CINA IN CRISI? SEMPRE PIÙ CINA – La fatica e l’umiltà di un popolo che cerca modi di sviluppo – UNA NUOVA VIA DELLA SETA, nella costruzione della VIA FERRATA per treni merci da CHENGDU a ROTTERDAM: ferrovia che unisce i popoli, nella realizzazione dell’incontro TRA ORIENTE E OCCIDENTE

“…guardando il percorso del treno della globalizzazione, Cina-Russia-Kazachistan-Polonia-Germania-Olanda, bisogna anche riconoscere la bellezza poetica di un’opera che trascende il proprio valore economico. Una mandria di «cavalli di ferro» al galoppo su praterie, steppe e deserti, che collega l’Oriente manifatturiero all’Europa dei consumatori ma anche le rispettive culture, storie e popolazioni. A ben guardare, erano anni che aspettavamo il Dragone di Ferro sul binario 8” (Francesco Guerrera, da “la Stampa” del 30/9/2016) (immagine da www.portofrotterdam.com/
“…guardando il percorso del treno della globalizzazione, Cina-Russia-Kazachistan-Polonia-Germania-Olanda, bisogna anche riconoscere la bellezza poetica di un’opera che trascende il proprio valore economico. Una mandria di «cavalli di ferro» al galoppo su praterie, steppe e deserti, che collega l’Oriente manifatturiero all’Europa dei consumatori ma anche le rispettive culture, storie e popolazioni. A ben guardare, erano anni che aspettavamo il Dragone di Ferro sul binario 8” (Francesco Guerrera, da “la Stampa” del 30/9/2016) (immagine da http://www.portofrotterdam.com/

   Il mondo cresce nei paesi poveri, si riduce in quelli ricchi, e la Cina, immenso Paese lanciato verso un sempre più ampio sviluppo, dimostra che tanta popolazione che ha (un miliardo e trecentosettantasei milioni di persone attualmente), vuole uscire definitivamente dalla povertà, avere consumi e vita com’è nel nord America e in Europa.

   Ma basterà il nostro pianeta, la biosfera, a garantire un modello di vita e consumi cosiddetti occidentali a sempre più centinaia di milioni (miliardi) di persone? Noi pensiamo proprio di no. E ci pare che pochi si preoccupano, nel contesto mondiale, di cambiare parametri generali di modi di vita (in primis i “nostri”) prima che gli eventi ci portino a condizioni catastrofiche.

Da un decennio il numero di STUDENTI INTERNAZIONALI IN CINA (la maggioranza arriva dall’Asia, seguono Europa e Africa) cresce al ritmo di un +10%, seppure con un rallentamento negli ultimi due anni. Nel 2015 - calcola il ministero dell’Istruzione cinese - ERANO 397.635 (e UN MILIONE CIRCA I CINESI CHE HANNO FATTO IL VIAGGIO INVERSO). Terza destinazione universitaria globale dopo Usa e Regno Unito, la Cina, con l’obiettivo fissato di 500 mila presenze nel 2020, mira a superare Londra, complice anche la Brexit.(…) (Elisabetta Pagani, da “La Stampa” del 4/10/2016)
Da un decennio il numero di STUDENTI INTERNAZIONALI IN CINA (la maggioranza arriva dall’Asia, seguono Europa e Africa) cresce al ritmo di un +10%, seppure con un rallentamento negli ultimi due anni. Nel 2015 – calcola il ministero dell’Istruzione cinese – ERANO 397.635 (e UN MILIONE CIRCA I CINESI CHE HANNO FATTO IL VIAGGIO INVERSO). Terza destinazione universitaria globale dopo Usa e Regno Unito, la Cina, con l’obiettivo fissato di 500 mila presenze nel 2020, mira a superare Londra, complice anche la Brexit.(…) (Elisabetta Pagani, da “La Stampa” del 4/10/2016)

   Ma in questo post vogliamo ragionare della Cina, di questo grandissimo Paese che mostra di avere volontà e forze intellettuali (specie giovani) in grado di “conquistare il mondo” (intendiamo: con l’efficienza, la voglia di fare, l’intelligenza…). E qui ci concentriamo sulla notizia del NUOVO COLLEGAMENTO FERROVIARIO CON L’EUROPA, FINO AL PORTO DI ROTTERDAM IN OLANDA.

La CINA è lo Stato più popolato del mondo, con una popolazione di oltre 1 miliardo e 375 milioni di persone. La Cina è una Repubblica popolare in cui il potere è esercitato dal solo PARTITO COMUNISTA CINESE. Il governo ha sede nella capitale PECHINO ed esercita la propria giurisdizione su VENTIDUE PROVINCE, CINQUE REGIONI AUTONOME, QUATTRO MUNICIPALITÀ direttamente controllate (PECHINO, TIENTSIN, SHANGHAI e CHONGQING) e DUE REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI (HONG KONG E MACAO) parzialmente autonome. La Cina rivendica la propria sovranità anche sull'ISOLA di FORMOSA, che considera ufficialmente una sua provincia, sulla quale non esercita tuttavia alcun controllo diretto. L'isola è dal 1949 sotto il controllo del governo della Repubblica di Cina (TAIWAN). La complessa condizione politica di Taiwan è una delle conseguenze della guerra civile cinese che ha preceduto la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. (da Wikipedia)
La CINA è lo Stato più popolato del mondo, con una popolazione di oltre 1 miliardo e 375 milioni di persone. La Cina è una Repubblica popolare in cui il potere è esercitato dal solo PARTITO COMUNISTA CINESE. Il governo ha sede nella capitale PECHINO ed esercita la propria giurisdizione su VENTIDUE PROVINCE, CINQUE REGIONI AUTONOME, QUATTRO MUNICIPALITÀ direttamente controllate (PECHINO, TIENTSIN, SHANGHAI e CHONGQING) e DUE REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI (HONG KONG E MACAO) parzialmente autonome. La Cina rivendica la propria sovranità anche sull’ISOLA di FORMOSA, che considera ufficialmente una sua provincia, sulla quale non esercita tuttavia alcun controllo diretto. L’isola è dal 1949 sotto il controllo del governo della Repubblica di Cina (TAIWAN). La complessa condizione politica di Taiwan è una delle conseguenze della guerra civile cinese che ha preceduto la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. (da Wikipedia)

   Con un’economia in rallentamento dopo due decenni di crescita sfrenata (rallentamento peraltro della crescita di tutti i maggiori paesi emergenti, i BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), Pechino ha bisogno di nuovi mercati e di nuovi mezzi per riprendere il cammino del grande sviluppo. Se le navi e gli aerei non bastano a raggiungere le mete dei commerci, non resta che usare i treni.

   E’ così, come dicevamo, che la Cina sta concretamente realizzando un ponte ferroviario tra l’Est e l’Ovest che permette a merci e cargo di andare dalla città di CHENGDU, uno dei cuori pulsanti della rivoluzione industriale dell’Oriente, a ROTTERDAM, porto storico dell’Occidente, in 15 giorni.

“DALLA CINA SUDOCCIDENTALE ALL’EUROPA CENTROSETTENTRIONALE in QUINDICI GIORNI via terra, invece che in quaranta via mare. È questa la nuova strada ferrata, lunga 8 MILA CHILOMETRI, che permetterà a TRENI MERCI da 80 CONTAINER, di spostarsi DA CHENGDU A ROTTERDAM, il più grande porto d’Europa che prova così a scalzare definitivamente Amburgo e Anversa (…)” (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)
“DALLA CINA SUDOCCIDENTALE ALL’EUROPA CENTROSETTENTRIONALE in QUINDICI GIORNI via terra, invece che in quaranta via mare. È questa la nuova strada ferrata, lunga 8 MILA CHILOMETRI, che permetterà a TRENI MERCI da 80 CONTAINER, di spostarsi DA CHENGDU A ROTTERDAM, il più grande porto d’Europa che prova così a scalzare definitivamente Amburgo e Anversa (…)” (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)

   L’idea che ha caratterizzato la politica estera del premier cinese XI JINPING da quando si è insediato nel 2012, è quella di UNA «NUOVA VIA DELLA SETA» che sfrutti gli itinerari commerciali dell’antichità per spostare merci da un capo all’altro del continente euroasiatico e ricostruire i legami economici, politici, culturali tra le varie nazioni.

“(…..) La prima tratta è stata inaugurata il 6 ottobre del 2008 quando ad Amburgo è arrivato il primo treno che partiva da Xiangtan nella Cina centrale. Aveva impiegato 17 giorni, ma da allora tecnologia e velocità sono migliorate. Ormai ci sono almeno dodici città cinesi e nove europee collegate da strade ferrate transcontinentali. Varsavia è collegata a Suzhou, Lodz a Chengdu, Duisburg a Chongqing, Madrid a Yiwu e chi più ne ha più ne metta. Se continuano a costruire a questa velocità non ci vorrà molto prima che ognuna delle 27 regioni della Cina abbia un collegamento ferroviario diretto con una città europea. Bisogna considerare che l’Unione europea è il primo partner commerciale della Cina. Gli interscambi hanno superato i 600 miliardi all’anno e sono previsti arrivare a mille nel 2020 (…)” (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)
“(…..) La prima tratta è stata inaugurata il 6 ottobre del 2008 quando ad Amburgo è arrivato il primo treno che partiva da Xiangtan nella Cina centrale. Aveva impiegato 17 giorni, ma da allora tecnologia e velocità sono migliorate. Ormai ci sono almeno dodici città cinesi e nove europee collegate da strade ferrate transcontinentali. Varsavia è collegata a Suzhou, Lodz a Chengdu, Duisburg a Chongqing, Madrid a Yiwu e chi più ne ha più ne metta. Se continuano a costruire a questa velocità non ci vorrà molto prima che ognuna delle 27 regioni della Cina abbia un collegamento ferroviario diretto con una città europea. Bisogna considerare che l’Unione europea è il primo partner commerciale della Cina. Gli interscambi hanno superato i 600 miliardi all’anno e sono previsti arrivare a mille nel 2020 (…)” (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)

   La Cina è il secondo partner commerciale dell’Ue, dopo gli Stati Uniti; e l’Unione europea è il principale partner commerciale della Cina. Tra la Cina e l’Europa attualmente si registra un commercio di ben oltre 1 miliardo di euro al giorno. Ma non può bastare ai cinesi: e la crisi dei consumi dovuta agli ultimi 8 anni di crisi economica dell’Occidente, cui si è aggiunta anche la crisi dei Paesi emergenti come è avvenuto per la Cina stessa negli ultimi due-tre anni, tutto questo non scoraggia le autorità cinesi che hanno capito che servono anche infrastrutture globali (come un collegamento ferroviario di 8.000 chilometri) per portare le merci cinesi in Europa (e nei 5 Paesi che attraversa questo collegamento su treno merci: Russia, Kazachistan, Polonia, Germania, fino all’Olanda)(e magari, di ritorno, portare in Cina cose che ancora lì mancano: come materie prime, o prodotti a tecnologia avanzata…).

Il leader cinese Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan -general-maggiore dellesercito e cantante di fama nazionale“ - (…)Da tempo circola la voce che Xi Jinping stia manovrando per assicurarsi i consensi che contano per restare al potere anche dopo il 2022, quando scadrà il suo secondo quinquennio da Presidente della Repubblica popolare: la Costituzione limita la presidenza a due mandati consecutivi, 10 anni in tutto, e Xi è al vertice dalla fine del 2012. Ma secondo le indiscrezioni raccolte a Pechino, non è stato avanzato alcun nome per la successione. (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2016)
Il leader cinese Xi Jinping e la moglie Peng Liyuan -general-maggiore dellesercito e cantante di fama nazionale – “(…)Da tempo circola la voce che Xi Jinping stia manovrando per assicurarsi i consensi che contano per restare al potere anche dopo il 2022, quando scadrà il suo secondo quinquennio da Presidente della Repubblica popolare: la Costituzione limita la presidenza a due mandati consecutivi, 10 anni in tutto, e Xi è al vertice dalla fine del 2012. Ma secondo le indiscrezioni raccolte a Pechino, non è stato avanzato alcun nome per la successione. (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2016)

   La Cina sta da tempo cercando di farsi riconoscere lo STATUS DI ECONOMIA DI MERCATO, ma sarà molto difficile che le sia riconosciuto a breve, in un sistema (cinese) che ancora ha assai poche (nulle) tutele sindacali dei lavoratori (sfruttatissimi…), che non rispetta le regole antinquinamento, che attua forme protezionistiche a vantaggio delle proprie imprese nazionali…. Tutto questo ancora impedisce di considerare nel contesto del mercato mondiale la Cina come un Paese alla pari con altri.

Un gruppo di attivisti cinesi residenti a MILANO ha dato vita il 20 OTTOBRE SCORSO ad una protesta contro il conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Consiglio Comunale della città a TENZIN GYATSO (il DALAI LAMA, massima autorità religiosa tibetana). La QUESTIONE TIBETANA è al centro delle tensioni tra il Dalai Lama e Pechino, che contesta il ruolo politico ricoperto Tenzin Gyatso. L'attuale Dalai Lama, dal 1959, a causa dell'OCCUPAZIONE POLITICA E MILITARE DEL TIBET DA PARTE DELLA CINA (che revocò così lo statuto di autonomia di cui il Paese da secoli usufruiva), risiede nel Nord dell’India, e rappresenta il SIMBOLO DELLA SOPRAVVIVENZA DELLA CIVILTÀ TIBETANA E DEL BUDDHISMO, nella regione del TIBET che la Cina considera da sempre parte integrante del proprio territorio. Capo del Governo tibetano in esilio fino all'11 marzo 2011, data in cui ha ufficialmente presentato le dimissioni in favore di un successore eletto dal Parlamento esule, Tenzin Gyatso ha ricevuto il PREMIO NOBEL PER LA PACE nel 1989 per la resistenza non violenta contro la Cina. Ancora detentore della propria autorità religiosa, oltre a insegnare il Buddhismo in tutto il mondo, guadagnandosi stima e rispetto in buona parte dei Paesi esteri, sostiene energicamente i rifugiati tibetani nella costruzione dei templi e nella salvaguardia della loro cultura
Un gruppo di attivisti cinesi residenti a MILANO ha dato vita il 20 OTTOBRE SCORSO ad una protesta contro il conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Consiglio Comunale della città a TENZIN GYATSO (il DALAI LAMA, massima autorità religiosa tibetana). La QUESTIONE TIBETANA è al centro delle tensioni tra il Dalai Lama e Pechino, che contesta il ruolo politico ricoperto Tenzin Gyatso. L’attuale Dalai Lama, dal 1959, a causa dell’OCCUPAZIONE POLITICA E MILITARE DEL TIBET DA PARTE DELLA CINA (che revocò così lo statuto di autonomia di cui il Paese da secoli usufruiva), risiede nel Nord dell’India, e rappresenta il SIMBOLO DELLA SOPRAVVIVENZA DELLA CIVILTÀ TIBETANA E DEL BUDDHISMO, nella regione del TIBET che la Cina considera da sempre parte integrante del proprio territorio. Capo del Governo tibetano in esilio fino all’11 marzo 2011, data in cui ha ufficialmente presentato le dimissioni in favore di un successore eletto dal Parlamento esule, Tenzin Gyatso ha ricevuto il PREMIO NOBEL PER LA PACE nel 1989 per la resistenza non violenta contro la Cina. Ancora detentore della propria autorità religiosa, oltre a insegnare il Buddhismo in tutto il mondo, guadagnandosi stima e rispetto in buona parte dei Paesi esteri, sostiene energicamente i rifugiati tibetani nella costruzione dei templi e nella salvaguardia della loro cultura
Cittadinanza onoraria a Milano al Dalai Lama
Cittadinanza onoraria a Milano al Dalai Lama

    Ha sì fatto qualche progresso nell’attuazione dei suoi impegni in seno alla Wto (sigla che sta per “World Trade Organization”, cioè l’Organizzazione mondiale del commercio, un organismo sovranazionale cui aderiscono 144 Paesi). La Cina ha aderito al WTO nel 2001; ma ci sono ancora problemi in sospeso come dicevamo: mancanza di trasparenza, esistenza di misure in Cina che discriminano le imprese straniere, forte intervento del governo nell’economia, protezione ed applicazione inadeguata della proprietà dei diritti intellettuali, restrizioni alle esportazioni cinesi di materie prime… (oltre a salari da sfruttamento, poche-nessune misure anti-inquinamento, e la popolazione specie nella grandi città vive in una cappa perenne di smog).

Nella foto: Chongqing, avvolta in un perenne smog, 33 milioni di abitanti, Municipalità autonoma, come Pechino, Shanghai, Tianjin - “CHONGQING - L’ultimo incubatore della nuova classe dirigente cinese è la municipalità-monstre di Chongqing. Sorta dal nulla 20 fa, oggi ha 33 MILIONI DI ABITANTI, è l’emblema del miracolo economico cinese e l’ex fortino del segretario del partito locale, Bo Xilai, la prima testa rotolata tre anni fa nel cesto del neopresidente del partito Xi Jinping. CHONGQING E’ L’ULTIMA NATA TRA LE QUATTRO MUNICIPALITÀ AUTONOME (le altre sono PECHINO, SHANGHAI, TIANJN) si sta dimostrando non solo un hub economico esemplare in una fase di rallentamento dell’economia cinese, ma anche l’alleata più preziosa, un serbatoio di idee e di leader. (…) (Rita Fatiguso, da “Il Sole 24ore” del 15/10/2016)
Nella foto: Chongqing, avvolta in un perenne smog, 33 milioni di abitanti, Municipalità autonoma, come Pechino, Shanghai, Tianjin – “CHONGQING – L’ultimo incubatore della nuova classe dirigente cinese è la municipalità-monstre di Chongqing. Sorta dal nulla 20 fa, oggi ha 33 MILIONI DI ABITANTI, è l’emblema del miracolo economico cinese e l’ex fortino del segretario del partito locale, Bo Xilai, la prima testa rotolata tre anni fa nel cesto del neopresidente del partito Xi Jinping. CHONGQING E’ L’ULTIMA NATA TRA LE QUATTRO MUNICIPALITÀ AUTONOME (le altre sono PECHINO, SHANGHAI, TIANJN) si sta dimostrando non solo un hub economico esemplare in una fase di rallentamento dell’economia cinese, ma anche l’alleata più preziosa, un serbatoio di idee e di leader. (…) (Rita Fatiguso, da “Il Sole 24ore” del 15/10/2016)

   E la tutela dei lavoratori non è assai deficitaria solo in patria: ma anche nelle parti del mondo dove i cinesi vanno (come in Africa). In quest’ultimo continente la loro presenza è massiccia (anche se ha avuto un blocco, un calo negli ultimi anni). Ma è indubbio che, nonostante un rallentamento, la potenza economica cinese (e i cinesi emigrati), continua a penetrare nell’economia e nel cuore dei governi africani cui la Cina è sicuramente la più quotata rispetto a qualsiasi altro Paese, senza preoccuparsi troppo dei conflitti in corso e dei diritti umani (è prediletta dai despoti africani perché non condiziona prestiti e investimenti a clausole per proteggere democrazia e ambiente).

   Ma qui (negli articoli che vi proponiamo in questo post) ci concentriamo di più sullo sviluppo economico interno cinese, dentro al territorio “Cina”. Rilevando che mentre la crescita delle zone costiere e nella maggioranza delle aree urbane è stata straordinaria, molte regioni rurali restano ancora arretrate. E si rileva che quasi un decimo dei cittadini cinesi, nonostante i progressi senza precedenti, vivono ancora sotto la soglia di povertà stabilita dalle Nazioni Unite.

“LA NUOVA RETE DI INFRASTRUTTURE CHE SI VA COSTRUENDO. Si tratta di PORTI, FERROVIE, AUTOSTRADE, GASDOTTI E OLEODOTTI SU UN TERRITORIO CHE COINVOLGE 64 PAESI, IL 70% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, il 75% delle riserve energetiche e il 55% del prodotto lordo globale. Secondo il Financial Times solo per i progetti già sulla carta saranno necessari 890 MILIARDI DI DOLLARI. E infatti sono già state costituite DUE BANCHE che metteranno a dura prova l’egemonia della Banca mondiale: la BANCA PER GLI INVESTIMENTI NELLE INFRASTRUTTURE ASIATICHE (Aiib) e la BANCA PER LO SVILUPPO ASIATICO (Adb)”(….) (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)
“LA NUOVA RETE DI INFRASTRUTTURE CHE SI VA COSTRUENDO. Si tratta di PORTI, FERROVIE, AUTOSTRADE, GASDOTTI E OLEODOTTI SU UN TERRITORIO CHE COINVOLGE 64 PAESI, IL 70% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, il 75% delle riserve energetiche e il 55% del prodotto lordo globale. Secondo il Financial Times solo per i progetti già sulla carta saranno necessari 890 MILIARDI DI DOLLARI. E infatti sono già state costituite DUE BANCHE che metteranno a dura prova l’egemonia della Banca mondiale: la BANCA PER GLI INVESTIMENTI NELLE INFRASTRUTTURE ASIATICHE (Aiib) e la BANCA PER LO SVILUPPO ASIATICO (Adb)”(….) (Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016)

   Per questo i contenuti del dodicesimo piano quinquennale del governo (la Cina è ancora formalmente socialista e “ragiona” con piani quinquennali), per gli anni 2011-2015, i contenuti del piano sono dedicati a completare in modo organico la strategia per il passaggio da un modello di crescita fondato sulle esportazioni e sugli investimenti a uno sviluppo interno più equilibrato, attraverso appunto una progressiva espansione dei consumi interni, togliendo così spazio alle povertà ancora così forte nel Paese. Parlare della Cina è anche vedere lo specchio del mondo di adesso, di quel che sta accadendo. Come dicevamo, dopo anni d’espansione, il commercio mondiale è crollato negli ultimi anni, colpito da tensioni protezionistiche, rallentamenti economici e problemi geopolitici. L’Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico ha detto di recente che la riduzione nel commercio internazionale potrebbe causare un «arresto cardiaco» nell’ economia mondiale.

   Dall’altra l’AUTOMAZIONE sempre più elevata “toglie” sempre più lavoro: ora anche nel settore terziario, cioè dei servizi, che finora era stato interessato in misura più ridotta alla diminuzione di addetti rispetto a industria e agricoltura. In sè che l’automazione riduca i lavori che finora erano stati fatti dall’uomo, è oggettivamente buona cosa: diminuiscono i costi dei beni e si toglie “fatica” alle persone. Però, invece, in un sistema globale dove la ricchezza delle persone, il “potere d’acquisto” è dato dal reddito acquisito lavorando, il “non lavoro”, la fine del lavoro, è una vera tragedia. Per questo è necessario, in questa nuova epoca, dover rivedere i parametri di vita di tutti noi, e pensare che dobbiamo garantire di “diritto di vita” a ciascuna persona.

   Su tutto questo l’avanzare della Cina, imponente, tecnologica, con giovani e persone sempre più motivate, porta a “coinvolgerci” in un cambiamento delle nostre vite, con appunto la necessità di trovare modi nuovi di lavorare, di applicarci negli studi, di benessere, di stare insieme, di garantire a tutti il diritto fondamentale alla vita e al soddisfacimento di bisogni essenziali (il cibo, la salute, l’educazione, un ambiente di pace…).

   Cosa c’entra tutto questo con quel che accade in Cina? C’entra eccome. La presenza impetuosa di un mondo globale fa sì che quel che accade “lì” sia direttamente connesso a noi. Su questo la voglia di “avanzare” della Cina va visto non come un pericolo, ma come un’opportunità anche per noi di uscire dalla fase di declino che sembra ora caratterizzarci. La Cina, con la sua crescita, contribuisce a dare una spinta positiva all’economia mondiale, e mette in atto il suo contributo alla crescita promuovendo forme concrete di dialogo e collaborazione economica con il resto del mondo. Bisogna solo mettersi un po’ d’accordo sulle regole, sulle tutele alle persone, sul rispetto reciproco.

   Un esempio di attiva e positiva collaborazione è il fatto che da un decennio il numero di studenti internazionali in Cina (la maggioranza arriva dall’Asia, seguono Europa e Africa) cresce al ritmo di un +10% (seppure con un rallentamento negli ultimi due anni). Più di 5mila sono italiani. In tutto raggiungono i 400mila. Nel 2015 – calcola il ministero dell’Istruzione cinese – erano 397.635 (e un milione circa i cinesi che hanno fatto il viaggio inverso). Terza destinazione universitaria globale dopo Usa e Regno Unito, la Cina, con l’obiettivo fissato di 500 mila presenze nel 2020, mira a superare Londra (complice anche la Brexit). E questo è segnale bello e concreto (non da poco).

   Pertanto la linea ferroviaria diretta “merci” Cina-Olanda va significativamente in questa direzione di interscambio positivo. E va salutata come la nuova via della Seta, un percorso che da Marco Polo (la Venezia dei commerci) in poi caratterizza uno scambio virtuoso e assai entusiasmante tra Oriente e Occidente, culture e vite che si incontrano, nella geografia dei popoli. (s.m.)

……………………

AL BINARIO 8 ARRIVA LA GLOBALIZZAZIONE

di Francesco Guerrera, da “La Stampa” del 30/9/2016

   In arrivo al binario 8, la globalizzazione. E’ una notizia di quelle che non si dimenticano: la Cina ha creato un ponte ferroviario tra l’Est e l’Ovest che permette a merci e cargo di andare da Chengdu, uno dei cuori pulsanti della rivoluzione industriale dell’Oriente, a Rotterdam, porto storico dell’Occidente, in 15 giorni. Battezziamolo Dragone di Ferro, in omaggio agli Indiani d’America che chiamarono le prime locomotive «Cavalli di Ferro», e cerchiamo di capirne le implicazioni per l’economia mondiale.

   Quando sarà completamente operativo nel 2017, questo servizio muoverà tonnellate di merci cinque volte a settimana: un «fiume» ininterrotto di esportazioni (da Est a Ovest) e materie prime (nell’altra direzione) che potrebbe cambiare il volto del commercio internazionale. Dovrebbe essere più veloce delle navi e più capiente degli aerei, una versione moderna e più «europea» della leggendaria Transiberiana.    Ci dobbiamo preoccupare noi occidentali? Un poco. Pechino non ha certo intrapreso uno dei più grandi progetti ingegneristici dell’era moderna per fare un favore all’Europa o agli Usa.

   La ferrovia Chengdu-Rotterdam è un’elegante forma di imperialismo economico. Come nel Far West, le rotaie sono il mezzo che giustifica il fine: conquistare nuove frontiere.

   Nel caso della Cina (e della Russia che ha permesso alla ferrovia di passare per i suoi territori), la conquista non è territoriale, ma commerciale. Con un’economia in rallentamento dopo due decenni di crescita sfrenata, Pechino ha bisogno di nuovi mercati e di nuovi mezzi per raggiungerli. Se le navi e gli aerei non bastano, non resta che usare i treni.

   D’altra parte, i beni cinesi a basso prezzo fanno comodo un po’ a tutti. A chi vuole l’iPhone a prezzi appetibili e a chi piace comprare i giocattoli al supermercato, ma anche alle grandi società manifatturiere, che hanno spostato la produzione di macchine, mobili e vestiti dal «vecchio» Occidente all’Oriente meno caro (e meno disposto a rispettare i diritti dei lavoratori).

   A livello macro-economico, il Dragone di Ferro aiuterà a rivitalizzare il commercio estero, la globalizzazione e, forse, la crescita del globo. Dopo anni d’espansione, il commercio mondiale è crollato negli ultimi anni, colpito da tensioni protezionistiche, rallentamenti economici e problemi geopolitici dagli Usa al Giappone, passando per l’Europa e l’America Latina.

   Le autorità mondiali sono preoccupate. L’Organizzazione per la Cooperazione e Sviluppo Economico ha detto di recente che la riduzione nel commercio internazionale potrebbe causare un «arresto cardiaco» nell’ economia mondiale. Christine Lagarde, la capa del Fondo Monetario Internazionale, ha attaccato i fautori del protezionismo proprio questa settimana. E i guru dell’Economist hanno dedicato l’edizione di questa settimana ad una difesa appassionata della globalizzazione.

   Una ferrovia, anche se lunghissima, non risolverà tutti questi problemi ma l’ambizione e la grandeur dell’iniziativa sino-olandese sono segni che le grandi potenze del pianeta non hanno abbandonato la speranza di continuare a crescere scambiandosi beni e servizi. Anche quando produttori e destinatari sono divisi da migliaia di chilometri.

   Ma guardando il percorso del treno della globalizzazione, Cina-Russia-Kazachistan-Polonia-Germania-Olanda, bisogna anche riconoscere la bellezza poetica di un’opera che trascende il proprio valore economico. Una mandria di «cavalli di ferro» al galoppo su praterie, steppe e deserti, che collega l’Oriente manifatturiero all’Europa dei consumatori ma anche le rispettive culture, storie e popolazioni.    A ben guardare, erano anni che aspettavamo il Dragone di Ferro sul binario 8. (Francesco Guerrera, condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe)

…………………………

IN TRENO DALLA CINA A ROTTERDAM: LA VIA DELLA SETA È UN BINARIO

di Cecilia Attanasio Ghezzi, da “la Stampa” del 30/9/2016

– La ferrovia voluta da Xi Jinping trasporta le merci in 15 giorni, contro i 40 via mare –

   Dalla Cina sudoccidentale all’Europa centrosettentrionale in quindici giorni via terra, invece che in quaranta via mare. È questa la nuova strada ferrata, lunga 8 mila chilometri, che permetterà a treni merci da 80 container, di spostarsi da Chengdu a Rotterdam, il più grande porto d’Europa che prova così a scalzare definitivamente Amburgo e Anversa.

   I due estremi della nuova strada ferrata diventeranno a loro volta due ulteriori snodi della ragnatela con cui le ferrovie (e le merci) cinesi stanno avvolgendo il mondo. Specie l’Eurasia, dove esiste una strategia ben precisa con tanto di slogan: «yidai, yilu», «una cintura, una via».    L’idea che ha caratterizzato la politica estera di Xi Jinping da quando si è insediato quattro anni fa, è quella di una «nuova Via della Seta» che sfrutti gli itinerari commerciali dell’antichità per spostare merci da un capo all’altro del continente euroasiatico e ricostruire i legami economici, politici, culturali tra le varie nazioni.

   Le merci dovranno tornare a viaggiare via mare e via terra sfruttando la nuova rete di infrastrutture che si va costruendo. Si tratta di porti, ferrovie, autostrade, gasdotti e oleodotti su un territorio che coinvolge 64 Paesi, il 70% della popolazione mondiale, il 75% delle riserve energetiche e il 55% del prodotto lordo globale. Secondo il Financial Times solo per i progetti già sulla carta saranno necessari 890 miliardi di dollari. E infatti sono già state costituite due banche che metteranno a dura prova l’egemonia della Banca mondiale: la Banca per gli investimenti nelle infrastrutture asiatiche (Aiib) e la Banca per lo sviluppo asiatico (Adb).

   Le sfide saranno moltissime, specie nei Paesi più instabili da un punto di vista politico. Ma nello specifico, per l’Europa, si tratta di una sorta di «rinascimento» delle ferrovie. La prima tratta è stata inaugurata il 6 ottobre del 2008 quando ad Amburgo è arrivato il primo treno che partiva da Xiangtan nella Cina centrale. Aveva impiegato 17 giorni, ma da allora tecnologia e velocità sono migliorate.

   Ormai ci sono almeno dodici città cinesi e nove europee collegate da strade ferrate transcontinentali. Varsavia è collegata a Suzhou, Lodz a Chengdu, Duisburg a Chongqing, Madrid a Yiwu e chi più ne ha più ne metta. Se continuano a costruire a questa velocità non ci vorrà molto prima che ognuna delle 27 regioni della Cina abbia un collegamento ferroviario diretto con una città europea. Bisogna considerare che l’Unione europea è il primo partner commerciale della Cina. Gli interscambi hanno superato i 600 miliardi all’anno e sono previsti arrivare a mille nel 2020.

   Quasi metà delle importazioni dell’Ue viene dalla Cina che rappresenta anche il suo secondo mercato. Al momento la maggior parte di questi treni tornano in Cina pressoché vuoti, ma non ci vorrà molto perché il trasporto ferroviario diventi un’alternativa economicamente appetibile anche per le aziende europee che vogliono affacciarsi al vasto mercato cinese.

   Spedire su strada ferrata non è più economico che spedire via mare, ma è molto più veloce. E pensare che la prima ferrovia fu costruita in Cina dagli inglesi a metà del XIX secolo. L’imperatore la trovò ingegnosa ma inutile. Oggi quello delle ferrovie è diventato il punto ricorrente degli accordi commerciali della Repubblica popolare con gli altri Paesi. E il premier Li Keqiang ha un nuovo soprannome: «Venditore di ferrovie». (Cecilia Attanasio Ghezzi)

……………………..

IL MONDO HA BISOGNO DI UNA CINA PIÙ INTEGRATA

di Romano Prodi, da “La Stampa” del 7/10/2016

– Pechino può favorire lo sviluppo globale attraverso il dialogo armonizzando allo stesso tempo la propria economia –

   Al termine di una conferenza presso la CEIBS (China Europe International Business School) di Shanghai, dove ho insegnato negli ultimi cinque anni, uno studente mi ha posto davanti alla difficile sfida di descrivere in tre parole che cosa mi aspettavo dal futuro della Cina. Era una domanda complicata soprattutto perché esigeva una risposta semplice. Ho riflettuto pochi secondi e poi ho risposto che mi aspettavo «a growing cooperative China», cioè una Cina che con la sua crescita contribuisce a dare una spinta positiva all’economia mondiale e che mette in atto il suo contributo alla crescita promuovendo il dialogo e la collaborazione con gli altri protagonisti della vita politica mondiale.

LA REAZIONE ALLA CRISI

Credo che una buona fonte per questa mia risposta siano stati proprio i lunghi colloqui avuti con i massimi responsabili cinesi durante un lungo periodo di anni, colloqui nei quali si cercava sempre di esaminare a fondo i cambiamenti del quadro politico ed economico mondiale e di tracciare i possibili scenari nei quali questi cambiamenti sarebbero potuti avvenire.

   Il primo punto di riflessione non può che essere la dimensione quantitativa e la rapidità con cui, nell’autunno del 2008, la Cina ha reagito di fronte alla crisi mondiale decidendo, con un’operazione senza precedenti, di iniettare nel sistema economico un’enorme quantità di risorse aggiuntive, pari a 4 trilioni di yuan, il che equivale ad oltre il 15% del Pil cinese di allora. La decisione era stata presa in un momento in cui grandi erano le preoccupazioni a Pechino perché per la prima volta, dopo tanti anni, il sistema rallentava vistosamente la propria crescita e per la prima volta, da decenni, milioni di disoccupati affollavano le stazioni ferroviarie delle metropoli costiere per tornare verso le campagne.

   Il piano di interventi straordinari si è concentrato verso un colossale programma di lavori pubblici (ferrovie, autostrade e altre infrastrutture), verso un inizio di rianimazione del sistema sanitario, nuovi investimenti nel sistema scolastico e sussidi agli acquisti delle abitazioni e dei beni di consumo. Si trattava di un’operazione complessa, dedicata a sostenere la domanda interna (in un momento difficile per le esportazioni) e a cambiare progressivamente i comportamenti dei cittadini cinesi da un’eccessiva propensione al risparmio verso l’aumento dei consumi.

   Considero questa decisione estremamente importante perché ha dato un contributo non trascurabile a contenere le conseguenze della crisi mondiale e, ancora più, perché ha costituito l’inizio di un riequilibrio del surplus cinese che è stato fondamentale per impedire che il perpetuarsi degli squilibri precedenti mettesse in crisi l’intero sistema economico mondiale. In effetti la percentuale del surplus economico cinese, pur rimanendo ancora in zona di sicurezza, è calata da oltre il 10% al 2,6% del Pil.

LE SFIDE

Nonostante questi indubbi risultati, i problemi da affrontare non erano e non sono certo secondari. Le sfide sono ancora tali e tante che, nonostante i successi ottenuti, i massimi responsabili della politica cinese continuano a definire la Cina come un paese in via di sviluppo. L’ancora grande percentuale di addetti che operano nel mondo rurale e la differenza di reddito fra le diverse aree del paese sono il segno di un cammino percorso a grande velocità, ma non ancora compiuto.

   A sottolineare la grandezza della sfida futura nessuno dei leader cinesi nasconde che, mentre la crescita delle zone costiere e nella maggioranza delle aree urbane è stata straordinaria, molte regioni rurali restano ancora arretrate e sottolinea con enfasi il fatto che quasi un decimo dei cittadini cinesi, nonostante i progressi senza precedenti, vivono ancora sotto la soglia di povertà stabilita dalle Nazioni Unite.

   Uno studio-analisi fatto da Stefano Cammelli sottolinea come i cittadini cinesi siano sempre più impegnati nello sviluppo politico e sociale del paese, come i diritti fondamentali e i loro interessi siano meglio protetti che in passato, ma mette anche in rilievo che le strutture politiche debbono essere grandemente migliorate.

   Un’analisi che ci porta direttamente verso i contenuti del dodicesimo piano quinquennale per gli anni 2011-2015, dedicato a completare in modo organico la strategia per il passaggio da un modello di crescita fondato sulle esportazioni e sugli investimenti a uno sviluppo più equilibrato attraverso una progressiva espansione dei consumi interni.

   La corsa dura ancora e vi sono buoni segnali che possa continuare anche in futuro, perché la direzione scelta era quella giusta e il livello di coesione sufficiente per permettere un progresso senza precedenti. Perché il cammino possa continuare fino al completamento della trasformazione totale della Cina è ora indispensabile che non si interrompa il processo di integrazione e di armonizzazione con l’economia internazionale.

LE PAURE

Ancora oggi succede che gli studenti mi chiedano quale potrebbe essere il futuro della Cina. Tuttavia quando ripropongo loro la necessità di una «growing cooperative China» capita talvolta che mi chiedano se questo significhi «subalternità» cinese nei confronti dell’Occidente anche nei prossimi anni.

   Dietro queste paure, nel comparire di un atteggiamento che potrebbe sembrare asservito, io individuo l’urgenza, la necessità di procedere più velocemente e meglio sulla strada dell’integrazione. Una volta di più dunque desidero confermare lo stesso augurio che ho espresso all’inizio di queste riflessioni: conto proprio di vedere, ancora per molti anni in futuro, una Cina che cresce in modo cooperativo. (Romano Prodi)

…………………………….

ADDIO AMERICA: GLI STUDENTI ITALIANI TROVANO L’AMERICA IN CINA

di Elisabetta Pagani, da “La Stampa” del 4/10/2016

-Pechino supera gli Usa come meta universitaria. Gli esperti: formazione inferiore, ma più chance lavorative –

   Trovano lavoro più facilmente dei loro colleghi (il 78,2% ha un’occupazione a un anno dalla laurea, mentre la media si ferma al 70,4%) e hanno stipendi più sostanziosi (1386 euro netti contro 1132, calcola AlmaLaurea). Gli esperti li descrivono «pragmatici» e attenti a ritagliarsi un posto nel mondo che cambia, e si sposta a Est. Chi sono? Gli italiani che decidono di svolgere un’esperienza di studio in Cina. E quanti sono? Sempre di più.

   Se solo 5 anni fa – secondo i dati dell’ambasciata della Repubblica Popolare in Italia – erano 3516, quest’anno sono circa 5600. E, sorpresa, se l’Europa – con Spagna, Francia e Germania – continua a occupare il podio delle mete preferite dagli universitari italiani, la Cina ha però scalzato gli Stati Uniti, diventando il primo Paese extraeuropeo di destinazione.

CRESCITA COSTANTE

Da un decennio il numero di studenti internazionali in Cina (la maggioranza arriva dall’Asia, seguono Europa e Africa) cresce al ritmo di un +10%, seppure con un rallentamento negli ultimi due anni. Nel 2015 – calcola il ministero dell’Istruzione cinese – erano 397.635 (e un milione circa i cinesi che hanno fatto il viaggio inverso). Terza destinazione universitaria globale dopo Usa e Regno Unito, la Cina, con l’obiettivo fissato di 500 mila presenze nel 2020, mira a superare Londra, complice anche la Brexit.

   «Oggi la Cina non è più un mondo altro – commenta Marina Timoteo, direttore di AlmaLaurea e dell’Istituto Confucio presso l’Università di Bologna – ma un attore sempre più integrato a livello globale nei flussi di mobilità degli studenti stranieri. Una spinta notevole, poi, viene dagli Istituti Confucio». Sono centri di lingua e cultura cinese creati e controllati dalla Repubblica Popolare che diffondono conoscenza sul Paese ed erogano borse di studio: sono 500 nel mondo, 12 in Italia, il primo proprio dieci anni fa, quando la Cina – a livello universitario – ancora non insidiava i «concorrenti». Nel 2005 gli italiani con in tasca una laurea e un’esperienza all’estero erano il 7,9%, tra loro lo 0,9% a Pechino (il 2,3% negli Stati Uniti): nel 2015 il, seppur lieve, sorpasso, con gli Usa al 2,8% e la Cina al 2,9. Gli italiani che decidono di fare un’esperienza in Cina provengono principalmente da lauree triennali (69%) e studi linguistici (71%), e sono donne (71%, dati AlmaLaurea).

   Ma perché studiare in Cina? Una scelta pragmatica, concordano gli esperti. «Le università cinesi non possono ancora competere con quelle occidentali, basta pensare che i figli degli accademici cinesi vanno a studiare all’estero – spiega Giovanni Andornino, docente di Relazioni internazionali dell’Asia Orientale all’Università di Torino e coordinatore di TOChina, unità di lavoro sulla Cina attiva presso l’ateneo -, ma stanno salendo negli indici internazionali. Si candidano ad essere attori importanti per le prossime generazioni, soprattutto in settori come architettura e tecnologia. Se si guarda al mondo del lavoro, la Cina è fra i Paesi che offrono più opportunità: è un pezzo importante del futuro e i ragazzi vogliono parteciparvi».

   Una scelta impegnativa, sottolinea, «perché non è un Paese semplice, sia dal punto di vista politico, visto che tutto è sottoposto a uno stretto controllo, sia ambientale, per i problemi di inquinamento. Ma in futuro ci sarà più domanda di Italia in Cina, da qui la scelta di questi ragazzi». Che, per lavorare in o con la Cina, devono impararne lingua e cultura. Come ha fatto Kavinda Navaratne, project manager di TOChina che ha alle spalle due esperienze a Pechino e Hangzhou: «Un programma di scambio con casa pagata e contributo spese. E alla fine la laurea nei due Paesi».

   Circa 40 mila studenti stranieri in Cina (erano 8500 nel 2006) ricevono borse di studio dal governo (a cui vanno aggiunte quelle delle università o degli Istituti Confucio), che lavora per migliorare servizi e offrire corsi in inglese. Sforzi e investimenti per ritagliarsi un nuovo ruolo da protagonista rispetto all’Occidente.

…………………………

LA LUNGA RINCORSA DI XI JINPING PER RESTARE AL POTERE A PECHINO

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 7/10/2016

PECHINO – C’è sempre una tazza di tè davanti a ognuno dei posti assegnati ai dirigenti cinesi nelle grandi riunioni. E mai come quest’anno bisognerebbe poter leggere nelle foglie del tè per indovinare il futuro politico della Repubblica popolare. Il 24 ottobre è stato convocato in un palazzo segreto di Pechino il Plenum dei circa 200 membri del Comitato centrale comunista, la sessione decisiva prima del XIX Congresso dell’autunno 2017 quando la consuetudine vuole che sia designato il nuovo probabile leader del Partito-Stato, l’uomo che nel 2022 dovrà (o dovrebbe) succedere a Xi Jinping.

   Le grandi manovre sono cominciate da tempo: dietro sorrisi enigmatici la lotta è feroce. L’anno prossimo intanto andranno in pensione 5 dei 7 membri del Comitato permanente del Politburo, tutti ad eccezione del Segretario generale nonché Presidente della Repubblica popolare Xi Jinping e del premier Li Keqiang.

   Dovrà ritirarsi un’altra mezza dozzina almeno dei 25 membri dell’ufficio politico. Il gruppo ristretto che guida la superpotenza cinese cambierà radicalmente volto. In Cina non ci sono libere elezioni e nemmeno votazioni palesi per le cariche del Partito-Stato, vale il principio del consenso interno, della designazione, e i giochi si fanno in riunioni e pre-riunioni come quella del Plenum che incominciato il 24 ottobre e dovrebbe concludersi il 27. In realtà le elezioni-non-elezioni cinesi durano molto più di quelle per la Casa Bianca.

   Da tempo circola la voce che Xi Jinping stia manovrando per assicurarsi i consensi che contano per restare al potere anche dopo il 2022, quando scadrà il suo secondo quinquennio da Presidente della Repubblica popolare: la Costituzione limita la presidenza a due mandati consecutivi, 10 anni in tutto, e Xi è al vertice dalla fine del 2012.

   Ma secondo le indiscrezioni raccolte a Pechino, non è stato avanzato alcun nome per la successione. Se ne sarebbe dovuto parlare ad agosto a Beidahie, la località di mare dove i dirigenti vanno a passare le vacanze tutti insieme, protetti da cordoni di militari e polizia segreta. Quest’anno a Beidahie Xi e compagni ci sono restati più del solito. Ma Xi non avrebbe affrontato il tema della successione.

   In questi quattro anni passati al vertice dell’Impero Xi ha raccolto molto più potere dei suoi predecessori, tanto quanto ne aveva avuto solo Mao Zedong, tanto prestigio internazionale quanto prima di lui era stato riconosciuto solo a Deng Xiaoping.

   E da mesi Xi si sarebbe impegnato in un’azione per rallentare il processo di selezione del «candidato», non per restare Presidente (anche se la Costituzione si potrebbe sempre cambiare), ma per mantenere dopo il 2022 la carica di Segretario generale del Partito, che è il vero centro del potere.

   Se questo è l’obiettivo, perché non parlare del nuovo presidente in pectore? Per non dare tempo al designato di costituirsi una base di consenso e poter magari sbarrare la strada al progetto di Xi. Non si vota come negli Stati Uniti, ma il concetto di «anatra zoppa», del leader destinato a lasciare la Casa Bianca, i cinesi lo conoscono bene.

   In questi mesi Xi si è dedicato a un rimpasto massiccio, cambiando quasi i due terzi dei capi nelle province dell’Impero: ovviamente ha piazzato molti uomini a lui vicini. Alcuni dei promossi sono destinati a entrare nel Politburo: circolano i nomi di Du Jiahao, 61 anni, mandato a governare lo Hunan, i «giovani» Wu Yingjie, 59 anni e Chen Quanguo, 60, inviati rispettivamente in Tibet e Xinjiang. Come si sono liberati nelle province 17 posti di vertice su 31 per far posto agli uomini di Xi? È una lotta fatta anche di arresti per corruzione ed espulsioni, come dimostra la cacciata in blocco di 45 deputati del Liaoning dall’Assemblea del Popolo di Pechino. L’accusa? «Frode elettorale», in un Paese dove nessun cittadino ha mai messo piede in un seggio. (Guido Santevecchi)

…….

NUOVO MAO O MISTER XI? IL POTERE È SUO

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 24/10/2016

– La sfida di Xi Jinping alla vecchia guardia: ora il nuovo Mao vuole il potere infinito –

PECHINO – Chiamatelo Xi Factor. Xi Jinping, il presidente della Repubblica Popolare e segretario generale del Partito comunista, vuole governare in eterno o giù di lì: come Mao Zedong.

   È vero, Xi ha già in canna la rielezione a presidente dell’anno prossimo, e la Costituzione vieta un terzo mandato: ma il nuovo Mao guarda già oltre. L’erede del Grande Timoniere sta cercando di restare appunto al timone facendosi rieleggere per la terza volta alla testa del partito. Che in realtà è il ruolo più potente della Cina: più ancora dell’onorifico presidente.

   E la sfida parte proprio oggi, 24 ottobre, apertura del sesto plenum. A rompere gli indugi è stato il mensile del Quotidiano del Popolo: il partito avrebbe bisogno davvero di un nuovo Mao e il segretario-presidente ha tutte le qualità per farlo, anzi dovremmo ormai deciderci a considerarlo «il pilastro della nostra leadership».

   Siamo già al culto della personalità? Non è l’unico segnale. Nella celebrazione per gli 80 anni della Lunga Marcia, festeggiata l’altro ieri in tv perfino durante il The Voice cinese, cominciato con lo sventolio di bandiere rosse, il comandante Xi l’ha detto chiaro e tondo: «Anche oggi ci aspetta una Lunga Marcia: per rafforzare la disciplina e la leadership del partito» – cioè lui stesso.

   È un piano perfetto: e semplicissimo. Mister Xi, l’ex ragazzo che si vide estromesso dal partito perché figlio di un dirigente travolto dalla Rivoluzione Culturale, oggi vuole solo prendere tempo: per uscire dal congresso del prossimo anno senza veri eredi, tenendo dunque aperta la porta per la terza consacrazione.

   E qui ci starebbe un brevissimo riassunto di catechismo per i non adepti. Dunque, negli equilibrismi cardinalizi dell’ultima grande chiesa comunista, il plenum che apre oggi è la cappella dove gli sfidanti rivelano i voti che porteranno al conclave dell’anno prossimo, che come da tradizione consacrerà il secondo mandato del papa laico: nessun leader dopo Mao ha governato meno di due turni, 10 anni in tutto, è sempre andata così.

   Ma secondo le regole della curia rossa, il congresso dovrebbe anche individuare un successore, nel segno della continuità e della stabilità della chiesa-partito. Ecco: è proprio questo – far emergere un volto nuovo – che Xi non vuole. Ma che cosa lo spinge, oltre alla sete di potere? E soprattutto: che speranze concrete ha? «Il momento è adesso», dice al Financial Times Bo Zhiyue, esperto di politica cinese alla Victoria University di Wellington.

   Anche perché dopo potrebbe essere già tardi. Sì, Xi è più forte che mai: ma il Paese? Gli americani si permettono di fargli passare la Settima flotta sotto il naso, Hong Kong sta per scegliere il primo leader eletto da un parlamentino dove gli anti- Pechino vanno a mille. Poi, certo, c’è sempre la Corea del Nord che gioca con l’atomica, e dal Tibet allo Xinjiang i focolai delle minoranze rischiano di trasformarsi in incendio inestinguibile. E per quanto ancora la Grande Muraglia della censura web riuscirà a isolare la Cina dal mondo?

   Ma è soprattutto l’economia a preoccupare, con la crescita del Pil inchiodata al 6.5%. Insomma, il lavoro è appena cominciato: e ha bisogno di una strategia di lungo corso. Del resto non lo diceva proprio Mao Zedong? «Grande è il caso sotto il cielo: quindi la situazione è favorevole».

   La situazione a lui favorevole il nuovo Mao l’aveva già costruita sbandierando la campagna anti-corruzione, celebrata questa settimana perfino da un serial tv, che gli aveva permesso di liberarsi dei suoi nemici più pericolosi, in testa l’ex astro Bo Xilai, finito in prigione.    Ma per una straordinaria coincidenza, l’uomo che presiede tutti i comitati che contano e per questo è soprannominato “il Presidente di Tutto”, si ritrova oggi nell’inedita posizione di chi può ridisegnarsi un gruppo dirigente a sua immagine e somiglianza.

   La magia si chiama “ qishang baxia”, che tradotto sarebbe “7 dentro, 8 fuori”, ed è un’altra delle regole non scritte secondo cui nel Politburo, il parlamentino comunista, e soprattutto nel Comitato permanente, cioè nel sancta sanctorum composto da soli 7 potentissimi, chi ha 67 anni o meno può restare, chi 68 deve scendere dall’altare. Ora, l’anno prossimo ben 5 cardinaloni sloggeranno. E indovinate chi sono gli unici due a non andare in pensione? Lui, Xi Jinping, 63 anni. E poi Li Keqiang, 61, l’attuale premier che in realtà era – e un po’ è rimasto – suo rivale.

   Come finirà? L’ha detto lo stesso Xi in una delle sue rarissime interviste: «Non è facile governare un Paese come questo. Devi riuscire a guardarlo da una certa altezza e nello stesso tempo a tenere i piedi ben piantati per terra». Chiamatelo Xi Factor: vedremo da oggi se l’uomo più potente dai tempi di Mao sta davvero salendo sempre più alto, i piedi sempre meglio piantati sulla sua Cina.

   I segnali di un culto della personalità alimentato da tv e giornali ci sono già tutti. (Angelo Aquaro)

…………………………..

HUNAN, LO SPECCHIO DELLA CINA CHE CAMBIA

di Rita Fatiguso, da “Il Sole 24ore” del 22/10/2016

– Nella provincia dove nacque Mao, tra cittadini in pellegrinaggio e tante aziende leader nel mondo –

   Ottanta anni fa, il 22 ottobre del 1936, la Lunga marcia guidata dal Grande Timoniere Mao Zedong ebbe la meglio sui nazionalisti del Kuomintang. La vittoria dell’Armata rossa, dopo tre anni di cammino dallo Jianxi allo Shaanxi, segnò la fine della guerra civile e aprì la strada alla fondazione della Repubblica popolare cinese.

   Lo spirito del chairman Mao, figlio dell’Hunan, aleggia ancora su questa provincia della Cina più interna e profonda, attaccata alle tradizioni, fiera dei suoi primati e, soprattutto, del suo figlio più amato, l’eroe della Lunga Marcia di cui oggi ricorre l’anniversario. Dal maiale brasato color rosso seta di cui era ghiottissimo, ai gadget, ai princìpi che spuntano nei discorsi dei manager delle aziende statali locali, allo stesso nome – diffusissimo –, c’è sempre un signor Mao dietro l’angolo a porgerti la business card.

   Qui tutto parla ancora di Lui, a partire dall’enorme busto che svetta nell’Isola degli aranci sul fiume Xiangjiang a Changsha, la capitale, le cui autorità hanno speso 60 milioni di dollari per la bonifica delle acque dai metalli pesanti. Mao è vivo nella memoria collettiva e il pellegrinaggio al mausoleo di Shaoshan, una modesta casa di campagna affacciata su un incantevole laghetto, non si è mai fermato.

   Un’eredità pesante che trapela dalla caparbietà con cui questa gente continua a battersi in nome del futuro glorioso della Cina, perché il rallentamento c’è e non si possono compromettere trent’anni di successi economici, bisogna sterzare su lavorazioni più innovative e meno inquinanti.

   I festeggiamenti in corso a Pechino, i discorsi commemorativi, le mostre al Museo della rivoluzione, sono lontanissimi da qui. Nell’Hunan, i cinesi non hanno mai smesso di marciare, e questa provincia è il test per capire se la seconda potenza mondiale è in grado di riprendersi e di far cambiare pelle al modello economico cinese oppure no.

   Non è facile. Lo smog secca i polmoni già all’arrivo a Changsha, qui si è appena insediato a capo del partito Du Jiahao, un fedelissimo di Xi Jinping, già Governatore della provincia, segno che l’Hunan è uno snodo strategico per chi vuol governare il Paese.

   Tutto è grigio, i palazzi, l’aria, sembra che una patina di polvere si sia posata dappertutto, per i cinesi è un buon segno, le macchine, le gru, le betoniere sono in piena attività.

   Ma è il ritmo della crescita che deve cambiare perché del successo economico non resti solo polvere grigia.

   Zhu Jin Hui è il numero due del Dipartimento della Propaganda del Comitato centrale del partito a Changsha: «Trent’anni fa – spiega – questa città era lunga appena un chilometro e larga tre, adesso non si vede la fine, stiamo per inaugurare la terza linea della metropolitana, gli abitanti sono già sette milioni e mezzo, questa è una città di seconda fascia, ma con aziende che contano e che vogliono contare ancora di più. Siamo lo snodo geografico della Belt and road initiative voluta dal compagno Xi Jinping».

   Dal 2000 al 2015 l’Hunan ha viaggiato alla velocità media annua del 9,5%, ma ci sono aziende che stanno vivendo sulla loro pelle il cambiamento ed è sulle loro spalle che ricade il peso di aiutare la Cina a trovare un posto in prima fila nel mondo.

   Zoomlion, ad esempio, non è un’azienda qualsiasi, Zoomlion è Changsha, molto più dell’acerrima rivale Sany. Il suo fondatore, Zhan Chunxin, nel 1992 ha inventato di sana pianta un gigante delle macchine per il movimento terra partendo dall’Università per lo studio delle costruzioni di Changsha e con un prestito di appena 500mila yuan, oggi è quotata a Shanghai e Hong Kong, dà lavoro a mezza città, nel 2014 ha fatturato 4,2 miliardi di yuan. Poi, la crisi mondiale e il rallentamento interno, nei primi sei mesi dell’anno 800 milioni di yuan sono andati in fumo, ora il peggio sembra essere passato e le perdite, in parte, riassorbite. Zoomilion ha iniettato nelle vene la tecnologia necessaria, come documenta nel suo Museo delle costruzioni, acquistando l’italiana Cifa, ora si apre un nuovo capitolo, un nuovo mercato, quello delle attrezzature usate, molti costruttori hanno chiuso i battenti, il business delle macchine tornate indietro per insolvenza è consistente.

   Ma per assorbire l’overcapacity c’è la Belt and road initiative, l’Hunan ha approvato un primo lotto di 66 progetti infrastrutturali e aziende come Zoomlion stanno lì, pronte a inserirsi nei programmi di sviluppo delle infrastrutture finanziate dalle banche multilterali, Aiib, Adb, Banca Mondiale, dal Pakistan alla Malesia. L’impegno a lungo termine è di ben 342 miliardi di yuan.

   «Dopo aver accusato i colpi dell’instabilità del Brasile o del Nord Africa bisogna pensare anche al mercato interno. Puntare alle macchine agricole e al settore ambientale, tanto che abbiamo acquistato un’altra società italiana, la Ladurner, specializzata nel trattamento dei rifiuti», dice Geoffrey Tao, vice general manager del trading internazionale di Zoomlion.

   Una sfilza di realtà cruciali per la Cina (e il mondo) ha sede nell’Hunan, e riflette le ambizioni della Cina che ospita il G20, incassa lo yuan nel paniere delle valute dell’Fmi e manda nello spazio satelliti avveniristici.

   Qui è nato il super computer Tianhe 1, ma anche il riso ibrido, e un giro tra le aziende avanzate è come andare su una giostra, da Beidou con la nuovissima tecnologia acchiappa droni all’expertise ormai consolidato delle locomotive elettriche di Crrc di Zhuzhou, al bullet train Maglev, agli elicotteri di Sunward a uso civile pronti a dilagare non appena lo spazio aereo sarà liberalizzato, alle stampanti 3D di Farsoon grazie alle quali i designer Exuberance di Shanghai hanno vinto due anni fa il premio del Salone Satellite a Milano, ai robot di Sinolight corporation che interagiscono con l’indotto automotive locale, nel quale opera lo stabilimento di Fca, arrivata qui anni fa come Fiat, oggi la joint venture è attiva nella produzione delle Jeep made in China.

   E ci sono i pannelli in cemento prefabbricato da spedire in Africa e Brasile, la logistica pesante di Tidfore che ha appena siglato un accordo chiave in Nigeria nel Cross River State per un porto da 3 miliardi di dollari. Chissà cosa direbbe Mao Zedong di questo Hunan di cui possiamo solo presumere gli esiti futuri. Salirebbe, questo è certo, anche lui sul ponte di vetro più grande al mondo inaugurato un mese fa sul Grand canyon di Zhangjiajie, tra le montagne immortalate dal film Avatar. E come le diecimila persone che lo visitano ogni giorno, guarderebbe giù nel vuoto, lottando con le vertigini, 300 metri più sotto. Anche su quel ponte abbiamo visto sventolare una bandiera rossa. (Rita Fatiguso)

…………………………..

AFRICA ORIENT EXPRESS INAUGURATA LA FERROVIA TRA ADDIS ABEBA E IL PORTO DI GIBUTI: 760 CHILOMETRI DI BINARI COSTRUITI E FINANZIATI DAI CINESI

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 9/10/2016

– L’ETIOPIA ritrova il mare, PECHINO guadagna una base –

PECHINO – Da questa settimana l’Africa orientale ha la sua prima linea ferroviaria completamente elettrificata. Collega Addis Abeba a Gibuti, è lunga 760 chilometri (656 in territorio etiopico) ed è stata costruita in tre anni e mezzo da un consorzio cinese a un costo di 4 miliardi di dollari circa, per il 70% finanziati da una banca di Pechino.

   Per l’Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, la grande opera è un balzo nel futuro, riduce i tempi di percorrenza tra la sua capitale e il porto di Gibuti sul Mar Rosso dai due o tre giorni che fino a ora si impiegavano su una vecchia strada a sole 12 ore. I treni percorreranno i 760 chilometri di tratta a una velocità massima di 120 km orari.

   C’era un senso di avvenimento storico alla nuova stazione di Addis Abeba per la partenza del primo convoglio, il 5 ottobre. La ferrovia in Africa è arrivata con gli imperi coloniali, che l’hanno usata per i loro scopi commerciali e di controllo militare del territorio.

   La nuova linea elettrificata corre accanto al vecchio collegamento costruito dai francesi nel 1917 quando Gibuti era loro e poi spentasi per mancanza di ammodernamento. «Aspettavamo da cent’anni», ha detto il presidente della Repubblica di Gibuti.

   Nonostante stia registrando una buona crescita, il 10,2% nel 2015 anche se quest’anno sconterà l’impatto di una gravissima siccità, l’Etiopia non ce l’avrebbe mai fatta da sola a costruire l’infrastruttura. Per questo è stato ben accolto l’intervento della Cina, il nuovo Impero che sta investendo centinaia di miliardi in Africa per aprirsi nuovi mercati e accrescere il suo peso geopolitico.

   La ferrovia Addis Abeba Gibuti è un miracolo cinese. Le locomotive arrivano da Pechino, i 300 vagoni sono stati assemblati in Etiopia con componenti portati dalla Cina. Ingegneri, capistazione, capitreno e responsabili dei servizi di bordo sono cinesi in divisa rossa e guanti bianchi.

   Al momento le Ethiopian Railways somigliano a una succursale delle ferrovie cinesi, fino alle uniformi del personale, dello stesso taglio di quelle che si vedono alle stazioni di Pechino e Shanghai. Per i prossimi cinque anni la gestione è stata affidata a un operatore cinese: il personale etiopico è affiancato per fare esperienza.

   La Cina continua a penetrare nell’economia e nel cuore dei governi africani, senza preoccuparsi troppo dei conflitti in corso e dei diritti umani: in Etiopia in queste settimane i gruppi etnici oromo e amhara hanno lanciato proteste contro il potere centrale in mano ai tigrini, la polizia ha reagito sparando e facendo una cinquantina di morti.

   La nuova ferrovia fa parte del grande piano geopolitico di Pechino in Africa: il governo di Gibuti ha concesso ai cinesi lo spazio per una base navale proprio di fronte a quella americana. La corsa non finisce qui: Pechino ha firmato i contratti per completare una linea ad alta velocità tra Mombasa in Kenya e Malaba, al confine con l’Uganda. E anche questo era un vecchio percorso risalente all’Impero, quello britannico, quando le locomotive andavano a carbone. (Guido Santevecchi)

……………………………..

REPORTAGE DA CHONGQING: DOVE NASCE LA FUTURA «NOMENKLATURA» CINESE

di Rita Fatiguso, da “Il Sole 24ore” del 15/10/2016

CHONGQING – L’ultimo incubatore della nuova classe dirigente cinese è la municipalità-monstre di Chongqing. Sorta dal nulla 20 fa, oggi ha 33 MILIONI DI ABITANTI, è l’emblema del miracolo economico cinese e l’ex fortino del segretario del partito locale, Bo Xilai, la prima testa rotolata tre anni fa nel cesto del neopresidente del partito Xi Jinping.

   Un plot degno di Shakespeare, con la moglie Gu Kailai condannata all’ergastolo per l’avvelenamento del businessman inglese Neil Heywood e il sodale capo della polizia, il mongolo Wang Lijun, reo di aver scoperchiato il vaso di Pandora degli intrallazzi chiedendo asilo al consolato Usa a Chengdu. Storie archiviate, apparentemente dimenticate.

   Nel 2017, anno del gallo nell’oroscopo cinese, scocca l’ora del grande rinnovamento.    Cinque dei sette uomini d’oro del Comitato permanente del Politburo (tranne il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang) lasciano per raggiunti limiti di età, al pari di molti papaveri dell’Ufficio politico del Politburo.

   Il processo di cooptazione è partito: anche Chongqing, terra di scandali e corruzione, può diventare il fiore all’occhiello del futuro della Cina. Xi Jinping, del resto, ha lavorato senza sosta al consolidamento della sua leadership – a partire dal 18° Congresso nazionale del partito che l’ha nominato nel 2012, una decina di componenti del Comitato centrale sono finiti sotto inchiesta e, di questi, sei sono stati condannati – ora deve rifondare il gruppo dirigente e le province amiche nella sua carriera politica si stanno rivelando importanti alleate. Tibet e Xinjiang hanno accolto, rispettivamente, Wu Yingjie e Chen Quanguo, mentre Du Jiahao è stato spedito nell’Hunan.

   CHONGQING, L’ULTIMA NATA TRA LE QUATTRO MUNICIPALITÀ AUTONOME (le altre sono PECHINO, SHANGHAI, TIANJN) si sta dimostrando non solo un hub economico esemplare in una fase di rallentamento dell’economia cinese, ma anche l’alleata più preziosa, un serbatoio di idee e di leader. Sì, proprio la città marchiata dallo scandalo di Bo Xilai, sta diventando, di questi tempi, il capolavoro politico di Xi.

   Dal 24 al 28 ottobre Pechino ospita il Plenum dei 200 membri del Comitato centrale comunista, la sessione che deve preparare il terreno del XIX Congresso che a fine 2017 formalizzerà il post era-Xi Jinping. Ebbene, «The CPC in Dialogue with the World» 2016, lo strumento di dialogo tra Partito comunista cinese e resto del mondo, un evento super blindato per pochi intimi, dedicato – quest’anno – alla governance globale, è stato organizzato proprio a Chongqing, la megalopoli che si snoda tra il fiume Yangze e il fiume Giallo e che continua a crescere a doppia cifra (11% nel 2015). Incontro al quale il Sole 24 Ore è stato invitato a partecipare, insieme a pochissimi altri media occidentali, osservatorio privilegiato di vecchi e nuovi leader, stelle cadenti e stelle nascenti del partito comunista cinese.

    Cartina di tornasole dei cambiamenti in corsa e della Cina che verrà.    Nella Diaoyutai di YASHOU (il vecchio nome di Chongqing) si intuiscono movimenti che entro l’anno si concretizzeranno in nuove posizioni. Una pedina estremamente importante, intanto, per la nomenklatura cinese e la mappa personale di Xi, è quella della propaganda.

   Liu Yunshan, che ha ceduto la carica a Liu Qibao, diventando il quinto uomo più importante della Cina, l’anno prossimo lascerà e il suo discorso a Chongqing ha lasciato trapelare una sorta di stanchezza di fondo. Huang Kunming, al contrario, classe 1956, dall’ottobre 2013 vice capo del Dipartimento della Propaganda del Partito Comunista Cinese, fidatissimo di Xi, avendolo seguito per tutto il Fujian e lo Zhejiang durante i suoi vari incarichi, è considerato un associato del New Zhejiang Army, la cordata di Xi. Potrebbe prendere il posto di Liu Qibao, pronto per la pensione. Huang è il teorico dei cinque concetti di sviluppo della Cina e, anche per questo, ha avuto l’onore di aprire la seduta plenaria dell’evento di Chongqing con un discorso estremamente rigoroso sull’apporto della Cina allo sviluppo della governance del Pianeta.

   Un altro Huang, Huang Qifan, classe 1952, è l’attuale sindaco di Chongqing, dal lontano 2010. Anche lui è di Zhuji, provincia dello Zhejiang. Si è fatto le ossa nella Pudong New Area di Shanghai nel 1993. Tra un incarico e l’altro a Shanghai Huang ha conseguito un Mba alla China Europe International Business School (Ceibs). Huang è un sopravvissuto, è stato sindaco con quattro segretari/imperatori: Guoqiang, Wang Yang, Bo Xilai e Zhang Dejiang, ma è stato anche l’ideatore e propugnatore del modello economico Chongqing. Orgoglioso di tutto ciò, ha ribadito nel suo intervento la valenza del modello sperimentato nella sua municipalità. Nonostante l’età anagrafica, si dice che Xi voglia farlo Governatore della Banca Centrale al posto di Zhou Xiaochuan.

   Infine, la “perla” Sun Zhengcai, dal novembre 2012 segretario del Partito Comunista di Chongqing. Sun è il più giovane tra i 18 componenti del Politburo del Partito comunista cinese, e uno degli unici due nati dopo il 1960, l’altro è Hu Chunhua, capo del partito del GuangDong, oggi meno lanciato ma non certo fuorigioco. Sun ieri ha aperto l’evento di Chongqing con un discorso da vero leader in cui ha propugnato il concetto dell’apertura della Cina al mondo come elemento innovativo.

   È un candidato promettente per i leader di sesta generazione del Partito Comunista, se andrà al potere nel 2022 dovrà reggere per un altro decennio. Dalla Scuola del Partito del Comitato centrale di Chongqing arriva anche il monito di Sun Wei contro la presunta “resistenza passiva” di alcuni funzionari, la sesta Sessione plenaria del Partito comunista istituzionalizzerà la lotta alla corruzione ma anche presenterà un report all’ufficio politico, sul tema.

   E su un altro lotto di corrotti del Comitato Centrale (Su Shulin, ex governatore del Fujian, il capo del partito del Liaoning Wang Min, l’ex commissario politico dell’aeronautica Tian Xiusi e l’ex sindaco di Tianjin Huang Xingguo) calerà la scure dell’anticorruzione. (Rita Fatiguso)

………………………….

PECHINO TRA BANGKOK E WASHINGTON

di Simone Pieranni, da “il Manifesto” del 14/10/2016

– Equilibri asiatici. Cina, Clinton e WikiLeaks: per Hillary Xi Jinping è migliore di Hu Jintao –

   Proprio nelle settimane scorse la Thailandia aveva fatto un grande favore alla Cina: il giovane Joshua Wong, simbolo delle proteste che nel 2014 misero in grave imbarazzo Pechino a Hong Kong, è stato rimandato nell’ex colonia britannica appena messo piede all’aeroporto di Bangkok. La giunta militare thailandese ha specificato che la decisione dipendeva dalla volontà di non volere in alcun modo creare problemi ad altre nazioni, ovvero a Pechino.

   Il gesto è stato subito visto come una importante mossa di Bangkok in direzione Cina, dato che la Thailandia è l’unico paese a non avere alcuna disputa territoriale con Pechino e pare non veda in modo troppo negativo un riavvicinamento al gigante asiatico, in chiara contrapposizione a una storica vicinanza agli Stati Uniti (specie durante la guerra del Vietnam).

   Insieme al comportamento di Duterte, presidente delle Filippine, questa scelta di Bangkok è stata letta come un’azione rilevante nell’area, dove si stanno giocando partite importanti.

   E Thailandia e Cina, come viene ricordato dopo la morte del re Bhumibol, hanno relazioni stabili da anni. Il re thailandese ha incontrato praticamente tutti i leader cinesi succedutisi negli ultimi anni. Il «link» tra i due paesi, in particolare, è rappresentato dalla figlia del re, la principessa Sirindhorn, che ha studiato a Pechino e parla in modo perfetto il mandarino. È lei ad aver annunciato tempo fa la sua traduzione del libretto rosso di Mao ed è lei che in un discorso all’Asia Society ha ricordato che la famiglia reale thailandese segue antiche tradizioni cinesi, come il ricordo degli antenati nel giorno del capodanno cinese.

   Ma tra Cina e Thailandia pesano anche gli investimenti economici fatti da Pechino, come ad esempio quelli in relazione alla costruzione di una ferrovia che dovrebbe unire i due paesi ed esercitazioni militari congiunte.

   Manovre che già nel 2015 avevano allarmato gli Stati uniti, poco convinti di questo avvicinamento della Thailandia alla Cina.

   E proprio dagli States, o meglio da WikiLeaks, sono arrivate importanti novità sul rapporto che potrebbe esserci nell’immediato futuro tra Clinton e l’attuale leadership cinese, nel caso la candidata democratica superi Donald Trump nel confronto presidenziale. Hillary non ha mai fatto mistero di apprezzare poco l’ex presidente Hu Jintao. Già nel suo libro di memorie aveva specificato che la personalità di Hu era da considerarsi inferiore tanto a Jiang Zemin, quanto a Deng Xiaoping.

   Il rilascio da parte di WikiLeaks delle mail del responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton ha finito dunque per fornire un ottimo spunto di analisi. In questo caso Hillary si esprime sulla Cina nel corso di alcune conferenze. Xi Jinping viene lodato in quanto capace di puntellare il proprio potere nel giro di pochissimo tempo.

   E secondo la candidata democratica Xi Jinping ha avuto un merito in più rispetto al suo predecessore: ha saputo conquistare fin da subito il vertice dell’esercito di liberazione. In questo modo, secondo Hillary, il Pla e il paese hanno una stessa guida, evitando così una dicotomia rischiosa per quanto riguarda gli interessi degli Stati uniti.

   Analogamente l’attuale rivale di Trump alla carica di presidente degli Usa riconosce l’assertività cinese – e le sue ragioni – nel mar cinese meridionale. Se loro chiamano quel mare «cinese», spiega Clinton, noi possiamo chiamare il pacifico «mare americano». Una provocazione che nasconde in realtà una visione molto lucida delle problematiche dell’area. Clinton ribadisce che al riguardo gli Usa non possono permettersi una Cina capace di soffocare il commercio internazionale nell’area, pur intravedendone le motivazioni. Clinton dunque probabilmente potrà instaurare con Xi un rapporto più empatico rispetto a Obama, ma non muterà certo la strategia di «pivot americano» in Asia. (Simone Pieranni)

…………………………..

SE LO YUAN DEBOLE NON CONVIENE AI CINESI

di Giuliano Noci, da “il Sole 24ore” del 14/10/2016

   Sbaglia chi guarda al calo dell’export cinese come a un segnale ulteriore della fine di una luna di miele con la crescita che ha segnato gli ultimi 25 anni. Commette, a mio avviso, un errore anche chi ritiene probabile un percorso di svalutazione del renminbi; la Cina non può permetterselo sia da un punto di vista strategico che economico.

   Da un lato, infatti, occorre considerare l’entrata dello yuan nei Diritti Speciali di Prelievo: un fatto simbolicamente molto rilevante per l’ex Impero di Mezzo, che riduce la convenienza di comportamenti opportunistici orientati alla svalutazione del Renminbi.

   Dall’altro, una moneta debole non è conveniente per una Cina che comunque dovrà sempre più importare tecnologia dall’esterno per favorire un processo di trasformazione industriale fortemente orientato verso l’automazione e la produttività. Nel complesso, sbaglia dunque chi guarda a questa contrazione con uno sguardo “da fuori”, tradizionale – la lente del solo export – senza cioè considerare il cosiddetto New Normal, ovvero la trasformazione sociale, economica e industriale in atto in Cina.

   Una trasformazione che punta tutto sulla possibilità di aumentare il valore aggiunto dei prodotti cinesi, l’adozione sempre più massiccia di tecnologie digitali e una crescita sempre più consistente dei consumi interni. E che vede nell’esplosione dell’e-commerce e nell’espansione della classe media le due principali rampe di lancio che hanno proiettato la Cina, ed il suo 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, nel pieno boom della domanda interna, che ancora oggi cresce a due cifre.

   Non si tratta di un cambiamento astratto. Un paio di esempi per tutti: in primo luogo l’adozione del piano Made in China 2025, la versione in salsa cinese del nostro programma Industry 4.0 che prevede centinaia di miliardi di dollari di investimento a sostegno del sistema industriale; in questi giorni, poi, sono state varate d’altro canto ben 26 misure volte a supportare la crescita degli investimenti privati, a migliorare i servizi finanziari nonchè a rendere più efficaci i servizi erogati dalla pubblica amministrazione alle imprese.

   Tutto questo non vuol dire che il quadro sia solo positivo; permangono, ad esempio, “lacci e lacciuoli” regolatori a frenare lo straordinario slancio dei consumi interni che – secondo la China National Tourism Administration – hanno visto mobilitare circa 600 milioni di turisti interni nel solo ponte del National Day dell’1 ottobre facendo registrare una spesa di circa 500 miliardi di yuan (74,97 miliardi di $).

   Sono, in particolare, i governi locali ad assumere in taluni casi decisioni dissonanti rispetto ai dettami del Piano Quinquennale: si tratta di azioni volte a limitare i gradi di libertà di operatori economici di settori specifici e/o a limitare le linee di finanziamento in taluni segmenti target. È questa la logica conseguenza dell’assetto amministrativo della Cina: il paese più federale al mondo in termini di autonomia concessa alle singole province. Serve dunque, probabilmente e quasi paradossalmente, un maggiore allineamento rispetto ai dettami del Piano Quinquennale. (Giuliano Noci)

……………………………

PER IL DRAGONE CINESE È L’ANNO DELLA FRENATA: L’EXPORT GIÙ DEL 10%

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 14/10/2016

– Il deprezzamento dello yuan non basta a recuperare vendite in Usa e nella Ue –

PECHINO – Crolla l’export, scende l’import, salgono solo i prezzi delle case che stanno gonfiando la nuova bolla: che cosa succede alla seconda economia del mondo? La frenata della Cina che pesa su tutte le Borse significa una cosa sola: che l’uscita dalla Grande Recessione ha imboccato una curva pericolosa. Se si ferma Pechino, che le previsioni dell’Fmi inchiodano al 6,6% di crescita quest’anno e al 6,2% il prossimo, è finita.

   Del resto il 10% in meno dell’export di settembre, il sesto segno negativo di seguito, si aggiunge al 2,8% patito ad agosto. E la caduta dell’import dell’1,9% è forse anche più preoccupante se confrontata all’aumento dell’1,5% sempre del mese precedente. Non che ci si aspettassero chissà quali numeri: la domanda mondiale è bassa e dalla Brexit, ai dolori delle banche europee, alle elezioni Usa basta puntare un dito sul mappamondo per individuare un focolaio di incertezza. Ma i problemi della Cina sono almeno tre. C’è la sovracapacità industriale: si produce così tanto che non si cresce all’estero nemmeno vendendo neppure sottoprezzo.

   Le imprese private continuano a tirarsi indietro: gli investimenti crescono appena del 2,1% e non basta che poi lo Stato metta sul piatto quello che manca (più 21,4% nello stesso periodo) perché pure in Cina i privati contano per il 60% del Pil e garantiscono l’80% dell’occupazione. E poi c’è la maledizione del debito. Che è cresciuto del 465% in dieci anni e adesso vale il 169% del Pil. Sono 18mila miliardi di dollari, quanto tutti gli asset di tutte le aziende a comando statale.

   Aggiungendoci la febbre di un mercato immobiliare in aumento da 13 mesi, con una media nazionale del 10% e il picco del 30% a Shanghai, il crac prossimo venturo è già qui. Perfino Wang Janglin, l’uomo più ricco della Cina, patron di Wanda, l’impero multimediale partito proprio dal real estate, lancia l’allarme sulla “grande bolla”.

   Il governo accelera sulla riforme, ma alleggerire il debito permettendo il debt-swap, introdotto questa settimana tra mille dubbi, non rischia di costringere le banche a ingoiarsi quote azionarie di aziende ormai zombie? Non basta più neppure il trucco dei 50 giorni, tempo che gli analisti considerano passi tra un deprezzamento dello yuan e l’altro: sarebbe questa la forza della moneta che dal 1 ottobre è nel basket nobile dell’Fmi?

   Il valore perduto nei confronti del dollaro in un anno è del 3,62% (ora a 6,72), ma l’export negli Usa è comunque crollato dell’8,1% e quello Ue del 9,8%. Speranze? Per tutti una sola: che la Cina, frenando, non inchiodi. (Angelo Aquaro)

…………………….

LA NUOVA TRANSIZIONE DELLA CINA: IL PIANO QUINQUENNALE GUARDA ALLA STABILITÀ ECONOMICA PIÙ CHE AI CONSUMI

di Stephen Roach, da “il Sole 24ore” del 11/4/2016

   A differenza dell’Occidente la Cina prende la strategia economica molto sul serio. Lo si è visto molto chiaramente al recente Forum per lo sviluppo economico della Cina (Cdf) svoltosi a Pechino. Si tratta di un vertice ai massimi livelli che si tiene ogni anno dal 2000, al termine del Congresso annuale del Partito nazionale popolare. Voluto in origine dall’ex premier Zhu Rongji – uno dei riformisti più attenti alla strategia della Cina moderna –, il Cdf è diventato in poco tempo una piattaforma di alto livello per attivare sinergie tra i massimi responsabili politici cinesi e una sfilza di accademici, funzionari stranieri e leader aziendali internazionali. In sostanza, si tratta di uno stress test intellettuale che obbliga la leadership cinese a difendere le strategie e le politiche formulate di recente davanti a un pubblico esigente e rigoroso di esperti stranieri.

   Non è sempre facile estrapolare un unico messaggio da un evento di questo tipo, specialmente perché il Cdf, un tempo vertice alquanto riservato, si è trasformato in un evento dalle dimensioni e dai costi esorbitanti alla stregua di Davos, con oltre 50 sessioni articolate in tre giorni. In ogni caso, avendo assistito a 16 dei 17 incontri (a esclusione del primo), mi sono fatto l’idea che il Cdf di quest’anno sia stato particolarmente ricco di implicazioni strategiche per le enormi sfide economiche alle quali la Cina dovrà far fronte. E, da quello che ho visto, l’ovvio problema che si preferisce ignorare è quello dell’identità centrale stessa del modello economico cinese, in particolare se tale modello debba essere imperniato sull’offerta oppure sulla domanda. Il miracolo dello sviluppo trentennale della Cina – una crescita reale del Pil annuo del 10% dal 1980 al 2010 – in definitiva si deve alla bravura del paese a imporsi in qualità di produttore finale. La Cina ha goduto di un potente dinamismo che non ha uguali, trainato dal settore manifatturiero e da quello dell’edilizia.

   Tuttavia il modello imperniato sulla produzione non è stato la ricetta decisiva per concretizzare le aspirazioni cinesi a diventare entro il 2020 una società moderatamente prospera. Questa realizzazione è stata messa in secondo piano dalle critiche degli ormai famosi “Quattro UN” (dalle iniziali delle rispettive parole inglesi) profferite dell’ex presidente Wen Jiabao, che nel 2007 correttamente aveva predetto che il modello basato sulla produzione era «sbilanciato, instabile, scoordinato e insostenibile». Ovviamente, queste erano parole in codice per alludere a risparmi sproporzionati, investimenti sovrabbondanti, richiesta di risorse a tempo indeterminato, degrado ambientale e crescenti disparità di reddito. Un nuovo modello si rendeva dunque necessario non soltanto per scongiurare simili insidie, ma anche per evitare la temibile “trappola del reddito medio” che abbindola le economie a rapidissimo sviluppo quando raggiungono quella soglia di reddito alla quale la Cina si va rapidamente avvicinando.

   La critica di Wen ha innescato un acceso dibattito interno sfociato nella decisione strategica di riequilibrare l’economia cinese orientandosi verso un modello basato sui consumi, così come è stato messo a punto dal Dodicesimo Piano Quinquennale per il periodo 2011-2015. Questo nuovo approccio si è basato su tre componenti fondamentali: uno spostamento verso i servizi per dare rinnovato slancio alla creazione di posti di lavoro; un’accelerata urbanizzazione per aumentare i salari reali; una rete di sicurezza sociale più robusta per offrire ai nuclei famigliari cinesi la sicurezza necessaria a distogliere i loro nuovi redditi da un risparmio improntato all’eccessiva cautela e a convogliarli in consumi discrezionali.

   I risultati del Dodicesimo Piano Quinquennale appena giunto al termine sono strabilianti. Questo percorso, tuttavia, è lungi dall’essersi concluso. Se gli obiettivi della Cina al riguardo di servizi e urbanizzazione sono stati raggiunti con ampio margine, i risultati finali si sono rivelati insufficienti, perché non sono riusciti a creare una rete di sicurezza sociale più robusta (ovvero finanziata in toto). Di conseguenza, i consumi personali sono aumentati di pochissimo, passando dal 35% del Pil nel 2010 a solo il 37% circa nel 2015.

   Malgrado l’operazione incompiuta di ribilanciamento verso i consumi, sembra che di questi tempi la Cina stia abbracciando ulteriori cambiamenti nella sua basilare strategia economica – spinta da una vasta gamma di “iniziative sul fronte dell’offerta”. Quell’enfasi è stata formalizzata nel recente “Work Report” del primo ministro Li Keqiang, che ha presentato la nuova strategia del Tredicesimo Piano Quinquennale (relativo al periodo 2016-2020) appena reso noto. Nell’individuare gli “otto compiti prioritari” per il 2016, Li colloca le riforme sul versante dell’offerta al secondo posto, subito dietro l’attenzione che il governo dovrà dare alla stabilità economica per contrastare il rallentamento della crescita nel paese. Al contrario, l’importanza data alla necessità di accrescere la domanda interna – da tempo l’obiettivo principale della strategia di ribilanciamento cinese basata sui consumi – è stata retrocessa al terzo posto di quella che il governo chiama la sua agenda di lavoro.

   In Cina, dove i dibattiti interni sono meticolosamente preparati in anticipo, nulla accade per caso. Nel discorso inaugurale che ha fatto al Cdf di quest’anno, il vice primo ministro e membro del Comitato permanente del Politburo Zhang Gaoli ha sottolineato l’esigenza di dirigere iniziative imperniate sull’offerta verso il “grande pericolo” cinese. Del ribilanciamento trainato dai consumi, invece, si è fatta menzione soltanto in modo sporadico.

   Forse sono troppo cavilloso. Dopo tutto, nell’equazione della crescita ogni economia deve concentrarsi sia sul versante dell’offerta sia su quello della domanda. Nondimeno, questo cambiamento di attenzione – nel Tredicesimo Piano Quinquennale come pure nel dibattito nazionale e nei messaggi lanciati al Cdf – mi pare un segnale importante. Temo che possa stare a indicare un allontanamento prematuro dal modello imperniato sui consumi e il tentativo di tornare a un modello imperniato sulla produzione, che rappresenta un ambiente sicuro per la Cina e che da tempo ha ricevuto i favori della progettazione industriale e della pianificazione centrale.

   La strategia è il più grande punto di forza della Cina, ciò che conferisce credibilità al suo impegno nei confronti della trasformazione strutturale. Tuttavia, affinché in Cina emerga e si affermi la domanda dei consumatori resta ancora molto da fare. Di sicuro, si tratta di una sfida non indifferente. In ogni caso, ridurre l’attenzione data all’impegno strategico potrebbe invitare a rimettere in discussione lo spostamento essenziale dell’identità economica di fondo della Cina, che oggi si rende in ogni caso necessario. (Stephen Roach, traduzione di Anna Bissanti)

…………………………..

LA CARICA DEI BIMBI VENUTI DAL PASSATO: LA CINA SCONGELA ANNI DI EMBRIONI

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 12/10/2016

– I medici specializzati sono chiamati a ovviare al tasso di infertilità che è salito al 12 per cento Le cliniche ricevono 500 visite al giorno: un terzo sono vecchie pazienti per i loro “depositi” – Finito il divieto che imponeva il figlio unico è partita la corsa nei laboratori per le fecondazioni “tenute in freezer” – E così molte famiglie realizzano il sogno: un bebè venti anni dopo –

PECHINO. L’anno in cui nacque la signorina Huang alla guida della Cina c’era ancora Jiang Zemin e Bill Clinton rischiò di perdere la Casa Bianca per la vergogna del caso Lewinsky. Ma se avete indovinato che anno era, cioè il 1998, avete comunque sbagliato. Perché l’anno in cui è nata la signorina Huang è invece questo: il nostro. Anno 2016. È il miracolo dei bambini venuti dal passato. Centinaia di migliaia di cinesi, liberate dalla schiavitù del figlio unico, coronano il sogno rimandato per troppo tempo. Ma per tante si tratta di un ritorno al futuro.

   Prendete la signora Li. A 24 anni aveva avuto il primo e, pensava, unico figlio. Era il 2004, s’era ritrovata a congelare gli embrioni per sottoporsi alla fecondazione in vitro. Da allora ha messo da parte tre yuan al giorno, meno di 50 centesimi, per pagare i mille del “deposito” annuale all’ospedale Tangdu di Xi’an, Shaanxi. Finché l’anno scorso, allo scoccare della fine del divieto, non è tornata a bussare all’ospedale. «La percentuale di successo dai noi è del 40%» spiega il direttore della clinica, Wang Xiaohong, all’agenzia governativa Xinhua «per questo i medici spesso impiantano due embrioni alla volta ». La fecondazione del 2003 aveva portato 12 embrioni, 5 usati nella prima maternità,7 spediti in freezer, 3 dei quali sopravvissuti allo scongelamento, i migliori 2 sono stati impiantati: e uno solo è diventato, nel febbraio di quest’anno, l’ennesimo bebè nato dal passato.

   I numeri sbandierati dall’ospedale di Xi’an possono essere gelidi come tutte le statistiche di Stato. Ma dietro ai 100mila embrioni conservati dal 2003, e i 27mila già scongelati, ci sono le storie di 4293 bambine e bambini: e di altrettante famiglie che oggi sorridono. La Cina è giustamente orgogliosa dei progressi fatti da quando scodellò anche lei la sua Louise Brown: era il 1988 e la prima cinese nata in vitro si chiamava Zheng Mengzhu. Altri tempi: allora, la tecnica era una dimostrazione di forza scientifica. Oggi i maghi della fecondazione assistita sono chiamati a ovviare al tasso di infertilità che è salito al 12%, e riguarda ormai più di 40 milioni di persone, mentre perfino il partito comunista di Yichang, la città che fu simbolo del figlio unico, suona l’allarme: contrordine compagni, crescete e moltiplicatevi.

   Peccato che la corsa al secondo figlio, spinta dalla tecnica, apra anche scenari fino a ieri impensabili. Zheng Lili, 45 anni, infermiera in un ospedale militare di Pechino, ha già un figlio di 20 anni, Wan Donglai, che va all’Università. Lili ha sempre sognato un altro bimbo e insieme al marito ha avviato gli esami per la fecondazione appena il governo ha tolto i divieti. Cioè, appena. «Ci abbiamo messo un anno per convincere Donglai: proprio non voleva saperne di un bambino per casa» ci racconta. Il terremoto che può provocare l’arrivo di un fratello con una differenza d’età così è immaginabile a ogni latitudine. In una società complicata come quella cinese lo è ancora di più. Dopo il boom dei Piccoli Imperatori, i figli unici nati dai genitori che per concentrarsi sul lavoro ne hanno rimandato l’arrivo il più possibile, chi si occuperà dei Figli venuti dal passato quando mamma e papà saranno troppo anziani?

   L’interrogativo, finora, sembra preoccupare più i figli che i genitori. «Da quando i divieti sono saltati, il numero dei pazienti è cresciuto» dice a China Daily Wang Lu, medicina riproduttiva, Ospedale del Popolo di Henan. «A volte riceviamo anche 500 visite al giorno. E un terzo sono vecchie pazienti che ci chiedono dei loro embrioni depositati». Anche la bambina arrivata dal 1988 in fondo è nata così. Huang Qiong, 27 anni, le aveva provate tutte prima di arrendersi insieme ai medici della Fudan University, Shanghai, dopo tre sfortunatissimi impianti: la creatura non ne voleva sapere. Ma è stato comunque l’addio al figlio unico a risvegliare le sue speranze. Una coppia di amici, pure loro avanti con l’età, è riuscita ad avere due gemelli. E allora anche Qiong è tornata, come tante cinesi, a bussare all’ospedale che aveva continuato a custodire i suoi sogni. Il resto è cronaca.

   Fino a quell’interminabile “ueeeeee” un pianto lungo 18 anni, che la bambina venuta dal passato ha regalato a un mondo senza più limiti: tantomeno d’età. (Angelo Aquaro)

………………………..

SPIELBERG, IL GRANDE PATTO CON LA CINA

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 10/10/2016

– L’annuncio: il gruppo Alibaba di Jack Ma entra nella società di produzione del regista Usa –

PECHINO – È Hollywood che sbarca a Pechino o Pechino che invade Hollywood? Il matrimonio tra Steven Spielberg, il regista di E. T. e tanti successi da Oscar, e Jack Ma, il padrone di Alibaba, è già storia, e non solo del cinema.

   I termini non sono ancora noti ma è Alibaba Pictures Group entrerà in Amblin Partners, la società del regista che ha inglobato la mitica Dream-Works, fondata vent’anni fa per liberare Hollywood dalla schiavitù delle major e poi travolta da una serie di vicissitudini finanziarie.

   Oggi, finalmente, il regista di Amistad, il film che raccontava la tratta degli schiavi, ha spezzato le catene: grazie ai miliardi dei cinesi che siederanno nel consiglio d’amministrazione soccorrendo una creatura che si regge su 800 milioni di prestiti. «Possiamo portare più Cina in America e più America in Cina», ha detto Spielberg volato a Pechino per l’uscita di Il GGG – Il grande gigante gentile, il film tratto dal romanzo di Roald Dahl, che però al botteghino Usa non è riuscito a recuperare i costi. «Io non vedo nessuna differenza di valore tra Oriente e Occidente», gli ha risposto il suo salvatore: «A parte il fatto che l’Occidente sa raccontare le storie meglio».

   All’Oriente toccherà soltanto venderle? Non proprio. Il mercato cinese è già il secondo al mondo dietro agli Usa, 6,8 miliardi di dollari contro 11,1, con il piccolo particolare che l’America rallenta mentre qui siamo balzati del 49%. L’accordo prevede adesso la realizzazione «tra i 6 e i 9» film all’anno: destinati al mercato cinese, ma anche a quello Usa. Per il re dell’Amazon made in China è un sogno che si avvera. «È stata Hollywood a darmi un sacco di ispirazione», aveva detto al principe della tv americana Charlie Rose. «E il cinema è la cosa migliore che c’è per aiutare i cinesi a crescere». Proprio quello che teme il Congresso Usa, che in questi giorni sta pensando a regolamentazioni più severe per impedire che Pechino si infiltri in settori a rischio per la sicurezza nazionale: media, telecomunicazioni, aerospaziale.

   La sfida dell’ex prof di inglese diventato paperone (28.9 miliardi di dollari) è anche un pugno nello stomaco di Wang Jianlin, l’ex palazzinaro oggi a capo dell’impero di Wanda che gli ha soffiato il primato di uomo più ricco di Cina: 33.3 miliardi di dollari. Wanda possiede la più grande catena di cinema al mondo (compresi gli americani Amc) e dopo aver realizzato un accordo miliardario con Sony ora è in trattativa per comprarsi la Dick Clark Production che realizza i Golden Globe. La storia della rivalità tra Jack e Jianlin è un pezzo di storia della Cina di questi anni: anche per le accuse rivolte a entrambi di aver fatto carriera all’ombra della politica. L’uomo che sogna i Golden Globe è stato premiato con vari riconoscimenti di partito. L’uomo che adesso è in affari con il regista pluri-Oscar è amico del presidente Xi Jinping da quando entrambi erano due giovani emergenti e sconosciuti. Chi l’avrebbe mai detto: in quella lontana provincia di Zhejiang l’imprenditore lanciava la sua start up mentre il funzionario di partito chiamava a investire Motorola, McDonald’s, Citibank.

   Sembra una storia da film: appunto. Dalla DreamWorks di Spielberg al “China Dream” che è diventato lo slogan di Xi? «Il film che ho amato di più», ha confessato Jack, «è Forrest Gump. Lì ho imparato una cosa fondamentale per il mio business. Ricordate il suo slogan? Non arrendersi mai». C’era anche quell’altro, di slogan: stupido è chi lo stupido fa. Spielberg e gli altri sono avvisati: Telefono, Cina, essì che è Pechino che invade Hollywood. (Angelo Aquaro)

…………………………..

LA CINA SVALUTA LO YUAN AI MINIMI DA SEI ANNI

da “il Sole 24ore” del 10/10/2016

   Lo yuan tocca i valori minimi da sei anni sul dollaro nel corso della seduta di oggi, alla riapertura delle Borse cinesi dopo la settimana di festività per l’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La People’s Bank of China ha fissato la parita’ del renminbi, altro nome della valuta cinese, sul biglietto verde a quota 6,7008, in calo di dello 0,3% rispetto all’ultima apertura, e per la prima volta dal luglio scorso al di sotto della soglia psicologica di 6,7 sul dollaro.

   Lo yuan aveva chiuso a quota 6,6745 il 30 settembre scorso, ultimo giorno di contrattazioni prima della pausa. La valuta cinese può oscillare con un margine giornaliero del 2% attorno a questo valore, che è il minimo dal settembre 2010.

   Per gli analisti, il deprezzamento della valuta cinese era prevedibile, soprattutto dopo la inclusione del renminbi nel paniere dei diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, effettivo a partire dalla inizio di ottobre. Nel corso della seduta, lo yuan si è deprezzato fino a quota 6,7051 sul dollaro, al tasso di cambio più basso da settembre 2010, prima di riprendersi e risalire a quota 6,7020. La banca centrale aveva annunciato venerdì scorso un nuovo calo di 19 miliardi di dollari nelle riserve in valuta estera a settembre, oggi a quota 3166 miliardi di dollari, dopo il calo record di agosto per sostenere la valuta cinese, quando le riserve in valuta estera erano scese ai minimi dal 2011.

………….

CAIXIN, CINA: PIÙ FIGLI, MENO SICUREZZA

da INTERNAZIONALE del 8/10/2016

   Le carenze del sistema sanitario cinese, che non è stato in grado di adeguarsi alla politica del figlio unico, stanno facendo aumentare la mortalità materna. Secondo la commissione per la pianificazione familiare, nei primi sei mesi del 2016 ci sono stati 18,3 decessi legati alla gravidanza o al parto ogni 100mila nascite, il 30,6 per cento in più rispetto a un anno fa.

   L’aumento della mortalità materna è dovuto probabilmente alla fine della politica del figlio unico, abbandonata nell’ottobre del 2015 dopo trent’anni dalla sua introduzione, scrive Caixin. Sono infatti sempre più numerose le donne sopra i 35 anni che decidono di avere un secondo figlio ma che non ricevono assistenza adeguata, anche per la carenza di pediatri e ostetriche. La Cina ha abbandonato la pianificazione familiare anche per motivi economici: la popolazione invecchia e servono giovani per sostenere la crescita. Nel 2016 le nascite sono aumentate del 6,9 per cento. Nel 40 per cento dei casi si tratta di secondogeniti.

……………..

COSÌ CAMBIA L’INTERESSE CINESE PER L’ITALIA

di Marco Nicolini, da “il Sole 24ore” del 3/10/2016

   L’interesse dei potenziali investitori cinesi in Italia si è focalizzato nell’arco degli ultimi dieci anni principalmente su società o asset le cui caratteristiche consentissero una successiva esportazione e impiego in Cina. L’investitore cinese si poneva tipicamente come potenziale partner sinergico dell’impresa italiana. Lo scenario che si poteva trovare evidenziava da una parte l’esistenza di premium assets il cui sviluppo era talvolta ostacolato da temi dimensionali tipici del sistema delle imprese in Italia e da una certa difficoltà di accesso alla liquidità per perseguire ambiziosi programmi di espansione, in aggiunta alla spesso inevitabile assenza dei contatti necessari. Allo stesso tempo, però, si assisteva a un potenziale nuovo mercato in crescita di enormi dimensioni, interessato allo sviluppo e alla distribuzione di tali asset, unito a una generale disponibilità di capitali per investimenti.

   Negli ultimi anni si è assistito a un cambio di trend di investimento, più focalizzato verso le effettive qualità e caratteristiche peculiari dei target. Dal punto di vista dei settori, a quelli più tradizionali come il mondo del lusso e delle tecnologie industriali si è aggiunto nel corso degli anni un progressivo focus verso settori come quello alimentare e delle tecnologie in materia ambientale, probabilmente anche in conseguenza del mutato contesto e da nuove esigenze interne.

   Un trend ancora più recente, che sembra cominciare a delinearsi negli interessi di investimento sembra poter essere quello volto all’acquisizione di assets non solo finalizzati al successivo impiego in Cina, ma che invece consentano un’effettiva diversificazione, geografica e qualitativa, dei propri investimenti all’estero. Questo si concretizza in un crescente interesse verso il settore finanziario (anche assicurativo) nonché nel settore immobiliare (quest’ultimo un caratteristico settore di preferenza per gli investimenti domestici di investitori cinesi).

   Dal punto di vista delle principali criticità che vengono affrontate nell’ambito delle operazioni di investimento in Italia da parte di players cinesi permane anche oggi, spesso, una certa “distanza da colmare” tra investitore cinese e potenziale target o partner italiano, frutto probabilmente delle inevitabili differenze culturali e linguistiche tra le parti. Ciò è spesso più evidente, ma non si tratta naturalmente di una regola senza eccezioni, in occasione di operazioni che coinvolgano da un lato società medio/piccole italiane di impronta strettamente familiare e dall’altra investitori cinesi di stampo industriale, anche di notevoli dimensioni su base domestica ma non avvezzi ad attività di investimento all’estero e in Europa in particolare.

   Anche la differenza delle rispettive regole e procedure, legislative e di prassi negoziale è a volte, come è naturale nell’interazione tra parti provenienti da differenti backgrounds, un elemento di difficoltà. Sistemi giuridici come quelli europei, fortemente protettivi e regolamentati, sono talvolta percepiti come possibili barriere alla facilità di investimento, anche se da questo punto di vista le riforme strutturali degli ultimi anni e la progressiva maggiore familiarità da parte degli investitori cinesi con il sistema giuridico e d’affari europeo sembrano contribuire nel rendere via via meno problematico tale tema. Dall’altro lato, il sistema autorizzatorio cinese, soprattutto con riferimento all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni governative per investimenti esteri, rappresenta tutt’ora agli occhi del partner italiano un sistema non del tutto familiare, con le inevitabili tematiche anche negoziali nel corso di trattative già di per sé complesse come tipicamente sono quelle di natura transfrontaliera. (Marco Nicolini)

………….

LA CROCIATA DI XI PER LA FAMIGLIA: COSÌ PECHINO CURA IL MAL DI DIVORZIO

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 1/10/2016

– Le separazioni tra coppie Millennials crescono ormai a ritmi record – Con un effetto: il freno dei consumi interni. E allora ecco gli “allontanatori” di amanti –

PECHINO. La guerra di Pechino al divorzio è appena cominciata e non saranno certo i ribelli della Me Generation, i ragazzi degli anni Ottanta e dell’ondata più consumista del Figlio Unico, a rovinare la formidabile ascesa di Xi Jinping e del suo “Sogno Cinese”. No, questi divorzi non s’avranno più da fare.

   La percentuale degli addii continua a salire ininterrottamente dal 2003 e l’ultimo numero disponibile, più 6 % nel 2015, è ormai paurosamente vicino a quel 6.9 % che sempre lo scorso anno ha segnato il primo stop in un quarto di secolo nell’espansione fin qui formidabile del Pil.

   Ed è più che un segnale d’allarme. Perché i due fenomeni vanno a braccetto come le coppie che infilano le porte girevoli dell’Ufficio matrimoni qui al Chaoyang District, uno dei più grandi di Pechino, capitale anche degli amori finiti (56mila, sei anni fa erano meno della metà) e che sempre più spesso si scontrano con le ragazze e i ragazzi che scendono ancora più soddisfatti le scale dello stesso ufficio: lato divorzi. Sliding doors, come nel film: basta poco. Se consensuale, l’addio si ottiene all’istante, previa compilazione di un semplice modulo che differisce da quello del matrimonio solo per il colore: rosso per dire per sempre sì, verde per ricredersi, e dire mai più.

   That’s China. Tradizioni millenarie – addio mia concubina – che si intrecciano con i capricci dei Millennials, questi Piccoli Imperatori che prima hanno accontentato i genitori convolando alle nozze promesse e poi, con la stessa facilità, stanno facendo salire al cielo l’indice degli addii. Colpa, o merito, dell’ultima delle liberalizzazioni. Quando i comunisti presero il potere, 1949, cancellarono la vergogna della poligamia dell’era imperiale, ma per giustificare l’esuberanza di tanti leader, Grande Timoniere in testa, quattro mogli, introdussero uno sbrigativissimo divorzio. Solo nel 1980, dopo che Deng Xiaoping aprì il paese di Mao Zedong alle Quattro Modernizzazioni, la Marriage Law riconobbe il divorzio senza colpa. Finché, proprio come nel business, sono arrivate le semplificazioni, prima fra tutte la cancellazione dell’umiliante obbligo di ottenere il “visto” dal datore di lavoro. Ultimo atto, 2003, il divorzio in giornata.

   Il fatto è che il boom ha finito per mettere in luce tutte le contraddizioni della seconda potenza economica del mondo. Prendete la signora Chen. «Ho aspettato dieci anni per questo giorno» sospira accomodata nelle poltroncine bianche nella hall degli uffici di Chaoyang, i cuoricini in cartone rosa penzolanti dal soffitto, il custode all’ingresso («No, non sono autorizzato a parlare») che distribuisce i numerini per le pratiche di matrimonio o divorzio. «Vengo dalla provincia di Henan, sono nata nel 1969, nel 1987 ero già sposata, quindi il primo e unico figlio, qui a Pechino: ho aspettato che crescesse e si sposasse lui, per divorziare io». La sua è una storia che sembra arrivare da un’altra Cina, il signor Liu – che non sembra particolarmente contento dello sfogo della prossima ex moglie con il cronista straniero – vive con un’altra donna da 10 anni. «E adesso» dice lei «sono io a volermi rifarmi una vita».

   Separazione & liberazione? No, non sono questi gli addii – pure ancora tanti: la metà è dovuta a rapporti extramatrimoniali – a spaventare il regime. Con quasi 4 milioni di freschi divorziati contro i 12 milioni di novelli sposi, in discesa per il secondo anno consecutivo, la preoccupazione vera è un’altra: la decrescita, demografica ed economica. La diminuzione dei matrimoni è anche colpa di 35 anni di figli unici. Metteteci poi quello che il    New York Times chiama “il surplus degli uomini”, data l’atavica tendenza delle famiglie cinesi a non sperare che sia femmina, metteteci la tendenza dei Millennials a mollare tutto perché stanchi delle intrusioni dei genitori di lei o di lui (15% delle cause dei conflitto, confessione inimmaginabile nella Cina patriarcale di pochi anni fa) e i conti sono fatti. Ma se ci si sposa di meno e si divorzia di più, si faranno ancora meno figli: e chi finanzierà allora la crescita, adesso che il “socialismo dal volto cinese” ha deciso di puntare sui consumi delle famiglie, che in Cina oggi contano appena per il 34 % dell’attuale Pil, contro il 61% del Giappone e almeno il 68 % degli Usa? Ecco: fermare l’ennesima “nuclearizzazione” della famiglia cinese sarebbe già una soluzione. Ma come?

   Se al cuore non si comanda, si prova a mettere mano al portafogli, favorendo la formazione di quei “consulenti di famiglia” che stanno facendo affari su affari. «Puntiamo al meglio per la coppia: non diamo certo per scontato che la salvezza del matrimonio sia una scelta migliore del divorzio» dice a China Daily Shi Xiuxiong, titolare dell’agenzia di Shanghai dal promettente nome de “Il Buon Acchiappo”. Il giornale vicino al governo presenta il fenomeno come un fiorire di iniziative private.

   Eppure proprio il Daily raccontava qualche anno fa che l’Associazione cinese dei lavoratori del sociale, evidentemente parastatale, si preparava ad addestrare un esercito di 10mila consulenti («minimo 35 anni di età e 5 anni di matrimonio alle spalle») per aiutare le coppie «a risolvere le difficoltà matrimoniali e cercare soluzioni alternative al divorzio».

   Come non vederci, anche qui, la longa manus dello Stato padre e padrone? Contattati da Repubblica, gli specialisti di “Peking Boss”, una delle più quotate compagnie specializzate di Pechino, alla richiesta specifica di un’intervista si sono tirati indietro. Per carità: mestiere complicato, il loro. Ma certamente meno spericolato della missione perseguita dai professionisti di quell’altro business fiorente in questa Cina malata di divorzio: gli “allontanatori di amanti”, veri e propri cacciatori delle donne che starebbero rovinando la vita alle altre donne. Occhio ai numeri: se un consulente matrimoniale viaggia sugli 800 yuan all’ora, cioè circa 100 euro, e l’intervento specialistico prevede dalle 3 alle 8 sessioni da 120 minuti ciascuna, il cacciatore di amanti può guadagnare anche decine di migliaia di euro. La differenza è che i primi appartengono a un albo riconosciuto, i secondi si nascondono nei segreti di Baidu, il Google di qui.

   E ti pareva, dunque, che in un clima del genere non spuntasse la caccia ai cattivi maestri? L’insostenibile leggerezza del divorzio viene ascritta proprio alla nefasta influenza dei social, malgrado l’ombra della Grande Muraglia Virtuale si estenda ormai su mezza Internet. Perché non è solo sugli occidentali Facebook e Twitter, rigorosamente vietati, che viaggia il cattivo esempio. Perfino il vecchio Quotidiano del Popolo qualche tempo fa si è tuffato in un dibattito su Weibo, il microblogging da 200 milioni di iscritti, per rilanciare le accuse degli internauti che davano alla facilità degli incontri online il proliferare delle separazioni.

   Sarà. O sarà che anche in questo la Cina è più vicina di quanto pensiamo. Mentre noi ci attacchiamo alla telenovela Brangelina, il Brad Pitt e l’Angelina Jolie di qui si chiamano Zhou Yahui e Li Qiong. Due eroi del nostro tempo. Diventati ricchissimi con l’azienda di coppia, la compagnia di giochi online Kunlun, lui ha deciso di licenziare lei dalla (sua) vita e dalla (loro) società. Costo dell’operazione? Sette miliardi e mezzo di yuan, circa un miliardo di euro, il divorzio più caro della Cina. Per la cronaca, l’ultimo titolo che il magnate separando ha acquistato da Hollywood, da trasformare ovviamente in videogioco, ha un nome che sembra un programma: Terminator. La guerra al divorzio è appena cominciata: riusciranno i padroni di Pechino a sconfiggere un nemico così? (Angelo Aquaro)

……………

PECHINO CONTRO LO SMOG USA TECNOLOGIA MILITARE

di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 16/10/2016

PECHINO – Da giorni la capitale della Cina e le sue regioni settentrionali soffocano nella nebbia sporca. Non un problema nuovo. Innovative sono le giustificazioni e le contromisure del governo, che per combattere il fenomeno ha schierato apparecchiature militari. L’autunno è tiepido, non ci sono i termosifoni che disperdono polvere di carbone, ma il PM 2,5 è da fine settembre a livelli superiori a 350 (sopra 20 è nocivo).

L’ultima trovata delle autorità è il NARS: un sistema sviluppato dall’esercito, basato su tecnologia nucleare, biologica e chimica che permette di rilevare le fonti di inquinamento con un’accuratezza tra 1 e 3 km e di mostrare la percentuale di contributo a quella che qui chiamiamo «Airpocalypse».

   Il NARS, informa la stampa governativa, è in azione a Pechino dal 12 settembre. Finora era stato usato per fini militari (individuazione di bersagli forse).

   Ci si chiede se, scoperte le fabbriche e le centrali a carbone che più avvelenano, le autorità impiegheranno i carri armati per spianarle. Prima dei tank ieri notte è arrivata in soccorso la pioggia. La situazione nella capitale però peggiora.

   Nel 2015 sono stati registrati 179 giorni di inquinamento insopportabile, di cui 42 «grave»: i pechinesi possono respirare all’aperto senza maschera un giorno su due. Qui tutti ricordano il settembre 2015 : per pulire il cielo per la parata dei 70 anni dalla vittoria sul Giappone il governo fece fermare per due settimane centinaia di fabbriche.

……………………..

AGGIORNAMENTO:

LA BATTAGLIA DELLE FERROVIE PER LA NUOVA VIA DELLA SETA

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 3/12/2016

– Cina, Russia e Iran si sfidano per il controllo del mercato in Oriente –

   Il Grande gioco in Asia centrale ora si disputa sui binari. Due grandi progetti stanno per trasformare Afghanistan e Pakistan nella futura piattaforma degli scambi commerciali fra Cina, India, Russia e anche Europa. Con rivalità che ricordano quelle fra le grandi potenze coloniali di due secoli fa.

   Per l’Afghanistan, uno dei pochi Paesi al mondo che non ha mai avuto una ferrovia, è un balzo in avanti impressionate e anche una delle ultime chance di ancorarsi all’Asia in pieno boom e mettersi alle spalle il Medio Evo dei Taleban.

   Ma proprio gli studenti coranici barbuti, assieme al rivale strategico di sempre, il Pakistan, sono i maggiori ostacoli al sogno del presidente afghano Ashraf Ghani. Il progetto della linea Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan (Tat), che da Atamyrat dovrebbe arrivare a Panj, dovrà attraversare tutto il Nord del Paese, compreso il distretto di Kunduz in gran parte occupato dagli islamisti. Quattro giorni fa il leader afghano ha inaugurato la prima tratta, assieme al presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov. Quattro chilometri sono in territorio afghano, fino alla cittadina di Aqina.

Giochi di potere

L’Afghanistan è rimasto fuori dalle reti asiatiche che hanno cominciato a svilupparsi già nella seconda metà dell’Ottocento, in India e nell’Impero zarista. Nelle fasi finali del Grande gioco, Gran Bretagna e Russia decisero che il Paese dei fieri guerrieri Pashtun doveva essere un cuscinetto fra i loro domini, quindi isolato, in modo che nessuno potesse sfruttarlo per spedizioni militari.

   Oggi la sua sopravvivenza dipende invece nel collegarsi il più rapidamente possibile alla nuova Via della Seta, ferrovie, autostrade, porti, che la Cina sta realizzando a tappe forzate e che la collegherà al vicino Pakistan.

   La Tat, 635 chilometri in tutto per un costo previsto in 2 miliardi di dollari, è invece sponsorizzata dall’Iran, e in misura minore dalla Russia. Permette di collegare il Turkmenistan al Tagikistan, bypassando l’Uzbekistan, ostile a Teheran, e in prospettiva di offrire uno sbocco al mare ai prodotti cinesi senza passare dal Pakistan, gigante musulmano sunnita mal visto dagli iraniani. Per Kabul invece si tratta anche di un modo per avvicinarsi all’Europa, perché il Turkmenistan è collegato alla vecchia rete sovietica che arriva fino ai confini dell’Ue.

Progetti alternativi

La Tat però va a rilento e i problemi di sicurezza non promettono sviluppi rapidi. All’inaugurazione dei binari, su traversine di cemento immacolate, Ghani e Berdymukhammedov hanno parlato di «momento storico» e un nuovo via «alle relazioni commerciali».

   Due giorni dopo però i cinesi hanno risposto con l’apertura del primo collegamento treno-nave fra la regione interna dello Yunnan alla costa e di lì fino al porto pachistano di Karachi. L’antipasto di quello che sarà il tassello fondamentale della Via della Seta, le linea ferroviaria diretta Cina-Pakistan, 1800 km fra Kashgar e il porto pachistano di Gwadar. Correrà parallela a una nuova autostrada per costo complessivo di 18 miliardi.

   Il progetto è stato lanciato lo scorso dicembre. Preoccupa Kabul, che teme di restare isolata nella morsa Cina-Pakistan. Pechino è l’alleato storico di Islamabad ma guarda anche all’Afghanistan. E ha cercato di rassicurare il presidente Ghani con un’altra proposta. Unire la nuova linea a Kabul con due deviazioni, da Quetta e Peshawar.

   Il viceministro degli Esteri cinesi Kong Xuanyou l’ha illustrata al palazzo presidenziale e ha sottolineato che la Via della Seta «sarà decisiva» anche per l’Afghanistan. Chissà se i nuovi binari, se mai vedranno la luce, riusciranno a mettere d’accordo i rivali di sempre. (Giordano Stabile)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...