La FRANCIA che PROIBISCE IL BURQINI ALLE DONNE MUSULMANE (ma la Corte suprema revoca) – Pregiudizio nei confronti della minoranza musulmana nel Paese? Paura di islamizzazione? Tutela delle donne “costrette”? La chiusura nella libertà di indossare quel che si vuole (nei limiti delle convenzioni sociali)

Una bagnina musulmana in BURQINI a SYDNEY in Australia (Matt-King Getty-images, da il POST.IT) - “Donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo ha suscitato grande clamore. Questo singolare capo, detto BURKINI, è stato inventato nel 2004 dalla australiano-libanese Aheda Zanetti nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico.(….)” (Ian Buruma, da “la Repubblica” del 9/9/2016)
Una bagnina musulmana in BURQINI a SYDNEY in Australia (Matt-King Getty-images, da il POST.IT) – “Donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo ha suscitato grande clamore. Questo singolare capo, detto BURKINI, è stato inventato nel 2004 dalla australiano-libanese Aheda Zanetti nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico.(….)” (Ian Buruma, da “la Repubblica” del 9/9/2016)

   Nello scorso agosto in Francia, a Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari, è stato varato (dalle Autorità comunali) il divieto di indossare in spiaggia il burqini islamico, cioè il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Questo fatto è sorto dopo che delle donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo. E questa cosa ha suscitato un grande clamore.

23 agosto 2016: Nizza, la polizia ordina a una donna di togliere il burqini
23 agosto 2016: Nizza, la polizia ordina a una donna di togliere il burqini

   E i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato due foto (le vedete qui sopra), scattate su una spiaggia di Nizza, che mostrano tre poliziotti francesi (uno dei quali porta un mitra a tracolla) intenti ad obbligare una donna a spogliarsi. Benché la massima corte francese abbia revocato il divieto (una sentenza del Consiglio di Stato ha di fatto autorizzato l’uso del burqini sulle spiagge), in diverse località balneari francesi questo divieto continua ad essere applicato.

   Il BURQINI è un indumento, un costume da spiaggia “integrale”, che pare sia stato inventato nel 2004 da una stilista australiano-libanese (Aheda Zanetti) nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico (lo si è visto anche alle recenti Olimpiadi di Rio in Brasile).

“In alcune zone abitate dagli immigrati, le donne musulmane si sentono obbligate a coprire il capo per paura che gli uomini musulmani le considerino alla stregua di prostitute e ritengano quindi di poterle molestare. Tuttavia, le cose non vanno sempre così: alcune musulmane scelgono di indossare l’hijab, o in rari casi il burkini. Occorre quindi domandarsi se spetti allo Stato decidere cosa i cittadini possono o non possono indossare.(…)” (Ian Buruma, “la Repubblica” del 9/9/2016)
“In alcune zone abitate dagli immigrati, le donne musulmane si sentono obbligate a coprire il capo per paura che gli uomini musulmani le considerino alla stregua di prostitute e ritengano quindi di poterle molestare. Tuttavia, le cose non vanno sempre così: alcune musulmane scelgono di indossare l’hijab, o in rari casi il burkini. Occorre quindi domandarsi se spetti allo Stato decidere cosa i cittadini possono o non possono indossare.(…)” (Ian Buruma, “la Repubblica” del 9/9/2016)

   Questo divieto ha suscitato una certa preoccupazione in chi, in Europa, ritiene imprescindibili delle “libertà” che non arrecano alcun danno a nessuno. Parliamo, e presupponiamo sia una scelta di libertà: rivendicare (concretamente) il diritto a non dover esibire il proprio corpo non ha nulla a che vedere con l’accettazione dell’obbligo di coprirlo.

   E’ poi ovvio che nessuno è “socialmente” assolutamente libero, nel senso di totalmente privo di qualunque condizionamento (il bikini più di cinquant’anni fa avrebbe suscitato scandalo nelle nostre spiagge…). E a seconda dei contesti, ci sono delle norme convenzionali che ci “impongono” un certo abbigliamento e un certo comportamento: non si va in ufficio, a scuola, o a fare la spesa in bikini, ma in una spiaggia naturista è addirittura “obbligatorio” stare nudi.

Alcune ragazze curde nella citta di Erbil - HIJAB: COS’E’ - Si tratta di un termine con molti significati, tra cui quello di “abbigliamento modesto” (hijab, quindi, si può utilizzare come sinonimo di tutti i tipi di veli). Nel linguaggio comune, di solito viene usato per indicare un pezzo di tessuto di forma rettangolare, come una sciarpa, annodato intorno alla testa e al collo per coprire i capelli. Per quanto possa essere di lunghezza e forme differente e annodato in moltissimi modi diversi, si tratta del tipo di velo più comune: lascia scoperto il volto e, negli ambienti meno conservatori, spesso lascia intravedere i capelli e il collo. In vari paesi e varie tradizioni islamiche può avere nomi differenti. (NELLA FOTO: Alcune ragazze curde nella città di Erbil, in Iraq (Ton Koene/picture-alliance/dpa/AP Images) (da IL POST.IT)
Alcune ragazze curde nella citta di Erbil – HIJAB: COS’E’ – Si tratta di un termine con molti significati, tra cui quello di “abbigliamento modesto” (hijab, quindi, si può utilizzare come sinonimo di tutti i tipi di veli). Nel linguaggio comune, di solito viene usato per indicare un pezzo di tessuto di forma rettangolare, come una sciarpa, annodato intorno alla testa e al collo per coprire i capelli. Per quanto possa essere di lunghezza e forme differente e annodato in moltissimi modi diversi, si tratta del tipo di velo più comune: lascia scoperto il volto e, negli ambienti meno conservatori, spesso lascia intravedere i capelli e il collo. In vari paesi e varie tradizioni islamiche può avere nomi differenti. (NELLA FOTO: Alcune ragazze curde nella città di Erbil, in Iraq (Ton Koene/picture-alliance/dpa/AP Images) (da IL POST.IT)

   E il divieto tout court di andare in spiaggia “coperti” è sicuro che porterà a effetti opposti a quelli sperati (tante donne musulmane saranno costrette a starsene a casa, perché impedite nella loro libertà o costrette dai mariti o padri, non possiamo sapere quale delle due cose…).

   Se le donne musulmane mettono il burqini non per imposizione famigliare (del marito) ma per rispettare la loro tradizione religiosa, ebbene allora è da chiedersi se questo non è un campo (cioè il modo di indossare o meno un vestito) dove la tradizione, il credo (anche “l’obbligo” se si vuole) non possa essere esplicato normalmente. La divisione tra Stato e Religione è cosa imprescindibile e fondamentale nella civiltà occidentale. Nei comportamenti quotidiani, nelle cose che facciamo, noi dobbiamo (vogliamo, ma anche siamo costretti) seguire, pur nella nostra etica individuale, le leggi della Stato, che non possono essere “superate” in supremazia da leggi religiose.

Un gruppo di bambine in una scuola di Kano, in Nigeria - DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI “VELO” - Un hijab è diverso da uno chador, che non somiglia per nulla a un burqa: una piccola guida per discuterne informati, in tempi di burqini . (da IL POST.IT del 20/8/2016) Negli ultimi giorni, a causa della polemica in Francia sull’uso del cosiddetto “burqini”, si è tornato a parlare molto dei vari tipi di velo che le donne musulmane indossano per dimostrare – secondo le alcune interpretazioni dell’Islam – modestia e pietà religiosa. Nel dibattito, però, spesso i vari tipi di velo (c’è un’intera pagina di Wikipedia che li elenca) sono stati confusi, con conseguenze a volte paradossali. Ad esempio, molti hanno parlato del “burkini” come di un indumento che copre il volto, ingannati probabilmente dall’assonanza del nome con “burqa”, un indumento completo che nasconde tutto il corpo, utilizzato soprattutto in Afghanistan e Pakistan. Ecco una piccola guida per capire di cosa parliamo. Segue: http://www.ilpost.it/2016/08/20/velo-islamico-tipi/#steps_1
Un gruppo di bambine in una scuola di Kano, in Nigeria – DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI “VELO” – Un hijab è diverso da uno chador, che non somiglia per nulla a un burqa: una piccola guida per discuterne informati, in tempi di burqini . (da IL POST.IT del 20/8/2016) Negli ultimi giorni, a causa della polemica in Francia sull’uso del cosiddetto “burqini”, si è tornato a parlare molto dei vari tipi di velo che le donne musulmane indossano per dimostrare – secondo le alcune interpretazioni dell’Islam – modestia e pietà religiosa. Nel dibattito, però, spesso i vari tipi di velo (c’è un’intera pagina di Wikipedia che li elenca) sono stati confusi, con conseguenze a volte paradossali. Ad esempio, molti hanno parlato del “burkini” come di un indumento che copre il volto, ingannati probabilmente dall’assonanza del nome con “burqa”, un indumento completo che nasconde tutto il corpo, utilizzato soprattutto in Afghanistan e Pakistan. Ecco una piccola guida per capire di cosa parliamo. Segue: http://www.ilpost.it/2016/08/20/velo-islamico-tipi/#steps_1

   Ma siamo veramente sicuri (come lo sono quegli amministratori francesi che hanno approvato il divieto al burqini) che l’indossare o meno un indumento sia materia da “libero Stato in libera Chiesa” (per dirla con Cavour)?.

   E’ mai possibile che una legge (pur rappresentata da un regolamento comunale) proibisca a una donna di andare vestita a suo modo in spiaggia? E questo perché? Perché da fastidio agli altri presenti? (siamo sicuri che no) …O forse perché si crede che sia un divieto della “famiglia” (del marito, del padre) a indossare un normale bikini? (che ne possiamo sapere di questo? …E se anche lo fosse è allora probabile che quella donna a cui viene impedito di andare in spiaggia vestita con quest’indumento, il burqini, è probabile che le sarà impedito, dal marito, dal padre, di frequentare più la spiaggia… bel risultato…).

   Riprendiamo qui, in questo post alcune osservazioni che ci paiono interessanti. Perché il fatto di questo divieto “francese” non è da considerarsi cosa banale nel processo di integrazione ma anche del rispetto delle “diversità”, degli usi, tradizioni, costumi… Cose che nulla vanno ad incidere sulla supremazia della “legge di tutti”, della laicità, del rispetto dei doveri. Ma forse qui qualche diritto potrebbe essere stato calpestato. (s.m.)

Spiaggia, Nizza, 23 agosto 2016: l'episodio che ha suscitato clamore
Spiaggia, Nizza, 23 agosto 2016: l’episodio che ha suscitato clamore

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IL BURKINI, LA LIBERTÀ DELLE DONNE E IL RITORNO DEL SACRO

di Cinzia Sciuto, da MICROMEGA, 31/8/2016

   26 agosto 2016, a Francoforte è una giornata molto calda e le famiglie cercano un po’ di frescura nei parchi cittadini, alcuni dei quali sono attrezzati con piscinette e giochi d’acqua per i bimbi.

   Lei è seduta a bordo piscina, indossa dei pantaloni lunghi, arrotolati alle caviglie perché non si bagnino, una maglietta a maniche lunghe, sopra alla quale scivola un largo camicione smanicato. Il capo è coperto da una fascia nera che le avvolge la fronte e sulla quale è annodato un foulard. Avrà 30-35 anni. È visibilmente accaldata, bagna più volte la mano e la porta alla fronte per rinfrescarsi. Davanti a lei sguazza una bimbetta di circa 4 anni, che indossa un costume da bagno e si diverte a schizzare la mamma. Guardo questa scena, guardo la bimba, e la prima cosa che mi viene in mente è: “Quando toccherà a lei? Quand’è che perderà l’innocenza dell’infanzia? Quando perderà il diritto di divertirsi liberamente e assumerà degli obblighi? Quand’è che sarà costretta a coprire il proprio corpo da capo a piedi anche in piena estate? A 12, 13 anni? O forse prima? Forse alla comparsa delle mestruazioni? Il che può avvenire anche intorno ai 9 anni…”.

   In questa situazione due cose mi si sono materializzate molto chiaramente in testa. La prima è che se in quel momento fosse arrivato un gendarme (con i pennacchi, con i pennacchi…) e avesse intimato a quella donna di allontanarsi perché il suo abbigliamento non era consono, io, con il mio bikini, mi sarei battuta con le unghie e con i denti perché potesse rimanere così, vestita come era, lì dove era. Un simile intervento violento sarebbe stata una vera e propria umiliazione pubblica e non oso immaginare l’effetto che avrebbe potuto avere sulla figlia. La seconda cosa – avvertita simultaneamente e con la stessa lampante chiarezza – è che mi batterò sempre, allo stesso tempo e se possibile con maggior forza, perché per quella bambina non arrivi mai il momento in cui sia costretta a coprire il proprio corpo. Che quel momento non arrivi mai né per lei, né per mia figlia, né per tutte le bambine del mondo.

   Il dibattito sul divieto del burkini in Francia – la cui eco mi è giunta da lontano, mentre ero in ferie – mi è subito sembrato surreale. Da un lato l’idea di promuovere l’eguaglianza fra uomo e donna imponendo un divieto alla donna mi pare quantomeno maldestra, propria di chi si trova di fronte a un fatto compiuto – che forse andava in qualche modo prevenuto – e non sa che pesci pigliare. Dall’altro tentativi, altrettanto maldestri, di rivendicare il burkini come strumento di libertà della donna musulmana, che altrimenti non potrebbe andare in spiaggia e dovrebbe rimanere chiusa in casa.

   Eppure dovrebbe essere abbastanza lapalissiano che RIVENDICARE IL DIRITTO A NON DOVER ESIBIRE IL PROPRIO CORPO NON HA NULLA A CHE VEDERE CON L’ACCETTAZIONE DELL’OBBLIGO DI COPRIRLO. Avere il diritto di gestire il proprio corpo significa esattamente poterlo esibire senza essere costrette a farlo, così come poterlo coprire senza essere costrette a farlo. Non è una differenza da poco. Non è dunque un problema di centimetri di pelle più o meno coperta, ma di quel che c’è dietro i “pezzi di stoffa”, del valore e del significato di quel che si indossa (o non si indossa).

   E dunque, quel che conta rispetto a qualunque forma di abbigliamento è la risposta a questa domanda: se domani cambio idea e voglio indossare un bikini anziché un burkini, posso farlo senza subire conseguenze di nessun tipo? È chiaro che nessuno di noi è assolutamente libero, nel senso di totalmente privo di qualunque condizionamento.

   A seconda dei contesti, ci sono delle norme convenzionali che ci “impongono” un certo abbigliamento e un certo comportamento: non si va in ufficio o a fare la spesa in bikini, ma in una spiaggia naturista è addirittura “obbligatorio” stare nudi. In questi casi però si tratta di mere convenzioni secolari, contingenti, che non derivano da nessuna norma assoluta, trascendente, religiosa o ideologica, ma sono frutto di largo consenso e sono continuamente esposte a mutamenti. E soprattutto, sono universali: sono cioè rivolte a tutti e non a determinate categorie. Nel qual caso si tratterebbe di discriminazione.

   Altrettanto lapalissiano dovrebbe risultare che non è certo con un obbligo rivolto alle donne che si interviene efficacemente per promuovere l’eguaglianza di genere e rimuovere la discriminazione. Se quel che abbiamo a cuore è l’autonomia delle donne, e non la onanistica petizione di princìpi, allora non possiamo non riconoscere che nei molti casi in cui velo, niqab, chador, burqa, burkini ecc. sono davvero imposti (in maniera più o meno esplicita e diretta) alle donne, un loro divieto tout court (il caso di scuole e uffici pubblici merita un discorso a parte) sortirebbe effetti opposti a quelli sperati, dando man forte ai maschi di casa che avrebbero un argomento in più per tenere le donne segregate.

   Proprio rivendicando con orgoglio il nostro (faticoso e niente affatto concluso) percorso di liberazione e autonomia, non possiamo non ricordare che esso mai è passato attraverso divieti imposti alla donna stessa. Semmai attraverso interventi legislativi volti a impedire o ostacolare quanto più possibile la discriminazione. Dunque rivolti contro chi discrimina, non certo contro chi è discriminato.

   Il dibattito sul burkini (come anche quello sul velo e su tutto l’abbigliamento di alcune donne musulmane) è importante perché che non si tratta affatto di una querelle su un pezzo di stoffa, non è un problema di dress code. Se fosse così, sarebbe già finito prima di cominciare. Che ognuno sia libero di indossare quel che vuole – nei limiti, relativi e continuamente rivedibili, di quelle convenzioni sociali di cui sopra – è fuor di dubbio. Ma il punto è esattamente che IL VELO RAPPRESENTA IL RITORNO DEL SACRO ANCHE IN CONTESTI DAI QUALI LO AVEVAMO FATICOSAMENTE ALLONTANATO. Esattamente lì dove il processo di secolarizzazione aveva sostituito convenzioni sociali sempre rivedibili, si vuole reintrodurre una norma assoluta, inaccettabile perché discriminatoria.

   Il giorno dopo l’incontro con quella donna, nello stesso posto, ho avuto la risposta ai dubbi che mi tormentavano. Sempre in quella piscinetta una bambina di 9-10 anni, non di più, indossa uno strano indumento: pantaloni al polpaccio, maglia a maniche lunghe che arriva larga fin quasi alle ginocchia. Non sono normali vestiti, sono di un tessuto simile a quello dei costumi da bagno. All’inizio penso che possa essere uno di quei costumi semi-integrali che molto spesso in Germania si usano per i bambini molto piccoli con la pelle molto chiara per paura delle scottature. Ma lei non è una bambina molto piccola, e ha una bella pelle scura, olivastra. No, non è un costume contro le scottature, è un burkini. Di fronte a casi come questo (e non è certo una rara eccezione) tutte le chiacchiere sulla libertà stanno a zero.

   Ma mi chiedo: aiutiamo quella bambina a rivendicare la propria autonomia vietandole di indossare il burkini e condannandola dunque con ogni probabilità a restare chiusa in casa? Ne dubito. Allo stesso tempo mi chiedo: la aiutiamo facendo finta di non vedere la violazione della sua autonomia e ripetendo come un mantra che non tutte le donne musulmane subiscono imposizioni? Dubito fortemente anche di questo. (Cinzia Sciuto)

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IL SECOLARISMO FRANCESE DIFENDE LE LIBERTÀ DI TUTTI

di Paul Berman, da “il Corriere della Sera” del 9/9/2016

   Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari in Francia hanno appena varato il divieto di indossare in spiaggia il burkini islamico, ovvero il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Di conseguenza, e com’era prevedibile, assistiamo a una reazione di sgomento tipicamente americano, di stampo tradizionale e per certi versi persino folkloristico, nei confronti della Francia e della sua antipatia verso alcuni tipi di abbigliamento islamico. Lo sconcerto americano, da un decennio a questa parte, affonda le radici su un unico presupposto, immutabile e incontestato, come se nulla fosse cambiato in questi ultimi anni, e come se non fossero emersi nuovi dati.

   Il presupposto è che la Francia voglia dettare norme in fatto di abbigliamento islamico perché i francesi nutrono in sostanza un forte pregiudizio nei confronti della loro minoranza musulmana. Tuttavia, l’interpretazione americana riconosce una complicazione aggiuntiva, e cioè: i francesi, che sono incorreggibili razzisti, non sembrano credere di esserlo. Al contrario, si sono convinti che, nel regolare l’abbigliamento islamico, si stiano comportando in modo straordinariamente illuminato, seguendo addirittura un principio così elevato ed ineffabile che solo il popolo francese è in grado di capirlo. Tale principio è un’assurdità tutta francese, la quale, nella sua raffinatissima nobiltà, non può essere tradotta nel vernacolo inglese, ma deve per forza esprimersi in un vocabolo francese incomprensibile, impronunciabile e intraducibile: LA LAÏCITÉ.

   In realtà, laïcité è perfettamente traducibile, significa SECOLARISMO. Non c’è motivo di ricorrere al termine francese nel mondo anglosassone. È un concetto perfettamente comprensibile. È il principio jeffersoniano del muro di divisione tra Stato e Chiesa, in versione francese. Il principio jeffersoniano in America significa che, a prescindere da quanto facciano o vogliano proclamare le Chiese, lo Stato americano resta strettamente non religioso. La versione francese è identica. La scuola pubblica, per esempio, non deve diventare terreno di conquista delle Chiese — o degli imam islamisti, nella situ azione attuale.

   Il secolarismo repubblicano non è, dopo tutto, solo un concetto negativo, il cui unico scopo è quello di tenere alla larga il fanatismo religioso. Il secolarismo repubblicano è un principio positivo, capace di offrire qualcosa all’individuo. È questo il principio della cittadinanza. Nella sua versione francese, il secolarismo repubblicano dice a ciascun individuo: i «diritti dell’uomo e del cittadino» sono i tuoi diritti, indipendentemente da quanto vadano proclamando le Chiese. L’ideale repubblicano francese, nel suo secolarismo, è qualcosa di più grande ed emozionante di qualunque cosa possano offrire gli islamisti. L’ideale islamista è una promessa falsa e degradante, che corrisponde all’auto oppressione. L’ideale repubblicano francese è la liberazione — almeno in principio.

   Pertanto questa laïcité così perfettamente comprensibile e traducibile, incarna l’ideale repubblicano secolare: questo vuole la maggioranza dei francesi, anche se taluni sono razzisti. L’ideale repubblicano secolare incarna quello che la maggioranza dei musulmani francese vuole, anche se taluni sono stati sedotti e fuorviati dall’odio e dalle manovre degli islamisti. Gli immigrati dall’Africa del nord sono venuti in Francia inseguendo questo ideale. Il dibattito su quali misure adottare per contenere ed emarginare il movimento islamista si è svolto nell’ambito di questo ideale. Ed è stato un dibattito fecondo.

   Mi auguro che i commentari americani sulla Francia sapranno mostrare un po’ più di rispetto per la serietà con la quale è stato affrontato questo dibattito: chiedo troppo? Ahimè, temo di sì. In Francia persiste da decenni un certo qual vezzo di far mostra di antiamericanismo, e in America si riscontra un’usanza altrettanto antica e curiosa di prendere in giro i francesi. Questa purtroppo è l’abitudine americana che da una decina d’anni a questa parte spinge gli analisti a vedere nel secolarismo della Francia repubblicana un mero attacco razzista contro le libertà individuali, anziché capire che si tratta di una difesa antirazzista delle libertà individuali. (PAUL BERMAN, sintesi di un articolo pubblicato sulla rivista TABLET, traduzione di Rita Baldassarre)

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BURKINI, OLTRE I DIVIETI

di IAN BURUMA, da “la Repubblica” del 9/9/2016

   La notizia che alcune donne musulmane abbiano scelto di presentarsi sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo ha suscitato grande clamore. Questo singolare capo, detto burkini, è stato inventato nel 2004 dalla australiano-libanese Aheda Zanetti nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico.

   Nicolas Sarkozy, attualmente in lizza per la presidenza, ha definito il burkini una “provocazione” e un “indizio della rampante islamizzazione”. Il primo ministro francese Manuel Valls è apparso altrettanto contrariato: il seno nudo, ha detto, è emblema della libertà della Francia repubblicana. Dopo tutto, ha aggiunto, la Marianna, simbolo della Repubblica, non viene forse ritratta il più delle volte a seno scoperto?

   I sindaci di alcuni comuni rivieraschi del sud della Francia hanno vietato l’uso del burkini. I giornali di tutto il mondo hanno pubblicato una foto grottesca, scattata su una spiaggia di Nizza, che mostra tre poliziotti francesi – uno dei quali porta un mitra a tracolla – intenti ad obbligare una donna a spogliarsi. Benché la massima corte francese abbia revocato il divieto, in diverse località balneari francesi questo continua ad essere applicato.

   La veemenza con cui Sarkozy si è scagliato contro il burkini è quasi certamente opportunistica, e rappresenta l’ennesimo tentativo di alimentare il fuoco del pregiudizio nei confronti di una minoranza impopolare – nella speranza di sottrarre qualche voto all’estrema destra del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Tuttavia, nel rispetto della secolare tradizione del fervore missionario europeo, il suo opportunismo è ammantato di toni moralistici: «Noi non imprigioniamo le donne dietro un tessuto ». In altre parole, Sarkozy vorrebbe farci credere che il divieto di indossare il burkini abbia come obiettivo quello di liberare le musulmane dalle arcaiche restrizioni imposte loro dagli autoritari uomini musulmani. Analogamente a quanto accadde in passato nell’India coloniale, dove i governatori britannici impedirono alle vedove indù di essere arse vive per seguire nella morte il marito defunto.

   Dalla fine del secolo scorso la RETORICA ANTI-MUSULMANA si nasconde sempre più spesso dietro il linguaggio dei diritti umani, come se la parità di diritti per le donne o gli omosessuali rientrasse in un’antica tradizione occidentale che occorre salvaguardare a tutti i costi dal fanatismo religioso che viene da fuori. Stando alla versione che MANUEL VALLS ha della storia, la nudità pubblica è una tradizione prediletta dai francesi. Le donne, per essere completamente francesi, devono scoprire il seno.

   In realtà l’Occidente ha sempre avuto nei confronti della nudità un atteggiamento piuttosto singolare. Nel XIX secolo, quando la Marianna divenne un simbolo della Repubblica francese, la nudità era accettabile solo nella sua forma idealizzata, come nei dipinti o nelle sculture delle divinità greche e di altre eroine mitologiche. Mentre ammirare il seno di una Venere nuda o della Marianna era considerato accettabile, era assolutamente inopportuno che una donna mostrasse anche solo parte della caviglia.

   Nel mondo occidentale di oggi è raro imbattersi in atteggiamenti simili, che possono davvero tradursi in una sorta di “prigionia”. In alcune zone abitate dagli immigrati, le donne musulmane si sentono obbligate a coprire il capo per paura che gli uomini musulmani le considerino alla stregua di prostitute e ritengano quindi di poterle molestare. Tuttavia, le cose non vanno sempre così: alcune musulmane scelgono di indossare l’hijab, o in rari casi il burkini. Occorre quindi domandarsi se spetti allo Stato decidere cosa i cittadini possono o non possono indossare.

   Secondo la Francia repubblicana, mentre in privato chiunque può indossare ciò che preferisce, in pubblico occorre attenersi alle norme della tradizione secolare. Tale regola è stata imposta con particolare rigore più ai musulmani che ai membri delle altre religioni. Non ho mai visto una foto in cui i poliziotti obbligano delle ebree ortodosse a scoprirsi il capo. Certo, si potrebbe obiettare che gli ebrei ortodossi non compiono massacri in nome della religione, ma supporre che tutte le donne che indossano il burkini siano delle potenziali terroriste è inverosimile. Una donna sdraiata sulla spiaggia con un costume che le copre il corpo probabilmente è molto poco propensa a sparare o a compiere attentati.

   Cosa dire a chi afferma che le donne musulmane hanno bisogno dell’aiuto dello Stato per emanciparsi dagli uomini che le obbligano a nascondere il corpo? Che limitare la libertà anche di chi decide autonomamente di vestirsi così sarebbe un prezzo troppo alto da pagare. Il modo migliore per aiutare le donne a sottrarsi all’autoritarismo familiare è incoraggiarle a vivere pubblicamente: nelle scuole, negli uffici e sulle spiagge. È meglio che le donne vadano a scuola indossando il velo piuttosto che rinuncino del tutto all’istruzione.

   Nel caso di alcune funzioni pubbliche è perfettamente legittimo esigere che le persone mostrino il proprio volto. Alcuni impieghi impongono un abbigliamento specifico. Le aziende private possono chiedere ai propri dipendenti di attenersi a un certo stile, senza dover per questo ricorrere alla legislazione nazionale. Ma un’esagerata insistenza a imporre la conformità da parte dello Stato potrebbe produrre un effetto opposto: obbligando le persone a conformarsi a un’identità comune si rischia di incoraggiare un’ostinata, ribelle propensione alla diversità.

   Non possiamo dire a Fatima o a Mohammed che sono francesi come gli altri e che devono comportarsi secondo le norme stabilite da Sarkozy o da Valls se poi non vengono trattati da pari da pari da chi ha un nome come Nicolas o Marianne.    Coprirsi il capo con un velo o indossare un costume da bagno integrale possono essere un modo provocatorio e innocuo con cui delle persone umiliate manifestano il proprio orgoglio. Se le privassimo anche di quell’orgoglio, la provocazione potrebbe rapidamente farsi meno innocua. (IAN BURUMA, traduzione di Marzia Porta)

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VELI, FERITE E LIBERTÀ

di Suor Alessandra Smerilli, da AVVENIRE del 23/8/016

   «Le persone si adattano a circostanze anche molto sfavorevoli, pur di sopravvivere. Ma la capacità di adattamento delle persone può portare a trarre conclusioni sbagliate, anche in termini di politiche sociali ed economiche».

   Queste parole di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, colgono un aspetto fondamentale del rapporto tra libertà e benessere, e possono aiutare in questi giorni di discorsi, e di molte chiacchiere, sui burkini e sul velo delle suore.

   Quando vediamo un comportamento di una persona, ci dice Sen, per capire il suo reale benessere o malessere, occorre conoscere il set di opportunità a sua disposizione, dobbiamo conoscere le alternative alle quali rinuncia e potrebbe rinunciare. La vera misurazione del benessere e delle libertà sono le scelte che potremmo fare e non facciamo. Una persona svantaggiata, povera e sfruttata può essere felice, perché le condizioni sociali e ideologiche l’hanno resa soddisfatta della propria sorte, e in qualche modo si è adattata alla vita che conduce. Ma sarebbe inopportuno, osservando una persona sfruttata felice, giungere alla conclusione che lo sfruttamento rende felici, o che sia uno stato desiderabile.

   Il benessere e le libertà manifestate oggi dalla scelta di una donna di indossare un burkini sono profondamente diverse se la scelta di chi lo indossa è tra burkini e altri costumi da bagno o tra burkini e non andare in spiaggia. E per capire le libertà e le opportunità di una suora che scende in spiaggia con l’abito dovremmo, anche qui, guardare ad altre cose, scoprendo, ad esempio, che quasi sempre le suore in spiaggia ci vanno per stare con i loro ragazzi dei campi estivi. E se e quando vanno per fare un bagno spesso decidono tranquillamente di indossare un costume.

   Lo sappiamo. Lo sanno le donne, dovrebbero saperlo tutti. Ma lo dimentichiamo troppo spesso, perché decidere, parlare, filosofare sul corpo delle donne e i loro vestiti è sempre stato un rito fondamentale della gestione del potere, in una società che è sempre stata una faccenda maschile (e ancora lo è molto, troppo). Al di là delle astratte dichiarazioni di principio, nelle scelte, nelle carriere, negli stipendi, nelle opportunità, uomini e donne sono ancora troppo diversi per rispetto, dignità, diritti e libertà.

   Con l’eccezione dell’ultimo secolo in Occidente, sono stati sempre i maschi a decidere come le donne dovevano vestire e come dovevano usare il loro corpo. Purtroppo anche i dibattiti di questi giorni sul divieto di burkini in Francia continuano a essere molto spesso dialoghi tra maschi sulle donne, che ripresentano gli stessi vizi di sempre. Non si rispettano le donne musulmane quando si discute sui loro burkini in spiaggia con grande ignoranza storica e religiosa della donna e del corpo nell’islam (e in molte altre culture); e non si rispettano le suore quando si mostrano foto dei nostri bagni con l’abito. E quando non si rispettano quelle donne musulmane, quelle donne cattoliche suore, non si rispettano le donne tout court. Non si rispetta nessuna donna, e quindi non si rispetta nessuno.

   Lo stesso velo può nascondere libertà e felicità molto, radicalmente, diverse. Nella nostra cultura occidentale il velo ha rappresentato, e rappresenta, molte cose. Le nostre bisnonne non erano libere di non posarlo sul capo quando andavano in chiesa, alcune suore oggi decidono liberamente di indossarlo sempre, altre (come me) ogni tanto, altre ancora mai. Le suore indossano il velo come segno di consacrazione e richiamo alla presenza di Dio, e lo fanno per scelta, peraltro adattandosi ai contesti in cui vivono. Le suore del mio Istituto che vivono in Africa hanno degli abiti coloratissimi. In Vietnam vestono pantaloni, secondo i costumi del luogo. L’abito deve essere un segno che parla di Dio, e se questo segno non viene colto, allora quell’abito non ha significato e non si usa.

   Gli esseri umani hanno una quasi infinita capacità di adattarsi alle circostanze sfavorevoli della vita, e per sopravvivere arriviamo quasi sempre a convincere noi stessi e agli altri attorno a noi che in fondo la condizione in cui siamo è anche buona. Gli uomini hanno questa capacità, ma noi donne l’abbiamo di più, perché per non morire abbiamo dovuto sviluppare nei millenni una infinita capacità di adattarci a vestiti, veli, abiti, che gli uomini avevano deciso che noi dovevamo o non dovevamo indossare. A volte ci siamo adattate anche bene, e abbiamo trovato anche una certa felicità, non sempre una autentica libertà. Le felicità sulla terra sono molte, non tutte sono libere. Ma nel mondo delle donne c’è più libertà di quella che molti maschi riescono a vedere, soprattutto nel nostro rapporto col corpo, con i vestiti, con i veli.

   Quando si parla del corpo delle donne e dei loro vestiti, soprattutto se a parlarne sono uomini, ci sarebbe bisogno di un ‘minuto di raccoglimento’, per fare prima memoria delle infinite ferite che quei vestiti e quei veli hanno coperto e coprono. E dopo, solo dopo, iniziare a parlare, e sempre a bassa voce e in nostra compagnia. Altrimenti non solo si dicono sciocchezze, ma si continua a fare violenza sui nostri corpi, sui nostri veli.

(Alessandra Smerilli – Una breve nota dedicata a quanti non conoscessero bene la professoressa Smerilli, preziosa collaboratrice di ‘Avvenire’ . L’economista Alessandra Smerilli, suora salesiana, è docente stabile all’Auxilium di Roma. Insegna anche alla Lumsa ed è ‘visiting professor’, negli Usa, all’Università di Philadelphia. Fa parte del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani. mt)

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“NON SIAMO PIÙ LE BENVENUTE” VIVERE IN EUROPA NELLE PAROLE DELLE DONNE MUSULMANE

di Lillie Dremeaux, da “la Repubblica” del 5/9/2016

– Dopo la polemica sul burkini, il New York Times ha chiesto alle europee di religione islamica di raccontare le loro esperienze: hanno risposto in mille, tracciando un ritratto conflittuale del Vecchio continente –

   Nella tempesta che si è scatenata dopo le ordinanze anti-burkini in più di 30 località balneari francesi, la voce delle donne musulmane è rimasta del tutto inascoltata. Il NEW YORK TIMES ha sollecitato i loro commenti, e le risposte (più di mille tra Francia, Belgio e altri Paesi) sono andate ben al di là della questione specifica. A emergere è un ritratto della vita delle donne musulmane, con o senza velo, in quelle parti d’Europa dove il terrorismo sta inasprendo le relazioni sociali.

   La parola più ricorrente è combat, lotta, la lotta per vivere la quotidianità. Ecco alcuni estratti dei commenti che abbiamo ricevuto.

«Quando è venuto fuori il burkini, io ero contenta per mia sorella, che andava in vacanza e finalmente poteva giocare con i figli sulla spiaggia. All’inizio della polemica ho pensato: ‘Non ti stare a preoccupare, Dina, sono solo due o tre persone con i paraocchi che non hanno niente di meglio da fare che seminare odio’. Ma poi: tutto questo, davvero? E io che pensavo che fossero proprio queste le cose contro cui si batteva l’Europa…».

   Dina Srouji, 23 anni, Lebbeke, Belgio. Studentessa e apprendista giornalista all’Università di Gand.

«Mi insultano, mi sputano addosso (letteralmente) tutti i giorni sulla metro, sull’autobus, a scuola. Eppure io non ho mai insultato o picchiato nessuno. No, è solo perché sono musulmana. Sto pensando seriamente di andare a vivere da qualche altra parte, in un posto dove gli sguardi degli altri non mi facciano piangere la sera, quando mi metto a letto».

   Charlotte Monnier, 23 anni, Tolosa, Francia. Studentessa di architettura.

«Ogni volta che vado in Marocco, mi sento più libera che in Occidente, e vedo più libertà».

   Souad el Bouchihati, 26 anni, Gouda, Paesi Bassi. Assistente sociale.

«Anche se facciamo ogni sforzo per cercare di ‘integrarci’, ci ricordano costantemente che per integrarci veramente dobbiamo rinunciare ai nostri principi e alla nostra religione. Non abbiamo più il coraggio di accettare inviti di ‘amici’, perché siamo stufe di dover rifiutare quando ci offrono da bere e di doverci giustificare. Al lavoro, dopo un attentato, ci sono battutine del genere ‘Hai aiutato i tuoi cugini?’. E allora che succede? Succede che ci isoliamo. E se cominci a isolarti, non ti integri più».

   Mira Hassine, 27 anni, Orléans, Francia. Responsabile amministrativa. È musulmana praticante ma non porta il velo.

«Essere musulmana in Francia significa vivere in un sistema di apartheid di cui il divieto del burkini è solo l’ultima incarnazione».

   Karima Mondon, 37 anni. Insegnante di francese. Ha lasciato Lione per trasferirsi in Marocco.

«Sono una donna francese e musulmana. Vivo a Londra. In Francia non avrei mai potuto realizzare quello che ho realizzato a Londra, portando il velo. Lavoro nell’amministrazione locale, sono vicerappresentante del mio quartiere e porto il velo. Se fossi rimasta in Francia non sarebbe mai potuto accadere».

   Saima Ashraf, 39 anni, Londra.

«Il mio cuore è francese al cento per cento, ma ho la sensazione di dover provare la mia ‘francesità’».

   Siam Ferhat- Basset, 29 anni, Drancy, Francia. Ex receptionist.

«Durante gli studi ero una che lavorava sodo, ma man mano che andavo avanti nella mia scolarizzazione, ho perso ogni motivazione. Sapevo che come donna musulmana con il velo non avevo nessun futuro nel mondo professionale. Ci chiedono di integrarci, manon ci vogliono integrare».

   Saadia Akessour, 31 anni, Liegi, Belgio. Mamma casalinga.

«Vi ringrazio moltissimo di prendere in considerazione le nostre opinioni. In Belgio, come in Francia del resto, nessuno chiede mai il nostro parere, anche se siamo noi le persone più interessate da queste ricorrenti polemiche sull’islam e le donne. Siamo viste come delle bigotte decerebrate che si sottomettono al marito o al padre. Personalmente sono musulmana, insegnante, tollerante, femminista e porto il velo ».

   Khadija Manouach, 29 anni, Bruxelles. Insegnante .

«Come giovane donna musulmana non mi sento più al sicuro. Mi trasferirò nel Regno Unito, dove posso vivere e lavorare normalmente».

   Sarah Nahal, 24 anni, Grenoble, Francia. Studentessa di economia e commercio.

( Copyright The New York Times News Service . Traduzione di Fabio Galimberti)

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LA PROIBIZIONE DEL BURKINI PIACEREBBE AGLI INTEGRALISTI

risponde SERGIO ROMANO, da “il Corriere della Sera” del 5/9/2016

    “Sono cattolico, ma non sono d’accordo con S.E., che, a mio avviso, sbaglia pericolosamente, e vorrei chiedere il suo parere. Il divieto autoritario all’uso del burkini può essere controproducente, ma promuoverlo o lodarlo è un affronto alla coscienza occidentale e cristiana. Non si tratta di «simboli di altre culture e loro accettazione». Ha ragione il sindaco di Cannes dicendo che si tratta di un «simbolo dell’estremismo islamico» che ritiene ancora oggi il sesso femminile vergognoso, impuro e sporco. Monsignor Galantino ha citato il Santo Padre che ha detto “che se una donna musulmana vuole portare il velo deve poterlo fare», e aggiunge che “ogni persona ha diritto a mostrare la propria fede anche nell’abbigliamento, se lo ritiene opportuno”. Papa Giovanni Paolo II faceva il bagno con un costume come ogni altro uomo, e non con la talare bianca! Cosa direbbe Papa Francesco se sul giornale apparisse un Vescovo facendo il bagno con lo zucchetto in testa o peggio una suora in burkini. Il problema è che stiamo scivolando verso una islamizzazione del nostro mondo cristiano, senza accorgerci, e si stanno portando dentro la Chiesa dei veri e propri cavalli di Troia. Mons Galantino dice che “La libertà da riconoscere ai simboli religiosi va considerata alla pari della libertà di esprimere i propri convincimenti e di seguirli nella vita pubblica». Non vorrei vedere le mie nipotine, costrette ad indossare il burkini a Rapallo. DOMINGO MERRY DEL VAL, Milano

Caro Merry del Val,

   Il solo argomento che un sindaco può invocare, a mio avviso, per proibire l’uso del burkini nelle spiagge e nelle piscine della sua città, è l’ordine pubblico. Se l’apparizione di una donna vestita da capo a piedi suscita le reazioni violente di alcune persone, il primo cittadino ha effettivamente il potere di intervenire con una ordinanza.

    Ma l’interdizione, in questo caso, se non si vuole implicitamente legittimare la violenza degli oppositori, deve essere temporanea e durare soltanto sino a quando, il più rapidamente possibile, saranno state adottate misure per impedire ai facinorosi di imporre la loro volontà.

   Chi vorrebbe una legge contro il burkini muove probabilmente dalla convinzione che il costume da bagno integrale sia la più recente mossa di una strategia diretta a sovvertire i nostri costumi e a islamizzare le nostre società. A me il bur- kini sembra invece il mezzo di cui molte donne musulmane si stanno servendo per uscire dal ghetto familiare in cui i tradizionalisti e i jihadisti vorrebbero confinarle, per vivere la vita delle donne europee. Se venisse proibito, i primi a gioirne sarebbero i padri possessivi e gelosi, le madri arcigne e tradizionaliste, gli imam fondamentalisti e, naturalmente, i jihadisti.

   Vi è un’altra ragione per cui la proibizione del burkini sarebbe ingiusta e pericolosa. Offrirebbe ad altri il pretesto per chiedere analoghi provvedimenti contro particolari gruppi etnici e sociali. Qualcuno chiederebbe che ai sikh venisse imposto il taglio dei capelli. Altri vorrebbero che agli ebrei ortodossi venisse proibito di lasciare crescere i riccioli sulle tempie (i payot); altri ancora che ai popoli dell’Africa e dell’Asia venisse impedito di indossare il costume nazionale. So che in Francia esiste un precedente: la legge raccomandata dalla Commissione Stasi con cui vengono proibiti nelle scuole i segni distintivi della religione professata dagli alunni (il velo musulmano, la kippah ebraica, la croce cristiana ostentata sul petto o sul bavero della giacca). Ma le scuole sono comunità particolari in cui è lecita una disciplina giustificata dalle loro finalità educative e dalla età di coloro che ne traggono vantaggio. (SERGIO ROMANO)

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LA GLOBALIZZAZIONE AI TEMPI DEL «BURQINI»

di Luca Ricolfi, da “il Sole 24ore” del 4/9/2016

   La sentenza del Consiglio di Stato francese che, di fatto, autorizza l’uso del burqini sulle spiagge ha presto disinnescato una polemica che stava sconfinando nel ridicolo. E tuttavia, a ben pensarci, questa tempesta estiva in un bicchier d’acqua qualche utilità potrebbe anche averla. Il dibattito-lampo sul burqini, infatti, ha portato allo scoperto una debolezza fondamentale del nostro modo di rapportarci alle altre culture, che pure pretendiamo di rispettare.

   Questa debolezza ha due facce, opposte e complementari, come quelle di una moneta. La prima faccia, la faccia relativista, o del rispetto fra culture, dice: non ci sono valori assoluti, nessuna cultura è superiore a un’altra, non possiamo giudicare una cultura con i nostri parametri occidentali, l’incontro con altre culture è arricchimento reciproco, ogni cultura (e ogni religione) merita rispetto, dobbiamo essere aperti verso l’altro e il diverso.

   Ma la seconda faccia della moneta, la faccia illuminista, recita: i nostri principi di libertà e tolleranza hanno valore universale; la democrazia è il migliore dei sistemi di governo; libertà religiosa e di espressione non possono subire restrizioni; uomini e donne sono eguali; la sessualità deve essere libera; i diritti dell’uomo sono inviolabili e dobbiamo adoperarci per assicurare il loro rispetto su tutto il pianeta.

   Curiosamente, l’incongruenza fra le due facce della moneta non disturba quasi nessuno. Ci piace pensarci così: rispettosi degli altri, ma al tempo stesso consapevoli di essere i migliori.    Per accorgerci che nel nostro modo di vedere le cose qualcosa non funziona abbiamo bisogno di eventi esterni, grandi e piccoli. Forse più piccoli che grandi. Certo le guerre umanitarie, o le democrazie imposte dall’alto, qualche interrogativo lo sollevano. Ma dove casca l’asino è sulle piccole cose, quelle su cui chiunque si sente autorizzato a dire la sua.

   Uno dei primi casi, come ricorderanno molti, fu quello dell’infibulazione e più in generale delle mutilazioni del corpo femminile, che suscitò molte controversie in Francia fin dagli anni ’80: la faccia relativista, o del rispetto, imponeva di accettare i costumi delle culture “altre”; la faccia illuminista imponeva di combattere quei medesimi costumi a causa del loro carattere barbaro. Alla fine la vinse la faccia illuminista, e l’infibulazione è rimasta una pratica illecita.

   Il dilemma fra le due facce della moneta si è riproposto innumerevoli volte, spesso mettendo in imbarazzo la cultura liberal che da qualche decennio è egemone in Occidente. Specie quando di mezzo vi sono le donne, non necessariamente islamiche, invariabilmente va in scena il medesimo canovaccio, e si ripresenta la medesima contraddizione.

   Se una donna islamica va in spiaggia in burqini, la faccia del rispetto invoca il sacrosanto diritto di ogni donna di vestirsi secondo i precetti della sua religione, ma la faccia illuminista (e femminista, in questo caso) prontamente obietta che il burqini è imposto da mariti e fratelli, e vietarlo aiuta le donne islamiche a emanciparsi, a liberarsi da ogni tutela. In questo caso a prevalere pare essere la faccia del rispetto, che rinuncia a imporre alle donne islamiche i nostri costumi (da bagno), a costo di consegnarle all’arbitrio dei loro uomini e al cupo oscurantismo del loro mondo.

   Ma il dilemma fra il principio del rispetto e la fede assoluta nei valori della civiltà occidentale non si presenta solo quando di mezzo ci sono le donne. Sovente esso fa la sua comparsa anche in altri ambiti, ad esempio, in materia di libertà di espressione, e di satira in particolare.

   Quando, il 7 gennaio 2015, un commando terrorista islamico uccide 12 persone in un assalto alla sede di Charlie Hebdo, colpevole di avere pubblicato vignette satiriche derisorie su Maometto, quasi tutti gli intellettuali (e i mass media) illuminati reagiscono difendendo il diritto incondizionato degli autori di satira di prendere in giro chiunque. Ma quando, come in questi giorni, oggetto della satira sono gli italiani vittime del terremoto di Amatrice, rappresentati come maccheroni insanguinati di pomodoro, il credo nel diritto di satira vacilla.

   Ed ecco che il pendolo, che ai tempi di Charlie Hebdo aveva risolutamente oscillato a favore della libertà di satira, riscopre improvvisamente le ragioni del rispetto: forse la liberà di satira non dovrebbe essere illimitata e incondizionata, come perentoriamente si era affermato ai tempi di Charlie Hebdo. MA TORNIAMO AL BURQINI. CHI HA RAGIONE? Dico subito che il mio istinto è tutto pro-burqini. Fatto salvo il principio che, per elementari ragioni di sicurezza, nessuno deve poter girare in pubblico a volto coperto, e che il principio vale erga omnes, dalla donna in burqa al malvivente con passamontagna che dà l’assalto a una banca, trovo abbastanza irragionevole che noi occidentali assumiamo verso l’Islam (o verso qualsiasi altra cultura diversa dalla nostra) un atteggiamento paternalista in materia di stili di vita. Questo per DUE DISTINTE RAGIONI.

   La prima, e la meno importante perché alquanto soggettiva, è che provo sempre un certo imbarazzo quando vedo qualcuno che spiega a qualcun altro quali sono i suoi veri interessi, o pretende di conoscerne la volontà autentica. Il fatto che non pochi di noi (islamici e non) agiscano sotto ricatto, pressioni di gruppo, ingerenze familiari – una circostanza che fa purtroppo parte della fisiologia sociale – non autorizza nessun Ente superiore, sia esso lo Stato, la Giustizia o altro, a farsi interprete delle nostre vere preferenze e della nostra vera volontà. Nessuno può obbligarci ad essere liberi contro la nostra volontà dichiarata.

   Ma c’è una ragione più importante per cui ritengo che dovremmo andarci piano con i nostri giudizi sulle culture che ci appaiono diverse dalla nostra. Ed è che tali culture spesso non sono affatto diverse, bensì situate in un altro tempo. Per diversi aspetti sono la nostra stessa cultura, com’era 100, 50, o anche solo 30 anni fa. E qui non mi riferisco tanto o solo al modo di vestire, in chiesa come in spiaggia, un punto su cui basterebbero poche foto d’epoca per mostrarci quanto il pudore islamico di oggi somigli a quello occidentale di due generazioni fa. Quello che ho in mente sono i più alti valori di cui la nostra civiltà, specie europea, si fa spesso vanto, ad esempio la democrazia e il ripudio della pena di morte.

   Troppo spesso ci dimentichiamo che le conquiste che a molti di noi oggi paiono naturali e irrinunciabili, in quanto condizioni minime di civiltà, sono frutto di un percorso durato secoli e che in molti paesi “civili” si è concluso da poco, o deve tuttora concludersi. Ancora alla fine della seconda guerra mondiale, il suffragio universale non esisteva in Francia, Italia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Giappone.

   Quanto alla pena di morte, essa resiste tuttora negli Stati Uniti, ed è scomparsa dagli ordinamenti dei principali paesi europei solo in tempi recenti. Nel Regno Unito, in Belgio e in Spagna era ancora in vigore all’inizio degli anni ’90; in Francia, Olanda, Norvegia, Danimarca alla fine degli anni ’70 o nei primi anni ’80. In Francia l’ultima esecuzione capitale, mediante ghigliottina, avviene nel 1977, quasi dieci anni dopo le due grandi rivoluzioni del costume del sessantotto e del femminismo.

    Per non parlare del Vaticano, che ora invoca la sospensione di tutte le esecuzioni capitali, ma ha aspettato fino al 2001 (con Wojtyla) per decidersi ad eliminare la pena di morte dalla Legge fondamentale dello Stato Pontificio.

   Naturalmente può ben darsi che molte culture non occidentali evolvano, in definitiva, verso costumi diversi dai nostri. E tuttavia non dovremmo trascurare un’altra possibilità, o meglio un’altra ricostruzione di come siano andate le cose nell’era delle frontiere aperte. L’incontro-scontro fra modelli culturali oggi in atto fra l’Occidente consumista ed iper-emancipato e i molti popoli che, con comprensibile sbalordimento, ne osservano costumi e modi di vita, sarebbe potuto essere meno traumatico, e forse anche meno violento, se l’Occidente, e in particolare l’Europa, fossero stati meno immemori del proprio recente passato, e più consapevoli della lentezza con cui evolvono le culture.

   L’ingenuo (o fin troppo cinico) entusiasmo con cui i paesi leader del mondo hanno aperto le loro economie e le loro frontiere sembra aver fatto perdere di vista una distinzione essenziale: il trasferimento tecnologico, tanto più nell’era di internet, può anche essere molto rapido, ma la comunicazione e l’integrazione reciproca fra culture richiedono molto più tempo. È come se i vantaggi dell’arretratezza economica, magistralmente descritti da Gerschenkron negli anni ’60 del secolo scorso, ovvero l’idea che un paese arretrato possa bruciare le tappe della modernizzazione facendo tesoro delle conquiste economiche e tecnologiche dei paesi avanzati, fossero stati attribuiti anche all’evoluzione delle culture.

   Pensare che miliardi di uomini, nel giro di pochissimi decenni, potessero superare differenze e barriere formatesi nei secoli o nei millenni, è stato probabilmente il più grave errore di valutazione che le élites economiche e culturali del mondo avanzato abbiano commesso dopo la seconda guerra mondiale. Globalizzazione degli scambi, allargamento a Est, apertura ai migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, non erano di per sé scelte sbagliate, ma assai imprudente è stato non considerare il fattore tempo: tre decenni sono più che sufficienti per modernizzare un’economia, ma possono essere davvero pochi per mettere in comunicazione due culture.

   Guardando al futuro, se davvero vogliamo attenerci al rispetto delle altre culture e delle altre civiltà, dovremmo essere preparati ad accogliere tutte le eventualità. Può darsi che i modelli occidentali, con le loro promesse di benessere e di libertà, finiscano per imporsi nella maggior parte dei Paesi del mondo, e che sia solo questione di tempo: prima o poi vedremo le donne islamiche in bikini.

   Ma può anche darsi che, specie in campo etico e nel costume, la civiltà libertaria e un po’ esibizionista dell’Occidente non attecchisca ovunque: in quel caso vedremo diversi burqini anche quando padri-padroni e mariti-signori saranno stati costretti a fare un passo indietro.

   E poi c’è una terza possibilità, ignorata dalla sociologia ma non dalla letteratura. Può anche darsi che, a fare un piccolo passo verso il passato, siano i costumi dell’Occidente, una possibilità chiaramente adombrata nell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (SOTTOMISSIONE, Bompiani 2015): in quel caso vedremo le donne occidentali gareggiare a chi sfoggia il burqini più bello. (Luca Ricolfi)

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FRANCIA: VIOLENZA E MACHISMO A TOLONE

«NON POTETE GIRARE IN SHORT» A TOLONE AGGREDITE DUE DONNE

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 9/9/2016

– I mariti intervengono e vengono picchiati dalla banda di integralisti –

PARIGI – Domenica pomeriggio due coppie con bambini e un amico passeggiano in bicicletta e pattini sulla pista ciclabile di Tolone. Arrivano all’altezza del «quartiere dei garofani», nella periferia est della città. Le donne indossano dei pantaloncini corti. Due ragazzi si avvicinano e le insultano, gridano «sgualdrina», «mettiti nuda già che ci sei». I mariti e l’amico si fermano e rispondono ai due ragazzi.

   «A quel punto sono intervenuti una decina di loro compagni — racconta il procuratore di Tolone, Bernard Marchal —, che hanno fatto cadere a terra le donne e colpito con estrema violenza i tre uomini, sotto gli occhi dei figli. Quel che ha scatenato l’aggressione era l’abbigliamento delle signore, che non aveva niente di straordinario. Si è trattato di una provocazione a carattere sessuale per indurre una reazione negli uomini presenti».

   I mariti sono stati colpiti a calci e pugni sul volto. Uno, 33 anni, è stato ricoverato in ospedale con una prognosi di 30 giorni, l’altro ha avuto il naso fratturato. I due figli di 14 anni e un altro di 10, che hanno assistito alla scena, sono seguiti dagli psicologi.

   Le donne hanno immediatamente presentato denuncia e grazie alle videocamere di sorveglianza sono state arrestate due persone, che hanno 17 e 19 anni. La polizia sta cercando gli altri, tutti di età intorno ai vent’anni.    Si tratta del secondo episodio di violenza in pochi mesi che a Tolone colpisce donne aggredite per un abbigliamento giudicato poco casto. A giugno era toccato a una studentessa di liceo di 18 anni, Maud Vallet, che è stata attaccata da una banda di ragazze in un autobus perché, anche lei, portava degli short, dei pantaloncini corti. «Mi insultavano, mi sputavano addosso. Ho chiesto loro perché io non potevo portare degli short quando a Tolone un sacco di uomini vanno in giro a torso nudo, e loro mi hanno risposto “perché tu sei una donna, devi avere rispetto per te stessa, brutta scema”». Maud aveva poi organizzato una marcia «Tutte in short» alla quale hanno partecipato un centinaio di ragazze il 25 giugno.

   I fatti di Tolone hanno provocato molte reazioni in Francia, soprattutto a destra. L’inchiesta è ancora in corso, ma secondo alcuni è evidente il legame con le nuove tensioni sull’abbigliamento delle donne e i divieti contro il burkini sulle spiagge. Lydia Guirous dei Républicains (il partito di Sarkozy) parla di «triste avvenire per le donne francesi se non fermiamo la polizia islamista», mentre per Marion Maréchal-Le Pen (Front National) «a Tolone c’è già la sharia: portare degli short vi può mandare all’ospedale». Claude Askolovitch, autore di un fortunato saggio in difesa dei musulmani, dice che «i poliziotti mandati sulle spiagge a cercare le ragazze in burkini sarebbero più utili in città per fermare i teppisti che attaccano le donne in short».

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«È IL NUOVO MACHISMO, FOMENTATO DALLA RELIGIONE»

di Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 9/9/2016

– La femminista FOUREST: «Uscire in gonna in certi quartieri diventa un gesto di coraggio» –

PARIGI «Bisogna essere prudenti, l’inchiesta non è ancora finita. Ma bisognerebbe essere ciechi per non vedere che l’intolleranza sta crescendo, che certi giovani si comportano da machisti violenti. L’ascesa del machismo nei quartieri popolari non è una novità». CAROLINE FOUREST, femminista autrice di molti saggi tra cui «La tentazione dell’oscurantismo», schierata contro l’estrema destra e contro l’integralismo islamico, non è sorpresa dai fatti di Tolone.

È possibile legarli alla questione religiosa e all’islamismo?

«Inutile girare intorno al problema, al di là del caso specifico il machismo oggi esplode perché c’è un ritorno dei valori tradizionali e religiosi, che danno la sensazione a qualcuno di essere autorizzato a fare la morale agli altri».

Come il 31 dicembre a Colonia, quando le donne furono molestate perché erano occidentali e quindi troppo libere?

«Gli aggressori possono essere più o meno praticanti, ma sarebbe naïf ignorare il legame tra l’aumento della violenza integralista e il fatto che dei machisti si autorizzano a richiamare le donne all’ordine su come si vestono. Non sono automatismi ma fanno parte di un clima, e il fondamento di tutto è il ritorno della dominazione maschile. Il punto comune tra i fatti di Colonia, le aggressioni per strada o l’ascesa di un radicalismo più strutturato e religioso, è il ritorno del machismo, nella sua forma più violenta e volgare».

Il machismo precede la religione?

«Andrei più lontano, direi che il ritorno della religione dipende dal desiderio di ritornare alla dominazione maschile. Le nuove generazioni si attaccano alle motivazioni religiose perché queste offrono loro il pretesto di potere insultare le donne per strada, di picchiarle, di sfogare la loro frustrazione. I Paesi arabi o musulmani non sono certo i soli a conoscere questo fenomeno. C’è una cultura patriarcale che prospera a quanto più l’identità religiosa è forte, perché tutte le religioni favoriscono il machismo. Ma quando uno cresce in una cultura in cui la religione è così esacerbata, ha più facilmente la sensazione di potersi comportare come un piccolo tiranno».

Quanto conta la polemica sul burkini?

«Il compito della democrazia è veramente difficile, perché bisogna trovare un equilibrio sottile. Io ho preso posizione contro le ordinanze anti-burkini, ma quell’indumento è il sintomo di un regresso terribile. Il miglior modo di dissuadere dalla moda machista del burkini è di educare alla parità nella scuola laica, non attraverso i divieti in spiaggia. Il Consiglio di Stato ha fatto bene a cassare le ordinanze dei sindaci, ma allo stesso tempo è giusto affrontare il problema, difendere la parità nella scuola, lavorare alla radice perché questo machismo indietreggi».

Come giudica le femministe francesi al riguardo? Forse timide?

«Confondono rispetto del diritto e abbandono della lotta femminista. La maggior parte delle femministe sono anche militanti anti-razziste. Anche io lo sono. E infatti oggi è difficile condurre due battaglie allo stesso tempo, lottare contro il razzismo e anche contro il sessismo, perché capita che le vittime preferite del razzismo siano talvolta anche i principali responsabili del sessismo. Io sono femminista, laica e anti-razzista, non rinuncio a nessuna delle tre lotte».

Quest’estate, durante un incontro pubblico a Milano, lo scrittore Michel Houellebecq ha detto che le donne italiane si vestono in modo più attraente delle francesi, perché queste ultime ormai hanno paura di essere infastidite per strada. Lei ha la stessa impressione?

«Non saprei se ci sono davvero differenze tra Milano e Parigi. Ma è vero che nei quartieri popolari, in Francia, andare in giro in gonna o in pantaloncini corti è diventato un gesto di coraggio. Vent’anni fa non era così».

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DONNE IN ARABIA SAUDITA

DOPPIA IDENTITÀ – RAJA ALEM: SOTTO IL VELO, MA NON SIAMO PIÙ IN UNA GABBIA – IL VERO NEMICO RESTA LA PAURA

di Alessandra Coppola, da “il Corriere della Sera” del 7/9/2016

   Le donne saudite esistono. «Non siamo fantasmi — dice Raja Alem —, senza voce né capacità di imprimere dinamismo, di spingere il cambiamento nel Paese e nel Medio Oriente. A dispetto di tutti i pregiudizi, il nostro respiro si sente». La scrittura «come sfida», allora, «e allo stesso tempo come una sorta di trionfo. Essere la voce che dice: noi esistiamo».

   Nata alla Mecca 46 anni fa e oggi residente a Parigi, pluripremiata autrice (tra gli altri, l’Arabic Book Prize 2011), Alem conserva la memoria della città santa nell’arabo classico e raffinatissimo che ha scelto di usare, nelle atmosfere, nei vicoli, nei protagonisti che si muovono nei suoi romanzi. «Non sarei quella che sono se fossi cresciuta altrove — racconta —: è stato un allenamento a superare i miei limiti». L’accesso alla cultura, per cominciare. «Era come un acquario, così lontano dall’Oceano… I libri non erano disponibili, io e mia sorella li portavamo di contrabbando dall’Europa durante i nostri viaggi con la famiglia». Al tempo stesso, la Mecca «era come un mare: una confluenza di mondi nella stagione del pellegrinaggio, che mi ha fatto incontrare costumi, cibi, linguaggi diversi». Infine, la Storia, «le sue antiche radici accanto alla modernità: i miei libri sono i luoghi in cui questa mescolanza si manifesta».

   L’ultimo lavoro portato in Italia è Khatem. Una bambina d’Arabia (tradotto da Federica Pistono, edito da Atmosphere Libri, sarà presentato a Pordenonelegge, a Palazzo Gregoris, venerdì 16 settembre alle 16.30). Prende il titolo dalla protagonista, nella Mecca dei primi del ’900, ragazzina che esce di casa solo in abiti maschili. Nell’immaginario occidentale l’Arabia Saudita per una donna resta una gabbia.

   È così? «Il libro si conclude nel 1938 — risponde la scrittrice —. Il mondo di Khatem era completamente diverso da quello attuale. L’Arabia Saudita è vasta quanto un continente, ci sono parti ancora conservatrici, che isolano le donne e sopprimono i loro diritti, ma la gran parte del Paese è un’altra, anche se bisogna portare il velo in strada. Sotto il velo — continua Alem — c’è una forza di cambiamento, le donne avviano imprese, assumono incarichi di responsabilità, spingono lo sviluppo della scena culturale. Il primo museo è stato fondato da una donna, e così la prima galleria d’arte. Duecentomila giovani sono stati mandati all’estero con borse di studio e di questi il 40 per cento sono ragazze: immaginate che cosa porteranno a casa tornando dall’Europa, dagli Stati Uniti o dalla Cina… Ovviamente ci sono limitazioni, forse più che altrove non tutto è rosa, ma stanno lottando e conquistando libertà».

   Una volta all’anno, almeno, Alem viaggia a Gedda, dove ha studiato, si guarda attorno, registra «quasi una rivoluzione in corso». Anche se, è lei stessa ad ammetterlo, le visite in Arabia Saudita «sono per me una sorta di ritiro. Quando vivevo lì ero come un eremita, dedicavo la maggior parte del tempo a scrivere. A Parigi investo una buona porzione del mio tempo a vivere».

   Musei, centri culturali, le passeggiate sul Lungosenna: «Provo un senso di leggerezza, mi sento come un uccello che non ha bisogno di aiutanti. In Arabia Saudita si prendono cura di me, è una bella sensazione. Ma a Parigi mi godo la mia individualità».

   L’ESTATE FRANCESE È STATA SEGNATA DAL DIBATTITO SUL BURKINI, il costume da bagno «integrale» bandito da alcune spiagge. Alem l’ha seguito con preoccupazione: «L’essenza dell’Europa è la democrazia, la libertà di espressione nelle sue varie forme; quando si mettono in questione i vestiti che si indossano mi sembra un passo indietro nella scala democratica. Capisco quando la legge chiede di mostrare il volto in luoghi pubblici, ma permettere alla paura di farci derogare ai nostri principi è una regressione. Coloro che hanno condotto gli attacchi terroristici in Europa, del resto, non indossavano nessun segno religioso, all’apparenza erano cittadini ultramoderni…».

   A chi teme per i diritti delle donne, a chi si preoccupa per un’emigrazione massiccia da Paesi in cui le conquiste femminili sono ancora scarse, Alem risponde: «Non c’è difesa se non allontanando per prima la paura. I nostri diritti non sono così sottili da poter essere spazzati via da qualunque vento, sono tanto solidi quanto noi permettiamo loro di essere. Il vero nemico resta la paura».

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ELEZIONI IN PALESTINA, DONNE CANDIDATE SENZA NOMI NÉ VOLTI

di Michele Giorgio, da “Il Manifesto” del 7/9/2016

– Territori Palestinesi Occupati. Per le amministrative dell’8 ottobre numerose liste indipendenti hanno scelto di non pubblicare i nomi delle donne candidate rendendole identificabili solo come «Moglie di… », «Sorella di…».Lo sdegno delle attiviste dei diritti delle donne –

RAMALLAH – Per chi andrà alle urne l’8 ottobre non sarà facile dare il voto a tante donne palestinesi candidate per il rinnovo dei consigli municipali in Cisgiordania e a Gaza. A meno che non intervenga la Commissione elettorale per mettere fine allo scempio che sta avvenendo. Numerose liste locali, indipendenti ma in realtà legate ad alcune delle principali formazioni politiche, incuranti di ciò che prevede la legge elettorale – i candidati devono essere pienamente identificati per nome, età, indirizzo – hanno scelto di non pubblicare i nomi delle donne candidate. Al posto del nome c’è scritto «Moglie di… », «Sorella di…». In pratica sono identificabili soltanto attraverso i familiari maschi più stretti. E non potranno essere riconosciute neppure dalla loro immagine sui manifesti elettorali perchè è già stata o sarà sostituita con un fiore o una colomba.

   La donna glorificata durante l’Intifada, identificata con nome e cognome da “martire” e mostrata nei poster affissi in giro per le città, invece secondo i leader di queste liste “indipendenti” va nascosta, resa anonima e senza volto quando, da viva, partecipa alla vita pubblica. Di fronte a ciò restano in silenzio i due partiti più grossi, Fatah e il movimento islamico Hamas. E con essi l’Autorità nazionale palestinese e il suo presidente Abu Mazen che pure hanno approvato leggi e firmato trattati internazionali contro le discriminazioni nei confronti delle donne.

   Le quote rose (20%) sono una realtà già da alcuni anni nei Territori palestinesi occupati ma, a quanto pare, sono state recepite come una imposizione dal sistema patriarcale che prova ad aggirarle assieme alle iniziative per favorire la partecipazione delle donne in politica.

   «Dopo anni di lotta per tagliare traguardi mai raggiunti da gran parte del Paesi arabi, oggi le donne di Palestina si ritrovano a fare marcia indietro», dice con amarezza al manifesto Amal Kreisheh, storica attivista palestinese dei diritti delle donne. «Purtroppo le sostituzioni dei nomi non sono casi isolati – aggiunge -, riguardano tante località anche della Cisgiordania. Significa che non c’è riconoscimento dei diritti fondamentali della donna da parte dei promotori di queste liste elettorali, evidentemente appoggiate da segmenti significativi della società».

   Kreisheh punta l’indice contro l’Anp e non manca di rivolgere critiche anche alla sinistra. «L’Anp ha un atteggiamento ambiguo – spiega – da un lato approva leggi per l’uguaglianza tra i sessi e poi non muove i passi necessari per farle applicare e per far rispettare i diritti conquistati dalle donne». La sinistra, aggiunge Kreisheh «si limita ad applicare al minimo le quote rosa e non avvia una campagna ampia e incisiva a favore dei diritti delle donne».

   Le proteste non mancano e non giungono solo dalle organizzazioni di donne. Qualcuno denuncia «l’islamizzazione della società palestinese» e fa riferimento alla “awra” il principio religioso che stabilisce che siano coperte determinate parti del corpo umano. A ben vedere però la sostituzione dei nomi delle donne candidate è figlia più di comportamenti imposti dalla società tribale che domina soprattutto nelle zone rurali. Se è vero che tra i giuristi islamici prevale il principio che la donna sia tenuta coprire tutto il suo corpo, compresi i capelli, ad eccezione del viso, delle mani e dei piedi (alcuni, soprattutto i salafiti e wahhabiti, invocano una copertura completa), allo stesso tempo la tradizione religiosa non presenta un divieto esplicito della pubblicazione dei nomi delle donne. «La società patriarcale e tribale ci mostra ancora tutta la sua forza», commenta Amal Kreisheh avvertendo che le donne palestinesi non resteranno a guardare e continueranno a lottare per i loro diritti.

   Sulla piega che sta prendendo la campagna per le amministrative di ottobre, interviene anche Luisa Morgantini, ex vice presidente dell’Europarlamento e da molti anni impegnata sul terreno dei diritti delle donne palestinesi. «Incontrando Leila Ghanem, che è una governatrice, ho espresso la mia indignazione» spiega Morgantini in questi giorni a Ramallah «perché tutte le battaglie fatte dalle donne (palestinesi) per le quote rose e per essere protagoniste anche nella vita politica vengono ora distrutte da questa visione (della donna) che emerge da facebook e nelle liste elettorali. Mi auguro che le proteste riescano a fermare chi vuole dare una rappresentazione della donna solo come la moglie di questo o la sorella di quello».

   Naima Abu Taima, che si occupa di parità di genere al Media Development Center dell’università di Bir Zeit (Ramallah), è a favore del boicottaggio del voto da parte delle donne. «Essere rappresentate a questo modo è umiliante, che gli uomini vadano alle urne da soli. Noi dobbiamo farlo solo se saranni rispettati i nostri diritti». Amal Kreisheh da parte sua ritiene il boicottaggio del voto un punto molto delicato. «Da un lato quanto vediamo ci spingere a non partecipare alle elezioni, dall’altro questo voto rappresenta un momento raro di espressione del volere del nostro popolo. Un appello al boicottaggio potrebbe non essere la scelta giusta». (Michele Giorgio)

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IMAN (IMPAURITO E PENTITO?) ESPULSO A TREVISO

ESPULSO L’IMAM CHE RIFIUTÒ DI GIURARE SULLA COSTITUZIONE

di Andrea Pasqualetto, da “il Corriere della Sera” del 9/9/2016 – Treviso, non ha voluto la cittadinanza. Alfano: disprezza i nostri valori –

   Fagrouch aveva detto no: sulla Costituzione italiana io non giuro. Troppo distante dai sui valori di musulmano fondamentalista, salafita, radicalizzato in una città come Treviso dove la moglie non passava inosservata con il niqab che le lasciava scoperti solo gli occhi. Quel rifiuto così netto e tutto ciò che hanno poi scoperto gli investigatori della Digos sul suo stile di vita integralista, è costato al trentatreenne marocchino Fagrouk Hmidane, in Italia dal 1998, l’espulsione. Mercoledì scorso il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha deciso che doveva prendere il primo volo per Casablanca: «Per motivi di sicurezza dello Stato… il rifiuto di prestare giuramento per il conferimento della cittadinanza italiana era maturato sulla base del convincimento secondo cui c’è piena incompatibilità tra l’osservanza dei precetti salafiti e la fedeltà alla Repubblica».

   Un’incompatibilità di principi, dice Alfano. «La nostra legislazione sarebbe portatrice di valori inaccettabili per un musulmano vero: un “insieme di peccati su peccati” come, per esempio, la parità di diritti tra uomo e donna». Insomma, Fagrouk si è messo in bel guaio disprezzando i valori fondanti della nostra Costituzione. Anche perché è un punto di riferimento della comunità musulmana di Treviso, dove era responsabile sociale e imam «supplente» del Centro culturale islamico di via Pisa, «uno dei 26 esistenti in provincia ma soprattutto uno dei tre più radicali», ha precisato il capo della Digos trevigiana, Alessandro Tolloso.

   La storia di Hmidane è la storia di un ragazzo che raggiunge il padre in Italia a 15 anni, che studia sodo e si diploma all’Istituto tecnico con 72 nel 2003 e nello stesso anno inizia a lavorare da elettricista per la Tecno Elettra, una piccola ditta che lo aveva assunto come operaio. «Persona seria e onesta, nessun problema in fabbrica —. dice Remo, uno dei tre titolari —. L’unica cosa che balzava all’occhio era il suo modo di vestire, troppo dimesso, con questi abiti lunghi e larghi. Gli abbiamo regalato anche delle polo ma non le ha mai messe. Negli ultimi tre, quattro anni si è progressivamente isolato dai colleghi seguendo sempre più alcune regole della sua religione. Si è fatto crescere la barba, non mangiava a pranzo con i colleghi, non faceva cene aziendali».

   Nel frattempo Hmidane si era sposato con una connazionale che gli ha dato tre figlie: oggi hanno sette, quattro e due anni. Nel 2013, dopo dieci di onorato lavoro, la scelta di chiedere la cittadinanza italiana. Un percorso a ostacoli fra carte bollate e documenti vari, concluso solo lo scorso anno. Quando di fronte al nulla osta del Viminale ha opposto il gran rifiuto. Nel modo più semplice: il giorno del giuramento non si è presentato. Il comportamento ha insospettito la polizia che ha preso a indagare sul suo conto dall’inizio dell’anno.

   E dopo otto mesi di approfondimenti ha concluso che Hmidane si era radicalizzato. Nel senso della sharia, del rispetto della legge islamica più rigorosa: obbligo per la moglie del niqab, invito ai fedeli a imitarlo nel rifiuto della cittadinanza e al rispetto ortodosso del Corano. Ma nessun crimine, nessun proclama terroristico, nessun sermone jihadista per lo Stato Islamico. «No, ha però dimostrato di essere ostile alle nostre tradizioni, alle nostre regole», semplifica il questore Tommaso Cacciapaglia.

   In estate la moglie e le figlie erano rientrate in Marocco e anche questo è stato un ulteriore elemento di sospetto. Mentre a Treviso sono rimasti i genitori e il fratello ingegnere: «Fagrouch è un puro, un osservante dell’Islam, non un terrorista — dice il padre che vive in una grande casa della periferia, la stessa del figlio —.  L’hanno portato via mentre andava al lavoro in bicicletta, non è giusto». Con lui lo storico mediatore culturale di Treviso, Abderrahmane Kounti: «Uomo innocuo e disinteressato alla diffusione dei modelli islamici». Alfano la pensa diversamente: «Ci disprezza».

   Da due giorni Fagrouk è in una cella di Casablanca. Chi l’ha catturato in Italia ricorda i suoi occhi: «Erano spaventati». (Andrea Pasqualetto)

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