il MEDITERRANEO tra Fernand Braudel e PREDRAG MATVEJEVIC – In ricordo di MATVEJEVIC, venuto a mancare il 2 febbraio scorso, grande descrittore del MEDITERRANEO – Il Mare nostrum al centro della geopolitica mondiale – Che significato dare all’ACCORDO ITALIANO CON LA LIBIA per fermare i migranti?

PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all'attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all'Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell'altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un'Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)
PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all’attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all’Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell’altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un’Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)

È MORTO LO SCRITTORE PREDRAG MATVEJEVIĆ

3/2/2017, da www.ilpost.it/

– È stato uno dei più importanti autori balcanici, candidato al Nobel per la letteratura e famoso per “Breviario Mediterraneo” –

   È morto il 2 febbraio scorso a Zagabria lo scrittore Predrag Matvejević, aveva 84 anni. La sua fama è legata soprattutto a Breviario mediterraneo, un libro scritto nel 1987 e in seguito tradotto in tutto il mondo, che ha raccontato la storia e la geografia del Mediterraneo molti anni prima che ritornasse uno dei centri delle tensioni del mondo.

   Breviario Mediterraneo non è organizzato cronologicamente o geograficamente, insegue temi trasversali e concretissimi, raccontando storie avvenute in tempi ed epoche diverse, come una specie di enciclopedia esplosa del mare e delle terre che lo circondano.

   Non è un saggio antropologico, geografico o storico, ma è pieno di notizie antropologiche, geografiche e storiche, usa una lingua semplice ma con aperture poetiche che può ricordare quella del grande storico francese FERNAND BRAUDEL.

   Matvejević ricostruisce, per esempio, il rapporto tra navigazione diffusa e cartografia, racconta che nelle galere musulmane gli schiavi erano nutriti di carrube in modo da fare la cacca dura e non sporcare le navi, elenca le innumerevoli isole del Mediterraneo che furono trasformate in prigioni, o spiega come cucinare il brodo di sassi, un brodo fatto mettendo a bollire i sassi del mare ricoperti di alghe e minuscole conchiglie, la cui ricetta, creata dalla fame, si ritrova ovunque lungo le coste, tra popolazioni lontane.

   Breviario Mediterraneo è una specie di miniera, o di brodo appunto, in cui fatti lontani e diversi stanno fianco a fianco, come se la storia non fosse mai passata. Tradotto in Italia nel 1991 da Garzanti, il libro divento famoso anche grazie a Claudio Magris, che si ispirò esplicitamente a Matvejević per il suo libro più famoso, Danubio.

   Predrag Matvejević era nato nel 1932 a Mostar, nell’ex Jugoslavia, oggi in Bosnia Erzegovina. Sua madre era croata, il padre russo di Odessa. Insegnò letteratura all’Università di Zagabria da dove nel 1991 emigrò a Parigi per insegnare alla Sorbona, e poi alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007. Dopo il successo di Breviario mediterraneo, ricevette parecchie cariche e riconoscimenti: per esempio fu nominato consulente della Commissione europea per il Mediterraneo sotto la presidenza di Romano Prodi, ricevette la Legion d’onore in Francia e la cittadinanza onoraria in Italia ed è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura.

Nel 2005 in Croazia fu processato e condannato a cinque mesi per calunnia, per avere accusato pubblicamente altri scrittori di avere fomentato e favorito la guerra nell’ex Jugoslavia. Matvejević rinunciò all’appello per non riconoscere l’autorità del tribunale.

   Il suo ultimo libro, Pane nostro, è stato pubblicato nel 2010, sempre dall’editore Garzanti.

breviario

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Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D'INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l'Italia s'impegna a fornire "supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all'immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera" libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI
Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI

   PREDRAG MATVEJEVIC, poeta della convivenza nel Mediterraneo, è morto il 2 febbraio scorso. Aveva 84 anni, nato a Mostar (città che ora si trova in Bosnia Erzegovina); fece del confronto tra i popoli il tema delle sue opere. Inventò il termine “democratura”, oggi usato per indicare il governo di Putin, tra democrazia e dittatura. Nel 1974 con una lettera invitò Tito a preparare la successione in Jugoslavia e fu espulso. Il suo libro più famoso è dedicato proprio al Mediterraneo, “BREVIARIO MEDITERRANEO”, libro definito un “Trattato poetico-fiIosofico”, un “romanzo post-moderno”, “portolano”, “diario di bordo”, “libro di preghiere”, “midrash”, “raccolta di aforismi”, “antologia di racconti-saggio”, “cronaca di un viaggio”.

   Matvejevic è stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici.

   Nel portare qui un ricordo riconoscente a Predrag Matvejevic, vogliamo però anche ricordare uno dei temi all’attenzione della cronaca e delle vicende europee di questi giorni: che interessa il flusso di migranti, profughi o per motivi economici, che dall’Africa settentrionale solcano, e tanti muoiono annegati, proprio il Mediterraneo per arrivare in Italia (in Europa).

   E’ infatti di questi giorni (il 3 febbraio scorso), la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez Al Serraj, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il Niger e il Ciad), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo.

La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da "La Stampa" del 20/1/2017) - La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla - non da solo - i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L'ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi
La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da “La Stampa” del 20/1/2017) – La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla – non da solo – i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L’ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi

   Questo accordo convince poco. In particolare per la situazione politica interna della Libia, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per lo stato di vere sevizie che i migranti vengono a subire nei campi “di accoglienza” (si fa per dire) libici.

   Le condizioni inumane di questi campi per migranti in Libia sono state anche documentate da reportage televisivi europei. Sono in aperta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. 400.000 immigrati attualmente sono trattenuti in questi campi. Secondo le organizzazioni umanitarie al loro interno vengono praticati abusi e torture. Qualcuno li definisce come dei veri e propri lager. Lì i diritti umani sono sistematicamente violati.

Campi di prigionia libici per i migranti
Campi di prigionia libici per i migranti

   E’ così che ancora una volta (dopo l’accordo con la Turchia) che l’Europa rinuncia a politiche per governare i flussi, ma tenta solo di impedirli. Ogni contesto di gestione della problematica, di magari parziale integrazione di questi migranti (in un’Europa che perde demograficamente popolazione autoctona), ogni politica di gestione del problema, che trovi soluzioni praticabili, e che “immagini” anche processi di integrazione, è abbandonata, non voluta.

Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da "La Stampa del %/2/2017) - LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA - La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. - 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. - Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)
Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da “La Stampa del %/2/2017) – LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA – La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. – 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. – Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)

   Pertanto, in questo post vogliamo parlare dell’accordo con la Libia, che fa parte del contesto così difficile della situazione di migranti dal sud del mondo che vengono verso di noi; e vorremo anche ricordare il Mediterraneo come l’ha visto e descritto Predrag Matvejevic.

   Il Mediterraneo, mare che unisce le sponde dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Minore, è un mare che da sempre è il “centro” di avvenimenti, di forti vicende umane, e della geopolitica globale. E’ il mare interno più vasto del mondo, in cui sono nate e si sono sviluppate le prime civiltà. In fondo, a un’analisi geografica, storica, si capisce che il Mediterraneo è stato il primo posto al mondo dove si è verificata la globalizzazione.

   E tutto questo ci fa capire come questo mare “nostrum” (come da noi viene definito) è in esso che si gioca in questi anni gran parte della strategia politico-militare mondiale. È tra Istanbul e Tangeri che oggi passa il confine dei conflitti, delle guerre, delle rivoluzioni delle “primavere arabe”, delle tensioni di ogni tipo, che dall’Afghanistan al Golfo Persico, all’Africa subsahariana, stanno ripercuotendosi nei modi più pericolosi proprio da noi, sull’Europa. E passa anche per il Mediterraneo la speranza di un mondo nuovo, liberato da sofferenze, sopraffazioni e miserie. (s.m.)

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LIBIA, IL PATTO CON IL PAESE CHE NON ESISTE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 4/2/2017

   Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste? Tre le risposte possibili: per INCONSAPEVOLEZZA DELLA REALTÀ; per DISPERAZIONE; perché SERVE AD ALTRI SCOPI. Nell’intesa fra Italia e Libia per bloccare i flussi migratori illegali la prima ipotesi è esclusa.

   Il nostro governo è perfettamente informato della situazione sul terreno, come e più dei partner (si fa per dire) comunitari, i quali ieri (il 3 febbraio scorso) al vertice di Malta hanno solennemente benedetto l’intesa italo-libica.

   La nostra ex colonia è infatti TERRA DI NESSUNO, contesa fra CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine. Con TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui abbiamo firmato l’accordo, che controlla – non da solo – i suoi uffici di TRIPOLI; IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; L’ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte – peraltro ancora incapace di prendere il controllo di Bengasi.

   La disperazione è invece un buon motivo. Niente come la paura del migrante, tanto più se arabo e musulmano, agita le opinioni pubbliche occidentali. Trump ci ha costruito la fulminante ascesa alla guida della superpotenza americana. I partiti xenofobi in Europa vi puntano per allargare il consenso o mirare direttamente al governo, spingendo le forze politiche tradizionali a stravolgere la loro agenda più o meno liberale, pena la sconfitta alle urne. Meglio un accordo simbolico – un accordo con se stessi – che nulla.

   La terza ipotesi è inverificabile per definizione. Entriamo nel campo delle operazioni coperte, che in un paese serio tali devono restare. Ma quando gli strumenti ufficiali non funzionano, è normale ricorrere a quelli almeno formalmente invisibili.

   Dove non possono o non vogliono gli interlocutori tripolitani, potranno e vorranno eventualmente militari e funzionari di alcuni paesi europei, tra cui il nostro. L’importante è che non siano troppo palesi.

   Perché in quel caso scatenerebbero l’ennesima faida fra i “governi” locali su chi si è venduto allo straniero. E in cambio di che cosa. Serraj si è già molto esposto su questo fronte, sicché rischia di apparire asservito agli italiani.

   Il fulcro del memorandum italo-libico è il CONTROLLO DELLE FRONTIERE. Quelle MARITTIME verrebbero affidate in prima battuta ALLA sedicente GUARDIA COSTIERA LIBICA, certo non la più robusta fra le flotte delle entità locali che scorrazzano lungo la costa mediterranea, partecipando ai lucrosi traffici che teoricamente dovrebbero impedire.

   Ancora PIÙ IMPROBABILE L’IDEA DI SIGILLARE LE FRONTIERE DESERTICHE MERIDIONALI, da cui proviene la massa dei migranti.

   Quanto ai “valori europei” e ai “diritti umani” proclamati a Malta, è arduo capire come si concilino con l’obiettivo di sistemare i migranti illegali nei centri di accoglienza libici, dove si segnalano le più brutali violenze. Né è corretto sostenere che si tratti in massima parte di migranti economici, se valgono i dati dell’Unhcr per cui nei primi tre trimestri del 2016 il 45% di chi è sbarcato in Italia avrebbe diritto a qualche forma di protezione internazionale.

   Sono passati ormai cinque anni da quando liquidammo Gheddafi, al seguito di un avventuroso colpo di Stato franco-britannico, che sarebbe fallito senza l’arrivo in extremis della cavalleria americana. Da allora, sembra che lo sport preferito da noi europei sia la caccia a un suo degno successore, con il quale ristabilire lo SCAMBIO SOLDI CONTRO BLOCCO DEI MIGRANTI (leggi: loro detenzione in lugubri prigioni) che tanto brillantemente aveva funzionato.

   Chiuderemo qualche corridoio, a prezzi che sarà meglio non conoscere, altri se ne apriranno. L’unica certezza è che andremo ai tempi supplementari. (Lucio Caracciolo)

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ACCORDO ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI, I PUNTI SALIENTI

– dal controllo dei confini al finanziamento dei centri di accoglienza libici –

(da Ansa del 3/2/2017)

   Completamento del sistema di controllo dei confini della Libia per arginare il flusso di immigrati clandestini, che poi si riversa sulla rotta del Mediterraneo verso l’Italia. Ma anche supporto tecnico agli organismi libici incaricati di contrastare il traffico di esseri umani e finanziamento italiano ed europeo ai centri di accoglienza in Libia: questi i punti salienti del MEMORANDUM D’INTESA firmato a Roma dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAj.

   Diviso in 8 articoli preceduti da un preambolo, il testo, pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio, parte dalla consapevolezza della “sensibilità dell’attuale fase di transizione in Libia” e “necessità di continuare a sostenere gli sforzi miranti alla riconciliazione nazionale”, del “forte legame di amicizia fra i due popoli” come “base per affrontare i problemi derivanti dai continui elevati flussi di migranti clandestini”, nel quadro del Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione italo-libico firmato, ai tempi di Muammar Gheddafi, nel 2008. Nel preambolo si fa riferimento alla “predisposizione di campi di accoglienza in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno” in attesa di rimpatriare i migranti nei Paesi d’origine “lavorando al tempo stesso affinché questi Paesi accettino i propri cittadini.

   Quanto ai punti, le due parti s’impegnano a sostenere “le istituzioni di sicurezza e militari, in sintonia con il Trattato”. L’Italia fornisce “sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite in vari settori economici e infrastrutturali”. E s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici.

   Nell’articolo 2 l’impegno delle parti prevede il “completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia, secondo quanto previsto dall’art. 19 del Trattato” del 2008.

   Si fa quindi riferimento all’ “adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza già attivi (…) usufruendo di finanziamenti disponibili da parte italiana e (…) dell’Unione Europea”. La parte italiana contribuisce anche con la fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza. Si menziona inoltre l’impegno alla “formazione del personale libico” nei centri.

   Infine, entro tre mesi da oggi, l’impegno a creare una “visione di cooperazione euro-africana più completa e ampia, per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i Paesi d’origine”.

   Le due parti formeranno infine un “comitato misto” per verificare i risultati. L’Italia, si legge all’art.4, “provvede al finanziamento delle iniziative menzionate in questo Memorandum o di quelle proposte dal comitato misto indicato nell’articolo precedente senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato italiano rispetto agli stanziamenti già previsti, nonché avvalendosi di fondi disponibili dall’Unione Europea”.

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DIPLOMAZIA SUL FRONTE DEL SAHARA

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 5/2/2017

   L’accordo Roma-Tripoli per arginare l’arrivo dei migranti attraverso il Mediterraneo nasce da una inedita stagione di DIPLOMAZIA DEL DESERTO e deve ora superare l’esame dei precari equilibri di forza in Libia, ma può trasformarsi nel tassello di una vasta intesa regionale fra Washington e Mosca.

   La diplomazia del deserto è frutto dalla scelta strategica dell’Italia di fermare i migranti non nelle acque del Mediterraneo – dove è logisticamente difficile riuscirci – ma lungo i confini meridionali della Libia con NIGER e CIAD ovvero lì dove le carovane di trafficanti provenienti dall’Africa Sub-Sahariana iniziano la corsa verso le coste della Tripolitania per il balzo con i barconi verso l’Europa.

   In questo angolo di Maghreb che corrisponde al FEZZAN, I CONFINI SONO IMPRECISI E GLI INTERLOCUTORI SONO MOLTEPLICI: DAL GOVERNO DI TRIPOLI, dove in marzo si è insediato il premier Fayez al-Sarraj, ALLE TRIBÙ TEBU E TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi.

   Inviati del nostro governo hanno così dialogato non solo con i rappresentanti di al-Sarraj ma anche con gli sheik delle singole tribù, facendosi portatori di due messaggi-chiave: il comune interesse è sconfiggere i terroristi jihadisti, che si alimentano con i traffici illeciti, e la possibilità di far convergere investimenti per lo sviluppo delle aree più remote del Fezzan.

   I contatti con i leader delle tribù del Sahara sono avvenuti nelle cornici più diverse scrivendo pagine di diplomazia che riflettono la trasformazione dei rapporti internazionali. I risultati di tale approccio si sono visti prima a Sirte, dove le tribù libiche hanno perso oltre 500 combattenti per sconfiggere i jihadisti dello Stato Islamico, e poi a Roma con la firma fra i premier, Gentiloni e al-Sarraj, del memorandum sulla sicurezza che prevede estesi interventi bilaterali in Libia contro i trafficanti, inclusi aiuti allo sviluppo per «le regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale».

   Ciò significa che l’Italia è artefice e garante di una piattaforma comune di interventi in Libia destinata a contrastare i trafficanti grazie ad una cooperazione fra Tripoli e tribù del deserto capace di consolidare la sovranità dell’esecutivo di al-Sarraj. L’Unione Europea, al recente Consiglio di Malta, ha sostenuto tale approccio e ieri sera il presidente americano Donald Trump ha incoraggiato l’Italia a proseguire sulla strada intrapresa.

   Ma sarebbe un errore ignorare gli ostacoli esistenti. A cominciare dagli interessi conflittuali di altre fazioni e nazioni. Se la Turchia di Recep Tayyp Erdogan ha da poco riaperto l’ambasciata a Tripoli affiancandosi all’Italia – e converge sulle mosse della nostra diplomazia del deserto, altrettanto non si può dire per l’EGITTO, alleato di ferro del generale KHALIFA HAFTAR della CIRENAICA rivale di al-Sarraj.

   Gli EMIRATI ARABI UNITI invece hanno un proprio candidato alla guida della Libia e non si fidano di altri. Ci sono poi i dubbi sulla GRAN BRETAGNA, presente a Misurata con le truppe speciali. Per finire con FRANCIA e RUSSIA, entrambe sostenitrici di Haftar, che si trovano ora davanti ad un evidente bivio: avallare la definitiva spaccatura della Libia oppure favorire con Roma un vertice di riconciliazione fra il loro protetto e al-Sarraj.

   E’ tale cornice che spiega l’attesa per le mosse dell’amministrazione Trump. Il capo del Pentagono, James Mattis, ha espresso di persona al ministro della Difesa Roberta Pinotti il sostegno per il ruolo italiano – a partire dall’uso della base di Sigonella per le operazioni aeree anti-Isis – e il Segretario di Stato, Rex Tillerson, manifesta ai suoi collaboratori un approccio simile, forse dovuto alla conoscenza personale del Maghreb maturata quando era alla guida di Exxon.

   Da qui l’ipotesi che il presidente Trump possa decidere di sfruttare i risultati della diplomazia italiana nel deserto, puntando a consolidarli identificando nel nostro Paese l’alleato di riferimento. Mirando magari ad includere la Libia nell’ambito di un possibile «accordo regionale con la Russia sulle aree di crisi nel mondo arabo» di cui si vocifera a Washington. (Maurizio Molinari)

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Intervista a Emma Bonino

“SI IRRITA PER IL BANDO DEGLI USA MA FA LA STESSA COSA COI MIGRANTI”

di Filippo Femia, da “La Stampa” del 5/2/2017

– EMMA BONINO sferza l’Ue –

   «L’ Europa si è scandalizzata per il bando di Trump e il muro al confine con il Messico, ma quello che stiamo facendo in Europa non è poi così diverso. Un Paese, la Libia, viene pagato perché metta un “tappo” per trattenere tutti i migranti di qualunque nazionalità. Un piano che qualcuno ha definito “Trump soft”, simile a quello già applicato in Turchia».

   L’ex ministro degli Esteri Emma Bonino commenta il risultato del vertice di Malta con un occhio a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico.

Qual è il destino del memorandum sui migranti firmato da Italia e Libia?

«Dubito che funzionerà. Il problema, oggi, è la capacità del premier Sarraj di controllare il territorio. Il suo governo non è riconosciuto da tutti».

Era necessario coinvolgere il generale Haftar?

«Senza dubbio è un attore che gioca un ruolo centrale. E con potenti alleati nella regione e non solo. E non si possono neanche ignorare le milizie che vivono dei traffici di esseri umani. Sono mercenari che godono anche della connivenza della forze di polizia».

Dall’Europa è arrivato un grande plauso all’Italia. Non c’è il rischio che ora se ne lavi le mani lasciando Roma da sola?

«Potrebbe accadere. Una pacca sulla spalla e via. Ma il nostro governo è riuscito a mettere sotto pressione l’Ue, che ora dovrà fare uno sforzo economico. Certo i 200 milioni messi in campo sono poca cosa rispetto alle necessità o se paragonati ai tre miliardi dati alla Turchia».

Perché le organizzazioni umanitarie criticano l’accordo?

«Per ottimi motivi. Le condizioni inumane dei campi per migranti in Libia sono note a tutti. Un ambasciatore tedesco li ha definiti lager. Sono in aperta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati, in questo dobbiamo essere onesti. È questa la parte più drammatica. E inaccettabile. Ma il vero problema politico è un altro».

Quale?

«Ancora una volta gli Stati membri dell’Europa rinunciano a politiche che tentino di “governare” l’immigrazione e scelgono illusoriamente e cinicamente di impedirla. Chiunque pensi di frenare questa emergenza vende illusioni. A gennaio è sbarcato in Italia il doppio dei migranti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso».

Quale soluzione, dunque?

«L’Europa ha bisogno di immigrati, lo dicono tutti: dalla Germania alla Bulgaria. Bisogna lavorare sull’integrazione: è l’unica politica vincente. E applicarla è nell’interesse di tutti. Un migliaio di Comuni in Italia l’ha capito, investendo sull’accoglienza e tracciando una strada copiata da molti. Ma nell’accordo di Malta manca qualsiasi accenno all’integrazione».

Come si dovrebbe agire?

«I trattati europei andrebbero modificati per rendere l’integrazione di competenza comunitaria. Il vero problema dell’Europa sono gli egoismi nazionali degli Stati membri, non la “burocrazia” di Bruxelles».

La solidarietà europea sembra abbastanza lontana.

«Purtroppo finora gli Stati e i governi europei sono stati divisi su un tema fondamentale come i ricollocamenti. Come anche sul rifiuto di riconsiderare il trattato di Dublino».

E in Italia?

«È fondamentale lavorare al superamento della Bossi-Fini abolendo il reato di clandestinità, come stiamo cercando di fare come Radicali con una rete spero sempre più vasta di organizzazioni sul territorio a partire da molti sindaci. In Italia abbiamo 500 mila irregolari, che tenderanno ad aumentare. Il 60% delle domande dei rifugiati viene respinta: chi è clandestino resta tale, diventando preda di lavoro nero, criminalità e prostituzione».

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«MEDITERRANEO, LA PRIMA REALTÀ GLOBAL»

di Pasquale Esposito, 30/1/2017, da “Il Mattino”

– L’archeologo Broodbank, vincitore del premio Nonino, sulla scia di Braudel e Matvejevic –

   «Che cos’è il Mediterraneo per me? È il microcosmo dell’umanità più affascinante che ho visto e studiato, fondamentale per capire grande parte della cultura e della civiltà, e poi è il posto più bello che mi sia capitato di vedere. Perché non dirlo?».

   CYPRIAN BROODBANK, al quale l’altro ieri è stato conferito il Premio Nonino 2017, è un archeologo inglese la cui ultima pubblicazione, IL MEDITERRANEO. DALLA PREISTORIA ALLA NASCITA DEL MONDO CLASSICO edito da Einaudi (672 pagine, con 387 illustrazioni e 49 tavole a colori), è considerata un capolavoro della ricerca archeologica, storica e geografica sulla storia del mare che unisce le sponde dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Minore.

   Cinquantatre anni, vanta una lunga ricerca sul Mare Nostrum, insegna tra l’altro, “Archeologia del Mediterraneo” all’Institute of Archaeology dell’University College di Londra, e del Mediterraneo è non solo uno studioso ma anche un vero innamorato.

Professor Broodbank, nacque prima la passione per questi luoghi o l’interesse del ricercatore che poi, sul campo,si è trasformato in un processo identitario tra lo studioso e l’uomo?

«Da ragazzo ero affascinato della storia che proveniva da quel luogo, dalla Grecia in primis; con i soldi, trenta sterline, ricavati dalla vendita della mia collezione di dischi ho comprato un biglietto per visitare le isole greche, che da quel momento sarebbero state il mio punto di riferimento, il mio paradiso, come tutta la Grecia».

Per molti italiani ed europei, quando si parla di Mediterraneo si fa riferimento a FERNAND BRAUDEL, ai suoi studi così approfonditi sul tema, ed anche, da un altro versante a PREDRAG MATVEJEVIC: quali le differenze, se ci sono?

«Braudel e anche Matvejevic restano grandi autori per i loro studi, le loro analisi sul Mediterraneo, con il mio testo continuo, da archeologo,il loro discorso per indagare sulla storia e la cultura del mare interno più vasto del mondo, in cui sono nate e si sono sviluppate le prime civiltà».

Quanto il suo libro può andare oltre l’interesse degli specialisti e diventare strumento di divulgazione del grande “mare chiuso” solcato dagli eroi omerici, Ulisse in primo luogo?

«Il mio libro sul Mediterraneo è stato davvero un viaggio personale in un periodo in cui lo scrivere accademico al meglio è noioso, al peggio illeggibile – mentre molta letteratura populista è in verità tristemente poco sottoposta a ricerca. Il mio scopo era quello di incoraggiare e promuovere modi di scrivere che facciano da ponte fra queste sponde, che interessino e siano anche autorevoli. Non so se ho raggiunto questo scopo, che era uno dei miei obiettivi, ma quando uno dei miei studenti mi ha detto che il libro si leggeva come un romanzo mi ha fatto molto piacere, l’ho ritenuto un grande complimento».

Il suo scritto è una ricerca scientifica, per quanto di agevole lettura: c’è ancora interesse per pubblicazioni che parlano della storia?

«Certo che c’è, ho riscontrato un considerevole desiderio del pubblico verso grandi e approfonditi resoconti storici che raccontino come l’umanità sia giunta dai suoi albori alle condizioni di oggi. Il mio è un tipo di approccio basato sul tempo geologico,comparativo, che è il dominio naturale di noi archeologi, ma di un’archeologia del ventunesimo secolo, onnivora in termini di dati, metodi, idee, che ha come scopo quello di spiegare le grandi questioni nella storia della nostra specie».

Il Mediterraneo non è solo la grande pagina di storia e cultura che tutti conosciamo, ma anche un teatro tragico legato alla massiccia migrazione verso le sponde europee: e la stessa Europa non ha un atteggiamento univoco su questo problema, a partire dal suo Paese.

«Per quel che mi riguarda, io ho votato contro la Brexit, ma questo è del tutto secondario. Penso che il modo migliore per affrontare il problema sia quello di agire concretamente nei luoghi da dove si muovono queste masse di persone, per dar loro la possibilità di vivere dignitosamente e democraticamente a casa loro. Quindi: no all’idea di respingere quanti chiedono accoglienza, ma sì ad investire nei loro Paesi. Del resto, la storia del Mediterraneo ci insegna che questo è stato il primo posto al mondo dove si è verificata la globalizzazione».

Mediterraneo tra storia e futuro, più che mai attuale, quindi: il suo libro potrà approfondire problemi, sollecitare dibattiti e soluzioni?

«È quello che mi auguro, vorrei presentarlo in Italia, ne parlerò con l’editore, mi piacerebbe farlo anche a Napoli, grande città mediterranea. Conosco e apprezzo l’università, i suoi studiosi, e il Museo Archeologico così importante: potrebbe essere il luogo ideale per parlare dell’archeologia, del Mediterraneo, del passato guardando al futuro».

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UE E MEDITERRANEO

LE PARTITE CHE BERLINO NON GIOCA

di Ernesto Galli della Loggia, da “il Corriere della Sera” del 26/1/2017

– Berlino è concentrata solo sui suoi interessi economici, guarda a Oriente, e trascura i Paesi del Sud dell’Unione europea, sottovalutando il Mediterraneo –

   Basta qualche buon libro di storia per sapere che nel giugno del 1941, se Hitler, dopo aver sconfitto la Francia ed esteso il proprio dominio sui Balcani, invece di muovere guerra all’Unione Sovietica avesse deciso di lanciare le armate naziste verso il Mediterraneo orientale, verso Suez e poi il Medio Oriente, avrebbe potuto colpire il cuore indifeso dell’impero britannico e molto probabilmente il secondo conflitto mondiale avrebbe avuto un esito molto diverso da quello che sappiamo.

   Per quale ragione Hitler invece attaccò a est? Per il suo fanatico odio ideologico-razziale contro il «giudeo-bolscevismo», naturalmente, ma anche per un’altra ragione non meno importante. Perché in lui agiva una radicata tradizione tedesca che vedeva il destino storico della Germania nell’Europa orientale e ancora più a oriente, nella prospettiva di un incontro-scontro con il mondo slavo-russo. Una tradizione fatta di ricordi storici — dai viaggi dei vichinghi nella Russia di Kiev, alla spinta conquistatrice dei cavalieri teutonici lungo le rive del Baltico — rinvigoriti da una sorta di attrazione fatale maturata nel corso dell’800 tra la cultura germanica e quella russa, tese quasi alla ricerca di un reciproco completamento.

   Dopo la fine dell’impero sovietico questa tradizione di «spinta verso oriente» ha ripreso a farsi sentire. Non più naturalmente come desiderio di espansione territoriale (sul modello del ’14 o del ‘41) o nella forma di un ambiguo richiamo tra sensibilità culturali eguali e diverse. Bensì come ricerca da parte della Germania di approvvigionamenti energetici e di mercati per i manufatti tedeschi, come possibilità d’insediamento di reti commerciali e di penetrazione culturale.

   Tutto ciò peraltro, per quanto riguarda la Russia, senza la fastidiosa necessità di fare i conti con un’opinione pubblica indipendente: anzi al contrario potendo trattare direttamente con un potere centrale unico e onnipotente. Quello che siede al Cremlino e comanda su tutto. Ma guardare a oriente significa distogliere lo sguardo dal mezzogiorno, non guardare cioè al Mediterraneo. CHIUDERE GLI OCCHI DAVANTI AL FATTO CHE OGGI È PROPRIO NEL MEDITERRANEO CHE SI GIOCANO LE DUE PARTITE DECISIVE DEL CONTINENTE. Dal cui esito, tra l’altro, anche gli equilibri all’est dipendono in misura decisiva.

   La prima partita è quella dell’avvenire dell’Unione Europea. Se Spagna, Italia e Grecia non riescono a restare nel progetto Ue a pieno titolo, se le regole dell’Unione non riescono a essere compatibili vuoi con le attuali difficoltà economiche di questi Paesi vuoi con le loro necessità di sviluppo, se — come finora è accaduto — essi vengono lasciati virtualmente soli a sbrigarsela con il gigantesco problema delle migrazioni dall’Africa, ebbene, allora è davvero difficile pensare che una qualunque costruzione europea possa alla lunga continuare ad essere vitale.

   Ancor più difficile diventa pensare che quella costruzione possa mai evolvere nella nascita di un autentico soggetto politico. E d’altra parte, come è noto, senza una tale prospettiva diventa problematico altresì credere che la stessa moneta unica, lo stesso euro, possa alla lunga riuscire a tenere.

   Pensare, secondo quanto da decenni pensano i circoli politici tedeschi, che per tenere agganciata l’Europa meridionale all’Ue basti tenere agganciata la Francia in una sorta di finto condominio franco-tedesco dell’Unione, pensare ancora oggi ciò è destinato a rivelarsi sempre più un’illusione. Per il semplice motivo che la Francia, afflitta anch’essa da gravi problemi economico-sociali e da oscure prospettive politiche, rischia sempre più di assomigliare all’Italia anziché alla Germania.

   La seconda partita decisiva — decisiva innanzi tutto per l’Ue — che si gioca nel Mediterraneo è quella politico-militare. È tra Istanbul e Tangeri, infatti, che oggi passa il confine dei conflitti, delle guerre, delle rivoluzioni, delle tensioni di ogni tipo, che dall’Afghanistan al Golfo Persico, all’Africa subsahariana, stanno ripercuotendosi nei modi più pericolosi sull’Europa.

   Pensare di non presidiare politicamente e militarmente un tale confine con tutto il vigore necessario, pensare che un qualunque soggetto politico europeo possa evitare di farlo, lasciando la situazione andare per conto suo, equivale semplicemente a una miopia suicida. Ma dell’importanza cruciale delle due partite ora dette la Germania non sembra accorgersi né curarsi troppo.

   Il Mediterraneo sembra essere per lei solo un fastidioso inciampo nella trionfale marcia economico-manifatturiera a cui si sente chiamata e che la conduce altrove. In questo sostanziale disinteresse, in questo sentimento di estraneità e di lontananza nei riguardi del Sud — vanamente compensato dall’attrazione per il suo volto «esotico» — si esprime tutto il peso profondamente introiettato di quel modello geopolitico di cui parlavo all’inizio.

   Un modello che considera la posizione geografica della Germania nel continente — che è una tipica posizione di «potenza di centro» — come la premessa di una vocazione europea del Paese tutta e solo terrestre. Fuori della quale può esserci semmai solo il richiamo fascinoso degli spazi oceanici, il miraggio di un destino mondiale come quello che per esempio accarezzarono le élite guglielmine all’inizio del ‘900 impegnandosi nel duello navale con la Gran Bretagna destinato a sfociare nella guerra.

   È proprio la profonda incomprensione, venata magari da un qualche sottile disprezzo antropologico, circa il ruolo e il significato del Mediterraneo, è proprio l’incapacità di cogliere il carattere essenziale di questo limes geo-politico marino ai fini dello statuto storico-culturale dell’Europa, e dunque in vista di una sua autentica esistenza come soggetto politico (non solo continentale ma mondiale): sono proprio questi fattori che in ultima analisi rendono la Germania incapace tuttora di divenire l’effettivo centro motore dell’Unione Europea. Cioè il Paese in grado di esercitare un ruolo di effettiva guida politica perché in grado di accogliere, d’interpretare e di ricondurre le varie parti che costituiscono l’Unione a una sintesi accettabile da ciascuna di esse. (Ernesto Galli della Loggia)

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ADDIO A MATVEJEVIC, OCCHI SUL PRESENTE

di Giorgio Pressburger, da “il Corriere della Sera” del 3/2/2017

   Matvejevic è morto! Se scelgo queste parole, prese da un articolo di Pierre Boulez alla morte di Arnold Schönberg, è per dare un segnale d’allarme, almeno nelle mie intenzioni.

   Lo conoscevo bene Matvejevic, e un tempo, quindici o vent’anni fa, lo incontravo spesso. Era frequentatore assiduo di un evento, in Friuli, allora appena creato: il Mittelfest, cioè una sorta di festival culturale che ha luogo, ogni mese di luglio, nell’antica città di Cividale del Friuli. Un incontro di artisti di teatro, di ballerini, di musicisti, scrittori di cinque nazioni. Perciò l’evento si chiamava Pentagonale, poi Mittelfest, cioè festa dell’Europa centrale detta in tedesco Mitteleuropa.

   Predrag Matvejevic ne era una specie di personificazione. Il suo libro più celebre (perché di uno scrittore si trattava) BREVIARIO MEDITERRANEO (1987, in Italia uscito l’anno dopo) era destinato a riassumere la storia della civiltà del Mediterraneo, per segnalarne le caratteristiche, il ruolo e il destino. In realtà si trattava del destino dell’Europa. E infatti poco dopo l’apparizione di quello scritto di Matvejevic, di padre russo e madre bosniaca, scoppiò la guerra dei Balcani, con aerei che rombavano sopra le nostre teste (è Trieste la città in cui abito), armi che si vendevano nelle nostre strade e piazze, gente che partiva per la guerra come si va a un gioco.

   Conosco qualcuno che mi disse d’aver scelto di arruolarsi perché voleva sparare, stava per divorziare dalla moglie ed era arrabbiato. Ma quella guerra, tra abitanti di varie nazioni appartenenti alla Jugoslavia, fu sanguinosa e feroce. Matvejevic era nato a Mostar, una delle città più martoriate in quel conflitto: un magnifico ponte antico bombardato, migliaia di morti, fame, incertezza, morte contrassegnavano allora quel luogo. Arrivarono persino soldati degli Stati Uniti: un’incomprensibile, insensata, crudele rappresentazione del caos. Case bruciate, fatte esplodere da dentro con bombole di gas, fosse comuni, gente senza tetto. Predrag si aggirava tra Venezia, Trieste e Zagabria spaesato, loquace, senza un pensiero compatto: il suo mondo, la sua letteratura multilingue, la sua vita multilingue stavano andando a pezzi: sans eyes, sans teeth, sans taste, sans everything come scrive William Shakespeare in Come vi piace .

   Matvejevic allora si disperse per l’Europa: andò a insegnare alla Sorbona, a Parigi, poi a Roma, all’Università La Sapienza e alla fine, quindici anni dopo questa consistenza, o, quando fu di nuovo calmo, ma incerto e senza consistenza, di nuovo a Zagabria, dove da giovane aveva vissuto. Ogni volta che lo incontravo negli innumerevoli convegni sulla Mitteleuropa, riascoltando sempre gli stessi discorsi, si lamentava sul trattamento che gli riservavano in Croazia e sulle condizioni della sua patria. Ma era allegro, gran parlatore e di un carattere indefinibilmente leggero e non lagnoso. Un giorno di ritorno da Sarajevo (solito convegno) all’aeroporto lo presero da parte per perquisire la sua valigia. Perse il volo.

   Non l’ho più rivisto. Mi arrivavano sue notizie attraverso amici. Claudio Magris era sempre informato su lui, la scoperta del suo Breviario mediterraneo era dovuta proprio a questo scrittore italiano, oggi il più noto nel mondo.

   L’ultimo libro di Matvejevic apparso in Italia, L’altra Venezia (una riproposta dell’editore triestino Asterios nel 2012, prefazione di Raffaele La Capria) , è di un indescrivibile, sottile, ma non mortale pessimismo. È pieno di ombre e predizioni oscure, ma sempre alla maniera di questo sottile, scherzoso, inarrestabile narratore russo-mediterraneo, coltissimo, multilingue, sempre disposto a un lieve atteggiamento didattico, ma in modo domestico: come chi, ormai in pensione, pensa a far lezioni ai suoi parenti, amici, conoscenti senza pretendere che questi apprendano nulla da lui.

   Voleva che gli altri prendessero atto della sua semplice esistenza. Forse è proprio questo uno dei modi più leggeri di accommiatarsi dalla vita: senza clamore, senza tormentare nessuno, come Aleksandr Puskin, al termine del suo romanzo Evgenij Onegin, dice di separarsi dal suo amato personaggio. Il tramonto dall’Europa, e dalla propria vita per Matvejevic, era all’incirca così: un commiato triste, ma non del tutto tragico. (Giorgio Pressburger)

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ADDIO A MATVEJEVIC, POETA DELLA CONVIVENZA NEL MEDITERRANEO

di Wlodek Goldkorn, da “la Repubblica” del 3/2/2017

– Aveva 84 anni Nato a Mostar, fece del confronto tra i popoli il tema delle sue opere – Inventò il termine “democratura”, oggi usato per indicare il governo di Putin – Nel 1974 con una lettera invitò Tito a preparare la successione in Jugoslavia e fu espulso –

   È stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici.

   Predrag Matvejevic, morto il 2 febbraio scorso a Zagabria, di identità e appartenenze ne aveva molteplici. Era nato, nel 1932 a Mostar, una città jugoslava, oggi in Bosnia, abitata da cattolici croati e bosniaci musulmani e divisa, o forse unita, da un antico ponte, che venne fatto saltare in aria il 9 novembre 1993 dagli ustascia, i fascisti croati.

   Il padre di Matvejevic è stato un russo, nato a Odessa, città plurinazionale, plurireligiosa, sul Mar Nero, contesa tra Russia e Ucraina, e che agli occhi dello stesso scrittore assomigliava a Genova e Marsiglia. La madre invece era una croata, cattolica devota. Il nonno e uno zio di Matvejevic sono stati prigionieri del gulag sovietico; il padre la prigionia la subì invece, durante la seconda guerra mondiale, nella Germania nazista.

   Tornato a casa, non parlò al giovane Predrag di vendetta, ma anzi, gli raccontò, come un giorno, un pastore evangelico lo invitò a casa, gli diede da mangiare, gli offrì un bicchiere di vino. Predrag, si sentì a quel punto in dovere di offrire, a sua volta, un tozzo di pane a un prigioniero di guerra tedesco. E lui, stesso chi era? Era nostalgico della Jugoslavia di Tito Matvejevic? Della Jugoslavia, probabilmente sì. Di Tito un po’ meno.

   Da giovane aveva aderito alla Lega dei comunisti. Ma, nel 1974, venne espulso dal partito. La colpa: aver scritto una lettera, a Tito, in cui lo esortava a preparare la successione, a non lasciare che la Jugoslavia andasse a pezzi. Dissidente, Matvejevic è rimasto per il resto della sua vita. Quando la Jugoslavia cominciò a disgregarsi davvero, e i discorsi sulla guerra e sulla “pulizia etnica” li facevano leader e forze che si richiamavano alla democrazia, coniò il neologismo “democratura”.

   La parola ebbe tanto successo, che oggi viene adoperata per parlare del regime di Putin in Russia. Nemico del nazionalismo anche di quello “suo” croato, nel 1991 dovette andarsene dal Paese. Esperto di letteratura francese, approdò alla Sorbona. Nel 1994, si trasferì a Roma, insegnò slavistica a La Sapienza, dopo 18 anni di esilio tornò in Croazia.

   Nel frattempo, subì una condanna a cinque mesi di prigione (la pena non fu mai eseguita), per aver scritto parole che un poeta locale considerò ingiuriose nei confronti della nazione.

   Per Matvejevic la vera patria era il Mediterraneo. Il suo libro più importante è stato Breviario mediterraneo, (Garzanti), tradotto in 23 lingue. Vi si susseguono racconti su persone incontrate e leggendarie, analisi sulle origini delle parole, narrazioni su modi di preparare il cibo e sui nomi delle pietanze e degli oggetti, annotazioni geografiche, considerazioni sulla forma delle isole e sulla particolarità delle capitanerie di porto.

   Matvejevic spiega che i confini del Mediterraneo non sono determinati dallo spazio, e che quindi hanno qualcosa di mitico e immaginario; ma poi mette in guardia dalle troppo facili illusioni sulla presunta somiglianza delle persone e dei popoli. Il Mediterraneo è fascinoso perché contraddittorio e inafferabile per chi voglia classificare l’umanità e la natura a seconda delle rigide categorie. In questo senso il libro è una critica radicale della modernità, che come ha insegnato Bauman, ama la gerarchia, l’esclusione e l’eliminazione di tutto quello che disturba l’ordine prestabilito.

   Matvejevic nutriva una certa diffidenza nei confronti di teorie filosofiche complicate. Contrapponeva quella che chiamava “l’identità dell’essere” a “l’identità del fare”. Siamo quello che facciamo. Per questo ha scritto Pane nostro, in cui raccontava come e perché il pane fosse al contempo un oggetto sacro da venerare e un profano saper fare il cibo. Ma pane significa anche, per una persona segnata nella storia familiare dai totalitarismi del Novecento, morire di fame: così morì suo zio, in un lager sovietico.

   Negli anni della guerra balcanica Matvejevic rifletteva sulla follia dei politici; sul fatto che i padri dei leader serbi fossero suicidi. Tornato in Croazia, da Zagabria, seguiva con un certo scetticismo l’integrazione del Paese in Europa. Due anni fa, già malato, pubblicò un libro Granice i sudbine (“Confini e destini”). E in un’intervista a un giornalista croato spiegava come l’idea stessa della Jugoslavia fosse un’invenzione ottocentesca intelligente perché rendeva possibile la vita in uno spazio come i Balcani diviso tra diverse fedi, tradizioni.

   Diceva: certo, non ci sarà più la vecchia Jugoslavia, ma una cooperazione tra i nostri popoli è indispensabile. Per arrivare a questo, basterebbe, suggeriva, capire che le nostre memorie sono divise e spesso contrapposte. Ma il passato, se compreso ed elaborato, non impedisce di costruire un futuro comune. (Wlodek Goldkorn)

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L’INIZIO DI BREVIARIO MEDITERRANEO (DI PREDRAG MATVEJEVIC):

I

BREVIARIO

PER UNA FILOLOGIA DEL MARE (prefazione di CLAUDIO MAGRIS)

In una splendida pagina di questo «breviario» – che ora esce in una nuova edizione riveduta e arricchita di interi capitoli – Predrag Matvejević racconta di aver conosciuto ad Alessandria un orologiaio catalano che aveva la passione di compilare puntigliosamente, lottando con tenace acribia contro l’esorbitante mancanza di dati, il catalogo della famosa biblioteca distrutta dal califfo Omar, la più grande di tutta l’antichità. La filologia del mare – di cui Matvejević fornisce con questo libro un esempio affascinante, ricco d’intelligenza e di poesia – assomiglia alla metodica e fantasiosa impresa dell’orologiaio catalano, per la sua mescolanza di rigore e temerarietà, precisione scientifica ed epifania dell’infinito.

La scienza del mare è studio di rotte e correnti, analisi chimica del tasso di salinità e rilievo stratigrafico, mappa del dominio bentonico e pelagico e suddivisione in zone eufotiche, oligofotiche e afotiche, misurazione di temperature e di venti; essa è tuttavia anche storia di naufragi e mito di sirene, galeoni affondati e Leviatani primordiali; amnios originario dell’umanità e culla di civiltà, la forma greca che nasce perfetta dal mare come Afrodite, la grande prova dell’anima di cui parla Musil, l’incontro col simbolo dell’eterno e della persuasione ossia della vita che riluce nel suo puro presente incorruttibile, nella sua pienezza di significato. Il più grande romanzo di formazione, la più grande storia dell’individuo che si avventura nel mondo e ritorna a casa ossia a sé stesso, e cioè l’Odissea, non è immaginabile senza il mare. Ma quel mare, il Mediterraneo, è anche il grembo della nostra storia, della nostra civiltà.

Una grande voce della Mitteleuropa – ossia di un mondo continentale, di grandi pianure croato-pannoniche – ha scritto sul Mediterraneo un libro geniale, imprevedibile e fulmineo che arricchisce sia la storiografia culturale sia la vera e propria letteratura del mare, con i suoi millenari tesori poetici che sfidano quelli affondati negli abissi. Ma Predrag Matvejević – insigne romanista dell’università di Zagabria, professore alla Sorbona e oggi alla Sapienza di Roma, intellettuale europeo di primissimo piano – è anche uomo della costa; croato, è nato a Mostar, nell’Erzegovina, a una cinquantina di chilometri dall’Adriatico, e fin da bambino era affascinato dai fiumi e dalle rive mediterranee, e si chiedeva perché la fascia lungo il mare è talvolta così stretta e breve o perché lungo la costa gli abitanti assumano altre abitudini e cantino altre canzoni. La poetica curiosità del ragazzo è cresciuta e si è maturata con lo studioso, col grande critico letterario e col grande intellettuale, e ha inventato, in questo inatteso breviario, una peculiare, originalissima forma.

Che cos’è questo libro, che sfida con riservata e composta discrezione i generi letterari? Il Mediterraneo di Matvejević, come dice egli stesso, non è soltanto lo spazio storico-culturale, magistralmente e forse definitivamente studiato da Braudel, né lo spazio mistico-lirico, vitale celebrato da Camus o da Gide. Affascinante genere intermedio fra il portolano, il lessico e il saggio-romanzo basato su un’assoluta fedeltà al reale, il libro di Matvejević può ricordare, nella sua totale autonomia e nella sua diversità, La Mer di Michelet, un altro libro geniale e bizzarro nel quale un grande storico, dopo aver scandagliato negli archivi la storia di Francia e della Rivoluzione, dedica la sua infaticabile attenzione alla stratificazione geologica delle coste e ai fari, alle conchiglie e alla flora oceanica, agli stabilimenti balneari e ai racconti sulle sirene.

Leggendo questo breviario, si ha talora l’impressione che a parlare sia uno di quegli uomini ricordati nel libro stesso, vissuti davanti al mare, guardando i fari e compilando dizionari nautici. Ma ogni autentico Ulisse contemporaneo deve indossare, più che la casacca del marinaio, la vestaglia da camera, come ha scritto una volta Giorgio Bergamini, e avventurarsi in una biblioteca, oltre – o più – che fra isole sperdute; l’Ulisse odierno deve essere esperto della lontananza del mito e dell’esilio della natura, dev’essere un esploratore dell’assenza e della latitanza della vita vera.

Predrag Matvejević non è un pilota né il guardiano di un faro; forse è anche questo, ma è in primo luogo un protagonista del dibattito intellettuale contemporaneo. La sua bibliografia presenta titoli apparentemente molto diversi da questo breviario. Professore nelle più varie e importanti università europee e d’oltre oceano, Matvejević è la voce di una critica ispirata al marxismo e alle istanze rivoluzionarie, ma scevra di ogni ortodossia e di ogni dogma ideologico. In numerosi saggi, e soprattutto in quel vero capolavoro critico-storiografico che è il volume Pour une poétique de l’événement (1979), Matvejević ha rimeditato a fondo e rinnovato con grande originalità la concezione sartriana dell’«engagement» e si è inserito con indiscussa autorità nel dibattito internazionale sull’impegno e la libertà della letteratura. Ancor oggi – forse specialmente oggi – la coscienza contemporanea si dibatte, soprattutto in Occidente, in un’impasse inaccettabile e fatale, fra Scilla e Cariddi, fra un realismo o classicismo progressista, le cui istanze umanistiche s’irrigidiscono in un conservatorismo anacronistico e repressivo, e una rivendicazione libertaria, che si degrada in una proliferazione pulsionale regressiva e indistinta, in una nietzscheana «anarchia di atomi».

Pochissimi autori aiutano ad affrontare quest’ingorgo come Matvejević, che con la sua cultura cosmopolita, la sua signorilità intellettuale – e la sua dialettica di vicinanza-lontananza alla vita, alla storia e alle cose – difende la soggettività senza abdicare all’universalità, resiste al totalitarismo senza perdere di vista una prospettiva globale della realtà. Sono posizioni che egli ha ribadito in numerosi saggi, dagli studi letterari veri e propri ai suoi interventi etico-politici alle famose e ardite «lettere aperte» indirizzate, in situazioni difficili e non senza rischio personale, a vari potenti della terra in difesa della libertà, anzi delle libertà, e di concrete vittime del potere.

Combattendo contro lo stalinismo e contro tutti gli stalinismi ossia contro tutte le formule e le concezioni totalizzanti, Matvejević ha anche esorcizzato e smascherato il pericolo opposto e complementare, che ora sembra dissolvere ogni unità culturale e ogni sistema di valori, e cioè il particolarismo esasperato, la dispersione molecolare: lo studioso della Jugoslavia e della Mitteleuropa ovvero di un composito, variegatissimo e talora centrifugo mosaico, ha ammonito che «la particolarità, di per sé, non è ancora un valore», mettendo così in guardia contro ogni ossessiva, viscerale, atomistica esaltazione della propria identità e della propria immediatezza.

Col breviario mediterraneo questo interprete del dialogo fra i massimi sistemi non cambia natura né vocazione; cambia soltanto registro, trova un’incantevole chiave musicale. Non legge più, come nelle sue opere precedenti, solo i libri, ma legge il mondo, la realtà, i gesti e il vociare delle persone, lo stile delle capitanerie, l’indefinibile trapassare della natura nella storia e nell’arte, il prolungarsi della forma delle coste nelle forme dell’architettura, i confini tracciati dalla cultura dell’ulivo, dall’espandersi di una religione o dalla migrazione delle anguille, i destini e le storie custodite nei dizionari nautici e nelle lingue scomparse, il linguaggio delle onde e dei moli, i gerghi e le parlate che mutano impercettibilmente nello spazio e nel tempo, chiacchiera, ciacola e ćakula; scirocco šilok e široko; neve, nevera e neverin; barca, barcon, barcosa, barcusius, bragoć. Il suo breviario diviene un libro epico e pieno di pietas per ognuno degli innumerevoli destini che il mare custodisce e seppellisce, come un immenso archivio o come un altrettanto immenso dizionario etimologico. Il mare è profondo, abissale, ma il discorso di Matvejević è lieve, coglie i fondali nel brillìo dell’increspatura, ha una leggerezza di risacca nonostante la vastità anche tragica ch’esso abbraccia. Egli sa far parlare la grazia del Mediterraneo, come Raffaele La Capria nella sua bellissima Armonia perduta.

La cultura e la storia vengono calate direttamente nelle cose, nelle pietre, nelle rughe sul volto degli uomini, nel sapore del vino e dell’olio, nel colore delle onde. Matvejević cerca di afferrare il Mediterraneo, di abbandonarsi al fascino di questa parola ma anche di circoscriverne rigorosamente il significato, di tracciare limiti e confini. Egli insegue le varie piste mediterranee, quelle dei traffici dell’ambra e delle peregrinazioni degli ebrei sefarditi, dell’estensione della vite e del corso dei fiumi; i confini si fanno allora oscillanti e fluttuanti, ancorché coerenti e concentrici, disegnano ideali curve come isobare o creste d’onda.

Soprattutto nelle varie integrazioni e nei nuovi capitoli che fanno di questa ultima edizione un libro ben più ricco di quello precedente, Matvejević si sofferma su tante cose concrete, che esigono la narrazione per poter essere afferrate: l’odore del cordame sui moli e le storie superstiziose nate intorno a questi ultimi, le spume diverse da mare a mare, le differenti tonalità della tenebra sul mare, la varietà e la nomenclatura delle reti, i colori della pittura nei diversi paesi, le denominazioni del mare e le immagini della rosa dei venti, la struttura teatrale delle pescherie, il lessico o la gestualità dell’ingiuria e la contemplazione del mare intesa come preghiera. Dal vocabolario berbero, per esempio, che ha una parola per indicare il manico del remo ma non ne ha una per designare il remo, deduce e indaga la storia del rapporto fra quel popolo e il mare.

Per il suo libro vale ciò che egli dice dei peripli antichi, che oltrepassano i confini tra storia reale e racconto fantastico. Nel nuovo e splendido capitolo sulla cartografia le vicende delle mappe dei mari s’intrecciano a quelle dei loro autori, perigliosi e fantastici inseguitori della precisione; l’autore che scrive il libro ne diviene pure un personaggio, come quando narra il suo incontro col monaco Ireneo, che scrive in una sperduta solitudine la biografia di Simone Stilita, oppure quando rievoca i suoi viaggi, la visita a porti sepolti e affondati o l’incontro con paesaggi naturali e culturali, la preghiera nel deserto o le montagne della Georgia con i loro poeti.

Questo libro mediterraneo è un racconto, che fa parlare la realtà e innesta perfettamente la cultura nell’evocazione fantastica. Probabilmente oggi questo è il genere più vivo e fecondo della letteratura, almeno di quella narrativa; tanto più vivo e poetico dei «romanzi» che ci raccontano come e perché il signor X ha fortuna o sfortuna con la signora Y. Da potamologo che, in Danubio, ha cercato di dire soprattutto la grande nostalgia del mare, e in particolare dell’Adriatico, invidio fraternamente il talassologo Matvejević e sono felice che il Danubio sfoci nel mare – anche se, purtroppo, nel mar Nero e non nel Mediterraneo.

CLAUDIO MAGRIS

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inizio di Breviario mediterraneo:

“Scegliamo innanzitutto un punto di partenza: riva o scena, porto o evento, navigazione o racconto. Poi diventa meno importante da dove siamo partiti e più fin dove siamo giunti: quel che si è visto e come. Talvolta tutti i mari sembrano uno solo, specie quando la traversata è lunga; talvolta ognuno di essi è un altro mare. Il Mediterraneo è a un tempo simile e in altro diverso a sé stesso.

Partiamo per esempio dall’Adriatico, dalla sua sponda orientale. La costa settentrionale, da Malaga al Bosforo, è più vicina e accessibile a chi si muove da qui. Sulla sponda meridionale, da Haifa a Ceuta, ci sono meno golfi e porti. Girando per le isole, in primo luogo quelle adriatiche, poi le ioniche e le egee, tra le Cicladi e le Sporadi, ho cercato di scoprirne le somiglianze e le diversità. Ho avuto modo di raffrontare la Sicilia e la Corsica, Maiorca e Minorca. Non sono sceso a terra dappertutto. Mi sono fermato soprattutto alle foci dei fiumi. È difficile conoscere l’intero Mediterraneo.

Alcuni naviganti prima o poi tornano, gli altri partono per sempre. Si distinguono le navigazioni dopo le quali guardiamo le cose in modo differente, in particolare quelle dopo le quali vediamo diversamente anche il nostro passato, e persino il mare. Tali percorsi stanno all’inizio e alla fine di ogni racconto sul Mediterraneo.

Il mare e la sponda, le isole nel mare e i porti sulla sponda, le immagini che ci offrono gli uni e gli altri cambiano nel corso dei peripli e durante gli approdi. Il Mediterraneo rimane lo stesso, noi invece no.

Non sappiamo neppure fin dove si estenda: quanto ampi siano i tratti della costa che occupa, fin dove si spinga nelle rientranze del territorio e dove in effetti cessi. Gli antichi Greci lo videro da Phasis sul Caucaso fino alle Colonne d’Ercole, andando da oriente verso occidente, sottintendendo i suoi naturali confini verso nord e trascurando qualche volta quelli a sud. La saggezza antica insegnava che il nostro mare arriva fin dove cresce l’ulivo. E tuttavia, non è ovunque così: ci sono posti che si trovano proprio sulla costa che non sono mediterranei o lo sono in misura minore rispetto ad altri che ne sono più distanti. In certi punti la terraferma fatica ad adattarsi al mare e non riesce a inserirvisi. E altrove le peculiarità meridionali contraddistinguono parti del territorio continentale, penetrano in esso con molteplici effetti e conseguenze. Il Mediterraneo non è solo geografia.

I suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo. Non sappiamo come fare a determinarli e in che modo: sono irriducibili alla sovranità o alla storia, non sono né statali né nazionali: somigliano al cerchio di gesso che continua a essere descritto e cancellato, che le onde e i venti, le imprese e le ispirazioni allargano o restringono. Lungo le coste di questo mare passava la via della seta, s’incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli olii e dei profumi, dell’ambra e degli ornamenti, degli attrezzi e delle armi, della sapienza e della conoscenza, dell’arte e della scienza. Gli empori ellenici erano a un tempo mercati e ambasciate. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà. Dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni. Sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa.

È difficile scoprire ciò che ci spinge a provare a ricomporre continuamente il mosaico mediterraneo, a compilare tante volte il catalogo delle sue componenti, a verificare il significato di ciascuna di esse e il valore dell’una nei confronti dell’altra: l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora. Qui popoli e razze per secoli hanno continuato a mescolarsi, fondersi e contrapporsi gli uni agli altri, come forse in nessun’altra regione di questo pianeta. Si esagera evidenziando le loro convergenze e somiglianze, e trascurando invece i loro antagonismi e le differenze. Il Mediterraneo non è solo storia.

Le peculiarità mediterranee non si inseriscono facilmente in altri contesti, non entrano in tutti i tipi di relazioni del litorale col continente, del Sud col Nord, dell’Est o dell’Ovest col Sud. E sono immense le incongruenze che hanno contrassegnato le diverse civiltà e culture del Mediterraneo, vecchie e nuove, antiche e moderne.

Avvicinandosi al nostro mare, i popoli si chiedevano come creare una patria là dove c’è poca terra, dove ci sono più pietraie che campi, dove la sabbia invade i luoghi. Sono domande che si pongono senza dirle, che hanno lasciato dietro di sé tante sciagure sulle sponde del Mediterraneo.

Al Mediterraneo non si adattano metri più esigui dei suoi. Lo tradiamo accostandoci a esso da punti di vista eurocentrici, che lo considerano esclusivamente come creazione latina, romana o romanza, osservandolo da un punto di vista panellenico, pan-arabo o pan-sionistico, giudicandolo dalla posizione di qualsivoglia particolarismo, etnico, religioso o politico. Il Mediterraneo non è mai stato solo Europa – è stato a lungo molto di più, così come da tempo diventa forse meno – ma loro non possono essere l’uno senza l’altro.

L’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzioni e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Stati e religioni, governanti e prelati, legislatori secolari e spirituali hanno diviso in tutti i modi lo spazio e la gente. E tuttavia i legami interiori hanno cercato di resistere alle divisioni. Il Mediterraneo non è una semplice appartenenza.

Ci sono posti dove il mare è più denso e più saldo, in particolare in seno ai golfi e nei pressi delle isole. Altrove si fa invece più comune e ordinario, tanto che possiamo facilmente scambiarlo con gli altri mari. A ciò contribuiscono fatti diversi, provenienti non solo dalla presenza marina o dalla riva circostante, ma forse anche dallo stesso passato del Mediterraneo.

Il discorso sul Mediterraneo ha sofferto della sua stessa verbosità: il sole e il mare; i profumi e i colori; i venti e le onde; le spiagge sabbiose e le isole fortunate; le ragazze precocemente maturate e le vedove avvolte nel nero; i porti, le barche e i richiami delle coste sconosciute; le navigazioni, i naufragi e i racconti che si tramandano sulle une e sugli altri; l’arancio, il mirto e l’ulivo; le palme, i pini e i cipressi; lo sfarzo e la miseria; la realtà e l’illusione, la vita e il sogno. Di questi motivi hanno abusato i luoghi comuni della letteratura – descrizioni e ripetizioni di tutti i generi. La retorica mediterranea è servita alla democrazia e alla demagogia, alla libertà e alla tirannide. I suoi effetti hanno occupato il foro e il tempio, la giustizia e il sermone. L’arena si è fatta sentire più lontano dell’Areopago. Il Mediterraneo e il discorso sul Mediterraneo sono inseparabili fra loro.

Su tutte le rive sorgono o si svolgono, sia pure in tempi diversi, parole e attitudini che creano o restituiscono gli stati d’animo simili e comuni, al sole o all’ombra, sulle terrazze e sotto le verande, al vento o al riparo dal vento, d’estate, d’inverno e in ogni stagione dell’anno, con le grandi calure e i freddi improvvisi, fra il meriggio e il crepuscolo, il crepuscolo e la sera, di notte come di giorno, quando promana umidità da ogni parte o invece tutto diventa secco e prosciugato, con l’afa, prima della pioggia, dopo la bufera, quando ci prende la fiacca e finalmente ci lascia, nel momento in cui il porto ha tutti i suoi profumi e gli odori o, per contro, quando li perde gli uni e gli altri, all’osteria o sul mercato, allorché non si può più restare in casa e si deve subito andar via, quando fa male la testa dal tempo cattivo o dal pessimo vino, nel tempo in cui perdiamo il senno e a poco a poco lo riacquistiamo, quando cominciano a soffiare i venti del sud, ora bagnati e pesanti, ora asciutti e ardenti, talvolta anche gialli di sabbia africana (l’ultima volta sono stato vittima di una burrasca del genere nel golfo di Tolone) oppure quando torna a soffiare il vento del Nord, aspro e gelido, la bora o la tramontana… È difficile, davvero impossibile, elencare tutti i sentimenti e i rispettivi comportamenti che ne derivano. Essi si somigliano, nei diversi posti del Mediterraneo, più che i popoli stessi, uniscono questi popoli più delle fedi in un solo Dio.

In ogni periodo, sulle varie parti della costa c’imbattiamo nelle contraddizioni: da un lato la chiarezza e la forma, la geometria e la logica, la legge e la giustizia, la scienza e la poetica, dall’altro tutto ciò che a queste particolarità si contrappone. I libri sacri della pace e dell’amore e le guerre di religione, crociate e jihad. Un ecumenismo generoso accanto a un ostracismo feroce. L’universalità e l’autarchia. L’agorà e il labirinto. La gioia dionisiaca e il macigno di Sisifo. Atene e Sparta. Roma e i barbari. L’impero d’Oriente e quello d’Occidente. La costa settentrionale e quella meridionale. L’Europa e l’Africa. Il cristianesimo e l’islam. Il cattolicesimo e l’ortodossia. La tradizione giudeocristiana e la persecuzione degli Ebrei. Sul Mediterraneo il Rinascimento non è riuscito dappertutto a superare il Medioevo.

I sapienti parlano di sei zone mediterranee, complementari o contigue. Talvolta le indicano servendosi di un linguaggio particolare, apparentemente metaforico: l’Arco latino da Gibilterra alla Sicilia, la Conca adriatica con alcune variazioni marcate fra il versante orientale e quello occidentale, il Fronte magrebino, lungo la costa nord-occidentale dell’Africa, il Flesso libico-egiziano da Tripoli fino al Cairo, la Facciata medio-orientale, con un forte rilievo montuoso nel retroterra, e finalmente il Ponte anatolicobalcanico. Ci sono certo altri criteri di divisione, e probabilmente non meno importanti. Finché navighiamo dimentichiamo simili differenze, per ricordarle poi, una volta scesi a terra, talvolta sorridendo. Gli abitanti delle coste si distinguono anche dal fatto di vedere solo la loro parte di mare ovvero di conoscere anche quello dei vicini. Rari sono invece coloro che avvertono il Mediterraneo come un insieme di piccoli e grandi spazi, marittimi e terrestri.

Nuove acque arrivano al nostro mare da sorgenti e fiumi, da piogge e inondazioni. È stato appurato che ci vogliono circa cento anni, dunque più della durata di una vita umana, per cambiare tutta l’acqua contenuta nel bacino mediterraneo. I sali durano più a lungo, e il loro tempo si misura in periodi di pianeta. Quant’acqua già vecchia ci sia in ogni istante, e quanta di quella nuova, viva, la sostituisca, nessuno lo sa. Sono cose che non riusciamo a indovinare. L’età del mare e quella dell’uomo non possono essere messe al confronto. Il ritmo con cui il mare si ritira e l’uomo si estingue, non è uguale. Benché certamente cambi anch’esso, e talvolta in modo evidente, il Mediterraneo ci appare comunque eterno.

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Le apparenze mediterranee non sono solo apparenze. L’estensione dello spazio, la peculiarità del paesaggio, la compattezza d’assieme creano l’impressione che il Mediterraneo sia a un tempo un mondo a sé e il centro del mondo – un mare circondato da terre, una terra bagnata dal mare. Il sole che gli sta sopra e lo illumina generosamente come fosse in cielo solo per amor suo o appartenesse unicamente a esso. (I cosmografi e i geografi del mondo antico trasferirono probabilmente qualcosa di quest’illusione nelle loro teorie e sulle carte.) L’effetto dei raggi solari provoca determinati atteggiamenti psicologici, di durata stabile o passeggera. L’apertura e la trasparenza della volta celeste provocano stati di misticismo e paura dell’aldilà. Il Mediterraneo ha innalzato monumenti alla fede e alla superstizione, alla grandezza e alla vanità……… (PREDRAG MATVEJEVIC)

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