Il duro inverno dell’Appennino centrale: TERREMOTO, NEVE, VALANGHE, e impreparazione agli eventi naturali (in mano all’eroismo di pochi) – Il caso dell’Hotel RIGOPIANO e il pericolo delle dighe di CAMPOTOSTO – CARTOGRAFIA e TESTIMONIANZE d’ARCHIVIO fondamentali per prevenire le catastrofi

L'HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio - Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI
L’HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio – Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI

   Tre sono i grandi rischi naturali che incombono sui nostri luoghi di vita: sismologico, idrogeologico e vulcanico. Poi, altri rischi dovrebbero essere minori, “più evitabili”, come sono le valanghe che avvengono in montagna. Alcune di esse prevenibili (evitando il disboscamento in luoghi particolari), altre nelle quali si può evitare le conseguenze, il rischio, non costruendo là dove si sa che il “fenomeno valanghe” è storicamente accaduto. E su questo ogni regione viene a studiare il fenomeno, e si dota di cartografia adatta (carte dilocalizzazione probabile delle valanghe”). E, di conseguenze, i piani urbanistici, a “caduta” dall’alto (Regione) verso il basso (i comuni) dovrebbero contenere ferrei divieti di costruire alcuna abitazione o impiant, infrastruttura di alcun genere, là dove il pericolo esiste. Ma purtroppo non è così (almeno da noi, in Italia).

Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina - "I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell'area dove sorge l'hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)" (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)
Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina – “I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell’area dove sorge l’hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)” (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)

   C’era già stata una slavina lungo la montagna dell’hotel Rigopiano, triste protagonista in questi giorni della sua drammatica sepoltura sotto una coltre di neve e detriti, costata la vita a 29 persone. C’era stata una valanga su un versante attiguo, lungo quella stessa valle, a poca distanza, dentro lo stesso quadro morfologico. Lo rivela il Catasto delle valanghe dell’Abruzzo, un vero e proprio database che mette in rete fonti di archivio, dati ufficiali e testimonianze dirette per avere una mappatura specifica di questi fenomeni sul territorio.

I lavori di soccorso all'hotel: 11 persone sono state salvate.
I lavori di soccorso all’hotel: 11 persone sono state salvate.

   La Mappa Geomorfologica dei bacini idrografici della Regione Abruzzo, segnala addirittura che l’albergo stesso sarebbe stato costruito su vecchie colate di detriti, probabilmente conseguenza di antiche slavine non documentate.

Il disastro dell'Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell'Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da www.meteoweb.eu )
Il disastro dell’Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell’Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da http://www.meteoweb.eu )

   Le mappe identificano le aree di rischio, non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto su alcune caratteristiche specifiche del terreno a cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. Ma allora, perché si è lasciato fare, si è lasciato ristrutturare quell’albergo? (leggete, come risposta,  l’articolo in questo post “La seconda Marcinelle d’Abruzzo: IL DESTINO DELL’HOTEL DI RIGOPIANO” di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 22 gennaio scorso).

ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) - Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.
ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) – Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.

   Pertanto se non si può prevedere «quando» arriveranno nuovi terremoti, gli studi sul nostro passato e le strumentazioni di oggi sono però in grado di ipotizzare «dove» arriveranno. E lo stesso accade per le valanghe: sapere quando la valanga cadrà è magari difficile, però sapere dove cadrà, dove scenderà, invece è abbastanza semplice: dove è già caduta le altre volte.

ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da www.aineva.it) - Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)
ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da http://www.aineva.it) – Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)

   Vi invitiamo a leggere gli articoli e le testimonianze raccolte in questo post per farvi un’idea di quali possano essere i rimedi a impreparazioni e superficialità, affinché sempre più si evitino inutili catastrofi (con sacrificio di vite umane). (s.m.)

HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE
HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE

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LA MEMORIA DELLA MONTAGNA

di Paolo Cognetti, da “la Repubblica” del 21/1/2017

– Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Ed è la forma del paesaggio a dimostralo. I nostri antenati non hanno mai costruito in una zona dove i loro ricordi e la loro capacità di osservare il terreno sconsigliavano di fare –

   Per i montanari non c’è niente di misterioso in una valanga. La gravità è la legge del loro mondo: l’acqua, la terra, le pietre, la legna, vanno dall’alto verso il basso, questo è il moto naturale di ogni cosa e lo stesso succede alla neve, che durante le grandi nevicate si accumula sui pendii finché pesa troppo e scivola giù. QUANDO? È LA PRIMA DOMANDA.

   La risposta è difficile perché non conta solo il peso della neve, ma anche l’inclinazione e l’attrito della montagna. Il bosco dà molto attrito, la pietraia poco, l’erba secca dell’inverno ancora meno. Se giorni di gelo hanno prodotto uno strato di ghiaccio sul terreno, e poi su quel ghiaccio ha nevicato molto, allora la montagna diventa uno scivolo da cui viene giù tutto.

   Il distacco non è graduale ma improvviso quando un certo limite viene superato, e ha il rumore di una frattura: per il peso della neve, o il calore del giorno che la scioglie alla base, o una scossa della montagna.

   Questi non sono eventi straordinari, sono misurabili e prevedibili: nel caso del Rigopiano una nevicata di quelle che ogni tanto arrivano, e le scosse sismiche che sul Gran Sasso si ripetono da mesi. Allora in alto, sui pendii spogli e ripidi, un banco di neve si stacca, scivola giù e prende velocità e volume, diventa una valanga così potente da sradicare gli alberi, trascinare i massi e sollevare la terra. In basso, all’albergo, arriva anticipata da un vento improvviso, il “soffio della valanga” che è la massa d’aria spostata dalla massa di neve, e alle spalle si lascia un solco scuro, l’erba e le rocce che riaffiorano dopo che la montagna si è liberata di quel peso.

   La neve che su in alto era morbida, neve fresca appena scesa dal cielo, è stata pressata nella caduta e giù in basso, sulle macerie e sui cadaveri, è ghiacciata e dura come cemento. Anche per questo ha creato delle stanze e per fortuna, tra quei muri di neve, qualcuno si è salvato.

   Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Se si osserva il fianco della montagna, si vede che è fatto a sporgenze e rientranze più o meno verticali che dalla base salgono fino in cima. Le sporgenze sono i crinali, le creste, i costoni, le morene, i contrafforti; le rientranze sono i colatoi e i canaloni.

   La montagna non è nata con questa forma all’inizio dei tempi, è stata scavata dall’acqua, dal ghiaccio e dalla neve. Se fosse una casa con un tetto quegli avvallamenti sarebbero le grondaie, e infatti è lì che scorrono i torrenti. E naturalmente è per di lì che scendono le slavine: la neve che si stacca e cade è come invitata a prendere quella strada. Dire che la base di un canalone non è a rischio di slavina è come dire che il letto di un fiume asciutto non è a rischio di alluvione, solo perché da tanti anni nessuno ha più visto l’acqua.

   In montagna ci sono valanghe che vengono giù puntuali tutti gli inverni, nello stesso canalone, dopo ogni nevicata. Lasciano scie visibili anche d’estate, piste in mezzo al bosco dove non fanno in tempo a crescere gli alberi. Altre valanghe cadono solo negli inverni più nevosi, e allora per qualche anno nei canaloni si trovano arbusti e alberelli, spesso piegati verso il basso.

   Altre ancora vengono giù ogni cinquanta o sessant’anni, magari. Non tempi geologici, tempi commensurabili alla vita umana. In quei cinquanta o sessant’anni, sulla scia della valanga, è cresciuto un giovane bosco, e sulle pietre trascinate giù si è accumulata terra ed è cresciuta l’erba, ma a guardar bene i segni si vedono sempre: quello è il canalone, quelli i detriti della valanga. È rarissimo, così raro che io non ne ho notizia nella mia montagna, che una valanga cada dove non è mai caduta prima. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo.

   Così come non ho mai sentito che una valanga colpisca delle antiche case. Sono sempre edifici moderni, costruiti dove una volta c’era poco o nulla. I montanari sceglievano i posti per le case e i villaggi con criteri molto precisi, che non avevano a che fare con la divinazione: piuttosto con la memoria e l’osservazione. Serviva l’acqua, serviva il sole, e serviva un posto al sicuro dalle valanghe. Lì si può costruire e lì no, per chi abita in montagna è un sapere che passa insieme alla lingua, ai nomi delle cose. Oppure si costruivano alpeggi per l’estate in luoghi poco sicuri d’inverno, si correva il rischio sapendo di andare via alla prima neve: il peggio che poteva capitare era trovare la stalla danneggiata o distrutta in primavera. Ma non moriva nessuno.

   Penso che i morti del Rigopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso, non attento e non saggio, di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa. (Paolo Cognetti)

– Paolo Cognetti, milanese, classe 1978, è uno scrittore con la montagna nel cuore. Come dimostra il suo ultimo romanzo Le otto montagne, uscito a fine 2016 per Einaudi, in via di traduzione in trenta paesi. Per la stessa casa editrice ha curato l’antologia New York Stories (2015). Tra i suoi libri precedenti New York è una finestra senza tende (Laterza, 2010) –

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campotosto-rigopiano

LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da "la Repubblica" del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C'È il secondo bacino più grande d'Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è 'L'EFFETTO VAJONT'». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l'ENEL, che gestisce l'infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (...) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) - Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d'Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d'Europa. Situato interamente in provincia dell'Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L'Aquila, a un'altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell'ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).
LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da “la Repubblica” del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C’È il secondo bacino più grande d’Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è ‘L’EFFETTO VAJONT’». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l’ENEL, che gestisce l’infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (…) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) – Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d’Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d’Europa. Situato interamente in provincia dell’Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L’Aquila, a un’altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell’ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).

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LA CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE

(da AINEVAAssociazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe – Vicolo dell’Adige, 18, 38122 Trento – Tel. 0461.230305 – http://www.aineva.it e-mail: aineva@aineva.it)

   Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la Carta di Localizzazione Probabile delle Valanghe (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane. La metodologia di realizzazione, elaborata in Francia negli anni ’70, è stata adottata anche in Italia dall’A.I.NE.VA., dove viene applicata ancora oggi. Essa si basa su 3 fasi sequenziali: la fotointerpretazione, l’inchiesta sul terreno e la restituzione cartografica.

   La fase di fotointerpretazione è finalizzata all’individuazione, su fotografie aeree estive, di tracce fisiche o geomorfologiche delle valanghe cadute (presenza di grossi blocchi, assenza di vegetazione arborea, natura del suolo, pendenza). La seconda fase fondamentale del lavoro, l’inchiesta sul terreno, consiste nel reperimento del maggior numero di informazioni sulle valanghe che si sono verificate nei siti in esame, anche nel passato. Tutte le informazioni raccolte vengono infine riportate sulla base topografica, avvalendosi di una simbologia standard che prevede il colore arancione per i dati desunti dalla fotointerpretazione, il colore viola per i dati derivanti dall’inchiesta sul terreno e il nero per le opere di protezione e gli impianti di risalita.

I PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE

Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i Piani delle Zone Esposte al Pericolo di Valanghe (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco); secondo alcune legislazioni è prevista anche una zona gialla, con caratteristiche particolari (zona raggiunta dal soffio della valanga, zone per le quali esistono solo informazioni relative a valanghe eccezionali).

  In ciascuna delle zone individuate, sono previste prescrizioni urbanistiche ben definite. (vedi il testo integrale sul tema “valanghe” su documenti, a cura dell’Associazione Interregionale Neve e Valanghe (AINEVA)

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EMERGENZA E PREVENZIONE

NON È COLPA DEL DESTINO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 18/1/2017

    «Oltre a ciò l’inverno fu rigidissimo e seguirono grande carestia, mortalità di uomini, pestilenza di animali…», scrive fra Jacopo Filippo Foresti del sisma pauroso del gennaio 1117. E ancora gelo e nevicate si accanirono sugli scampati al grappolo di terremoti del gennaio 1703 in Abruzzo. E poi su quelli del gennaio 1915 nella Marsica. La neve, scrisse il Corriere, «ha come voluto collaborare con il terremoto schiacciando tetti già indeboliti…». Non bastasse, calarono i lupi aggirandosi «con particolare insistenza intorno alle macerie».

   Solo questi racconti riemersi dal passato danno la dimensione epocale di quanto è successo e sta succedendo sul nostro Appennino. Strade bloccate, sfollati con il morale a pezzi e le lacrime gelate sulle guance, soccorsi nel caos, allarmi in un’area sempre più vasta, sfoghi di rabbia contro i ritardi, animali sgomenti che vagano nel nulla…

   Non ci sono più i lupi. Ma il senso d’impotenza e di un destino ineluttabile che prendeva alla gola i nostri antenati è rimasto intatto. È vero, bufere di neve così violente sono una fatalità. Lanciata una maledizione a Chione, la dea della neve, però, c’è tutto il resto. E lì tirare in ballo il Fato non ha senso.

   A Pieve Torina in provincia di Macerata la neve ha tirato giù una tensostruttura provvisoria adibita ad asilo. Non c’erano bambini, per fortuna. Ma prima di montarla per metterci la scuola d’infanzia si erano presi la briga di controllare, ad esempio in un saggio di Vincenzo Romeo di Meteomont, il Servizio nazionale di previsione neve e valanghe, le serie storiche dove si spiega che sull’Appennino centro-meridionale nevica, e tanto, per una media di 25 giorni e mezzo a inverno?

   Fino alle otto di sera sono state registrate, oltre alle quattro scosse di magnitudo 5 o superiore che hanno risvegliato i peggiori incubi, altre 257 botte più o meno violente superiori a 3. E migliaia di minori. E lì neppure, sull’immediato, è possibile far niente: la natura decide, la natura fa. Ma se non si può prevedere «quando» arriveranno nuovi terremoti, gli studi sul nostro passato e le strumentazioni di oggi sono però in grado di ipotizzare «dove» arriveranno.

   Il sismologo dell’Ingv Gianluca Valensise, per dire, aveva sottolineato due mesi fa: «A sud-est di Amatrice e fino all’Aquila c’è un bel pezzo di crosta terrestre che non ha rilasciato eventi significativi». Insomma, presto o tardi… Qualcuno, allora, avrà toccato ferro. Così come sono ancora troppi quelli che preferiscono evitare certi temi: «Hiiiii! Non portiamo iella». «Non ne possiamo più della cultura della “sfiga”. Basta. È indegna di noi. Della nostra intelligenza. Della nostra storia», è sbottato recentemente Renzo Piano, chiamato a coordinare il progetto Casa Italia, «La natura non è buona o cattiva: se ne infischia di noi. Inutile chiamarla in causa. I terremoti ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Ed è stupido fingere che non sia così».

   Parole sante. Che dovrebbero spingere un popolo serio a farsi carico del problema. Giorno dopo giorno. Per anni. Anche nei giorni di fiacca. Senza farsi distrarre via via dai guai di Virginia Raggi, dal voto referendario, dall’elezione di Trump… Tutte cose serie, per carità.

   Anche in Giappone seguono i fatti del giorno. Ma non perdono mai di vista il tema vitale: la fragilità davanti al rischio sismico. Esattamente due mesi fa c’è stato un terremoto di magnitudo 7,4. Titoli sui giornali: «Solo feriti leggeri». Grazie a decenni di prevenzione. Cosa sarebbe successo, da noi? Sull’emergenza siamo bravissimi.

   E anche stavolta, grazie agli sforzi e alla generosità della protezione civile, dei militari, dei volontari, stiamo dimostrando come il Paese sappia reagire. È il passo lungo che ci manca. E ci mancherà finché, ad ogni emergenza, ci assolveremo: «Mai successo prima!» Non è vero.

   Il grappolo di terremoti di tre secoli fa nella stessa area di oggi, come dimostra uno studio di Emanuela Guidoboni e lo stesso Valensise, cominciò nel settembre 1702 e si esaurì, dopo 23 scosse superiori a 6,5 gradi della scala Mercalli (di cui una dell’undicesimo grado!), solo a novembre del 1703. «In questo loco si sta in un inferno aperto sentendosi duecento e trecento volte tra giorno e notte botte come artiglierie», dice una lettera inviata dall’Aquila a Rieti, «e in appresso sono de terremoti grossissimi che ci fan arricciare li capelli». Meglio saperlo per sfidare il problema o meglio toccare il cornetto di corallo? (Gian Antonio Stella)

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20 gennaio 2017 da IL POST.IT

LA DIFFERENZA TRA SLAVINA E VALANGA

Sostanzialmente non c’è: si usano due parole per definire lo stesso fenomeno, ma per evitare confusione gli esperti consigliano di usare “valanga”. Negli ultimi giorni per raccontare la situazione all’Hotel Rigopiano, agenzie di stampa e giornali (compreso il Post) hanno utilizzato indistintamente i termini “slavina” e “valanga” per descrivere il distacco dal versante della montagna di una grande quantità di neve e di detriti che ha coperto l’albergo, nel quale si trovava una trentina di persone. I due termini sono sostanzialmente sinonimi e possono quindi essere utilizzati per descrivere la stessa cosa: una massa di neve (o ghiaccio) che d’improvviso si muove su un pendio, compromettendo la condizione di equilibrio nello strato nevoso fino a causare il distacco di grandi quantità di materiale, che inizia a viaggiare velocemente verso valle. Le cause del distacco possono essere numerose e diverse: naturali – per esempio dovute a un aumento della temperatura, a infiltrazioni d’acqua o a forti venti – oppure umane nel caso di passaggio di sciatori o veicoli in un punto meno stabile del manto nevoso.

Per evitare confusioni, l’Associazione Interregionale Neve e Valanghe (AINEVA) ha deciso e consiglia di utilizzare sempre “valanga” per descrivere il fenomeno, per lo meno nei suoi documenti tecnici e di divulgazione. L’AINEVA è una sorta di coordinamento tra le regioni e le province autonome dell’arco alpino: si occupa dello studio e della promozione della ricerca sulle valanghe, contribuendo anche alla formazione di chi si occupa di sicurezza in montagna.

Come fa notare la stessa AINEVA in uno dei suoi documenti, a “valanga” e “slavina” viene attribuito più o meno lo stesso significato

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LA SECONDA MARCINELLE D’ABRUZZO: IL DESTINO DELL’HOTEL DI RIGOPIANO

di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 22/1/2017

   L’hotel di Rigopiano non doveva essere lì, si dice con un’affermazione lapidaria dalla quale peraltro prenderà le mosse, ma con l’aggiunta di un punto interrogativo, l’inchie­sta della Procura della Repubblica di Pescara.

   Domanda legittima che ne omette molte altre e non si preoccupa di tratteggiare il contesto.

   Il resort di Roberto Del Rosso oltre che una bellissima struttura rinnovata con rilevanti investimenti nel 2007 («Roberto si era svenato» confessa l’avvocato Nazario Pagano, amico intimo di Del Rosso ed ex presidente dell’assemblea regionale abruzzese), rappresentava il tentativo di invertire la direzione di marcia di un territorio con un’economia al collasso.

   Le due grandi aziende di Penne sono la Brioni, passata nel 2011 al gruppo francese di Francois Pinault, e l’ospedale della comunità Vestina (il popolo osco­umbro del IV secolo avanti Cristo). Brioni era stata fondata nel 1945 a Roma da un sarto geniale di Penne, Nazareno Fonticoli, e per oltre mezzo secolo è stata la lepre della sartoria maschile italiana nel mondo. «Con il passaggio ai francesi gli occupati sono scesi a 1.200 addetti» dice l’assessore alle Attività produttive Gilberto Petrucci.

   Anche l’ospedale di Penne, la seconda azienda della cittadina, ha dimezzato gli organici nel piano generale di riduzione del debito sanitario della Regione. Il resto è un’economia agropastorale. Famoso tra gli appassionati il pecorino di Farindola e una serie di case vinicole co­me la Valentini di Loreto Aprutino, uno dei monumenti dell’enologia italiana.

   Gli abruzzesi di Penne lo raccontano con una certa ritrosia, ma qui come in altre parti dell’Appennino nel dopoguerra le fame si tagliava a fette. A Marcinelle, in Belgio, dei 136 minatori italiani seppelliti nella miniera del Bois du Cazier l’8 agosto 1956, 60 erano abruzzesi e oltre mezza dozzina di Farindola.

   Se questo è l’imprinting, non si può biasimare il tentativo di Del Rosso di trasformare il resort nell’attrattore turistico della zona. L’architetto muove i primi passi con l’agenzia Alta designer di Pescara. Il marchio della De Cecco con la contadina procace abruzzese stampigliata nelle confezioni di pasta, è opera di Del Rosso, che esponeva un quadro con il simbolo dei pastai di Fara San Martino in una delle sale più belle del suo resort.

   Non si contano le convention con la rete dei venditori della De Cecco organizzati a Rigopiano. Tutti sono felici di correre in questo luogo incantato e a pochi interessa sapere che nei lontani anni 50 alla confluenza di tre grandi canaloni c’era solo un casolare di montagna voluto da un brigadiere del Corpo Forestale.

   Poi a metà degli anni 60 Ermanno Del Rosso, lo zio di Roberto, se ne innamora ma il sindaco dell’epoca concede saggiamente l’uso del rifugio per attività ricettiva solo nei mesi estivi. La sorte non è mai stata benigna con Del Rosso: i lavori si concludono nel febbraio 2009, due mesi prima del terremoto distruttivo di magnitudo 6.3 che colpirà l’Aquila e una cinquantina di paesi della provin­cia seminando 309 morti.

   L’architetto pescarese si dispera: per anni nessuno vorrà visitare l’Abruzzo, dice ai suoi amici più fidati. Nel frattempo, sono gli amici del Consiglio regionale a organizzare incontri politici e convention con l’ex governatore Gianni Chiodi.

   La seconda mazzata arriva con l’inchiesta della Procura di Pescara. Ipotesi di reato: corruzione, abuso d’ufficio, falso, estorsione. Tutto origina dalla concessione da parte del Comune di un terreno dedicato al pascolo a Del Rosso in cambio di un canone annuale di 7mila euro. L’albergatore deve allargare l’area dei parcheggi. A favore si pronuncia la maggioranza del Consiglio comunale di Farindola (il cui nome antico è Farinola, la valle dei mulini). L’opposizione di qualche pastore e di un consigliere di minoranza genera un conflitto pesantissimo che sfocerà nella denuncia alla Procura.

   Alla guerra di carte bollate si sommano pure i cattivi presagi. Racconta Vittorio Ammazzalorso (le famiglie fondatrici del paese sono gli Ammazzalorso e i Dell’Orso) ex vigile urbano di Farindola: «Un vecchio pastore andava in giro per il paese vaticinando sventure per il rifugio di Rigopiano: sosteneva che a metà degli anni ’30, proprio dove sorge il resort, c’era stata una rovinosa slavina».

   Nessuno fece caso alla Cassandra. E nessuno intervenne a valutare il rischio di una struttura immersa in un luogo estremo e ad alto rischio sismico. Nel marzo 2015 l’hotel di Rigopiano rimane isolato quattro giorni per l’ennesima nevicata. Il sindaco di allora fu costretto a inviare un elicottero con un carico di gasolio per alimentare la caldaia.

   «Arrivare a Rigopiano era un’impresa anche in estate» racconta un albergatore di Loreto Aprutino. Una sola strada piena di tornanti e sconnessa. Pure questo moltiplicava il fascino del luogo. Dal Rosso assume ragazzi e ragazzi di Farindola e Penne: giovani brillanti come il receptionist Alessandro Ricetti, laurea in Lingue e master in Gestione alberghiera.

   Nel 2014 il mercato si rimette in moto e l’architetto pescarese pensa finalmente di aver svoltato. Un momento favorevole al quale si aggiunge la sentenza di assoluzione del reato di corruzione perché «il fatto non sussiste». Ormai per una suite a Rigopiano sgomitano star di fama internazionale: il regista Peppuccio Tornatore ci trascorre il capodanno appena passato. «Il resort era la nostra grande fabbrica» dice con rimpianto il neo sindaco Ilario Lacchetta.

   Il destino ci mette del suo: terremoto (come più volte in questa terra ballerina) e slavina (come a metà degli anni 30) agiscono con una sincronicità luciferina. E per l’Abruzzo è una seconda Marcinelle. (Mariano Maugeri)

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LA TRAGEDIA IN ABRUZZO

HOTEL RIGOPIANO, I RITARDI E LA MANCATA EVACUAZIONE

di Virginia Piccolillo da “Il Corriere della Sera” del 23/1/2017

– L’inchiesta sull’hotel: «È omicidio» – Gli accertamenti dei pm di Pescara: «Allerta per le slavine elevata già da tre o quattro giorni prima» –

   Prima la neve, poi la mail di allarme ignorata, ma ad attirare l’attenzione degli inquirenti è soprattutto quell’allerta slavina. L’inchiesta, lo ha ribadito il procuratore aggiunto di Pescara Cristina Tedeschini, procede per disastro e omicidio plurimo colposo. E si concentra sulle omissioni che, in un’indagine penale, equivalgono ad aver compiuto qualcosa contro la legge.

   Così, si ripercorrono tutte le responsabilità. Da quelle del passato: si parte da chi ha lasciato che si costruisse l’hotel in quel punto e chi, nelle amministrazioni successive, non ha messo in atto cautele per evitare ciò che poi è accaduto, via via fino agli ampliamenti, oggetto della vecchia indagine.

   E, questo è il nodo, chi ha ignorato l’emergenza dei giorni scorsi quando, a partire dal 14 gennaio il servizio Meteomont, innalzava il rischio valanghe sulla Majella fino a livello 4. E ha deciso di non evacuare il Rigopiano.

   È il punto più critico. Perché ai clienti del resort — «sequestrati» da un muro alto di neve sulla strada provinciale non spazzata, malgrado sia obbligo del gestore tenerla percorribile — non sarebbe accaduto nulla se non ci fosse stato quell’evento, certamente eccezionale e anomalo, ma previsto.

   Dunque bisogna ricostruire la catena delle responsabilità. Partendo dal sindaco che è la prima autorità di Protezione civile, cui spetta la prevenzione, e in casi di pericolo, valutare uno sgombero delle strutture a rischio. Arrivando fino al presidente della Provincia che deve invece garantire la viabilità. Il primo cittadino di Farindola ha parlato di un’assenza di comunicazioni dovuta al blackout dell’Enel, anche se il procuratore ha già chiarito: «Meteomont ha sempre funzionato».

   Poi ci sono vari livelli con competenze frammentate, un puzzle che i carabinieri forestali stanno ricomponendo mentre ascoltano i testimoni e i sopravvissuti e acquisiscono documenti. Sono stati recuperati anche i telefonini e, se sarà possibile, da lì si tireranno fuori le immagini che documentano le ultime fasi del disastro.

   I magistrati valutano la mail mandata dal direttore dell’albergo Bruno Di Tommaso per sollecitare la riapertura della strada e le richieste di aiuto. Anche se Tedeschini ridimensiona: il risultato non sarebbe cambiato molto perché «al massimo balla un’ora». Del resto, oltre allo scetticismo della prefettura sul pericolo denunciato c’era stato quello dello stesso direttore dell’albergo che, sulle prime, come aveva dichiarato al Corriere, aveva stentato a credere che l’hotel fosse crollato e aveva pensato a «un attacco di panico» di qualche cliente. La pm parla di «interferenze e comunicazioni non efficaci», ma, dice, «non tutte rilevanti». Anche per ribadire come l’attenzione sia puntata soprattutto sulla mancata evacuazione. (Virginia Piccolillo)

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VIVERE LA MONTAGNA SIGNIFICA RISPETTARLA

di Mauro Corona, da “La Stampa” del 22/1/2017

   Rispettare la montagna è rispettare noi stessi. Vuol dire porci in salvo dai brontolii e dagli sbadigli che hanno la forza di spazzarci via. Se – come ho sentito dagli esperti – i terremoti sono imprevedibili, le valanghe te lo dicono dove scendono, in percorsi infilati da millenni. Ma quando imparerà l’uomo? L’errore che facciamo è credere che possiamo costruire perché lì da cento anni non viene giù niente. E ripetiamo all’infinito quell’errore, come costruire una casetta vicino a una riva d’un fiume o di un torrente perché lì è chissà da quando che non c’è un alluvione, un’esondazione.

   C’è una montagna ripida, una valle che convoglia la neve e allo sbocco tu vai a costruire sperando che non venga giù. Incauta ingenuità. E vale per i corsi d’acqua, per qualsiasi evento della natura. Bisogna rassegnarsi, andarsene, non abitare più in quei luoghi. La valanga non si dice che lì non può più scendere. Diceva il poeta Fernando Pessoa: «La natura non si ricorda, perciò è bella». E il vescovo Berkeley: «La mela da sola non si può gustare». E noi siamo il palato che gusta la montagna. Vive senza di noi. Quando vivere la montagna diventa sfruttamento, anche per lucro, l’uomo la intralcia e qualcosa succede. Non è questione di vendetta, la montagna non la conosce, ma di ostacolo dell’uomo. La natura si sbarazza degli ostacoli senza bisogno di coscienza, se gli togli qualcosa accade una reazione.

   Ho visto e sentito due cose che fanno male. Tirare a sorte le case per i terremotati e le linee elettriche che crollano sotto il peso della neve o colpite dagli alberi. Sappiamo che il terremoto torna? Certo che sì. Lo sappiamo da sempre. E allora perché non fare casette di legno adesso per il prossimo? Mille, duemila. Le mettiamo nei cellophane e poi le stocchiamo in un magazzino. All’occorrenza sono già pronte. Tirare a sorte? Cos’è, la differenza dei diritti? Soltanto qui succede. E i tralicci che cadono? Ma come, non cadono i grattacieli in Giappone con terremoti devastanti e cadono i tralicci? Sono posati sulla mota, sull’argilla? E com’è possibile che le linee elettriche possano essere colpite da alberi abbattuti da vento o neve? Occorre tenere puliti i percorsi.

   La natura è anche violenta. Noi abbiamo coscienza, dovremmo avere memoria. E allora usiamole per prevenire. L’uomo è precipitato in un nichilismo che non concede futuro: è il «chi se ne frega, morto io, morti tutti».

   Anche qui al mio paese, a Erto, hanno costruito su in alto, dove un tempo arrivava la valanga del Calderon. Si baciava con quella della montagna di fronte. Adesso non viene più da tempo. E’ stata dimenticata. E sono andati a costruire dov’era arrivata. Quando quell’antica valanga tornerà, spazzerà tutto e noi ci interrogheremo sui perché, faremo indagini. Chi decide che non torna più? Nei paese di montagna tutto dev’essere pronto, dagli spazzaneve agli uomini.

   E lì in Abruzzo come mai hanno cominciato spazzare la neve quando ce n’era un metro? Bisogna farlo man mano, non aspettare. Per evitare questa malattia, bisogna conoscere. Sono anni che predico non ascoltato di mandare nelle scuole le guide alpine, i boscaioli, la gente che conosce la montagna. La valanga non si affida alle statistiche, ha una sola strada. Saperlo è rispettare la natura e questo ci salverà. (Mauro Corona)

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IL SISMA E I TABÙ SPEZZATI

di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 25/1/2017

   Tanto tremò la terra che piovve. La sequenza di terremoti che ha investito l’Appennino centrale non ha precedenti nella storia recente d’Italia. Chi ha vissuto la lunga serie di eventi innescati dal si­sma di Amatrice del 24 agosto, ha assistito a uno sforzo collettivo che si potrebbe sintetizzare con l’ottimismo dell’abnegazione e il pessimismo dell’intelligenza.

   Era ovvio che così com’è stata impostata dopo la leadership di Guido Bertolaso la Protezione civile avrebbe sofferto i vincoli e i paletti che ne hanno rallentato l’operatività e la capacità di spesa. Con l’appesantimento di una diarchia al vertice, il commissario alla ricostruzione Vasco Errani, e l’estenuante trattativa “su chi fa cosa” con Regioni, Comuni e Protezione civile locale.

   Le ragioni di questa virata sono note: questioni di ordine finanziario prima di tutto, dopo gli esborsi faraonici della gestione Bertolaso/Berlusconi, con il doppio controllo dell’Anac di Raffaele Cantone e della Consip, nella quale sono state accentrate le gare d’appalto.

   Risultato: trasparenza amministrativa (almeno ce lo auguriamo) e tempi biblici. Può alla vigilia dell’inver­no appenninico un’organizzazione come la Protezione civile sostenere che i tempi di attesa per le casette di legno oscillano tra i sei e i sette mesi? (se tutto andrà bene). No, non può.

   E non sarebbe neppure elegante cavarsela con il Cas, Contributo di autonomo sistemazione, quando di mezzo ci sono agricoltori e allevatori di pecore, bovini, cavalli e un numero altissimo di anziani.

   Il vizio originario di questa scelta ha dispiegato i suoi effetti nefasti man mano che i terremoti si moltiplicavano; una serie conclusa con le quattro scosse disastrose a metà strada tra Amatrice e l’Aquila, giusto per ricordare che i terremoti non finiscono mai.

   Doveva muoversi la faglia di Campotosto, quella che passa a poche centinaia di metri dall’immensa diga del Rio Fucino, perché alla presidenza del Consiglio si accendesse la lampadina. A otto anni dal terremoto dell’Aquila e dell’esibizione di potenza di Guido Bertolaso è caduto il primo tabù. Concentrare più poteri alla Protezione civile non è un male in sé, tutto dipende da come vengono regolati e usati.

   Il secondo tabù che cade è quello del lago artificiale di Campotosto – il secondo più grande d’Europa – e delle tre dighe che alimenta. Da mesi cerchiamo una valutazione terza sullo stato di salute dell’invaso di calcestruzzo, sottoposto dal lontano 1939 a una serie infinite di scosse telluriche. Eucentre, che era intervenuta nel 2009, non è più stata coinvolta in studi e valutazioni.

   Ebbene, abbiamo assistito a difese d’ufficio formulate da tecnici di alto livello ma con un vizio d’origine: essere di parte. Pure il ministero per bocca di un alto dirigente dell’Ufficio dighe, si è mosso con l’ermeticità di un militare: «Senza autorizzazione non parliamo». L’autorizzazione non è mai arrivata, ma la verità si è fatta largo piano piano, con la replica delle misure del 2009, dopo il sisma dell’Aquila, cioè lo svuotamento dell’invaso fino al 40% della sua capacità.

   L’intervento a gamba tesa della Commissione Grandi Rischi del 22 gennaio («po­trebbe essere un nuovo Vajont», poi parzialmente rettificata) che seguiva a un articolo sul Sole 24 Ore.com del 18 gennaio («Nella faglia di Campotosto, al capezzale della diga»), ha avuto il merito di rompere un silenzio assordante: tenere alta la guardia sulle dighe, ha detto esplicitamente il ministro Graziano Delrio.

   Lasciando cadere lì un’affermazione («non ci sono criticità rilevanti») che qualche preoccupazione, a saper leggere tra le righe, la suscita.

   Terzo e ultimo tabù frantumato, la lite attraverso uno scambio di missive tra il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio. A innescare lo scontro sempre le dichiarazioni di Sergio Bertolucci («Non si possono escludere scosse fino al settimo grado tra L’Aquila e Montereale»).

   Il tema è sempre il solito: chi fa cosa. Cialente ha chiesto immediatamente l’intervento della Protezione civile, Curcio gli ha risposto con l’elenco dei compiti da fare a casa: caro sindaco, aggiorna il piano di emergenza comunale, valuta la vulnerabilità delle strutture pubbliche, organizza una corretta e puntuale informazione ai cittadini. E se avessi bisogno di aiuto, rivolgiti alla tua Regione e alla Protezione civile locale.

   Esplicito il messaggio. Anche se Curcio ha omesso di ricordare, a differenza di quanto fece il suo predecessore Franco Gabrielli, che dal 2009 l’Aquila non ha mai organizzato una esercitazione per simulare il comportamento della popolazione in caso di sisma. Duelli in punta di penna tanti, azioni concrete poche. Anche questa è l’Italia dei tabù spezzati e dell’emergenza continua. (Mariano Maugeri)

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LA MONTAGNA DEL RIGOPIANO ERA GIÀ FRANATA

– Nel catasto storico delle valanghe, la rivelazione. Nuovo capitolo per la tragedia dell’albergo –

da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017

   Un vero e proprio database che mette in rete fonti di archivio, dati ufficiali e testimonianze dirette per avere una mappatura specifica di questi fenomeni sul territorio

   C’era già stata una slavina lungo la montagna dell’hotel Rigopiano, triste protagonista in questi giorni della sua drammatica sepoltura sotto una coltre di neve e detriti, costata la vita a 29 persone. C’era stata una valanga su un versante attiguo, lungo quella stessa valle, a poca distanza, dentro lo stesso quadro morfologico. Lo rivela il CATASTO DELLE VALANGHE DELL’ABRUZZO, un vero e proprio database che mette in rete fonti di archivio, dati ufficiali e testimonianze dirette per avere una mappatura specifica di questi fenomeni sul territorio.

La carta parziale

Il catasto delle valanghe è uno strumento attendibile e molto utilizzato; viene usato anche dalla CARTA DI LOCALIZZAZIONE DEL PERICOLO VALANGHE, atto ufficiale della Regione, necessario in occasione del rilascio di autorizzazioni, di approvazione di piani edilizi e di interventi da parte degli enti locali. Quest’ultimo strumento, però, è meno preciso: riguarda solo una porzione di territorio e non la zona dell’albergo che si è sfarinato sotto la slavina.

Ottocento valanghe in 27 anni

Nel catasto, invece, sono presenti – come riferisce Repubblica – oltre ottocento eventi, tutti accaduti negli ultimi 27 anni. Ottocento frane di piccole e grandi dimensioni, quasi sempre come conseguenza di eventi meteorologici importanti. Molto interessato da slavine è il massiccio del Gran Sasso, ma eventi di questo tipo si ripetono anche sulla Maiella e sui monti della Laga. I tre chilometri del massiccio montagnoso del Rigopiano hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell’area dove sorge l’hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo.

Una conferma da altre mappe

A dare man forte a questa lettura, c’è anche la MAPPA GEOMORFOLOGICA DEI BACINI IDROGRAFICI DELLA REGIONE ABRUZZO che, come riportato dall’Ansa, segnala addirittura che l’albergo stesso sarebbe stato costruito su vecchie colate di detriti, probabilmente conseguenza di antiche slavine non documentate. A sostenerlo sono gli esperti del Forum H2O Abruzzo, secondo i quali il resort sarebbe sorto su mucchi di resti della montagna, staccatisi dal frontone principale e accumulatisi a valle.

Movimento di detriti

La mappa di cui parla il Forum è la 350 Ovest ed è pubblicata sul sito della Regione. E’ uno strumento tecnico, che può essere compreso nei dettagli solo da chi pratica quel linguaggio. Ma secondo il Forum, si vedono nettamente i segni grafici verdi a forma di cono. “Questi – dicono gli esperti – rappresentano il movimento di flussi di materiale che nel tempo si è accumulato alla base del canalone. Un’area rialzata formata proprio dai detriti arrivati a monte dell’albergo”.

Un rischio

L’accusa è precisa. “Stare lì – dicono dal Forum – è come stare proprio lungo la canna di un fucile che poi è stato caricato e ha sparato”. Un rischio prevedibile, quindi, e nulla conta che prima ci fosse un’altra struttura più piccola. “Non vuol dire granché – spiega all’Ansa, Augusto De Sanctis, del Forum – perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi possono essere più lunghi di qualche decina di anni. Un po’ come avviene per le piene dei fiumi, ci sono gli eventi che mediamente avvengono ogni 50 anni, quelli più importanti che avvengono ogni 100 anni e poi quelli estremi che possono avvenire ogni 500 anni e che raggiungono aree inusitate”.

L’importanza delle mappe

Le mappature, del resto, servono proprio a questo. Tenere conto degli eventi sapendo che questi si possono tornare a verificare, essendo collegati a condizioni morfologiche. “I geologi identificano le aree di rischio – continua De Santis – non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto su alcune caratteristiche specifiche del terreno a cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. E lì questi segnali dovevano essere evidentissimi, come spiegano queste mappe ufficiali”.

Burocrazia e responsabilità

Il punto rimane, secondo il Forum, una burocrazia lenta e non sempre logica, che ha tardato nell’elaborazione di una mappa precisa del rischio, tardando anche a intervenire laddove si poteva dichiarare l’inedificabilità in certe aree oppure il divieto di utilizzo delle strutture esistenti in determinati periodi dell’anno o con specifiche condizioni climatiche. “Comunque – continua l’esponente del Forum – nel percorso di ristrutturazione dell’hotel si doveva evidenziare il contesto di rischio e agire di conseguenza”. Un rilievo tecnico che di sicuro sarà oggetto di approfondimento, non appena si aprirà il capitolo dell’accertamento delle responsabilità, che si annuncia lungo e complesso. (24/1/2017)

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QUELLE MANCATE CONVOCAZIONI ALLA “GRANDI RISCHI”

di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 27/1/2017

   «Sergio, ma cosa ti è saltato in mente?». Il Sergio in questione di cognome fa Bertolucci ed è il presidente della Commissione Grandi rischi, fisico delle particelle, scienziato di fama mondiale ed ex direttore del Cern di Ginevra. A tirargli le orecchie sarà Franco Siccardi, coordinatore dal 2001 della sezione rischi meteo-idrologico, idraulico e di frana della Cgr, un’invenzione del mentore della Protezione civile italiana, Giuseppe Zamberletti, a tutt’oggi presidente onorario della Grandi rischi.

   Un consesso di esperti commissariato nel 2009 da Guido Bertolaso: non si fidava dei professoroni che lo componevano e prima del terremoto dell’Aquila lo fece presiedere dal suo vice, Bernardo de Bernardinis, condannato da un tribunale della Repubblica per le sue dichiarazioni rassicuranti.

   Siccardi è un savonese di 74 anni senza peli sulla lingua. Da anni presiede la Fondazione Cima di Savona, un’autorità nel campo della mitigazione del rischio idrogeologico e idraulico. Del suo corregionale (Bertolucci è nato a La Spezia, anche se ha vissuto molti anni a Ginevra e in giro per il mondo) non ha nessun timore reverenziale. Spiega: «Essere presidenti non significa sapere tutto. Sergio non è stato prudente su un punto, anche se poi ha parzialmente ritrattato. Ma ricordo che nel comunicato ufficiale non c’erano riferimenti al Vajont, una tragedia priva di connessioni con il lago artificiale di Campotosto». Siccardi sa di cosa parla, nel luglio del 1987 fu per sei mesi il massimo esperto al capezzale della frana in Alta Valtellina («uno stress pazzesco, impossibile reggere responsabilità simili per più di qualche anno», confessa), 53 morti e danni per 4mila miliardi di vecchie lire.

   Sergio Bertolucci non ha potuto ascoltare le valutazioni di un esperto come Siccardi perché alla riunione del 20 gennaio, due giorni dopo il terremoto di Montereale, a pochi chilometri da Campotosto, e nel pieno della tragedia di Rigopiano, era presente soltanto Domenico Giardini, il sismologo con cattedra a Zurigo che fu per soli cinque mesi a capo dell’Ingv dopo la presidenza trentennale di Enzo Boschi.

   Siccardi su questa mancata convocazione non polemizza: «La riunione è stata voluta dal capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, e gli interrogativi erano tutti centrati sull’andamento della sequenza sismica. E poi tra le singole sezioni della Cgr non c’è grande sintonia». Di mezzo c’erano però correlazioni evidenti con due eventi di natura idraulica e franosa: il comportamento non proprio marginale delle tre dighe di Campotosto, Rio Fucino in primis, e poi la questione inedita di una slavina che si stacca dal costone di una montagna a causa di un terremoto e intrappola 40 persone, «cose che succedono solo sull’Himalaya», ammette lo stesso professore.

   La Cgr di solito si riunisce una mezza dozzina di volte all’anno, a meno di cataclismi, eruzioni o terremoti, fenomeni piuttosto frequenti sul suolo patrio. Siccardi fa notare un’altra singolarità dell’ultima riunione, risolta in un faccia a faccia tra due esperti italiani con lunghi anni trascorsi in Svizzera: Bertolucci al Cern di Ginevra, Giardini a Zurigo, dove insegna ed è stato direttore del Servizio sismico elvetico. Scandisce il presidente della Fondazione Cima: «Preferiscono reclutarli in altri Paesi per evitare commistioni con le faide accademiche italiane».

   Altra stranezza è che al vertice, dopo Franco Barberi, siano stati nominati due fisici delle particelle (il primo fu Luciano Maiani, ex direttore pure lui del Cern dopo Carlo Rubbia e poi capo del Cnr), poca o nessuna dimestichezza con I TRE GRANDI RISCHI CHE INCOMBONO SUL PAESE: SISMOLOGICO, IDROGEOLOGICO E VULCANICO. Forse è per questo che le riunioni d’emergenza sono convocate su chiamata della Protezione civile. Possibile che un presidente di una commissione interdisciplinare denominata Grandi rischi non senta la necessità di allertare tutti gli esperti a sua disposizione dopo il quarto terremoto in sei mesi? E di riunirsi in modo permanente per tirare le somme di tutti gli esperti al lavoro?

Per saperne di più bisognerebbe bussare a Palazzo Chigi, la sede della Presidenza del Consiglio, dalla quale dipendono la Commissione grandi rischi e la Protezione civile. Nomine politiche sulle quali il governo mantiene un controllo assoluto.

   La morale? Meglio fisici delle particelle a mezzo servizio con cursus honorum internazionali che sismologi o vulcanologi italiani a tempo pieno. Un modo sicuramente originale di affrontare le catastrofi. (Mariano Maugeri)

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L’INCHIESTA SUL RIGOPIANO

da “la Repubblica” del 26/1/2017

   Prosegue l’inchiesta aperta contro ignoti dalla Procura di Pescara sulla tragedia dell’hotel Rigopiano di Farindola.

   Intanto spuntano immagini che documenterebbero valanghe avvenute in epoca recente. Quattro foto che il Forum H2O (che già aveva parlato di colate e accumuli di detriti preesistenti compresi quelli da valanghe sui quali era stato costruito il resort), ha allegato all’esposto inviato alla Procura di Pescara e che potrebbero fornire ulteriori spunti investigativi.

   “Nell’esposto oltre ad un’approfondita analisi delle procedure che nel 2007 hanno portato all’ampliamento della struttura – dicono gli ambientalisti del Forum H2O – abbiamo allegato anche alcune foto aeree disponibili online dell’Istituto Geografico Militare: quelle del 1945, del 1954, del 1975 e del 1985. Nella prima abbiamo notato nel canalone a monte dell’area dove sorgeva il Rigopiano un’evidente e vasta zona denudata dalla vegetazione, priva di alberi, che interessa una parte del versante e il fondo del vallone. Quest’area con il passare dei decenni è stata progressivamente ricolonizzata dal bosco che alla fine è tornato a ricoprirla. Ci pareva un ulteriore elemento di interesse e abbiamo chiesto quindi alla Procura di valutare se approfondire attraverso analisi di fotointepretazione queste immagini al fine di risalire all’evento che portò alla scomparsa degli alberi. Tra l’altro – conclude il Forum – proprio in questi giorni eminenti geologi hanno osservato in foto aeree ancora più recenti la persistenza di alcune differenze, ad esempio di altezza e densità dei tronchi, nel vallone rispetto alle aree limitrofe. Hanno anche segnalato un importante evento valanghivo nel 1936”

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IL RESORT COSTRUITO SUI DETRITI DELLA VALANGA DEL 1936 

– E SCATTA UNA NUOVA INDAGINE  SUI LAVORI DI AMPLIAMENTO –

di Marco Imarisio, da “il Corriere della Sera” del 26/1/2017

Pescara – Carta canta. Per almeno due volte. Nel 1991 la Regione Abruzzo decide di dotarsi di una mappa che segnala eventuali criticità sul proprio territorio. Si tratta di un debutto, reso necessario dalle alluvioni e dallo sciame sismico del biennio precedente.

   La carta ufficiale mostra come l’hotel Rigopiano sia al centro di un’area con colate detritiche, dette conoidi. A farla breve, un lembo di terreno rialzato rispetto alla superficie intorno per via dell’accumulo di materiale caduto dall’alto.

   Nel dicembre del 2007 quel documento diventa una specie di Vangelo ambientale, perché viene adottato tale e quale com’era dalla Giunta che sulla base delle sue segnalazioni approva il nuovo Piano di assetto idrogeologico.

   Con il senno di poi si può fare di tutto, ma è vero che quelli riportati sopra non sono giudizi, ma semplici dati rilevati dai documenti ufficiali presenti sul sito della Regione. Sono stati resi pubblici dal Forum H2O, filiazione diretta dei comitati per l’acqua pubblica. Attivisti, ingegneri e operatori ambientali militanti. I due puntini rossi che indicano il Rigopiano, ponendolo all’interno di una zona che gli esperti della Regione hanno considerato a elevato rischio di «anche precipitazione ambientale» sono il punto di partenza che ha portato la Procura di Pescara ad acquisire la loro denuncia.

   «L’elemento conoscitivo non è stato trasformato in un vincolo che avrebbe obbligato a non costruire o a farlo seguendo direttive che avrebbero fatto impennare i costi». Da qui in poi ogni elemento diventa opinione, quindi confutabile. Come quella di Augusto De Sanctis, presidente del Forum, convinto che non sia stata sciatteria, ma una pura questione di soldi. L’hotel Rigopiano era una struttura preesistente, in una zona dove nel 1936 si era verificata una valanga di portata paragonabile a quella che mercoledì scorso ha fatto strage.

   A quel tempo, nella valle sorgeva solo un rifugio. Secondo il Forum H2O questo non è importante, perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi sono molto lunghi. Come per le piene dei fiumi, possono avere una ciclicità plurisecolare, raggiungendo aree che ai non addetti ai lavori sembravano tranquille. «È per questo» aggiunge De Sanctis «che esistono le carte del rischio, basate sugli eventi già noti ma soprattutto sulle caratteristiche specifiche del terreno in questione».

   L’accusa esplicita è questa: l’ultima ristrutturazione, avvenuta tra il 2007 e il 2008, «ha ampliato le capacità ricettive della struttura e quindi il rischio intrinseco», quando invece c’erano tutti gli elementi per accorgersi dei problemi. Almeno una parte di colpa nel disastro sarebbe quindi da attribuire a quegli ultimi lavori, autorizzati da una delibera del comune di Farindola il 30 settembre 2008 che divenne oggetto di una inchiesta e di un processo per corruzione e abuso di ufficio, chiusi nell’aprile del 2016 con l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» di tutti gli imputati. Sindaco, assessore e consiglieri comunali.

   I reati erano prescritti da tempo. «Ma la completezza dell’istruttoria impone il vaglio delle risultanze dibattimentali» scrissero i giudici nelle motivazioni della sentenza. La Del Rosso srl, titolare dell’hotel, aveva preso possesso di alcuni terreni limitrofi dei quali era proprietario il Comune, e li aveva utilizzati per espandere la ristrutturazione in corso. I magistrati ipotizzarono uno scambio di denaro in cambio della sanatoria, che si rivelò inesistente.

   La valutazione dei giudici su quei lavori differisce non poco da quelle di Forum H2O. «Non soltanto non emerge alcun profilo di illegittimità nella delibera adottata, ma non può ravvisarsi neppure un esercizio dei pubblici poteri non improntato a imparzialità e buon andamento. Infatti, l’occupazione abusiva, che riguardava una porzione di terreno piuttosto esigua (1.700 metri quadrati), tenuto conto della collocazione geografica, un’area di montagna totalmente disabitata e destinata a pascolo, fu sanata e stabilito per la sua occupazione un canone ritenuto congruo».

   Non è un precedente da poco. Le ultime modifiche del Rigopiano hanno superato indenni il verdetto dell’aula. Quelle meno recenti risalgono alla notte dei tempi. La nuova inchiesta della Procura su come e perché l’hotel Rigopiano sia stato costruito in un’area dove sono presenti colate di detriti, rischia di avere un valore esclusivamente storico. (Marco Imarisio)

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UN RACCONTO

RIGOPIANO, MAURO CORONA: GUAI A CHI SFIDA LA NATURA

Il racconto per Quotidiano Nazionale

“VALANGA! E UN RUGGITO SFIORÒ LE CASE”

di MAURO CORONA (24/1/2017)

   CAPITÒ d’inverno e non poteva essere che così. Era gennaio, verso il 15. Nevicò per cinque giorni e cinque notti, tutto fu sepolto. Appena appena si vedeva il fumo dei camini uscire a stento dai tetti. Lentamente, come se forare il muro bianco durasse un’immane fatica. La pressione lo disperdeva, usciva orizzontale. Il tepore del fumo cercava di farsi spazio nello stesso manto di neve. Un po’ alla volta, come un minatore che emerge dal cunicolo a respirare. Tre secoli prima, quando nevicò cinque giorni e cinque notti, tutto stava sepolto sotto il silenzio e la paura. Dopo trecento anni la cosa si ripeteva.

   Gli uomini intuirono pericolo e si domandarono: «Il paese sarà al sicuro?». Non si udiva alcun rumore, nemmeno il «pit» di un ciuffolotto, né il verso della martora o l’abbaio del capriolo. Pareva che lassù, allo sbocco della valle, non ci fosse più vita. Gli uomini vennero presi dai dubbi. «Se si stacca la valanga stavolta potrebbe arrivare alle case».

   «No», disse uno, «il paese sta più avanti allo sfogo delle valanghe».

   «Speriamo», aggiunse un altro. E ancora: «I nostri antenati costruivano le abitazioni fuori tiro da ogni pericolo. Solo il vento poteva fare danni. Quello arriva ovunque. O carezza o raspa o strappa via i tetti».

   A MEZZOGIORNO sentirono qualcosa. Il cielo vomitò una specie di ruggito, la montagna tremò. sussultò, come si fosse spaccata in due. E in un certo modo era così.

   Dopo tutta quella neve la montagna era diventata doppia: quella sotto, di roccia, boschi e pendii. Quella che la copriva, fatta di neve. Alta da perderci la vista a cercarne la fine.

   Fu il silenzio a muoversi per primo. La montagna si aprì come un sacco di farina tagliato dal rasoio e si versò sul paese. Era partita la valanga.

   Rotolò veloce. Scivolò da un punto lassù, molto alto e ripido. Le valanghe che raspano i pendii partono sempre dall’alto e dal ripido e si incanalano nei valloni. Hanno una loro strada, un percorso che seguono da millenni, preciso e perfetto. La gente non ci badò. Era abituata ai bramiti improvvisi delle valanghe che rimbombavano nelle valli e nelle orecchie ad ogni nevicata.

   Udirono nitida la crepa di suono che tagliò il cielo da una parte all’altra. Ma non si allertarono. Sapevano che le lingue bianche dal vertice dei monti correvano giù a leccare i dintorni del paese, senza baciarlo. Si fermavano prima, appena sopra. Presidiavano lo sbocco della valle, dove sul fondo, a debita distanza, pulsava il cuore antico del villaggio.

   A fine corsa le valanghe lo circondavano come le dita aperte di una mano, senza fargli male. Non stringevano il pugno a stritolare. Mai si erano scagliate sul paese le valanghe delle montagne intorno. Le più grosse allargavano le braccia per sradicare e trascinare in fondo alberi di ogni tipo.

   A primavera uomini e donne s’affrettavano a raccoglierli. Era legna buona. Anche quella volta fu così. Dopo il boato gli abitanti uscirono all’aperto per guardare la locomotiva bianca che stava arrivando.

SPUNTÒ prima il muso, un ghigno deformato dalla corsa, alto dieci metri e con la bocca aperta. La massa in movimento raspò i terreni congelati, che usciorono dal fondo nudi e lucenti, come quando di notte li illumina la luna.

   Il paese ondeggiava spintonato dal vento bianco della slavina. Le persone osservavano attonite, respiravano a stento, la polvere di neve entrava loro nelle narici. La valanga seguitava a rombare.

   Finalmente, dopo un tempo che non si può definire, passò l’ultimo vagone di quel treno bianco. Era pieno di alberi spaccati, zolle sporche e rocce frantumate. Il grande tuono finì. Dalla vetta del monte calò un silenzio che si poteva vedere. Anche nei volti delle persone lo si notava. Il canalone appariva disossato e lustro, bianco e nudo.

   In alto e in basso tutto era rotto, spaccato, sradicato, divelto, cavato via e sminuzzato. La polvere, dopo aver mulinato nell’aria, cominciò a scendere. Si depositava sul paese e sulle ciglia degli abitanti usciti a vedere. Nessuno si disperò, alterò la voce o lamentò qualcosa.

   NEI LORO CUORI non esisteva il lamento. Sapevano che la montagna scarica le valanghe quando non ne può più. Molti secoli prima, i loro avi impiantarono il paese come una scheggia di roccia ficcata in una radura. Ma ebbero accortezza e genio di porlo distante dallo sbocco della valle, e un po’ a sinistra.

Si tramandavano di nonno in figlio la memoria del percorso di ogni valanga e di ogni inverno. E costruirono un paese sicuro. Così era diventato quel villaggio: un luogo sicuro.

   Dopo trecento anni, o tre secoli, se vogliamo dire, era ancora un paese sicuro. La gente si pulì la polvere di neve dagli occhi e dalle spalle, e rientrò nelle case. Senza alcun commento. Sapevano che, una volta di più, i loro avi avevano agito bene. Senza forzare la natura. (MAURO CORONA)

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