Il RAPPORTO BES 2016 (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT denuncia L’AUMENTO DELLA POVERTA’ e delle DISEGUAGLIANZE (intergenerazionali, tra gruppi sociali, territoriali) – RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI: come fare per garantire a tutti un giusto benessere e superare il degrado urbano

“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.” ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da www.blastingnews.com/
“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.”
ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da http://www.blastingnews.com/

 

Giunto alla quarta edizione, il RAPPORTO BES (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Questo 12 domini sono:

01. Salute
02. Istruzione e formazione
03. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
04. Benessere economico
05. Relazioni sociali
06. Politica e istituzioni
07. Sicurezza
08. Benessere soggettivo
09. Paesaggio e patrimonio culturale
10. Ambiente
11. Ricerca e innovazione
12. Qualità dei servizi

 

   Il RAPPORTO BES (Benessere Equo e Solidale) 2016 dell’ISTAT (reso pubblico il 14 dicembre scorso) offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese. E ci fa capire, molto di più dell’assai criticato PIL (prodotto interno lordo), quale è la situazione dell’Italia, cioè se c’è una tendenza positiva da un punto di vista sociale (cioè i poveri diminuiscono), ambientale (la qualità del vivere) o se invece le cose peggiorano. Diciamo subito che le cose non vanno bene.

immagine-copertina-rapporto-bes-istat-2016

   Da un punto di vista del metodo di analisi di questi fenomeni sociali che fanno parte della nostra vita, della nostra Comunità, sembra che ci siano parametri nuovi, più allargati e approfonditi per capire quel che sta accadendo. Infatti quest’anno il “Rapporto Bes” si lega a due importanti novità:

1- l’inclusione degli INDICATORI di benessere equo e sostenibile tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016 (gli indicatori li trovate specificatamente rappresentati qui sopra).

2- l’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei 17 OBIETTIVI (SDGs, Sustainable Development Goals, nell’acronimo inglese), con i quali vengono delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni (vedi qui sotto quali sono i 17 obiettivo dell’Onu). INDICATORI DELL’ONU CHE IL RAPPORTO BES FA PROPRI.

   Bene che l’Istat abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, e inoltre ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite su obiettivi generali globali.

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infografica-istat

LE TENDENZE DEL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE RISPETTO AL 2008 – Infografica interattiva sul peggioramento e miglioramento di alcuni indicatori del benessere rispetto al 2008

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   E’ così che ci si viene a dare delle linee reali, un po’ più chiare, di programmazione, di “obiettivo”… per capire dove le cose non vanno e trovare soluzioni per migliorarle. Ed è interessante che gli indicatori siano vari ma precisi (dal lavoro alla salute, dall’ambiente di vita alla qualità dei servizi…). E che il tutto abbia una visione allargata al mondo: cioè si guarda a quelli che sono gli obiettivi dell’Onu validi e da tenere in considerazione in ogni parte del pianeta, dell’umanità (esempio: ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, favorire un uso appropriato dell’ecosistema, promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti….. etc.)

   E si viene a sapere che per il nostro Paese (in base a questi indicatori interni e obiettivi generali) le cose non vanno bene: la QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 MILIONI e 598 MILA PERSONE, a seguito in particolare dell’aggravarsi della condizione delle coppie con figli e delle famiglie di stranieri.

Giovani e lavori precari. LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D'OCCHIO (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)
Giovani e lavori precari. “LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO” (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)

   C’è un aumento molto forte delle disuguaglianze. Che disuguaglianze? Soprattutto di tre tipi: a) quelle INTERGENERAZIONALI, b) TRA GRUPPI SOCIALI, e c) TERRITORIALI.

   A proposito di queste ultime (le Territoriali) non riguardano solo l’acuirsi della crisi sociale nel SUD d’Italia, ma ci sono aree del Nord che non stanno per niente messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città. Tra le “diseguaglianze fra generazioni” queste in particolare riguardano il fatto che specie per i giovani manca il lavoro. E qui va sottolineato come l’elemento principale del DISAGIO ECONOMICO (giovani e non) è appunto legato alla DIFFICOLTÀ per famiglie e individui A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO.

   Sono peraltro temi che si pongono all’attenzione collettiva pure nel resto dell’Europa e stanno mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi (e negli Stati Uniti ha vinto Trump, che ha cavalcato “bene” questo disagio).

crisi e miserie crescenti
crisi e miserie crescenti

   Par di capire comunque, per l’Italia, che l’estensione della povertà è data da fenomeni diversi che si incrociano, e che rendono una disunione assai forte di un “sistema Paese” che si possa dare linee di sviluppo presenti e future efficaci. Si va dai giovani che non trovano lavoro (e questo è forse il maggior problema, cioè la drastica riduzione del lavoro); poi dalle famiglie con figli in forte difficoltà; dalle famiglie di immigrati (che connettono queste ultime i due precedenti problemi citati: cioè il lavoro calato drasticamente con quello dell’avere figli che costano molto per mantenerli dignitosamente); e poi ci sono le diversità territoriali, con un degrado urbano, specie nelle periferie delle città, che tende a crescere sempre più….

   Segnali di reazione locale e mondiale che si vedono, per ora sono solo di protesta, mentre il sistema generale (la politica, l’economia, la cultura) sembra incapace di “fare un salto di qualità” e dare slancio e una ripresa.

   Perché forse “questa ripresa” non è ancora identificabile su cosa e come dev’essere. Cogliamo il punto qui per sottolineare che, a nostro avviso, ancor più della “crisi del lavoro” può far paura ed essere un problema il “LIMITE DELLE RISORSE”: non ci sono risorse sufficienti a far vivere con parametri occidentali di consumo, per ora i 7 miliardi di persone del pianeta, e in breve tempo saranno ben di più.

LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell'aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri
LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri

   Giova ricordare che questi fenomeni già nel 1972 (quasi 45 anni fa) qualcuno li aveva individuati (IL CLUB DI ROMA, un’associazione nata nel 1968 da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti che si erano ritrovati la prima volta a Roma), rilevando come crescita demografica eccessiva, limite delle risorse, produzioni industriali, inquinamento dell’aria e delle acque…. siano contesti che il nostro pianeta non può sopportare.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana

   Ora noi pensiamo che una revisione dei nostri consumi, una riconversione ecologica, un rivedere i nostri modi di vita… (chiamiamo la cosa come vogliamo) sia necessità non più procrastinabile. Ma nessuno lo dice (e lo pensa, a parte forse qualche “élite” di studio, politica, economica…), e questo silenzio è un problema. Pertanto forse il “nodo” vero è il “cambiare il modo di vita”, per un superamento dell’attuale crisi di sistema dei paesi occidentali (e più che mai del “nostro”) (s.m.)

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I DICIASETTE OBIETTIVI DELL’ONU SONO:

Obiettivo 1 | xls | pdf | Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo

Obiettivo 2 | xls | pdf | Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Obiettivo 3 | xls | pdf | Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età

Obiettivo 4 | xls | pdf | Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti

Obiettivo 5 | xls | pdf | Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Obiettivo 6 | xls | pdf | Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Obiettivo 7 | xls | pdf | Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Obiettivo 8 | xls | pdf | Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

Obiettivo 9 | xls | pdf | Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

Obiettivo 10 | xls | pdf | Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

Obiettivo 11 | xls | pdf | Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili

Obiettivo 12 | xls | pdf | Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

Obiettivo 13 | xls | pdf | Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Obiettivo 14 | xls | pdf | Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Obiettivo 15 | xls | pdf | Favorire un uso sostenibile dell’ecosistema, gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità

Obiettivo 16 | xls | pdf | Promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli

Obiettivo 17 | xls | pdf | Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

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ASSEGNO PER I POVERI, SPINTA DEL GOVERNO: «UN MILIARDO AL REDDITO D’INCLUSIONE»

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– Effetto crisi. Prima della crisi gli indigenti erano 1,6 milioni. Ora sono saliti a quota 4,7 milioni – II governo Renzi ha varato lo scorso febbraio un disegno di legge delega per l’introduzione del reddito nazionale di inclusione. – Obiettivo: raggiungere 250mila famiglie con minori in condizioni di povertà assoluta. Il ddl è stato approvato alla Camera e ora è all’esame del Senato. –

   «Se la priorità del governo, come ha detto il ministro Calenda al Corriere, è la lotta alla povertà, allora perché non trasformare la delega allo stesso esecutivo in un disegno di legge definitivo, in modo che facciamo prima?». A parlare è Annamaria Parente (Pd), relatrice al Senato sul ddl delega sulla povertà. Provvedimento varato dal consiglio dei ministri nel febbraio 2016 che, dopo quasi un anno, è stato approvato solo alla Camera e ora è all’esame della commissione Lavoro di palazzo Madama.

   A febbraio il governo decise di utilizzare lo strumento della delega pensando che fosse il più rapido. Ma ora, secondo Parente, se come dice il titolare dello Sviluppo Carlo Calenda, il governo vuole «approvare subito il reddito di inclusione», la via più breve è quella del disegno di legge, senza aspettare i decreti delegati che dovrebbero dare (entro sei mesi) applicazione alla delega, una volta che sarà in vigore. Certo, con gli emendamenti suggeriti da Parente, il ddl dovrebbe tornare alla Camera, «ma in ogni caso ci tornerebbe perché al Senato ci saranno delle modifiche al testo».

   Al di là delle technicality, una cosa è certa: governo e parlamento sono in forte ritardo nell’introduzione del sostegno universale ai più poveri. E nel frattempo l’Italia è rimasta l’unico Paese in Europa a non averne uno, perché in Grecia la riforma è partita proprio con il 2017.

   Il ritardo diventa più grave se raffrontato con i dati che segnalano il drammatico aggravarsi del problema in Italia. NEL 2006, prima della crisi economica internazionale, LE FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI POVERTÀ «ASSOLUTA» erano 789MILA (il 3,5% del totale). NEL 2015 sono quasi raddoppiate, arrivando a 1.582.000 (6,1%).

   Ancora più forte l’aumento degli individui in povertà assoluta, passati da 1.660.000 (2,9%) a 4.598.000 (7,6%). E stiamo parlando di persone in condizioni di bisogno «assoluto», cioè non in grado, secondo la definizione dell’Istat, di acquistare un paniere di beni e servizi «necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza».

   Se infatti si allarga lo sguardo alla povertà «relativa» (famiglia di due persone con un consumo inferiore a quello medio pro-capite) gli individui in questa condizione sono oggi più di 8,3 milioni (contro i 6 milioni del 20 6). La delega proposta dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, prevede l’introduzione di una misura «nazionale» definita «REDDITO DI INCLUSIONE».

   Si tratta di un beneficio economico accompagnato da servizi di inclusione sociale e lavorativa secondo un piano personalizzato e sottoposto a requisiti di Isee e alla presenza di minori. La misura è finanziata, dal 2017, con un miliardo di euro l’anno. Con l’ultima legge di Bilancio sono stati aggiunti 150 milioni per il 2017 mentre i 500 milioni in più inizialmente promessi sono stati posticipati al 2018. Secondo Poletti si dovrebbero raggiungere circa 250 mila famiglie e un milione di individui, con un sostegno medio intorno ai 320 euro a famiglia. Un primo passo.

   Per raggiungere tutti i poveri assoluti con un assegno adeguato, ricorda l’Alleanza contro la povertà, che riunisce 37 associazioni, ci vorrebbero a regime 7 miliardi. Eppure Calenda, nell’intervista al Corriere, ha fatto riferimento proprio al «reddito di inclusione come proposto dall’Alleanza contro la povertà». (Enrico Marro)

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QUASI 5 MILIONI DI INDIGENTI RADDOPPIATI IN OTTO ANNI

di Filippo Santelli, da “la Repubblica” del 3/1/2017

– I dati. Nel 2007 erano 1,8 milioni poi la crisi ha fatto esplodere il disagio. Le più colpite sono le nuove generazioni. La lotta contro la povertà oggi conta su una spesa pari allo 0,1 % del Pil contro lo 0,4 della media Ue – Sono oltre un milione i minorenni per i quali è a rischio l’accesso a beni di prima necessità. Con lo stanziamento di un miliardo l’assegno potrà riguardare più di un milione di persone –

Dalle famiglie più numerose a quelle con un solo figlio. Dal Mezzogiorno verso le grandi citta del Centro e del Nord. Dagli adulti ai più giovani, penalizzati dalla carenza di lavoro. Si è allargata a macchia d’olio la povertà in Italia, durante questa crisi senza fine.

   Se nel 2007, prima della grande recessione, erano 1,8 milioni le persone sotto la soglia di indigenza assoluta calcolata dall’Istat, nel 2015 quel numero è più che raddoppiato: 1 milione e 582 mila famiglie, pari a 4 milioni e 598 mila cittadini, il 7,6%della popolazione.

   Prima, la povertà toccava solo alcune parti della nostra società, ora le raggiunge tutte. Ha risparmiato solo i più anziani, i nuclei con capofamiglia sopra i 65 anni. Ma ha travolto le nuove generazioni: li dove il capofamiglia ha meno di 44 anni è salita in otto anni dal 3,2 all’8,1%; dove ha meno di 34 anni si è impennata dall’1,9 al 10,2%. In quelle case vivono oltre un milione di minorenni per cui ogni mese è a rischio l’accesso ai beni di prima necessità.

   Bambini e ragazzi: il reddito di inclusione che il governo vuole introdurre parte da loro. Un assegno mensile del valore massimo di 400 euro per famiglia che cerca di uscire dalla logica dell’assistenzialismo, chiedendo ai beneficiari di impegnarsi nella formazione e nella ricerca di un impiego, e di far rispettare ai figli gli obblighi di frequenza scolastica.

   Testato nel 2013 dal governo Letta in dodici grandi città, l’anno scorso la sperimentazione è stata estesa dal governo Renzi sotto l’etichetta di SOSTEGNO PER L’INCLUSIONE ATTIVA, con risorse per 750 milioni. L’esecutivo ora vuole rendere il reddito di inclusione strutturale dal 2017, accelerando l’iter della delega in Senato o agendo con un decreto. Lo stanziamento già nero su bianco di oltre un miliardo permetterà di allargare la platea dei beneficiari.

   Nel 2016 l’assegno, 80 euro al mese per ogni componente della famiglia, doveva raggiungere circa 200 mila nuclei con reddito Isee inferiore ai 3mila euro l’anno, e almeno un figlio minorenne. Fanno poco più di 800 mila individui, di cui la metà under 18. Con le risorse extra quei numeri potrebbero salire della metà.

   Ma non basterà ancora per sostenere tutti i minori in povertà. E tanto meno permetterà di raggiungere l’intera platea delle famiglie in difficoltà. Secondo i calcoli dell’Alleanza contro la povertà, il gruppo di 35 associazioni che per primo ha proposto il reddito universale di inclusione, presente in quasi tutta Europa tranne Italia e Grecia, anche con 1 miliardo e mezzo si coprirebbe solo il 30% dei nuclei. Per renderlo strutturale ci vorrebbero circa 7 miliardi l’anno, lo 0,4% del Pil. Più o meno la distanza che oggi corre tra la spesa pubblica destinata alla lotta contro la povertà in Italia (lo 0,1% del Pil ) e la media comunitaria (0,4%).

   Una sproporzione enorme a fronte di un’emergenza che, scrive l’Alleanza in un recente documento, neppure una ripresa più decisa permetterebbe di superare, in mancanza di interventi specifici contro l’esclusione. L’associazione, di cui fanno parte anche sindacati e Anci, raccomanda una crescita progressiva dei fondi per portare il reddito a regime nel 2019.

   Il soldi stanziati aumentano, ma con ritardo. Senza considerare che molta della sua efficacia nell’accompagnare al lavoro gli adulti inattivi dipende dalla qualità dei servizi di welfare e per l’impiego, del tutto disomogenea sul territorio italiano: «Il punto decisivo è fornire ai soggetti locali, a partire dai Comuni, gli strumenti per poter concretamente lavorare all’inclusione degli utenti», scrive l’Alleanza. Di risorse in questo senso, per ora, non c’è traccia. (Filippo Santelli)

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ISTAT. IL RAPPORTO SUL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE

«SALE IL REDDITO MA 4,6 MILIONI DI PERSONE IN POVERTÀ ASSOLUTA»

da “il Sole 24 ore” del 15/12/2016

   La moderata crescita del reddito disponibile pro-capite (+1% rispetto al 2014) e del potere d’acquisto (+0,9%), cui ha contribuito la frenata della dinamica dei prezzi, ha favorito, nel biennio 2014-15, un recupero della spesa pro-capite per consumi (+1,6%), mentre la propensione al risparmio è rimasta inferiore a quella del periodo pre-crisi.

   Lo rivela l’Istat che ieri (mercoledì 14 dicembre, ndr) ha presentato la quarta edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes). Il recupero di fiducia si associa alla diminuzione delle persone che vivono in famiglie che arrivano a fine mese con gran difficoltà (dal 17,9% nel 2014 a 15,4% nel 2015). Si riduce anche la quota di famiglie in condizioni di vulnerabilità finanziaria (dal 4,8% nel 2012 a 3,6% nel 2014): tra quelle con minori livelli di ricchezza è diminuito sia il numero degli indebitati sia la loro esposizione media.

   La crescita del reddito disponibile non ha tuttavia modificato la disuguaglianza (nel 2015 l’indice è identico a quello dei 2013, il più alto dell’ultimo decennio) e si conferma sopra la media europea: il rapporto tra il reddito percepito dal 20% dei più ricchi e il 20% dei più poveri è stata pari nel 2015 a 5,8 in Italia, contro una media europea di 5,2.

   I LIEVI SEGNALI DI RIPRESA DEL REDDITO NON TOCCANO CHI VIVE IN CONDIZIONI DI FORTE DISAGIO. NEL 2015 LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9% dal 19,4% del 2014, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, PARI A 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri.

   In Italia IL DISAGIO ECONOMICO È LEGATO ALLA DIFFICOLTÀ PER FAMIGLIE E INDIVIDUI A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO: l’11,7% delle persone vive in famiglie con intensità lavorativa molto bassa, valore che sale al 20,3% nelle regioni del Mezzogiorno. Tuttavia nel 2015 s’è interrotta una tendenza all’aumento che si è protratta per tutto il periodo 2009-2014. (D.CoI.)

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UN’AGENDA SENZA GIOVANI – LA DISUGUAGLIANZA NON ASPETTA LA POLITICA

di Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016

– L’agenda politica ha dimenticato un’intera generazione (gli under 35) e due capitoli prioritari, le disparità geografiche e il tasso di povertà –

   Nel dibattito politico occidentale è ormai largamente accettata la tesi dello stretto collegamento tra incremento delle disuguaglianze e nuovi orientamenti elettorali. C’è in verità qualche osservatore che replica (per altro giustamente) come in virtù del grande balzo di Pechino la povertà nel mondo sia diminuita, peccato però che i sistemi elettorali restino nazionali e che di conseguenza le nuove middle class cinesi non possano votare per la stabilità dei regimi democratici occidentali.

Senza una quadratura globale del circuito disuguaglianze-politica non rimane evidentemente che rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi. Con un’avvertenza: non occorre solo dotarsi di una bussola per la navigazione in alto mare e quindi mettere insieme le analisi sulla critica della globalizzazione, l’impatto delle tecnologie e la ricognizione dello stato delle democrazie, bisogna anche metter giù un’agenda sul breve.

   Perché se la storia si è messa a correre, le disuguaglianze sembrano aver fretta anche loro e se non intravedono quantomeno dei correttivi rischiano di generare contraccolpi irreversibili. Evito accuratamente di usare il termine «populismo» perché nell’ultimo periodo è diventato un contenitore di troppe cose diverse tra loro, compreso il vecchio tic della superiorità antropologica che come è noto porta a definire deplorevoli tutti quelli che non fanno parte dell’universo dei colti.

   Vale la pena anche ricordare come la disuguaglianza italiana, poi, abbia suoi tratti peculiari. Da noi non ci sono figure come l’operaio bianco del Wisconsin pro-Trump o la tuta blu di Sunderland pro-Brexit, anzi i metalmeccanici italiani pochi giorni fa hanno firmato unitariamente — compresa la Fiom dunque — un contratto di lavoro giudicato come una svolta nella storia delle relazioni sindacali italiane.

   LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35) e poi presenta come capitoli prioritari LE DISPARITÀ NORD-SUD e IL TASSO DI POVERTÀ. Per quanto riguarda il Mezzogiorno è saggio attendere le linee di intervento che saranno esplicitate dal neoministro Claudio De Vincenti, quanto alle politiche contro l’indigenza è presto detto: è stata approvata una legge delega ma mancano i decreti legislativi e le risorse stanziate sono chiaramente insufficienti. L’agenda è fin troppo chiara.

   Tornando invece ai temi della disoccupazione giovanile non si può non ripartire dal jobs act, concepito a suo tempo da Matteo Renzi come una ricetta che avrebbe cambiato il corso degli avvenimenti (ma non è andata così). La ripresa è stata assai più fragile di quanto avesse immaginato, il rimpallo di cifre tra Istat, ministero del Lavoro e Inps ha generato la sensazione di poca trasparenza sui numeri e il risultato è stato che il consenso giovanile ha soffiato sulle vele del No.

   Le previsioni sulle assunzioni per il 2017 non sono molto incoraggianti: secondo dati diffusi proprio ieri dall’agenzia Manpower per i primi tre mesi dell’anno nuovo solo il 3% delle imprese consultate stima di aumentare l’organico, il 90% non si attende variazioni e il 9% prevede addirittura un calo.

   È vero che saranno investiti 730 milioni per il solo 2017 per la totale decontribuzione delle assunzioni under 29 e al Sud ma siamo comunque nell’ambito di quelli che i tecnici definiscono stimoli emergenziali.

   Per incidere sulla disuguaglianza e i suoi riflessi, psicologici prima e politici dopo, serve una prospettiva strutturale: AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO.

   E’ questa percezione che manca e che genera un disorientamento totale, la paura di non farcela mai. Cosa può fare la politica o addirittura un governo transitorio per circoscrivere questo dramma o almeno invertire la tendenza? Può far molto, può dedicarsi anima e corpo a organizzare l’orientamento dei giovani, la loro formazione, a evitare disallineamenti tra domanda e offerta, a invitare le imprese a mettersi al passo con la digitalizzazione dei processi e l’incremento del capitale umano.

   E’ quasi un’agenda del buonsenso, ci vuole solo la volontà di tradurla in fatti. (Dario Di Vico)

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«LA RIPARTENZA? SOLO PER POCHI. TROPPE DISUGUAGLIANZE E SUD AL PALO»

di Angelo Mastrandrea, di “Il Manifesto” del 14/12/2016

– Intervista. L’ex ministro e inventore del “Bes – Benessere Equoe Sostenibile” ENRICO GIOVANNINI: il benessere italiano è ancora inferiore ai livelli pre-crisi –

   «L’Italia sta ripartendo? Sì, se ci si basa solo sugli indicatori economici. Ma il benessere italiano è ancora lontano dai livelli del 2009, prima della crisi». Ex presidente dell’Istat e ministro del Lavoro nel governo guidato da Enrico Letta, ENRICO GIOVANNINI è l’inventore del Bes, un indice unico al mondo che misura il grado di benessere dei cittadini e non solo la ricchezza complessiva.

   Complementare al Pil, più che sostitutivo, ma fondamentale per comprendere più a fondo la società italiana, anche se «alcuni indicatori andrebbero resi più tempestivi, come già accade per il Pil», sostiene. «Fin da quando lavoravo all’Ocse, mi sono battuto contro la cultura del numero unico sulla quale si basa il Pil», dice. Invece, «bisogna accettare la complessità», dunque la possibilità che «alcuni parametri migliorino e altri no» o che il benessere possa essere distribuito a macchia di leopardo, perfino all’interno della stessa città.

   Come portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis), Giovannini è pure soddisfatto del fatto che l’Istat per la prima volta abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite, «anche se avrebbero potuti essere noti prima perché fossero utilizzati per la legge di bilancio appena approvata».

Insomma, professor Giovannini, il Paese sta ripartendo e molti cittadini non se ne sono accorti?

Se ci si basa sui normali indici economici, questi dicono che c’è una ripresa, ma è contenuta e non compensa affatto gli anni della crisi. Se andiamo a guardare bene, notiamo che siamo ancora ben al di sotto dei valori del 2009. Le piccole variazioni che ci sono state non bastano a recuperare il terreno perduto. A questo va aggiunto l’aumento delle disuguaglianze, che sono fortissime.

Che tipo di disuguaglianze?

Soprattutto quelle intergenerazionali, tra gruppi sociali e territoriali. Un piccolo aumento dell’occupazione non basta certo a compensare il divario.

Vuol dire che i giovani stanno decisamente peggio dei loro genitori e nonni e il Sud peggio del Nord?

Sì per quanto riguarda il primo punto, non necessariamente per il secondo. Ci sono aree del Nord Italia che non stanno messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città.

È il tema che si pone all’attenzione della politica pure nel resto dell’Europa e sta mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi.

Certo. Se leggiamo il rapporto dell’Istat sulla soddisfazione di vita delle persone, pubblicato di recente, notiamo che esiste un forte disagio in molte città a causa del peggioramento dei servizi di trasporto. In questo caso è la qualità della vita a peggiorare, perché tutti odiano il tempo trascorso su bus, treni locali, tram e metropolitane.

Una delle poche novità, forse l’unica, del neonato governo Gentiloni è il ritorno di un ministero che dovrà occuparsi del Mezzogiorno. Senza voler scomodare la vecchia «questione meridionale», la considera una scelta che va nella giusta direzione, ossia di una riduzione del divario tra il Nord e il Sud dell’Italia?

È un segnale di attenzione, soprattutto se si pensa all’attuazione della programmazione dei nuovi fondi strutturali europei 2014-2021. Ora si tratta di realizzare il processo che abbiamo cominciato con il governo Letta e una regia centrale può spingere perché vengano utilizzati, anche se poi il compito spetta soprattutto alle regioni. Spendere questi soldi è un’assoluta necessità, perché solo in questo modo si può creare una massa critica che non si riuscirebbe a realizzare a causa dei vincoli di bilancio. Se non lo si fa, non si può nemmeno immaginare quel salto di qualità di cui abbiamo bisogno.

In ogni modo, il Sud rimane fanalino di coda in numerosi parametri.

Tutti i dati contenuti nel rapporto mostrano come il divario con il resto dell’Italia sia inaccettabile. Faccio un solo esempio: gli asili nido, che sono un elemento cruciale per la crescita delle disuguaglianze tra donne e uomini. Anche nel resto d’Europa ci sono aree che sono indietro e che stanno recuperando, penso alla Polonia. Se in Italia non riusciamo a far crescere il nostro meridione non di qualche zero virgola ma di diversi punti percentuali, non risolveremo il problema e l’intero paese non beneficerà neppure dell’effetto di trascinamento di questa crescita.

Il dossier sul Benessere equo e sostenibile dipinge un quadro non univoco. Non tutti i dati sono terribili. Come va interpretato, secondo lei?

La realtà non può essere sintetizzata in un singolo numero: lei la guiderebbe un’automobile che le indica solo la velocità e poi magari la lascia senza benzina? Quello del numero unico è un riflesso condizionato della cultura del Pil, contro la quale mi batto da tempo. Bisogna accettare la complessità e rendersi conto che alcune condizioni migliorano e altre no. Il quadro che emerge non è però contraddittorio: nonostante alcuni segnali positivi, è evidente che complessivamente la situazione del benessere è lontana dai livelli pre-crisi. Considerando la crescita delle disuguaglianze, i miglioramenti non sono percepibili allo stesso modo da tutta la popolazione. (intervista di Angelo Mastrandrea)

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RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI

di Andrea Montanino, da “La Stampa” del 15/12/2016

   I due eventi politici più rilevanti e dirompenti del 2016 – Brexit e l’elezione di Donald Trump – mostrano al mondo che la storia finora raccontata sui benefici della globalizzazione non basta più. Se la povertà assoluta si è ridotta nei Paesi emergenti durante gli ultimi 30 anni grazie alla globalizzazione, i cittadini dei Paesi occidentali e sviluppati hanno visto i loro redditi crescere a un ritmo inferiore rispetto al passato, in qualche caso calare e le diseguaglianze all’interno delle proprie nazioni aumentare.

   In tutti gli Stati del Sud degli Usa, oggi almeno il 15% della popolazione viene considerato sotto la soglia di povertà e non si tratta solo delle tradizionali categorie e etnie, ma riguarda anche quelli che un tempo erano ceto medio. Nel Regno Unito, una classe media rurale impoverita si è spaventata di fronte ai 65 mila rumeni e bulgari che sono entrati nel Paese durante il 2015 (erano stati 10 mila solo 3 anni prima). In diversi Paesi europei (Italia, Germania, Austria, Spagna) il numero di persone a rischio di povertà ha ripreso a crescere a partire dal 2009, dopo anni di costante declino.

   Categorie sociali che prima avevano un ruolo importante nelle società occidentali sono ora ai margini. I cittadini dei Paesi economicamente avanzati hanno preso coscienza di queste tendenze, messo in dubbio i benefici della globalizzazione, e si affidano a populismi abili a conquistare voti, ma la cui capacità di governare questi cambiamenti in modo costruttivo è tutta da verificare.

   Il G7 di Taormina a maggio e le celebrazioni dei 60 anni della nascita della Comunità europea previste a Roma per fine marzo, fanno ricadere sull’Italia la responsabilità di proporre un diverso approccio verso la globalizzazione. Il nuovo presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha dalla sua questi anni da Ministro degli Esteri e quindi una approfondita conoscenza dei meccanismi e dei riti di questi eventi. Dovrà dimostrare di avere anche le idee chiare per far essere l’Italia protagonista nelle proposte e non solo farla emergere come un’ottima padrona di casa.

   I sessant’anni del Trattato di Roma devono essere il punto di partenza verso un’Unione Europea che prende seriamente in considerazione le istanze dei perdenti dalla globalizzazione, ad esempio dando forma a politiche sovranazionali per la crescita (leggasi eurobond) o a un bilancio europeo capace di far fronte a choc di breve periodo.

   II G7 di Taormina sarà il primo al quale partecipa il Presidente eletto Trump. Potrebbe arrivare all’appuntamento con idee forti in merito alla riduzione del commercio, l’introduzione di barriere e in genere mostrare un atteggiamento aggressivo verso i mercati – Cina in testa – che più hanno beneficato della globalizzazione. All’Italia e al suo premier Paolo Gentiloni spetta il compito di incanalare questa eventuale aggressività – logica conseguenza del mandato che Trump ha ricevuto dai cittadini americani – verso politiche che tengano conto che non si può tornare indietro perché i mercati, quotidianamente, sono ormai troppo interconnessi tra di loro.

   Le proposte sul tavolo devono però spiegare come il commercio e l’apertura dei mercati, la maggiore integrazione tra nazioni europee, il rispetto rigoroso delle regole di base del mercato del lavoro e una politica di redistribuzione adeguata possono allargare la platea dei beneficiari della globalizzazione.

   In questo 2017, anno primo dell’era Trump, l’anno dell’avvio della Brexit, l’anno delle elezioni tedesche e francesi, l’Italia deve mettere sul tavolo una proposta credibile contro i populismi senza contenuti che si aggirano per il mondo. (Andrea Montanino)

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ITALIA, I NUOVI POVERI SONO I BAMBINI

di Sara De Carli, 5/12/2016, dalla rivista VITA (http://www.vita.it/ )

   Audito in Commissione Lavoro del Senato in vista dell’istituzione del REDDITO D’INCLUSIONE (vedi articolo che segue che spiega il “reddito di inclusione”, ndr), il presidente dell’Istat fornisce un quadro forse noto agli addetti ai lavori, ma assolutamente impressionante di come la povertà in Italia sia cambiata. Se i nuovi poveri sono i bambini, la priorità della nuova misura dovrà essere sostenere il lavoro dei giovani che hanno osato diventare genitori

   L’abbiamo sentito e detto più volte: le famiglie con figli minori sono quelle che più stanno pagando i costi della crisi. Di più: il nuovi poveri, in Italia, hanno gli occhi grandi e innocenti dei bambini. L’abbiamo sentito e detto più volte, ma ora le memorie che l’Istat ha consegnato al Senato, nell’ambito delle audizioni sulla nascente misura nazionale di contrasto alla povertà (il REI-Reddito di inclusione), mettono in fila una serie di numeri e osservazioni che danno uno spaccato certo non inedito ma assolutamente impressionante.

   L’audizione del presidente di Istat in Commissione Lavoro (in allegato il pdf integrale) non è andata sull’impatto possibile delle politiche proposte (al momento non ci sono «elementi sufficienti» per fare tali valutazioni), quanto sulle dimensioni e le caratteristiche delle platee potenziali di destinatari.

   I numeri-cornice sono noti: nel 2015, 1 milione 582 mila famiglie residenti in Italia (circa il 6% del totale) sono in condizione di povertà assoluta, ovvero 4 milioni e 598 mila individui, il 7,6% dell’intera popolazione. Ma è entrando nel dettaglio che si capisce come l’incidenza e i profili della povertà assoluta si siano modificati negli ultimi anni.

   Andiamo a prendere la composizione della famiglia: qual è il tipo di famiglia che più è colpito dalla povertà assoluta? Quella con 3 o più figli minori. Se la famiglia presenta queste caratteristiche, schizza nella condizione di povertà assoluta 13,3 volte su 100. Le famiglie con solo un figlio si fermano al 4,9%. Ma la percentuale più bassa, ovvero la condizione famigliare meno a rischio di povertà assoluta è quella della coppia di pensionati over65: solo il 2,7% dei nuclei con questo profilo cade nella categoria dei poveri assoluti

   Se poi guardiamo alle caratteristiche della persona di riferimento, il bread winner, i più poveri sono i giovani adulti che hanno osato metter su famiglia, quelli fino a 34 anni: sono in povertà assoluta il 10,2% delle famiglie con un capofamiglia under34, contro il 4% di quelle che hanno per capofamiglia un over65. E anche guardando la posizione professionale, versano in povertà assoluta il 3,8% dei pensionati contro il 6,1 degli occupati e il 19,8% di chi è in cerca di occupazione

   Alleva lo ha riassunto così: «in Italia, livelli elevati di povertà assoluta si osservano anche per le famiglie con cinque o più componenti (17,2%), tra le coppie con tre o più figli (13,3%); l’incidenza sale a oltre il 18% se in famiglia ci sono almeno tre figli minori mentre scende sensibilmente nelle famiglie di e con anziani: la stima è del 3,4% tra le famiglie con almeno due anziani».

   E ancora: «le famiglie con a capo un ritirato dal lavoro sono quelle che mostrano l’incidenza più bassa, di poco inferiore al 4%, a conferma del quadro più roseo che emerge per le famiglie di anziani o con anziani». Tornando al come sta cambiando lo scenario, Alleva afferma che fino al 2011, la povertà assoluta si è mantenuta stabile su livelli prossimi al 4% delle famiglie, nel 2012 e nel 2013 l’incidenza di povertà assoluta mostra un aumento di circa 2 punti percentuali e negli ultimi due anni, la crescita della povertà assoluta si è fermata. Per quanto riguarda il profilo dei poveri assoluti, «il cambiamento più evidente ha riguardato la crescente vulnerabilità dei minori, legata alle difficoltà dei giovani adulti, anche al Centro-Nord, nel sostenere il peso economico della prima fase del ciclo di vita familiare, a seguito della scarsa e precaria domanda di lavoro. Particolarmente vulnerabile appare la condizione delle famiglie di stranieri al Nord. Al contempo si è osservato un miglioramento della condizione degli anziani».

   Se per popolazione e famiglie in generale la povertà assoluta è grossomodo raddoppiata fra il 2005 e il 2015 (dal 3,6 al 6,1%), per le famiglie con figli minori è più che triplicata, con un balzo dal 2,8 al 9,3%. Quanto ai numeri assoluti, i minori in povertà assoluta (povertà assoluta, non disagio economico né rischio di povertà) sono 1 milione 131mila, quasi l’11% dei minori residenti in Italia, contro un valore che per il complesso della popolazione si ferma a 7,6%.

(….) In ogni classe dei nostri figli (facciamo 20 alunni per comodità di calcolo) ci sono almeno due bambini (ma forse anche due e mezzo) in povertà assoluta. Ma ci saranno vistose differenze fra Nord e Sud, è la prima e spontanea reazione. Affatto. L’incidenza di povertà assoluta tra i minori è l’11,7% Mezzogiorno, arriva al 10,6% al Nord e “si ferma” al 9,7% nel Centro.

   Le differenze, spiega Alleva nell’audizione, sono altre: è più elevata nella aree metropolitane (10,5%), soprattutto per le famiglie del Nord (17,6%), e tra le famiglie di stranieri: oltre un terzo di queste ultime è in povertà assoluta, il 44%. La quasi totalità dei minori in povertà assoluta ha genitori con un titolo di studio non elevato (in circa il 96% dei casi al più il diploma di scuola media superiore) e la maggioranza ha un solo genitore occupato (61,8%), per lo più con un basso profilo professionale. L’incidenza di povertà assoluta fra i minori stranieri è oltre sei volte quella registrata fra i minori italiani (rispettivamente 43% e 7,1%), con un divario più accentuato al Nord (rispettivamente 45,6% e 4,6%).

   Cosa ci dice tutto questo? E cosa dice a quanti stanno lavorando per creare la prima misura nazionale contro la povertà? Innanzitutto che la strada scelta – quella di associare a misure monetarie anche un percorso di inclusione sociale e lavorativa – è la strada giusta: Alleva parla di un intervento «particolarmente opportuno» in considerazione del fatto che la povertà incide particolarmente con le famiglie con a capo una persona non occupata e stante il limitato ruolo che in Italia hanno i centri per l’impego.

   Le altre osservazioni dell’Istat vanno nella direzione di un riordino delle misure assistenziali esistenti e di un coordinamento più forte degli interventi in materia di servizi sociali. L’Italia complessivamente non spende poco rispetto ad altri Paesi per le prestazioni sociali, ma spende sistematicamente meno per la protezione di gruppi di popolazioni deboli: la metà esatta della spesa sociale italiana va per la vecchiaia (49,3%), per la famiglia e l’infanzia il 5,4% nel 2014 (in aumento per via del bonus Irpef degli 80 euro, che rappresenta da solo i due terzi delle risorse destinate alla famiglia, di cui però solo un terzo della spesa è andata a beneficiari che si collocano nei due quinti più poveri della distribuzione del reddito), per la disabilità il 5,9%, per la disoccupazione il 5,8%, per l’abitazione lo 0,7%…

Per la povertà nello specifico (esclusione sociale e politiche abitative) non si arriva all’1% della spesa sociale, lontanissimi dal 7,9% del Regno unito. Inoltre l’Italia si distingue per una quota molto elevata di spesa sociale non sottoposta alla prova dei mezzi (il 94,3% della spesa).

   L’audizione dell’Istat ha anche rivelato che per il 2018 è previsto un aggiornamento del paniere povertà assoluta, la revisione della scala di equivalenza e un nuovo calcolo del suo valore monetario (già oggi Istat dà non una soglia per dire qual è la linea della povertà assoluta ma 342 soglie, combinando caratteristiche della famiglia, territorio e tipo di comune), utilizzando anche i dati registrati alle casse dei supermercati (scanner data).

…….

REDDITO DI INCLUSIONE 2016: CHE COS’È ? COME FUNZIONA E CHI SONO I BENEFICIARI?

(da http://it.blastingnews.com/economia/ del 18/7/2016)

   Ecco tutte le novità del testo appena approvato (nel luglio 2016, ndr) alla Camera e contenuto nel ddl povertà

   Da anni si parla di riordino delle prestazioni assistenziali ma finora nulla si è fatto, se non cambiare più volte i nomi ad una misura a sostegno dei meno abbienti. Fu per primo il Movimento 5 stelle che sollevò tale problema e chiamò tale misura “reddito di cittadinanza“ per indicare una sorta di ammortizzatore sociale (misura non assistenziale). Si è poi passati al “reddito minimo” e ad altri nomi simili.

   La scorsa settimana (12 luglio 2016, ndr) la Camera ha finalmente approvato il Reddito di inclusione REIS, contenuto nel ddl povertà.

   Tale reddito pensato per arginare il fenomeno della povertà che in Italia colpisce più di un milione e mezzo di famiglie in condizioni di povertà assoluta, si pone quindi quale strumento organico per andare incontro alla persone più indigenti. Il testo approvato nella forma di una legge delega dovrebbe incaricare il #Governo ad adottare entro 6 mesi dopo l’entrata in vigore, un dlgs che prevede l’introduzione di una misura su scala nazionale di contrasto della povertà.

   Il governo quindi dovrebbe disciplinare anche la durata del beneficio e il suo possibile rinnovo oltre che dei progetti personalizzati che saranno predisposti da una équipe multidisciplinare. Previsto inoltre anche un decreto legislativo che provveda al riordino delle prestazioni di natura assistenziale finalizzate al contrasto della povertà, eccezione fatta per le prestazioni rivolte alla fascia di popolazione anziana

REDDITO DI INCLUSIONE: CHI SONO I BENEFICIARI?

Il carattere dell’universalità sarà bilanciato dalla necessaria sussistenza della  prova dei mezzi, effettuata attraverso l’ISEE appunto. I soggetti che rientrano al di sotto di una determinata fascia ISEE, possono beneficiare di tale misura purché abbiano determinate caratteristiche.

   La misura infatti viene incontro principalmente :

– ai nuclei familiari  con figli minori o con disabilità grave

– a donne in stato di gravidanza accertata

– persone di età superiore a 55 anni in stato di inoccupazione o disoccupazione.

   La misura dovrebbe attestarsi su almeno 320 euro mensili ed essere di conseguenza strutturale. Dovrebbe quindi tradursi in dei servizi alla persona e di un beneficio economico, nell’ottica di un  progetto sociale di affrancamento dalla povertà. Al fine di evitare che di tale misura possano beneficiarne anche chi non ne ha diritto sono previsti dei controlli anche dall’Inps che può avvalersi dell’aiuto dell’anagrafe tributaria.

LE POLEMICHE LEGATE AL REDDITO DI INCLUSIONE

La forza mediatica del reddito di inclusione è stata pari alle polemiche provenienti da varie forze politiche. A parte la bagarre in aula al momento dell’approvazione dell’emendamento sul reddito di inclusione, con voce unanime le opposizioni hanno parlato di “tentativo di imitazione” del cosiddetto reddito di cittadinanza.

   La critica ha inoltre riguardato innanzitutto l’insufficienza delle risorse economiche e la mancata fissazione di parametri per regolamentare la materia che dovranno essere affidati ad un dlgs attuativo del governo. In prima linea il M5S della Camera che ha parlato di come la somma accordata rappresenti una cifra insufficiente per dare dignità a persone molto povere. Non si tratterebbe quindi nè di un aiuto a chi non può mantenersi per essere rimasto disoccupato né di una misura pensata per reinserire tali soggetti in percorsi di formazione volti ad una riqualificazione sociale. #Crisi economica

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L’ANALISI

RISPOSTE DI POLICY PER CONTRASTARE L’AUMENTO DEL DISAGIO SOCIALE

di Rossella Bocciarelli, da “il Sole 24ore” del 15/12/2016

– L’ESIGENZA. Garantire «clausole di salvaguardia» alle fasce sociali che rischiano di uscire sconfitte dalla globalizzazione – L’EUROZONA. L’incertezza politica e delle politiche riguarda da vicino anche i paesi di Eurolandia per cui il 2017 è un anno elettorale –

il grafico a elefante di Milanovic
il grafico a elefante di Milanovic

Occhio al grafico dell’elefante. Nel presentare il rapporto del CsC, il direttore Luca Paolazzi non ha mancato, per dar conto di una causa importante dell’incertezza politica e dei venti populisti, di far riferimento al famoso grafico dell’economista Branko Milanovic su vincenti e perdenti della globalizzazione.

   In un lavoro per la World Bank l’esperto mette infatti sulle ascisse la popolazione mondiale in ordine crescente di reddito e sulle ordinate misura il progresso o declino di reddito tra il 1988 e il 2008. Se ne ricavano i destini di quattro gruppi: il primo gruppo (la parte finale della coda dell’elefante) è quello degli esclusi e dei più poveri che non riescono a partecipare dei benefici del mercato, il secondo (il dorso) è quello delle classi medie emergenti dei paesi poveri ed emergenti, che traggono beneficio dalla crescita e dalle opportunità della globalizzazione, facendo concorrenza con salari più bassi ai lavoratori non specializzati o poco specializzati dei paesi ricchi. Nel terzo gruppo di reddito (la parte bassa della proboscide) compaiono infatti questi ultimi e la vecchia classe media dei paesi avanzati, che progressivamente s’impoverisce. Il quarto gruppo (la parte finale della proboscide rivolta verso l’alto) è quello del top 1 per cento, dell’élite dei proprietari del capitale e di quanti occupano posizioni importanti nel settore finanziario, che ottengono vantaggi dalla globalizzazione.

   Certamente, soprattutto per spiegare ciò che è accaduto negli Stati Uniti, è quindi assai utile quel grafico che mette in evidenza come il terzo gruppo abbia avuto la peggio. In pratica, il forte incremento di reddito ottenuto dalla Cina grazie alla globalizzazione ha finito con il favorire l’ascesa di Donald Trump.

   Ma anche in Italia i segni di disagio sociale esistono e occorre tenerne conto, come ha giustamente sottolineato nel suo discorso d’insediamento il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e come ricorda il rapporto Csc (i 4 milioni e seicentomila poveri, in maggioranza giovani e abitanti del Sud, che sono aumentati del 157% rispetto ai 2007).

   E se ha davvero poco senso economico rispondere con il protezionismo alle esigenze di chi si trova in difficoltà, sembrano tuttavia urgenti e necessarie risposte politiche adeguate. Magari, come dice l’economista DANI RODRIK, garantendo “CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA” AI PERDENTI DEL PROCESSO.

   L’incertezza politica e delle politiche, del resto, riguarda da vicino anche i paesi di Eurolandia, per molti dei quali il 2017 è un anno elettorale. E nell’eurozona, come rimarca l’economista Giancarlo Corsetti, non siamo ancora capaci di generare una stance di politica economica molto forte.

   Secondo il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio Giuseppe Pisauro, tuttavia, la recente posizione a favore di una fiscal policy espansiva espressa dalla Commissione europea, se anche in questo momento appare di scarsa efficacia (difficilmente l’indicazione a spendere per fare più investimenti pubblici verrà legittimata dall’elettorato tedesco e olandese) va vista però come una posizione importante e coraggiosa. In essa, infatti, si afferma con chiarezza che, così com’è ora, l’applicazione dei programmi nazionali di politica di bilancio ha un’intonazione tutt’al più neutrale rispetto all’economia. Troppo poco, se al futuro dell’Europa si crede davvero. (Rossella Bocciarelli)

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DEGRADO URBANO: LA GIUNGLA DELLE PERIFERIE

di Antonio Rossitto, da “PANORAMA” del 21/12/2016

– II caso della famiglia marocchina respinta dagli abitanti delle case popolari di San Basilio, a Roma, è la fotografia di un disagio sociale e umano che le amministrazioni italiane non sanno come affrontare. «Il sistema di assegnazione degli alloggi si basa su una legge del 1970» spiega Gian Valerio Lombardi, presidente di Aler Milano. (Gian Valerio Lombardi, 70 anni, è presidente dell’Azienda lombarda edilizia residenziale (Aler) dal 2013) –

   Era arrivato carico di valigie e speranze. Un nuovo tetto a San Basilio, periferia est di Roma. Cinque anni di lista d’attesa. Poi, finalmente, qualche giorno fa il Comune gli aveva concesso l’agognato alloggio. Così, una settimana fa, Mourad Maslouh, operaio marocchino di 40 anni, si è presentato al civico 15 di via Filottrano, con la moglie e i tre figli piccoli. Nel palazzo scoppia la rivolta. Gli inquilini cacciano la famiglia al grido di «via i negri, case agli italiani». E i Maslouh sono costretti a sloggiare. Troppo pericoloso rimanere li. Anche se la legge è dalla loro parte.

   Una storia che ha riaperto vecchie ferite. L’Italia delle case popolari è sempre stata una giungla. Ma la crisi economica e l’aumento degli stranieri hanno trasformato questi malconci palazzoni in polveriere: occupazioni, degrado, violenza. Lotte tra poveri.

   Per questo, a giugno 2013, Roberto Maroni, decise di chiamare Gian Valerio Lombardi. Al governatore lombardo serviva qualcuno capace rimettere in piedi la disastrata Aler Milano, l’azienda regionale che gestisce l’edilizia residenziale pubblica della provincia meneghina. E la scelta cadde su Lombardi, prefetto di Milano dal 2005 all’inizio del 2013. Anni in cui il superpoliziotto ingaggiò un’epica e vittoriosa battaglia contro campi rom e abusivi.

   Lombardi adesso è il presidente dell’Aler, la società di case popolari più grande d’Italia. Napoletano, 70 anni, baffi bianchi, l’ex prefetto in tre anni e mezzo è riuscito a raddrizzare la barra, puntando su tagli, efficienza e valorizzazione del patrimonio. Come la vendita delle 11 villette liberty del «Quartiere del sarto» di Città Studi, a Milano, comprate da Salini Impregilo lo scorso agosto per più di 11 milioni di euro.

   Ma l’edilizia pubblica resta un bubbone: economico e sociale. A partire da quei meccanismi di aggiudicazione che hanno fatto scoppiare l’ingiusta rivolta di San Basilio a Roma. «Il sistema si basa ancora su una legge del 1970» riflette Lombardi. «I Comuni fanno le graduatorie, noi diamo le case. Guardi, per esempio, l’ultimo bando per Milano, appena pubblicato». Tira fuori un elenco di una cinquantina di pagine: 24 mila persone in graduatoria. Comincia a leggere i primi nomi: «Abou, Gajic, Yemane, Cektezi, Rojas… Molti dei futuri assegnatari sono stranieri senza reddito». La percentuale di extracomunitari fra i nuovi inquilini continua a crescere: 30 per cento nel 2010, quest’anno è al 38 per cento. Circostanza che alimenta nazionalismi e razzismo. Anche a Milano, dove sono nati gruppi di inquilini che chiedono assegnazioni più favorevoli agli italiani.

   Ogni anno Aler assegna comunque un migliaio di alloggi. Prima, però, vanno riqualificati. Ma non ha i soldi. «Solo grazie all’impegno all’assessore regionale alla Casa, Fabrizio Sala, l’anno scorso abbiamo avuto 55 milioni di euro» dice Lombardi. Investimenti che però spesso diventano a fondo perduto. «lo spendo 15 mila euro per sistemare un appartamento, appena riconsegnato» esemplifica Lombardi. «Poi però devo darlo a una persona senza reddito. So già che non pagherà: né canoni né bollette. Ma non ho scelta. E anche se non paga non posso cacciarla. La denuncio, certo. Ma la cosa si ferma lì».

   La giustizia protegge quindi i morosi? «Diciamo che la lentezza della giustizia civile non ci aiuta…». Morale: «Dobbiamo anticipare ogni anno 90 milioni in canoni e spese condominiali non pagate. Insomma un inquilino su quattro non paga. I canoni restano piuttosto bassi: in media 120 euro per 80 metri quadri. Molti però non riescono a pagare lo stesso. Le case sono date a soggetti economicamente fragili».

   I conti, quindi, non possono tornare. «Da una parte ci chiedono di avere i conti in ordine, dall’altra di essere assistenziali. Ma noi possiamo agire ed essere virtuosi solo sul fronte dei risparmi. Anche perché abbiamo trovato l’azienda con una situazione economica piuttosto compromessa». Tanto da aver spinto Lorella Sossi, direttore generale Aler, a consegnare al procuratore di Milano, Francesco Greco, un dossier su presunte irregolarità della precedente gestione. «Negli ultimi 30 mesi abbiamo risparmiato 30 milioni di euro» assicura Lombardi. «Personale, dirigenti, consulenti, auto, spese inutili. Abbiamo tagliato tutto. Ma le entrate continuano a calare, complice la crisi».

   E poi ci sono i furbi. Come in quell’appartamento in zona Niguarda, passato da padre in figlio. Debiti compresi: oltre 200 mila euro, accumulati dal 1982. Ci sono voluti 94 tentativi per liberare il domicilio. E scoprire che l’affittuario non sarebbe un nullatenente, ma un dipendente della Metropolitana milanese, che gestisce le case popolari del Comune. Per non parlate di quell’inquilino a canone calmierato che decide di monetizzare il suo beneficio. E mettere la «sua» casa su Airbnb: 75 euro l’affitto diario. Così, quando gli ispettori Aler bussano alla porta, vengono ricevuti da una ignara coppia di vacanzieri svizzeri.

   Furbi, morosi, disperati. E un esercito di abusivi. Più di tremila, sulle quasi 40 mila abitazioni gestite dall’Aler. Un numero in continuo aumento. A Milano e dintorni viene occupata una casa al giorno: tre volte su quattro da stranieri. Egiziani, romeni e marocchini, soprattutto. Arrivano nottetempo, con le mazze e i picconi. Sfondano porte e finestre. Un boato. Poi, “armati” di bambini, prendono possesso del nuovo nido.

   «Nomadi ed extracomunitari, grazie a precise segnalazioni, rompono la porta ed entrano» racconta Lombardi. «Noi chiamiamo subito la polizia. Denunciamo tutti. Ma si sono fatti furbi: per evitare lo sgombero, si portano dietro minori e donne incinte. L’atteggiamento delle forze dell’ordine allora diventa più cauto».

   Forse troppo, lascia intendere il presidente dell’Aler. Due settimane fa una cinquantenne, esce di mattina per andare all’ospedale Niguarda. Al suo ritorno trova due giovani rom nel suo appartamento. Le forze dell’ordine tentano lo sgombero. Ma di fronte ai dichiarati malori di una delle occupanti, incinta, si arrendono. Le due ragazze rimangono. E all’inquilina, regolarmente assegnataria, non rimane che fare denuncia. Campa cavallo.

   Un mese fa, l’ultimo paradosso. A San Siro segnalano un tentativo di occupazione. L’Aler invia sul posto due suoi ispettori, un uomo e una donna. All’interno dell’appartamento ci sono due donne romene e una bambina. Le abusive, spalleggiate da una decina di connazionali accorsi dagli altri piani, reagiscono. Aggrediscono gli ispettori con calci, schiaffi, insulti e minacce. Intervengono i carabinieri. Che decidono di rimandare lo sgombero: motivi di ordine pubblico mentre gli ispettori Aler finiscono in ospedale per le contusioni.

   Lombardi da prefetto, aveva un altro ruolo e altri poteri. Lo chiamavano «sceriffo». I suoi metodi erano muscolari ma efficaci. «Arrivai a Milano nel 2005» ricorda. «C’era la giunta di Gabriele Albertini. Il numero delle occupazioni era enorme. Decidemmo tolleranza zero. Servì. Gli ingressi crollarono. Capirono che era inutile: sarebbero stati cacciati subito». Lombardi afferra una cartellina dal tavolo. Tira fuori due fogli. Dal 2009 al 2012, periodo in cui fu prefetto, le nuove occupazioni furono 314: sei al mese. Nei quattro anni seguenti, dal 2013 al 2016, periodo della giunta di centro-sinistra guidata da Giuliano Pisapia, i casi aumentano invece di cinque volte. Più di uno al giorno: 1.664 in totale. Troppi? La risposta sta in quella cartellina che l’ex prefetto richiude con sguardo sornione.

«Ci vorrebbe più determinazione» sfuma. «E anche un cambio culturale: il problema degli abusivi e delle periferie deve tornare al centro della politica. Un welfare più giusto è nell’interesse di tutti». (Antonio Rossitto)

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