CUBA celebra la dipartita del suo “Lider Maximo” FIDEL CASTRO – Figura controversa quella di Fidel, tra EROE LIBERATORE e DITTATORE SANGUINARIO – Cosa resta del mito di Cuba? Del suo ruolo autorevole nella geopolitica dell’America latina? Dell’autonomia duramente cercata dai troppi vicini USA?

Nella foto: Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro - “….Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù, FIDEL CASTRO e CHE GUEVARA erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici. Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. LA NUOVA CUBA sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse (…)” (Bernard Guetta, 28/11/2016, da “France Inter”)
Nella foto: Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro – “….Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù, FIDEL CASTRO e CHE GUEVARA erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici. Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. LA NUOVA CUBA sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse (…)” (Bernard Guetta, 28/11/2016, da “France Inter”)

I DUE VOLTI DI FIDEL CASTRO

di BERNARD GUETTA, 28/11/2016, da “France Inter” (una delle più importanti radio pubbliche francesi e fa parte di Radio France) (articolo ripreso dalla rivista INTERNAZIONALE – www.internazionale.it/ )

   UN EROE? UN BOIA? Forse discuterne così tanto, dopo l’annuncio della sua morte, non ha senso. Perché Fidel Castro è stato prima l’uno e poi l’altro, o le due cose contemporaneamente, eroe e boia. Eroe lo è stato perché nel 1959, entrando all’Avana alla guida di una colonna di guerriglieri assetati di giustizia sociale e pronti a cacciare l’ex sergente FULGENCIO BATISTA (diventato capo di stato dopo un golpe militare), Castro rovesciò un regime odioso.

L'AVANA (in spagnolo La Habana, ufficialmente San Cristóbal de La Habana) è la CAPITALE DI CUBA, di cui è anche il principale porto, il centro economico-culturale e il principale polo turistico. È la città più popolata del paese, con UNA POPOLAZIONE DI PIÙ DI 2 MILIONI DI ABITANTI, e la più popolata dei Caraibi. Fondata nel 1514 dal conquistador Diego Velázquez de Cuéllar, con il nome di Villa di San Cristóbal de La Habana, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto alle coste del Mar dei Caraibi, e per le caratteristiche della sua baia, diventò subito un importante centro commerciale. Il suo CENTRO STORICO, dichiarato PATRIMONIO DELL'UMANITÀ dall'UNESCO nel 1982, è uno dei meglio conservati dell'America Latina. Dal 1976 è suddivisa in QUINDICI MUNICIPI
L’AVANA (in spagnolo La Habana, ufficialmente San Cristóbal de La Habana) è la CAPITALE DI CUBA, di cui è anche il principale porto, il centro economico-culturale e il principale polo turistico. È la città più popolata del paese, con UNA POPOLAZIONE DI PIÙ DI 2 MILIONI DI ABITANTI, e la più popolata dei Caraibi. Fondata nel 1514 dal conquistador Diego Velázquez de Cuéllar, con il nome di Villa di San Cristóbal de La Habana, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto alle coste del Mar dei Caraibi, e per le caratteristiche della sua baia, diventò subito un importante centro commerciale. Il suo CENTRO STORICO, dichiarato PATRIMONIO DELL’UMANITÀ dall’UNESCO nel 1982, è uno dei meglio conservati dell’America Latina. Dal 1976 è suddivisa in QUINDICI MUNICIPI

   Sotto Batista, Cuba era la destinazione preferita del turismo sessuale statunitense, e questo non è nemmeno l’aspetto peggiore. Con la complicità del suo presidente, Cuba era diventata la base della mafia americana, che vi investiva e riciclava il denaro sporco oltre a sceglierla come sede per le riunioni dei padrini (amici di Batista) negli hotel di lusso di loro proprietà. Nel frattempo la popolazione viveva in condizioni disastrose.

Gioventù, libertà e fallimenti

In questo senso Fidel Castro è stato senz’altro un liberatore, acclamato e ammirato dal mondo intero e adulato in tutta l’America Latina per aver realizzato l’impossibile: liberarsi di un regime asservito agli Stati Uniti a due passi dal territorio americano, dove niente poteva accadere senza il consenso di Washington, impegnata nella lotta contro il comunismo.

CUBA - I MOVIMENTI DI FIDEL E DELLA SUA RIVOLUZIONE - da LIMES (carta di Laura Canali)
CUBA – I MOVIMENTI DI FIDEL E DELLA SUA RIVOLUZIONE – da LIMES (carta di Laura Canali)

   Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù e sempre con il sigaro in bocca, Fidel Castro e Che Guevara erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici.

   Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. La nuova Cuba sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse. Dal terrore in Francia al gulag nell’ex Unione Sovietica, storicamente la rivoluzione tende a precipitare nel sangue, perché è nata dalla violenza e non può sopravvivere senza la violenza, senza la repressione, la censura e l’incarcerazione.

   La rivoluzione cubana ha portato risultati importanti. L’istruzione e il sistema sanitario rappresentano due grandi successi, ma i risultati positivi si fermano qui.

   La deriva repressiva si spiega in parte con l’embargo imposto dagli Stati Uniti che ha soffocato l’economia dell’isola, ma è anche vero che questo embargo nasce dall’aumento della tensione con Washington che aveva spinto la Cia a voler rovesciare il regime di Castro, che accettando l’installazione di missili sovietici sul suo territorio aveva spinto il mondo sull’orlo di una guerra nucleare.

Fidel Castro durante un discorso per l'anniversario della rivoluzione all'Avana il 26 luglio 1964 (da Ansa, ripreso da Internazionale)
Fidel Castro durante un discorso per l’anniversario della rivoluzione all’Avana il 26 luglio 1964 (da Ansa, ripreso da Internazionale)

   L’ebbrezza della rivoluzione ha fatto dimenticare a Castro i rapporti di forza, condannandolo a diventare sempre più brutale e intransigente. Oggi la posizione del governo cubano si è ammorbidita, ma sull’isola il dibattito, aperto ben prima della sua morte, riguarda ancora il modo di lasciarsi alle spalle il comunismo. È un processo difficile, e i precedenti non sono incoraggianti. (Bernard Guetta, traduzione di Andrea Sparacino)

…………………………

CUBA DOPO LA MORTE DI FIDEL CASTRO

di Niccolò Locatelli, da www.limesonline.com/, 26/11/2016

   Il leader della rivoluzione comunista a Cuba, è morto alle ore 10.29 cubane di venerdì 25 novembre 2016.

A dare l’annuncio è stato suo fratello Raúl, presidente di Cuba al potere da quando nel 2006 Fidel ha lasciato gli incarichi politici per motivi di salute.

Con la morte di Fidel Castro si chiude simbolicamente un’era che in termini geopolitici sembrava – prima della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa – alle spalle: quella della contrapposizione tra l’isola comunista e gli Stati Uniti d’America.

Panoramica su L'AVANA
Panoramica su L’AVANA

Washington e L’Avana hanno intrapreso negli ultimi anni della presidenza Obama un processo di riavvicinamento – mediato da Papa Francesco – che ha portato nel luglio 2015 alla riapertura delle rispettive ambasciate.

La distensione verso gli Stati Uniti non entusiasmava Fidel, ma è conforme alla strategia da lui perseguita che per decenni ha fatto sì che Cuba non rimanesse troppo a lungo senza un patrono che finanziasse l’economia dell’isola.

L’Unione Sovietica e successivamente il Venezuela (al tempo di Hugo Chavez) hanno sussidiato L’Avana, permettendole di offrire ai cittadini uno Stato sociale per alcuni aspetti superiore alla media regionale e all’avanguardia – e garantendo la sopravvivenza dell’ultima dittatura dell’America Latina.

L’apertura ai capitali (e al capitalismo) dell’Occidente è incompleta sino a quando Washington non revocherà l’embargo; essa rischia inoltre di patire la linea anti-castrista di Trump e del Congresso Usa. Ma, se confermata, potrebbe permettere a Raúl Castro di mantenere in vita il regime fondato con il fratello.

L'incontro tra Papa Francesco e Fidel Castro avvenuto il 20 settembre 2015
L’incontro tra Papa Francesco e Fidel Castro avvenuto il 20 settembre 2015

Nata come ribellione al dittatore Fulgencio Batista (rovesciato il 1° gennaio 1959), la rivoluzione dei fratelli Castro e di Ernesto “Che” Guevara non aveva inizialmente un carattere anti-statunitense.

L’avvicinamento all’Unione Sovietica di uno Stato caraibico piccolo ma in posizione strategica (all’ingresso del Golfo del Messico e a meno di 150 kilometri dalla Florida), concretizzatosi nel 1960-61, fece della dittatura comunista di Cuba un’ossessione per gli Stati Uniti.

Dall’invasione della baia dei Porci nel 1961 all’embargo economico tuttora in vigore, Washington ha tentato con molti mezzi e senza esito di eliminare Fidel Castro, contribuendo a trasformare il suo regime in un emblema della resistenza all’imperialismo degli Usa.

(A NORD OVEST DELLA MAPPA LA BAIA DEI PORCI) - L'INVASIONE DELLA BAIA DEI PORCI fu il fallito tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, messo in atto da un gruppo di ESULI CUBANI e di MERCENARI, addestrati dalla CIA, che progettavano di CONQUISTARE CUBA a partire dall'invasione della PARTE SUD-OVEST DELL'ISOLA. L'operazione è conosciuta in inglese come "BAY OF THE PIGS INVASION" e, tra i cubani, col nome spagnolo di "INVASIÓN DE PLAYA GIRÓN" o "BATALLA DE GIRÓN".   L'operazione programmata dalla CIA durante l'amministrazione Eisenhower, fu lanciata nell'APRILE 1961, neanche tre mesi dopo l'insediamento di JOHN FITZGERALD KENNEDY alla presidenza degli Stati Uniti, il quale, non approvando l'assalto, decise di non sostenere le forze della CIA con l'esercito americano. Le forze armate cubane, equipaggiate ed addestrate dalle nazioni filo-sovietiche del blocco orientale, sconfissero la forza d'invasione in tre giorni di combattimenti. Questo tentativo portò al DISPIEGAMENTO DIFENSIVO NELL'ISOLA DI CUBA DI MISSILI NUCLEARI SOVIETICI. Ciò portò a una CRISI INTERNAZIONALE con IL MONDO SULL’ORLO DELLA GUERRA ATOMICA. La crisi iniziò il 15 ottobre 1962 e durò tredici giorni, in seguito alla scoperta americana dei missili nucleari il 14 ottobre. Dopo giorni di tensione, Nikita Chruščëv, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell'isola e del ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia (Basilicata e Puglia), avvenuto sei mesi più tardi. (da Wikipedia)
(A NORD OVEST DELLA MAPPA LA BAIA DEI PORCI) – L’INVASIONE DELLA BAIA DEI PORCI fu il fallito tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, messo in atto da un gruppo di ESULI CUBANI e di MERCENARI, addestrati dalla CIA, che progettavano di CONQUISTARE CUBA a partire dall’invasione della PARTE SUD-OVEST DELL’ISOLA. L’operazione è conosciuta in inglese come “BAY OF THE PIGS INVASION” e, tra i cubani, col nome spagnolo di “INVASIÓN DE PLAYA GIRÓN” o “BATALLA DE GIRÓN”. L’operazione programmata dalla CIA durante l’amministrazione Eisenhower, fu lanciata nell’APRILE 1961, neanche tre mesi dopo l’insediamento di JOHN FITZGERALD KENNEDY alla presidenza degli Stati Uniti, il quale, non approvando l’assalto, decise di non sostenere le forze della CIA con l’esercito americano. Le forze armate cubane, equipaggiate ed addestrate dalle nazioni filo-sovietiche del blocco orientale, sconfissero la forza d’invasione in tre giorni di combattimenti. Questo tentativo portò al DISPIEGAMENTO DIFENSIVO NELL’ISOLA DI CUBA DI MISSILI NUCLEARI SOVIETICI. Ciò portò a una CRISI INTERNAZIONALE con IL MONDO SULL’ORLO DELLA GUERRA ATOMICA. La crisi iniziò il 15 ottobre 1962 e durò tredici giorni, in seguito alla scoperta americana dei missili nucleari il 14 ottobre. Dopo giorni di tensione, Nikita Chruščëv, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell’isola e del ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia (Basilicata e Puglia), avvenuto sei mesi più tardi. (da Wikipedia)
Cuban crisis map missile range - -carta strategica con indicazione del raggio d'azione potenziale dei missili sovietici a Cuba (da Wikipedia)
Cuban crisis map missile range – -carta strategica con indicazione del raggio d’azione potenziale dei missili sovietici a Cuba (da Wikipedia)

Così, per gli Stati Uniti “evitare un’altra Cuba” – anche a costo di sostenere guerriglie e governi che poco o nulla avevano da invidiare a Castro quanto ad antidemocraticità – diveniva la priorità strategica e la lente attraverso cui guardare all’America Latina durante gli ultimi trent’anni della guerra fredda.

A sua volta, Cuba sosteneva governi e guerriglie ideologicamente affini in America Latina e Africa.

Il collasso dell’Unione Sovietica e la fine dei suoi sussidi aprivano una fase di difficoltà che sarebbe stata superata all’inizio del Ventunesimo secolo.

“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare.  Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai.  Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l'educazione a Cuba erano all'avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno.” (Roberto Saviano)
“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai.
Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno.” (Roberto Saviano)

Nell’asse forgiato con Hugo Chavez, Castro offriva alla rivoluzione bolivariana inaugurata dal presidente del Venezuela il patrocinio ideologico e la consulenza degli apparati cubani militari e di intelligence. In cambio la sua isola riceveva – oltre a una rinnovata centralità politica imprevedibile a guerra fredda finita – petrolio a prezzi sussidiati.

Con il crollo dei prezzi dell’oro nero e la scomparsa di Chavez, nel marzo 2013, il Venezuela è entrato in una crisi economico-politica che ha reso sempre più fragile il suo sostegno a Cuba, nel frattempo passata da Fidel al fratello Raúl.

La Cina è un paese formalmente comunista ed è il secondo partner commerciale di L’Avana dopo Caracas. Ma Pechino non era in affinità ideologica con l’isola filosovietica durante la guerra fredda e non ha – ancora – espresso l’intenzione di sfruttare politicamente la sua influenza economica in America Latina. Un altro importante partner dell’isola, il Brasile, stava riducendo la propria proiezione internazionale negli anni di Dilma Rousseff (prima di cambiare orientamento politico con la presidenza di Michel Temer).

In queste circostanze, per Cuba l’apertura verso gli Stati Uniti diventava praticamente inevitabile e aveva il beneficio collaterale di incentivare l’aumento degli investimenti degli altri paesi occidentali. Apertura facilitata dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente democratico, afro-americano e interessato a raggiungere accordi storici (come quello sul nucleare iraniano).

RAUL CASTRO, fratello di FIDEL, sostituto alla guida di CUBA dal 2006
RAUL CASTRO, fratello di FIDEL, sostituto alla guida di CUBA dal 2006

Sotto Raúl, l’isola ha intrapreso un lento percorso di riforma dell’economia che non dovrebbe intaccare le fondamenta politiche del sistema. A questo percorso si è affiancato il disgelo con gli Stati Uniti, che non ha comportato la rescissione del legame con il Venezuela. La scomparsa di una figura simbolica come quella del líder máximo può avere delle conseguenze su ognuno di questi dossier.

In vita come in morte, per valutare l’impatto di Fidel Castro è necessario guardare oltre Cuba. (Niccolò Locatelli)

cuba

………………………..

FIDEL CASTRO MORTO: IL BRACCIO DI FERRO SU CUBA TRA TRUMP E BERGOGLIO

di Pietro Schiavazzi, da L’Huffington Post del 26/11/2016 (www.huffingtonpost.it/ )

   Il vero necrologio politico del leader cubano è stato pronunciato qualche settimana fa dal nuovo eroe della sinistra proletaria mondiale: il pontefice. Per L’Avana è meglio essere protettorato della Chiesa che colonia degli Usa.

Diciannove novembre 1996. Venti anni fa. Fidel Castro era rientrato appena in hotel dal Vaticano, dallo storico incontro con GIOVANNI PAOLO II quando in conferenza stampa, sotto gli occhi del mondo, gli feci a bruciapelo la domanda che allora ricevette una risposta elusiva e oggi trova invece il suo responso ineludibile, definitivo, sulla soglia dell’eterno e nel mistero di Dio.

“Dopo la vittoria della Revolución, presidente, a differenza di altri paesi comunisti Lei ha chiuso le chiese ma non la nunziatura, mantenendo le relazioni con il Vaticano. Tiene aperta una porta anche a Cristo, dentro di sé?”

Fidel mi fissò soltanto un attimo, lo sguardo penetrante e impenetrabile. Maestro a eludere ma senza deludere, come poc’anzi annotavo, riconoscendo i meriti della figura di Gesù, quale “collega” rivoluzionario. E prospettando una vaga, eventuale disponibilità, un giorno, a presentarsi celestiale al suo cospetto e ascendere i gradini della sua dimora, in excelsis. Sempre da pari a pari, s’intende, tra esseri divini.

Nel frattempo, lasciando in sospeso la questione dell’eredità eterna, si preoccupava di mettere al sicuro quella terrena, entrando nello studio del Vicario di Cristo e facendone il proprio esecutore testamentario.

Un compito che Wojtyla seppe svolgere in modo decisivo, tempestivo ma neutrale, notarile appunto, cogliendo al volo la congiuntura storica e atterrando all’Avana due anni dopo, nel gennaio del 1998, in uno dei suoi viaggi più emblematici. Una rotta che Bergoglio ha rilanciato, assumendone la traiettoria rivoluzionaria e subentrando a Castro nel ruolo di simbolo, icona incontrastata della sinistra proletaria mondiale.

Il passaggio delle consegne, su note degne del celebre “Hasta la victoria siempre”, è avvenuto in articulo mortis il 5 novembre scorso, accompagnato dalle assonanze castriste, anticapitaliste con cui Francesco ha scandito il raduno dei Movimenti Popolari, la nuova Internazionale del Terzo Millennio, davanti a un’assemblea di campesinos e centri sociali, trasformando il Vaticano in Casa del Pueblo del XXI secolo.

“L’ho detto e lo ripeto, il futuro dell’umanità non è solo nelle mani dei grandi leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani dei popoli.”

Discorso di rottura e al tempo stesso investitura. Di accettazione dell’eredità e assunzione della sfida. Che in Sudamerica è risuonato seduta stante alla stregua di una canonizzazione, dell’ iscrizione di Fidel Castro tra i padri della Chiesa o poco ci è mancato: “Tutta la dottrina sociale della Chiesa e il magistero dei miei predecessori si ribella contro l’idolo denaro che regna invece di servire, tiranneggia e terrorizza l’umanità… Così la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino”.

È questo il vero necrologio politico, il viatico religioso di Fidel Castro e delle sue battaglie, pronunciato dal pontefice con due settimane di anticipo e ricambiato dal fratello Raúl con la liberazione “giubilare” dei detenuti, premiando la prudenza, e la pazienza, di Bergoglio, che a settembre 2015, durante la sua visita, non aveva in tal senso forzato la mano nella pretesa di ottenere tutto e subito.

Non possiamo sapere se Castro abbia ritrovato, in extremis, la fede perduta in gioventù, ma constatiamo che come molti allievi dei gesuiti è sempre rimasto a suo modo “Fidel” al papa. Così, quando al culmine della rivoluzione cancellò il Natale, non serrò contestualmente i battenti della nunziatura. Sfrattando Dio dal calendario ma conservando ai suoi emissari un posto nello stradario.

Che a differenza delle rampe sovietiche non è stato mai rimosso e oggi si erge a contraerea in difesa della Revolución o di ciò che ne resta.

Meglio annessi dal papa che assorbiti da Trump. MEGLIO PROTETTORATO DELLA CHIESA CHE COLONIA DEGLI USA..

Come un tempo i missili di Kruscev, i messaggi egalitari di Francesco rappresentano per il castrismo, a prescindere dai suoi errori e dai suoi orrori, l’ultima spiaggia e occasione di resistere allo sbarco del capitalismo, che questa volta, diversamente dal tentativo fallito del 1961, approda direttamente nelle coscienze, operandovi una colonizzazione ideologica e devitalizzando le radici, asfittiche, del socialismo.

Ragione per la quale il Líder Máximo, al massimo del paradosso, ha scelto quale erede il pontefice sommo, l’unico portatore di una fascinazione, di un sogno alternativi all’American Dream.

Mentre la conversione di Fidel rimarrà dunque incerta e avvolta fino all’ultimo nel suo mito, l’estrema unzione del regime risulta invece felicemente somministrata, con apparente beneficio, per ora, e unanime soddisfazione dei capi. “Se continua così tornerò alla Chiesa”, dichiarò del resto Raúl un anno e mezzo fa, lasciando il Vaticano e lanciando un sos.

Intravedendo all’orizzonte, con l’uscita di scena del nume tutelare, un futuro da eredità contesa, sulle 90 miglia che separano la perla del Caribe da Key West.

Un testamento che Trump si appresta segnatamente a impugnare, in un braccio di ferro, e braccio di mare, tra impero e papato, evangelizzatori sociali e colonizzatori culturali, conquista capitalista e riconquista cattolica. (Pietro Schiavazzi)

………………………..

CUBA OLTRE FIDEL

di Gianandrea Rossi, da ATLANTE del 29/11/2016

(www.treccani.it/magazine/geopolitica/)

   Il Comandante in capo della rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruz, lascia Cuba, chiudendo così l’ultima pagina di storia della guerra fredda, di cui Fidel è stato l’ultimo protagonista ad uscire di scena. Pur se alla guida di un paese piccolo, l’influenza che egli ha esercitato è andata ben oltre i limitati confini dell’isola caraibica, forte di un messaggio storico e politico che ha rappresentato uno dei capitoli più importanti della storia del secolo scorso.

   Oltre che per la costante contrapposizione al vicino nordamericano, alimentata da un perenne sentimento di lotta contro gli USA – la sua visione è stata infatti fortemente ispirata più al “libertaor” Jose Martì che all’ortodossia socialista e comunista – la Cuba di Fidel è divenuta famosa nel mondo per un messaggio di inclusione sociale destinato a fare storia.

   Alla guida del paese per quasi cinquant’anni senza interruzione, Fidel ha visto realizzati importanti traguardi “para su pueblo”: l’abbattimento della mortalità infantile (da 60 bambini per ogni 1000 del 1959 a 4,2 di oggi) l’aumento della speranza di vita (da 60 a 75 anni per gli uomini e da 65 a 80 per le donne), l’universalizzazione del diritto all’educazione (che ha portato all’abbattimento di quell’analfabetismo che pesava per il 40% nel 1959) e del diritto alla salute (nell’isola si contano circa 8 medici per ogni 1000 abitanti, uno ogni 130 abitanti, uno tra i livelli più alti del pianeta).

   Eppure, dopo 10 anni di progressivo allontanamento dal ruolo di leader indiscusso del paese, del governo e del partito, Fidel lascia una Cuba in una grave crisi economica e sociale. Già nel 2006, a causa della sua malattia, il leader maximo affidò progressivamente al fratello Raul la guida del Partito Comunista, del Consiglio di Stato e delle Forze Armate, passandogli così l’eredità della rivoluzione, con la missione di “actualizarla”, soprattutto per far fronte alla grave difficoltà economiche dell’isola, storicamente legata all’embargo USA e alla fine del sostegno sovietico.

   Anche se a molto è servito il trasferimento di quasi 90 mila barili di greggio al giorno a prezzi preferenziali voluto da Chavez nel quadro della progressiva collaborazione tra Cuba e Venezuela promossa da Chavez e Castro all’indomani del “periodo especial” degli anni ‘90, le falle strutturali del sistema in questi ultimi anni si sono sempre più palesate, spingendo il governo a un’accelerazione sul piano delle “riforme”; prima fra tutte, l’introduzione, in forme limitate, del lavoro privato e l’apertura agli investimenti.

   Dopo oltre 8 anni dall’avvio del processo di “actualizacion”, molto lentamente la società cubana sembra aprirsi all’iniziativa privata con circa 500 mila “cuentapropistas”, molti dei quali, oggi, iniziano ad essere insoddisfatti per le ristrettezze in cui sono costretti ad operare.

   Più efficace sembra essere l’introduzione di una vantaggiosa legge per gli investimenti (fortemente gradita al nuovo alleato di L’Avana, il governo cinese) ed il lancio del porto di Mariel, destinato a divenire un hub logistico e produttivo per tutta l’area oltre che scalo obbligato per i commerci tra Atlantico e Pacifico via Canale di Panama, che sta attraendo con sempre maggior vigore molti paesi di tutto il mondo: dall’Europa, dalla Cina, dall’America Latina e, da ultimo, dagli Usa, che dopo la distensione voluta da Obama hanno adottato diversi espedienti per agevolare gli investimenti sull’isola aggirando l’embargo.

   Ma la strada appare ancora in salita, anche perché, come aveva notato uno dei più acuti dissidenti democratici interni, l’economista Oscar Espinosa Chepe, uno dei principali danni determinati dalla rivoluzione è stata “la distruzione della cultura del lavoro”, problema che Raul ha dovuto riconoscere in uno dei recenti interventi fatti il 26 luglio del 2008, nella commemorazione della presa della “Caserma Moncada”.

   Fidel, in questi ultimi anni, ha seguito da lontano questo processo, senza mai, tuttavia, di fatto esprimere un sostegno o indicare una direzione, anche se la missione di Raul, “l’actualizacion”, era stata chiaramente indicata, senza però formulare una scelta chiara in merito all’apertura del sistema politico.

   Alla progressiva apertura economica, che in molti vedono fortemente ispirata al modello cinese, non è però corrisposto, per l’appunto, un cambiamento del sistema politico, forse perché, come ha sottolineato Alfredo Somoza recentemente, “Fidel è stato implacabile nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra al suo ruolo di guida”.

   Per questo motivo, la sua uscita di scena rappresenta un momento di passaggio cruciale per l’isola, destinato ad avere conseguenze irreversibili in questa transizione così complicata e travagliata. In un emisfero che attende con ansia e timore l’insediamento del Presidente eletto degli USA, a quasi due anni dall’apertura delle relazioni tra Barack Obama e Raul Castro, le sorti del futuro di Cuba senza Fidel avranno un peso non irrilevante per l’intera regione, in un momento di forte indebolimento dei governi bolivariani e dei loro alleati in tutta la regione, offuscando quel motore di integrazione regionale che aveva alimentato il concetto bolivariano di “patria grande” e, recentemente, alla base della spinta propulsiva che nell’ultimo decennio ha dato uno slancio a vari tentativi ed esprimenti di carattere regionale, come l’Unasur e la Celac.

   Così vale anche la pena notare che Castro muore proprio alla fine dell’anno che precede l’atteso 2018, quando scadrà il mandato quinquennale di Presidente del Consiglio dei Ministri affidato dal Parlamento monopartitico a Raul nel febbraio 2013 per l’ultima vota, e anno in cui si celebrerà l’atteso VIII Congresso del Partido Comunista Cubano (PCC), che potrebbe discutere importanti riforme del sistema politico.

   Nel marzo del 2013, il PCC, unico partito presente nell’Asamblea Nacional del Poder Popular, promosse un uomo di fiducia di Raul, un ingegnere elettronico (il primo non militare a divenire Vice Presidente), segnando di fatto una sua predestinazione per la successione nel 2018, anche se in molti oggi prevedono, una volta accettato il principio che un Castro non possa essere la guida del futuro, un affollamento di concorrenti, cui potrebbe prendere parte anche uno dei figli dello stesso Fidel, da tempo in prima linea a fianco di Raul nella gestione del paese.

   Certo è che Fidel non vedrà questo scenario, e non assisterà alla sanzione della fine del sistema socialista (che nei prossimi mesi potrebbe portare al superamento di uno dei nodi più complessi non ancora superato dalle riforme, il “bi-monetarismo”) e monopartitico. Così, andandosene, porta via con sé l’idea stessa di una rivoluzione intatta, per così dire non contaminata dalle prossime inevitabili vicende che attendono l’isola. Per questo Raul, nel dare l’annuncio della morte di Fidel a “su pueblo”, non ha rinunciato a salutare i cubani con l’ormai eterno motto: “Hasta la victoria, siempre!”. (Gianandrea Rossi)

………………………..

L’AMERICA LATINA E L’EREDITA’ DI FIDEL CASTRO

da “LE MONDE”, Francia, (ripreso dalla rivista INTERNAZIONALE), 28/11/2016

   Lodato dagli uni, criticato dagli altri, per tutta la sua vita ha suscitato sentimenti contrastanti. Fidel Castro, l’ex presidente cubano, è morto il 25 novembre a novant’anni dopo una lunga malattia. Nel corso degli anni l’impavido rivoluzionario che nel gennaio 1959 è stato il protagonista del pronunciamiento contro il generale Fulgencio Batista, è diventato l’icona amata e odiata del comunismo nel continente americano.

   Con la scomparsa del dittatore si volta pagina non solo nella storia di Cuba – in cui ha imposto la sua dottrina politica (il castrismo), fondata su uno stato forte, poco rispettoso delle libertà individuali – ma anche nel resto dell’America Latina e del mondo. In omaggio a colui che è sopravvissuto ad almeno 638 tentativi di omicidio da parte della Cia, le autorità dell’Avana hanno decretato un lutto nazionale di nove giorni.

Fine di un’utopia

Ma qual è l’eredità del líder máximo? Il sito Cubadebate tesse le lodi dell’uomo che “ha lottato per l’uguaglianza sociale e per la giustizia” e che ha “accompagnato per la prima volta il popolo cubano sulla strada della scienza”. Per il quotidiano messicano La Jornada, Fidel Castro, sostituito dal fratello Raúl alla guida dell’isola nel 2006, è stato uno dei leader più significativi e più studiati del ventesimo secolo.

   Tuttavia per il giornale del Nicaragua El Nuevo Diario, nonostante un carisma riconosciuto sia dai suoi ammiratori sia dai suoi critici, Castro non ha riscosso solo consensi. Come nel caso di Carlos Alberto Montaner, scrittore cubano condannato all’esilio, che su Die Welt lo descrive come un “rivoluzionario trasformatosi in una grande delusione”.

   Secondo il Miami Herald è la fine di un’utopia: “Pochi leader hanno saputo infiammare i cuori della gioventù entusiasta di tutto il mondo come Castro da giovane, e pochi sono sembrati così fuori luogo come lui da vecchio”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

………………………………..

L’intervista.

PÉREZ ESQUIVEL: LASCIATE LIBERI SUDAMERICA E CUBA

di Stefania Falasca, da AVVENIRE del 30/11/2016

– Amico personale del leader scomparso, l’intellettuale argentino difende la libertà dei cubani e di tutti i popoli del continente di essere davvero padroni del proprio destino –

   «Mi auguro che il nuovo presidente Trump sappia utilizzare il buon senso e comprendere che con i popoli dell’America Latina deve avere un comportamento collaborativo e non prepotente». Incontriamo ADOLFO PÉREZ ESQUIVEL, PREMIO NOBEL PER LA PACE, al Teatro Argentina di Roma dove ha tenuto una lectio magistralis sulla «forza della speranza». Con la sua consueta lucidità ci parla di Castro e della politica statunitense, del futuro di Cuba e delle nuove ‘dittature del capitale’ in America Latina.

Lei è stato molte volte a Cuba, è stato un amico di Castro. Ha un suo ultimo ricordo?

Quando lo accompagnavo negli spostamenti sull’isola salutava ogni famiglia e chiamava ognuno per nome. L’ultima volta l’ho incontrato tre anni fa. Parlammo nove ore di sviluppo e sfruttamento, danni dell’ambiente, solidarietà nella globalizzazione, il disegno che Castro enunciava con convinzione.

Con la morte di Fidel alcuni analisti sostengono che per l’America Latina sia finito il Novecento e inizia il XXI secolo. Cosa ne pensa?

Su Cuba occorre avere l’onestà di uno sguardo giusto e vedere che cosa è riuscita a fare, nonostante un embargo durato cinquant’anni. Si parla sempre delle colpe di Fidel ma nessuno racconta cosa era Cuba prima e cosa gli Stati Uniti hanno fatto prima e durante i governi di Castro. Cuba è un simbolo per tutta l’America Latina perché è vista come paradigma di autodeterminazione dei popoli. Di Castro restano un grande senso dell’unità dei popoli e di lotta per la loro libertà, di resistenza di fronte all’oppressione delle grandi potenze.

Quale futuro vede per l’America Latina?

È un continente in cambiamento continuo. Cambiamenti positivi sono la ricerca della nostra sovranità della nostra libertà, come nel caso della Bolivia, o dell’Ecuador con Rafael Correa, in contrasto con una certa politica degli Stati Uniti che ha fatto di tutto per non perdere l’egemonia sul continente. Da qui sono nati colpi di Stato come in Honduras, Paraguay e Brasile. Ora bisogna vedere la politica di Trump, c’è da augurarsi che non accresca l’ingerenza nella vita degli altri popoli. Raul Castro ha aperto i rapporti con Washington e si sono schiuse grandi possibilità di collaborazione reciproca. La cosa migliore che può fare Trump in questo momento è cancellare l’embargo e trovare soluzioni ai problemi rispettando le differenze di ciascuno. Gli Stati Uniti devono avere un altro sguardo su Cuba e l’America Latina, non possono più comportarsi come nel passato, cioè risolvere i problemi mandando i loro soldati.

Trump ha detto che è intenzionato a non procedere sulla strada aperta da Obama, quindi nel migliore dei casi sembra non profilarsi un cambiamento della situazione. Quanto conta per i cambiamenti che tutti auspicano, come anche per la Chiesa, il mantenimento o la deroga dell’embargo?

Obama ha potuto fare qualcosa ma non è riuscito a cancellare l’embargo. C’è da augurarsi che il nuovo presidente riconosca a Cuba il suo diritto alla autodeterminazione. Si tratta di un problema ideologico, ma gli Stati Uniti in questo modo fanno del male a se stessi perché gli imprenditori desiderano andare a Cuba, interessati a un miglioramento dei rapporti non solo politici ma anche economici. C’è un’opposizione tra due interessi, stiamo a vedere.

Quale potrebbe essere la via per una soluzione?

Quello che attualmente gli Stati Uniti fanno con la Cina. Con Cuba si può fare lo stesso. Ci sono concezioni diverse ma buoni rapporti economici. Trump ha conquistato il governo degli Stati Uniti ma il potere si trova nel complesso industriale militare e nelle grandi corporation. Dunque da Trump ci possiamo aspettare dei discorsi ma la realtà lo costringerà a una visione meno ideologica del mondo.

Quanto pesa sul destino di Cuba la questione degli esuli?

Mi hanno lasciato un’impressione negativa i festeggiamenti a Miami per la morte di Castro, è una questione di rispetto. Gli esuli negli Stati Uniti si sono sempre opposti alla rivoluzione perché hanno perso i loro privilegi. Certo, hanno influenza politica e un grande potere economico, soprattutto a Miami. Sono professionisti del dissenso al servizio degli interessi degli Stati Uniti. Penso però che siano un gruppo politicamente esaurito.

Nel febbraio 2018 Raul Castro lascerà. Cuba potrebbe ritornare a essere per gli Stati Uniti quello che era prima dell’era castrista?

Credo che non ci sarà alcuna marcia indietro. Le condizioni del mondo e del popolo cubano di oggi non sono quelle di ieri, c’è più coscienza politica, più coscienza unitaria. Certo, anche all’interno di Cuba ci sono contraddizioni. Queste sfide sono compito delle nuove generazioni, di quelli che daranno vita al cambiamento generazionale dopo Raul Castro. È evidente che Cuba ha bisogno di molti cambiamenti ma senza cedere nei progressi conquistati: l’educazione, le scienze, la medicina, la solidarietà internazionale.

Lei ha parlato spesso di ‘golpe bianchi’ e di come il potere della finanza internazionale e dei grandi capitali non solo influisce ma determina i governi e le loro economie vanificando di fatto la democrazia. È ancora vero? E come si può invertire la rotta?

Le democrazie in America Latina sono fragili. Molti credono che la democrazia consista semplicemente nel votare, che però è un esercizio democratico ma non è la democrazia. Democrazia significa diritti e uguaglianza per tutti. Dopo il fallimento dei regimi militari si è messo in moto un nuovo meccanismo per imporre o favorire governi complici in sudditanza con gli interessi della grande finanza: è quello che è successo in Brasile con Dilma Roussef. Paradossalmente, chi l’ha destituita accusandola di corruzione è in buona misura un gruppo di politici corrotti, che in questo momento lavorano per far passare un’amnistia e coprire i loro reati. L’attuale leader brasiliano Tener applica politiche neoliberiste con grandi benefici per le multinazionali, e al tempo stesso fa di tutto per seminare discredito sul governo precedente. Il momento storico ci impone di passare da una democrazia della delega a una della partecipazione. I golpe bianchi possono non violare i diritti umani ma certamente violano i diritti dei popoli, e non riguardano solo l’America Latina: è un modello che si tende ad applicare anche in altre situazioni e continenti, fino all’Europa.

Qual è l’obiettivo?

Scartare i popoli. A me sembra che il prossimo golpe che si prepara in America Latina possa essere contro Maduro in Venezuela, una ragione in più per potare al successo il dialogo iniziato tra le parti e risparmiare a questo popolo l’ultima sofferenza: il sequestro della sua democrazia.

Da qualche settimana è in corso il tentativo di negoziare tra governo e opposizione…

Il dialogo avviato in Venezuela, anche per richiesta di papa Francesco, è una speranza importante. Il Papa ha dato un buon contributo offrendo solidarietà, incentivando la creazione di ponti e sostenendo le parti. Sedersi attorno a un tavolo e discutere le differenze significa abbassare le tante tensioni nel Paese. Il dialogo fra il presidente e l’opposizione deve essere sostenuto da tutti affinché possano negoziare una soluzione giusta e duratura. C’è un intero popolo che sta soffrendo le conseguenze di queste tensioni, quindi è necessario arrivare a elezioni libere con un clima diverso da quello attuale. Il dialogo in corso dovrebbe gettare le basi di questo nuovo clima.

Lei è stato tra gli osservatori internazionali per il raggiungimento della pace in Colombia. Il dialogo, sulla scia di quanto costantemente ribadito anche dal Papa, ha portato all’accordo di pace. Ma quanto questo modello è seguito in altri scenari di conflitto?

Per papa Francesco i ponti vanno costruiti nella diversità dei popoli e non nell’uniformità. Il Papa sta dando così il suo contributo all’umanità, la sua voce è forse la più credibile in questo momento nel mondo. Questo è stato anche il suo contributo per il raggiungimento della pace in Colombia. Ho seguito da vicino questo processo, parlando con il presidente Santos e con tanti altri, e ho assistito alla rinegoziazione degli accordi. Adesso siamo in attesa dell’approvazione definitiva del nuovo accordo da parte del Parlamento. In Colombia però non basta firmare un accordo di pace.

Perché?

Il Paese ha moltissimi problemi da risolvere, seppure gradualmente. Uno molto grave è la questione degli sfollati interni: ci sono sette milioni di colombiani esuli all’interno del Paese e sei all’esterno. C’è anche il problema dei gruppi paramilitari e quello di molti giovani sequestrati e uccisi facendoli passare per guerriglieri: venivano rastrellati, spesso nelle discoteche, gli si faceva indossare una divisa della guerriglia e poi venivano uccisi per vantare meriti e fare carriera militare. In questo momento in Colombia c’è il forte timore che si possano uccidere i guerriglieri smobiliatati come già accadde quando dopo la firma della pace gruppi paramilitari eliminarono più di quattromila guerriglieri. Questo non si deve ripetere. La sfida principale della Colombia è l’unità politico-sociale della nazione per la vera pace. In questo compito nessuno deve sentirsi escluso, ma la condizione essenziale è che tutti devono essere disarmati, altrimenti è un progetto che non ha futuro.

In Argentina cresce l’impoverimento della classe media. Cosa può fare il governo Macri per questa situazione denunciata anche dalla Chiesa?

In Argentina il presidente applica una politica neoliberalista privilegiando la finanza rispetto alla vita quotidiana del popolo. Sono stati tagliati i fondi per l’educazione e la salute, ma purtroppo nel Paese non c’è un’opposizione con obiettivi e progetti alternativi. Stanno crescendo le mobilitazioni sociali al di fuori dei partiti, sembra che il governo si prepari a introdurre qualche misura di miglioramento economico almeno sotto le feste natalizie, perché teme qualcosa che abbiamo già vissuto: il saccheggio.

CHI È ADOLFO PÉREZ ESQUIVEL In lotta per i diritti da mezzo secolo

Si autodefinisce un «resistente della speranza». Adolfo Pérez Esquivel, 85 anni appena compiuti, ha dedicato oltre cinque decenni alla lotta non violenta per la difesa dei diritti umani. In America Latina e nel mondo. Terzogenito di un immigrato spagnolo e di una indigena guaranì, il futuro attivista trascorre l’infanzia in povertà a Buenos Aires. Sperimenta sulla propria pelle l’esclusione a strutture ingiuste condannano gran parte della popolazione. E decide di ribellarsi. Avido lettore di Gandhi, negli anni in cui il Continente è scosso dai fermenti rivoluzionari, però, il cattolico Esquivel sceglie la battaglia non violenta. Per questo crea, nel 1973, la rivista “Paz y justicia” che presto si trasforma nel movimento Servicio paz y justicia (Serpaj). Durante l’ultima dittatura argentina (1976-1983), viene arrestato e torturato. Scampa per un soffio ai voli della morte ma resta in carcere 14 mesi. Là si imbatte nella frase, scritta con il sangue sul muro da un prigioniero, «Dio non uccide» che segnerà per sempre la sua esperienza di uomo e di credente. Per il suo impegno è stato insignito del Nobel per la Pace nel 1980. (Lu.C.)

…………………………

FIDEL CASTRO: DALL’ASSALTO ALLA MONCADA ALL’EMBARGO COSÌ SCOMPARE L’ULTIMO COMUNISTA

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 27/11/2016

– Va via proprio mentre alla ribalta del potere americano assurge Donald Trump, un altro residuato dei miti ideologici del XX secolo – Come in tutte le dittature, la gente dell’isola aveva imparato a detestare il sistema, ma a salvare lui che del regime era responsabile. –

   NELL’INTERMINABILE addio di un tempo che non vuole lasciarci, l’ultimo eroe del XX secolo, Fidel Castro, scompare proprio mentre alla ribalta del potere americano assurge un nostalgico di quel secolo che vorrebbe resuscitare: Donald Trump. Nell’incrocio fra vita e morte, nella presa di un secolo che non finisce mai, di quel mondo che comincia sul Rio Grande e finisce nella Terra del Fuoco, Fidel Alejandro Castro Ruz era stato per 50 anni il sogno e l’incubo. COME l’avversario che non avrà è il sogno e l’incubo del “Grande Norte”, dell’Altra America oltre il Muro. Due figli del passato, Fidel e Donald, che non potranno incontrarsi nel futuro.

   Castro era il venerabile dinosauro sopravvissuto all’era che lo aveva creato, all’utopia di una rivoluzione globale sconfitta dalla globalizzazione del capitalismo e segnato dalla suprema ironia di quelle due bandiere, la cubana e l’americana tornate a sventolare nell’agosto del 2015, sulle opposte capitali. Un nemico, un idolo, ma un uomo che è stato impossibile da ignorare, da amare, da detestare, e sempre da rispettare. Morto dopo essere stato costretto, dal fratello, non dal nemico, ad accettare recalcitrante, brontolante, una normalizzazione che ora quel Trump che era già un teenager quando Cuba divenne comunista, potrebbe rinnegare.

   All’Avana è scomparso l’ultimo vero comunista giurassico, portandosi via in quel corpo divenuto fragilissimo e inoffensivo a 90 anni il sogno fané come il suo volto scolorito di un’ideologia nella quale soltanto lui ancora credeva, se ancora ci credeva, insieme monumento e prigioniero di se stesso. Il mondo non avrà più un Castro da maledire o da invocare e nessun altro di coloro che restano aggrappati all’aggettivo comunista, non il grottesco e feroce bamboccio eremita arroccato nella penisola coreana, non le varie “dittature di sviluppo” asiatiche, non gli addomesticati comunisti da “talk show” televisivo o da facoltà accademiche, potrà mai prendere il suo posto. I dittatori, nella storia di ogni continente e di ogni ideologia, si vendono a mazzetti. Castro era un “unicum”, un pezzo unico, come unica è stata la presa sull’immaginazione del mondo che questo figlio di un benestante piantatore galiziano di zucchero emigrato a Cuba possedeva.

   È stato la coda che ha agitato il cane, il signore di un’isola adorabile e infelice grande poco più di metà di quella Florida incombente su di essa appena oltre il giardino, che da scantinato sordido del Caribe, da bordello dell’America e delle sue multinazionali, aveva saputo trasformarsi nella spina inestirpabile conficcata nella zampa dell’elefante “yanqui”. Ma con un’ultima vittoria finale, che il tempo soltanto dirà se vera vittoria fu: sulla caduta del Muro d’Acqua negli Stretti della Florida ha potuto dire, dal proprio sontuoso palazzo nel quartiere Miramar dell’Avana, di essere sopravvissuto ai dieci presidenti americani che hanno cercato invano di abbatterlo, Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush il Vecchio, Clinton, Bush il Giovane, fra la disastrosa voglia di eliminarlo con invasioni da operetta e le operazioni segrete da filmetto di spionaggio.

   Fino al “basta” ordinato da Obama. Un eterno “Redivivo”, fanatico di baseball, tifoso degli Yankee di New York per i quali si era illuso di potere giocare, fra gli estremi della possibile catastrofe nucleare scatenata nel 1963 dalla sua decisione di trasformarsi in piazzola per i missili di Krusciov ai dispettucci infantili dei voli charter tra Miami e l’Avana concessi e negati, secondo i diktat della lobby cubana in Florida che oggi esulta. Forse senza rendersi conto che era la “Questione Cubana”, era l’aborrito Fidel, a rendere rilevante quella Little L’Avana che dopo Castro sarà soltanto un’altra minoranza etnica fra tante, nella insalatiere delle culture e delle razze.

   Resistere per mezzo secolo alla furia di un elefante esasperato, lontano appena 90 miglia di mare, è ciò che ha fatto di Fidel Castro la stella polare di tutti coloro che nel mondo, e non soltanto in quello latino, guardano a Washington come alla sorgente di ogni nequizia. In un continente che produce demagoghi scamiciati, capipopolo, guerriglieri, trafficanti, generali torturatori, politicanti rapaci e corrotti, tribuni di una sera che si succedono e si annullano con la violenza degli scrosci d’acqua nelle foreste andine, un uomo che sappia restare alla guida di un’isola come Cuba per due generazioni raggiunge la semplice santificazione della sopravvivenza.

   Fidel non ha vinto la grande scommessa con la storia, quella di essere l’acciarino “rivoluzionario” che avrebbe cambiato il mondo o almeno il proprio emisfero, come sognava il suo nemico e insieme figlio, il Che, e come lui tentò di fare dissanguandosi con le avventuristiche spedizioni di truppe in Africa per cambiare i regimi degli altri. Ma ha vinto la scommessa con l’adorata e odiata America, restando al proprio posto fino a quando, nell’impari duello gridato su ogni muro dell’isola, “Socialismo o Muerte”, è stata l’America del Nord, non lui, a sbattere le palpebre per prima.

   E soltanto a Sud della magica e tragica frontiera americana con il Grande Norte, nelle acque di quel Caribe che è il liquido amniotico di tutti i sincretismi religiosi, culturali, musicali, razziali afro-europei e di tutti i voodoo venerati su quei finti altari cattolici davanti ai quali anche Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco si inginocchiarono fingendo di non sapere, un personaggio come Fidel Castro era pensabile.

   Un borghese colto, e cresciuto nella buona società cubana fino alla laurea in Giurisprudenza, che diventa il tormentatore della borghesia cubana. Un figlio illegittimo, “bastardo” come si diceva allora, del piantatore galiziano di zucchero e di una domestica, Lina Ruz González, che il padre si decise a sposare dopo l’annullamento del matrimonio, ma non prima che la fedele Lina gli avesse dato ben sette figli, quattro femmine, Angelita, Juanita, Augustina, Emma e tre maschi, Ramon, Fidel e quel Raul che nel 2006 ha ricevuto il timone dal fratello morente, condannato per tutta la vita a essere migliore degli altri per legittimarsi.

   Un ragazzo tormentato dai coetanei, perché non battezzato da piccolo, ma che poi va a rifinirsi nelle scuole cattoliche private e nel liceo dei Gesuiti all’Avana, assorbendo quel marchio di rispetto e di timore superstizioso per la “Iglesia” che lo rese impettito, rigido e felice come lo scolaretto che fu, al fianco di Papa Wojtyla sulla Piazza della Rivoluzione. Uno studente facile a esaltarsi e esaltare, poi avvocato, che si volle aggiungere come secondo nome quello di Alejandro, dopo avere letto delle imprese del condottiero macedone, e come primo cognome quello della madre naturale, Ruz. Ricevendo come ultimo Papa, nella sublime ironia della Storia, proprio un gesuita, come i suoi primi educatori.

   È possibile che la ricerca storica, ora che il grande caballo, come i cubani lo avevano soprannominato per le sue leggendarie prodezze erotiche da stallone, chiarisca definitivamente se il giovanissimo avvocato che salì sulla Sierra per lanciare il primo assalto alla caserma della Moncada il 26 luglio del 1953 (Stalin era morto da pochi mesi tanto per dare la prospettiva temporale della sua vita) fosse un comunista travestito da nazionalista o un irredentista progressivamente spinto nella braccia del Socialismo Reale e dell’Unione Sovietica, così condannando se stesso e la sua Cuba alla morsa micidiale della Guerra Fredda.

   Ma chiunque abbia conosciuto anche superficialmente Cuba, l’abbia amata nella sua gente incantevole oltre le vetrine turistiche da “Hawaii Sovietica”, può avere pochi dubbi sul fatto che Fidel Castro avrebbe stravinto un’elezione autentica, un referendum non taroccato, contro qualsiasi concorrente si fosse liberamente candidato. Neppure nei momenti più amari, quando la Mosca di Gorbaciov scaricò lui e Cuba come un sacco di sassi e i monelli all’imboccatura del porto applaudivano rincorrendoli dalle banchine i pochi mercantili che ancora entravano per portare cibo in una capitale oscurata, i cubani avrebbero tradito colui che li aveva condotti al patto leonino dello scambio fra la libertà e dignità nazionale.

   Come in tutte le dittature e i regimi oppressi dal “culto della personalità” la gente di Cuba aveva imparato a detestare il sistema, ma a salvare colui che del regime era responsabile. La colpa della miseria e della plumbea indifferenza che avevano ricominciato a opprimere l’isola, a riportare le ragazzine per le strade a rivedere l’orrore del turismo pedofilo, a separare in “classi” di fatto coloro che riuscivano a mettere le mani sui “castrodollari”, i Cuc, i pesos convertibili buoni per i negozi veri, e coloro che dovevano campare di Cup, “el peso di mierda” dei salari di stato e di tessere alimentari, era degli altri.

   Del “Bloqueo”, l’embargo pur largamente bucato dai commerci con l’Europa, la Cina e il resto dell’America, insieme zavorra e involontario puntello del castrismo. O dell’esecrato “hermano” di Raúl, capo dell’apparato di sicurezza, degli sciacalli, dei gerarchi corrotti, della corte, della nomenklatura, divenuto, ironicamente, il Grande Liberalizzatore alla fine della vita dei fratelli. Mai di Fidel, intoccabile come tutti i sogni, neppure quando l’implacabile avanzare dell’età lo costrinse a rinunciare al “Cohiba”, al sigaro, e gli ricoprì con il sale del tempo il colore della barba.    Lascia un popolo che con lui ha imparato a leggere, a non sentirsi più colonia, che ha pagato cara la propria dignità che lo piangerà ma, lo auguriamo ai dolcissimi cubani, non dovrà rimpiangerlo, come a volte accade ai dispotismi decapitati.

   Ha creato un’economia inesistente ed esangue, una sorta di isola bambina viziosa e vergine, completamente impreparata al mondo nel quale ora sarà costretta a rientrare al volante dei suoi almendrones, le carcasse dei macchinoni americani Anni ’50 rappezzati o degli ultimi sacapuntas, i temperamatite, le 600 fatte in Polonia, sonora di meravigliose musiche, ma senza uno spartito politico.

   Una grande nave alla deriva senza una classe dirigente, senza un successore, e sulla quale ora si potrebbero abbattere la vendetta dei gusanos, la collera dei vermi sfuggiti alle sue grinfie, come li chiamava lui, dei marielitos, dei balseros, scappati a bordo di copertoni di camion e su gusci di balsa dal porto di Mariel e la rabbia degli esuli arricchiti e pronti a tornare per esigere, come già in Polonia, nella Germania dell’Est, nell’Europa Orientale dopo il 1991, le proprietà espropriate.

   Il sogno, e l’incubo, sono morti, ma in realtà erano morti da tempo, scoloriti e patetici come l’omino del murale dipinto accanto alla legazione americana all’Avana con il dito puntato verso il Nord e la sua affermazione che «non abbiamo assolutamente paura di voi, signori imperialisti», levato quando si è rialzata a bandiera. Resta il sapore della tristezza, come di una magnifica occasione mai colta, di un sogno vero diventato banale, nel segno della eterna verità churchilliana: «La dittatura risolve tutti i problemi, meno il più grave, cioè se stessa».

   Fidel ha fatto appena in tempo a vedere l’assunzione al trono “yanqui” di un altro residuato dei miti e dei vizi ideologici del suo XX secolo, Trump, e non sappiamo se e quanto lucido fosse lo stanchissimo caballo la notte dell’8 novembre scorso e se abbia potuto vedere Trump in televisione. Ma almeno un’umiliazione gli sarà risparmiata: vedere, come monumento funerario alla sua “Revolucion” incompiuta, un trionfante grattacielo di 60 piani sul lungomare del Malecon con cinque lettere d’oro scintillanti al sole del Tropico: “Trump”. (Vittorio Zucconi)

……………………………

INTELLETTUALI IN CAMPO PER FIDEL

CUBA. SCRITTORI, MUSICISTI, FILOSOFI A SCUOLA DI REVOLUCION

di Geraldina Colotti, da “Il Manifesto” del 1/12/2016

   Stratega militare, politico, però anche intellettuale. «Raro caso di un capo di stato sempre disposto ad ascoltare e a discutere, senza mai la superbia che tanto spesso ottunde la capacità di comprendere dei leader».

   Nell’obituary su Fidel Castro, l’intellettuale argentino Atilio Boron ne ha ricordato anche l’alto profilo intellettuale: «Come Chavez, Fidel era un uomo coltissimo e un lettore insaziabile. La sua passione per l’informazione esatta era minuziosa e inesauribile». Boron, una delle voci più presenti nel nuovo corso bolivariano dell’America latina, ha raccontato «l’immensa fortuna» di aver assistito a «un intenso ma rispettoso scambio di idee tra Fidel e Noam Chomsky a proposito della crisi dei missili dell’ottobre ’62 o dell’Operazione Mangusta». In nessun momento «l’anfitrione fece orecchie da mercante a quel che diceva il visitatore nordamericano».

   LA CRISI DEI MISSILI fu uno dei momenti più critici della Guerra fredda tra Stati uniti e Unione Sovietica, che seguì al tentativo di invadere Cuba, nell’aprile del ’61, e portò al dispiegamento difensivo di missili nucleari sovietici nell’isola. Come attestano documenti Usa desecretati, l’Operazione Mangusta venne approvata da Kennedy il 18 gennaio del ’62, con lo scopo di «aiutare i cubani a rovesciare il regime comunista a Cuba e istituire un nuovo governo con cui gli Stati uniti possono vivere in pace». Si prevedevano quattro compiti per azioni di intelligence, sei di tipo politico, tredici relativi alla Guerra economica, quattro a quella Psicologica e quattro di tipo militari, con l’obiettivo di giustificare un’invasione dell’isola da parte dell’esercito Usa.

   IN QUEGLI ANNI arrivavano all’Avana intellettuali da ogni parte del mondo: scrittori, pittori, musicisti… E al ritorno dedicavano un omaggio a Cuba. Leonard Cohen, scomparso a novembre, arrivò all’Avana pochi giorni prima dell’invasione della Baia dei Porci. Vent’anni dopo, ha ricordato la figura di Fidel Castro nelle note surrealiste della canzone «Field commander». Nel ’61, Fidel Castro tiene il primo discorso storico agli intellettuali.

   DÀ CONTO di «tre sessioni» di accese discussioni, che metteranno le basi per la politica culturale degli anni a venire: «Noi siamo stati agenti di questa Rivoluzione, della rivoluzione economico-sociale che si sta tenendo a Cuba – dice Fidel – A sua volta, questa rivoluzione economico-sociale deve produrre una rivoluzione culturale». Da lì, il «punto più polemico della questione: se deve esserci o no un’assoluta libertà di contenuto nell’espressione artistica».

   UN TEMA che, negli anni più complicati della rivoluzione cubana, porterà gli intellettuali a schierarsi. «Nel 1961 – scrive il compianto scrittore Manuel Vazquez Montalban – la Rivoluzione cubana era coccolata dall’intelligencia di sinistra di tutto il mondo e l’Avana come Mosca nel 1920 fu la Mecca di tutti i trasgressori di codici del mondo, che cercavano in Cuba un nuovo destinatario sociale capace di intendere il nuovo». E ricorda il viaggio che fecero Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che definirono Fidel Castro «un amico».

   TUTTAVIA, la prima grande incrinatura si produsse nel 1971, di fronte al gruppo di scrittori che appoggiarono Heberto Padilla, i quali ritenevano che la rivoluzione avesse tradito. «Quale dev’essere la prima preoccupazione: i pericoli reali o immaginari che possono minacciare il libero spirito creatore, o i pericoli che possono minacciare la Rivoluzione stessa? Dentro la rivoluzione, tutto, contro della rivoluzione, niente», diceva Fidel agli intellettuali, nel ’61. Molti scelsero di sostenere Cuba purchessia, altri le voltarono le spalle, magari per ritornare sui loro passi molti anni dopo.

   IL RUOLO di Cuba nei cambiamenti strutturali del continente, ha però rimesso in campo un nuovo immaginario, una nuova mitopoiesi «bolivariana» nutrita dai punti più alti e poliedrici portati dai nuovi movimenti latinoamericani. Si è creata la Rete mondiale degli intellettuali e artisti in difesa dell’umanità, guidata da Venezuela e Cuba, e un laboratorio di pensiero – anche critico, ma fraterno – che va dall’Europa al Latinoamerica, agli Usa, e che si è fatto sentire in questi giorni per ricordare l’apporto di Fidel. (Geraldina Colotti)

…………………………..

FIDEL CASTRO: «IO SONO LA RIVOLUZIONE».

QUELL’ULTIMA INTERVISTA CONCESSA A OLIVER STONE

Ripubblichiamo questo colloquio straordinario uscito il 2 ottobre del 2003 sull’ESPRESSO, in cui il regista americano incontrava il leader cubano. Una confessione a tutto campo.  Sull’America, l’11 settembre, i diritti civili, l’embargo, il comunismo. E sul suo destino

di OLIVER STONE (premessa del 28/11/2016)

   Il soggetto Castro non è stata una mia scelta, è venuto fuori quando un produttore argentino, Fernando Sulichin, me lo ha proposto. Siamo andati con una piccola troupe spagnola e con il cineasta messicano, Rodrigo Prieto e di fatto abbiamo girato uno speciale tenendo a mente l’idea di un uomo che guarda indietro alla sua vita passata. Avevo già avuto modo di incontrare Castro nel 1986 all’Havana Film Festival dove “Salvador” venne proiettato con enorme successo. In quell’occasione Castro mi era sembrato un uomo cordiale ed esuberante, una persona interessata alla cultura e alla vita.

   Pensai che questo incontro, a 16 anni di distanza dal primo, mi avrebbe dato la possibilità di approfondire, di capire meglio ciò che la vita aveva significato per un uomo vissuto come un guerriero e un ribelle di successo, un uomo che porta con orgoglio le sue cicatrici, che è ancora alla guida del suo paese e che è stato il padre della rivoluzione. Un uomo forte che si è guadagnato quello che i francesi potrebbero definire un certo rispetto. Si può non condividerlo, lo si può odiare, ma di certo è impossibile ignorarlo. È una forza della storia.

   A novant’anni si è spento il leader della rivoluzione cubana. La sua morte arriva in un momento di cambiamenti radicali per l’isola. Quel che non sapremo mai è se abbia dato la sua approvazione

   Ho potuto rivolgere a Castro tutte le domande che volevo, ho spaziato dalla filosofia alla politica e ho trovato un Fidel Castro particolarmente intuitivo, perspicace, preciso sulla crisi missilistica cubana (Cuban Missile Crisis) e molto lucido su tutti gli argomenti politici dal momento che legge ed è bene informato. Abbiamo parlato di tutto: dall’Angola alle armi nucleari in Sudafrica, dall’embargo di Cuba alle trame e alle macchinazioni del Pentagono, di Kennedy, e soprattutto della politica di Nixon contro Cuba. Abbiamo parlato della nascita del terrorismo contro Cuba fomentato dalla Cia. Castro mi ha ricordato che i primi aerei a essere mai stati dirottati o fatti esplodere, furono proprio aerei cubani attaccati dalla Cia che appoggiava la mafia cubana.

   Personalmente ritengo che l’embargo americano contro Cuba sia stato e continui ad essere una tragedia. Rispecchia la politica di vendetta verso il Vietnam del Nord e le sanzioni illegali imposte all’Iraq dopo la guerra del golfo del 1991. È veramente triste che l’America senta di dover sferrar calci contro nemici esterni quando è ormai piuttosto chiaro ed evidente che il nemico si trova all’interno degli Stati Uniti e deve essere combattuto dall’interno come un cancro. Stiamo soltanto indebolendo il “corpus sanctus” facendo convogliare le nostre energie contro gli altri. …

L’INTERVISTA (2 ottobre del 2003)

Da quando è iniziata la guerra in Iraq, Cuba è di nuovo in prima pagina. In meno di una settimana, si sono verificati contemporaneamente tre dirottamenti aerei, poi il dirottamento di un traghetto e alla fine dei processi molto duri.

«I pirati di quel traghetto sono stati arrestati dalle autorità cubane».

C’è stato un rapido processo al termine del quale i dirottatori sono stati dichiarati colpevoli e quindi condannati alla pena di morte. Meno di otto giorni dopo, sono stati giustiziati.

«Sì, esatto».

Secondo le leggi del diritto internazionale, si tratta di un periodo di tempo eccessivamente breve, soprattutto dopo un processo senza possibilità d’appello.

«È vero, ma praticamente siamo in una situazione di guerra».

L’emozione era grande, l’America si apprestava ad invadere l’Iraq e improvvisamente, dopo anni di calma, a Cuba c’è stata un’esplosione di azioni terroristiche.

«È strano. Il primo dirottamento ha avuto luogo due ore prima dell’inizio della guerra, dopo 19 anni durante i quali non c’era stato un solo dirottamento. Alle 7,05 della sera abbiamo appreso che un aereo passeggeri in viaggio da Nueva-Gerona all’Avana, era stato preso in ostaggio da sei uomini armati di coltelli. Non ne abbiamo saputo più nulla dal momento che sono stati arrestati in territorio americano dove hanno automaticamente ottenuto il diritto di asilo».

Secondo lei esiste un collegamento fra la guerra in Iraq e la ripresa dei dirottamenti aerei a Cuba?

«Sono semplicemente estremamente sospettoso… Il secondo apparecchio è stato dirottato il 31 marzo, il primo era stato dirottato il 19. Fra queste due date i giudici di Miami hanno sollevato i pirati cubani da tutte le accuse di terrorismo e li hanno liberati».

Per quale motivo?

«Perché lo Stato della Florida è governato da una mafia. È lì che si trovano gli estremisti che vogliono creare un conflitto con Cuba. Ora vogliono provocare una crisi come quella del ’94, un massiccio esodo».

Io non ci capisco nulla. L’ America ha dichiarato guerra al terrorismo e poi rilascia i terroristi!

«È una delle conseguenze della legge “Cuban Adjustment Act” che dà automaticamente diritto agli emigrati cubani di stabilirsi negli Stati Uniti. Inoltre, il giudice in questione era Lawrence King, lo stesso che non voleva che il piccolo Elian Gonzales tornasse a Cuba, la sua patria natale».

L’80 per cento degli americani sostenne il governo cubano in quella faccenda. In compenso perché avete ordinato così rapidamente l’esecuzione degli autori del dirottamento navale?

«Per arrestare l’ondata di azioni terroristiche, bisognava tagliare il male alla radice. Effettivamente a Cuba ci sono persone che sono state condannate alla pena capitale che aspettano da due a tre anni, ma in questo momento non viviamo certo nel migliore dei mondi!».

Cosa temete, un attacco su una raffineria, sulla televisione?

«Abbiamo perso l’abitudine di avere paura. Siamo stati minacciati anche con armi nucleari».

Torniamo alla rapidità dell’esecuzione dei pirati dell’aria. Perché?

«Non sono spietato, né inaccessibile alle domande di grazia, ma il nostro primo dovere è di difendere il nostro popolo. Per questo non possiamo esitare. Anche se i condannati a morte non sono così colpevoli come coloro che li hanno spinti a compiere l’atto».

Ovvero?

«Il governo americano, è chiaro. Bush è circondato da estremisti come Otto Reich che il Senato americano rifiuta di accreditare come assistente del segretario di Stato per via del suo passato di orrore e menzogna in America centrale. Mi ha fatto male mandare a morire quella gente, ma era necessario. Oggi, un mese e 10 giorni dopo quei sinistri avvenimenti, non c’è più stato un solo dirottamento aereo o navale».

Come mai allora fa una distinzione fra i pirati dell’aria, che lei definisce criminali, e i dissidenti? Di recente ne ha mandati in prigione 75 e per periodi di tempo piuttosto lunghi.

«Quella gente vuole distruggere la rivoluzione cubana e per questo riceve molti soldi dagli Stati Uniti».

Cos’è un dissidente? Avete condannato a 28 anni di prigione un giornalista!

«È la propaganda internazionale che li ha fatti diventare giornalisti. In verità dei 34 dissidenti presentati come personaggi della stampa, solo quattro erano in possesso di un diploma da giornalista. Per anni siamo stati tolleranti, abbiamo persino perdonato i 1.500 aggressori americani della Baia dei Porci, che sono stati liberati dopo due anni di prigionia, in cambio – è vero – di un’importante consegna di derrate alimentari. Ma oggi viviamo sotto la minaccia di una superpotenza come mai ne sono esistite fino a ora, una superpotenza che annuncia raid preventivi contro oltre 60 paesi del mondo. Non bisogna dimenticare che Cuba fa parte di quella maledetta lista e che ciò è il risultato della mafia cubana a Washington!».

Reagendo troppo duramente non rischia di cadere nella trappola di Bush?

«Il mondo è guidato dalla legge della giungla. Se navigando incrociate un barracuda e questo vi raggiunge, se avete paura e tentate di riguadagnare la riva, siete spacciato. Al contrario, se lo fissate dritto negli occhi, l’uccisore se ne va. Un po’ come accade con i cani. Ben inteso, non faccio alcun paragone con il presidente degli Stati Uniti. Ma è il principio di tutti i cubani: mai girare le spalle all’aggressore. Da molto tempo difendiamo con dignità questa minuscola isola. Se le sanzioni sono così pesanti è dovuto alle circostanze. Da notare che non si parla mai dei cubani che sono in carcere in Florida. Erano degli agenti incaricati di lottare contro i terroristi che preparavano delle azioni contro Cuba. Vengono trattati in modo piuttosto crudele».

MINACCE AMERICANE

Mai prima d’ora, eccetto durante la presidenza di Nixon e quella di Kennedy, la rivoluzione cubana è stata tanto minacciata. Le elezioni presidenziali americane sono previste per il 2004, e i falchi che sono intorno a Bush faranno di tutto per vincerle, compreso scatenare una guerra se necessario. Provocare Castro, portarlo a sbagliare, scatenare una vasta campagna d’opinione contro il regime castrista, fa parte dei loro piani.

«Consiglierei a Bush di non fare mai l’errore di attaccare Cuba. Non abbiamo né armi nucleari, chimiche o biologiche, né super bombardieri, tuttavia abbiamo il nostro popolo, uno dei meglio educati al mondo, e il suo senso di patriottismo. Se i nemici di Cuba intraprendessero questa via, sono sicuro che l’intelligenza trionferebbe sulla forza».

Dimentichiamo la guerra, parliamo delle tappe che potrebbero condurci a una guerra. Bush ha appena vietato ai cubani di Miami di inviare denaro ai loro parenti sull’isola, nel frattempo la situazione in Venezuela ha causato un serio taglio al vostro approvvigionamento di petrolio. L’economia cubana riuscirà a resistere?

«Prima di tutto una correzione: contrariamente a quanto si racconta, il Venezuela non ci fornisce greggio gratuitamente. Ora, è vero che le seccature e le preoccupazioni di Chavez ci hanno obbligato ad acquistare petrolio a prezzi più elevati, ma noi stiamo incentivando e sviluppando la produzione locale, quest’anno ne abbiamo prodotto 700 mila tonnellate in più. Da un punto di vista energetico siamo molto meno dipendenti oggi di quanto lo fossimo all’epoca del crollo dell’Unione Sovietica».

E i versamenti di Miami?

«A Miami non c’è che una minoranza di estremisti che vogliono la morte di Cuba, nella maggior parte dei casi, gli esuli sono dispiaciuti di non poter aiutare le loro famiglie che vivono ancora sull’isola».

Cuba riesce a resistere senza il denaro proveniente dagli Stati Uniti?

«Abbiamo attraversato situazioni ancora più dure. Prima, potevamo rischiare di rimanere completamente isolati, oggi, con le mail, siamo costantemente in contatto col mondo».

La vostra risposta allo scatenamento anti-cubano al momento dell’esecuzione dei pirati e del processo dei dissidenti, è stata pubblicata su due colonne in basso a pagina 5 del “New York Times”. È un po’ poco.

«Non bisogna essere paranoici, né scoraggiarsi. Per un giornale che mente, ce n’è un altro che ristabilisce la verità. Su Internet si trova tutto».

L’ORIGINE DEL TERRORISMO

Il primo aereo al mondo ad essere dirottato è stato un aereo cubano. Il dirottamento fu eseguito da agenti della mafia di Miami.

«L’epidemia del terrorismo che colpisce il mondo dagli anni ’70 risale direttamente ai rimaneggiamenti mafiosi della Cia alla fine degli anni ’50, giusto dopo la Rivoluzione. E questo continuerà a lungo. Pensate all’esplosione in volo di un aereo cubano con a bordo 75 passeggeri; era il 1975. Fra settembre ’68 e dicembre ’84, sono avvenuti 71 dirottamenti di aerei cubani. In un primo momento, i 69 pirati dell’aria sono stati condannati a pene da tre a cinque anni, poi dopo l’accordo di estradizione con gli americani nel ’73, le sanzioni sono salite fino a 10 anni. Risultato, dopo 19 anni i dirottamenti aerei sono praticamente cessati».

Una domanda un po’ bizzarra: lei è stato un guerrigliero, non è mai stato indotto in tentazione da azioni di questo genere?

«Sì, una volta, quando eravamo in esilio in Messico. Abbiamo comprato un battello, il Gramma. Il seguito della storia lo conoscete già. A ogni modo, noi non pensavamo a un dirottamento aereo come a un’arma, ma semplicemente come a un mezzo per raggiungere Cuba».

Anche lei ha un sosia come Saddam?

«Mi piacerebbe molto. Ci si potrebbe dividere il lavoro!».

Cosa pensa della situazione in Iraq? Una guerra di 23 giorni, con poche perdite.

«La difficoltà sarà governare il paese. Guardate gli algerini, voglio dire l’esercito francese… ha perso».

Avete inviato truppe in Algeria?

«Sì, abbiamo aiutato coloro che lottavano per l’indipendenza. Abbiamo inviato delle armi affinché i marocchini scortassero le mine di ferro algerine. Fino a quel momento il Marocco aveva intrattenuto buoni rapporti con Cuba. Ciononostante il Marocco aggredì la giovane Repubblica algerina. Allora abbiamo inviato qualche carro armato».

Il vostro più grande impegno in Africa resta l’Angola? Quanti uomini avete perso?

«Sì, l’Angola e l’Etiopia. Circa 2 mila, contando quelli che sono morti con il Che, gli operai di Granada, i nostri consiglieri in Nicaragua. In Africa, la nostra vittoria sui sudafricani è stata determinante per la fine dell’apartheid».

In che modo?

«Avevano veramente paura che li invadessimo. Gli americani erano molto annoiati, e anche i russi».

Vuole dire che i sudafricani si sentivano molto vulnerabili?

«Sì, psicologicamente erano sconfitti».

È un interessante punto di vista storico. È per questo che siete vicino a Mandela?

«Sì».

A Cuba ci sono veterani dell’Angola?

«Sì. E dei monumenti alla memoria in ogni comune».

In un certo senso le vostre guerre africane sono il vostro piccolo Vietnam. A lieto fine però.

«La cosa più straordinaria è di essersi battuti, così lontano da Cuba come da Mosca, contro uno Stato che possedeva l’arma nucleare».

È vero che Kissinger vi ha offerto la fine dell’embargo in cambio di un vostro ritiro dall’Angola?

«Gli americani ce l’hanno proposto molte volte, anche nei conflitti dell’America centrale in cui siamo presenti. Sapete, gli americani non sopportano che ci si arrenda. Come hanno fatto i sovietici. Tutto o niente. Chi sono quelli che sono stati salvati dagli americani? Gli haitiani?».

I MOTIVI DELL’IMMIGRAZIONE

Chi sono coloro che vogliono lasciare Cuba?

«Il 95 per cento della gente che vuole emigrare lo fa per motivi prima di tutto economici, come nel caso dei messicani, perché sperano di guadagnare 50 volte di più facendo lo stesso mestiere. Sognano di avere un’automobile e tutta una serie di beni materiali. Non si preoccupano né della salute, né dell’educazione. E quelli che non riescono ad ottenere un visto tentano di uscire illegalmente».

Lo fanno perché gli americani accordano i visti più difficilmente, o perché temono, presentandosi come candidati ufficiali all’emigrazione, di essere tacciati come contro-rivoluzionari?

«Gli americani non hanno mai veramente rispettato i nostri mutui accordi. In questo periodo ne avrebbero dovuti dare 10 mila, ne hanno dati 700, cioè meno del 10 per cento.

“PRIGIONIERI DI COSCIENZA” O AGENTI AMERICANI?

Cos’è questo Progetto Varela che è stato riconosciuto dalla Ue e ha ricevuto il premio Sakarov, dal nome del famoso dissidente russo?

«Niente più di una delle numerose macchinazioni per creare a Cuba un’opposizione con una parvenza di legalità. Ciò fa parte dei nuovi metodi americani per abbattere la rivoluzione».

Dov’è la novità?

«Gli anni ’60 erano gli anni dei piani di invasione, basta ricordare la Baia dei Porci, la crisi dei missili. Voglio dire, è la stessa politica portata avanti con altri metodi. Klausewitz diceva che la guerra è la politica con altri metodi, qui è il contrario: la politica è la guerra con altri metodi».

Senta, 75 dei 95 dissidenti recentemente arrestati sono sempre in prigione. Sono stati tutti condannati a pesanti pene in seguito a processi estremamente rapidi. Si tratta di giornalisti, librai…

«Ed ecco che il signor Stone distorce i fatti! Dove avete pescato simili menzogne?».

È scritto ovunque.

«Goebbels ha fatto lo stesso, ripetere e ancora ripetere, in questo modo le menzogne passano per la verità».

Il 19 aprile l’agenzia Reuters, che non è americana, annunciava che Cuba aveva rifiutato la visita degli ispettori dei diritti dell’uomo.

«È vero. Prima sappiate però che Cuba è il paese che fa più proposte all’Onu in materia di diritti umani. Quindi rifiutiamo questo genere di ispezioni come abbiamo d’altronde rifiutato quelle sui missili. Cuba non accetta questo genere di interventi dall’esterno».

Perché?

«Non abbiamo tempo da perdere. E poi è una questione di onore».

Eppure sulla lista redatta da Amnesty International, l’organizzazione dei diritti dell’uomo, Cuba è lontano dall’essere il peggiore dei paesi. Vi si rimprovera solo la detenzione di “prigionieri di coscienza”, come lo si rimprovera al Messico, al Perù e all’Argentina.

«D’accordo per i “prigionieri di coscienza”, ma Amnesty o l’Onu hanno indagato sulle decine e decine di morti ordinate da Bush con il pretesto della lotta anti-terrorismo, senza parlare degli attentati che sono stati orchestrati contro la mia persona dai diversi governi americani? In più, mentono, questi famosi “prigionieri di coscienza” sono in realtà dei mercenari».

Siete certo che i 75 dissidenti condannati avevano tutti ricevuto del denaro dagli Stati Uniti?

«In un modo o nell’altro, è stato provato».

Ma molti cubani ricevono soldi dall’estero, dalle loro famiglie, dai loro parenti. È facile essere accusati, no…

«Se non riusciamo a provare che il denaro inviato dai vostri cugini viene dal governo americano, non prendiamo nessuna misura contro di voi. Solo per l’anno 2002, l’agenzia USAid ha inviato qui circa 2,5 milioni di dollari».

Ma perché non spiegarlo alla luce del sole, perché questo processo a porte chiuse? Lei rischia di cadere nella trappola tesa da Bush, che vuole farla passare per un tiranno alla Saddam Hussein.

«In passato abbiamo avuto molti processi pubblici, questa volta si trattava di una situazione di urgenza, bisognava reagire in modo radicale di fronte a questa gente che sfidava apertamente la legge, era necessario mettere un freno all’insolenza della sezione degli interessi americani a Cuba che organizza gli incontri con queste persone. Sa non è che si riunissero per festeggiare degli anniversari!».

Erano legati al Progetto Varela?

«Solo un terzo di loro. Ma questo non ha niente a che vedere con la loro imputazione».

Perché Osvaldo Paya, portavoce del Progetto Varela, non è stato indagato?

«Il governo rivoluzionario ha il diritto di non svelare le ragioni per le quali fa arrestare alcuni e non altri. È un privilegio di Stato».

Il Progetto Varela ha ricevuto il premio Sakharov conferitogli dall’Unione europea.

«Ne sono profondamente desolato. I cosiddetti dissidenti cubani rappresentano lo 0,2 per cento della popolazione».

Voi dite che il signor Paya non rappresenta niente, ma lui ha il sostegno dell’opinione internazionale, rischia di diventare un nuovo Mandela!

«Stone, di grazia, come si fa a paragonare quell’individuo a Mandela, un uomo che ha vissuto 25 anni in prigione!».

Perché non vi incontrate con il signor Paya?

«Per fare che? Non ho l’abitudine di perdere tempo con cose stupide».

LA CRITICA DEL SOCIALISMO

Castro accetta le critiche?

«Sì, quelle che sono in buona fede». Ad esempio?

«Io non me ne ricordo, ma fra i nostri intellettuali ci sono diverse concezioni su come costruire il socialismo».

Accettereste che qualcuno dicesse che la rivoluzione, una grande e bella idea, è stata tradita da Castro?

«Penserei che quella persona si sbaglia».

Una simile idea potrebbe essere resa pubblica?

«Sapete qui noi rendiamo pubblici anche i discorsi di Bush! E, regolarmente, i cubani possono esprimere i loro punti di vista alla tv».

Anche i più radicali?

«Si tratta di persone pagate dagli Stati Uniti, mi pare evidente».

No, io parlo di chi critica la rivoluzione. Fino a dove si può arrivare?

«L’ex presidente Usa Carter è venuto di recente a Cuba, e il suo discorso è stato trasmesso in diretta. Come quello del papa».

Sono stranieri però.

«I cubani possono fare altrettanto. Durante la visita del papa, l’arcivescovo di Santiago, cubano di nascita, ha fatto un discorso molto duro, ha affermato che l’anno migliore per Cuba è stato il 1958, l’anno in cui Batista ha ucciso molte persone, nessuno l’ha interrotto e nemmeno criticato. La gente ha semplicemente lasciato il proprio posto, non è rimasto nemmeno uno spettatore».

Immaginate ch’io sia un giovane regista cubano. Voglio fare un film sui guerriglieri della Sierra Maestra nel 1958-59. La mia idea è mostrare che, dietro la bella immagine romantica degli eroi, ci sono stati dei seri conflitti. Il mio film potrebbe essere proiettato?

«No, perché questo giovane non troverà mai nessuno disposto a collaborare con lui».

Per paura?

«Al contrario, perché i cubani sanno la verità sugli uomini che hanno la responsabilità di questo paese».

Onestamente, non c’è mai stato abuso di potere?

«Senza dubbio, ma mai con spargimento di sangue. Qui non c’è mai stato un caso di tortura, sono pronto a pagare tutto il denaro che volete. Eppure milioni di volte è stato scritto il contrario. Ma noi siamo vaccinati contro questo tipo di menzogne».

Potrei fare un film su Ochoa, il generale che voi avete accusato di abuso di potere?

«Non posso farvi delle promesse, ma possiamo prenderlo in considerazione».

E se io fossi cubano?

«Non ce n’è uno che non abbia avuto l’idea, e a ogni modo, non sono io che decido. È faticosa questa abitudine “Castro ha detto, Castro ha ucciso”. Nessuno parla mai del Consiglio di Stato, un organismo di 31 membri, 31 onorevoli cittadini».

LA SUCCESSIONE

Immaginiamo un giovane alla guida di Cuba. Sarebbe una ventata d’aria fresca, senza rimettere necessariamente in discussione la rivoluzione. Il tempo di vedere come vanno le cose e l’immagine di Cuba all’estero potrebbe apparire migliore. Non crede?

«Precisiamo due cose: innanzitutto, non sono disposto a fare alcun piacere a Bush. Secondariamente, noi abbiamo ottimi rapporti col mondo intero. Rappresentiamo una sfida per l’opinione pubblica internazionale. Nei più gravi momenti della sua storia, Cuba si è sempre salvata non grazie a quel che pensavano di noi all’estero, ma in virtù dell’eroismo e della tenacia del suo popolo. Quando il blocco socialista si è disgregato nell’Europa dell’Est, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sulla sopravvivenza della rivoluzione cubana. L’opinione pubblica americana, composta da più di 200 milioni di persone, ha sicuramente un grande peso, e noi abbiamo del resto molti amici negli Stati Uniti, ma ne abbiamo moltissimi anche in Cina, che conta oltre un miliardo e mezzo di abitanti, come pure fra i 500 milioni di africani, le centinaia di milioni di indiani, indonesiani, singalesi. I paesi più sviluppati rappresentano soltanto il 20 per cento della popolazione mondiale».

Qualcuno dice: “Castro fa molto nel campo sociale, ed è una buona cosa, ma quando lo stomaco è vuoto non si ragiona bene”. Qui si parla di fame, è vero o no?

«Sì, ma non è la stessa cosa che da voi. Qui si può mangiare ogni giorno, magari non una bistecca, certamente, ma non c’è un solo cubano che non goda di una protezione sociale».

Gli americani hanno un’idea fissa: i “valori democratici”. Dopo quattro mandati consecutivi di Roosevelt, hanno modificato la Costituzione per ridurli al massimo a due. Il cambiamento di governo è considerato come un fatto salutare. Lei invece è al potere da più di 40 anni.

«No, è il popolo che è al potere da 44 anni».

Lei però è il “caudillo”.

«Rifiuto questa definizione. Io sono una sorta di padre spirituale, non sono neanche presidente della Repubblica, ma soltanto del Consiglio di Stato. Non posso nemmeno nominare un mio amico ambasciatore. Rappresento, essenzialmente, un’autorità morale. Ma se vogliamo parlare dei “valori democratici” americani, allora diciamo che solo il 50 per cento dei cittadini va a votare, e che il presidente viene eletto con meno del 25 per cento dei suffragi. Da noi almeno l’affluenza alle urne è del 94,5 per cento, anche se il voto non è obbligatorio».

Le sembra normale che un leader resti al potere così a lungo?

«Dipende. Pensi alla regina Vittoria o, in epoca più recente, alla signora Thatcher, che ci è rimasta per 16 anni. Fino a quando c’è il consenso popolare».

Mandela ha lasciato la guida del governo a Mbeki e a quanto pare, almeno sul piano economico, ciò è stato benefico. Ma pur essendosi fatto da parte, continua a essere rispettato. Lei non riesce a immaginare un’uscita di scena analoga?

«Sì, ma solo il giorno in cui l’impero americano cesserà di costituire una minaccia per Cuba. Allora potrò andarmene a pesca, leggere, divertirmi…».

Non crede che un giovane leader potrebbe svolgere le sue funzioni meglio di lei?

«Vuole che glielo dica francamente? No. Oggi mi sento meglio che all’epoca della Sierra Maestra. Sono meno ambizioso d’un tempo. E sono contento, perché ho fatto molti progressi sul piano morale. Sono meno egoista. Se avessi amato il potere per il potere, non avrei accettato di correre tanti rischi. Non amo gli onori. Spero solo di riuscire a capire, quando verrà il giorno, se invece d’esser d’aiuto al mio popolo, rappresenterò un fardello».

L’esperienza dimostra – penso ad esempio ad Alessandro Magno che morì senza aver designato un delfino – che bisogna organizzare la propria successione.

«Da cinquant’anni a questa parte non faccio altro che addestrare i giovani. Molto prima della Moncada, avevo organizzato un movimento di 12 mila giovani, con i quali avevo condiviso il carcere e l’esilio, e dopo il nostro trionfo nel 1959, ho continuato a svolgere quest’azione educativa, che è lo scopo della mia vita. Sono pronto all’idea della mia morte, e ho una grande fiducia nel futuro».

VIVA LA RIVOLUZIONE

Parliamo degli aspetti positivi di Cuba. Cominciamo con l’istruzione.

«Il 100 per cento dei bambini va a scuola. Abbiamo istituti specializzati per i giovani handicappati, che sono circa 50 mila nel nostro paese».

Anche i giovani adulti possono riprendere gli studi.

«Sì, c’è un nuovo programma per quelli fra i 17 e i 30 anni. Hanno diritto a borse di studio e quelli che già lavorano continuano a percepire interamente il salario».

A Cuba c’è il maggior numero di insegnanti al mondo in rapporto alla popolazione.

«Il doppio che nel continente americano. In media, un professore ogni venti studenti. Solo la Danimarca è più avanzata di noi».

Voi utilizzate molto la radio.

«Sono convinto che gli 800 milioni di analfabeti esistenti oggi nel mondo potrebbero imparare a leggere e scrivere in meno di 5 anni grazie a questo tipo di programmi radiofonici che abbiamo messo a punto».

Cuba vanta un record anche nel campo sanitario.

«Abbiamo 70 mila medici per 11 milioni di abitanti. Il tasso di mortalità infantile, che era del 60 per mille prima del 1959, è sceso al 6,5 per mille. In America è il 7 per mille».

La vita media su quale età si aggira?

«È salita da 61 a 76 anni e speriamo di arrivare ben presto agli 80».

Cuba è famosa anche per i suoi “dottori” sparsi nel mondo.

«Più di 3 mila medici, pagati dal governo, lavorano all’estero, la maggior parte in regioni molto remote che i loro colleghi occidentali sarebbero incapaci di raggiungere. Questo è quello che io chiamo il nostro capitale umano. I paesi occidentali, dove invece il capitale finanziario viene al primo posto, non potrebbero inviare tanti medici così lontano».

A Cuba non esiste lo sport professionistico.

«Lo sport è un diritto del popolo, un mezzo per migliorare le sue condizioni fisiche e abituarsi allo spirito di sacrificio. Noi possiamo vantare la più alta percentuale pro capite al mondo di medaglie olimpiche».

La pubblicità è proibita, come il divismo.

«Salvo per le campagne contro il fumo, non è consentita a Cuba. Il culto della personalità l’abbiamo bandito fin dai primi giorni della rivoluzione. Nessun nome di un leader vivente può essere utilizzato, ad esempio, per battezzare una scuola o una strada».

Non ci sono manifesti né statue di Castro.

«Nemmeno una. E neanche foto ufficiali».

La popolazione è coperta al 100 per cento da una rete di protezione sociale. E, cosa ancor più sorprendente per un paese socialista, l’85 per cento dei cubani ha una casa in proprietà.

«Nel nostro sistema socialista vi sono persone che ne possiedono anche più d’una, mai decine. L’alloggio non dev’essere un business».

Chi sono i più ricchi a Cuba?

«Gli agricoltori che vendono sui mercati privati e depositano i loro risparmi in banca a un tasso d’interesse dell’8 per cento. Ci sono anche artigiani che lavorano in proprio. E questo crea a volte delle gelosie».

Non ho visto armi da fuoco in circolazione.

«È vero. Gli atti di violenza qui sono rarissimi. Non rientrano nella nostra cultura. Questo dipende, io credo, dalla buona educazione della popolazione».

L’11 SETTEMBRE

Quali sono state le sue prime reazioni dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001?

«Detto sinceramente, mi hanno profondamente ferito».

Ha subito pensato agli arabi?

«No, non esattamente. Innanzitutto, gli afgani non sono arabi. E poi, generalmente, questi atti demenziali vengono compiuti in Medio Oriente a causa del conflitto fra israeliani e palestinesi».

Gli americani sapevano dell’esistenza di Bin Laden, vi sono stati degli avvertimenti provenienti dalla Francia, dalla Germania… Bush avrebbe soffocato sul nascere qualsiasi inchiesta seria poiché avrebbe inferto un colpo fatale al suo governo e alla sua immagine, già scalfita dall’esito delle elezioni presidenziali del 2000, che lei aveva definito fraudolente.

«Sono stati commessi molti errori. Hanno sottovalutato l’avversario sopravvalutando le loro possibilità. Inoltre, tutta l’attività dei loro servizi segreti è basata sul denaro, e soltanto su di esso. Sono tutti sul libro paga, gli agenti, le spie, confidenti. Anche i sovietici erano caduti nella stessa trappola. Noi abbiamo un modesto servizio d’informazioni, basato però sulla cooperazione spontanea, che è più affidabile. Gli americani sono ossessionati dalla moltiplicazione e dall’immagazzinaggio dei dati, possono intercettare 2 miliardi di telefonate contemporaneamente, possono avvistare un’automobile, che dico!, un piattino, dai loro satelliti. Ma il problema, in definitiva, è che spetta sempre all’uomo selezionare tutte queste informazioni, analizzarle e prendere una decisione».

Il vostro è stato il primo paese a esprimere la sua solidarietà agli Stati Uniti.

«Ho subito pensato che con la chiusura di tutti gli scali sul loro territorio vi sarebbe stato un grosso problema per gli aerei civili che si apprestavano ad atterrare quel giorno. Così, abbiamo proposto agli americani di mettere a loro disposizione i nostri aeroporti».

Come hanno reagito?

«So che sono venuti a conoscenza della nostra offerta, e ne hanno talvolta fatto cenno nei loro comunicati. Ma, come lei sa, quel giorno non vi era più alcun governo ufficiale negli Usa, non si sapeva nemmeno dov’erano il presidente e il suo vice».

Cuba è stata anche il primo paese a condannare la “risposta” di Bush al terrorismo.

«L’11 settembre è stato soltanto un pretesto. La politica aggressiva di Bush già preesisteva a quei terribili avvenimenti. Il discorso tenuto in seguito a West Point mirava a instaurare una dittatura mondiale. Non credo che la guerra sia la “risposta” giusta per eliminare il terrorismo. Al contrario, può soltanto provocarne l’ulteriore diffusione».

IL TERRORISMO AMERICANO CONTRO CUBA

A parte Israele, Cuba è il paese che si è trovato più spesso alle prese con il terrorismo. Per lungo tempo, la politica estera Usa nei vostri confronti si è svolta all’insegna di attentati d’ogni genere. A cominciare dal marzo del 1960 con il sabotaggio della nave francese LaCouvre nel porto di Lisbona. Le armi e munizioni che trasportava erano state legalmente acquistate in una fabbrica belga dal giovane governo cubano. Gli agenti della Cia fecero esplodere il cargo in modo spettacolare. Nel marzo del ’61, la raffineria Hermanos Diaz di Santiago viene attaccata, in aprile il più grande emporio commerciale del paese, El Encanto, è distrutto da un incendio doloso, e il mese successivo vengono lanciate bombe sulla città di Santa Clara. Nel frattempo, i dirottamenti aerei di cui abbiamo parlato prima si moltiplicano. L’azione più atroce risale all’ottobre del 1976, quando un aereo di linea cubano esplode in pieno volo con 57 persone a bordo, tutte di nazionalità cubana, più 24 membri dell’equipaggio.

«Purtroppo, quel che lei dice è vero. Senza contare i 700 attentati che sono stati orditi contro di me! In 14 mesi, dal novembre del ’61, poco prima dello sbarco alla Baia dei Porci, al gennaio ’63, sono state compiute 5.780 azioni terroristiche contro Cuba, tra cui 717 attacchi molto pesanti contro i nostri impianti industriali, con 234 vittime. Il bilancio complessivo è stato di circa 3.500 morti e più di 2 mila mutilati».

Bush ha dichiarato guerra a Saddam Hussein perché sospettato di possedere armi biologiche, ma già molto tempo prima, gli americani stessi hanno usato queste armi ignobili contro l’Iraq. Nel 1971, sotto la presidenza di Nixon, è stato introdotto a Cuba il virus della peste suina e voi avete dovuto abbattere 500 mila maiali per stroncare l’epidemia. Una fonte non autorizzata della Cia ha parlato di un container contaminato proveniente da Fort Gulik, una base americana situata nella zona del canale di Panama.

«Questo flagello, di origine africana, che non aveva mai colpito la nostra isola, è stato disseminato per ben due volte. Ma c’è stato di peggio: il virus della febbre rossa che provoca emorragie mortali per l’uomo. Nel 1981, contagiò 350.000 persone, provocando 158 vittime, di cui 101 bambini. Nel 1984, il capo di Omega 7 ha riconosciuto che era stato introdotto intenzionalmente a Cuba».

LE ACCUSE AMERICANE

Bush vi imputa il possesso di armi batteriologiche.

«Non è Bush che ci accusa di questo, ma Bolton, il funzionario del Dipartimento di Stato che si occupa delle armi strategiche. Un giorno, ha stabilito che stavamo sviluppando un programma di ricerca su questo tipo di armi e che inoltre trasferivamo tecnologie a paesi in cui trovano rifugio gruppi di terroristi. È ridicolo. I nostri laboratori collaborano con scienziati americani per produrre farmaci contro la meningite e alcuni tipi di tumori».

Bush ha lanciato queste accuse proprio nel momento in cui l’ex presidente americano, Jimmy Carter, vi stava facendo visita.

«Evidentemente, lo ha fatto per irritarlo, ma Carter è una persona seria e fortunatamente, visto che si trovava sul posto, abbiamo potuto invitarlo a compiere un sopralluogo nei nostri impianti».

Ken Alibek, l’ex direttore dei programmi sovietici sulle armi batteriologiche, che vive oggi negli Stati Uniti, sostiene che voi possedete ordigni di questo tipo fin dall’inizio degli anni ’90.

«Siamo seri! Innanzitutto, potremmo essere fieri di venir considerati una grande potenza in grado di produrre armi del genere. Ma è completamente falso. Per due ragioni: in primo luogo, i nostri scienziati sono stati formati con lo scopo di salvare le vite, e qui lei non troverà mercenari capaci di fabbricare sostanze mortali in cambio di soldi. Secondariamente, non crede che sarebbe davvero folle, per un piccolo paese come il nostro, tentare di metterci in concorrenza con gli Stati Uniti per produrre armi di questo tipo? Oltre ad andare incontro a un disastro economico, ciò sarebbe per noi un suicidio di fronte a uno Stato che possiede migliaia di testate nucleari».

IL MIO DESTINO

Lei ha dichiarato che il suo destino era quello di combattere senza tregua contro gli americani.

«Sì. Era un pomeriggio del ’59. Avevo appena visto degli aerei bombardare delle fattorie sulle montagne. Sia chiaro che non ce l’ho col popolo americano. I cubani, grazie al loro grado d’istruzione, hanno imparato a distinguere fra la politica seguita da un governo, e i semplici cittadini di un dato paese».

Si considera un dinosauro?

«L’esatto contrario. Mi sento come un uccello che esce dal nido. Io volo verso l’eternità. E a volte mi dico che sarei molto contento di ritrovarmi ancora qui nel 3000». traduzione di Mario Baccianini e Rosalba Fruscalzo © “Corbis/Contrasto” – “L’espresso”

………………………

SE IL CORPO DEL CAPO FINISCE IN CENERE

di Marco Belpoliti, da “la Repubblica” del 27/11/2016

   LA DECISIONE di cremare il proprio corpo presa da Fidel segna un cambio di rotta nella gestione del corpo dei Capi.    Non è più tempo di mummie e sacre spoglie.

    L’adorazione del corpo del santo del Comunismo è cosa dell’altro secolo. Lenin, Stalin, Mao erano gli eredi di una tradizione da tempo finita. La santità non è più visitabile nel mausoleo di pietra o cemento; si spande ovunque; è nel vento, in quel particolare vento che è il web, dove perdurano parole, immagini e voci. La leggenda del rivoluzionario è affidata non più al corpo imbalsamato, bensì all’eco mediatica. Quello che conta non è salvaguardare le spoglie mortali, come se Lui fosse ancora con noi, ma trasformare il corpo in qualcosa di più impalpabile e leggero.

   Il Leader Maximo è ovunque: ovunque ci sia una ribellione, una rivolta, una rivoluzione. La sua anima è nell’aria, intoccabile e invisibile. Una tomba è un luogo troppo ultimativo per preservare una memoria attiva. Luogo di culto, non di azione.

   Le ceneri mute aleggiano e non si depositano più. In questo Fidel ha segnato la propria diversità dai suoi avversari, i capitalisti del XX e XXI secolo, il cui sogno è invece quello di vivere per sempre, come ha raccontato DeLillo nel suo romanzo Zero K: ibernare il corpo in attesa della guarigione eterna. Un rivoluzionario sa che il proprio corpo continua nel corpo dei militanti, e sopravvive nella loro azione. La cenere è solo un resto, quello che conta è la fiamma della Rivoluzione che arderà, ha sostenuto Fidel, fin che ci sarà anche un solo oppresso nel mondo. Il suo ora è un corpo di corpi. (Marco Belpoliti)

……………………

da “il Corriere della Sera” del 30.11.16

UN PONTEFICE ROMANO A CUBA. IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA

risponde Sergio Romano

    Nella sua lunga vita Fidel Castro ha incontrato tre Papi. Nel settembre 2015 ormai in pensione e in maniera molto informale ricevette papa Francesco, incontro preceduto tre anni prima da quello con Benedetto XVI. Ma l’evento che è passato alla Storia è stata la visita di un ormai anziano e stanco Giovanni Paolo II avvenuta nel 1998. Il Leader Maximo lo accolse con tutti gli onori in giacca e cravatta. Il Pontefice parlò di diritti civili e durante l’omelia a L’Avana pronunciò più volte la parola «Libertà». La visita fu ricompensata con il ripristino del Natale come festa civile. Dietro l’apparenza sempre cordiale di questi incontri, i doni e i calorosi saluti, quanto duri sono stati gli effetti del castrismo nella vita dei cattolici a Cuba? Nel corso dei recenti anni sono state in qualche maniera facilitate le espressioni di culto? Michele Massa

Caro Massa,

   Fidel Castro aveva studiato in un istituto dei gesuiti e non aveva avuto, nel corso della gioventù, una formazione strettamente marxista. Il suo rapporto con l’Unione Sovietica, dopo la definitiva rottura delle relazioni con Washington, era stato un matrimonio di convenienza. Per sopravvivere, a 150 chilometri da un Paese ostile ed enormemente potente, il leader cubano aveva bisogno di un adeguato protettore e dovette ritenere che il suo rapporto con l’Unione Sovietica sarebbe stato tanto più stretto quanto più l’isola avesse accettato di esibire tutti i segni distintivi dei regimi comunisti.

   Ma le riforme fallite di Michail Gorbaciov e il crollo del sistema sovietico all’inizio degli anni Novanta ebbero per la economia cubana effetti disastrosi. Privato degli sbocchi commerciali che l’Urss offriva ad alcuni prodotti tipici dell’isola (soprattutto zucchero e sigari) e degli aiuti finanziari provenienti da Mosca, il castrismo corse il rischio di essere travolto da una crisi di regime.

   Furono queste le ragioni per cui Castro dovette rivedere i rapporti internazionali dell’isola e, nel novembre del 1996, approfittò di una Assemblea generale della Fao (l’organizzazione mondiale dell’Agricoltura e della Alimentazione) per un viaggio a Roma. Non vi sarebbe stata un’udienza papale poco più di un anno dopo, tuttavia, se anche Giovanni Paolo II non avesse avuto interesse a stabilire migliori rapporti con Cuba.

   Nell’America del Sud, in quegli anni, la Chiesa Romana sapeva di essere minacciata da due pericoli. Il primo era la Teologia della Liberazione, una sorta di marxismo cristiano che Giovanni Paolo II, probabilmente, detestava più del comunismo; il secondo era lo straordinario successo delle confessioni evangeliche in terre che erano state lungamente dominate dalla Chiesa cattolica.  Una più forte presenza a Cuba le avrebbe permesso di resistere meglio a questo duplice pericolo.

   Giunsero anni, più tardi, in cui Castro, dopo l’ascesa al potere di Hugo Chavez a Caracas, poté contare sulla straordinaria generosità del caudillo venezuelano e sulle sue forniture di petrolio a prezzo scontato. Ma la morte di Chavez e la crisi venezuelana hanno chiuso il rubinetto degli aiuti e costretto i fratelli Castro ad approfittare della presenza di Barack Obama alla Casa Bianca per fare un passo decisivo verso la riconciliazione con gli Stati Uniti: un evento in cui probabilmente papa Francesco ha avuto una parte importante. Il prossimo capitolo della storia cubana comincerà nel 2018 quando Raul Castro, come ha annunciato dopo la morte del fratello, rinuncerà a chiedere un nuovo mandato. (Sergio Romano)

………………………..

NEL COLLEGIO DEI GESUITI DI SANTIAGO DOVE FIDEL IMPARÒ L’ARTE DELLA LOTTA

Disciplina e studio: qui si formarono i fratelli Castro. E Raúl ora potrebbe riaprirlo

di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 19/9/2015

   Fidel lo chiamavano «bola de churde», palla di sporcizia, perché distratto da troppe altre cose, non trovava sempre il tempo di lavarsi a dovere. Raúl invece «la pulgita», piccola pulce, non tanto per le dimensioni del corpo, quanto per come stava sempre appiccicato al fratello. Ma la cosa sorprendente è che ormai queste storie non le nasconde più nessuno a Santiago, la «ciudad rebelde siempre» dove tutto è cominciato e tutto potrebbe chiudersi.

Attaccato come una pulce

Angel, il padre, era un proprietario terriero ricco ma rude, e per far entrare i figli nell’alta società di Santiago aveva scelto la scuola più prestigiosa, quella che preparava l’élite di Cuba. I gesuiti l’avevano fondata nel 1913 e i loro alunni, come i membri di un club riservato, si chiamavano «dolorinos». Fidel ci entrò nel 1938: lui, il fratello maggiore Ramon e il minore Raul, erano tra i 22 allievi privilegiati che vivevano nel collegio. Parlando con Frei Betto, lo stesso Líder Maximo non ha nascosto debito e ammirazione: «Era una scuola di gente più rigorosa, preparata, con vocazione religiosa molto più forte. In realtà, erano persone con maggior dedizione, capacità e disciplina, incomparabilmente superiori. A mio giudizio, era la scuola dove volevo entrare».

   Fidel, secondo la ricostruzione di Patrick Symmes nel libro «The Boys From Dolores», non era il primo della classe. José Antonio Cubenas, figlio di un’altra famiglia notabile di Santiago e suo rivale in tutto, lo batteva sempre di qualche voto. Però era il secondo, e non perdeva mai l’occasione di leggere un libro in più. Esuberante sì, ma mai pigro.

   Anzi, i suoi nemici come Cubenas, che è andato in esilio a New York e ogni anno si incontra a Miami con i «dolorinos» sopravvissuti, rimproverano ai gesuiti di avergli insegnato troppo bene la disciplina militaresca che poi ha usato per vincere la rivoluzione. Fidel era vorace: studiava, leggeva, organizzava, arbitrava e commentava le partite di baseball, portava sempre la bandiera del collegio nelle amate escursioni sulla vicina Sierra Maestra, dove poi non a caso avrebbe basato la sua guerriglia.

   Una volta scrisse al presidente Roosevelt, per complimentarsi della rielezione: «My good friend Roosevelt, I don’t know very English, but I know as much as to write to you». La Casa Bianca gli rispose, senza però inviargli il biglietto da 10 dollari che Fidel aveva chiesto, urtandolo assai. Del resto Fidel, suggestionato dal padre ex soldato, tifava per gli spagnoli nella guerra contro gli Usa, leggeva i discorsi di Mussolini, e quando Hitler invase la Polonia celebrò così: «Non rimane nemmeno un aereo polacco. È la nostra prima vittoria».

   Fu proprio una litigata con Cubenas che mise fine a questa storia. Fidel aveva colpito involontariamente un ragazzo con la mazza da baseball, Jose Antonio lo aveva sfidato a pugni, e quando padre Sanchez li aveva separati, Castro le stava prendendo per la prima volta in vita sua. Così, per avere il diploma fu costretto a trasferirsi in un altro collegio gesuita, il Belén, a L’Avana.

Solidarietà gesuita

Il legame però non si è mai spezzato. Dopo l’assalto alla caserma Moncada, 850 metri di distanza dal Colegio de Dolores, dove il 26 luglio del 1953 Fidel fece il primo tentativo di rivoluzione, fu grazie all’intercessione del rettore della sua ex scuola che i militari di Batista si impegnarono a catturarlo vivo e processarlo: «Condannatemi pure – disse lui -, non importa. La storia mi assolverà».

   Nel novembre del 1958, quando era tornato sulla Sierra Maestra a fare la guerriglia, un insegnante del collegio, padre Guzman, andò a trovarlo, fra le proteste dei genitori degli alunni che non volevano un professore comunista.

   Una mattina di febbraio del 1961, però, la campanella del Colegio de Dolores suonò come mai prima. Quando gli studenti si riunirono nel cortile, il Padre Perfetto tenne un discorso di cinque parole: «Andate tutti a casa, ora!». Poco dopo arrivarono le guardie, perquisirono l’edificio e misero i lucchetti. Il 17 settembre dello stesso anno, con la scusa di una sparatoria avvenuta durante la processione della Virgen de la Caridad, tutti i gesuiti non cubani furono caricati sulla nave Covadonga ed espulsi. «Questo – ha scritto Symmes – faceva parte dell’essere gesuiti. La storia però ha insegnato che sarebbero tornati a Cuba, un giorno».

   Oggi il magnifico edificio grigio del Colegio, tre piani con archi e volte in stile coloniale, ospita una scuola che prepara gli studenti all’esame per l’università. Invece di intitolarla ad un eroe della rivoluzione, l’hanno dedicata a Rafael Mendive, filantropo ottocentesco, amico del prete Felix Varela e insegnante del padre dell’indipendenza José Martí. Ad inaugurala nel 2006, dopo la ristrutturazione, è venuto Ramon Castro. Maria, la signora che sta all’ingresso, mi conduce con orgoglio nella «sala storica», dove sono appese le foto di Fidel, Raul e Ramon in divisa, Fidel nella banda del Colegio, Fidel che alza sorridente il vessillo «Dolores». «Ora che viene il Papa – dice Maria – in piazza ci saranno migliaia di persone. Santiago è piena di cattolici, anche in questa scuola. La rivoluzione va bene, ma la fede è un’altra cosa. Non sono in contraddizione».

Riaprire le scuole

Francesco infatti viene anche per questo. Le scuole cattoliche hanno ripreso a funzionare a Cuba, ma sono tollerate, non riconosciute. Uno studente che prende il diploma viene accettato dalle università americane, ma non cubane. Il pontefice chiederà che questo cambi, e il ruolo dei cattolici nella formazione e l’istruzione sia accettato ufficialmente. Aveva visto giusto Symmes: i gesuiti tornano. Oggi, col Papa. E magari, se aveva ragione Graham Greene a credere nel miracolo dell’uomo dannato che mette Dio sulla bocca degli uomini, toccherà proprio ai «dolorinos» Fidel e Raul di riaprire le scuole dove avevano imparato cos’è un uomo.

…………………………………

CUBA E FIDEL LA MUTA PROCESSIONE DELL’ADDIO

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 30/11/2016

– L’Avana, con Miriam in piazza: l’orgoglio e un vago sollievo –

   L’AVANA NON l’ha mai amato, né detestato: per mezzo secolo ne ha sentito la presenza. Invadente, rassicurante, ossessiva. Rivoluzionario giusto o tiranno? Questo l’inconscio dilemma per Miriam che adesso, in piazza della Rivoluzione, trattiene a stento i singhiozzi davanti alle ceneri di Fidel, che sono in attesa di essere portate e sepolte a Santiago accanto a quelle di José Martí, eroe delle guerre di indipendenza.

   Il puntuale colpo a salve di un cannone ricorda il lutto nazionale, e anche che la rivoluzione è orfana. E si sa che le lacrime degli orfani possono nascondere segreti inconfessabili. Il senso di vuoto, in cui lo smarrimento e il dolore possono essere venati di un sollievo più o meno vago, lo si avverte nella città più riservata del solito. Quasi silenziosa. Ieri alle due del pomeriggio i negozi hanno abbassato le saracinesche, i mercati chiuso i loro banchi ed è iniziata una processione muta verso la Plaza de la Revolución.

   A VOLTE hai l’impressione di poter palpare i sentimenti, che cambiano o svaniscono come i razzi in un fuoco d’artificio. Fidel Castro è rimasto al potere più di qualsiasi altro nella nostra epoca contemporanea. Ha resistito tanto a lungo da consentire undici mandati presidenziali a Washington, tutti ostili, con il fiato sul collo della piccola fastidiosa isola proprio lì, a portata di mano. Come Fidel sia riuscito a morire nel suo letto è uno dei grandi romanzi politici della nostra epoca. A partire dalla dottrina Monroe, che adeguava la stagione politica nel continente agli umori della Casa Bianca, pochi caudilli latinoamericani c’erano riusciti. Fidel non era un caudillo. Era qualcosa d’altro. Il suo coraggio, la sua abilità, la sua ambiguità gli hanno consentito di vivere fino a novant’anni. I cubani ne sono fieri, ma anche stupiti. Forse esausti. I padri troppo longevi non sempre sono i più amati. Gli esuli, e nemici, di Miami esultano. Ma hanno torto. Non sono loro che hanno vinto. La morte naturale non è inflitta da una guerra.

   Nella città quieta di questi giorni c’è anche, davanti ai municipios dei quartieri, qualche fila di uomini, donne, ragazzi in attesa di firmare una dichiarazione in cui confermano fedeltà alla rivoluzione, che “continua” dopo Fidel. È un atto di fede e una procedura del regime. Ma ritorno a Miriam, che ha vissuto i cinquant’anni di Fidel nella sua cucina: combattendo con le razioni di pane quotidiane; vivendo con il timore che i figli o il marito finissero alla Cabana, la prigione ben in vista dal Malecon, il lungomare dell’Avana; o in preda a vampate di emozioni quando lui diceva per ore che la rivoluzione apparteneva al popolo, dunque anche a lei, Miriam, che adesso trattiene a stento i singhiozzi. Miriam si è sentita via via, a suo modo, militante o vittima. Adesso è una reduce. Desolata o liberata non lo sa ancora. Il vuoto che si è creato da quando Fidel è soltanto un pugno di cenere l’intimorisce. Non sa se avere paura o rallegrarsi. Dunque piange.

   Da oggi Fidel Castro ripercorrerà a ritroso l’ìtinerario seguito in tre anni di guerriglia dalla sua Rivoluzione entrata trionfante all’Avana l’8 gennaio del ’59. Camilo Cienfuegos e Guevara sono morti da un pezzo. La rivoluzione cubana è stata popolare nel mondo, ricco e povero, industriale e rurale, democratico o autoritario, anche perché i tre volti di Fidel, di Camilo e del “Che” erano belli, erano giovani. Erano sexy.

   Nell’epoca della pubblicità, una rivoluzione con motivazioni antiche ha offerto con quei tre personaggi un’immagine glamour. Ormai appassita, ma dietro la quale si nascondono sempre molti misteri. I comandanti che guidarono i barbudos, sia Cienfuegos sia Guevara, dalla Sierra Maestra fino all’Avana, occupano gli altari del regime e ricevono i giusti omaggi come eroi della Revolución. Ma quali fossero i reali rapporti tra loro e Fidel, il líder maximo sopravvissto, non lo si sa con certezza. Come non si conosce con certezza quando e come Fidel sia approdato al comunismo. Tra gli osservatori, ostili o favorevoli al castrismo, sono esistite a lungo due scuole di pensiero. Una sosteneva, e sostiene, che le idee marxiste stessero già maturando in lui quando era un giovane borghese, destinato alla professione d’avvocato, o poco dopo.

   Un’altra che l’ostilità degli Stati Uniti e il conseguente ricorso all’Unione Sovietica furono decisivi. Ha scarsa importanza quel che Fidel ha dichiarato in proposito. Nel poeta nazionale José Martì, accanto al quale sarà sepolto il 4 dicembre a Santiago, lui ammirava la capacità di nascondere il proprio pensiero, e anche tutto quello che avrebbe potuto nuocere alla sua lotta. Pure Fidel avvolgeva con un velo di segretezza e ambiguità il suo personaggio politico e privato.

   C’è un “giallo” in tutte le rivoluzioni. Pochi giorni dopo lo sbarco nella Baia dei Porci, nella primavera del ’61, ho visitato a Camaguey, a Santiago e all’Avana numerose caserme dell’ejercito rebelde per scoprire se i militari, come era voce corrente, venivano iniziati al marxismo. Sull’onda della vittoria sui contro rivoluzionari addestrati e inviati dalla Cia, con il riluttante assenso di J.F. Kennedy, Cuba si era proclamata repubblica socialista. C’era stata una grande parata, con le miliziane che sfilavano con il mitra e le camicette un po’ scollate. Un’atmosfera solenne e al tempo stesso leggera. Gioiosa. Senza che nessuno menzionasse le fucilazioni sbrigative degli uomini del dittatore Batista e dei controrivoluzionarti del fallito sbarco della Baia dei Porci, ma anche dei barbudos dissidenti, contrari alla svolta comunista in corso. Di quest’ultima, il collega francese Max Clos e io, non trovammo traccia nelle caserme visitate. Max fu più accorto di me perché avvertì egualmente la conversione del regime.

   Non furono i comunisti a guidarla, ma gli stessi castristi a promuoverla, assorbendo di fatto il partito filo sovietico. È stato detto che Fidel sposò Marx e Machiavelli. Nonostante la sempre più grande dipendenza dall’Unione Sovietica, anche per sopperire ai danni provocati dall’embargo americano, egli continuò a proclamare la sovranità di Cuba. Più doveva a Mosca la sopravvivenza economica e più enfatizzava la sua orgogliosa autonomia. Nel ’62, durante la crisi con gli Stati Uniti, provocata dai missili nucleari sovietici, Castro aggravò il rischio di un conflitto atomico, secondo la testimonianza di Nikita Krusciov, dichiarandosi contrario al ritiro delle testate che Kennedy esigeva. E nel ’68 approvò l’invasione sovietica della Cecoclovacchia.

   Riprendo questi episodi, già evocati dopo la sua morte, per trovare un equilibrio nel disegnare il personaggio. Le sue ceneri stanno per essere portate lungo i luoghi della guerriglia, fino a Santiago, dove nel 1953, arrestato dopo il fallito attacco alla caserma Moncada, dichiarò ai poliziotti la famosa frase «la Storia mi assolverà».Il corteo funebre, che attraverserà l’intera isola, conforterà l’immagine del leader coraggioso che, in un’urna, ritorna per l’ultima volta dove ha combattuto. Tra la gente cui ha dato la terra, l’uguaglianza sociale, perlomeno formale, e i diritti all’assistenza sanitaria e all’educazione.    Molti intellettuali, e con loro numerosi cronisti, sono stati sedotti da Fidel. Herbert Matthews, del New York Times, che lo incontrò quando era alla macchia, sulla Sierra Maestra, descrisse «una personalità schiacciante», e un capo adorato dai suoi uomini. Nel ’61, al momento della vittoria sui controrivoluzionarui sbarcati nella Baia dei porci, trattenni a stento la mia ammirazione. Nel ’65, quando capitai a Cuba mentre era in corso la campagna contro gli omosessuali e i dissidenti, non nascosi la mia delusione.

   Nei successivi cinquant’anni l’affabile, burbero colosso, oratore infaticabile e politico audace, per tenere in piedi la sua rivoluzione non si è dimostrato rispettoso dei diritti dell’uomo, ha consensito di alimentare traffici di qualsisi genere per riempire le vuote casse dello Stato, e non si è risparmiato nell’organizzare reti poliziesche, e ampie repressioni contro avversari e supposti avversari.

   Se ha dotato l’isola di un’assistenza sanitaria e vinto l’analfabetismo, non ne ha fatto decollare l’attività economica. Rimasta stagnante. Al di là degli evidenti fallimenti, il successo risiede nell’avere resistito alla superpotenza e nell’avere seguito, con tutti i mezzi, quella che riteneva la linea della sua Rivoluzione, indipendentemente dai risultati. Osservando la compunzione dei cubani in lutto ho adesso l’impressione di assistere alla scomparsa di un leader che ha basato la gestione del potere sull’orgoglio, suo e della sua gente. (Bernardo Valli)

………………………….

RADICI NERE IN AMERICA LATINA: CUBA

di Daniela Sangalli, da http://www.archivocubano.org/sangalli.html

   La popolazione nera in America Latina raggiunge il 7% circa, secondo gli ultimi dati elaborati dalla CEPAL (la Commissione delle Nazioni Unite per l’America Latina) e presenta una distribuzione diversificata secondo le zone geografiche. In America Centrale non raggiunge l’1%, nel Sud America il 6,6% (Brasile e Venezuela rispettivamente l’11 e il 19%), mentre nelle Antille la presenza africana è molto superiore e in alcuni paesi costituisce la stragrande maggioranza: ad Haiti il 95% e in Giamaica il 79%. A Cuba la popolazione nera raggiunge il 12% e quella mulatta il 51%.

   C’è una ragione storica che giustifica questa diversa distribuzione geografica che risale all’epoca della colonizzazione e alle attività economiche per le quali era utilizzata la manodopera nera: la coltivazione della canna da zucchero.

   L’Africa ha dato le sue forze migliori, giovani e sane, all’America Latina. Si calcola che durante la “tratta dei neri” oltre 12 milioni di africani giunsero vivi sulle coste del Nuovo Continente, senza contare le migliaia di uomini e donne che morivano ammassati nelle stive delle navi negriere, privando l’Africa di intere generazioni, gettando le basi della povertà che ancora oggi affligge drammaticamente il continente. Neppure l’America Latina si arricchì con la tratta. Le regioni dove fu più alta la concentrazione di schiavi neri che lavoravano nelle immense piantagioni di canna da zucchero (il Nord Est del Brasile, Haiti, Barbados) sono ora tra le più povere del continente.

   Lo zucchero, chiamato “oro bianco”, era un articolo molto ambìto dagli europei: si vendeva nelle farmacie e era pesato in grammi. Per questo si moltiplicavano le piantagioni di canna da zucchero e i viaggi delle navi negriere. Il lavoro degli africani servì a creare la ricchezza della Spagna, del Portogallo, dell’Olanda prima, e degli Stati Uniti poi.

   La schiavitù è parte della storia sociale ed economica di alcuni Paesi, e Cuba è uno di questi.

Il passato schiavista                        

I primi africani giunsero a Cuba con le navi spagnole, anche se c’è chi sostiene che vi fosse una presenza nera (forse gli Olmechi del Messico) anche prima dello sbarco di Colombo.

   Gli arrivi di massa di africani cominciarono verso la fine del Settecento, quando fu autorizzato il commercio degli schiavi. L’economia cubana, basata sulla coltivazione della canna da zucchero, aveva bisogno di braccia forti e di un continuo ricambio. In poco più di tre secoli, dal 1521 alla fine del 1800, oltre un milione di neri furono portati sull’isola. La popolazione locale infatti era scarsa e non lavorava volentieri la terra.

   Nel 1810 il numero di neri (schiavi e liberi) superava quello dei bianchi. Alexander Von Humboldt, che ai primi dell’Ottocento fece due viaggi a Cuba, descrisse il paese come “l’isola dello zucchero e degli schiavi”. Cuba fu l’ultima colonia spagnola ad abolire la schiavitù nell’anno 1880.

   A Cuba gli schiavi si dividevano in vari gruppi: quelli che lavoravano nelle piantagioni di zucchero e nelle raffinerie, i domestici nelle case dei bianchi, gli schiavi urbani, artigiani che dovevano consegnare parte dei loro guadagni al padrone. Il sistema schiavista in vigore a Cuba non era dei più rigorosi, soprattutto se confrontato con quello francese ad Haiti. A Cuba i neri potevano mantenere le loro usanze, la loro lingua e religione, potevano liberamente sposarsi, e addirittura “auto riscattarsi”, pagando al padrone una parte dei guadagni ottenuti con le loro attività, comprandosi la libertà a rate.

   Si trattava pur sempre di schiavitù e quindi non era raro che gli schiavi tentassero la fuga. I fuggitivi, chiamati cimarrones, si rifugiavano nelle zone più isolate sulle montagne e si organizzavano in piccole comunità, palenques, su base democratica. La loro ribellione è considerata anche come una forma di resistenza culturale. Se venivano catturati, per i cimarrones c’era la tortura e spesso la rescissione dei tendini del ginocchio, per evitare altre fughe…

   Con l’emancipazione, i neri lasciarono le piantagioni e si stabilirono nei quartieri poveri delle città, dove si sono conservati pressoché intatti il folklore e le tradizioni africane.

L’influenza dei neri nelle società e nella cultura cubana

Un centinaio di tribù africane sono rappresentate a Cuba, tra le più numerose i Lucumí o Yoruba, provenienti dalla Nigeria e dal Benin.

   Poi i Congo, i Carabalí, e le migliaia di schiavi provenienti da Haiti. Le caratteristiche africane influiscono molto sul popolo dell’isola, che è socievole, spontaneo, emotivo, estroverso, ha una grande sensibilità per il ritmo musicale e passione per la danza e per le feste.

   La famiglia afrocubana presentava e presenta caratteristiche di grande instabilità, dovuta alla necessità di spostarsi in città per cercare lavoro nel periodo che intercorre tra due raccolti di canna da zucchero. La famiglia nera è sempre stata fondata sulla donna, la madre o la nonna, che si occupa della casa e dell’educazione dei figli, numerosi e spesso nati da padri diversi.

   Le radici africane sono molto vive in due campi particolari, la musica, in cui gioca un ruolo fondamentale il tamburo (considerato il messaggero degli dei) e la religione. La maggior parte della popolazione, benché si proclami cattolica, appartiene a sette di origine africana, e il sincretismo religioso è forse la caratteristica più evidente della religiosità afro.

   La patrona di Cuba è la Virgen del Cobre, una Madonna “bianca”, che gli Yoruba identificano con Ochun, dea dell’amore libero, mentre Oggun, il dio delle montagne e dei minerali, è identificato con San Pietro.

   L’influenza africana si fa sentire anche nella lingua: lo spagnolo parlato a Cuba conserva ancora tante parole di origine africana (mayombero, stregone; mambí, cattivo; chébere, bello).

La rivoluzione cubana e gli Afro

Prima della Rivoluzione vi era un clima di discriminazione molto forte, i neri erano esclusi dalle cariche governative e non potevano esercitare le libere professioni.

   I bambini neri non erano ammessi nelle scuole private. L’unico ruolo riservato ai neri era quello folkloristico, suonatori e ballerini, ed erano famose le “mulatas de cabaret”, le mulatte cubane, considerate tra le più belle donne al mondo, che si esibivano nei locali per i turisti.

   La tendenza generale era quella di “sbiancare” la popolazione: chiunque aveva un antenato bianco, anche molto lontano nel tempo, si dichiarava bianco, perché essere nero non era conveniente. Le cose cambiarono con la Rivoluzione: cessarono le discriminazioni razziali e furono autorizzate anche le cerimonie religiose dei neri. Nel 1960 fu coniato il termine “afro-cubano”, che indicava la fusione tra la cultura nera e quella europea, una sintesi feconda che diede i suoi frutti sia nella musica che nella poesia.

Il cinema cubano: la tematica schiavista

Il primo film cubano risale al 1906, si intitolava “El Parque de Palatino” di Enrique Díaz Quesada, ed era muto. Il primo sonoro risale invece al 1932, “Maracas y Bongó”: da allora la musica entra prepotentemente nel cinema e ne diviene il tema centrale per decenni. La prima stella del cinema cubano è la mulatta Rita Montaner, cantante lirica e attrice di musical.

   Nei primi anni della storia cinematografica di Cuba, uno dei temi più affrontati era quello della schiavitù.

   I neri non erano mai protagonisti dei film, nei quali comparivano sempre come ballerini e cantanti, tagliatori di canna e schiavi. Le figure nere femminili erano quasi inesistenti, mentre le mulatte erano fortemente stereotipate: schiave violentate, domestiche, prostitute.

   Uno dei lavori più belli sulla tematica schiavista è la trilogia di Serge Giral: “Rancheador” (1976), “Maluala” (1979) e “Plácido” (1986). Maluala è il nome del principale palenque della zona orientale di Cuba, una comunità fondata dai cimarrones sfuggiti alla schiavitù. Di fronte all’impossibilità di un’azione militare, gli Spagnoli decidono di seminare la divisione tra i rivoltosi, mettendo due leader uno contro l’altro. Ma la comunità capisce l’inganno e si organizza per sconfiggere l’esercito spagnolo. Maluala e i suoi abitanti hanno vinto e continueranno ad essere liberi.

   Un altro esempio di film sulla schiavitù è “La última cena”, un classico del cinema cubano, realizzato nel 1976 da Tomás Gutiérrez Alea, ispirato a un fatto reale, raccontato in un libro dello storico Moreno Fraginals. La sera del Giovedì Santo, il proprietario di un grande zuccherificio invita dodici suoi schiavi a cena con lui, e, riproducendo ogni gesto di Gesù, lava loro i piedi. Ma le buone intenzioni durano una sola sera: la mattina seguente non mantiene la promessa di risparmiare agli schiavi il lavoro della piantagione nel giorno della passione e morte del Signore. E scoppia così la rivolta.

   La tematica schiavista è sempre considerata dal punto di vista storico, non si approfondiscono le sue conseguenze nella vita quotidiana dei cubani.

   Un cambiamento di tematica, che rappresenta un’apertura ai neri nel cinema, si deve al regista Octavio Cortázar, che per la prima volta nella storia affidò a un attore nero, Tito Junco, il ruolo di protagonista nel film “Guardafronteras”. Era il 1980, ed era un’eccezione.

Secondo Cortázar

“… il nero deve essere presente nell’arte cubana, perché in caso contrario, si produce un’arte parziale. Credo che sia in particolare nel cinema e nella televisione che questa immagine parziale del cubano è maggiormente evidente”.

Lo stesso esprime Tito Junco:

“Il progresso sociale degli afro-cubani, dei neri a Cuba, risultato e prodotto della Rivoluzione, non si rispecchia assolutamente nei mezzi di comunicazione. Gli afro-cubani avvocati, medici, insomma, la gente qualificata, non viene rappresentata dalle reti di comunicazione”.

La tematica sociale

I problemi quotidiani della popolazione erano assenti dallo schermo, almeno fino alla Rivoluzione.

   Nel 1960 si costituì l’Istituto Cubano per l’Arte e l’Industria Cinematografica (ICAIC), che ha avuto un ruolo determinante nella nascita del cinema d’indagine sociale. Tutti i migliori cineasti hanno studiato e lavorato nell’ICAIC: Octavio Cortázar, Pastor Vega, Tomás Gutiérrez Alea, Rigoberto López.

   Precursore dei film di denuncia sociale è il documentario “Now!”, di Santiago Alvarez realizzato nel 1965. Il lavoro, destinato a creare un nuovo stile di fare documentario a Cuba, presenta il tema della segregazione dei neri negli Stati Uniti ed esprime tutta la collera del regista che, in un viaggio negli USA negli anni ’30, si scontrò con una realtà inimmaginabile: la discriminazione razziale in Nord America.

   Tra gli altri film che con coraggio affrontano temi sociali, vi è “De cierta maniera” della regista nera Sara Gómez, realizzato nel 1974.

   La produzione, a metà strada tra film e documentario, racconta la storia di Yolanda, una maestra bianca che insegna nella scuola di un quartiere povero e si innamora di Mario, un giovane mulatto.

   La loro relazione si scontra con i problemi della società cubana emarginata, che la regista descrive ed approfondisce offrendo una visione nuova del maschilismo, caratteristico dell’America Latina, e una panoramica sulle religioni di origine africana.

   Sara Gómez morì giovane, senza vedere la conclusione del suo film, e il cinema cubano perse una delle più promettenti figure nel campo dell’indagine sociale.

   Una fotografia della realtà della periferia dell’Avana degli anni ’50 emerge dal film “Maria Antonia” di Serge Giral, realizzato nel 1990. La protagonista è una donna che, per amore, si avvia verso un tragico destino e non riesce a salvarsi neppure mediante le pratiche della religione yoruba, che guidano la vita del barrio emarginato nel quale vive.

   Uno dei primi registi a svelare i segreti del rituale religioso dei cubani neri fu Rigoberto López nel 1989 con il cortometraggio “El mensajero de los dioses” (“Il messaggero degli dei”), nel quale andò all’essenza dell’identità afrocubana, e presentò il valore socioculturale del suono del tamburo alle divinità yoruba Yemayá e Changó.

Il cinema nero al femminile

Sulle orme di Rita Montaner, Daysi Granados, chiamata la “Dama del cinema cubano”, ha rappresentato per decenni sulla scena la “cubanità”, con tutte le sue caratteristiche, diventando famosa con il film “Retrato de Teresa” di Pastor Vega.

   Il film, girato nel 1979, presenta i cambiamenti sociali avvenuti dopo la Rivoluzione, con gli occhi di una donna: Teresa, delegata sindacale, accetta anche l’incarico di promotrice culturale. Ma presto si scontra con il marito, secondo il quale queste nuove responsabilità le sottraggono tempo per la cura della casa.

   Un’altra famosa regista nera cubana, che ha raccolto l’eredità della Gómez, è Gloria Rolando Casamayor, che ha lavorato con i principali registi cubani, Santiago Alvarez e Rigoberto López.

   Dedicatasi in particolare alla realizzazione di documentari, Gloria Rolando si sente molto legata alle sue radici africane:

   “La mia è una famiglia che segue in vari modi la tradizione cubana ma anche la tradizione africana, attraverso la religione, la musica… Queste cose stanno dentro di noi. Vivo in un quartiere popolare dove si possono sentire le percussioni, vedere i vestiti delle donne e altre cose che appartengono alle tradizioni africane. Fa parte del mio ambiente, della mia cultura, della mia vita”.

   Ha fondato un gruppo di realizzatori di video documentari, chiamato “Immagini dei Caraibi”, che cercano di esplorare le radici di Cuba, che sono molto complesse, composte da Spagnoli, neri e meticci.

   Tra le sue opere principali si devono ricordare: “Oggun: l’eterno presente”, realizzato nel 1991, che racconta con poesia la storia del cantante Lázaro Ross, un griot africano, e allo stesso tempo esplora l’universo artistico e religioso afrocubano, il suo mondo magico e i principi della filosofia yoruba.

   In “Los ojos del arcoiris” (“Gli occhi dell’arcobaleno”), un documentario del 1997, la regista presenta la lotta di una donna contemporanea e la figura di Oyá, la divinità rappresentata dall’arcobaleno, introducendo anche aspetti della vita politica e le tradizioni della religione yoruba.

………………………..

STORIA E GEOPOLITICA DI CUBA

di Maurizio Stefanini, da LIMES, 20/10/2014

   QUANDO CRISTOFORO COLOMBO ARRIVÒ a Cuba, il 28 ottobre 1492, registrò sul suo giornale di bordo di aver raggiunto «la più bella isola che occhi mai abbian visto». Forse perché convinto di essere approdato al continente asiatico, in Cina, preferì però stabilire la base principale a Hispaniola. Fu solo nel 1511 che il viceré Diego Colombo, figlio del navigatore, mandò a Cuba Diego Velázquez de Cuéllar, reduce dal secondo viaggio del padre e dalla conquista di Hispaniola.

   La progressione dell’avanzata di Velázquez ci è data dal ritmo di fondazione delle città: nel 1512 inizia con Nuestra Señora de la Asunción de Baracoa, sulla costa orientale, che diventa la prima capitale dell’isola; nel 1513 segue San Salvador de Bayamo, ai piedi della Sierra Maestra; il 1514 è l’anno di Sancti Spíritus e Sanctisima Trinidad, sulla costa centro-meridionale, e di Santiago de Cuba, in cui viene trasferita la capitale; nel 1515 sorgono sulla costa settentrionale Santa María del Puerto del Princípe e su quella meridionale San Cristóbal de La Habana; nel 1519 quest’ultima città è trasferita dal luogo dell’attuale Batabanó nel suo sito definitivo, sulla costa Nord; nel 1530 anche Santa María del Puerto del Príncipe è traslata dalla baia di Nuevitas verso l’interno, nell’attuale Camagüey.

   L’epopea della resistenza india è sintetizzata nei libri di scuola cubani soprattutto con la vicenda simbolo di Hatüey: un taíno di Hispaniola che era fuggito a Cuba di fronte all’invasione spagnola, avvertendo i locali del pericolo e organizzandone la guerriglia. Catturato dopo tre mesi di rastrellamenti e mandato al rogo il 2 febbraio 1512, nel racconto di Las Casas il cacicco si trovò davanti un frate intenzionato a battezzarlo. «Così andrai in Paradiso». «E anche gli spagnoli vanno in Paradiso?», chiese il condannato. «Ma certo!». «Allora preferisco andare all’Inferno!»…..

Cuba Havana Street 1
Cuba Havana Street 1

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...