ALEPPO, IN SIRIA: UNA CITTA’ CHE MUORE – Nella prolungata guerra civile siriana che coinvolge tutte le grandi potenze globali (RUSSIA in particolare) e Usa, Turchia, Iran… si cerca il nuovo equilibrio mondiale ancora una volta sui territori antichi del MEDIO ORIENTE – con i MASSACRI DI BAMBINI E CIVILI

A partire dal 2012 ALEPPO è stata subito coinvolta nella GUERRA CIVILE SIRIANA, diventando il centro di una prolungata battaglia, specie nella parte est trasformata in quattro anni in un cumulo di macerie, un’ecatombe di 25mila morti civili (migliaia di BAMBINI), e centinaia di migliaia di profughi
A partire dal 2012 ALEPPO è stata subito coinvolta nella GUERRA CIVILE SIRIANA, diventando il centro di una prolungata battaglia, specie nella parte est trasformata in quattro anni in un cumulo di macerie, un’ecatombe di 25mila morti civili (migliaia di BAMBINI), e centinaia di migliaia di profughi

   E’ un atto di genocidio contro l’umanità, quel che sta accadendo ad Aleppo, nelle Siria settentrionale da cinque anni (ma particolarmente virulento in questi mesi) con l’uccisione in massa della popolazione. E’ la fine di una città, in particolare, la PARTE EST di ALEPPO (controllata dai ribelli antigovernativi, contro il dittatore Bashar El Assad). Parte fondamentale di una Città nobile, antichissima, che sta sparendo con la morte e la disperata ma difficile fuga dei suoi abitanti.

ALEPPO (in arabo: حلب, Ḥalab), è nella Siria settentrionale, ed è soprannominata LA CAPITALE DEL NORD. Secondo il censimento ufficiale della popolazione del 1994 (anche secondo la stima del 2007), Aleppo è la città più popolosa della Siria, con 1.900.000 abitanti, e supera la capitale del paese, Damasco, abitata da 1.669.000 persone. La popolazione è variegata e include ARABI, ARMENI, CURDI, CIRCASSI e TURCHI. Inoltre Aleppo, con 300.000 cristiani di dieci diverse confessioni, è la terza maggiore città cristiana del mondo arabo, dopo Beirut e Il Cairo. È UNA DELLE PIÙ ANTICHE CITTÀ DEL MONDO abitata ininterrottamente dall'antichità. Occupa una posizione strategica a metà strada TRA IL MARE E L'EUFRATE; inizialmente era costruita su un piccolo gruppo di colline, in una vallata ampia e fertile, su entrambe le rive del FIUME OWEQ. La sua provincia si estende attorno alla città per oltre 16.000 km² e conta circa 3,7 milioni di abitanti. È PATRIMONIO DELL’UMANITÀ dell'UNESCO dal 1986. Nell'anno 2006 Aleppo è stata la prima città a fregiarsi del titolo di "CAPITALE CULTURALE DEL MONDO ISLAMICO". A partire dal 2012, Aleppo è stata coinvolta nella GUERRA CIVILE SIRIANA, diventando il centro di una prolungata battaglia che ha portato alla DIVISIONE DELLA CITTÀ TRA UNA PARTE OCCIDENTALE CONTROLLATA DAL GOVERNO E UNA PARTE ORIENTALE CONTROLLATA DAI RIBELLI, con la conseguente FUGA DI MOLTI CIVILI. (da WIKIPEDIA)
ALEPPO (in arabo: حلب, Ḥalab), è nella Siria settentrionale, ed è soprannominata LA CAPITALE DEL NORD. Secondo il censimento ufficiale della popolazione del 1994 (anche secondo la stima del 2007), Aleppo è la città più popolosa della Siria, con 1.900.000 abitanti, e supera la capitale del paese, Damasco, abitata da 1.669.000 persone. La popolazione è variegata e include ARABI, ARMENI, CURDI, CIRCASSI e TURCHI. Inoltre Aleppo, con 300.000 cristiani di dieci diverse confessioni, è la terza maggiore città cristiana del mondo arabo, dopo Beirut e Il Cairo. È UNA DELLE PIÙ ANTICHE CITTÀ DEL MONDO abitata ininterrottamente dall’antichità. Occupa una posizione strategica a metà strada TRA IL MARE E L’EUFRATE; inizialmente era costruita su un piccolo gruppo di colline, in una vallata ampia e fertile, su entrambe le rive del FIUME OWEQ. La sua provincia si estende attorno alla città per oltre 16.000 km² e conta circa 3,7 milioni di abitanti. È PATRIMONIO DELL’UMANITÀ dell’UNESCO dal 1986. Nell’anno 2006 Aleppo è stata la prima città a fregiarsi del titolo di “CAPITALE CULTURALE DEL MONDO ISLAMICO”. A partire dal 2012, Aleppo è stata coinvolta nella GUERRA CIVILE SIRIANA, diventando il centro di una prolungata battaglia che ha portato alla DIVISIONE DELLA CITTÀ TRA UNA PARTE OCCIDENTALE CONTROLLATA DAL GOVERNO E UNA PARTE ORIENTALE CONTROLLATA DAI RIBELLI, con la conseguente FUGA DI MOLTI CIVILI. (da WIKIPEDIA)

   Vengono in mente altri contesti di città distrutte, prima di tutto con lo sterminio della popolazione, e poi delle case, delle strade, dei luoghi di culto, di tutto: GROZNY in Cecenia, azzerata nella popolazione nel 1944 dall’Unione Sovietica; STALINGRADO o VARSAVIA città sterminate dall’invasione nazista; DRESDA, città tedesca distrutta nella sua popolazione dagli Alleati nel 1945; SARAJEVO, città martire nella sua popolazione nelle guerra civile jugoslava tra il 1991 e 1995…. E moltissime altre ce ne sono, alcune famose altre meno.

“Ad Aleppo” riferiva il 30 settembre scorso il portavoce italiano dell’Unicef, Andrea Iacomin “bambini gravemente feriti vengono lasciati morire per non esaurire del tutto le scorte mediche. I quartieri assediati e colpiti non ricevono aiuti umanitari. Tutte le strade di accesso ai quartieri orientali rimangono bloccate”.
“Ad Aleppo” riferiva il 30 settembre scorso il portavoce italiano dell’Unicef, Andrea Iacomin “bambini gravemente feriti vengono lasciati morire per non esaurire del tutto le scorte mediche. I quartieri assediati e colpiti non ricevono aiuti umanitari. Tutte le strade di accesso ai quartieri orientali rimangono bloccate”.

   La mattanza della popolazione ad ALEPPO (in particolare nella sua parte est controllata dai ribelli bombardati dai russi) rappresenta quanto sta accadendo in tutta la Siria. Il regime di Bashar El Assad, crudele e dispotico, inizia ad andare in crisi cinque anni fa con un’opposizione sempre più forte. Ma quest’opposizione, poco a poco, vede il prevalere dell’ISIS. E per la popolazione può essere anche peggio.

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   La possibile sconfitta, con l’appoggio internazionale di tutte le potenze, dell’Isis, e contemporaneamente la fine della dittatura dinastica degli Assad, non è resa possibile dall’intervento della Russia che appoggia Assad e che vuole mantenere la sua presenza in un luogo così strategico nello scenario mondiale com’è la Siria.

Edifici distrutti da raid aerei nel quartiere di Tariq al Bab_ a est di Aleppo, il 5 ottobre 2016 ( Credit/Reuters, da www.tpi.it/png)
Edifici distrutti da raid aerei nel quartiere di Tariq al Bab_ a est di Aleppo, il 5 ottobre 2016 ( Credit/Reuters, da http://www.tpi.it/png)

   E’ una vera e propria guerra di sterminio che Assad ha scatenato contro il suo popolo in particolare proprio negli ultimi due anni, forte dell’appoggio di Putin, uccidendo circa 200 mila siriani, civili, donne, bambini. Ma il conflitto, visto dall’origine, nei 5 anni e mezzo, arriva secondo le stime dell’Onu a contare circa 450mila morti.

LA MOSCHEA DI ALEPPO, PRIMA DELLA GUERRA (ORA DISTRUTTA)
LA MOSCHEA DI ALEPPO, PRIMA DELLA GUERRA (ORA DISTRUTTA)

   E ad ALEPPO, città strategica del nord tra Mediterraneo e Turchia, a metà strada tra il mare e l’Eufrate, sta avvenendo il cuore del conflitto. Mentre l’America chiede un’inchiesta per crimini di guerra sui raid russi contro i civili. Perché Russia e Stati Uniti continuano a non trovare un accordo di pace (o di spartizione). Così la Siria viene sacrificata sull’altare dei rapporti di forza internazionali.

PRIMA E DOPO (vedi: https://www.greenme.it/spazi-verdi/dove-come-quando/2871-20-splendidi-posti-del-mondo-che-non-puoi-visitare - http://www.vanillamagazine.it/10-fotografie-mostrano-i-devastanti-effetti-della-guerra-ad-aleppo-in-siria/ )
PRIMA E DOPO (vedi: https://www.greenme.it/spazi-verdi/dove-come-quando/2871-20-splendidi-posti-del-mondo-che-non-puoi-visitarehttp://www.vanillamagazine.it/10-fotografie-mostrano-i-devastanti-effetti-della-guerra-ad-aleppo-in-siria/ )

   A partire dal 2012 Aleppo è stata subito coinvolta nella guerra civile siriana, diventando il centro di una prolungata battaglia, come dicevamo specie nella parte est, trasformata in quattro anni in un cumulo di macerie, un’ecatombe di 25mila morti e centinaia di migliaia di profughi

   Una volta Aleppo era una delle più aperte, ricche, acculturate, tolleranti e pluraliste del Medio Oriente. Adesso nei quartieri controllati dal regime circa un milione e mezzo di persone continua a condurre una vita relativamente normale. Elettricità e acqua garantiti. I negozi sono aperti, come del resto funzionano le scuole, i trasporti, gli uffici della municipalità. Poche centinaia di metri più a est è l’inferno: terrore, morte, fame, l’incubo dei bombardamenti indiscriminati delle forze governative e dei russi, il buio di notte, la lotta per la sopravvivenza quotidiana. Una media di dieci morti al giorno, scuole, case e negozi distrutti, mancanza di acqua ed elettricità per più di quindici ore al giorno. Vengono metodicamente attaccati ospedali, ambulanze, cliniche di fortuna, strutture comunitarie, abitazioni civili, condotte idriche, depositi di cibo.

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   Aleppo si trova così a vivere una tragedia umanitaria senza precedenti storici in Siria. La sua bellezza e il suo inestimabile valore storico e culturale avevano portato l’UNESCO a dichiararla nel 1986 “Patrimonio dell’umanità”, oggi di molti dei suoi quartieri – tra cui il centro storico con il suo celebre Suk e le gloriose moschee – non resta che un cumulo di macerie.

   Putin e l’Iran appoggiano il governo siriano di Bashar El Assad mentre gli Stati Uniti, la Turchia e le monarchie wahabite di Arabia Saudita e Qatar sostengono apertamente una transizione politica caldeggiando i cosiddetti “ribelli moderati” anti Isis.

A Putin interessa un possibile accordo con la Turchia per poter realizzare il “Turkish Stream”, cioè il tratto turco sottomarino del gasdotto “South Stream” verso l’Europa meridionale (progetto avversato dagli americani che cercano di contenere Mosca nei suoi progetti energetici)
A Putin interessa un possibile accordo con la Turchia per poter realizzare il “Turkish Stream”, cioè il tratto turco sottomarino del gasdotto “South Stream” verso l’Europa meridionale (progetto avversato dagli americani che cercano di contenere Mosca nei suoi progetti energetici)

   C’è stato un incontro tra Putin ed il leader turco Erdogan ad Ankara il 10 ottobre che potrebbe rimescolare le carte delle alleanze e rendere ancora più complicata la fine del conflitto. La Turchia si è impossessata già di fatto di parte della Siria, nella parte nord che le interessa fin verso l’Eufrate, in particolare in funzione anti-curda. A Putin interessa un possibile accordo con la Turchia per poter realizzare il “Turkish Stream”, cioè il tratto turco sottomarino del gasdotto “South Stream” verso l’Europa meridionale (progetto avversato dagli americani che cercano di contenere Mosca nei suoi progetti energetici).

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   Ma l’intervento così diretto ed esposto della Russia in appoggio al dittatore siriano Bashar El Assad, sembra voler dimostrare al mondo che la Russia è ancora grande potenza globale. Capace di far sentire il suo peso anche lontano dalle frontiere di casa. E di tornare a dire la sua in Medio Oriente (salvaguardando anche le basi missilistiche russe nel Mediterraneo). E il governo siriano, oltre all’appoggio russo, può contare anche in quello iraniano (quest’ultimo in funzione anti-Isis… ma tutti sono contro l’Isis).

   Una situazione geopolitica complicata, che cerchiamo un po’ di capire proponendovi alcuni articoli apparsi nei quotidiani di queste settimane che ci paiono interessanti a sciogliere i nodi della comprensione di quel che sta accadendo.

   Su tutto si capisce come sia in atto il ritorno della GUERRA FREDDA tra Russia e Usa, con il controllo strategico di una parte così delicata del mondo. E, su tutto, colpisce e addolora la MORTE DI UNA CITTÀ una volta splendida, antica, e della sua popolazione massacrata dalla guerra civile. Con noi (l’Europa, le nostre Comunità…), ancora una volta ferme, inermi. (s.m.)

Save Alleppo http://www.riccardiandrea.it/2015/12/salviamo-aleppo-e-i-suoi-abitanti.html
Save Aleppo http://www.riccardiandrea.it/2015/12/salviamo-aleppo-e-i-suoi-abitanti.html

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LA POSTA IN GIOCO NELLA FEROCE BATTAGLIA DI ALEPPO

di Sebastiano Caputo, da www.treccani.it/ del 7/10/2016

   Una media di dieci morti al giorno, scuole, case e negozi distrutti, mancanza di acqua ed elettricità per più di quindici ore al giorno. Ad Aleppo è in corso una tragedia umanitaria senza precedenti storici in Siria.

   Nel 1683 il viaggiatore e diplomatico francese Laurent d’Arvieux, la descrisse come “la più vasta, la più bella e la più ricca città dell’Impero Ottomano dopo Costantinopoli e Il Cairo”. Se la sua bellezza e il suo inestimabile valore storico e culturale avevano portato l’UNESCO a dichiararla nel 1986 Patrimonio dell’umanità, oggi di molti dei suoi quartieri – tra cui il centro storico con il suo celebre Suk e le gloriose moschee – non resta che un cumulo di macerie. Il centro, popolato da più di un milione di abitanti e controllato dall’esercito lealista, appariva letteralmente accerchiato dalle zone periferiche governate dai gruppi ribelli, tra cui Jabhat Al Nusra, cellula terroristica che ha cambiato nome in Jabhat Fatah Al Sham dopo la separazione di qualche mese fa da Al Qaeda. In mezzo, tra le rovine, si trova il quartiere curdo Sheikh Maqsoud.

   L’atmosfera è incandescente da quelle parti. Le carcasse degli edifici, le automobili rovesciate, i teli appesi sulle finestre per coprire la visuale ai cecchini sono soltanto alcuni dei segni della guerriglia urbana. I bombardamenti non sono unidirezionali, ma partono e colpiscono da entrambe le parti. Non esistono angeli e demoni, non c’è pace che tenga, il Male si è divorato tutti.

     Sulla pelle dei suoi residenti, si gioca la partita più importante. Aleppo, dal punto di vista strategico, vale molto più di Damasco o Raqqa. Riconquistarla per il governo di Assad e per i russi vorrebbe dire mettere in sicurezza tutta la Siria occidentale e costringere i ribelli a rifugiarsi verso Est, ai confini con l’Iraq. Qualche mese fa c’era solo la strada di Khanasser che portava nel cuore della città, da poco invece l’esercito siriano ha riconquistato l’aeroporto civile nella parte orientale aprendo un varco anche a Nord, nel perimetro di “Castello road”.

   Dai bollettini di guerra che arrivano da Mosca e Damasco si legge che la situazione militare, dopo anni di accerchiamento, si sta ribaltando a loro favore. Alcune immagini di questi giorni diffuse dal ministero della Difesa siriano mostrano i soldati entrare nel quartiere di Bustan Al Basha, ad Aleppo est, uno dei simboli della ribellione contro Assad divenuto col passare degli anni roccaforte dei gruppi armati.

     Sul piano diplomatico, Russia e Stati Uniti continuano a non trovare un accordo di pace (o di spartizione). Così la Siria viene sacrificata sull’altare dei rapporti di forza internazionali. Quasi nulla è cambiato da qualche anno a questa parte: Vladimir Putin e l’Iran appoggiano il governo siriano di Bashar al Assad mentre gli Stati Uniti, la Turchia e le monarchie wahabite di Arabia Saudita e Qatar sostengono apertamente una transizione politica caldeggiando i cosiddetti “ribelli moderati”. L’incontro tra lo zar e il “Sultano” Erdogan previsto ad Ankara il 10 ottobre potrebbe rimescolare le carte delle alleanze, e circoscrivere l’influenza anatolica in Siria in cambio della realizzazione del Turkish Stream, il tratto turco sottomarino del South Stream, assai inviso agli americani protesi a contenere Mosca nei suoi progetti energetici.

     Gli accordi sul cessate-il-fuoco siglati tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato statunitense John Kerry sono saltati a causa del bombardamento di Deir Ezzor. Sembrerebbe infatti che Cia e Pentagono cerchino di ostacolare una soluzione diplomatica voluta fortemente anche da Obama. Non a caso i gruppi ribelli sostenuti dalle cancellerie occidentali continuano a coordinarsi con le unità di Jabhat Fatah al-Sham insediate nei quartieri orientali di Aleppo. Si tratta di una strategia in parte anche mediatica, volta a discreditare l’aviazione russa che ogni volta che bombarda la zona Est della città viene accusata di colpire i civili. Non esistono bombe intelligenti. In Siria ogni colpo è letale. (Sebastiano Caputo)

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ALEPPO DIVISA IN DUE: LA VITA E LA MORTE IN UNA CITTÀ DILANIATA DALLE BOMBE

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2016

   Il conflitto separa la parte Ovest controllata dai governativi e la parte Est sotto assedio. Mentre l’America chiede un’inchiesta per crimini di guerra sui raid russi contro i civili.

   Chiamatela come volete: la nuova Grozny, la Stalingrado o la Varsavia siriana, la replica del massacro di Hama 34 anni dopo. Sta di fatto che i bombardamenti russi assieme a quelli delle forze leali a Bashar Assad sui quartieri orientali di Aleppo controllati dalle milizie ribelli continuano praticamente indisturbati giorno dopo giorno.

LE VITTIME

C’è chi parla ormai apertamente di «cecenizzazione» del conflitto. Mosca e Damasco insistono nel sostenere che colpiscono i «terroristi». Ma dalle zone devastate, la gente locale e le organizzazioni umanitarie insistono: vengono metodicamente attaccati ospedali, ambulanze, cliniche di fortuna, scuole, strutture comunitarie, abitazioni civili, condotte idriche, depositi di cibo. Secondo Jan Egeland, consigliere Onu per gli aiuti umanitari, solo nelle ultime due settimane ad Aleppo est sarebbero morte almeno 376 persone, 1.266 i feriti, tra loro per lo più bambini, donne, anziani.

LE ACCUSE DI KERRY

Il segretario di Stato americano John Kerry con parole durissime ha imputato Mosca e il regime siriano di «crimini contro l’umanità che necessitano di essere investigati come crimini di guerra». Mosca nega. Ma Kerry ribadisce che si tratta di una «strategia deliberata». Nulla a che vedere con gli eventuali errori di guerra che possono causare involontariamente vittime collaterali. Bensì, si tratterebbe di azioni mirate a creare terra bruciata per «terrorizzare i civili e uccidere chiunque possa in qualsiasi modo intralciare il raggiungimento degli obbiettivi militari».

LA PROPOSTA DELL’ONU

La situazione è talmente grave, specie dopo il fallimento due settimane fa delle intese tra Washington e Mosca per la ricerca di un cessate il fuoco, che lo stesso inviato dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, si offre ora di accompagnare personalmente i circa 900 militanti del gruppo estremista Jabhat Fateh al-Sham (sui circa 8.000 guerriglieri stimati al momento in Aleppo est) al di fuori della città col fine di porre fine ai bombardamenti. «Sono pronto a venire in persona e andare con voi a Idlib o dovunque vogliate recarvi», afferma. La mossa vorrebbe disinnescare la tensione. Jabaht Fateh al-Sham è infatti stato creato in luglio da numerosi combattenti di Al-Nusra, il movimento qaedista accusato di «terrorismo» da Mosca e Washington. Ma per ora non è giunta alcuna risposta.

IL BUIO E LA LUCE

Così la città, che una volta era una delle più aperte, ricche, acculturate, tolleranti e pluraliste del Medio Oriente, appare oggi sempre più radicalmente divisa tra est e ovest. Nei quartieri controllati dal regime circa un milione e mezzo di persone continua a condurre una vita relativamente normale. Elettricità e acqua garantiti. I negozi sono aperti, come del resto funzionano le scuole, i trasporti, gli uffici della municipalità. Poche centinaia di metri più a est trionfano invece terrore, morte, fame, l’incubo dei bombardamenti indiscriminati, il buio di notte, la lotta per la sopravvivenza quotidiana.

   Con la guerriglia che si prepara a vendere cara la pelle tra oltre 275.000 civili disperati, impoveriti da un assedio totale dopo la chiusura della «Castello road», che sino a luglio garantiva le comunicazioni verso il confine turco a nord.    De Mistura prevede che potranno resistere forse ancora un paio di mesi. E paventa: «Quando noi celebreremo il Natale, Aleppo est potrebbe essere completamente rasa al suolo». (Lorenzo Cremonesi)

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RAID E MINACCE: NELLA MATTANZA SIRIANA C’È IL CONFLITTO “IBRIDO” TRA RUSSIA E STATI UNITI

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 5/10/2016

   “LA RUSSIA non è altro che una potenza regionale». Quando nel marzo 2014 Barack Obama lasciò cadere queste parole, commentando con esibita noncuranza la presa russa della Crimea, forse non immaginava quale effetto avrebbero prodotto nell’irritabile psiche di Vladimir Putin. La memoria di quell’insolenza ha contribuito poco più di un anno fa a determinare la scelta del Cremlino di intervenire in Siria. Persa Kiev, infragilita dal crollo dei prezzi petroliferi, colpita dalle sanzioni occidentali per l’intervento in Ucraina, la Russia voleva dimostrare a se stessa e al mondo di restare una grande potenza. Capace di far sentire il suo peso anche lontano dalle frontiere di casa. E di tornare a dire la sua in Medio Oriente, profittando del disimpegno di Obama.

   Finora il limitato impegno militare nella mattanza siriana, affidato soprattutto all’aviazione e a un’esigua forza di terra, composta soprattutto da “volontari”, ha segnato per Putin un notevole successo. Sul fronte domestico, il richiamo all’orgoglio nazionale ha contribuito a far dimenticare (per quanto tempo?) la disfatta in Ucraina. Sul terreno, l’operazione russa ha salvato il regime di Al Assad e con esso le basi russe sulla costa mediterranea. Anzi, la coalizione siro-russo-iraniana più Hezbollah sta guadagnando terreno, fino a rendere concepibile la ripresa di Aleppo, o di ciò che ne sarà restato.

   A Mosca si studia poi l’offensiva finale su Raqqa, epicentro locale dello Stato Islamico, che dopo la simbolica liberazione di Palmira qualificherebbe la Russia quale campione mondiale della lotta al “califfato”. Sul piano regionale, infine, Putin è riuscito a riportare Erdogan a più miti consigli, giocando persino la carta curda, e a imbastire una molto circoscritta cobelligeranza con Teheran.

   Tutto questo era avvenuto finora sullo sfondo di un interminabile negoziato russo-americano sulla Siria, fatto di labili intese e rumorose rotture. Segnato dalle esitazioni dell’amministrazione Obama, con il Pentagono deciso a boicottare l’aperturismo del Dipartimento di Stato nei confronti dei russi (il bombardamento “per errore” di un contingente militare siriano da parte di aerei Usa era forse parte di questa campagna).

   L’ipotesi di un compromesso fra Mosca e Washington sulla Siria sembra definitivamente svanita dopo che il Dipartimento di Stato ha annunciato la sospensione del dialogo con la diplomazia del Cremlino, motivandola con i brutali bombardamenti russi e siriani sui quartieri di Aleppo in mano ai ribelli. E dopo che, come immediata risposta, Putin ha annunciato la sospensione dell’accordo del 2000 con cui le due superpotenze atomiche stabilivano di eliminare parte dei rispettivi stock di plutonio, impiegabile nelle armi nucleari.

   Gesto poco più che simbolico, ma che tocca un’area finora sacrosanta nelle relazioni russo-americane, quella degli accordi sugli arsenali atomici.

   La Siria è solo uno degli scenari dove si sta dilatando la conflittualità fra Stati Uniti e Russia. Rivalità paradossale, considerando lo squilibrio di forze fra i due protagonisti. Ma Mosca e Washington sembrano indisponibili a una vera intesa. Troppo profonda la sfiducia reciproca, sempre attive le scorie mai smaltite della guerra fredda, palese il rifiuto di capirsi fra le due élite, quasi appartenessero a pianeti diversi.

   Dall’Ucraina al Medio Oriente, russi e americani conducono una guerra ibrida, condotta per interposti clienti, come in Siria e nel Donbass, ma fatta anche di colpi sotto la cintura (guerra cibernetica, campagne di disinformazione, contenziosi estesi financo alle Olimpiadi o ai Mondiali di calcio) e di esibizioni muscolari. Incluso il rafforzamento degli schieramenti di Nato e Federazione Russa lungo la linea di faglia fra Scandinavia e Balcani — cui presto contribuirà anche l’Italia, con un gettone militare sul fronte baltico.

   Non è “nuova guerra fredda”. Ai tempi, sovietici e americani seguivano il copione della deterrenza, basata sulla mutua distruzione assicurata. Si capivano benissimo. Oggi Putin e Obama recitano a soggetto. Non sono in grado di entrare nella testa dell’avversario perché i loro codici sono differenti. Questo mondo è più pericoloso di quello crollato insieme al Muro di Berlino. (Lucio Caracciolo)

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ALEPPO E IL GENOCIDIO DEI BAMBINI: 96 UCCISI IN UNA SETTIMANA

di Marta Serafini, da “il Corriere della Sera” del 30/9/2016

– La telefonata Merkel-Erdogan e gli appelli del Vaticano. Ma Mosca: «Nessun cessate il fuoco» –

   «Un genocidio di bambini». È questa la definizione del massacro di Aleppo data ieri dal portavoce italiano dell’Unicef, Andrea Iacomini. Parole che vanno di pari passo con le cifre — 96 minori uccisi e 223 feriti da venerdì scorso — ma che non rendono l’idea della sofferenza di Aleppo Est.

   Da più di tre settimane i quartieri assediati e colpiti non ricevono aiuti umanitari. Tutte le strade di accesso ai quartieri orientali rimangono bloccate. «Sono rimasti circa 30 medici», ha spiegato Justin Forsyth, vice direttore generale dell’agenzia del Palazzo di Vetro dedicata all’infanzia.

   I testimoni parlano di bambini gravemente feriti lasciati morire per non esaurire del tutto le scorte mediche. Le ong da giorni lanciano appelli per la mancanza d’acqua mentre i ragazzini bevono dalle pozze che si creano dopo i raid.

   Ma la furia di Damasco e di Mosca su Aleppo non si placa. L’arma del regime per spezzare la resistenza dell’opposizione non sono più solo i barrel bomb , i barili imbottiti di esplosivo e ferraglia. «Da almeno una settimana stanno sganciando anche le bunker buster , le bombe usate per distruggere i bunker durante la Seconda guerra mondiale», denunciano tutti gli operatori umanitari rimasti sul campo.

   Non importa che durante una telefonata la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente turco Tayyip Erdogan si siano detti d’accordo sulle responsabilità russe. E non bastano nemmeno le minacce del Dipartimento di Stato che ha fatto sapere di star valutando «opzioni non diplomatiche» se la Russia non dovesse cambiare linea, o gli appelli del Vaticano.

   Mosca tira dritto, decisa a trarre vantaggio dallo stallo americano, almeno fino alle elezioni. «Nessun cessate il fuoco, al massimo si può parlare di una tregua di 48 ore», è la risposta del Cremlino perché «non bisogna dare modo ai ribelli di riorganizzarsi».

   Ed è in questo quadro che va registrata la reazione dell’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Al Jaafari. Alla domanda di un reporter che gli chiedeva conto del bombardamento di due ospedali, l’uomo, senza rallentare il passo, è scoppiato in una fragorosa risata. Una risposta a chi gli chiedeva conto di 17 vite umane. E immagini perfette per la propaganda jihadista. (Marta Serafini)

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I SIGNORI DELLA GUERRA NON VOGLIONO LA TREGUA

di Chiara Cruciati, da “il Manifesto” del 24/9/2016

Siria. Quali sono gli obiettivi delle potenze regionali e globali e perché i loro interessi non contemplano un cessate il fuoco. Escalation militare ad Aleppo: il governo lancia una nuova offensiva –

   L’unico output della tregua è l’escalation militare: a suggellarla è stato giovedì sera l’esercito del presidente Assad che ha lanciato una nuova controffensiva su Aleppo. Mentre all’Onu i 23 paesi dell’International Syria Support Group chiudevano il meeting con un nulla di fatto, sul sito del governo appariva un messaggio ai residenti: state lontani dalle postazioni dei gruppi armati (difficile visto che sono nascosti tra i civili) e raggiungete i checkpoint dell’esercito (ancora più difficile vista l’assenza di corridoi umanitari).

   Già 150 i raid sui quartieri est controllati dalle milizie, 90 le vittime. Tra i target anche centri della locale protezione civile. E ieri pomeriggio una fonte interna ha paventato la possibilità di una prossima offensiva via terra.

   Dichiarazioni che non fanno pensare alla volontà di dialogare, stesso messaggio inviato dalle continue violazioni della tregua compiute la scorsa settimana dalle opposizioni. Dietro il paravento diplomatico (ieri il segretario di Stato Usa Kerry e il ministro degli Esteri russo Lavrov parlavano ancora, incredibilmente, di rivedersi oggi per cercare un accordo) stanno interessi difficili da scalfire, specchio delle diverse strategie impiegate sul disastrato campo di battaglia siriano.

   Se è vero che tutti vogliono risolvere il conflitto, perché dopo 5 anni e mezzo e 450mila morti, si combatte ancora? Perché gli obiettivi dei signori della guerra non sono stati del tutto raggiunti. Assad, dato per spacciato ma rinvigorito dall’intervento russo, punta oggi a chiudere islamisti e moderati in enclavi circondate dal governo, territorialmente discontinue. Lo fa con l’esercito ma anche con gli accordi di Homs e Daraya, costringendo all’evacuazione i “ribelli” e spedendoli tutti a Idlib, in mano ad al-Qaeda.

   Le opposizioni non accettano il ben che minimo compromesso, forti dei balbettii internazionali che non sanno distinguere tra forze effettivamente legittimate dalla popolazione per prendere parte al futuro della Siria e quelle il cui obiettivo non è la democrazia ma un califfato sunnita. Continuando a ricevere armi e protezione con cui si rafforzano, gli islamisti si stanno creando una base di consenso nelle zone assediate, fertili alla propaganda anti-governativa.

   La Turchia non ha ancora ottenuto zona cuscinetto e scomparsa del progetto politico e geografico della kurda Rojava e accende la guerra con invasioni ostili al dialogo. Approccio che condivide con il Golfo, il grande finanziatore del conflitto, che – seppur non abbia fatto saltare Assad – ha ridotto la Siria in macerie, mera ombra del paese leader che era.

   L’Iran, che con uomini e denaro tiene in piedi Damasco, vuole scansare il pericolo di una frammentazione del paese alleato in cui tanto ha investito e che gli garantisce, insieme ad Hezbollah, di opporre all’asse sunnita un asse sciita altrettanto potente.

   Infine, la guerra fredda Usa-Russia. Washington, annichilita dal ritorno del Cremlino, vuole evitare che la  Siria resti nella sfera russa e non disdegna una frammentazione che ne faccia un soggetto debole e controllabile. E si allea con chiunque, gruppi impresentabili ma nei fatti le sole opposizioni.

   Mosca vuole tornare super potenza a livello globale, sia sul piano politico che economico: la Siria, in tal senso, non è che campo di battaglia di una contrapposizione politico-strategica molto più ampia, nella quale non è la diplomazia a definire gli equilibri di potere, ma gli eserciti e gli affari.

   E le alleanze si mescolano, i cambi di casacca sono repentini. Ieri il voltafaccia dell’ex al-Nusra: dopo aver ricevuto per anni armi e denaro dalla Turchia, ha fatto appello alle opposizioni perché si contrappongano all’invasione turca a nord: «Vietiamo di combattere sotto qualsiasi potere regionale o coalizione internazionale – dice il comunicato chiaramente scritto nella veste di leader delle opposizioni sunnite – L’intervento Usa sostiene il Pkk a danno delle regioni sunnite». Al solito, il mostro che si ribella allo sponsor anche se ne condivide gli scopi. (Chiara Cruciati)

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CHI GOVERNERÀ LA SIRIA?

di Rony Hamui, da “LA VOCE.INFO” del 7/10/2016 ( www.lavoce.info/ )

– La battaglia di Aleppo è decisiva dal punto di vista militare e politico per Assad, anche se non potrà riconquistare l’intero territorio nazionale. Un quadro complicato dai cambi di strategie dei ribelli, dalle aspirazioni dei curdi e dall’intervento turco. Mentre gli Usa tentano una quadratura del cerchio. –

La battaglia di Aleppo

La lunga guerra civile in Siria appare ancora lontana da ogni presumibile conclusione. Lo testimonia il fallimento della tregua firmata a Ginevra tra Stati Uniti e Russia per soccorrere la martoriata Aleppo, città tra le più antiche al mondo, trasformata in quattro anni in un cumulo di macerie, un’ecatombe di 25mila morti e milioni di profughi. Eppure molti osservatori sono convinti che la guerra siriana sia a un punto di svolta.

   Ogni reale possibilità di vittoria delle forze antigovernative è sparita lo scorso autunno, con l’entrata in campo delle forze russe. È probabile che nelle prossime settimane le forze di Bashar al-Assad, assieme ai pasdaran iraniani e agli hezbollah libanesi, ma soprattutto grazie ai bombardamenti russi, riescano a vincere la battaglia di Aleppo – diventata un simbolo della guerra. Battaglia decisiva, da un punto di vista militare e politico, perché permetterebbe al dittatore di Damasco di controllare le principali città, reti di comunicazioni e imprese del paese. Sarà tuttavia difficilissimo per Assad riconquistare l’intero territorio nazionale e ristabilire i confini del vecchio stato siriano.

   Le truppe dell’Isis (Daesh in arabo) sembrano, invece, vicine alla sconfitta e a un radicale cambio di strategia. Negli ultimi mesi il Califfato ha perso oltre il 55 per cento del proprio territorio, il controllo delle principali vie di comunicazione e – vista anche la caduta del prezzo del petrolio – introiti finanziari. Anche se la caduta di al-Raqqa, capitale dello stato, è ancora lontana, la sua sorte appare segnata. È verosimile che ciò spinga Daesh a rinunciare all’immediata costituzione di uno stato islamico per puntare invece alla lotta attraverso attentati in tutto mondo, come dimostrano i recenti attacchi terroristici in Europa, Stati Uniti, Asia e Medio Oriente.

Cambi di strategia

Anche sul fronte dei ribelli, i mesi recenti hanno visto un rapido mutamento degli equilibri tra le forze in campo. Lo scorso luglio, il principale gruppo di opposizione Jabhat al-Nursa, inizialmente legato ad al-Qaeda e finanziato principalmente dall’Arabia Saudita, ha dichiarato di volersi allontanare dall’organizzazione fondata da Osāma bin Lāden e ha cambiato nome in Jabhat Fatch al-Sham (Fronte della conquista del Levante).

   Come dichiarato dal suo leader al-Jolani, il fine è quello di riunire i numerosi gruppi sunniti ribelli legati al salafismo jihadista, ai fratelli musulmani e agli altri combattenti. Seppure i legami ideologi con al-Qaeda rimangano forti, il cambio di strategia appare rilevante sotto almeno tre aspetti. Primo perché allontana il principale gruppo di opposizione dalla tradizione elitaria dell’organizzazione guidata da al-Zawahirii, per assumere un carattere più nazional-popolare.

   In secondo luogo, perché a differenza dell’Isis, che non ha mai voluto contaminazioni o alleanze con altri gruppi, la nuova formazione cerca di porsi alla testa di una vasta coalizione di forze di opposizione al regime. Infine, perché un simile raggruppamento, che già oggi attrae le simpatie del Qatar e di altri paesi, domani potrebbe convincere anche la Turchia e diventare una forza davvero rilevante nella regione.

   Recep Erdogan è recentemente voluto entrare in azione nella regione con l’operazione “Scudo dell’Eufrate” volta più a bloccare l’avanzata del fronte Syrian Democratic Forces (Sdf), guidato dai curdi e spalleggiato dagli Stati Uniti, che a combattere Isis. Finora l’America è riuscita a contenere l’iniziativa turca e a proteggere i ribelli curdi dalle forze di Ankara.

   Il rischio tuttavia è che un’America troppo schierata con i curdi possa ulteriormente allontanare la Turchia dall’alleanza occidentale. In conclusione, tutto ciò rende molto difficile la posizione degli Stati Uniti, che già oggi devono difendere le milizie estremiste islamiche che combattono ad Aleppo contro i russi.

   Domani l’America dovrà anche evitare una vittoria troppo schiacciante di Assad, la nascita di uno stato islamico jihadista nel nord della Siria, la difesa delle legittime aspirazioni del popolo curdo e la necessità di non perdere un alleato strategico come la Turchia, oltre che sconfiggere l’Isis.

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I DUE VOLTI DI ALEPPO: UN DRONE MOSTRA IL CONTRASTO TRA I QUARTIERI DELLA CITTÀ

– Nei quartieri settentrionali regna una calma apparente, mentre la parte orientale controllata dai ribelli è completamente distrutta –

Un satellite ha ripreso Aleppo dall’alto mostrando una frattura profonda e una netta contrapposizione tra le due parti della stessa città. Nei quartieri a nord della città siriana, la vita sembra scorrere apparentemente tranquilla, mentre nelle aree orientali controllate dai ribelli quasi tutto è stato distrutto dai continui bombardamenti.

Le immagini satellitari sono state diffuse questa settimana dalle Nazioni Unite. Il conflitto, che si appresta a entrare nel suo sesto anno, ha cambiato notevolmente la morfologia di questa città, e l’acuirsi dei bombardamenti russi e siriani nelle aree orientali ha inferto un ulteriore colpo: case, scuole, negozi e soprattutto ospedali sono andati distrutti.

Aleppo si mostra così nel suo doppio volto. Nella parte a nord della città, case ed edifici sono ancora in piedi e le strade perfettamente intatte. Questa apparente calma è stata perfino pubblicizzata dal ministero del Turismo siriano qualche giorno fa, che ha diffuso un video realizzato con un drone, mostrando edifici integri, lunghi viali alberati, abitazioni private con tanto di piscine, giardini rigogliosi e minareti.

Non è la prima volta che il ministero del Turismo utilizza questo tipo di comunicazione per promuovere il turismo in Siria. Anche in questo caso, il video è stato pubblicato sulla pagina ufficiale del ministero nel tentativo di mostrare le bellezze della città accompagnate da una musica di sottofondo che si richiama alla sigla del Trono di spade.

Nei quartieri a est la situazione è ben diversa. Gli scatti satellitari diffusi dalle Nazioni Unite mostrano che interi quartieri della periferia orientale appaiano vere e proprie macchie grigie. Il drone che ha sorvolato le aree della città siriana nel mese di settembre ha rivelato una situazione estremamente drammatica, catturando i quartieri devastati e pochi segni di vita sulle strade dove sono ammassate tonnellate di macerie delle strutture andate distrutte.

A partire dalla metà del 2012, le aree orientali di Aleppo furono teatro di numerose manifestazioni di protesta sollevate da un’opposizione a livello locale contro il regime di Damasco. I quartieri, attualmente sotto il controllo dei ribelli, in passato sono stati occupati da gruppi di jihadisti prima, e miliziani dell’Isis poi, a partire dal mese di aprile del 2013.

Nell’estate del 2012, le cicatrici della guerra ancora agli inizi erano già vivide ma non così profonde. Nella parte est della città, un gran numero di attività commerciali continuavano a rimanere aperti e tutto funzionava ancora regolarmente. Le strade continuavano a essere affollate e il traffico delle auto non era diminuito.

La situazione si aggravò nel corso dei due anni successivi. Al posto delle auto sulle strade di Aleppo iniziavano a comparire i crateri delle bombe, al posto dei negozi c’erano solo macerie. Per molti residenti rimasti nei quartieri sotto assedio, Aleppo è diventata ben presto una tomba.

— LEGGI ANCHE: SECONDO L’ONU ALEPPO È A DUE MESI DALLA ROVINA TOTALE

Le bandiere nere dell’Isis iniziarono a sventolare sugli edifici governativi a partire dall’aprile del 2013 fino al gennaio dell’anno successivo. Quelli furono i giorni più bui vissuti dalla città di Aleppo. Nei primi mesi del 2014, la situazione cambiò di nuovo. I miliziani del sedicente Stato islamico erano stati estromessi lasciando spazio ai ribelli che misero sotto assedio i quartieri orientali.

Poi arrivarono i bombardamenti indiscriminati effettuati da jet russi ed elicotteri siriani, che distrussero centinaia di edifici e ucciso migliaia di civili, provocando effetti devastanti.

Attualmente solo cinque centri medici operano nella zona orientale di Aleppo, uno solo dei quali è un centro traumatologico. L’ultima clinica che ospitava il reparto di maternità è stata distrutta alla fine di settembre, mentre il più grande centro traumatologico rimanente è stato gravemente danneggiato lunedì 3 ottobre.

La situazione drammatica non si registra solo per quanto riguarda le strutture di pronto soccorso e mediche, ma anche per le scuole. Secondo alcune stime, fino a 100mila bambini vivono ancora nella parte orientale della città e molte aule sono state realizzate nel sottosuolo, per proteggere i bambini dai continui attacchi aerei.

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SIRIA, SE NESSUNO FERMA ASSAD

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 22/9/2016

   LA settantunesima Assemblea generale delle Nazioni Unite può essere interpretata come la celebrazione di un fallimento. Quello della “società internazionale”, rappresentata dalla platea newyorkese, di fronte alla guerra siriana (ma anche irachena) entrata nel sesto anno. La riunione planetaria dell’Onu è il mondo che guarda passivo, impotente, un massacro in corso sotto i suoi occhi.

   NON è una novità nella Storia. No, non si tratta di un atto di coraggio. È l’esatto contrario. Il conflitto avviene in terra araba, ma oltre a un mosaico di movimenti nazionalisti, salafiti, jihadisti, a volte concorrenti a volte nemici o alleati, alla mischia partecipano potenze regionali che arabe non sono, Iran e Turchia, e naturalmente Stati Uniti e Russia. La sola superpotenza sopravvissuta e quella decaduta ansiosa di ridiventarla.

   La rissa cosmopolita è offerta quotidianamente, come una piaga purulenta, insanabile, allo sguardo delle società drogate dagli schermi che riversano nelle case una realtà ritagliata, d’occasione. La nostra sensibilità di sudditi della civiltà delle immagini sarebbe ancora più appannata, se sulle coste europee non si abbattessero ondate di profughi in fuga. Allora tocchiamo con mano quel che trabocca dalla tragedia. Quei disperati colpiscono le coscienze di alcuni e appaiono ad altri una minaccia per le identità etnico-religiose europee.

   Sono visti come aggressori armati della loro sola miseria e del bisogno di aiuto. La tentazione di alzare muri di protezione è irresistibile, si concretizza, nelle contrade più diffidenti, verso un multiculturalismo visto come un inquinamento, e non come una novità rivitalizzante, quale è stata tante volte nella storia dei popoli più dinamici. E potrebbe essere, sul piano demografico, nell’Europa che invecchia, in particolare in Germania e in Italia, con un processo di integrazione adeguato. Ma la minaccia dell’identità è ormai agitata con successo e domina gli appuntamenti elettorali in Occidente, sulle due sponde dell’Atlantico. Quel conflitto si è trasferito da noi, non solo col terrorismo che alimenta l’islamofobia.

   L’assemblea riunita a New York ha a suo modo costruito steccati che pur essendo morali o politici hanno uno scopo protettivo come le barriere in cemento armato. I massimi oratori hanno ammesso l’impossibilità di mettere fine a quella guerra. Hanno dichiarato la loro impotenza giustificandola con il comportamento dell’avversario. Obama ha detto che la sola via praticabile è quella diplomatica. Ma resta difficile. Per ora impraticabile.

   Tale la giudicavano gli addetti ai lavori che poche ore dopo avrebbero partecipato alla riunione del Consiglio di Sicurezza, dedicata alle responsabilità per la rottura della tregua in Siria.

   Obama ha scaricato la responsabilità su Vladimir Putin. Il russo aveva già fatto altrettanto nei suoi confronti. Fino a pochi giorni prima partner sia pure riluttanti, comunque promotori di una tregua, poi fallita, in poche ore russi e americani sono ritornati avversari. E come tali principali responsabili della guerra siriana, in quanto depositari delle sole forze militari e delle uniche armi politiche-diplomatiche in grado di far cessare il conflitto, o di ridimensionarlo.

   Tutte le leggi umanitarie sono state o vengono violate nella valle del Tigri e dell’Eufrate. Va ricordato in questi giorni non certo gloriosi. Sono state e sono violate con l’uso di armi chimiche, con i bombardamenti sulla popolazione civile, compresi ospedali e convogli umanitari, con le torture sistematiche, con il non rispetto delle tregue concordate per evacuare feriti e amma-lati, con la distruzione di scuole, con la profanazione dei luoghi di culto.

   L’impossibilità dichiarata di non poter fermare il sinistro happening in cui ad ogni alzare di sipario, ad ogni telegiornale, cambiano i ruoli, i cattivi diventano vittime, e le vittime assassini, illustra appunto il fallimento celebrato a New York. Ma assume anche il valore di un muro oltre il quale si svolge una tragedia che non possiamo arrestare. Di conseguenza non ci si può lasciar investire dall’ondata umana e neppure dall’angoscia provocate da quel dramma. Questa sembrava l’atmosfera dominante all’Assemblea generale di New York, se ci si attiene agli interventi. La guerra siriana che alimentava i discorsi nel mondo non pesava su quella platea.

   A quattro mesi dalla fine del suo mandato, e a poco più di un mese dall’elezione del suo successore, Barack Obama, premio Nobel per la pace di sette anni fa, non è forse più strettamente implicato negli avvenimenti in corso. Per lui sarebbe troppo presto parlare per la storia, ma il presente che lo riguarda è ormai troppo corto perché riesca a coinvolgerlo. I giudizi tendenti a riassumere il passato spuntano tuttavia puntuali nel suo intervento all’Assemblea generale.

   Per lui, un quarto di secolo dopo la fine della guerra fredda, il mondo è meno violento e più prosperoso che mai, mentre le nostre società sono in preda al malessere e alla discordia. Questa è la sua visione di presidente che se ne sta andando dalla Casa Bianca. Sempre per lui, cresce un populismo pesante, ascoltato sia dalle aperte democrazie dell’Occidente sia dal resto dell’umanità. La quale sarà instabile fino a che l’1% disporrà di una ricchezza uguale a quella del restante 99%.

   Tracciando questo affresco della situazione che ha osservato e influenzato durante due mandati alla Casa Bianca, Obama si è dilungato sui successi ottenuti in politica estera: la normalizzazione dei rapporti con Cuba e l’accordo sul nucleare iraniano. Ha evitato di parlare di suoi insuccessi riferendosi al Medio Oriente: la questione israelo-palestinese rimasta insoluta e il dilagare della guerra siriana.

   Infiammata dalle invasioni del suo predecessore, Bush jr, prima in Afghanistan e poi in Iraq, la regione ha imprigionato Barack Obama. Il suo disimpegno in Iraq ha lasciato spazio a un conflitto cronico con l’emergere dello “Stato islamico”, ma soprattutto con il confronto tra l’Iran sciita, riammesso in società con l’accordo sul nucleare, e l’Arabia saudita sunnita, sensibile alla promozione dello storico avversario. Barack Obama ha rifiutato di rituffare gli Stati Uniti in un’avventura mediorientale. Non è rimasto estraneo ma non si è lasciato coinvolgere.

   Non ha così impedito la tragedia siriana. Né ha saputo imporsi con Putin, stretto alleato di Bashar al Assad, il rais di Damasco, che garantisce alla Russia una presenza in Siria, sul Mediterraneo (tra Tartus e Latakia). E crea un prezioso anche se agitato rapporto con l’Iran. Assad, la cui famiglia governa a Damasco da quasi mezzo secolo, è uno dei principali ostacoli a un eventuale accordo in Siria. Lui, Assad, e Hafez, il padre defunto, sono responsabili di repressioni con decine di migliaia di vittime, dell’uso sistematico della tortura e di armi chimiche. Il fatto che Assad sia ancora al potere è una prova del fallimento. Obama non ha saputo, non è riuscito a rompere l’alleanza Putin-Assad. (Bernardo Valli)

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SIRIA

da http://www.treccani.it/

   La Siria è uno dei paesi più importanti dell’area del Medio Oriente. Damasco possiede una serie di peculiarità che lo rendono unico nella regione, sia dal punto di vista storico sia rispetto alle dinamiche geopolitiche contemporanee. Situata tra Iraq, Turchia, Libano, Israele e Giordania, la Siria ha sempre giocato un ruolo di fondamentale importanza nella definizione degli equilibri regionali. Prima di essere spartita tra Regno Unito e Francia in seguito al cosiddetto accordo Sykes-Pickot, firmato durante la Prima guerra mondiale per definire le rispettive sfere di influenza sul Medio Oriente, la regione siriana, sotto l’Impero ottomano, includeva anche l’attuale Libano. Ottenuta l’indipendenza dal mandato francese nel 1946, subì diversi colpi di stato. La svolta avvenne con la nascita del partito panarabista Ba’th, dalle cui fila è emersa la figura di Hafez al-Assad che, nel 1970, ha preso il potere con un ennesimo golpe e lo ha mantenuto fino alla morte, nel 2000. Hafez al-Assad ha governato con il pugno di ferro, ben coperto dalle sue istanze laiciste: la rivolta scoppiata nel 1982 e sostenuta dai Fratelli musulmani, fu soffocata in un bagno di sangue che culminò con la strage degli abitanti di Hama (secondo l’agenzia «Reuters» potrebbero essere stati uccisi 30.000 cittadini).

   Alla sua morte, ha preso la guida del paese il figlio Bashar, che ha subito deluso le speranze di un processo di democratizzazione, nonostante le vaste aperture iniziali di credito. Nel periodo della Guerra fredda, la Siria era definita la ‘Cuba del Medio Oriente’, dal momento che rappresentava il satellite più importante dell’Unione Sovietica nella regione, soprattutto in contrapposizione alla filoccidentale Turchia. Nel periodo successivo alla Guerra fredda Damasco ha affrontato una complessa transizione durante il quale ha fortificato la propria alleanza con l’Iran formando il cosiddetto ‘Fronte della resistenza’, che comprende anche Hezbollah in Libano. Questa alleanza politico-strategica ha avuto come scopo principale la costituzione, all’interno della regione mediorientale, di un polo alternativo a paesi come l’Egitto di Hosni Mubarak e le monarchie del Golfo, strettamente legate all’Occidente, e in particolare agli Stati Uniti e Israele, considerati fautori di una politica imperialista. L’alleanza Hezbollah-Siria-Iran si è trovata in numerose occasioni in contrapposizione con Usa ed Europa su numerosi fronti, quali la questione del programma nucleare iraniano, l’assassinio nel 2005 di Rafiq Hariri – il leader libanese sostenuto dall’Arabia Saudita – e la guerra tra Hezbollah e Israele del 2006.

   La politica estera del presidente Bashar al-Assad dal 2005 ha mirato in primo luogo a consolidare di fronte alla comunità internazionale la propria legittimità, indebolita dalle accuse di aver avuto parte attiva nell’attentato contro il premier libanese Hariri. Funzionali a questo scopo sono stati il ritiro delle truppe dal Libano, il nuovo ruolo di stabilizzazione giocato nell’Iraq post-bellico e i tentativi di negoziati indiretti con Israele attraverso la mediazione turca. Lo stato ebraico ha sempre rappresentato il vicino più problematico per la Siria, dal momento che i due paesi risultano ancora formalmente in guerra, dopo aver già combattuto due conflitti armati nel 1967 e nel 1973. Fino allo scoppio della guerra civile, le possibilità di un nuovo scontro non erano del tutto scongiurate. Anche i rapporti con Washington avevano visto un parziale riavvicinamento, con la visita del segretario di stato Hilary Clinton nel 2010 e l’invio di un nuovo ambasciatore americano a Damasco dopo anni di assenza.

   Fattore centrale della nuova politica regionale siriana era anche costituito dal rilancio delle relazioni con la Turchia, paese confinante con cui la Siria aveva avuto rapporti tradizionalmente molto tesi a causa dell’adesione ai due opposti blocchi durante la Guerra fredda. Ankara e Damasco si erano rese protagoniste di un progressivo e profondo avvicinamento che – riguardando i settori energetico, economico, politico e strategico – avevano sollecitato un’asse di cooperazione di primaria importanza nello scacchiere regionale. Tale relazione privilegiata è stata però messa in discussione dalla repressione del regime siriano nei confronti della popolazione durante la rivolta scoppiata nel 2011, a seguito della quale il governo turco ha pubblicamente condannato il governo di Assad.

   A partire dal 2011 – in concomitanza con lo scoppio di diverse rivolte popolari in tutto il mondo arabo che hanno portato alla fine di decennali regimi come quello di Ben Ali in Tunisia e quello di Mubarak in Egitto – la Siria è scivolata progressivamente nel caos per una rivolta degenerata in pochi mesi in guerra civile. Per tutto il 2013 il regime di Bashar al-Assad (esponente della minoranza alauita) ha dovuto fronteggiare l’opposizione armata, composta prevalentemente dalla maggioranza sunnita del paese. La rivolta, nata – analogamente ai casi tunisino ed egiziano – da cause socioeconomiche (corruzione, disoccupazione, disuguaglianze sociali) ha assunto nuovi caratteri in pochi mesi.

   Nel confronto che contrappone la maggioranza sunnita al regime di Assad, che si è sempre posto come ‘protettore’ delle minoranze religiose del paese (alauita, cristiana, sciita), le istanze laiche e democratiche hanno via via perso terreno, mentre le atrocità si sono moltiplicate su entrambi i fronti fino a creare una delle maggiori catastrofi umanitarie della contemporaneità. A velocizzare la degenerazione settaria del conflitto si è aggiunto l’intervento di numerosi gruppi della galassia jihadista internazionale, giunti in Siria da molte parti del mondo: ciò ha conferito alla ribellione un carattere marcatamente religioso. In più il sostegno logistico e militare fornito al regime di Assad da parte del gruppo sciita libanese Hezbollah e dall’Iran ha internazionalizzato il conflitto.

   Il carattere non locale della guerra è stato ribadito dall’intervento di potenze regionali come Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Turchia che hanno sostenuto l’opposizione, mentre, appunto, l’Iran e, in misura minore, l’Iraq hanno sempre sostenuto con forza l’alleato Assad. Sul piano internazionale, Assad ha ricevuto il determinante aiuto della Russia di Vladimir Putin che si è opposta numerose volte in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a qualsiasi risoluzione potesse prevedere un intervento dell’Un contro il regime.

   L’opposizione, che dalla fine del 2012 viene rappresentata dalla coalizione nazionale siriana (Cns), ha ricevuto sostegno politico dall’Occidente (in particolare da Usa, Francia e Regno Unito). I paesi occidentali si sono però mostrati sempre più riluttante a fornire all’Esercito libero siriano (Els) armamenti pesanti con il crescere della presenza dei jihadisti. Una momentanea inversione di tendenza è avvenuta alla fine dell’agosto 2013, quando numerosi attivisti hanno parlato di uso di armi chimiche durante un attacco condotto (secondo la maggior parte delle fonti) dall’esercito di Assad, che ha ucciso oltre 1.400 persone. Il presidente americano Barack Obama, che nel 2012 aveva posto come ‘linea rossa’ insuperabile per il regime siriano l’uso delle armi chimiche, è arrivato molto vicino a ordinare un intervento ‘punitivo’ nei confronti del regime siriano.

   Si è poi tirato indietro dopo la defezione del Regno Unito e il raggiungimento di un accordo con il regime di Damasco per lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano, ottenuto attraverso la mediazione russa. Dopo il raggiungimento dello storico accordo sul nucleare iraniano, l’Iran e l’Occidente stanno collaborando per una conferenza di pace da tenersi a Ginevra nel 2014 che dovrebbe portare alla fine della guerra civile siriana. Alla fine del 2013 il regime è apparso in vantaggio sia militarmente sia diplomaticamente, probabile garanzia di continuità di potere per Bashar al-Assad, anche se notevolmente indebolito.

POPOLAZIONE, SOCIETÀ E DIRITTI

La popolazione siriana, composta da quasi 21 milioni di persone, aveva registrato, prima della guerra civile, una notevole crescita rispetto agli anni Novanta (12 milioni di abitanti). Il tasso di crescita era elevato (3,26% tra il 2005 e il 2010), così come il tasso di fecondità (pari, nel 2010, a 2,9 figli per donna). Inoltre, più del 50% della popolazione aveva meno di 22 anni.

   La maggior parte della popolazione è araba, vi è poi una cospicua minoranza curda (circa il 10%) e minoranze turcomanne, assire e armene. I curdi siriani non hanno avuto diritto allo status di cittadini siriani fino al 2011, quando il presidente Assad ha concesso loro la cittadinanza. La Siria ospitava fino all’inizio del conflitto civile una delle comunità di rifugiati più ampie del mondo, composta, secondo le stime dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), da mezzo milione di palestinesi e più di un milione di iracheni.

   Gli alauiti, corrente minoritaria dell’islam sciita cui aderisce la famiglia del presidente Assad, costituiscono solo il 14% della popolazione, ma hanno detenuto finora le leve della politica nazionale. La maggioranza della popolazione è musulmano-sunnita (72%). Vi sono cospicue minoranze di cristiani (12%) e drusi (3%). La costituzione garantisce la libertà religiosa, generalmente rispettata, ma prevede che il presidente debba essere musulmano. Gli appartenenti ai movimenti di ispirazione islamica, come i Fratelli musulmani, erano considerati fuorilegge già prima del conflitto civile.

   Sebbene le varie etnie e comunità religiose del paese abitassero tradizionalmente in zone specifiche – o in determinati quartieri delle grandi città – a partire dall’indipendenza si era assistito a un notevole amalgamarsi tra i diversi gruppi, soprattutto all’interno dei grandi centri urbani. Il conflitto civile scoppiato nel 2011 – che a fine 2013 aveva causato 150.000 vittime accertate – ha però spinto a fuggire circa un quarto della popolazione all’interno dello stesso territorio nazionale. Il fenomeno dei ‘rifugiati interni’ è stato caratterizzato da uno svuotarsi dei quartieri e delle zone abitati dalle minoranze, i cui membri hanno spesso preferito trovare riparo nelle zone in cui la propria comunità è maggioritaria. Infine, circa 2,2 milioni di rifugiati sono espatriati, soprattutto verso i campi profughi di Turchia, Giordania, Libano e Iraq, mentre una parte rilevante della popolazione più benestante si è trasferita in Egitto o nei paesi occidentali.

   Il tasso di alfabetizzazione è piuttosto elevato (84%), soprattutto per i giovani (più del 90% sia per gli uomini sia per le donne). La disparità di genere nell’istruzione andava riducendosi: la proporzione di bambine iscritte alla scuola primaria rispetto ai bambini era salita dal 90,3% nel 2004 al 95,6% nel 2009. La guerra civile ha sconvolto tutto. Secondo il rapporto «Syria Crisis: Education interrupted » , promosso dall’Unicef e pubblicato nel dicembre 2013, dal 2011 circa 3 milioni di bambini hanno smesso di andare a scuola per colpa dei combattimenti e questo ha annullato le conquiste della decade precedente.

Dal 1963 al 2011 in Siria è stato in vigore un decreto legislativo che imponeva lo stato di emergenza in presenza di una minaccia all’integrità dello stato. Ciò ha permesso al governo di effettuare arresti arbitrari di oppositori politici, attivisti per i diritti umani e giornalisti. Il decreto è stato poi revocato durante le rivolte iniziate nel 2011, nel tentativo di venire incontro alle richieste dei manifestanti.

   La Costituzione garantisce teoricamente la libertà di espressione e di stampa, che però erano molto limitate anche prima dell’aggravarsi della guerra civile. Una legge del 2001 vieta di svelare informazioni su questioni di sicurezza nazionale e di unità nazionale, a pena di sanzioni elevate. Nel 2008 gli utenti internet – mezzo sempre più usato dai giornalisti, ma anch’esso controllato dal governo – erano il 17,3%. La rete ha rappresentato uno dei veicoli di comunicazione e organizzazione più efficienti per i manifestanti durante le rivolte del 2011 e tra i gruppi combattenti ribelli dopo la militarizzazione della rivolta.

ECONOMIA ED ENERGIA

Fino all’inizio del conflitto la Siria è stata un modesto produttore ed esportatore di petrolio, anche se nell’ultimo quinquennio aveva dovuto affrontare il costante declino della produzione, sviluppando altri settori dell’economia. L’industria del petrolio, del gas e del fosfato rappresentava comunque la principale risorsa economica assieme al settore agricolo, che contava per il 21% del pil e contribuiva alle esportazioni di prodotti agricoli, cotone e tessili. Il turismo rappresentava un’altra risorsa importante, mentre fino al 2011 stavano acquisendo sempre maggior peso i servizi finanziari (nel 2009 la Borsa di Damasco ha iniziato a operare dopo 46 anni di chiusura), le telecomunicazioni e il commercio.

   Il legame con l’Unione Sovietica ha improntato l’economia pianificata siriana sino all’inizio degli anni Novanta. Da allora era stato invece avviato un processo di liberalizzazione e privatizzazione. Il dibattito era stato tuttavia acceso nell’ambito del partito Ba’th e le riforme avevano proceduto lentamente. Nel settore bancario, la prima banca privata ha aperto nel 2004, seguita da altre, ma la Banca centrale siriana ha continuato per certi aspetti a vincolarne il budget e le strategie imprenditoriali. Nel settore petrolifero, la compagnia siriana, braccio del ministero per il petrolio e le risorse minerarie, controlla circa la metà della produzione nazionale, anche se gli investimenti esteri (tra cui Shell e l’impresa cinese Cnpc) erano stati importanti per incrementare i livelli di produzione. La Siria aveva attratto meno investimenti esteri rispetto ad altri paesi del Medio Oriente, a causa di infrastrutture inadeguate e di una diffusa corruzione, che aveva così costituito un freno allo sviluppo. Il paese aveva fatto richiesta di adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) nel 2001, ma gli Usa avevano mostrato dei segnali di apertura soltanto negli anni precedenti il conflitto civile, per esempio acconsentendo a concedere al paese lo status di osservatore nel maggio 2010.

   L’economia siriana non aveva risentito particolarmente della crisi del 2009 e aveva registrato, nell’anno successivo, una crescita del 4%. Prima dell’inizio del conflitto il sistema economico era ancora relativamente chiuso, sebbene il paese avesse rapporti commerciali con i vicini Iraq, Turchia, Libano ed Egitto, ma anche con Cina e Unione Europea (Germania e Italia in primis) – primo partner commerciale della Siria con 5,4 miliardi di dollari di interscambio nel 2009 (equivalenti al 23% del commercio siriano). Il commercio con gli Stati Uniti era invece limitato dalle sanzioni. Secondo i dati dell’Undp del 2005, il 30% dei siriani (più di 5 milioni) viveva in povertà, mentre l’11% in estrema povertà. Tale dato è legato anche alle limitate risorse idriche e all’impatto di fenomeni come la siccità e la desertificazione, che hanno conseguenze negative sulla produzione agricola e contribuiscono al processo di ‘urbanizzazione della povertà’. Il PIL pro capite, pari a circa 4.700 dollari prima della guerra, era già tra i più bassi dei paesi del Medio Oriente. Certamente la miseria è stata tra le cause della rivolta. Ma la guerra ha fatto precipitare la situazione: il pil nazionale è crollato del 14,4% nel 2012 e del 13,9% nel 2013.

   La Siria produceva quantità modeste di petrolio: 400.000 barili al giorno nel 2009, crollati a 20.000 nel 2013 quando gran parte dei giacimenti sono caduti nelle mani dei ribelli. Già prima si trattava di una produzione ben limitata rispetto ai vicini del Golfo Persico e il declino avrebbe comunque reso in futuro il paese un importatore netto. Per compensare tale fattore nel mix energetico, il paese prevedeva di aumentare la produzione di gas (circa 7 miliardi di metri cubi nel 2009), avendo riserve per 280 miliardi di metri cubi.

   La Siria è collocata in una posizione strategica per il transito del gas: ciò sarebbe stato di grande vantaggio. Nel 2008 è stato aperto il collegamento in Siria dell’Arab Gas Pipeline (proveniente dall’Egitto) e vi erano progetti – tutti bloccati – di approfondire la cooperazione regionale con l’espansione dei gasdotti verso Turchia, Iraq e Iran. In base a un accordo con la Turchia del 2009, con l’apertura della sezione Siria-Turchia dell’Arab Gas Pipeline la Siria avrebbe potuto importare quasi un miliardo di metri cubi di gas.

   L’obiettivo sarebbe stato diventare uno stato di transito per il gas egiziano, iracheno, iraniano e potenzialmente dell’Azerbaigian, traendo così maggiori entrate e aumentando la propria disponibilità di gas.

Il lento processo di modernizzazione economica e infrastrutturale è stato però drasticamente interrotto dal conflitto civile che ha distrutto gran parte dell’industria e delle infrastrutture. Secondo la commissione delle Nazioni Uniti per gli affari economici e sociali dell’Asia occidentale, la spesa a cui si andrebbe incontro per la ricostruzione è di circa 80 miliardi di dollari, di cui 28 solo per rifare 1,2 milioni di case dotate di infrastrutture.

Un tale sforzo comporterebbe anche problemi dal punto di vista del reperimento delle materie prime; servirebbero quasi 30 milioni di tonnellate di cemento all’anno – più di tre volte la quantità di cui il paese necessitava prima dell’inizio del conflitto – per produrre le quali occorrerebbero più di un miliardo di metri cubi d’acqua, una risorsa preziosa e scarsa in Siria. Secondo il report 2013 della «Carnegie Endowment for International Peace» anche le strutture industriali e le infrastrutture sono inservibili. Le cifre ufficiali hanno parlato, per il 2013, di un’inflazione al 68%, ma nella realtà il tasso è di gran lunga superiore. A fine 2013 l’Unione Europea ha stanziato la cifra record di 147 milioni di euro per sostenere le popolazioni vittime del conflitto.

DIFESA E SICUREZZA

L’apparato militare siriano era ritenuto non all’avanguardia, soprattutto considerando che il maggiore fornitore di armi di Damasco è stata storicamente l’Unione Sovietica. Come retaggio della presenza sovietica, inoltre, la Siria ospita una base navale nel porto di Tartus, che è operativa come base mediterranea della Federazione russa.

   Nel corso della guerra civile l’esercito siriano è stato ancora equipaggiato da armamenti di derivazione sovietica piuttosto obsoleti, anche se, soprattutto in virtù delle sue dotazioni aereonautiche e di artiglieria pesante è tuttora tatticamente di gran lunga superiore alle forze ribelli che lo contrastano. Damasco ha inoltre un discreto arsenale missilistico, grazie alla collaborazione nel settore con Iran e Corea del Nord. Tra 2012 e 2013 l’esercito siriano è stato molto danneggiato dalle defezioni, soprattutto dei soldati semplici e degli ufficiali di grado più basso, appartenenti alla comunità sunnita.

   Ciò ha spinto Assad a contare sempre di più sulle proprie truppe speciali, e soprattutto sulla guardia presidenziale, un corpo d’élite composto quasi totalmente da alauiti e comandato dal fratello Maher al-Assad. Il fatto di poter contare su un numero assai ristretto di uomini fidati ha comportato l’impossibilità dell’esercito regolare di controllare completamente il territorio: all’inizio del 2013 il regime ha quasi totalmente perso il controllo del nord del paese e di buona parte della città di Aleppo. Il resto del paese è controllato a macchie di leopardo, con ampie zone del territorio lasciate ai ribelli o, nel nord-est, alle milizie curde. Le forze del regime al momento si concentrano nella capitale e sul controllo delle principali vie di comunicazione nordsud.

   Durante il 2012 l’esercito siriano è arrivato a un passo da confronto militare con la Turchia, a causa di un’escalation di tensione politica che ha raggiunto il suo apice in seguito all’esplosione di alcuni mortai in territorio turco, che hanno ucciso cinque civili. In seguito a questo episodio e alla recrudescenza degli attacchi dei gruppi ribelli curdi in Turchia – che secondo il governo del primo ministro Erdoğan erano direttamente sostenuti da Damasco – Ankara aveva chiesto alla Nato il supporto per l’installazione di batterie di missili a lunga gittata Patriot sul confine siriano a scopo di deterrenza. L’altro confine storicamente delicato – soprattutto a causa della contesa sulle alture del Golan – è quello con lo stato di Israele, che si è mantenuto perlopiù neutrale durante tutto il conflitto civile in corso, limitandosi a minacciare un intervento militare qualora l’arsenale chimico di cui Assad disponeva rischiasse di cadere nelle mani di estremisti ostili a Tel Aviv, oppure di Hezbollah.

   Dopo aver subito pesanti sconfitte nel 2012 a opera dell’opposizione, l’esercito del regime si è trovato nel 2013 in una posizione di forza. L’accordo sullo smantellamento delle armi chimiche raggiunto con le potenze occidentali (presentato nei dettagli il 18 dicembre 2013, prevede la distruzione di circa 1300 tonnellate di materiale entro il giugno 2014) e il successivo accordo di Ginevra con l’Iran ha di fatto comportato un raffreddamento dei rapporti fra i gruppi armati ribelli e le potenze internazionali che li avevano fino a quel momento sostenuti. Solo l’Arabia Saudita continua a rifornire l’opposizione armata con armi e fondi ma l’aiuto non sembra sufficiente. Grazie all’intervento diretto delle milizie del gruppo libanese Hezbollah il regime siriano ha riconquistato nel 2013 gran parte delle zone di confine con il Libano – zona strategica per il passaggio di rifornimenti – ed è arrivato ad assediare Homs, una delle roccaforti dei ribelli. Nel nord l’opposizione è in difficoltà nel tenere Aleppo e le zone circostanti a causa delle nuove offensive del regime e delle divisioni che si sono creati tra gli stessi gruppi ribelli, mentre la parte nordorientale è ormai di fatto sotto il controllo delle milizie curde.

Difesa 

I CURDI SIRIANI

Situato nella fascia nordorientale del paese, il Kurdistan siriano è noto tra la popolazione curda semplicemente con il termine Rojava, ‘Occidente’, in quanto rappresenta la parte occidentale della nazione curda, il cui territorio è diviso fra Turchia, Iraq, Iran e, appunto, Siria. Secondo stime non ufficiali i Curdi rappresentano circa il 10% della popolazione, anche se il loro numero reale non è noto alle autorità. Fino al 2011, i curdi non hanno goduto della cittadinanza siriana e non hanno fatto parte delle statistiche ufficiali. Dopo l’inizio della rivolta nel 2011 il regime ha però repentinamente deciso di concedere loro la cittadinanza per evitare che si unissero alle forze ribelli. Questo tacito accordo di non belligeranza fra Curdi e regime ha retto durante i tre anni di conflitto. Nel 2013 le milizie del Consiglio nazionale curdo (organizzazione che riunisce le principali forze politiche curde) controllavano gran parte dei territori abitati dalla popolazione curdo-siriana e hanno spesso combattuto contro le fazioni fondamentaliste dei ribelli che desideravano appropriarsene (soprattutto nella regione attorno a Dayr az-Zwar, dove si trovano i pozzi petroliferi della Siria). Obiettivo delle fazioni curde è ottenere un’ampia autonomia nell’assetto istituzionale del paese, una volta che il conflitto sarà concluso. Per riuscirci i partiti curdi dovranno però superare le divisioni interne, soprattutto quelle fra il PYD legato al PKK e maggioritario tra i curdi siriani, e le fazioni minori sostenute dal presidente del Kurdistan iracheno Barzani.

L’ISIS e Jabhat al-Nusra

Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (ISIS) sono le due principali organizzazioni che rappresentano il network di al-Qaida nel conflitto siriano. La loro presenza, per quanto numericamente assai minoritaria rispetto alla somma delle forze che combattono il regime di Bashar al-Assad, è stata però fonte di crescenti preoccupazioni sia a livello regionale, sia a quello internazionale. Le due organizzazioni sono spesso composte da combattenti di professione, veterani di diversi scenari di guerra come la Libia, l’Afghanistan o l’Iraq, e sono dotate di reti di finanziamento autonome e ben collaudate. Tra le due organizzazioni, Jabhat al-Nusra (nome completo Jabhat al-Nusra li-Ahl al-Sham, fronte al-Nusra per il sostegno alle genti del Levante) è sicuramente il gruppo più radicato all’interno della società siriana. È nato in Siria nel gennaio 2012 sotto la guida di Abu Mohammad al-Jawlani, jihadista siriano il quale ha raggruppato intorno a sé un gruppo di militanti sia locali sia internazionali.

   Il gruppo si è distinto immediatamente per le sue capacità militari, grazie all’esperienza e all’addestramento degli affiliati. Uno dei tratti specifici di al-Nusra è stata la capacità di attirare anche molti siriani tra le sue fila, comprese persone che non si identificavano nella cultura religiosa salafita. Molti nuovi combattenti hanno affermato di aver aderito perché il gruppo sarebbe il solo in grado di garantire un adeguato addestramento e armamenti sufficienti per combattere con efficacia il regime. Lo stesso non può essere invece affermato dell’ISIS, il quale è stato assai meno in grado di farsi accettare dalla popolazione locale e che rimane composto soprattutto da combattenti stranieri. All’inizio del 2012 il leader dell’allora stato Islamico in Iraq Abu Bakr al-Baghdadi aveva affermato che Jabhat al-Nusra non era altro che il ramo siriano della sua organizzazione. Pur confermando l’appartenenza ad al-Qaida, la leadership di al-Nusra aveva però subito smentito di far capo all’organizzazione di al-Baghdadi. Per questo l’esponente politico iracheno avrebbe deciso di creare l’ISIS e di iniziare a operare anche in territorio siriano. Dall’inizio delle sue attività l’ISIS è stata protagonista di numerose operazioni contro le minoranze religiose siriane, comprese quelle cristiane con aggressioni, intimidazioni e rapimenti di esponenti di spicco delle comunità. Tra le vittime, anche il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio. Da metà 2013 le relazioni tra al-Nusra, l’ISIS e il resto dei gruppi armati anti-Assad si sono notevolmente deteriorate. Schermaglie e scontri fra qaidisti e i gruppi più laici sono stati registrati in tutto il territorio siriano, mentre vere e proprie battaglie sono avvenute nel nord-est del paese fra elementi legati alle due organizzazioni qaidiste e le milizie curde.

L’ACCORDO SULLE ARMI CHIMICHE

L’accordo sulla distruzione dell’arsenale chimico siriano è stato raggiunto nel settembre 2013 in seguito alla Risoluzione 2118 del Consiglio di sicurezza dell’UN. Tale risoluzione incarica l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) di mettere in atto il suo piano di individuazione e distruzione dell’arsenale chimico detenuto dal regime siriano entro la metà del 2014. L’accordo è il risultato di un intenso lavoro diplomatico della Russia. Mosca intendeva così evitare che USA e Francia mettessero in atto la minaccia di bombardare obiettivi sensibili del regime siriano in seguito all’attacco con armi chimiche, avvenuto nel sobborgo damasceno di Ghouta, il 21 agosto 2013, e costato la vita a circa 1.400 persone. Questo attacco aveva rappresentato, secondo l’amministrazione americana, il superamento della ‘linea rossa’ fissata dal Barack Obama nel 2012 nei confronti del regime di Bashar al-Assad. Il presidente statunitense aveva ingiunto al regime di non ricorrere per alcun motivo all’uso di armi di distruzione di massa nei confronti dei ribelli e della popolazione civile. Le autorità di Damasco hanno da subito accusato

l’opposizione di aver organizzato l’attacco di Ghouta per provocare l’intervento americano. Le prove raccolte dagli ispettori UN nei giorni seguenti sembrerebbero però confermare la colpevolezza del regime.

LE FORTUNE DI UN DITTATORE MEDIOCRE

di Eugenio Dacrema

Bashar al-Assad è un uomo fortunato. Lo è perché, dopo essere rimasto a lungo soltanto un secondogenito in ombra, si è visto regalare la presidenza da un incidente stradale che ha tolto di mezzo Basil al-Assad, suo fratello maggiore e delfino del padre. Ma lo è soprattutto perché, in qualche modo, ogni volta che commette enormi errori di calcolo nella sua gestione del potere, emerge immediatamente un salvifico intreccio d’interessi internazionali che lo toglie dai guai. Era successo già nel 2005. Lo spettacolare omicidio di Rafik Hariri, primo ministro libanese anti-siriano saltato in aria nel centro di Beirut, non aveva portato a quella svolta politica favorevole a Damasco e ai suoi alleati locali (Hezbollah) in cui probabilmente speravano gli autori dell’attentato.

   Era esplosa, invece, l’indignazione della popolazione locale e della comunità internazionale portando alla cacciata delle truppe di Damasco dal paese dei cedri. L’attentato contro Hariri, di cui, anche se forse non era direttamente responsabile, il regime siriano non poteva non essere a conoscenza, si era rivelato un clamoroso autogol per Assad e sembrava aver relegato la Siria al ruolo di paria sulla scena internazionale. Lo scacco alla classe dirigente del regime era stato grande, e il rischio di delegittimazione interna era concreto. Ma entro un paio d’anni un inaspettato salvagente venne lanciato al giovane dittatore, quando la Francia del presidente Nicolas Sarkozy, che da tempo cercava un ventre molle nel Mediterraneo da cui partire per costruirsi un ruolo di protagonista nella regione, decise che sdoganare Assad le avrebbe permesso di guadagnare a buon mercato un alleato strategico nel cuore del Medio Oriente.

   La Francia fece da apripista, e uno dopo l’altro gli altri stati europei tornarono a considerare Assad come un interlocutore autorevole: nel marzo 2010, l’Italia lo nominò addirittura cavaliere di gran croce, decorato di gran cordone dell’ordine al merito della repubblica italiana (onorificenza ritirata in gran fretta dal presidente Giorgio Napolitano nell’ottobre 2012 su sollecitazione di 22 senatori).

   Difficile dire se Assad avesse compreso di aver fatto un grande errore di calcolo che solo per caso si era risolto a suo favore. Di sicuro questa vicenda non l’ha reso più scaltro politicamente. Qualche anno dopo, nel 2011, quando le prime proteste spuntarono anche in Siria dopo aver travolto Tunisia, Libia e Egitto, il dittatore di Damasco fece ancora una volta un errore potenzialmente fatale. Era il 30 marzo 2011 e c’erano appena state le prime manifestazioni nel corso delle quali era stato chiesto rispettosamente qualche riforma e la fine dello stato di emergenza. Bashar al-Assad apparve di fronte al parlamento siriano. Chi osservava e conosceva bene la Siria era convinto che avrebbe concesso qualche riforma cosmetica, qualche briciola per accontentare un paese che in fondo aveva ancora fede nella sua volontà di riformare nel lungo termine il regime: il momento era perfetto, bastava solo saperlo cogliere.

   Il discorso fu invece una farsa. I manifestanti furono definiti terroristi, nessuna riforma fu annunciata e la protesta venne liquidata come etero-diretta e criminale. La spirale che s’innescò in seguito si racconta da sé. Nuove manifestazioni, nuovi scontri, morti e feriti in un vortice inarrestabile che nemmeno le concessioni fatte in seguito sono state più in grado di fermare, fino alla vera e propria guerra civile. Chiunque abbia seguito questi tre anni di tragedia siriana sa che quella data ha cambiato tutto. Il dittatore aveva avuto una chance, ma non era stato in grado di vederla e di agguantarla. A fine 2013, quasi tre anni dopo, un paese semidistrutto, 150.000 morti e 2 milioni e mezzo di profughi, sembra che la fortuna stia di nuovo salvando Bashar dal suo auto-procurato destino. Questa volta è l’America di Barack Obama, quella che fino al settembre 2013 sembrava essere sul punto di dichiarargli guerra, che, più di tutti, sembra dare una nuova chance al dittatore di Damasco. Il miraggio di un grande risultato in politica estera con il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano e la preoccupazione per la crescente presenza di al-Qaida tra le file dell’opposizione hanno di fatto portato Washington a scaricare la coalizione anti-Assad. L’accordo sulle armi chimiche raggiunto grazie alla mediazione di Putin non è altro che un riconoscimento de facto del regime come interlocutore e co-firmatario bilaterale.

   Non solo. Perché lo smantellamento dell’arsenale vada a buon fine è necessario – per quanto non pubblicamente riconosciuto – che il regime resti al potere per molti mesi: in sostanza la fine di qualunque serio appoggio occidentale al rovesciamento di Assad. L’opposizione è rimasta quindi nelle mani dei suoi alleati del Golfo, sauditi in testa. Riyadh ha sostenuto la formazione del Fronte islamico, un nuovo cappello per tutte le milizie salafite o comunque islamiste non collegate ad al-Qaida. Questa nuova organizzazione ha monopolizzato il sostegno finanziario militare dell’Arabia Saudita e sta progressivamente soppiantando sul terreno le forze laiche dell’Esercito libero siriano, l’organizzazione autoctona e autentica della rivolta armata siriana, lentamente abbandonata nel silenzio generale dall’Occidente, dal Golfo e dalla Turchia. Dopo questa svolta islamista e le divisioni interne alla Coalizione nazionale siriana – principale rappresentante all’estero dell’opposizione – la credibilità dei nemici di Assad è scesa ai minimi storici, e poche sembrano a fine 2013 le possibilità di una inversione di tendenza.

   Le ambizioni diplomatiche statunitensi, la svolta iraniana, e la ritrovata voglia di protagonismo di Mosca stanno quindi in apparenza salvando nuovamente Assad dalla sua inettitudine politica e mancanza di strategia. A settembre 2013 la risposta violenta e monocorde del regime alla ribellione sembrava averlo condotto a una guerra senza speranza contro l’America. Pochi mesi dopo, sembra condurlo alla vittoria. Ovviamente niente è cambiato radicalmente dentro la Siria. La semplice verità della lunga partita siriana è che i match decisivi sono sempre stati giocati all’esterno: a Mosca, a Riyadh, a Parigi, a Doha, ad Ankara, a Washington e a Teheran.

…………………….

NELL’ANTICHITÀ UN CROCEVIA COMMERCIALE E STRATEGICO

di Livia Capponi, da “LA Lettura”, supplemento de “il Corriere della Sera” del 9/10/2016

   Karkemish è un’antica città sulle sponde dell’Eufrate, sul confine attuale fra Siria e Turchia. Contesa dai popoli fin dal Neolitico per la sua importanza strategica di snodo commerciale, è stata sede di grandi battaglie nella storia del Vicino Oriente. Di lei parlano già le tavolette di Ebla nel III millennio avanti Cristo e, dagli archivi di Mari e Alalakh, risalenti al 1800 a. C., sappiamo che era una città Stato indipendente, governata da un re, e un importante centro per il commercio del legname.

   Intorno al 1600 a. C. fu inglobata nel regno nord-mesopotamico di Mitanni, unione di tribù guerriere di Hurriti, e nel 1350 fu conquistata dal re ittita Suppiluliuma I, che vi insediò uno dei suoi figli, Piyassili, come viceré, a costruire un polo ittita in Siria settentrionale. Crollato l’impero, la città rimase un’importante capitale neo-ittita dal XII all’VIII secolo. La dea patrona era Kubaba, signora dalla lunga veste che veniva rappresentata con uno specchio in mano, accompagnata dal dio Karhuha, associato alla caccia. Nel 717 a. C. Karkemish fu conquistata dal re Sargon II, autore della massima espansione dell’Assiria, ma continuò a rivestire un ruolo di rilievo fino al 605 a. C., quando fu il teatro della battaglia campale in cui il babilonese Nabucodonosor II sconfisse, con un attacco a sorpresa, l’esercito del faraone Necao II, alleato degli Assiri, come raccontano la Cronaca babilonese e il libro biblico di Geremia. Necao, che nel 609 a.C. aveva già sconfitto e ucciso il re di Giudea Giosia nella battaglia di Megiddo (intorno a cui nacque l’immagine biblica di Armageddon), mirava a contenere l’avanzata babilonese in Siria, tagliando le rotte commerciali a cavallo dell’Eufrate. Dopo la vittoria, Nabucodonosor salì al trono, fondando un impero ricchissimo che andava dall’Egitto alla Persia, dall’Asia Minore al Golfo Persico; la sua conquista di Gerusalemme nel 586 a. C. diede inizio alla cosiddetta «cattività babilonese» del popolo ebraico.

   In seguito Karkemish divenne parte dell’impero persiano, mentre nel successivo periodo ellenistico fu chiamata Europos come la città macedone da cui veniva il re Seleuco I, e continuò ad essere crocevia commerciale e militare fino al primo periodo islamico.

Corriere La Lettura 9.10.16 – di Lorenzo Cremonesi

IL POZZO DELLE GRANDI CIVILTÀ

– Sul confine fra Turchia e Siria, a un passo dai territori contesi, KARKEMISH conserva i segreti di popoli e dinastie scomparse. Sfidando i cecchini, gli archeologi italiani hanno scavato in profondità trovando strati di reperti: «I vincitori facevano come l’Isis, eliminavano o disperdevano gli abitanti e distruggevano tutto» – Una grande collina è oggi divisa tra postazioni militari e studiosi. Qui gli Ittiti esaltarono le loro conquiste prima di essere schiacciati dagli Assiri. E qui si costruì casa Lawrence d’Arabia –

   A Karkemish c’è un pozzo. Lo si distingue appena tra le pietre antiche, i resti di mura, di strade pavimentate, delle colonne che tennero in piedi edifici fastosi. Un buco nero che avrebbe dovuto cancellare e far dimenticare per sempre intere civiltà, ma che con un paradosso ironico adesso contribuisce a salvarne la memoria. Per arrivarci occorre viaggiare tra il susseguirsi di colline arse, campi di pistacchi, lungo la linea di verde rigoglioso che marca le rive dell’Eufrate, per giungere al cuore di uno dei siti più celebri per generazioni di archeologi sui resti del palazzo reale. Monarca dopo monarca, regno dopo regno, qui stava il potere. E da tempo immemorabile in questo pozzo ogni volta i nuovi conquistatori gettavano l’anima e la memoria del nemico battuto. Una sorta di pattumiera millenaria destinata a marcare l’onta di generazioni di sconfitti. L’ennesima prova del fatto che da che mondo è mondo gli uomini si fanno la guerra. E, da quando esiste la guerra, l’idea dominante resta la distruzione dell’altro, il suo annientamento, la cancellazione della sua identità profonda.

   «Vieni a Karkemish e tra le tante cose capisci che l’Isis non ha inventato nulla. Sin dall’antichità gli assedi delle città terminavano spesso con la sostituzione di una civiltà con l’altra. La conquista implicava lo sterminio, la riduzione in schiavitù o l’allontanamento verso le periferie delle popolazioni sconfitte. Ma c’era di più: i vincitori tendevano a cancellare i simboli, picconare e spezzare le immagini identitarie, la cultura e gli alfabeti del nemico caduto nella polvere», spiega a «la Lettura» Nicolò Marchetti mostrando l’apertura del pozzo scavato tra i resti dei mosaici pavimentali di quello che per secoli, addirittura millenni, fu probabilmente l’edificio più importante dell’antico nucleo urbano.

   A prima vista parrebbe uno dei tanti anfratti tipici dei siti archeologici a più strati, una fessura che svela i livelli bassi delle fondamenta di città costruite le une sulle altre. «In verità, noi archeologi italiani e turchi vi abbiamo dedicato lunghi mesi di scavo. Sino ad arrivare a oltre 14 metri di profondità e scoprire che qui ogni volta i conquistatori gettavano i manufatti, le stele coperte di geroglifici, le tavolette scritte, le statue, i vasi, insomma le testimonianze di appartenenza collettiva culturalmente più rilevanti degli avversari appena conquistati», aggiunge Marchetti, il capo missione, inviato dall’università di Bologna in cooperazione con quelle turche di Istanbul e Gaziantep.

   Storia, archeologia e testimonianza della violenza: da almeno un secolo e mezzo gli studiosi di tutto il mondo guardano a queste pietre con immutato interesse. I primi insediamenti risalgono al quinto millennio avanti Cristo, abbondano i bassorilievi di carri militari trainati da cavalli, scene di battaglie, fanti con scudi e lance, si ritrovano come sassolini sparsi sul terreno le punte di freccia. Ma è dalla seconda metà del terzo millennio, quando la città è per la prima volta citata negli archivi di Ebla, che essa diventa dominante. Ittiti, assiri e babilonesi fanno a gara per conquistarla. Sino poi sparire progressivamente nell’oblio sotto Roma. Tanti paragonano Karkemish per rilevanza a Troia, Ur, Gerusalemme, Petra, Babilonia, Palmira, Ebla. Il British Museum vi lancia diverse campagne esplorative dopo il 1876. Persino Lawrence d’Arabia vi scavò con passione dal 1911 al 1914. E adesso i risultati di cinque anni di ricerche italo-turche ne rilanciano l’importanza. Proprio sul fondo del pozzo le scoperte più rilevanti: tre frammenti di tavolette in argilla con incisi a caratteri cuneiformi ben leggibili gli scritti di Sargon II, celebre re assiro, che verso la fine dell’VIII secolo avanti Cristo creò uno dei più potenti imperi della Mezzaluna Fertile.

   La vicenda è nota agli storici. Ma oggi le drammatiche cronache della regione e persino lo stesso luogo dove è situata la grande collina di Karkemish creano una sorta di filo rosso cruento tra gli eventi bellici di allora e quelli odierni. L’antica acropoli, nella parte più alta, dove si pensa possa essere sepolto un archivio di tavolette cuneiformi forse simile a quello che ha immortalato Ebla, non molto distante da qui, è adesso occupata da una base militare guarnita di trincee, casematte, mitragliatrici pesanti e carri armati della Quinta Brigata corazzata turca. Nonostante le autorità di Gaziantep sperino di fare del sito un’attrazione turistica entro l’estate 2017, per ora si entra solo con uno speciale lasciapassare militare. È assolutamente vietato fotografare le postazioni belliche, ordine che spesso obbliga gli archeologi a censurare pesantemente le loro immagini del sito. L’area è larga almeno 92 ettari, di cui però 35 sono in zona siriana considerata ad alto rischio a causa della presenza di bombe inesplose e trappole. Per renderlo accessibile agli archeologi nella parte turca sono state bonificate oltre 1.300 mine, i campi tutto attorno ne sono ancora infestati. Oggi come allora questo è un luogo di confini contesi: a nord la Turchia, a est i curdi siriani, a sud la Siria insanguinata dalla guerra. E anche agli italiani non sono mancati incidenti: ogni tanto un missile, una bomba, un proiettile, cadono nelle vicinanze. «Scavavamo sapendo che i cecchini dell’Isis ci seguivano con i cannocchiali dei fucili ad alta precisione», ricorda Marchetti. Ogni tanto si ode uno sparo, una raffica, uno scoppio. A poche decine di metri scorre l’Eufrate che, assieme alla ferrovia costruita dai tedeschi nel primo decennio del Novecento, segna il confine con la Siria. E proprio di fronte al sito, oltre l’alto muro in cemento grigio sovrastato da filo spinato voluto da Ankara in marzo per bloccare trafficanti, profughi e radicali islamici, sta Jarablus, che sino a poche settimane fa costituiva una delle roccaforti più agguerrite del Califfato di Al Baghdadi.

   «Il 24 agosto il nostro esercito è intervenuto per scacciare l’Isis e creare una barriera contro le milizie dei curdi siriani. Ora le posizioni del Califfato sono spostate più a sud di 30 chilometri. I curdi invece restano arroccati con le loro armi sulle colline qui di fronte», indicano gli amministratori a Gaziantep, che non vogliono sia pubblicato il loro nome per il semplice fatto, ammettono, «che dal giorno del fallito golpe militare contro il presidente Erdogan a metà luglio siamo tutti sospettati e possibili indiziati. Tanti tra noi amministratori, archeologi e studiosi sono stati arrestati. Nessuno può sottovalutare l’eventualità di poter essere chiuso in cella in qualsiasi momento».

   Non ci sono dubbi: l’involuzione totalitaria della Turchia contemporanea influenza pesantemente anche i ricercatori delle antichità. «Gli Ittiti si impadronirono della città più o meno nel 1350 avanti Cristo. È il momento di massimo splendore. Ma poi il loro regno si indebolisce, Karkemish diventa allora una potente città-Stato. Sino a che nel 717 l’assiro Sargon II non la conquista e dà vita a una sorta di welfare state dell’età classica. Lui ce lo descrive nelle tavolette che poi nel 605 il babilonese Nabucodonosor II, trionfante sugli Assiri dopo un lungo e sanguinoso assedio, farà gettare nel pozzo. Sono resoconti dettagliati e certamente di autopromozione delle sue opere pubbliche, che vanno dal rafforzamento delle già poderose mura difensive ripide e alte oltre trenta metri sulla piana circostante, alle dighe sull’Eufrate, ai canali per l’irrigazione dei campi», racconta entusiasta Hasan Peker, filologo dell’università di Istanbul. Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione del grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti… e ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso si legge dalle traduzioni. Una parte dei ritrovamenti viene dal deposito dell’abitazione di Lawrence. Una vicenda che ancora una volta si intreccia con i grandi eventi della storia mondiale. Nel 1911 il 23enne neo-laureato a Oxford con una tesi sui castelli crociati è affascinato dalle ricerche sul campo. Nel cuore della cittadella di Karkemish fa costruire la sua abitazione, che ospita anche la camera oscura per lo sviluppo delle lastre fotografiche, e un deposito di materiali. Ogni anno vi trascorre lunghi mesi di lavoro, è un ricercatore coscienzioso, attento. Nel tempo libero studia l’arabo, che impara alla perfezione. Qui sboccia anche la relazione amorosa con il suo assistente arabo, Dahoum, che poi morirà di febbre spagnola nel 1918 e a cui Lawrence dedicherà il suo I Sette Pilastri della Saggezza.

   Ricorda Marchetti: «Nel maggio 1914 il giovane inglese finisce la sua campagna di scavi, pronto a tornare in settembre. Ma in mezzo scoppia la guerra. Ogni attività viene bloccata». La zona diventa off limits. Nelle sue vicinanze si consuma la tragedia armena. Crolla l’impero ottomano. Lawrence è in prima fila ad aizzare gli arabi contro i turchi. Da qui transitano poi i nuovi, controversi confini imposti dalla potenze coloniali vittoriose. Ma appena dopo Ataturk, il grande padre del moderno nazionalismo turco-anatolico, scaccia gli stranieri, a maggior ragione se sono inglesi. Si bloccano le spedizioni archeologiche internazionali: su Karkemish calano polvere e silenzio. Lawrence non avrà mai più modo di tornare sul posto. Ogni ricerca tace. Non pare vi siano stati furti rilevanti, non si registrano tombaroli. Semplicemente il sito viene usato come cava, violato dall’espansione urbana, danneggiato dalla presenza dei militari. Sino al 2011, quando arrivano gli italiani coadiuvati dai ricercatori locali e iniziano subito a scavare presso il rudere della casa di Lawrence. «Come d’incanto abbiamo ritrovato migliaia e migliaia di reperti che gli inglesi non avevano mai più potuto recuperare. Erano il loro deposito rimasto abbandonato per un secolo. Dunque le prime fasi del nostro lavoro sono state assolutamente proficue, addirittura strabilianti», ammettono gli archeologi.

   È così la spedizione italo-turca a gettare luce e dare un senso compiuto al materiale trovato da Lawrence e i suoi colleghi. Dal 2012 i manufatti vengono catalogati e metodicamente studiati. Oggi la successione delle civiltà che per quasi sei millenni abitarono Karkemish è stata datata e compresa. «Le nostre prossime ricerche vorrebbero concentrarsi sulla parte siriana. Questa venne brevemente vista da archeologi anglo-americani prima dello scoppio delle primavere arabe nel 2011. Ma non è stato affatto sufficiente», spiegano. Tre settimane fa con Marchetti abbiamo provato ad attraversare il confine per visitare l’area di Jarablus. Ma i soldati turchi stavano facendo brillare le mine e ci è stato vietato. Per quello che si è potuto capire tuttavia, al contrario di altri siti celebri in Iraq e Siria, qui non c’è stata alcuna metodica attività di rapina e trafugamento di manufatti. L’Isis si è preoccupata solo di fare la guerra e scavare trincee. «Non temiamo i tombaroli, piuttosto lo sviluppo urbano senza regole, che nel caos della guerra civile rischia di danneggiare reperti importantissimi», dice Marchetti. Tuttavia, poco o nulla garantisce che la situazione possa pacificarsi nel breve-medio periodo. A Jarablus, ancora ferita dai crimini dell’Isis, l’esercito turco deve tenere a bada almeno sei tribù e sette milizie locali formalmente alleate al Nuovo Esercito Siriano Libero, la coalizione di forze sostenute da americani e turchi che combatte l’Isis e allo stesso tempo il fronte legato a Bashar al-Assad. Ma è lo stesso Rahmo Kocaaslan, il notabile turco incaricato da Ankara di supervisionare l’amministrazione di Jarablus, a confidarci che «queste stesse milizie e forze siriane locali sono in costante attrito tra loro, litigano per nulla: dal controllo della distribuzione del pane alla gestione dell’acqua e dell’energia elettrica fornite da noi turchi».

   Nel 2010 la città aveva 30 mila abitanti, scesi a 20 mila con l’Isis. Ora se ne contano 23 mila, ma in grande maggioranza sono profughi di altre località siriane che abitano come squatter nelle case abbandonate. Aleppo dista un’ottantina di chilometri in linea d’aria. Gli echi della battaglia arrivano forti su questo tratto di confine. E le memorie lunghe del pozzo nel palazzo di Sargon non fanno che sottolineare quanto sia pesante, minaccioso e distruttivo il retaggio della guerra.

………………………….

GUERRA IBRIDA E ALLEANZE VARIABILI

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 9/10/2016

– Stati Uniti e Russia ai ferri corti nel nuovo magmatico arco della crisi Est-Ovest –

   Quando Washington e Mosca si capiscono poco e male il mondo trema. Questa non è una guerra fredda – 300mila i morti in Siria – ma si tratta piuttosto di un confronto ibrido dove i duellanti si fronteggiano, in maniera differente, dal Baltico, all’Ucraina, al Medio Oriente.    I russi piazzano i missili balistici nell’enclave di Kaliningrad, gli americani accusano ufficialmente Mosca di usare gli hacker per alterare la campagna elettorale e vorrebbero un’indagine sui per crimini di guerra per i bombardamenti russi degli ospedali in Siria. Mosse da guerra fredda ma in un contesto ben più pericoloso, come dice anche il ministro degli Esteri tedesco Steinmeier: il Consiglio di Sicurezza è diventato un’arena di scambi di infuocati, non un’occasione di dialogo.

   Nel mondo bipolare proliferavano le guerre per procura ma le possibilità che potessero degenerare in guerra totale erano remote: l’equilibrio della paura tracciava linee rosse invalicabili. Nel nuovo scenario abbondano attori incontrollabili, medie potenze ambiziose, stati in disgregazione, gruppi terroristici radicati nel territorio e i conflitti locali tendono a trasformarsi in pezzi di guerra mondiale in cui le stesse grandi potenze vengono manipolate. Un dettagliato rapporto di Jack Murphy, ex Berretto Verde, racconta come la Cia in contrasto con la stessa Casa Bianca abbia consentito a Isis e Al Qaida di unirsi al Free Syrian Army, i cosiddetti “ribelli moderati”.

   Questo è il nuovo magmatico arco della crisi Est-Ovest. Guerra fredda non si può certamente definire: allora iniziò in modo ben diverso proprio in Medio Oriente, dove l’Armata Rossa nel ‘46 rifiutava di ritirarsi dalla provincia iraniana dell’Azerbaijan. Fu il successore di Roosevelt a reagire ai progetti di espansione sovietica annunciando al mondo la “Dottrina Truman”. La guerra fredda nasceva dal ritiro di Mosca in rispetto dei patti della conferenza di Teheran del 1943.

   Adesso siamo all’opposto. La Duma ha appena approvato all’unanimità l’accordo che certifica la presenza russa in Siria a “tempo indeterminato”. I russi, che hanno due basi fisse, una aerea e una navale, schierano batterie anti-missile e anti-aeree di ultima generazione e, se possibile, non se ne andranno dal Medio Oriente dove si erano ritirati nel 1989, alla fine dell’invasione dell’Afghanistan, quando persero la guerra contro la prima generazione di jihadisti sostenuta dagli Usa, dall’Arabia Saudita e dal Pakistan, proprio mentre in Europa stava per crollare il Muro di Berlino. Fu allora che il generale Hamid Gul dei servizi militari pakistani, ricevette in dono dagli Usa un pezzo del Muro con una dedica significativa: «Questa vittoria generale è anche merito suo».

   La differenza tra la guerra fredda e la guerra ibrida è anche nelle alleanze, uno dei punti critici della tensione Mosca-Washington. La guerra fredda definì con chiarezza i due blocchi, ora le sfere di influenza si sovrappongono. In Medio Oriente fu creato nel 1959 il Patto Cento, con il Pakistan, l’Iran, l’Iraq, la Turchia, per arginare l’Unione Sovietica. Di quei quattro Paesi l’Iran oggi è alleato della Russia con una tempistica interessante: nel luglio 2015 Teheran firmava l’accordo sul nucleare e il 30 settembre Mosca entrava direttamente nel conflitto siriano. La repubblica islamica aveva trovato una potenza atomica sostituiva per proteggere l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah libanesi. Il governo di Baghdad nonostante l’invasione Usa del 2003, è più fedele a Teheran che a Washington e nell’offensiva di Mosul, in mano al Califfato, gli americani dovranno affidarsi a milizie sciite.

   Per non parlare di Pakistan e Turchia. La prima è una potenza atomica non dichiarata, come India e Israele, che teoricamente collabora con l’Occidente ma intrattiene rapporti ambigui con i Talebani considerati da Islamabad uno strumento utile per affermare la sua “profondità strategica” in Afghanistan. Il jihadismo qui è di casa: Bin Laden è stato ucciso ad Abbottabad.

   La Turchia è in questo momento la pedina più scottante della scacchiera. Il fallito colpo di stato del 15 luglio ha rappresentato una svolta non solo per le epurazioni di migliaia di militari, funzionari, magistrati: Erdogan ha fatto bloccare le 23 caserme Nato alcune delle quali custodiscono armi nucleari tattiche. Qui è imminente la visita di Putin: Russia e Turchia erano andati a un passo dallo scontro quando i turchi hanno abbattuto un caccia Sukhoi poi mentre Israele si riappacificava con la Turchia anche Mosca ricuciva con Ankara. In ballo c’è la definizione della sfera di influenza sulla Siria del Nord – dove i turchi hanno l’obiettivo primario di far fuori i curdi appoggiati dagli Usa – ma anche questioni economiche come la ripresa del gasdotto Turkish Stream.

   La Russia cerca di approfittare degli alleati occidentali meno affidabili come la Turchia e della presenza militare in Siria per incunearsi in uno spazio euroasiatico vitale per Mosca, sia dal punto di vista strategico che economico, con l’estensione a Sud dei gasdotti verso l’Europa, i porti sul Baltico a Est, il corridoio nord-orientale con la Germania. L’ossessione del Cremlino è che Washington voglia soffocare la Russia con l’abbraccio della Nato. Per questo anche Pechino entra nella partita di Putin. In sostanza nello scontro tra Russia e Stati Uniti ognuno pensa che l’altro sia all’offensiva: questa è la ragione per cui non si capiscono. In questo clima di sfiducia ogni pezzo della scacchiera, come Aleppo, può produrre tensioni incontrollabili. È così che le guerre per procura cambiano nome: i demoni sfuggono a chi li evoca e pensa di usarli. (Alberto Negri)

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One thought on “ALEPPO, IN SIRIA: UNA CITTA’ CHE MUORE – Nella prolungata guerra civile siriana che coinvolge tutte le grandi potenze globali (RUSSIA in particolare) e Usa, Turchia, Iran… si cerca il nuovo equilibrio mondiale ancora una volta sui territori antichi del MEDIO ORIENTE – con i MASSACRI DI BAMBINI E CIVILI

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