UN 2017 PREOCCUPANTE nella geopolitica mondiale. TRUMP e i POPULISTI (anti-europei, russi, turchi…) al potere; la GRAN BRETAGNA della Brexit in cerca di gloria; la UE inesistente; il PROTEZIONISMO al posto della GLOBALIZZAZIONE; I PROFUGHI RIFIUTATI tra guerre e miseria – MA SARA’ TUTTO COSI’?

SHAKIRA, la popstar colombiana ha parlato dei suoi impegni umanitari al forum economico mondiale di DAVOS
SHAKIRA, la popstar colombiana ha parlato dei suoi impegni umanitari al forum economico mondiale di DAVOS

DAVOS: LE DIECI FRASI PIÙ IMPORTANTI AL WORLD ECONOMIC FORUM

20/1/2017, da ANSA

Da Donald Trump alla Brexit, dalla povertà ai conti dell’Italia, passando per populismo e acqua potabile. Ecco le 10 frasi più importanti pronunciate al World Economic Forum di Davos in questi giorni.

Xi Jinping, presidente cinese (per la prima volta a Davos): “E’ vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”.

Shakira, cantante. ”C’è una exit strategy dalla povertà: bisogna incalzare i governi, spingerli ad investire in educazione e cultura. L’abbiamo fatto in Colombia ed ho visto con i miei occhi cosa può fare questo tipo di investimenti: miracoli”.

Antony Scaramucci, stretto consigliere di Donald Trump: “Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale”.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia italiano: “Dobbiamo prendere il populismo seriamente anche perchè quelli che lo votano, in molti casi, sono brave persone, che sono preoccupate sul futuro dei propri ragazzi, sull’educazione, sulla sicurezza. E vanno presi molto seriamente”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fmi:”Ci vuole una maggiore redistribuzione dei redditi di quanta ne abbiamo oggi”.

Joe Biden, vicepresidente uscente degli Usa: “Il principale bastione di difesa dell’Alleanza Atlantica è l’impegno indubitabile degli Stati Uniti”.

Mat Damon, attore: ”Il problema della distribuzione di acqua pulita è assolutamente risolvibile nell’arco della nostra vita”.

Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari Economici: “Quello che bisogna capire è che noi vogliamo rendere più forte l’Italia con riforme e il rispetto delle regole che coinvolgono la flessibilità. E’ sempre stato questo e sempre sarà l’atteggiamento della Commissione”.

Theresa May, premier britannico: “Dobbiamo prepararci a un negoziato duro con l’Unione europea. C’è un’opportunità unica per la Gran Bretagna, quella di assumere la leadership mondiale del libero commercio e del libero mercato”.

Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze tedesco, “Non credo che possiamo iniziare un negoziato minacciandoci. Noi non vogliamo punire la Gran Bretagna”.

………………………

DA DAVOS 2017: OXFAM: 8 people own as much as half (i dati OXFAM ITALIA www.oxfamitalia.org/ ): - 8 persone nel 2016 possedevano la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo. - L’1% della popolazione mondiale possiede, sin dal 2015, più ricchezza netta del restante 99%. - 1 persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno. - 7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. 10 tra - le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 Paesi più poveri al mondo. - 124 milioni: E’ il numero di bambini che potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri. - 50%: E’ la quota di emissioni in atmosfera prodotta a livello globale dal 10% più ricco del mondo. - In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

DA DAVOS 2017: OXFAM: eight people own as much as half . I dati OXFAM ITALIA http://www.oxfamitalia.org/ :
– 8 persone nel 2016 possedevano la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo.
– L’1% della popolazione mondiale possiede, sin dal 2015, più ricchezza netta del restante 99%.
– 1 persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno.
– 7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. 10 tra
– Le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 Paesi più poveri al mondo.
– 124 milioni: E’ il numero di bambini che potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri.
– 50%: E’ la quota di emissioni in atmosfera prodotta a livello globale dal 10% più ricco del mondo.
– In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

………………………………….

XI JINPING, LEADER CINESE - Il vento dell’incertezza e delle trasformazioni radicali ha spirato anche in Svizzera, dove è andato in scena dal 17 AL 20 GENNAIO l’annuale appuntamento del WORLD ECONOMIC FORUM (la 46esima edizione), che richiama politici, imprenditori, economisti, protagonisti del tech e del giornalismo su scala globale. Tutti soggetti reduci, seppur con diverse competenze e responsabilità, da un 2016 che ne ha messo in crisi visioni e aspettative, rivelando spesso l’incapacità di dare risposte alle persone. A Davos devono averlo capito e non a caso il tema del meeting è stato “LA LEADERSHIP REATTIVA E RESPONSABILE” (RESPONSIVE AND RESPONSIBLE LEADERSHIP). Le sfide, per chi decide, sono a grandi linee quattro, al centro dei meeting: rafforzamento della crescita, inclusione e sviluppo, revisione di alcuni aspetti del capitalismo, capacità di abbracciare la quarta rivoluzione industriale. Però i “meccanismi di risposta tradizionalmente lenti e reattivi” e le strutture con cui si affrontare i problemi non bastano più e si deve trovare una nuova via. (…)Tra i protagonisti più attesi figura il presidente cinese XI JINPING, sia per l’eccezionalità della visita sia perché inevitabilmente, con Trump alla Casa Bianca, anche per Pechino sarà un nuovo inizio in termini di leadership responsabile. Dovrà essere parecchio responsabile, per guidare il processo di uscita del Regno Unito dalla Ue, anche THERESA MAY, primo ministro, tra i presenti a Davos. A Davos ci sono stati pure il vicepresidente Ue TIMMERMANS e il nuovo segretario delle Nazioni Unite, GUTIERRES, il presidente portoghese ANTONIO COSTA, il leader di Ennhada, GHANNOUCHI. Parterre vario, come da canone, che è arrivato a includere AL GORE, BILL GATES ma anche MATT DAMON (non come attore ma come co.founder di Water.org) e il direttore del Wwf MARCO LAMBERTINI, JACK MA di Alibaba e MARY BARRA di General Motors, la violinista ANNE SOPHIE-MUTTER e il campione uscente di Formula 1 NICO ROSBERG, SERGEY BRIN e SHAKIRA, la cantante che è anche ambasciatrice di buona volontà per l’Unicef. E poi personalità del mondo dell’economia e dell’accademica come ROGOFF, ROUBINI, STIGLITZ (da www.wired.it/ )
XI JINPING, LEADER CINESE – Il vento dell’incertezza e delle trasformazioni radicali ha spirato anche in Svizzera, dove è andato in scena dal 17 AL 20 GENNAIO l’annuale appuntamento del WORLD ECONOMIC FORUM (la 46esima edizione), che richiama politici, imprenditori, economisti, protagonisti del tech e del giornalismo su scala globale.
Tutti soggetti reduci, seppur con diverse competenze e responsabilità, da un 2016 che ne ha messo in crisi visioni e aspettative, rivelando spesso l’incapacità di dare risposte alle persone. A Davos devono averlo capito e non a caso il tema del meeting è stato “LA LEADERSHIP REATTIVA E RESPONSABILE” (RESPONSIVE AND RESPONSIBLE LEADERSHIP). Le sfide, per chi decide, sono a grandi linee quattro, al centro dei meeting: rafforzamento della crescita, inclusione e sviluppo, revisione di alcuni aspetti del capitalismo, capacità di abbracciare la quarta rivoluzione industriale. Però i “meccanismi di risposta tradizionalmente lenti e reattivi” e le strutture con cui si affrontare i problemi non bastano più e si deve trovare una nuova via. (…)Tra i protagonisti più attesi c’è stato il presidente cinese XI JINPING, sia per l’eccezionalità della visita sia perché inevitabilmente, con Trump alla Casa Bianca, anche per Pechino sarà un nuovo inizio in termini di leadership responsabile. Dovrà essere parecchio responsabile, per guidare il processo di uscita del Regno Unito dalla Ue, anche THERESA MAY, primo ministro, tra i presenti a Davos. A Davos ci sono stati pure il vicepresidente Ue TIMMERMANS e il nuovo segretario delle Nazioni Unite, GUTIERRES, il presidente portoghese ANTONIO COSTA, il leader di Ennhada, GHANNOUCHI.
Parterre vario, come da canone, che è arrivato a includere AL GORE, BILL GATES ma anche MATT DAMON (non come attore ma come co.founder di Water.org) e il direttore del Wwf MARCO LAMBERTINI, JACK MA di Alibaba e MARY BARRA di General Motors, la violinista ANNE SOPHIE-MUTTER e il campione uscente di Formula 1 NICO ROSBERG, SERGEY BRIN e SHAKIRA, la cantante che è anche ambasciatrice di buona volontà per l’Unicef. E poi personalità del mondo dell’economia e dell’accademica come ROGOFF, ROUBINI, STIGLITZ (da http://www.wired.it/ )

   Nell’avanzare lo scorso anno di un vento populista e a volte veramente xenofobo (contro gli immigrati), più o meno tutti speravano che gli avvenimenti politici assai preoccupanti che si stavano allora verificando (il referendum in Gran Bretagna, la cosiddetta Brexiti, nel quale ha vinto la volontà di uscita del Paese dall’Unione Europea; da poco la vittoria di Trump negli USA; i muri che Stati europei hanno costruito, o minacciato di costruire, contro i migranti…), tutto questo fosse un semplice periodo di turbolenza, un malessere che seppur diffuso, avrebbe poi trovato una misura “giusta”, intermedia, nel gestire una situazione complicata poi da altri fattori difficili (come l’impoverimento della classe media con l’allargarsi della disoccupazione, con i fallimenti di banche, un’economia che non si riprende…).

   Si sperava che Trump, una volta presidente, sarebbe stato più saggio e “realista” rispetto agli slogan della sua campagna elettorale; che la Brexit inglese fosse “soft”, cioè che più o meno poco cambiasse nel rapporto tra Gran Bretagna e Paesi dell’Unione Europea. Che i partiti populisti, alcuni veramente xenofobi, che ci sono in varie parti dell’Europa, poco a poco sarebbe declinati….. Invece il 2017 smentisce queste previsione (speranze), e dice che ora “il gioco si fa duro e preoccupante”.

DAVOS è un comune svizzero del CANTONE GRIGIONI, di poco più di 11mila abitanti. Si trova nel DISTRETTO DI PRETTIGOVIA/DAVOS nella parte nord orientale della Svizzera. La lingua ufficiale non è né il tedesco, né il francese, né l’italiano, ma il romancio. E’ posto lungo il fiume LANDWASSER, nelle ALPI SVIZZERE, a metà fra il passo del Plessur ed il Passo dell’Albula. Il 1º gennaio 2009 si è fuso con l'ex comune di Wiesen, diventando così uno dei più estesi di tutta la Svizzera. La località è nota in tutto il mondo, oltre che per l’annuale Forum Economico, perché è un rinomato CENTRO DEGLI SPORT INVERNALI
DAVOS è un comune svizzero del CANTONE GRIGIONI, di poco più di 11mila abitanti. Si trova nel DISTRETTO DI PRETTIGOVIA/DAVOS nella parte nord orientale della Svizzera. La lingua ufficiale non è né il tedesco, né il francese, né l’italiano, ma il romancio. E’ posto lungo il fiume LANDWASSER, nelle ALPI SVIZZERE, a metà fra il passo del Plessur ed il Passo dell’Albula. Il 1º gennaio 2009 si è fuso con l’ex comune di Wiesen, diventando così uno dei più estesi di tutta la Svizzera. La località è nota in tutto il mondo, oltre che per l’annuale Forum Economico, perché è un rinomato CENTRO DEGLI SPORT INVERNALI

   La premier inglese Theresa May opta per il cosiddetto “hard Brexit”: niente concessioni ai partner europei, Londra uscirà sia dall’Unione sia dal mercato unico. Il vero motivo di tale posizione inglese forse è che non si vuol fare nessuna concessione alla UE sul tema “immigrati”, sul controllo delle frontiere (in chiave anti-immigrati). E così la leader inglese è disposta a pagare il prezzo di un isolamento commerciale dall’Europa.

THERESA MAY, premier britannica, a DAVOS
THERESA MAY, premier britannica, a DAVOS

   Dall’altra Trump negli Stati Uniti offre una sponda alla Gran Bretagna. Dice: “Fate bene a uscire in ogni modo dall’Europa comune, e noi faremo accordi con voi” (più o meno è questo il senso…). E la premier inglese prospetta una Gran Bretagna rivolta liberamente al commercio mondiale, un “Paese più globale” (ha detto così) (dimenticando forse le asperità cui si troverà, nel dover negoziare accordi bilaterali con ogni paese con cui vuole commerciare, con tempi lunghi, senza alcun aiuto e condivisione europea…). Comunque è un ritorno a un nazionalismo puro (ammesso che la GB se ne fosse negli ultimi anni allontanata…).

   Un po’ diverso l’iper-nazionalismo di Donald Trump, che porta alla Casa Bianca una visione del mondo in cui gli interessi nazionali contano più delle regole internazionali. Il suo slogan (AMERICA FIRST) è dato dal ragionamento che gli Stati Uniti possono “bastare a se stessi”: fabbriche solo negli USA, produzione e consumo americano. Con un approccio che ricorda quello dei rapporti di forza, di competizione, tra gli stati, in vigore prima della Seconda guerra mondiale; e con eventuali accordi bilaterali tra nazioni (il senso dell’Unione Europea era –è- invece quello di diminuire il potere della “nazione” per darlo a un’entità federale più grande, una condivisione fra Stati del presente e del futuro).

   E’ comunque, tutto questo, il prodotto della crisi che sta vivendo l’Occidente (economica, culturale..), Occidente che riversa la colpa alla GLOBALIZZAZIONE (che possiamo far partire, nella sua concretezza vera, dai primi anni 90 del secolo scorso). Globalizzazione vista come “uguale a disoccupazione, impoverimento…”. Dimenticando che forse la disoccupazione è pure data da quel fenomeno chiamato “fine del lavoro” causato dall’informatizzazione, dai robot… da un sistema produttivo che può sempre più fare a meno di operai, impiegati… (tant’è, a proposito degli USA ora di Trump, che la produzione del settore manifatturiero negli Stati Uniti continua a crescere, ma continua a calare l’occupazione in questo settore).

Una DAVOS barricata - “(…) Gli USA, la principale potenza occidentale non persegue più l'associazione tra libero scambio e valori civili. Rinnega il principio che il benessere di un Paese possa derivare da una maggiore integrazione con il resto del mondo e con AMERICA FIRST afferma invece la priorità e la superiorità nazionale…(…) Se Trump fa davvero sul serio, genererà azioni e reazioni di chiusura. Il messaggio a favore della globalizzazione di Xi, indica che la Cina è pronta a rispondere alle nuove barriere americane. Il gioco sarà duro. Il protezionismo fa male a chi lo subisce e anche a chi lo pratica, anche se spesso non se ne accorge. Non ridurrà le disuguaglianze, il malessere e il disagio profondo che hanno fatto di Trump il nuovo presidente americano. Il mondo sottosopra è per nulla rassicurante” (Giorgio Barba Navaretti, da “Il Sole 24ore” del 17/1/2017)
Una DAVOS barricata – “(…) Gli USA, la principale potenza occidentale non persegue più l’associazione tra libero scambio e valori civili. Rinnega il principio che il benessere di un Paese possa derivare da una maggiore integrazione con il resto del mondo e con AMERICA FIRST afferma invece la priorità e la superiorità nazionale…(…) Se Trump fa davvero sul serio, genererà azioni e reazioni di chiusura. Il messaggio a favore della globalizzazione di Xi, indica che la Cina è pronta a rispondere alle nuove barriere americane. Il gioco sarà duro. Il protezionismo fa male a chi lo subisce e anche a chi lo pratica, anche se spesso non se ne accorge. Non ridurrà le disuguaglianze, il malessere e il disagio profondo che hanno fatto di Trump il nuovo presidente americano. Il mondo sottosopra è per nulla rassicurante” (Giorgio Barba Navaretti, da “Il Sole 24ore” del 17/1/2017)

   Al World Economic Forum di Davos tenutosi tra il 17 e il 20 gennaio scorso, il presidente cinese Xi Jinping ha detto che il suo Paese offrirà una difesa organica della globalizzazione, si opporrà al protezionismo. Pur senza nominare Trump, ha dedicato il suo discorso a smontarne i teoremi protezionisti ora così in voga. E’ così emblematico che il leader cinese diventi il paladino mondiale contro le disuguaglianze e con più regole alla finanza. La Cina dei diritti negati, delle censure a internet e delle restrizioni ai movimenti di capitale si propone al mondo come argine all’isolazionismo americano.

   E’ chiaro che l’idea di globalizzazione che propone la Cina è ben diversa da quella promossa dai Paesi occidentali. Non è fondata necessariamente sullo stesso sistema di valori e istituzioni, ma (almeno finora) su condizioni di lavoro inaccettabili in occidente, sull’interferenza dello Stato nell’economia, su standard di inquinamento questi sì molto liberi (le città cinesi tra le più inquinate al mondo), su libertà civili e di espressione non propriamente democratiche. Ma ora, in Occidente, con gli USA, rischia di andare peggio.

Il Forum economico mondiale (World Economic Forum) è una fondazione svizzera, nata nel 1971 per iniziativa dell'economista ed accademico Klaus Schwab. La fondazione organizza ogni inverno, presso la cittadina sciistica di Davos in Svizzera, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell'economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre a questo celebre incontro annuale (chiamato anche Forum di Davos), il Forum economico mondiale organizza ogni anno un meeting in Cina e negli Emirati Arabi e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali
Il Forum economico mondiale (World Economic Forum) è una fondazione svizzera, nata nel 1971 per iniziativa dell’economista ed accademico Klaus Schwab. La fondazione organizza ogni inverno, presso la cittadina sciistica di Davos in Svizzera, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre a questo celebre incontro annuale (chiamato anche Forum di Davos), il Forum economico mondiale organizza ogni anno un meeting in Cina e negli Emirati Arabi e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali

   E poi Trump, oltre che isolazionista- protezionista, è contro la Nato (fin qui creatura militare prima di tutto americana!), e appoggia il leader russo Putin. Putin che vede nella Ue e nella Nato, cioè nella presenza militare americana in Europa, i due principali ostacoli per ristabilire l’influenza dell’ex Urss. Con un buon rapporto con Trump, Putin allargherà l’influenza russa verso l’Ucraina, la Moldova, la Georgia, e forse anche nei paesi baltici o in Polonia. Questi stati sarebbero molto più malleabili senza la Nato e la Ue, e se Trump vuole indebolire la Nato (lui dice perché diversi membri non pagano abbastanza, e sarà anche vero), o dividere l’Unione Europea perché rappresenta un fastidioso intralcio globalista, Mosca e Washington sono pronte ad andare a braccetto verso questo nuovo ordine mondiale.

   Non è cosa da poco. E’ uno stravolgimento geopolitico storico: dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno assicurato all’Europa quella difesa militare che molti Paesi non erano in grado di garantire da soli. E l’Alleanza atlantica è stata lo strumento fondamentale della solidarietà politica occidentale, e la Nato il suo braccio armato (vero è che gli Stati membri hanno pagato molto meno di quel che hanno fatto gli USA nelle spese militari e nell’impegno diretto nei conflitti, permettendo gli Stati europei di dirottare il Welfare in altre direzioni, come la sanità, le pensioni….).

   Con l’annunciata riduzione dell’impegno americano in Europa, le nazioni del vecchio continente si troveranno pertanto di fronte due gravi questioni finora affidate all’ombrello Nato: la tendenza della Russia di Putin ad allargare l’influenza nelle regioni dell’Europa orientale già sotto il dominio sovietico, e il disordine mediorientale attizzato dalle correnti terroristiche e islamistiche che destabilizzano gli Stati arabi e mettono in pericolo le città europee.

   E, dall’altra, ci troveremo ad avere un sistema economico-commerciale protezionistico che potrà creare molti problemi alle esportazioni europee (italiane in primis) di prodotti della manifattura (visto che l’Europa di materie prime non ne ha molte). Insomma, un 2017 preoccupante, tra protezionismo globale, partiti populisti, crisi economica, che si preannuncia assai difficile. Speriamo che da questi contesti nasca un desiderio e una volontà nuova di uscire dall’apatia (saltare oltre l’ostacolo, per l’Europa ora immobile, per noi). (s.m.)

……………………………….

NO, LA GLOBALIZZAZIONE NON È IL MALE

di ANGUS DEATON (Premio Nobel per l’Economia nel 2015), da “Il Sole 24ore” del 19/1/2017

– Il nemico da combattere sono le rendite di posizione – I rischi delle guerre tariffarie – Non possiamo ignorare chi sta male, ma dobbiamo assicurarci che le soluzioni che scegliamo non aggravino i nostri problemi reali – La rabbia nei confronti dei governi che arricchiscono i portatori di interessi particolari a discapito di tutti gli altri è giustificata –

Ora che ci inoltriamo nel 2017, la globalizzazione è diventata una parolaccia. Molti la considerano una cospirazione delle élite per arricchirsi a spese di chiunque altro. Secondo chi la critica, la globalizzazione conduce a un ampliamento inarrestabile dell’enorme divario esistente tra redditi e ricchezze: i ricchi diventano sempre più ricchi, chiunque altro non ottiene nulla. Da un mostro se ne genera un altro.

   Sebbene in quanto detto ci sia un nocciolo di verità, c’è più di sbagliato che di corretto, e le conseguenze non mancano: come minimo la ricerca di un capro espiatorio; in modo più preoccupante, cattive politiche che quasi certamente aggravano i nostri problemi reali.

   Quando parliamo di globalizzazione la prima cosa che dobbiamo tenere presente è che essa ha apportato benefici incalcolabili a un numero enorme di persone che non fanno parte dell’élite globale. Malgrado la popolazione mondiale continui a crescere, negli ultimi trent’anni il numero dei poveri del pianeta è sceso di oltre un miliardo. Tra chi ne ha tratto giovamento vi sono paesi usciti dalla povertà, tra i quali India, Cina, Vietnam, Thailandia, Malesia, Corea del Sud e Messico. Nel mondo ricco, ne beneficiano tutte le fasce di reddito, perché i prodotti – dagli smartphone all’abbigliamento ai giocattoli – sono più economici.

   Le politiche miranti a invertire la globalizzazione non farebbero che portare a una diminuzione dei redditi reali, perché i prodotti diventerebbero più cari. L’invito a porre un freno alla globalizzazione riflette l’idea che a essa si debba la sparizione dei posti di lavoro in Occidente e la loro comparsa a est e a sud del pianeta.

   La minaccia più grande ai posti di lavoro tradizionali, invece, non arriva né dalla Cina né dal Messico, ma da un robot. Ecco perché la produzione del settore manifatturiero negli Stati Uniti continua a crescere, pur continuando a calare l’occupazione in questo settore.

   Di conseguenza, dovremmo intervenire e concentrarci sulla gestione di un rapido cambiamento tecnologico, tale da apportare benefici a tutti, obbiettivo non facile ma nemmeno impossibile. Le guerre commerciali o tariffarie di sicuro non gioveranno a nessuno.

   È vero, per altro, che la globalizzazione ha innescato una maggiore sperequazione nei redditi. Buona parte di questo aumento, tuttavia, dovrebbe essere gradito, non condannato. L’ineguaglianza può essere un fattore negativo soltanto in funzione di come si verifica e di ciò che produce. In sé e per sé, però, nell’ineguaglianza non c’è nulla che non vada.

   In India e in Cina la globalizzazione ha determinato maggiori disparità di reddito, perché ha offerto nuove opportunità – nella fase produttiva, nei posti di lavoro back-office e nello sviluppo di programmi software – che hanno apportato benefici a milioni di persone. Ma non a tutti.

   Del resto, il progresso è così; anche se ci piacerebbe che tutti stessero bene economicamente in uno stesso momento, situazioni di questo tipo sono incredibilmente rare. Biasimare questa forma di disuguaglianza significa biasimare il progresso stesso.

   Anche nei Paesi ricchi, una parte dell’aumento delle ineguaglianze riflette migliori opportunità, grazie allo spostamento da un mercato nazionale a uno globale. Le persone di talento eccezionale e le innovazioni adesso hanno un pianeta intero nel quale potersi arricchire. E non è plausibile credere che sia un crimine arricchirsi mettendo il proprio talento al servizio di un numero maggiore di esseri umani o realizzando nuove cose che beneficiano tutti.

   Naturalmente, l’ineguaglianza ha anche un suo lato oscuro. I ricchi hanno una smisurata influenza politica e spesso riescono a riscrivere le regole a proprio beneficio, a vantaggio delle loro aziende o dei loro amici. Negli Stati Uniti questo non è tanto un problema nelle elezioni per la presidenza, che restano aperte, ma è un problema enorme al Congresso, dove i nostri “rappresentanti” sono a tal punto condizionati dalla necessità di raccogliere denaro e finanziamenti da avere scarse probabilità di essere eletti o rieletti senza il sostegno di chi è facoltoso. Detto ciò, non si vuole affermare che i legislatori siano corrotti, ma soltanto che l’istituzione è corrotta – come sostiene Lawrence Lessig di Harvard – nonché incapace di rappresentare le persone che non hanno quel potere che solo la ricchezza fornisce.

   Eppure, non è affatto ovvio che la soluzione migliore consista nel ridurre l’ineguaglianza invece di modificare le modalità con le quali si finanzia la politica. I ricchi dovrebbero comperare panfili, aprire fondazioni o diventare filantropi, e non comprare il governo, che andrebbe tolto dal mercato.

   In linea più generale, il vero uomo nero è l’ineguaglianza dei rentier che si arricchiscono alle spalle altrui senza dare un contributo di valore all’economia. Tra gli esempi più classici vi sono i banchieri che esercitano la loro influenza sul governo affinché attenui una legge e poi, fallita la banca, lasciano ai contribuenti il costoso onere di ripulirne i danni.

   I bailout che ne sono derivati hanno elargito somme incredibilmente alte di denaro pubblico a individui che erano già favolosamente ricchi. Per esempio, le grandi agenzie di finanziamento immobiliare sostenute dal governo degli Stati Uniti – Fannie Mae e Freddie Mac– hanno utilizzato tutto il loro potere politico per impedire al Congresso di regolamentarle, nel momento stesso in cui pagavano i loro azionisti privati e accumulavano scorte sfruttando la crisi immobiliare.

   Nello stesso modo, anche la lobby degli agricoltori ogni anno intasca miliardi di dollari in sussidi. Le società farmaceutiche sono incoraggiate a esercitare forti pressioni sul governo per spuntare prezzi più elevati e per ottenere proroghe per i brevetti dei prodotti esistenti, invece di mettere a punto nuovi farmaci. I magnati del settore immobiliare, infine, sono riusciti a ottenere un cambiamento dell’imposizione fiscale a loro assoluto vantaggio.

   Queste attività di fatto producono meno di niente, perché rallentano la crescita economica. Quando il furto legalizzato diventa il modo più semplice per arricchirsi, innovazione e creatività sono del tutto superflue.

   Arlie Russell Hochschild di Berkeley ha parlato di chi si arrabbia vedendo altri che “tagliano la fila” e passano loro davanti. Questa rabbia è ingiustificata quando è una forma di reazione, per esempio, dei bianchi americani che, abituati al privilegio della razza, devono affrontare un mondo più equo. La rabbia giustificata è quella nei confronti di un governo che arricchisce chi ha interessi speciali a spese di chiunque altro.

   In un’economia a crescita lenta o addirittura zero, nella quale ciò che uno può ottenere è esclusivamente a spese di altri, un furto legalizzato di questo tipo è intollerabile. La crescita dipende dalla globalizzazione e da una ragionevole ineguaglianza. Non possiamo ignorare chi sta male, ma dobbiamo assicurarci che le nostre soluzioni al problema non peggiorino la loro situazione. I veri mostri sono coloro che vanno a caccia di rendite e che hanno fatto prigioniero il nostro governo in così gran misura. L’ineguaglianza che hanno contribuito a determinare è proprio quella che va eliminata. (Angus Deaton, traduzione di Anna Bissanti) (Angus Deaton, Premio Nobel per l’Economia nel 2015, è professore di Economia e affari internazionali alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs dell’Università di Princeton)

……………………………..

È COMINCIATA LA BATTAGLIA SUL COMMERCIO

di Francesco Guerrera, da “La Stampa” del 19/1/2017

«Il problema dell’Europa è l’Europa». Sette parole che potrebbero essere l’inizio di una rivoluzione o l’epitaffio della globalizzazione. A pronunciarle non è uno degli anti-capitalisti di Anonymous e nemmeno un euroscettico dei 5Stelle, ma Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia di mestiere e pacato internazionalista d’estrazione.

L’esternazione di Padoan a Davos, la «culla» della globalizzazione e parco giochi dell’élite socio-politica del pianeta, va presa sul serio, anche se magari lui era arrabbiato per via delle critiche europee sulle finanze italiane. Dopo decenni di crescita astronomica nel commercio internazionale, abbattimento di barriere fisiche (ve lo ricordate il Muro di Berlino?) ed economiche, di «Tigri asiatiche» e rampanti paesi sudamericani, l’idea-chiave della globalizzazione è sotto assedio.

   Da Trump, a Brexit, passando per i movimenti di protesta europei e le politiche senza più contatto con la realtà di Bruxelles, fino ad arrivare a Padoan, la convinzione che diventeremo tutti più ricchi scambiandoci merci e servizi sta vacillando. E non solo a parole: nel 2016, per la prima volta in 15 anni, il commercio mondiale è cresciuto meno dell’economia del pianeta, secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

   La globalizzazione non è morta ma ha messo la retromarcia. Bisogna che trovi subito un nuovo percorso prima che sbatta contro un muro e faccia danni veramente severi. E’ cominciata la battaglia sul commercio all’Europa e all’America ma anche ai paesi in via di sviluppo.

   Le strade non sono molte ma sono molto diverse l’una dall’altra. A destra, c’è l’isolazionismo di Trump, che piace molto alle classi medio-basse alienate dalla globalizzazione. La ricetta economica è un misto di promesse di spesa (in teoria, almeno, per migliorare le cadenti infrastrutture Usa) e di tagli di tasse (per i più ricchi).

   Ma è il messaggio politico che fa più paura ai fautori del libero commercio: protezionismo, ritirata all’interno dei confini americani, tariffe per salvaguardare posti di lavoro e proteggere i più deboli. E’ un messaggio che riecheggia anche in Europa, con vari accenti nazionali, dai 5Stelle a Marine LePen.

   Al centro del bivio, c’è Theresa May con la sua Brexit. La premier britannica vuole una rottura netta con l’Europa ma non con il commercio mondiale. Anzi, nel suo discorso-divorzio di questa settimana, ha promesso una Gran Bretagna più globale.

   Quello che Mrs. May sa ma non dice è che, una volta uscito dall’Europa, il Regno Unito dovrà negoziare accordi bilaterali con ogni paese con cui vuole commerciare. Sarà un processo lunghissimo che nel breve termine porterà a perdite economiche, sia per la Gran Bretagna sia per l’Unione Europea.

   E se guardate a sinistra dell’incrocio, troverete un Xi Jinping che se la ride. II presidente cinese è stato la star di Davos con un discorso in cui si è presentato come il grande, e solo, fautore della globalizzazione. «Nelle guerre commerciali, non ci sono vincitori», ha declamato con tono lugubre e faccia serissima. Ottime parole, peccato però che i fatti non vi si accordino.

   Peccato che questo profeta della globalizzazione sia a capo di un paese che ha aperto pochissimi settori industriali agli stranieri, che controlla il valore della propria moneta per stimolare le esportazioni e che sembra volere tutti gli onori ma nessun onere del libero commercio internazionale.

   E allora? Allora ha ragione Padoan quando dice che le politiche attuali fanno buon gioco ai protezionisti e ai populisti e che bisogna cambiare. Il potere economico del libero commercio non si discute: non è perfetto ma è meglio delle alternative. Ma il problema è che ad essere convinti di ciò non dobbiamo essere «noi» – i beneficiari più o meno benestanti della globalizzazione – ma «loro» – gli imbufaliti ceti che hanno perso soldi ed influenza mentre noi commerciavamo. La sfida politica a difesa della globalizzazione è appena cominciata. (Francesco Guerrera è condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe)

……………………………………

IL MONDO CAPOVOLTO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 18/1/2017

– Il mondo che verrà è quello dove i cinesi sono liberisti e gli occidentali denunciano la globalizzazione. Quale posto può avere una piccola nazione esportatrice come l’Italia, in un’epoca che riscopre le virtù dei Muri? Va in scena uno spettacolo senza precedenti. –

   La sceneggiatura viene scritta di giorno in giorno, col contributo di un impresario di reality-tv (The Donald). La premier inglese Theresa May opta per il cosiddetto “hard Brexit”: niente concessioni ai partner europei, Londra uscirà sia dall’Unione sia dal mercato unico. Non volendo scendere a compromessi sul controllo delle frontiere (in chiave anti-immigrati) è disposta a pagare il prezzo di un isolamento commerciale dall’Europa, almeno iniziale. Tanto c’è Trump a offrirle un nuovo rapporto preferenziale.

   E poi, quel che l’economia britannica può perdere in termini di accesso al mercato continentale, la May promette di recuperarlo esaltando il proprio ruolo di paradiso fiscale. Elusori di tutto il mondo — soprattutto se siete multinazionali — Londra vi accoglierà ancor più di prima a braccia aperte.

   E’ inquietante questa particolare versione inglese della retromarcia dalla globalizzazione: ne salva il difetto più grave, il privilegio feudale-fiscale del turbo-capitalismo, causa primaria di diseguaglianze e impoverimento del ceto medio.

   Nello stesso giorno, al World Economic Forum di Davos il presidente cinese Xi Jinping offre una difesa organica della globalizzazione. Pur senza nominare Trump, dedica il suo discorso a smontarne i teoremi. Il problema non è la globalizzazione stessa — dice Xi — ma gli errori nel governarla. Si fa il portatore di un’agenda progressista classica: meno diseguaglianze, più regole alla finanza. Usa un’immagine metaforica tipica dell’arte retorica cinese: «Inseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza buia. Ti senti protetto dal vento e dalla pioggia, ma non entrano più né il sole né l’aria. Da una guerra commerciale avremo tutti da perdere».

   Curioso ribaltamento delle parti. Se dovesse risvegliarsi oggi il fondatore della Repubblica Popolare, Mao Zedong, ascolterebbe il suo successore che difende i mercati aperti, mentre americani e inglesi li denunciano. C’è una logica profonda che spinge un leader comunista come Xi a candidarsi come la nuova guida del mondo globalizzato: il suo paese è stato tra i maggiori beneficiari dalla creazione di vasti mercati aperti.

   La distanza che separava l’Occidente ricco dal Terzo mondo di una volta, si è ridotta di molto. Il globalismo di Xi ha un fascino evidente, e una capacità di egemonia politico-culturale, verso i paesi emergenti ancora impegnati nella rincorsa.

   Viceversa, gli elettori anti-global americani o europei, dalle parole di Xi trarranno conferma che la globalizzazione è una partita truccata in favore dei cinesi: la tesi di Trump.

   Vi è anche un evidente senso di allarme e di urgenza dietro l’intervento di Xi a Davos. La crescita cinese sta rallentando. Se è vero che la guerra commerciale farebbe male a tutti, alla Cina farebbe più male che a tutti gli altri. L’accelerazione della storia come la vediamo avvitarsi fra Pechino, Davos e Londra, New York e Washington, costringe a immaginare ipotesi di lavoro impensabili ancora pochi mesi fa.

   A cosa può assomigliare un mondo protezionista, segnato dalla ritrovata centralità delle nazioni? Dobbiamo studiare il precedente degli anni Trenta? O invece quello del 1914? E’ inutile continuare a esorcizzare le minacce di Trump.

   Pietro Manzini sul sito economico LaVoce.info ricorda che per il neo-presidente americano revocare i due maggiori accordi di libero scambio — Nafta col Nordamerica e Wto a livello planetario — richiede appena un preavviso di sei mesi. Molto più semplice e veloce della procedura Brexit, che pure sta partendo. Sempre su LaVoce.info Silvia Merler cita uno studio del Peterson Institute di Washington secondo cui una guerra commerciale distruggerà 4 milioni di posti di lavoro solo negli Stati Uniti.

   Attenzione, però, il Peterson fa parte di quei think tank globalisti che per decenni promisero benefici per tutti dall’abbattimento delle barriere. Smentiti nell’ottimismo, potrebbero esserlo anche nel catastrofismo? Le differenze sono notevoli tra quei paesi come l’Italia (ed anche Cina e Germania) che hanno sempre avuto modelli di crescita trainati dalle esportazioni, e un’America che invece è il più gigantesco mercato di sbocco aperto ai prodotti altrui.

   C’è un’asimmetria evidente, che nutre i calcoli di Trump. E poi lui è un maestro del bluff. Ieri è bastata una sua frase in cui deprecava la forza del dollaro rispetto al renminbi, e la valuta Usa ha fatto una caduta pesante. Guerra non convenzionale, armi non convenzionali: dovremo abituarci ad essere spiazzati spesso. (Federico Rampini)

………………………………………..

XI JINPING DIVENTA L’ALFIERE DELLA GLOBALIZZAZIONE

di Alessandro Barbera, da “La Stampa” del 17/1/2017

– Il leader cinese a Davos si propone come alternativa agli Usa per l’Ue “Protezionismo e populismo inadeguati per un’economica mondiale” –

   Sui tetti del centro congressi di Davos i cecchini in tuta termica total-white attendono dall’alto i potenti del mondo. Nonostante i meno dieci al sole l’apparato di sicurezza è più vigile che mai. Nell’angolo più cementificato delle Alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi.

   L’avreste mai detto? La Cina dei diritti negati, delle censure a internet e delle restrizioni ai movimenti di capitale si propone al mondo come argine all’isolazionismo americano. Xi si fa accompagnare da tutti i più noti imprenditori di casa: ci sono Jack Ma di Alibaba, Wang Jianlin di Wanda, la presidente di Huawei Sun Yafang, il numero uno di Google made in China Zhang Yaqin e quello di China General Nuclear He Yu, il colosso che costruirà assieme ai francesi di Edf una centrale nudeare in Gran Bretagna.

   Xi sa che l’Europa non può fare a meno della Cina e la Cina non può fare a meno dell’Europa. Nel discorso di fronte agli imprenditori svizzeri non si è presentato il leader di una nazione che si autoproclama ancora comunista, ma una specie di ideologo liberista: «Il protezionismo, il populismo e la deglobalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale».

   L’Unione a trazione tedesca dipende dalle esportazioni molto più di quanto non accada all’ex impero celeste, che dopo molti anni di transizione ora ha una classe media in grado di alimentare la domanda interna. La visita è carica di significati simbolici, perché la Svizzera è una delle prime democrazie ad aver riconosciuto la Cina comunista, e perché proprio in questi giorni cade il primo anniversario della nascita della Asian Investment Bank, l’istituzione multilaterale che promette di fare della Cina il nuovo motore dell’economia mondiale grazie anche al contributo di Italia e Germania.

   La diplomazia cinese ha preparato la tre giorni in ogni dettaglio fin dall’anno scorso, ben prima del voto sulla Brexit e della vittoria di The Donald. Pechino sperava nella vittoria di Hillary, ma nessuno meglio dei cinesi conosce la virtù della necessità. La vittoria delle ragioni populiste nelle democrazie più stabili del mondo è una ragione in più per cercare nel vecchio Continente un sempre più solido alleato commerciale.

«Pechino e Bruxelles hanno in comune molto più di quanto non possa accadere con la nuova amministrazione americana», scrive in un editoriale del quotidiano di Stato in inglese China Daily firmato dal direttore del centro euro-asiatico Fraser Cameron.

   I numeri parlano chiaro: se l’insieme di import ed export vale circa un terzo del Pil americano, le due voci in Europa valgono fra il settanta e l’ottanta per cento. Bruxelles non vuole però che la somma di dare e avere svantaggi l’economia europea. Con molta fatica e un duro scontro l’Unione ha concesso alla Cina lo status di economia di mercato, ma ora Bruxelles chiede garanzie.

   L’industria dell’acciaio cinese è in cronica sovraccapacità: fatta dieci quella europea la loro vale due volte e mezza. Stessa cosa accade in altri settori, dalla carta alla ceramica, dal vetro al cemento fino alla chimica dove il rapporto è uno a otto.

   Per questo – spiegano fonti europee – a primavera la Commissione preparerà un rapporto per fotografare lo stato delle relazioni commerciali. Dal rapporto emergerà un’Unione troppo export-dipendente, il modello imposto dalla Germania negli anni d’oro dell’espansionismo in Cina e delle fabbriche tedesche che compensavano in Cina l’assenza di manifattura cinese.

   Ora che la Cina cammina sulle sue gambe, ora che il livello di scambi mondiali si è drasticamente ridotto, l’economia del Continente ha bisogno di un maggior contributo della domanda interna. Non è casuale l’enfasi con cui la Commissione preme Berlino perché riveda almeno in parte il suo modello di crescita. Trump può permettersi di stare a guardare? In parte sì, in parte no.

   Nelle banche cinesi c’è un pezzo di debito americano, e per la Casa Bianca è impensabile una crisi diplomatica con Pechino. Ma Donald ha vinto le elezioni al grido «America First», e almeno in una prima fase deve mostrare i muscoli. A Davos per lui ci sarà uno dei suoi consiglieri più fidati, il finanziere di Wall Street Anthony Scaramucci. Sarà lui a verificare che i messaggi d’intesa fra Pechino e Bruxelles non si trasformino in un problema per Washington. (Alessandro Barbera)

………………………………

Trump-Xi: è partito l’assalto all’Europa

COMMERCI E TRATTATIVE CON GLI STATI: COSÌ DONALD SCARDINA L’UNIONE

di Paolo Mastrolilli, da “La Stampa” del 17/1/2017

– Commerci e trattative con i singoli Stati: così Donald scardina l’Ue – E il leader di Pechino diventa l’alfiere della globalizzazione

NEW YORK – Donald Trump porta alla Casa Bianca una visione del mondo in cui gli interessi nazionali contano più delle regole internazionali. Un approccio che ricorda quello dei rapporti di forza tra gli stati, in vigore prima della Seconda guerra mondiale e della successiva creazione del sistema multilaterale, pensato per evitare che si ripetesse.

   Questa visione corrisponde alla sua natura di uomo d’affari, che si gioca tutto sul tavolo delle contrattazioni bilaterali; alle posizioni prese durante la campagna elettorale, dove è stato sospinto dagli elettori anti globalisti; e alla sua idea di come rifare grande l’America, che si avvantaggia dalle relazioni dirette con paesi più piccoli.

   L’Unione europea, percepita come un potenziale rivale, è la vittima naturale di questa visione, che invece coincide alla perfezione con gli interessi di rinascita della Russia, soprattutto quando Mosca e Washington si trovano d’accordo nel giudicare la Nato obsoleta.

   L’11 gennaio dell’anno scorso ero andato ad un comizio di Trump a Windham, nel New Hampshire, prima che diventasse un fenomeno. Era ancora avvicinabile, e siccome aveva criticato la politica della cancelliera tedesca Merkel sui migranti, gli avevo chiesto cosa ne pensasse: «Quello che ha fatto – aveva risposto vedendo che lo stavo registrando col cellulare – è insano, folle».

   Il giorno dopo il voto nel referendum sulla Brexit ero con lui in Scozia, dove aveva previsto la prossima uscita dalla Ue di altri paesi come Francia e Italia. Passeggiando sul campo da golf costruito nel paese da dove era emigrata sua madre, gli chiesi cosa pensasse delle diffidenze verso di lui dei leader europei, a cominciare da Matteo Renzi, che aveva appoggiato Hillary: «E’ irrilevante», aveva risposto, sempre registrato, «l’unica cosa importante è che io ho il sostegno degli americani». Il resto è storia.

   Alla luce di questi due episodi, le dichiarazioni di Trump al «Times» e alla «Bild» non possono sorprendere: sono le stesse cose che aveva sempre detto in campagna elettorale, e la speranza che cambiasse entrando alla Casa Bianca era un’illusione senza fondamento. Lo era perché ha vinto le elezioni con queste idee, e non si capisce perché dovrebbe tradire i suoi elettori prima ancora di iniziare il mandato, ma anche perché dietro ci sono la sua natura e il suo progetto.

   Trump è un uomo d’affari, ha scritto un libro dedicato all’arte del «deal», è convinto di poter fare meglio gli interessi economici e geopolitici degli Stati Uniti negoziando direttamente con i singoli paesi gli accordi commerciali e di sicurezza.

   L’Unione europea, soprattutto quella a guida tedesca, non gli piace non solo perché è il simbolo di quel globalismo burocrate contro cui ha vinto le presidenziali, ma anche perché è un potenziale rivale in termini di peso specifico. I suoi predecessori, democratici e repubblicani, vedevano nella Ue soprattutto un antidoto alla ripetizione delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale, e tolleravano o usavano la sua crescita.

   Lui ci vede un carrozzone rifiutato dai suoi stessi popoli, che pretende di tenere testa a Washington. Meglio dividerla, dunque, e trattare gli interessi americani con singole nazioni meno forti.

   Il problema è che su questa linea si fonda anche la convergenza tra Trump e Putin, che vede nella Ue e nella Nato, cioè nella presenza militare americana in Europa, i due principali ostacoli per ristabilire l’influenza dell’Urss. Magari non fino ai vecchi confini della «cortina di ferro», ma certamente in Ucraina, Moldova, Georgia, e forse anche nei paesi baltici o in Polonia.

   Questi stati sarebbero molto più malleabili senza la Nato e la Ue, e se Trump vuole indebolire la prima, perché diversi membri non pagano abbastanza, o dividere la seconda perché rappresenta un fastidioso intralcio globalista, Mosca e Washington sono pronte ad andare a braccetto verso questo nuovo ordine mondiale. (Paolo Mastrolilli)

………………………………………

MERKEL, TRUMP E L’UE DEBOLE

– Merkel contro Trump, ma l’Europa è debole –

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 17/1/2017

   Fra i tanti problemi che ha l’Europa ora c’è anche questo: un presidente degli Stati Uniti che lavora apertamente per la sua dissoluzione. Non era mai accaduto, dalla firma del Trattato di Roma 60 anni fa.

   (..) Donald Trump, in due interviste al Sunday Times inglese e alla Bild tedesca, fa un intervento di rara portata distruttiva negli affari europei. Inneggia a Brexit, invita Theresa May come prima leader europea alla Casa Bianca, vuole un rapporto privilegiato con Londra proprio in quanto secessionista, le offre “in premio” un trattato bilaterale a condizioni di favore; prevede-auspica che altri Stati seguiranno il suo esempio. Rompe con una tradizione bipartisan che risale a Dwight Eisenhower e John Kennedy, una lunga sequenza di Amministrazioni americane favorevoli al progetto europeo.

   Si può puntualizzare che qualche volta Washington temette una Unione europea “troppo forte”, e lavorò sottotraccia, ad esempio per prevenire velleità di costruzione di una Difesa autonoma; o usò il Regno Unito come un “cavallo di Troia” che garantisse l’ancoraggio atlantico e neoliberista. Ma quelle furono sfumature, al confronto con le parole di Trump.

   Mai nessun altro presidente degli Stati Uniti, da quando nacque la Comunità europea, ne aveva augurato apertamente la disintegrazione. Non è una novità da poco avere a Washington un leader che esorta gli europei ad andarsene dalla loro casa comune, e offre incentivi di varia natura a chi segue il consiglio (vedi il trattato promesso a Londra).

   Se si aggiunge che Trump nella stessa occasione ha definito la Nato “obsoleta”, è una spallata all’intera architettura della politica estera americana dalla fine della Seconda guerra mondiale.

   Sulla Cina o sul Medio Oriente alcune cose potevano cambiare, ma almeno una era stabile nella strategia americana: un’idea dell’Occidente come un’alleanza solida e durevole fondata su valori comuni, oltre che un comune bisogno di sicurezza e autodifesa.

   Se le rivelazioni sugli hacker russi in campagna elettorale non erano bastate, ecco in queste interviste un magnifico regalo di Trump a Vladimir Putin: un’Europa spappolata è una preda ben più facile per chi intende ripristinare influenze egemoniche. A poco serve consolarsi sperando che i tanti generali di cui Trump si circonda lo convinceranno che il Patto Atlantico non è proprio un inutile ferrovecchio.

   Certo il complesso militar-industriale in America pesa molto, politicamente ed economicamente, e sull’asse atlantico ha investito per decenni. Quell’apparato, che unisce il Pentagono e l’industria bellica, nonché tanti think tank bipartisan, ha una sua forza d’inerzia, non si converte facilmente ad una politica filo-russa e anti-europea.

   Però in politica estera è il presidente ad avere l’ultima parola. Anche la prima, del resto. Certe parole pronunciate oggi possono già scatenare effetti incalcolabili, offrendo una sponda e una legittimità nuova a tutti i movimenti anti-europei.

   A prescindere da quello che riuscirà a fare per indebolire la Nato, o per costruire un trattato di scambio anglo-americano, Trump sta già gridando un “liberi tutti” che è di per sé un atto politico di una forza incalcolabile.

   Unica attenuante: l’uomo è un istintivo e un intuitivo, dice cose raccolte nell’aria del tempo; se si permette di sparare a zero senza ritegno sul progetto europeo, è perché gli europei lo hanno indebolito per primi, intaccandone la credibilità. La reazione della Merkel («noi europei siamo padroni del nostro destino» ) sarebbe più credibile se non venisse in mezzo ad una concatenazione di risse fra i partner dell’Unione. (Federico Rampini)

……………………….

MAY SCEGLIE ‘HARD BREXIT’: “FUORI DA UE E DA MERCATO COMUNE PER UNA GB GLOBALE. VOTO FINALE DEL PARLAMENTO”

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 17/1/2017

– Il primo ministro inglese esclude qualunque parziale associazione con l’Europa e punta a un negoziato che punti a un rapporto “tra uguali, fra una Gran Bretagna Globale, indipendente e sovrana, e i nostri amici e alleati della Ue”. E lancia una velata minaccia: “Se ci punirete abbasseremo imposte e attireremo investimenti” –

LONDRA – Fuori dall’Unione Europea, fuori dal mercato comune, fuori da tutto. E’ l’intenzione di Theresa May per il negoziato con la Ue che comincerà a fine marzo: una “hard Brexit”, una Brexit dura, anzi durissima. “Non vogliamo nessuna parziale appartenenza alla Ue, nessuna associazione con la Ue, niente che ci lasci metà dentro, metà fuori”, ha detto il primo ministro britannico nell’atteso discorso di oggi sui suoi obiettivi per la trattativa con Bruxelles.    “Non vogliamo adottare un modello già adottato da altri paesi”, ha affermato: quindi niente modello Norvegia (fuori dalla Ue ma dentro il mercato comune), modello Svizzera (una forma di associazione al mercato comune) o modello Turchia (fuori dal mercato ma dentro l’unione tariffaria doganale). “Non vogliamo mantenere dei pezzi di Ue, nel momento in cui la lasciamo”, ribadisce la premier una volta per tutte. Anche se poi, quasi all’ultimo lascia aperta la porta di un accordo sulle merci senza dogana, simile a quello turco.

   E il discorso contiene una notizia inattesa: l’impegno a sottoporre l’accordo finale con la Ue, prevedibilmente fra un paio d’anni, nella primavera 2019, al termine della trattativa, a un voto del parlamento britannico. Che, in teoria, potrebbe bocciare l’accordo e lasciare tutto com’è. Ma lei non è preoccupata: “Il parlamento ha votato per indire il referendum, ha votato per iniziare il negoziato sulla Brexit, sono certa che voterà anche per realizzare la volontà popolare di uscire dalla Ue”. TRUMP SU BREXIT: “UNA GRAN COSA” Ci sarà dunque la ricerca di un accordo con la Ue fatto su misura per il Regno Unito, la cui aspirazione è quella di creare una “Global Britain”, una Gran Bretagna globale, “il migliore amico dei nostri partner europei, ma che cerca amici, rapporti e alleati oltre i confini dell’Europa, nel mondo”.

   Questo, secondo Theresa May, è il mandato conferitole dal referendum del giugno scorso, in cui il popolo britannico ha votato “per il cambiamento, per uscire dall’Unione Europea e per abbracciare il mondo”. E ha così votato, aggiunge la premier, “con gli occhi aperti, consapevole che la strada da fare sarà talvolta incerta, ma convinto che conduca a un brillante futuro per i nostri figli e i nostri nipoti”.

   Compito del governo, osserva May, “è realizzare questa volontà e questo significa qualcosa di più che semplicemente negoziare una nuova relazione con la Ue, significa chiederci che tipo di paese vogliamo essere”. MERKEL REPLICA AL PRESIDENTE ELETTO USA: “NOI EUROPEI PADRONI DEL NOSTRO DESTINO” La sua risposta è priva di dubbi: “Un Regno Unito sicuro, prospero, tollerante, un magnete per i talenti internazionali e una casa per innovatori e pionieri”. I

   l fatto che il voto per la Brexit abbia prevalso 52-48 per cento, riflettendo di fatto un paese diviso a metà, non pare avere troppo rilievo per la donna che ha preso il posto di David Cameron e considera Margaret Thatcher la sua eroina.

   La premier non vede le divisioni: “Il paese si sta unendo”, sostiene. Di diverso avviso l’opposizione, i liberaldemocratici già protestano che il referendum non conteneva alcuna domanda sull’uscita dal mercato comune. “Il nostro voto per uscire dall’Unione Europea non è un rifiuto dei valori che condividiamo con l’Europa”, prosegue May.

   “La decisione di andarcene dall’Europa non rappresenta un desiderio di essere più distanti da voi, che siete i nostri amici e i nostri vicini. Continueremo a essere partner affidabili alleati disponibili e buoni amici. Vogliamo comprare le vostre merci e che voi compriate le nostre, commerciando con voi nel modo più libero possibile”. Ma perseguendo “una nuova partnership tra uguali, fra una Gran Bretagna Globale, indipendente e sovrana, e i nostri amici e alleati della Ue”. (Enrico Franceschini)

…………………………..

TRUMP: «NATO OBSOLETA, UE TEDESCA» SDEGNO E PREOCCUPAZIONE IN EUROPA

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 17/1/2017

-Trump: «Nato obsoleta, Ue tedesca». Sdegno e preoccupazione in Europa. Il futuro presidente Usa lancia i suoi strali sugli alleati e attacca la Merkel sui migranti «Ha fatto un errore catastrofico». Poi apre a un patto con Putin su nucleare e sanzioni. II neoleader americano ha ribadito che avrà un rapporto privilegiato con Londra e Berlino –

   II nuovo presidente americano che per due volte definisce «obsoleta» la Nato non poteva non provocare onde altissime nel mondo, soprattutto in Europa. Così è stato. E altre cose che Donald Trump ha affermato nella sua prima intervista sui rapporti transatlantici hanno creato agitazione nei governi e nel mondo politico occidentali: la Ue come «veicolo per la Germania», Angela Merkel che ha fatto «un errore davvero catastrofico» ad aprire le porte «agli illegali», la necessità di fare un patto — «nucleare contro sanzioni» — con Vladimir Putin.

   L’intervista, data ai quotidiani tedesco Bild e britannico Times nel suo studio alla Trump Tower di Manhattan, è la conferma che la nuova Casa Bianca si vuole liberare dei pilastri sui quali l’Occidente ha costruito la sua forza e la sua preminenza nel mondo.

   Trump prende ogni singola questione e la isola: ogni volta per sostenere che si tratta di fare un nuovo deal, un accordo. Affinità culturali, d’interesse, principi e storia non entrano nel suo argomentare.

   La prima vittima di questo enorme cambiamento a Washington rischia di essere l’Unione Europea. II presidente eletto americano non la considera, applaude al Regno Unito che l’ha abbandonata, anche perché la ritiene una costruzione sulla quale «fondamentalmente» viaggiano gli interessi tedeschi.

   Ha segnalato che terrà un rapporto privilegiato con due capitali, Berlino e Londra. Trump ha spiegato che la Nato è obsoleta perché fondata in un’altra epoca, perché gli europei non pagano per essa quello che si erano impegnati a pagare e perché non combatte il terrorismo.

   Cose vere. Che però ieri hanno creato vertigini nell’Alleanza Atlantica. Dopo avere incontrato i suoi colleghi a Bruxelles, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha detto che le considerazioni di Trump hanno sollevato «timore e preoccupazione». L’ombrello Nato è l’architrave dell’ordine e della sicurezza in Europa, metterlo in discussione getta nella confusione i governi europei. Soprattutto se l’idea di Nato obsoleta si lega al desiderio del nuovo presidente di fare un «deal» — parola portante del suo agire — con Mosca: «una riduzione molto sostanziale» delle armi nucleari in cambio della fine delle sanzioni contro la Russia, ha spiegato. Passo che significherebbe dimenticare la ragione delle sanzioni, cioè l’annessione della Crimea, e che affermerebbe il diritto di Mosca ad avere un’influenza sui vicini.

   II ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble è intervenuto ieri per avvertire dei pericoli che la Russia oggi pone alla democrazia in Europa e per dire che politiche nazionaliste americane comporterebbero rischi seri per l’economia.

   Trump ha parlato di Merkel. «Ho avuto rispetto per lei — ha detto — ma penso che abbia compiuto un errore davvero catastrofico, prendere tutti questi illegali», cioè i rifugiati. Passo falso che lui non farà, ha detto: le frontiere americane saranno «forti», se ne occuperà già da lunedì.

   Ma niente è scontato: anche i suoi buoni propositi verso Merkel e Putin sono un punto di partenza: «vedremo quanto durano», ha detto mettendoli sullo stesso piano. Poche certezze, se non che i pilastri dell’Occidente e dell’ordine post Seconda guerra mondiale vacillano. (Danilo Taino)

……………………………….

LO STRAPPO SULLA NATO ORA SVEGLI L’EUROPA

di Massimo Teodori, da “il Messaggero” del 17/1/2017

   La dichiarazione di Donald Trump secondo cui «la Nato è un’organizzazione obsoleta che non si occupa di lotta al terrorismo» e «solo cinque Paesi pagano la quota dovuta», riapre la questione della sicurezza in Italia e in Europa.

   È vero che l’obsolescenza della Nato è all’ordine del giorno da quando è tramontata la sua funzione originaria di strumento difensivo verso il blocco sovietico, ma non si può fare a ameno di discutere quel che accadrà con il nuovo corso americano.

   Dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno assicurato all’Europa quella difesa militare che molti Paesi non erano in grado di garantire da soli. L’Alleanza atlantica è stata lo strumento fondamentale della solidarietà politica del mondo libero, e la Nato il suo braccio armato che, tra luci ed ombre, ha pur sempre consentito a tutto noi di dormire sonni tranquilli e di risparmiare sui bilanci della difesa.

   Oggi il nodo della inadeguatezza militare europea è venuto al pettine grazie al neo-presidente americano che ha pronunciato un verdetto senza sfumature, orientamento che era stato già anticipato da Obama, anche se in maniera più morbida.

   Il nazionalismo a sfondo isolazionistico di Trump rende evidente quel che si poteva già prevedere: gli americani non vogliono e non possono più pagare gran parte della difesa europea. Questo sia per ragioni di bilancio che per un cambio di passo geostrategico dall’Europa all’Estremo oriente.

   Con l’annunziata riduzione dell’impegno americano in Europa, le nazioni del vecchio continente si troveranno di fronte due gravi questioni finora affidate all’ombrello Nato: la tendenza della Russia di Putin ad allargare l’influenza nelle regioni dell’Europa orientale già sotto il dominio sovietico, e il disordine mediorientale attizzato dalle correnti terroristiche e islamistiche che destabilizzano gli Stati arabi e mettono in pericolo le città europee.

   In questo orizzonte tutt’altro che rassicurante la grande assente resta l’Europa. Dopo che sessant’anni fa si rinunziò a costituire una “Comunità europea di difesa”, i singoli Stati hanno proceduto ognuno per conto proprio affidando la sicurezza esterna allo zio Sam americano, una specie di Lord protettore che tramite la Nato ha vegliato dall’Inghilterra alla Turchia, dalla Spagna alla Norvegia.

   Durante questa lunga stagione gli italiani si sono giovati del sistema Nato non solo per gli strumenti di difesa diffusi sul proprio territorio, dalle basi nord-orientali ai missili puntati sui potenziali nemici, ma anche per avere partecipato a un moderno circuito di cultura militare che ha svecchiato le nostre forze armate rendendole apprezzate all’estero, specialmente nelle missioni a contatto con le popolazioni civili.

   Ora, con l’indebolimento della Nato, gli italiani insieme agli europei dovranno cercare altre strade complementari che, tuttavia, non dovranno prescindere dall’alleanza con gli Stati Uniti. Infatti, una cosa è affrontare i problemi di difesa da soli senza far parte di un forte sistema integrato come la Nato, e un’altra è condurre una politica di sicurezza con alle spalle la garanzia della potenza americana.

   Tra le molte iniziative da prendere, sarà opportuno ricercare un rapporto conveniente con la Russia che prescinda dalla storica diffidenza delle nazioni (Polonia e Baltici) che si trovano ai confini orientali dell’Alleanza atlantica.

   E, per quel che riguarda la destabilizzazione nel Mediterraneo, non dovremo mai fare a meno del concerto sia con le potenze europee che con il sistema di intelligence degli Stati Uniti. In un mondo che si fa sempre più piccolo, tuttavia, nella difesa e sicurezza niente più dovrebbe essere progettato senza che la bella addormentata Unione Europea si svegli assumendo le responsabilità che le competono come primaria protagonista internazionale. (Massimo Teodori)

…………………………….

TRUMP, MACRON, MERKEL. UN CELEBRE PROVERBIO DICE: DEVI PREGARE PER NON VIVERE IN TEMPI INTERESSANTI. IL 2017 PURTROPPO SARÀ MOLTO INTERESSANTE

di Giuliano Ferrara, da IL FOGLIO del 17/1/2017

   Trump dice di voler sfasciare l’Europa e la Nato. Vuole reintrodurre il protezionismo doganale. I mercati aperti gli fanno schifo. Accordi tra nazioni, the art of the deal, molto meglio. Governi e stati al posto di società imprese finanza libera circolazione di tecnologia e merci e persone.

   Tutto questo in nome del suo personale intuito, lui è un genio, ne sa più dei generali, degli economisti, è il guru dei guru, conosce la TV, è una celebrità, ha vinto la lotteria della presidenza degli Stati Uniti per centomila voti in tre stati del nord-est, ma ora mette all’incasso nelle interviste e su Twitter una delle più straordinarie avventure politiche della storia mondiale, anticipata in altri termini e con altri contenuti nella piccola grande Italia di Silvio Berlusconi, venticinque anni fa.

   Porterà l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, una svolta storica da sogno o da incubo? Denuncerà l’accordo con l’Iran sul nucleare? Metterà fine alle sanzioni contro la Russia di Putin? Farà una guerra monetaria e commerciale con la Cina di Xi? Entrerà di nuovo in medio oriente al seguito dell’alleanza russo-siriana? Otterrà tra quattro mesi una Francia trampista (Marine Le Pen)? I suoi già chiamano Bruxelles: chi è il prossimo a uscire dall’Unione?

   Tutto questo può essere vero, può essere falso. Trump è un formidabile chiacchierone, poi mette quelli di Wall Street a dirigere l’economia a Washington, e i capi della diplomazia e del Pentagono nelle audizioni in Senato, per essere confermati da una maggioranza, dicono praticamente il contrario.

   Vero o falso, comunque è un vaste programme, come diceva De Gaulle, un progetto che non è un progetto, ma è smisurato. Guardate Giulio Tremonti in Italia. L’uomo più ambizioso e snob e cinico e virtuale della politica italiana di questi anni. Entusiasta.

   Un celebre proverbio dice che devi pregare Iddio perché non ti faccia vivere in tempi interessanti. Bisogna pregare molto, molto, molto. Ma, a parte questo, che facciamo? Salire su quel carro mi sembra non auspicabile e anche impossibile. Fermarlo non è cosi semplice. Siamo un paese piccolo in un’Europa grande, vecchia, scassata, esposta a ogni nuovo vento di dottrina e di prassi. Abbiamo in tasca una moneta competitiva che lenisce le conseguenze di un’economia sociale improduttiva.

   Se gli Stati Uniti, che a tratti sembrano great again, a tratti una colonia russificata, fanno scherzi dolorosi, con la lira abbiamo un futuro di miseria protezionista, un destino da impiegati. Difesa e lotta al jihadismo islamista diventano una cosina complicata senza la Nato e con i servizi delegittimati da un grande fratello amico di Assange. Le tariffe per l’auto elettrica o senza pilota, le vedo maluccio. Le tariffe e le frontiere contro la robotizzazione dell’economia mi sembrano mal messe.

   In Francia furoreggia un super Renzi di nome Macron, potrebbe addirittura farcela dicono, per altri è solo una postura, non una leadership. Vedremo. Ma intanto bisogna scegliere. La Merkel, considerata da Trump come una sfruttatrice dell’Europa unita, una cui concedere ma fiducia a termine, potrebbe farcela ma non è certo.

   Sarà un anno interessante, purtroppo. In questo quadro la discussione su come ridiventare sinistra, o destra se è per questo, risulta noiosa. Forse è la cosa giusta, proprio per la noia rassicurante che ne promana. Ma le regole del giornalismo, della frittura delle parole e dei concetti, del web, della vita richiedono qualcosa di più. Un di più che sta risultando un troppo. Ora vediamo. (Giuliano Ferrara)

……………………….

SE LA CINA È PALADINA DELL’ORDINE MONDIALE

di Giorgio Barba Navaretti, da “Il Sole 24ore” del 17/1/2017

– Il messaggio a favore della globalizzazione fatto dal presidente Xi a Davos, indica che Pechino è pronta a rispondere alle barriere Usa –

   Chi avrebbe pensato, anche solo due anni fa, che il presidente degli Stati Uniti potesse dichiarare che la disgregazione dell’Unione Europea fosse una buona cosa? E chi avrebbe pensato che il presidente della Cina si proponesse come il paladino dell’ordine internazionale fondato sulla globalizzazione?

   Ora è così: l’ordine è sottosopra, e la vista che si gode guardandolo a testa in giù è piuttosto inquietante.

Molti, io con loro, speravano che gli avvenimenti politici dell’ultimo anno fossero un semplice periodo di turbolenza, un vuoto d’aria temporaneo. Che Trump presidente fosse più saggio del Trump candidato; che la Brexit fosse super-soft, al punto da auto-rinnegarsi. Insomma che il temporaneo disordine tornasse ad essere rapidamente il solito ordine, con qualche aggiustamento al margine.

   Qualche speranza rimane, ma molto probabilmente ci siamo sbagliati. Dunque, che si vede a testa in giù?

Viene meno un percorso che, per quanto lento e faticoso, fonda l’integrazione economica tra i Paesi su sistemi di valori e regole condivise. Il che non riguarda solo i vantaggi della specializzazione, dello sfruttamento delle economie di scala, dell’accesso ad una varietà molto maggiore di prodotti, insomma i fondamenti del libero scambio tra Paesi.

   Riguarda, piuttosto, l’asse di valori e di istituzioni avanzate che Europa e Stati Uniti condividono e di cui sono stati i portatori. Economie di mercato, fondate sulla concorrenza leale, sulla sicurezza dei consumatori, sulle buone condizioni del lavoro, sull’innovazione, sulla riduzione dell’inquinamento. Certo, questo modello si è incrinato e non riesce più a distribuire benefici per tutti. Certo, va corretto. Ma nuove barriere tra le due grandi aree dell’Occidente non sono il correttivo necessario.

   Il rallentamento, se non la fine, del lento progresso verso il rafforzamento e la convergenza dei valori condivisi, su cui è stata fondata la globalizzazione finora, rischia di essere la principale vittima sacrificale delle nuove barriere.

   Benissimo se ora la Cina si farà paladina del libero scambio. La dimensione e il grado di integrazione globale che ha oramai raggiunto l’impero di mezzo lo rendono un leader ovvio e naturale. Ma l’idea di globalizzazione che deriverà dalla Cina sarà molto diversa da quella promossa dai Paesi occidentali. Non sarà fondata necessariamente sullo stesso sistema di valori e istituzioni. Bensì, su condizioni di lavoro inaccettabili in occidente, sull’interferenza dello Stato nell’economia, su standard di inquinamento non altrettanto stringenti e su libertà civili e di espressione non propriamente democratiche.

   La principale potenza occidentale non persegue più l’associazione tra libero scambio e valori civili. Rinnega il principio che il benessere di un Paese possa derivare da una maggiore integrazione con il resto del mondo e con America First afferma invece la priorità e la superiorità nazionale.

   Perché Trump sostiene la Brexit e rinnega l’Unione Europea? Perché condivide la radice nazionalista di Brexit, e rinnega la riduzione della sovranità nazionale su cui si fonda invece l’Unione Europea. Appunto ideologica è la ragione per cui Trump lancia alla May la ciambella di un accordo immediato di libero scambio, mentre rinnega l’accordo con la Unione Europea, il Ttip.

   Scelta che non ha nessun senso economico. Per gli Usa è molto più interessante, se non altro per motivi dimensionali, l’accordo con l’Europa. Il nuovo club, dunque, non si basa sui vantaggi economici, ma sulla condivisione di un’ideologia in conflitto con i principi su cui nel bene o nel male America ed Europa hanno finora fondato la propria prosperità e la propria alleanza e che sono lo statuto del vecchio club.

   Il protezionismo non sarà in grado di correggere i difetti e le distorsioni del libero scambio. Più frontiere inevitabilmente portano all’autarchia, difficilmente ad una terra di mezzo con barriere selettive e confini un po’ più marcati di prima.

   Se Trump fa davvero sul serio, genererà azioni e reazioni di chiusura. Il messaggio a favore della globalizzazione di Xi, indica che la Cina è pronta a rispondere alle nuove barriere americane. Il gioco sarà duro. Il protezionismo fa male a chi lo subisce e anche a chi lo pratica, anche se spesso non se ne accorge. Non ridurrà le disuguaglianze, il malessere e il disagio profondo che hanno fatto di Trump il nuovo presidente americano. Il mondo sottosopra è per nulla rassicurante. (Giorgio Barba Navaretti)

…………………………………

IL PROGRAMMA DI TRUMP

PAROLA D’ORDINE SICUREZZA. MURO ED ESPULSIONI LE PROMESSE DI TRUMP

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 17/1/2017

NEW YORK. Angela Merkel ha fatto «un grosso errore» sui profughi, la sua politica di accoglienza è stata un disastro, parola di Donald Trump. E’ proprio l’afflusso incontrollato di stranieri, la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’Unione europea, la causa ultima di Brexit. Trump si guarderà bene dall’imitare un simile disastro.

   Non è un caso se la bordata di accuse che Trump ha lanciato contro l’Europa, si concentri sull’immigrazione. Da li ebbe inizio la fortuna politica di quest’uomo: quando nell’estate 2015 nessuno lo prendeva sul serio come candidato alla nomination, e l’establishment repubblicano era sicuro che il fenomeno Trump si sarebbe sgonfiato presto, nei suoi comizi i boati più entusiasti si levavano quando lui pronunciava la magica parola, The Wall, il Muro con il Messico. Immigrazione e insicurezza, i due temi per lui sono sempre incollati. «Il Messico ci manda qui i suoi peggiori soggetti, trafficanti e stupratori», è la sua frequente associazione «clandestino uguale criminale».

   E poi, nelle due stragi terroristiche avvenute in piena campagna elettorale – San Bernardino in California, Orlando in Florida – fu implacabile: «I terroristi si rivendicano islamici, perché Barack Obama e Hillary Clinton rifiutano di usare questa etichetta?».

   Lui non farà l’errore della Merkel sfociato nel Capodanno di Colonia (le aggressioni alle donne da parte di immigrati). Stop all’accoglienza di profughi dalla Siria «Non sappiamo neppure chi siano veramente». E non solo dalla Siria. Anche nell’ultima intervista a Bild e Sunday Times il neo-presidente torna a ventilare un “extreme vetting” cioè filtri e controlli severi, accurati, su chiunque voglia entrare negli Stati Uniti in provenienza da paesi islamici, o anche da altre zone del mondo colpite dal terrorismo islamico.

   In quest’ultima categoria, stando alle cronache degli ultimi attentati, rientrano facilmente Germania, Francia e Belgio. Di qui l’ipotesi di “restrizioni” anche per quei visitatori che godono di un regime facilitato, come il visto online Esta per i turisti dall’Europa.

   La svolta più grossa – nel senso dei numeri in gioco – riguarda comunque gli immigrati dal Messico, e quelli che attraversano il confine messicano proveniendo da altri paesi del Centramerica o Sudamerica. Trump ha promesso: «AI primo giorno, alla prima ora in cui sarò al potere, quella gente la caccio».

   Quanta gente? Fece un numero preciso in agosto, durante un comizio a Phoenix in Arizona, Stato di frontiera: tre milioni di clandestini saranno deportati subito, disse. Rastrellare tre milioni di persone ed espellerle in tempi rapidi è un’operazione militar-poliziesca (e logistica) di dimensioni immani in tempo di pace. Pochi credono che sia fattibile.

   Più modestamente quello che lui può fare al suo primo giorno è revocare il Deferred Action for Childhood Arrivals Program, un decreto del 2012 con cui Obama salvò dalla minaccia di espulsione gli immigrati senza permesso di soggiorno che sono arrivati qui da bambini. Si tratta di centinaia di migliaia di casi, non pochi certamente, ma ben altra cosa dai milioni di cui parlava nei comizi.

   Poi c’è il mitico Muro. Di recente anche un ispiratore di Trump, l’esperto di destra Mark Krikorian che dirige il Center for Immigration Studies, ha cominciato a dire che il Muro è «una metafora, non una priorità operativa». E tuttavia qualche gesto simbolico andrà fatto.

   Va ricordato che un pezzo di Muro esiste già, lo fece costruire Bill Clinton al confine fra San Diego e Tijuana. Basterebbe aprire un cantiere per prolungarlo di qualche miglio e la capacità di comunicazione di Trump farà il resto…

   Salvo quell’altra promessa spinosa, di far pagare il conto allo stesso governo messicano. Il presidente Pena Nieto continua a rispondere picche. Le resistenze che incontrerà Trump su questi fronti sono molteplici. Già nel weekend si sono moltiplicate le manifestazioni di protesta contro le sue promesse anti-immigrati: da Washington a Chicago, da Los Angeles a SanJose. Gli immigrati divenuti cittadini sono tanti, e non hanno paura di scendere in piazza.

   Si rafforza il movimento delle città-santuario, sono ormai trenta, da New York a San Francisco, le amministrazioni locali che garantiscono accoglienza e sicurezza ai clandestini. Le polizie locali obbediscono ai sindaci, se questi boicottano Trump le forze federali sono insufficienti per individuare e arrestare gli stranieri senza permesso di soggiorno.

   Forse per questo i ministri-chiave che dovrebbero occuparsene sono stati cauti nelle audizioni al Senato per la loro conferma. Spicca il generale John Kelly designato alla guida del superministero degli Interni, la Homeland Security, con questa battuta sul Muro: «Come militare capisco qualcosa delle strutture di difesa. Una barriera fisica non è la soluzione». E il suo collega Jeff Sessions, che dovrebbe dirigere la Giustizia: «Non sostengo l’idea di negare l’accesso agli Stati Uniti ai musulmani in quanto fedeli di una religione». Per forza, è incostituzionale. (Federico Rampini)

…………………………………

MERKEL SCHIVA I COLPI DI TRUMP “PADRONI DEL NOSTRO DESTINO”

di Alessandro Alviani, da “La Stampa” del 17/1/2017

BERLINO – Angela Merkel ha reagito ai pesanti affondi lanciati da Donald Trump in un’intervista al «Times» e alla «Bild» restando fedele al suo stile: non si è scomposta, né lasciata provocare e ha evitato di rispondere punto su punto agli attacchi, schivandoli con un collaudato gioco di silenzi.

   II presidente eletto l’ha accusata di aver commesso «un errore assolutamente catastrofico, lasciando entrare nel Paese tutti questi illegali», ha bollato l’Ue come «un mezzo per raggiungere i fini della Germania», definito la Nato «obsoleta», elogiato la Brexit.

   «Penso che noi europei abbiamo il nostro destino nelle nostre mani», ha ribattuto la cancelliera. «Continuerò a impegnarmi affinché i 27 Stati membri collaborino in modo intenso e soprattutto rivolto al futuro». Ora «aspetto l’insediamento del presidente americano», a quel punto «coopereremo con la nuova amministrazione e vedremo che tipo di intese possiamo raggiungere».

   La lotta al terrorismo è «una sfida globale», ma «separerei nettamente tale questione da quella dei rifugiati». Il segretario di Stato uscente John Kerry ha difeso come «coraggiose» le scelte di Merkel sui profughi e definito «inopportune» le parole di Trump.

   Dietro le quinte la cancelliera si sta adoperando per incontrare presto il nuovo inquilino della Casa Bianca: il suo staff starebbe cercando di fissare un appuntamento in primavera, Merkel potrebbe volare negli Usa nella sua funzione di attuale presidente del G20.

   Da Bruxelles, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha rivelato che alla Nato e alla Ue le dichiarazioni di Trump sono state accolte con stupore e preoccupazione; una portavoce si è limitata a notare che alla Commissione hanno letto «con interesse» l’intervista. «L’Europa non ha bisogno di consigli dall’esterno che le dicano cosa fare».

   Cosi il presidente francese Hollande ha risposto a Trump. «L’Europa sarà sempre pronta a proseguire la cooperazione transatlantica – ha detto Hollande – ma questa si determinerà in funzione dei suoi interessi e dei suoi valori. Non ha bisogno di consigli dall’esterno che le dicano cosa fare».

   A far discutere è anche la minaccia di Trump di punire i costruttori tedeschi con dazi fino al 35% se assembleranno in Messico e importeranno i loro veicoli negli Usa. Tranne Audi, tutti i big tedeschi hanno stabilimenti negli Stati Uniti. Negli ultimi sette anni le case tedesche hanno quadruplicato la loro produzione negli Usa, passando a 850.000 auto, oltre la metà delle quali esportate, per cui «gli Usa si darebbero la zappa sui piedi introducendo dazi o altre barriere al commercio», ha ammonito il presidente dell’associazione costruttori, Matthias Wissmann.

   Coi dazi «l’industria automobilistica Usa diventerebbe peggiore, più debole e più cara», ha avvertito il ministro dell’Economia Sigmar Gabriel. Che ha risposto a tono all’accusa di Trump, secondo cui negli Usa circolano molte auto tedesche, ma in Germania poche auto statunitensi: «Gli Usa dovrebbero costruire auto migliori». (Alessandro Alviani)

…………………………..

NEL MIRINO I GRANDI COMPETITOR ECONOMICI

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 17/1/2017

   Nella prima intervista “europea” concessa da Donald Trump, ci si rende conto di un cosa importante: come nel film “Lost in translation” occorre “interpretare” o “tradurre” in un linguaggio politico pratico molte delle cose che pensa e dice il presidente eletto americano, abituato a enunciare slogan in un contesto spesso non completamente informato.

   Nel suo dialogo con due giornali, il britannico Times e il tedesco Bild, Trump conferma intanto che la sua America non respinge il tradizionale rapporto privilegiato con Londra e Berlino che hanno avuto le precedenti amministrazioni americane. Ma offre dichiarazioni che in superficie ci dicono che la Nato non gli piace, che l’Unione Europea dopo la Gran Bretagna potrebbe perdere altri membri per strada, che la Ue è stata creata per competere contro gli Stati Uniti e che dell’euro gli importa poco perché lui conosce «il dollaro e il dollaro sarà fortissimo».

   Parlando di Europa aggiunge che potrebbe imporre controlli sui visti d’accesso agli Stati Uniti anche agli europei, che vuole far pagare una tassa alla BMW (attenzione, attraverso tariffe su importazioni dal Messico non dalla Germania), che non conosce la Merkel, che istintivamente gli piace, ma dice anche che ha commesso un errore «catastrofico» nel lasciare entrare decine di migliaia di rifugiati siriani.

   Arriva persino a mettere sullo stesso piano la Merkel e Vladimir Putin dal punto di vista della sua «predisposizione personale al dialogo».

   Partiamo proprio da queste dichiarazioni sulla Germania perché sono forse le più “catastrofiche” di tutta l’intervista. Di fatto Trump ieri è sceso in campo contro la Merkel e a favore dei suoi avversari politici in queste elezioni, soprattutto a favore della destra estrema, dell’Alternativa per la Germania e della signora Frauke Petry.

   Quando gli è stato chiesto se nelle elezioni è a favore della Merkel, Trump ha detto: «Non la conosco e non so quali sono le alternative, ho molto rispetto per lei, ma credo che abbia fatto un errore catastrofico a prendere tutti questi illegali perché non sai davvero da dove vengono e chi sono».

   Preoccupa la posizione di Trump sul piano commerciale perché dimostra la mancanza di comprensione di un impianto multilaterale creato dagli stessi Stati Uniti d’America per tutelare un ordine economico mondiale che garantisse stabilità anche politica oltre che economica.

   Su questo tema Trump entra a gamba tesa proprio sull’Europa: «L’Europa Unita è stata formata per battere l’America sul piano commerciale». È difficile immaginare una dichiarazione meno informata o più riduttiva di questa. Ma è così che ragiona Trump.

   Poi aggiunge che l’Europa è stata formata in modo germanocentrico per favorire commercialmente la Germania e qui tocca un tasto di grande sensibilità europea perché c’è del vero nel fatto che la Germania abbia usato l’Europa a suo favore e magari contro gli interessi degli altri Paesi membri.

   E da questo ragionamento e da una sua esperienza personale in Irlanda che prevede una “ribellione”: «Volevo investire in Irlanda, cosa importante. Gli irlandesi mi hanno dato l’ok in poche settimane. Poi avevo bisogno dei permessi europei e mi dicono che ci vorranno anni, me ne sono andato subito».

   Sul piano commerciale tuona anche contro la Cina «Abbiamo un disavanzo di 800 miliardi di dollari con loro, questo non può funzionare non è sostenibile».

   Non credo invece che ci sia da preoccuparsi più di tanto per le dichiarazioni sulla Nato. Leggendo il verbatim dell’intervista Trump dice di voler riformare la Nato, ma di considerarla importante. Vuole che la Nato si occupi più di terrorismo e che non siano «solo cinque Paesi membri a versare i contributi dovuti, ma tutti».

   In sostanza Trump non dice molto di nuovo rispetto a Obama o anche rispetto a Bush Sr. Solo lo dice in modo più brusco, non diplomatico. Obama ha chiesto che i Paesi membri portino al 2% del Pil le loro spese militari (cosa oggi impossibile per l’Italia ad esempio per i limiti al rapporto disavanzo/Pil) e fu Bush Sr. a cambiare la missione della Nato a un vertice che si tenne a Roma dopo la fine della Guerra Fredda: da alleanza esclusivamente destinata a contenere l’Unione Sovietica, la Nato avrebbe intrapreso anche “missioni esterne”. Una delle prime fu la guerra in Afghanistan. Ma un’altra potrebbe essere la guerra a tutto campo contro il terrorismo: «Ho visto che ora un battaglione fa questo, forse mi stanno già ascoltando», ha detto. (Mario Platero)

…………………………….

POPULISMO, RISPOSTA LEGITTIMA

di Thomas Piketty, da “la Repubblica” del 17/1/2017

   Fra meno di quattro mesi, la Francia avrà un nuovo presidente. O una presidente: dopo Trump e la Brexit non si può escludere che i sondaggi ancora una volta si sbaglino, e che la destra nazionalista di Marine Le Pen si stia avvicinando alla vittoria. E anche se si dovesse riuscire a evitare il cataclisma, esiste un rischio reale.

   Il rischio è che Le Pen riesca a posizionarsi come la sola opposizione credibile alla destra liberale per il round successivo. Sul versante della sinistra radicale, si spera naturalmente nel successo di Jean-Luc Mélenchon, ma purtroppo non è lo scenario più probabile.

   Queste due candidature hanno un punto in comune: rimettono in discussione i trattati europei e il regime attuale di concorrenza esacerbata fra Paesi e territori, e questo attira molti di coloro che la globalizzazione ha lasciato indietro.

   Ci sono anche delle differenze sostanziali: nonostante una retorica distruttiva e un immaginario geopolitico a tratti inquietante, Mélenchon conserva malgrado tutto una certa ispirazione internazionalista e progressista.

   Il rischio di queste elezioni presidenziali è che tutte le altre forze politiche — e i grandi media — si accontentino di fustigare queste due candidature e fare di ogni erba un fascio definendole «populiste». Questo nuovo insulto supremo della politica, già utilizzato negli Stati Uniti con Sanders, con il successo che sappiamo, rischia una volta di più di occultare la questione di fondo.

   E populismo non è nient’altro che una risposta, confusa ma legittima, al sentimento di abbandono delle classi popolari dei Paesi sviluppati di fronte alla globalizzazione e all’ascesa della disuguaglianza. Bisogna fare affidamento sugli elementi populisti più internazionalisti (e dunque sulla sinistra radicale, incarnata nei diversi Paesi da Podemos, da Syriza, da Sanders o da Mélenchon, indipendentemente dai loro limiti) per costruire risposte precise a queste sfide: altrimenti il ripiegamento nazionalista e xenofobo finirà per travolgere tutto.

   Sfortunatamente è la strategia della negazione quella che si apprestano a seguire i candidati della destra liberale (Fillon ) e del centro (Macron ), determinati tutti e due a difendere lo status quo integrale sul fiscal compact, il patto di bilancio europeo firmato nel 2012. Non che la cosa stupisca, visto che uno lo ha negoziato e l’altro lo ha applicato.

   Tutti i sondaggi lo confermano: questi due candidati seducono innanzitutto i vincitori della mondializzazione, con sfumature interessanti (i cattolici col primo e i borghesi radical-chic col secondo), ma in definitiva secondarie rispetto alla questione sociale. Pretendono di incarnare il perimetro della ragione: quando la Francia avrà riguadagnato la fiducia della Germania, di Bruxelles e dei mercati, liberalizzando il mercato del lavoro, riducendo la spesa pubblica e i disavanzi, eliminando la patrimoniale e aumentando l’Iva, allora sarà finalmente possibile chiedere ai nostri partner di venirci incontro sull’austerità e sul debito.

   Il problema di questo discorso che appare ragionevole è che non lo è affatto. Il trattato del 2012 è un errore monumentale, che imprigiona l’Eurozona in una trappola mortifera, impedendole di investire nel futuro. L’esperienza storica mostra che è impossibile ridurre un debito pubblico di questo livello senza fare ricorso a misure eccezionali. A meno di condannarsi a registrare avanzi primari per decenni, zavorrando sul lungo periodo qualsiasi capacità di investimento.

Dal 1815 al1914, il Regno Unito ha passato un secolo a registrare eccedenze di bilancio enormi per rimborsare i suoi rentier e ridurre il debito esorbitante prodotto dalle guerre napoleoniche. Quella scelta nefasta produsse investimenti in formazione inadeguati e un ulteriore stallo del Paese. Tra il 1945 e il 1955, al contrario, Germania e Francia sono riuscite a sbarazzarsi rapidamente di un debito di proporzioni analoghe con una combinazione di misure di cancellazione del debito, inflazione e prelievi eccezionali sul capitale privato, mettendosi nelle condizioni di investire sulla crescita.

   Bisognerebbe fare lo stesso oggi, imponendo alla Germania un Parlamento della zona euro per alleggerire i debiti con tutta la legittimità democratica necessaria. Se così non sarà, il ritardo negli investimenti e la stagnazione della produttività già osservati in Italia finiranno per estendersi alla Francia e a tutta l’ Euro-zona (ci sono già dei segnali in tal senso ).

   E rituffandoci nella storia che riusciremo a uscire dallo stallo attuale, come hanno appena ricordato gli autori della magnifica Histoire mondiale de la France, ottimo antidoto ai ripiegamenti identitari tricolori. In modo più prosaico, e meno divertente, bisogna accettare anche di tuffarsi nelle primarie organizzate dalla sinistra di “governo” (la chiameremo così visto che non è riuscita a organizzare primarie con la sinistra radicale, cosa questa che rischia, in primo luogo, di allontanarla stabilmente proprio dal governo ).

   E’ essenziale che queste primarie designino un candidato deciso a rimettere drasticamente in discussione le regole europee. Hamon e Montebourg sembrano più vicini a questa linea rispetto a Valls o a Peillon, ma a condizione che superino le loro posizioni sul reddito universale e il made in France e formulino finalmente delle proposte precise per sostituire il patto di bilancio del 2012 (evocato solo di sfuggita nel primo dibattito televisivo, forse perché cinque anni fa lo hanno votato tutti: ma è proprio per questo che è tanto più urgente chiarire le cose presentando un’alternativa dettagliata). Non tutto è perduto, ma bisogna agire in fretta, se si vuole evitare di mettere il Front national in una posizione di forza.

(Thomas Piketty – L’autore è un economista francese e autore di “II Capitale nel XXI secolo” (Bompiani) Traduzione di Fabio Galimberti)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...