LA MATTANZA SIRIANA e GLI OCCHI CHIUSI DELL’OCCIDENTE – CHE NE SARÀ del MEDIO ORIENTE dei prossimi anni (con il mondo governato da Putin, Trump, la Cina, senza Onu e Europa)? Sarà meglio, peggio? – CON CHI STARE? SOLO CON I CIVILI (ora in fuga, arrivati anche in Europa e di fatto respinti)

ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie - “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall'inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)
ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie – “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall’inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)

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CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA - Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L'aggressore sarebbe entrato nel 'REINA' e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona "europea" della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione
CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA – Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L’aggressore sarebbe entrato nel ‘REINA’ e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona “europea” della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione

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SIRIA - Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB
SIRIA – Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB

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   Il 2016 resterà nella storia (almeno quella della crisi mediorientale) come l’anno della mattanza di Aleppo. La battaglia è iniziata ben prima del 2016: è durata in tutto 53 mesi, dal 19 luglio 2012 al 22 dicembre scorso; e ha prodotto una carneficina con decine di migliaia di morti.

   E’ stata una guerra crudelissima e l’opinione pubblica internazionale (anche noi) si è dimostrata distratta, insensibile, impotente (…l’incapacità nostra di incidere in qualche modo, l’attenzione rivolta alla “nostra” crisi economica, ad altri problemi…)

   Per la guerra in Siria cifre esatte non ce ne sono, ma secondo le stime più attendibili i morti si aggirano sui 500mila, mentre sfollati e profughi sono 5 milioni. Cifre che lasciano attoniti.

Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)
Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)

   La Russia, vincitrice anche da un punto di vista internazionale del conflitto interno siriano, assieme a Turchia e Iran (i curdi che si sono sacrificati più di tutte le parti in causa contro l’Isis, non fanno parte del novero dei tre vincitori che decideranno le condizioni di una eventuale pace…), i russi in questa guerra siriana hanno potuto testare nuovi sistemi d’arma e hanno consolidato la loro presenza nel Paese (il punto rilevante della loro presenza fisica in Siria è l’aeroporto di Hmeymim, lì c’è la base del contingente dell’aeronautica russa, vicino a LATAKIA, città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo).

IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA
IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA

   I ribelli (dati sia da truppe che si sono separate da Assad – l’FSA: il colonnello Riad al-Asaad nel luglio del 2011 tradì l’esercito di Assad per fondare il Free Syrian Army -, che da terroristi islamici dell’Isis e di al Qaeda), i ribelli hanno a loro volta combattuto con crudeltà (tra gli esempi che vengono fatti c’è quello che riempivano con dinamite e chiodi bombole del gas per poi lanciarle con rudimentali catapulte, hanno usato violenze di tutti i tipi sulla popolazione…). E poi ci sono state le bombe al cloro sganciate dagli elicotteri di Assad (il cloro, più pesante dell’aria, scende ed entra nelle cantine dove vanno a rifugiarsi i civili, e fa strage di donne, bambini, anziani, tutti…). Insomma una guerra cruenta e crudele (tra bombardamenti tecnologici e metodi più primitivi ma lo stesso sanguinari).

   Ma con la “riconquista di Aleppo” (in particolare la parte Est fino ai primi di dicembre in mano ai ribelli anti Assad) da parte delle truppe filo-governative (in particolare sotto l’azione dell’aviazione russa e della Turchia, e sul campo vero e proprio di battaglia dei filo-iraniani e dei curdi..), con la fine della guerra ad Aleppo è possibile che il conflitto si sposti verso sud-ovest. Cioè che la prossima città siriana che presumibilmente subirà il «trattamento russo» e tutto il resto, sarà IDLIB dove hanno trovato rifugio gli jihadisti in fuga da Aleppo e che è considerata la capitale non già dell’Isis (quella, in territorio siriano, è RAQQA) bensì della più storica al Qaeda, cioè degli integralisti islamici presenti in forze nel conflitto da prima che, nel 2014, venissero allo scoperto i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis.

LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) - … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)
LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) – … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)

   Già adesso, sia i ribelli siriani oppositori di Assad (il Free Syrian Army, cui dicevamo prima), e dall’altra i sunniti armati di Idlib, stanno mettendo sotto assedio i villaggi sciiti di FUAA e KEFRAYA cercando di impedirne l’evacuazione. E qui sta uno dei punti centrali di questa crisi: la presenza sul campo di battaglia di gruppi armati islamisti al momento persino più forti e feroci di quelli riconducibili a Daesh (cioè all’Isis).

   Ma su tutto in questo momento le maggiori parti in causa (Russia, Turchia, Iran) sperano in una tregua che permetta loro di trovare una pacificazione in modo da spartirsi le più importanti aree geografiche del Paese. Un piano di spartizione senza i sauditi, e con gli americani fuori gioco.

Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione
Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione

   E’ da questo che la Russia ha proposto di tenere per la Siria una «conferenza di pace» ad ASTANA, capitale del Kazakhstan, nella seconda metà di gennaio, subito dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

   Si capisce che il grande vincitore della guerra siriana, nel contesto internazionale, è il leader russo Vladimiri Putin, in grado ora di imporre una “pax” russa. Un punto di disaccordo tra i vincitori potrà essere il mantenimento o meno dell’attuale Presidente siriano. Tuttavia le obiezioni della Turchia, nemica acerrima di Assad, sono destinate a cadere di fronte alle concessioni che Mosca farà ad Ankara: mano libera nel fermare militarmente i curdi nel nord della Siria, e il permesso di controllare e gestire l’intero nord del Paese, dove le truppe di Ankara sono già presenti. In ogni caso e prioritariamente, per BLOCCARE LA NASCITA DEL ROJAVA, cioè IL KURDISTAN DELL’OVEST. Pertanto chi esce peggio dalla proposta di pace sono i curdi e il loro sogno di un Kurdistan siriano, appunto il ROJAVA.

   Il nord assegnato alla Turchia, e la permanenza di Assad per qualche anno a Damasco, farà sì che Russia e Iran resteranno i grandi protettori di Damasco. Con l’Iraq lasciato agli Usa (qui vincitori), e la Siria nelle mani di Mosca, l’Iran otterrebbe il vantaggio di mantenere, dopo Assad, un Presidente alawita a Damasco, più vicino dunque agli sciiti, senza far cadere la capitale siriana in mani sunnite (oltre a tenere aperto il CORRIDOIO CHE COLLEGA TEHERAN A BEIRUT permettendo così il passaggio di armi agli Hezbollah nel Libano).

AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati
AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati

Con chi stare in questo caos mediorientale sanguinoso, complicato, con cattivi auspici anche per il futuro? Si può stare solo con i civili, il popolo siriano (fatto di persone… bambini, donne, anziani, uomini inermi…) in fuga in milioni, e in centinaia di migliaia arrivati nel cuore dell’Europa e sostanzialmente da noi respinti. (s.m.)

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SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA' - PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO - (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)
SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA’ – PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO – (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)

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LE DEBOLEZZE CONGENITE DELLA «PAX RUSSA» IN SIRIA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 3/1/2017

– I problemi arriveranno nel momento del disimpegno militare: Putin capirà di aver ignorato la maggioranza sunnita della regione –

   C’era un’epoca, poco tempo fa, nella quale la Russia trattava con tutti in Medio Oriente. La diplomazia americana era incagliata nel politicamente corretto imposto da troppe lobbies attorno al Campidoglio.

   Quella di Putin intratteneva relazioni con Hamas ed Hezbollah, senza che venissero meno quelle con Israele; i suoi rapporti con l’Iran non le impedivano di averne con l’Arabia Saudita. Aveva difeso fino all’ultimo Gheddafi, senza perdere un posto in prima fila nel futuro della Libia.

   Mentre Bush e poi Obama non sapevano come uscirne, dallo scisma fra sciiti e sunniti la Russia restava abilmente distante, dopo l’esperienza cecena. Quell’epoca è finita.Mandando truppe a combattere e aerei a bombardare in Siria, e imponendo quella che prematuramente è chiamata pax russa, Mosca è parte in causa, fonte di speranze a volte irrealizzabili per gli alleati che si è scelta, obiettivo del terrorismo dei delusi e degli esclusi.

   Come i suoi autorevoli predecessori occidentali, la Russia è entrata in Medio Oriente con le trombe, i tamburi e la guardia schierata. Anche lei come inglesi, francesi e americani, cercherà di restarci pagando un prezzo pesante, e quando deciderà di uscirne senza perdere la faccia scoprirà che è la cosa più difficile da fare.

   L’elasticità diplomatica di prima era possibile perché la Russia rimaneva sulla crosta delle problematiche mediorientali. Ora che ha scelto di partire da qui per riaffermare un ruolo da superpotenza, la storia si fa diversa.

   Per geografia, fede ortodossa e ambizioni imperiali, la Russia ha un passato importante nella regione. Prima del collasso zarista del 1917, la spartizione anglo-francese delle spoglie ottomane (Sykes-Picot) prevedeva anche una sfera d’influenza russa. Andati al potere dopo l’Ottobre, i bolscevichi denunciarono come “imperialisti” quegli accordi segreti, solo perché ne erano stati esclusi.

   L’Urss tornò in Medio Oriente da protagonista dopo la seconda guerra mondiale, sostenendo tutti i golpe militari e le dittature arabe contro Israele. In realtà l’obiettivo originale di Stalin era opposto: credendo che Israele sarebbe stato un avamposto comunista nella regione, all’inizio sostenne Ben Gurion.

   La Russia di Putin, dunque, non è una ventata di aria fresca nella regione oppressa dai conflitti. E solo più determinata dei concorrenti. Ed è tornata sulla scena nella stagione storica di passaggio fra le vecchie e logore potenze esterne come Stati Uniti ed Europa, incapaci d’imporre agende politiche, e l’affermarsi caotico di quelle regionali che di agende ne hanno fin troppe.

   Ma se analizziamo i passi decisi della Russia, unica potenza esterna ad avere obiettivi chiari, le differenze con i predecessori occidentali sono quasi nulle.

   La pace con Iran e Turchia imposta sulla Siria per il momento è condivisa anche da chi ne è stato escluso o ha dovuto subirla quel massacro aveva sfiancato tutti. Ma una pace di pochi imposta ai molti soggetti del conflitto, è una formula vetusta che inglesi e francesi prima, e americani poi, avevano già usato, riuscendo a fermare battaglie, mai a finire guerre. Ricorda molto la “Missione compiuta” in Iraq annunciata da George Bush. Dell’Iraq 2003 è simile anche la spiegazione russa del suo essere in Siria: per combattere il terrorismo islamico.

   Come quando gli americani spiegavano di aver “liberato” l’Iraq per le armi di distruzione di massa: bufale di uguale grandezza e pericolosità. La grande cerimonia che Putin vuole organizzare ad Astana sarà più l’ennesima passerella di molte vanità che una pace reale.

   Una delle ragioni del fallimento americano in Medio Oriente è stata la rissosità e gli interessi divergenti dei suoi alleati sunniti. È ugualmente difficile che il fronte russo con Iran, Turchia ed Hezbollah superi la contingenza siriana: sul resto le agende sono troppo differenti perché lo si possa definire un modello di alleanza per il Medio Oriente.

   Il limite più pericoloso della pax russa è aver quasi ignorato la maggioranza sunnita della regione: i turchi ne fanno parte ma i Fratelli musulmani di Erdogan sono invisi al sunnismo guidato dai sauditi quanto gli sciiti.

   Il moltiplicarsi degli attentati in Turchia, è anche il segno che ogni alleanza presuppone un tradimento e un prezzo di sangue. Nella Grande Siria del secolo scorso, quando i francesi misero alawiti e cristiani contro i sunniti, e gli inglesi promisero agli ebrei un focolare nazionale in Palestina, le grandi potenze d’allora crearono le condizioni di un futuro senza pace. Dividere per governare, come è implicito anche nella pace russa, non è mai stata una formula efficace in Medio Oriente. (Ugo Tramballi)

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LA LEZIONE TRAGICA DI ALEPPO

di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera” del 27/12/2016

   Il 2016 resterà nella storia (almeno quella della crisi mediorientale) come l’anno della mattanza di Aleppo. La battaglia è andata avanti per cinquantatré mesi, dal 19 luglio 2012 al 22 dicembre scorso; ha prodotto una carneficina con decine di migliaia di morti che è stata, un po’ impropriamente, assimilata a quelle di Srebrenica in Bosnia (1995) e di Grozny in Cecenia (1999-2000).

   Rimarranno a certificazione di quella e altre stragi perpetrate in Siria dal 2011 ad oggi, le foto della cosiddetta Esposizione Caesar (53.000 immagini che documentano le sofferenze inflitte da Assad ai suoi oppositori) già presentate al Museo dell’Olocausto di Washington e nel Palazzo dell’Onu di New York: la presidenza della nostra Camera dei deputati, interpellata dagli organizzatori, ne ha sì riconosciuto l’«altissimo valore civile di testimonianza» ma si è poi dichiarata «sede inopportuna» ad ospitare la mostra perché le scolaresche quotidianamente in visita avrebbero potuto rimanerne turbate.

   E in febbraio, Emma Bonino si è recata nel villaggio turco di Gaziantep per criticare la decisione di Laura Boldrini. Gli Alti rappresentanti di Russia, Iran e Turchia si incontrano in questi giorni per festeggiare solennemente la vittoria di Aleppo e definire i termini di una «conferenza di pace» sulla regione che dovrebbe tenersi ad Astana, capitale del Kazakhstan, subito dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

   Tutto questo in assenza, ovviamente, del grande sconfitto di questa partita, Barack Obama che, il 30 agosto del 2013, decise di non intervenire militarmente in Siria — nonostante fosse stato provato l’uso di armi chimiche (e fece bene, dal momento che era ugualmente dimostrato che a tali armi avevano fatto ricorso anche i rivoltosi)— e successivamente sdoganò il regime iraniano, aprendo nei fatti le porte alla strana alleanza che si autocelebrerà oggi nella capitale russa.

   La prossima città siriana che presumibilmente subirà il «trattamento russo» sarà IDLIB dove hanno trovato rifugio gli jihadisti in fuga da Aleppo e che è considerata la capitale non già dell’Isis (quella, in territorio siriano, è RAQQA) bensì dei qaedisti presenti in forze nel conflitto da prima che, nel 2014, venissero allo scoperto i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi.

   I sunniti armati di Idlib già mettono sotto assedio i villaggi sciiti di Fuaa e Kefraya cercando di impedirne l’evacuazione. E qui sta uno dei punti centrali di questa crisi: LA PRESENZA SUL CAMPO DI BATTAGLIA DI GRUPPI ARMATI ISLAMISTI AL MOMENTO PERSINO PIÙ FORTI E FEROCI DI QUELLI RICONDUCIBILI A DAESH.

   Va a merito dell’inviato Onu in Siria, Staffan de Mistura (instancabile denunciatore degli orrori prodotti da Assad e da Putin), di aver, a differenza dei suoi predecessori — l’algerino Lakhdar Brahimi e prima ancora Kofi Annan —, individuato questo grave problema.

   Problema creato almeno in parte dagli Stati Uniti con la decisione di assistere la Free Syrian Army senza curarsi del fatto che le armi fornite venissero poi sequestrate dai qaedisti e che lo stesso esercito di liberazione siriano avesse perso nel tempo ogni precisa identità.

   Il colonnello Riad al-Asaad che nel luglio del 2011 tradì l’esercito di Assad per fondare il Free Syrian Army, nel 2013 dopo aver subito l’amputazione di una gamba, fu costretto a fuggire in Turchia dove ha trovato riparo nella regione di Hatay (anche se clandestinamente fa ancora la spola con la Siria). Al-Asaad è rimasto un nemico acerrimo del dittatore siriano ed è stato sostituito al vertice della sua formazione con il generale Abdel al-Bachir: oggi è costretto però ad ammettere che nell’esercito da lui fondato «non si sa chi comandi», che ai suoi tempi l’Fsa era «a favore della gente», mentre «ora non è più così», che «la linea è cambiata» e «sta facendo male alla Siria».

   Michael Walzer tra i primi ha sostenuto che con il sostegno al «Free Syrian Army» per gli Stati Uniti c’era il «rischio di consegnare armi ai jihadisti che hanno dato ampia prova della loro capacità di disarmare i ribelli laici». Da tempo quel rischio è diventato una certezza.

   Di qui si giunge al secondo punto della questione. Le guerre andrebbero evitate ma se — per motivi legittimi, come in questo caso — si decide di farle, come ci si deve comportare nei momenti in cui si intravede una possibile vittoria? Cosa si dovrebbe fare quando i qaedisti, per di più con armi fornite sia pur involontariamente dai nostri alleati, resistono ad oltranza tenendo in ostaggio una popolazione? Tregue, certo. Trattative per giungere se non alla pace almeno a una duratura sospensione del conflitto. Corridoi umanitari per consentire ai feriti di fuggire dai quartieri più martoriati. Ma poi?

   Poi viene il momento in cui la guerra quasi sempre riprende. A questo punto è un bene che il conflitto sia «lento» come sta accadendo, a dispetto dei baldanzosi annunci della prima ora, per la liberazione di Mosul? O la lentezza non infligge agli innocenti ulteriori tribolazioni in attesa di quella conclusione che prima o poi dovrà esserci? E ci si può immaginare che questa conclusione sia incruenta?

   A questo va aggiunto che la guerra non può considerarsi conclusa neanche quando una città piccola o grande sia stata liberata. Può accadere, altrimenti, quello che è successo a PALMIRA i cui abitanti, in festa per la liberazione, ai primi di maggio potevano assistere nel teatro romano al concerto con musiche di Bach e Prokofiev dell’orchestra di san Pietroburgo di Valéry Gergiev e oggi, sette mesi dopo, per una distrazione dei russi sono già tornati nelle grinfie degli jihadisti.

   La qual cosa comporta che — in vista dell’auspicata sconfitta dell’Isis — Palmira dovrà subire una ulteriore offensiva liberatrice. Altro sangue, altri morti. Quanto all’ONU, su di essa si può contare limitatamente. Dei meriti di de Mistura abbiamo detto. E andrebbero aggiunte parole analogamente benevole per la pur impotente struttura che si muove ai suoi ordini.

   Ma il resto delle Nazioni Unite è come sempre paralizzato oppure ha preso iniziative sorprendenti. In giugno, in occasione del World No Tobacco Day, l’Organizzazione mondiale della sanità, agenzia delle Nazioni Unite, si è sentita in dovere di mettere in guardia i siriani dai rischi del fumo.«Senza dimenticare la crisi in corso nel Paese», affermava, bontà sua, la norvegese Elizabeth Hoff, rappresentante dell’Oms a Damasco, «in Siria è venuto il momento di controllare di più il fumo anche quello shisha (narghilè) … il fumo della shisha è più pericoloso di quello delle sigarette».

   E ha invitato il governo di Assad a mettere il tabacco per la shisha in pacchetti che spaventino i consumatori. Il viceministro siriano della Sanità, Ahmed Khlefawy, l’ha rassicurata ricordando che il suo Paese è in prima linea nella guerra al tabagismo e che nelle scuole gli studenti sono e saranno premiati per il miglior tema, poema o disegno sui pericoli del fumo. Almeno una guerra, grazie all’Onu e all’Oms, potremo vincerla in terra siriana: quella alla shisha. Forse. (Paolo Mieli)

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PUTIN SI ACCORDA CON ERDOGAN PER DIVIDERE LA SIRIA IN TRE

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 29/12/2016

– Intesa sul cessate il fuoco. Europa, Usa e Onu tagliati fuori. Il piano prevede regioni controllate da Assad, turchi e sciiti –

   Un accordo fra Russia e Turchia per arrivare al più presto a una tregua in Siria e spianare la strada a una «soluzione politica», in pratica la spartizione del Paese in tre zone di influenza. I colloqui di pace in corso ad Astana, in Kazakhstan, sono il banco di prova per i nuovi equilibri in Medio Oriente. Sia Mosca che Ankara hanno fretta, perché vogliono approfittare della transizione fra le amministrazioni Obama e Trump per occupare posizioni sullo scacchiere e ridimensionare il ruolo degli Stati Uniti nella regione.

   Nel duetto fra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan è l’Iran a rimanere per ora in secondo piano, mentre Bashar al-Assad è costretto a rivedere le sue alleanze con i curdi e le milizie sciite.

   II primo risultato dell’inedita alleanza viene annunciato, nella mattinata di ieri, dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, prima ancora della conferma ufficiale del Cremlino. Un cessate-il-fuoco «su tutto il territorio» siriano, la base di partenza per un accordo che metta fine a sei anni di massacri. I dettagli non vengono resi noti, ma trapela che il piano prevede la fine dei combattimenti fra l’esercito e i gruppi ribelli «non terroristici». Sono quindi esclusi l’Isis e le formazioni legate ad Al-Qaeda, prima di tutto l’ex Al Nusra, ma anche i suoi alleati, compresa Ahrar al-Sham, un tempo vicina alla Turchia.

   Ankara insiste su un via immediato della tregua ma i russi sono più prudenti. C’è il solito problema della «separazione» fra gruppi terroristici e no. La presenza ai colloqui di una parte dell’opposizione ad ASTANA (Kazakhstan) completa però il quadro. Ci sono il FREE SYRIAN ARMY (Fsa), che nel Nord della Siria combatte già con le truppe turche contro l’Isis, ma non i gruppi legati all’Arabia Saudita, come Jaysh al-Islam. Assad e Vladimir Putin li vogliono mettere nella lista dei «terroristi» e spazzare via.

   L’Iran, che doveva essere il terzo pilastro dei colloqui, tiene invece un profilo basso di fronte al protagonismo turco. Secondo fonti siriane, questo aspetto fa parte delle condizioni poste da Ankara, che vorrebbe un ruolo meno visibile delle milizie sciite ad Aleppo. L’arrivo della polizia militare russa fa parte del piano.

   Ma Erdogan avrebbe anche chiesto ad Assad di rompere l’alleanza con i guerriglieri curdi dello Ypg ad Aleppo. Damasco avrebbe già chiesto ai curdi di ritirare le loro forze armate dal quartiere di Sheikh Maqsoud.

   In ogni caso il piano per il futuro della Siria si sta delineando. I ribelli dell’Fsa avranno uno spazio limitato a Nord, sotto tutela turca. Assad e Mosca punteranno a distruggere l’ex Al-Nusra e gli altri gruppi ribelli concentrati ormai nella provincia di Idlib. La tregua dovrebbe consentire l’evacuazione delle ultime roccaforti ribelli vicino a Damasco e nella provincia di Dama.

   A quel punto tutto l’Ovest sarà saldamente nelle mani del raiss e dei russi e partirà la corsa a liquidare l’Isis nell’Est della Siria, a Raqqa e Deir ez-Zour. Su questo fronte gli Stati Uniti con gli alleati curdi sembrano in vantaggio ma per Damasco c’è la possibilità di chiedere l’appoggio dell’Iraq a guida sciita e sotto l’influenza dell’Iran.

   In questa Siria tripartita ci sarebbe poco spazio per gli Usa, l’Europa e l’Onu. Non a caso la svolta arriva dopo il duro attacco di Erdogan agli Stati Uniti, accusati di appoggiare «formazioni terroristiche», come i curdi dello Ypg ma «anche l’Isis». Pesanti insinuazioni che Washington ha subito respinto al mittente. Ma l’imbarazzo americano è evidente.

   Un altro segno dell’intesa russo-turca è l’intervento dell’aviazione di Mosca a sostegno delle truppe turche impegnate contro l’Isis ad Al-Bab, a Nord-Est di Aleppo. Gli islamisti hanno inflitto pesanti perdite ai turchi ed Erdogan si è lamentato dello «scarso appoggio» da parte della coalizione a guida americana. Ora sembra aver trovato un sostituto efficace e che, soprattutto, non pone troppe questioni sulla politica interna e il rispetto dei diritti umani. (Giordano Stabile)

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ACCORDO FRA RUSSIA E TURCHIA, TREGUA VICINA PER LA SIRIA

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 29/12/2016

– Al negoziato ha preso parte anche l’Iran: al centro il ruolo di Assad e la spartizione del Paese – CESSATE IL FUOCO. Turchia e Russia hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per il cessate il fuoco in Siria, il più importante da quando è iniziata la guerra. – Ancora da chiarire quali gruppi ribelli potranno partecipare alle trattative nei prossimi mesi. –

   Una tregua. E poi un piano di spartizione del Paese. Senza i sauditi, e con gli americani fuori gioco. Questo è il progetto che tre grandi potenze – RUSSIA, TURCHIA e IRAN – decise a proporsi come vincitrici della guerra in Siria, si preparano ora a siglare su Damasco.

   Potrebbe essere questione di giorni, per il cessate il fuoco, se non di ore. Ma l’accordo fra i tre Paesi, con gli americani tenuti a distanza nel momento del passaggio di poteri fra Obama e Trump, e con l’opposizione dell’Arabia Saudita che non vuole la permanenza di Assad, sancisce il tentativo di UN NUOVO ORDINE REGIONALE e soprattutto la forza di Vladimir Putin nell’imporre UNA “PAX” RUSSA.

   Il punto di frizione -superabile però – è proprio la presenza del Presidente siriano. Tuttavia le obiezioni della Turchia, nemica acerrima di Assad, sono destinate a cadere di fronte alla concessione piena che Mosca farà ad Ankara: mano libera nel fermare militarmente i curdi nel nord della Siria e, punto ancora più rilevante, il permesso di controllare e gestire l’intero nord del Paese, dove le truppe di Ankara sono già presenti per bloccare la nascita del ROJAVA, cioè il KURDISTAN DELL’OVEST.

   Con il nord assegnato alla Turchia, e la permanenza di Assad per qualche anno a Damasco ( ma già si parla di un permesso di uscita per lui e la famiglia, e di almeno un paio di nomi per succedergli fra i leader come lui alawiti ), Russia e Iran resterebbero come i grandi protettori di Damasco. Inoltre con l’Iraq lasciato agli Usa (qui vincitori), e la Siria nelle mani di Mosca, l’Iran otterrebbe il vantaggio di mantenere un Presidente alawita a Damasco, più vicino dunque agli sciiti, senza far cadere la capitale siriana in mani sunnite, oltre a tenere aperto il corridoio che collega Teheran a Beirut permettendo così il passaggio di armi agli Hezbollah nel Libano.

   Uno scenario figlio di eventi nati negli ultimi giorni, secondo alcuni autorevoli analisti come ad esempio Olivier Roy. Per il politologo e orientalista francese, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan infatti, «già campione dell’Islam sunnita, è ora divenuto l’alleato di una coalizione russo-iraniana favorevole agli sciiti». «Un cambio di alleanza – spiega- che arriva crudelmente dopo l’omicidio dell’ambasciatore russo ad Ankara» del 19 dicembre scorso ad opera di un misterioso poliziotto in congedo. Il cessate il fuoco, sostiene la Turchia, dovrebbe escludere tutti “i gruppi terroristici”. Quelli tenuti fuori dal prossimo importante vertice che definirà la pace in Siria, ad Astana, in Kazakistan, a metà gennaio. Proprio l’individuazione delle formazioni armate sarà uno dei nodi da sciogliere. (Marco Ansaldo)

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IN SIRIA FA LA PACE CHI SI SPORCA LE MANI

di Daniele Raineri, da “IL FOGLIO” del 29/12/2016

– La Turchia annuncia due bozze di accordo sulla guerra siriana, una sul cessate il fuoco e una su un accordo a lungo termine. Le leve di Russia e Iran, l’assenza di America e Onu. L’ipotesi di “aree informali d’influenza” –

   Il 28 dicembre il governo turco ha annunciato l’esistenza di due bozze di accordo sulla Siria, una che riguarda un cessate il fuoco immediato e un’altra che riguarda un accordo a lungo termine che dovrebbe preludere alla pace, e il concetto chiave che se ne ricava è che in Siria possono negoziare soltanto quelli che davvero hanno un potere di persuasione sulle parti in lotta, quindi Turchia da una parte e Russia e Iran dall’altra.

L’Amministrazione americana e le Nazioni Unite sono escluse perché in questi cinque anni di guerra civile non hanno creato con i fatti un proprio diritto di farsi ascoltare dai combattenti sul campo. La Turchia esercita un potere quasi di vita e di morte sulle fazioni che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad, perché controlla tutti i passaggi di uomini e cose attraverso il confine turco-siriano a nord di Idlib (è l’unico confine a disposizione, non ci sono alternative) e senza quel viavai la guerra sarebbe già finita (quando si dice “fazioni” s’intende quelle non legate al terrorismo internazionale, quindi non lo Stato islamico e nemmeno Jabhat Fath al Sham che è la vecchia Jabhat al Nusra).

   I combattenti siriani hanno bisogno del confine turco per importare rifornimenti di ogni genere, per mandare i feriti a farsi curare e soprattutto perché c’è ancora un programma di sostegno militare da parte di alcuni sponsor internazionali. E’ grazie a questo programma di aiuti militari che alcuni gruppi siriani selezionati dispongono di missili controcarro Tow, che usano contro le posizioni e i corazzati delle forze di Assad.

   Funziona così: Arabia Saudita e Qatar mandano le armi, la Turchia ci mette il trasporto finale attraverso il confine e il coordinamento diretto con i ribelli.

   L’Amministrazione americana è dentro questo programma ma si limita a dare il suo assenso – se anche non ci fosse sarebbe lo stesso e quindi ha poca presa sui gruppi siriani. La Turchia in questi giorni si sta mettendo in mezzo e ostacola i negoziati tra gruppi siriani che parlano di una fusione in un unico supergruppo, inclusi i qaidisti. Se non avverrà, e se i filo al Qaida saranno lasciati fuori, è perché Ankara non vuole appoggiare estremisti mescolati agli altri.

   La Russia e l’Iran non hanno ancora commentato la proposta turca, ma in modo speculare possono imporre la propria volontà su Bashar el Assad perché lo hanno salvato dalla disfatta nel luglio 2015, quando il generale iraniano Qassem Suleimani si accordò con Mosca per un intervento militare decisivo in Siria, le forze di Assad stavano capitolando e perdevano una base dopo l’altra, senza più riuscire a fermare l’avanzata dei gruppi ribelli.

   Oggi la situazione è rovesciata: gli stessi gruppi ribelli hanno perso la città di Aleppo e si sono ritirati a ovest. Le bozze della road map verso la pace in Siria viste da fonti di Reuters dicono che il paese sarebbe spartito in “aree d’influenza informali”, non meglio specificate, e che la questione della permanenza o no di Assad al potere sarebbe risolta cosi: il presidente rimane, ma si farà da parte alle prossime elezioni, che in teoria dovrebbero essere nel 2021 considerato che le ultime “elezioni” sono state tenute nel giugno 2014.

   La road map garantisce la sicurezza del presidente e della sua famiglia (quindi l’immunità dalla perseguibilità per crimini), ma la novità è che contiene per la prima volta i nomi di due possibili sostituti. E’ il punto della proposta di pace in cui la linea della Russia si discosta di più, anche se con discrezione, da quella del clan Assad che comanda a Damasco e che difende l’idea della cosiddetta “Siria di Assad”, quindi di un paese che per destino non può essere slegato dalla famiglia al governo.

   Del resto lo slogan della controrivoluzione è: “Assad o bruciamo il paese”. Chi esce peggio dalla proposta di pace sono i curdi e il loro sogno di un Kurdistan siriano, il Rojava. La Turchia parla in modo esplicito della possibilità di ottenere dalla Russia un aiuto “per eliminare il Pkk dalla Siria, dopo lo Stato islamico”, e sotto l’etichetta Pkk mette anche le Sdf; le Forze siriane democratiche addestrate e armate dall’America per liberare Raqqa dallo Stato islamico.

   Due giorni fa l’Amministrazione Obama ha parlato della possibilità di fornire missili portatili terra-aria alle Sdf – sarebbe la prima volta in Siria, e il nemico che curdi e americani hanno in mente non è lo Stato islamico, che non ha aerei, ma, in via ancora ipotetica, sono i jet turchi, siriani e russi. La Russia ha commentato cosi: “Sarebbe un atto ostile”. (Daniele Raineri)

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NON BASTERÀ IL SAPONE DI ALEPPO

di Tommaso Di Francesco, da “IL MANIFESTO” del 15/12/2016

– Non basterà il sapone di Aleppo – ormai introvabile per effetto della guerra – a lavare le responsabilità dell’Occidente e le post-verità, raccontate negli ultimi cinque anni sulla Siria. –

   E’ già capitato per le guerre nell’ex Jugoslavia: sotto una foto che dimostrava come i crimini fossero commessi da tutte la parti, si preferiva una didascalia menzognera. Così sotto una fotografia, in bella mostra su un settimanale di grido, che mostrava un miliziano musulmano con tanto di berretto afghano e in mano il trofeo di tre teste tagliate di nemici, veniva scritta la didascalia: «Atrocità delle milizie serbe»; era in realtà un mujaheddin già allora cortocircuitato con altre migliaia in Bosnia dall’Afghanistan grazie a Usa, Iran e Arabia saudita. E le teste tagliate appartenevano, come emerse, a tre miliziani serbi.

ADESSO ACCADE LA STESSA COSA.

Perché il fermo-immagine era quello di armeni, kurdi e cristiani in festa in tutta Aleppo, con migliaia di rifugiati in cammino per raggiungere l’ovest della città. Certo prima dell’attuale stallo, con gli ultimi civili bloccati nell’evacuazione perché deve avvenire insieme ai combattenti jihadisti, mentre riprendono i micidiali raid aerei governativi e russi e i lanci di razzi dei «ribelli» che hanno provocato sei vittime nel quartiere Bustan al Qasr da poco riconquistato dai governativi.

   Ora la foto vera dello stallo siriano sono gli autobus, con le insegne governative, che avrebbero dovuto portare a termine l’ultima evacuazione, fermi e vuoti ad Al Ramusa, con colonne di civili che si sono avvicinate per poi allontanarsi di nuovo.    Di fronte alla tragedia di Aleppo, sfigurata per sempre nell’orizzonte delle sue rovine, i media occidentali sembrano divertirsi a gridare alla «strage di civili», quasi augurandosela.

   Ma di stragi di civili ce ne sono state a centinaia e nell’indifferenza generale, se è vero che i morti di Aleppo sono più di 100mila e più di 200mila nel Paese ormai dilaniato, con 1 milione di feriti e con circa 7 milioni tra profughi e rifugiati interni. Questa è la strage che più o meno dovrebbe stare sotto i nostri occhi tutt’altro che innocenti.

   Perché i Paesi europei, gli Stati uniti con la Turchia e le petromonarchie del Golfo (Arabia saudita in testa) hanno tentato con coalizioni internazionali come gli «Amici della Siria» e con un intervento militare indiretto – fatto di forniture di armi, finanziamenti e addestramento militare fin nelle basi della Nato nella confinante Turchia – di destabilizzare la Siria esattamente come avevano fatto già con successo in Libia con Gheddafi.

   Certo sulla scia della repressione di Assad contro una rivolta interna che era scoppiata, ma che più che movimento di «primavera» fu quasi subito armata e con un ruolo centrale dello jihadismo islamista (dai salafiti, ad Al Nusra-Al Qaeda, a formazioni legate all’Isis) e invece con una presenza subito marginale dell’«opposizione democratica», anch’essa armata. Un’area politica, quella jihadista, dilagata dai santuari libici in tutta la regione fino a costituirsi in «Stato islamico» in metà della Siria e in due terzi dell’Iraq, qui grazie ai disastri provocati di ben tre guerre americane.

   Questa tragedia strategica dell’Occidente, segnatamente sia delle destre che delle sinistre al governo, è un’ombra che sarà difficile rimuovere.

   Nonostante – ha recentemente notato anche Paolo Mieli sul Corriere della Sera – il dispendio di manicheismo politico-giornalistico. Per il quale ci sarebbero i bombardamenti aerei dei «buoni», quelli Usa che su Mosul sgancerebbero caramelle – e invece anche lì è strage di civili – e dall’altra i raid aerei dei «cattivi» del nemico finalmente ritrovato, la Russia di Putin. Che, è bene ricordarlo, torna sullo scenario siriano una prima volta nel 2013 quando impedisce l’attacco Usa per un presunto raid governativo al gas nervino – che inchieste indipendenti e il New Yorker dimostreranno inventato – insieme alla preghiera di papa Francesco. Che in questi giorni ha inviato una lettera che auspicava la fine della guerra «contro ogni violenza» proprio ad Assad in qualche modo criticando i suoi metodi ma anche accreditandolo come interlocutore; poi Putin ritorna a fine 2015 quasi chiamato da Obama che lo incontra nel «vertice del caminetto» alla Casa bianca, di fronte al fallimento della strategia militare occidentale e all’esplodere del bubbone Turchia, con le rivelazioni sui rapporti diretti, in armi e traffici petroliferi, tra il Sultano atlantico Erdogan e lo Stato islamico.

   Ora Aleppo est è liberata dalle milizie jihadiste e dei pochi combattenti dell’opposizione democratica che però per esistere si sono ormai coordinati con salafiti e qaedisti, dopo l’ennesimo insuccesso degli Stati uniti – per ammissione della stessa Cia – che hanno provato ad organizzarli.

   Ma la guerra non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i kurdi e a demolire le autonomie del Rojava ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.

   La nuova battaglia infatti che si apre, e che punta a decretare la pericolosa spartizione della Siria, è quella delle «vie d’uscita» jihadiste.

CON CHI STARE IN QUESTO CAOS SANGUINOSO? SOLO CON I CIVILI.

Con chi stare in questo caos sanguinoso? Solo con i civili, in fuga in milioni e in centinaia di migliaia arrivati nel cuore dell’Europa e sostanzialmente da noi respinti. Con i civili, anche adesso che servono a far durare la battaglia di Aleppo. Ma è naturalmente politicamente scorretto dire per Aleppo quello che è narrazione corrente per Mosul: e cioè che sono sequestrati come scudi umani. Se escono loro devono uscire anche i miliziani jihadisti. Questa è la trattativa sul campo, quello che l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura chiede da due mesi appellandosi alle milizie anti-Assad perché abbandonino le posizioni evacuando sotto supervisione Onu. Della foto di questo stallo la didascalia che suggeriamo è: «Ecco il fallimento della guerra umanitaria dell’Occidente che ha avvantaggiato Putin richiamandolo a ruolo egemone nell’area, permettendo alla nuova destra nazionalpopulista americana di ergersi addirittura a garante della pace».

   La rappresentante Usa all’Onu Samantha Power ha accusato Russia-Iran e Cina di «sponsorizzare la barbarie», invitandoli a «vergognarsi». Ma non dovrebbero vergognarsi per primi proprio gli Stati uniti e i governi europei impegnati nella scellerata «amicizia» con la Siria?

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Le strategie di Assad, Russia e Turchia

DOPO ALEPPO, CI SARÀ UN’ALTRA ALEPPO?

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016

– IL PROSSIMO ASSEDIO – A IDLIB, città al confine con la Turchia, si stanno concentrando jihadisti e ribelli in fuga dalle truppe di Assad –

   Dopo Aleppo ci sarà un’altra Aleppo,che si chiama IDLIB, città ai confini con la Turchia dove stanno concentrandosi jihadisti e ribelli in fuga. La strategia di Damasco è chiara: riprendersi il controllo della Siria. L’unico vero impegno che è disposto ad assumersi Assad è di negoziare di volta in volta delle tregue locali per l’evacuazione delle truppe ribelli. Anche le trattative internazionali – che siano sotto il cappello dell’Onu o dell’intesa trilaterale Russia-Iran-Turchia – hanno come scopo principale quello di costituire un diversivo diplomatico per sfruttare lo slancio della vittoria di Aleppo e mettere a segno nuove conquiste.

IN SIRIA A IDLIB, SI PREPARA UN’ALTRA ALEPPO

   IDLIB è destinata a diventare un’altra città sotto assedio e probabilmente anche una tragedia umanitaria. Il nuovo bersaglio del regime alauita ha un alto valore strategico perché situata sull’asse Nord-Sud, quello più vitale della Siria, la direttiva Aleppo-Damasco, colonna vertebrale indispensabile per controllare il Paese e i rifornimenti dell’esercito lealista.

   Inoltre IDLIB interessa anche ai russi: È DA QUI CHE SONO STATE LANCIATE LE OFFENSIVE VERSO LATAKIA, roccaforte degli alauiti di Assad e snodo fondamentale sul Mediterraneo dove ci sono le basi russe. ERA QUI CHE ERA DIRETTO IL TUPOLEV PRECIPITATO NEL MAR NERO, un incidente sui cui grava il sospetto di un attentato.

   È a Latakia che c’è il comando di controllo russo della guerra elettronica e la BASE DI HMEYMIM che secondo l’accordo con Damasco diventerà LA PRIMA BASE AEREA PERMANENTE DI MOSCA IN MEDIO ORIENTE.

   La concentrazione delle forze ribelli a IDLIB sembra rispondere a una tattica deliberata: qui sarà più facile colpirle, inoltre la presenza di gruppi con differenti ideologie e alleati può diventare un’opportunità per favorire nuove divisioni.

   Sono state le divergenze tattiche e militari tra i ribelli, oltre a quelle ideologiche, che hanno facilitato la caduta di ALEPPO in mano ai lealisti appoggiati dai russi e delle milizie sciite.

   A IDLIB adesso si trovano due delle organizzazioni islamiche radicali: JABAT Al-Sham (Fronte del Levante), che è la nuova versione di alNusra, il gruppo prima affiliato ad al-Qaida, e AHRAR al-Sham, il Levante libero.

   AlNusra, che ha rotto recentemente con al-Qaida per smarcarsi dalla sua ingombrante tutela, si trova sulla lista delle formazioni terroristiche e accoglie combattenti di tutto il mondo con un programma legato alla jihad globale. La rottura con al-Qaida da parte di al-Nusra appare però un passo più che altro simbolico mirato a legittimare il sostegno da parte dei padrini stranieri e in particolare delle monarchie del Golfo.

   Ahrar al-Sham, fondata dall’islamista Hassan Aboud rilasciato dalla carceri di Assad nel 2011 e ucciso proprio a Idlib due anni fa, ha potuto contare nei momenti migliori fino a 20mila combattenti, godendo dell’appoggio logistico e finanziario della Turchia e del Qatar ma ha subito pochi giorni fa un’altra lacerante secessione.

   Etichettare gli attori della futura battaglia Idlib come quella di Aleppo non è facile: il trasformismo è all’ordine del giorno soprattutto da parte delle fazioni che intendono prendere le distanze da jihadisti e salafiti per diventare gruppi più accettabili agli occhi occidentali.

   La battaglia di Idlib incrocia quella contro il Califfato che ha perso in un anno il 50% del territorio ma mantiene la sua roccaforte a RAQQA e un forte potenziale terroristico con il ritorno dei FOREIGN FIGHTERS e gli attentati: più di 40 rivendicati in 16 Paesi diversi.

   Qui entrano in gioco, oltre ai lealisti, ai russi e agli sciiti, l’esercito di Ankara, le milizie filo-turche e quelle concorrenti dei curdi siriani. Mentre ad Aleppo Est vengono trovate fosse comuni nella zona dei ribelli (21 i corpi), ad al-Bab l’Isis ha compiuto uno spaventoso attentato con 30 morti per impedire la fuga degli abitanti dalla città assediata dai turchi.

   I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella Peste di Albert Camus, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall’inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta.

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INTERVISTA A DE MISTURA

«ECCO PERCHÉ LA TREGUA IN SIRIA QUESTA VOLTA HA UNA CHANCE»

di Giuseppe Sarcina, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016

– STAFFAN DE MISTURA, inviato speciale dell’Onu per la crisi siriana ci crede: «Questa volta la tregua può funzionare». «C’è un fatto oggettivo — spiega de Mistura —: Russia, Turchia e Iran hanno una presenza militare cospicua in Siria», ma soprattutto «hanno un interesse comune, anche se motivato da ragioni diverse tra loro. Putin e Erdogan temono una guerra d’usura per altri 4 o 5 anni». Per questa ragione il leader russo «vuole trovare nuove formule politiche per la Siria». –

   STAFFAN DE MISTURA, inviato speciale dell’Onu per la crisi siriana, 69 anni, svedese naturalizzato italiano, sta seguendo le manovre diplomatiche di Russia, Turchia e Iran, in vista della ripresa dei negoziati al tavolo delle Nazioni Unite, a Ginevra.

L’accordo sulla Siria promosso da Vladimir Putin reggerà alla prova sul campo?

«Il mio più grande timore è la stasi. Siamo contenti che si sia evitata la grande battaglia di Aleppo, come avevamo chiesto. Ora le cose si stanno muovendo e penso che questo cessate il fuoco abbia più possibilità di reggere rispetto a tutti i tentativi visti finora».

Merito della Russia?

«C’è un fatto oggettivo. Russia, Turchia e Iran hanno una presenza militare cospicua sul terreno. Ma soprattutto hanno un interesse comune, anche se motivato da ragioni diverse tra loro».

Che cosa è cambiato rispetto a pochi mesi fa, quando Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia, erano schierati su fronti opposti?

«Putin ed Erdogan si sono resi conto che, senza una soluzione politica, dovrebbero far fronte a una guerra d’usura per altri quattro o cinque anni: la caduta di Aleppo non significa la fine del conflitto interno. La Turchia, inoltre, non vuole altri 200 mila rifugiati e teme che nel nord della Siria si cristallizzi uno Stato curdo».

Soluzione politica significa affrontare la questione Bashar al Assad e la transizione istituzionale…

«Resta ferma la risoluzione dell’Onu che prevede un processo di transizione. Anche se questa parola non è più una parola di moda in Siria. Adesso abbiamo davanti un altro scenario: quello di un negoziato vero tra il regime di Assad e i ribelli».

Non è troppo ottimista?

«Intanto vediamo che cosa succederà nella riunione di Astana (in Kazakistan ndr.) convocata da Putin Il regime di Assad non potrà mancare e i turchi porteranno gli esponenti di una parte dell’opposizione. Penso che Putin abbia la genuina volontà di trovare nuove formule politiche per la Siria: lo dimostra proprio questo vertice. Altrimenti avrebbe lasciato le cose come stanno, con Assad padrone assoluto a Damasco».

Da questo schema restano fuori i curdi, in parte appoggiati dagli Stati Uniti…

«Sì, questo è un problema. Toccherà a russi e turchi provare a risolverlo. Anche perché i curdi si sono battuti con energia ed efficacia contro l’Isis. Molto dipenderà da come andranno le cose sul campo nelle prossime settimane. Immagino che la riunione di Astana si terrà non prima della seconda metà di gennaio».

Poi toccherà all’Onu, cioè a lei: ha già fissato la riunione di Ginevra?

«Per ora siamo orientati sull’8 febbraio. Ma siamo flessibili, aspetteremo gli sviluppi legati ad Astana, il nostro compito è quello di fare da rete, per raccogliere le soluzioni e portarle alla discussione del Consiglio di Sicurezza».

C’è la possibilità che alla fine la Siria venga divisa in più parti? È un’ipotesi che circola ormai da qualche mese…

«Certo, ma sarei cauto su questo punto. Il principio dell’unità nazionale è sempre molto importante in casi come questi. Abbiamo l’esperienza dell’Afghanistan e dell’Iraq: due vicende che ho seguito direttamente. L’unità del Paese non è stata mai messa in discussione, anche se de facto si sono formate aree di influenza: i curdi nel nord dell’Iraq o il Pakistan nel sud-est dell’Afghanistan, tanto per fare degli esempi».

Barack Obama appare il grande sconfitto di tutta l’operazione. È d’accordo?

«La parola sconfitta sarebbe ingiusta. Fin dall’inizio Obama non ha voluto coinvolgere militarmente gli Stati Uniti nella crisi siriana. Ha affidato al Segretario di Stato John Kerry il compito di trovare una strada diplomatica. Ma la diplomazia non sempre funziona se non è accompagnata da una certa muscolarità militare. Alla fine questo tentativo è stato bypassato da Putin e da Erdogan».

Che cosa farà, invece, Donald Trump?

«Potrà avere un peso importante. Gli ho mandato un messaggio proprio sulla questione siriana. Credo che Trump abbia perfettamente ragione a dare la priorità alla lotta al terrorismo. Lo pensiamo tutti. Fa bene anche a cercare un accordo anti-Isis con Putin. Ma se vuole debellare lo Stato Islamico occorre trovare una soluzione politica che includa anche i sunniti. Prima della Siria, lo abbiamo visto in Iraq: se i sunniti non sono coinvolti nelle formule di governo, diventano terreno fertile per nuove formazioni terroristiche».

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INFERNO ALEPPO: INTERVISTA A STAFFAN DE MISTURA

di Alberto Chiara, da “FAMIGLIA CRISTIANA” del 1/1/2017

– I MASSACRI NELLA CITTÀ SIMBOLO DELLA GUERRA IN SIRIA – L’inviato speciale dell’Onu ci racconta l’angoscia e la speranza per un conflitto sanguinoso dove i “cessate il fuoco” vengono subito violati, ma non smette di sperare in un accordo stabile di pace per il nuovo anno – De Mistura: «La Russia testa nuove armi. i ribelli riempiono di chiodi e dinamite bombole del gas. Gli elicotteri di Assad sganciano bombe al cloro» –

   Parla a notte fonda, dopo l’ennesima giornata trascorsa a negoziare. «Oggi la tregua è stata rispettata. Ieri no. Domani chissà». Dal 10 luglio 2014 STAFFAN DE MISTURA si misura con uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia recente, quello di Siria. Lo fa in nome e per conto del segretario generale delle Nazioni Unite. Respira la polvere e il fumo che i bombardamenti lasciano dietro di sé, calpesta macerie, consola chi piange i morti, visita i feriti, rincuora gli sfollati, stringe a sé vedove e orfani.

   Il suo compito, nobile e disperato, è trasformare il dolore in politica. Fissa negli occhi i leader del mondo, traduce a ciascuno nella sua lingua (de Mistura ne parla sette, arabo incluso) la disperazione che raccoglie sul campo e cerca di strappare loro impegni che restituiscano pace a una terra che da culla di civiltà s’è trasformata in girone infernale.

   L’orologio segna le 23.30. De Mistura controlla gli ultimi rapporti giunti da Aleppo est. «Pare proprio che oggi l’accordo tenga».

Sorpreso?

«No. Direi piuttosto moderatamente soddisfatto. Vivo queste ore con angoscia, ma anche con lucida determinazione. L’esperienza mi insegna che quello che adesso sembra certo e definitivo tra un attimo non lo è più. Constato con piacere che per qualcuno l’incubo è finito. A 24 ore dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sono state portate in salvo 6.462 persone, tra cui circa 3 mila miliziani, soprattutto combattenti jihadisti di Al Nusra, e 301 feriti. Grazie all’intesa raggiunta tra turchi e russi, oggi non più boicottata da Assad e dagli iraniani, abbiamo organizzato nove convogli composti da 110 autobus di linea, verdi, e da alcune ambulanze».

   Sul terreno vigilano soldati dei due schieramenti, personale dell’Onu e operatori umanitari. Tutto è scrutato da webcam e droni. «Si ricomincia domani, all’alba. Speriamo. In quel che rimane di quei quartieri sono ancora intrappolati 50 mila civili».

Finisce un anno cominciato male. Nel gennaio 2016, su 193 Paesi membri dell’Onu oltre la metà era impegnata in Siria, vuoi per combattere il terrorismo, vuoi per aiutare la popolazione stremata, vuoi per entrambe le cose: più di 60 nella coalizione guidata dagli Usa (di cui almeno 20 dichiaratamente attivi sul versante militare), 34 nella compagine “antiterrorismo” composta da Stati islamici e coordinata dall’Arabia Saudita, 4 nel network che fa capo alla Russia. «A queste cifre ne va aggiunta un altra», puntualizza de Mistura: «Sul terreno operano 98 gruppi armati. Dunque, quando si negozia bisogna mettere d’accordo 98 signori della guerra più i Governi. È la crisi più complessa che mi sono trovato a gestire in 46 anni di carriera diplomatica».

Qualche analista s’è spinto a paragonare la Siria alla Spagna del 1936…

«La cosa mette i brividi. Ma ha un fondamento. Oggi come allora si sperimentano alleanze e armi nuove. Oggi come allora la guerra è crudelissima e l’opinione pubblica distratta. In Spagna, alla fine, si contò un milione di morti. In Siria cifre esatte non ce ne sono, ma secondo le stime più attendibili i morti sono 500 mila, mentre sfollati e profughi sono 5 milioni. La Russia testa nuovi sistemi d’arma. I ribelli combattono con crudele fantasia: riempiono con dinamite e chiodi bombole del gas che poi lanciano con rudimentali catapulte. Per tacere delle bombe al cloro sganciate dagli elicotteri di Assad. Il cloro è più pesante dell’aria. Quindi scende. Giù. Sempre giù. Arriva nelle cantine e fa strage di civili, soprattutto donne e bambini. Gli orrori sono imputabili a tutte le forze in campo. La guerra, con le sue atrocità, può essere fermata solo con un accordo politico complessivo».

   Come in un cinico gioco dell’oca c’è sempre il fondato rischio di tornare alla casella di partenza. Si prendano i convulsi giorni che hanno preceduto il Natale. «Tra il 12 e il 14 dicembre redigiamo una bozza d’intesa per mettere fine alla battaglia di Aleppo e consentire l’evacuazione delle ultime zone orientali della città. Trattiamo giorno e notte. Cerco soprattutto di convincere chi può influenzare gli altri, arrivando a una soluzione positiva: turchi e russi. Ankara non vuole che il tragico epilogo dell’assalto finale causi l’ennesimo flusso di profughi che cercano riparo nei suoi confini. Mosca dice, e le credo, che non vuole celebrare Natale assistendo a un altro massacro».

   Ogni tassello sembra andato al posto giusto. Ma, all’ultimo, qualcuno getta all’aria il puzzle. «Assad, che ha perso nuovamente Palmira, continua a combattere attorno a Homs e sogna di attaccare Raqqa, ha fretta di completare la conquista di Aleppo. Anche Teheran si mette di traverso. Dichiara di essere d’accordo a far uscire dalla zona orientale le migliaia di miliziani sunniti di Al Nusra, i loro familiari e i civili che lo desiderano, a patto che i sunniti ostili a Damasco cessino l’assedio di Foua e di Kefraya, due villaggi sciiti ridotti alla fame». Qualcuno spara sui pullman. L’operazione di soccorso s’interrompe. «Si torna a trattare. Giovedì 15 dicembre l’evacuazione di Aleppo est ha finalmente inizio. Venerdì 16 altri spari, altro stop. Ecco, la Siria è così. Da cinque anni».

   Il 2016 sfuma in lenta dissolvenza. «Saluto l’anno con un groppo alla gola e un grande rimpianto», confida Staffan de Mistura. «Ci sono stati almeno due momenti in cui pensavamo di essere riusciti a evitare il peggio. Il 26 febbraio è cominciata una tregua che ha salvato numerose vite e che è durata tre mesi nei quali siamo riusciti a entrare nell’Aleppo assediata, soccorrendo 1.200.000 persone».

   La ripresa dei combattimenti ha imposto la necessità di nuovi negoziati. «Il 12 settembre è entrato in vigore un accordo di cui si sono fatti garanti e interpreti i russi e gli americani. Ma i falchi di tutti gli schieramenti l’hanno trasformato in carta straccia. A ottobre, stufo di girare inutilmente le cancellerie, ho convocato una conferenza stampa nella sede Onu di Ginevra. Rivolto ad Assad e ai suoi alleati, Mosca in testa, ho detto: “Pensate che valga la pena radere al suolo una città che ha 4 mila anni di storia uccidendo, ferendo o cacciando gli ultimi 250 mila abitanti rimasti nei quartieri assediati solo perché lì ci sono ancora 900 miliziani che chiamate terroristi?“. Ho sfidato anche Al Nusra: “Vi rendete conto che in 900 tenete in ostaggio 250 mila persone? Vi garantisco che uscirete a testa alta. Vi prometto salvacondotti. Vi scorterò io personalmente, ma per amor del cielo smettete di combattere“».

   Il 2017 potrebbe segnare la svolta. «Lavoro per questo. A fine gennaio Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Afferma che vuole combattere l’Isis. La stessa cosa sostiene Putin. E l’intero Occidente che ha pianto vittime innocenti a Parigi e Bruxelles. Combattere il terrorismo è una cosa, vincerlo è un’altra. Per battere definitivamente l’Isis non bastano le armi, ci vuole la politica. Il compito di Putin sarà quello di convincere Assad ad avviare una seria trattativa con i suoi avversari. La pace si fa accordandosi con i nemici. In Siria e in Iraq ciò significa coinvolgere i sunniti. Solo così si evita che prosperino formazioni estremiste».

   La mezzanotte è passata ormai da un pezzo. Il colloquio volge al termine. «Sa chi è il più appassionato difensore dei siriani, tutti, e non da oggi? Papa Francesco. Il 25 settembre 2015, al Palazzo di Vetro di New York mi ha fatto chiamare. Mi ha stretto entrambe le mani e mi ha detto: “De Mistura, io prego ogni giorno per la Siria. Il mio timore è che se continua così non ci sarà più il Paese’: “Santo Padre, non si stanchi di pregare, quello che dice è possibile, purtroppo. La Siria e i siriani stanno soffrendo oltre misura, sono tra due fuochi, continuano a sostenere con fierezza la loro identità, ma c’è un limite”. Credo che quel limite invalicabile sia arrivato. E sia il 2017». (intervista di Alberto Chiara)

STAFFAN DE MISTURA nasce a Stoccolma il 25 gennaio 1947 da mamma svedese e papà italiano. Dopo aver a lungo ricoperto incarichi di responsabilità all’Onu, esse stato nel Governo Monti (Staffan de Mistura è stato prima sottosegretario e poi viceministro agli Esteri), dal 10 luglio 2014 è inviato speciale per la Siria del segretario generale delle Nazioni Unite.

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