aggiungono alla sofferenza che provo per le tante vite sacrificate, per le famiglie distrutte. Voglio però smentire subito almeno un luogo comune, quello sulla mancanza di risorse. No, le risorse ci sono eccome. E’ evidente che il Patto di Stabilita europeo consente flessibilità straordinarie per calamità atroci come questa, quando sono in ballo le vite umane, la sicurezza nazionale”.

Nel concreto, di che cosa avete parlato con Renzi sul versante economico?

“Ovviamente si deve agire subito, con urgenza massima, per mettere a norma antisismica gli edifici pubblici. Ma la stragrande maggioranza sono privati. E non puoi costringere i privati se non hanno le risorse. Qui però si sa come intervenire: incentivi, sgravi fiscali, come già fatto nel campo energetico. Bisogna anche sapere intervenire nei passaggi generazionali, quando la casa dei nonni passa in eredità, e una nuova generazione può essere più motivata a fare lavori di ristrutturazione. Deve entrare in modo permanente nelle leggi del paese, l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo, cosi come è obbligatorio per un’automobile avere i freni che funzionano. Sul lato economico, non dimentichiamo poi che tutti i soldi spesi sono investimenti che generano ricchezza: oltre a salvare le vite umane danno lavoro a tante imprese, spesso micro-imprese, talvolta addirittura cantieri di auto-produzione familiare.”

In quanto alle tecnologie da utilizzare la sua personale esperienza in questo campo è ormai antica. Lei ha progettato e costruito ediifici in alcune delle zone pia sismiche del pianeta, della California al Giappone.

“E’ da 40 anni che ml occupo di questi temi. L’architettura e ingegneria degli edifici hanno seguito un questo campo un’evoluzione notevole, con delle analogie sorprendenti con la medicina. Quando parlo di cantieri leggeri, ii primo che usai fu 40 anni fa ad Otranto. L’uso della diagnostica – un termine preso proprio dalla medicina – ci consente di risparmiare e al tempo stesso raggiungere la massima efficacia, senza infierire crudelmente sugli abitanti. La termografia consente di conoscere lo stato di salute dei muri, come di un corpo vivente, senza interventi invasivi. Questo permette di rendere gli edifici più sicuri, preservando centri storici, rispettando l’attaccamento alle case antiche, quel fortissimo rapporto affettivo che fa parte della nostra storia, della nostra natura umana, della nostra identità.

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TERREMOTO, FINANZIATE LE MIGLIORIE E NON GLI ADEGUAMENTI SISMICI. CON LE REGOLE POST UMBRIA LA POLITICA PREPARÒ IL DISASTRO

di Chiara Brusini, da “Il Fatto Quotidiano” del 31/8/2016

– Nel 1998 l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano firmò l’ordinanza che consentiva a commissari e tecnici di intervenire sugli edifici pubblici con semplici “miglioramenti”. Che non garantiscono la sicurezza. Zambrano, presidente dell’Ordine degli ingegneri: “Qualsiasi cosa il progettista definisca miglioramento viene accettata come tale. Si sono affidati alla sorte”. E ora possono dire: “Procedure rispettate” –

   E’ stata un’ordinanza firmata il 30 gennaio 1998 dall’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano a stabilire che gli edifici pubblici e luoghi di culto danneggiati dal sisma del 1997, tra cui la chiesa e la caserma dei carabinieri di Accumoli, andavano solo “ripristinati” con interventi di recupero e “miglioramento sismico”.

   Interventi che in base alle Norme tecniche per le costruzioni – testo unico che detta le regole per progetti, esecuzioni e collaudi – garantiscono solo un generico “aumento della sicurezza strutturale, senza necessariamente raggiungere i livelli richiesti dalle presenti norme“. Mentre la Procura di Rieti, dopo i crolli causati dal terremoto del 24 agosto, avvia indagini su quelle ristrutturazioni, dai documenti dell’epoca emerge quindi che i commissari e il comitato tecnico-scientifico chiamati a scrivere il piano di interventi finanziato dallo Stato con oltre 70 milioni di euro (per la sola provincia di Rieti) si sono limitati a mettere in pratica una decisione politica.

   E’ stata la politica a preparare il disastro, fissando paletti così laschi che ora appare difficile contestare qualcosa a enti attuatori, imprese che hanno eseguito i lavori – a meno che non li abbiano fatti male o con materiali scadenti – e collaudatori.

   Il commissario: “Procedure rispettate” – Il deputato Pd Fabio Melilli, ex presidente della provincia di Rieti e dal 2006 al 2010 commissario delegato per il “superamento della situazione di criticità” dopo il terremoto dell’Umbria del settembre e ottobre 1997, ha detto al Corriere della Sera che il crollo della chiesa di Sant’Angelo in una frazione di Amatrice, quello del campanile del complesso parrocchiale di San Pietro e Lorenzo di Accumoli e i danni alla caserma del paese (dichiarata inagibile) non bastano perché si possa parlare di opere malfatte: “Le procedure sono state rispettate”, è la sua difesa.

   Infatti “si è dato per scontato che tutti gli edifici pubblici fossero adeguati ai criteri antisismici“, ma in realtà “nessuno” lo è stato, perché “quelli che fece la Provincia furono lavori di riparazione“, di “ripristino”. Esattamente come previsto dal provvedimento del Viminale, retto all’epoca da Napolitano, che non ha imposto un più radicale (e costoso) adeguamento sismico, dopo il quale il fabbricato deve invece garantire un livello di sicurezza pari a quello degli edifici di nuova costruzione.

L’ORDINANZA FIRMATA DA NAPOLITANO: “RIPRISTINARE GLI EDIFICI E MIGLIORARLI”

L’ordinanza in questione è la 2741 del 30 gennaio 1998, emanata “dal ministro dell’Interno delegato per il coordinamento della Protezione civile” Giorgio Napolitano (leggi l’ordinanza). Dopo l’elenco dei comuni delle province di Rieti e Arezzo interessate dal sisma dell’anno prima – tra cui Accumoli e Amatrice – il documento dispone, all’articolo 2, che “i commissari delegati (…) predispongono, entro 60 giorni dalla data di pubblicazione della seguente ordinanza in Gazzetta Ufficiale, un piano per gli interventi urgenti volti al ripristino delle infrastrutture, del patrimonio culturale, degli edifici pubblici di competenza della Regione e degli Enti Locali, nonché degli edifici di culto danneggiati”. Il comma 5 dell’articolo 1 specifica che si tratta degli “interventi necessari al recupero, con miglioramento sismico, degli edifici pubblici e privati”. Nei mesi precedenti, altre ordinanze avevano disposto che anche le strutture di Umbria e Marche danneggiate dal terremoto fossero sottoposte solo a “miglioramenti”.

   “Ma miglioramento sismico è qualunque intervento il progettista definisca tale. Anche se non aumenta sicurezza” – Il problema è che “miglioramento sismico” non vuol dire quasi nulla. “E’ una definizione molto generica e molto ampia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri. “Di fatto qualunque intervento il progettista dichiari essere di miglioramento viene accettato come tale. Può trattarsi della sostituzione di una piattabanda (la parte superiore di porte o finestre, ndr) di legno con una in ferro, dell’inserimento di tiranti in acciaio che bloccano i due lati del tetto o di catene. Interventi che in alcuni casi, intendiamoci, migliorano di molto la sicurezza. Ma non è detto”. E il collaudo non lo verifica? “No: attesta soltanto che l’opera è conforme al progetto, ma non è richiesto che verifichi i risultati ottenuti dal punto di vista sismico”.

NESSUNA GARANZIA CHE CHIESE E CASERME SAREBBERO RIMASTE IN PIEDI

Di conseguenza, “se i finanziamenti sono stati dati solo per interventi di miglioramento è evidente che non c’era alcuna garanzia che quegli edifici potessero resistere a un terremoto dell’intensità di quello del 24 agosto”. Al contrario, l’adeguamento avrebbe “imposto al progettista di dimostrare con verifiche e calcoli ad hoc di aver reso la costruzione sicura quanto una realizzata ex novo.

   In più per ospedali o caserme dei vigili del fuoco, per esempio, le Norme tecniche richiedono che in caso di sisma non solo sia garantita la sicurezza delle persone all’interno ma anche l’indispensabile mantenimento della funzionalità. Del resto sarebbe assurdo altrimenti, visto che dopo un terremoto diventano ancora più cruciali”. Eppure gli interventi fatti ad Accumoli e Amatrice non hanno affatto assicurato questo risultato.

   I lavori sulla scuola Romolo Capranica, per esempio, non ne hanno evitato il crollo. “Mi hanno chiesto un miglioramento, non un adeguamento. C’è una differenza abissale”, ha avuto buon gioco a difendersi l’imprenditore edile Gianfraco Truffarelli. Dal canto suo il costruttore Carlo Cricchi, che ha vinto l’appalto per rifare il tetto della chiesa di San Pietro e Lorenzo, ha detto a Repubblica che nel capitolato “per il miglioramento antisismico c’erano appena 509 euro” su 75mila totali e “il progetto imponeva di inserire nella muratura 33 euro di ferro, praticamente una sola barra”.

“SI SONO AFFIDATI ALLA SORTE. LO STATO FA LE NORME E POI SI AUTOCONCEDE DEROGHE PERCHÉ NON HA I SOLDI”

   Ma da dove nasce la scelta di puntare sul “miglioramento”? Secondo Zambrano, è stata evidentemente dettata da ragioni di budget: “Con risorse limitate puoi decidere di fare pochi adeguamenti o optare per molti miglioramenti, affidandoti un po’ alla sorte…”. Ciliegina sulla torta, “l’entrata in vigore dell’ordinanza di Protezione civile 3274 del 2003 che imponeva alle amministrazioni pubbliche un’analisi di vulnerabilità degli edifici strategici tra cui scuole, ospedali e infrastrutture è stata più volte prorogata. Lo Stato fa le norme e poi concede a se stesso delle deroghe perché non ha i soldi o li destina ad altro. E’ per questo che da tempo diciamo che serve un serio piano di adeguamento a cui destinare per venti o trent’anni, senza eccezioni, una piccola percentuale dei bilanci pubblici. Solo così si può ridurre davvero il rischio sismico”. (Chiara Brusini)

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CONVIVERE CON L’IMPONDERABILE SOLO GRAZIE ALLA SPERANZA

di Emanuele Trevi, da “il Corriere della Sera” del 26/8/2016

   Non c’è cosa più dolorosa del conto delle vittime, quel numero che continua a salire ogni volta che ci colleghiamo a Internet, sperando follemente che i giochi siano fatti, che l’irreparabile si sia almeno solidificato in una cifra. E invece, come se fossero costretti a passare nel foro di una spietata clessidra, di ora in ora coloro che definiamo «dispersi» si aggiungono, uno dopo l’altro, alle vittime acclarate che li aspettano. Come se questa parola — «disperso» — che di per sé non ha nulla di rassicurante, la usassimo come un ultimo, fragilissimo velo, pronto a lacerarsi da un momento all’altro.

   I terremoti hanno una lunga storia, scandita da date fatali e nomi di città distrutte e numeri di vittime. Ma dal punto di vista umano, dei riflessi emotivi e psicologici che l’evento suscita in noi, sembra al contrario che sia sempre lo stesso, interminabile terremoto a ricordare all’uomo di non fidarsi troppo della vita, e che quella che consideriamo la nostra terra, dove costruiamo case e ponti, campanili e ospedali, dovremmo considerarla come la groppa di un animale che a volte, chissà perché, si scrolla di dosso qualche centinaio o migliaio di esseri umani, senza nemmeno accorgersene, senza il minimo sentimento di ostilità.

   Dicevo che sembra di assistere allo stesso eterno terremoto perché quello che scriveva Voltaire a proposito del disastro che rase al suolo Lisbona nel 1755 potrebbe applicarsi parola per parola a quanto vediamo accadere sotto i nostri occhi in questi giorni sull’Appennino laziale. Oggi forse è meno scandaloso che ai tempi di Voltaire affermare che nella nostra esistenza è presente e agisce il Male, e che nessun sistema filosofico o religioso, per quanti sforzi faccia, può sinceramente affermare che viviamo nel migliore dei mondi possibili.

   Lo sappiamo tutti che non è vero, che questo è solo il mondo che ci è toccato in sorte, e nemmeno pensare che poteva andarci peggio è una grande consolazione, in fin dei conti. La realtà è che l’uomo, tra le tante cose che lo rendono diverso da ogni altro figlio della Natura, è anche quell’animale che ha coscienza di fare affidamento sull’inaffidabile.

   Una logica troppo ferrea lo avrebbe altrimenti condannato all’estinzione prima ancora che fosse capace di costruire una città. Ma in noi si realizza la più strana delle sintesi: quella della logica e della speranza. «Speranza» è proprio l’ultima parola del poema di Voltaire su Lisbona, ed è un attributo così umano, dice il grande poeta, che nemmeno Dio lo possiede. Ogni aspetto della nostra vita, minimo o grandioso che sia, ne è talmente impregnato che in sua assenza non potremmo nemmeno concepire la realtà, perché non avremmo nessun interesse a intraprendere alcunché nella certezza assoluta del disastro.

   Ed è molto triste constatare come non facciamo quasi nulla per rafforzare questo sottile filo d’oro della speranza, nel quale consiste tutta la nostra nobiltà. Tutte le grandi menti dell’epoca meditarono sul disastro di Lisbona, e ci stupisce ancora, sfogliando quegli scritti, verificare come ben poco è cambiato nella nostra maniera di pensare dal 1755 a oggi. Rousseau, il grande avversario di Voltaire, esprime esattamente la stessa giusta opinione dei nostri geologi e dei nostri sismologi osservando che se Lisbona fosse stata costruita meglio, migliaia di persone non avrebbero trovato la morte sotto le macerie.

   Mi commuove più questo semplicissimo pensiero di un’intera biblioteca di testi filosofici e teologici. Perché la forza dell’imponderabile è tale, che ogni accorgimento umano può sembrare un castello di sabbia di fronte alle onde. Ma su questo non possiamo dire o fare nulla. A sperare un po’ meglio, invece, possiamo imparare. (Emanuele Trevi)

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IL FUTURO SI VEDE AI MARGINI

di Paolo Berdini, da “il Manifesto” del 28/8/2016

– Sviluppo sostenibile. L’unica grande opera che serve è la cura e del territorio e del patrimonio edilizio, con l’aiuto alle produzioni agricole e industriali –

   Sono passati quaranta anni dal terremoto del Friuli e di nuovo passano sugli schermi sequestrati dai talk-show i volti dell’Italia vera, di coloro che faticano ogni giorno per costruirsi una prospettiva di vita. Anche stavolta siamo in un’area interna popolata da quei mestieri che la retorica imperante ci dice che non esistono più o sono marginali.

   E marginali lo sono sicuramente le persone che manifestano con dignità il loro dolore, come marginali geograficamente sono i luoghi meravigliosi colpiti dal sisma.

   Ma le analogie finiscono qui. Se guardiamo alla storia breve dei quaranta anni cogliamo il vuoto di prospettive che sta minando il paese intero.

   Il racconto vincente del 1976 ci diceva che quei volti antichi dei friulani erano le ultime cartoline di un’Italia che cresceva a vista d’occhio: dopo i decenni della grande crescita delle città, sarebbe toccato alle aree interne. E il Friuli – terra di passaggio – sembrò confermare il racconto. Dopo una ricostruzione tanto esemplare quanto partecipata, fu creata una struttura produttiva che ha funzionato per qualche decennio e ha oggi l’affanno di ogni altro distretto produttivo. Ed eccolo il paesaggio dell’abbandono: capannoni sbarrati aiutati solo dalla vorace presenza di ipermercati che ancora luccicano anche se hanno fatto spegnere la luce del piccolo commercio urbano.

   Negli anni ’70 anche nell’Appennino attraversato dalla via Salaria iniziarono i lavori di un nuovo tracciato che favorisse lo «sviluppo». Quello antico passava nei circa cento chilometri che separano Rieti da Ascoli attraverso molti centri urbani meravigliosi come CITTADUCALE e CITTAREALE di fondazione angioina. Si passava dentro ARQUATA con i suoi tesori nascosti nella parrocchiale. Si lambiva AMATRICE, con lo straordinario impianto disegnato da Cola e le sue meravigliose pietre arenarie.

   Sono luoghi per me familiari, per i continui viaggi per raggiungere i luoghi d’origine a nord del Monte Vettore, ma in tanti anni la variante Salaria è lontana dall’essere completata e questo colpevole ritardo ha avuto grande responsabilità nell’inarrestabile declino demografico.

   L’industrializzazione in crisi del Friuli e la mancanza dei requisiti minimi infrastrutturali per sostenere il progresso sono le due facce speculari del vicolo cieco in cui oggi siamo.

   Si è ascoltata in questi giorni di dolore echeggiare una vuota retorica del «non vi lasceremo soli». Le popolazioni di quella parte di Appennino conoscono la solitudine per una strada che ancora non c’è. Conoscono la solitudine perché le imprese agricole che a fatica si sono affermate non hanno alle spalle alcuna politica di settore in grado di aiutarle e sostenerle. Addirittura con il governo del professor Monti si impose il pagamento dell’Imu sulle stalle, così da provocare la chiusura di molte di esse. Ancora, mancano reti locali di commercializzazione dei prodotti e altre indispensabili politiche.

   Sul piano ambientale l’abbandono è ancora più forte.

   Il tratto della VALLE DEL TRONTO colpito dal sisma sta in mezzo a DUE PARCHI NAZIONALI, quello dei SIBILLINI e del GRAN SASSO. Decine di anni di commissariamenti, tagli di risorse e prerogative, di limitazione di prospettive. Altre nazioni e regioni a statuto speciale continuano invece ad alimentarli ottenendo preziosi flussi turistici.

   E arriviamo ai BORGHI, UNICA RETE VITALE CHE PUÒ SALVARE QUELLE MONTAGNE DALL’ABBANDONO. I sindaci di quei luoghi conoscono la solitudine quotidiana perché non hanno risorse da destinare ai servizi, quando devono chiudere scuole per ubbidire a leggi scellerate, quando vedono sparire i presidi dello stato come il Corpo Forestale.

   Diamo atto al ministro Del Rio della volontà espressa di abbandonare il modello aquilano e di ricostruire «com’era, dov’era». Ma è solo il primo indispensabile tassello di un disegno che ancora non si vede.

Il tragico terremoto di Accumoli ci ha svelato un paese squilibrato e privo di durature prospettive per il futuro. Il terremoto del Friuli servì a costruire una profonda cultura della protezione, degli interventi di emergenza e delle tecniche di ricostruzione.

   Quello della Valle del Tronto deve servire per avviare l’unica grande opera di cui abbiamo bisogno: la cura del territorio, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio a iniziare dagli immobili scolastici e pubblici, il sostegno alle produzioni agricole e alla filiera industriale a esse collegata.

   Insomma, questo piccolo lembo di terra marginale così crudelmente colpito potrà avere la possibilità, se la politica saprà fare il suo dovere, di indicare una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile. (Paolo Berdini) (* l’autore è assessore del comune di Roma)

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TERREMOTO AD AMATRICE, IL SISMOLOGO: “POSSIBILE RICOSTRUIRLA COM’ERA. MA I TEMPI NON SARANNO RAPIDI”

di Luigi Franco, da “il Fatto Quotidiano” del 28/8/2016

– Romano Camassi, sismologo dell’Ingv e storico dei terremoti, è moderatamente ottimista sulla possibilità di far rivivere il borgo laziale: “Bisogna capire se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili o alle caratteristiche del territorio”. Ma avverte: “Non bisogna illudersi che i tempi saranno brevi. Non c’è stato alcun sisma grave che abbia comportato una ricostruzione durata meno di dieci anni” –

   “Anche se le fotografie mostrano un disastro, non siamo di fronte a un crollo generalizzato degli edifici”. Romano Camassi, sismologo dell’Ingv e storico dei terremoti, è moderatamente ottimista sulla possibilità di ricostruire Amatrice e gli altri paesi nel centro Italia colpiti dal sisma del 24 agosto.

   “Prima bisognerà però effettuare indagini molto precise per verificare se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili o se ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte del sito”. Nel primo caso si potranno RIPARARE GLI EDIFICI CHE HANNO SUBITO DANNI MINORI E DEMOLIRE GLI ALTRI PER POI RICOSTRUIRLI, rispettando le norme oggi in vigore per le zone ad alta pericolosità sismica. Nel secondo caso, che però Camassi ritiene meno probabile, si potrà VALUTARE L’OPPORTUNITÀ DI DELOCALIZZARE I CENTRI: “Se il sito attuale dovesse risultare inadatto dal punto di vista geologico, le tecniche di costruzione da adottare sarebbero molto costose”.

   LA RICOSTRUZIONE DEI BORGHI DISTRUTTI nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, SARÀ MENO DIFFICOLTOSA di quella dell’Aquila: “In una grande città come il capoluogo abruzzese – spiega l’esperto – si deve procedere alla ricostruzione non del singolo edificio, ma dell’intero blocco di edifici che compongono un isolato. E questo crea lungaggini, magari semplicemente perché ci sono diversi proprietari”.

   In questo senso il terremoto dei giorni scorsi si differenzia da quello dell’Aquila, ma anche dal sisma del 2012 in Emilia Romagna, dove sono stati danneggiati soprattutto singoli monumenti e capannoni artigianali. Questa volta le conseguenze sono più simili a quelle dei terremoti che hanno colpito il Friuli nel 1976 e l’Irpinia nel 1980, quando hanno riportare danni ingenti interi piccoli comuni.

   “Ad Amatrice, Accumuli e Arquata del Tronto, se la comunità locale lo vorrà, potrà probabilmente essere applicato un modello di ricostruzione simile a quello utilizzato in Friuli a Gemona o a Venzone, che sono state oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici”.

   Se si deciderà di rispettare le architetture originarie nelle finiture, le strutture dovranno però essere realizzate con le tecniche antisismiche moderne. E si dovranno fare i conti con la disponibilità di risorse: “Il terremoto del Friuli è l’unico caso nella storia degli ultimi 40 anni in cui gli interventi di ricostruzione hanno avuto copertura economica totale da parte dello Stato”.

   C’è un altro punto poi che Camassi sottolinea: “NON BISOGNA ILLUDERSI CHE I TEMPI SARANNO BREVI. Non c’è stato alcun sisma grave che abbia comportato una ricostruzione durata meno di dieci anni”. Se questo discorso è valido anche per il Friuli, secondo il sismologo non c’è da stupirsi che il centro dell’Aquila sia ancora in gran parte disabitato a sette anni dai crolli. Una situazione che non è di per sé una diretta conseguenza della decisione presa dal governo Berlusconi nelle settimane dopo il sisma di realizzare le new town, che “non erano una soluzione alternativa alla ricostruzione, ma dovevano essere destinate a durare solo gli anni necessari a rendere nuovamente abitabili i centri distrutti”.

   New town – e inchieste giudiziarie sulla ricostruzione – a parte, ci sono stati comunque casi in cui dopo un terremoto le rovine sono state abbandonate e le case sono state ricostruite in un luogo diverso, a qualche chilometro di distanza: “E’ successo per esempio per alcuni paesi della Calabria, dopo il terremoto del 1908, o in Irpinia nel 1980. Così come nel Belice, dove Gibellina è stata abbandonata per dare vita a Gibellina Nuova. E lo stesso è accaduto a Poggioreale, sempre nel Belice, dove si è ritenuto troppo oneroso ricostruire il vecchio insediamento e si è preferito spostarlo più a valle, in un punto peraltro più vicino alle vie di comunicazione. Una scelta che quindi non è dipesa dai dati tecnici sulle condizioni geologiche del sito, visto che non esistevano ancora le strumentazioni adatte a questo tipo di rilievi”. (Luigi Franco)

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INVESTIRE NELLA PREVENZIONE COSTA CARO MA SI RISPARMIA IN VITE UMANE E RICOSTRUZIONI

di Alessandro Cassinis, da “la Stampa” del 27/8/2016

– Per incentivare la messa in sicurezza degli stabili si pensa di introdurre sgravi fiscali oggi non previsti –

   Trecento miliardi di euro: è il prezzo da pagare per difendere Casa Italia dai terremoti, non vedere più crollare interi paesi per una scossa di magnitudo 6 e soprattutto non contare così tanti morti sotto le macerie.

   Con questa cifra si potrebbero fare le valutazioni sulla vulnerabilità sismica degli edifici storici e delle abitazioni private nelle zone 1, 2 e 3, quelle a maggior rischio di terremoti, intervenire sulle case più fragili con lavori di adeguamento alla normativa più recente e completare le azioni già previste dalla legge per gli edifici pubblici e le infrastrutture di interesse strategico.

   È una cifra astronomica, ma è l’unica via di uscita dalla logica di intervenire solo dopo la catastrofe, che dal Belice all’Emilia ci è costata cinquemila morti e 121 miliardi di euro soltanto per i danni diretti, più di 17 miliardi a terremoto.

   Ad aiutarci in questo conteggio della prevenzione è il professor Mauro Dolce, direttore generale e consulente scientifico del capo del Dipartimento della Protezione civile, fra i «padri» di quell’ARTICOLO 11 della LEGGE 77 che nel 2009 ha istituito il FONDO PER LA PREVENZIONE DEL RISCHIO SISMICO: finora lo Stato vi ha versato solo 965 milioni in sette anni, di cui 44 milioni disponibili nel 2016. Ma si spera che dopo Amatrice e Accumoli il rifinanziamento sarà molto più consistente.

   «Il conto è presto fatto – spiega Dolce dalle zone terremotate -. Ci sono 10 MILIONI DI ABITAZIONI FORTEMENTE INADEGUATE NELLE ZONE SISMICHE 1, 2 E ANCHE NELLA 3 (dove si possono verificare terremoti «forti ma rari» come quello dell’Emilia del 2012, ndr). Se consideriamo una superficie media di 100 metri quadri e un costo di intervento minimo di 200 euro al metro, ecco che arriviamo a 200 miliardi solo per i privati».

   E il pubblico? «Sempre limitandoci alle ZONE 1, 2 E 3, OSSIA AL 70% DEL TERRITORIO, il miglioramento degli edifici scolastici costa 13 miliardi, il loro adeguamento 20. Il resto dell’edilizia pubblica strategica (caserme, centrali operative, ospedali) richiede altri 50-60 miliardi. Con le infrastrutture e i beni culturali si arriva a 100. Totale, 300 miliardi».

   A chi tocca pagare per la prevenzione? C’è la STRADA AMERICANA, la più drastica, CHE IMPONE AL CITTADINO DI ASSICURARE LA CASA CONTRO IL RISCHIO SISMICO perché lo Stato pensa solo ai palazzi pubblici. In molte zone “rosse” degli Stati Uniti, il proprietario deve far verificare a sue spese l’edificio se costruito prima delle norme tecniche in vigore. Se non lo fa, o se l’esame va male, una targa bene in vista avvertirà che quella costruzione «non è rinforzata» o «pericolosa» e che «all’interno o nelle vicinanze si può non essere al sicuro durante un terremoto».

   Anche in Italia si è parlato molto di polizza antisismica obbligatoria, ma si è capito presto che era un argomento impopolare, anche perché al contrario di altre assicurazioni non è detraibile dalle tasse. Dopo il 24 agosto sono in molti a rilanciare questo strumento legandolo a una sorta di certificato di idoneità statica o di classificazione della vulnerabilità sismica. TANTO PIÙ «RESISTENTE» È UN IMMOBILE, TANTO MENO IL PROPRIETARIO PAGHERÀ DI ASSICURAZIONE. Se decide di investire per passare a una classe più favorevole e dimostra di averlo fatto con una seconda valutazione dopo i lavori, otterrà dallo Stato un contributo, meglio se esteso al condominio per rendere più sicuro l’intero caseggiato.

   Ma dai paesi del Centro Italia in macerie (…) Dolce mette in guardia dai facili ottimismi. «Difficile che il proprietario di una casetta sull’Appennino si impegni a pagare premi molto alti, e se avesse uno sconto sarebbe meno incentivato a fare miglioramenti. Le verifiche sismiche sono molto costose, nell’ordine di 10-20 mila euro a immobile. Non c’è la bacchetta magica. Però la strada della prevenzione e della riduzione del rischio è quella giusta e bisogna trovare gli strumenti opportuni per intraprenderla».

   Non ci sono modelli nel mondo che possano essere direttamente applicabili all’Italia: difficile trovare un Paese a forte rischio sismico che abbia una tale concentrazione di patrimonio edilizio storico e di vecchi paesini. Eppure è il nostro patrimonio più diffuso e va difeso: per salvare vite umane e per abbattere il costo delle ricostruzioni, che sono comunque a carico di tutti i cittadini, anche di quelli che vivono in case antisismiche o in zone a basso rischio. (Alessandro Cassinis)

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RIAVERE I NOSTRI BORGHI PER PERMETTERE UN FUTURO

di Tomaso Montanari, da “la Repubblica” del 31/8/2016

   In Italia i cittadini e i loro monumenti non hanno destini separati: vivono, o muoiono, insieme. Per questo appaiono non solo condivisibili, ma davvero importanti, le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro Graziano Delrio sulla necessità di ricostruire i centri devastati dal sisma dov’erano e com’erano, salvo che per le misure antisismiche.

   L’espressione «DOV’ERA E COM’ERA» ha una lunga storia italiana.

   Alle 9.52 del 14 luglio del 1902 il campanile di San Marco a Venezia rovinò al suolo, lasciando un cumulo di macerie alto venti metri. In un dibattito parlamentare, incalzato dal deputato Pompeo Molmenti, il ministro per l’Istruzione Nunzio Nasi (allora responsabile delle Belle Arti) pronunciò parole simili a quelle oggi dette da Renzi: «II governo non potrà far altro che rispettare la volontà dei veneziani». E il 19 luglio l’inviato del governo dichiarò che il Campanile sarebbe stato ricostruito «com’era e dov’era»: non era pensabile che Venezia perdesse il suo profilo. Venne stampato un francobollo con quel motto, e nel 1908 il ‘nuovo’ Campanile fu inaugurato.

   È di fronte alla dimensione apocalittica delle distruzioni della Seconda guerra mondiale che quel motto torna attuale. Nell’aprile del 1945, nel primo numero del Ponte di Piero Calamandrei, lo storico dell’arte Bernard Berenson scrive: «Se noi amiamo Firenze come un organismo storico che si è tramandato attraverso i secoli, come una configurazione di forme e di profili che è rimasta singolarmente intatta nonostante le trasformazioni a cui sono soggette le dimore degli uomini, allora essi vanno ricostruiti al modo che fu detto del Campanile di San Marco, “dove erano e come erano”».

   È da quello spirito, che intrecciava ricostruzione delle città e ricostruzione della democrazia, che nasce l’articolo 9 della Costituzione: «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Gli italiani di oggi non lo sanno (il che non fa che dimostrare l’eccezionale bravura delle maestranze di allora), ma le chiese, le piazze, i palazzi che formano i nostri centri storici sono in parte assai notevole frutto di una estesa opera di ricostruzione postbellica. In altri termini: se nel 1945 non fosse stata presa quella decisione, oggi l’Italia come tutti la conosciamo, e celebriamo, semplicemente non esisterebbe.

   Questa linea attraversa la nostra storia, annoverando successi (si pensi a Venzone, in Friuli ) e insuccessi, fino ad arrestarsi drammaticamente all’Aquila, nel 2009. Qui il governo Berlusconi decise di sacrificare il futuro di una città sull’altare della propria immagine mediatica, dando vita ad una sorta di deportazione di massa, che ha spezzato forse per sempre ogni rapporto sociale, recidendo alla radice il rapporto tra un popolo e le sue pietre. Con il risultato che oggi il vero rischio è che forse finiremo (tra vent’anni) per avere un’Aquila ricostruita, ma vuota perché il suo corpo sociale non esiste più. I diciannove insediamenti di cemento voluti da Berlusconi e Bertolaso intorno all’Aquila sono stati chiamati, abusivamente new town, ma il risultato è un’ unica no town: una generazione di aquilani che non sa cosa sia una città, e dunque cosa sia la cittadinanza.

   Perché questo è il cuore della tradizione culturale italiana: il nesso strettissimo tra la bellezza della città e la dignità della vita civile.

   Anche la gestione del dopo terremoto in Emilia non è stata esente da ombre: tra le quali il frettoloso abbattimento, a colpi di dinamite, di troppi campanili e municipi danneggiati, ma salvabili. Ora Vasco Errani ha l’occasione di mostrare che si è fatto tesoro di quegli errori, coinvolgendo sistematicamente la comunità scientifica nelle decisioni da prendere.

   Per ricostruire i borghi appenninici com’erano e dov’erano occorrerà, infatti, abbandonare improvvisazioni mediatiche come quella dei cosiddetti ‘caschi blu della cultura’, e invece tornare ad avvalersi delle solide competenze del personale delle soprintendenze, troppo spesso umiliato e privato di ogni mezzo.

   Grazie al lavoro esemplare di una funzionaria dei Beni Culturali (Alia Englen, coadiuvata tra gli altri dalla storica dell’arte, e direttrice del museo civico di Amatrice, Floriana Svizzeretto, uccisa dal crollo della sua abitazione) abbiamo una catalogazione capillare del patrimonio artistico di Amatrice, corredata da una capillare documentazione fotografica: ed è da questa conoscenza che bisogna ripartire per impedire saccheggi, salvare ogni pietra che si possa consolidare, ricostruire il resto e trattenere in loco il patrimonio mobile. È una sfida vitale, perché riavere i nostri borghi com’erano e dov’erano non serve a difendere il passato: ma a permettere che esista un futuro. (Tomaso Montanari)

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LO SPRECO DELLE MAPPE: CARTINE INCOMPLETE E FONDI PERDUTI COSÌ LO STATO HA GETTATO CENTO MILIONI

di Antonio Fraschilla, da “la Repubblica” del 31/8/2016

– È la cifra spesa negli ultimi sei anni per monitorare il rischio sismico. Ma spesso il lavoro è risultato inutile –

   Un groviglio infinito di competenze, di enti, di esperti che si occupano tutti della stessa cosa: mappare e monitorare l’Italia sul rischio sismico e idrogeologico.

   Tra Protezione civile, Regioni, Comuni ed enti di ricerca lo Stato ha speso negli ultimi sei anni almeno 100 milioni di euro per cartine e monitoraggi vari che spesso non “parlano” tra di loro. Un fiume di denaro che ha fatto la fortuna di studi d’ingegneria e geologia, mentre molti Comuni nei loro piani di prevenzione non hanno preso per nulla in considerazione queste mappe, a partire proprio da ACCUMOLI.

   E lo spreco continua: anche l’ultima pioggia di fondi pari a 30 milioni di euro arrivata per la nuova frontiera in tema di monitoraggio e prevenzione, la cosiddetta “MICROZONAZIONE” dei terreni, a oggi non è servita a garantire un quadro chiaro e omogeneo: alcune Regioni tra le più esposte ai terremoti, come la Sicilia, non hanno messo i pochi spiccioli necessari per cofinanziare l’intervento e i fondi rimangono nei cassetti. Altre Regioni le somme le hanno invece spese tutte, ma si scopre che queste nuove carte hanno criteri differenti da quelle vecchie ed è difficile metterle in comunicazione. Risultato? A La Spezia la “microzonazione” è pronta da due anni ma ancora in attesa di approvazione da parte della Protezione civile nazionale e quindi non utilizzata nel piano regolatore.

   Tanta burocrazia, tanti soldi in ballo, pochissimi risultati. Nonostante i diversi enti che lavorano sul fronte antisismico, dalla PROTEZIONE CIVILE all’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), fino al 2003 soltanto 2.965 Comuni su 8.102 rientravano in un’area mappata sul rischio sismico.

   Dopo i fatti dell’Aquila lo Stato ha provato a muoversi un po’ e per prima cosa ha indicato i «centri di competenza deputati a svolgere attività, servizi, studi e ricerche »: dall’ISTITUTO DI GEOLOGIA AMBIENTALE E GEOINGEGNERIA all’ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA (che da solo riceve 9 milioni all’anno per monitoraggio sismico), più un’altra dozzina di enti.

   Ognuno si è messo per conto proprio a “mappare” il Paese. Ma per alimentare la confusione, a questi enti se ne sono aggiunti altri. ANCHE LE REGIONI con fondi propri o europei hanno avviato mappature per il rischio idrogeologico e sismico e lo Stato nel 2010 ha dato loro 30 milioni di euro per la “MICROZONAZIONE”, che consente di stabilire la qualità del terreno e come questo reagisce a una scossa.

   Almeno questa nuova pioggia di finanziamenti sarà servita a qualcosa? A quanto pare, no. In Liguria hanno speso tutti i fondi arrivati dallo Stato, ma qualcosa non va: «Purtroppo vi sono delle assurdità burocratiche — dice Carlo Malgarotto, segretario dell’ordine dei geologi ligure — Nel mio Comune, La Spezia, la mappatura è stata completata nel 2014. Ma ancora non è stata inserita nel piano regolatore per renderla operativa. La colpa però non è del Comune. Prima per oltre un anno abbiamo atteso il via libera della Regione, che ci aveva detto di modificare alcuni parametri perché i dati andavano adattati alle mappe geografiche in loro possesso. Adesso attendiamo ancora il via libera definitivo della Protezione civile nazionale, che a sua volta ci ha detto di verificare dei paletti informatici per consentire il dialogo con la loro mappa».

   In Sicilia, una delle aree a più elevato rischio sismico del Paese, i fondi arrivati dallo Stato, ben 10 milioni, rimangono invece nei cassetti: in un bilancio da 24 miliardi di euro dal 2010 non si è riusciti ancora a trovare poche centinaia di migliaia di euro per cofinanziare il progetto. In compenso la Regione ha speso 8,2 milioni di euro di fondi Ue per varare una grande mappa sul rischio idrogeologico e sismico: peccato però che non sia stata messa in collegamento con le centraline di rilevamento e di fatto è soltanto UNA CARTA MUTA.

   MAPPE SU MAPPE che i Comuni comunque nemmeno prendono in considerazione quando scrivono i piani di emergenza: se il piano di Accumoli sembra copiato da Amatrice anche nel nome delle vie, a Borghetto Vara in Liguria il piano era fatto talmente bene che il centro operativo in caso di emergenza era stato previsto in una palazzina ritenuta sicura: la prima ad essere stata travolta dall’alluvione del 2011. Antonio Fraschilla)

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IL TERREMOTO IN CENTRO ITALIA: LE CAUSE

da http://www.focus.it/

   Il terremoto del 24 agosto 2016 si è verificato ai piedi dei Monti della Laga che si sviluppano per oltre 24 km tra gli altopiani di Amatrice (RI) e di Campotosto (AQ).

   A differenza degli altri gruppi di montagne che si trovano nell’Appennino Centrale, i quali sono costituiti da rocce carbonatiche, ossia da calcari e dolomie, qui ci troviamo di fronte a rocce che i geologi chiamano di origine “torbiditica”, la cui età è di circa 6-7 milioni di anni. Una successione torbiditica è composta generalmente da arenarie, ossia materiale tipo sabbie e materiale più fine, come argille.

   Queste rocce sono il risultato di materiale che scivolava lungo dei conoidi sottomarini in seguito al sollevamento e al corrugamento del Gran Sasso. Si trattava cioè di vere e proprie frane sottomarine. Il materiale andava a riempire un bacino di mare molto profondo che si sprofondava sempre più. Oggi gli strati di quei materiali sono inclinati verso est.

LA FAGLIA

Successivamente alla loro formazione, in tempi più recenti, forse tra 2 e 3 milioni di anni fa, in seguito ai movimenti cui sono stati sottoposti gli Appennini nel loro insieme e in particolare in seguito all’innalzamento del gruppo del Gran Sasso più a sud, si è venuta a formare una lunga frattura, ossia una faglia, che si sviluppa per alcune decine di chilometri e che nel tempo si è mossa per circa 2000 metri.

   Per molto tempo questa faglia è stata “silente”, ma i geologi, studiando la storia della faglia, avevano denunciato la possibile riattivazione.

   In particolare essa era stata studiata in prossimità di CAMPOTOSTO (non molto lontano dall’epicentro del sisma) e le analisi avevano permesso di accertare che, pur non avendo mai dato origine a terremoti molto forti in tempi storici, si era attivata negli ultimi 8.000 anni.

   Va sottolineato che nessuno aveva predetto il sisma del 24 agosto, sia chiaro, ma solo che la faglia poteva riattivarsi in tempi storici e dunque creare un terremoto.  Nel corso del tempo il movimento della faglia ha provocato un ribassamento dell’area ad ovest,  dove si trova, tra l’altro, AMATRICE.

   Nell’area ci sono poi altre faglie più piccole che potrebbero muoversi per assestamento. Lungo tali fratture si sono formati numerosi torrenti, chiamati fossi, che presentano numerose cascatelle che si formano in prossimità di rocce di tipo diverso. Su questa storia più antica si sono poi impostati i ghiacciai, testimoniati da depositi morenici e numerosi circhi glaciali, ossia il luogo dove prendevano forma i ghiacciai stessi.

EPICENTRO ED IPOCENTRO

(da www.meteoweb.eu/ )

   Quando viene registrata una scossa sismica, uno dei dati che vengono forniti insieme alla magnitudo ed all’orario, è la posizione dell’epicentro e dell’ipocentro. Spesso però viene fatta confusione fra questi due nomi.

   Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente.

   Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Del resto il prefisso ipo-, derivato dal greco, ha come significato proprio “sotto” (basti pensare ad esempio alla parola “ipogeo”). Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff).

   Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste.

   L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. Anche in questo caso un aiuto ce lo dà il greco antico, perché il prefisso epi- vuol dire “sopra” (basti pensare anche a“epidermico”).

   TRACCIANDO QUINDI UNA VERTICALE DALL’IPOCENTRO ALLA SUPERFICIE TERRESTRE, SI ARRIVA A DEFINIRE UN PUNTO GEOGRAFICO CHE NOI DEFINIAMO EPICENTRO.

   In termini geometrici esso è la proiezione dell’ipocentro sulla superficie terrestre. In generale la zona dell’epicentro è quella dove la scossa sismica viene avvertita maggiormente, ma NON SEMPRE È COSÌ.

   Ad influire sul risentimento sismico è infatti anche la NATURA DEI TERRENI attraverso i quali le onde sismiche si propagano. Alcuni tipi di terreno, in particolare I DEPOSITI ALLUVIONALI, AMPLIFICANO LE ONDE, MENTRE I DEPOSITI ROCCIOSI NO.

   IL COMPORTAMENTO DIVERSO DELLE ONDE SISMICHE È INFLUENZATO ANCHE DA FATTORI GEOGRAFICI: ad esempio le onde sismiche tendono ad essere amplificate da alture geografiche, zone vallive, conche, mentre si disperdono con più facilità nelle pianure.

   Un esempio che viene sempre citato a riguardo è quello del terremoto di Città del Messico del settembre 1985, quando un sisma molto forte che si era verificato sulla costa Pacifica produsse molti più danni a Città del Messico, situata a 300 km dall’epicentro, che nella zona dell’epicentro stesso. Questo perché la capitale messicana è costruita al di sopra di depositi lacustri molto soffici e all’interno di una conca naturale, tutti fattori che amplificarono a dismisura le onde sismiche producendo danni enormi e moltissime vittime. (Lorenzo Pasqualini)

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NEL ’900 UN SISMA OGNI 3 ANNI. LA SCHIENA FRAGILE DEL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016

– Dal 1315 gli Appennini sono stati scossi da 148 terremoti superiori a 5.5 della scala Richter- E dalla prima casa antisismica di Pirro Ligorio (1570) si discute di regole (troppo spesso disattese) –

   «La città è stata cancellata di un soffio dalla superficie terrestre. Non esistono rovine; non esiste che un immenso strato di polvere, da cui sbucano strani, esilissimi, quasi trasparenti spettri di mura. Cancellate le case, cancellate le chiese, cancellate le piazze, cancellate le vie. Avezzano non è che un cimitero su cui mani pietose già incominciano a piantare croci».

   Era il 16 gennaio del 1915. E Umberto Fracchia, sceso nella notte dal treno che lo aveva portato nella cittadina della Marsica epicentro di un terremoto devastante e così vicina all’Aquila e ad Amatrice, aveva la mano che tremava mentre scriveva il suo reportage per «L’Idea Nazionale»: «Non un palmo di terra fu risparmiato: nessuno riuscì a trovar salvezza nella fuga. Quelli che erano in casa ebbero tetti e mura addosso; quelli che erano per le vie furono schiacciati tra il doppio crollo degli edifici che avevano ai due lati. La città era costruita di fango; è ritornata fango».

   È passato un secolo, da allora. E gli Appennini non hanno mai smesso di dare spaventosi scossoni. La storica Emanuela Guidoboni, che con Gianluca Valensise e altri studiosi ha raccolto in vari libri come «L’Italia dei disastri, dati e riflessioni sull’impatto degli eventi naturali 1861-2013» la memoria storica delle nostre calamità naturali (aggravate da superficialità, incuria, sciatteria amministrativa e legislativa) ha fatto i conti. Da far accapponare la pelle.

   La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare (come spiega la mappa elaborata dal ricercatore Umberto Fracassi) 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale».

   Per capirci: di uno scossone non basta sapere la magnitudo. Occorre anche conoscere la quantità di danni che ha prodotto. Un calcolo complicatissimo che si può riassumere così: con l’ottavo grado di intensità epicentrale crolla o diventa inabitabile il 25% degli edifici, con il nono la metà, con il decimo l’intero patrimonio immobiliare. L’undicesimo è l’apocalisse. Come a Messina nel 1908.

   In pratica, da quando la scienza ha potuto studiare più approfonditamente le attività sismiche e più ancora da quando sono state conservate precise memorie storiche dei disastri, la catena che, come scrisse Arrigo Benedetti, «si stacca dal colle di Cadibona, arriva in Calabria, si immerge e riaffiora in Sicilia», ha dato 19 pesantissimi strattoni nel 1600, 33 nel 1700, 29 nel 1800, 30 nel 1900 e già sei, con il cataclisma del 24 agosto scorso, in questo primo scorcio del secolo.

   In pratica, gli Appennini cantati da Dante Alighieri come monti di grande fascino ma impervi («Noi divenimmo intanto a piè del monte;/ quivi trovammo la roccia sì erta,/ che indarno vi sarien le gambe pronte») sono stati squassati da improvvisi e terrificanti sussulti, mediamente, una volta ogni tre anni.

   La catena che scende dal Nord fino all’estremo Sud offre panorami di grandissima bellezza. E prima di Francesco Guccini, che lì «tra i castagni» ha vissuto gli anni più intensi della vita coltivando un amore sconfinato («La mia è una montagna in cui la cima più alta arriva sui 2.100 metri, dove non c’è roccia, dove i boschi di castagno e faggio coprono tutto fino a duemila metri») hanno affascinato molti viaggiatori. Come Wolfgang Goethe.

   «Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato», scrisse nel suo «Viaggio in Italia». Spiegando che «se la struttura di questi monti non fosse troppo scoscesa, troppo elevata sul livello del mare e così stranamente intricata; se avesse potuto permettere al flusso e riflusso di esercitare in epoche remote la loro azione più a lungo, di formare delle pianure più vaste e quindi inondarle, questa sarebbe stata una delle contrade più amene nel più splendido clima, un po’ più elevata che il resto del Paese. Ma così è un bizzarro groviglio di pareti montuose a ridosso l’una dell’altra; spesso non si può nemmeno distinguere in quale direzione scorra l’acqua. Se le valli fossero meglio colmate e le pianure più regolari e più irrigue, si potrebbe paragonare questa regione alla Boemia; con la differenza che qui le montagne hanno un carattere sotto ogni aspetto diverso. (…) I castagni prosperano egregiamente; il frumento è bellissimo e le messi ormai verdeggianti. Lungo le vie sorgono querce sempre verdi dalle foglie minute; e intorno alle chiese e alle cappelle agili cipressi».

   Montagne stupende, montagne inquiete. Maledette troppe volte, giù per i secoli, dai nonni dei nostri nonni. Costretti a ricostruire ciò che era stato raso al suolo. Eppure già dal 1570, quando Pirro Ligorio presentò la prima casa «antisismica» dopo il terremoto di Ferrara, i governanti più accorti avrebbero dovuto sapere che il rischio andava affrontato con regole precise. Tant’è che nel 1783 la Commissione Accademica napoletana denunciava che la popolazione calabrese, pur «avvezza alle scosse di tremuoti», non capiva che occorreva «pensare ad un modo onde formare le case in guisa che le parti avessero la massima coesione e il minimo peso» mentre «qui si vedeva precisamente il contrario…».

   Passarono, le borboniche «Normative Pignatelli» che puntavano a mettere ordine nel caos. Ma solo per qualche anno. E quando Pio IX chiese nel 1859 ai suoi ingegneri di predisporre un nuovo piano edilizio per Norcia, prostrata da un sisma, ci fu un braccio di ferro fra le autorità e il Comune. Recalcitrante a rispettare le regole perché vincolavano troppo i proprietari.

   Si è detto e ridetto anche in questi giorni: occorre una svolta, bisogna adeguare le leggi a una realtà difficile, è necessario intervenire con la prevenzione prima che le catastrofi avvengano… Giusto. Sono passati però 107 anni da quell’aprile 1909 in cui Vittorio Emanuele III firmò il primo decreto con alcune prescrizioni per le aree a rischio sismico o idrogeologico. Vietava di «costruire edifici su terreni paludosi, franosi, o atti a scoscendere, e sul confine fra terreni di natura od andamento diverso, o sopra un suolo a forte pendio, salvo quando si tratti di roccia compatta». Concedeva qualche deroga ma mai a edifici «destinati ad uso di alberghi, scuole, ospedali, caserme, carceri e simili». Ordinava che i lavori dovessero «eseguirsi secondo le migliori regole d’arte, con buoni materiali e con accurata mano d’opera» e proibiva «la muratura a sacco e quella con ciottoli»… Puro buon senso.

   Eppure un secolo dopo, davanti alle macerie di Pescara del Tronto, Accumoli, Amatrice e le sue contrade, siamo ancora a chiederci: possibile? Possibile che per decenni si siano continuate a costruire case destinate a crollare rovinosamente, magari sotto pesantissimi tetti in cemento armato, al primo dei numerosi terremoti?

   Il guaio è, spiega Emanuela Guidoboni, che già allora «non furono previste sanzioni. Dal 1909 ebbe sì inizio la classificazione sismica del territorio italiano, ma questa classificazione si faceva solo “dopo”. A disastro avvenuto». Peggio: per decenni «si è proceduto a macchia di leopardo, con vicende alterne e clamorose retromarce. Vari comuni classificati a rischio (come Rimini dopo il terremoto del 1916) chiesero infatti negli anni 40 e nel dopoguerra di essere de-classificati. E sapete con che scusa? Far crescere il turismo!».

   A farla corta: sì, forse sono necessarie nuove regole per contenere i danni di questi Appennini stupendi ma collerici. Più importante ancora, però, è farle poi rispettare. (Gian Antonio Stella)

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«SI MUORE DI CORRUZIONE E IMPERIZIA NEI LAVORI»

di Rachele Gonnelli, da “Il Manifesto” del 26/8/2016

– L’intervista. Il responsabile del Centro pericolosità sismica dell’Ingv CARLO MELETTI: con una scossa simile in Cile o in California non ci sarebbe stata questa devastazione –

   «Una devastazione come in Irpinia nel 1980». Non è solo un’impressione quella di Carlo Meletti, responsabile pericolosità sismica dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: è una prima valutazione fatta sulla base delle ispezioni che i suoi colleghi dell’Ingv stanno facendo in queste ore, perlustrando a tappeto la zona colpita dal sisma, e con i quali è in costante contatto.

Perché l’Irpinia e non L’Aquila? Perché è crollato quasi tutto ad Amatrice?

Sì, dai primi dati sembra che i crolli siano essenzialmente dovuti alla tipologia povera del costruito. Muri fatti con pietrame.

Amatrice ha pagato il prezzo della sua passata povertà? Un edificio rosso nuovo è rimasto in piedi…

In realtà anche quello sembra seriamente danneggiato, da buttare giù. Nel filmato fatto dal drone dei Vigili del fuoco si vede chiaramente che è spezzato in due. Ed essendo di recente costruzione vuol dire una sola cosa: che il cemento armato non è stato legato bene con le travi dei pilastri. All’Aquila a volte il cemento non era neppure armato, mancava del tutto il ferro dentro.

Per essere antisismico un palazzo deve prima di tutto essere costruito come si dice, a regola d’arte? Questo spiega perché la torre medievale di Amatrice è rimasta in piedi ed edifici molto più moderni come l’ospedale o la scuola si sono sbriciolati?

Amatrice era proprio sopra al terremoto, che è stato superficiale. In questi casi il grosso della scossa più verticale, immagino che se fosse stata più orizzontale la torre dell’orologio oscillando avrebbe avuto una maggiore probabilità di crollare. Anche in Emilia nel 2012 alcuni campanili stretti e lunghi hanno resistito perché l’accelerazione era verticale. La scuola era degli anni ’30 ma risistemata nel 2012 con tecniche modernissime, addirittura fibre di carbonio: ci sarà modo di capire cosa sia successo e se i lavori siano stati fatti bene. In generale possiamo dire che la prima norma antisismica è avere un muratore che sa fare bene il suo mestiere, che usa il filo a piombo come facevano i romani o gli egizi. Poi naturalmente ci sono molte altre regole da seguire ma nel terremoto del Sannio del 1688, un paese amministrato dai Borboni fu distrutto totalmente da un terremoto di grado 6,5, lo Stato pontificio mandò i suoi architetti che dopo attente analisi compilarono un decalogo per la ricostruzione e trasformarono Cerreto Sannita nel gioiello che si può tuttora ammirare. La regola basilare era l’utilizzo di pietra squadrata con angolo a novanta gradi e di travi in pietra sugli stipiti. Molto semplice ed è ancora lì.

E a L’Aquila cosa è successo?

L’Aquila non doveva crollare, dietro la parte crollata ci sono le magagne evidenziate nelle perizie del tribunale. Non doveva crollare con una magnitudo di 6, molto vicina a quella di Amatrice. CON UN SISMA COSÌ SI PUÒ MORIRE SOLO IN ITALIA, IN GRECIA E FORSE IN TURCHIA, NON ALTROVE. In California e in Cile quasi non se ne sarebbero accorti. Il Cile ha molto da insegnare. Lì nel 1960 c’è stata la scossa più forte mai registrata dagli strumenti, 9,5. Poi è stato tutto ricostruito con una normativa seria. Nel 2010 hanno subito un terremoto di magnitudo 8,8 e ha fatto pochissime vittime. Dagli Stati Uniti un’équipe di ricercatori ha stabilito un nesso tra numero delle vittime a parità di magnitudo e tasso di corruzione calcolato sulla base degli indici internazionali che oggi esistono. Il Cile, com’è noto, è considerato un paese non corrotto, al contrario dell’Italia. E questo è il primo fattore di sicurezza, il secondo è una responsabilità civile molto forte che lega per sempre il costruttore o restauratore, e il suo committente, con il manufatto, anche dopo successive vendite.

In Umbria per la ricostruzione dopo il terremoto la Regione ha dato molti incentivi ai privati, forse non è un caso che oggi Norcia abbia resistito?

Nel ’79 in una zona poco a ovest, colpita da un sisma di magnitudo 6, non ci fu una devastazione paragonabile. Era l’epoca di Zamberletti e del dopo- Friuli, l’inizio delle vicende sismiche moderne nel nostro paese.

Finanziare dappertutto le ristrutturazioni antisismiche delle case private, si dice costerebbe troppo.

La Lunigiana dimostra il contrario. Nel ’95 un terremoto del 5,3 ha fortemente danneggiato la zona. La Regione Toscana ha dato 20 milioni di lire a famiglia per interventi antisismici su edifici in muratura. L’intervento migliore in termini di costo-beneficio sono le catene di ferro da una facciata all’altra e questo è stato fatto. Gli investimenti sono triplicati perché le famiglie che ne hanno approfittato per fare altri lavori a proprie spese e le ditte edili hanno acquisito «un know how». Nel 2013 in Lunigiana c’è stato un nuovo sisma del 5,3 e in sostanza non ci sono stati danni. La prevenzione si può fare e dà risultati.

Ma si può fare in tutte le zone rosse e viola della mappa dell’Ingv?

La mappa colorata è diventata un’icona pop dei nostri tempi. L’abbiamo fatta, ma a che serve se non ci agganci un’azione di prevenzione?

Invece cosa si dovrebbe fare?

Ancora oggi per capire lo stato degli edifici mi devo basare sui dati poveri del censimento Istat che aveva alcune domande sulla tipologia abitativa. Sono gli unici dati disponibili e se ne ricava che l’80% delle case italiane è precedente al 1981, cioè sono state costruite prima della ancor blanda prima normativa antisismica. Quanto a scuole e ospedali c’è solo una mappatura finanziata dalla Protezione civile nel Centro Sud grazie ai lavori socialmente utili a metà anni ’90. Che la prefettura dell’Aquila dovesse crollare era già scritto in quel librone.

E non è stato fatto nulla? Le scuole…

Qualcosa è stato fatto dopo S. Giuliano di Puglia ma ancora troppo a spot. In Italia c’è la sindrome Nintoo («not in my terms of office»), non si fa niente se non è spendibile elettoralmente subito. Erdogan, che evidentemente non ha questo problema, ha varato nel 2012 un piano ventennale per abbattere e ricostruire 7 milioni di case: proprietari e costruttori ci guadagnano con un aumento delle volumetrie. Noi potremmo fare di meglio, credo.

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INVESTIRE IN PREVENZIONE, STRADA OBBLIGATA PER RIPARTIRE

di Alberto Quadrio Curzio, da “il Sole 24ore” del 26/8/2016

   La tragedia del terremoto nell’area tra Rieti, Ascoli Piceno e Perugia suscita anzitutto partecipazione al dolore delle popolazioni colpite. È un sentimento autentico perché gli italiani in questi momenti drammatici si uniscono e lo dimostrano con la solidarietà concreta dei soggetti istituzionali preposti alle emergenze, quella dei volontari, quella degli operatori dell’economia (imprese, banche e sindacati), quella delle associazioni comunitarie religiose e non. Sono solidarietà nobili che contribuiscono a superare l’emergenza e che ci richiamano alle priorità e alle responsabilità.

   E qui si riapre, ancora una volta, il grande libro di quanto fatto e non fatto con molti capitoli di analisi e di azione. Tra questi vi sono quelli sulle eventuali responsabilità e colpe, che non dovrebbero essere intonate al sensazionalismo, quelli di indennizzare al meglio chi ha subito danni, quelli di puntare su sistemi per prevenire o mitigare gli eventi catastrofali e le loro conseguenze. Di questi ci interesseremo con due tonalità, una storica e l’altra prospettica, parlando spesso di cifre per spiegare (pur prescindendo dal valore della vita umana) come la prevenzione costerebbe mediamente meno degli interventi ex post.

   In Italia ci sono serie analisi anche se non sempre i dati collimano. Tra queste vanno menzionate quelle condotte dal Cnr insieme a Ingv e a un consorzio universitario con il supporto di Fondazione Generali, quelle di Ance, di Cresme, di Cni alle quali ci riferiremo nel seguito senza un riferimento puntuale.

   Si stima che quasi sei milioni di cittadini siano esposti a rischi idrogeologici e 22 milioni a rischi sismici e che nei circa 70 anni del dopoguerra fino al 2012 il danno prodotto da terremoti, frane e alluvioni abbia superato in Italia i 240 miliardi di euro attualizzati, ovvero una media di 3,5 miliardi all’anno. Si stima altresì che ogni 5 anni si verifichi in Italia un sisma disastroso. Dal 1968 al 2012 il totale di costi per le finanze pubbliche (comprese alcune previsioni di spesa) ammonta a 121 miliardi attualizzati per gli interventi di ripristino conseguenti i 7 terremoti più gravi, tra i quali ci interventi che potrebbero durare 50 anni. Emerge così anche la distinzione tra ricostruzioni efficienti e situazioni incancrenite. Né va dimenticato che tra i costi collettivi permanenti degli eventi catastrofali vi è un’accisa sui carburanti introdotta nel 1963 e che nel triennio 2010-2012 ha dato un gettito di 17,5 miliardi utilizzati (ma non bastanti) per la gestione e ricostruzione ex post di 5 terremoti e 3 eventi idrogeologici.

LA PREVENZIONE

Di fronte a queste impressionanti cifre si pone un serio problema per le finanze pubbliche che in Italia sono sempre sotto vigilanza stretta. Se si effettua un calcolo di costi e benefici (prescindendo dal danno di perdita di vite umane) dati Usa indicano che 1 euro investito in prevenzione fa risparmiare 4 euro di costi per ricostruzione, con differenziazioni che dipendono dalla tipologia dell’intervento preventivo. Altre stime arrivano anche a un rapporto molto maggiore per l’Italia, su cui tuttavia aspettiamo conferme dalla citata ricerca del Cnr.

   In Italia si fanno interventi di prevenzione che data la rischiosità sismica e idrogeologica del nostro Paese appaiono largamente insufficienti e, per lo stesso motivo, sono assolutamente necessari a cominciare dalla costruzioni con criteri antisismici e dalla diffusione della consapevolezza del rischio tra le popolazioni. Anche perché ci sono catastrofi che causano danni e morti anche come conseguenza delle edificazioni più o meno abusive in zone a rischio. Certamente questo non è il caso di centri urbani con millenni di storia e con riferimento ai quali gli interventi dovrebbero, a parità di rischio, essere prioritari anche per preservare un patrimonio artistico e architettonico unico al mondo .

   Come ha ben argomentatoi Giorgio Santilli su queste colonne, la prevenzione deve essere fatta su almeno due filiere: quella degli investimenti pubblici, anche con fondi europei; quella con incentivi ai privati. Sotto il primo profilo si argomenta che i fondi disponibili per interventi di messa in sicurezza del territorio vengono investiti con grandi ritardi e per importi inferiori agli stanziamenti a causa delle nostre barriere burocratico-normative.

    Sotto il secondo profilo concordiamo con Realacci che l’allargamento dell’ecobonus del 65% alle opere immobiliari antisismiche a livello di condominio (e noi aggiungeremmo di quartiere o di comune) sarebbe molto importante. Dovrebbe inoltre essere ripreso il percorso verso un sistema assicurativo con garanzia dello Stato contro le catastrofi che non esiste in Italia, a differenza di altri Paesi, e che ha perso slancio negli ultimi tempi dopo le proposte seguite al terremoto emiliano del 2012 e alle diffuse alluvioni del 2014.

I VINCOLI

Arriviamo così ai vincoli europei e italiani di finanza pubblica convinti che le spese di investimento dovrebbero trovare nella normativa e nella prassi europea un New deal. Per gli eventi catastrofali, le regole della Ue stabiliscono che il Paese colpito possa avere temporaneamente più flessibilità di bilancio per fronteggiare l’emergenza, mentre non sono concesse ex ante delle flessibilità per investimenti di prevenzione. L’assurdità di questo criterio è resa evidente dal fatto che la prevenzione può salvare vite umane. Né si può valutare come contributo dell’Europa alle emergenze l’utilizzo del modesto Fondo di solidarietà costituito dal 2002. Comunque si giri il problema si ritorna sempre al punto di partenza. Senza una massiccia politica di investimenti infrastrutturali ecocompatibili l’Europa non proseguirà nella sua costruzione. Il Governo italiano farà la sua parte ma non avrà un compito facile in Europa perché alle deroghe fiscali per questo terremoto seguiranno ben presto i richiami al rigore. La battaglia deve perciò essere continuata su un piano alto: quello della crescita o del declino dell’Europa.

UNA CONCLUSIONE

Rimanendo alla prevenzione degli eventi catastrofali la linea politico-istituzionale italiana dovrebbe anche travalicare gli schieramenti politico-partitici e quindi governativo-parlamentari che si succedono nel tempo, fissando come una costante non solo la tutela delle vite umane ma anche quella della nostra identità storico-culturale espressa da centri urbani ed opere d’arte con millenni di storia. (Alberto Quadrio Curzio)

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TOKYO SICURA CON ESERCITAZIONI E CASE COSTRUITE SULLE MOLLE

di Roberto Giovannini, da “La Stampa” del 26/8/2016

   Il Giappone, uno dei Paesi più esposti al rischio sismico, è davvero un esempio da seguire. Grazie a un mix di misure di prevenzione e di contenimento dei danni, riesce a limitare in modo notevole perdite umane e distruzioni. Anche in occasione di terremoti gravissimi, come quelli di Kobe del 1995 o quello del Tohoku del 2011.

   Imitarle non è facilissimo però. In Italia si cerca di preservare gli edifici storici e le città antiche; in Giappone – dove da sempre gli edifici residenziali sono basati su materiali leggeri come il legno, che periodicamente per terremoti e guerre vengono distrutti – si preferisce buttar giù e ricostruire. Utilizzando, ovviamente, tutte le più moderne e aggiornate tecnologie antisismiche. Secondo, i governi laggiù spendono per ricostruzione, prevenzione e retrofitting antisismico risorse ingentissime, da noi impensabili. Infine, la popolazione giapponese è preparata agli eventi sismici, e disposta a rispettare le regole mirate a ridurre i rischi e i danni. Ridurre, non eliminare: il 14 e il 16 aprile scorsi due sismi hanno colpito Kumamoto, nel Sud del Giappone, con 80 morti e danni diretti e indiretti stimati in molti miliardi di euro.

   La prima misura è quella che riguarda le procedure di costruzione degli edifici. I codici delle costruzioni sono periodicamente rivisti e aggiornati per tenere conto delle più innovative tecniche antisismiche. Tra queste, sistemi di molle o di cuscinetti che permettono alle strutture di assecondare i movimenti del terreno, e strutture molto elastiche che consentono ai grattacieli grandi ondeggiamenti senza arrivare a rotture strutturali. Ancora, appositi sistemi impediscono che rotture dei cavi elettrici o delle tubazioni del gas generino incendi o altri disastri: treni e metropolitane si arrestano subito.

   Poi, come detto c’è una popolazione assolutamente preparata al rischio sismico. Sin da piccoli gli scolaretti giapponesi sanno che appena la terra comincia a tremare forte bisogna coprirsi la testa con un tatami e mettersi sotto un tavolo. In tutti gli uffici, pubblici o privati, si svolgono periodiche esercitazioni. In casa tutti tengono un kit di sicurezza con documenti, acqua, medicine e cibo per un paio di giorni.

   Terzo, in Giappone esiste un sofisticato sistema di pre-allarme in grado di avvertire la popolazione dell’arrivo di un sisma importante, o di uno tsunami, basato su una rete di sensori situati in tutto il Paese. Non appena si avverte l’imminenza di un sisma, immediatamente l’allarme viene lanciato sovrapponendosi ai programmi televisivi in diretta, indicando forza e localizzazione presunta del sisma o dell’onda in arrivo. Sono quasi sempre soltanto pochi secondi di anticipo: forse quelli che fanno la differenza tra la vita e la morte. Da poco ha avuto un gran successo una app per gli onnipresenti smartphone, Yurekuru, che in caso di sisma individuato dalle autorità squilla fortissimo. Il primo agosto, però, per un errore tecnico dell’Agenzia pubblica, un (falso) allarme terremoto ha gettato nel panico milioni di giapponesi. (Roberto Giovannini)

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LE MISURE ANTISISMICHE CHE L’ITALIA PROGETTA MA ESPORTA E NON USA

di Claudio Bressani, da “La Stampa” del 26/8/2016

– L’esperto dello Iuss di Pavia: “Il costo? Solo il 10% di quello che pagheremmo per la ricostruzione” –

   Si chiama «SEISMIC RETROFIT», ovvero ADEGUAMENTO SISMICO: un complesso di tecniche per intervenire sui vecchi edifici esistenti e renderli più sicuri contro i terremoti. Un campo in cui gli ingegneri italiani sono all’avanguardia a livello mondiale.

   Eppure poi solo in rarissimi casi queste misure sono applicate nel nostro Paese. «È certamente un problema di risorse – dice il professor Paolo Bazzurro, docente di tecnica delle costruzioni allo Iuss di Pavia, uno dei massimi esperti italiani – ma anche di volontà politica, ovvero di scelte su come spendere i soldi. Purtroppo scontiamo decenni di scarse azioni. Spesso anche le comunità locali fanno resistenza, temono effetti negativi sul turismo».

   Per l’adeguamento degli edifici privati non ci sono obblighi di legge, solo gli incentivi fiscali del 65% per i Comuni inseriti nelle zone 1 e 2. Per gli edifici definiti strategici gli obblighi invece ci sarebbero, «eppure – osserva il professor Bazzurro mentre nel pomeriggio torna dalla riunione della commissione Grandi rischi a Roma – in tutto l’epicentro non è rimasto più un edificio pubblico agibile. L’ospedale è andato giù, le scuole pure, la caserma dei carabinieri è lesionata. Ci sono programmi per intervenire, ma poi per attuarli di solito si aspetta la catastrofe. Dove è stato fatto, come a Norcia dopo il sisma del 1997, ha dimostrato la sua efficacia. La forza del terremoto che l’altra notte ha colpito la cittadina umbra è stata solo di poco inferiore a quella di Arquata del Tronto. Quest’ultima è distrutta, mentre a Norcia non c’è stato un solo morto e credo neanche un ferito».

Cosa possiamo fare dunque per proteggere i vecchi edifici di cui l’Italia è piena?

«Se partiamo con l’idea di trasformare quelli in muratura raggiungendo livelli di sicurezza comparabili con gli edifici moderni costruiti con criteri antisismici, bisogna rassegnarci: non ci si arriverà mai. Ma sarebbe già un grande risultato renderli sicuri, fare cioè in modo che non collassino e che la gente non resti sotto».

E quanto costa?

«Si può fare con una spesa abbordabile, nell’ordine del 10 per cento di quello che costerebbe la ricostruzione».    «Gli antichi edifici in muratura – osserva ancora il professore pavese – stavano in piedi con catene, tiranti, morsature agli angoli, tetti in legno. Poi le catene sono state tolte, magari per ragioni estetiche, le finestre sono state ingrandite, sono state aggiunte porte, il tetto è stato rifatto in cemento armato che pesa di più. Risultato: l’edificio è diventato più vulnerabile».

   Per migliorare la sicurezza può bastare poco, dalle semplici piastre per aggiungere vincoli, ad esempio tra pilastro e trave, alla posa di tendini d’acciaio all’aggiunta di elementi di rinforzo come archi o puntelli. Per gli edifici in cemento armato si va dal rendere le colonne più resistenti con un «jacket», un cappotto di calcestruzzo o materiali compositi, all’isolamento alla base, cui si ricorre di solito per edifici più importanti come ospedali e che si può adottare anche per quelli esistenti, dopo averli «sollevati». All’Aquila è stato impiegato diffusamente anche per i moduli abitativi del progetto Case. Soprattutto per gli edifici in acciaio si usano gli smorzatori o dissipatori sismici. Altre tecniche più complesse, come il cosiddetto «slosh tank», si utilizzano per edifici più alti come i grattacieli.

   Gli strumenti a disposizione sono parecchi, per decidere quali adottare serve un’attenta analisi delle caratteristiche di ciascun edificio. Certo, il problema è che sono centinaia di migliaia: «Ci vogliono tanti soldi – conclude il professor Bazzurro – ma sono comunque meno di quelli che spendiamo per ricostruire». (Claudio Bressani)

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INGV: “TERREMOTO GEMELLO NEL 1639”

– Curcio (Protezione civile): “Questo è un terremoto di magnitudo importante, ha però colpito una popolazione più diffusa” –

da www.ansa.it/ del 24/8/2016

   Il terremoto di magnitudo 6 che ha colpito Rieti “è circa 2-3 volte inferiore, in termini di energia liberata, a quello che ha colpito L’Aquila nel 2009, che era di magnitudo compresa tra 6.2 e 6.3” ha detto all’ANSA il sismologo Alessandro Amato, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Gli esperti sono cauti nel fare confronti perché bisogna valutare bene tutti i dati ma si può dire che l’altra grande differenza con L’Aquila è che: “in quel caso il terremoto è avvenuto sotto una città di 70.000 abitanti, oggi è avvenuto in una zona un po’ meno abitata”.

   Una somiglianza invece riguarda il meccanismo alla base dei due eventi: “entrambi i terremoti – ha spiegato l’esperto – sono stati causati dall’estensione dell’Appenino da Est verso Ovest. Il meccanismo è lo stesso anche alla base del terremoto che ha colpito Umbria e Marche nel 1997”. Inoltre, ha aggiunto Amato, sia il terremoto di oggi, sia quello che ha colpito L’Aquila nel 2009 “sono entrambi molto superficiali, avvenuti a circa 7-8 chilometri di profondità”.

   “Un terremoto di magnitudo 6.0 si porta dietro una coda di repliche che saranno sicuramente numerose e tenderanno a diminuire di magnitudo però non si può escludere che ci possano essere scosse paragonabili a quella principale”. E’ quanto afferma Andrea Tertulliani, sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, commentando il sisma che ha colpito il centro Italia alle prime ore del mattino. “Ogni sequenza ha un suo comportamento particolare – aggiunge – però non possiamo escludere che finisca qui oppure che continui in altro modo. Dobbiamo solo monitorare l’andamento e i dati”.    Secondo il sismologo dell’Ingv le analogie con il sisma dell’Aquila nel 2009 riguardano la zona in cui è avvenuto che “è abbastanza vicina all’Aquila anche se in questo caso la magnitudo è più contenuta e, dal punto di vista sismo-tettonico. La fascia appenninica che va dall’Umbria, Marche meridionali e Abruzzo è sede di una sismicità frequente e spesso molto forte”.

   “Si tratta certamente di un sisma di magnitudo importante che ha colpito una zona molto estesa dell’Italia appenninica centrale, ricca di centri storici e di località minori”, afferma Paolo Messina, direttore dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag) del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

    “Non dobbiamo stabilire – ha aggiunto – un nesso diretto con le scosse avvertite in Sicilia. È purtroppo possibile che si verifichino altre scosse, speriamo di magnitudo inferiore. In questa situazione l’unica cosa da fare è seguire le indicazioni di protezione civile e sindaci”. (…….)

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Lista dei terremoti aggiornata in tempo reale dal Centro Nazionale Terremoti. Monitoraggio e sorveglianza sismica in Italia:

http://cnt.rm.ingv.it/

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da http://www.protezionecivile.gov.it/

RISCHIO SISMICO – SEI PREPARATO?

   Il territorio italiano è esposto al rischio sismico, quindi prepararsi ad affrontare il terremoto è fondamentale. La sicurezza dipende soprattutto dalla casa in cui abitate. Se è costruita in modo da resistere al terremoto, non subirà gravi danni e vi proteggerà. Ovunque siate in quel momento, è molto importante mantenere la calma e seguire alcune semplici norme di comportamento.

Cosa sapere

Cosa fare prima

Se arriva il terremoto

L’Italia è un Paese sismico

Negli ultimi mille anni, circa 3000 terremoti hanno provocato danni più o meno gravi. Quasi 300 di questi (con una magnitudo superiore a 5.5) hanno avuto effetti distruttivi e addirittura uno ogni dieci anni ha avuto effetti catastrofici, con un’energia paragonabile al terremoto dell’Aquila del 2009. Tutti i comuni italiani possono subire danni da terremoti, ma i terremoti più forti si concentrano in alcune aree ben precise: nell’Italia Nord-Orientale (Friuli Venezia Giulia e Veneto), nella Liguria Occidentale, nell’Appennino Settentrionale (dalla Garfagnana al Riminese), e soprattutto lungo tutto l’Appennino Centrale e Meridionale, in Calabria e in Sicilia Orientale. Anche tu vivi in una zona pericolosa, dove in passato già si sono verificati terremoti o se ne sono avvertiti gli effetti. E ciò potrà accadere ancora in futuro.

Cosa succede a un edificio?

Una scossa sismica provoca oscillazioni, più o meno forti, che scuotono in vario modo gli edifici. Le oscillazioni più dannose sono quelle orizzontali. Gli edifici più antichi e quelli non progettati per resistere al terremoto possono non sopportare tali oscillazioni, e dunque rappresentare un pericolo per le persone. È il crollo delle case che uccide, non il terremoto. Oggi, tutti i nuovi edifici devono essere costruiti rispettando le normative sismiche.

Anche il prossimo terremoto farà danni?

Dipende soprattutto dalla forza del terremoto (se ne verificano migliaia ogni anno, la maggior parte di modesta energia) e dalla vulnerabilità degli edifici. Nella zona in cui vivi già in passato i terremoti hanno provocato danni a cose e persone. È possibile quindi che il prossimo forte terremoto faccia danni: per questo è importante informarsi, fare prevenzione ed essere preparati a un’eventuale scossa di terremoto.

Quando avverrà il prossimo terremoto?

Nessuno può saperlo, perché potrebbe verificarsi in qualsiasi momento. Sui terremoti sappiamo molte cose, ma non è ancora possibile prevedere con certezza quando, con quale forza e precisamente dove si verificheranno. Sappiamo bene, però, quali sono le zone più pericolose e cosa possiamo aspettarci da una scossa: essere preparati è il modo migliore per prevenire e ridurre le conseguenze di un terremoto.

Gli effetti di un terremoto sono gli stessi ovunque?

A parità di distanza dall’epicentro, l’intensità dello scuotimento provocato dal terremoto dipende dalle condizioni del territorio, in particolare dal tipo di terreno e dalla forma del paesaggio. In genere, lo scuotimento è maggiore nelle zone in cui i terreni sono soffici, minore sui terreni rigidi come la roccia; anche la posizione ha effetti sull’intensità dello scuotimento, che è maggiore sulla cima dei rilievi e lungo i bordi delle scarpate.

Cosa fa lo Stato per aiutarti?

Nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, lo Stato ha avviato un piano nazionale per la prevenzione sismica, che prevede lo stanziamento alle Regioni di circa un miliardo di euro in sette anni con diverse finalità:

  • indagini di microzonazione sismica, per individuare le aree che possono amplificare lo scuotimento del terremoto; • interventi per rendere più sicuri gli edifici pubblici strategici e rilevanti; • incentivi per interventi di miglioramento sismico di edifici privati.

In quale zona vivi

L’Italia è un Paese interamente sismico, ma il suo territorio è classificato in zone a diversa pericolosità. Chi costruisce o modifica la struttura della casa è tenuto a rispettare le norme sismiche della propria zona, per proteggere la vita di chi ci abita. Per conoscere la zona sismica in cui vivi e quali sono le norme da rispettare, rivolgiti agli uffici competenti della tua Regione o del tuo Comune.

 La sicurezza della tua casa

È importante sapere quando e come è stata costruita la tua casa, su quale tipo di terreno, con quali materiali. E soprattutto se è stata successivamente modificata rispettando le norme sismiche. Se hai qualche dubbio o se vuoi saperne di più, puoi rivolgerti all’ufficio tecnico del tuo Comune oppure a un tecnico di fiducia.

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NELLE ZONE SISMICHE DIECIMILA SCUOLE RISCHIANO DI CROLLARE

di Gabriele Martini, da “La Stampa” del 27/8/2016

– La task force del governo: “Rinforzare i muri non basta” – Nei Comuni colpiti 700 studenti rimangono senza aule –

   Il terremoto che ha seminato morte e distruzione tra la Salaria e il Tronto è anche la storia di una strage sfiorata. Quella rischiata alla scuola di Amatrice, ridotta a un cumulo di macerie e diventata simbolo dell’incuria italiana. Il complesso onnicomprensivo Romolo Capranica era stato ristrutturato quattro anni fa con un intervento da 200 mila euro, poi lievitati a 511 mila in corso d’opera. Eppure è crollato lo stesso. Se la terra avesse tremato con gli studenti all’interno dell’edificio, si sarebbe ripetuto il macabro film visto a San Giuliano di Puglia nel 2002: 37 morti tra i banchi.

   Oggi ad Amatrice restano muri sbriciolati, 230 studenti senza classe (numero che sale a 700, se si considerano anche gli altri Comuni) e una domanda: come può crollare una scuola rifatta di recente secondo le vigenti normative antisismiche? A rispondere dovrà essere la procura di Rieti, che ha aperto un’indagine. I genitori italiani pongono invece un altro quesito: gli edifici dove studiano i nostri figli sono sicuri? La risposta è no. O meglio: non tutti.

   In Italia 20.500 scuole su 42 mila sorgono in zone ad elevato pericolo sismico. Dal Friuli alla Sicilia, 3.500 si trovano in zona 1 (rischio altissimo) e 17 mila in zona 2 (rischio alto). «Stimiamo che fino al 50% di questi edifici necessitino di interventi di adeguamento sismico», spiega l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della task force della Presidenza del Consiglio. Si tratta diecimila scuole che potrebbero non reggere l’urto di un terremoto.


   Secondo i dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica il 50% degli istituti italiani è stato costruito prima del 1971, anno di entrata in vigore dell’obbligo di certificazione del collaudo statico. Dagli Anni 80 al 2000 sono stati messi in sicurezza soltanto 3 mila edifici. Il governo Renzi ha accelerato: sono 845 gli interventi di adeguamento sismico realizzati dal 2014 ad oggi. Ma la strada è lunga. Secondo la stima fatta delle Protezione civile dopo il terremoto dell’Aquila, la ristrutturazione antisismica dell’intero patrimonio scolastico costerebbe tra 8 e 13 miliardi.

   Il caso di Amatrice insegna anche che non basta un certificato a scongiurare i crolli. Sul sito del ministero, l’istituto Capranica aveva le carte in regola. Ma è venuto giù. «Con terremoti così forti, il tradizionale rinforzo dei pilastri o i tendini d’acciaio per legare le strutture non sono sufficienti. Ci vogliono isolatori sismici che separino il terreno e la struttura. Ma innestarli su edifici esistenti è molto oneroso», ammette Galimberti.

   Anche le costruzioni più recenti non sono immuni da cedimenti: «Oggi in Italia si continuano a edificare scuole senza tener conto di quella che è la conoscenza geologica», accusa Domenico Angelone, del Consiglio nazionale geologi.
Per Legambiente quattro scuole italiane su dieci non sono a norma dal punto di vista anti-sismico. Cittadinanzattiva ha quantificato i crolli nell’anno scolastico 2015/2016: venti, in media due al mese. Serve più prevenzione, dicono gli esperti. Nel 2015 il governo ha stanziato 40 milioni per le indagini diagnostiche. Hanno fatto domanda 13.500 istituti. Significa che oltre 29 mila scuole non hanno neppure richiesto il monitoraggio. «Sicuramente molti Comuni avevano già effettuato i controlli – spiega la coordinatrice della Struttura di missione del governo -. Ma ci sono ancora troppi sindaci distratti». (Gabriele Martini)

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L’ultimo libro di Salvatore Settis è “Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla” (Einaudi)

SALVATORE SETTIS “LA PRIMA GRANDE OPERA È LA MESSA IN SICUREZZA, NON IL FALSO SVILUPPO FATTO DI TAV, PONTI SULLO STRETTO E AUTOSTRADE INUTILI”

intervista di Silvia Truzzi, da “Il Fatto Quotidiano” del 26/8/2016

   “Non è il momento delle polemiche”, si sente ripetere in queste ore di macerie e numeri neri come la morte. Ma è proprio il rispetto per chi ha perso tutto – vita, amici, case e futuro – che impone riflessioni. SALVATORE SETTIS – archeologo, ex direttore della Normale di Pisa, ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, un curriculum sterminato che va dal Getty Center di Los Angeles allo European Research Council – da tempo si occupa della tutela del paesaggio e sabato sarà ospite per un dibattito sul referendum costituzionale alla festa del Fatto di Roma. Perché è la Carta che all’articolo 9 spiega che la Repubblica italiana “tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione”. O almeno dovrebbe.

Professore, da tempo lei ha lanciato un allarme sulla tutela del paesaggio. Forse non sufficientemente ascoltato.

Non sono certo il primo ad averlo fatto. Nel 1980, dopo il terremoto dell’Irpinia, Giovanni Urbani scriveva: “Non è necessaria nessuna competenza in economia per sapere quale sarà il saldo di una politica economica che non si è mai degnata di far entrare nei propri conti i costi del dissesto geologico, del disordine urbanistico e della incuria verso il patrimonio edilizio storico. Ci vorrebbe assai poco per calcolare il danno economico che incombe sulla penisola ove persistesse, come purtroppo certamente persisterà, l’assenza di ogni politica di difesa del suolo e di consolidamento preventivo dell’edilizia storica”. Parole che paiono scritte oggi e che invano richiamai dopo il terremoto d’Abruzzo (2009) e dopo quello d’Emilia (2012), sostenendo, se posso autocitarmi, che la prima grande opera di cui il Paese ha bisogno è la messa in sicurezza del proprio territorio. Vale ora più che mai.

Il caso di Norcia – epicentro della seconda scossa dell’altra notte – dimostra che dove s’interviene per mettere in sicurezza gli edifici, i danni sono limitati.

Confrontiamo due dati: dopo il terremoto di Reggio Emilia del 1996 la Soprintendenza mise in sicurezza campanili e monumenti, e lo fece così bene da farli resistere al sisma del 2012. Nel 2012, invece, si è lasciato crollare il campanile di Novi Modenese e si è abbattuto con la dinamite quello di Poggio Renatico. Quel che è cambiato in questi anni non è la legge, ma la prassi berlusconiana instaurata dopo il terremoto d’Abruzzo. Da quel che accadrà ora ad Amatrice si capirà se questo governo è più fedele alla legge o all’ideologia delle cosiddette new town.

Dal Belice continuiamo a spendere solo per ricostruire. Ma oltre il 60% degli edifici italiani è stato costruito prima che entrassero in vigore le normative anti-sismiche.

Come facciamo per la salute del nostro corpo, così l’Italia dovrebbe fare per il proprio territorio: prevenire, prima che curare. Che cosa ci impedisce di farlo? Risposta: la colpevole rincorsa al falso sviluppo fatto di devastanti Tav, ponti sullo Stretto, inutili autostrade, opere pubbliche da farsi nell’interesse non dei cittadini ma delle imprese. La corruzione legata a molte di queste opere la dice lunga sul perché esse continuano a essere al centro dei progetti della politica.

Armando Zambrano, presidente dell’Ordine degli ingegneri, ha detto: “In Europa ci si preoccupa più del risparmio energetico che della prevenzione antisismica perché i Paesi a maggior rischio sono praticamente solo Italia e Grecia”.

Italia e Grecia sono i Paesi della “periferia meridionale” citati nel documento JP Morgan (maggio 2013) come bisognosi di riforme costituzionali che riducano la spesa sociale e la tutela dei lavoratori (l’Italia è anzi ricordata espressamente). Mostrando i muscoli al largo di Ventotene, Renzi sarà stato un po’ imbarazzato per questa definizione dell’Italia come “periferica”? E per prenderla da un altro lato: che Europa è mai questa, se non si cura della tutela della vita dei cittadini e della sorte dei monumenti storici in Grecia e in Italia?   Le spese per la ricostruzione non sono considerate straordinarie e sono dunque sottoposte a vincoli di bilancio. Torniamo sempre allo stesso punto: questi principi – ora di rango costituzionale grazie alla riforma dell’articolo 81 della Carta – entrano in concorrenza con i diritti più importanti come sicurezza e salute.   Nonostante il nuovo articolo 81 della Carta stravolto dal governo Monti, resta in piedi “la primarietà del valore estetico-culturale, che non può essere subordinato ad altri valori, compresi quelli economici, ma deve essere capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale”, secondo più d’una sentenza della Corte costituzionale (per esempio la 151/1986). E se questo è vero per i monumenti, lo è a maggior ragione per la salute e la vita dei cittadini. Non posso credere che il governo calpesterà questa necessaria gerarchia di valori.

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COSÌ L’EUROPA PUÒ FINANZIARE LA PREVENZIONE ANTI-SISMICA

di Alberto Quadrio Curzio, da “il Sole 24ore”del2/9/2016

   La tragedia del terremoto in Centro Italia con i morti, le famiglie decimate, le comunità di paese scardinate impone una partecipazione operosa che esprima una solidarietà concreta, esercitata quindi nell’ambito delle proprie responsabilità, competenze, possibilità. Fino ad ora il concorso delle istituzioni (anzitutto il potere esecutivo nelle sue varie articolazioni, la magistratura, gli enti di ricerca), della società (contribuzioni e assistenza di volontari), dell’economia (associazioni imprenditoriali e sindacali) ha mostrato una buona coesione. Esperienza insegna però che il tempo attenua la partecipazione e allora aumentano le responsabilità di azione dei soggetti che hanno il potere-dovere di programmare e decidere, che tuttavia non va mai disgiunto dalla necessità di organizzare per competenze nel tempo.

PROGRAMMI E DECISIONI

L’azione di ricostruzione delle zone colpite dal sisma e quella della messa in sicurezza di molte altre aree a rischio del territorio italiano ha dei costi esorbitanti. Basti pensare che la popolazione italiana esposta a rischio idrogeologico è di circa 6 milioni e quella esposta a rischio sismico quasi 22 milioni. Altri dati arrivano a quasi il 50% della popolazione e delle imprese a rischio alluvione e due terzi dei comuni a rischio terremoto.

   Per questo l’azione di ricostruzione delle zone colpite dal sisma è stata opportunamente collocata dal Governo (…) in una politica di lungo periodo che l’Italia deve darsi. Non possiamo infatti limitarci a ricordare che negli ultimi 70 anni i danni attualizzati di catastrofi naturali ammontano a 240 miliardi di euro e che dal 1968 i 7 peggiori terremoti hanno richiesto interventi pubblici per 120 miliardi di euro. Si pensi che dal 2008 ad oggi, cioè da quando è iniziata la crisi economico-finanziaria, abbiamo avuto in Italia tre terremoti (Abruzzo, Emilia-Romagna, Centro Italia). Nessun altro Paese della Ue e della Uem ha avuto in un periodo economicamente già così difficile anche eventi catastrofali come questi.

   La stima del costo per la ricostruzione dell’Abruzzo sui 20 anni 2009-2029 è di circa 4 miliardi di euro attualizzati e cifra analoga è prevista per l’Emilia-Romagna. Condivisibile è dunque la determinazione del governo italiano di chiedere alla Ue un margine di flessibilità sui conti pubblici, non una tantum ma finalizzato a investimenti anche per la prevenzione nell’ambito del programma “Casa Italia”.

   Nei giorni scorsi si è sottolineata l’apertura al proposito della cancelliera Merkel dando alla stessa una valenza riduttivamente “politichese” di sostegno all’unico governo stabile tra i grandi Paesi della Uem (per ora). Noi crediamo ci sia altro e cioè la convinzione della Merkel che l’Italia meriti di più (e non solo per la sua forza manifatturiera: l’incontro alla Ferrari è anche simbolico) per diventare forse in futuro un partner privilegiato della Germania.

ORGANIZZAZIONE E COMPETENZE

Bisognerebbe però che l’Italia uscisse da qual cono d’ombra delle inefficienze e corruttele che si risolvono solo con l’azione costante della semplificazione e dell’efficienza burocratica, della vigilanza legittimata e attiva delle associazioni categoriali, dell’azione sostenuta delle autorità giudiziarie.

   Questi problemi si ripresenteranno anche nelle fasi successive al recente terremoto. Stanziamenti non utilizzati e opere incompiute talvolta sono frutto di malversazioni e altre volte di disorganizzazione o di blocchi burocratici o di incompetenza. Per questo a ogni commissario straordinario per la ricostruzione (che nel caso del Centro Italia sarà Vasco Errani, persona competente e per bene) andrebbero sempre affiancati tre vice: un prefetto (o un magistrato), un imprenditore (con esperienze associative), un eco-economista (o un eco-territorialista).

   Ciascuno di questi porterebbe con sé anche la capacità di interloquire con la propria “constituency” valorizzando così tante risorse di volontà e di competenze che in Italia ci sono ma che spesso non vengono utilizzate.

   Bene dunque Renzo Piano. Ma non basta di certo. Così come non basta la tolleranza della Commissione europea (se ci sarà) sui nostri conti pubblici per qualche decimale o il “favore” di poche centinaia di milioni tratti dal Fondo di Solidarietà europeo per le emergenze.

   Le istituzioni europee sono davanti a delle scelte che più vengono rinviate meno saranno efficaci. Adesso si favoleggia di un prolungamento del Piano Juncker per potenziarlo da circa 300 miliardi a 500 miliardi. Bisognerà valutare nel concreto come l’aumento avverrà, purché non si tratti solo dell’incremento dell’ipotetico moltiplicatore finanziario che da 15 (per cui i 20 miliardi iniziali dovrebbero generare investimenti totali di 300) passa a 25.

   Una scelta molto più intelligente, che farebbe anche al caso italiano di ricostruzione e prevenzione di fronte a eventi catastrofali, sarebbe quella di creare un segmento del Piano per finanziare quel tipo di investimenti in progetti di partenariato pubblico-privato. Ancor meglio sarebbe che la Bei emettesse una obbligazione di scopo per le ricostruzioni e prevenzioni su catastrofi, che potrebbe essere acquistata all’emissione dalla Bce.

   Infine le norme europee dovrebbero rendere obbligatoria l’assicurazione dei privati, fornendo però alle compagnie una garanzia riassicurativa pubblica in parte nazionale e in parte sul bilancio europeo.

FIRENZE 1966

Quest’anno ricorrono i 50 anni dall’alluvione di Firenze, che tutti ricordano avendo colpito una città d’arte ovunque famosa. Da allora in Italia e in Europa ci sono state alluvioni e terremoti ma l’opera di investimenti in prevenzione è rimasta molto debole, malgrado ci siano richiami nei Trattati europei e nella Carta dei diritti fondamentali. Sono temi che verranno discussi per il terzo anno consecutivo anche nel convegno internazionale Linceo, a ottobre, nella convinzione che la scienza possa servire alla politica se questa è orientata a uno sviluppo sostenibile. (Alberto Quadrio Curzio)

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