ANCORA TERREMOTO nell’Appennino centrale: SALVARE il SALVABILE, un PATRIMONIO DIFFUSO non recuperabile com’era prima – il “Centro” non può farcela a RESTAURARE beni naturalistici, architettonici, artistici che erano “sistema” di ineguagliabile bellezza – Servirà l’aiuto di privati, dell’Europa, del mondo

LA BASILICA DI SAN BENETTO A NORCIA, prima dell'inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
LA BASILICA DI SAN BENEDETTO A NORCIA, prima dell’inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre

   Il terremoto, con la scossa di domenica mattina (magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, che era il terremoto dell’Irpinia) non ha fortunatamente causato nessuna vittima. E questo è un dato confortante: possiamo parlare dei tragici danni senza nel cuore avere vittime insensatamente sacrificate all’evento catastrofico quale è sempre il terremoto.

   Alla scossa del 24 agosto con 297 vittime, e dopo centinaia e centinaia di altre di assestamento, e poi alle tre forti scosse del 26 ottobre (magnitudo 5,4, 5,9 e 4,6) il colpo di grazia alle abitazioni, alle chiese, alle strade che si inerpicavano in centri spesso non facili da raggiungere, ebbene questa scossa delle 7.40 del mattino di domenica 30 ottobre, con epicentro vicino a Norcia, ha buttato giù quel che restava in piedi pur pericolante, e ha portato alla disperazione, al pessimismo chi vive in quei luoghi.

MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016
MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016

   Pur con il sollievo, dicevamo, che non ci sono state vittime. E ora gli abitanti sono costretti a malincuore ad accettare la proposta di andarsene sugli hotel della costa marchigiana o sulle rive del lago Trasimeno, fin che non saranno approntati container adatti all’inverno appenninico.

   E intanto il mondo ha visto che tutto un territorio diffuso di ineguagliabile bellezza è stato distrutto: cattedrali, chiese, palazzi, abitazioni di valenza architettonica di pregio, strade storiche…tutto!).

Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie - LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) - La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da www.centroturistico.it/ )
Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie – LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) – La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da http://www.centroturistico.it/ )

   E’ così che II terremoto colpisce l’Italia più fragile, cioè quella dorsale dell’Appennino centrale, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Luoghi pieni di storia e tradizione, di santi e ordini religiosi, di pittori e poeti, tra Umbria e Marche. Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, quasi sempre di grande pregio, con centri storici, palazzi comunali, chiese, campanili, abitazioni antiche, viottoli medioevali, piazze… tutto di grande valore. Patrimonio non solo delle popolazioni locali, ma di tutti, del mondo intero, e di ciascuno di noi che bene o male qualche volta lì ci siamo stati, e ciascuno conserva quasi sempre visioni e ricordi positivi.

   Ebbene, tutto fa sembrare che quel patrimonio di “territorio diffuso” così di grande valore, sia andato perduto. O almeno in buona parte, sulle tracce di quei borghi e paesi così fortemente colpiti dai terremoti a seguire che si sono stati da agosto a ottobre (e non osiamo pensare che possa accadere ancora…).

La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da www.meteoweb.eu)
La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da http://www.meteoweb.eu)

   Realisticamente è da credere che, pur se ci sarà un impegno massimo per ripristinare quanto possibile, ristrutturare i manufatti (abitazioni, chiese, palazzi) nel migliore dei modi per farli ritornare a com’erano prima, ebbene noi pensiamo che non sarà del tutto realizzabile. Cioè abbiamo perso per sempre una buona parte di un paesaggio dell’Italia Centrale, dell’Appennino, che neanche il miglior restauro possibile potrà riportarlo all’origine. Questo perché non ci sono solo manufatti danneggiati più o meno rovinosamente (si è fatta una stima che possono essere cinquemila, ma a noi sembra una sottostima…), ma è un INSIEME che è stato colpito dal terremoto….Luoghi, interi territori…. E NON TUTTO SI PUO’ RICOSTRUIRE.

   Se prendiamo la Valnerina, con i suoi borghi, chiese, piazze… il valore è complessivo e non dei singoli palazzi o chiese che, peraltro, tutte, è assai difficile che saranno ripristinate all’antico valore: ci vogliono mezzi ingenti, e a volte non basta, lo sbriciolamento delle pietre e dei dipinti vanificano ogni virtuoso restauro.

Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre
Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre

   Così è probabile che ci si concentrerà di più sul riportare (giustamente) la popolazione alle proprie abitazioni (ma quanti anni ci vorranno!), e sui LUOGHI SIMBOLO. Subito è da pensare alla basilica di San Benedetto a Norcia, e Norcia si identifica con la sua piazza che fa un tutt’uno con la basilica, e per questo si cercherà di recuperarla. Un’impresa peraltro non facile: non si tratta qui solo di adottare un “metodo Friuli” come è stato fatto con il duomo di Venzone che nel 1976 ha portato alla numerazione delle pietre per poi ricostruire esattamente com’era prima quella chiesa. A Norcia e negli altri paesi e borghi colpiti ci sono state ripetute scosse dal 24 agosto in poi, e siamo in presenza di sbriciolamenti, di polvere…. E anche il più mirabile restauro conservativo non rappresenterà mai “la verità” di com’era veramente la Chiesa prima.

   Pertanto è da procedere con un realistico progetto di SALVARE IL SALVABILE, recuperando sì i materiali dove è possibile nella ricostruzione, ma con la cognizione che non tutto è rimediabile, non tutto si può ricostruire, restaurare. Forse (ma è solo un’ipotesi) se dopo la scossa, il 1° terremoto del 24 agosto, se subito certe chiese e campanili fossero stati messi in sicurezza, pur provvisoriamente, forse non sarebbero crollati definitivamente il 30 ottobre.

Dopo il terremoto del 30 ottobre
Dopo il terremoto del 30 ottobre

   C’è poi da dire che il sistema italiano del beni artistici, il Ministero apposito, e tutta la struttura che dovrebbe farsi carico della grande opera di restauro, in Italia è cosa fragilissima (più delle chiese e manufatti colpiti dal sisma…). E men che meno l’istituzione di un commissario straordinario. Mai e poi mai saranno in grado di affrontare, questa sì, una UTILE GRADE OPERA di ripristino dei beni artistici, delle abitazioni storiche, del paesaggio umbro-marchigiano appenninico colpito dal sisma.

   Allora, che fare? Cosa sperare? Noi pensiamo che solo “RISORSE ALTRE” sarebbero in grado di mettere in moto una grande virtuosa operazione di ripristino della bellezza di quei territori. Un coinvolgimento di sponsor PRIVATI che possano dare al questo progetto parte dei proventi avuti dalle loro attività, senza avere nulla in cambio. Oppure anche un’EUROPA, come istituzione positiva che possa credere di intervenire su un luogo che le appartiene ed è patrimonio dell’umanità… ASSOCIAZIONI CULTURALI di rilievo e credibili, private e pubbliche, INDUSTRIE, GOVERNI europei ed extraeuropei che adottano un luogo, un’opera artistica, un palazzo da far tornare come prima, PRIVATI incentivati a ricostruire case, strade e luoghi…. Insomma un sistema che si mette in moto oltre ogni intervento del singolo governo italiano, o delle regioni interessate, dei commissari nominati….

Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).
Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).

   E’ da far capire che la suddivisione in singole regioni come sta avvenendo, nel pensare che beni artistici e paesaggi meravigliosi siano di “proprietà” di una nazione (che quasi sempre per la loro conservazione ha fatto più male che bene, promuovendo speculazioni edilizie, interventi opinabili, grandi opere…), tutto questo non va bene.

   La necessità di un ripensamento del sistema organizzativo vigente dei poteri, che porti a una nuova revisione del sistema della regioni per meglio intervenire sui territori, è cosa che si collega a nostro avviso al credere o meno a un ripristino del valore dei beni artistici di quei luoghi, e dei paesaggi lì presenti (emblematico che ci sia stata la partecipazione alla prima riunione di governo dopo il 30 ottobre di tre -3- presidenti di regione dei territori colpiti, a capo di burocrazie ben separate e del tutto incapaci a solo pensare -figuriamoci organizzare- un unico grande progetto di restauro, di ripresa del valore antico e futuro del patrimonio artistico ora colpito dal sisma.

   Intanto comunque buona pare l’idea governativa di invitare la popolazione ad andare a soggiornare in luoghi diversi per meglio poter gestire l’emergenza attuale, con l’impegno del ritorno approntando i container prima di Natale. E subito dopo i container attendere innanzitutto le casette, i prefabbricati, destinati ad arrivare tra la primavera e l’estate; e poi la ricostruzione edilizia vera e propria.

   In questa prima fase è importante l’attenzione per le persone rimaste senza casa. E anche per il salvataggio degli animali (trovare una soluzione agli animali domestici e di allevamento, che sono spesso in borghi e luoghi difficilmente accessibili). E garantire i lavori agricoli con il ritorno a pieno ritmo dell’attività degli agricoltori in primavera per la semina (la bellezza dei paesaggi va di pari passo con lo svolgersi in modo compiuto delle attività agricole). (s.m.)

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UN GRANDE PATTO PER SALVARE IL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della sera” del 31/10/2016

   E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima.

   Ultimi fra i tanti Ussita, Castelluccio, Norcia. Dove la Basilica di San Benedetto è crollata in una nuvola di polvere. Un popolo serio e uno Stato all’altezza, però, devono aver chiaro che forse non è finita. E che è del tutto inutile fare gli scongiuri. Occorrono progetti, visioni, scadenze. Quella stessa storia millenaria della nostra terra che ci incoraggia a confidare nella fine dell’incubo ci ricorda infatti che è già successo.

L’abbiamo rimosso, ma è già successo. Più volte. Non solo dal 1315 gli Appennini sono stati sconvolti da 149 scosse superiori a 5,5 gradi della scala Richter e quasi tutte con danni gravissimi.

   Ma, spiega la storica Emanuela Guidoboni, «cluster» di terremoti simili a quello attuale sono stati registrati lungo la schiena della penisola almeno cinque volte: nel 1349, 1456, 1638, 1703 e 1783. Di più: nelle aree a elevato rischio sismico, che valgono il 50% circa del territorio e il 38% dei comuni, ci sono 6 milioni e 267 mila edifici. Molti bellissimi e costruiti secoli fa, altri decorosi tirati su più recentemente, altri ancora orrendi e ammassati senza alcuna attenzione ai problemi del territorio negli ultimi settant’anni.

   Ci vivono, complessivamente, 24 milioni e 147 mila persone. Non consapevoli, per usare un eufemismo, dei pericoli che corrono. Dice tutto una ricerca del 2012 di Cresme, Ance e Consiglio nazionale degli architetti: un quarto degli edifici è in condizione mediocre o pessima. «Sebbene la normativa antisismica per le costruzioni abbia più di trent’anni, solo una minima parte degli edifici realizzati in questo periodo nelle attuali zone ad elevato rischio è stata costruita secondo criteri antisismici». Eppure il 45 per cento delle persone, pur sapendo di vivere in aree a rischio, «ritiene che la sua abitazione sia costruita con criteri anti-sismici». Anzi, una su tre pensa che basti risanare le strutture ogni 40 anni o 60. Per non dire di chi ritiene bastare una ristrutturazione al secolo. Ciechi.

   Per salvare il nostro patrimonio abitativo, storico, monumentale, scolastico e salvare chi ci vive dentro non basta dunque accorrere in soccorso alle popolazioni ogni volta che c’è una calamità. Calamità sismiche o idrogeologiche che, tra parentesi, son costate dal 1944 al 2009, secondo le stime, da 176 a 213 miliardi. Una cifra mostruosa destinata a crescere. Non basta. Occorre un patto nazionale all’altezza dell’emergenza. Dirà Matteo Renzi: c’è già, Casa Italia. Nel nome e negli obiettivi, può darsi.

   Di fatto, però, manca il cemento fondamentale per cominciare a restituire agli italiani, che già avevano il morale basso e oggi sono ancora più scossi, quella speranza di poter vivere nei loro centri storici risanati e sicuri. Il cemento di una solidarietà nazionale che vada oltre il mesto bla-bla di circostanza.

   Lo sappiamo: è impensabile che questi rissosissimi partiti, con l’aria che tira, trovino un accordo su un ogni altra cosa. Almeno su un grande patto di salvezza nazionale, magari sottratto a partiti e maggioranze e fazioni e delegato a un’agenzia messa su da tutti che si occupi «solo» di questo, però, è doveroso pretendere una svolta. Radicale. Quanti altri terremoti o alluvioni devono colpirci perché la politica abbia uno scatto di orgoglio e di decenza all’altezza di quanto i volontari quotidianamente fanno senza badare alle tessere?

   E insieme, finalmente, dovrà partire una grande offensiva culturale nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella società, che diffonda fra gli italiani la coscienza dei rischi che corrono. E di quanto tocchi anche a loro, e non solo genericamente «allo Stato», il dovere (il dovere: non la facoltà) di farsi carico della loro parte di responsabilità. Né i cittadini possono aspettarsi che le casse pubbliche siano in grado di farsi carico di ricostruire tutto a spese della collettività: non possono farcela.

   E sarebbe ora che si cominciasse a prendere in esame (con cautela e buon senso, ovvio) quell’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi che già è prevista in tanti paesi, dal Belgio alla Francia, dalla Norvegia alla Spagna o alla Romania. Ce l’ha, questo Paese, la forza e l’ambizione per prendere di petto i problemi epocali posti dagli eventi di queste settimane? Di avviare davvero, con regole nette e meno burocrazia, il risanamento del nostro territorio e dei nostri scrigni storici? Noi pensiamo di sì. Ma lo sforzo deve essere corale. È una sfida troppo seria per smarrirsi in guerricciole di bottega… (Gian Antonio Stella)

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LA BASILICA DI S. BENEDETTO: UN GIOIELLO GOTICO PIÙ VOLTE RESTAURATO

di Claudio Strinati, da “la Stampa” del 31/10/2916

   Un andirivieni continuo di salvaguardia e distruzioni. È il destino del patrimonio culturale di qualunque nazione, ma in Italia è diverso perché le perdite sono dovute quasi esclusivamente a calamità naturali. Questo non significa che l’arte antica ci arrivi intatta e intoccabile.

   La chiesa di San Benedetto a Norcia, per esempio, ne aveva viste di tutti i colori nella sua storia, ma sempre con l’intenzione e il desiderio di conservarsi per noi stessi e per le generazioni future.

   San Benedetto nacque, nel quinto secolo, appunto a Norcia, nel luogo dove fu poi eretta la chiesa che ne porta il nome. Molto si deve a questo antico romano, e la parte antica, sotterranea, della chiesa è stata curata e conservata con assoluta dedizione fino al Giubileo del 2000, quando le autorità ecclesiastiche e quelle civili garantirono la tutela e la conoscenza della cripta.

   Adesso la chiesa è crollata, ma c’è la speranza che quel lavoro non venga vanificato dato che sono stati ben salvaguardati gli ambienti sotto terra. È crollato il portico laterale, curioso braccio aggiunto nel 1500 per farne un mercato coperto garantito anche dalle autorità laiche. Fu restaurato tante volte nel corso dei secoli, fino agli Anni Cinquanta del Novecento, quando si completò un intervento adesso annichilito.

   Col tempo l’aspetto gotico trecentesco della chiesa era pressoché scomparso sotto i rifacimenti, alcuni buoni altri no, susseguitisi ininterrottamente per poi essere cancellati. La chiesa era piena di pitture rilevanti, prima trascurate ma poi ristudiate e fatte conoscere da una memorabile squadra di studiosi che, guidati da Bruno Toscano, autorevole storico dell’arte della nostra epoca, negli Anni Settanta e Ottanta del Novecento perlustrarono l’Umbria palmo a palmo, recuperando un’infinità di opere.

   Una, bella e importante, nella chiesa di San Benedetto a Norcia, rappresenta (o rappresentava? al momento non so che fine abbia fatto) San Benedetto che riceve Totìla, l’imperatore che aveva provato a raggirarlo e ora nel quadro s’inchina deferente mentre l’esercito veglia su quel fatale incontro. L’opera è firmata e datata: è di Filippo Napoletano, un pittore insigne che realizzò quella grande tela alta quattro metri nel 1621, e il dipinto commosse tanti studiosi e esperti che non ne sapevano nulla, me compreso, e l’hanno poi studiato e ammirato come merita. Ma quali sono i meriti? Inutile dirlo adesso. Speriamo che sia sopravvissuto. (Claudio Strinati, storico dell’arte, soprintendente per il Polo museale romano dal 1991 al 2009)

San Benedetto che riceve Totila l'imperatore (chiesa di San Benedetto a Norcia, opera distrutta o salvatasi?
San Benedetto che riceve Totila l’imperatore (chiesa di San Benedetto a Norcia, opera distrutta o salvatasi?

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TERREMOTO, IL LUNGO INVERNO DEGLI SFOLLATI

1 Novembre 2016, da LETTERA43 (www.lettera43.it/ )

– Renzi: «Nei container fino a giugno, poi casette e ricostruzione». È il percorso seguito dopo il sisma dell’Irpinia. Ma gli abitanti di Norcia chiedono le tende. –

   Nei container prima di Natale. In modo da poter tornare a Norcia e negli altri paesi colpiti dal sisma. E attendere là innanzitutto le casette, destinate ad arrivare tra la primavera e l’estate, poi la ricostruzione edilizia vera e propria. È questo il piano del governo per affrontare l’emergenza sfollati causata dal terremoto di magnitudo 6.5 che ha colpito il Centro Italia al confine tra l’Umbria e le Marche. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato un nuovo decreto legge, che sarà pronto entro le prossime 72 ore.

LE QUATTRO MOSSE DEL GOVERNO. Renzi vuole «accelerare e semplificare» la gestione del post-sisma, ma il compito presenta non poche difficoltà. A cominciare dalla necessità di coinvolgere i cittadini nelle scelte dell’esecutivo. Un Consiglio dei ministri atipico, allargato al capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, al commissario per il sisma Vasco Errani e ai presidenti delle Regioni coinvolte, ha definito lunedì 31 ottobre un percorso in quattro tappe, che ricorda a grandi linee quello seguito in Irpinia dopo il sisma del 23 novembre 1980: allontanamento momentaneo, container, casette prefabbricate, ricostruzione dei paesi distrutti.

RENZI: «TUTTO SARÀ RICOSTRUITO». Niente tende, quindi, che il governo vuole evitare perché le considera inadatte sull’Appennino, con l’inverno alle porte. Renzi promette che «tutto sarà ricostruito, chiese e attività». E assicura che il trasferimento negli alberghi, sul lago Trasimeno o sulla costa della Marche, durerà solo «qualche settimana». «Se i cittadini vogliono andare in tenda, diciamo che è un problema sotto Natale», ha spiegato il premier.

STANZIATI FONDI AGGIUNTIVI. Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stanziamento di altri 40 milioni di euro dal Fondo emergenze, che si aggiungono ai 90 milioni già messi in campo. Il nuovo decreto aprirà la strada alla assunzioni di personale aggiuntivo per i Comuni colpiti, a un aumento degli addetti alle verifiche di agibilità degli edifici (le richieste sono già 77 mila, senza contare il sisma del 30 ottobre) e a un incremento delle forze dell’ordine a presidio dei territori.

GLI SFOLLATI SONO 40 MILA, MA IL NUMERO È PROVVISORIO. Sia sul numero definitivo degli sfollati – secondo le ultime stime sono quasi 40 mila, se nel conto si mettono anche quelli dei terremoti del 24 agosto e del 26 ottobre –  sia sull’ammontare effettivo dei danni, nessuno è ancora in grado di fornire dati certi. Ma per Renzi «le risorse ci sono». E un braccio di ferro con l’Europa sulle spese da mettere in bilancio sarebbe da escludere: «Non c’è alcun problema, non ci sono trattative. Se serviranno ulteriori risorse le metteremo», ha ribadito il capo del governo, chiarendo come per l’Italia siano «circostanze eccezionali» tanto il terremoto, quanto i profughi da accogliere, così come gli interventi per adeguare e rendere antisismiche le scuole. Se Bruxelles sbuffa, e fa sapere che la lettera con cui Roma ha risposto alle osservazioni sulla manovra finanziaria 2017 è «insoddisfacente», Norcia rimane guardinga: che ne sarà degli sfollati da qui a dicembre, in attesa dell’arrivo dei container?

Norcia è un paese diviso: le voci di chi parte e di chi resta

Il paese è diviso. C’è chi ha accettato di trasferirsi sul lago Trasimeno: 500 persone domenica sera, altri 200 lo hanno fatto lunedì. «Ho due bambini piccoli, io vado. Per il lavoro farò avanti e indietro», racconta un giovane abitante. Altri come lui hanno preferito raggiungere momentaneamente i parenti che abitano altrove, poi si vedrà. Ma in tanti non vogliono andare via, nemmeno per pochi giorni: «Trasferirsi negli alberghi nella zona del Trasimeno? Non se ne parla proprio. Dateci delle tende», ripete chi è rimasto in paese.

L’INVITO AD ANDARE VIA. Governo, Protezione civile, Regione e Comune hanno chiesto a tutti la stessa cosa: allontanarsi, almeno per un po’. Per consentire di organizzare al meglio l’assistenza, in vista di un inverno fatto di neve e temperature sotto zero. Dall’altra parte, però, ci sono gli anziani che non vogliono lasciare i luoghi dove hanno trascorso tutta la loro vita, gli allevatori preoccupati per i loro animali e gli agricoltori legati alla terra, che non sembrano fidarsi fino in fondo delle tempistiche indicate dalle istituzioni.

LE RASSICURAZIONI DI COMUNE E REGIONE. Ecco allora che il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno, alla richiesta di andar via ha fatto seguire opportune rassicurazioni: «Norcia non muore. È venuta giù la basilica di San Benedetto, ma su di essa la città risorgerà». Ci ha provato anche la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini: «Non deportiamo nessuno, chi non accetta gli alberghi avrà altre soluzioni».

ALLESTITE TRE GRANDI TENDE COMUNI. Per evitare che migliaia di sfollati trascorressero un’altra notte in auto, lunedì sono state allestite tre grandi tende comuni, in grado di ospitare circa 300 persone. Nei pressi della tensostruttura utilizzata come mensa è stato anche sistemato un autobus, in grado di accogliere altre 50 persone. «Le tende messe dopo il 24 agosto non dovevano essere smontate, non sono più solo dei teli come una volta, ma ambienti riscaldati e confortevoli», dice Adolfo, uno degli anziani di Norcia

«NON POSSIAMO ABBANDONARE NORCIA». «Devo e voglio rimanere», gli fa eco Gilberto, «perché ho un allevamento di cavalli a Castelluccio e non possiamo andare via». Mentre Domenico e Irene si sono sistemati in un camper sotto casa e non vogliono sentir parlare di alberghi: «Se no rimaniamo a casa nostra». Fiorella la pensa come loro: «Nessuno vuole lasciare la sua casa, anche se danneggiata. I nostri figli sono impegnati nel lavoro, noi che ci facciamo negli alberghi?». Per il cognato Fabrizio «la prima cosa è la ripresa del lavoro». E c’è anche chi resta con l’intento esplicito di presidiare il territorio: «Se ce ne andassimo tutti cosa succederebbe alla città?». Alberto è uno dei tanti che la pensano così: «Io sto qui per pensare a Norcia, che ci ha dato tantissimo e non possiamo abbandonarla proprio ora».

Modello Irpinia, ma lì la ricostruzione non è mai finita

C’è poi un altro aspetto che merita di essere analizzato, per evitare di ripetere gli errori del passato. Il percorso container – casette prefabbricate – ricostruzione edilizia ripropone come detto il modello seguito in Irpinia e Basilicata dopo il sisma del 1980, che provocò 2.570 morti, 8.848 feriti e circa 300 mila sfollati, distribuiti in 687 comuni. In quel caso, però, gli interventi di ricostruzione e sviluppo industriale delle aree colpite non sono mai finiti.

IL CASO DEL QUARTIERE BUCALETTO A POTENZA. A quasi 36 anni da sisma, infatti, c’è chi continua a vivere nei prefabbricati. È il caso, per esempio, degli abitanti del quartiere Bucaletto di Potenza, dove ancora resistono 500 prefabbricati, in cui abitano quasi 2.500 persone. Le prime vere case sono arrivate soltanto nel 2015. In Irpinia, nei primissimi giorni dopo il terremoto del 1980, con poteri straordinari affidati al commissario Giuseppe Zamberletti furono approntate tendopoli e roulottopoli. Si passò immediatamente dopo alla fase dei container e, quindi, a quella dei prefabbricati. Solo successivamente iniziò la ricostruzione vera e propria del patrimonio abitativo.

I CAMPI ALLESTITI DALL’ESERCITO. Nel giro di una settimana l’Esercito preparò i primi campi-containers. Ne furono installati circa 11 mila. Con il passare dei mesi cominciò l’insediamento, nei pressi dei centri abitati andati distrutti, di 26 mila prefabbricati leggeri, nei quali trovò sistemazione la maggior parte degli sfollati. Poi, nel novembre del 1981, il parlamento approvò la legge 219, che dava ampia delega agli enti locali e prevedeva ingenti finanziamenti destinati non solo alla ricostruzione, ma anche allo sviluppo delle aree terremotate.

SPESI OLTRE 50 MILA MILIARDI DI LIRE. Il conto per lo Stato? Oltre 50 mila miliardi di vecchie lire. In parte sprecati per realizzare infrastrutture iniziate e poi abbandonate, e progetti rimasti in larga parte solo sulla carta.

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TERREMOTO, LE ZONE COLPITE ED IL PATRIMONIO ARTISTICO FERITO

da www.viagginews.com/

Il terrificante sisma che domenica 30 ottobre ha sconvolto l’Italia – magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, quello dell’Irpinia – non ha fortunatamente causato nessuna vittima. Al momento si contano una ventina di feriti, la cui maggior parte in modo lieve. Molte persone erano già fuori dalle case per via del terremoto di mercoledì 26 ottobre e per quello di Amatrice dello scorso 24 agosto. Tantissimi sono gli sfollati: sembra almeno 100 mila persone.

I danni di questo devastante sisma sono sul nostro ricchissimo patrimonio artistico. La zona colpita è nel cuore degli Appennini: l’epicentro è fra Norcia, Preci e Castel Sant’Angelo sul Nera, al confine fra Umbria e Marche. In questa zona sono tantissimi gli antichi borghi, ricchi di Storia e di Arte, con splendide chiese medioevali, Porte e cinte murarie. Il terremoto è stato avvertito in tutta Italia dalla Puglia fino a Bolzano.

UMBRIA

NORCIA – Uno dei simboli di questa tragedia è Norcia. La cittadina umbra aveva retto bene, diventando anche un esempio virtuoso di ricostruzione antisismica, al sisma del 24 agosto di Amatrice, ma la scossa del 26 ottobre e quella del 30 ottobre sono state troppo devastanti.  Così è crollata la splendida Basilica di San Benedetto da Norcia. E’ rimasta in piedi solo la facciata risalente al 1300. La Basilica era stata eretta in quel punto perché secondo la tradizione proprio lì c’era la casa natale del Santo.

La Basilica di Norcia era una delle chiese simbolo dell’Umbria. La facciata è stata costruita secondo uno schema tipico di questa regione: portale a fasci di colonne, gruppo scultoreo e nelle edicole le statue dei Santi Benedetto e Scolastica.  Sul finire del 1500 fu addossato alla Chiesa il Portico delle Misure che aveva la funzione di mercato coperto. Appena fuori Norcia è pressoché interamente crollata anche la Concattedrale di Santa Maria Argentera.

CASTELLUCCIO DI NORCIA – Uno dei paesi più caratteristici di questa zona e uno dei più famosi in Italia per le sue famose lenticchie è Castelluccio di Norcia, a 28 km da Norcia, che si trova in cima ad un colle sull’altopiano omonimo. La parte alta del paese è stata totalmente cancellata e irrimediabilmente danneggiata la Chiesa di Santa Maria Assunta del 1500.

ALTRE LOCALITA’ DELL’UMBRIA DANNEGGIATE

Una delle località più vicine all’epicentro è la  piccola PRECI che era già stata seriamente danneggiata dal sisma del 26 ottobre. La situazione si è ulteriormente aggravata: il centro storico è inagibile e ci sono seri danni agli edifici e alle chiese.  Ad AMELIA si sono formate crepe nella Chiesa di San Francesco. Il Duomo di ORVIETO uno dei più importanti monumenti gotici d’Italia è stato anche esso colpito ma in modo lieve: il distaccamento di alcuni frammenti.

LAZIO

A Rieti è stato chiuso il Ponte Romano che permette l’ingresso in città: si sospettano danni. Tantissime le chiese danneggiate nei dintorni del reatino.  Danni al centro storico di Leonessa, evacuato il centro storico di Casperia dove sono state riscontrate evidenti lesioni alla chiesa e dove è crollata la torre di un edificio del centro storico.

In provincia di Viterbo a Civita di Bagnoregio una grave fessurazione sul campanile della chiesa ha imposto la chiusura della Chiesa.

Anche a Roma il sisma è stato avvertito fortissimo. Per precauzione e per verificare eventuali danni è stata chiusa la Basilica di San Paolo Fuori le Mura, verifiche anche a San Pietro e alla Basilica di San Lorenzo. Lesioni riscontrate sulla Cupola del Borromini di Sant’Ivo alla Sapienza.

MARCHE

Ad Ascoli Piceno si è spezzato il campanile della Madonna del Ponte, edificio risalente al 1600. Prossimo al crollo il Campanile della Chiesa di Sant’Angelo Magno. A San Genesio vicino Macerata la Chiesa della Collegiata, unico esempio marchigiano di fusione fra gotico e romanico è pesantemente danneggiata. A Castelsantangelo sul Nera il campanile della Chiesa è distrutto e pericolante.

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MONUMENTI E CHIESE E NEI TESORI DISTRUTTI: I ROMANICO ITALIANO A RISCHIO SCOMPARSA

di Fabio Isman, da “il Messaggero” del 31/10/2016

– Da San Francesco ad Amatrice alla basilica di Norcia, da Preci a Bagnoregio: il cuore del Medioevo potrebbe restare solo nei libri –

   Il terremoto colpisce l’Italia più fragile: la dorsale dell’Appennino, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Un’Italia spesso «minore», ma non troppo; e soprattutto, non da sempre.

   Le Marche e l’Umbria, non a caso, sono tra le regioni più fitte di sopravvivenze culturali. In antico, terre di grandi Santi (Francesco e Rita, per dirne un paio) e grandi artisti: Perugino e Raffaello, Gentile e Carlo Crivelli, o Lorenzo Lotto.

   Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, spesso assai belli e pittoreschi. Una trama, fatta di chiese e di campanili, che le contrassegnano e le marchiano. Dopo chi se n’è andato, e le persone con le loro comunità, proprio queste chiese e campanili sono ora le vittime più insigni della terra che trema. Già prima dell’ultima scossa, un censimento parlava di 293 chiese e palazzi storici collassati, o lesionati.

LA COMPIETA DEI MONACI

Se nella prima fase la trecentesca chiesa di San Francesco, ad Amatrice, era l’emblema di questo disastro immane, oggi lo sono divenute la cattedrale di San Benedetto a Norcia, o Santa Maria delle Grazie, che si aggiungono a dei complessi ancor meno conosciuti e frequentati, come a Preci l’abbazia di Sant’Eutizio, tra i monasteri più antichi del Paese: una grande bellezza (non c’è soltanto Roma) però assolutamente ignorata.

   A Norcia, a San Benedetto, ogni sera un monaco scende le scale, apre la porticina della cripta, che resta poi mezz’ora chiusa: i monaci recitano la Compieta, l’ultima preghiera del giorno. Ma anche questo, chi lo sa?

Il pericolo è che sparisca una buona fetta del romanico nel Centro Italia. Le ultime scosse hanno ampliato i rischi: le lesioni sono giunte fino a Roma; e, in provincia di Viterbo, al campanile di Civita di Bagnoregio: il cui spopolamento è un pregio, ma anche un pericolo per la sopravvivenza.

   Se, per tradizione, San Benedetto di Norcia sorge sulla casa natale del santo, Sant’Eutizio rischia il mutismo: se si domanda chi fosse, è assai diffìcile che qualcuno riesca a rispondere. Un monaco, eremita nei pressi di Norcia, nella Val Castorina alle pendici dei Sibillini, dopo il 480; e la sua abbazia, complesso perfetto di cui si vedono le origini fortificate, era sede di monaci siriani, a quei tempi assai remoti. Eutizio porta il Vangelo in quelle plaghe; il sito possedeva una biblioteca e uno «scriptorium», dove nascono documenti liturgici assai rilevanti: intatti fino a inizio Seicento, quando parte dei codici va a Roma. In seguito, vi è nata una famosa Scuola chirurgica: ne resta un museo.

PIANI INATTUATI

Certo, molto è crollato o è stato danneggiato, come si dice per fatalità; e il sisma di certo lo è. Ma da troppo tempo l’Italia ha perduto la remota virtù della manutenzione: non stanzia più i quattrini per compierla, giorno dopo giorno. Questo indebolisce i monumenti: specie quelli cosiddetti «minori», che spesso non lo sono.

Giovanni Urbani, quando dirigeva l’Istituto per il Restauro, fece un piano per la «conservazione programmata»: era il primo, e riguardava proprio l’Umbria; era il 1975, e non fu mai attuato: resta un documento della nostra cattiva coscienza.

   Queste chiese e campanili sono i luoghi in cui le singole comunità si riconoscono e identificano: non solo posti di preghiera, o di raduno. In essi c’è uno spirito. Alcuni si potranno restaurare; ma a parte che costa sempre più della manutenzione, un restauro toglie qualcosa; resta un «quid» che s’è irrevocabilmente perduto.

   San Benedetto e Preci non saranno più gli stessi. La semplicità di San Benedetto, un rosone, due nicchie, un portale, una facciata da manuale, era esemplare; già all’interno, i restauri degli Anni 50 ne avevano sacrificato l’arco trionfale del Trecento, l’unico indizio rimasto del Gotico di un tempo.

   Il sisma è tornato anche nella già colpita Valnerina: San Salvatore a Campi, danneggiato, si è sbriciolato; non c’è stato il tempo per intervenire, tra le prime scosse e le più recenti.

Venuta giù del tutto la Torre civica ad Amatrice: si era salvata dal sisma precedente, come Sant’Agostino, già lesionata. A Jesi è caduto il tetto di San Giuseppe. A Illica, il museo civico era stato trasferito altrove: anche la nuova sede è andata distrutta. Calcinacci sono piovuti a San Francesco a Amelia, e perfino nel Duomo a Orvieto; a Calvi, crollata la volta di Santa Maria Maddalena; danni al castello di Giove; inagibili a Guardea, 2.000 anime nel Ternano, le chiese dei Santi Apostoli e Sant’Egidio.

   E’ un rosario di distruzioni. Con l’immenso dolore, adesso resta soltanto la speranza. (Fabio Isman)

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TERREMOTO DI 6,5 TRA NORCIA E PRECI. È IL PIÙ FORTE IN ITALIA DAL 1980. “SI TEMONO 100MILA SFOLLATI”

di Simona Casalini, Giovanni Gagliardi e Piera Matteucci, 30/10/2016, da “la Repubblica.it”

Cronaca di DOMENICA 30 OTTOBRE 2016 – Alle 7,40 ancora una scossa violenta nel Centro Italia. Molti feriti. Norcia in ginocchio. Crollata la cattedrale di San Benedetto. Sindaco di Ussita: “Dormivo in auto, ho visto l’inferno”. Strade squarciate. Castelluccio devastata. Lo sciame continua. Circa 30 mila persone senza casa, ma secondo fonti di Palazzo Chigi il numero potrebbe aumentare.

   Ancora terremoto, nel Centro Italia. Ancora crolli. E ancora paura, ma questa volta più grande di prima, dato che oggi, alle 07,40, la terra si è scossa con una magnitudo di 6,5, a una profondità di 10 chilometri con epicentro tra Marche e Umbria, nella zona già duramente colpita dagli eventi del 24 agosto e del 26 ottobre. Nessuna vittima ma molti feriti. E danni, gravissimi ed estesi, agli edifici e al patrimonio storico e artistico e alle abitazioni. Paesi devastati, che ora rischiano di diventare fantasma. Migliaia gli sfollati: 25mila nelle Marche e 3mila a Norcia, in Umbria. Secondo fonti della presidenza del Consiglio si potrebbe arrivare a centomila sfollati. “Non vogliamo deportare le persone, ma che possano trascorrere una notte tranquilla. Non ha senso dormire in macchina”, ha detto a Norcia il commissario del governo per la ricostruzione, Vasco Errani.   

   Nessuna vittima e nessun disperso. Alle 09,45, il capo della Protezione civile fa un primo punto sul nuovo sisma: “È stata una scossa importante e rilevante, al momento non risultano vittime, ma ci sono decine di feriti, almeno uno grave”. Più tardi, intorno alle 12, un secondo aggiornamento ufficiale nel quartier generale della Protezione civile a Rieti: “Consentiteci un sospiro di sollievo se verrà confermato che non ci sono vittime”. Poi alle 16:20 un nuovo incontro con la stampa: “Non si sta cercando nessuno”, ha detto Curcio. Dopo la prima, almeno altre 50 piccole scosse in un paio d’ore. “Non ci sono ulteriori feriti. Restano venti con qualche codice giallo”, ha detto il capo del Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio, nel corso del punto stampa delle 16.

   Danni gravissimi. I momenti della paura sono stati ancora una volta terribili, e sono ingenti i nuovi danneggiamenti nel cuore dell’Italia centrale: Norcia è in ginocchio, è venuta giù la chiesa di San Benedetto, le anziane suore fuggivano e la gente si è messa a pregare in piazza. Poche ore dopo ha ceduto anche la chiesa di Santa Rita, con la facciata che era costruita con le pietre provenienti da edifici distrutti da antichi sismi. La vicina Castelluccio, celebre per le sue lenticchie, è ancora isolata. Paura anche a Roma, dove le scosse sono state sentite ovunque e da stamani sono in corso decine di verifiche anche a San Pietro e al Colosseo. Ferme per qualche ora le metropolitane nella Capitale. Chiusa per qualche ora la basilica di San Paolo fuori le Mura. A causa della formazione di alcune crepe sulla cupola capolavoro del Borromini di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma, la chiesa è stata chiusa. Rimane chiuso “fino a nuovo ordine” il tratto finale della Tangenziale Est di Roma: in particolare, la chiusura riguarda il tratto da Largo Passamonti in direzione Vle Castrense (San Giovanni). Anche la rampa di accesso alla tangenziale da via Prenestina è chiusa.

    Senza acqua ed energia. Scossa più forte in Italia dal 1980, più forte di quella all’Aquila.Il terremoto è stato avvertito distintamente in tutto il centro Italia, le località vicine all’epicentro ancora Castelsantangelo, Norcia e Preci. Ma il terremoto è stato sentito dal Nord al Sud d’Italia, e anche in Austria. Problemi per l’acqua potabile e almeno 15 mila utenze nella zona del sisma sono senza energia elettrica. In tarda mattinata il presidente della Regione Marche parla del numero degli sfollati, dicendo che si rischia di avere “almeno 100 mila persone che dovranno avere assistenza”

   Crolli a Preci. Numerosi i crolli nel piccolo borgo di Preci, già fortemente danneggiato lo scorso 26 ottobre. Il sindaco Pietro Bellini ha subito verificato le condizioni degli abitanti. “La mattina la gente sfollata torna nelle case per prendere le cose che servono. Abbiamo controllato che nessuno sia stato colpito”. Bellini ha parlato di “crolli, anche di chiese, sia in paese che nelle frazioni e negli altri centri minori di Preci”. Poche ore dopo è diventato un paese fantasma (reportage), e anche a occhio nudo si vede che ora la quasi totalità dei palazzi è lesionato.

   Castelluccio di Norcia devastata “È cambiato per sempre il panorama di quella zona sull’altopiano di Norcia, la parte alta della frazione di Castelluccio è stata praticamente rasa al suolo”, ha sottolineato uno dei pochi che è riuscito a verificare la situazione sul posto. La località è di fatto isolata: “Abbiamo allertato i soccorsi e stiamo aspettando – racconta Augusto Coccia, titolare di una azienda agricola che produce le celebri lenticchie di Castelluccio – Sappiamo che tutte le strade sono isolate da frane e spaccature. E’ caduto del tutto anche il campanile che era stato imbrigliato dopo le scosse del 24 agosto”.

   “I feriti di Norcia portati in ospedale con l’elicottero. La più grave una donna”. Norcia risulta la cittadina più colpita, le prime notizie di stamani apparivano particolarmente drammatiche. L’ultimo bilancio è meno grave di quello ci si poteva ipotizzare, si parla di nove feriti più gravi, in particolare una donna di 50 anni gravemente ferita dopo essersi lanciata dalla finestra durante la scossa di terremoto. Ma, oltre ai gravi danni al patrimonio monumentale, Norcia , ritenuta cittadina tra le più virtuose dopo la ricostruzione negli anni ’90, ora sta vivendo momenti particolarmente critici per le strade bloccate, i collegamenti telefonici difficili e il black out elettrico. I vigili del fuoco hanno parlato di “nuvole di polvere” che si sono alzate e i primi mezzi di soccorso sono stati dirottati su piccole strade rurali perchè le vie che raggiungono la cittadina umbra sono bloccate da crepe e massi caduti in vari punti

.    Un ferito a Tolentino, voleva calarsi da terrazza Tra i feriti lievi nelle zone terremotate delle Marche, a Tolentino risulta una persona ferita per aver cercato di calarsi dalla terrazza. E sempre a Tolentino, nella chiesa di San Giuseppe, sono state sfiorate dai crolli alcune persone che stavano pregando. Il sindaco della cittadina marchigiana: “State lontani dal centro storico e invito i cittadini a trovare un’altra sistemazione, cercate di dirigervi verso alloggi sulla costa adriatica. Il nostro centro di accoglienza esplode, e dobbiamo aprirne altri due”.

   Messe in salvo due persone ad Amatrice. Due persone sono state salvate subito dopo la forte scossa di terremoto a Poggio Vitellino una frazione di Amatrice. E ad Amatrice è crollata la chiesa di Sant’Agostino.

   Soccorso alpino: una donna sotto le macerie. Si è mobilitato anche il corpo nazionale del Soccorso Alpino e le loro squadre si stanno concentrando nelle zone tra Norcia e Forca Canapine, il  passo di montagna sui Monti Sibillini al confine tra l’Umbria e le Marche, dove una donna sarebbe rimasta bloccata sotto le macerie.

   “Si è aperta la terra”. Drammatico il racconto del sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci: “Io sono a Fano, dove vivo, ma mi dicono che ci sono stati crolli, che è un disastro! Si  è aperta la terra, c’è fumo,un disastro. Spero che i testoni che erano rimasti a Santangelo si siano spostati nella notte”.

   “Ho visto colonne di fumo, è crollato tutto“. Il sindaco di Ussita, Marco Rinaldi: “È crollato tutto, vedo colonne di fumo, è un disastro, un disastro. Dormivo in auto, ho visto l’inferno.”

   “Spero non ci sia nessuno sotto le macerie”. “Ho molti crolli nelle frazioni, speriamo che non ci sia nessuno sotto le macerie”, ha detto Sante Stangoni, sindaco di Acquasanta Terme.

   “Camerino, il centro era stato già sgomberato”. “Sono relativamente tranquillo, perché spero che il lavoro fatto in questi giorni sia stato sufficiente per salvare vite umane: il centro è stato evacuato, gli edifici dei quartieri più a rischio dichiarati inagibili, ma ho 47 frazioni, casolari sparsi, finché non ho riscontri qualche timore ce l’ho”. Così il sindaco di Camerino Gianluca Pasqui, che parla di nuovi crolli in città, dopo quelli causati dal sisma del 26 ottobre.
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CINQUEMILA TESORI TOCCATI DAL DISASTRO

di Paolo Conti, da “il Corriere della Sera” del 31/10/2016

– Dal crollo del duomo di Norcia alle lesioni nelle chiese di Roma. Sono 5 mila gli edifici storici colpiti dagli eventi degli ultimi mesi –

   La ferita al Patrimonio culturale è devastante: «La scossa di domenica 30 ottobre è stata otto volte più violenta di quella di agosto e di quella del 26 ottobre, anche il patrimonio già messo in sicurezza è stato distrutto, come il campanile di Castelluccio di Norcia. Ad oggi, per le scosse precedenti, c’erano state 3 mila segnalazioni di danni ai Beni culturali di vario tipo: io ora me ne aspetto almeno altre 2 mila». Il calcolo di 5 mila segnalazioni danni tra crolli parziali o totali di chiese, campanili, palazzi storici, musei, mura di antichi borghi arriva da Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del ministero per i Beni culturali, uno di quei dirigenti statali che si vedono poco in tv ma lavorano molto, senza perdere tempo.

   Ma la tempestività della macchina dei Beni culturali non ha potuto impedire la perdita della Basilica di San Benedetto a Norcia, simbolo del monachesimo benedettino, presente nell’area norciana dal XII secolo, e della città dal XIV secolo, quando sorse la struttura principale e il campanile. Rimane solo la facciata tardogotica col rosone. Giù il campanile, costruito nel 1388 e riedificato nella parte più alta dopo il terremoto del 1703. Giù il portico laterale. Solo venerdì 28 i tecnici dei Beni culturali, con i vigili del fuoco (come ha raccontato Fabio Carapezza Guttuso, coordinatore nazionale dell’Unità di crisi del ministero di Dario Franceschini) avevano compiuto un sopralluogo per valutare eventuali interventi.

   La foto del crollo ha fatto il giro del mondo, campeggiando sui siti di Bbc, del New York Times e Washington Post. I carabinieri del Patrimonio artistico sono riusciti a recuperare tra le macerie una delle Pale della chiesa, che raffigura la Madonna.

   Sempre a Norcia, semidistrutta la concattedrale di Santa Maria Argentea, costruita nel 1556. Distrutto il santuario della Madonna Addolorata, meta di una radicata devozione popolare, del XIII secolo. Distrutta la chiesa di Santa Rita, del XVII secolo. Crollata la chiesa di San Francesco, costruita intorno al 1385 dai francescani, ricostruita dopo il terremoto del 1859: all’interno c’erano la biblioteca civica e l’archivio storico comunale con 1.200 pezzi.

   Ma da tutta l’area sismica arrivano notizie di danni. Il campanile di Sant’Angelo Magno ad Ascoli Piceno è gravemente lesionato e rischia il crollo. Ad Amatrice è crollata la torre civica e ciò che rimaneva della chiesa di Sant’Agostino.

Rispetto al disastro di agosto, col terremoto di ieri la macchina dei Beni culturali è chiamata a uno sforzo doppio, come spiega sempre Antonia Pasqua Recchia: «Si parte con la prima ricognizione dei nuovi danni, dove sarà possibile accedere. E cominceremo i sopralluoghi per rivedere il piano che era stato già fatto dopo il primo terremoto, per mettere a punto meglio la protezione delle parti crollate». Macerie che non vanno disperse in vista di una possibile riedificazione.

   Molta paura anche a Roma, dove il terremoto ha impaurito la cittadinanza: il suolo di tipo alluvionale, come ha spiegato il sismologo Antonio Piersanti, amplifica le scosse. Chiuso per precauzione il meraviglioso complesso di sant’Ivo alla Sapienza, costruito tra il 1642 e il 1660 da Francesco Borromini, universalmente riconosciuto come un capolavoro assoluto del Barocco romano con la sua spirale alla sommità, unica al mondo.

   Crepe e cadute di calcinacci nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, del 391 ma in gran parte ricostruita dopo il devastante incendio del 1823 (papa Pio VII era in agonia e non ebbero il coraggio di avvertirlo, morì senza sapere della semi-distruzione).

   I vigili del fuoco hanno appurato, come ha dichiarato l’ingegner Paolo De Angelis alla guida del Corpo del Vaticano, che non ci sono problemi strutturali: una chiusura precauzionale, poi la riapertura. De Angelis ha parlato di un costante monitoraggio per la Basilica di San Pietro, ieri assolutamente indenne. Chiuso alle visite del pubblico il Quirinale, sempre per precauzione.

   Identica misura per i Musei Capitolini, per permettere un’accurata ispezione (è apparsa una piccola crepa nell’intonaco del Palazzo senatorio). Chiusa per un’ora la Basilica di San Lorenzo, anche questa ricostruita dopo il bombardamento del luglio 1943. Ispezioni accurate alla Basilica di San Giovanni (la cattedrale di Roma). Chiuso anche (sempre per poco) il museo di Santa Maria Maggiore.

   Ancora a Roma, verifiche alle strutture del Colosseo (nel terremoto del 1703 subì notevoli danni), alla Colonna di Traiano al Foro, costruita su una base di roccia e quindi abbastanza stabile, alla Colonna di Marco Aurelio in piazza Colonna, che invece poggia sull’argilla ed è più instabile.

   Ora si riprende il complesso lavoro di catalogazione dei danni. Al ministero assicurano che tutto verrà ricostruito, com’era e dov’era. Ma occorreranno molti fondi. E un lavoro assiduo. Perché ne va delle nostre radici, della nostra identità, della nostra storia. (Paolo Conti)

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TERREMOTO, INGV: “L’ALLONTANAMENTO DELLA COSTA TIRRENICA DA QUELLA ADRIATICA ALL’ORIGINE DELLE SCOSSE DA AGOSTO A OGGI”

di Andrea Tundo, 31 ottobre 2016, da “Il Fatto Quotidiano”

– L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dopo il sisma di domenica: “Ci aspettiamo un abbassamento del suolo superiore ai 70 centimetri”. ALESSANDRO AMATO spiega a “ilfattoquotidiano.it” cosa è accaduto negli ultimi 70 giorni –

Altre diciotto scosse oltre la magnitudo 4 nelle ventiquattr’ore successive a quella principale. E un possibile abbassamento del suolo “fino a 70 centimetri”, come annuncia l’Ingv all’Ansa, ed è visibile osservando due scatti del monte Vettore apparsi sul sito geologi.it poche ore dopo il sisma. Terremoto e conseguenza di un evento che, dice Alessandro Amato, sismologo dell’Ingv, “ci ha sorpreso”. Una prima analisi dei dati da parte dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, tuttavia, lascia ben sperare perché non si tratterebbe del ‘risveglio’ di nuova faglia ma del distacco di un pezzo di quella già attivatasi a fine agosto. Uno scenario confortante sotto il profilo scientifico ma che non esclude la possibilità che esista ancora energia da liberare nel breve periodo. Tutta colpa dell’allontanamento della costa tirrenica da quella adriatica, fenomeno lento ma costante all’origine dei 70 giorni che hanno messo in ginocchio le terre al confine tra Lazio, Marche e Umbria.

Alessandro Amato, cosa sta succedendo lungo l’Appennino?

Bisogna partire da una causa remota. È in atto un processo geologico che dura da diverse centinaia di migliaia di anni: lo stiramento della crosta terrestre. L’Appennino si sta allargando, dall’Adriatico al Tirreno. Lo vediamo dal gps. Le due parti si allontanano a una velocità media di circa 5 millimetri ogni anno. Questo è il motore, gli effetti sono stati i terremoti degli ultimi due mesi, probabilmente legati alla rotazione della microplacca adriatica che spinge contro le Alpi e la parte meridionale di questa che ruota in senso antiorario. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, questa è la più accreditata.

Cosa è accaduto negli ultimi due mesi?

Il processo di deformazione è continuo. Facciamo un esempio: cinque millimetri all’anno comportano nell’arco di due secoli una deformazione di un metro. Le faglie, che sono un sistema ramificato e complesso tra la Calabria e la Pianura Padana, resistono a questo ‘stiramento’ perché hanno un loro attrito. Quando però l’allargamento ‘batte’ la resistenza, queste si spostano in pochi secondi dello spazio che non avevano coperto nei due secoli precedenti. Dalla lunghezza del pezzo di faglia che si sposta dipende la magnitudo del terremoto. Ad agosto e negli scorsi giorni parliamo di una faglia di circa 20 chilometri. In Irpinia nel 1980 e ad Avezzano all’inizio del ‘900 si mosse una faglia di circa 40 km generando terremoti di magnitudo 7.

Perché al confine tra Lazio, Umbria e Marche si sono avuti quattro sismi così forti in così poco tempo?

Il primo terremoto di magnitudo 6 ha provocato uno spostamento nell’ordine di al massimo un metro nella direzione sud-sud est e nord-nord ovest. Il sistema è stato seguito da tanti aftershock (sismi più piccoli nei giorni successivi, nda). Il movimento di questa faglia ha perturbato i pezzi di faglia attorno. È come se lo spostamento del 24 agosto avesse stuzzicato la faglia più vicina. Questa quindi si è probabilmente mossa prima di quanto avrebbe fatto.

Parliamo dei due sismi dello scorso mercoledì?

Sì, i due terremoti di magnitudo 5.4 e 5.9 possono essere spiegati così. Perché siano passati due mesi è un’incognita: queste attivazioni successive di faglia – e ne conosciamo tante, storicamente – hanno tempi variabili. Passiamo da minuti a giorni fino a mesi, come nel caso appenninico. Tutti immaginavamo a quel punto che l’energia accumulata dalla ‘causa remota’ di cui parlavamo all’inizio fosse stata scaricata completamente.

La terrà è però tornata a tremare il 30 ottobre, con una scossa più forte di tutte le altre. Perché?

Stiamo aspettando i dati dei satelliti, che saranno probabilmente decisivi perché ci permetteranno di vedere esattamente i movimenti orizzontali e verticali. Capiremo così dove inizia e dove finisce la rottura della faglia verificatasi domenica mattina. Certo è che siamo rimasti stupiti. Siamo già sicuri, infatti, che la rottura del 30 ottobre riprende in parte quella del 24 agosto – verificatasi tra Amatrice, Accumoli e Norcia – e quella di Norcia-Visso dei giorni precedenti. L’ultimo terremoto ha avuto origine in mezzo alle altre due e ha attivato una faglia di 20-25 km, quasi 30, che vanno da un po’ più a nord dell’epicentro fino a sud, verso Amatrice. Al momento la spiegazione più plausibile è che la parte di faglia che si è mossa il 24 agosto non fosse slittata completamente, continuando nelle scorse ore il suo smottamento. Il trattamento dei dati sismologici ci ha già permesso di capire che l’ultimo evento ha la stessa direzione delle altre faglie. E se non si tratta della stessa, parliamo comunque di una parallela.

Questo vuol dire che il movimento è concluso?

Non possiamo saperlo, perché non si può calcolare quanta energia è stata caricata durante il processo geologico di cui parlavamo all’inizio. Non conosciamo tutte le faglie che ci sono e quanta resistenza hanno agli sforzi né come interagiscono tra di loro. Le incognite da questo punto di vista sono ancora molte. Il fatto che il terremoto del 30 ottobre abbia ‘ricalcato’ parte delle due faglie già attive potrebbe non essere negativo. Se si fosse ‘svegliata’ un’altra faglia sarebbe stato più preoccupante. Questo non toglie che gli ultimi eventi possano aver provocato l’attivazione di un altro pezzo della stessa faglia o di una contigua.

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TERREMOTO CENTRO ITALIA, INGV: “ECCO PERCHÉ CI SONO DUE MAGNITUDO”

da “Il Fatto Quotidiano” del 31/10/2016

– Il terremoto di domenica 30 ottobre alle 7.40 ha avuto magnitudo Richter 6.1 e magnitudo momento (Mw) 6.5. Lo chiarisce l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che spiega di utilizzare la magnitudo Richter perché è molto rapida da calcolare e abbastanza affidabile per i terremoti fino a magnitudo 6; la magnitudo momento Mw, perché fornisce una stima più accurata dell’energia rilasciata –

   Il terremoto di domenica 30 ottobre alle 7.40, che ha squassato il Centro Italia, ha avuto magnitudo Richter 6.1 e magnitudo momento (Mw) 6.5. Lo chiarisce l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), che spiega di utilizzare entrambe le magnitudo: la magnitudo Richter, definita anche magnitudo locale ML, perché è molto rapida da calcolare e abbastanza affidabile per i terremoti fino a magnitudo 6; la magnitudo momento Mw, perché fornisce una stima più accurata dell’energia rilasciata dal terremoto e, in particolare, per quelli più forti.

   La magnitudo Richter si calcola in pochissimi minuti e si comunica al Dipartimento della Protezione Civile dopo 2 minuti e alla popolazione tramite web e social media entro 30 minuti (in media dopo 12 minuti). “I valori preliminari di magnitudo, basati su dati incompleti ma disponibili già dopo pochi minuti dal terremoto, sebbene possano differire dalla magnitudo definitiva (fino a circa 0.5) – sottolinea l’Ingv -, sono comunque indispensabili per scopi di protezione civile. Nei minuti successivi vengono aggiornati con stime più accurate, non appena disponibili i nuovi dati”. La magnitudo Richter – spiegano ancora dall’Ingv – è ottenuta a partire dall’ampiezza massima delle oscillazioni registrate da un sismometro standard, chiamato Wood-Anderson, sensibile a onde sismiche con frequenza relativamente elevata di circa 0.8 Hz.

Questo metodo funziona abbastanza bene per i terremoti con magnitudo inferiore a 6.0. I terremoti di magnitudo maggiore, invece, emettono una parte importante di energia a frequenze più basse rispetto a 0.8 Hz, per cui la massima ampiezza misurata sul sismografo Wood-Anderson non rappresenta tutta l’energia emessa dal sisma. Per questo motivo i terremoti di magnitudo momento maggiore di 6 tendono ad avere valori di magnitudo Richter molto simili.

   “In questi casi si deve quindi far ricorso alla magnitudo momento (Mw)”, sottolinea l’Ingv. Per calcolare la Mw si deve analizzare una porzione molto lunga dei sismogrammi a larga banda, in modo da considerare tutta l’energia emessa e dare così un valore più realistico. Per far questo si deve aspettare la registrazione di tutto il segnale sismico alle tante stazioni della Rete Sismica Nazionale e analizzarle.

“Questo comporta dei tempi più lunghi – sottolinea ancora l’Ingv -, non compatibili con gli scopi di protezione civile e con il desiderio del pubblico di avere una informazione immediata”. “Ieri mattina dopo 2 minuti è stata fornita, telefonicamente, al Dipartimento della Protezione Civile una prima stima del valore della magnitudo ML pari a 6.1, specificando subito che il valore corretto sarebbe stato più alto e comunicato a breve – spiega l’Istituto. Questo valore è stato anche reso pubblico sul sito Ingv 18 minuti dopo l’evento sismico. Nei minuti successivi al terremoto è stata poi calcolata una prima stima della magnitudo momento Mw ottenendo un valore pari a 6.5 che è stato rivisto e confermato nelle due ore successive all’evento”.

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IN POLVERE IL CUORE ANTICO DELL’ITALIA

di Flavia Amabile, da “la Stampa” del 31/10/2016

– Almeno un miliardo di danni, i più gravi a Norcia –

   C’è la bellezza italiana ridotta in polvere e c’è soprattutto per la prima volta un profondo senso di impotenza di fronte ai crolli dei capolavori medievali che rendono unica l’Italia. A fine giornata il bilancio di una manciata di secondi di scossa di terremoto è un miliardo di euro, forse anche due, di danni in più al patrimonio culturale italiano.

   Una cifra enorme se si pensa che soltanto la scossa di mercoledì scorso (26 ottobre 2016, ndr) aveva aumentato del 70% i danni portandoli a un miliardo. Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del ministero dei Beni Culturali, ammette le difficoltà. “Se pensiamo solo alle segnalazioni, dopo le precedenti scosse erano state circa 3000. Dopo l’ultimo terremoto mi aspetto almeno altre 2000 segnalazioni. Pensiamo che sia stato il più violento”.

   Ma non è la sua violenza a dare un senso di impotenza, è il protrarsi nel tempo senza lasciar vedere una fine. «Intervenire ora e mettere in sicurezza i beni danneggiati non è un’operazione che il ministero può assicurare», spiega. La dirigente sa di non avere alternative: «Avevamo ricominciato le verifiche e gli interventi dopo la scossa e i crolli di mercoledì 26. Eravamo entrati venerdì nella basilica di San Benedetto. Volevamo portare via le pale dell’altare ma ci siamo resi conto che avremmo rischiato troppo perché saremmo dovuti rimanere a lungo all’interno della basilica. Ci eravamo messi d’accordo per vederci lunedì mattina e effettuare un intervento di messa in sicurezza del tetto dall’esterno. Purtroppo la scossa di stamattina ha fatto crollare tutto, ma sarebbe stato impossibile fare più in fretta».

   La pala della Madonna è stata ritrovata fra le macerie ieri mattina dai Vigili del Fuoco e portata in uno dei depositi allestiti dal ministero per il recupero delle opere danneggiate. Il resto è lì, un simbolo dell’Italia medievale in polvere.

   Possibilità di recupero? Secondo gli esperti, ci troviamo di fronte a una delle situazioni più difficili per i beni culturali italiani degli ultimi decenni. E un eventuale recupero dipende da come sono avvenuti i crolli: se i pezzi sono ridotti in granelli minuscoli, non ci sono speranze; se invece sono abbastanza grandi, si può sperare di ricostruire.

   Per esempio, i mosaici della basilica di Assisi sono stati restaurati dopo un lavoro certosino rimettendo insieme tutti i pezzi di almeno un centimetro. Non tutto è perduto, ma nessuno oggi è in grado di dire di più, o di avere la minima certezza sul futuro.

   «Da domani ricominceremo con le verifiche anche sugli edifici dove già ci sono stati i sopralluoghi e che erano stati dichiarati agibili. Ma in molti casi i nostri tecnici non possono ancora entrare, dobbiamo aspettare il via libera dei Vigili del Fuoco», spiega Giorgia Muratori, segretario generale del Mibact per le Marche.

   Ma la situazione è di giorno in giorno più difficile e si annuncia necessaria anche una diversa organizzazione delle competenze. Si attende la nomina del Soprintendente unico speciale per le aree colpite dal sisma, distribuite in quattro regioni tutte ad alta densità di beni culturali. Avrà l’incarico di concentrarsi sul recupero del patrimonio mobile e immobile, mentre il ministro Franceschini chiede più fondi per riuscire a salvare tutte le opere danneggiate. L’art bonus, infatti, verrà esteso anche ai beni ecclesiastici gravemente colpiti.

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“LÌ È COMINCIATO IL CAMMINO. È SVANITA LA NOSTRA CULLA”

di Giacomo Galeazzi, da “la Stampa” del 31/10/2016

– “Non ce ne andremo. Crollano le mura ma non ciò in cui crediamo. Qui era racchiusa la specificità del carisma di San Benedetto: semplicità, essenzialità evangelica”. BRUNO MARIN, Superiore e rettore della Congregazione benedettina: “E’ svanita la nostra culla. Non riesco ancora a rendermene conto. Soffro per tutto quello che abbiamo perso in un istante”. –

   Alla curia generalizia della Congregazione benedettina è un giorno di lutto. PADRE BRUNO MARIN, superiore e rettore, è «addolorato» per il crollo della basilica di Norcia. «Nostro Padre Benedetto ha iniziato da lì».

Perché la chiesa distrutta dal terremoto aveva un così profondo significato per la vostra spiritualità? Cosa rappresentava per tutti i benedettini?

«La basilica di Norcia era la casa della famiglia di San Benedetto. Noi avevamo lì le nostre radici storiche e spirituali. Esserci era come portare avanti una missione secolare, tenere in alto la fede a un mandato ricevuto

Qual è ora la vostra presenza qui?

«Negli ultimi anni il monastero di Norcia si è ravvivato con l’arrivo di confratelli statunitensi. La presenza dove San Benedetto e i suoi familiari hanno vissuto è un riferimento per ricordare da dove è cominciato il cammino e qual è lo spirito che deve sempre guidarci. Crollano le mura, non ciò in cui crediamo. Non ce ne andremo e ricostruiremo pietra su pietra, con l’aiuto di Dio. Vicini alla gente che segue la nostra spiritualità».

Un posto come ispirazione?

«Sì. San Benedetto è partito da quel luogo che oggi è crollato per il sisma. Nostro Padre ha lasciato la famiglia d’origine per andare a studiare a Roma, dove però si è scontrato con una realtà di depravazione fino a dover scappare prima a Subiaco, dove visse come un eremita, e poi a Montecassino. È a Norcia che il cammino comincia. Ieri come ora».

Quali sono i legami con Norcia7

«Ogni anno gli studenti del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo ripetevano il pellegrinaggio tradizionale alla basilica di San Benedetto. Era come un passaggio di testimone che si ripeteva nell’avvicendarsi delle generazioni. Un modo per rinfrescare la vocazione alla fonte originaria. Quelle mura racchiudevano la specificità del carisma benedettino. Semplicità, essenzialità evangelica, solidarietà».

Personalmente cosa prova in questo momento difficile?

«Vivo una sofferenza enorme. Ho tanti ricordi e sensazioni interiori, perciò mi affido alla preghiera. Scompare un luogo preziosissimo e insostituibile dal punto di vista affettivo. Ad andare in macerie è il simbolo delle origini benedettine. Da tutto il mondo i nostri seminaristi andavano a visitare quel luogo sacro, sulle orme di San Benedetto. Lì si respirava la Regola, tra le mura crollate il percorso ha tratto linfa. Lì san Benedetto ha maturato la propria vocazione e ha guidato la nostra. Da questa ferita deve ripartire una crescita, una reazione forte alla sofferenza. Andremo avanti».

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LACRIME DI COCCODRILLO SULLA DIFESA DAI RISCHI NATURALI

di Andrea Coffolilli, 20/9/2016, da LA VOCE.INFO

(www.lavoce.info/ )

I disastri naturali si abbattono spesso sul nostro paese. Per l’elevato rischio sismico e l’incuria con cui trattiamo il territorio. Solo poche regioni destinano risorse alla prevenzione e gestione delle calamità. Generalmente dopo averne subita una. I dati sull’utilizzo dei Fondi europei.

Fondi europei per la prevenzione

Il recente sisma del centro Italia ha provocato un numero inammissibile di vittime, sollevato polemiche e condotto a una inchiesta per corruzione su appalti affidati a trattativa privata e presunte omissioni su lavori, pagati con soldi pubblici, che non avrebbero rispettato le prescrizioni previste nella ristrutturazione degli immobili. Tutto ciò solleva una domanda da rivolgere ai governanti responsabili delle politiche per la prevenzione e la gestione dei rischi naturali – inclusi quelli sismici: l’Italia fa tutto il possibile per prevenirli e affrontarli, sapendo che il nostro territorio è particolarmente vulnerabile? Il Fondo europeo per lo sviluppo regionale è una delle fonti di finanziamento degli interventi per prevenire i rischi naturali e affrontarne le conseguenze. Può finanziare attività di prevenzione e gestione sia dei rischi legati ai cambiamenti climatici che di altra origine, quali per esempio quelli sismici. Le attività finanziabili includono sistemi e infrastrutture per la gestione dei disastri, protezione civile, campagne di informazione e altro. Il fondo finanzia anche la protezione del patrimonio culturale pubblico, lo sviluppo di servizi pubblici a esso legati, la promozione della biodiversità. Nell’attuale periodo di programmazione (2014-2020), l’Italia ha destinato ai problemi legati alla protezione dell’ambiente, inclusa la prevenzione dei rischi, circa 2,3 miliardi di euro di Fesr (dati Commissione europea – Dg Regio) a cui si aggiunge il co-finanziamento nazionale. Si tratta dell’11 per cento dei fondi totali disponibili, in linea con la media europea, ma un po’ meno di altri grandi paesi come la Francia (12 per cento) e la Germania (13 per cento). Se distinguiamo nel dettaglio i vari ambiti di intervento, il grosso delle risorse è destinato all’adattamento ai cambiamenti climatici (31 per cento) e alla protezione del patrimonio culturale pubblico (29 per cento). Le risorse destinate ai rischi naturali non-climatici, quali i terremoti, sono appena il 6 per cento delle risorse totali destinate all’ambiente e l’1 per cento del totale dei fondi Fesr. Si tratta di 131,3 milioni di euro o, in media, 17,8 milioni l’anno. Molto poco, considerando il contesto. Questi fondi sono concentrati in pochissime regioni. Infatti solo i programmi operativi delle regioni meno sviluppate (ex Obiettivo convergenza: Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) e il Veneto hanno destinato risorse alla prevenzione e gestione dei rischi legati a terremoti e altri disastri naturali. Nulla da parte delle regioni in cui si trovano le province interessate dall’ultima ondata di terremoti, ossia Lazio, Marche e Umbria, né da parte dell’Abruzzo, colpito da un forte sisma nel 2009.

Figura 1 – Distribuzione delle risorse Fesr destinate alla protezione dell’ambiente e prevenzione dei rischi per principali campi di intervento (Totale: euro 2,3 miliardi nel periodo 2014-2020)

figura-1

 Fonte: Dati Commissione europea, Dg Regio.

Poca attenzione all’ambiente

La scarsa attenzione ai rischi naturali rientra in quella più generale – sempre limitata – che riguarda le problematiche ambientali. Tutte le spese per l’ambiente e i rischi naturali a valere sui fondi europei sono infatti in calo. Se si confrontano le spese degli ultimi due periodi di programmazione per cui abbiamo i dati, si può osservare che in alcune regioni del Centro Italia vi è stato una diminuzione significativa nella quota destinata all’ambiente sul totale dei fondi: -6 punti percentuali nel caso del Lazio, -12 punti percentuali nelle Marche nel periodo 2007-2013 rispetto al 2000-2006. Si sono osservati aumenti solo in Umbria (+7 punti percentuali) e in Abruzzo (+5 punti percentuali), in linea con gli eventi. In termini pro-capite, la spesa dei fondi europei per iniziative sull’ambiente, tra cui la gestione di rischi naturali, è stata molto bassa nel 2007-2013: circa 7 euro per abitante in media nel Centro Italia, molto al di sotto della media europea di circa 63 euro pro-capite.

Figura 2 – Variazione della quota di spesa Fesr dedicata all’ambiente* nel periodo di programmazione 2007-2013 rispetto al periodo precedente, 2000-2006, per regione (in punti percentuali)

figura-2

* include sia le risorse per la protezione dell’ambiente e la prevenzione dei rischi che quelle per le reti idriche e fognarie.

Fonte: Geography of Expenditure, Work Package 13, Ex-post evaluation of Cohesion policy 2007-2013 (Ismeri Europa, wiiw).

Certamente le risorse totali sono limitate, la coperta è corta e le regole di concentrazione dei fondi impongono molti vincoli sulle scelte. Tuttavia, proprio in considerazione della vulnerabilità del territorio italiano, forse ci si potrebbe impegnare a dare maggiore peso a questi temi: anche risorse limitate, in un territorio circoscritto ed esposto, possono dare un contributo significativo e fare la differenza per alcune comunità. I fondi strutturali 2014-2020 sono già programmati e ripartiti. Tuttavia, se necessario, sono possibili riallocazioni all’interno dei programmi, nel rispetto del principio di concentrazione. L’ambiente è un fattore strategico per l’Italia, ma ce ne curiamo davvero poco, mentre potremmo trasformarlo in un’opportunità di sviluppo. Inoltre l’incuria determina rischi a volte letali. Certamente un malato cronico di vulnerabilità sismica e rischi idrogeologici, com’è il nostro paese, potrebbe dedicare una quota maggiore di tutti i fondi disponibili, incluse le risorse Fesr, ad attività rilevanti in questo campo, nel periodo di programmazione attuale e in quello dopo il 2020.

Figura 3: Spesa pro-capite Fesr per l’ambiente* nel periodo 2007-2013 per provincia (euro per abitante).

figura-3

* include sia le risorse per la protezione dell’ambiente e la prevenzione dei rischi che quelle per le reti idriche e fognarie.

Fonte: Geography of Expenditure, Work Package 13, Ex-post evaluation of Cohesion policy 2007-2013 (Ismeri Europa, wiiw).

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QUEL DOCUMENTO CHE SERVE ANCHE PER PREVENIRE UN SISMA

di Raffaele Lungarella, 20/9/2016, da LA VOCE.INFO

www.lavoce.info/

Nel fascicolo del fabbricato sono riportati dati e informazioni principali su progettazione, struttura e diverse componenti di un immobile. Chi ha provato a introdurlo non ha avuto fortuna, ma ora ci prova Milano. E forse è il momento che il governo proponga uno schema valido per tutto il paese.

Cos’è il fascicolo del fabbricato

Con i crolli e i morti di Amatrice, e degli altri diciassette comuni, si è ripreso a discutere del fascicolo del fabbricato. Cerchiamo di capire cos’è e perché non è stato finora introdotto. Il fascicolo del fabbricato è un documento nel quale sono riportati i dati e le informazioni principali relative alla progettazione, alla struttura, alle diverse componenti statiche, funzionali e impiantistiche di un immobile. Serve in sostanza a far conoscere meglio come è fatta una scuola, una palestra, una casa o un capannone. Vi possono essere riportati i dati amministrativi, relativi per esempio al permesso di costruire, ma anche informazioni più strettamente tecniche. La sua lettura potrebbe consentire a chi acquista una casa, anche in un condominio, di sapere, per esempio se la struttura è in muratura portante o in cemento armato; l’esito delle prove di compressione della malta cementizia con la quale sono stati riempiti i pilastri e fatti i solai; il diametro dei tondini di ferro usati per armare quei pilastri; dove passano i tubi dell’acqua, del gas, del riscaldamento e i fili dell’elettricità; che materiali sono stati usati; qual è la trasmittenza termica dei vetri e il consumo di energia necessario per riscaldare e rinfrescare l’immobile. Il libretto non garantisce, ovviamente, che le case non crollino se la terra traballa. È un po’ come il libretto di istruzione dell’automobile: averlo non evita di sbattere contro un muro, ma spiega di che manutenzione ha bisogno la macchina, dove mettere l’olio o l’acqua per il tergicristallo e come cambiare una ruota. Il fascicolo del fabbricato può risultare utile non solo nelle emergenze, ma anche nell’ordinaria gestione dell’immobile e quando vi è necessità di opere di manutenzione e ristrutturazione oppure di riparare qualche guasto.

Le obiezioni

Senza alcuna fortuna, hanno provato a introdurlo alcune regioni. Le loro norme non sono mai entrate in vigore perché sono state annullate dal Tar oppure perché sono state abrogate delle stesse regioni per non affrontare un giudizio di legittimità costituzionale a seguito dell’impugnazione da parte del governo. Da ultimo è successo, nel 2014, alla legge della Regione Puglia, contro la quale ricorse la presidenza del Consiglio dei ministri. Secondo il governo, la normativa regionale avrebbe aggravato il procedimento per il rilascio del certificato di agibilità per le nuove costruzioni, reso più complessi i procedimenti amministrativi in contrasto con l’esigenza di semplificazione. Inoltre con il libretto si “impongono ai privati oneri non necessari e comunque sproporzionati ed eccessivamente gravosi (che comportano anche a carico dei proprietari di più modeste condizioni economiche la necessità di ricorrere a una pluralità di professionisti) – si pongono altresì in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, sotto il profilo delle disparità di trattamento e del principio di ragionevolezza, e con l’articolo 42, secondo comma, Costituzione, in quanto impongono limiti alla proprietà privata, che non appaiono necessari ad assicurarne la funzione sociale”. Al di là delle argomentazioni giuridiche, le obiezioni mosse alle leggi regionali, anche dalle associazioni della proprietà immobiliare, riguardano la previsione della necessità del libretto per il patrimonio esistente e la facoltà attribuita ai comuni di renderlo obbligatorio, nei casi in cui ciò non fosse stato già previsto per legge.

La scelta di Milano

I proprietari degli immobili esistenti temono che, oltre a pagare ingegneri e architetti per la redazione del fascicolo, possano essere anche obbligati a realizzare gli interventi edilizi che dovessero risultare necessari dalla ricognizione fatta dai tecnici: non tutti hanno i soldi necessari. Forse anche per fugare questi timori, il comune di Milano ha previsto l’obbligo del fascicolo solo per gli edifici di nuova costruzione e per quelli oggetto di sostituzione o ristrutturazione edilizia e ampliamento. Contro la norma è stato proposto ricorso al Tar da un’associazione della proprietà immobiliare. Una sua conferma potrebbe fare da apripista ad altri sindaci, con il rischio di avere migliaia di modelli di fascicolo, salvo poi, tra qualche anno, caricarsi di una fatica di Sisifo per creare un modello unico, come sta succedendo ora per i regolamenti edilizi comunali. Per evitarlo sarebbe meglio che il governo, anche nell’ottica della semplificazione, proponesse uno schema unificato di libretto del fabbricato per le nuove costruzioni. Un’ipotesi limitata come questa non dovrebbe dispiacere neanche alle imprese di costruzione. In mancanza di un’iniziativa governativa, le loro stesse associazioni di categoria potrebbero promuovere volontariamente l’introduzione del libretto, che diverrebbe un fattore di competitività, perché aiuta a rendere trasparente il livello qualitativo della costruzione.

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Puoi vedere anche:

https://geograficamente.wordpress.com/2016/09/04/terremoto-nellappennino-centrale-la-fine-del-pensare-a-terremoti-regionali-e-il-nuovo-modo-di-intendere-il-doloroso-accadimento-come-terremoto-nazionale-in-uno-dei-territo/

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sequenza sismica: vedi https://ingvterremoti.wordpress.com/

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Lista dei terremoti aggiornata in tempo reale dal Centro Nazionale Terremoti. Monitoraggio e sorveglianza sismica in Italia:

http://cnt.rm.ingv.it/

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da http://www.protezionecivile.gov.it/

RISCHIO SISMICO – SEI PREPARATO?

Il territorio italiano è esposto al rischio sismico, quindi prepararsi ad affrontare il terremoto è fondamentale. La sicurezza dipende soprattutto dalla casa in cui abitate. Se è costruita in modo da resistere al terremoto, non subirà gravi danni e vi proteggerà. Ovunque siate in quel momento, è molto importante mantenere la calma e seguire alcune semplici norme di comportamento.

Cosa sapere

Cosa fare prima

Se arriva il terremoto

L’Italia è un Paese sismico Negli ultimi mille anni, circa 3000 terremoti hanno provocato danni più o meno gravi. Quasi 300 di questi (con una magnitudo superiore a 5.5) hanno avuto effetti distruttivi e addirittura uno ogni dieci anni ha avuto effetti catastrofici, con un’energia paragonabile al terremoto dell’Aquila del 2009. Tutti i comuni italiani possono subire danni da terremoti, ma i terremoti più forti si concentrano in alcune aree ben precise: nell’Italia Nord-Orientale (Friuli Venezia Giulia e Veneto), nella Liguria Occidentale, nell’Appennino Settentrionale (dalla Garfagnana al Riminese), e soprattutto lungo tutto l’Appennino Centrale e Meridionale, in Calabria e in Sicilia Orientale. Anche tu vivi in una zona pericolosa, dove in passato già si sono verificati terremoti o se ne sono avvertiti gli effetti. E ciò potrà accadere ancora in futuro.

Cosa succede a un edificio? Una scossa sismica provoca oscillazioni, più o meno forti, che scuotono in vario modo gli edifici. Le oscillazioni più dannose sono quelle orizzontali. Gli edifici più antichi e quelli non progettati per resistere al terremoto possono non sopportare tali oscillazioni, e dunque rappresentare un pericolo per le persone. È il crollo delle case che uccide, non il terremoto. Oggi, tutti i nuovi edifici devono essere costruiti rispettando le normative sismiche.

Anche il prossimo terremoto farà danni? Dipende soprattutto dalla forza del terremoto (se ne verificano migliaia ogni anno, la maggior parte di modesta energia) e dalla vulnerabilità degli edifici. Nella zona in cui vivi già in passato i terremoti hanno provocato danni a cose e persone. È possibile quindi che il prossimo forte terremoto faccia danni: per questo è importante informarsi, fare prevenzione ed essere preparati a un’eventuale scossa di terremoto.

Quando avverrà il prossimo terremoto? Nessuno può saperlo, perché potrebbe verificarsi in qualsiasi momento. Sui terremoti sappiamo molte cose, ma non è ancora possibile prevedere con certezza quando, con quale forza e precisamente dove si verificheranno. Sappiamo bene, però, quali sono le zone più pericolose e cosa possiamo aspettarci da una scossa: essere preparati è il modo migliore per prevenire e ridurre le conseguenze di un terremoto.

Gli effetti di un terremoto sono gli stessi ovunque? A parità di distanza dall’epicentro, l’intensità dello scuotimento provocato dal terremoto dipende dalle condizioni del territorio, in particolare dal tipo di terreno e dalla forma del paesaggio. In genere, lo scuotimento è maggiore nelle zone in cui i terreni sono soffici, minore sui terreni rigidi come la roccia; anche la posizione ha effetti sull’intensità dello scuotimento, che è maggiore sulla cima dei rilievi e lungo i bordi delle scarpate.

Cosa fa lo Stato per aiutarti? Nel 2009, dopo il terremoto dell’Aquila, lo Stato ha avviato un piano nazionale per la prevenzione sismica, che prevede lo stanziamento alle Regioni di circa un miliardo di euro in sette anni con diverse finalità:

  • indagini di microzonazione sismica, per individuare le aree che possono amplificare lo scuotimento del terremoto; • interventi per rendere più sicuri gli edifici pubblici strategici e rilevanti; • incentivi per interventi di miglioramento sismico di edifici privati.

In quale zona vivi L’Italia è un Paese interamente sismico, ma il suo territorio è classificato in zone a diversa pericolosità. Chi costruisce o modifica la struttura della casa è tenuto a rispettare le norme sismiche della propria zona, per proteggere la vita di chi ci abita. Per conoscere la zona sismica in cui vivi e quali sono le norme da rispettare, rivolgiti agli uffici competenti della tua Regione o del tuo Comune.

 La sicurezza della tua casa È importante sapere quando e come è stata costruita la tua casa, su quale tipo di terreno, con quali materiali. E soprattutto se è stata successivamente modificata rispettando le norme sismiche. Se hai qualche dubbio o se vuoi saperne di più, puoi rivolgerti all’ufficio tecnico del tuo Comune oppure a un tecnico di fiducia.

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