IMMIGRATI: UN PUNTO DI SVOLTA? Una SCELTA realistica di LIMITAZIONE ma di INTEGRAZIONE, oppure una reazione populista, considerando IMMIGRAZIONE UGUALE a ILLEGALITÀ e TERRORISMO? – Il caso dei 1500 migranti ammassati nel Centro di CONA (Venezia) e la possibile accoglienza diffusa

CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l'autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell'Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento
CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l’autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell’Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento

   E’ un caso nazionale la rivolta del 2 gennaio scorso dei profughi nel Centro di accoglienza (CDA) di Cona (paese di 3.000 abitanti nella parte sud della provincia di Venezia, ben più vicino a Rovigo, al Polesine, che a Mestre-Venezia). Il CDA è in un’ex base militare (missilistica) collocata in una delle sparse 11 contrade-frazioni di Cona, in quella che si chiama Conetta, di soli 190 abitanti.

   E nel Centro di accoglienza di Conetta molti denunciavano da tempo le condizioni di vita disumane del campo, così com’è circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori sono stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee nelle quali sono state ammassate le brande per dormire. A Conetta pertanto c’erano già state delle proteste, anche da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici, e della scarsità dei pasti.

SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata
SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata

   La rivolta iniziata nel primo pomeriggio del 2 gennaio, con il sequestro da parte degli immigrati degli operatori del Centro, è andata avanti fino all’una di notte Ed è scoppiata a seguito della morte, per cause naturali, di una profuga di 25 anni, della Costa d’Avorio, SANDRINE BAYAKOKO. Le trattative portate avanti dalla polizia per arrivare alla liberazione dei 25 operatori che si erano rinchiusi in una struttura prefabbricata del campo, hanno avuto buon esito verso l’una di notte. La protesta dei profughi poi è proseguita nella mattinata, chiedendo da parte di un gruppo di profughi di far entrare i giornalisti nella base di Cona per mostrare le loro condizioni di vita. Ma l’accesso è stato impedito.

   Sulle abnormi condizioni di vita dentro a questo Centro (1500 migranti, in una struttura in grado di accoglierne dignitosamente non più di 200; e oltre al sovraffollamento, in situazione con acqua fredda, bagni insufficienti, poco cibo…), sulla disastrosa condizione del Centro nessuno è in grado di smentire, di non essere d’accordo. C’è pure stata “un’incursione”, tempo fa, di un giornalista del Corriere del Veneto (Andrea Priante), che è riuscito a infiltrarsi dentro al Centro come operatore della cooperativa «Ecofficina» che gestisce la struttura («lavoro sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento è in voucher: 200 euro alla settimana….3 euro e 70 centesimi l’ora….»… «…otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri…uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani…A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox….» (questa parte della testimonianza del giornalista).

Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)
Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)

   Pertanto Cona è come tutte le strutture per immigrati di questo genere: quasi sempre non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo; e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   La morte nel Centro di accoglienza di Cona di Sandrine, e le proteste dei richiedenti asilo, hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive. Altri invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni.

   Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane. In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo perché gran parte dei comuni, delle amministrazioni locali, si rifiutano ad accogliere migranti: a volte per ragioni condivisibili di difficoltà vera, a volte (spesso), per assecondare le ritrosie all’accoglienza della cittadinanza. Questo rifiuto dei comuni impedisce così una distribuzione dell’accoglienza di tipo diffusa, assai meno problematica e più gestibile. Va da se che i mega-centri di accoglienza, portano a un sistema finanziario regolato complessivamente da decine di milioni di euro all’anno. E questo finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN'ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com - Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie")
DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN’ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com – Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”)

   Evidente pertanto che l’unica possibile alternativa è (sarebbe) la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza, e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal “Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati”. E’ comunque questa, adesso, la volontà politica e amministrativa del nuovo piano messo a punto tra Ministero dell’Interno e Anci Nazionale.

   Se pertanto il Governo (con il consenso dell’Anci nazionale, l’associazione dei comuni…) decidono per andare verso l’accoglienza diffusa, dall’altra lo stesso governo, per parte sempre del Ministro dell’Interno (Minniti), con il capo della Polizia Gabrielli, hanno annunciato, alla fine dell’anno (pertanto poco prima dell’episodio di Cona) il rilancio dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), uno per regione, che dovranno arrivare in tutto alla capienza di 1600 posti complessivi. La ripresa dei CIE (Centri di espulsione) denota un atteggiamento più duro “a prescindere” verso ogni forma di migrazione (di profughi da guerre o economici) (non che i CDA non ammettano l’espulsione, più del 60% non vengono accolti, ma il discorso diventa “più duro”, si guarda ancora meno il motivo della migrazione…). E’ anche così (e dalle dichiarazioni che vengono fatte) che lo sviluppo dei CIE fa percepire l’idea che si crei UN COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO.

da Ansa
da Ansa

   Cose invece del tutto separate (immigrazione e terrorismo), ma che certamente esistono nella percezione popolare, in quella dei gruppi politici e culturali che cavalcano la cosa (appunto: immigrazione uguale terrorismo), e ora pare che ci sia un adeguarsi “governativo” (elettorale?) a questa percezione di immigrazione che causa terrorismo. Infatti il Ministro dell’interno e il Capo della polizia, parlano, in questo contesto, si voler raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila (su che base oggettiva si stabiliscono precedentemente queste cifre?…).

   Un inasprimento sul fenomeno migratorio è dato sicuramente da paura, dal rischio di non riuscire a controllare lo stesso fenomeno; in una situazione nazionale, europea, mediorientale, africana… globale… caotica (a dir poco).

Dentro il CPA di Cona
Dentro il CPA di Cona

   Che dire? Si va così che da episodi di solidarietà estrema (i salvataggi in mare, il volontariato mobilitato…), ad altri di linea dura anche quando non serve, non ha ragione di esserci (migranti a volte integrati, che parlano italiano, che si vedono respingere la domanda di permesso di soggiorno…). E situazioni di contrasto create da chi cavalca la situazione (e le preoccupazioni, sincere, dell’opinione pubblica), proponendo soluzioni drastiche (muri, espulsioni, abbandono dei salvataggi in mare…).

   Contesti (le migrazioni dall’Africa in particolare) che richiederebbero autorevolezza, fermezza, ma anche ragionevolezza, comprensione, solidarietà. Nella trattazione complessiva del problema dei migranti da sud a nord ci sono situazioni complesse che avrebbero (hanno) bisogno di risposte concrete e vere. Ad esempio: a) creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, b) organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, c) concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro, evitando richieste di asilo improprie), d) rimpatri volontari assistiti; e) verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali, attuando anche ricerche su identità e provenienza degli immigrati), f) produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine…. Tutte cose che poco si fanno, e si rischia di tappare i buchi, un poco con umanità, un poco con disumanità, tanto con incertezza e disagio. (s.m.)

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LA VITA NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA

AMMUCCHIATI AL GELO COME BESTIE MENTRE ALTRI CI GUADAGNANO MILIONI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– La testimonianza di un giornalista del Corriere del Veneto “infiltrato” nella struttura di Cona: «Uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria» –

   «Tutti i richiedenti asilo ospitati nella struttura di Cona devono essere espulsi subito. È inconcepibile che nessuno di loro sia stato fermato o denunciato dopo i gravissimi fatti di questa notte», ha tuonato Roberto Calderoli invocando il pugno durissimo contro quella «gentaglia» (copyright Matteo Salvini) «che stiamo mantenendo, ospitando e viziando?».

«L’INFILTRATO»

«Viziando»… Basta andare sulla pagina Facebook di Officiel Italie immigration per vedere quanto viziati e coccolati siano gli uomini e le donne alloggiati in realtà come Cona. «Visitandole, oltre all’odore di marijuana si scopre che è possibile infilare otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri», scriveva pochi mesi fa sul Corriere del Veneto il nostro ANDREA PRIANTE, che era riuscito a infiltrarsi («lavorerò sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento sarà in voucher: 200 euro alla settimana, che togliendo la pausa pranzo fanno 3 euro e 70 centesimi l’ora») nella cooperativa «Ecofficina» che gestisce il centro di Cona.

«IL» PROBLEMA

E spiegava: «Mi diventa subito lampante quale sia il problema più grande: uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani».

L’ASSISTENZA

Un medico un giorno la settimana, un infermiere ogni tanto. «A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox…». Due medici, dopo il reportage, adesso ci sono. Ma la situazione resta esplosiva. «Come sistemazione per i primi mesi sarebbe ottima», sospira in una intervista su YouTube di aprile il presidente di Ecofficina Gaetano Battocchio, «Ma può andar bene per cento persone, forse duecento… Cinquecento sono troppi. Se c’è una rivolta a Cona s/ciopa tuto. Scoppia tutto». E l’altra sera erano quasi il triplo, rispetto ai troppi…

SI GIOCA CON IL FUOCO

Se poi si ammassano tanti immigrati appesi al nulla (non un lavoro, non un riferimento, non un obiettivo raggiungibile, non una data cui aggrapparsi…) in una contrada di 190 abitanti a sua volta parte di un paese sparso che non arriva a tremila, si gioca davvero col fuoco. Basta una scintilla… Colpa del governo, accusano Luca Zaia e tanti sindaci (non solo leghisti) segnalando come «emergano tutte le debolezze di questo sistema di accoglienza» e sostenendo che «se la verifica dei requisiti avvenisse in Africa anche i cittadini sarebbero più tranquilli rispetto all’ospitalità». Colpa di chi per bottega politica cavalca le paure, rispondono il prefetto MARIO MORCONE e il ministero dell’Interno, ricordando di come insistano da mesi, osteggiati, sulla necessità di «SPARPAGLIARE I RICHIEDENTI ASILO IN PICCOLI GRUPPI IN PICCOLE REALTÀ» e che comunque non ha senso invocare filtri in Libia con la Libia messa così…

LE POLEMICHE SUI SOLDI

Fatto sta che il conflitto, duro, finisce per essere incendiato dalle polemiche sui soldi. Un titolo per tutti: «Ai disabili 12 euro al giorno / Ai clandestini 47 + vitto e alloggio. Questo è il peggiore dei razzismi!». È falso perché agli immigranti vanno solo due euro e 50 cent e tutti gli altri vanno a quanti si sono gettati nel business dei profughi, come quel Salvatore Buzzi di Mafia Capitale che intercettato esulta perché «quest’anno, coi profughi e gli zingari, abbiamo chiuso con 40 milioni di fatturato»? Chi se ne importa… I voti non puzzano.

DECUPLICATO IL FATTURATO

Prendete la stessa cooperativa di Cona: decuplicato in pochi anni il fatturato passando dai rifiuti ai profughi, inquisita dai giudici per il sospetto di avere «ritoccato» delle carte, accusata di pagare pochissimo gli operatori, espulsa da Confcooperative secondo la quale come onlus bada «un po’ poco al sociale è un po’ troppo al business», la «Ecofficina» ha oggi in pugno le ex basi militari di BAGNOLI DI SOPRA (Padova), CONA (Venezia) e ODERZO (Treviso), dove sono alloggiati circa duemilacinquecento migranti. Un affarone, ma può fare fronte a un problema così grosso?

DUBBI LEGITTIMI

I dubbi sono legittimi. Tanto più che, come racconta nel libro «Profugopoli» lo stesso Mario Giordano, che certo «buonista» e sinistrorso non è, una montagna di soldi sta finendo a «intrallazzatori professionisti, truffatori patentati, trafficanti di immigrati, semplici furbetti di paese, opportunisti dell’ultima ora». Spinti non proprio da carità cristiana. Come Giulio Salvi dell’Hotel Bellevue di Cosio Valtellino: «I turisti erano sempre meno. Ospitare i profughi è il nostro nuovo modello economico. In questo modo ho già incassato 700-800.000 euro…». O Elio Nave, titolare dell’Hotel Quercia di Rovereto, leghista della prima ora: «Non riuscivo a coprire le spese. Avevo già chiuso il ristorante. Se non ci fossero i profughi avrei dovuto chiudere l’albergo». Per non dire dei titolari della società McMulticons che, specializzati in «pulizie civili, industriali, sanificazione ambienti, derattizzazione…», hanno vinto un appalto per ospitare un po’ di immigrati rinchiusi, dice la denuncia, in «un casolare diroccato in aperta campagna a cinque chilometri da Castelfiorentino e lontano da qualsiasi centro abitato» con le «pareti ammuffite, i muri sgretolati, le cucine abbandonate, gli angoli pieni di sporcizia»… Anche quello un hotel a cinque stelle? (Gian Antonio Stella)

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IL CENTRO PER MIGRANTI DI CONETTA DOVEVA ESSERE GIÀ CHIUSO

da INTERNAZIONALE, 4/1/2017, www.internazionale.it/

   Sandrine Bakayoko era una ragazza della Costa d’Avorio, aveva 25 anni. Era arrivata in Italia nel settembre del 2016 ed era in attesa dell’esito della sua richiesta d’asilo. È morta per una trombosi polmonare il 2 gennaio mentre si trovava nei bagni del centro di prima accoglienza di Conetta, un’ex base militare in provincia di Venezia, dove Bakayoko risiedeva insieme ad altre 1.300 persone.

   A dare l’allarme il suo compagno, che l’ha trovata in fin di vita dopo che era stata colpita dal malore. La morte della ragazza ha scatenato una protesta dei richiedenti asilo ospitati nel centro di accoglienza, che accusano i gestori di aver chiamato i soccorsi in ritardo. Secondo i testimoni, infatti, la ragazza si è sentita male intorno alle 7, ma i soccorsi sono arrivati solo diverse ore dopo.

   In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine.

   La morte di Sandrine Bakayoko e le proteste dei richiedenti asilo hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive.

   Molti invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni. Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane.

In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo sistema, regolato con appalti da decine di milioni di euro all’anno, finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

Denunce inascoltate In una pagina Facebook, un ospite del centro di prima accoglienza di Conetta denunciava da tempo le condizioni di vita disumane del campo allestito in una ex base missilistica dismessa, circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori erano stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee in cui venivano ammassate le brande per dormire. A Conetta c’erano già state delle proteste in passato da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici e della scarsità dei pasti.

   Una delegazione della campagna LasciateCIEentrare aveva visitato il centro nel giugno del 2016 e lo aveva descritto così: Il centro si trova a Conetta, un piccolo borgo in cui non ci sono servizi né spazi sociali, una tendopoli nel nulla. Alle tende si alternano casolari con letti a castello in stanze stracolme.

   Le condizioni preoccupanti del centro erano state oggetto di un’interrogazione del parlamentare di Sel Giovanni Paglia nel novembre del 2016, rivolta all’allora ministro dell’interno Angelino Alfano. Nell’interrogazione Paglia descriveva “condizioni di soggiorno difficilmente compatibili con la parola accoglienza” e avvertiva che “una simile situazione potrebbe degenerare in qualsiasi momento”.

   Ecco cosa era scritto nell’interrogazione: Il numero dei richiedenti asilo attualmente ospitati nell’ex base militare è ormai giunto a 1.256 unità; le condizioni di alloggio, limitate di fatto a tende di diverse dimensioni, sono caratterizzate da sovraffollamento e condizioni ambientali estremamente disagiate. Le sette tende circondano l’intera base. Si va dalla tensostruttura più grande di 1.500 metri quadrati a quella più piccola da 340. Nella prima ci vivono in 400, la situazione più problematica è in una di quelle da 500 che accoglie 340 persone; si registra l’inadeguatezza dei servizi di mensa, che, ad un costo di euro 13 per persona al giorno, non prevedono nemmeno la possibilità di consumare i pasti seduti, data l’assenza di spazi dedicati al consumo.

   Le denunce, tuttavia, sono state ignorate e il centro di Conetta ha continuato a funzionare a pieno regime. Quando è morta Sandrine Bakayoko il centro ospitava circa 1.300 persone, quasi 800 in più delle 530 che avrebbe potuto accogliere. Una delle ragioni del sovraffollamento di centri come questo è che i comuni del Veneto non danno disponibilità all’apertura di centri di accoglienza per richiedenti asilo: meno del 50 per cento dei comuni della provincia di Venezia ha aderito al sistema di accoglienza Sprar, quindi i migranti vengono spesso mandati dai prefetti in edifici militari riconvertiti in centri di accoglienza straordinari, lontani dalle città.

   Queste strutture, però, spesso non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo, e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   In questo caso la cooperativa che gestiva il centro di Conetta, la Ecofficina Edeco di Padova, è una realtà importante dell’assistenza ai profughi nel veneziano, è entrata nel settore nel 2011 e da allora gestisce tre strutture di accoglienza: Bagnoli a Padova, Cona a Venezia, Oderzo a Treviso, per un totale di quasi duemila ospiti. La cooperativa, però, è al centro di tre indagini delle procure di Rovigo e di Padova. Le accuse sono truffa, falso e maltrattamenti.

   La procura di Padova sta indagando su un buco in bilancio da 30 milioni di euro nelle casse di Ecofficina per un presunto scambio di denaro tra la cooperativa e la società Padova Tre, che si occupa della raccolta dei rifiuti. Le altre due indagini riguardano: una denuncia per maltrattamenti e soprusi e la falsificazione di alcuni documenti per aggiudicarsi una gara di appalto.

   Come ha mostrato l’inchiesta Mafia capitale, il sistema di accoglienza italiano gestito dalle prefetture rischia di alimentare fenomeni di malaccoglienza sulla pelle dei profughi, in quanto non esistono sistemi efficaci di monitoraggio dei centri. Come è stato sottolineato da molti specialisti, come Gianfranco Schiavone dell’Asgi, l’unica possibile alternativa è la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

   Al momento solo il 14 per cento dei profughi accolti in Italia è ospitato da un centro Sprar. Se tutti gli ottomila comuni italiani fossero coinvolti nell’assistenza dei profughi, basterebbe che ogni centro ospitasse venti persone dando vita a un sistema più sostenibile, più trasparente e in ultima analisi più umano. (da INTERNAZIONALE, 4/1/2017 www.internazionale.it/ )

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IL RACCONTO

«C’ERANO EX GUERRIGLIERI CON LE SPRANGHE E CI HANNO DETTO: VOI NON USCITE DI QUI»

da “il Corriere del Veneto” del 4/1/2017

– Gli operatori sequestrati: già il 30 avevano bruciato mobili, ci volevano al freddo come loro –

IL RACCONTO

«C’erano ex guerriglieri con le spranghe e ci hanno detto: voi non uscite di qui»

Gli operatori sequestrati: già il 30 avevano bruciato mobili, ci volevano al freddo come loro

CONA (VENEZIA) «Piangevamo, chiusi in quella stanza. E poi le risate, improvvise, isteriche, senza senso. Ma soprattutto ricordo i silenzi, che erano lunghi e pieni di paura». Non si dimenticano otto ore vissute da «prigionieri» nel proprio posto di lavoro.

   A raccontarle sono alcuni degli operatori che l’altra notte sono rimasti barricati nell’ex base missilistica di Cona. Chiedono di restare anonimi perché hanno paura di essere licenziati da Ecofficina, che gestisce il centro di accoglienza. «Ci vietano di parlare ai giornalisti, dicono che altrimenti si rovina l’immagine della cooperativa ».

   È uno sporco lavoro, il loro: costretti a infilare le mani in quella massa di disperati con la quale nessun altro sembra volerci avere a che fare. Sempre a contatto con uomini e donne che provengono da altre culture e che fanno continuamente a pugni con i fantasmi del loro passato, fatto di stupri etnici, povertà e fondamentalismo religioso. I turni sono pesanti: dalle 9 del mattino alle 7 di sera, la paga è di 1.200 euro al mese.

   Il loro racconto parte dall’inizio della rivolta. «La morte di Sandrine è stata soltanto un pretesto. In realtà i problemi sono iniziati la notte tra il 30 e il 31 dicembre, quando all’interno della base i migranti ivoriani hanno sfasciato i mobili per protestare contro le condizioni di vita all’interno della base», racconta uno dei ragazzi che lavorano al campo.

   Condizioni che «sono difficili, questo è vero, ma a complicare le cose si è aggiunto il fatto che negli ultimi tempi al campo sono arrivati degli ex guerriglieri, uomini difficili da gestire, che causano molte grane… ». La tregua è durata giusto il tempo di festeggiare il Capodanno. «Intorno alle 10 di lunedì, quindi prima che si scoprisse il cadavere di Sandrine, abbiamo ricevuto notizia che alcuni ospiti erano intenzionati a riprendere la protesta. Girava voce che volessero costringerci a trascorrere qui la notte, al freddo, per farci provare come si sentivano loro. Era tutto organizzato».

   Il corpo di Sandrine è stato ritrovato dal marito riverso nella doccia, intorno a mezzogiorno e mezzo. «Pochi minuti dopo era già in infermeria», ricorda un altro operatore. «C’erano una dottoressa e un infermiere, che utilizzavano il defibrillatore. Era la prima volta che lo vedevo usare: una voce elettronica dava gli ordini e loro li eseguivano. Facevano il massaggio cardiaco, poi la respirazione bocca a bocca. Hanno tentato in ogni modo di tenerla in vita».

   L’ambulanza è arrivata venti minuti più tardi. «I soccorsi sono stati rapidi, non c’è stato alcun ritardo. La verità è che, purtroppo, non c’era già più nulla da fare». La tensione all’interno del campo è salita rapidamente. «Un collega ha accompagnato il marito della ragazza in ospedale e, quando ha saputo che sua moglie era morta, ha telefonato ai connazionali. A quel punto è partita la rivolta….».

   Gli operatori raccontano che alcuni ospiti francofoni hanno organizzato le barricate utilizzando panche e tavoli. «I nigeriani e le altre etnie anglofone, invece, si sono dissociati subito». Poi sono iniziati i roghi. «Intorno alle 5 del pomeriggio i contestatori ci hanno comunicato che quella sera non saremmo usciti dal campo. Ci siamo chiusi negli uffici, eravamo spaventati a morte: alcuni degli ospiti maneggiavano delle spranghe e poi urlavano e sbattevano i pugni sulla porta».

   Quando i rivoltosi hanno staccato la corrente, sono rimasti al buio e al freddo. «Nell’ufficio principale eravamo in 25, altri erano sparsi in altre strutture. Abbiamo acceso una candela e continuavamo a chiederci perché non venissero a liberarci. Qualcuno piangeva, eravamo sfiniti. A un tratto è entrato un funzionario della prefettura che aveva ottenuto dagli ospiti il permesso di incontrarci. Ci ha ripetuto di stare calmi, gli abbiamo risposto che doveva portarci fuori di lì».

   La svolta è arrivata all’una di notte, dopo una lunga mediazione tra contestatori e forze dell’ordine. Fuori dal campo, nel frattempo, si erano radunati i familiari degli operatori, in attesa. «È arrivato un collega, originario dell’Africa, uno dei pochi che si era azzardato a uscire per parlare con i ribelli. Ci ha detto che eravamo tutti liberi. Siamo usciti dall’ufficio di corsa per salire sulle nostre auto, con i migranti che urlavano e prendevano a pugni la carrozzeria». Ieri nessuno di loro si è presentato al lavoro ed Ecofficina ha dovuto richiamare altri operatori. «Abbiamo bisogno di questo lavoro ma non ci sentiamo al sicuro. Così non si può andare avanti…».

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ULTIMATUM DI MORCONE: «TRE PER MILLE ABITANTI»

di Carlo Mion, da “La Nuova Venezia” del 11/1/2017

– Il commissario promette 500 euro per migrante a ogni Comune ospitante. «Basta sovraffollamenti, i sindaci accolgano o imporremo la distribuzione» –

VENEZIA. I prefetti hanno detto basta, hanno chiesto al commissario Mario Morcone di non inviare più profughi in Veneto. Troppe tensioni e si stanno creando situazioni ingestibili.

   Dall’altra parte il commissario in videoconferenza da Roma ha ribadito che ora ci deve essere l’accoglienza diffusa in base a un nuovo piano messo a punto tra ministero dell’Interno e Anci Nazionale. Un piano del quale l’Anci Veneto, presente all’incontro, non sapeva nulla.

   Ora bisogna spiegarlo ai sindaci che possono anche contare su benefici economici se accolgono i migranti. Morcone è stato altrettanto deciso nel ribadire che se l’accoglienza diffusa non sarà spontanea, verrà imposta. Si annunciano mesi caldi.

Nuovo piano. Alla videoconferenza da Roma era collegato pure un rappresentante dell’Anci nazionale. Morcone ha quindi spiegato il nuovo piano sviluppato con i Comuni. Ha detto il commissario: «Questo nuovo piano prevede per la distribuzione diffusa dei migranti un rapporto su 2,5/3 migranti ogni mille abitanti. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. Vogliamo che siano i sindaci gli attori dell’accoglienza, che siano loro a scegliere dove sistemare i profughi e non debbano subire delle imposizioni. Per questo, se aderiscono, prendono in carico i profughi e provvedono loro alla sistemazione, il governo a quel punto mette a disposizione del denaro a favore delle stesse Amministrazioni che accolgono. Per ogni persona ospitata saranno destinati al comune 500 euro. Soldi che l’amministrazione locale potrà impiegare come crede».

L’ultimatum. «Devo riconoscere che il Veneto ha fatto la sua parte e per questo va il mio grazie. Ho trovato un clima pacato durante la riunione e conoscendo certe situazioni pensavo che forse i toni sarebbero stati più accesi. Devo ribadire che situazioni come Cona, Bagnoli, Treviso e Oderzo non possono rimanere così. Il sovraffollamento che c’è in questi luoghi non è più tollerabile. Per cui i sindaci devono capire che questa distribuzione è indispensabile e alla fine la dovremo imporre». (Carlo Mion)

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SUI MIGRANTI UN GIRO DI VITE PERICOLOSO

di Maurizio Ambrosini, 10.01.2017, da LA VOCE.INFO

(http://www.lavoce.info/ )

– Il ministro dell’Interno ha annunciato un giro di vite nelle politiche dell’immigrazione, promettendo più espulsioni e la riapertura dei Cie. Può apparire una svolta ragionevole, ma non lo è. È facile prendersela con gli immigrati irregolari, si rischia però di perdere di vista i problemi reali. –

Le prime mosse del governo Gentiloni

Mentre proseguono meritoriamente i salvataggi in mare (180mila nel 2016, + 18 per cento rispetto al 2015), il primo atto del governo Gentiloni – e segnatamente del nuovo ministro dell’Interno, Marco Minniti – nel campo delle politiche dell’immigrazione va nella direzione dell’inasprimento. Sembra un messaggio rivolto a raccogliere gli umori prevalenti nell’opinione pubblica.

   Minniti e il capo della polizia, Franco Gabrielli, sull’onda emotiva dell’attentato di Berlino, con una circolare di due pagine diretta a tutte le prefetture e questure d’Italia, hanno annunciato un giro di vite sulle espulsioni degli immigrati irregolari. Hanno annunciato anche il rilancio dei centri di identificazione ed espulsione, uno per regione, che dovranno risalire alla capienza di 1600 posti complessivi. C’è poi la promessa di raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila. E una specifica allerta alle forze di polizia: nell’involuto linguaggio ministeriale, un invito al “rintraccio” e al trattenimento degli immigrati privi di regolari documenti, non senza nominare un’accresciuta pressione migratoria di cui non si trova traccia nei dati. L’aumento relativo degli sbarchi e dei richiedenti asilo (176mila accolti nelle varie strutture) non cambia i numeri complessivi dei residenti (5,5-5,8 milioni).

   COLPISCE SOPRATTUTTO IL COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO. Il caso Anis Amri brucia, ma va ricordato che gli attentatori che finora hanno colpito in Europa erano quasi tutti cittadini o regolari residenti, come nei casi di Parigi, Bruxelles, Nizza. Per di più, essendo ormai noto che le espulsioni falliscono anche per la mancata collaborazione dei paesi di origine, Minniti ha intrapreso un giro dell’Africa per prendere accordi con i governi locali, malgrado non tutti siano molto presentabili sotto il profilo del rispetto dei diritti umani. Casi come quelli dell’Eritrea e dell’Egitto non sono purtroppo isolati.

   Può apparire una svolta ragionevole, di certo attesa da molti, ma non lo è. È facile prendersela con gli immigrati irregolari, riecheggiando ansie e timori di una società sempre più fragile e impaurita. Espellerli sul serio implica però ingenti investimenti economici, dispiego di forze di polizia sottratte ad altri compiti, allestimento di strutture detentive costose e disumane (1600 posti in tutta Italia sono comunque pochissimi), collaborazione di governi che non hanno nessun interesse a riprendersi i propri cittadini. Ma soprattutto rischia di essere controproducente, perché spinge chi non è in regola verso una maggiore clandestinità e forse davvero verso attività illegali, allontanandolo da mense, dormitori, ambulatori del volontariato, da attività magari fastidiose ma innocue come l’elemosina. Sotto il profilo politico, tra l’altro, il giro di vite annunciato sembra dare ragione alle posizioni di chi ha sempre richiesto il pugno duro verso immigrati e richiedenti asilo, assimilando immigrazione e illegalità.

   Per contrastare il fenomeno, serve altro: APERTURA DI CORRIDOI UMANITARI che consentano di compiere una selezione alla partenza, evitando i rischiosi viaggi per mare; RIAPERTURA DELLA POSSIBILITÀ DI IMMIGRAZIONE PER LAVORO, evitando richieste di asilo improprie (ne parla anche il Migration Compact del governo italiano, ma senza provvedimenti conseguenti); RIMPATRI VOLONTARI ASSISTITI; inizio DELLE RICERCHE SU IDENTITÀ E PROVENIENZA DEGLI IMMIGRATI in carcere quando sono ancora detenuti, e non dopo averli trasferiti nei Cie.

Senza asilo, ma integrati

Minniti ha poi annunciato l’ABROGAZIONE DEL COSIDDETTO REATO DI CLANDESTINITÀ, della cui inutilità non priva di effetti controproducenti ci siamo già occupati su lavoce.info. Anche in questo caso, la ragione addotta è stata quella di RENDERE PIÙ RAPIDE ED EFFETTIVE LE ESPULSIONI, giacché gli immigrati sotto processo per non avere ottemperato all’ordine di lasciare il territorio nazionale devono rimanere in Italia fino al termine del procedimento. A quanto sembra, le innovazioni passano o vengono annunciate solo se possono essere presentate come inasprimenti.

   Si sta affacciando invece un problema vero, a cui il governo dovrebbe dare risposta: CHE FARE DEI RICHIEDENTI ASILO CHE RICEVONO UN DINIEGO dopo i vari gradi di giudizio, MA ORMAI SONO INSEDIATI IN ITALIA DA ANNI, sono stati oggetto di interventi formativi, in alcuni casi sono riusciti a trovare lavoro o sono sulla buona strada per farcela (si veda l’articolo di Gabriele Martini su La Stampa del 3 gennaio).

   Nel 2016, dal 1° gennaio al 21 ottobre, sono state esaminate 74.575 richieste di asilo: ne sono state respinte il 62 per cento, anche se di solito nei successivi gradi di giudizio una parte vengono poi accolte. Espellerli tutti non si riuscirà, costerà troppo e vanificherà gli investimenti nell’integrazione. Anche in questo caso, il mero annuncio di UN IMPOSSIBILE “CATTIVISMO” LI SPINGERÀ VERSO LA CLANDESTINITÀ E I CIRCUITI DELL’ILLEGALITÀ.

   Come ha proposto il prefetto Morcone, sarebbe meglio pensare a UN PERMESSO UMANITARIO almeno per coloro che hanno dato prova d’impegno nell’inserimento, imparando l’italiano, partecipando ad attività socialmente utili, frequentando corsi di formazione, cercando e trovando lavoro. Le espulsioni vanno lasciate ai casi in cui servono effettivamente, non brandite al vento alla ricerca di un dubbio consenso. (Maurizio Ambrosini)

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CENTO POSTI E VICINI A UN AEROPORTO: COSÌ FUNZIONERANNO I NUOVI CIE

di Fiorenza Sarzanini, da “il Corriere della Sera” del 5/1/2017

   La linea non cambia: i Cie si faranno. Mentre Beppe Grillo attacca sostenendo che questi Centri piacciono a “Mafia Capitale” e monta la polemica politica sulla loro riapertura, il ministro Marco Minniti pianifica gli interventi urgenti. Anche perché sono ricominciati gli arrivi, con 500 migranti salvati ieri pomeriggio nel Mediterraneo, e migliaia di persone sono ammassate sulle coste libiche in attesa di partire verso l’ Italia.

Tra qualche giorno il titolare del Viminale andrà a Tripoli con l’obiettivo di siglare l’accordo per cercare di fermare i trafficanti di uomini. E intanto si limitano le regolarizzazioni: potrà iscriversi all’anagrafe soltanto chi ha un regolare permesso di soggiorno e non – come avviene adesso – chi è in attesa di conoscere il proprio destino.

Cento posti fuori città

Le nuove regole sono state fissate. Le strutture dove identificare gli irregolari per arrivare alla loro espulsione, dovranno essere piccole: 80, 100 posti al massimo. Ce ne sarà almeno una in ogni Regione, ma fuori dalle città, preferibilmente vicino a uno scalo aeroportuale. A controllare la regolarità delle procedure e soprattutto il rispetto dei diritti umani sarà delegato un garante.

   Quasi scontato che il coordinamento di queste verifiche venga affidato a chi già se ne occupa, il garante dei detenuti Mauro Palma che regolarmente effettua ispezioni sia nei Cie sia prima dei voli per i rimpatri visto che il suo compito è sovrintendere al trattamento di chi è privato della libertà.

Si tratta con le Regioni

 Per evitare nuove proteste e barricate dei cittadini sarà convocata la conferenza Stato-Regioni. E così si cercherà di trovare una condivisione individuando i luoghi ritenuti maggiormente idonei ad ospitare gli irregolari che attendono di essere riportati nel Paese d’origine. Un modello già seguito nell’accordo con l’Anci, l’associazione dei Comuni, che si cercherà di far rispettare anche con incentivi economici.

   La cifra fissata è di 500 euro per migrante da assegnare a quelle amministrazioni locali che hanno accettato di entrare nel sistema dell’accoglienza dei profughi.

La bordata di Grillo

Dopo le polemiche all’interno del Pd e le critiche della Caritas e dell’Arci, arriva l’attacco di Grillo. Che sul suo blog scrive: Aprire un Cie per regione, come propone il Ministro Minniti, rallenterebbe solo le espulsioni degli immigrati irregolari e non farebbe altro che alimentare sprechi, illegalità e mafie con pesanti multe (pagate dai cittadini italiani) per la violazione di sentenze della Corte di Giustizia Europea e della Corte Costituzionale in materia di diritti umani.

   È necessario identificare chi arriva in Italia, scovare i falsi profughi, espellere rapidamente gli immigrati irregolari nel giro di qualche giorno, senza parcheggiarli in inutili Cie spesso gestiti dalle mafie, accogliere chi ha diritto d’asilo ed integrare seriamente gli immigrati regolari.

Sono cose che il M5S afferma con buonsenso da anni. Gli irregolari identificati dopo questo processo vanno subito rimpatriati, altro che riaprire i Cie che piacciono a “Mafia Capitale”.

Minniti a Tripoli

Nei prossimi giorni il ministro dell’Interno sarà ricevuto a Tripoli per concordare un percorso comune che serva a fermare l’attività dei trafficanti di uomini, fermando le partenze. Nel corso del negoziato avviato nelle scorse settimane le autorità libiche avevano chiesto al governo la concessione di aiuti che vanno dalle autovetture e i macchinari per il pattugliamento di coste e confini terrestri, alle motovedette per la guardia costiera.

   Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha confermato che la Marina Militare ha avviato la procedura per addestrare la Guardia Costiera libica e anche la polizia potrebbe essere impiegata per l’addestramento dei colleghi locali proprio come avveniva quando il regime era guidato dal colonnello Gheddafi e l’Italia garantiva piena collaborazione.

500 nuovi arrivi

Nonostante le condizioni del mare non siano ottimali, sono ripresi i viaggi verso la Sicilia. Sono 131 i migranti soccorsi dalla nave Gregoretti della Guardia costiera, mentre l’imbarcazione della Ong Sos Méditerranée Aquarius ha portato a terra 386 stranieri. È soltanto il primo di una serie di sbarchi annunciati per i prossimi giorni visto che le notizie provenienti dalla Libia parlano di migliaia di persone in attesa di imbarcarsi. (Fiorenza Sarzanini)

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MIGRANTI, COSÌ L’ACCOGLIENZA DIFFUSA PUÒ FUNZIONARE: IL MODELLO BELLUNESE

– Il modello bellunese: 21 Comuni ospitano 610 richiedenti asilo in mini-strutture gestite d’intesa con la prefettura –

di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi” del 8/1/2017

BELLUNO – Piccolo è bello. C’è una realtà, nel nord del Veneto, dove i Comuni sono piccoli, gli abitanti pochi, ma si vive discretamente bene. Lo dicono tante classifiche sulla qualità della vita, che vedono il Bellunese sempre ai vertici.

IL MODELLO. E parte da qui, dall’estremo nord del Veneto, un modello di gestione dell’accoglienza ai migranti che ha fatto scuola, un po’ in tutta Italia. Molte delle proposte nate ai piedi delle Dolomiti sono state prese ad esempio da altre Prefetture dello Stivale.

   A Belluno e negli altri venti Comuni i richiedenti asilo sono ospitati in piccole strutture, di solito appartamenti. Seguono corsi di lingua. Fanno piccoli lavoretti per le comunità. Attività di volontariato, perché il loro status non consente loro di percepire uno stipendio, ma occupano le loro giornate sistemando i parchi e i giardini, dipingendo le ringhiere lungo le strade, facendo quelle piccole manutenzioni che oggi i Comuni faticano a seguire, con organici sempre più ridotti e l’impossibilità di assumere.

NIENTE DISORDINI. Il modello messo a punto nel Bellunese funziona e non ha mai creato problemi di ordine pubblico. Ci sono stati alcuni episodi balzati all’onore delle cronache, come la rissa fra migranti finita con una bottigliata in testa e qualche punto di sutura, ma si tratta di casi isolati.

   In provincia è sempre stato seguito il criterio dell’accoglienza diffusa. Ad oggi sono ventuno i Comuni nei quali le cooperative gestiscono richiedenti asilo. “Vengono ospitati in appartamenti, strutture piccole. Anche alberghiere, ma con un limite massimo per struttura di quaranta unità”, spiega il capo di gabinetto della Prefettura di Belluno Andrea Celsi. E c’è anche un altro limite, fissato per i Comuni. Palazzo dei Rettori ha deciso quanti migranti può ospitare ciascun comune.

BELLUNO. Per esempio a Belluno 120. San Gregorio nelle Alpi, comune di 1600 anime adagiato lungo la Pedemontana, appena venti. Si cerca di evitare grandi concentrazioni. Il piccolo è bello e funziona.

CRITERIO NEI BANDI. E il criterio dell’accoglienza diffusa è vincolante, in tutti i bandi per l’individuazione dei gestori emanati dalla Prefettura: “Non abbiamo mai avuto una struttura che ospitasse più di 35 richiedenti asilo”, continua Celsi. “Si tratta dell’albergo Alpago”. Qui era la cooperativa Integra a occuparsi dei migranti. In tutto il Bellunese sono le cooperative a gestire l’accoglienza. Oltre ad Integra ci sono il Consorzio sviluppo e innovazione, Tempus, il Consorzio sviluppo e lavoro. C’è anche la Cisa di Gianantonio Bona, impresa alberghiera che ha una piccola struttura a Tambre.

“Oltre all’accoglienza diffusa abbiamo puntato fin dall’inizio sull’integrazione dei migranti”, prosegue il capo di Gabinetto della Prefettura.

INTEGRAZIONE. “Nei nostri bandi abbiamo sempre inserito l’insegnamento della lingua italiana, il potenziamento dei servizi di mediazione culturale, lo svolgimento di attività di volontariato da parte dei richiedenti asilo. Ultimamente tra i punteggi premianti c’è la fornitura della copertura assicurativa e la formazione alle attività da parte del gestore”.

I RIOTTOSI. Eppure anche in una provincia in cui il sistema ha dimostrato di funzionare c’è tutto un territorio che ha dimostrato di non volerne sapere dei migranti. L’Agordino è stato chiaro (ad eccezione del sindaco di Agordo). Ma altri ventuno comuni sono stati più disponibili (alcuni fin dall’inizio, altri con il passare del tempo) e i 610 migranti presenti in provincia sono abbastanza ben distribuiti nei territori. C’è l’impegno a migliorare, perché in alcune realtà c’è qualche unità di troppo.

   Nelle strutture vengono svolti controlli continui, da parte delle forze di polizia ma anche dell’Usl per gli aspetti igienico sanitari. E ogni volta che una cooperativa individua una nuova struttura c’è un sopralluogo preventivo.

RUOLO ATTIVO.”Abbiamo sempre coltivato il dialogo con le amministrazioni comunali, decidendo di non calare mai scelte dall’alto”, conclude Celsi. “E’ chiaro che la situazione è delicata e va gestita, e a tal fine viene periodicamente convocato in Prefettura un tavolo di coordinamento provinciale cui partecipano tutti i sindaci dei Comuni in cui sono presenti strutture, le forze dell’ordine, l’Usl, la direzione territoriale del Lavoro. Va anche evidenziato che la popolazione non ha mai reagito in maniera scorretta nel Bellunese”.

   Merito anche del lavoro fatto da alcuni amministratori, che hanno preferito gestire, e non subire quello che per tutti, da Aosta a Bari, da Udine ad Agrigento, è un bel problema. (Alessia Forzin)

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LA CERIMONIA PUBBLICA PER SANDRINE SI FARÀ

di Andrea Segre, da “il Mattino di Padova” del 9/1/2017

   Alla domanda che avevo posto due giorni fa su queste pagine hanno risposto in molti.

   Il coraggio di chiedere scusa a Sandrine si unisce alla necessità comune di dire basta ad un’accoglienza disumana, capace solo di trasformare uomini in bestie e generare guadagni privi di controllo democratico.

   In molti hanno espresso la voglia di reagire, di non lasciare che tutto ciò scivoli nel silenzio, nell’abitudine ad un sistema che schiaccia la dignità di tutti.

   La proposta più chiara viene della rete “Bassa Padovana accoglie”, che ha deciso di promuovere la cerimonia DOMENICA 15 GENNAIO proprio a CONA, a partire dalle 14.30 di fronte alla base  dove ancora vivono 1300 persone e dove è morta il 2 gennaio Sandrine Bakayoko.

   La famiglia e gli amici di Sandrine stanno organizzando il funerale della loro cara. La cerimonia proposta da “Bassa Padovana Accoglie” non vuole certo sostituirlo. Sarà un momento diverso, ma unito nello spirito di rispetto e dolore per la vita di Sandrine. Sarà un momento per incontrarsi, vedersi e parlare: dire con chiarezza ciò che vogliamo e dirlo insieme.

   Credo potrà essere un momento di larga condivisione.

   Sarò brutale. La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi.

   Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.

   Il momento in cui dire insieme che nessuno può speculare sulle vite di persone in attesa di conoscere il proprio destino, nessuno può prendere milioni di euro dalle casse dello Stato per parcheggiare esseri umani in luoghi disumani. Questi soldi vanno usati per dare accoglienza degna e civile, che non è necessaria solo ai richiedenti asilo, ma anche alla nostra società che li accoglie mentre vengono esaminate le loro richieste. Lasciare migliaia di persone in caserme o tendopoli o ex alberghi abbandonati nel nulla genera da tutti i punti di vista disagio, paura, rabbia, insicurezza. E a volte anche morte, purtroppo.

   Superiamo questo modello, chiudiamo tutti i centri disumani come Cona e costruiamo percorsi d’accoglienza diffusa, ma facciamolo tutti insieme, perché è una necessità e un diritto di tutti, non solo dei profughi o dei “comunisti” amici dei profughi.

   Se continuiamo a farci dividere tra chi li vuole e chi non li vuole, continueremo a fare gli interessi solo dei pochi che sanno di poter guadagnare dalla gestione di luoghi come Cona.

Per questo mi auguro che in tanti parteciperemo alla Cerimonia per Sandrine.

   Perché la Cerimonia per Sandrine può diventare la cerimonia per la nostra comune dignità.

(Andrea Segre)

Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com

Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”

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SALVATI IN MARE, POI TRADITI

di Gianfranco Bettin, da “il Mattino di Padova” del 4/1/2017

   Nell’hotel a 5 stelle di Cona, come lo chiamano i propagatori di bufale premeditate, aizzatori dell’odio e del disordine, una donna, sotto la protezione dello Stato italiano perché in attesa di risposta alla domanda di asilo politico, da tempo in condizioni di salute precarie, reduce da un viaggio impervio dalla sua Costa d’Avorio (paese povero e rischioso, come sottolinea anche l’ultimo Rapporto di Amnesty International), è morta a 25 anni di trombosi. Questa è – questa dovrebbe essere – la notizia.

   Ma l’eco maggiore l’ha invece suscitata, soprattutto sul piano politico, la successiva protesta di chi condivideva con Sandrine Bakayoko la permanenza in un cosiddetto “hub” provvisorio, trovandosi invece lì, in genere, da mesi e mesi e in condizioni ben note alle autorità.

   La situazione in cui Sandrine viveva nell’ex base militare di Conetta (frazione di Cona, in provincia di Venezia) è stata infatti di recente ben documentata da un’interrogazione parlamentare – primi firmatari Giovanni Paglia e Giulio Marcon, di Sinistra Italiana – esito di una visita all’hub di deputati e amministratori pubblici lo scorso 16 novembre: dal sovraffollamento ai servizi di mensa, dal prolungarsi indeterminato delle permanenze alla difficoltà di garantire assistenza sanitaria adeguata fino alla specifica condizione delle decine di donne presenti in una struttura in cui, in origine, non avrebbero dovuto essercene.

   Il clamore interessato, le grida scandalizzate di fronte alla protesta degli ospiti, ha lo scopo di coprire questa situazione. La cui radice sta in una politica sull’immigrazione e sui rifugiati e profughi che si ostina a restare emergenziale (come ben dimostra “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione”, Laterza editore, degli studiosi Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna, quest’ultimo anche parlamentare Pd), dopo decenni, ormai, dal cambio d’epoca che ha reso il tema strutturale.

   L’Italia ha fatto miracoli in mare aperto, salvando decine di migliaia di vite. Ma questi miracoli in seguito troppo spesso li spreca e li bestemmia. Sul territorio e sul piano centrale, a Roma, manca una vera programmazione della gestione e dei percorsi di integrazione, le strutture restano burocratiche e scostanti, le decisioni ricadono su città e territori senza dialogo e condivisione delle strategie e si aprono grossi, disumani centri (mentre gli stessi che li contestano – come anche oggi fa Luca Zaia, governatore del Veneto, dopo la tragedia e la protesta di Cona – sabotano attivamente la diffusione degli interventi in piccole strutture decentrate e in ogni caso si prospetti una struttura di accoglienza).

   Nel contempo, il discorso pubblico resta ostaggio del linguaggio della paura, specie dopo attacchi terroristici (che non hanno quasi niente a che fare con profughi e migranti) ed episodi di violenza o degrado (che hanno poco a che fare con la vocazione di migranti e profughi e moltissimo con le condizioni reali in cui vengono scaraventati da questa assenza di programmazione).

   Creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro), verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali!) e, naturalmente, produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine: è tutto molto chiaro ciò che servirebbe fare.

   Ma non siamo neanche a una minima parte di questo programma ragionevole e lungimirante, il solo in grado di favorire la convivenza, di garantire la vita alle persone come Sandrine e, al contempo, rassicurare tutti noi sul nostro presente, sul comune futuro. (Gianfranco Bettin)

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