L’EUROPA (e l’Italia) CHE VERRA’- Nell’epopea della mobilità geografica dei popoli vince la paura, con “le chiusure” verso i migranti (e i lavoratori stranieri nell’area europea) – i Referendum che chiedono CHIUSURE – Il desiderio di ripristinare le frontiere e l’impossibilità di realizzarlo, in un mondo in divenire, globale e aperto

“PRIMA IL LAVORO AGLI SVIZZERI”: AL REFERENDUM IN CANTON TICINO PASSA LA LINEA DELLA DESTRA NAZIONALISTA: LIMITI PER I FRONTALIERI - I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 MILA ITALIANI che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso il 25 settembre 2016 dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi. Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#PRIMAINOSTRI»
“PRIMA IL LAVORO AGLI SVIZZERI”: AL REFERENDUM IN CANTON TICINO PASSA LA LINEA DELLA DESTRA NAZIONALISTA: LIMITI PER I FRONTALIERI – I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 MILA ITALIANI che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso il 25 settembre 2016 dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi. Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#PRIMAINOSTRI»

   Diciamo innanzitutto che, secondo dati Eurostat (l’istituto ufficiale di statistica dell’Unione Europea con base in Lussemburgo), la questione dei migranti è al primo posto nelle preoccupazioni dei cittadini della Ue, prima del terrorismo, prima della disoccupazione. Che sia di fatto un dato meno reale di quanto in effetti viene percepito, sta di fatto che è inevitabile che i politici europei, governi in testa, rincorrano le paure dei loro elettori.

   Nessun partito può sottovalutare la questione (fomentata ancor di più dai movimenti populisti): e alcuni più di altri spingono sulla necessità di mettere una sbarra ai cancelli d’ingresso, ritenendo che l’arrivo di lavoratori stranieri abbia effetti negativi sulla disoccupazione interna (oltreché sul sistema del welfare e sul livello degli stipendi).

“…Nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali…” (Ilvo Diamanti, GLI ITALIANI RIVOGLIONO LE FRONTIERE, da “la Repubblica” del 26/9/2016)
“…Nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali…” (Ilvo Diamanti, GLI ITALIANI RIVOGLIONO LE FRONTIERE, da “la Repubblica” del 26/9/2016)

   Stiamo parlando, fin qui, di “lavoratori stranieri”, distinguendo dall’accezione “immigrati” (o profughi, la differenza non viene percepita): se di questi ultimi dobbiamo parlare (immigrati, profughi) si aggiunge allora la paura del terrorismo, dei crimini, eccetera.

   E sull’accezione di “lavoratori stranieri” l’ultimo episodio di chiusura è acceduto con il referendum in Canton Ticino del 25 settembre scorso: i cittadini di questo Cantone, il più vicino all’Italia (di lingua italiana), chiedono che si pongano limiti ai frontalieri, in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 mila italiani che lavorano in Svizzera. Questo appunto l’esito del referendum, promosso dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi.

   E’ così che, tra cronache planetarie di atti di guerra e terrorismo e crisi economica che rischia di portare il mondo in una stagnazione per molti decenni, nell’Europa intimorita da tutto questo c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese della UE si sta alzando il livello di protezionismo.

ALLA FRONTIERA UNGHERESE - “Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano. Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti. «PRIMA I NOSTRI» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze. (…..)” (CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016)
ALLA FRONTIERA UNGHERESE – “Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano. Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti. «PRIMA I NOSTRI» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze. (…..)” (CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE
di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016)

   Si va dalle discriminazioni economiche che colpiscono le popolazioni originarie in alcune zone ancora industriali dell’Inghilterra a più alta concentrazione di immigrati provenienti dall’Europa dell’Est (polacchi, in particolare), fino alla Svizzera (non nella Ue, ma nel cuore dell’Europa) dei transfrontalieri italiani del Canton Ticino.

   E su tutto c’è un atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, di richiesta di andarsene: però non è proprio così come si vuol far credere. In tanti Paesi europei (come in Italia dai recenti sondaggi) si guarda con diffidenza alla Ue ma si ha bisogno dei suoi aiuti, e di sentirsi nei confronti del mondo globale “protetti” da un contesto geografico comune, da una moneta unica (per i 19 Paesi che vi hanno aderito): un contesto e un atteggiamento ambivalente, da “euro-tattici”.

“CONNECTOGRAPHY del giovane esperto di geoeconomia e geostrategia PARAG KHANNA. È una mappa delle connessioni che contano davvero, LA NUOVA GEOGRAFIA CHE SOSTITUISCE LE VECCHIE CARTE DEL PIANETA. Di origine indiana, cresciuto tra America, Medio Oriente e Germania, Khanna è docente all’università statale di Singapore. Poiché riesce a viaggiare perfino più di me, questa intervista l’abbiamo condotta via Skype fra diversi continenti. LA PREMESSA DI KHANNA È CHE L’UMANITÀ COSTRUIRÀ PIÙ INFRASTRUTTURE NEI PROSSIMI QUARANT’ANNI DI QUANTE NE ABBIA COSTRUITE NEGLI ULTIMI QUATTROMILA. Le grandi reti di trasporto e comunicazione (anche virtuale) sono ormai delle realtà più importanti degli Stati nazione. Le catene della logistica sono talmente complesse, ramificate e diversificate, che su ogni prodotto andrebbe messa l’etichetta “Made in Everywhere”, cioè fabbricato dappertutto. Un possibile modello del nostro futuro è Dubai, un luogo creato da una visione del tutto a-storica, a-geografica, ovviamente popolato da apolidi. (…..)” (Federico Rampini, LE NUOVE MAPPE DEL MONDO CHE VERRÀ, “la Repubblica” del 25/9/2016) - https://www.amazon.it/Connectography-Mapping-Network-Revolution-English-ebook/dp/B01AGK16RE#reader_B01AGK16RE
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   Cioè la maggioranza vede come un salto nel buoi uscire dal contesto europeo, ma dall’altra si chiedono barriere e confini per salvaguardare se stessi, il proprio territorio nazionale. È la paura degli altri, degli immigrati, ad alimentare la domanda di ispezioni e barriere: significativo l’esempio dei ministri polacchi che vanno a perorare in Inghilterra i diritti dei lavoratori loro connazionali, minacciati nella Contea di Essex con aggressioni (anche un omicidio) perché tolgono lavoro ai locali, e poi tornano in patria e si dedicano a prevedere la totale chiusura delle frontiere e il netto rifiuto di partecipare alla redistribuzione dei richiedenti asilo avviata dall’Europa…

   Comunque il tema centrale di tutto è IL TIMORE SUSCITATO DAGLI IMMIGRATI. E la politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, attorno alla «giungla» di Calais. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono. Ma è così un po’ in ciascun Stato (dalla Gran Bretagna all’Austria, all’Olanda, la Polonia, la Svezia…).

26/9/2016: - I SOLDI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI SONO FINITI, SERVONO 600 MILIONI DI EURO PER EVITARE CHE IL SISTEMA VADA IN TILT - LE ORGANIZZAZIONI CHE SI OCCUPANO DEI RIFUGIATI LANCIANO L’ALLARME AL VIMINALE - I cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l'immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell'espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti. Queste strutture si dividono in: CENTRI DI PRIMO SOCCORSO E ACCOGLIENZA (CPSA), CENTRI DI ACCOGLIENZA (CDA), CENTRI DI ACCOGLIENZA PER RICHIEDENTI ASILO (CARA) E CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE)
26/9/2016: – I SOLDI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI SONO FINITI, SERVONO 600 MILIONI DI EURO PER EVITARE CHE IL SISTEMA VADA IN TILT – LE ORGANIZZAZIONI CHE SI OCCUPANO DEI RIFUGIATI LANCIANO L’ALLARME AL VIMINALE – I cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l’immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell’espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti. Queste strutture si dividono in: CENTRI DI PRIMO SOCCORSO E ACCOGLIENZA (CPSA), CENTRI DI ACCOGLIENZA (CDA), CENTRI DI ACCOGLIENZA PER RICHIEDENTI ASILO (CARA) E CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE)

   Per quanto riguarda l’Italia e gli immigrati “extracomunitari” che giungono dal Mediterraneo, la geografia ci impone un dilemma tra il soccorso ai migranti e il loro abbandono a una sicura morte. La scelta finora sembra essersi dimostrata umanitaria, corretta, eticamente inoppugnabile, doverosa (pur tra i tanti naufragi avvenuti in mare). Altre soluzioni (oltre quella umanitaria) sembrano di difficile applicazione e per niente solidali. Come chi auspica un blocco navale davanti alla Libia per impedire la partenza dei barconi; oppure massici aiuti all’Africa (ai paesi di provenienza) che creino condizioni di effettivo sviluppo da subito così da impedire l’esodo. Ma sono piani che richiedono tempo (diversi anni) e condizioni politiche nuove (europee, italiane, mondiali…) che ancora stentano a germogliare .

   Ogni sistema di “limitazione”, all’interno della UE, con misure “europee” uniche ed autorevoli non ha avuto alcuna riscontro concreto: ad esempio il sistema delle quote di immigrati da assegnare a ciascun Paese è miseramente fallito, e dei 160 mila migranti che dovevano essere «ricollocati» per alleviare il peso di Italia e Grecia, di questi soltanto 5 mila hanno trovato una vera collocazione europea.

CALAIS: AL VIA LA COSTRUZIONE DEL MUTO ANTI IMMIGRATI - La politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, al confine di CALAIS. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono
CALAIS: AL VIA LA COSTRUZIONE DEL MURO ANTI IMMIGRATI – La politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, al confine di CALAIS. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono

   Resta che, parlando del fenomeno migratorio, altri motivi che accelerano la mobilità di popolazioni che lasciano le loro terre, si aggiungono sempre più, oltre alle GUERRE e alla MISERIA, delle popolazioni del Sud del Mondo (intendendo anche il Medio Oriente, pensiamo alla Siria in guerra “totale” contro la popolazione).

   Gli altri fatti che allargheranno il fenomeno migratorio sono di due tipi:

1) le nazioni europee hanno un TASSO DI FERTILITÀ BASSO, la demografia rileva il tasso negativo di “ricambio” della popolazione originaria dei nostri luoghi (pertanto o si riesce ad assimilare gli stranieri, oppure si muore).

2) L’altro elemento è dato dal CRESCERE DELLA DESERTIFICAZIONE NEI PAESI DEL SUD DEL MONDO. Le mappe della densità di popolazione e dell’urbanizzazione mostrano forti concentrazioni umane in zone costiere dove i livelli dei mari si alzano; mentre in altre parti del mondo avanzano siccità e desertificazione. E dall’altra il riscaldamento climatico rende fertili e accoglienti delle aree vicine all’Artico, dal Canada alla Russia. Tutto questo porterà (porta) a una spinta inarrestabile a emigrare dal Sud verso zone che un tempo erano fredde, e diventano di anno in anno sempre più abitabili (quest’ultima osservazione la si può dedurre da un libro, “Connectography” che qui presentiamo, di Parag Khanna, esperto di origine indiana di geoeconomia).

   Per dire che con il fenomeno “Immigrazione” bisognerà adottare strategie chiare, condivise, realistiche, positive, solidali. (s.m.)

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CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE

di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016

– Inghilterra, Olanda e Ungheria: alle urne vince la paura –

   Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano.

   Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro.

   È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti.

   «PRIMA I NOSTRI» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze.

   Il tema dei lavoratori stranieri, provenienti dagli altri Paesi dell’Unione Europea, è stato centrale nella campagna per la Brexit. Pur di porre un freno alla libera circolazione delle persone, con il voto nelle urne i britannici si sono detti pronti a rinunciare anche a quella di beni, servizi e capitali. Ora però chi governa si sta interrogando sul costo dell’uscita dal mercato unico ed è facile immaginare che, durante le trattative con Bruxelles per il divorzio, Londra cercherà in qualche modo di mantenere un piede all’interno. Ma dall’altra parte del tavolo l’orientamento è chiaro: non si può stare nel mercato unico senza la libera circolazione delle persone. Lavoratori, beni e servizi devono essere trattati allo stesso modo.

   Un timore simile aveva accompagnato l’altro importante referendum tenutosi quest’anno. Ad aprile l’Olanda ha dato la parola ai suoi elettori per chiedere loro un parere sulla ratifica dell’accordo di associazione tra l’Ue e l’Ucraina. Un voto che è stato letto, giustamente, come un «no» all’Europa. Ma che è stato mosso principalmente dal timore di una «invasione» di lavoratori ucraini in Olanda.

   Lo stesso timore che si era diffuso in molti Paesi, Italia in testa, quando la Romania stava per fare il suo ingresso nell’Unione Europea. «Una pura follia» la definirono esponenti della Lega Nord, gli stessi che ora lanciano l’allarme sul processo di ADESIONE DELLA BOSNIA-ERZEGOVINA, iniziato martedì scorso dopo il primo ok del Consiglio dell’Ue. In questo caso a sollevare le paure non è tanto il rischio che «vengano qui a portarci via il lavoro», ma piuttosto che l’entrata in Europa sia «un cavallo di Troia islamico calato sul Vecchio Continente», come ha detto nei giorni scorso l’eurodeputato del Carroccio Lorenzo Fontana.

   Sul fronte economico, i partiti che più spingono sulla necessità di mettere una sbarra ai cancelli d’ingresso ritengono che l’arrivo di lavoratori stranieri abbia effetti negativi sia sul sistema del welfare, sia sul livello degli stipendi. «Loro accettano paghe più basse e così le imprese abbasseranno anche le nostre» è un discorso che si fa per esempio nelle zone dell’Inghilterra a più alta concentrazione di immigrati provenienti dall’Europa dell’Est, ma anche nella Svizzera dei transfrontalieri. Dove il divario tra i salari da una parte e dall’altra del confine rischia di diventare il classico granello di sabbia che fa inceppare il meccanismo.

   Emblematico il caso dei polacchi nella contea inglese dell’Essex, dove la cronaca degli ultimi due mesi ha registrato una serie di violente aggressioni. Una sfociata addirittura in omicidio. Gli episodi – citati anche da Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione – hanno creato qualche frizione diplomatica: i ministri polacchi dell’Interno e degli Esteri sono volati a Londra per discutere della questione e hanno denunciato un crescente clima di odio verso i loro connazionali dopo il voto sulla Brexit. Poi, una volta tornati in patria, si sono dedicati alla loro politica interna. Che prevede la totale chiusura delle frontiere e il netto rifiuto di partecipare alla redistribuzione dei richiedenti asilo avviata dall’Europa. (Marco Bresolin)

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EMERGENZA MIGRANTI, UN TERRENO DI COLLAUDO PER L’UNIONE DI DOMANI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 26/9/2016

   L’impatto dei flussi migratori sta disegnando l’Europa del futuro molto più delle vaghezze di Bratislava. Con quattro cruciali campagne elettorali di fatto già in corso in Italia, Olanda, Francia e Germania, e con Eurostat che conferma come la questione dei migranti sia al primo posto nelle preoccupazioni dei cittadini della Ue, prima del terrorismo, prima della disoccupazione, diventa inevitabile che i politici europei, governi in testa, rincorrano le paure dei loro elettori.

   Ecco allora che si moltiplicano muri e reticolati o almeno severi controlli alle frontiere, ecco le caute inversioni di marcia dove prima veniva issata la bandiera dell’accoglienza, ecco il silenzio complice che accompagna il blocco di questo o quel confine nazionale. E soprattutto ecco riunioni scandalose come quella di sabato (24 settembre) a Vienna, dove i «Paesi interessati» hanno dichiarato, nelle parole di Tusk, chiusa per sempre la rotta dei Balcani. Come se le rotte dei migranti non fossero interdipendenti, come se il problema non fosse di tutti a cominciare dall’Italia (ma da Roma non sono venute proteste o polemiche).

   Quello che appena un anno fa era un durissimo braccio di ferro tra Angela Merkel che apriva la Germania ai siriani, la Svezia che accoglieva, l’Italia e la Grecia che salvavano i migranti da morte certa, e dall’altra parte le fortezze della razza e della religione arroccate nell’Europa dell’Est, oggi è diventato un consenso strisciante a favore del «basta migranti».

   Non sorprende più che il sistema delle quote sia miseramente fallito e che dei 160 mila migranti che dovevano essere «ricollocati» per alleviare il fardello di Italia e Grecia soltanto 5 mila lo siano stati davvero.

   Ora la Merkel promette di rimediare proprio con i rifugiati bloccati in Italia e in Grecia, la speranza è lecita. Ma non suscita più animati dibattiti nemmeno il fatto che la Turchia tenga in ostaggio la Germania e altri soci europei perché una mancata abolizione dei visti nei prossimi mesi potrebbe indurre Erdogan a «liberare» i circa tre milioni di rifugiati oggi ancora bloccati sul suolo turco. Tanto, pensa forse qualcuno, la rotta dei Balcani è bloccata.

   Basta guardarsi intorno per capire fino a che punto l’atteggiamento verso i migranti sia diventato quasi uniforme. La signora Merkel rifiuta di fare autocritica per evitare un suicidio elettorale, ma i dissidi nel suo stesso partito e le batoste già incassate a livello regionale la inducono a ripiegare su una linea più dura pur ribadendo, come ha fatto a Vienna, che il problema è di tutti e va risolto con accordi con i Paesi di provenienza. La Cancelliera può ancora permettersi un accenno di doppio gioco, forte del fatto che gli arrivi sono più che dimezzati rispetto al milione del 2015 e che le espulsioni di chi non ha diritto al titolo di rifugiato vengono attuate con puntualità teutonica.

   LA FRANCIA DI HOLLANDE ACCETTA CHE GLI INGLESI PAGHINO LA COSTRUZIONE DI UN MURO SUL LORO TERRITORIO, attorno alla «giungla» di Calais. E quanto alle presidenziali di maggio la competizione si svolge tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono.

   IN OLANDA SI VOTA A MARZO, e in testa ai sondaggi c’è l’estrema destra anti-migranti e anti-Europa di Geert Wilders. IN AUSTRIA il ballottaggio per eleggere il presidente avrà luogo ai primi di dicembre, favorita l’estrema destra di Norbert Hofer. LA SVEZIA ha fatto sapere di essere giunta al tetto della sua capacità di accoglienza. LA SPAGNA si protegge dietro reti altissime nell’enclave di Ceuta e Melilla, e aspetta di sapere se dovrà tornare alle urne per la terza volta quest’anno.

   E poi c’è IL GRUPPO DI VISEGRAD. L’UNGHERIA, la POLONIA, la REPUBBLICA CECA e la SLOVACCHIA che prima di ogni riunione europea si coordinano tra loro e poi parlano da blocco a se stante, che rifiutano l’accoglienza di migranti islamici ma vogliono che i loro cittadini possano andare liberamente nella Gran Bretagna della Brexit, che ricevono lauti sostegni finanziari da Bruxelles ma vedono nella Ue una «nuova Mosca».

   E L’Italia? L’Italia, come la Grecia, ha le mani legate dietro la schiena. Perché le sue coste sono bagnate da un mare caldo e spesso tranquillo chiamato Mediterraneo. Dall’altra parte c’è l’Africa delle mille tragedie, delle guerre, delle dittature, ma anche delle siccità e della miseria endemica. E ci sono anche quei siriani o afghani che hanno rinunciato alla rotta balcanica ripiegando su quella libica. O egiziana, come dimostra la strage dei giorni scorsi per un barcone sovraccarico.

   La geografia ci impone un dilemma tra il soccorso ai migranti e il loro abbandono a una sicura morte. La scelta è obbligata per un Paese civile, e dobbiamo essere fieri che l’Italia l’abbia fatta senza tentennamenti. Ma l’etica non risolve i problemi. Basta dare una occhiata alle strategie alternative, tanto diverse da quelle di chi deve pensare soltanto a confini terrestri.

   Il modello australiano (confinare i migranti su un’isola fortificata) non si adatta alle isole italiane, se non altro per le diverse distanze dalla terraferma. Un blocco navale davanti alla Libia per impedire la partenza dei barconi sarebbe per il diritto internazionale un atto di guerra, e per renderlo efficace evitando il dilemma salvezza-abbandono bisognerebbe occupare militarmente, nel mezzo di una guerra civile, gran parte della costa e dei porti. Impensabile, a meno che lo faccia l’Europa con il placet dell’Onu.

   Aiuti all’Africa, ai Paesi di provenienza? Sì, se si tratta di ottenere il placet al rimpatrio dei migranti economici. Ma se si volessero modificare le condizioni economiche locali nel migliore dei casi ci vorrebbero parecchi anni.    Matteo Renzi ha ragione, quando si scandalizza perché l’Europa che pensa molto ai Balcani pensa pochissimo al Mediterraneo. E ha ragione anche quando spiega (semmai troppo di rado) che nessuno farebbe diversamente al posto suo, perché per fortuna l’Italia non è ancora pronta a uccidere voltandosi dall’altra parte. E chi pensa che lo sia, dovrebbe avere il coraggio di dirlo. Ma il presidente del Consiglio sbaglia bersaglio quando dà l’impressione di confondere diritti sacrosanti dell’Italia sul tema dei migranti e richieste di flessibilità contabile o, peggio, scontate delusioni da «direttorio» che ora saranno forse alleviate dai segnali di pace di Angela Merkel sull’accoglienza dei rifugiati. E sbaglia, Renzi, anche quando afferma che l’Italia può fare da sola. Non è così.

   Piuttosto, è vero che quello dell’immigrazione potrebbe diventare il primo e più importante terreno di collaudo delle integrazioni differenziate di cui tanto si parla. Il pericolo è che per fare sul serio si debba attendere la fine del 2017. E che per allora non si possa più fare sul serio. (Franco Venturini)

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“PRIMA IL LAVORO AGLI SVIZZERI”: AL REFERENDUM IN CANTON TICINO PASSA LA LINEA DELLA DESTRA NAZIONALISTA: LIMITI PER I FRONTALIERI

di Giuseppe Bottero, da “la Stampa” del 26/9/2016

– Gentiloni: “Senza libera circolazione rapporti a rischio”; Maroni: “Difenderemo i concittadini” –

   I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 mila italiani che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi.

   Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#PRIMAINOSTRI». E al referendum per alzare una barriera contro i frontalieri stranieri, in particolare quelli italiani, i ticinesi hanno votato compatti: con il 58% dei sì, la proposta della destra nazionalista ha incassato la benedizione popolare. Vero, l’affluenza s’è fermata sotto il 45%, ma il segnale che arriva dal cantone è chiarissimo: quando ci sarà da assegnare un posto di lavoro, i residenti dovranno avere la precedenza sugli altri. Si chiama «PREFERENZA INDIGENA», e la maggioranza ha scelto di ancorarla nella Costituzione del Canton Ticino. «Ce l’aspettavamo, anzi è già tanto che la percentuale non sia stata più alta», commenta amaro Eros Sebastiani, presidente dell’Associazione Frontalieri Ticino.

   Le conseguenze non saranno immediate: prima di diventare effettiva, la modifica costituzionale dovrà essere avallata dall’Assemblea federale di Berna, che valuta la conformità al diritto nazionale. E prendendo atto della vittoria dell’iniziativa, il Consiglio di Stato ticinese – l’esecutivo cantonale che aveva proposto un controprogetto bocciato nelle urne – ha ricordato i problemi di applicazione.

   Ma è IL MESSAGGIO POLITICO È INEQUIVOCABILE: «La libera circolazione va limitata, solo in questo modo si potranno combattere fenomeni deleteri quali la sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri e il dumping salariale», esulta la Lega dei Ticinesi, che ha fatto campagna elettorale con l’Unione Democratica di Centro. «Seppur votato, l’esito del referendum sarà di difficile applicazione e non cambierà l’orientamento del mercato del lavoro cantonale», taglia corto Sergio Aureli del sindacato svizzero Unia. L’Italia, in ogni caso, è pronta a rispondere con fermezza.

   «Da domani, la Regione Lombardia predisporrà le adeguate contromisure per difendere i diritti dei nostri concittadini lavoratori», promette il governatore Roberto Maroni mentre in un tweet il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avverte: «Il referendum anti-frontalieri non ha per ora effetti pratici. Ma senza la libera circolazione delle persone i rapporti Svizzera-Ue sono a rischio». E l’europarlamentare Lara Comi (Fi) annuncia di aver scritto alla commissaria Ue Marianne Thyssem per chiedere di «poter avviare urgentemente la sospensione di tutti gli accordi ad oggi in essere tra Svizzera ed Europa». (Giuseppe Bottero)

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LA RICERCA

GLI ITALIANI RIVOGLIONO LE FRONTIERE

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 26/9/2016

– Sondaggio Demos-Repubblica: l’83% vuole più controlli nell’area Schengen. Favorevole il 72% di chi vota Lega e il 65% di Fi. D’accordo anche il 49% dell’elettorato grillino. Più freddi nel centrosinistra: ma il 38% dice sì –

   Si guarda con diffidenza alla Ue ma abbiamo bisogno dei suoi aiuti: siamo euro-tattici. È la paura degli altri, degli immigrati, ad alimentare la domanda di ispezioni e barriere. Il premier Renzi più che euro-scettico è “euro-tattico”, a fini esterni – nei confronti del rigore di Bruxelles – ma anche interni, in vista del referendum NOTA METODOLOGICA Il sondaggio è stato realizzato da Demos&Pi per la Repubblica. La rilevazione è stata condotta nei giorni 6-8 settembre 2016 da Demetra (metodo mixed- mode CATI-CAMI). Il campione nazionale intervistato (N=1.023, rifiuti/sostituzioni 7.092) è rappresentativo per i caratteri socio-demografici e la distribuzione territoriale della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni (margine di errore 3.1%) Documentazione completa su www.agcom.it

   Matteo Renzi ha avviato un conflitto permanente, in Europa. In particolare con gli azionisti di riferimento dell’Unione. Germania e Francia. Con i quali ha polemizzato per il mancato invito al prossimo vertice di Berlino.

   Si tratta, peraltro, di un atteggiamento sperimentato dal premier, in diverse occasioni. Più che euro-scettico: euro-tattico. A fini esterni e ancor più interni. All’esterno, nei confronti dei governi forti della Ue, Renzi mira a ottenere più flessibilità nei conti. E maggiore sostegno di fronte al problema dell’immigrazione. Verso l’interno: cerca di allargare i propri consensi. Oltre la cerchia del Pd. Perché gli italiani sono anch’essi euro-tattici, come il premier. HANNO BISOGNO DEGLI AIUTI DELLA UE, MA LA GUARDANO CON DIFFIDENZA. E TEMONO GLI IMMIGRATI. Si sentono esposti e vulnerabili ai flussi migratori. Così Matteo Renzi parla a Bruxelles e a Berlino. Ma si rivolge al proprio Paese. Agli elettori che lo sostengono, ma anche – ancor più – a quelli più tiepidi e distaccati. Tanto più in questo periodo di campagna elettorale in vista del prossimo referendum costituzionale.

   D’altronde, come abbiamo osservato altre volte, l’atteggiamento degli italiani verso l’Unione si è sensibilmente raffreddato, dopo l’ingresso nell’euro, nei primi anni 2000. Allora eravamo i più eu(ro)forici in Europa. Quasi il 60% esprimeva, infatti, fiducia verso le istituzioni comunitarie. Ma il clima d’opinione è cambiato in fretta.

   Fino a scendere sotto il 30%, negli ultimi anni. Oggi è al 27%. E i più delusi sono gli elettori incerti, che Renzi contende ai partiti decisamente euro-scettici. In primo luogo: Lega e M5s. Tuttavia, non bisogna pensare che gli italiani se ne vogliano andare dalla Ue, seguendo Salvini e la Lega. Né che intendano abbandonare l’euro, come vorrebbero Grillo e il M5s.

   La maggioranza, anche se largamente insoddisfatta, preferisce, comunque, restare. Perché la Ue e l’euro non ci piacciono. Però non si sa mai… Fuori potrebbe andarci molto peggio. Tuttavia, il percorso verso l’unificazione lascia gli italiani sempre più insoddisfatti. Non solo sotto il profilo economico, monetario. E, naturalmente, politico. Ma, ancor più, territoriale.

   Perché, per esistere, uno Stato deve avere un territorio de-finito. Cioè, de-limitato. Uno Stato – federale – europeo deve avere confini esterni precisi. E confini interni, cioè, fra gli Stati nazionali, aperti. Comunque: sempre più aperti. Invece, i confini esterni appaiono sempre più incerti, mentre quelli interni si ripropongono, sempre più evidenti. Marcati, talora, da muri (come in Austria e Ungheria). Mentre le frontiere diventano barriere.

   Come ha previsto il Regno Unito. D’altronde, la minaccia terroristica ha spinto a rafforzare i controlli. In Francia, anzitutto. Ma questa domanda è cresciuta anche altrove. In Italia, ad esempio. Dove le paure “globali” si diffondono in misura crescente, come ha sottolineato il Rapporto dell’Osservatorio sulla sicurezza dei cittadini (curato da Demos con l’Osservatorio di Pavia e la Fond. Unipolis).

   Oggi, infatti, nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”.

   Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali.

   Questo sentimento si associa a orientamenti politici precisi. Raggiunge, infatti, livelli elevatissimi fra gli elettori della Lega (oltre 70%) e di Centro-destra (due terzi, nella base di Forza Italia). Ma incontra un sostegno ampio (quasi 50%) anche tra chi vota M5s. Mentre si riduce sensibil- mente (sotto il 40%) nella base del Centro-sinistra. La richiesta di frontiere, peraltro, declina in modo particolare fra i giovani e gli studenti. Abituati a frequentare le Università europee, grazie al programma Erasmus.

   Tuttavia, se valutiamo le principali ragioni che concorrono ad alimentare questo orientamento, una, fra le altre, assume particolare rilievo. IL TIMORE SUSCITATO DAGLI IMMIGRATI. L’arrivo e la presenza degli stranieri. Più della sfiducia nell’Unione europea e nelle sue istituzioni di governo, infatti, è la “paura degli altri” che alimenta la domanda di rafforzare il controllo delle frontiere. E contribuisce, in qualche misura, a far crescere la nostalgia dei muri.

   Come se le frontiere e gli stessi muri potessero “chiudere” (e proteggere) un Paese “aperto” come il nostro. Verso Est, l’Africa e il Medio Oriente. Circondato, in larga misura, dal mare. In tempi di globalizzazione. Dove tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, può avere effetto immediato sulla nostra vita. Sulla nostra condizione. Sul nostro contesto.

   Per questo il dibattito politico sulle frontiere, in Europa ma anche in Italia, appare dettato da ragioni politiche e ideologiche. Perché le frontiere servono a riconoscere gli altri e de-finire noi stessi. E, in quanto tali, come ha scritto Régis Debray, possono costituire “un rimedio contro l’epidemia dei muri”. Ma quando diventano muri ci impediscono di guardare lontano. Alimentano solo la nostra in-sicurezza. Non alleviano le nostre paure. Ma rafforzano solo gli imprenditori politici delle paure. (Ilvo Diamanti)

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PARAG KHANNA, esperto di GEOECONOMIA

LE NUOVE MAPPE DEL MONDO CHE VERRÀ

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 25/9/2016

– Nato a KANPUR, in INDIA, nel 1977, PARAG KHANNA è esperto di GEOECONOMIA e insegna all’università di Singapore; è considerato dalla rivista “ESQUIRE” una delle cento persone più influenti del ventunesimo secolo: il 29 settembre esce anche in Italia il suo ultimo saggio, “CONNECTOGRAPHY” –

NEW YORK – È il libro ideale da leggere di ritorno da un viaggio in Cina, com’è accaduto a me in occasione del G20 di HANGZHOU. Mentre l’attenzione degli europei è dominata da guerre civili e flussi migratori, il presidente Xi Jinping sta cercando di emulare gli antichi romani: costruisce le premesse di un impero fatto di porti, strade, ponti, acquedotti, più tutto l’equivalente moderno che i romani non potevano immaginare. Lancia i “ganci” delle sue reti infrastrutturali lontanissimo, dalla Cina fino al nostro Mediterraneo. Il libro ideale per capire questo grandioso piano cinese, e tante altre cose, è questo.

   CONNECTOGRAPHY del giovane esperto di geoeconomia e geostrategia PARAG KHANNA. È una mappa delle connessioni che contano davvero, LA NUOVA GEOGRAFIA CHE SOSTITUISCE LE VECCHIE CARTE DEL PIANETA.

   Di origine indiana, cresciuto tra America, Medio Oriente e Germania, Khanna è docente all’università statale di Singapore. Poiché riesce a viaggiare perfino più di me, questa intervista l’abbiamo condotta via Skype fra diversi continenti. LA PREMESSA DI KHANNA È CHE L’UMANITÀ COSTRUIRÀ PIÙ INFRASTRUTTURE NEI PROSSIMI QUARANT’ANNI DI QUANTE NE ABBIA COSTRUITE NEGLI ULTIMI QUATTROMILA.

   Le grandi reti di trasporto e comunicazione (anche virtuale) sono ormai delle realtà più importanti degli Stati nazione. Le catene della logistica sono talmente complesse, ramificate e diversificate, che su ogni prodotto andrebbe messa l’etichetta “Made in Everywhere”, cioè fabbricato dappertutto. Un possibile modello del nostro futuro è Dubai, un luogo creato da una visione del tutto a-storica, a-geografica, ovviamente popolato da apolidi.

Il suo saggio è quasi una provocazione, per diversi motivi. Comincerei da questo: per le giovani generazioni la parola “connessione” evoca subito il mondo digitale, la Rete, le app sugli smartphone. Lei invece ci riporta all’importanza delle connessioni fisiche, fatte di acciaio, cemento armato, tubi di oleodotti…

«Certo, per i più i giovani il concetto di connettersi è seguito automaticamente da “online”. Ma neanche loro devono dimenticare che le infrastrutture di trasporto dei beni, delle persone, dell’energia, hanno preceduto il digitale di alcuni secoli. E perfino la rete non esisterebbe senza una dimensione fisica, che richiede immensi investimenti, per esempio le reti a fibre ottiche o i ripetitori wi-fi».

Lei si occupa molto di un fenomeno della connettività globale che sono le migrazioni, con particolare attenzione a quella che secondo la sua analisi ne sarà la causa più dirompente: il cambiamento climatico. Oggi in primo piano per noi ci sono i profughi dalla Siria, domani prevarranno coloro che fuggono da cataclismi naturali?

«La conclusione è scomoda ma ineluttabile. Se osserviamo le mappe della densità di popolazione e dell’urbanizzazione, abbiamo forti concentrazioni umane in zone costiere dove i livelli dei mari si alzano; mentre in altre parti del mondo avanzano siccità e desertificazione. Al tempo stesso il riscaldamento climatico rende fertili e accoglienti delle aree vicine all’Artico, dal Canada alla Russia. Tutto questo non è futurologia, sta succedendo mentre parliamo. Ed è una spinta irresistibile a emigrare dal Sud verso zone che un tempo erano fredde, e diventano di anno in anno sempre più abitabili».

La Cina investe risorse gigantesche (ha già stanziato sessanta miliardi) nel progetto One Belt One Road (una cintura, una strada): autostrade e ferrovie, oleodotti e porti, aeroporti e reti di distribuzione elettrica, dall’Asia centrale al Medio Oriente fino a casa nostra. Che visione c’è dietro?

«È la più grande iniziativa strategica del ventunesimo secolo. È anche una delle realizzazioni più concrete dei temi del mio libro. La connessione attraverso le grandi reti infrastrutturali è centrale. È perfino più importante del rafforzamento militare. La Cina è disposta a investire subito centinaia di miliardi nei paesi vicini, ed è la nazione che ha più paesi confinanti di ogni altra. Vuole liberarsi dal vincolo del passaggio delle merci e dell’energia attraverso lo STRETTO DI MALACCA. Punta a raggiungere i suoi obiettivi strategici senza dover necessariamente inviare truppe all’estero. Rende i suoi vicini dipendenti attraverso la finanza. Il precursore è la Banca Asiatica per gli Investimenti in Infrastrutture (Aiib): i suoi progetti coincidono con le mappe che ho disegnato per i prossimi vent’anni».

Quella Banca è stata osteggiata dagli Stati Uniti, che hanno tentato — invano — di dissuadere i suoi alleati europei dall’aderirvi. Hanno sbagliato gli americani?

«Non c’è ragione di temere quella Banca voluta dai cinesi. Gli europei ormai commerciano con l’Asia quasi quanto lo fanno con gli Stati Uniti. L’Europa è parte di quella grande massa continentale che chiamiamo Eurasia, ha bisogno di espandere le sue connessioni a Oriente. Gli Stati Uniti hanno sbagliato, sì. Costruire infrastrutture è un bene pubblico, al servizio di tutti, perché opporsi? La Banca Asiatica per gli Investimenti in Infrastrutture è uno strumento di sviluppo, di modernizzazione, sarà per il ventunesimo secolo quello che la Banca Mondiale voleva essere per il ventesimo secolo».

Il suo saggio è controcorrente per un’altra ragione: viviamo in un’epoca dove soffiano impetuosi venti di protezionismo, anti-globalizzazione, ri-nazionalizzazione degli orizzonti politici. Da Brexit a Donald Trump, piacciono quei leader e quei movimenti che propongono di alzare il ponte levatoio, di isolarsi. E non è solo una moda politica, è un trend visibile nei dati dell’economia: il commercio internazionale rallenta, non è più dinamico come una volta, sembra che la globalizzazione sia entrata in una fase di stanchezza. Lei sceglie proprio questo momento per esaltare il ruolo delle connessioni globali.

«Non mi spaventa sostenere tesi controverse. Anzi, proprio perché tanti si oppongono ai benefici delle frontiere aperte e della globalizzazione, è il momento che qualcuno scenda in campo per farne una difesa argomentata. Il fatto che la crescita degli scambi internazionali stia decelerando non contraddice la mia tesi sull’importanza delle connessioni. Circolano meno navi porta-container, ma la connessione attraverso smartphone tra il Canada e il Congo è più facile che mai. Nove miliardi di abitanti del pianeta sono più collegati che mai, e tutti gli altri vorrebbero esserlo: questo dato non viene intaccato dai cicli dell’economia. Ci sono opposizioni forti contro il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea, il Ttip, ma questo non significa per forza che vinceranno. Il commercio fra le due sponde dell’Atlantico, che vale mille miliardi di dollari all’anno, continuerà anche se Donald Trump vince le elezioni. Google continuerà a investire nella trasmissione di dati. Io parlo della realtà. A costo di sfidare i populismi del momento. Brexit ha vinto ma continuo a pensare che chi ha votato per l’uscita del Regno Unito abbia avuto torto. Sull’immigrazione ho il massimo rispetto per le resistenze europee, capisco che ci vuole tempo per adattarsi ai flussi di stranieri. Ma se come nazione hai un tasso di fertilità basso, l’alternativa è secca: o riesci ad assimilare gli stranieri, oppure muori».

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II demografo SERGEI SCHERBOV analizza l’effetto positivo dei flussi migratori

IMMIGRAZIONE O CULLE VUOTE: L’EUROPA È A UN BIVIO

di Alex Saragosa, da “il Venerdì di Repubblica” del 23/9/2016

   Altro che Fertility Day e relative polemiche sulle possibili misure per incrementare la fertilità degli italiani: secondo uno studio condotto da Sergei Scherbov e da suoi dell’Istituto demografico di Vienna, presentato alla Conferenza europea sulla popolazione alcune settimane fa, non c’è nessun allarme demografico in Europa.

   Anzi, l’Italia, che solo nel 2015 ha perso 150 mila abitanti, entro il 2050 avrà un aumento di nascite fino al 14 per cento, la Scandinavia oltre il 30 per cento. Germania e Francia, Paesi con buon welfare e supporto alla maternità, vedranno invece i nati diminuire fino al 15 per cento. Possibile?

   «Quella mappa estrapola ai prossimi decenni gli attuali trend demografici interni e migratori» ci spiega Scherbov. «Sono questi ultimi a contare di più per le variazioni di natalità, visto che gli immigrati fanno, almeno nella prima generazione, più figli degli europei. L’immigrazione in Germania e Francia, continuando come oggi, non sarà sufficiente a compensare invecchiamento e calo delle nascite locali, mentre ci riuscirà in Italia e ancora di più in altri Paesi, come la Svezia, relativamente accoglienti verso i migranti. Al contrario la bassa fertilità (da regolare) sulle società afflitte dal calo delle nascite sta diventando un grave problema in Paesi come Bulgaria, Romania o Ucraina, che non solo rifiutano l’immigrazione, ma hanno anche una forte emigrazione dei giovani e bassa aspettativa di vita».

Se una società fa meno figli, invecchia, e quindi giovani sempre meno numerosi si troveranno a mantenere sempre più anziani improduttivi.

«Non è detto, tutto sta a stabilire chi è un “anziano improduttivo”. Negli anni Sessanta l’aspettativa di vita era sui 70, e si andava in pensione verso i 55 anni, restandovi quindi circa 15 anni. Oggi, in media, i sessantenni sono in salute come i cinquantenni di allora e l’aspettativa di vita è salita a 85 anni. Per evitare che sui giovani gravi un peso eccessivo occorrerà riportare la durata media del periodo pensionistico sui 15 anni, allungando la vita lavorativa fino ai 70, con le debite eccezioni. Inoltre Paesi come l’Italia, dove meno della metà delle dorme è occupata, hanno larghi margini per aumentare la popolazione attiva, incentivando il lavoro femminile» dice Scherbov.

Ma solo i giovani possono fare i lavori più pesanti. Se non faremo più figli, non sarà indispensabile compensare con l’immigrazione?

«Il tema è spinoso. Da demografo posso solo dire che la nostra analisi mostra che l’Europa, come già il Giappone, può farcela anche senza un’immigrazione di massa. Certo, con gli attuali flussi di migranti la popolazione della Ue aumenterebbe di 33 milioni al 2050, mentre senza migranti caleremmo di 27 milioni. Si potrebbe così creare una scarsità di mano d’opera per i lavori di basso livello. Ma attenzione: in futuro molti di questi lavori saranno tagliati dalla tecnologia e ci potremmo trovare con molti immigrati disoccupati. Diverso sarà se faremo venire i migranti in modo programmato e già formati peri lavori di cui ci sarà via via bisogno».

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DALLA BULGARIA ALL’AFRICA È CACCIA AL PROFUGO LUNGO LE FRONTIERE

di FLORE MURARD-YOVANOVITCH* da “IL MANIFESTO” del 22/9/2016

(*Autrice di “Derive. Piccolo mosaico del disumano (2014) e “La Negazione del soggetto migrante”(2015)

-Europa. Dalle politiche comunitarie per impedire le partenze dai paesi di origine, ai «cacciatori di frontiera»-

   Caccia al migrante. L’ultima vittima è un ventenne afghano che avrà percorso dai monti afghani 4.000 chilometri per la salvezza, colpito al petto sul confine serbo-bulgaro da cacciatori di uomini. Nei fitti boschi che sorgono lungo le frontiere dei Balcani è ormai prassi notturna da parte di cittadini auto-organizzati in vigilantes dare la caccia armata al profugo. In inglese borders hunters: squad bike, cani, armi, bastoni e riprese di profughi inermi ammanettati, faccia schiacciata a terra in pose umilianti.

   Queste milizie autogestite si sono moltiplicate in questi ultimi mesi in BULGARIA, SERBIA e UNGHERIA dove, se non bastassero le muraglie di filo spinato, la polizia ha annunciato che recluterà parte di questi paramilitari nei suoi ranghi. Il «FASCISMO DELLA FRONTIERA», ormai in fase parossistica e delirante, si sta materializzando in vere e proprie cacce al profugo impunite, se non incoraggiate, dalle autorità. Uno di questi Rambo anti-migranti che pattuglia il confine, Dinko Valev, è un eroe nazionale in Bulgaria.

MURI RAZZIALI

Il prossimo 2 ottobre in UNGHERIA si terrà un REFERENDUM in cui i cittadini magiari saranno chiamati a dire se accettano o no una ripartizione di quote di migranti senza la consultazione del parlamento nazionale, anche se dal mese di luglio rimanda oltre confine i profughi intercettati in una striscia di terra lunga 8 chilometri che corre dal lato interno della frontiera (già centinaia gli espulsi).

   Il 4 dicembre L’AUSTRIA RIVOTA IL SUO PRESIDENTE, il ballottaggio è tra Van der Bellen (Verdi) e il candidato di estrema destra Norbert Hofer che questa volta è molto probabile riesca a vincere. Intanto in questi giorni una notverordnung (un provvedimento di emergenza) sancisce lo stop alle richieste di asilo, respingimenti in «paesi sicuri» e schiera fino a 2.200 soldati sui confini. Mentre a maggio 2017, lepenisti e fanatici di Geert Wilders rischiano di vincere rispettivamente in FRANCIA e OLANDA.

   E i campi per migranti in BULGARIA da aperti sono diventati di detenzione, come ovunque in Europa, CIE e HOTSPOTS. Le torri di controllo, i cani e i sistemi biometrici di controllo sono pronti. Questo per la parte «visibile».

   Ma la parte più barbarica, e invisibile perché censurata all’opinione pubblica, si gioca nel MEDITERRANEO e sul CONTINENTE AFRICANO. Con le frontiere ormai esternalizzate grazie ai processi di Khartoum e Rabat, e con i futuri migration compact si delega a paesi terzi, regimi e noti stati genocidari come SUDAN e ERITREA, il controllo delle frontiere: arresti di migranti, rimpatri, deportazioni e detenzioni in campi-lager o nelle celle del regime.

   Con un recente accordo con il Sudan, l’Unione europea e l’Italia delegano il controllo delle frontiere alle Rapid support forces, ex famigerate milizie janjaweed accusate di genocidio nel DARFUR. Assassini per bloccare i profughi, a tutti costi.

   La barbarie-Europa si estende lungo un arco che va dalla TURCHIA al MAROCCO e nel SUB-SAHARA fino a GAMBIa e NIGER, con metodi fatti di abusi e crimini quotidiani. I concetti di negazione, di «percezione delirante» e di «annullamento» – della persona migrante possono contribuire a spiegare la cristallizzazione acuta del «Fascismo della Frontiera» e la sua dilagante accelerazione (anche geografica). Si prepara, oggi, la sparizione del soggetto migrante. I profughi devono rimanere «fuori dalla vista», detenuti, rimpatriati e respinti il più lontano possibile, in Africa.

   L’accelerata e imprevedibile conseguenza della massiccia militarizzazione dell’Europa è, d’altronde, anch’essa da leggere in chiave migrante. Perché il vero nemico dell’ordine stabilito è il «soggetto rivoluzionario migrante». Interessante a tale proposito leggere i Piani dei capi della difesa Ue, rilasciati da Wikileaks a maggio 2015: il target non è lo «scafista», come vorrebbe far credere l’operazione militare Eunavfor Med in corso nel Mediterraneo, ma il «flusso». Si palesava che «l’Ue farà uso della forza contro le barche di migranti» e le neutralizzerà. Una censurata ma vera e propria guerra ai profughi in movimento, Mediterraneo blindato e oscurato.

   Gli organismi internazionali (Unhcr, Iom) proseguono invece il conto delle vittime in mare deplorando come l’anno 2016 sia il più letale, ma sono rari i giornalisti disposti a indagare le cause; testimoni però hanno raccontato ad Amnesty International di essere stati accerchiati dalla Guardia costiera libica armata, ormai alleata dell’Ue, e di altre tecniche di abbordaggio (come anche accaduto il 17 agosto scorso alla nave di soccorso di Medici senza frontiere).

   Intanto, come in un malattia autoimmune, dove le cellule impazzite attaccano il proprio organismo che vorrebbero salvare – il tessuto europeo – la massiccia militarizzazione anti-migrante e la detenzione/deportazione in corso dei profughi, rischiano di produrre un fascismo anche interno, e spuntano già le prime misure di restrizione della libertà, dai No Borders ai volontari soccorritori arrestati. Intanto il «Fascismo della Frontiera» sta precipitando l’Europa in una nuova barbarie razziale–anti-migrante. (Flore Murard-Yovanovitch)

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BRATISLAVA, FALLISCE VERTICE UE. RENZI: “NON C’È ACCORDO”

17/9/2016, da QUOTIDIANO.NET http://www.quotidiano.net/

– Il premier: “Merkel e Hollande soddisfatti? Noi no”. Ma Germania e Francia: “Lavoreremo assieme per successo Europa” –

Bratislava (Slovacchia), 16 settembre 2016 – Il primo vertice dell’Ue a 27 dopo l’uscita del Regno Unito si è concluso con una ‘rottura’ tra Renzi e Merkel e Hollande. “Il vertice di Bratislava ha visto alcuni passi avanti ma ancora è lontano” dalle sfide che l’Ue deve affrontare nel post Brexit.

   A prendere parola dopo l’incontro con i leader di tutti i Paesi dell’Ue, ad eccezione del Regno Unito, è il premier Renzi. I Ventisette nel corso del vertice hanno definito una ‘tabella di marcia’ che segnerà i passaggi dei prossimi mesi: i temi più caldi in agenda, oltre all’inevitabile Brexit, sono stati immigrazione, terrorismo e necessità di rafforzare la sicurezza comunitaria.

RENZI – Il premier ha spiegato che il lato positivo è che “l’agenda è condivisa. “I due punti su cui l’Italia vede una maggiore distanza fra le proprie proposte e la realtà sono da un lato la questione migratoria e i rapporti con l’Africa, dall’altra la politica economica“, ha poi spiegato il premier. “Non sono soddisfatto – ha specificato – del vertice su crescita e immigrazione”. Per questo “non posso fare una conferenza stampa con Merkel e Hollande non condividendo le conclusioni come loro. Non è un fatto polemico”. Poi attacca direttamente la Germania: “La regola del surplus commerciale è sancita dalla Ue, non bisogna superare il 6% e invece da anni alcuni Paesi non lo rispettano. Il Paese principale tra questi è la Germania che ha dei numeri meravigliosi sulle esportazioni e noi siamo contenti perché ad esempio sulle auto tedesche ne beneficia l’indotto del Veneto”. Renzi ha poi proseguito: “Non è gelosia ma il punto è che le regole prevedono un ritorno di investimenti in chiave interna. E sono 90 miliardi di euro in investimenti che dovrebbe fare la Germania per rispettare le regole”.

MERKEL – Più ottimista invece la cancelliera tedesca: “C’è stata intesa: dobbiamo concordare un’ agenda, avere un piano di lavoro”. “Ci siamo trovati d’accordo nel dire che l’Europa è in una situazione difficile dopo il referendum sulla Brexit, ma anche perché è davanti ad altre difficoltà, e dobbiamo accordarci su un’agenda e avere un piano di lavoro per essere in grado di gestire le questioni da qui al 60esimo anniversario del Trattato di Roma (a marzo ndr.)”, ha continuato ancora la Merkel. Sui temi economici, la sicurezza e l’immigrazione, ha aggiunto la cancelliera tedesca, non è stato un vertice “con grandi dichiarazioni o cambiamenti nei trattati, ma ci sono state azioni per i cittadini europei”.

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RIFUGIATI: ACCORDI AL RIBASSO. NON BASTA PIÙ RINVIARE LE SOLUZIONI AL PROSSIMO SUMMIT

di Vittorio Da Rold, da “Il Sole 24ore” del 20/9/2016

   Tra il 2005 e il 2015, la popolazione dei rifugiati è cresciuta da 37 a 65,3 milioni a causa delle crescenti violenze in Medio Oriente e nel Nord Africa.

   Un caos scaturito prima dalle aspettative di maggiore democrazia nate dalle Primavere arabe, speranze di una evoluzione liberale del mondo arabo poi andate deluse e che si sono scontrate con un rinnovato dissidio tra sunniti e sciiti. L’Europa, in particolare, è diventata una delle principali destinazioni per i migranti internazionali: l’agenzia europea Frontex, quella che controlla i confini dell’Unione, ha registrato più di 1,8 milioni di attraversamenti illegali solo nel 2015.

   Di fronte a questi fenomeni epocali ha deluso il primo summit dell’Onu su rifugiati e migranti che il 19 settembre ha inaugurato la 71esima sessione dell’Assemblea Generale al Palazzo di Vetro di New York. Summit che si è concluso con un documento minimalista in cui si danno altri due anni di tempo in più alla comunità internazionale per trovare «un accordo globale» su come affrontare il fenomeno globale dei profughi. E dal quale è scomparso durante i negoziati del mese scorso l’impegno dei Paesi più ricchi ad accogliere il 10% dei rifugiati globali.

   Oggi, ai tempi supplementari, è la volta di un summit parallelo, sempre all’Onu, e che vede il presidente americano Barack Obama come principale promotore di un maggior impegno sul tema dei migranti. «Noi stiamo usando le nuove iniziative che assumeremo per spingere gli altri Paesi a fare la loro parte, considerato il piccolo numero di Paesi che stanno sostenendo un peso sproporzionato per l’accoglienza e l’aiuto ai profughi» ha dichiarato Samantha Power, ambasciatore Usa all’Onu.

   Gli Stati Uniti si presenteranno all’appuntamento di oggi con l’annuncio dell’aumento del numero di rifugiati che l’amministrazione uscente di Barack Obama vuole varare per il 2017. «Negli ultimi tre anni abbiamo accolto 70mila rifugiati all’anno, quest’anno saranno 85mila, dei quali i siriani saranno 13mila entro la fine dell’anno. E nei giorni scorsi abbiamo comunicato al Congresso che per il prossimo anno vogliamo che siano 110mila», ha spiegato il sottosegretario Richard.

   Ma al di là di quell’”accordo dei volenterosi” (una quarantina di paesi in tutto) resta il giudizio di un accordo generale sul tema intonato al ribasso. Il premier britannico, Theresa May, al suo primo intervento all’Onu nelle vesti di primo ministro del dopo referendum ha tracciato la via ideologica dei “falchi” sostenendo una soluzione in tre fasi: la prima proposta è aiutare i rifugiati a chiedere asilo nel primo paese in cui approdano – come l’Italia o la Grecia – e impedire loro di proseguire fino a quando hanno il permesso di farlo; la seconda è predisporre criteri a livello internazionale per distinguere tra un vero rifugiato e un immigrato per ragioni economiche, aiutando i primi e respingendo i secondi; la terza è di stabilire il diritto di ogni Paese a controllare i propri confini e bloccare gli immigrati «indesiderati».

   Una politica sul tema dei migranti, quella espressa dalla May, contraria evidentemente agli interessi patrocinati dall’Italia, e che delinea una sorta di principio di Dublino a livello globale. Altro che un suo superamento! Una sfida che, se raccolta da Donald Trump, potrebbe far nascere un nuovo asse tra la May e il candidato repubblicano in tema di migranti sull’onda di quanto avvenne tra Margareth Thatcher e Ronald Reagan negli anni 80.

   I 27 paesi dell’Unione europea comunque sono spaccati al loro interno, come dimostra il risultato dell’ultimo vertice informale di Bratislava, con i quattro paesi di Visegrad contrari alle quote obbligatorie di profughi. Anche gli Stati Uniti sul tema dei migranti si dimostrano divisi esattamente a metà: nella campagna elettorale per le presidenziali i due candidati si dividono tra chi chiede più politiche di accoglienza ed inserimento e chi vuole costruire nuovi muri al confine del Messico.

   Il rischio geopolitico è che la crisi dei migranti prenda il posto della crisi dei debiti sovrani nell’agenda globale e che venga affrontata con la stessa incapacità dimostrata per la prima. Cioè che venga gestita con cinismo e senza lungimiranza.

   Sarebbe un autogol puntare su accordi sul minimo denominatore che lascino ciascun paese solo di fronte alle pressioni migratorie che, per loro natura, richiedono soluzioni globali. Cercare di salvare il proprio appartamento, durante un incendio del condominio, potrebbe rivelarsi una trappola fatale. (Vittorio Da Rold)

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CORSI E RICORSI STORICI – LE FUNESTE DIVISIONI DELL’EUROPA: DI FRONTE A GRAVI MINACCE LA UE SI COMPORTA COME L’ITALIA DEL QUATTROCENTO

di Marco Magnani, da “il Sole 24ore” del 19/9/2016

   L’Europa di oggi ricorda l’Italia di fine Quattrocento. È confusa, divisa e litigiosa, incapace di affrontare in modo coeso le grandi sfide. Allora il pericolo era l’ambizione di Maometto II, bramoso di estendere il proprio dominio alla penisola italica. Le signorie e gli stati italiani dell’epoca, anziché far fronte comune contro l’invasore, continuarono a rivaleggiare tra loro su piccole questioni di potere locale, vantaggi economici di breve termine e miopi campanilismi. Solo l’improvvisa morte del Sultano e il flagello della peste impedirono che l’Italia diventasse una provincia dell’impero Ottomano.

   Oggi le grandi minacce sono terrorismo, crisi economica, immigrazione. Proprio come i signori italiani del tempo, i leader dei Paesi europei appaiono divisi e incapaci di approntare strategie comuni. Sono piuttosto concentrati su questioni interne, timorosi di perdere consenso elettorale, ostaggio dei sondaggi d’opinione, privi di visione e incapaci di esercitare una vera leadership.

   La storia, in forme e modi diversi, si ripete. E le vicende del passato possono essere una straordinaria bussola, utile per navigare il futuro. Ma la bussola occorre saperla maneggiare.

LE DIVISIONI DI FINE QUATTROCENTO

A fine Quattrocento l’Italia è seriamene minacciata dall’espansione dell’impero Ottomano. Maometto II, detto Fatih – il Conquistatore -, nel 1453 aveva preso Costantinopoli, la capitale dell’impero Romano d’Oriente, e ne aveva fatta la sua capitale. La conquista della “seconda Roma” rivestiva un grande significato politico. Come osserva Vito Bianchi nel suo bellissimo “1480 Otranto. Il sultano, la strage, la conquista (Laterza)”, chi occupa il trono di Costantinopoli è «l’erede di Costantino il Grande, successore del basileus bizantino, perfezionatore in pectore dell’opera giustiniana di riunificazione di un antico e prestigioso impero scisso tra pars Orientis e pars Occidentis». Forte di tale legittimazione, nei decenni successivi il Fatih prosegue la politica di espansione con la mira di arrivare a Roma. Lo sbarco nel 1480 nella penisola italica, il durissimo assedio e la presa di Otranto, lo portano a un passo dall’obiettivo.

   A fronte di una tale concreta minaccia, l’Italia è lacerata da lotte intestine e ogni Stato pensa ai propri interessi. La Repubblica di Venezia, attenta soprattutto alla propria attività commerciale nel Mediterraneo, stringe accordi di pace con i turchi. Lorenzo il Magnifico, scampata la congiura dei Pazzi a Firenze, cerca di uscire dall’isolamento politico in cui si trova in Italia e apre canali diplomatici con il Sultano. Ferrante di Aragona, re di Napoli, ambisce a regnare sulla penisola, ha dispute con Firenze e Venezia e rivalità con lo Stato pontificio. Papa Sisto IV, da un lato, lancia appelli di unità ai sovrani cristiani per allearsi contro l’invasore musulmano, ma dall’altro trama segretamente per favorire l’ascesa politica e militare dei propri nipoti.

LE TRE MINACCE D’INIZIO XXI SECOLO

L’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato da tre grandi minacce, che riguardano tutto il mondo, ma che costituiscono sfide particolarmente difficili per l’Europa: IL TERRORISMO, LA CRISI ECONOMICA E L’IMMIGRAZIONE. In tutti e tre i casi emerge la fragilità dell’Europa e la sua enorme difficoltà ad adottare strategie e politiche condivise. Anche su temi cruciali come questi le divisioni e gli interessi particolari dei vari Paesi – a volte addirittura di alcune parti politiche – prevalgono rispetto a quelli comuni.

   La minaccia del terrorismo sta mostrando le difficoltà dell’Europa a collaborare in tema di sicurezza. Il che dimostra quanto sia lontana l’ipotesi di una difesa comune europea.

   La crisi economica, anziché essere stimolo per accelerare l’integrazione, ha ulteriormente allargato il gap tra Paesi membri. Con momenti di tensione elevatissima, come è accaduto sulla Grecia, sul ruolo della Bce, sull’unione bancaria, su Brexit.

   Infine, l’ondata migratoria, proveniente soprattutto dal Mediterraneo, ha reso evidente come sia illusoria l’idea di un confine comune europeo quando ogni paese si cura dei propri confini nazionali. L’Europa che voleva abbattere i muri tra i Paesi membri oggi li sta costruendo.

OGGI COME ALLORA

Gli Stati e le signorie italiane del Rinascimento, anche a fronte di una forte minaccia esterna, non seppero mai veramente far fronte comune, ma continuarono a rivaleggiare tra loro, conducendo doppi giochi e stringendo alleanze per poi subito dopo tradirle. Analogamente, le nazioni dell’Europa di oggi tendono ad affrontare con miopia, superficialità e scarsa cooperazione i cambiamenti epocali che rischiano di travolgerle. Oggi come allora l’attività diplomatica è intensa, le proposte sono numerose, le consultazioni tra Paesi continue. Ma difficilmente ne scaturiscono compromessi fruttuosi e linee comuni. Più spesso ne emerge un’Europa che si mostra – al mondo esterno e ai propri cittadini – con scarsa forza politica e interessi frammentati.

   Lo si è visto in politica estera nella gestione della situazione in Libia nel 2011, in cui Francia e Regno Unito spingevano per i bombardamenti al regime di Gheddafi, l’Italia prima si opponeva e poi si adeguava e la Germania non partecipava pur facendo parte della Nato.

   Anche nel 2014, a seguito della crisi ucraina e dell’invasione russa della Crimea, l’Europa ha faticato a trovare coesione. Da un lato, l’Unione europea decideva l’embargo per mettere pressione su Mosca; dall’altro, i suoi leader politici incontravano separatamente Vladimir Putin per cercare di tutelare gli interessi economici del proprio Paese. In campo economico è evidente la divergenza di linea su grandi temi quali la crisi greca o il salvataggio delle banche. Infine, sul tema dell’immigrazione si è verificato un vero e proprio passo indietro con alcuni Paesi che hanno tradito il trattato di Schengen e con esso lo spirito del progetto europeo, che fa del libero movimento di persone tra gli Stati membri un elemento fondamentale.

QUALE SOLUZIONE?

Oltre cinque secoli fa l’Italia fu “salva” non per meriti propri, ma perché Maometto II morì improvvisamente nel 1481. Inoltre la peste aveva decimato gli ottomani che occupavano Otranto, oltre alla popolazione locale, inducendoli a un accordo e a lasciare la penisola.

   Oggi i grandi rischi che minacciano l’Europa non sembrano poter svanire all’improvviso. La crisi economica, non del tutto superata, ha lasciato pesanti eredità sociali e politiche che non saranno facilmente superabili. Il terrorismo continua a colpire con sempre maggiore frequenza, mostrando la fragilità dei sistemi di sicurezza. La forte crescita del numero di profughi, che va ad aggiungersi all’immigrazione fisiologica di chi è alla ricerca di migliori condizioni economiche, potrebbe continuare a lungo.

   È difficile quindi prevedere un evento singolo – come nel caso della morte del Sultano o della peste – che ponga termine a questo “assedio” del Vecchio continente. Tuttavia il comportamento dei leader europei a volte sembra quello di chi cerchi di guadagnare tempo nella speranza che un qualche episodio favorevole cambi il corso degli eventi.

   La tattica attendista questa volta non funzionerà. Se vogliono rimanere attori protagonisti della politica e dell’economia mondiali, i Paesi europei devono evitare gli errori degli Stati italiani di fine Quattrocento, cercando elementi di coesione piuttosto che di divisione. (Marco Magnani)

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L’EMERGENZA MIGRANTI – ENAIATOLLAH AKBARI, AFGANO PROTAGONISTA DI UN LIBRO

“BASTA CON L’EUROPA DEI FILI SPINATI E NON DATE SOLDI AI REGIMI CORROTTI”

intervista di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 19/9/2016

– “È ora di abolire il trattato di Dublino che ti impone di rimanere dove ti prendono le impronte digitali” –

   «Abolire il trattato di Dublino, che ti impone di rimanere nel Paese dove ti prendono le impronte digitali». E poi? «Basta dare soldi per la gestione dei profughi a governi corrotti». Enaiatollah Akbari è afgano, ha 28 anni, vive a Torino e sta per laurearsi in Scienze Politiche. La storia del suo lungo viaggio per arrivare in Italia nel 2004 è scritta nel libro di Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli”.

Perché abolire la raccolta delle impronte digitali?

«Non dico questo. È giusto che le autorità del Paese di primo arrivo prendano le impronte ai profughi, ma ciò non deve comportare l’obbligo di presentare la domanda di asilo in quello stesso Paese. Grecia e Ungheria non ce la fanno a sostenere il peso, sono diventati magazzini di uomini».

E però con la libertà di chiedere asilo dovunque, tutti si sposteranno in Germania o nei Paesi del Nord Europa.

«Se l’accoglienza sarà ben organizzata, non ci saranno problemi. Chi arriva dall’Asia passa quasi sempre dalla Grecia: ci sono circa 70mila persone che vivono laggiù nelle baraccopoli, senza che i loro diritti di richiedenti asilo siano garantiti».

Vede un Europa solidale, o no?

«No. Il sistema di ricollocazione e di sostegno reciproco è una favola. Ognuno pensa per sé. Senza una visione comune, la situazione diventerà insostenibile. E la soluzione non è dare soldi a Paesi corrotti».

In che senso?

«La Germania ha girato al governo afgano 300 milioni di euro per gestire i rimpatriati. Ma il mio Paese attualmente è tra i più corrotti al mondo, quel denaro finisce ai signori della guerra, ai trafficanti di oppio, ai politici. La stessa Germania ha fatto accordi con la Turchia del dittatore Erdogan».

Come si deve comportare l’Europa coi migranti economici, che non scappano da guerre o dittature?

«In Europa c’è spazio per tutti. Non c’è il rischio colonizzazione. Io sono rifugiato, sono grato all’Italia, eppure non vedo l’ora di tornare in Afghanistan appena sarà possibile. E così i miei connazionali».

La prima cosa da fare?

«Smantellare i recinti, i fili spinati… questa dei muri non è la vera Europa. Poi distribuire il peso dei migranti in modo equo, tra tutti i Paesi, a cominciare da quelli che si trovano adesso in Grecia e in Ungheria».

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“VECCHIA, PIÙ POVERA E IMPRODUTTIVA” COSÌ SARÀ L’EUROPA SENZA MIGRANTI

di Vladimiro Polchi, da “la Repubblica” del 18/9/2016

– Uno studio della Fondazione Moressa descrive un inquietante scenario. Con le frontiere chiuse, nel 2030 verranno persi trenta milioni di lavoratori –

   In epoca di sbarchi ed emergenza immigrazione, cosa accadrebbe se l’Europa potesse chiudere davvero le frontiere? L’Italia perderebbe oltre 4 milioni di lavoratori in quindici anni. I giovani diventerebbero merce rara: un milione e 300mila sparirebbero nel nulla. Boom invece di pensionati: aumenterebbero di due milioni e mezzo. Il resto d’Europa non starebbe meglio: nel 2030 dovrebbe dire addio a 30 milioni di persone in età lavorativa. Eccolo lo scenario “apocalittico” di un eventuale saldo migratorio pari a zero: «Un continente vecchio, più povero e meno produttivo».

   A fotografare un’Europa chiusa nelle proprie frontiere è uno studio della Fondazione Leone Moressa, su stime Eurostat e Istat. I ricercatori partono dall’ipotesi, fantascientifica, di un saldo migratorio pari a zero. I risultati? Impressionanti.

   A frontiere chiuse (e con gli attuali tassi di fecondità), nel 2030 la popolazione Ue diminuirebbe dell’1,9%, sotto quota 500 milioni. Ancora più drastico il calo demografico in Germania (-7%, da 81 a 75 milioni) e in Italia (-5%, da 60 a 57 milioni). La fascia d’età lavorativa (15-64 anni), che attualmente rappresenta il 65,5% della popolazione europea, scenderebbe al 60,8%.

   Tradotto: 30 milioni di persone in meno. Per l’Italia si tratterebbe di una perdita di 4,3 milioni di cittadini in età lavorativa. Ancora peggiore l’andamento in Germania: 9 milioni in meno. Calerebbero anche i giovani nella fascia 0-14 anni, dall’attuale 15,6% al 14,3%, con una diminuzione di quasi 8 milioni in Europa e un milione e 300mila in Italia. Al contrario, l’invecchiamento della popolazione porterebbe a un aumento di 6 punti percentuali tra gli over 65 (+28 milioni in Europa). In Italia gli anziani crescerebbero di 2,6 milioni, passando dal 21,7% al 27,5%.

   Come sarà invece l’Italia tra 15 anni, con gli attuali flussi migratori invariati? Oggi tra gli italiani la popolazione in età lavorativa rappresenta il 63,2%, mentre tra gli stranieri il 78,1%. Gli anziani sono il 23,4% e solo il 3% tra gli immigrati, ma stando all’Istat nel 2030 saliranno al 29,2% tra gli italiani e all’8,2% tra gli stranieri.

   E ancora: nel 2015 gli immigrati rappresentano l’8,2% della popolazione residente in Italia. Valore che sale all’11,3% tra i bambini e scende addirittura all’1,1% tra gli anziani, «con un impatto dunque minimo sulla spesa pubblica».

   Nel 2030, gli immigrati rappresenteranno ben il 14,6% della popolazione, arrivando addirittura al 21,7% nella fascia 0-14 anni e al 17,4% nella fascia 15-64. Cambierà anche il mercato del lavoro: oggi gli occupati stranieri sono oltre 2 milioni, con un’incidenza del 10% sul totale, nel 2030 saranno 4 milioni, pari al 18% degli occupati.

   Mantenendo gli attuali tassi di crescita, il Pil prodotto dagli immigrati ammonterà a 217 miliardi, pari al 15% del totale (attualmente è poco al di sotto del 9%).

   «Oggi l’immigrazione rappresenta uno dei temi più delicati a livello europeo — scrivono i ricercatori della Fondazione Moressa, che l’11 ottobre presenteranno al Viminale il “Rapporto sull’economia dell’immigrazione” — basti pensare al referendum sulla Brexit, sul quale ha influito moltissimo la campagna anti-immigrati, al muro alzato dall’Austria o al prossimo referendum del 2 ottobre in Ungheria sui ricollocamenti dei migranti. Nella maggior parte dei paesi Ue, il sentimento dominante è quello di chiusura delle frontiere e di contrasto all’immigrazione. Questo studio conferma invece ancora una volta l’importanza della componente straniera in Italia e in Europa, dal punto di vista demografico e di conseguenza sotto il profilo socio-economico». (Vladimiro Polchi)

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BLOCCATI I FONDI PER GLI IMMIGRATI

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 26/9/2016

– I soldi per l’accoglienza dei migranti sono finiti, servono 600 milioni di euro per evitare che il sistema vada in tilt – Le organizzazioni che si occupano dei rifugiati lanciano l’allarme al Viminale –

   L’ultimo sollecito per il ministero del Tesoro è stato inviato quindici giorni fa. L’oggetto era fin troppo esplicito: i soldi per l’accoglienza dei migranti sono finiti, servono 600 milioni di euro per evitare che il sistema vada in tilt. Entro la fine dell’anno la cifra totale deve arrivare a un miliardo di euro, tenendo conto che le spese medie sono di circa 100 milioni di euro al mese.

   I conti sono in «rosso» da aprile scorso, quando lo stanziamento si è esaurito e il Viminale è stato costretto a sospendere i pagamenti di chi gestisce i servizi all’interno dei centri di accoglienza governativi, ma anche delle organizzazioni che si occupano della cosiddetta «assistenza diffusa».

   E dunque onlus, organizzazioni umanitarie, strutture private che hanno siglato convenzioni con Comuni e Regioni. Compresa la Croce Rossa. Il termine concesso da molte associazioni scade il 30 settembre. Dopo quella data c’è il rischio che vengano sospese le forniture e gli stranieri in attesa di sapere se la loro richiesta di asilo sarà accolta, vengano «sfrattati».

   Un ulteriore problema che si aggiunge alle «resistenze» degli amministratori locali rispetto alla possibilità di mettere posti a disposizione. E anche per questo Palazzo Chigi pensa a un commissario. Il nome che circola insistentemente è quello di Piero Fassino.

POSTI PER 160 MILA

Sono 131 mila gli stranieri sbarcati sulle nostre coste nel 2016, che sommati a quelli dello scorso anno fanno arrivare a 159.763 le persone ospitate nelle strutture, alle quali vanno aggiunti circa 15 mila minori non accompagnati. Stranieri che chiedono lo status di rifugiato e dunque devono essere assistiti sino al termine della procedura.

   Oltre 13 mila sono nei centri di prima accoglienza, poco più di 22 mila nel sistema Sprar. Gli altri sono sistemati nelle strutture temporanee dove vengono forniti vitto, alloggio, assistenza sanitaria. I servizi sono assicurati dai gestori che hanno vinto le gare d’appalto, oppure da chi ha dimostrato di avere i requisiti ed è stato inserito nelle liste delle prefetture che — a ogni sbarco — devono provvedere allo smistamento dei migranti. Ma sono sei mesi che i pagamenti sono bloccati e la maggior parte ha già fatto sapere di non essere più in grado di sostenere le spese.

LE LETTERE AL TESORO

Nella primavera scorsa era stato il ministro Angelino Alfano a chiedere lo stanziamento di almeno 100 milioni di euro al mese, tenendo conto che nel 2015 la spesa totale era stata di un miliardo e 162 milioni di euro. Dopo una lunga trattativa si era deciso di inserire almeno una parte dei fondi nella legge di Stabilità, ma poi tutto è tornato in discussione. Da allora più volte si è evidenziato quali fossero le difficoltà per far funzionare il sistema. E quindici giorni fa il Dipartimento guidato dal prefetto Mario Morcone ha fatto nuovamente presente le criticità da risolvere con urgenza per scongiurare il rischio concreto che migliaia di persone si ritrovino senza assistenza.

IL COMMISSARIO

Proprio per coordinare gli interventi dei vari ministeri, ma anche per impiegare gli uomini dell’ intelligence nella trattativa bilaterale con gli Stati africani da cui partono i migranti, Matteo Renzi pensa alla creazione di una struttura all’interno di Palazzo Chigi. Il modello di funzionamento potrebbe essere quello applicato all’emergenza legata al terremoto dell’agosto scorso e affidato a Vasco Errani.

   Nel caso dei migranti il coordinamento degli interventi dovrebbe riguardare sia l’Italia, sia l’estero. In queste ultime ore uno dei nomi più accreditati per la guida è quello dell’ex sindaco di Torino Piero Fassino, anche tenendo conto che la sua presidenza dell’Anci — l’associazione dei sindaci — lo ha impegnato spesso proprio nella soluzione dei problemi legati all’accoglienza degli stranieri e a lui si deve l’accordo tra Comuni e Viminale per la distribuzione «pro quota». (Fiorenza Sarzanini)

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Vedi anche in questo blog:

https://geograficamente.wordpress.com/2012/10/15/nuovi-immigrati-un-mondo-blindato-una-politica-mondiale-tra-muri-e-respingimenti-dei-clandestini-e-processi-di-integrazione-spesso-casuale-come-porsi-davanti-al-problema-clandes/ 

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