LA GLOBALIZZAZIONE E’ MORTA? QUALE COMMERCIO MONDIALE? Cos’è il Ttip, il Ttp, il Nafta, il Ceta, l’Acta…? Inizia l’ERA DEL PROTEZIONISMO? – Grandi, piccoli, medi produttori nel disordine mondiale – Quale sicurezza per le merci che compriamo? E chi produce (specie i piccoli) starà meglio o peggio?

BERLINO. ATTIVISTI DI GREENPEACE PROIETTANO DEGLI ESTRATTI DEI DOCUMENTI DEL TTIP SUL PARLAMENTO TEDESCO il 2 maggio 2016 (foto dalla rivista INTERNAZIONALE) - Il PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI (TTIP), un accordo di libero scambio tra STATI UNITI e UNIONE EUROPEA, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. SECONDO I SOSTENITORI DEL TTIP, IL TRATTATO FARÀ NASCERE LA PIÙ GRANDE AREA DI LIBERO SCAMBIO AL MONDO, CREANDO NUOVI POSTI DI LAVORO. SECONDO GLI ATTIVISTI, LE ASSOCIAZIONI E I MOVIMENTI CHE SI OPPONGONO AL TRATTATO, invece, il Ttip È FRUTTO DELLE PRESSIONI DELLE MULTINAZIONALI E FINIRÀ PER TUTELARE SOLO GLI INTERESSI DELLE AZIENDE, IGNORANDO QUELLI DEI LAVORATORI E DEI CONSUMATORI
BERLINO. ATTIVISTI DI GREENPEACE PROIETTANO DEGLI ESTRATTI DEI DOCUMENTI DEL TTIP SUL PARLAMENTO TEDESCO il 2 maggio 2016 (foto dalla rivista INTERNAZIONALE) – Il PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI (TTIP), un accordo di libero scambio tra STATI UNITI e UNIONE EUROPEA, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. SECONDO I SOSTENITORI DEL TTIP, IL TRATTATO FARÀ NASCERE LA PIÙ GRANDE AREA DI LIBERO SCAMBIO AL MONDO, CREANDO NUOVI POSTI DI LAVORO. SECONDO GLI ATTIVISTI, LE ASSOCIAZIONI E I MOVIMENTI CHE SI OPPONGONO AL TRATTATO, invece, il Ttip È FRUTTO DELLE PRESSIONI DELLE MULTINAZIONALI E FINIRÀ PER TUTELARE SOLO GLI INTERESSI DELLE AZIENDE, IGNORANDO QUELLI DEI LAVORATORI E DEI CONSUMATORI

   L’America si chiude al libero commercio? alla liberalizzazione degli scambi internazionali? Ma pare che non sia solo un problema americano: in tutto il mondo occidentale c’è sempre più insofferenza verso le forme di globalizzazione del commercio iniziate più o meno nel 1990, attraverso l’affermazione in particolare di partiti populisti che propugnano “una chiusura”.

   Il protezionismo che ha sventolato Trump in campagna elettorale (risultato vincente), parte dal dichiarare di voler proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Se l’America adotterà una politica fortemente protezionistica, se abbandonerà i maggiori trattati commerciali internazionali (in primis le trattative con l’Europa, per approvare il TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, di cui ampiamente parliamo in questo post per capire cos’è, i pro e i contro)…. Se gli Stati Uniti abbandoneranno con Trump il ruolo di attore principale negli scambi mondiali, e a seguire nell’essere stato (a volte male a volte bene) attore militare nelle maggiori controversie internazionali…), da chi sarà sostituita l’America? Chi cercherà di prendere il suo posto?

“(….) IL LEGAME TRA GLOBALIZZAZIONE E MIGLIORAMENTI DELLE CONDIZIONI DI VITA NEI PAESI PIÙ POVERI HA BASE TEORICHE SOLIDE: con l'APERTURA DELLE FRONTIERE, le aziende possono delocalizzare parti della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, creandovi OCCUPAZIONE. L'EMIGRAZIONE permette ai cittadini delle economie emergenti di accedere a quella che l'economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York ha chiamato la “RENDITA DI CITTADINANZA”, ovvero il diritto a guadagnare di più semplicemente grazie alla ricchezza dello Stato in cui si svolge una determinata professione, indipendentemente da quale essa sia. I risultati sono stati impressionanti: secondo il rapporto "TAKING ON INEQUALITY" pubblicato ad ottobre dalla BANCA MONDIALE, NEL 2013 C'ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ IN MENO RISPETTO AL 1990 (…) tra il 2002 e il 2013 una media di 75 milioni di persone all'anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (…) La percentuale di poveri nel mondo nel 2013 era al 10,7%, rispetto al 35% di 26 anni fa.(….)” (Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016)
“(….) IL LEGAME TRA GLOBALIZZAZIONE E MIGLIORAMENTI DELLE CONDIZIONI DI VITA NEI PAESI PIÙ POVERI HA BASE TEORICHE SOLIDE: con l’APERTURA DELLE FRONTIERE, le aziende possono delocalizzare parti della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, creandovi OCCUPAZIONE. L’EMIGRAZIONE permette ai cittadini delle economie emergenti di accedere a quella che l’economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York ha chiamato la “RENDITA DI CITTADINANZA”, ovvero il diritto a guadagnare di più semplicemente grazie alla ricchezza dello Stato in cui si svolge una determinata professione, indipendentemente da quale essa sia. I risultati sono stati impressionanti: secondo il rapporto “TAKING ON INEQUALITY” pubblicato ad ottobre dalla BANCA MONDIALE, NEL 2013 C’ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ IN MENO RISPETTO AL 1990 (…) tra il 2002 e il 2013 una media di 75 milioni di persone all’anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (…) La percentuale di poveri nel mondo nel 2013 era al 10,7%, rispetto al 35% di 26 anni fa.(….)” (Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016)

   Ci sarà un’anarchia totale, nei commerci, nei conflitti? … O forse sarà la Cina ad avere un ruolo predominante. Sul piano geopolitico l’azione di Pechino, potenza già seconda nell’economia mondiale, la porterà (com’è possibile e probabile) a un ruolo di leadership sullo scacchiere prima solo asiatico e poi mondiale. Preludio appunto di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa che sarà tutto da decidere che ruolo potrà avere (o non avere).

   E POI …. Le misure protezioniste cui sembrano ora andare incontro gli USA e il mondo intero (un ritorno al protezionismo), che vedono negli Stati Uniti un certo consenso tra parti opposte, la destra nazionalista e la classe operaia (entrambi hanno votato Trump), segnano forse la fine di un libero mercato e globalizzazione spinta iniziata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989?

(il grafico a elefante di Milanovic) - IL LIBERO COMMERCIO E LA GLOBALIZZAZIONE, Oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri, ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. L'economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, "IL GRAFICO ELEFANTE". Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 65% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)
(il grafico a elefante di Milanovic) – IL LIBERO COMMERCIO E LA GLOBALIZZAZIONE, Oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri, ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. L’economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 65% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Sarà anche ora di cambiare (è quanto sembra…), ma il sistema globale ha portato sì a dei guasti: pensiamo ai “sottopagati” e sfruttati nei paesi poveri dall’industria manifatturiera occidentale, alla prostituzione di donne da paesi poveri nelle strade dei nostri luoghi… ma anche alla crisi della predominante classe media dei paesi occidentali che deve affrontare la mancanza di lavoro dirottato nei paesi emergenti, e l’immigrazione crescente dei poverissimi): Ma questi anni “globali”, che forse ci stiamo lasciando alle spalle, sono stati pure segnati da un abbattimento della povertà e delle diseguaglianze mondiali senza precedenti: centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria, riuscendo a mandare i loro figli a scuola, avendo iniziato ad avere un (magari seppur limitato) potere di acquisto per comprare beni essenziali e vivere ben più dignitosamente….

   Per essere più precisi, secondo il rapporto “Taking On Inequality” pubblicato ad ottobre dalla Banca Mondiale, NEL 2013 C’ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI IN MENO DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ RISPETTO AL 1990, nonostante la popolazione mondiale fosse aumentata allo stesso tempo di 1,9 miliardi di individui. Questa riduzione ha avuto il suo picco tra il 2002 e il 2013, quando una media di 75 milioni di persone all’anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (più o meno la popolazione di Germania o Turchia).

IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL COMMERCIO (secondo gli economisti Felbermayr e Aichele) (da www.dariotaburrano.it ). Secondo Felbermayr e Aichele e secondo il modello economico che essi utilizzano, QUANDO TUTTI QUESTI TRATTATI SARANNO IN VIGORE IL LORO EFFETTO COMPLESSIVO SARÀ UN AUMENTO IN TUTTO DEL REDDITO MEDIO REALE PRO CAPITE PARI AL 2,6%. Non viene esplicitamente chiarito l'arco temporale entro il quale il fenomeno dovrebbe prodursi; supponendo che - come nel caso del TTIP - si tratti di una decina di anni, l'aumento sarebbe pari allo 0,26% circa all'anno: il doppio dell'effetto che il TTIP avrebbe da solo. Però, di nuovo, le variazioni del reddito non saranno omogeneamente distribuite: I MAGGIORI VANTAGGI RICADREBBERO QUASI ESCLUSIVAMENTE SUI PAESI OCCIDENTALI; ALCUNE AREE IN AFRICA E IN AMERICA LATINA SI RITROVERANNO IN UNA SITUAZIONE SOSTANZIALMENTE INVARIATA; il reddito reale pro capite diminuirà in pochissimi Paesi, fra cui la Cina.
IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL COMMERCIO (secondo gli economisti Felbermayr e Aichele) (da http://www.dariotaburrano.it ). Secondo Felbermayr e Aichele e secondo il modello economico che essi utilizzano, QUANDO TUTTI QUESTI TRATTATI SARANNO IN VIGORE IL LORO EFFETTO COMPLESSIVO SARÀ UN AUMENTO IN TUTTO DEL REDDITO MEDIO REALE PRO CAPITE PARI AL 2,6%. Non viene esplicitamente chiarito l’arco temporale entro il quale il fenomeno dovrebbe prodursi; supponendo che – come nel caso del TTIP – si tratti di una decina di anni, l’aumento sarebbe pari allo 0,26% circa all’anno: il doppio dell’effetto che il TTIP avrebbe da solo. Però, di nuovo, le variazioni del reddito non saranno omogeneamente distribuite: I MAGGIORI VANTAGGI RICADREBBERO QUASI ESCLUSIVAMENTE SUI PAESI OCCIDENTALI; ALCUNE AREE IN AFRICA E IN AMERICA LATINA SI RITROVERANNO IN UNA SITUAZIONE SOSTANZIALMENTE INVARIATA; il reddito reale pro capite diminuirà in pochissimi Paesi, fra cui la Cina.

   E iI protezionismo “trumpista” che “si annuncia” rischia di provocare i maggiori danni proprio nei Paesi emergenti, protagonisti assoluti (se si vuole anche con conseguenze negative per “noi”) dell’epoca del libero mercato globale di questi ultimi 26, 27 anni. Ma, poi, sarà benefico per un ritorno di ricchezza nei Paesi Occidentali? Molti hanno dubbi su questo, e il mondo che si prospetta è tutto da capire, da inventare. (s.m.)

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ttip-commercio-globale

TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) (IN FASE DI TRATTATIVA TRA USA E UNIONE EUROPEA): FAVOREVOLI E CONTRARI – PER ALCUNI «prevede che le legislazioni di Stati Uniti ed Europa si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi», PER ALTRI  faciliterebbe i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti portando opportunità economiche, sviluppo, un aumento delle esportazioni e anche dell’occupazione

TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo di libero scambio tra 12 paesi dell’area del Pacifico, Cina esclusa, voluto dall’amministrazione Obama, che non l’ha ratificato, lasciando che sia il successore a deciderne il destino. Trump ha già annunciato che lo farà colare a picco.

NAFTA, (North American Free Trade Agreement), l’area di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico, entrata in vigore il 1°gennaio 1994. Il Nafta il nuovo presidente degli USA dice che lo farà pure questo affossare: l’ossessione di Trump per il Messico – con il muro contro l’immigrazione – ha origine dal Nafta, cioè dalla delocalizzazione realizzata da una parte consistente della manifattura statunitense in un Paese confinante e con un costo del lavoro più basso.

CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement: trattato di libero scambio già negoziato UE-CANADA). Firmato il 30 ottobre 2016, accordo economico e commerciale globale tra UE e Canada. Una volta applicato, eliminerà i dazi doganali tra Europa e Canada, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali tra le due aree geografiche. C’è l’impegno, nel CETA, a far sì che tutti i vantaggi economici ottenuti non vadano a scapito della democrazia, dell’ambiente o della salute e della sicurezza dei consumatori, dei diritti dei lavoratori.

APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), è la principale organizzazione per la cooperazione economica dell’area dell’ASIA e del PACIFICO. Nel novembre 1989 si tenne in Australia la prima CONFERENZA con 12 Paesi (tra cui STATI UNITI, CANADA e GIAPPONE) con scadenze annuali per stabilire le regole degli scambi commerciali in quest’area del Pacifico. Con la DICHIARAZIONE DI SEOUL del novembre 1991 si sono meglio stabilite le finalità dell’APEC: appoggio reciproco, interesse comune, persistenza in un sistema di commercio multilaterale di tipo aperto e riduzione delle barriere commerciali interne alla regione. E la CINA, TAIPEI della Cina e HONG KONG della Cina sono entrate. Attualmente l’organizzazione conta 21 MEMBRI, oltre ai già citati ci sono: AUSTRALIA, BRUNEI, CILE, INDONESIA, COREA DEL SUD, MESSICO, MALAYSIA, NUOVA ZELANDA, PAPUA NUOVA GUINEA, PERÙ, FILIPPINE, SINGAPORE, TAILANDIA, RUSSIA E VIETNAM.

RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) comprende sedici paesi, tra cui colossi come Cina, India, Australia, Corea del Sud, Giappone, oltre che le piccole e sviluppatissime Singapore e Nuova Zelanda. Il RCEP è un trattato di libero scambio in corso di negoziazione fra l’ASEAN23) (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) e i Paesi con cui l’ASEAN ha già accordi di libero scambio, cioè Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda.

ACTA, (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Accordo commerciale anticontraffazione, accordo in difesa della proprietà intellettuale firmato nel gennaio 2012 a Tokio dai rappresentanti di quasi 40 stati. Da la possibilità di perseguire la criminalità organizzata per il furto di proprietà intellettuale, reato che danneggia l’innovazione e la concorrenza. Però la ratifica di questo controverso accordo commerciale è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

IL CAVALLO DI TROIA DEL TTIP (da www.slowfood.it/ ) - “(…) Mi preoccupa, e molto, come IL NOSTRO CIBO QUOTIDIANO POTREBBE CAMBIARE, IN MODO SILENZIOSO E TOTALMENTE SCONNESSO DA OGNI CONDIVISIONE POPOLARE, se venisse approvato l’accordo di commercio transatlantico, Europa-USA (quello che con una delle consuete e criptiche sigle si chiama TTIP: Transatlantic Trade & Investment Partnership). Il trattato viene annunciato come una straordinaria opportunità economica e di crescita, perché dovrebbe creare tra Europa e USA, quelle facilitazioni commerciali che mitologicamente dovrebbero rendere tutti più ricchi. Dico mitologicamente, perché un Nobel dell’economia come JOSEPH STIGLITZ ha scritto apertamente che la teoria – secondo cui se si arricchiscono i ceti più abbienti in una società, certamente staranno meglio tutti – è semplicemente una bugia. Gli accordi di libero scambio, dal NAFTA in poi, infatti NON HANNO VISTO MIGLIORARE IL TENORE DI VITA DEI PIÙ POVERI E DEI PICCOLI PRODUTTORI, ma solo moltiplicare i guadagni dei più ricchi speculatori.(…)” (CARLO PETRINI)
IL CAVALLO DI TROIA DEL TTIP (da http://www.slowfood.it/ ) – “(…) Mi preoccupa, e molto, come IL NOSTRO CIBO QUOTIDIANO POTREBBE CAMBIARE, IN MODO SILENZIOSO E TOTALMENTE SCONNESSO DA OGNI CONDIVISIONE POPOLARE, se venisse approvato l’accordo di commercio transatlantico, Europa-USA (quello che con una delle consuete e criptiche sigle si chiama TTIP: Transatlantic Trade & Investment Partnership). Il trattato viene annunciato come una straordinaria opportunità economica e di crescita, perché dovrebbe creare tra Europa e USA, quelle facilitazioni commerciali che mitologicamente dovrebbero rendere tutti più ricchi. Dico mitologicamente, perché un Nobel dell’economia come JOSEPH STIGLITZ ha scritto apertamente che la teoria – secondo cui se si arricchiscono i ceti più abbienti in una società, certamente staranno meglio tutti – è semplicemente una bugia. Gli accordi di libero scambio, dal NAFTA in poi, infatti NON HANNO VISTO MIGLIORARE IL TENORE DI VITA DEI PIÙ POVERI E DEI PICCOLI PRODUTTORI, ma solo moltiplicare i guadagni dei più ricchi speculatori.(…)” (CARLO PETRINI)

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IL FASCINO DEL PROTEZIONISMO. “MA CREA SOLO PIÙ POVERTÀ”

di Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016

– Dopo decenni di barriere più aperte, il tycoon sposta indietro l’orologio del mercato. Tra molte incognite – Esperti internazionali hanno rilevato le molte criticità dei “muri economici” –

   L’elezione di Donald Trump segna la fine del quarto di secolo, cominciato con il crollo dell’Unione Sovietica, in cui l’economia mondiale è stata dominata dalla globalizzazione. II presidente eletto degli Stati Uniti si avvia a tornare indietro sui trattati di libero scambio siglati dai suoi predecessori come Barack Obama e a limitare l’immigrazione verso gli Usa.

   Queste misure protezioniste mietono consensi nella coalizione tra destra nazionalista e classe operaia che ha proiettato il tycoon verso la Casa Bianca. Ma il revanchismo economico trumpista suscita qualche malcelata approvazione anche in porzioni delle classi intellettuali di sinistra, che sino dalla fine degli anni ’90 hanno chiesto politiche economiche “no global”.

   II paradosso, però, è che i 25 anni che ci stiamo lasciando alle spalle sono stati segnati da un abbattimento della povertà e delle diseguaglianze mondiali senza precedenti. II protezionismo trumpista rischia di provocare i maggiori danni proprio nei Paesi emergenti, le cui valute si sono deprezzate marcatamente dal giorno delle elezioni presidenziali Usa anche per le prospettive di crescita più incerte.

   Il legame tra globalizzazione e miglioramenti delle condizioni di vita nei Paesi più poveri ha base teoriche solide: con l’apertura delle frontiere, le aziende possono delocalizzare parti della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, creandovi occupazione.

   L’emigrazione permette ai cittadini delle economie emergenti di accedere a quella che l’economista Branko MILANOVIC della City University di New York ha chiamato la “RENDITA DI CITTADINANZA”, ovvero il diritto a guadagnare di più semplicemente grazie alla ricchezza dello Stato in cui si svolge una determinata professione, indipendentemente da quale essa sia.

   I risultati sono stati impressionanti: secondo il rapporto “Taking On Inequality” pubblicato ad ottobre dalla Banca Mondiale, nel 2013 c’erano circa 1,1 miliardi di persone che vivevano in condizioni di estrema povertà in meno rispetto al 1990, nonostante la popolazione mondiale fosse aumentata allo stesso tempo di 1,9 miliardi di individui. Questa riduzione si è intensificata tra il 2002 e il 2013, quando una media di 75 milioni di persone all’anno sono uscite dalle condizioni di indigenza — più o meno la popolazione di Germania o Turchia.

   La percentuale di poveri nel mondo nel 2013 era al 10,7%, rispetto al 35% di 26 anni fa. L’altro grande successo riguarda la disuguaglianza mondiale che, sempre secondo la Banca Mondiale, negli ultimi 25 anni è calata per la prima volta dalla rivoluzione industriale in poi. L’indice di Gini globale, un indicatore delle disparità, si è ridotto da 69,7 nel 1988 a 62,5 nel 2013. «Questo è coinciso con un periodo di rapida globalizzazione e di forte crescita dei Paesi poveri più popolosi come Cina e India.., hanno scritto gli autori del rapporto.

   Gran parte di questa riduzione è dovuta all’assottigliamento delle differenze fra Paesi, mentre le disparità all’interno dello stesso Stato sono, in media, cresciute. Tuttavia, negli anni della crisi, anche questo trend negativo si è fermato: in quegli anni 3,5 miliardi di persone, circa il 65% della popolazione mondiale, vivevano in Paesi in cui la crescita dei redditi per il 40% più povero è stata più rapida rispetto al 60% più ricco.

   Oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri, queste cifre mostrano il declino della classe media nei Paesi più ricchi. Milanovic l’ha rappresentata in maniera molto eloquente in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “il grafico elefante”. Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti per il 65% più povero della popolazione mondiale (ad eccezione dei poverissimi) e per i super-ricchi, mentre per gli altri i guadagni sono stati praticamente zero.

   Possono le ricette di Trump aiutare la classe media americana? Ci sono ragioni per essere scettici. II think tank Peterson Institute ha calcolato che le politiche commerciali di Trump potrebbero innescare una guerra commerciale che costerebbe agli Usa 4,8 milioni di posti di lavoro. Per un nazionalista economico, può comunque valere la pena prendersi il rischio ed appoggiare ricette come quelle di Trump. Per chi ha invece a cuore il welfare globale, le ragioni anche illusorie per confidare nel protezionismo sono invece molto più difficili da trovare. (Ferdinando Giugliano)

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COS’È IL TTIP, SPIEGATO BENE

da www.ilpost.it/ del 6/11/2016

– Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando un gigantesco accordo commerciale di cui si parla molto (tra favorevoli e contrari) e si sa poco: una guida, per chi vuole farsi un’idea –

   Se avete letto i giornali – italiani e internazionali – negli ultimi mesi, è probabile che vi siate imbattuti più di una volta nella sigla TTIP. Con questa sigla si intende il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti: TTIP è un acronimo del nome in inglese, “Transatlantic Trade and Investment Partnership”.

   È un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America: inizialmente veniva chiamato TAFTA, da area transatlantica di libero scambio, riprendendo l’acronimo di altri simili trattati già esistenti (come il NAFTA).

   Il trattato è ancora in fase di discussione, non solo tra le parti: nella politica e tra i gruppi che ne stanno seguendo i negoziati, PER ALCUNI «prevede che le legislazioni di Stati Uniti ed Europa si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi», PER ALTRI faciliterebbe i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti portando opportunità economiche, sviluppo, un aumento delle esportazioni e anche dell’occupazione.

Qualche numero

Il trattato coinvolge i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. La somma del PIL di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45 per cento del PIL mondiale (i dati sono del Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2013). Si tratta dunque, non fosse altro che per il suo impatto globale potenziale, di un trattato di importanza storica.

A che punto sono i negoziati

Nel giugno del 2013 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, dopo più di dieci anni di preparazione, hanno avviato ufficialmente i negoziati sul TTIP. Il trattato dovrà poi essere votato dal Parlamento europeo, per quanto riguarda l’UE. A condurre i colloqui per conto dell’Unione Europea è la direzione generale commercio della Commissione europea – cioè uno dei “ministeri” in cui è suddivisa la Commissione – diretta finora dal belga Karel De Gucht e sostituito da Cecilia Mallström nella nuova commissione Juncker. Ci sono due negoziatori ufficiali tra le parti: per l’UE è Ignacio Garcia Bercero mentre Dan Mullaney è la sua controparte statunitense. I negoziati si sono svolti per ora in sette diversi incontri, l’ultimo a Washington dal 29 settembre al 3 ottobre.

La questione della segretezza

Va subito detto che si tratta di negoziati segreti – lo sono ancora, in parte – accessibili solo ai gruppi di tecnici che se ne occupano, al governo degli Stati Uniti e alla Commissione europea. La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei paesi dell’Unione Europea.

Lo scorso 9 ottobre l’UE ha deciso di diffondere ufficialmente un documento di 18 pagine che contiene il suo mandato a negoziare (documento che però circolava online già da qualche mese). Oltre alle direttive della UE ai negoziatori, sono comunque trapelate nel corso del tempo varie bozze, ottenute e pubblicate da alcuni giornali, e che riguardano alcuni singoli contenuti dell’accordo: il settimanale tedesco Zeit ha messo online dei file che hanno a che fare con il settore dei servizi e dell’e-commerce, lo Huffington Post ha pubblicato dei file sull’energia, il Center for International Enrironmental Law, organizzazione statunitense, degli altri file che riguardano il settore chimico. Da tutti questi documenti messi insieme si possono ricavare una serie di informazioni importanti che danno, innanzitutto, la misura della complessità della questione.

Di cosa stiamo parlando

Nel documento diffuso dalla UE, che è comunque l’unico ufficiale, il TTIP viene definito «un accordo commerciale e per gli investimenti». L’obiettivo dichiarato dell’accordo (piuttosto generico) è «aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali». L’accordo dovrebbe agire quindi in TRE PRINCIPALI DIREZIONI: APRIRE UNA ZONA DI LIBERO SCAMBIO tra Europa e Stati Uniti, UNIFORMARE E SEMPLIFICARE LE NORMATIVE tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB), MIGLIORARE LE NORMATIVE STESSE.

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento: 1 – accesso al mercato 2 – ostacoli non tariffari 3 – questioni normative

1 – Accesso al mercato

L’accesso al mercato riguarda QUATTRO SETTORI: MERCI, SERVIZI, INVESTIMENTI E APPALTI PUBBLICI.

Si prevede l’eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci «con lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell’entrata in vigore dell’accordo». Sono previste misure antidumping – cioè per evitare la vendita di un prodotto sul mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato di origine – e misure di salvaguardia «che consentano ad una qualsiasi delle parti di rimuovere, in parte o integralmente, le preferenze se l’aumento delle importazioni di un prodotto proveniente dall’altra Parte arreca o minaccia di arrecare un grave pregiudizio alla sua industria nazionale».

   La liberalizzazione riguarda anche i servizi, «coprendo sostanzialmente tutti i settori»: si prevede anche di «assicurare un trattamento non meno favorevole per lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello accordato alle proprie società, consociate o filiali». I servizi audiovisivi non sono inclusi.

   La liberalizzazione riguarda anche gli appalti pubblici, per «rafforzare l’accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco». Insomma aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa.

   C’è infine un capitolo sugli investimenti e la loro tutela: nel negoziato è previsto l’inserimento dell’arbitrato internazionale Stato-imprese (il cosiddetto ISDS, Investor-to-State Dispute Settlement). Si tratta di un meccanismo che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali.

2 – Questioni normative e ostacoli non tariffari

L’obiettivo è «rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione».

   Le barriere non tariffarie sono misure adottate da un mercato per limitare la circolazione di merci e che non consistono nell’applicazione di tariffe: quindi non si parla di dazi. Sono limiti di altro tipo: limiti quantitativi, per esempio, come i contingentamenti (che consistono nel fissare quantitativi massimi di determinati beni che possono essere importati) o barriere tecniche e di standard (cioè di regolamento). Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è vietato e infatti la carne agli ormoni non ha accesso a causa di una barriera non tariffaria al mercato europeo.

3 – Norme

L’ultimo punto prevede un miglioramento della compatibilità normativa ponendo le basi per regole globali. È piuttosto generico, ma si dice che sono compresi i diritti di proprietà intellettuale. Si dice poi che vanno favoriti gli scambi «di merci rispettose dell’ambiente e a basse emissioni di carbonio», che vanno garantiti «controlli efficaci, misure antifrode», «disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato». Si dice che l’accordo deve trattare la questione «dei monopoli di stato, delle imprese di proprietà dello stato e delle imprese cui sono stati concessi diritti speciali o esclusivi», e le questioni «dell’energia e delle materie prime connesse al commercio». L’accordo deve includere «disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese» e «deve contemplare disposizioni sulla liberalizzazione totale dei pagamenti correnti e dei movimenti di capitali».

Chi è a favore dell’accordo

Diversi studi hanno concluso che l’accordo avrà benefici sia per gli Stati Uniti che per l’UE. Il Center for Economic Policy Research di Londra e l’Aspen Institute dicono per esempio che ci sarebbe un aumento del volume degli scambi e in particolare delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti (l’incremento sarebbe del 28 per cento, circa 187 miliardi di euro). I dazi tra Stati Uniti e UE sono in media piuttosto bassi, quasi la metà di quanto imposto verso gli altri paesi del mondo, anche se ci sono grandi differenze tra settori (la componentistica per automobili, per esempio, ha dazi all’8 per cento nell’UE). Sebbene in generale la loro media sia bassa, se i dazi vengono applicati su un grande volume possono diventare un ostacolo rilevante. Questo vale ancora di più visto che il processo produttivo è spezzato tra paesi diversi (componenti o fasi prodotti o realizzati in vari paesi): piccoli dazi applicati più volte possono avere dunque un impatto importante sul prezzo del bene finale.

Gli studi favorevoli al trattato hanno inoltre stimato che il PIL mondiale aumenterebbe (tra lo 0,5 e l’1 per cento pari a 119 miliardi di euro) e aumenterebbe anche quello dei singoli stati (si stimano 545 euro l’anno in più per ogni famiglia in Europa). Poiché ci sarebbe una maggiore concorrenza, si avrebbero anche benefici generali sull’innovazione e il miglioramento tecnologico.

Si avrebbero infine dei benefici derivanti dalla semplificazione burocratica e dalle regolamentazioni: ridurrebbe sia i costi delle ispezioni che quelli delle attività economiche che operano nei due mercati facilitando alle imprese il compito di rispettare contemporaneamente le due normative.

   L’Unione Europea ha fatto questo esempio sulla sicurezza delle automobili:

La regolamentazione in materia di sicurezza dei veicoli applicata negli Stati Uniti differisce da quella applicata nell’Unione europea, anche se il risultato finale in termini di livelli di sicurezza è in pratica equivalente. In effetti, già oggi è possibile guidare in Europa alcune automobili omologate negli Stati Uniti, e ciò grazie a uno speciale sistema di omologazione europeo. La Commissione si augura che grazie al TTIP le autorità di regolamentazione riconoscano formalmente la sostanziale coincidenza di importanti parti dei due sistemi di regolamentazione dal punto di vista della sicurezza.

   L’Unione europea e gli Stati Uniti impongono requisiti di sicurezza differenti eppure simili per quanto riguarda i fari, le serrature delle portiere, i freni, lo sterzo, i sedili, le cinture di sicurezza e gli alzacristalli elettrici. In molti casi si potrebbe riconoscere formalmente che tali requisiti offrono il medesimo livello di sicurezza.

Chi critica l’accordo

Vari soggetti si oppongono all’accordo: si va dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni (compresa Slow Food) di vari paesi europei e statunitensi, fino a studiosi ed economisti vari. Come abbiamo detto, UNA DELLE PRINCIPALI CRITICHE AI NEGOZIATI È LA LORO SEGRETEZZA E MANCANZA DI TRASPARENZA; e anche il fatto che ad aver condotto il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo sia il Center for Economic Policy Research di Londra, che questi gruppi non considerano credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. Questi gruppi sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sono piuttosto ambiziose, che sarebbero previste solo per il 2027 e che comunque sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

   Ci sono poi critiche più sostanziali, supportate da diversi altri studi, che sono state riassunte nel numero di giugno Le Monde Diplomatique. Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. La stessa operazione è stata fatta per l’UE da un rappresentante della CGT, la Confédération générale du travail, una confederazione sindacale francese. Il punto principale di entrambe le analisi è comunque che L’ARMONIZZAZIONE DELLE NORME SAREBBE FATTA AL RIBASSO, a vantaggio non dei consumatori ma delle grandi aziende.

   Nello specifico, queste sono le critiche più diffuse:

– I paesi dell’UE hanno adottato le normative dell’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO), gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi si rischierebbe di minacciare i diritti fondamentali dei lavoratori.

– L’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile per le imprese scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali.

– L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM (su questo punto, non ci sono però ancora notizie precise).

– Il trattato avrebbe conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che con le multinazionali non potrebbero reggere la concorrenza.

– Ci sarebbero anche rischi per i consumatori perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi) mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria). Oltre alla questione degli OGM, questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking per estrarre il gas e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori.

– I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva. Sarebbe a rischio il welfare e settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza.

– Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale attualmente oggetto di negoziati potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe insomma la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, brevetti la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

Infine, le multinazionali

Una delle questioni più controverse riguarda la clausola ISDS, Investor-State Dispute Settlement. È molto contestata anche da parte di alcuni governi, innanzitutto quello tedesco. Prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello Stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti. Ci sono già molti casi a riguardo: nel 2012 il gruppo Veolia ha fatto causa all’Egitto al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti della Banca Mondiale perché la nuova legge sul lavoro del governo contravveniva agli impegni presi in un accordo (firmato) per lo smaltimento dei rifiuti; nel 2010 e nel 2011 Philip Morris ha utilizzato questo meccanismo contro l’Uruguay e l’Australia e le loro campagne anti-fumo; nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco chiedendo 1,4 miliardi di euro contro la decisione di abbandonare l’energia nucleare.

   Le aziende, dice chi critica la clausola, potrebbero insomma opporsi alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza o altro attivate nei singoli paesi reclamando interessi davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione di quei singoli paesi riducesse la loro azione e i loro futuri profitti. Scrive Lori Wallach: «Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la diminuzione dei loro profitti? Si può concepire il fatto che queste possano reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale troppo rigorosa?». (da www.ilpost.it/ del 6/11/2016)

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Vedi anche questa approfondita tesi di laurea:

http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/8627/839083-1202049.pdf?sequence=2

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L’AMERICA CHE LASCIA IL PACIFICO

di Massimo Gaggi, da “Il Corriere della Sera” del 23/11/2016

   Donald Trump fa colare a picco il Tpp, l’accordo di libero scambio Usa-Asia concepito da Obama come l’architrave economico e politico dei rapporti tra le due sponde del Pacifico.

   Intanto la Borsa americana continua a salire, con l’indice Dow Jones che supera la soglia dei 19 mila punti per la prima volta nella storia. Non c’è necessariamente una stretta correlazione tra i due fatti: le Borse avevano già dato per scontato l’abbandono del Trattato Trans-Pacifico negoziato dal presidente democratico ma contestato anche dal suo partito.

   L’annuncio di Donald Trump viene minimizzato dai fan dell’economia di mercato che ora inneggiano al leader populista appena eletto: quell’accordo era già stato denunciato da Trump durante la campagna elettorale e, comunque, non avrebbe avuto un rilevante impatto economico.

   IL PERICOLO SONO BARRIERE E DAZI e di questi il tycoon non ha (per ora) parlato. Può darsi che, almeno nell’immediato, non ci sia da fasciarsi la testa per l’effetto Trump sull’economia. Anche chi giudica i suoi progetti su energia o deregulation deleteri per l’ambiente e per la stabilità del sistema finanziario ammette che a breve certe misure, o anche i semplici annunci, potrebbero dare una spinta al Pil. Ma, preoccupandosi solo di «riportare in America i posti di lavoro che ci hanno rubato», Trump invia un segnale devastante: un «ognuno per sé» che in Asia sta già facendo saltare gli equilibri geostrategici sui quali si è basata la politica estera Usa nel Dopoguerra.

   La CINA ripropone la sua alleanza asiatica anti Tpp e Paesi filo-occidentali come SINGAPORE, MALESIA e VIETNAM, furiosi per il tradimento di Washington, aprono a Pechino.

   GIAPPONE e COREA DEL SUD, i due principali alleati Usa nell’area, sono nel panico. Il premier Abe si era precipitato giorni fa nella Trump Tower per cercare di ottenere garanzie dal neopresidente. E’ stato ricevuto da tutto il clan familiare, ha avuto un «bilaterale» anche con Ivanka, ma non deve avere ottenuto molto se ieri sera andava dicendo sconsolato che senza gli Stati Uniti il trattato di libero scambio non ha più senso.

   Prima o poi toccherà anche all’EUROPA. Non nell’immediato: il Ttip, il trattato commerciale con la Ue, non ha mai visto la luce, quindi non c’è nulla da affondare. Ma un Continente che vive sempre sull’orlo della recessione dovrà affrontare contemporaneamente le pressioni protezioniste dell’America che rischiano di frenare l’export verso il più grande mercato del mondo e la richiesta di contribuire maggiormente alle spese per la Nato e la difesa comune. Facile prevedere che in un mondo sempre più instabile (a cominciare dal Medio Oriente e dal Nord Africa in fiamme) e con l’«ombrello» americano sempre più lacerato (se non, addirittura, chiuso) l’Italia e i suoi vicini dovranno fare e spendere molto di più per la difesa.

   Quanto all’ASIA e ai mercati, adesso c’è la tentazione di archiviare il Tpp come un accordo troppo complesso e burocratico, con troppi vincoli. È possibile che, negoziando accordi bilaterali, Washington, forte della vastità del suo mercato, riesca a strappare condizioni migliori. Così come è possibile che tornando a bruciare energia inquinante a basso costo venga data una momentanea spinta all’economia, anche a quelle delle regioni depresse degli Stati Uniti.

   Ma, se è davvero questa la linea scelta dalla nuova Amministrazione, i prezzi da pagare nel lungo periodo saranno molto alti, e non solo in termini di «global warming». In Borsa, ad esempio, i valori bancari salgono perché gli investitori sperano con la «deregulation» che questi istituti tornino a scommettere di più su titoli ad alto rendimento, ma molto più rischiosi per la stabilità del sistema: tornerà inevitabilmente ad affacciarsi lo spettro della crisi del 2008.

   Salgono anche i titoli industriali. Molti considerano suggestiva l’idea di un mercato interno più forte e più protetto dalle importazioni asiatiche e messicane. Ma è pensabile davvero che si vada in questa direzione? Come si può ostacolare il commercio col Messico se nel 2020 il 20 per cento delle auto vendute dalle Case americane e più del 35 per cento della loro componentistica verrà da questo Paese?

   Molti ricordano che negli anni 80 Ronald Reagan tentò di fare qualcosa di simile alzando barriere contro l’import di semiconduttori. Dovette desistere perché il blocco stava danneggiando in modo grave le aziende Usa dipendenti da quei componenti. Ma Reagan era un pragmatico, aveva una grande visione di politica estera e non viveva in un mondo spazzato da venti populisti. Con Trump rischia di essere tutta un’altra musica: lo stiamo già toccando con mano nel Sudest asiatico: dopo le FILIPPINE, altri Paesi in «libera uscita». Per la Cina l’opportunità non solo di accrescere la sua forza economica e politica, ma di diventare anche il paradigma per un nuovo sistema di regole. (Massimo Gaggi)

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IL COMMERCIO GLOBALE E LA «FEBBRE» DEL PIL

di Barry Eichengreen, da “il Sole 24ore” del 23/11/2016

   L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti significa che la globalizzazione è morta, oppure parlare di estinzione del processo è ancora decisamente esagerato? Se la globalizzazione è fuori combattimento, anche se forse non allo stadio terminale, dobbiamo comunque preoccuparci? Quanto peso avrà sull’economia globale il rallentamento della crescita del commercio che si respira nell’aria?

   La crescita del commercio mondiale avrebbe comunque rallentato anche senza Trump al potere. Insieme al fatto che la produzione mondiale di beni e servizi è cresciuta di oltre il 3%, questo significa che il rapporto tra commercio e Pil è diminuito, invertendo così la sua direzione di marcia rispetto al passato.

QUESTA ALLARMANTE TRAIETTORIA, AFFERMANO GLI ESPERTI DI GLOBALIZZAZIONE, RIFLETTE UNA RINASCITA DEL PROTEZIONISMO che trova riscontro nella diffusa opposizione al TPP e al TTIP e nella recente vittoria elettorale di Trump. In economia il concetto di causalità può essere vago, ma in questo caso è chiarissima. Finora, il rallentamento della crescita del commercio è stato la conseguenza di un rallentamento della crescita del Pil, e non viceversa.

Ciò è particolarmente evidente nel caso della spesa per gli investimenti, che è drasticamente diminuita dai tempi della crisi finanziaria globale. La spesa destinata agli investimenti è a intensa attività commerciale, perché alcuni Paesi dipendono in modo sproporzionato da un gruppo relativamente ristretto di produttori, come la Germania, per beni strumentali tecnologicamente sofisticati. Inoltre, il rallentamento della crescita commerciale riflette la decelerazione economica della Cina. II miracolo della crescita della Cina, che ha recato beneficio a un quinto della popolazione del pianeta, è l’evento economico più importante dell’ultimo quarto di secolo. Esso, però, può verificarsi soltanto una volta, e ora che per la Cina la fase di recupero è terminata, questo motore del commercio globale non potrà che rallentare.

   L’altro motore del commercio mondiale sono le catene di fornitura globale. Il commercio di parti e componenti ha risentito positivamente del calo delle spese di trasporto, effetto della containerizzazione e dei relativi progressi nell’ambito della logistica. È difficile, però,che l’efficienza delle spedizioni continui a migliorare più velocemente dell’efficienza nella produzione delle merci spedite.

   Pertanto, dovremmo preoccuparci del fatto che il commercio sta crescendo a un ritmo più lento? Sì, ma soltanto nella misura in cui un medico si preoccupa quando un paziente ha la febbre. La febbre raramente è mortale, piuttosto è un sintomo di una condizione patologica sottostante. In questo caso, la patologia è rappresentata da una crescita economica lenta. Un aumento della spesa nelle infrastrutture da parte dei governi, finalizzato a promuovere gli investimenti e la crescita in modo diretto, sarebbe più appropriato. Resta, tuttavia, da vedere se l’amministrazione Trump e il nuovo Congresso americano saranno in grado di definire e attuare un programma di spesa per le infrastrutture produttive. Più in generale, serve un consenso sulle politiche di promozione della crescita onde evitare che gli investimenti diventino ostaggio delle lotte politiche interne. Se questo sarà possibile sotto l’amministrazione Trump è un altro interrogativo che rimane aperto.

   Sul fronte dei flussi transfrontalieri di capitale finanziario la situazione è ancora più drammatica. I flussi di capitali lordi non stanno solo crescendo più lentamente, ma in termini assoluti sono scesi di molto rispetto ai livelli del 2009. Dire che la situazione è drammatica, però, non è lo stesso che dire minacciosa. In realtà, sono soprattutto le attività transfrontaliere di assunzione e concessione di prestiti a essere diminuite. Gli investimenti diretti esteri permangono ai livelli pre-crisi, e lo stesso vale per le attività transfrontaliere di assunzione e concessione di prestiti sui mercati azionari e obbligazionari. Questa differenza è frutto della regolamentazione. Avendo, giustamente, concluso che il prestito bancario transfrontaliero è particolarmente rischioso, i regolatori hanno posto un freno alle operazioni internazionali delle banche. In risposta a ciò, molte banche hanno ridotto la propria attività transnazionale. Tuttavia, anziché allarmare, ciò andrebbe visto come un segnale rassicurante, perché è stata operata una riduzione delle forme più rischiose di finanza internazionale senza tuttavia impedire forme di investimento estero più stabili e produttive. Ci troviamo ora di fronte alla prospettiva di una revoca da parte del governo americano della legge Dodd-Frank, nonché di un annullamento delle riforme finanziarie approvate negli ultimi anni.

    Una regolamentazione finanziaria meno severa potrebbe favorire il recupero dei flussi di capitali internazionali, ma bisogna fare attenzione a ciò che si desidera. (Barry Eichengreen, traduzione di Federico Frasca)

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IL NAUFRAGIO DELLA TPP AVVANTAGGIA PECHINO

di Stefano Carrer, da “Il Sole 24ore” del 23/11/2016

– I TIMORI DI TOKYO: il premier giapponese aveva fatto dell’intesa commerciale la «terza freccia» della Abenomics –

   Ha pochi precedenti nella storia della diplomazia economica internazionale quanto successo negli ultimi giorni. Il vertice dei Paesi Apec a Lima si era chiuso non solo spezzando una lancia collettiva contro il protezionismo, ma sottoscrivendo, in una dichiarazione annessa, un impegno a promuovere – in attesa di arrivare alla sfuggente Ftaap (un’area di libero scambio tra tutti i 21 Paesi Apec) – accordi di libero scambio «completi e di alta qualità» tra cui la Tpp (Trans-Pacific Partnership).

   E prendeva nota favorevole degli sforzi in corso tra i Paesi firmatari della Tpp per completare le procedure interne di ratifica. A margine del summit, i leader dei 12 Paesi della Tpp si erano anche riuniti a parte: il portavoce del governo giapponese aveva dichiarato che i 12 si sono trovati d’accordo nel continuare a promuovere le ratifiche.

   Con sconcertante brutalità, già all’indomani del summit, Donald Trump ha preannunciato in video che intonerà il “De Profundis” alla Tpp fin dal primo giorno di insediamento alla Casa Bianca, definendo l’accordo multilaterale negoziato in sette anni «un potenziale disastro per il nostro Paese». A uscirne umiliato non è solo il presidente Obama, ridotto a un inutile e melanconico “canto del cigno” peruviano: è la statura politica e diplomatica degli States a risultarne abbassata, soprattutto in Asia, presso gli alleati così come presso i potenziali rivali. Ieri è stata una giornata proprio nera, in particolare, per il premier giapponese Shinzo Abe, che ha speso un ingente capitale politico per fare della Tpp il perno delle riforme strutturali del Paese (la cosiddetta “terza freccia” dell’Abenomics) a dispetto delle proteste della tradizionale base rurale del suo partito.

   Pensare che, prima di arrivare a Lima, Abe era corso irritualmente a casa del presidente designato, alla Trump Tower di Manhattan, a consegnarli un regalo (attrezzature per il golf), dichiarando poi che Trump è una persona di cui si può avere grande fiducia. Dall’Argentina, dove si trova in visita ufficiale, poche ore prima del video-shock, aveva dichiarato che senza gli Usa la Tpp diventerebbe «senza senso», mentre una rinegoziazione è improponibile in quanto altererebbe il bilanciamento dei benefici. Poi gli è arrivata la notizia del nuovo terremoto nel Giappone settentrionale che ha rievocato il tragico marzo 2011, compresi malfunzionamenti a una centrale nucleare.

   Abe torna oggi in una Tokyo dove la Camera Alta sta discutendo l’ultimo passaggio procedurale della Tpp, già approvata dalla Camera Bassa: assicurati gli scherni dell’opposizione.

   La “Trumpeconomics” inizia dunque con uno schiaffo pubblico a Obama e ad Abe, i due personaggi che più avevano insistito sul significato strategico e non solo commerciale di un patto multilaterale in grado di dettare le regole del commercio internazionale evitando che sia la Cina a farlo.

   Come logica conseguenza, secondo la generalità degli analisti, emergerà un ripensamento complessivo delle strategie di molti Paesi asiatici, con un rilancio delle prospettive di intese multilaterali più blande e più regionalizzate, a partire dalla panasiatica Rcep con primattore la Cina (che era esclusa dalla Tpp).

   Una volta ripresosi dallo shock – osserva l’esperto Gerald Curtis della Columbia University (ieri a Tokyo), Abe potrà consolarsi proponendosi come il campione dell’antiprotezionismo. Tra i perdenti nel naufragio della Tpp provocato da un nuovo concetto di “America First” ampiamente sospettato di miopia egoistica, ci sarebbero in particolare Giappone, Singapore, Vietnam e Malaysia. Oltre a una America che rischia di disperdere “goodwill” anche sul piano politica. E in modi poco rispettosi degli altri, se non offensivi. (Stefano Carrer)

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UN RISCHIO PER GLI EQUILIBRI DEL CAPITALISMO MANIFATTURIERO

di Paolo Bricco, da “Il Sole 24ore” del 23/11/2016

– Secondo le stime Ue il Ttip avrebbe assicurato un incremento del Pil e dell’export sia dell’Europa sia degli Usa –

   Il Trump che fulmina dall’Olimpo della Casa Bianca il Tpp farà senz’altro bene alla pancia dell’America. Di certo, però, farà male al commercio internazionale. E, soprattutto, limerà e ammaccherà le catene globali del valore, nella loro dimensione tecnoindustriale. Roba da economisti specializzati in Global Value Chains? Insomma. Tema da politologi con il ditino alzato verso i neo-populismi? Mica tanto.

   Tutto l’Occidente – perfino il nostro Paese, piccolo e lontano da Washington – rischia di essere influenzato da questo processo. Il programma economico protezionistico del neopresidente è una cosa molto concreta. Trump promette sfracelli non solo sul Tpp, l’area di libero scambio – o, meglio, la fu area di libero scambio – con i Paesi del Pacifico. A lui non piace nemmeno il Ttip – l’ipotesi di free trade fra le due sponde dell’Atlantico – che, nella sua realtà di negoziato lungo e estenuante fra sherpa, non ha pesato un granché nella corsa presidenziale con Hillary Clinton, mentre ha assunto una valenza politica significativa nell’Europa impegnata a fronteggiare e a contenere le pulsioni contrarie alla moneta unica e agli eccessi dell’euroburocrazia.

   Il problema è che a Trump, a non piacere, è soprattutto il Nafta, il North American Free Trade Agreement, l’area di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico, entrata in vigore il 1°gennaio 1994. L’ossessione di Trump per il Messico – lasciando stare l’immagine e il progetto del muro fra quest’ultimo e gli Stati Uniti – ha origine nella delocalizzazione realizzata da una parte consistente della manifattura statunitense in un Paese confinante e con un costo del lavoro più basso. Il problema è che ogni ipotesi di rottura del patto del Nafta rischia di diventare una mina in grado di disarticolare dall’interno uno dei tessuti tecno-produttivi e commerciali più integrati e internazionalizzati del mondo. Con effetti, per esempio, anche su quelle imprese italiane che operano su tutto lo scacchiere del Nafta.

   Basta leggere l’ultima pagina stilata da Mediobanca Securities. Fca ottiene l’8o% del suo margine industriale lordo negli Stati Uniti; fatto 100 quanto vende negli Stati Uniti, una quota fra il 10 e il 15 proviene dal Messico. La tassa del 30% sulle importazioni dal Messico diventerebbe un problema enorme. C’è, poi, un tema di supply chain: Fca ha stabilimenti e fornitori sparsi fra il Michigan e il Midwest (Detroit Area e Ohio), l’Ontario (Brampton e Windsor) e il Messico (Toluca). Dunque, potrebbe diventare problematico qualunque provvedimento che rendesse più complicato il passaggio di uomini e cose e la circolazione di prodotti materiali e di flussi immateriali fra il Messico, gli Stati Uniti e il Canada. L’impatto su Fca appare, dunque, significativo. Ma non è l’unico.

   E’ sufficiente osservare la dinamica di un’altra impresa italiana specializzata in componentistica auto, la Brembo. Brembo ha uno stabilimento a Escobedo, in Messico, e uno a Homer, in Michigan. Il 30% dell’Ebitda di Brembo è ottenuto negli Stati Uniti.

   Ecco perché Trump sembra in grado di agitare i sonni non soltanto di Sergio Marchionne, ma anche di Alberto Bombassei, il proprietario della Brembo. Tutto questo per sottolineare come l’agenda Trump sia qualcosa di concreto che potrebbe mutare gli equilibri del capitalismo manifatturiero internazionalizzato, di cui l’Italia – pur con la sua marginalità strategica – è una componente non irrilevante.

   Senza contare la cancellazione dell’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa, che ormai appare sempre più lontano e improbabile, come lontane e improbabili appaiono le stime della Commissione Ue, secondo la quale, da qui al 2027 il Ttip avrebbe potuto valere un aumento medio annuo dello 0,48% del Pil comunitario e dello 0,39% del Pil americano più una crescita del 28% dell’export europeo verso gli Stati Uniti e del 36,5% dell’export americano verso l’Europa. (Paolo Bricco)

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PECHINO SFIDA TRUMP SUL LIBERO COMMERCIO, L’EUROPA È NEL MEZZO

di Giuliana Ferraino, da “il Corriere della Sera” del 21/11/2016

   Sembra un mondo alla rovescia, che pare annunciare una nuova era. L’America si chiude e la Cina si propone come un campione del libero commercio, puntando a giocare un ruolo da protagonista della globalizzazione dopo l’elezione di Donald Trump.

   «La Cina non chiuderà la porta al mondo esterno, ma la aprirà ancora di più», ha affermato il presidente cinese Xi Jinping in Perù, al vertice dei 21 Paesi dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), promettendo un «pieno coinvolgimento» di Pechino nella liberalizzazione degli scambi internazionali.

   E da Lima il leader cinese ha rilanciato le iniziative (alternative) per liberalizzare il commercio nella regione dell’Asia-Pacifico, spiegando che «la costruzione di una zona di libero scambio dell’Asia-Pacifico è un’iniziativa strategica vitale per la prosperità a lungo termine della regione» da «affrontare con fermezza».

   È una risposta al protezionismo sventolato da Trump, per proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo.

   Durante la campagna elettorale il miliardario americano ha minacciato nuovi dazi contro la Cina e attaccato con violenza la partnership transpacifica (Tpp ) voluta dal presidente Barack Obama, anche per arginare l’ascesa del gigante cinese che è infatti escluso dall’intesa siglata nel 2015 tra 12 Paesi, incluso il Giappone (Trump ha inoltre promesso la morte del Ttip, il Trattato di libero scambio con l’Europa).

   Ma se sul piano economico-commerciale la mossa di Xi punta a riempire il vuoto del probabile abbandono del Tpp, che deve ancora essere ratificato dal Congresso Usa; sul piano geopolitico l’azione senza precedenti di Pechino punta ad attribuire alla Cina, già seconda potenza economica mondiale, un ruolo di leadership sullo scacchiere asiatico alla luce di un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti nella regione. Inevitabilmente preludio di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa nel mezzo. (Giuliana Ferraino)

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COMMERCIO MONDIALE: E SE TRUMP FIRMA IL TTIP?

di Giuseppe Timpone, 21/11/2016, da https://www.investireoggi.it/

– L’accordo di libero scambio UE-USA, il TTIP, potrebbe essere riesumato proprio dall’amministrazione Trump, che guarderà meno all’Asia e forse più alle altre economie avanzate –

   Non sono tempi d’oro per il commercio mondiale, che l’anno prossimo dovrebbe crescere della metà rispetto al tasso di crescita dell’economia globale. Ma il rallentamento non arriva con oggi, perché è frutto della crisi finanziaria esplosa nel 2008. In quell’anno, gli scambi commerciali nel pianeta ammontavano al 61,1% del pil mondiale, l’apice di sempre, salvo crollare l’anno seguente al 52,5% e riprendersi solo parzialmente al 57,7% del 2015.

   La crisi del commercio mondiale è, anzitutto, ideologica. Le due aree, che inizialmente l’avevano maggiormente sostenuto, USA ed Europa, ne prendono parzialmente le distanze, a causa di un’opinione pubblica al loro interno sempre più restia ad integrarsi ulteriormente con il resto del mondo, sentendosi vittima della globalizzazione economica. (Leggi anche: Commercio mondiale, rischio protezionismo avanza)

TRA BREXIT E TRUMP, COMMERCIO MONDIALE IN AFFANNO

La Brexit è stato il primo segnale della volontà di “de-globalizzazione” dei popoli, ma anche la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA è percepita in questo senso. Il presidente eletto ha fatto campagna elettorale contro il TTP (“Trans-Pacific Partnership”), l’accordo di libero scambio tra 12 paesi dell’area del Pacifico, Cina esclusa, voluto dall’amministrazione Obama, che non l’ha ratificato, lasciando che sia il successore a deciderne il destino.

   Trump ha definito il TTP un “accordo mortale per la manifattura americana”, sostenendo che avrebbe un impatto distruttivo per l’occupazione USA. La sua amministrazione dovrebbe mettere la parola fine all’ingresso dell’America nel club dei 12, tanto che nel fine settimana, il vertice APEC (“Asia-Pacif Economic Cooperation”), che comprende 21 paesi asiatici e americani, tra cui USA e Cina, ha lanciato un monito, affinché non si metta in discussione la globalizzazione. (Leggi anche: Commercio mondiale vittima delle elezioni USA)

   Intanto, diversi paesi firmatari del TTP solo un anno fa hanno segnalato, dopo la vittoria di Trump, di avere accantonato, per il momento, i piani di ratifica dell’accordo. Alcuni di questi, tra cui l’Australia, hanno iniziato a prendere in considerazione alternative valide, come un’integrazione delle economie asiatiche e dell’America Latina, inclusa la Cina.

   Il cosiddetto “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP) comprende sedici paesi, tra cui colossi come Cina, India, Australia, Corea del Sud, Giappone, oltre che le piccole e sviluppatissime Singapore e Nuova Zelanda. Già nel 2014, Pechino aveva esternato la sua ambizione a far parte di un accordo di questo tipo, che entro il 2025 dovrebbe esitare benefici per 2.000 miliardi di dollari per i paesi aderenti, 8 volte maggiori di quelli attesi dal TTP. Insieme, rappresenterebbero il 57% del pil mondiale.

(Leggi anche: Accordo TTIP possibile dal 2018?)

TRUMP POTREBBE RIPRENDERE IL NEGOZIATO SUL TTIP

Difficile, però, che l’amministrazione Trump esca dal TTP per andarsi a ficcare in un altro accordo, dove vi sarebbe, addirittura, l’odiata potenza cinese. Due le alternative: o si limiterà a richiedere modifiche al TTP, in modo da salvare la faccia dinnanzi agli elettori, ma senza mettere davvero in discussione l’accordo di libero scambio con gli altri 11 membri, oppure ne uscirà del tutto.

   In quest’ultimo caso, però, gli USA rinuncerebbero all’Asia quale mercato di sbocco primario per le loro merci, accettandone la supremazia cinese nell’area. Se ciò accadesse, le imprese americane potrebbero trovare ancora più necessario rivolgere la propria attenzione all’altra area più sviluppata del pianeta: l’Europa. La pressione su Washington crescerebbe, affinché il presidente Trump torni a negoziare sul TTIP (“Transatlantic Trade and Investments Partnership”), magari all’indomani delle elezioni negli stati-chiave della UE, quando le trattative potrebbero essere più franche e rilassate. (Leggi anche: Economia USA essenziale per l’Europa: no al TTIP da masochisti)

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LA PROTESTA CONTRO IL LIBERO MERCATO MONDIALE, LA GLOBALIZZAZIONE – IL GRAFICO A ELEFANTE DI MILANOVIC

– Il perché della CRISI DELLA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, della vittoria di Trump e dei partiti populisti in Europa –

(LEONARDO BECCHETTI, dal blog http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/ ).

il-grafico-a-elefante-di-milanovic

   “Partiamo dal famoso GRAFICO “AD ELEFANTE” di BRANKO MILANOVIC su VINCENTI E PERDENTI DELLA GLOBALIZZAZIONE che mette sull’asse delle X la popolazione mondiale in ordine crescente di reddito e sull’asse verticale misura il progresso o declino di reddito.

   Il grafico individua QUATTRO GRUPPI PRINCIPALI.

– IL PRIMO gruppo (la parte finale della coda dell’elefante) È QUELLO DEGLI ESCLUSI E DEI PIÙ POVERI che non riescono a partecipare dei benefici del mercato,

– IL SECONDO (il dorso dell’elefante) è quello delle CLASSI MEDIE EMERGENTI DEI PAESI POVERI ED EMERGENTI che traggono beneficio dalla crescita di questi paesi e dalle opportunità della globalizzazione che rilocalizza il lavoro nei loro paesi facendo concorrenza a salari più bassi ai lavoratori non specializzati o poco specializzati dei paesi ricchi, che rappresentano

– IL TERZO gruppo (la parte bassa della proboscide) è LA VECCHIA CLASSE MEDIA che progressivamente s’impoverisce.

– IL QUARTO gruppo (la parte finale della proboscide rivolta verso l’alto) è quello del top 1 percento, dell’ELITE DEI PROPRIETARI DEL CAPITALE e di coloro che occupano posizioni importanti nel settore finanziario che traggono vantaggi dalla globalizzazione.

   Il problema politico sta tutto nel fatto che IL TERZO GRUPPO IN QUESTA GRANDE TRASFORMAZIONE HA LA PEGGIO. Vede il top un percento crescere nel proprio benessere, si sente insidiato dai ceti emergenti dei paesi poveri e si vede invaso dal primo gruppo dei disperati che cercano fortuna (offrendo anche loro lavoro a basso costo) migrando nei paesi ricchi.

   Il problema democratico NEI PAESI OCCIDENTALI è che IL TERZO GRUPPO RAPPRESENTA LA MAGGIORANZA DEI VOTANTI. I movimenti populisti promettono il riscatto per questo gruppo promettendo la chiusura delle frontiere (e quindi la protezione dalla concorrenza con il primo e il secondo gruppo). Il paradosso è che questa sgangherata promessa viene da un esponente del quarto gruppo, ovvero del top un percento che maggiormente ha beneficiato della globalizzazione. Il plurimiliardario si mette alla testa del ceto medio-basso impoverito della superpotenza mondiale.

   La vittoria di Trump (e prima l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea) sancisce il fallimento dell’ideale delle elites cosmopolite che non hanno saputo capire la delicatezza di questa fase di transizione della globalizzazione e interpretare e dare una risposta ai problemi dell’impoverimento della classe media. La domanda è cosa sarà adesso della globalizzazione. Riusciranno i populisti al potere a redistribuire in modo più equo costi e benefici della stessa eliminando le curve del grafico ad elefante? Ai posteri l’ardua sentenza” (Leonardo Becchetti)

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COS’E’ IL TTIP E COSA DICONO I DOCUMENTI RISERVATI OTTENUTI DA GREENPEACE

da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/ del 3/5/2016

      La firma del Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip) tra Unione europea e Stati Uniti mette a rischio gli standard europei sull’ambiente e la salute. Lo rivelano alcuni documenti diffusi da Greenpeace e pubblicati il 2 maggio dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung.

   L’organizzazione ambientalista è entrata in possesso di 248 pagine di documenti riservati, che riguardano alcune questioni come il cibo, i cosmetici, le telecomunicazioni, i pesticidi e l’agricoltura.

   Secondo i sostenitori del Ttip, il trattato farà nascere la più grande area di libero scambio al mondo, creando nuovi posti di lavoro. Secondo gli attivisti, le associazioni e i movimenti che si oppongono al trattato, invece, il Ttip è frutto delle pressioni delle multinazionali e finirà per tutelare solo gli interessi delle aziende, ignorando quelli dei lavoratori e dei consumatori. In realtà, stando a quanto si legge nei documenti diffusi da Greenpeace, le trattative tra Stati Uniti ed Europa sono in una fase di stallo e le posizioni tra i due blocchi sono molto distanti.

   Washington ha avanzato alcune richieste, che spingerebbero l’Ue a infrangere delle promesse fatte in materia di protezione ambientale e di salute pubblica. Il governo statunitense, per esempio, vuole che l’Europa superi il cosiddetto “principio di precauzione”, secondo il quale un prodotto potenzialmente pericoloso può essere ritirato dal mercato se non è provato scientificamente che è sicuro.

   Questo principio si applica agli organismi geneticamente modificati (ogm), che secondo alcuni esperti sono pericolosi per la salute. Greenpeace inoltre dichiara che il Ttip non fa riferimento al taglio delle emissioni di Co2 previsto dal patto firmato al vertice sul clima di Parigi, mentre l’Unione europea vorrebbe che il trattato ne tenesse conto.

   Secondo quanto si legge nei documenti, infine, gli Stati Uniti hanno minacciato di bloccare l’alleggerimento delle norme sull’importazione di auto europee negli Stati Uniti per costringere l’Unione europea a comprare più prodotti agricoli statunitensi.

Cos’è il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip)

Il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), un accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. I prossimi negoziati si terranno a giugno. I negoziatori prevedono di concludere i lavori nel 2016, ma gli ultimi incontri si sono svolti senza particolari passi in avanti.

   Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato di voler concludere l’accordo prima della fine del suo mandato. In seguito alla conclusione dei negoziati, il progetto dovrà essere approvato dai 28 governi dell’Unione europea, dal parlamento europeo e dai 28 parlamenti dei paesi dell’Unione, che potrebbero anche indire dei referendum. Ecco cosa prevede l’accordo e quali sono i punti contestati dai cittadini di molti paesi europei.

   Gli obiettivi principali del Ttip sono l’apertura di una zona di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea, la riduzione dei dazi doganali per le aziende che commerciano tra le due aree e l’approvazione di nuove leggi che favoriscano il commercio tra i due blocchi, eliminando le differenze normative e amministrative.

Il trattato riguarderà il 40 per cento del giro d’affari del commercio mondiale e si applicherà ad ambiti molto diversi, sottoposti a legislazioni disomogenee, dal mercato culturale a quello alimentare.

   In Europa il trattato è stato molto criticato e ci sono state manifestazioni per chiedere di bloccarlo. Il timore degli europei è che il Ttpi abbassi gli standard di sicurezza previsti in Europa per venire incontro alle richieste degli Stati Uniti. Più di due milioni di cittadini europei hanno firmato una petizione che chiede di fermare le trattative.

   Secondo le informazioni che sono trapelate, i governi europei non sono affatto uniti sulle molteplici misure previste dall’accordo (la Francia, che aveva ottenuto l’esclusione del settore audiovisivo dal trattato in nome dell’eccezione culturale, continua a mostrarsi particolarmente diffidente), ma è improbabile che revochino o modifichino il mandato di trattare assegnato alla Commissione.

   Tra le questioni più discusse c’è la “risoluzione delle controversie tra investitore e stato” (Investor-state dispute settlement, Isds). Il trattato permetterebbe alle aziende di fare causa ai governi portandoli di fronte a un collegio arbitrale. In questo modo, sostiene chi critica il Ttip, l’Isds darebbe alle multinazionali la possibilità di ostacolare qualsiasi legge che va contro i loro interessi. L’esempio più citato è quello della Philip Morris, che ha fatto causa ai governi di Uruguay e Australia.

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COSÌ AI CITTADINI VIENE SERVITA UNA PIETANZA POCO DIGERIBILE

di Carlo Petrini, da “La Repubblica” del 12/4/2014

   Che ne direste di dare la delega al vicino per l’assemblea di condominio e sapere (ma solo quando il demolitore sarà arrivato davanti a casa vostra) che lui e gli altri hanno deciso di buttare giù il palazzo e ora nessuno ci può più fare nulla? La domanda può sembrare strampalata ma serve per chiedersi: la democrazia può legittimare qualcuno ad adottare scelte che interessano tutti gli altri, senza che gli elettori possano più dire la loro?

   I Governi dei Paesi moderni sono i nostri delegati all’assemblea di condominio mondiale. Se decidono qualcosa che alla maggioranza dei cittadini non piace o che ne mette in discussione il diritto a fare libere scelte per sé e per i propri figli, allora quelle decisioni non solo dovrebbero poter essere discusse, ma dovrebbero almeno poter essere ben conosciute.

   Ecco perché mi preoccupa, e molto, come il nostro cibo quotidiano potrebbe cambiare, in modo silenzioso e totalmente sconnesso da ogni condivisione popolare, se venisse approvato l’accordo di commercio transatlantico, Europa-USA (quello che con una delle consuete e criptiche sigle si chiama TTIP: Transatlantic Trade & Investment Partnership).

   Il trattato viene annunciato come una straordinaria opportunità economica e di crescita, perché dovrebbe creare tra Europa e USA, quelle facilitazioni commerciali che mitologicamente dovrebbero rendere tutti più ricchi. Dico mitologicamente, perché un Nobel dell’economia come Joseph Stiglitz ha scritto apertamente che la teoria – secondo cui se si arricchiscono i ceti più abbienti in una società, certamente staranno meglio tutti – è semplicemente una bugia. Gli accordi di libero scambio, dal NAFTA in poi, infatti non hanno visto migliorare il tenore di vita dei più poveri e dei piccoli produttori, ma solo moltiplicare i guadagni dei più ricchi speculatori.

   Sarebbe bello che il TTIP servisse a definire standard comuni di sicurezza alimentare, che proteggesse le produzioni nazionali e i territori che danno loro vita. Sarebbe un nobile accordo, un compromesso al rialzo. Purtroppo però sappiamo bene che non sarà così, che ancora una volta trionferanno i pochi attori multinazionali a scapito della volontà dei molti cittadini che vivono e lavorano ben lontano dal vertice della piramide. Con buona pace dei consumatori e dei loro diritti e soprattutto, in questo caso, con un percorso di sola andata, che si svolge a porte chiuse.

   Le delegazioni della Commissione europea e degli Stati Uniti, infatti, svolgono i propri lavori in sedute non pubbliche, elaborando documenti che non vengono diffusi. L’unica informazione trapelata è che nascerà un tribunale transatlantico del commercio. Questo non sarà legato a un’autorità politica e funzionerà come un arbitrato di altissimo livello, attraverso cui le grandi corporation potranno anche chiedere e ottenere sanzioni contro gli Stati che dovessero, in qualche misura, limitare la portata dell’accordo attraverso leggi o altre norme approvate dalle proprie istituzioni rappresentative. Spero che si comprenda cosa significa che le multinazionali possono fare causa agli stati con il beneplacito di quest’ultimo, anche se gli Stati decidono conformemente alle loro Costituzioni e a procedure democratiche: è la nascita certificata di un nuovo ordine mondiale.

   Così, per i consumatori e soprattutto per i cittadini europei, si prepara una pietanza che si preannuncia ben poco digeribile, ancora una volta cucinata secondo lo stile delle decisioni che piovono dall’alto, nel nome dell’interesse nazionale che, come ammoniva già Moses Finley quarant’anni fa,  è spesso e volentieri l’interesse di pochi e ben individuabili gruppi, assolutamente elitari. Finiti i tempi dei corridoi dove operano le lobby: le multinazionali acquisiscono il potere di bacchettare pubblicamente gli improvvidi governanti.

  Mi sembra incredibile la situazione in cui siamo: alcuni delegati – la cui legittimazione democratica è già molto più che mediata – discutono in segreto i termini di un accordo che i cittadini conosceranno, in larghissima parte, solo quando sarà pronto per la firma: prendere o lasciare.

  Tutto questo senza la possibilità per gli Stati membri dell’UE di ritornare su quanto verrà eventualmente sottoscritto. Nemmeno se le maggioranze dei cittadini che li abitano si esprimessero per imboccare una direzione diversa.

  Mi trovo sempre più spesso a dubitare che le istituzioni politiche che decidono riguardo al nostro fondamentale bisogno alimentare finiscano per dare vita a regolamentazioni al servizio dell’uomo, ma piuttosto non lo asserviscano a sé, contraddicendo la loro missione originaria.

  Avevo già maturato questa considerazione quando il “tribunale ” del WTO aveva stabilito che il bando della carne agli ormoni – deciso in Europa, a furor di popolo, negli anni ’80 – era ingiustificato e doveva venir meno proprio perché corrispondente alla sola volontà popolare e non a univoche evidenze scientifiche della pericolosità del consumo di questa carne. Ora, io nutro grande rispetto della scienza e credo davvero che non si debba decidere sulla base dei bassi istinti o di un consenso agitato dalla demagogia, ma mi chiedo allora: perché non obbligare chi vuole vendere carne prodotta usando ormoni della crescita, o prodotti tra i cui ingredienti ci siano materie prime di origine geneticamente modificata, a indicarlo in etichetta?

   Perché la scienza serve come scusa, al fine di non permettere una scelta consapevole al consumatore? Perché come già in passato per il cioccolato fatto anche con grassi diversi dal burro di cacao, si consente una produzione, si ammette alla vendita un cibo diverso da quello che ben conosciamo (il che è legittimo) ma non si impone a chi lo produce di rendere evidente la sua procedura produttiva, consentendo al consumatore di scegliere a ragione veduta? Perché posso decidere di non mangiare carne o glutine, ma non di evitare prodotti che derivino dall’uso di ormoni o da coltivazioni GM?

  Sospetto fortemente che la risposta alle mie domande siano gli stessi interessi che sono alla base della decisione di trattare l’accordo TTIP a porte chiuse, senza condivisione prima e senza possibilità di retromarcia dopo. (Carlo Petrini)

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TTIP, CALA IL SIPARIO SULL’ACCORDO?

di Andrea Cascioli, da http://www.slowfood.it/, 29/8/2016

   Questo Trattato transatlantico non s’ha da fare: stavolta il “niet” arriva da un peso massimo della politica continentale, il ministro dell’Economia e vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Pur precisando di parlare a titolo personale, il leader dei socialdemocratici ha rilasciato una dichiarazione che non lascia spazio a fraintendimenti: «Secondo me, i negoziati con gli USA sono di fatto falliti, anche se nessuno lo ammette. E questo perché dopo 14 round di colloqui ancora non si è trovato l’accordo neanche per uno dei 27 capitoli sul tavolo. Noi europei non dobbiamo soccombere alle richieste americane. In Europa abbiamo già il nostro modo di vivere insieme».

   Come abbiamo già ricordato più volte nel corso degli ultimi mesi, il Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) è un mega accordo commerciale, in discussione dal 2013, che mira a creare uno spazio di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea. Non si parla solo di tariffe e dazi doganali: il vero oggetto del contendere sono infatti le cosiddette “barriere non tariffarie”, specie quelle che regolamentano l’accesso al mercato comunitario di molti prodotti alimentari statunitensi. Bovini allevati con ormoni, polli lavati con la clorina, frutta e verdura con alti residui di pesticidi, alimenti Ogm destinati al consumo umano e altro ancora, su cui la normativa europea diverge in modo significativo da quella Usa.

   Milioni di cittadini europei si sono schierati contro la concreta eventualità che una trattativa condotta in segreto tra Bruxelles e Washington portasse a un abbassamento generale dei nostri standard sull’alimentazione e l’agricoltura, raccogliendo oltre tre milioni di firme e organizzando proteste in tutto il continente: anche in Italia, dove lo scorso 7 maggio la campagna Stop Ttip ha promosso una manifestazione nazionale a Roma a cui Slow Food Italia ha aderito insieme a decine di associazioni dei consumatori, sindacati e movimenti ecologisti.

   «La nostra opposizione non è rivolta agli accordi commerciali in generale – precisa il presidente di Slow Food Italia, Gaetano Pascale – ma a questa modalità di trattato. Siamo soddisfatti, ma non parliamo di una vittoria: la vittoria arriverà quando politica, economia, finanza e società civile ribalteranno la prospettiva attuale, ponendosi obiettivi legati al benessere dei cittadini e alla qualità dell’ambiente prima che agli aspetti puramente di mercato».

   Nel febbraio scorso Obama ha incassato la firma del Partenariato transpacifico (Tpp), l’accordo “gemello” di quello negoziato con gli europei che coinvolge dodici Paesi tra Asia, America latina e Oceania. Il presidente uscente contava di far approvare il Ttip entro la fine del suo mandato, obiettivo che a questo punto appare davvero utopistico. Per il futuro, le prospettive vanno in direzione tutt’altro che favorevole a quella auspicata dai tecnocrati e dalle multinazionali: pesano l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, le elezioni in Francia e in Germania nel 2017 e la contrarietà già espressa, con toni diversi (più netti quelli di Trump, più sfumati quelli della Clinton), da entrambi i candidati alle presidenziali Usa di novembre.

   Sul tavolo rimane però la questione aperta del Ceta, il trattato negoziato con il Canada che i critici considerano un “cavallo di Troia” del Ttip: oltre alle scarse garanzie offerte all’agroalimentare italiano (nomi come “mozzarella”, “mortadella” e “gorgonzola” potranno essere utilizzati sui prodotti canadesi, a patto che non compaia sulla confezione la bandiera italiana), c’è il rischio che le multinazionali statunitensi attive sul territorio canadese si avvalgano della possibilità di intentare cause legali davanti a tribunali internazionali privati contro le decisioni ritenute “lesive” da parte dei governi europei. La clausola, chiamata Investment court system (Ics), è analoga all’Isds previsto nella prima versione del Ttip.

   Di tutto questo si tornerà a parlare a settembre, al Consiglio Europeo di Bratislava. L’attenzione pubblica su questi temi ha contribuito a far sì che l’eventuale ratifica del Ceta spetti anche ai parlamenti nazionali degli Stati membri. Ora sono di nuovo i cittadini a essere chiamati in causa, perché nessuna decisione di questa rilevanza venga presa ignorando o contrastando la volontà di milioni di europei. (Andrea Cascioli)

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