“LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” – La bella mostra a Treviso a Palazzo Bomben (fino al 19 febbraio 2017) della Fondazione Benetton, rileva quale sia stato, specie nel suolo italico, il ruolo della geografia nel dare significato politico ai confini – E si ragiona sulle FINALITÀ del LAVORO GEOGRAFICO

“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)
“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)

“La neutralità nelle scienze umane e sociali non esiste: non c’è nella storia, nell’economia e tanto meno nella geografia. I modelli che utilizziamo sono frutto di tentativi, elaborazioni e opinioni. Una bella mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? REPRESENTATION OF HUMAN BEINGS” organizzata a TREVISO dalla FONDAZIONE BENETTON (a cura di MASSIMO ROSSI e con progetto grafico di FABRICA), riflette su quest’aspetto con riguardo alle MAPPE: potente mezzo di comunicazione non verbale, le mappe sono state nei secoli capaci di influenzare l’opinione pubblica, con informazioni spesso allineate al volere degli stati maggiori. Il contesto delle celebrazione della GRANDE GUERRA offre lo spunto per un percorso che si snoda dall’antichità al presente ma si concentra su fine Ottocento e inizio Novecento. Obiettivo: raccontare anche UN’ALTRA GEOGRAFIA POSSIBILE, non asservita alle logiche militari, ma in grado di insegnarci a conoscere i luoghi. DAL 6 NOVEMBRE 2016 AL 19 FEBBRAIO 2017.” (da “La Stampa”, 22/10/2016)

la-geografia

   Vi invitiamo ad andare a vedere la mostra che c’è a Treviso (Palazzo Bomben, Via Cornarotta 7) della Fondazione Benetton (www.fbsr.it) sul tema de “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?”, curata da Massimo Rossi, geografo, cartografo, professore allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara.

   Una mostra che mette il dito sulla piaga di ciò che causa (e ha causato) tanti conflitti e sofferenze: I CONFINI. Che geograficamente, naturalmente, non esistono, ma sono stati creati strumentalmente per un fine di potere. O, se si vuole a volte (per vederne l’aspetto positivo, “necessario”), per un’organizzazione coerente, efficace di un determinato territorio.

CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618
CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618

   Massimo Rossi, curatore integrale di questa mostra, fa intendere come linearmente, moderatamente, i geografi che rappresentavano le prime espressioni del suolo italico, cercassero di superare confini, principati, piccoli stati che numerosi erano presenti nell’attuale territorio italico, con un privilegiare gli elementi fisici (le Alpi a nord, il Mediterraneo a sud). Solo da questi elementi fisici si è arrivati poi ad un’identificazione di confini, e con essi una volta stabiliti artificialmente, vi è stata la proposta geografica di stabilire e individuare una REALTÀ ITALIANA, con una propria possibile identità organizzativa.

   Tutto questo nell’imperversare nell’OTTOCENTO, nel secolo degli STATI NAZIONALI IN EUROPA, che già si affrontavano nella politica imperialista coloniale e che di lì a poco, nel ‘900, si sarebbero massacrati tra di loro in due guerre civili europee cruente, fratricide, sanguinosissime, inutili, insensate.

CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)
CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)

   E qui, nella mostra di Treviso, una parte essenziale è proprio dedicata alla “grande guerra”, alla prima guerra mondiale. Evento nella mostra descritto e rappresentato dalle MAPPE DELL’EPOCA, e anche in parte raccontato con testimonianze e documenti del lavoro nell’area trentina di un geografo (poi divenuto assai famoso) di quel periodo, CESARE BATTISTI, giustiziato nel luglio 1916 dagli austriaci nel Castello del Buonconsiglio a Trento.

CELESTINO BIANCHI: L'ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)
CELESTINO BIANCHI: L’ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)

   E “l’evento grande guerra” è così (nell’ambito e nella continuità del lavoro di ricerca che la Fondazione Benetton fa a Treviso rivolgendosi al “locale” e al “mondo”) rappresentato dalle mappe dei geografi di quel periodo, e il tutto è inserito in un contesto di duplice interesse attuale: cioè al fatto che siamo nel corso delle celebrazioni del centenario di quella guerra; e che il luogo della mostra si colloca nel cuore del Nordest italico, là dove la prima guerra mondiale ha avuto il massimo svolgimento storico, nel conflitto tra esercito italiano e quello austro-ungarico (il fronte del Piave, il Monte Grappa…)…

la teorizzazione delle “razze umane” - Geographische Verbreitung der menschen rassen - in Heinrich Berghaus - Physikalischer atlas gotha - justus perthes - 1848
la teorizzazione delle “razze umane” – Geographische Verbreitung der menschen rassen – in Heinrich Berghaus – Physikalischer atlas gotha – justus perthes – 1848

   E sul disegnare (o ridisegnare) i territori la mostra di Treviso fa vedere (con vari esempi) come quasi sempre prevale la volontà di potere e dominio: che fa fare, anche cartograficamente parlando (e così poi nella realtà dei territori), fa fare cose scellerate e inaudite. Ad esempio nella mostra si parla della toponomastica nell’Alto Adige – Sud Tirolo, dove l’arrivo degli “italiani vincitori” nella grande guerra, e con il supporto dalla logica fascista a partire dagli anni venti del ‘900, sono stati cambiati, italianizzati, i nomi di luoghi, strade, vie, città, paesi di un territorio storicamente di lingua e cultura tedesca, trasformandolo con toponimi italiani o inventati o ricavati dalla retorica imperiale dell’antica Roma… (nella mostra si fa il caso di Sterzing, ultimo comune prima del Brennero, trasformato in Vipiteno)

Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS
Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS

   Forse adesso la guerra, i conflitti internazionali e locali (in tante realtà africane, in Medio Oriente…) non hanno granché bisogno del lavoro dei geografi, ma meriterebbe che la geografia li raccontasse ancor di più di quello che fa…(pensiamo alle tante guerrei africane del tutto dimenticate).

   E anche gli stati smembrati di adesso in guerre civili e interessi di potenze internazionali che lì si affrontano, dei loro confini (pensiamo adesso a come è e potrà essere divisa la Siria, in ogni caso come vittima sacrificale c’è la popolazione siriana) tutto questo è tema geografico non da poco. Per questo sarebbe interessante una “PROPOSTA GEOGRAFICA” che ridisegni il mondo oltre i confini stabiliti o che ora vengono ribaditi dall’uso della forza, da guerre e invasioni…

THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 - BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'APOLLO 17 (l'ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall'inglese come "biglia blu"). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.
THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 – BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall’equipaggio dell’APOLLO 17 (l’ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall’inglese come “biglia blu”). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.

   E ancora la GEOGRAFIA, al di là dei conflitti, che provi a individuare realtà territoriali omogenee più confacenti al mondo che cambia, che è già del tutto cambiato…. Luoghi (non confini!) che siano più o meno funzionali agli effettivi spostamenti quotidiani dei cittadini (città, regioni, aree e macroaree geografiche…), e da lì ridisegnare nuove città come effettivamente ora sono, nell’economia, nella quotidianità della popolazione che ci vive, macreregioni al posto delle obsolete regioni….

1618 - CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM
1618 – CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM

   Tante sono le possibilità di elaborazione e “lavoro” della geografia, di immaginazione di un mondo un po’ migliore di quel che è adesso, e che persegua la pace e forme di prosperità e dignitosa autosufficienza per tutti gli abitanti del nostro pianeta. E che rispetti la natura, gli animali.

   Un programma geografico per il presente e il futuro a nostro avviso non può che essere legato proprio al tema della pace e dello sviluppo economico di tutti, e del rispetto universale dei diritti umani. Cosa non facile: c’è tanto da lavorare per chi ama la geografia, sia esso un dilettante e solo simpatizzate di questa disciplina, o di chi ne ha fatto un impegno consistente della sua vita.

   Pertanto l’individuazione della mostra di Treviso del tema “GEOGRAFIA E GUERRA”, dell’uso che se ne è fatto della disciplina geografica a volte per positivamente diluire nazionalismi pericolosi e a volte invece per sostenerli, ebbene questo tema e titolo “la geografa serve a fare la guerra?” pone appunto a nostro avviso un obbiettivo di una GEOGRAFIA DI PACE che, confrontandosi con tutti quelli che amano questa disciplina, e anche guardando alle nuove possibilità tecnologiche, possa essere strumento interessante e concreto per creare un mondo migliore. (s.m.)

locandina

……………………

SUI CONFINI (CHE NON CI SONO)

dall’intervista al geografo CLAUDIO CERRETTI, tratto da un video della mostra di Treviso

“Il confine naturale non esiste. Il problema di demarcare, definire o delimitare è un problema culturale, non naturale. In natura non esiste discontinuità, la natura è continua, non c’è discontinuità tra terra e mare, tra un fiume che scorre e le sue rive, si tratta sempre di un continuum. Ogni confine è politico. E’ evidente che c’è stata una fase nel corso della storia culturale occidentale in cui si è ritento che la volontà di Dio, o della natura, a seconda delle inclinazioni, potesse aver effettivamente disegnato delle aree, delle regioni “naturali” per destinarle a una civiltà, a un popolo, a un paese, a uno stato. Petrarca o Dante, all’inizio del Trecento, parlano chiaramente delle Alpi che distinguono e delimitano l’Italia da tutto il resto, ma rappresentano un riferimento a un’idea che poi si è trascinata ed è stata pesantemente strumentalizzata fino al Novecento e ancora tantissime persone continuano a crederci, ma non c’è assolutamente nulla di naturale. Si tratta sempre di qualcosa di convenzionale, di arbitrario, come qualunque altro confine politico” (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

“Se la linea di confine corrisponde al corso di un fiume anche quest’ultimo viene disegnato praticamente come una linea su una carta, quindi le due cose tendono a coincidere, ma è un equivoco. Un fiume non è una linea priva di dimensione, poiché ha un suo letto, un suo bacino idrografico dato dall’insieme degli affluenti che portano acqua al fiumee separarlo per la lunghezza è un’insensatezza.

Le catene montuose come le Alpi o i Pirenei, discretamente lineari, hanno più versanti e separarle per la lunghezza, da un punto di vista naturale, non ha nessun senso. Basta prendere una carta a grande scala delle Alpio dei Pirenei per vedere che in realtà nulla di naturale viene effettivamente seguito, né la linea di displuvio, né la linea di cresta. Le linee di confine che corrono lungo le catene montuose non sono “naturali” nel senso di sinuose, ma in realtà sono delle spezzate, dei segmenti rettilinei di qualche chilometro che vanno da un picchetto a un altro e non hanno, evidentemente, nulla di naturale”. (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

………………………

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI

“La geografia serve a fare la guerra?”. A Treviso un’indagine storica sulla cartografia

di Marina Grasso, da “la Tribuna di Treviso” del 5/11/2016

   «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo», sostengono Gaetano Salvemini e Carlo Maranelli nel 1918, ossia in un’Italia massacrata da una guerra in cui entrò spinta dal programma di Vittorio Emanuele III che incitava i soldati a «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra».

   È una delle tante argomentazioni della risposta affermativa alla domanda che dà il titolo alla mostra che inaugura oggi (alle 18) negli Spazi Bomben della Fondazione Benetton di Treviso: “La geografia serve a fare la guerra?”. Iniziativa per la quale le celebrazioni del centenario della Grande Guerra sono un prezioso pretesto per indagare sulla capacità della cartografia di influenzare l’opinione pubblica, in un percorso espositivo che partendo da testimonianze del periodo prebellico spazia nei segni geografici dall’antichità ai giorni nostri, dagli antichi tappeti intrecciati a mano che riproducono carte geografiche a The Blue Marble, la prima fotografia del pianeta Terra vista dall’obiettivo degli astronauti dell’Apollo 17.

   Lo sguardo attento e critico del curatore MASSIMO ROSSI – geografo e storico della cartografia, autore di un avvincente libro che riprende il titolo della mostra (Antiga Edizioni) – ha realizzato TRE PERCORSI che raccontano la grande forza comunicativa delle carte geografiche.

   Carte nelle quali monti e fiumi diventano segni che separano e danno forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni trasformandoli in stati, come racconta la PRIMA SEZIONE, dedicata ai “CONFINI NATURALI” italiani visti da più prospettive storiche, a volte contraddittorie tra loro ma sempre contraddicenti l’affermazione di Metternich secondo il quale “L’Italia non è che un’espressione geografica” (anche se lo stesso Rossi sostiene che la traduzione della funesta definizione fu manipolata per svilire il nostro Paese), poiché l’unità italiana vi è disegnata chiaramente ben prima che fosse politicamente compiuta.

   La SECONDA SEZIONE, “SEGNI UMANI”, racconta l’uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere l’idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica, ma raccoglie anche mappe di straordinaria potenza persuasiva, come la “mappa delle razze” del 1848, che oggi non possiamo non valutare semplicemente come priva di ogni fondamento scientifico, ma idea-madre delle scellerate fobie di cui si nutrì il nazismo; oppure la curiosa mappa dell’Europa entolinguistica del 1916 che, di fatto, cancella l’impero austroungarico – poiché privo di una sua propria lingua – alla vigilia della sua dissoluzione.

   La TERZA SEZIONE, “CARTE DA GUERRA”, pone l’accento sulla coesistenza di simboli grafici per significare l’industria bellica disseminata sul fronte del Piave e di quelli che testimoniano come i lunghi voli di migliaia di colombi viaggiatori abbiano eluso ogni confine e ogni contraerea per informare e trasmettere ordini oltre il fronte. Perché la natura, i confini, non li crea e non li rispetta. A loro pensa l’uomo, ahinoi con la guerra. (Marina Grasso)

…………………………

LA STORIA SI FA ANCHE A COLPI DI MAPPE

di Massimo Rossi, da “La Stampa” del 22/10/2016

   Solitamente pensiamo a una carta geografica come a una rappresentazione esatta dei territori raffigurati, disattivando qualsiasi ulteriore riflessione in merito a possibili altre considerazioni. Ma la mappa che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “La geografia serve a fare la guerra?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. Ponendo il Sud in alto si innesca nel lettore un’altra visione, un altro punto di vista da cui guardare il mondo, ed è proprio questa una delle peculiarità della geografia, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici.

veduta-ditalia-in-la-geografia-a-colpo-docchio-tav-xvi-lit-corbetta-milano-1853_-da-www_artslife_com_

   La Veduta d’Italia, così come ogni mappa, è una macchina narrativa, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire rendere concreti concetti astratti come l’idea di nazione.

   Il nostro cartografo confezionale un’immagine apparentemente neutra della penisola, protetta dalle Alpi e protesa nel Mediterraneo così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini.

   Ma la natura non può essere consapevole di determinare un limes, una demarcazione; in natura non esiste discontinuità ed è sempre e solo l’uomo a decidere, arbitrariamente, di dividere un fiume longitudinalmente, o di usare lo spartiacque alpino per differenziare un “noi” sa un “loro”.

   Lo storico Gaetano Salvemini e i geografo Carlo Maranelli dibattendo sulla questione adriatica nel 1918 sentenziarono: “Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo”. Tuttavia la Veduta d’Italia proclama esattamente il contrario e delinea non solo il “confine naturale” alpino, ma accoglie i desiderata dell’establishment politico-militare sabaudo: i territori alto atesini, giuliani, istriani e dàlmati, la Corsica e Nizza, fino a rivendicare, laggiù in fondo, con due toponimi, Malta e Tunisi.

   Vittorio Emanuele III nel proclama diramato il 24 maggio 1915 si indirizzò ai soldati con queste parole: “A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra”, convocando l’elemento naturale a testimone delle irrinunciabili pretese nazionali.

   “La geografia serve a fare la guerra?” è una mostra che intende proporre al visitatore un percorso articolato tra mappe e opere d’arte, sottolineando l’importanza di quel punto interrogativo che regge un intero progetto scientifico. Le carte da guerra usano i territori secondo le geografie degli stati maggiori e hanno bisogno di nuovi simboli per impossessarsi dei luoghi e modificarne l’uso. Ma basta cambiare il punto di vista, come solitamente fanno gli artisti, per stabilire un nuovo dialogo con l’immagine del mondo, basta uscire dalla stretta visione locale, per attivare un rapporto emozionale, percettivo e cognitivo, più profondo con i luoghi.

   Senza geografia le guerre non sarebbero immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l’uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili, quindi non solo la geografia ma anche la fisica, la chimica, la geometria, la matematica, l’antropologia, la linguistica, la storia… (Massimo Rossi)

………………….

Atlante della nostra guerra: Geografia e cartografia della persuasione

di MASSIMO ROSSI:

http://www.iuav.it/Ateneo1/docenti/docenti201/Rossi-Mass/materiali-/Massimo_Rossi_Atlante-della-nostra-guerra_2016.pdf

……………………………..

LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? REPRESENTATION OF HUMAN BEINGS

da www.fbsr.it/ (Fondazione Benetton Studi e Ricerche, Treviso)

MAPPE E ARTE IN MOSTRA

   La geografia serve a fare la guerra? È l’interrogativo che si pone la mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche, a cura di Massimo Rossi, in calendario negli spazi Bomben a Treviso da domenica 6 novembre 2016 a domenica 19 febbraio 2017. L’esposizione si avvale della partnership di Fabrica, che ha curato l’allestimento e il progetto grafico, e della collaborazione e del patrocinio della Regione del Veneto-Assessorato alla cultura.

   Mappe, atlanti e opere d’arte raccontano, attraverso tre percorsi strettamente legati e continuamente in dialogo, la grande forza comunicativa e persuasiva delle carte geografiche.

Le mappe sono un potente mezzo di comunicazione non verbale e il contesto delle celebrazioni della Grande Guerra offre un valido pretesto per indagare sulla loro capacità di influenzare l’opinione pubblica quando assecondano il punto di vista degli Stati Maggiori. Per questo il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall’antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un’altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari.

   La mostra si apre con la sezione ROCCE E ACQUE, in cui vedremo come con un semplice e perentorio segno – IL CONFINE NATURALE – le mappe indurranno monti e fiumi a diventare strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni per trasformarli DA “ESPRESSIONE GEOGRAFICA” A STATI.

   La seconda sezione, SEGNI UMANI, si occuperà di raccontare l’uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l’idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica.

   La terza parte, CARTE DA GUERRA, porrà l’accento sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili, nel contesto della PRIMA GUERRA MONDIALE: simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili a oltre cento metri di quota e percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini. Mortai da 305 mm che esplodono proiettili di 400 kg alti come un uomo, e palloni frenati sospesi a centinaia di metri dal suolo «che in lunga fila si dondolano nell’azzurro lungo il corso del Piave» come racconterà lo scrittore-tenente Fritz Weber, nemico sulla riva opposta.

In mostra apprezzeremo la capacità delle carte di mettere ordine a un mondo altrimenti caotico, per renderlo più comprensibile e familiare, distinguendo gli oggetti, ma soprattutto nominando i luoghi per consentirci di riconoscerli, uno a uno. In tutte le epoche le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, HANNO RACCONTATO I LUOGHI ANCHE ATTRAVERSO I TOPONIMI esercitando su di essi UN POTERE A VOLTE AGGRESSIVO. Specialmente QUANDO HANNO ALTERATO LA GRAFIA ORIGINARIA di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l’olandese Niew Amsterdam diventa l’inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell’italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l’asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno. O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: “Alto Adige”, “Venezia Tridentina”, “Venezia Giulia”, o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere.

   La secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all’invasione austriaca e diventa “Il Piave” per rassicurare l’immaginario collettivo della giovane nazione italiana.

   Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l’uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica.

   Questa mostra parla anche di un’altra geografia possibile, una geografia necessaria per riflettere e agire sul mondo quando proviamo a osservarlo dall’alto sfogliando le pagine dell’atlante rinascimentale di Abramo Ortelio che adotta il medesimo punto di vista di Dio, o contemplando THE BLUE MARBLE, la prima fotografia del pianeta terra vista dall’obiettivo degli astronauti dell’Apollo 17.

   Una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica – e in mostra saranno esposti tappeti geografici e alcune opere di artisti contemporanei.

   Ma soprattutto si potrà riflettere su un’altra geografia in grado di insegnarci a conoscere i luoghi attraverso un ininterrotto dialogo con i processi storici e di persuaderci con l’esempio di due autorevoli testimoni di un secolo fa, il geografo Cesare Battisti e lo storico Gaetano Salvemini, che «non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo».

L’allestimento che Fabrica propone è un viaggio esperienziale, alla scoperta delle diverse mappe geografiche e dei luoghi che le hanno ispirate, attraverso la creazione di ambienti che coinvolgono il pubblico a percorrerli, a interagire con essi. Elementi dal design lineare e pulito, essenziali per valorizzare al meglio i pezzi in mostra, insieme a una grafica che reinterpreta in una chiave contemporanea gli elementi della cartografia tradizionale.

   L’intero progetto della mostra – allestimento e comunicazione – si combina con gli spazi di Palazzo Bomben, ricco di affreschi e di storia, in un dialogo di reciproca valorizzazione.

   Iniziativa realizzata con il contributo della Regione del Veneto, ai sensi della legge regionale 11/2014, art. 9, nell’ambito del programma per le commemorazioni del centenario della Grande Guerra

………………………

LA GEOGRAFIA E IL CENTENARIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

da www.storiastoriepn.it/

1915: esperimenti aerostieri
1915: esperimenti aerostieri

Le celebrazioni per il centenario della prima guerra mondiale hanno riportato l’attenzione su quello che è stato uno dei momenti di svolta nella storia della società contemporanea. Dopo i cinque anni del conflitto il paesaggio dell’Europa cambiò profondamente, sia nell’organizzazione dei confini politici, nazionali e culturali, con la creazione di nuovi Stati e la modifica dei preesistenti, sia nella formazione delle strutture demografiche, sia nella costruzione dei rapporti di forza tra i diversi paesi e, all’interno degli stessi, delle gerarchie sociali.

STATO MAGGIORE ITALIANO - Ufficio Colombifilo - Il piccione c3a8 pronto per partire (dall'Archivio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito, Roma)
STATO MAGGIORE ITALIANO – Ufficio Colombifilo – Il piccione c3a8 pronto per partire (dall’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’esercito, Roma)

   L’ampiezza del fenomeno impose, in forza di un coinvolgimento totale dell’intera popolazione, un enorme allargamento delle conoscenze, in parte finalizzate ad un migliore uso della guerra, in parte funzionali ad un incremento della consapevolezza degli spazi (sociali, geografici) in cui la gente viveva. Negli Stati coinvolti dalla guerra, dopo il novembre del 1918 nulla poté riprendere i ritmi e gli schemi seguiti fino all’estate del 1914.    In questo quadro, la partecipazione dell’Italia fu coerente. Su una popolazione di circa 35 milioni, quasi un abitante su sette dovette vestire la divisa e la quantità di civili coinvolti direttamente nelle attività di guerra (dalla costruzione di operi militari alle produzioni industriali belliche alla sostituzione di manodopera maschile con quella femminile) fu analoga e il numero delle vittime – tra morti, mutilati e feriti – fu nel complesso prossimo ai due milioni.

   La porzione di territorio compreso nel regno sabaudo teatro della guerra fu limitata nello spazio (il Friuli e il Veneto orientale) e nel tempo (dall’ottobre 1917 al novembre 1918), ma in esso i danni civili e materiali furono enormi. Al contempo le province già asburgiche annesse dopo la conclusione del conflitto, oltre ad aver subito la guerra guerreggiata per oltre tre anni, dovettero anche subire le conseguenze nel cambio di amministrazione successivo all’arrivo dell’Italia.    LA GEOGRAFIA ITALIANA FU PARTE IMPORTANTE DI QUESTA VICENDA, in forza del ruolo e dell’ascolto che la disciplina aveva allora all’interno della società italiana (e ora non più, vista la marginalità cui la Geografia è relegata nel dibattito odierno). La sua partecipazione alla guerra fu importante prima, discutendo in particolare il tema del confine orientale e dei limiti della presenza italiana; durante, raccontando in diverse maniere agli italiani gli spazi in cui la guerra si stava svolgendo ed elaborando nuove e migliori forme di racconto cartografico; poi ragionando sulle modalità e gli effetti dell’ampiamento del limes nazionale. Fu un concerto di iniziative che coinvolse la Geografia italiana a tutti i livelli e vide la partecipazione, anche in divisa, della gran parte dei geografi attivi nel paese (un nome su tutti: Cesare Battisti). (….) Sergio Zilli – Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Trieste

libro-cesare-battisti

……………………

Sulla mostra di Treviso vedi anche:

http://www.artslife.com/2016/08/02/la-geografia-serve-a-fare-la-guerra-mappe-e-arte-in-mostra-a-treviso/

……………………..

È IL MONDO CHE IMITA LA MAPPA

di Franco Farinelli, da “La Lettura”, supplemento da “Il Corriere della Sera” del 20/11/2016

– La rappresentazione del territorio è una forma di interpretazione della realtà che in fondo la plasma. I Romani lo sapevano. Infatti «vincevano seduti», prima di combattere –

   Tolomeo intuì per primo che non sono le dimensioni di un globo a determinare la sua utilità: meglio un atlante. E Bacone raccoglieva la verità su una cartina come si vendemmia l’uva.

   Per Marco Terenzio Varrone i Romani «vincevano seduti». Espressione sibillina, la cui spiegazione si deve, duemila anni dopo, all’intelligenza americana più lucida del proprio tempo, quella di Charles Sanders Peirce. In un articolo apparso su «The Monist» nel 1906 Peirce finge un dialogo con «un glorioso Generale». Il tema è: perché costruire un diagramma, uno schema grafico, non basta soltanto pensare? Peirce risponde che in tal caso i militari non avrebbero bisogno di nessuna mappa, perché il terreno rappresentato dalle carte risulta già perfettamente visibile davanti ai loro occhi. Al che il generale ribatte che le carte geografiche servono per conficcarci gli spilli con cui segnare le previsioni degli spostamenti degli eserciti in guerra, le loro probabili future mosse.

   Fa allora notare Peirce che ciò corrisponde proprio all’utilità di un diagramma, modello per esperimenti mentali in cui le variazioni di un singolo punto determinano complessi mutamenti (difficilmente prevedibili a priori) nel sistema dei rapporti reciproci delle differenti parti. E aggiunge che tali esperimenti equivalgono a quelli che nelle ricerche fisiche o chimiche si fanno sulle cose concrete, perché in ogni caso si riferiscono alla «forma di una relazione».

   Il dialogo prosegue, ma intanto si è compreso la ragione delle vittorie romane da fermo: i Romani prevalgono perché, prima ancora di iniziare a combattere, hanno già sperimentato sulla carta tutte le forme delle possibili relazioni. Va dunque rovesciata l’idea che a scuola ci hanno instillato, per cui una mappa è la semplice copia di quel che esiste. Al contrario, è quel che esiste a essere la copia della mappa, perché ne riproduce la logica interna. E ciò vale non soltanto nel caso del progetto di un architetto, ma anche per ogni evento o decisione che si configura in apparenza come frutto di una scelta razionale.

   Prima ancora di Peirce l’aveva compreso, ma senza dirlo, il più grande geografo dell’antichità, l’africano Tolomeo, che un secolo dopo Varrone illustra molto bene, nel suo manuale, il senso del rapporto tra cartografia e immobilità. La Terra è un globo, spiega Tolomeo, ma che ve ne fate di un modello davvero fedele della realtà? E continua, in puro stile cibernetico: più il globo è grande, cioè fedele, più esso è scomodo, perché per trovarvi quello che interessa bisogna di continuo girargli intorno, oppure farlo ruotare su se stesso a forza di braccia.

   Di qui il consiglio di fare invece delle mappe: così si avrà subito a colpo d’occhio tutto quel che serve, e senza alzarsi dal proprio scranno. È già l’Ariosto delle Satire , quello che all’inizio del Cinquecento lascia volentieri agli altri la fatica di andare in giro per il mondo, perché egli trova molto più comodo volteggiare «sicuro in su le carte» del suo «Ptolomeo», del suo atlante. O, se si vuole, è l’inizio della digitalizzazione, che è nient’altro che il tentativo di sottrarre il funzionamento del mondo alle intemperie del mondo stesso, come ha spiegato John Haugeland.

   Solo una guerra impegnativa consente l’affermazione di una grande innovazione. Per quanto riguarda l’uso moderno delle mappe la guerra in questione fu, nella prima metà del Seicento, quella dei Trent’anni, nel corso della quale il conte duca Olivares allestisce a Madrid la sua stanza delle carte geografiche, mentre invece il re Gustavo di Svezia, che ne era privo, non riuscì a trar vantaggio dalle sue imprese, vincendo battaglie però perdendo la guerra stessa. Ma poiché tutta la tradizione moderna deriva da Tolomeo, si comprende come proprio dall’Italia tolemaica prenda le mosse l’esemplare e raccolta mostra, pensata da MASSIMO ROSSI e ospitata a TREVISO dalla FONDAZIONE BENETTON, sul rapporto tra la cartografia e la nostra Grande guerra.

   Come già il titolo avvisa (LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? ) il primo conflitto mondiale è il campo d’illustrazione di una considerazione più vasta. Che la geografia serva, come tutta la scienza, a fare la guerra è banale: Minerva, dea di ogni sapere, nasce armata dalla testa di Giove. Meno scontata è l’analisi del dispositivo cartografico come agenzia che produce pensiero, come macchina da cui discendono tutte le altre macchine, quelle ideative e quelle materiali. Così le tre rigorose stanze di cui l’esposizione si compone, apposta concepite per l’agio della riflessione piuttosto che per la varietà degli effetti, si prestano ad almeno quattro diversi percorsi mentali, scanditi da una ventina di tappe. O meglio: ognuno della dozzina e mezzo di documenti si presta a una lettura su almeno quattro livelli.

   Il primo, più immediato, riguarda la progressiva trasformazione della nostra penisola e della sua posizione da tolemaica striminzita gambetta, che pare stia per dare un colpo di tacco all’opposta costa dell’Illiria, alla molto più geometrica immagine dell’inizio del Novecento.

   Il secondo itinerario esplora la varietà dei differenti punti di vista con cui nel corso dei secoli il nostro Paese è stato raffigurato.

   Il terzo si concentra sulla specificità dello sguardo militare, relativo a quello che Michel Foucault chiamava «il sapere dell’armata».

   L’ultimo e più impegnativo verte sulla natura per così dire squisitamente cognitiva di ogni singola rappresentazione cartografica, investe la sua funzione di «talamo per le nozze della mente con l’universo» come all’inizio del Seicento diceva Francesco Bacone a proposito delle tavole. E alludeva, appunto come Peirce, alla loro capacità di guidare l’intelletto nella costruzione degli assiomi che da solo esso sarebbe incapace di creare.

   Bacone è moderno proprio perché pensa che una volta ridotta a mappa — cioè a tavola — la realtà, la verità può essere raccolta su di essa quasi in maniera spontanea, come in autunno si vendemmiano le uve. Naturalmente non è più così, non a caso siamo postmoderni e viviamo al tempo della globalizzazione, che (come dice la parola) costringe a ripensare la Terra non più in funzione di un’unica versione, ma della sua forma sferica, composta a differenza della mappa da innumerevoli facce: il che esclude la possibilità che l’intero meccanismo del mondo possa dipendere da un unico principio.

   Volendo, le carte esposte alla fondazione Benetton danno l’impressione di un senso complessivo, quello della quasi evolutiva crescente riduzione della faccia della Terra a un unico gigantesco spazio, a un ambito sempre più sistematicamente regolato da una sempre più rigorosa misura metrica lineare standard.

   E in effetti è anche così. Ma alla fine, con un autentico colpo di scena, si viene a conoscenza della dislocazione delle colombaie mobili sul fronte del Piave, e delle soluzioni escogitate un secolo fa dallo stato maggiore per invitare le popolazioni dei territori occupati a trasmettere informazioni attraverso i colombi viaggiatori, addestrati a tornare nei luoghi di nascita. Luoghi, vale a dire l’esatto contrario dello spazio: non l’ambito unico dell’equivalenza generale, ma invece la pluralità di parti l’un l’altra irriducibili perché dotate di esclusive qualità, di specifiche e distintive proprietà. E si apprende che ancora oggi i colombi potrebbero riuscire preziosi nel caso di blocco della Rete e delle comunicazioni.

   Ecco perché la geografia, e più in generale la cultura, serve a fare la guerra: esse sono la stessa cosa, nel senso che così come in realtà di un conflitto non può mai conoscere con certezza l’esito prima che finisca, allo stesso modo la cultura è nient’altro che sapere che non si può mai dire come andrà a finire. È la coscienza che un’altra mossa è sempre possibile. (Franco Farinelli)

…………………

…………………

IL POTERE E LA GEOGRAFIA

di GIORGIO NEBBIA (del 08/03/2007), in Altronovecento – Eventi,

   Si potrebbe scrivere una storia dell’Italia elencando le perdite di vite, di ricchezza, di beni, conseguenti le frane e le alluvioni e la siccità, tutte ricorrenti, in tutte le parti d’Italia, con le stesse modalità e cause, tutte rapidamente dimenticate.

   Come anno zero può essere preso il 1951, l’anno della grande alluvione del Polesine provocata dal dissesto idrogeologico del lungo periodo fascista e di guerra durante il quale si è aggravato il taglio dei boschi, l’abbandono della montagna e della collina ed è venuta meno la manutenzione dei torrenti e dei fiumi.

   In quell’anno del grande dolore nazionale, ci si rese conto che la ricostruzione dell’Italia avrebbe dovuto dare priorità alle opere di difesa del suolo; molte indagini e inchieste misero in evidenza la fragilità di molti corsi d’acqua, oltre al Po, in cui i detriti dell’erosione si erano depositati nell’alveo e avevano fatto diminuire la capacità ricettiva dei corpi idrici. Inoltre era già stata avviata una graduale occupazione e privatizzazione delle fertili zone golenali, originariamente appartenenti al demanio fluviale proprio perché ne fosse conservata, libera da ostacoli di edifici e strade, la fondamentale capacità di accoglimento delle acque fluviali in espansione nei periodi di intense piogge.

   Il “miracolo economico” degli anni cinquanta e sessanta del Novecento è stato reso possibile dalla moltiplicazione di quartieri di abitazione, di fabbriche e di attività di agricoltura intensiva che richiedevano una crescente occupazione del territorio, nelle pianure e nelle valli.

   Nello stesso tempo l’intensa migrazione interna dalle zone più povere e dissestate del Mezzogiorno verso un Nord che prometteva lavoro in fabbrica e paesi e città più vivibili e con migliori servizi, ha lasciato vaste zone del Mezzogiorno e delle isole e delle montagne e colline esposte all’abbandono umano e esposte ad un crescente degrado del territorio e a una serie crescente di frane e alluvioni.

   Per una nuova politica del territorio, per avviare serie iniziative di difesa del suolo non servì la frana di un pezzo del monte Toc nel bacino del Vajont, e i relativi duemila morti del 1963. E neanche la grande alluvione di Firenze e Venezia del 1966, un altro momento del grande dolore nazionale; anche allora fu riconosciuta, nel dissesto territoriale la causa prima della tragedia; fu istituita la Commissione De Marchi che riferì al Parlamento che occorrevano investimenti di diecimila miliardi di lire di allora in dieci anni per opere di difesa del suolo. Opere che non sono state fatte.

   Nei decenni successivi la costruzione di edifici e strade ha continuato ad alterare, anzi in maniera accelerata, profondamente la superficie del suolo creando ostacoli al flusso delle acque; si è innescata una reazione a catena che ha fatto aumentare l’erosione del suolo, i detriti dell’erosione hanno invaso gli alvei dei fiumi e torrenti e, di conseguenza, è diminuita la capacità dei fiumi e torrenti e fossi di ricevere l’acqua, soprattutto a seguito di piogge più intense. Nello stesso tempo si sta assistendo a modificazioni climatiche planetarie che alterano i cicli delle stagioni e delle piogge.

   Di conseguenza sempre più spesso, il territorio e la collettività italiani sono (e saranno) esposti a siccità e frane e alluvioni che distruggono edifici, strade, raccolti; sempre più spesso le comunità danneggiate richiedono la dichiarazione di stato di calamità, che significa che lo stato deve provvedere a risarcire i danni provocati da “calamità” considerate “naturali” ma che tali non sono: sono calamità dovute ad errori e imprevidenza umani: per evitarli la politica della “protezione civile” dovrebbe essere sostituita con una cultura della “prevenzione”.

   Le frane e le alluvioni derivano in Italia da vari fattori. Dalle piogge, prima di tutto, che si alternano rapide ed intense in certi mesi e scarse in altri; ma come si può organizzare la prevenzione delle calamità se non si sa neanche esattamente quanto piove in una regione in un anno?

   La velocità con cui le piogge scorrono nelle valli, sul fianco delle montagne e colline, e poi nei fiumi a fondovalle, la loro forza di erosione del suolo, dipendono dalla vegetazione: se il suolo è coperto di alberi e macchia spontanea, la “forza” contenuta nelle gocce d’acqua delle piogge si attenua cadendo sulle foglie e l’acqua scorre sul suolo abbastanza dolcemente. Se il suolo è nudo, la forza delle gocce d’acqua lo sgretola in particelle fini che rapidamente sono trascinate a valle e, quando il flusso di acqua è intenso, il ruscellamento si trasforma in un fiume di fango, quello che abbiamo visto tante volte nelle immagini delle alluvioni.

   Se poi il flusso delle acque incontra ostacoli, edifici, muraglioni, il fiume di acqua e fango si rigonfia, cambia strada, si infiltra dovunque e spazza via tutto. E di ostacoli le acque sul suolo italiano, in tutte le regioni, ne incontrano tanti: decisioni miopi ed errate e l’abusivismo edilizio, tollerato dalle autorità locali e addirittura incentivato con due devastanti “condoni”, hanno fatto moltiplicare sul fianco delle valli, addirittura nel greto dei fiumi, case, fabbriche, edifici, strade.

   La “legge Galasso”, n. 431 del 1985 aveva indicato che non si sarebbe dovuto edificare nelle vicinanze del corso dei fiumi e sulle coste; nel 1989 è stata emanata una legge, la “centottantatre”, che stabiliva come rallentare ed evitare i disastri delle frane e delle alluvioni: La difesa del suolo e delle acque deve, indicava giustamente questa legge, essere organizzata per bacini idrografici, quelle ben precise unità geografiche ed ecologiche che comprendono le valli, gli affluenti, i fiumi principali, dalle sorgenti al mare.

   Poiché i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli delle regioni e delle province, per ciascun bacino idrografico deve essere istituita una autorità di bacino che deve redigere un “piano” per indicare dove devono essere fatti i rimboschimenti, dove devono essere vietate le costruzioni, deve devono essere fermate le cave o le discariche dei rifiuti, dove devono essere costruiti i depuratori.

   Al piano di ciascun bacino dovrebbero attenersi – lo voleva la legge, non sono ubbie di ecologisti – le autorità amministrative, i consorzi di bonifica, le comunità montane, gli enti acquedottistici. Dopo la disastrosa alluvione di Sarno la legge 268 del 1998 ha richiesto che venissero indicate le zone a rischio di frane e alluvioni, da tenere sgombre da costruzioni; anche questo obbligo è stato disatteso e si è continuato a costruire, anche opere pubbliche, in zone dichiarate a rischio di frane e alluvioni.

   È vero che le leggi sulle acque e sul suolo emanate nel corso degli ultimi quarant’anni hanno finito per rappresentare un aggregato di contraddizioni e che sarebbe stato auspicabile un testo unico, sulla base di un’operazione politica, e amministrativa, ma prima di tutto culturale, nella quale la geografia avrebbe dovuto avere un ruolo fondamentale.

   Nel febbraio 2006 il governo di centro-destra ha approvato un “testo unico” che, proprio per la mancanza di una adeguata base culturale e scientifica ha finito per stravolgere e vanificare i principi positivi di tutta la legislazione precedente. I bacini idrografici sono stati aggregati in grandi unità, denominati “distretti idrografici”, un concetto privo di senso geografico ed ecologico.

   Si pensi che una sola “autorità” ha “potere” sopra il “distretto dell’Appennino centrale” che aggrega i bacini idrografici dal Magra al Reno al Musone; un’altra ha potere sul “distretto dell’Appennino centrale” che aggrega tutti i bacini idrografici dal Tevere al Sangro; l’autorità del “distretto idrografico dell’Appennino meridionale” ha potere sui bacini idrografici dal Garigliano al Bradano, al Fortore, all’Ofanto, eccetera. Il successivo governo di centro-sinistra dell’estate 2006 ha cominciato a mettere mano per aggiustare gli errori, politici e culturali, del testo unico, non solo nel campo dei bacini idrografici, ma anche per correggere le modifiche relative alla normativa sulla bonifica dei”siti inquinati”, cioè di quei pezzi di territorio su cui hanno operato, nei decenni passati, industrie che hanno lasciato nel sottosuolo residui tossici, o su cui sono stati scaricati e lasciati tali rifiuti.

   Grandi quantità di pubblico denaro sono destinati a tali “bonifiche”, ma come possono essere efficaci le “bonifiche”, se non si hanno chiare informazioni sulla storia di tali insediamenti e dei relativi processi produttivi, sulla “geografia dell’industria”? A ben guardare, tutto il potere è (dovrebbe essere) alla geografia. (Giorgio Nebbia)

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...