“DOLOMITI SENZA CONFINI”: tra AUSTRIA e ITALIA un progetto di guide alpine e rifugisti di un percorso tra i due Paesi, unione del territorio alpino, oltre ogni CONFINE – Ora che le ALPI stanno vivendo negativi eventi GEOPOLITICI (l’Austria populista?) e GEOMORFOLOGICI (l’erosione di frane e la fine dei ghiacciai)

“DOLOMITI SENZA CONFINI” è un’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria. Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE - (nella foto: il ponte sulla ferrata "Croda dei Toni" (da "il Corriere della Sera" del 25/9/2016)
“DOLOMITI SENZA CONFINI” è un’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria. Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE – (nella foto: il ponte sulla ferrata “Croda dei Toni” – da “il Corriere della Sera” del 25/9/2016-)

   Mai come in quest’epoca, in questo presente, pare si possano unire eventi geopolitici negativi e dolorosi (le guerre, il terrorismo, i populismi che si espandono…) e dall’altra una “crisi” di ambienti (ambiti) naturali, che subiscono trasformazioni a volte date da cause dell’azione umana (il cambiamento del clima, l’espansione urbana…), e altre volte invece dal divenire millenario che trasforma e cambia il suolo terrestre: stiamo in particolar modo parlando delle Alpi e dei fenomeni di erosioni, frane, che stanno accadendo con una sempre più frequenza e mutano paesaggi e cime, segnando il passo di quel che potrà essere il destino definitivo, pur in decine di migliaia di anni, di progressivo annientamento delle nostre montagne.

Valico alpino confine italo-austriaco
Valico alpino confine italo-austriaco

   Mettiamo qui insieme il paesaggio montano (anche con le sue problematiche, non solo l’erosione, le frane, ma anche lo scioglimento dei ghiacciai) con quanto sta accadendo “politicamente” in questi stessi luoghi delle Alpi orientali tra i confini di Austria e Italia, delle intenzioni (già espresse nel marzo scorso) di progressivamente chiudere il confine da parte delle autorità austriache (per così controllare meglio eventuali flussi di profughi). E, non è solo un fatto che riguarda l’Austria: la politica delle barriere nazionalistiche stan (ri)sorgendo in molti dei Paesi dell’Unione Europea.

FRANA NELLA VALLE DI BRAIES - il 20 agosto scorso una frana gigantesca è precipitata dalla Piccola Croda Rossa nella valle di Braies. Oltre mezzo milione di detriti è finito a valle
FRANA NELLA VALLE DI BRAIES – il 20 agosto scorso una frana gigantesca è precipitata dalla Piccola Croda Rossa nella valle di Braies. Oltre mezzo milione di detriti è finito a valle
Ecco una delle immagini di una delle numerose frane sul Sorapis (questa è del 20 maggio 2016 (scattata dall'elicottero dei vigili del fuoco)
Ecco una delle immagini di una delle numerose frane sul Sorapis (questa è del 20 maggio 2016 (scattata dall’elicottero dei vigili del fuoco)

   E l’altro elemento geopolitico che accomuna l’Austria a fenomeni (comunque la si veda) preoccupanti in Europa è il diffondersi di movimenti populisti. Dati dalla perdurante e oramai radicata crisi economica mondiale (ed europea in primis), e la crescita delle migrazioni di popoli dal Sud del mondo verso il Nord. In questo senso, per quel che riguarda l’Austria. Il prossimo 4 dicembre si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN). Il quotidiano Österreich ha pubblicato un sondaggio secondo cui Hofer è in vantaggio su Van der Bellen con il 52 per cento.

   E l’Europa osserva l’avvicinarsi del 4 dicembre con il fiato sospeso. Una vittoria della Fpö (abbreviazione di “Freiheitliche Partei Österreichs”, cioè “Partito della Libertà”, un partito dell’ultradestra nazionalista populista, con trascorsi addirittura vicini alla cultura nazista) una vittoria della Fpö potrebbe fare da catalizzatore per quei movimenti populisti e anti-sistema che numerosi ci sono nel territorio europeo.

IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA - Per il glaciologo FRANCO SECCHIERI la situazione risulta allarmante in tutti i Gruppi dolomitici visti a fine agosto 2016, anche se è la condizione del ghiacciaio della Marmolada a rappresentare l’immagine emblematica delle condizioni di crisi in cui versano questi elementi straordinari del paesaggio dolomitico di alta quota
IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA – Per il glaciologo FRANCO SECCHIERI la situazione risulta allarmante in tutti i Gruppi dolomitici visti a fine agosto 2016, anche se è la condizione del ghiacciaio della Marmolada a rappresentare l’immagine emblematica delle condizioni di crisi in cui versano questi elementi straordinari del paesaggio dolomitico di alta quota
1968: foto di famiglia con sfondo la Marmolada (da www.bellunovirtuale.com/globalwarming.html ): in rosso lo stato attuale del ghiacciaio
1968: foto di famiglia con sfondo la Marmolada (da http://www.bellunovirtuale.com/globalwarming.html ): in rosso lo stato attuale del ghiacciaio

   E in questa nazione alpina, l’Austria, così vicina a noi, quando si pensa ad essa, vengono in mente le montagne, i bellissimi paesaggi. Le Alpi, vissute come elemento di confine, assumono invece adesso più che mai un significato concreto di collante positivo tra popoli, tra la cultura “del centro-nord” Europa, e quella del sud, mediterranea.

il Passo del Brennero tornerà ad essere barriera?
il Passo del Brennero tornerà ad essere barriera?

   E’ su questa idea che si innesta, in un momento nel quale l’Austria vive un ritorno alle “chiusure” e al nazionalismo, l’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria.

A sinistra ALEXANDER VAN DER BELLEN, del partito degli ecologisti, e a destra NORBERT HOFER del Partito della Libertà - Il prossimo 4 dicembre in AUSTRIA si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN)
A sinistra ALEXANDER VAN DER BELLEN, del partito degli ecologisti, e a destra NORBERT HOFER del Partito della Libertà – Il prossimo 4 dicembre in AUSTRIA si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN)

   Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri (anche se sui sentieri alpini non si può “ragionare” in chilometri) che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE.

DOLOMITI SENZA CONFINI - rifugi, sentieri, vie ferrate tra Austria e Italia
DOLOMITI SENZA CONFINI – rifugi, sentieri, vie ferrate tra Austria e Italia

   Che dire? Incentivare in questo senso un corretto e rispettoso turismo alpino (dolomitico) sembra essere una risposta pratica, innovativa, di incontro di culture sulle bellezze infinite di quei luoghi, che va a superare ogni desiderio di “ritorno al passato”. Per questo l’idea ci sembra di grande significato. Pur con tutte le problematiche che la montagna sta vivendo di questi tempi (ne parliamo qui di alcune, come la fine dei ghiacciai e l’erosione delle cime). (s.m.)

IL SISTEMA ALPINO (da www.webalice.it )
IL SISTEMA ALPINO (da http://www.webalice.it )

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ITALIA & AUSTRIA UNITE DALLE ALPI

di Andrea Pasqualetto, da “il Corriere della Sera” del 25/9/2016

– Progetto di rifugisti e guide alpine, in risposta ai muri d’Europa. Propone un percorso di 90 km con molti ponti e 12 ferrate tra i rifugi dei due Paesi. Si snoda sui sentieri della Grande Guerra fra l’Alta Val Pusteria, l’Alto Bellunese e Tirolo orientale austriaco –

   Ponti, non muri, dicono. Oltre ogni politica, oltre ogni confine, oltre la natura stessa che lassù è sì straordinaria ma anche impervia, slegata, spesso impraticabile. Ma è proprio fra le cime dolomitiche che nasce una risposta alle barriere d’Europa.

   Mentre la rete del Brennero spuntava all’orizzonte, i gestori di rifugi e le guide alpine mettevano infatti insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto che andasse in senso opposto, che unisse Austria e Italia.

IL CIRCUITO

   Si tratta di un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «Dolomiti senza confini» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. Collegherà due Stati, tre regioni, tredici rifugi d’alta quota, tre malghe e dodici vie ferrate, alcune da mettere a punto, altre già pronte.

   Costo dell’opera: 200 mila euro, che dovrebbero arrivare proprio dall’Europa dei progetti di cooperazione e che vede coinvolte le Comunità montane di Centro Cadore e del Comelico, competenti a decidere sui sentieri e le strade ferrate, oltre al Consorzio turistico di Sesto, al comune di Kartitsch (Lienz) e all’Alpenverein Österreich, il club alpino austriaco.

LA GRANDE GUERRA

   La data prevista per il taglio del nastro, giugno 2018, non è casuale. Saranno cent’anni dalla fine della Grande guerra che ha visto queste montagne teatro di cruenti battaglie. Da una parte il fronte italiano, dall’altra i soldati dell’impero austro-ungarico. In mezzo, le cime dolomitiche diventate per l’occasione barriere naturali e postazioni militari, oggetto di opere di ingegneria «rocciosa», cunicoli, gallerie, percorsi attrezzati.

   Dalle Tre Cime al monte Cavallino passando per il Popera e la Cima Undici, fu una vasta zona strategica che ha vissuto massacri, dolore, congelamenti, follie. E che l’Unesco ha in tempi recenti dichiarato per la sua bellezza patrimonio dell’Umanità.

   «Pensiamo che le nostre montagne non debbano più costituire una barriera, che possano diventare un punto di incontro e di amicizia tra i popoli, in un periodo storico in cui si tende a dividersi. Vogliamo una grandiosa Alta Via dolomitica, un percorso alpinistico di pace sui luoghi della guerra e vicino ai nuovi muri», dice facendo vibrare la barba bianca Bepi Monti, sessantottenne gestore del rifugio Carducci (2.297 metri) con un passato di gestore della Piramide del Cnr vicino al campo base dell’Everest, Nepal. È lui l’ideatore dell’itinerario che richiede circa una settimana per essere completato.

   «Ma è possibile anche fare escursioni di due o tre giorni», precisa Lio De Nes, guida alpina di Auronzo, anche lui immerso nel progetto. Sono previste quattro porte d’ingresso: da Kartitsch, da Sesto Pusteria, dalle Tre Cime e dalla Val Comelico.

DAL NEPAL ALLE DOLOMITI

   Lo scopo è dunque unire, sottolineano, ma è anche turistico. «Abbiamo la forza per diventare un’autentica attrazione alpinistica, dove gli appassionati di montagna di qualsiasi nazionalità potranno incontrarsi». Monti ci aggiunge un po’ di poesia: «Fra gli alti sentieri l’amicizia fiorisce più in fretta, ha i colori dell’arcobaleno e profuma di futuro».

   Prima però servono interventi per la messa in sicurezza e il mantenimento delle vie. C’è bisogno di un rifacimento della ferrata del Zandonella, di sistemare quella del Cengia dove il canale finale è troppo a rischio e anche il Monte Paterno non è tutta praticabile. A valle spunta già chi maligna con ironia: «Così i migranti del Brennero passeranno di là». Monti sorride: «Con una canottiera e un paio di ciabatte, purtroppo, l’attraversamento non è facile. Ma se hanno il kit da ferrata per me non ci sono problemi». (Andrea Pasqualetto)

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RINVIATO A DICEMBRE IL VOTO ANNULLATO MESI FA. E L’EUROPA TREMA, PERCHÉ QUESTA VOLTA POTREBBE ESSERE ELETTO IL CANDIDATO DI ESTREMA DESTRA

di Eleonora Vio, da PANORAMA del 20/9/2016 (www.panorama.it/ )

   “Le persone che vanno a votare non decidono un’elezione. Chi conta i voti, sì”. Questa celebre frase attribuita a Stalin è stata citata sarcasticamente dal responsabile per gli affari esteri ed europei del Partito delle libertà austriaco (Fpo) di estrema destra, Johannes Hübner, dopo la decisione della Corte Costituzionale di annullare le presidenziali dello scorso maggio per irregolarità nello spoglio dei voti via posta.

   Non poteva sapere che la vicenda avrebbe dato vita a una delle peggiori brutte figure del Paese in ambito internazionale, con le nuove elezioni prima fissate al 2 ottobre e poi rinviate al 4 dicembre. Ma andiamo con ordine.

   “Gli errori hanno coinvolto più di mezzo milione di voti in 94 circoscrizioni. Era inevitabile ritornare alle urne” aveva detto Hübner, gonfiando il numero di voti discutibili che secondo la Corte, messa sotto comprensibile pressione dall’estrema destra, sarebbero stati 77.696 in 14 distretti. “In Austria è la prima volta che accade e, anche se non so come reagirà la gente, sono molto ottimista”. Solo 30.863 voti, meno della metà di quelli risultati irregolari, avevano separato il vincente Alexander Van der Bellen, candidato indipendente spalleggiato dai Verdi di cui era stato alla guida per anni, e Norbert Hofer, nuovo volto della Fpö, con rispettivamente il 50,3 e il 49,7 per cento dei consensi. Per mesi il giovane ingegnere aeronautico era stato il favorito, ma i voti postali avevano ribaltato l’esito, garantendo al professore di economia in pensione un sottile margine sul suo avversario.

   E sono proprio i voti postali ad avere spinto il governo, il 12 settembre, a rinviare l’elezione-bis, che ora è fissata per il 4 dicembre. Sembra infatti che le buste per votare avessero una colla che non attacca, con l’evidente rischio che venissero aperte prima dello scrutinio. Una giustificazione che ha del comico, ma che negli ambienti di destra è stata vista con sospetto. Potrebbe essere un tentativo per guadagnare tempo visto che il candidato di destra viene dato per favorito dai sondaggi?

   Certo è che le capacità organizzative dell’Austria non ne escono bene, e che comunque la macchina elettorale dovrà riaggiornare i nominativi degli aventi diritto, cancellando i deceduti e inserendo i giovani che nel frattempo avranno compiuto l’età per votare.

   La sicurezza e il timore di flussi migratori incontrollati resteranno il banco di prova dei programmi politici e dei successi elettorali.

   Ma le prossime elezioni suscitano interesse in tutta Europa perché potrebbero segnare l’inaugurazione di un nuovo corso nel Vecchio continente, incoronando un candidato ultranazionalista e rappresentante di un partito di estrema destra in rapida ascesa, che, seppur con largo anticipo, è già in netto vantaggio sulle altre forze politiche nella corsa alla Cancelleria del 2018.

   “Una fetta consistente dei votanti ha scelto di dare fiducia a Van der Bellen solo per tenere lontano Hofer dalla presidenza” aveva scritto l’agenzia Reuters dopo i primi risultati, diffidando dell’immagine da “lupo camuffato da pecora” che Hofer dà di sé, cioè del look sobrio ed elegante, del modo di fare sciolto e amichevole, e di quegli “occhi da coniglietto” che sperano di insabbiare un passato controverso, ma in realtà non così lontano.

   NORBERT HOFER prova a distanziarsi dall’approccio antisemita, xenofobo e razzista della Fpö delle origini, quando a guidarlo c’era un ex generale delle SS, o dei successi elettorali degli anni ’90, garantiti dal brillante politico e aperto simpatizzante del Terzo Reich, Jörg Haider. “Ma intanto ha scelto come simbolo del suo partito proprio il fiordaliso blu, cioè il fiore preferito dal Kaiser tedesco Wilhelm, dai nazionalisti pan-germanici nel 19° secolo e, quando il nazional socialismo era bandito in Austria, il segno segreto e distintivo dei suoi seguaci ” spiega il ricercatore Bernhard Weidinger dell’Archivio della Resistenza austriaca (Döw). Noncurante delle accuse, al bastone da passeggio – da cui è inseparabile dopo un brutto incidente avuto con il parapendio – Hofer abbina spesso l’inusuale fiore, e una fascia a tracolla con i colori della bandiera tedesca.

   Se la scelta del fiordaliso blu può essere vista come una fortuita coincidenza, la banda giallo-nero-rossa è l’emblema di un legame che né Hofer né la Fpö possono nascondere, cioè quello con le confraternite studentesche nazionaliste germaniche o Burschenschaften, nate in Germania e poi velocemente insediatesi in tutta l’Austria. I giovani confratelli rimpiangono un passato che non c’è più,e lo rivivono indossando completi obsoletie cappellini pacchiani, assumendo pose affettate, rifacendosi a valori – come libertà, patria e onore – che alle nuove e vecchie generazioni fanno sorridere ma più spesso impallidire, memori di scempi e tragedie mai superate. Ogni mercoledì si riuniscono di fronte all’Università di Vienna per “reclamare la superiorità della tradizione e della cultura germanica” ma, accolti da urla e fischi degli altri studenti, sono scortati via dalle forze dell’ordine.

   Le confraternite sono il principale bacino di reclutamento dell’estrema destra austriaca. “L’80 per cento dei membri sostiene la Fpö, mentre 18 parlamentari su 30 e 19 su 35 membri dell’asse federale del Partito sono confratelli” dice Weidinger a Panorama. “Hofer e il presidente del partito Heinz-Christian Strache compresi”. Quando Haider ha lasciato la Fpö nel 2005 per fondare l’Alleanza per il futuro dell’Austria (Bzö), le confraternite hanno aiutato Strache a ricostruire il partito sotto la sua leadershipe in segno di riconoscenza la Fpö ha aggiunto al suo manifesto l’impegno verso “la comunità dei popoli tedeschi”, dal chiaro rimando nazista. Mentre i compagni si avvicendano dietro il bancone per spillare boccali di birra, il 22enne Markus Kipfl, membro della confraternita estremista Olympia e rappresentante del Parlamento degli studenti per la Fpö, stretto in un completo scuro, occhiali piccoli e squadrati e capelli con un filo di gel, se ne sta in disparte a prendere appunti. “Gli austriaci devono venire per primi in tutto, dalla cultura all’educazione. Non vogliamo che i migranti vengano qui con la loro cultura, ma che assimilino la nostra o tornino da dove sono venuti. L’asilo politico non è un diritto per la vita”.

   Se il “figlio rifugiato” – come Van der Bellen si fa chiamare per le sue origini russe – continua a far leva sull’obbligo sociale di integrare i 90 mila profughi arrivati l’anno scorso, Hofer cavalca la paura verso il nemico esterno con un calibrato euroscetticismo.

   “In campo internazionale si preoccupano solo d’integrazione, di migliori procedure per l’accoglienza e per l’asilo politico” dice Hübner “ma la maggioranza degli austriaci non si sente rappresentata da tutto questo e non si sente in obbligo di ospitare milioni di persone a casa propria, quando potrebbe mandare aiuto lì nei loro Paesi d’origine. Noi offriamo una via d’uscita per tutti quelli che non si sentono rappresentati dai partiti tradizionali e che non trovano una risposta nella politica migratoria attuale” continua. “Se Hofer sarà eletto, parteciperà agli incontri a Bruxelles e stabilirà se ciò che l’Europa promette di fare sia nell’interesse austriaco o meno”.

   “A quel punto decideremo come procedere” aggiunge, facendo intendere che un referendum sulla scia della Brexit è più che un argomento di sola discussione. Ma in un sondaggio dello scorso novembre oltre il 60 per cento degli austriaci ha detto di non volersi distaccare dalla Ue, e ha chiesto una maggiore integrazione economica e politiche congiunte su sicurezza, difesa e affari esteri.

   I poteri del presidente non includono la possibilità di indire un referendum ma, grazie alla rapida scalata al potere di Hofer, la questione è solo momentaneamente messa da parte. Mentre il quotidiano Österreich ha pubblicato un sondaggio Gallup secondo cui Hofer è in vantaggio su Van der Bellen con il 52 per cento, l’Europa osserva l’avvicinarsi del 4 dicembre con il fiato sospeso. Una vittoria della Fpö potrebbe fare da catalizzatore per quei movimenti populisti e anti-sistema che, dalla Francia, al Belgio e alla Germania, si stanno preparando alla scalata al potere. (ha collaborato Costanza Spocci)

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DOLOMITI, SITUAZIONE DRAMMATICA CON GHIACCIAI SEMPRE PIÙ POVERI

da “il Gazzettino”, 27/8/2016

BELLUNO – E’ una vista quasi drammatica, dal punto di vista glaciologico, quella che appare dall’aereo mentre sto sorvolando i siti dove ancora sopravvivono le masse gelate delle Dolomiti. E’ il commento del glaciologo Franco Secchieri che in questi giorni sta sorvolando le Dolomiti per valutarne lo stato. «Siamo a fine agosto (2016) e quindi l’estate, la stagione durante la quale avviene lo scioglimento della neve, del nevato e del ghiaccio, non è ancora terminata. Dunque per quest’anno la situazione non potrà che peggiorare ulteriormente. – sottolinea – Il controllo che sto effettuando non riguarda solo i ghiacciai veri e propri, come quello della Marmolada piuttosto che quelli dell’Antelao o del Sorapìs, ma anche le piccole masse gelate che da anni vengono monitorate e che sono state registrate nel nuovo Catasto dei ghiacciai delle Dolomiti».

   Per il glaciologo la situazione risulta allarmante in tutti i Gruppi dolomitici sorvolati, anche se è la condizione del ghiacciaio della Marmolada a rappresentare l’immagine emblematica delle condizioni di crisi in cui versano questi elementi straordinari del paesaggio dolomitico di alta quota.

   «Le modifiche climatiche che ormai dal lontano 1985 sembrano volgere all’insegna della deglaciazione (non solo alpina) non sono cambiate, anche se ogni tanto delle annate con andamenti diversi (ad esempio nel 2003 o 2004), parevano dare dei segnali più incoraggianti – spiega Secchieri – Cosa significa una annata negativa per un ghiacciaio? La risposta si trova facilmente negli effetti, mentre molto più difficile è determinarne le cause. E gli effetti sono la poca quantità di neve caduta nell’inverno e le elevate temperature estive».

   Seguire l’evoluzione dei ghiacciai significa perciò anche cercare di dare un contributo a capire o interpretare i cambiamenti climatici in atto i quali non portano solo alle modifiche dei ghiacciai, se pure importanti, ma sono e saranno i responsabili dei mutamenti ambientali globali, aggiunge Secchieri.

   «Restando alla regione dolomitica, alcune montagne stanno cambiando volto per la scomparsa delle caratteristiche coltri gelate, come quelle del versante settentrionale della Marmolada. Al di là del semplice aspetto paesaggistico, questo significa anche una modifica nelle risorse idriche dato che i ghiacciai assolvono una importante funzione di volano accumulando le masse d’acqua d’inverno, in forma solida, e rilasciandole poi d’estate. – spiega – Per tale motivo una attenzione particolare dovrebbe essere rivolta anche al governo ed alla gestione delle risorse idriche. Certamente ci sono anche altri aspetti che si legano ai cambiamenti in atto e uno di questi riguarda le frane. Eventi anche di grandi dimensioni la cui frequenza e dimensione sembrano aver subito un aumento nei periodi più recenti. Anche se va sottolineato come le frane, di qualsiasi tipo esse siano, sono da sempre uno dei principali agenti che contribuiscono a modellare quei bellissimi profili delle cime dolomitiche».

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DAL SORAPIS ALLE PALE LE DOLOMITI SI SGRETOLANO: «CI SARANNO ALTRI CROLLI»

di Angela Pederiva, da “il Corriere del Veneto” del 17/8/2016

– Cortina isolata a Ferragosto, nuova allerta meteo. CENSITE IN VENETO 10 MILA FRANE. L’esperto: prevenire –

VENEZIA – Bellissime e fragilissime, le Dolomiti continuano a sgretolarsi. È successo di nuovo ad Acquabona, alle porte di Cortina d’Ampezzo, rimasta temporaneamente isolata alla vigilia di Ferragosto per l’ennesima colata scesa dal Sorapis. E in questi giorni di vacanze è arrivata pure notizia di un altro crollo, questa volta appena dopo il confine tra Veneto e Trentino, nel cuore delle Pale di San Martino. «Purtroppo non finirà qui, l’attenzione deve restare alta per tutta l’estate e poi ancora in autunno», dicono gli esperti, di fronte ad una mappa che censisce quasi diecimila frane (di differenti caratteristiche e pericolosità) sul territorio regionale.

   Per la quarta volta in due anni, nella notte fra domenica e lunedì l’Alemagna è risultata impraticabile a causa della doppia caduta di almeno 1.500 metri cubi di detriti dal massiccio che domina le Dolomiti Ampezzane, un fronte di circa 60 metri per un’altezza di 3, che fortunatamente non ha coinvolto nessun mezzo grazie all’entrata in funzione del semaforo. Anas ha lavorato fino all’alba, insieme ai vigili del fuoco, alle forze dell’ordine e al personale comunale, per permettere la riapertura al traffico alle 7 del giorno più caldo dell’anno sul fronte degli spostamenti turistici. «Al momento — fa sapere la società — Anas sta continuando a monitorare costantemente la situazione, anche in vista delle condizioni meteo avverse dei prossimi giorni».

   Non a caso ieri il Centro funzionale decentrato della Regione ha dichiarato lo stato di attenzione fino a stamattina alle 9, alzandolo al grado di «attenzione rinforzata» per l’area di Borca di Cadore. In queste ore, inoltre, è stato reso noto il crollo di un intero pilastro di roccia avvenuto ancora lo scorso 11 luglio in Val Canali, interessando il versante sud-occidentale di Cima Lastei, nel Vallon dei Colombi, a destra della Cima del Conte. La ferita aperta nelle Dolomiti di Primiero è alta circa 150 metri, trattandosi del risultato dello sbriciolamento di 80.000 metri cubi di roccia.

   La friabilità delle «montagne di corallo» non è certo un mistero per gli studiosi, che da sempre ne hanno identificato l’origine nell’essenza della dolomia, roccia formata da doppio carbonato di calcio e magnesio che tanto affascina e altrettanto impensierisce. «In provincia di Belluno ogni anno si registrano 15o nuove frane, perché questa è l’evoluzione naturale delle Dolomiti», afferma il geologo Luca Salti, a proposito della mappa tracciata da Alberto Baglioni, dirigente del servizio geologico della Regione, che ancora nel 2006 contava 9.476 frane in Veneto. «Le opere di contenimento sono fondamentali — sottolinea Paolo Spagna, già presidente regionale e ora consigliere nazionale dell’Ordine dei geologi — per tentare in ogni modo di ridurre flusso e velocità dei detriti.

   Ma i fondi stanziati contro il dissesto idrogeologico sono sempre troppo pochi di fronte alla vastità del fenomeno. Bisogna puntare di più sulla prevenzione, che secondo i nostri calcoli permetterebbe di risparmiare dieci volte i soldi spesi per gestire le emergenze. Forse per quest’estate il peggio è già avvenuto, ma temo che tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre dovremo aspettarci nuovi guai, a causa delle piogge molto intense che solitamente in quel periodo cadono su terreni che non riescono a filtrare l’acqua, provocando il distacco di valanghe poltigliose che trascinano a valle tutto quello che trovano nella loro corsa».

   Per le comunità abbarbicate fra le Dolomiti e l’Alemagna, ad ogni annuncio di precipitazione torna la paura. «Da metà giugno mi sono arrivati sul cellulare 125 messaggi di allarme dal sistema radar che intercetta le celle temporalesche in un raggio di 20-30 chilometri da Borca», racconta Franco De Bon, sindaco di San Vito di Cadore, dove un anno fa lo smottamento dell’Antelao (ora monitorato anche con i droni) causò tre vittime. «Siamo praticamente in allerta continua — aggiunge — ma per fortuna vediamo che gli interventi strutturali della Regione, tra vasche di contenimento e scogliere di protezione lungo il Ru Secco, vanno avanti. Da parte nostra per quest’anno ci siamo visti costretti a bloccare la seggiovia, patendo per questo una perdita economica. Ma la sicurezza viene prima di tutto, perciò abbiamo chiesto all’Anas che nel pacchetto di interventi per Cortina 2021 vengano previsti anche tre tombotti per la raccolta dei detriti sotto la Statale 51». (Angela Pederiva)

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GIGANTESCA FRANA, TREMA LA VALLE DI BRAIES

di Ezio Danieli, da “il Mattino di Padova” del 21/8/2016

– Piccola Croda Rossa: crollato mezzo milione di metri cubi di roccia, chiusa strada forestale. L’esperto: «Ce l’aspettavamo» –

BRAIES. Una frana gigantesca è precipitata dalla Piccola Croda Rossa nella valle di Braies. Oltre mezzo milione di detriti è finito a valle ieri mattina, verso le 6, senza causare per fortuna danni alle persone e alle case. Il servizio geologico della Provincia di Bolzano, che aveva registrato indizi di un possibile smottamento e seguiva da martedì la situazione, aveva disposto la chiusura del sentiero 3 attraverso il quale sono molti gli escursionisti che raggiungono appunto la Piccola Croda Rossa.

   In conseguenza della frana è stato necessario ieri mattina chiudere anche la strada che da Prato Piazza porta verso malga Cavallo. In zona vanno ora rimossi i resti del movimento franoso che ha causato un’ingente e fastidiosa presenza di polvere in tutta la zona, un particolare che alimenta la paura diffusa tra la gente e gli escursionisti.

   La frana è precipitata l’altra notte. Non erano ancora le 6 di ieri quando a un’altezza di circa 2800 metri (la Piccola Croda Rossa è alta 2.850 metri) si è aperta una fessura nella roccia lunga circa 200 metri e alta una trentina di metri. In tutto è crollato un quantitativo di materiale che il geologo Claudio Carraro ha calcolato in «circa mezzo milione di metri cubi. Certo – conitnua l’esperto – è la frana più imponente fra quelle cadute negli ultimi anni in Alto Adige, Per fortuna stavamo monitorando da martedì il costone. La frana era prevista». Ed ha portato a valle, in un polverone inaudito, materiale di ogni genere: da massi a terriccio.

   Il sentiero numero 3 («che era già stato chiuso per motivi di sicurezza», conferma Carraro) è stato sommerso da questo materiale ed è intransitabile. «I massi, il terriccio e la polvere hanno invaso anche la strada forestale che da Prato Piazza porta a Malga Cavallo. La frana è ancora in movimento per cui la strada è stata chiusa», aggiunge Carraro.

   Nessuno è rimasto ferito, per fortuna, e non si lamentano danni. Anche le conseguenze per il settore turistico – erano molti gli escursionisti che erano soliti percorrere ogni giorno il sentiero 3 – sono considerate contenute dall’Associazione turistica di Braies che ha subito fornito le foto di come era la Piccola Croda Rossa prima della frana e di come è ora con una grande “ferita” causata dal gigantesco crollo di ieri notte. Crollo che, secondo il geologo Carraro, è dovuto «allo scioglimento del permafrost, che non era più in grado di tenere compatto il terreno. Il ghiaccio s’è sciolto ed ha causato la frana. Non c’entrano le piogge insistenti dell’ultimo periodo».

   Il permafrost è quella parte di terreno che rimane congelato per almeno due anni. Sulla superficie del permafrost c’è uno strato chiamato “strato attivo” che si scioglie e ricongela al ritmo delle stagioni. Secondo le previsioni degli esperti, questo strato attivo diventerà più spesso, il che vuol dire che più materiale organico sarà esposto e scongelato a causa del cambiamento climatico. Il pericolo non riguarda solo un cambiamento degli ecosistemi, quindi scarsità di acqua stagnante, spostamento delle aree forestali e della loro fauna a causa del differente clima, ma anche la decomposizione della materia organica. Infatti questa materia nuovamente esposta rilascerà tra le 43 e le 135 giga tonnellate di carbonio entro il 2100 e circa 246-4155 giga tonnellate di biossido di carbonio (meglio noto come anidride carbonica) entro il 2200, accelerando il cambiamento climatico.

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FRANA ISOLA CORTINA: TONNELLATE DI DETRITI BLOCCANO L’ALEMAGNA

di Rubina Bon, da “Il Mattino di Padova” del 15/8/2016

CORTINA D’AMPEZZO – Ancora una frana ad ACQUABONA: è scesa ieri sera, proprio vigilia di Ferragosto, dalle pendici del Sorapis. Cortina è isolata e lo resterà finché non verranno rimosse le tante tonnellate di rocce e terreno che si sono riversate sulla statale 51 Alemagna. Una situazione critica, dunque, nel periodo di maggior afflusso turistico nel capoluogo ampezzano.

   L’allarme è scattato alle 21.25, dopo che su Cortina e l’Ampezzano si era scaricato un temporale a macchia di leopardo, con zone particolarmente colpite e altre risparmiate. Ma tanto è bastato perché la ghiaia e la melma si muovessero dal Sorapis e scivolassero sull’Alemagna, in un tratto leggermente più spostato rispetto al punto della frana del 15 giugno.

   I movimenti sono proseguiti fin oltre le 22.30. La frana di ieri sera ha un fronte di circa una sessantina di metri ed è alta circa tre. È stato un automobilista il primo a lanciare l’allarme, chiamando il 112 e avvisando che il semaforo messo a monitorare la frana risultava rosso. Il cittadino chiedeva se il rosso dovesse essere imputato a un malfunzionamento del semaforo oppure se fosse scesa la frana. A far scattare il semaforo erano stati poco prima i tecnici di Anas messi a presidio h24 della frana. Immediatamente sono scattate le procedure di sicurezza.

   La circolazione è stata bloccata, con le pattuglie dei carabinieri schierate a monte e a valle dell’interruzione. Nella zona della frana lungo l’Alemagna sono arrivati rapidamente i vigili del fuoco, i carabinieri, i tecnici dell’Anas, il personale del Comune. Avvisata anche la Prefettura. I pompieri hanno proceduto con la verifica del fronte franoso e, in particolare, con gli accertamenti sulla presenza o meno di persone rimaste sotto la colata di materiale venuto giù dalla montagna.

   Fino alla tarda serata non c’erano fortunatamente riscontri in questo senso. Subito sul posto i mezzi di Anas per rimuovere il materiale. «Lavoreranno tutta la notte su entrambi i fronti, per domani mattina contiamo che la Alemagna possa essere riaperta», spiegava ieri sera il commissario prefettizio di Cortina, Carlo De Rogatis, «I semafori hanno funzionato. La frana è stata preceduta da un evento meteo strano: non erano infatti segnalati temporali intensi». Pesanti le ripercussioni sulla viabilità già ieri sera. Cortina può essere raggiunta attraverso il passo Tre Croci e Auronzo, oppure dall’Agordino attraverso i passi Giau e Falzarego. Se stamattina la Alemagna non verrà liberata, la situazione della viabilità, complice il traffico di rientro dal ponte di Ferragosto, potrebbe collassare.

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UN PROGETTO

ITALIAN LIMES #01: CONFINI MOBILI SULLE ALPI

di MARCO FERRARI, 30/7/2014, da http://www.klatmagazine.com/architecture/

   Italian Limes è un progetto di ricerca e un’installazione presentata alla XIV Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, che ha inaugurato lo scorso 7 giugno e rimarrà aperta al pubblico fino al 23 novembre. Questo post è il primo di una serie di approfondimenti che nei prossimi mesi avranno l’obiettivo di espandere i temi di ricerca alla base del progetto, delineandone possibili sviluppi e presentando materiali inediti non presenti all’interno della mostra.

   “Ci sono più confini nazionali oggi nel mondo di quanti ce ne siano mai stati in precedenza”. Questa affermazione costituisce l’incipit del volume A Companion to Border Studies di Thomas M. Wilson e Hastings Donnan, una delle pubblicazioni più recenti e importanti di un nuovo campo di ricerca, quello degli studi sul confine, all’intersezione fra geografia, antropologia e scienze politiche. È un’affermazione che pone l’accento su un dato spesso celato dalla retorica contemporanea dei mercati globali e dell’iper-connettività: anche se il processo di digitalizzazione in atto ha rimosso molti vincoli materiali al nostro vivere quotidiano, viviamo in un mondo ancora legato alla logica ottocentesca delle istituzioni nazionali e del loro principio di sovranità. La lotta per l’indipendenza territoriale rimane la priorità per qualsiasi minoranza, assecondando il pensiero per cui il riconoscimento da parte della comunità internazionale passi, innanzitutto, attraverso la definizione di un perimetro che circoscriva una porzione di terra inviolabile.

   Quando ci è stato chiesto di formulare una proposta per Monditalia (una delle tre sezioni della Biennale di Architettura di quest’anno, in cui l’Italia diviene chiave di lettura della condizione globale contemporanea), eravamo interessati a esplorare la trasformazione che il Confine di Stato – in quanto istituzione formale – ha subito dopo la firma degli Accordi di Schengen del 1995. L’atto di valicare il confine – un tempo, una delle esperienze più vivide attraverso cui riconoscersi parte di una comunità nazionale – è progressivamente scomparso all’interno dell’Unione Europea. Nel corso degli ultimi vent’anni, quasi ogni presenza fisica del confine si è dissolta (da vedere il bel progetto fotografico sulle dogane abbandonate d’Europa del fotografo polacco Josef Schulz). Oggi, per un cittadino occidentale, la nozione stessa di confine rimane un concetto astratto, legato alla rappresentazione e alla memoria di una linea su una mappa. Il confine terrestre italiano, tuttavia, costituisce tuttora un limite visivo molto forte: l’arco alpino è una barriera naturale che dà all’Italia il suo profilo così ben riconoscibile – oltre a creare una forte discontinuità territoriale con il resto del continente. Inoltre, i confini che attraversano le Alpi hanno subito una notevole evoluzione del loro ruolo e della loro natura. Fino alla fine del secolo scorso, essi negoziavano un ampio spettro di relazioni internazionali: dai rapporti amichevoli con Francia e Austria (alleate NATO), alla mediazione con l’enclave economica e politica svizzera, fino alla ben sigillata frontiera con l’ex-Yugoslavia – di fatto, l’estremo tratto meridionale della Cortina di Ferro. Questo scenario, oggi, sembra un paesaggio dimenticato, coperto dalla polvere del passato.

   Ci interessava, inoltre, indagare cosa fosse un confine, da un punto di vista sia fisico che legislativo. Come lo si riconosce, quando lo si attraversa? Esistono sostanziali differenze fra confini naturali e artificiali? A quale grado una regione di confine risente della sua condizione liminale? Non da ultimo, volevamo guardare alle Alpi come a una particolarità prettamente europea: pur essendo come un grande parco nel tessuto di un’enorme città policentrica – quale è oggi l’Europa – è ancora un territorio formalmente diviso fra otto nazioni diverse. A partire da queste premesse si è iniziato il lavoro di ricerca, osservando inizialmente come una regione che è stata per molto tempo uno dei principali palcoscenici della geopolitica continentale, sia ora ridotta al campo di applicazione di mere forze economiche. Perdendo il loro ruolo di filtri di mediazione politica e culturale, i valichi montani si sono evoluti in semplici canali infrastrutturali, regolamentati da norme europee, performance di mercato e standard logistici. Allo stesso tempo, l’ecosistema naturale è diventato un vasto parco a tema dagli enormi profitti stagionali. Sullo fondo di questo paesaggio variegato, le vette alpine testimoniano di una divisione ancora ben presente – anche se muta e pressoché invisibile – fra una miriade di amministrazioni locali e modelli di governance.

   Il confine italiano si snoda per quasi 2.000 km da Muggia, vicino Trieste, fino a Ventimiglia, nell’estremo Levante ligure. È un tracciato che segue la geometria della linea spartiacque, che separa i bacini idrografici adiacenti attraverso tutto l’arco alpino. Il Confine di Stato è definito e mantenuto dall’Istituto Geografico Militare, l’organo cartografico ufficiale dello Stato, che ha sede a Firenze fin dal 1865 ed è parte dell’Esercito. Il suo andamento deriva in gran parte dagli accordi del Trattato di Pace di Parigi, firmato nel 1947 alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La sua breve storia riflette molte sfaccettature della storia politica dell’Europa del Novecento. Mentre il confine italo-svizzero non ha subito grandi variazioni dall’inizio del XIX secolo, quello italo-austriaco è stato pesantemente ridefinito dalle battaglie della Prima Guerra Mondiale; quello con la Francia è stato oggetto di alcune “secondarie” cessioni da parte dell’Italia fascista dopo la sconfitta bellica alla fine degli anni Quaranta. Sempre in merito al tratto francese, è interessante notare come una delle rare dispute di confine ancora presenti in Europa sia quella della cima del Monte Bianco, che, oltralpe, è considerata interamente territorio francese, mentre per gli italiani è parte della displuviale, e quindi esattamente sulla linea di confine. La frontiera con la Slovenia, infine, è di fatto la stessa che separava Italia e Yugoslavia a partire dal 1954, anno della caduta del Territorio Libero di Trieste.

   A un certo punto della ricerca ci siamo imbattuti in una notizia apparentemente secondaria, un’eccezione nell’ordinaria amministrazione delle relazioni diplomatiche fra stati confinanti. A causa del riscaldamento globale e del conseguente – ed ormai costante – ritiro dei ghiacciai alpini, la displuviale – che corre su ghiacciai perenni alle altitudini più elevate – si è spostata considerevolmente negli ultimi anni. Fra il 2008 e il 2009, il Governo Italiano ha quindi dovuto negoziare una nuova definizione delle frontiere con Austria, Francia e Svizzera, introducendo nella legislazione nazionale il concetto inedito di confine mobile, e negando così la possibilità di determinare con certezza i propri confini. Ogni due anni un’apposita commissione, composta per metà da tecnici dell’IGM e per l’altra metà da rappresentanti degli istituti cartografici dei paesi confinanti, ripercorre l’intero tracciato del Confine di Stato. Oltre a eseguire la manutenzione dei termini di confine che lo punteggiano, lo scopo è quello di determinare, con l’ausilio di strumentazione GPS ad alta precisione, gli spostamenti della superficie del ghiaccio e calcolare l’esatta posizione della displuviale, così da stabilire il nuovo tracciato del confine.

   Questa vicenda – in apparenza insignificante per la quotidianità di ciascuno di noi – ha da subito dato vita a una riflessione più ampia sulle dinamiche della geopolitica contemporanea. Ha messo in luce la natura provvisoria di qualsiasi condizione di confine; ha evidenziato come le frontiere naturali siano soggette all’evoluzione dei processi ecologici, e come, infine, la tecnologia influenzi oggi il modo in cui pensiamo e operiamo a tutti i livelli. I territori più remoti delle Alpi – inaccessibili al punto da essere considerati, fino all’inizio del secolo scorso, Terra Incognita – sono stati il campo per un costante avanzamento delle tecnologie di rappresentazione del territorio. La necessità di misurare con precisione i confini fra l’Italia e le altre nazioni europee ha portato dapprima all’invenzione della fotogrammetria nel XIX secolo, alle campagne ortofotogrammetriche durante la Prima Guerra Mondiale e, più recentemente, all’immane lavoro di definizione della rete trigonometrica nazionale. Oggi, la manifestazione di questo lavoro di mappatura è resa interamente invisibile dall’adozione della tecnologia GPS, che, allo stesso tempo, ci costringe però a un livello completamente nuovo di precisione e accuratezza, e alla definizione di nuovi parametri operativi.

   Una volta messi a fuoco gli obiettivi dell’indagine, si è cercato di capire come produrre un’installazione che potesse trasmettere i contenuti della ricerca al pubblico della Biennale. Abbiamo scelto un caso studio – il ghiacciaio del Similaun, dove il confine fra Italia e Austria corre per circa 1.5 km a un’altitudine di 3.330 m sul livello del mare. La lunghezza relativamente contenuta di questo tratto di confine mobile ne rendeva possibile la misurazione sul campo, mentre una precedente intervista con i geografi dell’IGM aveva appurato il fatto che in quella posizione il confine si fosse spostato in modo evidente. Abbiamo quindi raggiunto la superficie del ghiacciaio il 4 maggio 2014: qui, dopo sei ore di lavoro in condizioni ambientali non facili (a inizio maggio sulle Alpi persiste un clima ancora invernale, a un’altitudine in cui la mancanza d’ossigeno si fa già sentire per un fisico non allenato), abbiamo installato cinque unità GPS alimentate da energia solare lungo la linea di confine corrispondente alle ultime misure ufficiali eseguite dall’IGM nell’estate 2012. Una volta ogni ora, i sensori GPS trasmettono le proprie coordinate geografiche a un server remoto tramite una connessione satellitare.

   L’installazione alle Corderie dell’Arsenale è composta da tre elementi lungo un percorso lineare: un plastico della cima del Similaun e del ghiacciaio che si stende ai suoi piedi, a est; una raccolta di documenti inediti dagli archivi dell’IGM; una drawing machine connessa alla rete. Il modello – una riproduzione in scala 1:3.000 di una porzione delle Alpi dell’Ötztal – è stato realizzato da una fresa a controllo numerico a partire da due blocchi di gesso (poi uniti per raggiungere l’altezza complessiva del rilievo), e viene usata come superficie per la proiezione tridimensionale di un’animazione composta da cartografia storica della zona e che illustra i cambiamenti nella geometria del confine italo-austriaco fra il 1920 ed il 2012. La documentazione IGM comprende materiale fotografico, mappe e diari di campagna che testimoniano l’infaticabile opera degli addetti alla manutenzione del confine e l’evoluzione delle tecniche e degli strumenti durante il corso del secolo scorso. La drawing machine – un pantografo robotizzato controllato da un processore Arduino e programmato con Processing – è in grado di tradurre in tempo reale le coordinate ricevute dai sensori GPS in una rappresentazione degli spostamenti del confine. Funziona autonomamente e può essere attivato su richiesta di ciascun visitatore, il quale può quindi disporre di una mappa – ogni volta diversa – di un tratto del confine fra Italia e Austria, realizzata nel momento esatto della visita all’installazione.

   Due mesi dopo l’ancoraggio sulla superficie del ghiacciaio – e dopo la stampa di circa 4.000 mappe da parte del pantografo – i sensori GPS continuano a monitorare gli spostamenti del confine sul Similaun. Siamo ora in piena stagione estiva, durante la quale la maggior parte dei cedimenti del ghiaccio dovrebbe avvenire, in concomitanza con lo scioglimento della massa di neve che ne ricopre la superficie per la maggior parte dell’anno. (MARCO FERRARI)

PER TUTTO L’ARTICOLO CON LE FOTO: VEDI

http://www.klatmagazine.com/architecture/italian-limes-01-confini-mobili-sulle-alpi-biennale-architettura-2014/13858

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One thought on ““DOLOMITI SENZA CONFINI”: tra AUSTRIA e ITALIA un progetto di guide alpine e rifugisti di un percorso tra i due Paesi, unione del territorio alpino, oltre ogni CONFINE – Ora che le ALPI stanno vivendo negativi eventi GEOPOLITICI (l’Austria populista?) e GEOMORFOLOGICI (l’erosione di frane e la fine dei ghiacciai)

  1. Mar.Màrat mercoledì 5 ottobre 2016 / 18:17

    Interessante… mi riservo ancora di leggere gli ultimi articoli… vorrei fare però due constatazioni: 1) bellissima idea, questa del sentiero transfrontaliero. Gli spartiacque sono dei confini posticci connessi all’idea dello Stato-nazione, visto che gli abitanti delle montagne hanno sempre abitato entrambi i lati della montagna. Riappropriarsi di questo è fondamentale. 2) L’articolo sul ritiro dei ghiacciai è pieno di mostruose imprecisioni, vedi la confusione tra causa ed effetto del ritiro glaciale. 3) Ci andrei piano a dare l’idea di uno sgretolamento delle Dolomiti, questi fenomeni ci sono sempre stati, è vero che con la scomparsa del permafrost possono accelerare, ma di sicuro le montagne corrono rischi molto più diretti (cementificazione, inquinamento, cambiamenti climatici non tanto sulla “geosfera” ma sulla biosfera).

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