IL RACCONTO DI NATALE: dal DON CHISCIOTTE di MIGUEL DE CERVANTES – SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE: Cervantes, morto 400 anni fa, ha dato vita a un visionario contemporaneo: chi, ogni giorno, ha una battaglia da perdere, trasformando il quotidiano in epica, e con il sogno di andare oltre l’impossibile

MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese
MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese

   Da questo blog geografico, Vi proponiamo, per il Natale 2016 (come facciamo ogni fine anno) dei brani di lettura a nostro avviso da riprendere in mano, da recuperare (oppure da “prendere possesso” se non lo si è mai fatto). E stavolta ci siamo un po’ dedicati al Don Chisciotte di Miguel De Cervantes.

   Don Chisciotte della Mancia è considerato il primo romanzo della storia della letteratura occidentale. Il libro, diviso in due parti, narra le vicende del cavaliere errante, Don Chisciotte, e del suo scudiero, Sancio Panza. La trama del romanzo si impernia attorno ai due personaggi, entrambi inscindibili e centrali.

   Tutto prende avvio dalla follia di un possidente, un piccolo proprietario, Alonso Chisciano, un cavaliere con non troppi averi. E Alonso, dopo aver letto moltissimi libri sulla cavalleria errante, celebri e meno celebri, si è identificato con quel mondo, farneticando in se una realtà fatta di cavalieri e dame, e regole, che intende follemente applicare alla sua vita. Ma ciascuno di chi qui legge ben conosce la vicenda di Don Chisciotte.

   Quel che conta, lasciandovi alla lettura di brani del Don Chisciotte e ad alcune interpretazioni contemporanee sulla figura di questo personaggio (e del suo autore-creatore Miguel de Cervantes), quel che conta è il fatto di doverci confrontare, bene o male, con lui, che segna le nostre esistenze, cui ci riflettiamo (in lui) come in uno specchio.

   Sognando di essere Don Chisciotte e contemporaneamente mettendoncela tutta per evitare di esserlo. Non voler essere perdenti (come quasi sempre accade), ma non essendo per niente felici di dover vincere (vincere cosa?)….

   E’ questo personaggio, e questo straordinario libro, qualcosa che esce dall’essere un semplice racconto-romanzo, per diventare, nella lettura piacevole delle sue pagine e avventure (con una scrittura sì tradotta e ammodernata, ma con uno scorrere lessicale di 400 anni fa… nonostante tutto questo la lettura è facile), per diventare, essere, anche un po’ un testo di psicanalisi, e di storia dell’uomo di ogni epoca, e più che mai della nostra personale vita. Per questo condividiamo il moto che, volenti o meno, “SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE”. Buona lettura. Buon Natale. (s.m.)

Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito www.minube.it/ )
Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito http://www.minube.it/ )

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All’inizio del suo romanzo, Miguel de Cervantes ci presenta il protagonista, un gentiluomo della Mancia che, totalmente assorbito dalla lettura dei romanzi cavallereschi, finisce con l’impazzire. E con la fantasia si trasforma in cavaliere errante con tanto di armatura, di destriero e di dama alla quale dedicare i propri trionfi. A Don Chisciotte della Mancia non resta pertanto che partire: straordinarie e mirabolanti imprese lo attendono!

DON CHISCIOTTE DIVENTA CAVALIERE ERRANTE

   In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant’anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d’alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Alonso Quixano, non ancora don Chisciotte, nella sua biblioteca tra i romanzi cavallereschi

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. don-chisciotte_1

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté. Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d’un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo. Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient’altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz’anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand’ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c’era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.

La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 - “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES
La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 – “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES

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IMPERDIBILE L’ASCOLTO DEL “DON CHISCIOTTE” LETTO DA TONI SERVILLO PER RADIOTRE:

La Grande Radio – Ascoltare Don Chisciotte – Radio 3 – Rai  

Voce recitante TONY SERVILLO – Musiche originali di STEFANO BOLLANI

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“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)
“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)

Questa è una delle più famose avventure di Don Chisciotte. Il “nobile cavaliere errante” vede da lontano dei mulini a vento, li scambia per giganti e li assale, ma…

DON CHISCIOTTE CONTRO I MULINI A VENTO

CAPITOLO VIII

DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.

Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: «La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente.

– Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia. – Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.

– Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.

– Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.

Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: «Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia.»

In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: «Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare.» Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto colla rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui si incontrò e diede della lancia in una pala.

Il vento in quel mentre la rivoltò con sì gran furia che ridusse in pezzi la lancia, e si tirò dietro impigliati cavallo e cavaliere, il quale andò a rotolare buon tratto per la campagna.

S’affrettò Sancio Pancia a soccorrerlo quanto camminava il suo asino, e quando il raggiunse lo trovò che non si poteva movere; così fieramente era stramazzato con Ronzinante. «Dio buono! proruppe Sancio, non diss’io alla signoria vostra che ponesse mente a ciò che faceva, e che quelli erano mulini da vento? Li avrebbe riconosciuti ognuno che non ne avesse degli altri per la testa.

– T’acqueta, amico Sancio, rispose don Chisciotte; le cose della guerra sono più delle altre soggette a continuo cambiamento; massimamente perché stimo, e così senza dubbio dev’essere, che il savio Frestone, il quale mi svaligiò la stanza e portò via i libri, abbia cangiati questi giganti in mulini per togliermi la gloria di restar vincitore; sì dichiarata è l’inimicizia ch’egli mi porta! ma alla fine dei conti non potranno prevalere le male sue arti contro la bontà della mia spada. –

– Faccia il signore quello che sia per il meglio, – rispose Sancio Pancia, e l’aiutò ad alzarsi ed a montare sopra a Ronzinante che stava mezzo spallato.

Quindi proseguendo il ragionamento sulla seguìta vicenda si avviarono a Porto Lapice, dove don Chisciotte diceva che non sarebbero mancate avventure, per esser luogo di gran passaggio: se non che gli dava gran pensiero quel trovarsi privo della lancia; e facendone parola collo scudiere, gli disse: «Ben mi sovviene di aver letto che un cavaliere spagnuolo, chiamato Diego Perez di Vargas, essendosegli rotta in un combattimento la spada strappò da una quercia un pesante ramo, o forse il tronco, e con esso operò tai prodigi in quel giorno e schiacciò tanti Mori, che gli fu posto il soprannome di Schiaccia; e per tal guisa sì egli che i suoi discendenti si chiamarono da quel giorno in poi Vargas e Schiaccia. Ciò ti dico perché dalla prima quercia o rovere in cui m’abbatta, voglio staccare un ramo sì forte come se lo figura la mia immaginazione, e tentare con esso tali prodezze che tu abbia a chiamarti ben avventuroso che ti sia dato in sorte di vederle e di essere testimonio a cose che mai saranno credute.

– Alla buon’ora, disse Sancio, io credo quanto vossignoria mi dice: ma di grazia, si raddrizzi un cotal poco, che sembra ch’ella pieghi soverchiamente da questo lato; forse per effetto della sua caduta. –

– Così è veramente, rispose don Chisciotte, e se non mi lagno del dolore che sento, egli è perché non è lecito ai cavalieri erranti il dolersi per nessuna ferita, quand’anche uscissero loro le budella dal corpo. –

– Se la cosa è a questo modo non so che replicare, rispose Sancio; ma sa Dio che io non troverei punto sconveniente che vossignoria si lagnasse quando è addolorata nella persona. Io per me, le dico che mi lagnerò di ogni piccolo male, se già non s’intende che al pari dei cavalieri erranti anche i loro scudieri si debbano astenere dal lamentarsi.-

Non lasciò di ridere don Chisciotte della semplicità del suo scudiere, e gli dichiarò che potea lamentarsi a suo grado, e comunque gli tornasse in acconcio, non avendo letto negli ordini di cavalleria proibizione alcuna sopra di ciò.

Sancio avvertì il padrone che si avvicinava l’ora del pranzo, ed esso gli rispose che non ne avea voglia per allora ma che mangiasse pure a suo grado. Ottenuta questa licenza, Sancio si accomodò il meglio che poté sopra il suo giumento, e cavando dalle bisacce la provvisione di cui le aveva riempite, andava dietro al suo padrone camminando e mangiando molto posatamente; e di tanto in tanto attaccava la borraccia alla bocca con soddisfazione sì grande da mettere invidia anche nel meglio provveduto oste di Malaga: e così bevendo a quel modo erangli uscite di mente le promesse del suo padrone, né gli pareva più faticosa professione; ma piuttosto una specie di passatempo andare cercando avventure, per quanto pericolose si fossero.

In fine passarono quella notte in mezzo agli alberi, da uno dei quali staccò don Chisciotte un ramo secco, che gli potea in qualche modo servire di lancia, appiccandovi il ferro di quella spezzata che gli era rimasto. Non dormì in tutta la notte un momento solo, tenendo sempre il pensiero alla sua signora Dulcinea per non iscostarsi un puntino da ciò che aveva letto nei libri suoi, che i cavalieri passassero le notti vegliando nelle foreste e nei deserti, trattenendosi colla memoria delle loro signore.

Non la passò però in questo modo lo scudiero Sancio Pancia, che avendo lo stomaco pieno e non già d’acqua di cicoria, consumò la notte intiera in un sonno solo, e se il suo padrone non lo avesse chiamato, non lo avrebbero potuto svegliare i raggi del sole che lo ferivano nel viso, né il canto dei molti uccelli che giocondamente salutavano il nascere del nuovo giorno. Nell’alzarsi stese la mano alla sua borraccia, e trovandola assai più leggiera di prima se ne afflisse molto, sembrandogli che la strada allora battuta non dovesse condurlo sì tosto dove poter di nuovo riempirla.

Don Chisciotte non volle assaggiar nulla, perché, come s’è detto, erasi già pasciuto delle dolci rimembranze della sua diva.

Ripigliarono quindi la strada di Porto Lapice, ed alle ventitré ore lo scoprirono. «Qui, disse don Chisciotte nello scorgerlo, qui, Sancio Pancia, fratello mio, possiamo attenderci venture a dovizie e di ogni nostra soddisfazione; ma sta bene avvertito che per quanto tu mi vegga in pericolo, non dei metter mano alla spada in mia difesa, salvo se vedessi chiaramente che fosse canaglia o gente vile quella che mi assalisse; in tal caso tu puoi darmi aiuto; ma se fossero cavalieri non ti è lecito né concesso a verun patto immischiarti, vietandolo le leggi della cavalleria sino a tanto che tu pure non sarai armato cavaliere. »

– Si assicuri, signore, rispose Sancio, che in questo ella sarà obbedita esattamente, e tanto più che sono pacifico di natura mia, e nemico di mettermi in romori e in contese: vero è bensì che trattandosi di difendere la mia persona, non farò gran caso di queste leggi, mentre e le divine e le umane permettono a ciascuno di contrastare a chi gli vuol nuocere. –

– Né io ti contraddico, rispose don Chisciotte, ma in quanto al soccorrermi contro cavalieri devi tenere in freno la tua naturale impetuosità. –

– Ed io replico, soggiunse Sancio, che obbedirò a questo precetto con tanta fedeltà ed esattezza come a quello della domenica.-

Stando in questi ragionamenti videro in lontananza due frati dell’ordine di San Benedetto a cavallo di due dromedari; che così si potevano chiamare le mule da essi cavalcate. Avevano gli occhiali da viaggio, ed i loro parasoli, ed erano seguiti da un cocchio, con l’accompagnamento di quattro o cinque persone a cavallo, e di due mulattieri a piedi.

Stava nel cocchio (come poi si venne a sapere) una signora biscaina diretta a Siviglia, dove trovavasi suo marito in procinto di passare alle Indie con molta mercanzia; i frati però non erano della comitiva, benché viaggiassero molto a lei da vicino. Non li vide appena don Chisciotte che disse al suo scudiere: «O ch’io m’inganno; o debb’essere questa la più famosa avventura che siasi giammai veduta; perché da quel gruppo o mucchio nero che là si scorge, io arguisco che debbono essere incantatori i quali ne menano prigioniera qualche principessa in quel cocchio; ed io devo ad ogni modo impedire così gran torto. »

– Quest’è ben peggio che i mulini a vento, disse Sancio: guardi bene, signore, che quelli sono frati dell’Ordine di san Benedetto, e che sarà quella una carrozza di gente che viaggia al solito: badi bene a quello che dico, e stia avvertita su ciò che vuol fare, né si lasci accecare dal diavolo.-

– Te l’ho già detto, rispose don Chisciotte, che tu non t’intendi d’avventure: ciò che io ti dico è vero, e te lo proverà ora l’effetto.-

Intanto fattosi innanzi si mise nel mezzo della strada ove i frati dovevano passare, e condottosi al punto da poter essere da loro inteso, sclamò con voce sonante: «Genti diaboliche e scomunicate, lasciate andar libere sull’istante le alte principesse che ne menate a forza prigioniere in quel cocchio, altrimenti preparatevi a ricevere subita morte per giusto castigo delle malvagie vostre opere.»

Tirarono i frati la briglia alle mule, e si fermarono, colti dal più grande stupore, sì per la strana figura di don Chisciotte, come per le cose che diceva; poi gli risposero: «Signor cavaliere, noi non siamo gente né diabolica, né scomunicata, ma due religiosi dell’ordine di San Benedetto che andiamo pei fatti nostri; né ci è noto che in questa carrozza ci siano, o no principesse rapite. »

– A me, replicò don Chisciotte, non la darete ad intendere colle vostre melliflue parole, che io ben vi conosco, malaugurata canaglia,- poi senza attendere altra risposta, abbassata la lancia, spronò Ronzinante, e con sì gran furia andò incontro al frate più vicino, che se non si lasciava cader dalla mula, l’avrebbe fatto stramazzar in terra, o morto, o bruttamente ferito.

Il secondo religioso, che vide il mal giuoco fatto al compagno, batté furiosamente la mula, e si diede a fuggire per la campagna colla rapidità del vento. Quando Sancio Pancia vide il frate disteso in terra, smontò con prestezza dall’asino, e cominciò di botto a spogliarlo.

Sopraggiunsero in questo punto due servitori dei frati e domandandogli perché rubasse i vestiti, Sancio rispose che quello era uno spoglio che se gli apparteneva legittimamente come bottino della vittoria guadagnata dal suo padrone don Chisciotte.

I servitori che non sapevano di siffatte burle, né s’intendevano di bottini o di vittorie, vedendo don Chisciotte impegnato a parole con quelli che seguitavano il cocchio, diedero tante percosse a Sancio che stramazzatolo in terra fuori di sentimento, non gli lasciarono pelo sul mento e senz’aspettare un istante fecero rizzare il frate tutto tremante e avvilito e senza colore in viso; il quale, come si vide rimesso a cavallo, s’indirizzò alla volta del suo compagno, che molto da lontano stava osservando e attendendo come dovesse finire tanta battaglia. E senz’altro indugio seguitarono il loro viaggio facendosi tanti segni di croce che se il demonio stesso li avesse inseguiti sarebbero stati ancor troppi.

Stava don Chisciotte, come s’è detto, ragionando con la signora del cocchio, e le diceva: «La vostra bellezza, signora mia, può ormai disporre di sé medesima a suo senno, poiché la superbia di questi vostri assassini giace abbattuta al suolo mercé il valore del mio braccio; e perché non abbiate a penar per sapere il nome del vostro liberatore siavi noto ch’io mi chiamo don Chisciotte della Mancia, cavaliere errante, venturiero e prigioniero della vezzosa senza pari Dulcinea del Toboso. In guiderdone del benefizio che avete ricevuto da me altro da voi non chieggo, se non che n’andiate al Toboso, e presentandovi per parte mia dinanzi a questa signora, le diate contezza di quanto ho operato per ridonarvi la libertà.»

Uno scudiero tra quelli che seguitavano il cocchio, e che era biscaino, stava ascoltando tutto ciò che diceva don Chisciotte, e vedendo ch’egli non permetteva alla carrozza di proseguire pel suo cammino, ma l’obbligava a dar volta verso il Toboso, afferratagli la lancia, si fece a dirgli in cattivo castigliano e peggior biscaino: «Va, cavaliere, col tuo malanno: ti giuro per chi m’ha messo al mondo che se tu non lasci andar questo cocchio ti ammazzo da biscaino che sono.»

Comprese benissimo don Chisciotte quant’egli avea detto, e con molta gravità gli rispose: «Se tu fossi cavaliere, che nol sei, vilissima creatura, il tuo temerario ardimento avrebbe a quest’ora trovato il meritato castigo.»

Al che replicò il biscaino: «Io non sono cavaliere? Giuro a Dio che tu menti come cristiano. Se porti lancia e cingi spade vedrai quanto presto il gatto te la graffierà via! biscaino in terra idalgo in mare, idalgo pel diavolo! e mente chi porta altra opinione. — Or la vedremo, rispose don Chisciotte; e gittando la lancia in terra sfoderò la spada, imbracciò la rotella ed assalì il Biscaino con animo determinato a privarlo di vita.

Il Biscaino che sel vide venire addosso a quel modo, avrebbe voluto smontar dalla mula (che per essere delle più triste non poteva fidarsene troppo) ma non riuscendo cominciò ad adoperare la spada. Volle la sorte che trovandosi assai presso al cocchio ebbe opportunità di dare di piglio a un guanciale che gli servì di scudo, dopo di che vennero l’un contro l’altro a battaglia come due arrabbiati nemici.

I circostanti facevano ogni potere per acchetarli, ma non vi riuscivano; perché il biscaino bestemmiando affermava che avrebbe ammazzato chiunque gli avesse impedita la zuffa, quand’anche fosse stata la sua padrona medesima.

La signora del cocchio, maravigliata e impaurita per ciò che vedea, ordinò al cocchiere di scostarsi alquanto, e da lungi si pose ad osservare lo inviperito combattimento. Il Biscaino diede sì solenne fendente a don Chisciotte sopra una spalla, che se non lo avesse difeso la rotella lo pariva in due sino alla cintola. Il dolore di sì pericolosa ferita fece gettare uno strido a don Chisciotte, esclamando: «O Dulcinea, signora dell’anima mia, fiore della bellezza date aita a questo vostro cavaliere, che per mostrarsi obbligato alla somma vostra bontà si trova in sì mortale cimento.» Il dir questo, lo stringere la spada, il coprirsi con la rotella, l’assaltare di nuovo il Biscaino fu un punto solo; ed erasi risoluto di azzardare un colpo affatto decisivo.

Il Biscaino che tutto previde e conobbe la determinazione di don Chisciotte oltremisura infuriato, pensò di fare lo stesso sopra di lui. Però fattosi scudo del suo guanciale, lo attese a piè fermo, non potendo indurre la mula a verun movimento; come quella che stracca e non avvezza a burle di questa sorta, non poteva muovere un passo. Erasi, come già s’è detto, mosso don Chisciotte contro l’accorto Biscaino con la spada alzata, divisando di partirlo per mezzo; e con la stessa risoluzione il Biscaino aveva alzata egli pure la spada difeso dal guanciale. I circostanti stavano impauriti ad attendere l’esito dei colpi terribili coi quali l’un l’altro si minacciavano; e la signora del cocchio e le sue ancelle facevano mille voti e preghiere ai santi ed ai santuari tutti di Spagna affinché Dio liberasse lo scudiere e loro stesse con lui, dal pericolo in cui si trovavano tutti.

– Ma il male si è che l’autore della presente storia lasciò a questo punto sospeso il racconto, scusandosi col dire che intorno alle imprese di don Chisciotte non trovò scritto più di quello che sin qui è riportato. Vero è però che il secondo autore di quest’opera non volle credere che storia sì autorevole fosse caduta in oblìo, né si poté persuadere che vi fossero nella Mancia ingegni tanto da poco da non conservare negli archivi loro qualche foglio che trattasse dei fatti di un cavaliere cotanto illustre. Con questa persuasione pertanto non disperò di trovare il fine di sì piacevole istoria; ed infatti, col favore del cielo, la scoperse poi nella maniera che si dirà nel capitolo seguente.

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ECCO PERCHÉ SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE

di JUAN GOYTISOLO, da “la Repubblica” del 24/4/2015 (Juan Goytisolo – Barcellona, 6 gennaio 1931- è uno scrittore spagnolo, vincitore del Premio Miguel de Cervantes nel 2014: questo proposto è il discorso tenuto alla sua premiazione)

– La finanza, l’ingiustizia, “il soccorso dei miseri – In questi tempi di disuguaglianza siamo cavalieri erranti che raddrizzano i torti –

   In termini generali gli scrittori si dividono in due gruppi: quelli che concepiscono il loro compito come una carriera e quelli che lo vivono come una dipendenza. Chi rientra nella prima categoria cura la propria promozione e visibilità mediatica, aspira al successo. Chi rientra nella seconda, no. Fare il proprio dovere rispetto a se stesso gli basta e se, come capita a volte, la dipendenza gli procura dei benefici materiali, passa dalla condizione di dipendente a quella di spacciatore o di rivenditore.

   Chiamerò quelli della prima classe letterati e quelli della seconda semplicemente scrittori o più modestamente incurabili apprendisti scribacchini. Agli inizi del mio lungo percorso, prima di letterato, poi di apprendista scribacchino, incorsi nella vanagloria della ricerca del successo – attirare la luce dei riflettori, “essere notizia”, come dicono oscenamente i parassiti della letteratura – senza riflettere sul fatto che una cosa è l’attualità effimera e un’altra molto diversa la modernità senza tempo delle opere destinate a durare nonostante l’ostracismo che spesso dovettero patire quando furono scritte.

Juan Goytisolo
Juan Goytisolo

   La vecchiezza del nuovo si ripete nel corso del tempo con la sua illusione di freschezza avvizzita. La dolce lusinga della fama sarebbe patetica se non fosse semplicemente assurda. Estranea a qualsiasi manipolazione o teatro di marionette, la vera opera d’arte non ha fretta: può dormire per decenni o per secoli. Coloro che fecero calare il silenzio intorno al nostro primo scrittore e lo condannarono all’anonimato in cui viveva fino alla pubblicazione del DON CHISCIOTTE non potevano nemmeno immaginare che la forza del suo romanzo sarebbe loro sopravvissuta e avrebbe raggiunto una dimensione senza frontiere né epoche.

   «Porto in me la coscienza della sconfitta come un vessillo di vittoria», scrive FERNANDO PESSOA, e sono pienamente d’accordo con lui. Essere oggetto di lodi da parte dell’istituzione letteraria mi porta a dubitare di me stesso, essere persona non grata ai suoi occhi mi riconforta nella mia condotta e nel mio lavoro. Dall’alto degli anni, sento l’accettazione del riconoscimento come un colpo di spada nell’acqua, come un’inutile celebrazione.

   La mia condizione di uomo libero conquistata a fatica invita alla modestia. Lo sguardo dalla periferia al centro è più lucido di quello contrario e nell’evocare la lista dei miei maestri condannati all’esilio e al silenzio dalle sentinelle del canone nazionalcattolico devo almeno ricordare con malinconia la verità delle loro critiche e la loro esemplare rettitudine. La luce scaturisce dal sottosuolo quando meno la si aspetta.

   La mia istintiva riserva rispetto ai nazionalismi di ogni genere mi ha portato ad abbracciare come un salvagente la nazionalità “cervantina” rivendicata da CARLOS FUENTES. Mi ci riconosco pienamente. “Cervanteggiare” è avventurarsi nel territorio incerto dell’ignoto con la testa coperta da un fragile elmo bacile. Dubitare dei dogmi e delle presunte verità come pugni ci aiuta a eludere il dilemma in agguato tra l’uniformità imposta dal fondamentalismo della tecnoscienza nel mondo globalizzato di oggi e la prevedibile reazione violenta delle identità religiose o ideologiche che sentono minacciati il loro credo e la propria essenza.

   Invece di ostinarsi a disseppellire le povere ossa di Cervantes e di commercializzarle forse di fronte al turismo come sante reliquie fabbricate probabilmente in Cina, non sarebbe meglio riportare alla luce gli episodi oscuri della sua vita dopo il suo laborioso riscatto da Algeri?

   Quanti lettori del Don Chisciotte conoscono le ristrettezze e la miseria che patì, la sua richiesta respinta di emigrare in America, i suoi affari falliti, la permanenza nella prigione di Siviglia per debiti, la difficile sistemazione nel malfamato quartiere del Rastro di Valladolid con moglie, figlia, sorella e nipote nel 1605, anno della Prima Parte del suo romanzo, ai margini più promiscui e bassi della società?

   Raggiungere la vecchiaia è avere la conferma di quanto le nostre vite siano vacue ed illusorie, quella “squisita merda della gloria” di cui parla GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ riferendosi alle inutili imprese del colonnello Aureliano Buendía e dei rassegnati lottatori di Macondo. Il lieto giardino in cui si svolge l’esistenza di una minoranza non deve distrarci dal destino della maggioranza in un mondo in cui il portentoso progresso delle nuove tecnologie corre accanto alla proliferazione delle guerre e delle lotte mortifere, nel raggio infinito dell’ingiustizia, della povertà e della fame.

   È impresa dei cavalieri erranti, diceva Don Chisciotte, «raddrizzare i torti e andare in soccorso dei miseri» e immagino l’hidalgo della Mancia in sella a Ronzinante che si getta lancia in resta contro gli sbirri della Santa Confraternita che procedono allo sgombero degli sfrattati, contro i corrotti dell’ingegneria finanziaria o, traversando lo Stretto, ai piedi delle sbarre di Ceuta e Melilla da lui visti come castelli incantati con ponti levatoi e torri merlate che soccorre degli immigranti il cui unico delitto è il proprio istinto di vivere e l’ansia di libertà.

   Sì, per l’eroe di Cervantes e per noi lettori toccati dalla grazia del suo romanzo è difficile rassegnarsi all’esistenza di un mondo afflitto da disoccupazione, corruzione, precarietà, crescenti disuguaglianze sociali ed esilio professionale dei giovani come quello in cui attualmente viviamo. Se questa è pazzia, accettiamola. Il panorama intorno a noi è oscuro: crisi economica, politica, sociale. Le ragioni per indignarsi sono molteplici e lo scrittore non può ignorarle senza tradire se stesso.

   Non si tratta di mettere la penna al servizio di una causa, per giusta che sia, ma di introdurre il fermento contestatore nell’ambito della scrittura. Inserire la trama romanzesca nello stampo di forme ripetute fino alla sazietà condanna l’opera all’irrilevanza e ancora una volta, al crocevia, Cervantes ci mostra la strada.

   La sua coscienza del tempo “divoratore e consumatore delle cose”, di cui parla nel magistrale capitolo IX della Prima Parte del libro lo indusse ad anticiparlo e a servirsi dei generi letterari in voga come materiale di demolizione per costruire un portentoso racconto di racconti che si spiega all’infinito.

   Come dissi ormai parecchi anni fa, la pazzia di Alonso Quijano sconvolto dalle sue letture contagia il suo creatore impazzito per i poteri della letteratura. Tornare a Cervantes e assumere la pazzia del suo personaggio come una forma superiore di lucidità, questa è la lezione del Don Chisciotte.

   Nel farlo non evadiamo dalla realtà iniqua che ci circonda. Al contrario, vi mettiamo saldamente i piedi.  Diciamo ad alta voce che possiamo. Noi, contaminati dal nostro primo scrittore, non ci rassegniamo all’ingiustizia. (JUAN GOYTISOLO, traduzione di Luis E. Moriones)

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Cervantes e la trama del Don Chisciotte:

https://it.wikipedia.org/wiki/Don_Chisciotte

http://www.wuz.it/riassunto-libri/4154/Don-Chisciotte-della-Mancia-Riassunto.html

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LE LETTERE SCAMBIATE TRA SANCIO PANZA, NOMINATO GOVERNATORE DELL’ISOLA BARATTARIA, LA MOGLIE TERESA PANZA E DON CHISCIOTTE (DA CUI ESTRAIAMO ALCUNI PASSI). (da www.artapartofculture.net/2016/07/ )

LETTERA DI SANCIO PANZA A TERESA PANZA SUA MOGLIE

Sappi Teresa che ho deciso che tu vada in carrozza che è la cosa migliore; perché ogni altra maniera di camminare è lo stesso che andar carponi. Sei la moglie di un Governatore pensa se ci può essere nessuno che ti morda i calcagni! Ti mando un vestito verde da cacciatore che mi diede la signora Duchessa; adattalo in maniera che possa servire da gonna e corpetto a nostra figlia. Il mio padrone Don Chisciotte, a quanto ho sentito dire in questa terra è un pazzo savio o un mentecatto brillante e che io non gli rimango indietro.

LETTERA DI TERESA PANZA A SANCIO PANZA SUO MARITO

Sancio mio caro ti giuro che c’è mancato poco che non diventassi pazza dalla contentezza… Ci avevo davanti il vestito che mi hai mandato e al collo i coralli che mi aveva mandato la signora Duchessa, le lettere in mano e il loro portatore lì presente eppure con tutto ciò credevo e pensavo che fosse tutto un sogno ciò che vedevo e toccavo; e difatti chi lo poteva pensare che un pastore di capre doveva diventare governatore di isole?

LETTERA DI DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA A SANCIO PANZA

Mi dicono che governi come se fossi un uomo, e che sei uomo come se fossi bestia, tanta è l’umiltà con cui ti tratti; e voglio che tu tenga presente, Sancio, che molte volte conviene ed è necessario per il prestigio della carica andar contro l’umiltà del cuore… Non fare molte ordinanze e se le farai, procura che siano buone e soprattutto che vengano osservate e attuate; perché le ordinanze che non vengono osservate è come se non esistessero.

LETTERA DI SANCIO PANZA A DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA

Un certo medico che è stipendiato in questo paese e si chiama dottor Pietro Recio, nativo di Tiratifuori… Questo dottore ammette lui stesso che non cura le malattie quando ci sono ma le previene affinché non vengano e le medicine che adopera sono dieta e dieta fino a ridurre un uomo alle ossa pulite come se non fosse più gran male la debolezza che la febbre. Insomma mi sta facendo morire di fame  e io muoio di rabbia perché mentre sognavo di arrivare a questo governo per mangiare caldo, bere fresco e riposare il corpo fra le lenzuola di lino d’Olanda son venuto a far penitenza come se fossi un eremita…

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L’INIZIAZIONE DI DON CHISCIOTTE ALL’ORDINE DEI CAVALIERI ERRANTI

Don Chisciotte terminati tutti questi preliminari, non volle più attendere oltre per porre in atto la sua idea, sospingendo a ciò il suo pensiero della perdita che il mondo avrebbe subito a causa della sua esitazione, poiché tanti erano i soprusi da distruggere, i torti da vendicare, le ingiustizie da emendare, gli abusi da ravvedere e i debiti da pagare.

E così senza annunciare a nessuno la sua intenzione, e senza che nessuno lo vedesse, una mattina, prima di giorno, uno dei giorni più caldi del mese di luglio, si armò di tutte le sue armi, montò a cavallo di Ronzinante, si calzò la sconnessa celata, infilò il braccio nello scudo, impugnò la lancia, e per la porta secondaria di uno dei cortili uscì in aperta campagna, con grande gioia e giubilo nel vedere con quanta facilità aveva iniziato le sue imprese. Ma appena si trovò nella campagna, lo assalì un terribile pensiero e di tanto peso che per poco non gli fece rinunciare l’iniziata impresa.

Il fatto è che si ricordò di non essere stato armato cavaliere e che, stando alle leggi della cavalleria, non poteva né doveva combattere contro nessun altro cavaliere; e anche se fosse già armato, doveva portare armi bianche, come cavaliere novizio, senza nessun fregio sullo scudo, fino a che non l’avesse guadagnato con la sua forza.

Questi pensieri lo fecero titubare nel suo proposito; ma essendo in lui più forte la pazzia di qualsiasi altra ragione, pensò di farsi armare dal primo che incontrasse, imitando molti altri che così fecero, secondo quanto aveva letto nei libri che tale l’avevano ridotto. In quanto alle armi bianche, pensava di pulirle a puntino, appena avesse avuto l’occasione, da renderle più candide di un ermellino.

E così si consolò e proseguì il cammino, lasciandosi guidare dai passi del suo cavallo, credendo che in ciò consistesse la forza delle avventure. […]

[…] A questo punto giunse all’osteria un castratore di porci, che al suo arrivo sonò quattro o cinque volte con il suo piffero di canne, cosa che convinse del tutto don Chisciotte di trovarsi in qualche famoso castello, dove lo servivano a suon di musica, e che il baccalà erano trote, il pane di farina bianca, le meretrici dame, e l’oste castellano del castello; e ciò gli fece giudicare bene avvenuta la sua risoluzione e partenza. Ma quello che gli doleva era il non essere ancora armato cavaliere, perché non avrebbe potuto legittimamente iniziare nessuna avventura senza ricevere l’ordine della cavalleria.

E così preoccupato da questo pensiero, si affrettò a consumare la parca cena da osteria; e finita che l’ebbe, chiamò l’oste e rinchiusosi con lui nella stalla gli si inginocchiò innanzi e gli disse: – Non mi alzerò mai da qui, valoroso cavaliere, finacché la vostra cortesia non mi accorderà il favore ch’io voglio chiedere che ridonderà a vostra lode e in pro del genere umano. –

L’oste che vide il suo ospite prostrato ai suoi piedi, e udì simili ragioni, lo guardava confuso, senza sapere che cosa fare né che cosa dire, e si ostinava a farlo alzare, e don Chisciotte non volle, fino a quando non gli fece giurare che gli avrebbe fatto il favore che gli chiedeva.

– Non speravo meno dalla gran magnificenza vostra, signore mio, – rispose don Chisciotte, – e così vi dirò che il favore che vi chiedo e che mi è stato accordato dalla vostra liberalità è che domattina mi armiate cavaliere e che questa notte, nella cappella di questo vostro castello, io vegli le armi, sicché domani, come vi ho detto, si compirà quello che tanto desidero per potermene andare, come si deve, attraverso le quattro parti del mondo cercando avventure, per aiutare tutti coloro che si trovano nel bisogno come è il dovere della cavalleria e dei cavalieri erranti, come io sono, il cui desiderio a simili gesta è incline. –

L’oste che, come si è detto, era un furbone e già aveva qualche nozione della mancanza di giudizio del suo ospite, lo giudicò ammattito del tutto quando lo intese fare simili discorsi, e per poter fare qualche risata quella notte, stabilì di assecondarlo.

Perciò gli disse di aver ben compreso quello che desiderava e chiedeva, e che era lecita e naturale una simile richiesta da parte di un cavaliere così importante, com’egli sembrava e come la sua gagliarda presenza mostrava. […] Gli disse anche che in quel suo castello non c’era una cappella dove poter vegliare le armi, perché era stata distrutta per rifarne un’altra; ma che in caso di necessità, egli sapeva che si poteva vegliarle dappertutto: il mattino seguente, piacendo a Dio, si sarebbero fatte le dovute cerimonie, in modo he fosse armato cavaliere, e tanto cavaliere che nel mondo non ce ne potesse essere di più autentici. […]

[…] (Don Chisciotte) gli promise di fare puntualmente quello che gli consigliava, e cominciò a mettersi in ordine per poter vegliare le armi in un grande cortile dell’osteria.

E tutte riunitele, don Chisciotte le pose sopra una pila che c’era vicino a un pozzo e imbracciando lo scudo impugnò la sua lancia, e con contegno grave cominciò ad andare in su e in giù dinanzi alla pila.

In quel momento a uno dei mulattieri che si trovavano nell’osteria venne in mente di dare da bere alle sue bestie, ed era necessario togliere le armi di Don Chisciotte posate sulla pila; il quale vedendolo arrivare, gli disse a voce alta:

– Oh! tu, chiunque tu sia, inconsiderato cavaliere, che vieni a toccare le armi del più valoroso errante giammai abbia cinto spada, guarda quello che fai, e non le toccare, se non vuoi perdere la vita come paga del tuo ardimento.

Ma il mulattiere non si curò di questi discorsi (e avrebbe fatto bene a curarsene, perché gli avrebbe giovato alla salute), ché anzi, afferrando le armi per i lacci le scaraventò lontane.

Al veder simile atto, don Chisciotte alzò gli occhi al cielo e, rivolto il pensiero (a quel che sembrò) alla sua signora Dulcinea, disse: – Assistetemi, signora mia, in questo primo affronto che si fa a questo vostro schiavo cuore: non mi abbandoni in questo primo rischio il vostro favore e la vostra protezione.

E così dicendosi sfilò lo scudo, alzò la lancia con ambo le mani, e la picchiò così forte in testa al mulattiere, che lo stese a terra talmente malconcio, che se gliene dava una seconda, non avrebbe più avuto bisogno delle cure del medico.

Ciò fatto raccolse le sue armi e continuò a passeggiare con la stessa tranquillità di prima. Di lì a poco (senza sapere quello che era accaduto, perché il mulattiere era ancora stordito) ne giunse un altro con la stessa intenzione di far bere i suoi muli, e mentre stava togliendo le armi per liberare la pila, don Chisciotte, senza una parola e senza chiedere aiuto a nessuno, si sfilò un’altra volta lo scudo, alzò un’altra volta la lancia, la picchiò tre volte sulla testa del mulattiere, e se non gliela fece proprio a pezzi almeno gliela ruppe in quattro.

Al rumore accorse tutta la gente dell’osteria, e fra essi l’oste. Al vedere ciò, don Chisciotte imbracciò lo scudo e posta in mano la spada, disse: – O signora della bellezza, sprone e vigore del mio debole cuore! Finalmente è giunta l’ora in cui puoi rivolgere gli occhi della tua grandezza verso questo cavaliere tuo schiavo, che è impegnato in sì grande avventura![…] –

[…] (L’oste) gli disse, come gli aveva già spiegato, che in quel castello non c’era la cappella, ma che per quello che restava di fare non era neppure necessaria; e che il punto essenziale per essere armato cavaliere consisteva nello schiaffo e nella piattonata, secondo le sue nozioni del cerimoniale dell’ordine, e che questo si poteva fare benissimo in mezzo a una campagna. Già aveva terminato la veglia delle armi, che di solito dura due ore; ed egli era stato lì più di quattro.

Tutto questo credette don Chisciotte, e disse che era pronto a obbedirlo, e che tutto si concludesse il più presto possibile, perché se l’avessero assalito un’altra volta dopo essere stato armato cavaliere, non pensava di lasciare persona viva nel castello, fuorché quelle gli avesse comandato, e che per rispetto a lui, risparmierebbe.

Sapendo e temendo ciò, il castellano subito portò un libro dove notava la quantità di paglia e di biada che dava ai mulattieri, e con un moccolo di candela che un ragazzo gli reggeva, con le due donzelle famose, venne da don Chisciotte e gli comandò di inginocchiarsi.

E leggendo nel suo manuale (con lo stesso tono che se avesse letto qualche orazione), nel mezzo della lettura alzò le mani, gli diede sul collo un gran colpo, e poi, con la sua stessa spada, una sonora piattonata, sempre biascicando tra i denti come se pregasse. Ciò fatto, comandò a una di quelle dame che gli cingesse la spada, cosa che fece con molta disinvoltura e discrezione; che non fu poca bravura non crepare dalle risa a ogni momento della cerimonia.

Ma le prodezzeche già avevano visto del nuovo cavaliere, gli facevano inghiottire la voglia di ridere. Al cingergli la spada, la buona signora gli disse: – Dio renda la signoria vostra un fortissimo cavaliere e le conceda vittoria nei combattimenti.

Don Chisciotte le chiese come si chiamava, affinché sapesse d’ora in avanti a chi rimaner grato per la grazia ricevuta, perché pensava dedicarle una parte dell’onore ottenuto col coraggio del suo braccio. […]

[…] Compiute, dunque, le fino allora sconosciute cerimonie, di tutta fretta, don Chisciotte non vedeva l’ora di montare a cavallo e di partire in cerca d’avventure. E dopo aver sellato Ronzinante, gli montò in groppa, e abbracciando il suo ospite gli disse, ringraziandolo, del favore di averlo armato cavaliere9, cose talmente strane che non è possibile riferirle.

L’oste, cui non pareva vederlo fuori dall’osteria, con non meno retorica, ma più brevemente, rispose alle sue parole, e senza domandargli il pagamento della cena, lo lasciò andare alla buon’ora.

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SHAKESPEARE E CERVANTES SONO MORTI IL 23 APRILE, MA A DISTANZA DI 10 GIORNI (C’entra la discrepanza fra i calendari adottati all’epoca da Inghilterra e Spagna, i paesi natali dei due celebri autori)

   Il 23 aprile è il giorno in cui nel 1616 morirono due dei più importanti autori occidentali, WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES. In realtà, per quanto possa sembrare strano, Shakespeare e Cervantes morirono a dieci giorni di distanza l’uno dall’altro: è una faccenda che si spiega con l’uso di calendari diversi nell’Inghilterra e nella Spagna dell’epoca, i due paesi nativi dei due autori.

   Come spiega una puntata di Engines of Our Ingenuity, un longevo programma radio dell’Università di Houston (Texas) che si occupa di divulgazione scientifica e va in onda dal 1988, bisogna tener conto del fatto che all’epoca Spagna e Inghilterra adottavano rispettivamente il calendario “gregoriano” e “giuliano”. Entrambi erano basati sul ciclo del Sole, ma quello giuliano prevedeva dei calcoli più grossolani che facevano sì che ogni 128 anni si rimanesse indietro di un giorno rispetto al ciclo solare.

   Il gregoriano fu introdotto nel 1582 da molti paesi dell’Europa occidentale – fra cui Spagna, Francia e Italia – con una bolla papale di Papa Gregorio XIII: grazie alla sua apprezzata efficacia, è il calendario che usiamo ancora oggi. Secondo il nostro calendario, quindi, Cervantes morì effettivamente il 23 aprile 1616.

   La data che non quadra è quella di Shakespeare: all’epoca l’Inghilterra – che era abitata perlopiù da protestanti ostili al Papa – non aveva ancora adottato il calendario gregoriano e utilizzava ancora quello “giuliano” in uso nell’Impero romano.

   Secondo il calendario giuliano, Shakespeare morì il 23 aprile: per il calendario gregoriano era però il 3 maggio. Quando nel 1582 si decise di passare dal calendario giuliano a quello gregoriano, si stimò che dall’anno zero al 1582 si erano accumulati circa dieci giorni di “ritardo” fra il ciclo solare e il calendario giuliano. Per rimediare, dal 4 ottobre 1582 si passò direttamente al 15 ottobre 1582.

   Di conseguenza negli anni successivi l’Inghilterra rimase indietro di una decina di giorni rispetto agli altri paesi occidentali: per l’Inghilterra Shakespeare morì il 23 aprile, per la Spagna e per altri paesi il 3 maggio. L’Inghilterra e i paesi compresi nel suo Impero adottarono il calendario gregoriano solamente nel 1752. (da IL POST.IT – www.ilpost.it/2016/04/23/ )

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ITINERARIO DON CHISCIOTTE

di Claudio Visentin, dall’inserto domenicale de “Il Sole 24ore” del 8/5/2016

– Sulle orme dell’eroe di Cervantes e del suo scudiero in giro per la Mancia per raddrizzare i torti e liberare gli oppressi –

Un diario di viaggio: ALLA RICERCA DI DON CHISCIOTTE, di Stefano Faravelli, e Claudio Visentin (settembre 2016), Ediciclo ed., euro 12,00 - Uno scrittore di viaggi ed un pittore, ovvero Claudio Visentin e Stefano Faravelli, compiono un viaggio letterario nei luoghi che si presume siano stati toccati da don Chisciotte. In occasione del 400° anniversario della scomparsa del grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, UN VIAGGIO NELLA MANCIA
Un diario di viaggio: ALLA RICERCA DI DON CHISCIOTTE, di Stefano Faravelli, e Claudio Visentin (settembre 2016), Ediciclo ed., euro 12,00 – Uno scrittore di viaggi ed un pittore, ovvero Claudio Visentin e Stefano Faravelli, compiono un viaggio letterario nei luoghi che si presume siano stati toccati da don Chisciotte. In occasione del 400° anniversario della scomparsa del grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes, UN VIAGGIO NELLA MANCIA

   Madrid, Plaza de España: sono nel centro della città al termine della Gran Via, che da qui prosegue con il nome di Calle de la Princesa. Nonostante il traffico e la folla, che scorre compatta a poca distanza, la piazza è stranamente tranquilla e appartata.

   È un luminoso pomeriggio di primavera e siedo sotto la coda del cavallo dell’imponente monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza. È la posizione riservata dai bellicosi re di Prussia agli intellettuali nelle statue equestri; per fortuna il cavallo è di bronzo…

   Il monumento sorge al centro della piazza, davanti a uno specchio d’acqua, ma i due protagonisti danno le spalle all’animazione della Gran Via, perciò arrivando non li si nota subito.

   Io scrivo tranquillo sul mio taccuino ai piedi del monumento in bronzo, che il tempo ha ricoperto di una patina verde scuro, mentre Stefano ne fa il ritratto, un poco più in là; qualche curioso si ferma a guardarlo. Don Chisciotte, in sella a Ronzinante, è colto nel momento in cui alza all’improvviso il braccio destro, come per far segno a Sancio di arrestarsi. Senza dubbio ha visto qualcosa – giganti, eserciti? – e dopo tanto cavalcare è impaziente di affrontare il nemico.

   Sancio naturalmente non vede nulla e lo segue tranquillo sul suo asino. Dulcinea è raffigurata nelle vesti di una robusta contadina, quale era, ma anche come la dama elegante e raffinata immaginata dall’innamorato cavaliere. La statua in pietra bianca di Cervantes siede sul basamento con in mano la sua opera immortale e sembra contemplare stupito questa bizzarra creazione del suo ingegno che tanta fortuna ha avuto nel tempo; in pochi altri casi del resto il personaggio ha oscurato a tal punto il creatore.

   Nel tardo pomeriggio l’animazione cresce e qualche spagnolo si aggiunge ai turisti. I bambini giocano tra le zampe dell’asino del paziente Sancio; forse don Chisciotte e Ronzinante mettono soggezione. Tutto va per il meglio, smetto di scrivere, socchiudo gli occhi e mi godo il sole tiepido quando sento i passi di Stefano mentre s’avvicina con fare furtivo. Ha in mano un libro, ma non mi sembra l’edizione del Don Chisciotte che guida il nostro andare.

   «Hai visto quanto onore fanno a don Chisciotte?» gli chiedo. «Non so quanti altri personaggi letterari abbiano un monumento come questo».    «E ti pare fargli onore questo?» risponde con tono indignato. «Di’ piuttosto che qui lo hanno imprigionato e tradito».

   Mi scuoto dal mio torpore. Imprigionato? Tradito? Da dove viene questa improvvisa agitazione?

   «Guarda intorno a te» continua.

   Alzando gli occhi dal monumento vedo due grattacieli che si specchiano nell’acqua della fontana. Secondo la guida sono la Torre di Madrid e il Palazzo di Spagna. Furono costruiti negli anni Cinquanta e a quel tempo erano gli edifici più alti di tutto il Paese; nella loro imponenza sono stati a lungo un simbolo delle pretese di modernità del franchismo. In effetti, osservandoli bene, hanno qualcosa di inquietante, di sinistro; forse per questa ragione i madrileni non amano frequentare questo luogo.

   «Credo di capire» rispondo. «Non sono molto nello spirito di don Chisciotte».

   «Ovvio» riprende Stefano. «Qui c’è solo la sua immagine e nulla più. Anzi lo hanno messo qui proprio per tenerlo sotto sorveglianza, per essere certi che non si metta di nuovo per le strade del mondo a raddrizzar e i torti e a liberare gli oppressi».

   Il discorso sta prendendo una piega inaspettata. Soprattutto Stefano sembra parlare a se stesso prima che a me.

   «Per questo io, con il tuo aiuto naturalmente, trasformerò questo insulso viaggio letterario in una vera e propria crociata per la liberazione del sepolcro di don Chisciotte!».

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ANATOMISTI DELL’ILLUSIONE. L’INTUIZIONE DI SHAKESPEARE E CERVANTES. IL VERO SAGGIO È IL FOLLE (SENZA PECCATO)

di Emanuele Trevi, da “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016

– Il REGGIOPARMAFESTIVAL celebra il grande drammaturgo con cinque settimane di spettacoli. E coinvolge lo spagnolo, morto nello stesso giorno del poeta – Uno scrittore spiega perché entrambi hanno descritto la bellezza della verità laica – L’uomo crede di sapere quello che non sa, ma ha la chance di risvegliarsi prima della sua morte –

   Sul significato preciso delle coincidenze bisogna sempre dubitare, non fosse altro perché tutto ciò che accade nel mondo è una immensa, interminabile, incomprensibile coincidenza.

Non dovrebbe fare eccezione nemmeno il fatto che William Shakespeare e Miguel de Cervantes, come stremati da un’identica vita titanica, siano morti lo stesso giorno, il 23 aprile del 1616.    Con l’occasione dell’anniversario, la circostanza è stata ricordata e variamente interpretata. A voler essere pedanti, come giustamente qualcuno ha ricordato, il fatto nemmeno sussiste, perché in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano, così che in effetti l’autore del Don Chisciotte e quello dell’Amleto morirono a più di dieci giorni di distanza.

   Ciò che resta strabiliante nel rapporto tra questi due uomini, al netto di tutte le coincidenze, è il loro assomigliarsi e il loro completarsi. Di entrambi, ci è difficile farsi un’idea psicologica attendibile: la loro vita è troppo fitta di misteri, e se di qualcosa sappiamo, è come se avessero seminato degli indizi a bella posta per depistare ogni indagine futura.

   Ci costringono, insomma, a guardare sempre in direzione della loro opera.

   Nella storia della coscienza occidentale, Shakespeare e Cervantes hanno cambiato in maniera irreversibile la coscienza di ciò che è umano, nella sua estensione e nei suoi limiti. Prima di loro, un passo avanti di questa portata lo aveva fatto solo Dante.

   Dante scopre i singoli individui, con il loro carattere e le loro vicende irripetibili, e li promuove alla poesia come mai nessuno aveva fatto. Shakespeare e Cervantes approfondiscono quest’eredità in una maniera davvero dirompente. Prendono l’uomo di Dante, e lo sottraggono al suo obbligato percorso di salvezza o perdizione. Non è che si ribellino apertamente al cristianesimo. Ma ciò che a loro interessa davvero, nell’uomo, non è la sua propensione al peccato, che si può dare per scontata.

   Il problema ultimo dell’uomo sarà pure la sua salvezza, ma il problema immediato è che, unico fra tutte le creature dell’universo, egli vaneggia, smarrisce in mille modi il suo legame con la verità, crede di sapere quello che non sa.

   Tutto questo si può rappresentare in maniera tragica o comica, perché il tragico e il comico non sono che due maniere parziali di avvicinarsi al mistero dell’uomo: l’animale che esce di senno. Ma questo uscire di senno, questa percezione alterata della realtà, non corrispondono forse, nel senso più pieno, all’avventura dell’uomo nel mondo? Non sono forse il motore di ogni azione romanzesca e di ogni drammaturgia, intese come immagini credibili della vita e dell’ingovernabile varietà dei suoi casi? Non è da pensare, d’altra parte, che Cervantes e Shakespeare, anatomisti infallibili dell’illusione umana, avessero perso il rispetto dovuto alla realtà e ai suoi obblighi.

   Con una simmetria che non smette di stupirci, entrambi ci hanno lasciato un vero testamento in materia di saggezza. Perché la loro opera contiene anche questo: la possibilità che ha l’uomo di risvegliarsi, prendere coscienza dei suoi errori, smettere di fingere. È quello che ci raccontano le ultime pagine del Don Chisciotte, e il monologo di Prospero che chiude La tempesta. Credo che siano le pagine più belle e più profonde mai scritte da entrambi; mi piace immaginare che a scriverle sia stato un solo scrittore che non era né Shakespeare né Cervantes, ma uno spirito potente e inafferrabile, che girava per l’Europa indossando varie maschere.

   Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere. Il primo è sul letto di morte; il secondo sta per ritirarsi a vita privata a Milano, e ci assicura che ogni tre pensieri che farà, uno sarà dedicato alla sua tomba.

   Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone. Quello che ci hanno lasciato Cervantes e Shakespeare è molto di più di una morale, di una filosofia. È una percezione esatta della condizione umana: così esatta che a tutti e due stanno strette le solite, fruste casacche dell’ottimismo e del pessimismo. (Emanuele Trevi)

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Mario Baudino Don Chisciotte perduto nella Rete. Nel suo innamoramento per i libri di cavalleria assomiglia all’uomo d’oggi in fuga da sé stesso negli schermi della tv o del computer (la Stampa, 15/1/2014)

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LOST IN LA MANCHA

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lost in La Mancha è un DOCUMENTARIO sulla fallimentare realizzazione del film incompiuto The Man Who Killed Don Quixote di Terry Gilliam.

Il documentario è stato realizzato da Keith Fulton e Louis Pepe, due collaboratori di Gilliam che già in precedenza avevano realizzato le riprese del backstage e un documentario sul film L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam. Le immagini sono state riprese nel 2000, nelle settimane in cui si è svolta la pre-produzione e la breve produzione del film, e montate e pubblicate nel 2002.

Il film è composto fondamentalmente dalle riprese dietro le quinte inerenti alla lavorazione del film e da animazioni e storyboard disegnati dallo stesso Terry Gilliam. Il tutto accompagnato dalla voce narrante dell’attore Jeff Bridges.

LA TRAMA

Nel marzo 2000 il regista Terry Gilliam ottiene la conferma dai produttori per la realizzazione di un film basato sul romanzo picaresco di Cervantes Don Chisciotte della Mancia, riadattato da Gilliam e dallo sceneggiatore Tony Grisoni con un taglio moderno. Nel nuovo soggetto Sancho Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, sarebbe dovuto apparire solo all’inizio, per poi esser sostituito da Toby Grosini, un uomo del ventunesimo secolo scaraventato indietro nel tempo, che il protagonista avrebbe confuso per Panza. Il progetto del film è ambizioso, con un budget di più di 32 milioni di dollari (inizialmente 40, in seguito diminuiti a causa dell’abbandono di uno degli investitori) e si impone come una delle più costose produzioni cinematografiche realizzate con fondi esclusivamente europei.

I realizzatori del film comprendono Terry Gilliam alla regia, Rene Cleitman e José Luis Escolar come produttori, Bernard Bouix come produttore esecutivo, Gilliam e Tony Grisoni alla sceneggiatura, Nicola Pecorini come direttore della fotografia, Benjamín Fernández alla scenografia, Gabriella Pescucci e Carlo Poggioli per i costumi.

Johnny Depp viene scelto per interpretare Toby Grosini dallo stesso regista, dopo il proficuo sodalizio in Paura e delirio a Las Vegas. La parte di Don Chisciotte viene affidata all’attore francese Jean Rochefort, il quale deve imparare l’inglese in sette mesi di preparazione. Il resto del cast scelto, che non ha avuto modo di recitare, comprende Vanessa Paradis nel ruolo di Altisidora (riesce solo a fare le prove per i costumi e per il trucco), Miranda Richardson, Ian Holm, Jonathan Pryce, Christopher Eccleston, Bill Paterson e Peter Vaughan. Rochefort e Depp furono gli unici a girare alcune scene (escludendo le comparse, dei carcerati, le guardie e tre giganti, atti a simboleggiare la minaccia dei mulini a vento).

Le riprese iniziano nel settembre del 2000 in una zona deserta a nord di Madrid, vicino ad una base militare. La lavorazione del film è subito inficiata da vari intoppi: uno degli investitori si ritira dal progetto a poche settimane dall’inizio della produzione, Rochefort non riesce a prendere il volo dopo aver avvertito un forte dolore alla prostata ed è costretto a giungere sul set in ritardo, dei jet F16 che volavano in continuazione sopra il set, rendendo le registrazioni degli attori incomprensibili. La situazione non era molto grave: il tutto si sarebbe sistemato grazie al doppiaggio in post-produzione. In seguito la troupe venne colpita da un nubifragio, che rovinò l’equipaggiamento e ridusse il terreno in un pantano: per alcuni giorni fu impossibile tornare sul posto. Una volta ritornata, la troupe si trova davanti ad uno scenario completamente diverso: le dune desertiche, che caratterizzavano la location, sono quasi del tutto sparite ed il colore del terreno è cambiato. Poi l’improvvisa partenza di Jean Rochefort, costretto a tornare a Parigi a causa di un’infezione alla prostata: la produzione cerca di temporeggiare, in attesa del ritorno di Rochefort, concentrandosi su scene che non lo coinvolgono ma a pochi giorni di distanza diventa chiaro che il ritorno dell’attore sarebbe stato difficile. Quest’ultimo fatto è un duro colpo per Gilliam; aveva speso due anni per trovare l’attore giusto per Don Chisciotte, più altri sette mesi serviti a Jean Rochefort per imparare l’inglese.

Nonostante tutti gli sforzi, vari membri della produzione si licenziano e i legali dibattono sull’interpretazione di “cause di forza maggiore” (o “atti divini”, come scritto nei documenti), entro le quali, secondo le assicurazioni, dovrebbero ricadere il nubifragio e le precarie condizioni di salute di Rochefort e che esenterebbe le stesse dal risarcire i produttori. La produzione viene cancellata, le compagnie di assicurazione si impossessano della sceneggiatura e risarciscono gli investitori della pellicola, con circa 15 milioni di dollari.

Nel 2002 Gilliam e i suoi investitori tentano di riottenere i diritti della sceneggiatura scritta dal regista. L’esito del loro tentativo rimane avvolto nel mistero.

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LA RELAZIONE MEDICO-PAZIENTE NEL “DON CHISCIOTTE” DI CERVANTES

di Marina Di Pasquale,

da http://www.psychomedia.it/pm/

Gli specchi dovrebbero riflettere prima di riflettere le immagini. (Jorge Luis Borges)    Se riflettiamo sulla natura dello sguardo bifronte di chi intraprende un percorso psicoanalitico, possiamo notare come, all’interno di quest’avventura individuale, siano presenti alcuni aspetti che ci rimandano al significato del mito di Orfeo, il cantore tracio che, dopo aver partecipato all’impresa degli Argonauti, tradì il patto stipulato con le divinità degli Inferi e si voltò indietro per osservare l’amata Euridice prima di aver raggiunto la superficie della Terra. Orfeo non è soltanto colui che scende negli inferi ma è anche la figura dell’artista che coltiva le muse, l’uomo che affronta il problema del limite e il rapporto che intercorre tra Eros e Thanatos. L’impossibilità di ripercorrere il passato che sta dietro le nostre spalle e che, a volte, riusciamo a percepire solo attraverso una insostenibile sensazione di pesantezza, può essere generata dalla modalità protettiva del non ricordo, oppure da un’incapacità di dare un nome a percezioni che navigano solitarie nel mare di una memoria astenica. Il vojage psicoanalitico ha infatti come obiettivo la coscienza del ricordo e del significato dell’esperienza, ovvero la possibilità di “sentire” i vari colori che la nostra psiche utilizza per dipingere tutte le rappresentazioni del mondo. La psicoanalisi, come il mito di Orfeo, è uno sguardo che oscilla tra amore e morte, un percorso lineare verso un’infuturizzazione che prende il posto della coazione a ripetere agita dalla pulsione di morte. Il processo trasformativo descritto da Bion, il cui nucleo fondamentale sta nella capacità della madre di assumere la funzione alfa vicaria trasmutando gli elementi beta grezzi in elementi alfa, più evoluti e digeribili, valutato all’interno della relazione medico-paziente, può essere considerato “funzionante” quando il paziente accetta l’interpretazione fornita dal suo analista. Come afferma Strachey, un’interpretazione immediata non potrà mai produrre dei cambiamenti strutturali, in quanto essa è applicata ad un impulso messo in atto in quel momento dal paziente. Possiamo parlare di un cambiamento duraturo quando il materiale interpretato dall’analista riguarda un’emozione che il paziente vive come un’esperienza attuale, e continua ad essere valida fino a quando non subentrerà un altro enunciato dichiarativo che potrà essere giustificato o rifiutato. L’interpretazione, a differenza dell’esperienza delirante primaria, può essere sostituita da altri significati che compaiono nel corso dell’analisi. Durante la terapia la possibilità di ampliare la coscienza attraverso un supporto esterno (l’analista), avviene quando i margini delle funzioni che fanno capo al processo di comprensione dell’esperienza vengono ricuciti, lasciando ampio spazio a quella dimensione dell’apparir del vero spodestata da quote onnipotenti con cui, alle volte, si valuta la realtà. Lo stesso analista, come sottolinea Balint, dovrà imparare a rinunciare completamente alla sua onnipotenza per riuscire stare con il paziente in una posizione egualitaria. Questo processo di de-potenziamento avviene quando il territorio di espansione del Sé viene bonificato da componenti infantili che condizionano il rapporto con l’altro, e quando la stessa realtà, nella sua natura fenomenica, non si mostra così dolorosa fino a compromettere l’accettazione della sua esistenza. Un esempio di fallimento della perdita dell’onnipotenza è descritto in modo particolarmente interessante dallo spagnolo MIGUEL DE CERVANTES SAAVEDRA, l’autore del romanzo DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA, un’opera scritta tra il 1598 e il 1604, che ancor oggi ci stupisce per la sua straordinaria attualità nel descrivere il mondo degli eroi e degli anti-eroi. Sin dalle premesse il romanzo di Cervantes sembra nato dall’intenzione di riprodurre qualcosa di esistente, magari lontana nel tempo ma sicuramente presente nella memoria. Il primo intento dell’autore del don Chisciotte, a quanto egli stesso dichiara nel Prologo, era quello di creare un romanzo dove fosse osservata la mimesi, l’imitazione della forma e dell’espressione dell’antica letteratura cavalleresca, intesa metafisicamente come principio di vita spirituale, di passione e di dolore, in grado sempre di realizzare quella bellezza in sé analogica e trascendentale in cui ciascuno sa leggere e rispecchiarsi con diletto, secondo la sua capacità del momento, la sua maturità, e in base alla propria intelligenza e al proprio giudizio. I requisiti romanzeschi scelti da Cervantes ci rimandano a una dimensione simil narcisistica, il cui intento sembra quello di duplicare qualcosa che già c’è, manipolare le somiglianze fino al paradosso, riuscendo a divertire con i suoi artifici letterari costruiti in laboratorio. Questo aspetto, riflettendo sul personaggio don Chisciotte, appartiene a quella fase infantile dominata da un’onnipotenza, che, nel romanzo dello scrittore spagnolo, sembra caratterizzare la psicologia del protagonista. Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, in un brano pubblicato all’interno del suo libro Altre inquisizioni, parla di segreto congedo nostalgico di Cervantes che si diletta a giocare con degli antidoti magici contro le sue finzioni. Se rileggiamo il Don Quijote facendo attenzione alle osservazioni scritte da Borges, possiamo considerare il don spagnolo come l’alter ego infantile di Cervantes che si diverte a manipolare alchimie magiche alimentate da uno studio approfondito sulla letteratura cavalleresca. La stessa alterità, a partire dal suo fedele cavallo Ronzinante, un ossuto accompagnatore a quattro zampe trattato alla stregua di un purosangue di tutto rispetto, sembra solo una delle tante opportunità per alimentare un ideale erotico-eroico che lotta contro l’accettazione dei limiti umani. Nel romanzo seicentesco il goffo cavaliere, sazio di abbuffate letterarie dove si narrano le gesta dei cuor gentili, ha confuso la realtà con l’immaginazione, mostrandosi come uno che ha consumato un pasto intellettuale che si è trasformato in un apprendimento indigesto. Una concezione guasta che produce deliri e allucinazioni; rappresentazioni da cui, o per follia o per delizia, non riesce a distanziarsi. Il suo massiccio processo proiettivo, che lo porterà a far coincidere le proprie interiorizzazioni dotte e bizzarre, crolla solo per pochi secondi: quando, ascoltando l’interpretazione di un accompagnatore che lo seguirà durante il viaggio (Sancio Panza), sospetterà vagamente che la situazione in cui si trova non sia come gli appare. Ma il suo desiderio, certamente più forte della valutazione della realtà, s’imporrà nella sua mente facendo vincere continuamente i suoi fantasmi bellicosi. L’eros-eroico di Don Quijote è alimentato dall’amore nei confronti di una giovane fanciulla che forse ha visto solo per pochi minuti, ma che già dal nome (Dulcinea del Toboso) ci fa intuire la sua capacità di diventare il motore immobile delle imprese del don spagnolo. Ma oltre a questa domina misteriosa, che Cervantes tra le righe ci rimanda come creatura per niente stimabile, il nostro simpatico eroe, durante il suo viaggio, accoglie tra le sue grazie un contadino corpulento di nome Sancio Panza, che durante il bilancio delle diverse imprese gloriose si scontrerà sempre con le valutazioni del nostro buffo cavaliere.

Sancio Panza: “Ti giuro mio padrone che quella è un’osteria, non ci sono nè fantasmi né uomini incantati ma persone in carne ed ossa come siamo noi, come sono tutti [É]”

Don Chisciotte: ”Sancio mio caro, io mi confermo nell’opinione che quel castello fosse certamente incantato perché quelli non poteano essere altri che fantasmi o gente dell’altro mondo.Gli incantatori sono invisibili [É]”

Don Chisciotte: ”Oh ch’io m’inganno, o debb’essere questa la più famosa avventura che siasi giammai veduta; perché da quel gruppo o mucchio nero che là si scorge, io arguisco che debbon esser incantatori i quali ne menano prigioniera qualche principessa in quel cocchio e io devo impedire sì gran torto [É]”

Sancio Panza:” Guardi bene, questo è ben peggio dell’avventura dei mulini a vento, quelli che vede, signore, sono frati dell’Ordine di San Benedetto e quella sarà una carrozza di gente che viaggia al solito, badi bene a quello che dico, non si faccia prendere dal diavolo [É]”

Questo dialogo tra la coscienza e l’incoscienza, la realtà e la de-realtà, lo incontriamo alle volte all’interno di quell’alleanza terapeutica che s’istaura durante la situazione analitica. Cervantes, con una strabiliante raffinatezza stilistica, nella trama del suo romanzo immortale ci ha già detto tutto. C’è un viaggio nell’ignoto (l’analisi), il delirio di un uomo che si è perduto (don Chisciotte) e una tacita richiesta d’aiuto (Sancio Panza). Infatti, durante tutto il percorso “cavalleresco”, il contadino coscienzioso è chiamato in causa dal suo padrone ogni qual volta è d’uopo dare un giudizio su un’ avventura.Valutazione richiesta ma di cui il temerario cavaliere non tiene alcun conto (richiesta d’aiuto-rifiuto d’aiuto). La trama del romanzo di Cervantes ci appare ancor più interessante se pensiamo che lo stesso Sancio Panza, dopo le sue varie argomentazioni sulla “realtà” delle imprese, alla fine, potendo scegliere, anche lui si fa conquistare dal sogno-delirio del suo padrone soccombendo alle regole dell’onnipotenza. Tenendo in considerazione questo aspetto, e riportandolo all’interno della stanza d’analisi, potremmo pensare, a questo punto, che il compagno di viaggio del cavaliere spagnolo è un Super-Io ausiliario debole che forse ha rinunciato troppo presto a quelle quote magiche che don Chisciotte realizza nel momento in cui decide di sposare la causa cavalleresca. L’acquisizione della nuova identità di cavaliere inizia ad insediarsi nei suoi pensieri quando deve scegliere gli abiti che lo aiuteranno a trasformarsi in un eroico guerriero. Il rito della vestizione, reale o simbolica, compare ogni qual volta dobbiamo affrontare l’altro, l’oggetto d’interesse vissuto come il nostro ideale. Questa rappresentazione particolare può essere contenuta nel volto di una persona, come, ad esempio, l’amata di Werther che anima i suoi pensieri durante la scelta dell’abito da indossare, oppure si può ritrovare all’interno di quelle azioni eroiche e socialmente impegnate mosse da ciò che Arieti chiama ideologia dominante (don Chisciotte).

Werther: “M’è costato fatica decidermi a togliermi di dosso il mio semplice frac turchino che avevo la prima volta quando ho ballato con Lotte, ma negli ultimi tempi era ridotto proprio indecente. Però me ne son fatto fare uno ugualeÉ”

Come afferma anche Littré: “In vista di un appuntamento che mi esalta, io faccio accuratamente la mia toilette. Questa parola non ha solamente un significato di graziosità ma designa anche i preparativi ai quali viene sottoposto il condannato a morte prima di essere condotto al patibolo”.

Il rito della vestizione contiene infatti quell’impasto di amore e morte che si mescola in modo interessante all’interno delle cerimonie delle tribù indigene che, per compiere i loro riti sacrificali, dipingono il loro volto con i colori della guerra. Un abbellimento che racchiude il significato della purificazione attraverso il sangue di animali o esseri umani: oggetti persecutori o idealizzati ma che comunque si pongono in modo differenziato rispetto all’inviolabilità degli altri rappresentanti totemici. Ragionando su queste dinamiche atropo-psicologiche i sostantivi bellum e bellus sembrerebbero convivere nella stessa rappresentazione, come se appartenessero ad una stessa matrice ontologica che racchiude il dinamismo dell’esistenza. In oltre, lo stesso percorso psicoanalitico, a partire dal primo appuntamento con l’analista, è caratterizzato in un primo tempo, da simboli e significati ricercati nei vestiti che paziente e terapeuta cercano di decifrare in tratti di personalità e previsioni future. Varie analisi che “scompaiono” quando s’instaura quell’alleanza terapeutica che segna la nascita della situazione analitica, a quel punto quegli orologi tanto osservati, quelle scarpe e quei colori scrutati per diverse settimane o mesi, si trasformano in qualcosa di più reale e genuino: un rapporto che va perdendo il sapore della “guerra” per cedere il passo ad una necessaria scomposizione e ricomposizione della personalità organizzata da Eros.

Nel romanzo di Cervantes, il rito preparatorio di don Chisciotte è descritto con la stessa meticolosità con cui il suo autore, pagina dopo pagina, ci delinea la follia del suo protagonista.

“Applicossi prima di tutto a far lucenti alcune arme delle quali si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giacevano dimenticate in un cantone [É] invece della celata con visiera, eravi solo un morione: ma supplì a ciò la sua industria facendo di un cartone una mezza celata, che unita al morione pigliò l’apparenza di celata intera. Egli è vero che per metterne a prova la solidità trasse la spada e vi diede due colpi col primo dei quali in un primo momento solo, distrusse il lavoro che l’aveva tenuto occupato una settimana; ne gli andò allora a grado la facilità con cui la ridusse in pezzi [É]”.

L’eroe di Cervantes deve salvare il mondo da giganti e fantasmi, imperativo che lo obbliga a lottare contro i vari oggetti persecutori che proietta all’interno dei paesi attraversati in sella al suo cavallo. Se il crocicchio tra Corinto e Tebe rappresenta metaforicamente il luogo delle angosce edipiche, i territori spagnoli affrontati da don Chisciotte possono rimandarci, simbolicamente, a quella frammentazione tipica delle angosce psicotiche che denunciano una grave patologia dello schema corporeo (aspetto affrontato in modo particolare da Cervantes nel libro“El licendiado Vidriera” dove si racconta la storia di Tomás Rodaja che impazzisce perché crede che il suo corpo sia fatto di vetro). In un bellissimo saggio su Don Chisciotte e Amleto, lo scrittore russo Ivan Turgenev, ragionando sulla psicologia che caratterizza i protagonisti di queste opere, pubblicate nello stesso anno, sottolinea la loro natura peculiare e antitetica che fa diventare Cervante e Shakespeare cantori di due diverse estremità della natura umana. Amleto, come scrive Turgenev, è bloccato in se stesso, incapace di reagire, di essere, di fare, di irrompere nella vita e alla fine si ritira nell’isolamento di una pazzia fittizia. Don Chisciotte invece è completamente libero da se stesso, si intromette in ogni occasione con coraggio e senza limiti, e, alla fine, in forma grottesca, irrompe totalmente in ogni situazione.

Don Chisciotte:“Mi vuoi dire, caro Sancio, che dovrei tirarmi indietro, perchè il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, farmi umile accettare che sia questa la realtà?”

Amleto:“Essere o non essere: questo è il problema; s’egli sia più nobile soffrire nell’animo le frombole e i dardi dell’oltraggiosa Fortuna, o prender armi contro un mare di guai e contrastandoli por fine ad essi. Morire, dormireÉnient’altro”

Mentre don Chisciotte proietta tutte le sue indigestioni letterarie utilizzando il mondo esterno come contenitore dei suo fantasmi, l’Amleto shakespeariano si limita solo ad introiettare le parole pronunciate dallo spettro del padre che lo supplica di vendicarlo. Per Freud Amleto è un Edipo moderno, un Edipo mancato: un Edipo che non passa all’atto. Nel dramma di Shakespeare, come scrive Freud, si trova la traccia di un complesso incestuoso in cui il bambino (Amleto) nell’impossibilità di soddisfare il suo desiderio, si assoggetta a quel competitore, il genitore di cui è geloso, che alla fine si trasforma nel suo padrone interiore. Con l’interiorizzazione di un censore interno la crisi edipica passa e si istaura il Super-io e con esso la morale. Il principe Amleto non agisce ciò che Oreste consuma: la vendetta per l’uccisione del padre. L’unica ribellione del personaggio shakespeariano, che ha come obiettivo l’umiliazione della Regina di Danimarca (la madre), avviene solo mediante la parola: un linguaggio che contiene quel veleno ancestrale del divieto dell’incesto.

Amleto: “Io la pugnalerò con le parole ma non con la mano: la mia lingua e la mia anima in questo siano ipocrite; comunque nelle mie parole ella sia ripresa, non consentir mai, anima mia, a metter loro il suggello [É] Madre di certo voi avete sentimento altrimenti non potreste avere impulsi; ma per certo quel sentimento è paralizzato [É] O Vergogna dov’è il tuo rossore? Voi vivete nel fetido letto unto di grasso, crogiolata nella corruzione, dicendo parole melliflue e facendo all’amore sul sudicio bragoÉ”

Sia don Chisciotte che Amleto sono due anti-eroi, due uomini che vivono un destino perdente, ma alla staticità del principe di Danimarca si contrappone l’eros dinamico di don Chisciotte che non sceglie la follia come prigione ma come espressione di libertà. Il romanzo di Cervantes si conclude con la “guarigione” di Don Chisciotte che chiede perdono al suo fidato scudiero per averlo coinvolto nelle sue stramberie.

Don Chisciotte: “Perdonami, amico, quelle occasioni che ti ho date di parer pazzo con me, facendoti cadere nell’errore in cui io era che vi fossero o vi sieno al mondo cavalieri erranti”

Davanti a Sancio Panza, il valoroso cavaliere abbandona le vesti di Don Chisciotte della Mancia e ritorna ad essere quel che era: Alonso Chisciano, scapolo cinquantenne accudito da una serva e una nipote. Si spoglia di una corazza inesistente e si riprende della sua vera pelle. Esperienza straordinaria che ritroviamo all’interno di quella stanza particolare dove scuciamo e ricuciamo la trama della nostra esistenza. (MARINA DI PASQUALE) Bibliografia

Barthes, R., Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi Borges J.L., Altre inquisizioni, Feltrinelli Cervantes, M., Don Chisciotte della Mancia, Einaudi Etchegoyen, H.O., I Fondamenti della Tecnica Psicoanalitica, Astrolabio Gabbard, G.O., Psichiatria Psicodinamica, Raffaello Cortina Graves, R., I miti greci, Longanesi Shakespeare. W., Tutte le opere, Einaudi Turgenev, I., Amleto e Don Chisciotte, Il Melangolo

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http://www.scuolafilosofica.com/2980/don-chisciotte-della-mancia-chervantes-m

DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA

Posted on giugno 9, 2013 by Giangiuseppe Pili | Leave a comment

Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.[1]

Miguel de Cervantes

Don Chisciotte della Mancia è considerato il primo romanzo della storia della letteratura occidentale. Il libro, diviso in due parti, narra le vicende del cavaliere errante, Don Chisciotte, e del suo scudiero, Sancio Panza. La trama del romanzo si impernia attorno ai due personaggi, entrambi inscindibili e centrali.

La storia del Don Chisciotte della Mancia (da ora solo Don Chisciotte) prende avvio dalla follia di un possidente, un piccolo proprietario, che non si chiamava Chisciotte: “Pare che di cognome facesse Chisciada o Chesada, ma non c’è accordo fra gli autori che se ne occupano, e altre verosimili congetture lo darebbero per Chisciana. La cosa, a dire il vero, ha poca importanza…”[2] Egli era un cavaliere con non troppi averi. Il signor Chisciotte aveva letto moltissimi libri sulla cavalleria errante, sia i celebri che i meno celebri, e aveva tratto tante suggestioni da renderlo incapace di credere che i libri di cavalleria fossero solo finzioni. Dal principio, dunque, iniziò a congetturare sulla realtà di quelle storie, pensandole reali, poi passò a credere che anche nel suo presente esistessero tutte quelle bizzarre figure che sussistevano nelle storie e leggende della cavalleria errante: giganti, fate, maghi, incantatori, donzelle da amare, grandi principesse, draghi e via dicendo. “Il suddetto cavaliere, nei suoi momenti d’ozio (che prendevano la maggior parte dell’anno), si dedicava alla lettura di romanzi cavallereschi, con tanta intensità e piacere che trascurare quasi del tutto la caccia e anche l’amministrazione dei propri beni…”[3] Ciò fino a quando non decide di entrare anch’egli nell’onorevolissimo mondo della cavalleria errante: “Alla fine, ormai del tutto fuori di sé, maturò la più strampalata idea che potesse nascere nella mente di un pazzo: per accrescere la sua reputazione e servire la patria, gli sembrò conveniente e necessario farsi cavaliere errante e andare per il mondo, cavalcando in armi e cercando avventure. Si sarebbe cimentato nelle stesse imprese dei cavalieri dei suoi libri, riparando ogni genere di ingiustizie, affrontando difficoltà e pericoli che, una volta superati, gli avrebbero conferito onore e fama per l’eternità”.[4]

Da qui ha inizio la grande avventura di Don Chisciotte della Mancia (della Mancia perché da lì proveniva). Don Chisciotte era meticoloso e sistematico, nella sua follia: egli assume un corpus di regole, desunte da tutti i libri di cavalleria letti, in base alle quali prendere decisioni e leggere la realtà. Per prima cosa, gli serviva una dama da amare, perché ogni cavaliere errante ne aveva una da cui dipendere e il cui amore, sempre e comunque rifiutato se non dopo una lunga sequenza di gesta, gli serve da stimolo e passione. L’amore della dama è superiore a quello che il cavaliere ha nei confronti di Dio, il che conduce a interessanti questioni morali, dibattute all’interno del Don Chisciotte. Pur non essendosi mai innamorato realmente di nessuna, e avendo frequentato ben poche donne e ben poco del mondo conosciuto, la fantasia spinse Don Chisciotte a prendere in considerazione come suo amore una ragazza di campagna che rinominò “Dulcinea del Toboso”. Il nome “Dulcinea” era stato scelto tra una discreta varietà di alternative, questo perché Don Chisciotte teneva che le sue gesta nel futuro narrate, rispettassero dei canoni musicali che potessero ben sposarsi con le parole della poesia. Dulcinea, quindi, era una via di mezzo tra una persona reale e una persona immaginaria: esisteva realmente la persona su cui Don Chisciotte fantasticava, ma non era né bella né particolarmente brillante, ma aveva “una mano speciale per salare il maiale”, come ci vien detto.

Per partire, però, aveva bisogno di un fedele compagno di viaggi, capace di sopportare pesi, fatiche e privazioni: aveva bisogno di un destriero forte e vigoroso. La sua scelta ricadde su un debole cavallo, pelle e ossa, che soprannominò “Ronzinante”, perché Ronzino, ma il primo (dunque: ante), sicché il “primo dei ronzini” fu chiamato “Ronzinante”. Dopo una prima avventura, finita piuttosto male, tornato a casa, Don Chisciotte si ricordò che nessun cavaliere errante andava in giro senza un prode scudiero, capace di seguirlo in ogni dove e di servirlo in ogni modo, pur sempre nei limiti delle regole convenute per gli scudieri. Riuscì a convincere un popolano arguto, per quanto totalmente ignorante, e, per ciò, incline a credere praticamente tutto quello che il folle padrone gli raccontava: costui era Sancio Panza. Sancio Panza, da buon uomo di popolo, rustico e concreto, non si fece convincere senza la speranza di guadagnare qualcosa: niente meno che un’isola da governare. Don Chisciotte, infatti, gli aveva raccontato che tutti i cavalieri erranti, che prima o poi ottengono grandi possessi e onori, affrancavano i loro scudieri con grande vantaggio di questi ultimi.

Iniziano così le avventure di Don Chisciotte e Sancio Panza. Da principio il Don incontra i temuti “mulini a vento”, che la sua mente interpreta come entità gigantesche da abbattere, ovverosia dei giganti. Fin da quel momento Sancio si rende conto che il suo padrone non ragiona nel modo dovuto, ma Don Chisciotte è irremovibile e si lancia alla carica dei mulini. Questa vicenda, che per la verità prende assai poco, è solo la più celebre (forse perché la prima e perché pochi terminano la lettura del voluminoso tomo). Finiscono poi in una locanda, che Don Chisciotte interpreta come un castello, e accadono altri episodi curiosi. Ma la fantasia di Don Chisciotte è sistematica nell’associare a entità reali entità fittizie la cui giustificazione risiede nella presenza di potenti incantatori che lo ingannano sistematicamente. Costui, infatti, sarebbe vittima di geni maligni che lo traviano continuamente e continuamente lo conducono a scelte discutibili. Ma non è questo il caso della volta che Don Chisciotte, male assistito dalla ricerca di avventure, scambia un gregge di capre per un grande e valoroso esercito.

Eppure la saggezza di Don Chisciotte è grande, quanto il cuore del suo valente scudiero, ed egli mette in pratica continuamente la sua ragione in eruditi e intelligenti discorsi che, altrimenti, si sarebbe detti partoriti da una mente illuminata. Così la pazzia di Don Chisciotte è selettiva, specifica per tutte le faccende e entità che possono rientrare anche molto alla lontana all’interno del regno della cavalleria.

Nel frattempo, al suo paese, la governante e la nipote di Don Chisciotte piangono per l’avvenuta disgrazia. Un uomo così assennato, buono e generoso ha volto la sua mente al peggio e non si trova una cura. Il curato e il barbiere, anche loro buoni lettori dei libri di cavalleria errante, prima distruggono i libri del Don, salvandone solo alcuni e portandoseli via, e poi cercano stratagemmi per riportare Don Chisciotte a casa, sperando in una sua futura guarigione. Nel frattempo, nipote e governante, tra un urlo e un pianto, bruciano i libri e si disperano, sperando che la medicina o i miracoli riportino Don Chisciotte a casa. Ma non sarà né l’una né l’altra cosa.

Don Chisciotte decide di imitare la follia di un cavaliere errante, il migliore di tutti, perché è dall’imitazione del più grande modello che si determinano i risultati migliori. Ma, appunto, egli vuole superare in grandezza il suo maestro e vuole impazzire coscientemente proprio per dar ancora più lustro alla sua follia:

“Non ti ho appena detto” rispose Don Chisciotte, “che voglio imitare Amadigi facendo qui il disperato, il pazzo, e anche il furioso per imitare, allo stesso tempo, il valoro Orlando, quando scoprì presso una fonte i segni lasciati da Angelica la bella che si era intrattenuta con Medoro, e per questo dispiacere impazzì, sradicò gli alberi, intorbidò le fonti (…) e fece ancora mille e mille stranezze, degne di eterna fama? Però, dato che non voglio imitare Orlando, o Roldano o Rotolando che dir si voglia, in tutte le pazzie che fece, disse e pensò, farò una sintesi di quelle che mi sembrano le più essenziali. Ma è anche possibile che mi limiti alla sola imitazione di Amadigi, il quale, senza fare pazzie e danni, ma solo con lamenti e pianti, raggiunse più notorietà di chiunque altro”.

“Mi sembra”, disse Sancio, “che quei cavalieri furono provocati ed ebbero buone ragioni per fare follie e penitenze; ma vostra signoria che motivo ha per impazzire? (…)”.

“E qui è il punto”, rispose Don Chisciotte, “qui sta la finezza del mio proposito; che un cavaliere errante impazzisca avendone motivo, salute e grazie: il bello sta nel dar fuori di matto così per niente, e far pensare alla mia dama che se faccio questo senza motivo, che finimondo farei se fossi provocato?…”[5]

Presa la decisione, spedisce Sancio al paese. Costui, alla fine, conduce il curato e il barbiere e, attraverso un curioso stratagemma, riescono a ricondurre a casa Don Chisciotte: lo rinchiudono in una gabbia, che egli crede sia un incantesimo del suo rivale incantatore.

Il secondo volume riprende la storia da dov’era stata lasciata. Ma con un’importante differenza. Se nel primo volume Don Chisciotte è continuamente alla ricerca di eguagliare i suoi modelli, nel secondo egli è, invece, già cavaliere insignito da una preziosa narrazione. Il moro Benengeli aveva composto un’importante opera su Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste figura (così noto perché Sancio, dopo aver visto il suo padrone senza denti per via delle imponenti e robuste legnate che prese, lo soprannominò in questo modo, soprannome che piacque assai a Don Chisciotte che lo adottò prima di sostituirlo con il Cavaliere dei leoni, dopo una bella avventura). Il libro di Benengeli (che, si intende, è una metanarrazione) è un campione di vendita, sicché Don Chisciotte diventa celebre piuttosto in fretta. Il problema è che il Benengeli, probabilmente in quanto moro (e, dunque, irrimediabilmente bugiardo), non racconta con la dovuta precisione la serie di strampalate avventure di Don Chisciotte (a suo dire) e, così, il Don è continuamente sfidato a mettere alla prova le sue abilità. Egli decide di ripartire dal suo villaggio, con grande rabbia e tristezza della governante e della nipote, e costernazione del barbiere e del curato, che non riescono in alcun modo ad evitare la fuga del malato. Don Chisciotte prosegue nel suo vagabondare e nel continuo cercare avventure, sfida dei leoni, finisce in una grotta dove ha visioni degne di un cavaliere errante, e arriva al castello di due duchi, che ben conoscono la figura folle di Don Chisciotte e decidono di assecondarlo continuamente nelle sue intuizioni. Arrivano ad affidare anche un paese a Sancio, che scoprirà ben presto che il governo di un paese è molto più difficile e stressante che essere in piena libertà col suo padrone. La storia termina al paese di Don Chisciotte, con la sua morte.

Il Don Chisciotte della Mancia è un libro diviso in due volumi, scritti a grande distanza di tempo: il primo volume è edito nel 1605 mentre il secondo è del 1615. La struttura generale dell’opera si può dire quasi “asistematica”, laddove la trama si sviluppa intorno al vagabondare senza meta di Don Chisciotte e Sancio Panza e le cui avventure si susseguono senza soluzione di continuità. Questa struttura acentrica si mostra nell’assenza di nuclei tematici lineari, nella continua divagazione in storie e digressioni e nella presenza di avventure sconnesse le une con le altre. L’unità tematica è più astratta e, probabilmente, riflesso della figura stessa del protagonista, delle sue regole e della sua sistematica follia: essa è determinata dall’inserimento della follia all’interno di contesti quotidiani e usuali, follia che si tramuta spesso in elemento straniante, ma pure nel suo opposto. Non sono rari gli episodi in cui Don Chisciotte elargisce importanti lezioni, conoscitive e morali, a quanti lo circondano. La disorganicità è solo a livello narrativo, ma non a livello concettuale e metanarrativo, che invece lascia intravedere una chiara costanza negli intenti e nei pensieri dell’autore. Tali caratteristiche strutturali sono permanenti e permeanti tanto il primo quanto il secondo tomo. La differenza, come si è già accennato, riguarda la diversa dimensione metanarrativa, laddove nel primo tomo il riferimento di Don Chisciotte sono i libri di cavalleria (di cui Cervantes dimostra una conoscenza decisamente fuori dall’ordinario e la cui critica ironica si esplicita fino in fondo nella vicenda del rogo dei libri e delle dotte disquisizioni su di essi tra il curato e il barbiere) mentre nel secondo è la storia stessa di Don Chisciotte, i cui riferimenti sono tutti al primo libro. Cervantes inserisce continuamente riferimenti al primo tomo ed è curioso l’innesto della metanarrativa perché dà allo scrittore la possibilità sia di nuovi espedienti per le avventure di Don Chisciotte (livello narrativo di primo livello pienamente manifestato dai due duchi e dalle vicende ad essi connessi), sia di una riflessione più generale del ruolo di Don Chisciotte rispetto a se stesso (egli prende ormai a modello più le sue gesta passate che non quelle degli altri cavalieri). Ma la metanarrativa concettuale, cioè quella che sostanzia e sostiene l’opera dall’esterno e dai pilastri interni costituiti nella successione dei capitoli, è la medesima, solo cambia il riferimento intratestuale che, prima, rimanda ad altra letteratura, poi a se stesso.

Il punto è particolarmente interessante perché lascia intendere che l’opera di Cervantes sia in continuità e rottura con la tradizione cavalleresca (di cui conserva i valori di riferimento e molto del pubblico ma ne rigetta totalmente l’avulsità dalla realtà). Ed è da questa importante annotazione che si comprende pienamente lo stile di Cervantes. Il realismo domina nell’opera giacché la follia di Don Chisciotte è chiaramente descritta dall’esterno, per mezzo di un narratore in terza persona, che, così, mostra la discrepanza tra la realtà e la fantasia del protagonista in modo diretto. Lo straniamento, dunque, del personaggio è mostrato immediatamente, senza mediazione con la sua interiorità. Non solo, ma le stesse vicende hanno un carattere reale, laddove Don Chisciotte prende scoppole, legnate, sassate e i colpi del destino non sono solo figurati, ma propriamente fisici. Sicché egli non è vittima di se stesso da un punto di vista mentale, la cui “coerenza” è salva per i principi assunti da egli stesso, ma da un punto di vista fisico, concreto. Sancio Panza, dal canto suo, è il contraltare inverso di Don Chisciotte. Egli è un credulone, ma è in grado di riconoscere la realtà dei fatti. Così ciò offre un’ulteriore ragione di straniamento radicale per Don Chisciotte ma non per l’opera in generale. La scelta stessa del lessico, molto simile a quello della Commedia dantesca: i registri lessicali sono tutti quelli possibili, dal livello scurrile (proprio di Sancio o di altre figure minori, come le ostesse o le prostitute) al livello sublime (non solo Don Chisciotte spesso si lascia in dialoghi in cui compaiono parole ricercate ma pure vengono inserite poesie e canzoni il cui registro è alto e sublime). Il realismo viene restituito anche a livello sintattico, nel senso che in talune parti il testo assume una costituente basilarmente paratatica, piana, laddove si deve rendere il mondo quotidiano; ma in altre parti esso diventa più contorto, ricercato, strutturato su più piani e livelli. Per quanto il testo non diventi mai inacessibile, esso indubbiamente richiede attenzione da parte del lettore, sintomo evidente di una ricerca sul piano sintattico e semantico. Il realismo di Cervantes è, dunque, narrativo e letterario nel senso più forte del termine.

Le figure principali del romanzo, proprio per la sua organica asistematicità, non sono molte: Don Chisciotte, Sancio Panza, il curato e il barbiere, la governante e la nipote, Salvatore Carrasco e i Duchi. Si noti che solo due personaggi possono essere trattati in modo a sé stante (Don Chisciotte e Sancio Panza) mentre tutte le altre devono essere trattate insieme. Questo perché le figure minori (alle quali si potrebbero aggiungere la moglie di Sancio, Teresa Panza, e la figlia, Sancetta) rivelano una peculiarità individuale solo in coppia e non solo perché presentati insieme. Vedremo perché.

Don Chisciotte è il personaggio principale, la figura dominante di tutto il romanzo. A nostro parere, modesto ma motivato, non può considerarsi un pazzo, per quanto agisca come tale. Egli, infatti, non è dominato dalle passioni, dalle emozioni e non è incapace di ragionare, anzi, egli è mostrato più e più volte come saggio, erudito, intelligente. Don Chisciotte è anche troppo razionale, nel senso che egli segue fino in fondo delle regole che egli stesso ha formulato, elaborato: le leggi generali della cavalleria. L’applicazione di tali leggi è radicale e costante, la cui costanza è reiterata coscientemente. Il problema è che le leggi che egli ha assunto lo conducono ad associare ad alcuni specifici eventi un significato che essi non hanno. In altre parole, egli sostituisce, per mezzo di regole di traduzione, le proprietà di alcune entità con altre: ai mulini attribuisce le proprietà dei giganti perché ad un oggetto di grandi dimensioni semoventi (i mulini) associa le proprietà che nel mondo della cavalleria vengono riferite ai giganti. In questo senso, non gli difetta né la vista né l’intelletto, ma ha delle regole selettive del tutto sbalestrate, da un punto di vista epistemico, laddove egli giunge globalmente a conoscenza, ma localmente a credenze false, come attestano proprio i suoi discorsi riconosciuti da tutti non solo come sensati, ma come saggi. Per questo è errato parlare di “follia” di Don Chisciotte, ma di razionalità sbalestrata, il cui sbalestramento è molto più sottile che non quello di un pazzo, a cui manca totalmente la ragione. Ad esempio Don Chisciotte non crede di essere Napoleone, ma vuole essere al più come lui e si ingegna per esserlo. Don Chisciotte, allora, come si dice con troppa disinvoltura, incarna l’uomo moderno nel senso che costui seguirebbe delle regole a prescindere dal loro senso, cioè dal fatto che da tali regole ne seguano giuste decisioni e credenze vere: egli segue la sua strada non senza motivo, ma senza ragione, in questo senso, sì, senza giustificazione. L’aver isolato un nucleo di regole non implica assenza di senno, ma il fatto che queste regole siano malformulate mostra una caratteristica importante della nostra evoluzione storico-culturale che ha scisso la norma dalla realtà, determinando, così, il rischio di avere strutture psico-sociali totalmente aberranti. In fondo, i nazisti non sono molto diversi, nell’astratto, da Don Chisciotte, perché essi non possono essere definiti “pazzi” in senso clinico, ma aberranti da un punto di vista morale ed epistemico: anche loro credevano che le “razze inferiori” non fossero propriamente “insiemi di uomini” (follia epistemica) e, per questo, si sentivano giustificati ad agire in modi disumani (follia morale).

Don Chisciotte, però, non perde il suo carattere, intrinsecamente buono e incline ad una razionalità fuori dal comune. Solo un uomo molto razionale poteva giungere alla sua forma peculiare di pazzia selettiva ed egli stesso sembra essere consapevole di non essere un “vero cavaliere errante”, come vien detto in un passo particolarmente importante: “«Sia benvenuto il fiore e la crema dei cavalieri erranti!» E tutti, o almeno la maggior parte, versavano ampolle di acqua odorosa su Don Chisciotte e sui duchi, con grande sorpresa di Don Chisciotte; e quello, per lui, fu il primo giorno nel quale si ritenne un cavaliere errante, vero e non di fantasia, vedendosi trattare allo stesso modo dei cavalieri dei secoli passati”.[6] Questo passo è fondamentale per comprendere il punto sopra rilevato: Don Chisciotte non è privo di senno da non capire che molto di quanto egli fa è dovuto al suo stesso fantasticare, cioè dalla sistematica sostituzione per mezzo di regole precise, piuttosto che da quanto realmente accade. Ma questo non toglie che Don Chisciotte sia di natura buona, che i suoi intenti siano realmente quelli di fare del bene e ciò è dimostrato dalla sua generosità e condiscendenza ad aiutare e a capire gli altri e Sancio Panza in primis.

Sancio Panza, diversamente da Don Chisciotte, è un uomo rozzo e ignorante, ma dotato di buon cuore. Don Chisciotte e Sancio sono animati da un interesse materiale comune, cioè riportare dei vantaggi per la loro posizione, e da un carattere simile nella loro attitudine al bene. Per il resto sono uomini assai diversi. Sancio è ignorante ma pratico, risoluto a salvare la pelle, a subire poco e mangiare molto. Egli incarna l’uomo comune, così facile a cadere in fallacie epistemiche e così pronto a cercare di ottenere quanto può renderlo felice, anche quando ciò non sia altro che un pezzo di formaggio. Ma, più di tutto, Sancio è un uomo disposto a credere alle follie (in questo senso, sì) del suo padrone, pur di raggiungere il governo di un’isola (che non c’è). Eppure la speranza del governo e dei suoi vantaggi è tale che fa perdere a Sancio la capacità di discernere la fattibilità del progetto dalle speranze sul suo ottemperamento: il fine non difetta, ma è totalmente irragionevole nei mezzi. Sicché, se Don Chisciotte è irrazionale nel fine ma non nei mezzi (di fatto, Don Chisciotte realizza davvero una parvenza di ciò che è un cavaliere errante) così Sancio è irrazionale nel fine ma non nei mezzi: egli sa che solo seguendo Don Chisciotte può sperare di raggiungere il suo scopo. In questo senso, appunto, Sancio sembra essere molto simile a quelle moltitudini che si affannano da millenni sulla faccia della terra e che sono sostanzialmente in grado di raggiungere scopi miserabili non perché gli difetta il realismo sui mezzi, ma perché sono totalmente incapaci di definire un buon fine raggiungibile.

 Il curato e il barbiere incarnano il “buon senso” umano, che non si lancia in grandi avventure né in approfonditi studi, ma che riescono a godere del massimo che offre la vita: una tranquilla esistenza contornata da impegni di piccolo taglio. Sono loro che tentano di far rinsavire Don Chisciotte e che scelgono i libri da bruciare, come sono loro che si ingegnano per risolvere positivamente la situazione, pur senza riuscire a raggiungere i loro scopi.

La nipote e la governante di Don Chisciotte incarnano le donne devote all’uomo di casa, pulsionali e passionali e incapaci di razionalizzare ciò che gli capita. Ma ad esse fanno a contraltare Teresa Panza e Sancetta, due donne concrete, capaci di vedere la realtà ma senza lasciarsi vincere da essa. In particolare, Teresa Panza risalta tra le figure femminili, di cui Cervantes presenta un campionario assai vasto e variegato. Teresa è una donna affezionata al marito, ma è più in grado di lui di riconoscere la follia della sua impresa. Ma non lo ostacola più di tanto, perché sa che esistono dei confini all’azione individuale che non si possono limitare o contenere senza ricadere nella stessa follia all’incontrario. Economa, razionalizzatrice, fedele e attenta donna di casa, Teresa è esempio massimo di virtù popolare e muliebre.

Salvatore Carrasco e i duchi, invece, incarnano quella porzione di umanità che è convinta d’esser superiore a chi deridono e, invece, ricadono ancor di più nella loro follia. I duchi mettono su una clamorosa e imponente messinscena per Don Chisciotte, che richiede spese e organizzazione decisamente folle, se si tiene a mente lo scopo ultimo. Allo stesso modo, Salvatore Carrasco si impegna in duello con Don Chisciotte per ben due volte, con la scusa di volerlo costringere a tornare a casa, ciò rischiando direttamente la vita. I duchi e Salvatore sono, dunque, vittime di una follia ancora più sottile perché giocata sul contraltare di una più evidente, quella di Don Chisciotte.

L’ambiente in cui si muove Don Chisciotte è variegato ed esteso, laddove Cervantes mette in scena una realtà complessa e composita, in grado di restituire la complessità di quel mondo rurale che fa parte della nostra storia più recente e che ha costituito la base su cui si è evoluta la società attuale, che ha conservato molto del sistema-di pensiero di quella struttura-ambiente/società ben di più delle apparenze. Tra le locande si mostra il popolo più gretto e minuto, così come tra le città e i castelli si rivelano i grandi e piccoli signori, pensatori e borghesi. La natura è tratteggiata come mondo delle avventure, dei sogni e delle fantasie, dove Don Chisciotte da ampio spazio alle proprie sostituzioni concettuali, così come le abbiamo intese noi. Questo perché la cesura tra mondo civile e mondo naturale è già ben marcata e la consapevolezza e conoscenza dell’uomo ben radicato in un sostrato ambientale artificiale, antropomorfizzato consente lo slittamento delle paure e delle fantasticherie in quel mondo-altro che è, appunto, il mondo naturale. Ma Cervantes è acuto e preciso, cioè realista, anche nella descrizione dei luoghi naturali frequentati da Don Chisciotte e Sancio Panza.

Chiudiamo con un’ultima considerazione. Don Chisciotte della Mancia è un libro che ha dato seguito ad una quantità di riflessioni e scritti che se si concentrasse tutto l’inchiostro speso in una porzione di spazio probabilmente non basterebbe una capiente nave da trasporto per includere tutto il nero liquido versato e includere tutti i libri di commento stampati. C’è chi sostiene che sia un libro di puro intrattenimento, a contrario di chi si impegna in grandi analisi filosofiche sul testo. A nostro parere, il testo è indubbiamente strutturato in maniera consapevole, con alcuni chiari intenti (primo tra tutti quello di dilettare in modo intelligente, per riallacciarci alla citazione al principio della nostra analisi). Che si tratti di un’opera inestimabile è testimoniato proprio dal fatto che si possa effettivamente riflettere a lungo su di essa. Ma dare una risposta alla questione considerata è semplicemente un modo di vedere la cosa, che non riguarda la cosa. Sicché bisogna prima di tutto leggere il capolavoro di Cervantes come ogni altro romanzo. Il resto, per quanto interessante, non è contenuto nel romanzo, come non lo è questa recensione e quanto di dedotto v’è in essa.

MIGUEL DE CERVANTES, DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA, EINAUDI, PAGINE: 1212, EURO: 24,00, [1] Cervantes M., (1615), Don Chisciotte della Mancia, Frassinelli, Milano, p. 11.

[2] Ivi., Cit., p. 21.

[3] Ivi., Cit., pp. 21-22.

[4] Ivi., Cit., p. 23.

[5] Ivi., Cit., pp. 204-205.

[6] Ivi., Cit., p. 710.

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IL CASO DI MIGUEL DE CERVANTES, PRIGIONIERO RISCATTATO

di Paolo Mieli, da “Il Corriere della Sera” del 15/2/2016

– La schiavitù reversibile – Nel Mediterraneo non erano così rari i passaggi dalle catene all’emancipazione – Salvatore Bono, in un volume pubblicato dal Mulino, sottolinea la differenza tra la situazione vigente in Europa, Nord Africa, Vicino Oriente e il servaggio dei neri nelle Americhe –

   A Napoli nel 1661 c’erano dodicimila schiavi: un cronista annotò che «ogni persona d’ogni stato, grado e condizione ne comprava». A Livorno ce ne furono moltissimi e nel 1686 fu tolto agli ebrei il «privilegio» di possedere schiavi musulmani di età inferiore ai sedici anni, nel timore che fosse loro impedito di convertirsi al cristianesimo.

   A Monaco di Baviera nel 1608 la moglie di Massimiliano I aveva una schiava turca a suo personale servizio. La regina Cristina di Svezia nel testamento del 1689 lasciava una dote alla sua «schiavetta» Cristina Alessandra. In quegli stessi anni il cardinale d’Aragona aveva un moro di Tlemcen come servitore.

   Uno schiavo, all’inizio del Cinquecento, lo aveva avuto anche Papa Leone X (Giovanni de’ Medici): si chiamava al-Hasan al-Wazzan, era un musulmano spagnolo. Viaggiatore al servizio del sultano di Fez, catturato dai pirati, consegnato alle prigioni di Roma, si fece cristiano e prese i due nomi del pontefice, Giovanni Leone. A lui è dedicato l’affascinante libro di Natalie Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano (Laterza), dal quale si trae conferma del fatto che la schiavitù all’epoca non era un problema: molto fu rimproverato al Papa che ebbe il primo scontro con Martin Lutero («sfacciato nepotismo, sfarzosa vita di corte, esosità insaziabile, smisurata prodigalità, politica tortuosa e incerta, irresponsabilità», è l’elenco dei rilievi fatto da Josef Gelmi nel libro I Papi , edito da Rizzoli), ma nessuno imputò a Leone X di possedere un servo «di sua proprietà».

   Avere schiavi fu a lungo considerato dalla cultura europea del tutto normale e sono lì a testimoniarlo innumerevoli opere d’arte: dalle Nozze di Cana del Veronese a moltissimi altri quadri in cui schiavi e schiave di colore figurano come eleganti paggi e devoti servitori di famiglie aristocratiche. E, per restare ai Papi, non possiamo dimenticare, tra le sculture, i due schiavi di Michelangelo per la tomba di Giulio II, che dalla fine del Settecento sono esposti al Louvre.

   È questo uno dei punti di partenza dell’assai interessante libro di Salvatore Bono Schiavi. Una storia mediterranea ( XVI-XIX secolo) , appena dato alle stampe dal Mulino. Libro che sottolinea le diversità tra lo schiavismo atlantico (Stati Uniti d’America, ma non solo) e quello mediterraneo.

La differenza più importante sta nel carattere «reciproco» della schiavitù mediterranea. La guerra corsara, la cattura, la detenzione, l’utilizzo in vario modo di schiavi e schiave — come avevano efficacemente messo in luce Marco Lenci in Corsari. Guerra, schiavi, rinnegati nel Mediterraneo (Carocci) e Giovanna Fiume in Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna (Bruno Mondadori) — «sono stati parimenti esercitati da una parte e dall’altra in Europa e nei Paesi islamici, sia quelli arabi che la Turchia».

   A noi viene immediato ricordare i «nostri» schiavi, come, appunto, Leone l’Africano. Ma tendiamo a dimenticare quei nostri antenati europei che, come MIGUEL DE CERVANTES, furono tratti in schiavitù: l’autore del Don Chisciotte, mentre sulla galea Sol era in viaggio da Napoli alla Spagna, fu fatto prigioniero dal pascià Hasan Veneziano, che lo tenne in cattività dal 1575 al 1580, quando per lui fu pagato un riscatto dalle missioni dei trinitari fondate da San Giovanni de Matha.

   E Cervantes può considerarsi fortunato a paragone di quelli che ebbero i destini descritti da Oriana Fallaci nel suo libro La rabbia e l’orgoglio (Rizzoli), allorché la scrittrice si diffuse sui «crimini che fino all’alba del Milleottocento i musulmani hanno commesso lungo le coste della Toscana e nel mare Tirreno»: «Mi rapivano i nonni, gli mettevano le catene ai piedi e ai polsi e al collo, li portavano ad Algeri o a Tunisi o in Turchia, li vendevano nei bazar, li tenevano schiavi vita natural durante, gli tagliavano la gola ogni volta che tentavano di fuggire».

   Ma la maggior parte di quelli che venivano catturati non subivano quel tipo di sorte. O quanto meno non la subivano per tutta la vita: dopo un periodo più o meno lungo si trovavano, come appunto Cervantes, in condizione di riacquistare la libertà.

   E qui va detto che l’altra caratteristica fondamentale del sistema mediterraneo — come hanno scritto Olivier Pétré-Grenouilleau in La tratta degli schiavi (Il Mulino) e Patrizia Delpiano in La schiavitù moderna (Laterza) — fu la «reversibilità», la «possibilità di recupero dello status di libertà, con il ritorno in patria o con la definitiva integrazione dall’altra parte».

   Le vie del ritorno alla condizione di persone libere erano molteplici e, osserva Bono, non tutte sono state ancora ben indagate. Per gli europei il riscatto sembra prevalente rispetto ad altre pratiche, sicché c’è chi ritiene opportuno parlare di captivi , poi «redenti», e non di schiavi. Le nostre società, perciò, a differenza di quella statunitense, non possono essere definite, secondo l’autore, «schiaviste», ma al massimo società «con schiavi». Reciprocità e reversibilità fanno sì che la schiavitù mediterranea appaia «fondamentalmente diversa da qu asi ogni altra». Anche se, precisa Bono, «per gli europei caduti in schiavitù il ritorno in patria, contrariamente a ciò che i più ritengono, costituiva la fortunata sorte di una minoranza e assai esiguo era il numero di turchi, maghrebini, ebrei e abitanti vari di Paesi delle altre rive mediterranee che riuscivano a rivedere la terra natale».    Per gran parte degli schiavi in Europa il destino finale è stato quello di essere integrati nelle società di adozione, «diciamo così, attraverso la conversione religiosa e la manumissione, la concessione cioè della libertà per volontà del padrone», perlopiù a seguito di un «accordo con l’interessato».

   Per gli europei catturati dai musulmani è stata invece «relativamente più frequente» la possibilità di essere riscattati, tanto più dalla fine del Cinquecento in poi. Per gli uni e per gli altri vi erano tuttavia anche altre possibilità di ritorno alla libertà: «lo scambio, la liberazione in un evento bellico, la fuga».

   Ciò che rende la «nostra» schiavitù assai diversa da quella «atlantica» che negli stessi secoli (XVI-XIX), attraverso la tratta dalle coste del continente africano, condusse milioni di neri nel Nuovo Mondo da cui era pressoché impossibile tornare indietro. Nuovo Mondo «al cui sviluppo economico essi contribuirono in modo essenziale, sicché i loro discendenti costituiscono una componente altrettanto essenziale della realtà di questi Paesi».

   È per questo che alcuni studiosi statunitensi hanno voluto suggerire una «analogia all’inverso» fra «white masters» e «african slaves» americani, da un lato, e dall’altro tra «white slaves» e «african o muslim masters» mediterranei. Una comparazione che a Bono appare però «del tutto infondata» per le radicali differenze che caratterizzano ogni aspetto delle due schiavitù, atlantica e mediterranea.

   Ad ogni modo esiste perfino un caso di americani bianchi ridotti in schiavitù: nel 1793 oltre un centinaio di cittadini degli Stati Uniti si trovavano schiavi ad Algeri; due anni dopo si giunse a «un accordo di pace, grazie alla corresponsione da parte americana di un ingente ammontare (intorno a un milione di dollari) e all’impegno ad un piccolo tributo annuale» che restituì a quei cittadini d’oltreoceano la libertà perduta.

   Questa netta distinzione tra le due schiavitù non deve, però, impedirci di cogliere un punto fondamentale, cioè che la tipologia dello schiavismo mediterraneo ha costituito il «precedente immediato» di quella atlantica. Nel nostro mondo infatti «il passaggio dalla schiavitù medievale a quella moderna si delinea con il primo arrivo di schiavi neri a Lisbona nel 1444, seguito da altri sempre più consistenti contingenti». Il Marocco fu il primo Paese del Nord Africa ad avere più schiavi neri che europei. Poi la tendenza si diffuse anche in Europa, dove si optò per i neri perché venivano giudicati migliori dei turchi o maghrebini.

   Nella sua Plaza universal de todas las ciencias (1615) Cristobal Suarez de Figueroa scriveva: «Gli schiavi o sono turchi o barbareschi o negri: i due primi generi risultano di solito infedeli, mal intenzionati, ladri, ubriaconi, pieni di mille sensualità e autori di mille delitti… I negri sono di miglior literatura, più facili da trattare e, una volta addestrati, di buon rendimento».

   Più complesso è il discorso sul rapporto tra schiavitù e religione. Bono accusa la storiografia di aver utilizzato ampiamente e di utilizzare tuttora i termini «cristiano» e «musulmano» (con riferimento sia ai corsari sia agli schiavi del mondo mediterraneo) al punto da indurre, anche se non intenzionalmente, «il convincimento che la diversità tra le due fedi sia stata all’origine e al fondamento del continuo stato di tensione e di guerriglia» e della conseguente cattura di schiavi. Invece, il contrasto religioso ha certamente contato nei sentimenti e nelle valutazioni di molti, a livello sia di decisioni politico-militari sia del fervore di partecipazione delle popolazioni, ma non si può ricondurre quello di cui stiamo parlando allo spirito di crociata o di jihad. Non si può e non si deve. La guerra corsara risaliva a una tradizione mediterranea antica d’oltre due millenni, dai tempi cioè in cui non esistevano né cristiani né musulmani. Dopodiché i fronti contrapposti non si dividevano sempre e in ogni dove secondo le appartenenze religiose.

   Le condizioni dei cristiani nei Paesi arabi spesso furono tutt’altro che drammatiche. Il viaggiatore inglese John Braithwaite, che nel 1727-28 aveva accompagnato in Marocco l’inviato inglese John Russel, si disse molto colpito dalla libertà di culto di cui godevano gli schiavi cristiani e sottolineò come molti vivessero «meglio di quanto non avrebbero potuto aspettarsi nel loro Paese». L’americano William Shaler, console generale degli Stati Uniti ad Algeri dal 1815 al 1824, riferì che la condizione degli schiavi non era «peggiore di quella dei prigionieri di guerra in molti Paesi cristiani civilizzati». Va aggiunto che gli «schiavi cristiani», una volta tornati nei Paesi d’origine dopo un periodo di cattività presso i musulmani, dovevano preoccuparsi d’essere sospettati di avere in qualche misura ceduto e comunque di essere stati «contaminati» dall’ambiente islamico. Sicché in molti casi i cristiani si trovarono ad aver più paura dei loro correligionari che degli «infedeli».    Va detto infine che nella guerra corsara e nella schiavitù furono coinvolti anche attori e vittime che non appartenevano né all’una né all’altra fede. Che gli uni e gli altri presero e tennero come schiavi anche fedeli della loro stessa religione. E che, persino quando si convertivano, molti schiavi rimasero tali. Ciò che rendeva schiavi, nel caso di cattura, era «l’appartenenza ad un campo o all’altro, non la fede in una rivelazione o nell’altra». A Bono sembra dunque doveroso «non rendere esclusivo e insistente il riferimento a cristiani e musulmani». Qualcuno, una volta libero, scelse addirittura di restare o tornare nella terra che aveva conosciuto in catene. Il militare turco Kara Musa, a metà Cinquecento, quando rivide la terra natale dopo trent’anni di schiavitù in Polonia, non vi si ritrovò e scelse di tornare nel «Paese d’adozione». Lo stesso accadde all’intellettuale francese Thomas d’Arcos che, tornato da Algeri dove, a partire dal 1625, era stato detenuto per un qualche tempo, volle nel 1628 trasferirsi a Tunisi e farsi musulmano. Percorsi che, come è evidente, sarebbero stati inconcepibili nel contesto della schiavitù atlantica. (Paolo Mieli)

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NDR: questo articolo che proponiamo qui di seguito è “datato” (troppe cose son cambiate, accadute), ma è interessante lo stesso nel suo contenuto.  

SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE

di Gabriele Romagnoli, da “La Repubblica” del 7/2/2016

– Cervantes è morto quattrocento anni fa, il suo eroe invece è vivo e si nasconde nella nostra parte migliore. È colui che, lancia in resta, ogni giorno ha una nuova battaglia da perdere trasformando il quotidiano in epica e crogiolandosi nell’impossibile. – Cavalca al confine tra visionarietà e illusione. E spesso trascina con sé nel fango uno scudiero che gli si mette appresso per fede. –

   Miguel Cervantes è morto quattrocento anni fa, ma Don Chisciotte, la sua creatura, è vivo e lotta insieme a noi, o contro di noi. Lo incontriamo ogni giorno: nei tg che parlano di politica, nelle cronache sportive, in tribunale, in chiesa e, inevitabilmente, allo specchio. È quello lancia in resta, ogni giorno una nuova battaglia da perdere.

   Sa definirsi solo attraverso gli avversari, ammassandone quantità e qualità con lussuria da combattimento. Trasforma il quotidiano in epica. Si crogiola nell’impossibile e ambisce, più di ogni altra cosa, alla sconfitta, nella cui nobiltà si riconosce e, seppur per poco, riposa. Cavalca al confine tra visionarietà (prodromo di grandezza) e illusione (sintomo di miseria). Trascina con sé nel fango (che proclama dorato) uno scudiero, anche più. Questo gli si mette appresso per fede, ci resta per pietà e, infine, perché non gli resta altra vita che all’ombra di quel sole spento: almeno di follia bruciò.

   Don Chisciotte non era un personaggio, ma un prototipo. Ha generato una filiera, gli epigoni sono qui, anche se nessun Cervantes li racconta perché in letteratura vale solo la matrice, il resto sono copie, imitazioni, realtà.

   In politica esistono molti esempi, due tra tutti: uno in Italia e l’altro negli Stati Uniti. Il primo è Marco Pannella. Da decenni, armato di sigaretta, si batte per tutto e tutti. Protesta, digiuna, s’imbavaglia. Scioglie e ricostituisce. Battezza e scomunica. Mai che acconsenta o riconosca. Se all’inizio le sue cause erano chiare e condivise, con il tempo il fumo si è alzato anche lì e dai gloriosi referendum che hanno portato a vere conquiste nel campo dei diritti civili si è passati a terreni più friabili, sui quali era difficile seguirlo. È valso anche per gli scudieri che, a differenza di Don Chisciotte, si è divorato uno a uno, disconoscendoli, trasformandoli in nemici, attaccandoli, in attesa del duello finale con la propria ombra. Il secondo, il fratello americano, è Ralph Nader, quello che si candidava alla Casa bianca per perdere e far perdere. Mister due per cento, felice e contento. Il leader della nicchia e guai se si allarga. Se avessero un inno sarebbe Figlia, la canzone di Roberto Vecchioni che dice: «Vincere significa accettare e questo, lo dovessi mai fare, tu questo non me lo perdonare».

   Nudi e senza meta. Forse un po’ profeti di questo tempo rovesciato in cui tra i possibili candidati alla presidenza degli Stati Uniti l’eventuale indipendente (Michael Bloomberg) è un mulino a vento e il vero Don Chisciotte è quel democratico (Bernie Sanders) che pur di assicurarsi la sconfitta si dichiara socialista, come uno che ai controlli dell’aeroporto Kennedy, nell’apposito modulo, alla domanda «Intende svolgere attività terroristiche?» rispondesse barrando la casella del sì.

   C’era un Don Chisciotte femmina davanti ai cancelli della Casa Bianca. C’è stata per oltre trent’anni: dal 1981 al gennaio scorso. Si chiamava Concepcion Picciotto, detta Connie. Le avevano portato via la figlia adottiva, almeno così sosteneva. E allora, «in nome di tutti i bimbi del mondo », protestava chiedendo il disarmo nucleare. Con un casco in testa, non ha mai mancato un giorno. Altri si sono uniti: il suo scudiero, tale William Thomas, morì dopo 25 anni di avanti e indietro sul marciapiede. Lei continuò. Alla sua morte un’agenzia di stampa ha scritto: «Molti la consideravano un’eroina, altri dubitavano della sua sanità mentale. La verità probabilmente sta nel mezzo». Esattamente dove cavalca Don Chisciotte.

   Se si fosse fermato su una panchina avrebbe assunto le sembianze di Zdenek Zeman e si sarebbe lanciato contro l’invincibile, svelato magagne. Avrebbe comminato uno schema di gioco splendente e perdente, si sarebbe beato del 5 a 4, in favore o a sfavore, senza distinguere. Esattamente quel che ha fatto il boemo, senza mai cambiare una virgola di sé, mai adattarsi, continuando sempre ad attaccare, con o senza palla. Accusando, accusando. Spesso a ragione, ma come si faceva poi a distinguere il torto, l’infondatezza?

   Non è un caso che un suo assist sia stato raccolto dal magistrato Raffele Guariniello della procura di Torino, il Don Chisciotte dei procedimenti penali. Dopo essersi dimesso, nel dicembre 2015, ha annunciato “donchisciottescamente” di voler fare l’avvocato «al fianco dei più deboli». Di lui Wikipedia sobriamente scrive: «È spesso comparso sui giornali per eclatanti inchieste». Talora finite con archiviazione, prescrizione o trasferimento del fascicolo, ma lui non si è mai arreso: era già sul prossimo caso, su una nuova prima pagina. I suoi mulini a vento sono stati: la Fiat, le farmacie del calcio, la Sanità, il metodo Di Bella, il metodo Vannoni, la Thyssen, l’Eternit. Alcuni erano veri draghi, qualcuno è riuscito perfino a infilzarlo. Con lo stesso spirito con cui Erin Brokovich, legale dilettante, impersonata sullo schermo da Julia Roberts, infilzò la multinazionale che contaminava con il cromo le acque di una cittadina americana e da allora si dedica a questa battaglia ovunque nel mondo. È uno dei pochi casi in cui Don Chisciotte vince. Un altro è quello di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006 che ha osato sfidare addirittura il sistema bancario internazionale con l’idea del microcredito (manco una lancia, una forchetta). Poi l’hanno trascinato nella polvere ma questo accadde anche al paladino di Cervantes.

   Se guardiamo la cronaca recentissima, quella della settimana appena trascorsa, non sarà difficile individuare i due sommi discendenti del cavaliere spagnolo. Uno è Julian Assange, anarchico, libertario, hacker in nome della libertà d’informazione, della trasparenza di tutti i poteri e rifugiato politico, confinato nel perimetro della sua esistenza digitale. L’altro è papa Francesco, il parroco che vuol cambiare la Chiesa di Roma, moralizzare chi parla in suo nome e per conto, diffondere nel mondo, addirittura, la misericordia. Esempio alto, ma strada facendo non c’è lettore che non si sia identificato, per un tratto, una causa, una romantica disperazione, in Don Chisciotte. Incluso qualche Sancho Panza e molti, moltissimi mulini a vento.

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