CHE SARA’ DELL’AMERICA (e del mondo)? – L’elezione di DONALD TRUMP negli USA porterà a un PROTEZIONISMO interno e ISOLAZIONISMO dall’esterno? minor interesse all’ambiente, chiusura xenofoba ai poveri, sostegno ai regimi autoritari? – MA SARÀ POI COSÌ? Le incognite della nuova geografia mondiale

da www.rivistailmulino.it/
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   Mai come adesso la lettura dei dati delle elezioni americane, e delle prospettive che potrà creare il nuovo presidente, figura assai atipica di un miliardario che mai ha svolto alcun tipo di incarichi istituzionali (pertanto impreparatissimo alla delicata funzione che sta per esercitare), mai come adesso si richiede a ciascuno di noi uno sforzo per capire cosa accadrà, come andrà a finire (come andrà a cominciare…).

US-VOTE-TRUMP

   Ogni presidenza americana è un segnale sociale del prevalere di una parte o dell’altra della composita società statunitense (di apertura alle classi povere, oppure di sostegno alle lobby finanziarie più potenti, di sensibilità ai temi ambientali o di appoggio netto ai petrolieri…) ebbene, questa elezione di Trump è sì un segnale antiecologico, anti immigrati, per la chiusura isolazionista delle comunicazioni tra gli stati (a partire dal commercio, riproponendo dazi alle importazioni di merci… una politica economica protezionista). Ma è anche qualcosa d’altro. Una specie di salto nel vuoto, un trovarsi al buio.

I 50 STATI FEDERATI sono le entità amministrative nei quali sono suddivisi gli Stati Uniti. Sono entità subnazionali federali. I SINGOLI GOVERNI STATALI E IL GOVERNO FEDERALE CONDIVIDONO LA SOVRANITÀ, dal momento che un cittadino statunitense è allo stesso tempo cittadino del suo Stato di residenza e dell'entità federale. La cittadinanza a livello locale non è rigida, non sono richieste autorizzazioni per un eventuale cambiamento, e la circolazione delle persone da uno Stato all'altro è libera
I 50 STATI FEDERATI sono le entità amministrative nei quali sono suddivisi gli Stati Uniti. Sono entità subnazionali federali. I SINGOLI GOVERNI STATALI E IL GOVERNO FEDERALE CONDIVIDONO LA SOVRANITÀ, dal momento che un cittadino statunitense è allo stesso tempo cittadino del suo Stato di residenza e dell’entità federale. La cittadinanza a livello locale non è rigida, non sono richieste autorizzazioni per un eventuale cambiamento, e la circolazione delle persone da uno Stato all’altro è libera

   E’ pur vero che il segnale di una così atipica propensione degli elettori americani per un personaggio così “diverso” com’è Trump, ha delle motivazioni assai concrete. Si sente la necessità di correggere gli errori della globalizzazione, che hanno portato in tanti posti d’America alla desertificazione industriale e insieme urbana; e questo è uno dei temi che ha fatto vincere Trump (la sua proposta di protezionismo dell’industria americana….). Tra i temi forti della sua campagna elettorale c’è stata fin dall’inizio l’accusa alla Cina di rubare il lavoro agli americani: e così ha promesso di piegare questo grande Paese d’Oriente tassando il suo export per il 45%. La verità è che Trump forse doveva parlare così in campagna elettorale per poter vincere: ma neppure lui può fermare quella cosa che chiamiamo “globalizzazione”.

La TRUMP TOWER è un grattacielo di 58 piani, situato a NEW YORK, Manhattan, al numero 721 della Fifth Avenue, all’angolo con la 56th Street. È un edificio a utilizzo promiscuo, in cui vi sono sia uffici sia appartamenti residenziali. È considerato come uno degli edifici più emblematici della città di New York e come emblema dell’impero di DONALD TRUMP. La torre fu completata nel 1983. La sua altezza è di 202 m.

   Ma Trump è stato anche efficacie, pur in modo sgangherato nel trattare tematiche e programmi, a mettere in rilievo la crisi del ceto medio americano, il suo impoverimento, e la necessità di redistribuire la ricchezza al fine di rispondere allo scontento dei ceti disagiati, rimasti ai margini della crescita di prosperità.

   Perché negli Stati Uniti, come in Europa, la «middle class» ha visto peggiorare la propria condizione, il tasso di povertà è aumentato, e i grandi ricchi sono divenuti sempre più ricchi. Ora lui, super ricco, si è presentato come paladino della classe media.

   E forse, dopo otto anni di un presidente “nero”, aperto ai problemi dei più deboli, di “sinistra”… nel piglio e desiderio di cambiamento dello spirito popolare americano, non si aveva nessuna voglia di una presidente della stessa parte politica, per di più donna (un’altra novità dopo il presidente nero…) (donna, ma anche appartenente più che mai a quel ristretto cerchio di famiglie di potere che ha controllato negli ultimi decenni il potere politico, i Clinton, i Bush…). Se la politica è “speranza” e voglia di andare a votare per qualcuno con un certo entusiasmo, la Clinton non aveva per niente questo appeal.

STEVE BANNON, lo STRATEGA DI TRUMP amato dal KU KLUX KLAN. Propagandista del SUPREMATISMO BIANCO, dell'ODIO per gli immigrati e dell'ANTISEMITISMO, principale ideologo dell'alt-right movement. Avrà un ruolo chiave alla Casa Bianca
STEVE BANNON, lo STRATEGA DI TRUMP amato dal KU KLUX KLAN. Propagandista del SUPREMATISMO BIANCO, dell’ODIO per gli immigrati e dell’ANTISEMITISMO, principale ideologo dell’alt-right movement. Avrà un ruolo chiave alla Casa Bianca

   E’ così che ci può essere stata la riemersione carsica della peculiare cultura e identità dell’America bianca, un po’ razzista; ma anche delle frustrazioni economiche e di classe di quei bianchi che vivono fuori delle grandi città, in provincia, nelle piccole città, nei posti rurali; del proletariato e del ceto medio impoverito (sempre e soprattutto non urbano); e sicuramente poi hanno votato Trump gli operai dell’industria statunitense defenestrati dalla globalizzazione con prodotti (spesso cinesi) importati in America a prezzi ben più competitivi dei loro (nel “senza regole” e con sfruttamenti illimitati dell’industria cinese).

In rosso la mappa delle vittorie di Trurmp nei vari Stati federali
In rosso la mappa delle vittorie di Trurmp nei vari Stati federali

   La necessità di rompere questi schemi può anche indurre a votare un presidente palesemente del tutto impreparato ai temi internazionali, alle procedure e ai modi di governo di un grande Paese, un vero outsider della politica. Assai razzista, ultraconservatore, antifemminista, dai modi per niente gentili.

GEOPOLITICA DI TRUMP
GEOPOLITICA DI TRUMP

   E tutto questo in una fase geopolitica così difficile… (ma quando non lo è stata, difficile?…), nella quale gli Stati Uniti stanno sempre più perdendo il ruolo di potenza globale dominante. Posizione che per loro vacilla sempre più. E stanno perdendo terreno anche sul piano economico e anche politico, appunto rispetto alla Cina, ma anche alla Russia e ad altri «paesi emergenti».

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   Quel che accadrà lo capiremo (lo subiremo, forse) nei prossimi mesi e nei quattro anni di questa presidenza (che potrebbero, anni di presidenza di Trump, poi raddoppiare). Dove andrà il mondo? l’Europa? noi? in meglio, in peggio? Rimarremo uguali, nella stessa condizione e situazione, nei processi geopolitici che accadranno?

   Quel che appare è che la comprensione degli accadimenti futuri è diventata ancora più ardua, difficile… ma di sicuro viene da pensare, per il mondo, che potrà esserci già domani una condizione più negativa che positiva.

Il primo fine settimana dopo l’elezione di TRUMP ha visto una serie corposa di manifestazioni. In particolare a PORTLAND (nell’Oregon) e a NEW YORK sotto la TRUMP TOWER. Ancora una volta gli americani che non hanno votato per il tycoon newyorchese e che lo considerano pericoloso, sia internamente che esternamente, sono tornati per strada al grido di «TU NON SEI IL MIO PRESIDENTE»
Il primo fine settimana dopo l’elezione di TRUMP ha visto una serie corposa di manifestazioni. In particolare a PORTLAND (nell’Oregon) e a NEW YORK sotto la TRUMP TOWER. Ancora una volta gli americani che non hanno votato per il tycoon newyorchese e che lo considerano pericoloso, sia internamente che esternamente, sono tornati per strada al grido di «TU NON SEI IL MIO PRESIDENTE»

   Finora il processo di globalizzazione in atto dagli anni ‘90 del secolo scorso (con la caduta del muro di Berlino nel 1989, cioè la rigida e immutabile divisione del mondo in due blocchi), questa globalizzazione ha aperto le menti di molti di noi, e sono sorte pure grandi opportunità tecnologiche come strumenti di scambio e conoscenza (internet…); e ha poi creato (la globalizzazione) quella crisi dei paesi del benessere (le produzioni manifatturiere che sono andate nei “nuovi Paesi”), aggravata irrimediabilmente poi con il crollo della finanza speculativa che dal 2007 ha profondamente cambiato la nostra economia.

   Però nello stesso tempo centinaia di milioni di persone in quest’era “globale” si sono affrancati dalla povertà (in Cina, in India, Brasile….) riuscendo per la prima volta a mandare i loro figli a scuola, ad avere un reddito migliore di prima, a muoversi, viaggiare, conoscere un po’ il mondo ad di fuori del loro villaggio… (nella storia mai in poco più di vent’anni così tante milioni di persone sono uscite dalla condizione di assoluta miseria e fame)

   Ora l’elezione americana di un miliardario che con la globalizzazione ha fatto i soldi, ma che intende combattere la stessa “èra globale”, chiudendo il mercato americano con i dazi, dimostrando una forte volontà di isolamento dal mondo (al massimo appoggiare il despota russo Putin, rifiutare in Medio Oriente ogni possibilità di stato palestinese, oppure in Siria tornare ad appoggiare il regime di Assad, cioè tutto come prima…), questa nuova situazione del Paese più potente al mondo (pur in declino da tempo in questo ruolo di predominio) porta a un contesto internazionale, nel macro e nel micro (cioè anche nella nostra realtà personale quotidiana), diverso da sempre, e che poco a poco cambierà in qualcosa che non riusciamo bene a comprendere. La lettura e l’interpretazione di quel che sarà, è cosa più ardua che mai. Ma, appunto, dobbiamo in ogni caso riuscire a decifrare quel che accade e può accadere, e pensare a dare delle risposte, individuali e collettive.

da www.rivistailmulino.it/
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   Per questo vi invitiamo a leggere diverse ipotesi e interpretazioni su questo nuovo contesto mondiale che si formerà con l’elezione di Trump, a partire dagli articoli che qui di seguito vi proponiamo. Cercando di capire lo spirito americano, la loro democrazia (che, in fondo, non si è per niente smentita facendo eleggere un personaggio del tutto fuori dagli apparati precedenti e presenti). E tutti i commentatori, pur preoccupati (almeno questo ci pare di intuire sicuramente) cercano di scavare sulle possibilità e situazioni nuove che potranno venire a crearsi, in primis nella geopolitica mondiale (che vuol dire prima di tutto nel nostro quotidiano, nel nostro modo di vivere la realtà). (s.m.)

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BIOGRAFIA

CHE POSTO FEROCE È IL MONDO DI DONALD TRUMP

di Davide Piacenza, da http://www.rivistastudio.com/standard/ (3/8/2015)

   Fra i molti profili di Donald John Trump reperibili con una veloce ricerca su Google, ce n’è uno che contiene una chiosa che mi sembra inquadrare il personaggio alla perfezione: rispetto agli altri tycoon della sua epoca, Trump ha capito che non deve essere miliardario per essere famoso, ma al contrario che il prerequisito necessario all’incremento del proprio patrimonio è la fama. È una teoria che spiega molto di «The Donald», uomo d’affari di successo, celebrità ultradecennale. (e da qualche settimana anche Presidente degli Stati Uniti, ndr)

   Nel suo announcement alla Trump Tower di New York si è disgraziatamente scagliato contro gli immigrati messicani, definiti nientemeno che «stupratori» con leggerezza e consueto ghigno da maschio alfa in favore di telecamera. Eppure non è stato uno scivolone, una caduta di stile, un’infausta concessione alla verbosità.

   È un modus operandi, una strategia spregiudicata, ma consapevole. Tra le altre cose, durante l’annuncio il sessantanovenne ha anche rimarcato: «Non mi interessa fare lobbying, cercare fondi, non mi interessano le donazioni. Userò i miei soldi. Sono molto ricco, sapete?», e poi un disegno con la mano per aria, come a dire “lasciatemi in pace”. La folla è andata in visibilio e sarebbe stato strano il contrario, volendo credere al retroscena di The Hollywood Reporter per cui si trattava di comparse di un’agenzia newyorkese a cui erano stati corrisposti cinquanta dollari a testa. Donald J. Trump è questo: un uomo dello spettacolo prestato al jet set della finanza, piuttosto che il contrario. La sua storia inizia in Germania prima della sua nascita, prosegue in una New York crepuscolare, per poi sfociare nel mito.

   Donald John Trump è nato nel quartiere di Queens, New York, il 14 giugno del 1946, nel Flag Day in cui gli americani festeggiano la prima comparsa della bandiera a stelle e strisce, e se qualcuno non volesse considerarla una coincidenza probabilmente avrebbe le sue ragioni. Il padre, Fred Trump, era un imprenditore edile di successo con proprietà a Brooklyn e Queens, figlio di immigrati tedeschi (il nome originario della famiglia era Drumpf) arrivati a New York negli ultimi anni dell’Ottocento. Quando Donald e suo fratello Robert erano bambini, un giorno si trovarono insieme a giocare coi blocchi colorati da costruzione in salotto. Donald aveva un progetto ambizioso, e i suoi pezzi non gli bastavano. Ne chiese un po’ in prestito al fratello minore, che glieli concesse a patto che gli fossero restituiti in seguito. Donald prima si impossessò di alcuni dei blocchi del fratello, poi di tutti quanti, senza ridarglieli. Riuscì a ultimare il suo piano, però. E non era questo l’importante?

   D’altra parte il padre Fred gli insegnava a tenere alto il livello di guardia, perché «il mondo è un posto feroce». Come gli altri fratelli, crebbe aiutandolo ad amministrare l’impresa di famiglia, in un ambiente agiato ma culturalmente votato alla disciplina: appena tredicenne Donald fu iscritto alla New York Military Academy, dove ci mise poco a realizzare che il mondo era effettivamente «feroce» come gli avevano assicurato, e che se voleva batterlo aveva bisogno di prenderlo di petto. Divenne molto popolare fra gli studenti – un socialite che eccelleva nella competizione sportiva – e quando si diplomò, nel 1964, era pronto per i palcoscenici maggiori. Non quelli dell’impresa di papà, però, con il loro raggio ridotto alle case popolari di Brooklyn, incassando affitti e recuperando crediti. Il secondogenito voleva di più. S’iscrisse alla Wharton School della University of Pennsylvania, uno dei nomi prestigiosi degli studi finanziari americani. Ne uscì con una laurea in economia nel 1968, e mentre buona parte del resto del mondo contestava l’autorità e il potere economico, Donald J. Trump iniziò tenacemente la propria scalata in senso contrario.

   Per parlare di Trump bisogna parlare di New York City, ovviamente, la sua Gotham, l’orizzonte entro cui si è sempre mosso. Arrivò a Manhattan attraversando l’East River nel 1971, in un momento che oggi diremmo difficile, in una città impensabilmente (per i canoni odierni) piagata da furti e vandalismo e nella quale molte zone sembravano destinate a un inesorabile abbandono. Si stabilì in un appartamento modesto e lontano dagli standard con cui era cresciuto, e cominciò a fare lunghe passeggiate per la città. Non aspettatevi un flaneur à la Teju Cole, però: il giovane Trump prendeva nota di proprietà in vendita, condizioni degli immobili, aste, opportunità. E, a ventott’anni, dopo molte iniziative cadute nel nulla arrivò la grande occasione: convinse la città ad affidargli il progetto di un centro congressi che doveva sorgere tra la  Trentaquattresima e la Quarantesima, a Hell’s Kitchen, sui terreni della Penn Central, la compagnia ferroviaria andata in bancarotta con la crisi cittadina del ’75, di cui Trump nel frattempo si era prontamente assicurato una quota.

   La costruzione del Javits Center iniziò nel 1980, nello stesso anno in cui il giovane costruttore sfruttò una diminuzione della pressione fiscale per rendere il Commodore Hotel, uno dei palazzi del complesso della vecchia Grand Central Station di Midtown – comprato sull’orlo del fallimento appena tre anni prima – il lussuoso Grand Hyatt Hotel, che con la sua facciata in vetro è ancora lì a vegliare sulla stazione passeggeri più grande di New York. «The Donald», come si venne a sapere in seguito, si lamentò con la Hyatt Corp. perché la scritta «Hyatt» copriva troppa superficie di ciò che chiamava con surplus di affetto «il mio palazzo». Per fortuna si poté presto rifare con una eclatante manifestazione di forza, la prova finale che Donald J. Trump era in città per restarci: i sessantotto piani della Trump Tower che ancora oggi si affacciano sul traffico della Quinta Strada con la stessa tracotanza del loro ideatore. L’architetto incaricato del progetto, Der Scutt, disse scherzosamente che stavolta il nome «Trump» era abbastanza grande per essere riconosciuto da chi sorvolava Manhattan in aeroplano. Se c’è una condizione onnipresente in congiunzione con un ego smisurato come quello di Trump, però, è l’insaziabilità. Ed è questo, probabilmente, che portò il magnate a dirigere il suo sguardo a sud, verso Atlantic City.

   Quando gli chiedono a quali ricerche di mercato si fosse affidato per investire nel settore dei casinò lui fa spallucce con la sua solita aria strafottente, si indica il naso, come per dire che era stato soltanto il fiuto a guidarlo.    La Trump Organization acquisì il Taj Mahal Casino nel 1988, e lo inaugurò il 2 aprile 1990 con un concerto di Michael Jackson. Donald Trump era lanciato, ma come tutti gli uomini della sua stoffa sarebbe diventato vittima delle sue manie di grandezza: arrivato agli albori degli anni Novanta aveva scolpito il suo nome letteralmente ovunque – su grattacieli, casinò, campi da golf, centri congressi, appartamenti di lusso, persino sulla livrea degli aerei della Trump Shuttle, la sua compagnia di voli interni – ma, in preda a un cieco furore di primeggiare, aveva proceduto per intuizione e senza un reale piano di sviluppo. Nel 1990 i suoi debiti ammontavano a due miliardi di dollari e il suo patrimonio personale, complice l’esplosione della bolla immobiliare, secondo Forbes era passato dai 17 miliardi di dollari di appena un anno prima a 500 milioni. L’uomo più potente di New York, che pure nel suo trionfale The Art of the Deal, memoir pubblicato nel 1987, aveva detto di sé «punto molto in alto, e poi continuo semplicemente a spingere per ottenere ciò che voglio», si trovava improvvisamente solo, mentre i suoi creditori prendevano possesso di metà del Grand Hyatt, di quasi tutto il Plaza Hotel, di metà dei suoi casinò, di molti condomini di lusso della Trump Tower.

   Come in ogni storia americana che si rispetti, però, Donald J. Trump ha avuto la sua rivincita, perché la sconfitta è un esito riservato soltanto a chi lo concepisce. I banchieri newyorkesi decisero di chiudere un occhio, oppure realizzarono che ciò che avevano investito nel brand Trump era più importante di qualsiasi debito, e gli investitori col tempo tornarono a bussare alla sua porta. Il Trump Hotel, la Trump World Tower, il Trump Building nel giro di un decennio si sarebbero trovati a sfidare il cielo di Manhattan per conto di «The Donald». Per usare una frase che quest’ultimo avrebbe, anni dopo, consegnato a Esquire, «I nod and it’s done».

   Naturalmente Donald Trump non è soltanto un uomo d’affari, come dimostra la sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Trump è un’icona, un personaggio pubblico, uno showman come pochi altri ne sono nati in America e altrove. E l’aspetto più caratteristico della sua fama è la longevità che lo contraddistingue, il saper rimanere sulla cresta dell’onda senza l’onere di reinventarsi. Un commento apparso su Forbes alla fine degli anni Novanta, a più di tre lustri di distanza dall’annuncio della corsa alla Casa Bianca, recitava: «È sopravvissuto di molto al decennio che l’ha prodotto, ma – diversamente da altri personaggi degli anni Ottanta che sono rimasti sotto i riflettori ricalibrandosi […] Trump ci è riuscito senza alcuna distinguibile maturazione personale. Come un corpo sottoposto a un trattamento criogenico, è un esemplare perfettamente conservato di quell’epoca». E, in effetti, la chioma bionda è ancora la stessa dei primi tempi, così come le camicie bianche e l’attitudine pragmatica e machista, da magnate della finanza non abituato al compromesso.

   Jon Stewart, sfottendolo, un paio d’anni fa l’ha famosamente ribattezzato «Fuckface von Clownstick» e si è attirato una serie di sue risposte inviperite su Twitter. Il ricchissimo Donald dalla vita ha sempre avuto tutto, dalla prima all’ultima cosa. La bella moglie Ivana Zelníčkova, originaria di ciò che allora si chiamava Cecoslovacchia, sposata nel 1977 e madre dei primi tre figli di Trump, oltre che autrice del soprannome «The Donald»; l’altrettanto avvenente Marla Maples, con cui è convolato a nozze nel 1993 e da cui ha avuto una figlia; il suo reality show personale, The Apprentice, lanciato nel 2004 e girato in larga parte in uno studio allestito nella Trump Tower; una grande corsa ciclistica che portò il suo nome per due anni, dal 1989 al 1990, il Tour de Trump; una serie di giochi da tavolo in stile Monopoli, ma con un volto assai riconoscibile stampato su ogni singola banconota. (…….) (Davide Piacenza, da http://www.rivistastudio.com/standard/ – 3/8/2015)

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L’ECCEZIONE CHE DISTINGUE GLI STATI UNITI

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 13/11/2016

   «È stato un voto per il cambiamento, come nel 2008». E’ David Plouffe, l’architetto dell’elezione di Barack H. Obama, a riassumere la vittoria di Donald J. Trump con lo stesso termine che coniò allora: «Change».

   L’America che voltò pagina passando dal repubblicano George W. Bush al primo Presidente afroamericano identificando in lui il vettore del «change» è lo stesso Paese che, otto anni dopo, punisce severamente il partito democratico costruito da Obama per consegnare la Casa Bianca al movimento che si rispecchia nel tycoon di New York.

   In questi cambiamenti così rapidi e drastici c’è lo specchio dell’eccezione americana ovvero di una democrazia che, sin dalla sua fondazione, si alimenta e rinnova attraverso i contrasti più duri, spietati ma sempre all’interno di regole condivise: come quello che ha distinto l’ultima campagna presidenziale fra Hillary Clinton e Donald Trump.    Tale eccezione ha TRE ELEMENTI-CHIAVE.

   PRIMO: ciò che distingue il legame degli americani con il proprio Paese non è il nazionalismo di tipo europeo ma IL PATRIOTTISMO ovvero non i contrasti su chi è più o meno americano sulla base di nascita, identità o casacca politica ma la fedeltà comune alla Costituzione redatta dai Padri Fondatori con la volontà di «rendere più perfetta l’Unione», adattandola ai cambiamenti imposti dalla Storia. Ciò significa che anche lo scontro più aspro viene ricondotto all’interno di una cornice di valori comuni che è poi il testo della Dichiarazione di Indipendenza del 1776.

   SECONDO: i contrasti non sono paludati, smussati, e non si superano con i compromessi ma con la vittoria netta di un campo sull’altro. Il «Civil Right Act» di Lyndon B. Johnson, il «Patriot Act» di George W. Bush e la riforma della Sanità di Barack Obama sono esempi di leggi sulle quali la nazione si è lacerata, ha vissuto al Congresso di Washington e fuori scontri feroci, e poi li ha superati quando i sostenitori hanno vinto e gli oppositori hanno perso.

   Si è trattato di vittorie, parlamentari e politiche, spietate perché il modello di confronto da cui discendono è quello delle comunità di pionieri della nuova frontiera descritta da Frederick Jackson Turner: c’era da decidere dove attraversare un fiume minaccioso, se combattere contro una tribù di nativi, se percorrere una carovaniera infestata dai banditi. Ovvero, scelte esistenziali dove la via di mezzo non poteva esserci. Si votava, a maggioranza, c’era sempre chi vinceva e chi perdeva. Ed i primi avevano la responsabilità di far seguire il voto ad un successo palpabile, inequivocabile. Altrimenti la loro leadership era compromessa, andava perduta a vantaggio dei rivali.

   TERZO: quando questi scontri aspri su temi di valore – come la sicurezza o i diritti civili – si succedono consentono alla società americana, nel suo insieme, di crescere in direzioni diverse. Ad esempio, dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 il «Patriot Act» ha consentito all’America di Bush di essere la prima nazione a darsi leggi per difendersi da un nuovo tipo di terrorismo così come negli ultimi quattro anni l’impegno di Obama a favore dei diritti gay ha fatto dell’America la frontiera avanzata del loro inserimento, a pieno titolo, nel novero dei diritti civili.

   La maggioranza, nel Congresso e nel Paese, che ha sostenuto il «Patriot Act» è stata assai diversa da quella che ha fatto avanzare i diritti gay ma in entrambi i casi gli sconfitti hanno accettato l’esito delle dure battaglie.

   Ed a guadagnarci è stata l’America come nazione, tanto sul piano della sicurezza che dei diritti.

   Ciò che muove la democrazia americana dunque è UNA DINAMICA FATTA DI SCONTRI ASPRI ALL’INTERNO DI UNA COMUNE CORNICE DI PATRIOTTISMO con il risultato di far crescere la nazione in direzioni opposte, contrastanti.

   E’ in tale eccezione americana che deve essere collocato Trump perché ciò che distingue il «change» che propone è la necessità di correggere gli errori della globalizzazione per redistribuire la ricchezza al fine di rispondere allo scontento dei ceti disagiati, rimasti ai margini della crescita di prosperità.

   Trump vuole dunque andare incontro alla richiesta di diritti di eguaglianza economica, così come Obama ha fatto per i diritti civili nella società post-razziale e George W. Bush per i diritti di sicurezza nell’età del terrorismo.

   Ecco perché quanto avvenuto Oltreoceano dall’inizio di questo secolo testimonia che resta l’America il motore – imperfetto ma irrinunciabile – delle democrazie occidentali. Grazie ad un’eccezione che nasce dalla genesi dell’Unione ed è indipendente dal nome del Presidente. (Maurizio Molinari)

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L’AMERICA CHE HA SCELTO TRUMP

di Mattia Diletti, da www.treccani.it/ del 9/11/2016

   A maggio George Packer, giornalista del New Yorker, scriveva: “Quest’anno, probabilmente, i democratici non avranno bisogno dei voti della working class bianca per vincere. I trend demografici favoriscono il partito, come la scelta di quella persona gonfia e odiosa compiuta dai repubblicani. Allo stesso tempo, però, il candidato democratico non può permettersi, né politicamente né moralmente, di escludere questi americani. Essi hanno bisogno di una politica che offra risposte oneste alle loro legittime richieste e li aiuti a smettere di procedere in direzione dell’autodistruzione”.

   La previsione era sbagliata, il giudizio su Trump anche: era però profetica la preghiera di occuparsi della classe operaia e del ceto medio declinante bianco, in particolare di quello acquartierato in quella che ormai anche in Italia chiamiamo Rust Belt, la “cintura della ruggine”, arrugginitasi già da qualche decennio. (…)

   Ci sono due grandi correnti nell’analisi dei dati:

1) drammatizzare la frattura tra “bianchi non scolarizzati e con reddito basso” (che vive in piccole città o nelle zone rurali, come mostra questa mappa del New York Times ) e la candidata del partito democratico (della quale si suggerisce la non adeguatezza al ruolo, troppo lontana dal change obamiano e da quello, di segno opposto, trumpiano);

2) sdrammatizzare l’ipotesi della lotta di classe tra élite liberal e popolo, e sottolineare come la sconfitta della Clinton sia concentrata tutta attorno al comportamento di voto di circa un milione di americani, distribuiti negli Stati della suddetta Rust Belt: sembra essere l’ipotesi dell’ormai notissimo Nat Silver, il guru dei sondaggisti americani, che spiega che un due per cento in quattro stati, in un sistema maggioritario nel quale winner takes all, fa la differenza.

   La verità, come spesso capita, si trova nella complessità della combinazione dei fattori. È vero che questa vittoria di Trump è basata sulla scientifica conquista di uno spazio elettorale, che ha riguardato categorie sociali situate in una specifica geografia americana. La tesi di Silver, infatti, è chiara: chi si è preso e tenuto il 2% “giusto” in uno scontro all’ultimo voto è riuscito a vincere le elezioni.

   E come spesso accade, a perdere è stato chi non è riuscito a trovare la connessione con il proprio elettorato potenziale: alla Clinton sono mancati i voti delle minoranze dei centri urbani di alcuni Stati, con i quali avrebbe controbilanciato la grande mobilitazione di Trump tra i bianchi della lower class. Quelli fede e fucile (a tal proposito, da leggere assolutamente anche l’americanista Tiziano Bonazzi ), alcuni dei quali – ma questa è un’ipotesi, non avendo dati a disposizione – sono probabilmente tornati a votare dopo anni di rifiuto del “sistema” e dei suoi candidati.

   L’ipotesi minimalista ha un suo fascino, e una sua base. Indovini il messaggio, galvanizzi una fascia di elettorato che vota in certi stati, approfitti di un candidato che mobilita poco ed ecco fatto che diventi capo del mondo libero. Un’ipotesi che certamente tiene, anche alla luce della quantità di voti assoluti ottenuti dai due candidati: Trump mantiene più o meno la stessa quantità di consensi dei candidati repubblicani nelle ultime tre tornate elettorali, mentre la Clinton prende quasi 10 milioni di voti in meno rispetto al 2008 e circa 6 milioni di voti in meno rispetto al 2012.

   Però Trump ha fatto molto più di questo: come ha scritto Tiziano Bonazzi, “ha capito tutto, là dove gli altri non hanno capito nulla”. Scrive ancora Bonazzi: “È infatti una guerra di classe ormai vinta dal capitalismo internazionale quella che ha portato la popolazione di Winchester (Bonazzi fa riferimento alla comunità della Virginia rurale raccontata nel volume di Joe Bageant La Bibbia e il fucile, Mondadori, 2010, ndr) – quasi tutta bianca – sull’orlo del baratro, della povertà, ma soprattutto della spoliazione, della marginalità, della perdita di ogni speranza e di ogni senso di valere qualcosa (…). Eppure quella gente quasi misera resta fiera, aggrappata alla propria dignità di americani in grado di farcela da soli, senza diventare clients – clientes nel senso latino del termine – di nessuno e tantomeno del governo: ovvero, dipendenti. E come può un americano dipendere? La fierezza di essere cittadini di un Paese libero – il vero e solo Paese libero – è innanzitutto fierezza dell’essere autonomi pur nelle ristrettezze, nelle hardships. Lo si fa con una fierezza aspra appoggiandosi a due valori assoluti e sufficienti, le armi e Gesù”.

   Una lunghissima citazione, per un pezzo così breve, perché si sono volute scegliere le parole che meglio di tutte mettono insieme il dibattito di questi giorni tra chi cerca di definire le ragioni profonde della vittoria di Trump, il senso profondamente politico della sua vittoria e della sua connessione con la crisi epocale del maschio bianco americano.

   E in questo dibattito si discute se vengano prima – quali ragioni della vittoria di Trump – la riemersione carsica della peculiare cultura e identità dell’America bianca o le frustrazioni economiche e di classe dei bianchi delle classi rurali, del proletariato e del ceto medio impoverito (soprattutto non urbano). Non sappiamo chi vincerà il dibattito, ma forse è meglio non scindere la matassa, e cercare di tenere insieme le due trame del racconto.

   Nel racconto americano Obama aveva tentato di cambiare il corso della Storia con una presidenza che ha avuto caratteristiche straordinarie, soprattutto dal punto di vista simbolico: una nuova coalizione sociale – la società multietnica urbana dell’economia dei servizi, con un’alleanza reale tra i salariati (rappresentati dai nuovi sindacati come la Seiu) e il ceto urbano liberal, quello che si rappresenta come creativo, innovativo e “connesso” – e un presidente pedagogo che cercava di accompagnare l’America (una terapia collettiva?) verso l’accettazione di un futuro senza primato, in una società più giusta e più equilibrata.

   Quella nuova coalizione – teorizzata da più di un decennio da alcuni strategist politici americani – faceva a meno dei perdenti della globalizzazione di Winchester, Virginia. Da quel mondo è arrivato un colpo di coda, forte e deciso: non votò nel 2012 il plutocrate Romney, ha votato ora un venditore dal fiuto eccezionale. (Mattia Diletti)

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I PARADOSSI DEL VOTO POPOLARE

di Sabino Cassese, da “il Corriere della Sera” del 14/11/2016

   Il vincitore ha perduto le elezioni. Gli americani che hanno votato per Clinton sono più numerosi di quelli che hanno votato per Trump, ma quest’ultimo si insedierà come presidente. Clinton ha perso con il 47,7 per cento dei voti, Trump ha vinto con il 47,3 per cento dei voti.

   Alle precedenti elezioni, il candidato democratico (Obama) aveva distanziato quelli repubblicani (McCain e Romney) di 10 e poi 5 milioni di voti, mentre Trump ha avuto questa volta circa 600 mila voti meno di Clinton (i dati non sono ancora definitivi, perché gli Stati hanno meccanismi elettorali diversi e la macchina americana delle elezioni è molto imperfetta) e vinto con un numero di voti inferiore a quelli con cui i due precedenti candidati repubblicani avevano perso.

   La spiegazione di questi paradossi è che noi vediamo le elezioni presidenziali americane come un processo unitario, mentre esso è la conclusione di 50 diverse elezioni. Si vota per un cosiddetto collegio elettorale, che poi elegge il presidente e il suo vice.

   Ogni Stato ha un certo numero di voti elettorali, in proporzione alla popolazione. Chi ha più voti popolari prende tutti i voti elettorali dello Stato, per cui conviene vincere in grandi Stati con un piccolo margine, come ha fatto Trump in Florida, Pennsylvania e Wisconsin, piuttosto che in grandi Stati con molto maggior margine, come ha fatto Clinton in California e New York.

   I voti popolari consentono di costituire il cosiddetto collegio elettorale, composto di 538 persone, che è, in realtà, un processo, piuttosto che un organo collegiale.

   Nel collegio elettorale, Trump può contare su 290 voti, Clinton solo su 228. I grandi elettori, che ne fanno parte, si riuniscono in dicembre nei singoli Stati e inviano al Senato i risultati delle votazioni, per la proclamazione del presidente e del vicepresidente in gennaio.

   Il contrasto tra volontà del popolo e modo in cui essa è interpretata ci deve far dubitare della bontà della democrazia? O far pensare che uno dei più antichi sistemi democratici del mondo sia fallito? Oppure far pensare che sia tempo di passare dalla democrazia indiretta (quella rappresentativa) a quella diretta?

   Il modo in cui i voti vengono trasformati in scelta del capo dello Stato risponde, negli Stati Uniti, all’esigenza di coniugare una pluralità di Stati con l’unità della federazione. La formula elettorale, nella sua attuale configurazione, ha più di un secolo di vita ed è stata sempre rispettata, a dispetto del fatto che la contraddizione tra volontà popolare e scelta del capo dello Stato (per cui il vincitore del voto popolare può non divenire presidente), si sia presentata ben cinque volte dal 1804, di cui una nel nostro secolo.

   Questo dimostra che le formule elettorali sono convenzioni di lunga durata, raggiunte tra Stato e popolo, che servono a tradurre i voti in scelte di persone e in seggi o cariche. La loro forza sta nella capacità di assicurare una guida alle nazioni, quella che si chiama governabilità, raccogliendo il consenso della società sia rispetto alla formula stessa, sia rispetto ai risultati che essa produce (il sollecito invito di Obama alla Casa Bianca del candidato contro il quale si era battuto ne è una prova).

   Da ultimo, la democrazia, per lo più ritenuta come equivalente al governo della maggioranza, solo in pochi casi è fondata sulla maggioranza. Nel caso americano, su una popolazione di 325 milioni di persone, sono 251 milioni gli aventi diritto al voto, ma solo la metà ha partecipato alla votazione, per cui il 47,3 per cento dei voti ottenuti dal futuro presidente rappresenta solo un quarto della popolazione in età di voto. E nei singoli Stati tutti i voti elettorali vanno a chi vince in termini di voti popolari, anche se si tratta di un candidato che ha meno della maggioranza di tali voti.

   A questa intrinseca debolezza rappresentativa della democrazia americana supplisce l’alternanza al potere: dopo otto anni di presidenza democratica, inizia ora una presidenza repubblicana. Democrazia è anche rinnovamento della classe politica.

   Tre sono gli insegnamenti di questa vicenda. Primo: la democrazia è un sistema con molti limiti e largamente imperfetto, ma dobbiamo tenercelo perché non ne è stato sperimentato uno migliore. Secondo: la democrazia è fondata su convenzioni rispettate nel tempo, che non vengono messe in gioco continuamente (come le formule elettorali italiane). Terzo: la democrazia non è il governo della maggioranza, ma solo quello della più forte minoranza. (Sabino Cassese)

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KRUGMAN E I LIBERAL PIETRIFICATI: «ADESSO ARRIVERANNO I DISASTRI»

di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 10/11/2016

NEW YORK – Gli intellettuali liberal d’America sono come pietrificati. Difficile ingabbiare in un’analisi, in un ragionamento la vittoria «sovversiva» di Donald Trump. Gli editorialisti più seguiti del New York Times hanno messo da parte i toni corrosivi degli ultimi mesi, offrendo ai lettori articoli carichi di dolorosa rassegnazione.

   Paul Krugman, 63 anni, premio Nobel dell’Economia nel 2008, ha confessato di essere totalmente disorientato: «Dovrei rispondere alla legittima domanda, che cosa succede ora sui mercati finanziari? Ma in questo momento le ricadute sull’economia sono in fondo alla lista delle mie preoccupazioni».

   Krugman non concede neanche la sospensione del giudizio. È convinto che siano in arrivo disastri: Trump è «un uomo ignorante, irresponsabile e per di più consigliato dalle persone peggiori che siano in circolazione nel Paese».

   Anche Thomas Friedman, grande esperto di politica estera, interlocutore privilegiato di Barack Obama, alza le mani: «Nei miei 63 anni di vita non ho mai avuto così paura come adesso che qualcuno, come Trump, possa spaccare il Paese. Noi possiamo diventare così irreparabilmente divisi che il nostro governo nazionale non potrà più funzionare».

   NELLA NOTTE DELL’8 NOVEMBRE TRUMP NON HA BATTUTO SOLO HILLARY CLINTON, MA PRATICAMENTE LO «STAR-SYSTEM» CULTURALE DEGLI STATI UNITI. Un mondo parallelo, formato da super esperti di sondaggi sconfessati in modo brutale dalle urne, da grandi giornali che evidentemente non sono più in grado di orientare la maggioranza dell’opinione pubblica.

   La cosa che colpisce nelle reazioni di questi intellettuali è la robusta dose di autostima. Del resto Hillary Clinton, rivolgendosi ai suoi sostenitori, ha detto: «Voi siete la parte migliore del Paese». Una frase che fa imbestialire i repubblicani, qualunque sia il loro titolo di studio.

   Fa eccezione lo scrittore J.D. Vance, che sempre sul New York Times dice di essersi reso conto di «vivere in una bolla»: un ambiente colto, metropolitano, distinto e distante dall’America che ha vinto le elezioni. Vance, in realtà, viene dal Kentucky, pieno Midwest trumpiano. Il suo ultimo romanzo si intitola: Hillbilly Elegy , più o meno elogio del montanaro.

   Lo choc dell’8 novembre aprirà una lunga discussione tra le due Americhe. Per ora, nel campo democratico, è anche il momento dei pianti. La cantante Miley Cyrus, accesa sostenitrice di Hillary, ha postato un video-appello in cui chiede, in lacrime, che il Paese torni a essere unito. (Giuseppe Sarcina)

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GLI USA E LA SFIDA DEL DRAGO CINESE

di Giulio Sapelli, da “Il Messaggero” del 15/11/2016

   Pechino compie un passo di grande realismo, e insieme di grande audacia, nel proporsi alla nuova America di Donald Trump quale interlocutore indispensabile nella nuova fase della globalizzazione che sta aprendosi.

Un passo che, di là della sorpresa per tanto ardire, si inserisce alla perfezione nella fase di neo protezionismo selettivo cui aspira l’America di Trump. Un neo protezionismo destinato a porre fine a una crescita del commercio mondiale fondata sugli accordi multilaterali e sulla prevalenza della finanza e dell’industria high tech ad alta capitalizzazione di Borsa ma a bassa produttività del lavoro.

   La nuova fase è sospinta invece dall’industria ad alta intensità di capitale fisso e dal ritorno del principio della prevalenza relativa, del principio ordinativo della nazione su quello dell’economia di mercato aperto.

   La Cina, che non a caso quel sistema high tech non ha mai condiviso davvero e che ha solo accettato in forme nazionalistiche tipiche di una dittatura, è impegnata nella grande e per il momento irrisolta fase di sostituzione delle importazioni con produzioni nazionali in presenza di un processo di estesa urbanizzazione non ancora completato.

   Di qui la necessità di tutelare il nuovo ruolo acquisito nello scacchiere globale con la potenza, ovvero gli Stati Uniti, che da sempre è il crocevia dei grandi accordi commerciali. Il punto è che se l’intersezione tra le due potenze si realizzasse fino in fondo, a essere declassate nel sistema di pesi e rilevanze della geostrategia mondiale sarebbero la Russia di Putin e l’Europa di Juncker.

   La prima in ascesa sulla scena mondiale e non soltanto mediorientale; la seconda in decadenza relativa per incapacità strategica oltre che per eccesso di squilibri commerciali e di produttività del lavoro in un sistema di cambi fissi e di eliminazione della sovranità economica statuale, senza la creazione di un nuovo Stato democraticamente legittimato.

   Il blitz cinese è drammaticamente sfidante perché fondato sulla mossa del cavallo rappresentata dall’avvento pressoché simultaneo della Brexit e dall’alleanza strategica tra Londra e Pechino in quella che viene definita la Banca della Nuova Via della Seta (One Belt One Road) cui aderiscono tutte le potenze e le nazioni del mondo salvo gli Stati Uniti.

   In altre parole, mettendo gli Usa di fronte alle proprie responsabilità, chiedendo loro di scegliere tra tavolo comune o instabilità dei commerci, la Cina si autopropone quale nuovo centro archetipale del mondo.

   Del resto, è un’aspirazione che affonda le sue radici nella storia di questa immensa nazione. Non ci sono vie di mezzo: o cooperare con i “barbari” o combattere i “barbari”. Non è detto però che ci si debba combattere sin da subito con la guerra militare: all’inizio si combatte con le armi del commercio.

   In fondo è Trump che ha lanciato la sfida: l’impero di mezzo a questa sfida ora risponde. E se l’esito è più che mai incerto, la battaglia senz’ombra di dubbio certa. Chissà se di questo parleranno il premier cinese Xi Jinping e il nostro Matteo Renzi allorquando si incontreranno tra poche ore in Sardegna. Se ciò avverrà, come probabilmente avverrà, significherà dunque che il legame tra l’Italia e gli Stati Uniti trascende la forma del governo politico per essere invece espressione di una organica condivisione del potere mondiale e della sua sicurezza, tenendo conto delle dimensioni relative del sistema di potenza. Una certezza in più che non guasta nel sistema dell’instabilità mondiale crescente. (Giulio Sapelli)

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IL RATTO D’EUROPA: L’UNIONE DOPO TRUMP

di Massimo Nava, da “la Repubblica” del 15/11/2016

   L’effetto Trump su questa sponda dell’Atlantico rischia di aprire agli europei percorsi ed orizzonti sorprendenti e imprevisti. In primo luogo portando alla scoperta che l’Europa si può costruire — o meglio ricostruire — non per progressive sommatorie ma per sottrazione.

   Le principali spinte in questa direzione sembrano essere almeno due: l’una dall’esterno, l’altra dall’interno dell’Unione stessa. La prima viene, appunto, dalla novità elettorale americana. Alla Casa Bianca sta per insediarsi un presidente che non fa mistero di voler alleggerire dalle spalle dei propri contribuenti l’onere dell’ombrello militare che gli Usa tengono aperto sul vecchio continente da oltre settant’tanni.

   E’ probabile che, cammin facendo, Trump finirà per ridimensionare le sue pulsioni isolazioniste. Anche perché, in casa propria, dovrà fare i conti con quel complesso militare-industriale che J. K. Galbraith definiva preponderante già ai tempi di Eisenhower. In ogni caso i generali del Pentagono qualche concessione al nuovo presidente dovranno fare e tutto porta a ritenere che il terreno del compromesso sarà proprio la Nato e quindi l’Europa. Che sarà chiamata a porsi il serio problema della propria sicurezza non solo con maggiori risorse ma anche attraverso una più solida ed efficace integrazione delle proprie forze militari.

   Insomma, la sottrazione ancorché parziale dell’impegno americano costringerà — bon gré, mal gré — i governi dell’Unione a riaffrontare progetto di quella comunità europea della difesa che il Parlamento francese bloccò nel 1954 e che neppure coi trattati di Roma del 1957 si tentò di riaprire.

   Qualche segnale si coglie già in alcune cancellerie. Troppo presto per dire che si sia vicini a una svolta. Certo è che una pur parziale chiusura dell’ombrello americano finirà per esercitare una pressione robusta a forzare un passaggio scomodo ma essenziale.

   Tanto più in una fase nella quale dalla Russia neozarista giungono non trascurabili segnali di nostalgie espansionistiche. A fronte delle quali sconcerta non poco il grande favore con il quale i governi di alcuni Paesi fra i più esposti sulla linea che va dal Baltico al Danubio— come Polonia e Ungheria — hanno salutato l’esito del voto americano.

   Va bene compiacersi per il successo di un compare di merende xenofobe, ma non vedere i danni collaterali della vittoria di Trump denuncia tutta la pericolosa miopia di questi alfieri dell’Europa dei campanili.

   Ed è qui che si apre il problema della seconda sottrazione. Già è stato un grave fattore di regressione del progetto europeo aver subito senza reazioni sostanziali l’ostruzionismo di alcuni tra i più recenti soci dell’Unione contro equi meccanismi di solidarietà nella gestione dell’emergenza migranti. Sarebbe fuori da ogni logica politica responsabile accettare che il loro “trumpismo” si traduca in un ostacolo all’ancora più vitale solidarietà in materia di sicurezza militare dell’Unione.

   Da Bruxelles e dalle maggiori capitali giungono ora avvisaglie di una ritrovata volontà d’azione. Nel senso di procedere verso un’integrazione delle strategie nazionali in tema di difesa secondo il franco metodo selettivo del chi ci sta, ci sta. Dopo tante disinvolte sommatorie, finalmente qualche utile sottrazione? (Massimo Nava)

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L’IMPATTO DEL FATTORE TRUMP SUI FRAGILI EQUILIBRI DELLA UE

di Enzo Moavero Milanesi, da “il Corriere della Sera” del 14/11/2016

   In Europa, l’elezione del presidente degli Stati Uniti d’America sta provocando reazioni inconsuete. Oltre alle usuali analisi del voto, c’è viva inquietudine espressa anche in modi espliciti (come dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker). Questo, da un lato, deriva dal fatto che svariati leader Ue si erano schierati con l’avversaria. Dall’altro, discende dalle oggettive questioni, evidenziate dalla dura campagna elettorale.

   Vale la pena di soffermarsi sulle principali, anche perché dalla risposta che riceveranno dipenderà buona parte dell’avvenire prossimo dell’Unione Europea e dei suoi Stati, specie di quelli la cui economia non si è ancora ripresa bene.

   Un prima variabile è la dirompente carica di novità di Donald Trump. Non è un politico sperimentato sul campo, perché non è mai stato membro di un parlamento, né di un governo nazionale o locale. È un uomo d’affari di successo, che ha saputo porsi in sintonia con gli umori dell’elettorato, all’evidenza sfuggiti ai sondaggisti.

Le nazioni europee, invece, sono guidate da politici di lungo corso, «professionisti» dei partiti e delle urne. C’è una netta asimmetria che graverà sui rapporti futuri, con incognite superiori ai precedenti avvicendamenti. Inoltre, va sottolineato il fattore età: gli Usa hanno scelto un uomo con una lunga esperienza di vita. Dunque, il dialogo si profila alquanto imprevedibile e sarà interessante seguire la dinamica dei rapporti personali.

   Chi, fra i politici europei di governo o aspiranti tali, ha più affinità di base o saprà velocemente costruire un’intesa, risulterà avvantaggiato e con lui il suo Paese.

   Un altro snodo è costituito dalla precaria situazione dell’Ue: l’originario disegno lungimirante si sta sfarinando e non tiene il passo di un mondo radicalmente mutato da rivoluzione tecnologica, globalizzazione, crisi economica e finanziaria, massicci flussi migratori, sanguinosi conflitti, terrorismo. I meccanismi decisionali sono arrugginiti e, soprattutto, si rivelano fatali la disaffezione dei cittadini e la litigiosità fra i leader.

   Perso l’animo collaborativo dei fondatori, alcuni fra i protagonisti attuali privilegiano gli interessi nazionali alla costruzione del consenso su quello comune; ci sono fratture così profonde da determinare opzioni drastiche, come la Brexit.

   Ormai, gli Usa si trovano di fronte questa Unione Europea, e da qui nascono interrogativi nodali. Che idea ne ha il nuovo presidente? Come reagirà a bisticci e alchimie degli europei un businessman, attento ai fatti concreti, insofferente alle contorsioni della politica? E poi, riprendendo l’aforisma attribuito a Henry Kissinger, quale numero comporrà per telefonare all’Ue, visto che perfino la lettera con le congratulazioni di rito gli è arrivata a doppia firma? Per ora, sappiamo che ha subito parlato con i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna, ma non con gli altri: cosa dedurne?

   Su queste basi, America ed Europa affronteranno i temi concreti, nella complessa dialettica di chi è, al medesimo tempo, alleato e concorrente. LE QUESTIONI SONO DI GRANDE RILIEVO: VEDIAMONE QUALCUNA.

   LA DIFESA E LA SICUREZZA: Trump ha detto che chiederà un maggior impegno, anche finanziario, agli Stati europei; i membri dell’Ue dovranno, allora, decidere se rendere efficace la labile azione comune o provvedere individualmente; in entrambe i casi, ci saranno maggiori spese.

   LE RELAZIONI CON LA RUSSIA: se gli americani le rilanciano, avremo tensioni nell’Ue, considerati i forti timori dei Paesi dell’Est.

   LA TUTELA DELL’AMBIENTE e le intese internazionali (come quella sul clima, siglata a Parigi, un anno fa): gli intenti sembrano divergere, con implicazioni sensibili su ecologia, salute, costi energetici e industriali.

   GLI SCAMBI TRANSATLANTICI e in particolare, il trattato ad hoc (Ttip) su commercio e investimenti: alla luce dei preannunci, è inverosimile concluderlo; qualora poi ci fosse una «guerra» dei dazi, la situazione si complicherebbe.

   LE OPZIONI MONETARIE E TRIBUTARIE: se negli Usa i tassi d’interesse non salgono e le imposte scendono, ne può scaturire uno stimolo alla crescita, al quale l’Ue faticherebbe a replicare, a causa dei suoi incompleti strumenti per agire; così, perdendo competitività.

   LE POLITICHE KEYNESIANE D’INVESTIMENTI PUBBLICI: non c’è paragone fra le opportunità dell’ingente bilancio federale americano (quasi il 25% del prodotto interno lordo, Pil) e quelle del mini bilancio Ue (1% del Pil).

   L’APPLICAZIONE DELLE REGOLE DEI RISPETTIVI ORDINAMENTI: se non è accettata in un’ottica di reciproca lealtà giuridica, causa frizioni, soprattutto quando incide direttamente sulle aziende; come nelle recenti vicende, in America, di Volkswagen (standard d’inquinamento) e Deutsche Bank (norme finanziarie) e da noi, di Apple (illeciti aiuti statali) e Google (inchiesta antitrust).

   LE MIGRAZIONI: il fenomeno è planetario, investe Ue e Usa, ma quest’ultimi ne hanno sempre gestito meglio l’assorbimento; se dovessero ridurlo, potrebbero impennarsi gli arrivi in Europa, con drammatiche conseguenze.

   Insomma, una quantità di ulteriori, urgenti stimoli per l’Unione Europea; ma anche come italiani, dovremmo riflettere a fondo sull’intuibile impatto che ciascuno dei punti appena elencati ha per il nostro Paese. (Enzo Moavero Milanesi)

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L’AMERICA ISOLAZIONISTA E L’EUROPA SENZA POLITICA

di Sergio Fabbrini, da “il Sole 24ore” del 13/11/2016

   La presidenza di Donald Trump e il controllo repubblicano del Congresso cambieranno sensibilmente l’agenda di politica interna degli Stati Uniti. Le principali politiche pubbliche promosse dalle presidenze di Barack Obama verranno ridimensionate o rovesciate.

   Anche se il controllo repubblicano del Congresso dal 2011 al 2016 aveva già bloccato molte iniziative del presidente democratico, promuovendo ad esempio la devoluzione di competenze federali verso gli stati (2/3 dei quali controllati da maggioranze repubblicane).

   Non è un caso che i successi interni del presidente Obama siano stati conseguiti in quel breve biennio (2009-2010) in cui ci fu una maggioranza democratica in entrambe le camere del Congresso.

   Sarà invece in politica estera che i cambiamenti avranno una portata più radicale. Seppure Trump e i repubblicani del Congresso abbiano non trascurabili differenze sul piano della politica interna, essi condividono la stessa agenda di politica estera. Un’agenda che ha un nome preciso: NEO-ISOLAZIONISMO.

   Un isolazionismo nuovo in quanto combinazione di nazionalismo economico e interventismo militare selettivo. Ha ragione Roberto Napoletano quando scrive, nel suo editoriale di giovedì scorso, che “bisogna prendere atto che gli Stati Uniti nell’era di Trump saranno meno aperti agli scambi” precisando che “questo è un male, soprattutto per l’Europa e per noi”. È come se, con l’8 novembre del 2016, fosse giunto a conclusione un lungo ciclo politico, avviato dagli eredi di F.D. Roosevelt dopo la seconda guerra mondiale, basato sulla visione di un mondo aperto, oltre che governato da un complesso sistema di istituzioni multilaterali. La vittoria militare degli Stati Uniti in quel conflitto mondiale consentì alla sua leadership di promuovere un disegno di organizzazione del sistema internazionale che, una volta realizzato, introdusse una discontinuità profonda con il passato. Mai era stata elaborata una strategia così sofisticata.

   La realizzazione di quel disegno (attraverso la nascita delle Nazioni Uniti e delle organizzazioni internazionali ad esse collegate, come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio, solo per ricordarne alcune) pose le basi di per un nuovo ordine mondiale. Un ordine mondiale così legittimato che, dopo la fine della guerra fredda, persino le nuove potenze in ascesa finirono per farlo proprio. L’ascesa della Cina, ad esempio, non è avvenuta contro quell’ordine, ma all’interno di esso.

   Il punto è che questo ordine liberale internazionale ha reso possibile l’avvio e il consolidamento del processo di integrazione europea. Gli anti-americani che popolano le piazze europee (e i talk-show televisivi italiani) continuano a non rendersi conto che l’Europa pacificata è stata resa possibile dall’America vittoriosa. Senza la diffusione della democrazia, l’apertura dei commerci, la definizione di regole sovranazionali, gli stati nazionali europei non avrebbero potuto avviarsi sul percorso dell’integrazione. E, nello stesso tempo, senza la copertura militare degli Stati Uniti, quegli Stati non avrebbero potuto investire risorse per la loro crescita economica e per il loro sviluppo civile.

   L’integrazione europea è stata certamente voluta da statisti come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, ma è stata però resa possibile dalla sicurezza che gli americani le hanno fornito. Naturalmente, quello americano è stato un sostegno giustificato da una visione ma anche da interessi.

   La vicenda dell’isolazionismo americano degli anni Venti e Trenta aveva lasciato ferite profonde nel Paese. Dopo la prima guerra mondiale gli americani si erano talmente rinchiusi a casa loro che il Senato votò addirittura contro (nel 1920) il Trattato per la costituzione di una Lega o società delle nazioni, Trattato negoziato faticosamente dal presidente americano Woodrow Wilson con i leader degli Stati nazionali europei. Ma quel ritorno a casa si dimostrò un’illusione terribile, per gli Stati Uniti e per il mondo. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, e l’attacco di Pearl Harbour, riportò drammaticamente il Paese fuori casa, così chiudendo la parentesi isolazionista.

   Ora, la messa in discussione di questa lunga fase di apertura avrà conseguenze imprevedibili sul mondo (e sull’Europa in particolare). Per la prima volta, da sessant’anni, l’Europa dovrà camminare sulle proprie gambe. I sostegni di cui ha beneficiato (spesso in modo opportunistico) non sono più sicuri.

   Non è più sicura l’alleanza atlantica della Nato, che Trump vuole ridimensionare, almeno fino a quando gli europei non daranno il loro dovuto contributo finanziario (2 per cento del Pil nazionale). Non è più sicuro il mercato transatlantico, entro il quale si è sviluppato quello europeo, che Trump vuole ridimensionare attraverso la ripresa di politiche protezionistiche (finalizzate a difendere le industrie e il lavoro americani).

   In questa situazione, non può non far paura, come scrive sempre Roberto Napoletano, «il vuoto di leadership politica europea che ha un’agenda sempre fitta di troppe cose, spesso inutili, di cui occuparsi». Basti leggere i messaggi inviati dai leader europei al neo-presidente Trump: puri esercizi scolastici di retorica democraticista.

   Figuriamoci se Trump e i repubblicani del Congresso si faranno impressionare dai nostri inviti a rispettare i diritti umani e lo stato di diritto. Come se l’America di Trump fosse la Turchia di Erdogan.    Invece di ricorrere alla retorica, la svolta degli Stati Uniti dovrebbe essere affrontata con la politica. Tale svolta non é un incidente di percorso, come non fu un incidente di percorso la Brexit voluta dagli elettori britannici nel giugno scorso. Il nazionalismo economico e il sovranismo politico sono in ascesa ovunque in occidente.

   L’isolazionismo americano, per quanto preoccupante, ha una base nelle grandi dimensioni di quel paese. Ma l’isolazionismo dei singoli Paesi europei sarebbe del tutto insensato. Soprattutto, lo sviluppo dei nazionalismi economici ci porterebbe di nuovo alle tensioni tra i nazionalismi politici.

   Invece di occuparsi di tante cose in sé importanti, ma strategicamente inutili, sarebbe ora che l’Unione europea trovasse il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Dato il nuovo contesto transatlantico, l’Unione o almeno i Paesi che condividono la stessa moneta dovrebbero assumersi le loro responsabilità, accelerando il processo di formazione di un’organizzazione politica in grado di provvedere alla sicurezza militare ed economica dei suoi cittadini.

   Se l’America ha riscoperto il primato della politica per fare un passo indietro, l’Europa dovrebbe riscoprire quel primato per fare un balzo in avanti. (Sergio Fabbrini)

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DAL NEO-ISOLAZIONISMO USA POTREBBERO ARRIVARE BENEFICI PER LA CINA. TIMORI IN GIAPPONE

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 10/11/2016

– Pechino sulla difensiva: “Faremo fronte alla sua vittoria” –

PECHINO. La minaccia di ritorsione è nero su bianco: «Se Trump pensa di colpire i rapporti commerciali bilaterali, dovrà prima pesare le contromosse della Cina. Siamo abbastanza forti da poter far fronte alla sua vittoria». Sono le 18.58 del 9 novembre che ha cambiato l’America e il messaggio sul sito del Global Times, il giornale in inglese vicino al partito, sembra chiaro: chi ha paura di Donald Trump?

   Invece anche Pechino ha paura: come tutti. Perché nessuno sa cosa c’è nella testa del miliardario che ha accusato la Cina di rubare il lavoro agli americani: salvo poi venire a farsi produrre le cravatte col marchio “Donald J. Trump” nelle fabbriche di Shengzhou. Certo: la politica isolazionista di “Chuan Pu”, come qui Trump viene traslitterato, per il Dragone potrebbe rivelarsi una manna.

   «La Cina ha appena vinto le elezioni americane», chiosa Foreign Policy. Perché al contrario di Hillary Clinton, che insieme a Barack Obama aveva aperto ai paesi del Sudest asiatico proprio per fermare l’espansionismo cinese, The Donald ha mostrato di infischiarsene di geopolitica: facendo balenare perfino il taglio delle esercitazioni nel Mar della Cina delle isole contese, dove passa però un quinto del commercio Usa.

   Anche la Corea del Nord sarebbe un problema che spetta alla Cina: convincano loro Kim Jong-un a smetterla di giocare con l’atomica. Ecco perché ieri erano tutti in allarme dalla Corea del Sud al Giappone, dove il ministro della difesa Fumio Kishida ha dovuto precisare che Tokyo «non ha intenzione di dotarsi di armamenti nucleari».

   Ma se l’ombrello Usa non c’è più, e le Filippine di Rodrigo Duterte hanno già tradito la Cina, chi più proteggerà chi?

   Grande è la confusione sotto il cielo. Il nuovo Mao, cioè Xi Jinping, si è naturalmente dovuto congratulare con quel signore che ha fatto campagna mostrando i video con la spada made in China nel cuore dell’America. E che con la sua ammirazione per Vladimir Putin potrebbe ora anche strappare l’Orso russo dall’abbraccio di interesse col Dragone. Xi si è augurato «il rispetto reciproco e la collaborazione vantaggiosa per entrambi».

   Ma è questo il problema. Non ha promesso Trump di piegare la Cina tassando il suo export per il 45%? Ci provi, dice alla tv di Stato Jia Xiudong del China Institute of International Studies: «Scatterebbero le conseguenze».

   È più di un avvertimento: alla Boeing pronta a piazzare 6800 jet per mille miliardi di dollari, a Starbucks che vuole raddoppiare la sua presenza creando 10mila posti di lavoro, a Apple che ha aperto due super centri hitech, a General Electric che ha annunciato il data center a Shanghai da 11 milioni di dollari.

   «La verità è che Trump doveva parlare così in campagna elettorale: ma neppure lui può fermare quella cosa che chiamiamo globalizzazione», dice a Repubblica Hong Yuan della Chinese Academy of Social Sciences. «La divisione del lavoro è segnata: a noi la struttura produttiva, a loro quella finanziaria».

   Per la verità i cinesi si sono buttati pure sulla finanza: anche se adesso temono che la campagna acquisti sfociata nella conquista di Hollywood della Wanda di Wang Janlin possa subire la prima ritorsione. «Ecco gli effetti della vostra democrazia», diceva ieri ironico un editoriale di Xinhua. Prepariamoci, anche qui, agli effetti della ritorsione. (Angelo Aquaro)

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CUBA INIZIA GRANDI ESERCITAZIONI MILITARI

di Roberto Livi, da “Il Manifesto” del 10/11/2016

L’AVANA – Forte preoccupazione del governo di Raúl Castro, sconcerto nella popolazione che nel processo di normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti vede le basi per un miglioramento della vita di tutti i giorni.  L’elezione di Donald Trump a 45° presidente degli Stati uniti, con il pieno controllo del Congresso e con la rielezione in Florida proprio dei più attivi esponenti dell’anticastrismo, rappresenta per l’isola una vera doccia fredda.

   Negli ultimi giorni di campagna elettorale, in Florida, Trump aveva detto chiaramente che «le concessioni» attuate da Barack Obama «hanno beneficiato solo il regime dei Castro»; e che si trattava di «ordini esecutivi», non leggi, e dunque eliminabili una volta insediatosi alla Casa bianca al posto di Obama.

   Su queste prese di posizioni, Trump ha ricevuto in Florida – dove vivono quasi due milioni di cubano-americani – il 49,1% dei voti contro il 47,7% di Hillary Clinton, conquistando uno Stato chiave per l’elezione.

   Non solo, la «pancia» della Florida ha rieletto i più noti e attivi avversari delle misure decise da Obama, il senatore Mario Rubio, i deputati Ileana Ros-Lethinen, Mario Díaz Balart, Carlos Curbelo, tutti schierati contro la normalizzazione dei rapporti con Cuba fino a quando vige «la dittatura dei Castro».

   La mancanza di reazioni ufficiali all’Avana rendeva evidente la grande preoccupazione del governo e il timore che Trump possa attuare una marcia indietro. Non è che il vertice politico si attendesse molto da Clinton. Più volte nella campagna presidenziale Usa esponenti politici cubani avevano ripetuto che le aperture di Obama rappresentavano il guanto di velluto della vecchia politica nordamericana per un cambio di governo nell’isola e che là il presidente americano non aveva usato tutte le sue prerogative per svuotare di contenuto l’embargo.

   Ma era chiaro che il vertice politico puntava sul fatto che Hillary si era espressa a favore della continuazione della linea di Obama. Intanto Josefina Vidal, responsabile cubana delle trattative con Washington, si augura che il dialogo continui nel rispetto dell’eguaglianza e della sovranità nazionale.

   Ma sull’attesa delle vere intenzioni di Trump la dice lunga l’annuncio fatto ieri dalle Forze armate rivoluzionarie (Far) che il prossimo 16 inizieranno le esercitazioni militari «BASTIONE 2016», che dureranno fino al 20 e coinvolgeranno anche le organizzazioni popolari di difesa delle rivoluzione. Le manovre hanno lo scopo di «preparare le truppe e la popolazione a affrontare differenti azioni del nemico» e avranno luogo in tutta l’isola con eccezione della regione di Guantanamo di recente devastata dall’uragano Matthew.

   Ovviamente si tratta di esercitazioni previste da tempo, ma la coincidenza tra il concetto di «guerra popolare» e una possibile marcia indietro di Washington nella normalizzazione dei rapporti con l’Avana rischia di ricordare i tempi del confronto con gli Usa.

   Tanto più che in una parte del vertice politico, compreso il lider maximo Fidel, continua a ritenere che gli Stati Uniti non rinunciano alla loro politica imperiale – come dimostrano la politica aggressiva verso il Venezuela, l’appoggio al golpe parlamentare di Temer in Brasile, la critica alla rielezione di Ortega in Nicaragua, per limitarsi ad alcuni esempi- e che l’Avana deve rimanere il centro della resistenza latinoamericana. (Roberto Livi)

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LA SCONFITTA DI HILLARY RALLEGRA I LEADER ARABI

di Michele Giorgio, da “Il Manifesto” del 10/11/2016

– Anche la destra israeliana festeggia pensando che con Trump alla Casa Bianca lo Stato di Palestina sparirà dall’agenda –

   Diversi leader mediorientali hanno applaudito alla notizia che Hillary Clinton non sarebbe diventata presidente. Davanti ai loro occhi è balenata la possibilità di rilanciare le relazioni con gli Stati Uniti sfilacciate dalle divergenze sorte con Barack Obama sulla crisi siriana, l’accordo sul programma nucleare iraniano e il rapporto con gli islamisti, in particolare con i Fratelli musulmani.

   Per questo l’egiziano Abdel Fattah al Sisi è stato tra i primi a telefonare a Donald Trump per fargli le congratulazioni, auspicando una nuova era nella collaborazione tra i due Paesi. Trump ha ringraziato e si è augurato di rivedere il presidente egiziano che ha già incontrato a New York due mesi fa. È ancora presto ma i rapporti difficili Usa-Egitto, che hanno spinto al Sisi a gettarsi tra le braccia di Putin, potrebbero essere finiti.

   Hillary Clinton, quando era segretario di stato, aveva stabilito buoni rapporti con il presidente Mohammed Morsi e i Fratelli Musulmani cacciati dal golpe militare del 2013 e ieri alcuni deputati egiziani, intervistati da al Ahram, prevedevano che Trump darà una spallata agli islamisti. Secondo il Cairo Obama ha sperperato miliardi di dollari per sostenere movimenti islamici credendo che fossero moderati e Clinton avrebbe fatto altrettanto.

   Trump perciò è visto come un “liberatore”. Al Sisi forse conta sul presidente americano eletto anche per mettere fine alla crisi con l’Arabia saudita. Riyadh, di fronte al cambio di rotta del Cairo nel sistema di alleanze regionali, ha sospeso le forniture di greggio previste dal piano di aiuti e investimenti da 23 miliardi di dollari promessi all’Egitto prima dell’estate. Una mossa alla quale al Sisi ha reagito lasciando intendere di poter stringere un accordo petrolifero con l’Iran. E due giorni fa una corte di appello egiziana ha confermato l’annullamento dell’accordo con l’Arabia Saudita di cessione delle isolette di Tiran e Sanafir.

   Ad ostacolare un ipotetico tentativo di Trump di convincere sauditi ed egiziani a ricucire lo strappo, ci sono le dichiarazioni fatte in campagna elettorale del presidente eletto su una possibile riconciliazione tra gli Usa e la Siria di Bashar Assad in nome della lotta al terrorismo, uno sviluppo che farebbe precipitare al punto più basso i rapporti con il re saudita Salman che per anni ha chiesto senza successo a Obama la testa del presidente siriano.

   Trump ha buone possibilità anche di riavvicinare la Turchia. Sulle relazioni tra Ankara e Washington però pesa il macigno della mancata estradizione dagli Usa di Fethullah Gülen, il predicatore nemico di Erdogan che il regime turco accusa di aver organizzato il fallito colpo di stato della scorsa estate.

   La vittoria di Trump ha riportato in primo piano l’accordo internazionale sul nucleare iraniano. In campagna elettorale il tycoon ha avvertito che avrebbe rinegoziato il trattato e tenendo presente che il Congresso è nelle mani dei Repubblicani ostili all’intesa, il presidente iraniano Hassan Rohani è stato rapido ieri mattina a chiarire che gli Stati Uniti non hanno più alcuna possibilità di utilizzare la “iranofobia”.

   «Non si tratta di un comune accordo con un Paese o con un governo ma di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò significa che l’accordo non può essere modificato sulla base della decisione di un determinato governo», ha detto Rohani. Israele però non si lascerà scappare questa ghiotta occasione per provare a rimescolare le carte.

   Il premier Netanyahu ha definito il nuovo presidente Usa «un amico sincero» dello Stato ebraico. Il suo giornale di riferimento, Yisrael HaYom, ha celebrato la vittoria di Trump destinata a rafforzare la destra israeliana e il movimento dei coloni che ha già invitato Trump a visitare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Il ministro Naftali Bennett, uno dei leader dei nazionalisti religiosi, ha commentato che il successo di Trump ha «messo fine all’era dello Stato palestinese». La nuova amministrazione Usa, ha replicato il portavoce dell’Anp Nabil Abu Rudeina, deve «rendersi conto che raggiungere la stabilità e la pace nella regione passa attraverso la soluzione della questione palestinese in accordo con la legittimità internazionale». (Michele Giorgio)

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SVOLTA NEI RAPPORTI CON ISRAELE E IRAN

di Mordechai Kedar, da “La Stampa” del 10/11/2016

   Il fattore principale che rende trascinante Trump non sono le informazioni o i dati, bensì le sue emozioni. È un tratto caratteristico degli imprenditori di successo, che pensano di sapere tutto e che nessuno sa tutto meglio di loro. Questi personaggi si dicono: «Sono un miliardario, mentre il mio consigliere riceve uno stipendio. Se fosse più intelligente di me sarebbe lui il miliardario e io vivrei del mio stipendio».

   Molto probabilmente Trump pensa, e prende decisioni come un imprenditore e a guidarlo saranno interrogativi come «cosa è meglio per l’America, cosa la rende più forte, cosa promuove i suoi interessi, cosa rafforza l’economia, cosa crea più posti di lavoro, chi sono i nostri alleati e chi sono i nostri nemici».

   Se questi sono gli interrogativi dietro alla POLITICA DI TRUMP IN MEDIO ORIENTE, avrà le seguenti caratteristiche.

   PRIMO. La sua politica si baserà sull’assegnazione delle etichette di «amico e alleato» o «nemico». Facendo così tornerà alla terminologia di George W. Bush, che parlava dei «nostri amici e alleati». Obama era stato cauto a evitare questa espressione, che implicava che tutti gli altri erano «nostri nemici». Credo che Trump definirà Israele in termini adulatori come «il nostro migliore alleato», e forse manterrà la sua promessa di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme.

   L’affinità mentale e ideologica tra Trump e Netanyahu produrrà un clima positivo che porterà i due a scambiarsi idee e cooperare. In questo modo Trump rimedierà alla situazione che ha gettato un’ombra sulle relazioni tra Israele e Usa negli ultimi otto anni di permanenza di Obama alla Casa Bianca. Trump però potrebbe perdere la pazienza e dire a Netanyahu qualcosa come: «Mio caro amico, dopo 50 anni di occupazione, potresti gentilmente sederti a un tavolo con i tuoi vicini arabi e raggiungere un accordo. Hai sei mesi per farlo. Se non ci riesci, allo scadere di questi sei mesi sarò io a risolvere il problema, con i miei mezzi, e faresti meglio a non costringermi a farlo».

   Trump potrebbe perfino giustificare questo diktat con la sua decisione di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Questo approccio molto business – riconoscere Gerusalemme in cambio dell’abbandono della Giudea e della Samaria – sarebbe un problema molto serio per Israele, soprattutto alla luce del fatto che Congresso e Senato sono ora in mano ai repubblicani e sarà difficile che inviteranno Netanyahu a pronunciare un discorso contro la politica del presidente, come successe con Obama.

   SECONDO. Trump probabilmente tratterà molto bene il presidente egiziano al-Sisi, perché lui combatte i terroristi islamici, l’elemento che fa più paura a Trump. La sua posizione verso l’Arabia Saudita sarà probabilmente molto fredda, a causa del ruolo dei sauditi negli attacchi dell’11 settembre, del denaro investito dai sauditi nella diffusione dell’islam wahhabita negli Usa e nel resto del mondo e del loro sostegno ai terroristi, soprattutto in Siria.

   TERZO. Possiamo aspettarci che Trump raggiunga una chiara intesa sul Medio Oriente con Putin, sia perché Putin, secondo Trump, sta facendo la cosa giusta a eliminare il terrorismo islamico che minaccia l’integrità e l’esistenza stessa della Siria, e anche perché Putin ha già preso in mano le vicende mediorientali che Trump vede come un guaio in cui nessuna persona normale vorrebbe infilarsi. Credo che Trump auguri a Putin di avere successo nell’eliminare il terrorismo in Siria, senza alcun coinvolgimento americano. Se Putin chiederà un aiuto degli Usa nella guerra contro l’Isis, Trump sarà felice di cooperare.

   QUARTO. Trump ha detto diverse volte che l’accordo sul nucleare con l’Iran è una pessima intesa, e che farà il possibile per cancellarla. Se fossi un ayatollah comincerei a preoccuparmi per quella che sarà la politica di Trump nei confronti dell’Iran. (Mordechai Kedar, traduzione di Anna Zafesova)

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PERCHÉ L’AMERICA NON È UN PAESE PER DONNE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 10/11/2016

   «Non scoraggiatevi», ha detto Hillary alle ragazze e alle bambine americane deluse per la disfatta. Giusto. Mai mollare. La batosta di martedì però, per quanto dovuta anche a mille altri motivi e non solo alla misoginia storica di larghe masse di elettori, conferma una volta di più che l’America profonda, per parafrasare il titolo dei fratelli Coen, «non è un Paese per donne».

   La slavina che ha sepolto la candidata democratica, peraltro rea agli occhi di tante elettrici d’essersi proposta come condottiera dell’altra metà del cielo tenendosi il cognome del marito, pare avere travolto non solo la sua carriera politica.

   Nel momento di massima pressione corale sul tema, le donne da ieri al Senato sono più o meno come l’altra volta. Totale: 22. Ci sono fra loro, è vero, figure di spicco come la prima senatrice ispanica (Catherine Cortez Masto), la prima rifugiata sudanese (Ilah Omar), la prima eroina militare mutilata in combattimento (Tammy Duckworth) e la seconda donna di colore (Kamala Harris) mai eletta.    Sempre ventidue sono, però. Su cento. Ed è probabile che questi numeri, se confermati dal voto alla Camera dei Rappresentanti, non permetterà all’America di Trump di schiodarsi dalle posizioni occupate nel ranking dell’Inter-Parliamentary Union sulle presenze femminili nei Parlamenti.

   Un mese fa era al 97° posto: novantasettesimo su 193 Paesi. Dopo l’Arabia, la Grecia e il Kenya. Staccatissima non solo dall’Italia, quarantaduesima, ma anche da Paesi come la Tunisia, la Macedonia, il Burundi… Per non dire del Ruanda, che svetta su tutti con il triplo abbondante di presenze «rosa» americane. Una classifica umiliante.

   Il fatto è che se Trump è riuscito in una rimonta difficile sul Partito democratico, l’establishment, la grande finanza e tanti «poteri forti», Hillary era chiamata alla rimonta molto più difficoltosa su una storia secolare. Bastino due dati: su 50 stati solo sei hanno una donna come governatore. E su quei cinquanta chiamati al voto martedì, quelli che in due secoli di vita democratica non hanno mai avuto una donna ai vertici sono 23. Quasi la metà. E di questi, tredici (Arkansas, Florida, Georgia, Idaho, Indiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Pennsylvania, South Dakota, Tennessee, West Virginia e Wisconsin) sono stati il perno del trionfo di «The Donald», il maschio tra i maschi.    Dovremmo aggiungere, anzi, il Wyoming dove l’unica «governatrice» Nellie Tayloe Ross «ereditò» nel 1925 la carica dal defunto marito e il Texas dove Miriam A. Ferguson fu imposta negli stessi anni dal marito James E. Ferguson, il governatore rimosso tempo prima perché messo sotto accusa. Dopo di lei, una sola parentesi: Ann Richards. Fine. Come una parentesi fu Kay Orr nel Nebraska: quattro anni su 162 di storia.

   Parevano vicende lontane, a molti, in campagna elettorale. Come immaginare che potessero pesare ancora? Le radici della diffidenza verso le capacità di governo delle donne, invece, si sono rivelate più profonde ancora di quanto temessero i più pessimisti.

   Del resto non solo la prima «governatrice» eletta senza esser moglie o vedova d’un governatore fu Ella T. Grasso nel Connecticut del 1974 (mezzo secolo dopo la concessione del voto alle donne!) ma l’ostilità misogina affonda in anni ancora più remoti.

   Dicono tutto, come qualche lettore ricorderà, le date: il XV Emendamento che almeno sulla carta concede il voto agli afroamericani (anche se poi l’esercizio del diritto si rivelerà assai complicato) è del 1870, il XIX che lo riconosce alle donne del 1920: cinquant’anni dopo.

   Il primo nero, Pinckney B. Stewart Pinchback, è eletto alla Camera dei rappresentanti nel 1874, la prima donna Jeannette Rankin nel 1916. Il primo senatore nero è Hiram Rhodes Revels nel 1870, la prima senatrice donna Rebecca Latimer Felton, nel 1922. E otto anni fa la stessa Hillary Clinton, più giovane, grintosa e meno ammaccata dalle polemiche, che si era candidata con la speranza di poter puntare già allora, prima donna, alla presidenza degli Stati Uniti, venne spazzata via alle primarie da Barack Obama. Affascinante. Ma afroamericano.

   Solo una dannata catena di coincidenze storiche senza valore reale, come sbuffa qualcuno, rispetto ai «veri temi» della politica? Difficile da sostenere. È la società americana stessa, come accusava una battuta della rivista economica Fortune («se guardi gli organigrammi delle grandi aziende hi-tech ti sembra di trovarti in Arabia Saudita»), a ruotare intorno alla figura maschile. «Il 43% delle aziende della Silicon Valley quotate in Borsa non ha una sola donna nel consiglio d’amministrazione», scriveva mesi fa Federico Rampini. E parliamo della frontiera più ricca, tecnologica, aperta, avveniristica, cosmopolita d’America.

   Immaginatevi quell’altra. Che mugugna sulla crisi davanti a una birra in un pub sul retro di un distributore di periferia… (Gian Antonio Stella)

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I DEMOCRATICI TRAVOLTI DALL’ODIO CONTRO LE ÉLITE

di Guido Caldiron, da “Il Manifesto” del 10/11/2016

– Usa 2016. Intervista a THOMAS FRANK, autore di saggi sul voto della working class statunitense –

   Fin dall’inizio della campagna elettorale più violenta e divisiva che gli Stati Uniti abbiano conosciuto nella loro storia recente, Thomas Frank aveva messo in guardia quanti sembravano pronti a liquidare la minaccia rappresentata dal tycoon newyorkese, prima vincitore a sorpresa delle primarie repubblicane e quindi della stessa corsa alla Casa Bianca, solo evocando le posizioni razziste del personaggio e il suo atteggiamento aggressivo.

   Per questo storico, editorialista dell’Harper’s Magazine, apprezzato analista della politica americana e autore di uno studio che ha fatto scuola sul modo in cui la destra ha sedotto i lavoratori bianchi nel corso degli ultimi trent’anni (What’s the Matter With Kansas?, Henry Holt and Co., 2004), a sostenere l’ascesa di Donald Trump sono state infatti prima di tutto le ansie e le preoccupazioni di «millions of ordinary americans», tanti «piccoli bianchi» appartenenti alla working class come al ceto medio declassato e impoverito e vittima della crisi.

   Un’analisi da cui conseguiva tutta la forza e le pervicacia del fenomeno a cui Trump ha dato voce. E questo anche perché, come afferma lo stesso Frank nel suo recente Listen, Liberal: Or, What Ever Happened to the Party of the People? (Metropolitan Books, 2016), il Partito democratico e Hillary Clinton non sono sembrati in alcun modo interessati a rivolgersi a questa fetta della popolazione statunitense.

Oltre 15 anni fa ha descritto come nel Kansas, dove lei è cresciuto, al pari di gran parte del paese, i repubblicani siano stati in grado di conquistare fin dalla fine degli anni Settanta una solida egemonia sull’elettorato popolare, spesso di tradizione democratica. Come è accaduto?

“L’espediente utilizzato è ciò che negli Stati Uniti è andato sotto il nome di «guerre culturali», vale a dire l’evocare tutta una serie di temi, come la difesa della famiglia tradizionale, la lotta all’aborto, i «valori religiosi», un sottofondo di retorica razziale, con i quali contrastare i democratici accusati di essere i portatori di un’altro stile di vita, quello delle metropoli, del meticciato. In realtà fin da allora mi sono reso conto che proprio i simpatizzanti dei movimenti ultraconservatori esprimevano per questa via anche un forte odio di classe: identificavano quelli che consideravano come gli «amorali» con le élite del paese. In altre parole sembravano esprimere una critica sociale travestita però da battaglia sui valori.”

Il paradosso è che poi i Repubblicani hanno utilizzato questi milioni di voti dei lavoratori bianchi per condurre le loro politiche antisociali tutte volte a tagliare le tasse ai più ricchi e a ridurre il welfare…

“In effetti la sfiducia e il rifiuto nei confronti dell’establishment presso le classi popolari bianche ha continuato a crescere visto che una volta abbandonato il Partito democratico per i Repubblicani fin dalla fine degli anni Settanta ci si è accorti che questi ultimi inseguivano solo il loro progetto di liberalizzazione dell’economia senza curarsi dei bisogni di questa parte dell’elettorato.” Poi però, con questa campagna elettorale le cose sono cambiate con la candidatura di Trump, che ha puntato tutto sulla possibilità di recuperare la rabbia e il sospetto cresciuti anche verso i vertici della destra. Per conquistare i suoi supporter il miliardario ha spiegato, «avete ragione ad essere arrabbiati, il Partito repubblicano non ha fatto niente per voi, ma ora che ci sono io le cose cambieranno, bloccheremo i trattati sul commercio internazionale e riporteremo a casa i posti di lavoro». E lo stesso ha fatto per vincere le presidenziali.”

Al netto delle proposte razziste di Trump o del fatto che molti dei suoi seguaci siano dei fanatici, questa volta i lavoratori bianchi hanno pensato di aver trovato il «loro» candidato?

“Per certi versi credo proprio di si. Sulla scorta di un’inchiesta condotta dal sindacato Afl-Cio tra alcune migliaia di lavoratori bianchi della zona di Cleveland e Pittsburgh, spesso ex elettori democratici, emerge come le priorità per chi si diceva pronto a votare per Trump sono riassunti dalla promessa di «buoni» posti di lavoro. Centrali sono stati cioè i temi economici e, solo al terzo posto l’immigrazione. Allo stesso modo, molti dichiaravano di apprezzare il fatto che il candidato repubblicano aveva annunciato che avrebbe preso a pugni quei dirigenti industriali che hanno provocato o permesso la chiusura o il trasferimento all’estero di una fabbrica o di un’azienda.”

Il vero problema, come si è visto con l’esito finale del voto, è che però tutto questo è avvenuto mentre, come spiega l’interrogativo che accompagna il suo ultimo libro, non si capisce bene che fine abbiano fatto fare i liberal al «partito del lavoro», cioè a quei democratici che hanno rappresentato per oltre un secolo il mondo della working class….

“La risposta è molto semplice. Il Partito democratico ha deciso già da qualche decennio che non sarebbe più stato la forza politica che rappresentava i lavoratori, quanto piuttosto la classe media superiore, i laureati piuttosto che gli operai. Hillary Clinton è una centrista interessata a difendere e a rappresentare ciò che viene definito come l’industria del sapere, la new economy e il libero scambio. In una stagione segnata dalla crisi sociale come questa, i democratici si considerano come il partito dei vincitori, non quello dei perdenti. Alla convention democratica Hillary Clinton ha dichiarato «siamo anche il partito della classe operaia»; solo che è difficile crederle visto che alle sue spalle, seduti nei posti più cari della sala, c’erano i generosi donatori di Wall Street che l’hanno così caldamente sostenuta. In questo senso l’onda di rabbia e di malcontento che ha portato Trump è finita per apparire insuperabile…”

Si, ma anche il risultato di scelte molto precise fatta dalla nostra «sinistra». I democratici hanno voltato le spalle alle preoccupazioni della working class per diventare la tribuna dei professionisti illuminati.

Così, anche se Trump fosse stato alla fine sconfitto, con l’elezione di Hillary Clinton che cosa sarebbe potuto accadere? Non sarebbe semplicemente cambiato granché rispetto al recente passato. Certo, una presidenza democratica qualche cosa avrebbe fatto, ma niente di significativo per la working class. Le diseguaglianze sociali avrebbero continuato a crescere, mentre la situazione economica avrebbe potuto migliorare leggermente, ma nell’insieme la situazione del paese non poteva evolvere in modo significativamente positivo per la working class. Così, un altro Trump, magari più accorto nei toni sarebbe apparso. Perciò, in qualche modo il disastro a cui assistiamo oggi si sarebbe prodotto di qui a quattro anni, con le prossime presidenziali. Ora, di fronte a questa situazione spaventosa c’è da chiedersi se qualcosa comincerà finalmente a cambiare tra i democratici come la candidatura di Bernie Sanders aveva fatto sperare alcuni mesi fa.” (Guido Caldiron)

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AMERICA IN MARCIA CONTRO TRUMP. SPARI A PORTLAND

di Marina Catucci, da “Il Manifesto” del 13/11/2016

– Fa la cosa giusta. Decine di migliaia di persone sfilano contro l’elezione del tycoon. Corteo imponente a New York, tra la folla anche Micheal Moore –

NEW YORK – Come era prevedibile, il primo fine settimana dopo l’elezione di Trump ha visto una serie corposa di manifestazioni. Ancora una volta gli americani che non hanno votato per il tycoon newyorchese e che lo considerano pericoloso, sia internamente che esternamente, sono tornati per strada al grido di «tu non sei il mio presidente».

   Questa serie di manifestazioni arriva dopo quasi una settimana di mobilitazioni in tutti gli Stati uniti, da Boston a Dallas, a Chicago a New York. Solo la notte precedente, tra venerdi e sabato, alcune migliaia di persone avevano manifestato a Miami, bloccando più volte le interstatali che passano per la città, così come anche ad Orlando, nel nord della Florida.

   La maggior parte dei cortei e delle azioni si sono svolte in modo pacifico, le eccezioni maggiori sono in costa ovest con gli scontri di Oakland e più di tutto quelli di Portland, in Oregon, dove è avvenuto uno scontro tra un uomo in una macchina e un manifestante anti- Trump terminato con dei colpi di arma da fuoco sparati dal guidatore.

   La polizia presente sul luogo ha subito soccorso la vittima, ma non è riuscita ad arrestare il sospetto, descritto come un uomo alto, nero, vestito con una felpa con cappuccio e dei jeans. Un testimone che è stava trasmettendo la manifestazione in diretta su Facebook, ha detto che il confronto era iniziato dopo che i manifestanti avevano «riconosciuto l’autista nell’auto come una persona già vista durante le proteste, coinvolta nel danneggiamento di pubblici esercizi, in saccheggi e negli scontri che si sono visti negli ultimi due giorni».

   A Portland, città ancora chiamata «Piccola Beirut» per via della sua storia di proteste e rivolte vigorose, durante le prime due notti le manifestazioni si erano svolte con calma. Durante la terza notte, invece, come raccontano gli attivisti e gli organizzatori, la folla è cambiata e l’agitazione ha preso una piega violenta. Secondo la polizia la protesta di giovedì era «ormai una rivolta» a causa di quello che i funzionari hanno definito «un comportamento criminale e pericoloso».

   Le autorità hanno cercato di dividere i manifestanti pacifici da quelli che stavano distruggendo proprietà private e pubbliche con mazze da baseball, e sono passate ad utilizzare spray al pepe e pallottole di gomma.

   «Possiamo essere certi che queste proteste cresceranno nel prossimo futuro – ha affermato TV. Reed, professore universitario del Minnesota e autore del libro «L’arte della protesta» – Vari gruppi, i movimenti, si preparano a resistere a tutte le politiche della nuova amministrazione che minacciano le persone stigmatizzate da Trump o che, come suggerisce l’evidenza scientifica, accelereranno la catastrofe ambientale.

   Bloccare il traffico e altre tattiche simili, sono a simboleggiare che le politiche della nuova amministrazione incontreranno un’opposizione vigorosa e massiccia e non ci sarà spazio di movimento per il fanatismo, il razzismo, la xenofobia e la misoginia che sono stati dilaganti nella campagna di Trump». Al momento sono in programma manifestazioni per settimane, alcune imponenti come la Million Woman March prevista per il 21 gennaio, giorno immediatamente successivo all’insediamento di Trump alla Casa Bianca.

   In questo scenario la piazza più attiva resta quella di New York, dove venerdì alcune migliaia di persone hanno dato vita al Love Rally, all’insegna della tolleranza contrapposta alla retorica violenta del neo presidente eletto. Ieri, invece, si è svolta la manifestazione più imponente dall’inizio di questa mobilitazione spontanea, più di 10.000 persone hanno risposto al tam tam nato in rete e il corteo che doveva partire alle 14,30 è partito prima perché Union square non riusciva a contenere tutti. Direzione: la blindatissima Trump Tower. Tra la folla anche Micheal Moore a riprendere con il telefonino.

   «Tutto questo sta compattando il movimento come non mai – dice Mark, tra gli organizzatori – io sono un occupyer, ho curato, come molti di noi la comunicazione, Ows sa come portare la gente in piazza e lo stiamo facendo tutti, tutti stanno mettendo le proprie abilità a disposizione. Ci sono gruppi di attivisti musulmani ed ebrei che lavorano insieme, con Black Lives Matter, con gli hacker, con il movimento Lgbtq. Lui vuole dividerci? Guarda il risultato».

   Per la maggior parte delle persone accorse non è la prima manifestazione, ma molti raccontano di non aver mai sentito l’urgenza di fare un corteo prima, ma che ora è tutto diverso. «Non posso stare a casa e guardare in tv Trump entrare alla Casa Bianca e stringere la mano ad Obama, dopo che per anni ne ha discusso la legittimità – dice Toby che al corteo partecipa con sua figlia dodicenne – io sono un maschio bianco americano, ma sono insultato, offeso, ferito da ogni parola che Trump ha pronunciato in questi mesi. Non è il mio presidente e nemmeno quello di mia figlia».

   La folla che si riversa per le strade è rumorosa e colorata, non sembra aver intenzione di smettere di marciare tanto presto. «Saranno 4 anni lunghi – profetizza Monica, ispanica – e lui potrebbe avere un impeachement anche prima di gennaio. Come donna, come ispanica, è mio dovere stare in corteo. Siamo qui per restare». (Marina Catucci)

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«SIAMO DONNE, ARABE, NERE, DI OGNI MINORANZA. LA NOSTRA SFIDA È AI PREGIUDIZI»

di Serena Danna, da “Il Corriere della Sera” del 11/11/2016

   La protesta anti Trump che ha invaso le strade di New York da quando il miliardario è stato eletto presidente è innanzitutto femmina. Le organizzatrici — mai usare con loro il termine leader — sono quasi tutte giovani donne che si sono distinte per l’attività politica in città e sui social network.

   D’altronde, tra i principi emersi dalla marcia che mercoledì notte ha portato centinaia di ragazzi e ragazze verso il Trump Tower al coro di «This is Not My President» c’è il riconoscimento di un cambiamento rivoluzionario che può essere guidato solo dalle donne del Paese.

   Tra di loro c’è Linda Sarsour, classe 1980, l’organizzatrice velata dell’Arab American Association of New York: «Stiamo assistendo a una nuova pagina della storia — racconta — e se il tuo movimento in questo momento non è guidato da una donna nera allora vuol dire che sei nel movimento sbagliato».

   Non a caso, a ispirare la protesta contro Trump ci sono insieme a lei Opal Tometi, cofondatrice del movimento contro le violenze della polizia «Black Lives Matter», ed Heather C. McGhee dell’organizzazione civica «Demos Action».

   Le giovani rappresentanti del mondo che rifiuta Trump come presidente hanno l’idea che i valori delle minoranze vanno difesi tutti insieme. I diritti del movimento Lgbt si uniscono a quelli degli afroamericani e dei latini, alla lotta all’omofobia e al sessismo. «Chiediamo a tutti, soprattutto ai bianchi, di prendere posizione contro i pregiudizi, non importa chi sia la vittima».

   Cresciuta a Sunset Park, un quartiere a Ovest di Brooklyn, ultima di sette fratelli di una famiglia immigrata dalla Palestina, Linda si è sposata con un matrimonio combinato a 17 anni e ha avuto primo figlio due anni dopo. Adesso che di figli ne ha tre e ha ancora accanto il marito, la politica è diventata la sua passione. L’ha fatta per i diritti di musulmani americani della città, per poi spingersi su un piano nazionale quando ha incontrato Bernie Sanders.

   Perché Sarsour, cofondatrice del «Muslim Democratic Club» di New York, come tanti dei manifestanti di queste ore, non è una supporter di Hillary Clinton, simbolo degli errori compiuti dalle istituzioni e anche dai movimenti: «Abbiamo fallito come generazione e peggio ancora stiamo facendo un danno incredibile alle generazioni a venire». (Serena Danna)

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UN’AMERICA BALCANIZZATA

di Guido Moltedo, da “Il Manifesto” del 12/11/2016

– Dopo il voto. Trump è il capofila dei birther, il movimento razzista che contestava l’elezione di Obama, sostenendo che la sua nascita a Honolulu non era documentata e dunque egli era privo del requisito indispensabile per essere presidente degli Usa –

   Quella del «nuovo» Trump, del Trump presidential e non più candidato, è una maschera che sta molto stretta a The Donald. Infatti, tempo un paio di giorni, se l’è già tolta. Eccolo che riprende a lanciare tweet rabbiosi. Le proteste contro la sua elezione continuano, dappertutto in America, e lui reagisce come fa lui, con le contumelie, definendo chi scende in piazza «manifestanti di professione, incitati dai media». Lo sceriffo Rudy Giuliani si associa al suo boss chiamandoli «piagnucoloni viziati». Però, attenzione. Non è solo il day after di uno sconquasso, il trauma a cui segue la protesta, a cui, a sua volta, segue il solito copione visto nella campagna elettorale del miliardario fascistoide.

   L’azione in America è molto più di questo e preannuncia tempi molto duri. Di conflitto. Persino in prospettiva di guerra civile. Non solo metaforica in un paese dove girano liberamente centinaia di milioni di armi da fuoco, più numerose degli abitanti, oltre 350 milioni. Non una guerra tra le due Americhe. La frattura non è tra due parti, come si sente dire da americanisti improvvisati, tra le élite urbane e la «pancia». Ma tra le tante Americhe – culturali, sociali, razziali, religiose – che compongono il mosaico statunitense e che questa nuova presidenza rischia di far saltare per aria in mille pezzi, avendo preso a calci il tavolo su cui è disposto il puzzle. Una balcanizzazione dell’America. O, un tempo, si sarebbe detto libanizzazione. È vero, l’incontro all’indomani del voto alla Casa Bianca è stato cordiale e civile. Ma quanti nei siti di destra, non solo in America, hanno ironizzato sul padrone bianco che si riprende la casa abusivamente abitata dal nero? È una scena che, nella civiltà dei modi, infatti non cancella la feroce campagna d’odio lanciata e finanziata da Trump che ha preceduto la sua discesa in campo.

   Trump è il capofila dei birther, il movimento razzista che contestava l’elezione di Obama, sostenendo che la sua nascita a Honolulu non era documentata e dunque egli era privo del requisito indispensabile per essere presidente degli Usa.

   Ma non è solo il vecchio e vitale razzismo in bianco e nero. Il nuovo presidente americano, che da imprenditore si era già distinto per le sue pratiche discriminatorie verso i neri, ce l’ha parimenti con i latinos, con gli islamici, con gli asiatici, ed è notoriamente misogino. Lui non si sa, ma tutti i suoi associati, molti dei quali destinati ad avere ruoli importanti nel suo governo, sono dichiaratamente omofobi. Sono antiabortisti. Antiambientalisti. Anti-immigrati. E rappresentano un elettorato che in larga misura si rispecchia in queste posizioni. È definito bonariamente questo elettorato maggioranza silenziosa. Eppure non si ricorda, a dire il vero, quando lo sia stata, silenziosa, almeno da Reagan in poi. Oggi è anche maggioranza politica. È una maggioranza che ha nel suo stesso dna l’eliminazione di chi non ne è parte. La maggioranza silenziosa che ha vinto le elezioni è in realtà una minoranza che vuole sottomettere tutte altre minoranze. Nei giorni scorsi due ragazze a San Diego e San José sono state aggredite perché indossavano il velo islamico. È accaduto in California non nell’America profonda che non si sa dove sia. In America la comunità islamica vive molto più integrata che in Europa. Prima che arrivasse Trump.

   Per la prima volta la silent majority trova in lui un presidente che le dà piena rappresentanza. Il rischio di una deflagrazione dell’America è in questa terribile novità, forse anche prevista, ma, ora che si manifesta in tutta la sua magnitudine, è estremamente preoccupante.

   Gli Stati Uniti sono dai loro albori terra di immigrati, e hanno continuato a esserlo. È ancora l’approdo numero uno dell’immigrazione e il suo sviluppo è tuttora intimamente legato al volano dell’immigrazione. Non solo braccia ma menti, spesso le menti migliori, da ogni parte del mondo. La conflittualità ha accompagnato questo percorso, ma quando le tendenze all’inclusione e alla coesione hanno avuto la meglio, il melting pot che ne è derivato ha consentito di dispiegare le migliori energie. Barack Obama ha fatto sempre appello a questa America, fin dal suo primo discorso alla convention di Boston, nel 2004. Non un appello buonista ma realista. Ancora più sensato in tempi di crisi, dove è più facile che la demagogia soffi sul fuoco delle diversità per ridurle a rivalità tra comunità. Il melting pot è tale se ha una base condivisa su cui poggiare.

   Questo sforzo unitario è stato duramente contrastato dalla destra e anche, tra i suoi sostenitori, non è stato compreso, specie quando la sequenza di crimini della polizia contro i neri si è intensificata. Gli si è perfino attribuita la responsabilità di non aver fatto abbastanza per i suoi fratelli, lui primo presidente nero, quando era evidente il contrario: la Casa bianca e i ghetti erano nell’occhio del ciclone di un’ondata razzista cavalcata dalla destra. Obama, fin dal suo esordio, è stato il presidente di tutti gli americani, non di una parte di essi, fossero anche i suoi fratelli ancora discriminati, come avrebbero voluto i razzisti, per connotarlo, ma anche un certi paternalismo progressista.

   È stato il suo il modo migliore, più alto, per rappresentarli, quello di essere sempre il presidente di tutti. Con l’intento morale di portata strategica di tener unite e tra loro cooperanti le diverse componenti della nazione, unica condizione di crescita e di sviluppo per tutti, anche per chi vive discriminato nei ghetti. Il rovesciamento di questa visione porta Trump a occupare la sua poltrona. Forte di una maggioranza al senato e alla camera. Le manifestazioni in corso sono una prima sacrosanta reazione a questo cambiamento dal carattere epocale. Difficile pensare, si dovessero anche placare, che il conflitto si fermerà. Più probabile che s’intensifichi. (Guido Moltedo)

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QUEL PERICOLO DI RESTARE DIVISI

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 11/11/2016

   A trovarsi nei cortei anti Trump che percorrono New York come altre città, due cose colpiscono: la giovanissima età dei manifestanti; e il carattere spontaneo del loro impegno, indipendente dai partiti o da qualsiasi forma di organizzazione che non siano i social.

   Titola Usa Today: «La nazione divisa unita dallo choc». Trump e gran parte del suo popolo non si attendevano di vincere; e gli altri non si attendevano che vincesse. La sorpresa e la reazione sono state accostate a quelle dell’Italia del 1994, quando la vittoria di un non-politico come Berlusconi accese speranza ma anche sdegno, espresso nel corteo del 25 aprile a Milano.

   Ma negli Usa la sorpresa e la reazione sono ancora più grandi. Coloro che protestano sotto casa Trump lo considerano un uomo odioso e pericoloso. Una persona che conoscono da sempre e proprio per questo non hanno mai preso sul serio.

   Uno di cui ridevano in tv, dove non era editore ma conduttore di uno show, e al cinema, dove interpretava se stesso in Sex and the city e Mamma ho riperso l’aereo . Uno che ha offeso le minoranze e i disabili con parole e gesti che in Italia abbiamo già sentito e visto, ma che qui erano vietate nel discorso pubblico. Un leader improvvisato e impreparato, che suscita estraneità e repulsione.

   Ma sarebbe un errore tacere che l’elezione di Trump ha provocato un sussulto d’orgoglio in quella «maggioranza silenziosa» cui si è appellato, oltre a segnare il rifiuto della politica tradizionale, dell’establishment, e dei Clinton. Trump è il campione di un’America che non ha mai accettato l’elezione di Obama: non a caso fu il leader della campagna che sostenne la sua ineleggibilità in quanto «non americano».

   A quell’America seppe parlare John McCain — l’uomo sconfitto nel 2008 dal primo presidente nero — , con il discorso più nobile della storia recente: «Now Obama is my president». Hillary, nel suo modo rigido ai limiti dell’alterigia, ha ripetuto le stesse cose: «Dobbiamo accettare il verdetto, ora Donald Trump è il nostro presidente». E Obama, nella sua compostezza empatica: «Prima che democratici e repubblicani, siamo americani».

   Ovviamente una nazione non si riunifica a parole. Tanto meno con le parole di due leader in uscita. Il partito democratico è da ricostruire: i Clinton che l’hanno tenuto a lungo in ostaggio sono fuori gioco; e pure Obama, al di là del fascino personale, esce dalle urne ulteriormente ridimensionato. Trump, come Bush nel 2000, non ha avuto la maggioranza del voto popolare, e questo non aiuta; però le regole sono queste. L’America che non si riconosce nel nuovo presidente continuerà a detestarlo, e a contestarlo. Ma non può mettere in discussione la legittimità della sua elezione, né le ragioni di coloro — tra cui molti elettori della «working class», la classe lavoratrice — che l’hanno resa possibile.

   L’America si è divisa non soltanto lungo le direttrici tradizionali di destra e sinistra, che pure esistono: la vittoria di Trump è anche una grande vittoria della destra, in una versione molto diversa da quella liberista e interventista che abbiamo conosciuto. L’America si è divisa in base al genere e all’etnia, per non dire al sesso e alla razza. Riconciliarla è difficile; trovare un modo per farla convivere è necessario.    Molto dipenderà da Trump e dalla sua capacità di allargare il proprio campo — come seppe fare in un contesto non paragonabile Reagan — , o almeno i propri interlocutori. Le prime parole erano dovute, forse scontate; però in bocca a lui sono comunque apparse importanti. Il nuovo presidente avrà poteri immensi: ha sconfitto due partiti in un colpo solo, quello avversario e il suo; e controlla appieno il Congresso.

   Ma la democrazia americana non ha soltanto contrappesi e istituzioni secolari; ha la forza immensa di un popolo irrequieto, ottimista, ribelle, eternamente giovane. Fare di queste energie una forza creatrice anziché distruttiva è la prima sfida per Trump e i prossimi leader dell’opposizione. Nella speranza siano consapevoli che l’esito della partita non riguarda solo un Paese, ma il mondo. (Aldo Cazzullo)

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Il politologo DAVID B. COHEN analizza le ragioni della sconfitta di Hillary

“È IL GRIDO DI DISPERAZIONE DEL MASCHIO BIANCO. MA IL FUTURO È SEGNATO”

intervista di Francesca De Benedetti (da “la Repubblica” del 11/11/2016)

– La convivenza di etnie e culture, così come la globalizzazione economica, sono strade senza ritorno –

«UN grido disperato, un misto di rabbia e di rimpianto, l’ultimo rantolo dell’uomo bianco». Ecco il fattore X che ha consegnato nelle mani di Donald Trump le chiavi della Casa Bianca. Almeno così crede David B. Cohen, politologo dell’università di Akron, nell’Ohio dei lavori perduti finito anch’esso in mano repubblicana. Chi crede che la nostalgia sia una categoria dell’anima si ricreda, dice lui: questa è la politica oggi, in Usa come in Europa. Il futuro, però, ci riserva tutt’altro.

Perché la vittoria di Trump è figlia di rancore e rimpianti?

«The Donald ha conquistato una chiara maggioranza fra i maschi bianchi non laureati. In questo gruppo prevalgono gli arrabbiati e i preoccupati».

Preoccupati per cosa?

«La nostra società è sempre più multiculturale, le minoranze etniche – afroamericani, latinos crescono con molta più rapidità dei bianchi. Questa diversità li spaventa. Poi c’è la globalizzazione, che ha stremato la classe media e ha reso disoccupati molti operai. Le due cose si intrecciano: il bianco si convince che siano neri o latinos a portargli via il lavoro. Vuol tornare a un’“America grande” che non tornerà più».

Anche con Romney candidato, il “maschio bianco” votò repubblicano. Ma vinse Obama.

«Stavolta non solo Trump ha tenuto in pugno i bianchi arrabbiati, ma Clinton ha avuto risultati sotto le aspettative tra le minoranze. Le dirò di più: il fatto che gli americani abbiano convissuto con un presidente afroamericano, cioè Obama, ha alimentato l’astio di una fetta di società».

Dai Tea Party alle milizie, fino a Trump presidente: questo “grido dell’uomo bianco” è di una violenza inedita?

«Sì, la rabbia è montata, la political correctness è stata calpestata, Trump ha cavalcato queste tendenze usando un linguaggio violento e riportando alla ribalta gruppi come il Ku Klux Klan. Risultato? Abbiamo eletto il primo presidente nella storia statunitense moderna ad aver attaccato così apertamente le minoranze. Ora si rischiano spaccature e conflitti gravi».

Brexit e l’ascesa dei partiti xenofobi suggeriscono che l’eco di quell’ultimo grido sia arrivata anche in Europa. È così?

«Sì, chiaro. Le tendenze di voto sono molto simili: basti vedere chi ha votato per Leave, e chi per Trump. Il maschio bianco, perlopiù anziano, che ha paura di globalizzazione e migrazioni, sceglie Exit e The Donald»

. Lei parla del rimpianto del maschio bianco, ma dice anche che questo suo grido è l’ultimo. Perché quel mondo non tornerà più?

«La compresenza di etnie e culture, così come la globalizzazione economica, sono strade senza ritorno. Anzi, si affermeranno sempre più. Ma i più giovani sono avvezzi a tutto questo, e non rimpiangeranno le fabbriche perché immagineranno lavori diversi. Basta con il rancore: arriverà un altro futuro, e sarà giovane».

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TRA IL POPOLO DI TRUMP CHE ODIA LA POLITICA E SOGNA LUSSO E SOLDI FACILI

di Gianni Riotta, da “La Stampa” del 11/11/2016

– Viaggio nella PENNSYLVANIA piegata dalla crisi economica: “Siamo come lui, non ci importa di guerre e pace. Ci salverà” –

   Non si mangiava neppure male da «Michelangelo», baracca di legno sulla strada rurale Creek Road, dove le colline della Contea di Monroe, in Pennsylvania perdono le foglie giallo, oro e rosse dell’Indian Summer, sole di novembre. «Poi la crisi, l’hanno chiuso e son rimasta sola» dice Amber Rohner, parrucchiera con permanente platinata della porta accanto, «diciamo la verità non c’è un cent in giro».

   Di cent per una fetta di pizza da Michelangelo ce ne volevano 89, e al telefono l’ex proprietario lamenta «come fai a campare con la pizza a meno di un dollaro. Hai visto i manifesti? Avevamo quelli del Padrino, originali eh? Ora vendo. Si, ho votato Trump, che dovevo fare paesano? Mio nonno votava Roosevelt, mio padre Reagan, ma sempre democratico era. A me tocca Trump? Almeno non è uno dei ladri che ci alzano le tasse».

   Ad Amber quelli di «Michelangelo» non piacevano, ruggini tra i «wop», gli italiani secondo il vecchio nomignolo sprezzante, e i gallesi, tedeschi e olandesi che popolano da sempre la vallata, «erano gente strana», ma ancora meno le piacevano Trump e Clinton, «Un pagliaccio e una matta, che scelta».

   Ma la prima donna presidente? Amber gira lo sguardo al salone deserto, dalla polvere si direbbe che nessuno entri da Natale. «Lavoro con le donne. Non mi fido delle donne. Sbroccano e son peggio di voi uomini».

   La diserzione di massa delle Amber è costata la Casa Bianca a Hillary. Il 53% delle donne bianche ha votato Trump, quanto è bastato per la sconfitta, rafforzando Trump, pur in contee spesso democratiche come la vicina LACKAWANNA, a nord del torrente BUSHKILL.

   Il neopresidente non ha sfondato affatto, ha preso meno voti di McCain 2008 e Romney 2012, ma Hillary è stata tradita da 6 milioni di elettori rispetto a Obama, troppi per non prenderle. Qui se ne nascondono tanti, nelle casette a bordo bosco con il cartello «Ronde notturne, Ladri occhio», la bandiera «Pow-Mia» che ricorda i prigionieri di guerra, la cassetta della posta con la preghiera per i caduti in Iraq.

   «Mi chiamo Vince, riparo computer, mi arrangio. Ho passato la notte senza dormire, non sapevo chi votare, pessimi candidati. Poi Trump. Un salto nel buio, ma Hillary ha ucciso il suo amico Vince Foster, vada su Google, che storia. Se vuoi trovare un vero trumpiano vai dal meccanico, Barely Used Tires, Milford Road».

   Il meccanico, non appena vede il fotografo, sembra voler impugnare la lucente chiave inglese Hazet 36 sul bancone. Si limita invece, pulendosi le mani sullo straccio, a indicare una corda tesa, con un cartello composto da qualcuno che non s’è laureato in Marketing all’Harvard Business School, «Clienti, statevene fuori!», e scompare nel retrobottega.

   Il suo garzone, ricci neri e sorriso furbo, emerge dal motore di un camioncino pick up nero che l’aveva ingoiato, e fingendo di mandare un messaggino al telefono, per far dispetto al padrone, sillaba «qui siamo trumpiani, capisci? Perché a lui della politica non gliene frega un c… come a noi, guerre, pace, lui pensa a trovare grana e f, magari ce ne gira.

   Con Obama chi ci rispetta? Mio nonno era in miniera, guadagnava e sputava sangue, mio padre era meccanico, sputava sangue e guadagnava bene. E io? Sputo sangue e guadagno meno di un portoricano lavapiatti». Dietro la curva giace la carogna di un bellissimo cervo, ucciso da un’auto. Il ragazzo la sogguarda, sputa, la saliva luccica e colpisce il nobile animale dissanguato. Il garzone non dà il nome, ma sottovoce indica altri «Trumpian», il pastore battista, il pompiere volontario ex Marine, il padrone del Pub570 e le cameriere, «Vacci. Mangia la salsiccia con le cipolle e i peperoni, per digerirla ti serve l’olio Castrol, ma vale». E così, mentre la tv rilancia la staffetta a Washington tra il Nobel per la Pace Obama e il Re di Miss Universo Trump, raccogliamo le confessioni degli ultras «The Donald», Spoon River politica in Pennsylvania.

   Il pastore «Gay, aborto, lesbiche che adottano figli, quelli sono cristiani? Trump molesta sottobanco e ha avuto tre mogli? La Bibbia è popolata da assassini, stupratori, adulteri, siamo peccatori in questa valle di lacrime. Almeno Trump non lo nega e alla Corte Suprema metterà giudici timorati di Dio». Betty, la cameriera del pub, non ha studiato né Debord né Baudrillard, anzi non ha studiato. «Ho lasciato la scuola al terzo anno, voglio sposarmi», ma col faccino pulito sintetizza la Società Postmoderna della Politica Spettacolo meglio dei filosofoni.

   «Trump si comporta da schifo con le donne, le star sono così. Legga People, legga i giornali per noi ragazze, per cosa li sfogliamo? Per vedere se Brad e Angelina fanno pace, se la Aniston gode del loro divorzio. Trump ne approfitta, ma quale maschio non farebbe lo stesso? Il mio boyfriend di sicuro. L’ho votato perché è come noi, di strada, anche se ha i soldi. Se venisse qui? Sarei felice, gli chiederei di offrimi un lavoro alla Casa Bianca e vengo di corsa». Si illumina al pensiero, accarezzandosi i capelli lisciati con la piastra a casa. In un angolo suona forse l’ultimo flipper del pianeta Terra, decorato con le ragazze nude di Playboy.

   Il pompiere è ancora fuori turno e aspetta, fumandosi un mozzicone, «se vinceva Hillary pure di fumare ci impedivano. Dicono che siamo razzisti, che il Klan razzista è con Trump, ma esiste ancora? No, dai, solo al cinema. I neri hanno portato Obama alla Casa Bianca e dovevamo festeggiare. Noi portiamo Trump e quelli vanno in piazza ad accendere falò di protesta. Che Paese siamo? Arrivano i portoricani, buttano bottiglie per strada, insultano ragazze, poi i neri, lasciano vetri sfondati, il prezzo delle case scende e te ne devi andare, da dove viveva tuo bisnonno, perché?».

   Qui Obama aveva battuto Romney 63% a 37, lasciando a Hillary in eredità un vantaggio enorme. Lei è precipitata a un kamikaze 50-50. I suoi fedelissimi hanno fatto sparire nottetempo i poster col suo nome. Non si trova un democratico neppure cercandolo col telescopio militare che all’armeria di Kresgeville, 818 Interchange Road, adorna i fucili da guerra Ar-15. La comproprietaria Jen Pinghero si vanta «li costruiamo a mano, uno per uno, mica in serie», all’angolo la sagoma bersaglio di Osama Bin Laden cartonato è pronta.

   Dopo un po’ però, una dispersa dell’Armata Hillary compare. Heidi è alta, giovane, con i capelli color inchiostro: «Trump lo conosco. Ho vissuto 15 anni a New York, facevo la guida turistica, la valletta per mostre, festival, serate, ero una bella ragazza. Trump veniva spesso e, io lo so, non è una persona pulita». Heidi è ancora una bellissima ragazza. Tempo e fatica hanno macinato verso la destra populista i suoi compagni di vallata, mentre in lei hanno soffuso un diverso rammarico: «Si pentiranno di quel che han fatto. Devo stare zitta, sono in minoranza, gridano adesso, fanno i bulli. Ma ’sto Trump non finisce il mandato, ci sono hacker, pirati informatici, al lavoro per tirar fuori le sue porcate, sesso, tasse, forse è malato. Due anni e lo cacciamo».

   Barack e Donald si stringono la mano, ma sulle tortuose mulattiere di Lackawanna, Chester, Monroe, i democratici si attrezzano alla guerriglia di opposizione, mentre «seduti sul ciglio della strada a contemplare l’America», gli elettori di Trump sognano che le vicine miniere di antracite riaprano, gli accordi di Parigi sfumino come carbon coke e il ferro della Pennsylvania torni a sorreggere il pianeta, come nel 1945 quando i nonni… (Gianni Riotta)

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TRA GLI EX OPERAI DI DETROIT CHE HANNO TRADITO HILLARY

di Gianni Riotta, da “La Stampa” del 14/11/2016)

– L’ex cuore industriale d’America si è affidato al tycoon repubblicano che prometteva di ridare lavoro e futuro alle tute blu ormai disoccupate –

   I coloni francesi scacciarono gli indiani Irochesi da antiche valli, fiumi e laghi, avidi di pellicce e territorio, imponendo la pronuncia allo stato del Michigan, «sh» dolce. La metropoli di Detroit la battezzarono dal fiume Detroit, «le détroit du lac Érié» lo stretto sul lago Erie, e se l’inflessione parigina del XVII secolo fosse arrivata fino a noi, Eminem e gli altri rapper bianchi e neri, lamenterebbero rauchi il declino urbano di «Detruà». Troppo chic per gli emigranti polacchi, italiani, ungheresi, belgi, greci, ebrei, fino agli Yugos e Albos, rivali jugoslavi e albanesi arrivati per ultimi, in cerca di un posto di lavoro alle catena di montaggio dell’auto.

   Eminem canta dunque di «Detroit contro tutti… Negli ultimi tempi sembra che sia io contro tutto il mondo… ma anche se cerco di scappare dalla povertà della strada voglio restare qui… portatemi via con gli amici, alla concessionaria Mercedes». Eminem lavava i piatti da Gilbert’s Lodge, vedeva nel viale 8 Mile Road il confine tra borghesia e «white trash», la spazzatura bianca, cui apparteneva, le famiglie travolte dalla crisi della grande industria. Questa è Macomb County, e qui Hillary ha perso le elezioni contro Donald Trump. Non cercate lontano, cercate qui, Michigan, pronunciato in americano dai tanti, come Eminem, che alla prima superiore, bocciati tre volte, lasciano la scuola per sempre.

   A Macomb County, l’8 novembre 1960, il cattolico John Kennedy ebbe la migliore percentuale in tutta l’America contro il repubblicano Nixon, 63% a 37. Qui Obama vinse contro McCain e Romney e qui, la campagna di Hillary era certa di vincere, nessuno spot in tv, nessun comizio. Invece il 6 novembre, nello stupore dei suoi consiglieri che giudicavano il Michigan una causa persa, Donald Trump appare a sorpresa al Teatro Freedom Hall di Sterling Heights.

   A rivederlo da fuori adesso, vuoto, con il prato stento, qualche cartaccia in volo, un cestino colmo di spazzatura, sembra il monumento alla delusione democratica. Joey, uno dei guardiani, è anziano, vota democratico, «Stavo nel sindacato con mio padre, United Auto Worker. Facemmo lo sciopero per il “30 and out”, 30 anni alla catena di montaggio e in pensione, vincemmo e che bei soldi ragazzi, mutua, scuola, assunzione per i figli. Venivano da tutto il mondo, noi neri dal Sud. Al comizio di Trump vendevamo chili, la birra era vietata, ma girava lo stesso. Ha gridato che non era finita, che le vinceva lui le elezioni. Non ci credevo, ma ha avuto ragione. In sala ho visto tanti miei vecchi compagni, e i loro figli disoccupati».

   Quel che Joey osserva, esterrefatto, al comizio di Sterling Heights, allarmava già da tempo Debbie Dingell, deputata del XII distretto dove lavora la Ford-Mazda ma la GM ha chiuso una fabbrica e la città di Allen Park è in bancarotta. La Dingell si attacca al telefono, prova con Hillary, chiama anche Bill Clinton. Ha 28 anni meno del marito, John Dingell, che eletto nel XII distretto nel 1955 è recordman della Camera. Lui ricorda la Detroit che dai 426.000 abitanti del 1900 esplode a 2.200.000 in trenta anni. Lei è cresciuta nella Detroit che da 1.800.000 cittadini del 1950 crolla a 713.000 del 2010. Il Michigan ha perso tra il 2002 e il 2009 631.000 posti di lavoro, poco meno dell’intera Detroit. La Dingell prega la campagna di Washington di mandare Hillary, Bill, Obama, la Michelle, «Siamo alle corde, gli operai non ci votano dicevo. Non mi rispondevano. Alla fine han mandato Bill, siamo andati in giro a fare compere per incontrare gli elettori, troppo poco e troppo tardi!».

   Tanti tra quei 631.000 licenziati corrono da Trump, che accusa Hillary di essere il passato, e promette il ritorno dei tempi del «30 and out», salario, mutua, pensione. 56 anni dopo il record di Kennedy, Trump espugna Macomb County, 54% a 42 contro la Clinton. 48.348 voti che gli consegnano l’intero Michigan, per sole 13.107 schede di scarto.

   Non c’è stato nessun boom di Trump alle urne martedì scorso, Hillary è la seconda candidata più votata della storia, e solo 33.000 voti, in roulette fra Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, hanno dato la Casa Bianca all’ex re dei casino di Atlantic City. Hillary ha perso dove Eminem lavava i piatti perché ha cercato la «valanga», vincere ovunque, anziché consolidare con prudenza i 263 punti elettorali che a lungo ha avuto in tasca.

   Ora tutti andiamo in pellegrinaggio dall’esperto professor Timothy Bledsoe, dell’Università Wayne State: «Ho il sospetto che il caso Macomb sia vero in tutto il Midwest. È la rivolta della classe operaia bianca, base della coalizione democratica da generazioni… al comizio di Sterling Heights Trump ha spiegato che la Gran Bretagna torna ricca con Brexit e l’America con lui, che le tute blu sono vittime della globalizzazione e lui rovescerà il sistema per loro».

   Eppure, nella rotta democratica, proprio in Michigan, a Detroit, il professor Bledsoe vede la base della riscossa democratica 2020: primi nel voto popolare, con 48 stati a 2 nel voto under 25, i democratici «devono guardare a contee come Oakland e Wayne, dove han vinto col 51% e il 66%. Macomb e le tute blu sono il passato, all’ultima carica pur vincente. A Oakland e Wayne c’è il futuro dell’America, donne, laureati, tecnici, cultura cosmopolita».

   Se Bledsoe ha ragione, la campagna elettorale 2020 comincia dunque a 12 Mile Road di Royal Oak, dove ammirate la massiccia torre e la basilica cattolica di Little Flower. Qui, negli Anni Trenta, dalla sua radio, il popolarissimo reverendo Coughlin avvelenava gli animi con una propaganda che anticipava i temi peggiori di Trump, «Non barattiamo la nostra libertà nazionale per accordi con gli stranieri che ci imbrogliano.

   Chiudiamoci al mondo e pensiamo alla ricchezza americana!». Padre Coughlin finì antisemita e filofascista, l’America di Roosevelt prevalse. Oggi sulla basilica del Little Flower sventolano i manifesti col sorriso di papa Francesco, a Royal Oak e alla vicina Ferndale vivono gay, single, tecnici esperti che lavorano alla fabbrica di carri armati M1, al sofisticato Tech Center della GM, disegnato dal maestro dell’architettura Eero Saarinen.

   La rabbia di padre Coughlin fu spenta dalle masse ottimiste del New Deal di Roosevelt e l’America si salvò da Depressione e dittature che travolsero l’Europa. Due Americhe, i delusi di Macomb e gli ottimisti digitali di Oakland, si affronteranno da qui al 2020. Ma primi diminuiscono ogni giorno, gli altri si moltiplicano, a patto naturalmente che i democratici trovino un candidato capace di unirli. E qui, vale la rima di Eminem, sono davvero per ora «soli contro tutti». (Gianni Riotta)

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