Il VENETO si proclama MINORANZA LINGUISTICA rivendicando di avere una lingua e non un dialetto (è solo per avere più soldi?) – Sì al valore delle parlate locali (lingue o dialetti), ma anche a lingue per parlare a tutti (“dell’importanza di mediatori, di costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiere“, A. Langer)

Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il "POPOLO VENETO" come "MINORANZA NAZIONALE", aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all'insegnamento del veneto nelle scuole e all'uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D'EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall'Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da www.tripadvisor.co.uk/
Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il “POPOLO VENETO” come “MINORANZA NAZIONALE”, aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all’insegnamento del veneto nelle scuole e all’uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D’EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall’Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da http://www.tripadvisor.co.uk/

   Capire se il dialetto veneto è da considerarsi a tutti gli effetti una lingua (pur nelle sue assai variegate formulazione nella geografia dei vari luoghi regionali) è cosa assai interessante e seria: in effetti l’uso di un determinato linguaggio, di certe parole, assume un connotato specifico di una certa cultura, di un territorio a volte isolato a volte in un contesto cosmopolita; e così “fa pensare” che sia una cosa molto importante, che siamo in presenza di una “vera” lingua, storica, consolidata. Ma questa “lingua veneta” che si vuole riconoscere, porta ad ammettere che anche in altri contesti regionali i dialetti posso essere considerati lingue vere e proprie. Cioè i Veneti possono comunque ben rivendicare il carattere di lingua della propria parlata, ma però riconoscere lo stesso diritto a tutti i cittadini italiani, ai Lucani come ai Molisani, ai Toscani come ai Liguri.

ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»
ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»

   Comunque è accaduto che con il disegno di legge n. 116 approvato dal Consiglio regionale del Veneto il 6 dicembre scorso, i veneti si autoproclamano minoranza nazionale. E’ così stata approvata (nel Consiglio regionale veneto a trazione leghista) la cosiddetta “Venexit”, che, se la Corte Costituzionale non la boccerà, vuole istituire il bilinguismo e rivendicare garanzie tributarie incardinandole nella Convenzione quadro europea del Consiglio d’Europa, ratificata in Italia nel 1997, per la tutela delle minoranze storiche.

   Pertanto il veneto diventerà lingua di una “minoranza”, appunto i veneti, con un territorio da difendere, una lingua da insegnare. A partire proprio dalle scuole, ma anche da immettere, come bilinguismo (come in Sud Tirolo, a Bolzano), negli atti delle pubbliche amministrazioni che ci sono in questa regione (statali, regionali, comunali…). E poi la toponomastica delle strade dovrà essere bilingue… eccetera…. Sembra una boutade, una forzatura, uno scherzo, qualcosa cui ci si è spinti troppo in là, ma è legge “veneta” (pur con rischio –quasi certo?- di incostituzionalità).

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Il fatto che il Veneto rivendichi pertanto quello di avere una lingua vera e propria, con dietro una sua cultura, con una parlata ben distinguibile dall’italiano, fa un po’ specie e da un po’ l’impressione che sia usato come strumento per far la guerra al resto d’Italia e rivendicare una tanto agognata autonomia.

   Il motivo (della insistente ricerca di autonomia) in Veneto, più che in altri parti d’Italia, c’è: in questa regione si vive con un certo disagio il fatto di essere in un contesto più largo extraregionale (chiamato NORDEST) che è assai omogeneo geograficamente, economicamente, geomorfologicamente (pensiamo all’area alpina delle Dolomiti, ma anche alla Laguna veneta che si estende da Chioggia a Grado, negli scambi quotidiani, nella cultura e nei modi di essere). Ma che, questa “omogeneità” del Nordest d’Italia, deve fare i conti con il fatto che il Veneto è una regione “semplice”, come la maggior parte delle regioni italiane, mentre il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia (anche loro “Nordest”, e che partecipano più o meno alla stessa famiglia geografica) sono regioni “a statuto speciale” ad alta autonomia (e, con essa autonomia, a privilegi non da poco nel poter disporre di maggiori risorse finanziarie nel contesto dello stato italico).

Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo - ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito www.waltertobagi.net/ )
Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo – ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito http://www.waltertobagi.net/ )

   Da questo si percepisce il “cul de sac” di un Veneto che deve rinunciare a ogni speranza MACROREGIONALE (come invece un po’ alla volta potrebbe accadere in altre parti d’Italia, pensiamo ad esempio alla possibile unione istituzionale tra Toscana, Marche e Umbria…), e che in Veneto non può accadere perché mai le altre due regioni di territorio comune (Friuli e Trentino) accetterebbero di condividere i privilegi dell’autonomia; ebbene questo fa sì che nasca in Veneto in modo ufficiale, con una legge regionale, qualche purchessia motivazione che mostra la propria specificità, in questo caso appunto una lingua che “va oltre” l’essere dialetto, e che fa dire che i veneti sono minoranza linguistica in Italia.

   E così rispunta anche l’annosa questione (irrisolvibile) quando una lingua sia tale o sia solo dialetto; e, avendo premesso che i motivi paiono molto strumentali (quello dell’autonomia e di avere più soldi) va pur detto che la questione di “lingua o dialetto” meriterebbe di esse trattata meglio, perché può essere cosa seria.

Lingue nella Penisola - “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
Lingue nella Penisola – “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   E’ infatti vero che, ad esempio proprio per il Veneto, questa lingua-dialetto è assai usata in contesti anche ufficiali (nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali, in incontri collettivi di qualsivoglia genere). Ma è anche vero che è assai diversificata la lingua veneta da posto a posto (nel bellunese si parla un veneto ben diverso dal veneziano, o dall’area veronese…); cioè questo vuol dire che non ci possono essere regole scritte comuni, valide per tutti (perché appunto è una “parlata”, non ha una documentazione scritta, una possibile grammatica, almeno che valga per tutti i territori regionali). E poi è in diminuzione nell’uso della popolazione: ai bambini, ad esempio, anche se nati e sempre vissuti in luoghi di forte diffusione del dialetto, non viene insegnato (non viene parlato a loro) fin dalla nascita il veneto bensì “li si parla loro” in italiano (o simil-lingua, spesso mista a termini dialettali….).

   Insomma il discorso delle minoranze linguistiche è argomento che merita trattazione seria. E va anche detto comunque che ogni forma di lingua che si perde è cosa per niente buona. E nel mondo globale, nella babele delle lingue o dialetti che si incontrano, sembra invece prevalere sempre più (o prevarrà forse definitivamente in futuro) l’ “inglese globale” (anche attraverso vocaboli e terminologie che troviamo nel nostro uso quotidiano), lingua questa (l’inglese globale) per comunicare con tutto il mondo, nata a prescindere forse dall’importanza economica prima della Gran Bretagna e dal secondo dopoguerra in particolare dagli USA: il vero motivo forse è che si può parlare questa lingua inglese anche approssimativamente (e magari con strafalcioni) senza per questo non essere capiti o essere irrisi, che invece può capitare con tutte le altre lingue, meno adatte a essere parlate da principianti.

mappa fisica del Veneto - “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
mappa fisica del Veneto – “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Va comunque detto che quando ogni rivendicazione di specificità locale (la lingua da conservare) è strumentale ad altri scopi (ad esempio per il veneto di rivendicare un’autonomia dallo Stato italiano in modo da poter mantenere più risorse finanziarie nel proprio territori), questa è cosa che può sì avere motivazioni valide, ma se poi la lingua e la sua rivendicazione di esistenza porta a fatti concreti (come ad esempio l’esclusione da uffici pubblici di chi non la conosce), allora tutto questo diventa assai pericoloso: è una comunità che discrimina le persone, che si chiude in se stessa, in difesa di un passato che non c’è più. Mentre invece adesso più che mai servono idee e coraggio per affrontare un nuovo mondo che sempre più viviamo, e dove tradizione e innovazione possono coesistere e creare un’originalità virtuosa. (s.m.)

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IL VENETO DEI DIALETTI E I DIALETTI D’ITALIA: SIAMO TUTTI MINORANZA

di Michele A. Cortelazzo, da “Il Mattino di Padova” del 9/12/2016

– nella nostra regione il dialetto è molto usato in contesti informali ma questo non basta a dargli più valore rispetto ad altri –

   Ragiono sulla legge regionale che definisce il popolo veneto una minoranza nazionale a partire dai resoconti giornalistici, dato che non mi risulta che il testo ufficiale sia stato ancora pubblicato.

   Lo faccio soprattutto dal mio punto di vista di linguista, punto di vista primario per gli stessi proponenti, se è vero che il consigliere leghista Barbisan ha fatto riferimento, mostrando di considerarlo il centro della legge, all’obiettivo di «difendere la cultura e la lingua veneta come testimonianza viva dell’identità del nostro popolo».

   Sul piano dei principi, chi ha proposto e approvato la legge può portare buone argomentazioni: dal punto di vista linguistico non c’è differenza tra quelle che sono definite lingue e quelli che sono definiti dialetti, e la determinazione di quale dialetto possa essere considerato lingua dipende da fattori storici e culturali che vengono alla fine sanciti da una decisione politica. È noto l’aforisma, attribuibile a MAX WEINREICH: «UNA LINGUA È UN DIALETTO CON UN ESERCITO E UNA MARINA».

   È una definizione che, con un’immagine pittoresca, anche se per molte realtà inesatta, vuole proprio marcare il carattere extralinguistico dell’attribuzione a un sistema linguistico del carattere di lingua. Così, il FRIULANO e il SARDO possono vantare lo status di lingua perché sono etichettati come tali dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482, “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”, non per altri meriti.

   La legge veneta appena approvata pare viziata dal fatto che la decisione sullo status di una lingua non può essere di competenza regionale. Prescindendo da questo, pur fondamentale, aspetto giuridico, i Veneti possono comunque ben rivendicare il carattere di lingua della propria parlata, ma a un patto: quello di riconoscere lo stesso diritto a tutti i cittadini italiani, ai Lucani come ai Molisani, ai Toscani come ai Liguri.

   Non c’è nessun motivo per dare l’etichetta di lingua al veneto, e non a uno qualunque degli altri dialetti (con il risultato, paradossale, che non ci sarebbero più minoranze nazionali in Italia, per la mancanza di una maggioranza a cui contrapporsi). Ma occorre, anche, disconoscere lo sviluppo linguistico dell’ultimo secolo e mezzo, che ha visto l’italiano diventare lingua materna, sempre più liberamente condivisa, degli Italiani di tutte le aree del Paese.

   Resta certamente il fatto che nell’Italia nord-orientale persiste, secondo un’indagine Istat del 2012 pubblicata nel 2014, un ampio uso del dialetto, sia in famiglia che con gli estranei, inferiore, però, nel suo complesso, a quello dell’Italia meridionale (purtroppo da questa indagine non riesco a ricavare suddivisioni più fini: in genere il Veneto presenta percentuali di uso del dialetto, soprattutto con gli estranei, superiori a quelli di tutte le altre aree del Paese).

   Tutto questo dà sufficienti motivazioni per inserire il veneto nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni? È opportuno farlo? Ci sono le condizioni pratiche per farlo? Ricordiamoci che il veneto continua ad essere vitale, pure in situazioni comunicative di media formalità, anche se non è mai stato lingua veicolare ufficiale nelle scuole della regione.

   L’uso del veneto nelle scuole e nell’amministrazione ha dentro di sé una componente potenzialmente autodistruttiva: quella della codificazione (cioè l’individuazione di una norma unitaria). Senza un’accorta tolleranza verso tutte le varietà, è un problema destinato a riprodurre a livello locale la lotta tra le varietà egemoniche e quelle secondarie.

   Per negare che il veneto sia una lingua, molti portano l’argomento che il padovano è diverso dal veronese, il bellunese dal veneziano, e via dicendo. In sé, non si tratta, a mio modo di vedere, di un’obiezione di forte peso: i dialetti veneti hanno un consistente fondo comune, anche nel vocabolario, sul quale si innestano indubbie differenze fono-morfologiche e lessicali: ma questo non impedisce una quasi completa mutua comprensione e il riconoscimento di appartenere alla stessa comunità regionale.

   Il problema si porrebbe, però, inevitabilmente nel momento in cui, ad esempio, il Consiglio Regionale dovesse produrre le sue leggi oltre che in italiano, in veneto: quale veneto sarebbe il veneto di fatto ufficiale? Quello con il maggior numero di parlanti, il veneto centrale (vicentino, padovano, rovigoto)? Quello del capoluogo amministrativo, ma anche culturale, il veneziano? Quello più arcaico? Quello del proponente, con il risultato che le leggi (e anche gli emendamenti?) verrebbero scritte in varietà diverse?

   Temo che il riconoscimento del veneto come lingua ufficiale sarebbe più esiziale, per la sua conservazione, dell’attuale stato di sostanziale libertà linguistica.

   Come ho sentito dire una volta, tantissimi anni fa, ad ANDREA ZANZOTTO: «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA». Ne va della sua vita, mi viene da aggiungere. (Michele A. Cortelazzo)

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«CI SI DICHIARI VENETI, ECCO I VANTAGGI»

di Silvia Giralucci, da “il Mattino di Padova” del 8/12/2016

– Cosa prevede la normativa: niente patentino, ma una possibile riserva di posti pubblici. Chi paga? Lo Stato –

VENEZIA – Era nata quasi come una boutade, ora è una legge regionale di cinque articoli, che potrebbe avere un forte impatto nell’organizzazione della scuola e della pubblica amministrazione nel Veneto. Questi i punti principali della legge 116, su cui grava la spada da Damocle dell’incostituzionalità.

I DIRITTI DELLA MINORANZA. Il popolo veneto è una minoranza nazionale a cui spettano i diritti previsti dalle “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali” del Consiglio d’Europa. Quali sono?

Alcuni non avrebbero effetto di alcuna sorta nel Veneto: il diritto a non essere discriminati davanti alla legge, di riunirsi liberamente, di associarsi e di esprimersi. Ma altri potrebbero avere un impatto: per esempio la libertà di comunicare nella lingua minoritaria (nei mezzi di comunicazione di massa, come la Rai, tv pubblica), il diritto di apprendere la lingua minoritaria a scuola, con il bilinguismo o scuole interamente in lingua veneta, e persino creare e gestire scuole private.

COME FUNZIONERÀ. La legge approvata martedì 6 dicembre dal Consiglio regionale del Veneto ha cancellato l’articolo che prevedeva un “patentino” di bilinguismo rilasciato dall’Istituto di lingua veneta, che avrebbe dovuto anche rappresentare istituzionalmente la minoranza.

“Chi lo vorrà – spiega il relatore della legge in Consiglio regionale, il leghista Riccardo Barbisan – potrà autodichiararsi come appartenente alla minoranza veneta, come avviene a Bolzano, dove la dichiarazione si può fare in Tribunale. Nel Veneto questo non è consentito. Quindi bisognerà trovare un modo diverso. Sarà fatto dalla Giunta regionale un bando per una procedura aperta, pubblica, trasparente per andare trovare l’ente che meglio potrà raccogliere le dichiarazioni”.

VANTAGGI PER I “DICHIARATI”. I vantaggi possibili sono tutti quelli previsti dalla convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali. POSTI RISERVATI NEL PUBBLICO IMPIEGO?

“In Alto Adige – afferma Barbisan – la convenzione è applicata anche in questi termini, funziona da 70 anni. Credo che potrebbe essere fatto anche in Veneto. Sul “come” tutelare la minoranza ci si metterà d’accordo tra le richieste della minoranza e ciò che tutti gli altri vogliono concedergli, fatto salvo che comunque dovranno essere garantiti i previsti da questa convenzione”.

L’apprendimento del dialetto non sarà obbligatorio. “Non è previsto neppure nell’Alto Adige di oggi. Se gli appartenenti alla minoranza lo chiederanno, potranno avere l’insegnamento del dialetto a scuola e potranno scegliere se vorranno una scuola bilingue o una scuola totalmente in veneto o degli insegnamenti facoltativi aggiuntivi di lingua veneta”.

QUALE DIALETTO? Sappiamo bene tutti che il padovano, è diverso dal veneziano, il veneziano dal vicentino… QUALE LINGUA VENETA POTRÀ ESSERE INSEGNATA?

“Il problema è esattamente il medesimo che nel Friuli Venezia Giulia. L’hanno risolto lì, lo risolverà anche il Veneto. Immagino che insegneranno l’idioma locale di dove la scuola insiste”, spiega il relatore, assicurando però che a tutto questo bisognerà pensare in seguito. Lo stesso vale per la formazione degli insegnati.

CHI PAGA? Lo Stato. Così è scritto nell’emendamento inserito ieri nel testo approvato in aula: “senza oneri a carico della Regione”.

LO SCOGLIO. La legge, con una maggioranza di un solo voto, è stata approvata. Ma da subito è ben chiaro che non è affatto scontato si possa applicare davvero. Spetta alla Regione legiferare sulla tutela di una minoranza nazionale? I proponenti ritengono di sì. Ma di certo bisognerà vedere se il governo deciderà di impugnare la legge di fronte alla Corte Costituzionale e se questa deciderà o meno di abolire la legge.

   Una partita ancora aperta. (Silvia Giralucci)

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IL BILINGUISMO

VENETO «MINORANZA» LINGUISTICA, PASSA LA LEGGE IN CONSIGLIO REGIONALE

da “il Corriere del Veneto” del 7/12/2016

– La proposta venetista è stata approvata da Lega, lista Zaia e da tre «tosiani». Il Pd: inutile teatrino. Zaia: ora il bilancio –

IL BILINGUISMO

Veneto «minoranza» linguistica, passa la legge in Consiglio regionale

La proposta venetista è stata approvata da Lega, lista Zaia e da tre «tosiani». Il Pd: inutile teatrino. Zaia: ora il bilancio

VENEZIA – Svuotata, certo. In parte sminata, di sicuro annacquata. E però intanto la legge regionale sui «veneti minoranza nazionale» (o «sul bilinguismo», com’è stata presto ribattezzata) intanto martedì 6/12/2016, ndr) è passata: 27 voti a favore – appena uno sopra la maggioranza – 16 contrari e 5 astenuti, i consiglieri di Forza Italia e Fratelli d’Italia più l’alfaniano Marino Zorzato.

   Numeri alla mano, dunque, oltre alla scelta di questi ultimi di non schierarsi con l’opposizione, rimanendo fuori dalla contesa nonostante fin dall’inizio si fossero detti contrari all’iniziativa degli «amici leghisti», si sono rivelati determinanti per il via libera al provvedimento i voti «extra maggioranza» dei «tosiani» Maurizio Conte, Giovanna Negro e Andrea Bassi, che hanno preso la strada opposta al loro capogruppo, Stefano Casali, contrario («Ma non c’è alcuna spaccatura – precisano i quattro all’unisono – abbiamo rispettato la diversità di vedute»).

   La legge pensata dall’indipendentista Loris Palmerini, già presidente dell’Autogoverno del Popolo Veneto e del Tribunale dello Stato delle Venezie, è quindi oggi una legge della Regione Veneto.

   Eliminato il controverso «patentino di bilinguismo» che avrebbe dovuto rilasciare l’Istituto Lingua Veneta (presieduto dallo stesso Palmerini), dopo i ritocchi apportati dal relatore Riccardo Barbisan il testo prevede che sia la giunta ad individuare tramite un bando le associazioni «maggiormente rappresentative» cui spetterà il compito di raccogliere e «valutare» (elemento questo al centro dello scontro in aula) le richieste di quanti vorranno liberamente iscriversi all’«albo della minoranza», per poi rivendicare i diritti previsti dalla Convenzione quadro approvata dal Consiglio d’Europa.

   DI QUALI DIRITTI STIAMO PARLANDO? La Convenzione è molto generica: vieta le discriminazioni davanti alla legge, riconosce la libertà di riunione, associazione ed espressione, la libertà di ricevere o di comunicare nella lingua minoritaria (anche nei mezzi di comunicazione di massa, nel nostro caso la Rai), riconosce il diritto di apprendere la lingua minoritaria e permette perfino alla minoranza di creare e gestire scuole private tutte sue.

   È chiaro che si tratta di una cornice talmente ampia che all’interno, un domani, vi si potrà mettere qualunque cosa. Sempre che il governo non la impugni e la Corte costituzionale non la mandi al macero, come sperano Pd, Cinque Stelle e forse anche qualcuno nel Carroccio. La minoranza ha provato anche stavolta l’arma dell’ostruzionismo («Sui cartelli scriveremo a ‘inanz, drit o par de là?» il dem Graziano Azzalin; «Chi pagherà la formazione dei traduttori e degli interpreti, visto che tra Oca Marina e Calto, in Polesine, neppure parlano lo stesso dialetto?» la pentastellata Patrizia Bartelle; «Chiedo il riconoscimento della minoranza nella minoranza, dai vicentini ai bellunesi, passando per i cimbri» il dem Stefano Fracasso) ma contro la Lega, granitica nel suo ostinato mutismo, col presidente Roberto Ciambetti deciso a tirare dritto come un panzer, c’è stato poco da fare.

   Alla fine al Pd non è rimasto che sbottare: «Siamo all’inutile teatrino, sappiamo tutti che la Consulta cancellerà questa legge – ha detto Claudio Sinigaglia – eppure andate avanti comunque, magari per gridare domani contro lo Stato brutto e cattivo ».

   E mentre Bruno Pigozzo citava una storica massima del decano del consiglio, Carlo Alberto Tesserin («So veneto ma no so mona!»), Piero Ruzzante tuonava contro la prevista «valutazione del “grado di veneticità” da parte di queste associazioni gestite da non si sa chi, una stupidaggine che ricorda il Tribunale della razza», evocato la scorsa settimana anche dal forzista Massimo Giorgetti.

   Tant’è, i proponenti, tra cui l’ex sindaco di Resana Loris Mazzorato, si dicono comunque soddisfatti: «La legge è stata cambiata parecchio, in alcuni punti possiamo pure dire svuotata – afferma Mazzorato – ma in politica si sa, si deve mediare e si è arrivati ad un compromesso. Il principio comunque resta ed è ciò che più conta, l’obiettivo politico è stato raggiunto.

   Cosa cambia da domani per i veneti? Da domani nulla, sarà un percorso lungo». Laconico il commento della capogruppo della Lista Zaia, Silvia Rizzotto: «Adesso pensiamo al bilancio, va». Sulla stessa linea il governatore Luca Zaia in persona: «Il consiglio ha votato, viva la democrazia. La maggioranza non si è spaccata, ora l’unica cosa che mi interessa è il bilancio».

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Per approfondire su “dialetto o lingua”, in Veneto e altrove, vedi in questo sito:

http://guiotto-padova.blogautore.repubblica.it/category/lingua-veneta/

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LO SCRITTORE MASSIMO CARLOTTO, PADOVANO: IL NOSTRO È UN DIALETTO CON INFINITE VARIANTI. L’AUTONOMIA? NON SIAMO IL SUD TIROLO

intervista di Francesco Furlan, da “la Repubblica” del 8/12/2016

– “Il mio veneto una lingua? No, il pretesto della Lega per avere vantaggi fiscali”; “Cambia tutto da città a città. Solo quello parlato dagli emigrati in Argentina è vicino a quello originario” –

VENEZIA. I veneti si autoproclamano minoranza nazionale. Martedì sera il Consiglio regionale a trazione leghista ha approvato la Venexit, che, Consulta permettendo (i dubbi sulla legittimità costituzionale della legge sono molti), vuole istituire il bilinguismo e rivendicare garanzie tributarie incardinandole nella Convenzione quadro europea del Consiglio d’Europa, ratificata in Italia nel 1997, per la tutela delle minoranze storiche.

   Un territorio da difendere, una lingua da insegnare: il veneto. A partire dalle scuole. «Se ne parla da sempre, ma mi sembra una cosa senza senso, anche perché, banalmente, non c’è un dialetto veneto unico, non ha senso imporlo», dice MASSIMO CARLOTTO, scrittore padovano, uno delle principali voci del noir italiano.

Lei il dialetto lo parla?

«Certo, io parlo il padovano, che come tutti i dialetti locali ha incorporato termini italiani e li ha resi dialettali e si è modificato molto negli ultimi anni. Ma il dialetto veneto è un dialetto che cambia da città a città, perfino da paese a paese. Il dialetto è la lingua della socialità, qui in Veneto lo parlano tutti».

Dalla legge approvata dal Consiglio regionale è sparito l’articolo che prevedeva l’istituzione di un patentino di lingua veneta. Se fosse necessario, lei supererebbe l’esame?

«Direi di no. Già non parlo più il dialetto che sentivo a casa quando ero bambino e che parlava mio padre. Come si fa a stabilire qual è il dialetto veneto? E recuperare una purezza della lingua, per esempio la lingua che usavano i Dogi, mi sembra assurdo. Tra l’altro anche i Dogi usavano il latino per i documenti più importanti, e forse un motivo ci sarà stato. Una certa purezza del veneto l’ho trovata solo nella lingua delle comunità degli emigranti in Argentina, che non hanno subito l’influenza della modernità e dell’italiano, e non l’hanno contaminato troppo con lo spagnolo, che era la loro nuova lingua. Ma qui da noi non si possono cancellare anni di storia».

Trova che ci sia un legame tra l’uso del dialetto e l’ispirazione autonomista di questa legge?

«Parlavamo il dialetto anche quando eravamo fascisti, e poi felicemente democristiani, e dell’autonomia veneta non importava niente a nessuno. Non siamo il Sud Tirolo. L’autonomia è una rivendicazione della Lega dettata da esigenze economiche più che culturali. Non mi sembra proprio che questa legge sia il prodotto di un dibattito culturale che in questi mesi ha appassionato i veneti. Si vagheggia di questa autonomia, compresa la nascita di una macro regione con il Friuli Venezia Giulia, la Carinzia e la Slovenia, ma non c’è un vero dibattito su questi argomenti».

Lei qualche volta nei suoi libri usa il dialetto. Anche nel recente “Il turista”, ambientato a Venezia, ci sono alcune espressioni dialettali.

«Lo uso pochissimo, anche se cerco di fornire elementi al lettore per fargli comprendere che un dialogo si sta svolgendo in dialetto. A volte, dopo aver fatto pronunciare una frase a un personaggio, specifico che quella frase è stata pronunciata in dialetto. Ho l’impressione che il dialetto veneto funzioni poco in letteratura, sia difficile da capire».

C’è un’espressione dialettale che le piace più di altre?

«”Ostrega”, ma soprattutto “va in mona” ».

È un modo di dire che potrebbe essere usato per commentare la legge?

«Diciamo che potrebbe».

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LA BATTAGLIA SBAGLIATA DEL VENETO SUL DIALETTO

di Ferdinando Camon, da “La Stampa” del 8/12/2016

   Il Consiglio Regionale del Veneto ha approvato a maggioranza una legge che apre la possibilità di applicare i diritti attuati nel Trentino Altro Adige in campo linguistico. La legge è ad alto rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale. Ma intanto c’è.

   La stampa locale non parla d’altro. Prevede il diritto di usare il dialetto nelle scuole, nelle trasmissioni Rai, a fondare e gestire scuole, riconosciute dallo Stato, ma di fatto obbedienti alla Regione. È il vecchio sogno degli autonomisti-indipendentisti, un sogno che adesso fa un inatteso, sorprendente e preoccupante balzo verso la realizzazione.

   La previsione generale è che un secondo balzo non lo farà, perché la Consulta lo boccerà. Ma intanto la Regione Veneto fa questo audace tentativo di affiancarsi all’Alto Adige. In Alto Adige, quando iscrivi un figlio a scuola, devi scegliere se intendi iscriverlo a una scuola di lingua tedesca o italiana o bilingue. Bene, nel sogno della Lega il Veneto porrà la stessa opzione, con la differenza che le tre scelte saranno scuola in dialetto veneto, in lingua italiana o bilingue.

   L’intenzione della Lega è di solleticare l’orgoglio dei veneti, farli sentire diversi e superiori, inglobati e conquistati, pronti all’autoliberazione, che deve compiersi anzitutto nella sfera della lingua, scritta e parlata. Il dialetto è il nostro dna, la nostra autenticità, la nostra grandezza. Che cose meravigliose possiamo esprimere in dialetto! In lingua italiana non potremo mai. Il dialetto è la nostra verità, la lingua nazionale è la nostra falsità.

   Soprattutto noi scrittori dovremmo entusiasmarci per questa legge. E soprattutto quelli (che nel Veneto vuol dire tutti) che hanno avuto il dialetto come lingua madre.

   Riusciamo a entusiasmarci? No. E perché? Perché il dialetto e l’italiano non sono due lingue alternative, che esprimono lo stesso mondo, son lingue diverse fatte per esprimere mondi diversi. Il mondo dialettale non c’è più. Quand’eravamo giovani, tra noi parlavamo in dialetto e non parlavamo che di ragazze, ma ragazza in dialetto padovano era tosa, in veronese putela, al di là di Treviso mula: nessuna di queste era ragazza, come la ragazza italiana.

   La ragazza dialettale era diversa per vestiti, parlata, cultura, sessualità. Oggi sono tutte ragazze. Vogliamo prendere una ragazza e chiamarla tosa o putela? Ridicolo. Lei stessa si offenderà. La mia nipotina, che vive a Verona, mi guarderebbe come si guarda un matto.

   Mio padre contadino parlava solo dialetto, tornava dai campi sporco lercio, e per lavarsi chiedeva prima il saòn. Il saòn era fatto in casa, grande forza sgrassante, nessuna qualità profumante. Poi chiedeva il sapone. Allora gli si dava il Palmolive. Nessuna capacità sgrassante, ottimo profumante. Adesso vogliamo chiamare il Palmolive saòn? Un insulto, verso il sapone e verso il dialetto. Non è sparito il dialetto, è sparito il mondo dialettale. Altra campagna, altra Natura, altra famiglia, altra madre, altro Dio. Volete far tornare il dialetto? Bene, prima fate tornare quel mondo. (Ferdinando Camon)

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NATALINO BALASSO E LA LINGUA VENETA

da Natalino Balasso, 24/9/2014)

   Nella pagina inglese dedicata alla inesistente lingua veneta, su wikipedia, c’è scritto: “Venetian or Venetan language”, nell’ostinato tentativo di far credere che veneziano e veneto siano la stessa cosa e così la repubblica veneta, cioè la repubblica di Venezia, diventa per la Lega la Repubblica della Regione Veneto. Un po’ come quando i rumeni dicono che, dal momento che si chiamano rumeni, sono gli ultimi discendenti degli antichi romani.

   Mai così tanti outsider si sono occupati di materie che non competono loro, ma a furia di parlare di “lengoa veneta” (la parola “lengoa” è artificiosa, perché anche nei vecchi testi, dal padovano al veneziano la parola è “lengua” oppure come l’italiano “lingua”. Vedasi il Ruzante: “… chi che la volea essare in altra lengua”) qualcuno ci crede e pensa che trascrivere l’italiano togliendo qualche doppia qua e là significhi usare la famosa lingua veneta.

   Trovo ad esempio una frase nel web: “Il veneto non è un dialetto, è una lingua”. Il nome dell’insigne linguista che fa quest’affermazione risponde al nome di Luca Zaia. Chi è? Probabilmente un illustre professore di linguistica a Ca’ Foscari. E cosa dice il suddetto Zaia per confermare la cosa? “Il veneto non è dialetto ma lingua, ossia quel lessico materno che trova radicamento in un territorio e in una comunità determinati”. Ora, l’espressione “lessico materno” credo si addica proprio ai dialetti, una lingua è un lessico che sa essere anche ufficiale. Ma la verità, caro Zaia, è che il veneto non è nemmeno un dialetto, perché non esiste un solo dialetto veneto. Io capisco il tentativo di costruire un’identità (parola orribile, la nostra “identità” è bene che sia elastica e non “identica” a se stessa) ma così, a tavolino, mi sembra tanto forzato! Non solo, leggo, sempre sulla pagina di wikipedia che questa lingua veneta è usatissima da decine di milioni di persone nel mondo. Mettiamoci dunque alla ricerca di questa diffusissima lingua.

   In un sito che si chiama Venetianpost, trovo articoli scritti in una lingua sconosciuta, gli articoli, sicuramente tradotti da articoli in italiano, sono trasposti in quel linguaggio che certi bambini che parlano solo dialetto usano nei temi delle elementari tentando di scimmiottare l’italiano, con risultati scadenti ed esilaranti.

   Che sia questa la leggendaria “lingua veneta”? I leghisti e gli autonomisti son diventati tutti linguisti e discettano di materie che stanno al loro bagaglio culturale come Giuliano Ferrara sta in una Smart. Una delle teorie più strampalate, usate da questi scienziati da sonno della Regione, afferma che se una persona di Belluno capisce quello che dice una persona di Padova allora stanno parlando la stessa lingua, con qualche variante.

   L’idea di indagare su cosa sia effettivamente una variante linguistica non li sfiora nemmeno. Intendiamoci, qualcuno che sa cosa sta dicendo c’è, ma prevale la barbarie.

   Prendiamo ad esempio, da quel sito, un periodo di uno di questi esilaranti articoli: “L’indagine xè sta conclusa poche ore fa dai agenti del Comisariato de Mestre, coordinà dal dirigente Eugenio Vomiero, con la Squadra Mobile dea Questura de Venezia. Tuto xè partìo da un furto che ghe xè sta lo scorso 10 setembre ala “Gioielleria Orafa Romano” de via Querini angolo via Carducci. Do persone xè entrà nel negozio e le ga chiesto una colana molto lunga da regalare ala mama ‘ciciona’, ma nel negozio ghe gera altra gente e questi se ga alontanà, tornando un’ora dopo e chiedendo de vedere un orologio sopramobile. A quel punto xè intervegnù un complice che per separare el paròn de la gioieleria da la so comessa el ga chiesto un orologio da omo”.

   A una lettura anche frettolosa, s’intuisce che utilizzando questo linguaggio anche un napoletano potrebbe tradurre un articolo in “lingua veneta”. Si, perché qua di veneto c’è solo qualche suono qua e là, il resto è una costruzione sintattica in tutto e per tutto italiana. E allora perché non scrivere in italiano?

   Anche la grafia è curiosa, la “x” che correttamente indica la esse dolce viene usata qualche volta si e qualche volta no. “I agenti” in veneto non esiste, anche se “i sbìri” potrebbe suonar canagliesco. “Coordinà” risulta non pervenuto in nessun dialetto veneto. L’italiano “tutto è partito da un furto” viene traslitterato in “tuto xè partio da un furto”, ma in molti dialetti veneti non si mette il soggetto prima del verbo, sarebbe più corretto: “Xè scominsià tuto co un furto”. Credo che in nessun dialetto veneto si dica “lo scorso 10 setembre”, una costruzione più consona ai nostri dialetti sarebbe: “El diexe setenbre pasà”. Il verbo “chiedere” è rarissimo e usato come venetizzazione dell’italiano, quindi non andrebbe scritto “le ga chiesto” bensì “le ga domandà” o “dimandà”. E nemmeno si scriverebbe “questi se ga alontanà” ma bensì “sti qua i se ga alontanà” se letterale, oppure “Iuri i se gà alontanà”. Il pronome viene usato spessissimo in veneto, anche in presenza del soggetto, quindi:    Non “xè intervegnù un complice” ma “El xé intervegnù un compare”.

   Non “l’indagine xè sta conclusa” ma “L’indagine LA xé sta conclusa” fermo restando che “conclusa” è parola italiana così come “indagine” e la costruzione “è stata” non si può tradurre leggermente con “xè sta”, credo che una frase che si avvicina di più ai gerghi veneti sarebbe: “Ea indagine ea xè pena finìa da qualche ora”.

   Qui si pone il problema della lettera “L”. Alcuni dialetti veneti ce l’hanno, altri no. E alcuni dialetti mancano di altre consonanti. Se si opta per una koinè linguistica che dovrebbe rappresentare una fantomatica lingua veneta, bisognerebbe decidere che se la “L” c’è ci sia sempre e se non c’è che non ci sia mai. Non si può scrivere quindi nello stesso articolo “dea questura” e “da la so comessa”; se non c’è la “elle” si scrive “da ea so comessa”. “Orologio sopramobile” è una buffa espressione, più corretto sarebbe “rolojo” o “relojo” e non basta togliere una emme a soprammobile perché diventi veneto, pur se venetizzazione dell’italiano bisognerebbe rispettare i due termini di cui la parola è composta, quindi “soramòbie” o “soramobile”. Ma voi direte che stiamo sparando sulla croce rossa, che magari questo sito è scritto frettolosamente da qualcuno che non ha strumenti per poterlo fare. Bene, in mancanza di poderosi volumi in materia (che sicuramente la Regione Veneto troverà il modo di finanziare) andiamo a vedere l’agguerritissima pagina wikipedia.

   Tanto per capirci, ci sono aberrazioni linguistiche di cui non si conosce un solo parlante al mondo. Vi sfido, ad esempio, a trovare il disturbato del linguaggio che userebbe un’espressione come: “nàvega intrà i portali temateghi”, traduzione fatta da un alieno della frase “naviga tra i portali tematici”; e sfido qualunque veneto a dire “rejistrarse” invece di “segnarse”.

   In questa pagina, regno dell’analfabetismo di andata e ritorno, c’è scritto che il veneto è una lingua romanza, o un continuum dialettale di lingue, usata da alcuni milioni di parlanti in sei Stati diversi. Ora, “un continuum dialettale di lingue” è un bel salto mortale per non dire che quelli veneti sono dialetti. Come poi, messi insieme, con regole grammaticali e sintattiche diverse riescano a diventare un’unica lingua è piuttosto incomprensibile.

   Sarebbe come dire che se mettiamo insieme tutti i dialetti d’Italia facciamo un continuum che dà luogo all’italiano, ma le cose non stanno così dal momento che il continuum del latino ha dato i dialetti col riaffiorare delle parlate locali e poi una parlata locale ha dato l’ossatura all’italiano. C’è una continuità linguistica nella quale possiamo notare una lingua comune, sì, ma in tutt’Italia, prendiamo ad esempio il romano: “noantri semo li mejio de tutti” e il padovano: “nialtri semo i mejo de tuti”; è evidente che c’è una precedente lingua comune e questa lingua è il latino.

   C’è stata una lingua, in veneto, ed è quella veneziana, oggi in disuso, perché anche il veneziano che si parla a Venezia è tornato ahimè un dialetto locale.    Un’affermazione interessante è che la lingua veneta “È tutelata come lingua dalla Regione Veneto (che ne afferma il carattere composito non essendo ancora stata codificata la sua grammatica, né il lessico, in modo unitario)”. È ovvio che non siano codificati un lessico e una grammatica in modo unitario, semplicemente perché NON è una lingua unitaria!

   In quanto alla presunta storicità di questa koinè, essa non è affatto attestata. Forse il parlato ha avuto alti e bassi, ma lo scritto veneto nei documenti ufficiali è rarissimo se non nella città di Venezia. Fermo restando che il latino è stato usato dalla scienza e dalla Chiesa fino a molto tardi, anche gli scritti artistici non mostrano una continuità linguistica col parlato; ad esempio il Goldoni, quando voleva che le sue commedie uscissero dai confini di Venezia, scriveva in fiorentinesco, sono infatti numerose le sue commedie in italiano.

   E non è che nei paesi di quello che sarebbe diventato il veneto si parlasse veneziano per il solo fatto che si fosse sotto il dominio di Venezia. Prendiamo un esempio di scritto privato, un diario di un canonico di Adria, il Bocchi, scritto nel ‘500, Adria era allora sotto Venezia. Leggiamone un passo: “Pratticavano in questa Città alcuni cattivi homeni, e di questi ve ne erano due pessimi, che teneva la Città in spavento, tanto più ch’erano spalleggiati dalli Rasponi di Ravenna”. Non siamo nel 1800, non siamo ai tempi dell’Unità d’Italia, siamo in pieno Rinascimento! Eppure questa persona tiene un diario privato e lo scrive in italiano; c’è infatti ben poco “veneto” in questo scritto, che pure non è pubblico.

   Sfido poi chiunque a trovare continuità in questi due testi scritti dai due più conosciuti commediografi antichi del veneto, Ruzante, che scriveva in pavano (ma per coglionare i contadini, usava quindi il linguaggio delle campagne, che non era la lingua che lui parlava) e Goldoni, che scriveva anche in veneziano. Tra un testo e l’altro ci sono duecento anni solamente. RUZANTE: “An po te sè an, s’a sbertezo ontiera. S’a m’haesse pensò che la doesse anar a sto muò, crìtu c’a l’haesse fata?” GOLDONI: “Sorela cara, moderèla, sta curiosità. Cossa v’ha da premer a saver i fatti dei altri?” La lingua veneta in quanto koiné unitaria è dunque un’invenzione recente, che non pare nemmeno brevettata.

   C’è anche una versione di wikipedia in lingua veneta dove c’è scritto che non importa come si scrive, non importa se ognuno scrive nel proprio dialetto anche senza conoscerne la grafia corretta, quella è comunque lingua veneta. Ci sono strafalcioni interessanti, ad esempio la parola “manco” usata come “neanche”, ma stiamo scherzando? Non c’è un solo dialetto veneto in cui “manco” non voglia dire “meno” e non c’è dialetto in cui voglia dir “neanche” che invece si traduce con “gnanche” oppure “gnanca” oppure “gnan” oppure “gnanc” oppure “nian” o “nianc” e in tanti altri termini, ma non “manco”. Questo passaggio della pagina wikipedia sulla città di Belluno poi, sembra un testo austriaco, d’accordo che siamo in zona e che il linguaggio di belluno non è molto “veneto”, ma un po’ di tradizione grafica no? “La žità vecia de Bełun la se kata su na ponta de sas vesin de n’dè ke la Piave e gl’Art i se kata”.

   Ora, tralascio il fatto che la “ponta de sas” è una frase che in altri linguaggi veneti significa la punta di un sasso, ma trasdurre “si trova” con “la se kata” è italiano venetizzato, perché nella maggior parte dei dialetti veneti non si dice “questa città si trova in quel luogo”, non esiste questa costruzione, si dice “questa città è in quel luogo”, quindi: “Ea sità vecia de Belun ea xé in sima a na roca”, oppure “La zità vecia de Belun la xè in zima a na roca” dal momento che “catare” vuol dire sì trovare, ma non nel senso intransitivo di stato in luogo, si usa nel senso di “raccogliere” o di trovare dopo aver cercato, oppure di sorprendere, ad esempio: “A gero in albergo co la segretaria e me mujere la ne gà catà!” Si usa “catare” per “trovarsi” solo quando si dice “catarse” tra parenti, nel senso di “andare a trovare i parenti” ad esempio: “a so ‘ndà a catare i me parenti”, ma più consueto è “A so ‘ndà in parenti”.

   Qui poi è usato anche nel senso di due torrentii che s’incontrano e mi sembra di nuovo forzatissimo, si poteva usare “indove che el Piave e l’Ardo i se unisse”, mentre “n’dè che i se cata” sembra più contiguo al longobardo che al veneto, forse si tratta di influenze ladine, a meno che non vogliamo considerare il bresciano o il bergamasco come varianti della grande lingua veneta. Altro passaggio: “Giovanni Battista Belzoni el xe sta un esplorador veneto e pioniere de l’archiologia. El xe ritegnudo uno dei primi egitologi, e el ga fato un mucio de scoperte archiologiche portando a la luce un saco de reperti de l’Antico Egito”. Qui non si capisce perché si possa dire “Egito” e non si possa dire “Joanbatìsta Belsoni”. La parola “pioniere” è italiana, la parola “archiologia” non esiste, “ritegnudo” non esiste, era meglio scrivere “el xé considerà”, quantunque “considerà” sia a sua volta acquisizione dall’italiano. “portando a la luce” non è espressione veneta, qui andava bene “catando un saco de (?)” non abbiamo una parola per dire “reperti” e siamo di nuovo costretti a usare l’italiano, visto che sinonimi come “resto” non sono attestati con questo significato nei documenti più diffusi.

   Credo di cominciare a capire cosa si intende per lingua veneta: ognuno scriva quel cazzo che vuole, tentando di tradurre al meglio l’italiano, visto che nessuno parla più i linguaggi dialettali ottocenteschi pieni di termini propri, come si fa nelle comunità italiane d’oltreoceano, ciascuno faccia qualunque strafalcione da seconda elementare, ciascuno aggiunga un po’ della propria ignoranza all’ignoranza generale e otteniamo la lingua veneta, anche IL SCRITORE ha speranza di diventare un esponente importante di questa nuova antica lingua.

   Lascio perdere i cavilli e le definizioni su cos’è lingua e cos’è dialetto, non m’interessa in questa sede e lascio a chi studia seriamente queste cose occuparsene, qui esprimo solo un paradosso: una lingua di cui viene affermata la storicità abbinandola al millenario impero della Repubblica Veneziana non ha ancora una grammatica, una sintassi e un lessico unitario. Bene, se fossimo uno sconosciuto popolo della giungla inesplorata potrei capirlo, ma che non ci sia una codifica dopo millenni e ci sia invece una lingua con mille varianti linguistiche, si potrebbe a questo punto dire dell’Europeo. La lingua europea. Magari l’agganciamo all’antico indoeuropeo per darle una patina di storicità e siamo a posto. Perché l’Unesco non la protegge e l’Europa non le dedica corsi e seminari impegnando un bel po’ di quattrini pubblici? (Natalino Balasso)

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BRESSA: «QUESTA È PURA PROPAGANDA IN CONFLITTO CON L’AUTONOMIA»

di Francesco Dal Mas, da “Il Corriere delle Alpi” del 8/12/2016

BELLUNO – La legge regionale sui «veneti minoranza nazionale» è un tappeto rosso per andare più comodamente verso il referendum sull’autonomia del Veneto? «Non c’entra un c..avolo» risponde GIANCLAUDIO BRESSA, sottosegretario al ministero degli Affari regionali, bellunese trapiantato in Sud Tirolo.

Cos’è il bilinguismo riconosciuto dalla Costituzione?

«Il bilinguismo, quello vero, non fittizio, è una delle componenti dell’autonomia, della specialità. È un valore aggiunto, nel caso dell’Alto Adige come pure del Friuli Venezia Giulia. Ma Bolzano e il Fvg sono autonomi o speciali perché c’è il bilinguismo».

Onorevole Bressa, come giudica la legge approvata dal consiglio regionale veneto?

«Propaganda allo stato puro per dire a Roma, dove peraltro non esiste più il Governo: dateci i soldi di Bolzano. Non c’è niente di nuovo, anzi è tutto un po’ triste».

Il dialetto, dunque, non serve ad ottenere più autonomia?

«No, il dialetto è un tentativo di scorciatoia. La strada vera era la trattativa con il Governo, che dopo il referendum del 4 dicembre non esiste più e quindi si dovrà cominciare da zero».

Lei e il ministro Costa avete però dialogato con il presidente Luca Zaia: da dove si può ripartire?

«Per la verità Zaia ha lanciato il sasso e poi ritirato la mano. Non ha mai risposto, salvo la prima volta, ai nostri tentativi di sedere insieme al tavolo della trattativa, perché evidentemente incapace di fare una proposta che stesse in piedi sotto il profilo delle prerogative costituzionali».

Ritornando al bilinguismo, Bolzano lo ha codificato perché qui c’è una parte della popolazione di lingua tedesca.

«Nel mio Veneto sarebbe impossibile riconoscerlo ed applicarlo perché non c’è una popolazione che usa abitualmente il dialetto».

Quindi secondo lei il dialetto veneto non ha i presupposti di una lingua.

«In Alto Adige il censimento prevede l’appartenenza ad un gruppo linguistico: italiano, tedesco, ladino, altro. Quando accadrà altrettanto in Veneto, beh potremo cominciarne a parlare. Io che vivo a Bolzano dovrei dichiararmi di madrelingua veneta e non italiana? A riconoscere e tutelare le lingue minoritarie c’è la legge 482, che nel Veneto protegge il cimbro ed il ladino, come vere e proprie lingue. Quanto meno il veneto dovrebbe trovare tutela in quest’ambito».

Sottosegretario, perché questo non avviene?

«Il motivo è semplice: il dialetto veneto non è una vera e propria lingua; l’idioma parlato a Falcade per tanti aspetti è incomprensibile a Bussolengo, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi nelle sette province».

Resta il capitolo del referendum sull’autonomia, che la regione vuole celebrare nel 2017: lei che ne pensa?

«Siamo di fronte a una consultazione regionale e il presidente Zaia, quando vuole se lo può fare, senza tirare in ballo di nuovo l’election day da concordare con il ministero degli Interni. Adesso, fra l’altro, non c’è il Governo e, quindi, non esiste nemmeno l’interlocutore con cui trattare».

Veneto
Veneto

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IN BREVE

DIFFERENZA TRA LINGUA E DIALETTO

da https://www.differenzatra.it/

   Tra lingua e dialetto non vi sono differenze di tipo linguistico, ma una lingua è riconosciuta da tutti i parlanti di un dato paese e ha un carattere di ufficialità, che invece viene negato al dialetto, circoscritto ad una certa area geografica.

   Una lingua è definita come il sistema linguistico usato da una comunità di persone (nazione) come segno di identità etnica e come strumento dell’amministrazione, della scuola, degli usi ufficiali e scritti. Le lingue ufficiali assumono una ricchezza lessicale e rigorosità grammaticale che invece i dialetti gradatamente perdono e si presenta più o meno uniforme su un’area geografica molto vasta. Dal punto di vista sociale la lingua gode di un prestigio sociale e di una dignità culturale superiore a quello dei dialetti, viene usata infatti in situazioni più formali.

   Il dialetto è un sistema linguistico indipendente dalla lingua nazionale, con aspetti strutturali e storici diversi, come i dialetti italiani e spagnoli; oppure può essere una varietà parlata della lingua nazionale, una variante dello stesso sistema linguistico, come ad esempio i dialetti americani. Una delle principali caratteristiche dei dialetti è l’estrema varietà locale. Dunque sono meno ufficiali, la grammatica è meno rigorosa e vengono utilizzati in situazioni informali.

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da http://ioparloitaliano.yolasite.com/i-dialetti.php

I DIALETTI

La Carta dei Dialetti d’Italia (Pisa, Pacini editore 1977) elaborata da Giovan Battista Pellegrini si basa prevalentemente sui dati dell’Atlante italo-svizzero (Sprach-und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, Zofingen 1928-1940) raccolti negli anni venti. La Carta rappresenta oltre ai dialetti italoromazi -suddivisi in cinque gruppi principali (che l’Autore chiama “cinque sistemi dell’italoromanzo”), cui è aggiunto il ladino centrale, distinti da una diversa colorazione- anche le varietà alloglotte parlate entro i confini nazionali. I raggruppamenti dialettali si fondano sulla distribuzione di fenomeni linguistici -principalmente di tipo fonetico- segnalati da isoglosse. La nostra elaborazione interattiva parte da una carta generale dell’Italia ed evidenzia i gruppi dialettali sulla base della Carta del Pellegrini.

L’origine dei dialetti

Sappiamo che i vari dialetti in Italia nacquero con «l’imperialismo anomalo» dei Romani; che, dopo aver conquistato le città e insediato i loro presidii (i municipia), stringevano patti di alleanza, rispettosi delle popolazioni sottomesse, le quali trovavano utile imparare il latino; tale apprendimento pare avvenisse però in modo diverso secondo la loro dislocazione geografica e le loro condizioni culturali. Le popolazioni di lingua osca e gli abitanti delle zone confinanti con il Lazio latinizzarono i loro dialetti nativi, mentre gli Etruschi di lingua troppo diversa e di alto livello culturale, vicini a Roma, impararono il latino bene senza introdurvi elementi del loro idioma; le popolazioni più lontane e meno civili appresero infine il latino dal latino rozzo dei mercanti e dei soldati. Nell’Italia meridionale s’introdussero diverse parole greche e i Galli parlarono in latino con accento diverso. Come generalmente fanno notare gli studiosi, la Sardegna, il Salento, la Toscana e la zona lagunare veneta non parteciparono all’integrazione linguistica per cui si differenziarono tre tipologie di dialetti: settentrionale o gallo-italico, toscano e tipologie di dialetti di transizione, meridionale (4) (oltre le formazioni di dialetti autonome come il sardo e il ladino). Ciò che nel 1500 portò in auge il fiorentino come lingua considerata comune a tutta la nazione italiana fu il primato culturale ed economico della città; nel secolo successivo (1600), con la perdita di tale primato (Firenze era meno importante di Venezia, Milano, Napoli, Roma), la lingua italiana si caratterizza come lingua letteraria e venne usata al posto del latino e nelle occasioni più impegnative (prediche, …sermoni…) e si continuavano ad utilizzare in tutte le altre regioni, nel parlare, i dialetti. Caracè osserva che nel momento dell’unificazione d’Italia la lingua italiana si presenta come una «realtà gelatinosa», «segnata da esasperate differenze nella popolazione italiana non ancora pienamente definite e superate». De Mauro afferma che a quell’epoca per il 98% degli italiani, la lingua italiana era come una lingua straniera. poiché solo l’uno per mille sapeva usarla; su 25 milioni di italiani si potevano calcolare 600 mila che sapevano usarla come italiano letterario con l’aggravante che 400 mila di essi vivevano in Toscana e 70 mila a Roma. Proprio un bel problema che fortuitamente risolse poi la TV, entrando con prepotenza e con la lingua italiana in tutte le case dei nostri compatrioti. Qualcuno sottolinea ancora che la Sicilia rappresenta oggi la regione che, insieme al Lazio, alla Campania e alla Lombardia, ha arricchito, con propri prestiti e regali di parole ed espressioni, la lingua italiana, nonostante che con il passare del tempo le grandi industrie e la continua immigrazione interna abbiano postulato la necessità di comunicazioni sempre più ampie non effettuabili attraverso i dialetti. Occorre allora evidenziare la vitalità interna di una lingua considerata come strumento comunicativo flessibile, ma non scindibile dai contenuti culturali e socioeconomici che la comunicazione veicola. E’ per tale ragione che non ci sentiamo di condividere la faticosa ed illusoria impresa di chi sogna «l’avanzata gloriosa della lingua italiana sulle ceneri ancora calde dei dialetti», né l’altrettanto disperata quanto sterile impresa di chi voglia procedere ad un recupero forzato, forse anche un po’ reazionario, di una tradizione dialettale genuina. Non è possibile un immobilismo linguistico mentre cambiano le condizioni socio-economiche e le tradizioni culturali; possiamo però percorrere la terza via che è quella della ricognizione critica, della consapevolezza e dello studio delle nostre lingue e delle nostre culture. La lingua e la sua progressiva trasformazione strutturale e funzionale risultano pertanto nutrite di eventi storico- sociali e di vissuti personali e i criteri linguistici s’intrecciano con criteri non  linguistici in modo indistricabile.

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DIALETTO: UNA LINGUA CONTESA TRA GIARDINIERI E BOTANICI

di Paolo Gallina, 8/12/2013, da http://www.waltertobagi.net/?p=839

   Abbiamo incontrato GIANNA MARCATO, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova che da anni affronta la questione della lingua in territorio veneto, mettendone in risalto il valore culturale. Le abbiamo chiesto un parere sullo stato attuale del dialetto.

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere. Infatti io mi occupo di dialettologia italiana intesa come studio funzionale alla conoscenza dell’italiano che è fatto da lingua unitaria più dialetti in continuo rapporto tra di loro e non in contrapposizione. Nel 2004 è uscito il mio libro: Parlar veneto. Istruzioni per l’uso, che non è un testo destinato agli specialisti, ma è nato con intenti divulgativi. Già il titolo vuole essere una risposta all’accesa polemica tra lingua e dialetto. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua, visto che per noi linguisti ogni varietà di lingua dalla più grande alla più piccola ha pari dignità culturale. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà. Per esempio tra noi e le campagne si riscontrano varietà lessicali come piter/pitaro forner/fornaro. Ci tengo molto ad affermare che il dialetto è una varietà non codificata, perché trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe.”

Mi pare che la questione dialetto/lingua sia incentrata sulla dicotomia oralità/scrittura; si pone quindi un problema relativo all’uso del dialetto in ambito letterario. In questo momento storico cosa si sta osservando a questo proposito?

“Dal 1995 organizzo annualmente a Sappada degli incontri di studio internazionali su temi riguardanti i dialetti e le lingue delle minoranze e proprio nell’ultimo incontro, ma anche in uno recente a Cagliari, ci siamo occupati di questo fenomeno. In questo momento sembra che il dialetto, forse perché è in crisi come parlata, venga utilizzato da alcuni scrittori in funzione letteraria in particolare in Sicilia e Sardegna. Noi veneti abbiamo avuto il grande ZANZOTTO che proprio quando ha raggiunto l’apice del riconoscimento europeo si è messo a scrivere versi in dialetto. Lui spiegava così la sua scelta: “Ti sfido con una varietà linguistica che ti è oscura, ma al tempo stesso ti do una chiave per entrare in una cultura, in un paesaggio”. MENEGHELLO invece insiste sul fatto che con il dialetto si possono fare innesti, quelli che lui chiamava trapianti, cioè servirsi di una varietà di lingua per arricchirne un’altra e questa, secondo me, è la funzione dello scrivere in dialetto.”

In certi parlanti dialettofoni si avverte quasi un’ostentazione nell’uso del dialetto, magari ricorrendo a termini in disuso, come si volesse con questo “comportamento” linguistico affermare le proprie radici. Non crede che questo atteggiamento conservatore sia velleitario nei confronti dei rapidi mutamenti a cui oggi il dialetto è sottoposto?

“Bisogna stare molto attenti sulla questione delle radici. Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla.”

Ho visto che anche lei è intervenuta su “Il Gazzettino” nella querelle del restauro dei nizioleti. Di questa polemica mi ha colpito la virulenza, ma anche la partecipazione e la passione. L’impressione è che per i veneziani il legame con i propri luoghi sia molto profondo, che i nomi di calli e campi risuonino vibranti e non ammettano profanazioni. Che ne pensa?

“C’è chi fa una critica di ordine politico, perché sente offesa la lingua veneta che non c’è; poi c’è chi invece ha manifestato un approccio affettivo alla questione. Mi permetta una citazione. I linguisti sono partiti da questo presupposto: “I filologi sono i giardinieri, noi siamo i botanici! Per il giardiniere conta il fiore ed estirpa tutte le erbacce che interferiscono nella sua crescita, per il linguista è importante anche la più piccola infiorescenza. E naturalmente la polemica era contro una lingua trasmessa solo per iscritto. La polemica è nata in chi vive il dialetto come una proprietà personale ed era abituato ai nizioleti che facevano parte come un’icona di quella Venezia. Come un’esperienza rassicurante che ti deriva dal passare davanti a qualcosa di conosciuto, familiare a cui sei legato affettivamente. Agganciarsi alla filologia per correggere la tradizione ha generato dispetto. Il parlante non può legarsi alla normatività della scrittura. Secondo me ancora una volta è stato trascurato ciò che i dialettologi dicono da decenni e cioè che bisogna guardare a queste forme linguistiche come a una cultura orale.”

Oggi si discute molto sullo stato della lingua italiana, sul suo progressivo impoverimento, complice anche la comunicazione in rete, che prevede contrazioni e acronimi. Forse neppure il dialetto gode di ottima salute, cosa percepisce dal suo specifico osservatorio?

“Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa.”

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LE REGIONI A STATUTO SPECIALE SEMPRE PIU’ SPECIALE

CINQUE SUPERSTATI LE REGIONI SPECIALI

di Michele Ainis, da “la Repubblica” del 25/10/2016

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   C’è una norma, nascosta fra le disposizioni transitorie della riforma Boschi, che è più potente d’un cannone. Perché inventa la suprema fonte del diritto, superiore alla Costituzione stessa.

   Perché le norme transitorie transitano, mentre questa si proietta sull’eternità. E perché infine, grazie ai suoi incantesimi, la riforma dello Stato genera cinque superStati: le Regioni speciali.

   Per raccontare questa storia, dobbiamo partire per un triplo viaggio nel tempo. Il primo fino al dopoguerra, quando per un complesso di motivazioni politiche, etniche, geografiche, viene concessa una particolare autonomia a Sicilia, Sardegna, Val d’ Aosta, Trentino (il Friuli s’aggiunse nel 1963). Il secondo viaggio approda nel 2001, l’anno della riforma federalista varata sotto il governo Amato: una sbornia di competenze per le quindici Regioni ordinarie, che a quel punto surclassano le cinque sorelle maggiori, le fanno retrocedere in autorità e poteri. Tanto che, per evitare il paradosso di Regioni speciali che in realtà diventano subnormali, la legge costituzionale n. 3 del 2001 introduce la «clausola di maggior favore», stabilendo che il nuovo Titolo V della Costituzione s’applichi anche a loro, nelle parti in cui sia più vantaggioso rispetto agli statuti speciali.

   Il terzo viaggio a ritroso è altresì il più breve. Un anno fa, ottobre 2015: l’ oscillazione del pendolo, che di volta in volta converte gli italiani da giustizialisti a garantisti, da proporzionalisti a maggioritari, da federalisti a centralisti, stavolta gira contro gli enti regionali. E infatti in Senato si sta perfezionando la riforma che taglierà le unghie alle Regioni. Mica a tutte, però: le autonomie speciali rimangono fuori dalla giostra.

   Perché mai? Semplice: perché dispongono d’un fuoco di sbarramento che può fucilare la riforma.  Diciannove fucili, quanti sono attualmente i senatori (per lo più eletti in Val d’Aosta e Sud Tirolo) del Gruppo per le autonomie.

   Siccome però le garanzie non sono mai abbastanza, siccome oggi va bene ma «di doman non v’ è certezza», gli autonomisti pretendono (e ottengono) la fideiussione perpetua. E il 9 ottobre 2015 il Senato approva l’emendamento 39.700, primo firmatario Karl Zeller, ovvero il presidente del Gruppo per le autonomie.

   Da qui il comma 13 dell’articolo 39, da qui la regola che vieta per tutti i secoli a venire di sforbiciare le competenze delle Regioni speciali, a meno che non siano loro stesse a decretarlo. Cambia infatti il procedimento di formazione degli statuti, dove per l’appunto s’elencano tali competenze: nel caso delle cinque Regioni ad autonomia differenziata, servirà una legge costituzionale adottata dallo Stato «sulla base di intese con le medesime Regioni».

   Diciamolo: è la novità più innovativa della nuova novella. Non tanto per l’uso dello strumento pattizio, quanto per il suo grado d’efficacia, per il condizionamento che poi ne deriva. Difatti la Costituzione in vigore ne contempla già un paio d’applicazioni: nell’articolo 8 (intese fra lo Stato e i culti acattolici) e nell’articolo 116 (intese fra Stato e Regioni). In entrambe le ipotesi, però, le intese precedono una legge ordinaria, non una legge costituzionale. Dunque lo Stato può sempre disattenderle, può insomma decidere da solo, purché intervenga con legge di revisione costituzionale, modificando l’ articolo 8 o l’ articolo 116.

   Ma in questo caso no, non è possibile. Il comma 13 detta una regola procedurale, né più né meno dell’articolo 138 della Costituzione, di cui è figlia la riforma Boschi. Se domani si correggesse lo statuto del Trentino senza rispettare il comma 13, sarebbe come approvare una riforma Boschi bis senza rispettare l’articolo 138.

   Vabbè, è dura da capire. Ma è ancora più dura da spiegare, ed è durissima da concepire. Anche perché la concezione del concetto è una e trina, come Dio. Primo: aumenta la forbice tra Regioni ordinarie e speciali, benché in partenza l’idea fosse quella di parificarle.

   Secondo: gli statuti speciali sono più garantiti della Costituzione medesima, giacché nel loro caso occorre un passaggio in più (l’intesa), con un procedimento ultrarafforzato. Terzo: l’autonomia delle Regioni speciali non verrà mai più ridimensionata, a meno che esse stesse decidano di fare harakiri. Risultato: ci sbarazziamo del Senato, per liberarci dai suoi poteri di veto.

E lo sostituiamo con cinque veto players, le Regioni-Stato. Evviva. (Michele Ainis)

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