L’EUROPA che si preoccupa delle imminenti ELEZIONI IN FRANCIA: cosa accadrà se i francesi lasciano l’Unione Europea? – Il clima sociale e politico difficile in Francia unifica e fa condividere le paure e le speranze di noi europei: ancora una volta, dopo gli atti di terrorismo a Parigi e Nizza: “SIAMO TUTTI FRANCESI”

LA CORSA ALL'ELISEO - La data del primo turno delle elezioni presidenziali francesi cade domenica 23 aprile 2017. Se nessun candidato alla presidenza francese avrà conquistato il 50% +1 delle preferenze espresse, allora sarà necessaria la data del secondo turno delle elezioni - domenica 7 maggio 2017 - LA FRANCIA È UNA REPUBBLICA SEMIPRESIDENZIALE in quanto è guidata dal CAPO DELLO STATO e dal CAPO DEL GOVERNO, cioè dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e dal PRIMO MINISTRO; i poteri delle due figure istituzionali sono divisi in modo molto chiaro, infatti AL CAPO DELLO STATO È AFFIDATA LA POLITICA ESTERA, mentre IL PRIMO MINISTRO SI OCCUPA DELLA POLITICA INTERNA; il Presidente della Repubblica, inoltre, presiede le riunioni del Consiglio dei Ministri. Ed è per questo motivo che il semipresidenzialismo, avendo una natura bicefala (due teste), viene definito una forma di governo duale. In base ad una RIFORMA RECENTE, I DUE INCARICHI SONO ENTRAMBI QUINQUENNALI, anche se le elezioni restano distinte e separate.
LA CORSA ALL’ELISEO – La data del primo turno delle elezioni presidenziali francesi cade domenica 23 aprile 2017. Se nessun candidato alla presidenza francese avrà conquistato il 50% +1 delle preferenze espresse, allora sarà necessaria la data del secondo turno delle elezioni – domenica 7 maggio 2017 – LA FRANCIA È UNA REPUBBLICA SEMIPRESIDENZIALE in quanto è guidata dal CAPO DELLO STATO e dal CAPO DEL GOVERNO, cioè dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e dal PRIMO MINISTRO; i poteri delle due figure istituzionali sono divisi in modo molto chiaro, infatti AL CAPO DELLO STATO È AFFIDATA LA POLITICA ESTERA, mentre IL PRIMO MINISTRO SI OCCUPA DELLA POLITICA INTERNA; il Presidente della Repubblica, inoltre, presiede le riunioni del Consiglio dei Ministri. Ed è per questo motivo che il semipresidenzialismo, avendo una natura bicefala (due teste), viene definito una forma di governo duale. In base ad una RIFORMA RECENTE, I DUE INCARICHI SONO ENTRAMBI QUINQUENNALI, anche se le elezioni restano distinte e separate.

   La Francia farà cessare l’Europa, cioè la moneta unica (l’euro) ma anche l’Unione Europea? E’ probabile se i francesi alle elezioni (per la nomina del nuovo presidente della repubblica) i prossimi 23 aprile (primo turno) e 7 maggio (ballottaggio tra i primi due candidati), voterà come presidente Marine Le Pen. Anche se, dicono i sondaggi, dovrebbe essere improbabile: cioè la candidata dell’ultra destra vincerà sicuramente il primo turno, ma perderà al ballottaggio. Ma quando mai i sondaggi hanno indovinato negli ultimi tempi di imprevedibilità di un elettorato (globale) arrabbiato dalla crisi, impoverito e “disposto a tutto”? (la Brexit in Gran Bretagna e l’elezione di Trump negli Usa lo dimostrano…).

HOLLANDE VISITA THEO - L’APPELLO DI THEO – PARIGI. Il caso del giovane picchiato e sodomizzato con il manganello da una pattuglia di quattro agenti della Police Nationale a Parigi il 5 febbraio scorso, continua a infiammare la Francia. «STOP ALLA GUERRA IN BANLIEUE»: l’appello di Theo ha solo in parte contribuito a placare la RABBIA DELLE PERIFERIE PARIGINE. Per quattro notti consecutiva è continuata la guerriglia, dopo gli incidenti e le accuse di violenza alla polizia nei confronti de ventiduenne di AULNAY-SOUS-BOIS, cittadina nel nord di Parigi. «Amo la mia città, vorrei ritrovarla come l’ho lasciata», aveva chiesto ai concittadini, nell’appello dal suo letto d’ospedale. Ma in diversi comuni limitrofi della Seine-Saint-Denis ci sono stati ancora disordini, con lanci di bottiglie incendiarie, cassonetti e auto dati alle fiamme. (…) Dopo la VISITA A SORPRESA DEL PRESIDENTE HOLLANDE AL CAPEZZALE DELLA VITTIMA col volto ancora tumefatto, il premier Bernard Cazeneuve ha rivolto un nuovo messaggio di vicinanza: «A nome del governo voglio rivolgere a questo ragazzo, attualmente nel suo letto d’ospedale, il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà». Un riferimento, in particolare, all’appello alla calma lanciato dalla vittima alle periferie. Parole - le ha definite Cazeneuve in Parlamento - di «grande responsabilità e dignità che hanno una forza repubblicana» e che meritano il plauso della nazione. «Non si possono tollerare violenze da parte della polizia», ha poi concluso il premier, incassando l’applauso dei deputati all’Assemblée Nationale. A MENO DI TRE MESI DAL VOTO PER L’ELISEO, TUTTA LA CLASSE POLITICA, A ECCEZIONE DI MARINE LE PEN (candidata Front National), CHIEDE PUNIZIONI ESEMPLARI CONTRO I QUATTRO POLIZIOTTI, di cui uno indagato per stupro e gli altri tre per violenze di gruppo. (Paolo Levi, “La Stampa”, 9/2/2017)
HOLLANDE VISITA THEO – L’APPELLO DI THEO – PARIGI. Il caso del giovane picchiato e sodomizzato con il manganello da una pattuglia di quattro agenti della Police Nationale a Parigi il 5 febbraio scorso, continua a infiammare la Francia. «STOP ALLA GUERRA IN BANLIEUE»: l’appello di Theo ha solo in parte contribuito a placare la RABBIA DELLE PERIFERIE PARIGINE. Per quattro notti consecutiva è continuata la guerriglia, dopo gli incidenti e le accuse di violenza alla polizia nei confronti de ventiduenne di AULNAY-SOUS-BOIS, cittadina nel nord di Parigi. «Amo la mia città, vorrei ritrovarla come l’ho lasciata», aveva chiesto ai concittadini, nell’appello dal suo letto d’ospedale. Ma in diversi comuni limitrofi della Seine-Saint-Denis ci sono stati ancora disordini, con lanci di bottiglie incendiarie, cassonetti e auto dati alle fiamme. (…) Dopo la VISITA A SORPRESA DEL PRESIDENTE HOLLANDE AL CAPEZZALE DELLA VITTIMA col volto ancora tumefatto, il premier Bernard Cazeneuve ha rivolto un nuovo messaggio di vicinanza: «A nome del governo voglio rivolgere a questo ragazzo, attualmente nel suo letto d’ospedale, il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà». Un riferimento, in particolare, all’appello alla calma lanciato dalla vittima alle periferie. Parole – le ha definite Cazeneuve in Parlamento – di «grande responsabilità e dignità che hanno una forza repubblicana» e che meritano il plauso della nazione. «Non si possono tollerare violenze da parte della polizia», ha poi concluso il premier, incassando l’applauso dei deputati all’Assemblée Nationale. A MENO DI TRE MESI DAL VOTO PER L’ELISEO, TUTTA LA CLASSE POLITICA, A ECCEZIONE DI MARINE LE PEN (candidata Front National), CHIEDE PUNIZIONI ESEMPLARI CONTRO I QUATTRO POLIZIOTTI, di cui uno indagato per stupro e gli altri tre per violenze di gruppo. (Paolo Levi, “La Stampa”, 9/2/2017)

   Gli scontri nella banlieue (periferia) di Parigi che ci sono stati, seguiti alle violenze della polizia del 5 febbraio scorso su un giovane francese (di provenienza africana), questi scontri accendono ancora di più una latente tensione (e preoccupazione di come andranno a finire le elezioni presidenziali.

La protesta delle donne nella banlieue parigina dopo le violenze della polizia del 5 febbraio scorso
La protesta delle donne nella banlieue parigina dopo le violenze della polizia del 5 febbraio scorso

   La non impossibile vittoria della Le Pen (anche al secondo turno) fa capire la necessità di trovare modi di azione democratica, popolare, per sconfiggere forze che ci stanno portando verso “chiusure” di ogni genere (economiche, culturali, xenofobe..). Pare avverarsi la profezia di un “Medioevo prossimo venturo” di cui si paventava alcuni decenni fa. Ciò fa credere e fa pensare che forse esistono forme di “resistenza” e di “proposta positiva” perché questo non accada.

12 febbraio 2017 - FRANCIA, CASO THEO: SCONTRI NELLA NOTTE NELLA BANLIEUE PARIGINA - Vetrine rotte, gas lacrimogeni, cassonetti in fiamme. Nella notte a Bobigny, periferia di Parigi, la manifestazione organizzata per chiedere "giustizia per Theo", è degenerata in gravi incidenti. I manifestanti, circa 2000 quasi tutti giovanissimi, erano riuniti davanti al tribunale di Bobigny, protetto da un impressionante dispiegamento di forze dell'ordine. Theo è il ragazzo di colore di 22 anni, picchiato e sodomizzato dalla polizia durante alcuni controlli il 2 febbraio scorso, e ancora ricoverato in ospedale. Lui e la sua famiglia avevano lanciato nei giorni scorsi un invito alla calma (Repubblica.it)
12 febbraio 2017 – FRANCIA, CASO THEO: SCONTRI NELLA NOTTE NELLA BANLIEUE PARIGINA – Vetrine rotte, gas lacrimogeni, cassonetti in fiamme. Nella notte a Bobigny, periferia di Parigi, la manifestazione organizzata per chiedere “giustizia per Theo”, è degenerata in gravi incidenti. I manifestanti, circa 2000 quasi tutti giovanissimi, erano riuniti davanti al tribunale di Bobigny, protetto da un impressionante dispiegamento di forze dell’ordine. Theo è il ragazzo di colore di 22 anni, picchiato e sodomizzato dalla polizia durante alcuni controlli il 2 febbraio scorso, e ancora ricoverato in ospedale. Lui e la sua famiglia avevano lanciato nei giorni scorsi un invito alla calma (Repubblica.it)

   Ora, nell’imminenza delle elezioni francesi che così direttamente potranno incidere sulla nostra vita, ci sentiamo vicini a quel che accade lì, dichiarando che “siamo francesi” nel senso più alto che quel popolo storicamente ha potuto dimostrare, partendo dai principi di “Liberté, Égalité, Fraternité”. (s.m.)

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MARINE LE PEN prossimo presidente francese? – “(…) L’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo prevede, se vince la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. (…) Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a EMANUEL MACRON, l’europeista riformatore di centro ma senza partito (…) Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma.(…)” (Oscar Giannino, “Il Mattino”, 8/2/2017)
MARINE LE PEN prossimo presidente francese? – “(…) L’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo prevede, se vince la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. (…) Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a EMANUEL MACRON, l’europeista riformatore di centro ma senza partito (…) Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma.(…)” (Oscar Giannino, “Il Mattino”, 8/2/2017)

L’EUROPA SI GIOCA A PARIGI

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO” del 12/2/2017

– L’Europa si gioca a Parigi. L’Unione può resistere alla Brexit, a Orbán e ai nazionalisti dei Paesi Bassi. Ma se vince Le Pen, è finita –

   Più per esorcismo che per convinzione si diceva: può finire l’Europa. In fondo non lo si pensava. Ora che i barbari sono alle porte, l’ipotesi assume le sembianze concrete di una signora bionda che ha ingentilito i modi passando dal nero della sua eredità politica al “bleu”.Il ” bleu Marine Le Pen”, per autodefinizione.

Così, in un’inversione di senso delle parole, il governatore della Bce Mario Draghi proclama l’euro «irrevocabile» proprio perché sente concreta la minaccia della revocabilità. E simbolicamente il Continente rischia di andare in frantumi a 25 anni esatti da quella firma storica del trattato di Maastricht (7 febbraio 1992).

   L’Europa può sopportare la Brexit, reggere l’uscita dell’Olanda se Geert Wilders vincerà le elezioni di marzo o dell’Ungheria se il suo padre-padrone Viktor Orbán deciderà lo strappo. Ma certo non può fare a meno della Francia, Paese fondatore, con la Germania polo dell’asse che l’ha retta per conciliazione e come risarcimento dei lutti procurati simbolicamente dalla linea del fiume Reno.

   I destini comuni sono dunque nelle mani della nazione più sciovinista, quella che bocciò per referendum nel 2005, e di fatto affossandola, la Costituzione europea in difesa di una sempre rivendicata sovranità.

Marine Le Pen, se a maggio approderà all’Eliseo, vuole uscire dal comando unificato della Nato e poco spaventa: c’è il precedente del generale de Gaulle che nel 1966 fece altrettanto. Soprattutto vuole tornare al franco e lasciare Bruxelles.

   Se i mercati entrano in fibrillazione e lo spread s’impenna è perché l’ipotesi non appartiene al periodo ipotetico dell’irrealtà. E difficile, non impossibile.

   I suoi avversari sembrano impegnati in una gara a perdere. L’ex temibile campione della destra tradizionale, François Fillon, si è incartato nella poco edificante vicenda dei fondi pubblici regalati a moglie e figli. II socialista Benoît Hamon non è detto arrivi al ballottaggio, dovrà dividere i voti di sinistra col tribuno Jean-Luc Mélenchon.

   II giovane Emmanuel Macron dovrà dimostrare che esiste un centro in un Paese che non l’ha mai avuto perché fortemente bipolare per tradizione e meccanismi istituzionali, mentre si trova a fronteggiare anche una strisciante e vergognosa campagna sulle sue attitudini sessuali.

   Anche stavolta Parigi val bene una messa. Non sappiamo se di de profundis o di resurrezione dell’Europa. (Gigi Riva)

EMMANUEL MACRON, prossimo presidente francese? - Giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid). Un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.(…) (Stefano Carpentieri, 9/2/2017, www.treccani.it/m)
EMMANUEL MACRON, prossimo presidente francese? – Giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid). Un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.(…) (Stefano Carpentieri, 9/2/2017, http://www.treccani.it/m)

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QUELLE NUVOLE NERE SUL CIELO DELL’EUROPA

di Oscar Giannino, da “Il Mattino” del 8/2/2017

– Dall’Olanda alla Francia, alla Germania: il 2017 può segnare la brutta fine di un’era –

   Destrutturazione. Avviene, nella storia. Quando lunghe fasi in cui legami e vincoli sembravano solidi e acquisiti, interessi economici e commerciali potenti collanti, classi dirigenti unite, improvvisamente invece una catena di eventi prima considerati impensabili inizia a imprimere a catena retromarce distruttive.

FRANCOIS FILLON, candidato della destra
FRANCOIS FILLON, candidato della destra

   Non ci sono solo lunghissimi lenti declini di grandi imperi, nella storia. A volte, ciò che sembrava solido si abbatte nella polvere nel breve volgere di mesi. Ed è forse di questo tipo, il disfacimento in atto nel tessuto europeo. Non è solo l’effetto di potenti strappi esterni, da Brexit a Trump. Potrebbero poco o nulla, se non avessimo covato in noi stessi potenti germi letali.

   Ci voleva il premier maltese per dirlo, due giorni fa, all’ultimo meeting dei leader europei su sicurezza nel Mediterraneo e immigrati: “Parliamo tanto di unità europea, ma se poi in concreto riusciamo a esse uniti solo su che tempo fa ai Caraibi, non serve a niente”.

BENOIT HAMON, candidato della sinistra
BENOIT HAMON, candidato della sinistra

   Date un occhio alle crisi aperte in Europa, prima di pensare alla Merkel, alla Le Pen e alla May, le tre leader politiche da cui dipende se e come alla fine di questo 2017 l’Europa sarà solo sanguinante come ora, oppure ferita a morte.

   In queste settimane, gli scontri nell’Est Ucraina con le milizie filorusse sono ripresi, Trump ha lui assicurato l’opposizione ucraina che se Putin non la smette lui non leverà le sanzioni. Ma al Presidente Poroshenko la Ue non ha detto nulla: perché la verità è che la Germania tiene duro, ma gli altri paesi europei e noi per primi ce ne freghiamo degli ucraini, e le sanzioni vogliamo toglierle.

In FRANCIA la REGIONE (région) costituisce il PRIMO LIVELLO DI DIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLO STATO, è una COLLETTIVITÀ TERRITORIALE dotata di personalità e di una libertà di amministrazione, una circoscrizione elettorale e amministrativa dei servizi decentralizzati dello Stato. LE REGIONI FRANCESI SONO 18 (dal 1º gennaio 2016), delle quali 13 NELLA FRANCIA METROPOLITANA (inclusa la Corsica, il cui status giuridico di "collettività territoriale" è assimilabile a quello di una regione) e 5 OLTREMARE (Mayotte non ha un consiglio regionale, ma un'assemblea unica facente funzione di consiglio regionale e consiglio dipartimentale)
In FRANCIA la REGIONE (région) costituisce il PRIMO LIVELLO DI DIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLO STATO, è una COLLETTIVITÀ TERRITORIALE dotata di personalità e di una libertà di amministrazione, una circoscrizione elettorale e amministrativa dei servizi decentralizzati dello Stato. LE REGIONI FRANCESI SONO 18 (dal 1º gennaio 2016), delle quali 13 NELLA FRANCIA METROPOLITANA (inclusa la Corsica, il cui status giuridico di “collettività territoriale” è assimilabile a quello di una regione) e 5 OLTREMARE (Mayotte non ha un consiglio regionale, ma un’assemblea unica facente funzione di consiglio regionale e consiglio dipartimentale)

ULTIMATUM. A dicembre , la Commissione Europea ha dato un ultimatum al governo della Polonia, concedendogli solo due mesi di tempo per abbandonare la riforma che leva indipendenza alla Corte Costituzionale, allineandola al governo nazionalista. Il governo polacco non intende farlo, gode del sostegno di Trump e ha appena accolto con soddisfazione un nuovo reparto corazzato americano: ieri non a caso la Merkel era in Polonia.

   Se la Commissione non dovesse sospendere i diritti di voto alla Polonia, come prevede il Trattato Europeo in caso di gravi violazioni dei diritti da parte di un paese membro, perderebbe la faccia. Ma nessuno crede davvero che lo farà.

   IL 15 MARZO SI VOTA IN OLANDA. Il governo guidato da Mark Rutte alla testa del suo partito liberaldemocratico è sotto attacco, perché in testa ai sondaggi è l’ipernazionalista Geert Wilders. Molti partitini entreranno in Parlamento, e dovranno unirsi in una coalizione arcobaleno per evitare che Wilders preceda la Le Pen al potere. In quel caso, il presidente dell’eurogruppo, il rigorista Jeroen Dijsselbloem, verrebbe sfiduciato.

   IN GRECIA, siamo all’ennesimo atto del supplizio di un pessimo esempio di risanamento pluriennale, di nuovo l’Esm europeo e il Fmi non concordano sul rispetto dei patti da parte del governo Tsipras.

   IN SPAGNA, Madrid e Barcellona sono di nuovo ai ferri cortissimi. Il governo Rajoy non intende consentire l’ennesimo referendum sull’indipendenza che il governo catalano intende tenere a settembre. E anzi inizia il processo al leader indipendentista catalano Artur Mas, alla sbarra sotto gravissimi capi di imputazione.

I DIPARTIMENTI della FRANCIA sono la suddivisione territoriale di secondo livello del Paese, dopo le regioni, e SONO pari a 101, di cui 96 METROPOLITANI e 5 D’OLTREMARE (DOM, Départements d'Outre-Mer). Ad essi si aggiunge poi la METROPOLI DI LIONE, alla quale è attribuito uno status particolare
I DIPARTIMENTI della FRANCIA sono la suddivisione territoriale di secondo livello del Paese, dopo le regioni, e SONO pari a 101, di cui 96 METROPOLITANI e 5 D’OLTREMARE (DOM, Départements d’Outre-Mer). Ad essi si aggiunge poi la METROPOLI DI LIONE, alla quale è attribuito uno status particolare

LE PEN. A tutto questo aggiungete l’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo. Se vice la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen annuncia: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. Le stesse cose condivise da Gilders in Olanda e da Salvini in Italia, per non dire dei 5 stelle, che non lo ammettono ma flirtano da tempo esattamente con queste posizioni.

PIRAMIDE AMMINISTRATIVA FRANCESE
PIRAMIDE AMMINISTRATIVA FRANCESE

   Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a Emanuel Macron, l’europeista riformatore di centro ma senza partito, contro destra e sinistra tradizionali, assurto ad antagonista della Le Pen grazie alla crisi verticale di credibilità di Fillon dell’Ump.

   Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma. Perché Macron dovrà presentare alle legislative di giugno un partito di zecca. Mentre il Fronte Nazionale da decenni in politica conta solo 2 deputati su 577 alla Camera: il maggioritario a doppio turno di collegio – sistema elettorale benedetto che ha sempre funzionato anche con un sistema tripolare, checché ne dicano gli espertoni italiani – non premia affatto la destra estrema né i partiti nuovi.

   Col bel risultato che avremmo una Le Pen eletta che vuole inabissare l’Europa ma senza un governo che le obbedisca. O un Macron ingabbiato in un esecutivo di vecchi partiti, quegli stessi contro i quali lui si è candidato.

DUE VELOCITÀ. Di fronte a tutto questo, volete stupirvi che la Merkel abbia esplicitamente parlato ormai della necessità di un’Europa a più velocità? Ripescando una vecchia proposta del 1996 presentata da Schaueble e Lamers, che sin da allora non credevano affatto – come poi è stato – che avrebbe ingenerato stabilità e convergenza tra paesi tanto diversi il dar vita a una moneta unica senza unire davvero i sottostanti mercati del lavoro, dei beni e dei servizi?

   La Merkel è stata come sempre realista, a indicare quella prospettiva. Se i francesi scelgono la Le Pen non è la Brexit, che è una sfida pesante ma resta esterna al “cuore” dell’architettura europea. Va in pezzi l’asse franco-tedesco su cui l’Europa è nata dagli anni Cinquanta.

   E alla Germania non resta che, realisticamente, proporre un cammino comune ai paesi che davvero hanno fatto convergenza su rigore, produttività e basso debito pubblico: il Benelux, la Finlandia, l’Austria, i paesi baltici. Guardando all’Est Europa non solo per l’ingente interscambio commerciale e le fortissime delocalizzazioni di imprese e banche tedesche ma anche dal punto di vista della difesa, per evitare che Polonia, Ungheria, Cechia e paesi baltici guardino solo a Trump.

   I tedeschi sono così saggi che si sono anche dotati di un antagonista alla Merkel comunque non radicale, il social-democratico Schulz che può rappresentare un’ottima alternativa a condurre gli interessi germanici verso nuovi impervi scenari. In poche settimane ha recuperato 13 punti di svantaggio sulla Merkel. E a candidarlo è stato Sigmar Gabriel, il leader Spd che realisticamente ha preferito un candidato più attrativo di sé. Ogni riferimento alle coltellate in corso nel pd nostrano è volutamente deliberato.

   L’Europa diventerebbe nana più di quanto già non sia, in un mondo in cui Trump esplicitamente propone a Russia e Cina di tornare a regolare i propri rapporti su base bilaterale, senza l’incomodo di grandi reti multilaterali.

   Solo Mario Draghi, oggi, forte di tutto quel che ha fatto la sua Bce per regalare tempo ai governi che non ne hanno saputo approfittare per riforme efficaci, continua a parlare di ciò che l’Europa dovrebbe fare per migliorare la propria convergenza. Ma il suo mandato l’anno prossimo finisce, e insieme a lui finisce il Qe, che ha dato ai paesi euro deboli l’illusione di non avere enormi debiti e rischi sovrani. Il risveglio sarà amaro.

L’ITALIA. E l’Italia? E’ in preda a un classico eterno ritorno del suo radicalismo millenaristico. Accade con la rapida fine della destra storica che unificò il paese. Poi con l’avvento del nazionalismo che ci portò al conflitto mondiale. Poi con il fascismo. Oggi, destra sinistra e movimenti antisistema parlano tutti – sotto la superficie di divisioni a coltello – una comune lingua che riecheggia quella del “riscatto nazionale”, puntualmente inalberato da ciascuna di quelle fasi storiche che riportarono l’Italia fuori dal consesso dei Paesi avanzati.

   Si invoca il ritorno della liretta e alle svalutazioni, dazi e autarchia, regole bancarie diverse da quelle raffigurate come “imposteci” dai tedeschi, mani libere sul deficit e debito, come se poi non si impennasse il monte interessi da pagare ai mercati.

   Gli economisti che sanno bene trattarsi di sciocchezze tacciono, per non sembrare “servi” delle tecnocrazie europee. Quasi tutti i giornali e media non riescono a fare a meno ogni giorno di proporre una lettura dei guai italiani che non sia figlia di proterve imposizioni estere. Mentre invece alto debito e bassa produttività, macchina pubblica elefantiaca e inefficiente, tasse da rapina, ascensore sociale bloccato e zero sostegni alla povertà assoluta, mentre abbiamo scialacquato 2 punti di Pil in decontribuzioni e bonus per far restare l’economia inchiodata a zero virgola, sono tutti guai che hanno responsabilità nostre. Non ce li ha imposti proprio nessuno.

   Le destrutturazioni violente del resto avvengono così, nella storia. Improvvisamente classi dirigenti che molto hanno sbagliato avvertono sotto i propri piedi mancare il terreno, e invece di battersi per soluzioni realistiche per quanto sofferte, preferiscono tacere e cambiare opportunisticamente bandiera.

   Non è detta l’ultima parola, naturalmente. Ed è un dovere non piegarsi al pessimismo. Ma certo è che sono così forti i venti di tempesta sfuggiti all’otre di Eolo, che anche nell’odissea solo per un miracolo Ulisse riuscì a evitare il naufragio. (Oscar Giannino)

Mappa della Francia da Wikipedia
Mappa della Francia da Wikipedia

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LA MODA ANTISISTEMA DI PARIGI

di Cesare Martinetti, da “La Stampa” del 11/2/2017

   Il nostro futuro passa da Parigi in questo 2017, anno di anniversari e rivoluzioni annunciate: se Marine Le Pen sale all’Eliseo, l’Europa è destinata a disfarsi, come nel reset di un domino elettronico. E il mondo si ridisegna: Brexit, Frexit, passando da Washington, dove Trump è ai comandi, e guardando a Mosca, dove Putin attende fiducioso.

   E al resto delle province dove scalpitano altri piccoli capipopolo. Sessant’anni dopo i Trattati di Roma, finisce una storia e ne comincia un’altra. Facciamo un passo indietro. Era il 2002. Quarantotto ore prima del voto che avrebbe cambiato la storia della Francia, un temerario giornalista britannico pose la seguente domanda: «E se Le Pen arrivasse al ballottaggio?». Martine Aubry, icona del governo della sinistra, madrina della legge sulle 35 ore, fece una smorfia e spazzò via con un gesto della mano l’inquietante scenario: «C’est une hypothèse fantaisiste!» È un’ipotesi fantasiosa.

   La sera del 21 aprile 2002, invece, quell’ipotesi si realizzò. Jean-Marie Le Pen, duce maledetto della Francia nera, aveva umiliato l’austero candidato socialista Lionel Jospin, di cui la Aubry era portavoce, e andava al ballottaggio contro il gollista Jacques Chirac. Nel secondo turno, la sera del 5 maggio, Le Pen fu poi sepolto dai voti della Francia repubblicana – 82% contro il 18 -, ma intanto era successo, e da allora quel giorno restò nella memoria come lo «choc» del 21 aprile.

   Che il prossimo 23 aprile MARINE LE PEN, figlia di JeanMarie, erede della sua leggenda (e molto altro di nuovo) possa andare al ballottaggio non è più un’ipotesi, ma una certezza; che poi vinca il ballottaggio del 7 maggio non ha niente di «fantaisiste».

   I sondaggi dicono che è saldamente in testa nel primo turno, ma che sarebbe inesorabilmente battuta nel secondo. È tutto al condizionale, perché di questi tempi i sondaggi valgono quel che valgono. Non solo. Anche i contorni del suo sfidante non sono ancora definiti.

   Sarà davvero EMMANUEL MACRON, come si dice? Ha 39 anni, è pupillo di Hollande che se l’era portato all’Eliseo come vicesegretario, poi nominato ministro dell’Economia, infine «traditore», secondo una consolidata tradizione politica.

   Candidato contro Hollande prima che Hollande rinunciasse a ricandidarsi. È giovane, brillante, europeista, socialdemocratico ma anche liberale, mondialista, difende il welfare, ma lo vuole cambiare. È esattamente in quella posizione di mezzo che nella Francia bipolare non ha mai avuto successo. Il suo exploit è per ora del tutto virtuale, non è mai stato eletto nemmeno in un consiglio comunale, piace molto ai media che – però – ultimamente non ci azzeccano mai.

   È stato banchiere d’affari in Rothschild e per la sinistra la sua «freschezza» sa molto di vecchio, «poteri forti che si riciclano», come ha detto la sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo, non certo un’estremista. Sarà difficile per lui raccogliere i voti a gauche in un eventuale ballottaggio contro la Le Pen, soprattutto all’estrema, dove il giacobino Mélenchon (che nei sondaggi è sopra al 10%) condivide con l’estrema destra lepenista alcuni fondamentali: contro la Ue, contro la Nato, avanti popolo! Il vecchio comandamento repubblicano del «tutti insieme contro il pericolo fascista» che funzionò nel 2002, nella Francia post-ideologica di oggi non è per niente scontato.

   Non è nemmeno da escludere che qualche voto trasmigri dall’estrema sinistra all’estrema destra: nel ventre della Francia de-industrializzata del Nord come del Sud è proprio il popolo della sinistra ad aver creato il fenomeno Le Pen.

   La destra al momento sembra fuori gioco. François Fillon dopo aver vinto trionfalmente (e a sorpresa) le primarie contro Sakozy e Juppé, è sprofondato del vergognoso caso della moglie stipendiata dalla République come assistente parlamentare del marito. Rivelazione di un giornale satirico, ma informatissimo, come il «Canard enchainé»: un milione di reddito lordo per qualche anno di non lavoro. Per un ex primo ministro che sembrava un galantuomo cattolico-liberale della provincia e prometteva rigore thatcheriano, una disfatta.

   I socialisti, dopo la rinuncia di Hollande che vale la confessione di un fallimento, dopo primarie in cui il primo ministro Manuel Valls è finito nella morsa di tre ex ministri cacciati dal governo, ha logicamente perduto. Benoît Hamon a sorpresa rappresenterà il partito che fu di Mitterrand: è il socialismo del cuore, antiglobalista, sostenitore del reddito universale, alfiere di un «futuro desiderabile» in un’Europa sociale alla Jacques Delors, indimenticato presidente della Commissione di Bruxelles. «Il più antisistema sono io!», dicono i 5 candidati alla bella Marianna che non sa per chi votare, nella vignetta del geniale Jacques Plantu di Le Monde.

   È il paradosso di queste elezioni: tutti prendono le distanze dal passato perché la corsa – dallo choc del 21 aprile 2002 – si fa sulla Le Pen. Una corsa maledetta, un percorso di sabbie mobili, dalle quali si intravvedono i resti di candidati dispersi. Scandali, veleni, famiglie e abitudini sessuali si mescolano alla politica. Resteranno Marine e Macron? «Rien ne se passera comme prévu», niente sarà come previsto, dice Edwy Plenel, vecchio lupo del giornalismo. (Cesare Martinetti)

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VIAGGIO IN FRANCIA NEL VOTO DELLA PAURA

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 11/2/2017

IL REPORTAGE – ROUBAIX.

   «Il Sindaco è impegnato, buon lavoro». L’addetto del municipio chiude garbatamente la porta in faccia ai giornalisti non appena sente la parola “povertà”. L’idea di un ennesimo articolo sulla miserabile Roubaix non piace a Guillaume Delbar, dirigente della destra che governa da due anni il Comune più povero di Francia.

   Alle presidenziali del 2012 la città del Nord votò in massa per François Hollande, il leader socialista aveva raccolto quasi il 70 per cento dei voti. Cinque anni dopo, qui la gauche è passata all’opposizione e gli equilibri politici sono molto più incerti, a immagine e somiglianza di un’elezione nazionale di aprile su cui nessuno è in grado di fare una previsione affidabile.

   Roubaix è lo specchio della crisi di uno degli Stati sociali più generosi del mondo. La Francia dedica oltre 57 per cento del suo Pil alla spesa pubblica eppure conta 8,8 milioni di poveri secondo l’ultimo censimento.

   Molti non voteranno, come Viviane, 62 anni, che incontriamo nella mensa popolare Café de l’Univers. «Le elezioni? Tanto non cambierà nulla: ai noi non pensa mai nessuno». Madre di sei figli, dopo una vita da cassiera, Viviane ha una pensione di 534 euro al mese.

   Tra i tanti record, la città ha anche quello dell’astensionismo, in media sei elettori su dieci non votano. Al Café de l’Univers vengono pensionati come Viviane, ma anche donne con bambini, giovani senza diploma, impiegati in giacca e cravatta. Nicole Geldhof, la padrona della mensa, ha scoperto da qualche anno la nuova categoria dei “working poor”. Una volta, spiega, chi riusciva a ottenere un contratto di lavoro, smetteva di frequentare la mensa e trovava presto una casa. Non è più così.    Fino al primo dopoguerra Roubaix è stato uno dei distretti tessili più importanti dell’Europa insieme a Manchester, dall’altra parte della Manica. «Eravamo una delle capitali del mondo» ricorda con malcelato campanilismo Vincent Boutry, direttore dell’Università popolare. La città ha ospitato l’Esposizione universale, vantava una delle migliori squadre di calcio del Paese e l’arrivo della corsa di ciclismo sul pavé diventata leggenda, “l’Inferno del Nord”.

   Alla Belle Époque, contava centoventimila abitanti, adesso ce ne sono appena 95mila di cui quasi la metà (45 per cento) vive sotto la soglia di povertà e un terzo dipende dai sussidi pubblici. «Inferno no, ma purgatorio forse» commenta Boutry. Cinquant’anni, ex militante maoista, ricorda le gloriose lotte degli anni Settanta per salvare le case popolari, edifici bassi affacciati su giardini del quartiere Alma. Gli urbanisti volevano abbatterle per costruire delle torri, “alte fino al cielo”, così era scritto nel progetto. «Abbiamo vinto noi – ricorda – grazie a un’alleanza tra sindacati, cittadini, associazioni cattoliche».    Oggi molte di quelle vecchie palazzine a mattoni rossi sono disabitate. Un paesaggio mesto. Intere strade con le finestre murate per evitare occupazioni abusive. La politica non abita più qui.

   «I giovani purtroppo non vengono ai nostri dibattiti» ammette il fondatore dell’università popolare che appoggia la proposta di un reddito di cittadinanza – 750 euro al mese – di Benoît Hamon, anche se l’applicazione costerebbe allo Stato 400 miliardi di euro. «È portatore di una piccola utopia, una visione nuova rispetto a quella propinata da quarant’anni» aggiunge Boutry a proposito del candidato socialista all’Eliseo.

   Con l’arrivo del freddo, il centralino nazionale 115 che dovrebbe offrire a tutti un posto letto non riesce più a rispondere alle chiamate. Succede a ogni inverno. Gli operatori sono costretti a fare un triage sempre più selettivo.

   «È una lotta fra poveri» dice Christophe Robert, responsabile della fondazione Abbé Pierre, dal nome del prete cattolico morto nel 2007 dopo una vita passata a lottare contro l’esclusione sociale, il cui archivio è conservato proprio a Roubaix. La fondazione ha lanciato una campagna per smentire alcuni cliché del tipo “gli immigrati hanno reso più poveri i francesi”. Marine Le Pen propone di inserire nella Costituzione la “priorità nazionale”: niente più sussidi per gli stranieri. Anche quelli in regola, con un lavoro, che pagano i contributi, dovranno aspettare due anni prima di poter accedere ai benefici del Welfare.

   «Non sono le migliaia di persone arrivate da Grecia e Italia che hanno aumentato i senzatetto» risponde Robert. «L’emergenza risale a molto prima». Dal 2005 a oggi sono stati registrati 1,2 milioni di nuovi poveri. Alle scorse presidenziali il Front National aveva fatto un risultato modesto a Roubaix. Appena il 15 per cento. Ma in questi anni le terre del Nord sono state ben arate dall’estrema destra. Hénin-Beaumont, feudo di Le Pen, dista solo 30 minuti di auto.

   «Quello che manca di più a Roubaix non sono i soldi» sostiene Anne Lescieux, assistente sociale. «Stiamo perdendo la nostra umanità». Prima esistevano luoghi per incontrarsi: alla fine della messa, all’uscita dalle fabbriche. I sindacati del tessile avevano costruito un sistema di mutue che ha ispirato lo Stato sociale. Il patronato creava circoli dopolavoro, una magnifica piscina art déco riservata alle famiglie degli operai.

   “La Piscine”, accanto alla stazione, è stata riconvertita in museo d’arte moderna con al suo interno un ristorante stellato. Alcune fabbriche sono state trasformate in centri culturali, Roubaix ha persino il suo Colosseo, il teatro Le Colisée con un cartellone di livello internazionale. I telai si sono fermati o sono stati spediti all’estero. Ma le ex famiglie industriali sono rimaste.

   Roubaix ha dato i natali a due degli uomini più ricchi di Francia: Bernard Arnault, patron del gruppo di lusso Lvmh, e Gérard Mulliez, fondatore della catena di supermercati Auchan. A La Croix, uno dei sobborghi dell’hinterland, c’è persino il record nazionale di contribuenti della patrimoniale.

   Se l’economista Thomas Piketty avesse avuto bisogno di un luogo per riassumere la spaventosa esplosione delle disuguaglianze nel suo “Capitale del XXI secolo”, Roubaix era il posto giusto.

   Il nuovo sindaco riproduce il comportamento di gran parte della destra a livello nazionale: preferisce tacere dei poveri, si concentra solo sul rilancio economico, spingendo alla creazione di start-up e allo sviluppo di società come Ovh, leader europeo sui servizi di cloud e server, che però spesso assumono diplomati e laureati da altre città.

   Da qualche anno si è creata anche una piccola comunità di artisti, attratti dai loft industriali a prezzi scontati. «A Roubaix ci sono due città che non si incontrano mai» racconta Moncef Bentaziri, un immigrato tunisino che cura una decina di orti cittadini dove, appena esce un raggio di sole, si organizzano pic-nic e giochi per bambini in una sorta di autogestione dettata dal bisogno. «La vera povertà – aggiunge con un sorriso – è quando smetti di esistere per gli altri, diventi invisibile». Roubaix è fatta anche di storie come la sua, poche luci nella notte. (Anais Ginori)

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“QUESTE RIVOLTE FAVORISCONO LE PEN. IL SUO PARTITO PUÒ VINCERE LE ELEZIONI”

di Francesca Paci, da “La Stampa” del 9/2/2017

– Lo storico Le Bras: ma se perde il Front National si spaccherà –

   Da quasi mezzo secolo HERVÉ LE BRAS indaga il tessuto sociale della sua Francia che rifiuta le differenze etnico-religiose nel nome della République ma torna ciclicamente a farci i conti. Come in queste calde settimane che ci separano dalle elezioni presidenziali.

Gli scontri in banlieue seguiti alle violenze sul giovane Théo gonfieranno il gradimento di Marine Le Pen come nel 2005?

«È possibile ma è possibile anche il contrario. Per ora la Le Pen non vola, è cresciuta molto all’inizio del mandato di Hollande passando dal 18,5% al 28%, ma con l’ingresso sulla scena di Fillon è scesa al 23% e ora è tornata al 25,5%. La situazione è fluida anche perché su di lei pesano le inchieste, le tasse non pagate, ombre che non influenzano i suoi fedelissimi ma gli indecisi forse sì».

Quanto pesano le banlieue nella campagna elettorale?

«È un peso percepito più che reale, un peso ideologico. Le roccaforti dell’ultradestra non sono nelle grandi città o nei quartieri a ridosso delle banlieue ma nella Francia periurbana, più remota, dove il consenso del Front National è inversamente proporzionale al numero dei migranti».

La Francia potrebbe seguire le orme degli Stati Uniti, dove Trump ha potuto contare sul revanscismo dei bianchi?

«Direi di no perché in Francia il razzismo è meno diffuso, non ci sono per esempio statistiche etniche. Al netto di molti problemi d’integrazione – sociale più che etnica – la Francia ha il numero di coppie miste più elevato d’Europa. Inoltre si parla sempre dei momenti di rottura ma è un fatto che tra le seconde e le terze generazioni c’è sempre più classe media e che i migranti in arrivo oggi sono assai più scolarizzati di 30 anni fa».

Due anni di terrorismo non hanno esacerbato gli animi?

«In parte sì, ma il terrorismo ha radici complesse. L’attentatore del Louvre veniva dalla borghesia egiziana, aveva studiato, era figlio di un ufficiale».

Da cosa dipende allora il successo che accompagna la Le Pen?

«C’è una profonda frustrazione sociale, molti francesi oggi hanno studiato ma diversamente dai genitori non hanno una posizione equivalente al proprio titolo di studio. Nell’82 solo un disoccupato su 4 era diplomato oggi lo sono almeno 4 su 5. Lo scandalo Fillon, che ha assunto il figlio spiegando che era bravo, è sintomatico della malattia della Francia: più che la discriminazione pesano le relazioni sociali, a parità di preparazione conta il network e i network sono sempre gli stessi».

Fillon è ancora in corsa?

«In teoria no ma la destra non ha un piano B e Fillon usa questo argomento, l’unico che ha. Certo se si ritirasse, se le rivelazioni indebolissero Macron…»

Insomma, Marine può vincere?

«Finora era impossibile. Nel libro “La République des idées. Tripartisme contre démocratie” spiego che in una Francia con due grandi partiti, destra e sinistra, non c’è spazio per le ali estreme ma che con un terzo partito tutto sarebbe diverso».

Siamo a quel punto?

«Mancano due mesi e tutto può capitare. Credo però che la Le Pen possa vincere solo in caso di ballottaggio con Hamon. Se invece dovesse perdere o prendere meno del 28% il Front National potrebbe spaccarsi: oggi è compatto intorno alla chance di vincere ma, dalla vecchia guardia di Jean-Marie Le Pen ai “liberal” di Philippot, tiene insieme anime diversissime».

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EMMANUEL MACRON. EN MARCHE, MA PER ANDARE DOVE?

di Stefano Carpentieri, 9/2/2017, da: 

www.treccani.it/magazine/geopolitica/

   Di questi tempi passeggiare il sabato mattina al mercato rionale nella provincia di Parigi (come altrove in Francia) è diventato una vera corsa a ostacoli. Tra le organizzazioni non governative che cercano di alleviare i problemi del mondo, quelle che cercano di salvare il pianeta, i sostenitori dei vari candidati alle primarie del centro sinistra (sono sette in lizza), i sostenitori di Fillon (i Repubblicani), gli accoliti di Marine Le Pen (Fronte Nazionale), il povero flaneur fine-settimanale diventa un ricettacolo di pamphlet, slogan e buoni propositi.

   In quello stesso mercato capita sempre più spesso di essere avvicinati da un paio di giovani (tra i venti e i trenta anni in media), vestiti con stile ma senza troppe pretese, che pongono delle domande sulla cittadinanza e sulla partecipazione alla vita politica. Quando vi prendete il tempo di rispondere alle loro domande, a risposta multipla, allora vi rendete conto che si tratta degli aderenti al neonato partito “En Marche” capeggiato dall’ex ministro dell’Economia EMMANUEL MACRON.

   Macron, una costante nelle trasmissioni di approfondimento politico e nelle pagine dei quotidiani tanto quanto in quelle dei tabloid francesi. L’incubo dei candidati alle presidenziali e la speranza di centinaia di migliaia di persone che negli ultimi mesi hanno partecipato alle sempre più numerose conferenze organizzate in giro per la Francia.

In effetti, ad analizzare il personaggio ci si rende conto che il giovane candidato ha tanto per affascinare un poco tutti.

   Innanzitutto è giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid).

   Insomma, un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.

   Già nel 2015, in seguito agli attacchi dell’allora ministro dell’Economia Macron alle trentacinque ore lavorative settimanali, molte voci del suo partito avevano gridato allo scandalo; oggi, quando il leader del movimento En Marche riesce a radunare più di 4000 giovani sostenitori a Lille, una delle città più a sinistra dell’esagono, oltre 12000 curiosi a Parigi e più di 2500 a Clemont-Ferrand, dove vi è uno dei minori tassi di partecipazione del paese, si può facilmente affermare che Macron fa paura a sinistra come a destra.

   Trattato da traditore dai sostenitori del suo vecchio partito, fustigato dalla destra per la sua politica populista (il segretario generale dei Repubblicani non ha esitato a definirlo un “Beppe Grillo che veste Armani”) e condannato dall’estrema destra come il candidato delle banche d’affari e della macchina liberista, è facile capire che un tale accanimento deriva proprio dalla presa di coscienza che il fenomeno Macron non è un fuoco di paglia.

   Qual è dunque il segreto di questo successo così folgorante? Come spesso accade in politica, non si tratta di segreti ma, più banalmente, di strategie di comunicazione, e quella di Macron è una vera macchina da guerra.

   L’obiettivo è di rendere la politica più moderna, più “cool”, come ha fatto l’ex presidente democratico statunitense nelle sue campagne. Per far ciò non si parla di partito ma di movimento, non di programma ma di politiche partecipative, non di riforme ma di cambiamenti.

Uno degli assi nella manica di questa campagna è la società Liegey-Muller-Pons, una start-up fondata negli Stati Uniti che ha fatto le sue prime esperienze di campagne elettorali assieme ai promoter di Barack Obama. Questa piccola società, che vanta il titolo di “prima start-up per tecnologia di campagna politica” ha già collaborato con il governo di François Hollande portandogli più di 300.000 voti nelle regioni dove hanno lavorato. Il loro sistema è complicato e semplice allo stesso tempo: ispirandosi allo “studio controllato randomizzato”, una pratica statistica utilizzata per ridurre i margini di errore nel test di nuovi vaccini, i tre fondatori della start-up hanno messo a punto un algoritmo che, analizzando i dati ottenuti, indica i bacini di voti più fertili. In pratica questa società indica ai campaigner a quali porte andare a bussare per ottenere più facilmente voti.

   Questa strategia non farà forse vincere le elezioni, ma senza dubbio aiuta nella creazione di un nuovo partito. Nel panorama politico francese di oggi assistiamo sempre più rapidamente allo smembramento del sistema di grandi alleanze che aveva caratterizzato le precedenti elezioni, e se all’inizio in pochissimi pensavano che Macron potesse davvero arrivare al ballottaggio, nel contesto che si è venuto a creare oggi un personaggio volutamente fluido (ad ora, infatti, il movimento In Marcia, non ha ancora pubblicato un vero programma, ma solo delle linee guida), che utilizza la gioventù e la tecnologia meglio dei suoi antagonisti, dotato di una grande ambizione, può gettare delle solide basi se non per un vero cambiamento, almeno per una duratura partecipazione alla futura vita politica del paese.

   Se poi questa partecipazione comporti un’eccessiva frammentazione, come molti a sinistra temono, e una conseguente vittoria di partiti estremisti, soltanto le prossime elezioni potranno dircelo. (Stefano Carpentieri)

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MOLOTOV, AUTO IN FIAMME E ARRESTI

di Paolo Levi, da “La Stampa” del 9/2/2017

   Il caso del giovane picchiato e sodomizzato con il manganello da una pattuglia di quattro agenti della Police Nationale continua a infiammare la Francia. «Stop alla guerra in banlieue»: l’appello di Theo ha solo in parte contribuito a placare la rabbia delle periferie parigine. Per la quarta notte consecutiva è continuata la guerriglia, dopo gli incidenti e le accuse di violenza alla polizia nei confronti de ventiduenne di Aulnay-sous-Bois. Per la prima volta da giovedì scorso la situazione è stata più calma soltanto ad Aulnay, la cittadina del ragazzo nel nord di Parigi.

   «Amo la mia città, vorrei ritrovarla come l’ho lasciata», aveva chiesto ai concittadini, nell’appello dal suo letto d’ospedale. Ma in diversi comuni limitrofi della Seine-Saint-Denis ci sono stati ancora disordini, con lanci di bottiglie incendiarie, cassonetti e auto dati alle fiamme. La polizia ha arrestato 17 persone. I pompieri sono intervenuti per un inizio di incendio in una scuola, l’autista di un autobus è rimasto ferito in modo leggero dal lancio di una molotov. Ieri in serata cinque giovani sono stati condannati per direttissima a 6 mesi di carcere, per le violenze urbane a Aulnay. Dopo la visita a sorpresa del presidente Hollande al capezzale della vittima col volto ancora tumefatto, il premier Bernard Cazeneuve ha rivolto un nuovo messaggio di vicinanza: «A nome del governo voglio rivolgere a questo ragazzo, attualmente nel suo letto d’ospedale, il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà».

   Un riferimento, in particolare, all’appello alla calma lanciato dalla vittima alle periferie. Parole – le ha definite Cazeneuve in Parlamento – di «grande responsabilità e dignità che hanno una forza repubblicana» e che meritano il plauso della nazione. «Non si possono tollerare violenze da parte della polizia», ha poi concluso il premier, incassando l’applauso dei deputati all’Assemblée Nationale.

   A meno di tre mesi dal voto per l’Eliseo, tutta la classe politica, a eccezione di Marine Le Pen (candidata Front National), chiede punizioni esemplari contro i quattro poliziotti, di cui uno indagato per stupro e gli altri tre per violenze di gruppo.

   Diverse associazioni anti-razzismo, tra cui Sos Racisme, vogliono un incontro con i più alti vertici dello Stato. «Quello che è successo a Aulnay – affermano in una missiva – è grave. In questa circostanza la violenza della polizia ha preso un carattere sessuale e razzista. Chiediamo di essere ricevuti dal presidente della Repubblica per garantire l’attuazione di soluzioni concrete». Il fermo era avvenuto giovedì scorso, nei pressi della casa del ragazzo, dove i quattro agenti lo avrebbero inseguito e picchiato durante un controllo di identità degenerato per un diverbio. Il poliziotto accusato di stupro si è difeso evocando un «incidente». Ma l’aggressione è avvenuta sotto l’occhio delle telecamere e la diagnosi dei medici non sembra lasciare dubbi: «Ferita longitudinale del canale anale».

   Nell’immagine che ha fatto il giro del mondo il ragazzo divenuto simbolo di quelle periferie dell’emarginazione per le quali l’ex premier Valls parlò di «apartheid» appare a letto, ancora intubato al fianco di Hollande, con indosso una maglia dell’Inter. Ieri il club nerazzurro lo ha invitato ufficialmente a Milano. «Abbiamo contattato Théo per dirgli che, quando starà bene, sarà nostro ospite a San Siro», scrive il club su Twitter. Il ragazzo ha fatto sapere che italiano è anche il suo calciatore preferito: Cassano.

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JOSCHKA FISCHER, L’INTERVISTA

di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 11/2/2017

«TRUMP PUÒ AIUTARE LA UE»

– «Trump mette in discussione la Nato, volta le spalle al libero commercio. Così le conseguenze per l’Europa sarebbero pesantissime». Ma in questo modo «l’Europa può finalmente diventare adulta»: dice in un’intervista al Corriere l’ex ministro tedesco Fischer –

   Due anni fa, Joschka Fischer scrisse un libro dal titolo apocalittico: «SE L’EUROPA FALLISCE?». Chiedo all’ex ministro degli Esteri tedesco se oggi siamo più vicini o più lontani dall’abisso. «Non siamo mai stati più vicini al fallimento. Ma le chance di ripartire sono maggiori di allora. Se gli europei restano insieme e lanciano una nuova tappa del progetto comune. In questo senso sono soddisfatto ma solo parzialmente».

È stata l’elezione di Trump a farle cambiare parere? Lei ha parlato del rischio di «tramonto dell’Occidente».

«È vero. Ma non intendo l’Occidente nato dal Mediterraneo. Mi riferisco all’Ovest, al mondo transatlantico emerso dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazismo, fondato sul legame tra America, Europa occidentale e Canada e sulla garanzia di sicurezza fornita dagli Usa agli alleati. Donald Trump con il suo motto America First segnala concretamente la rinuncia e la possibile distruzione di quel mondo: mette in discussione la Nato, volta le spalle al libero commercio, erode in altre parole i due pilastri dell’ordine globale che abbiamo conosciuto. Se questo accadesse, le conseguenze per l’Europa sarebbero pesantissime».

E dove stanno le chance?

«L’Europa di fronte a questa prospettiva può finalmente diventare adulta. Ma dobbiamo crescere senza cadere preda dell’antiamericanismo».

Sono le diverse velocità di cui parla la cancelliera Merkel la strada da seguire?

«Le diverse velocità sono la realtà. Mi sentirei meglio se sapessi che il 7 maggio in Francia non sarà eletta Marine Le Pen. Se ciò accadesse, sarebbe la fine della Ue e dell’euro, con conseguenze globali drammatiche. Ho però fiducia che non succeda e che dopo le elezioni tedesche in settembre, si possa aprire una finestra di opportunità per ridefinire il progetto europeo».

In che modo?

«Sicuramente l’Eurogruppo dovrà essere la colonna portante. La Germania deve muoversi, ma devono farlo anche gli altri. Dovremo fare di più per la sicurezza, non solo militarmente ma anche con una politica estera comune nel Mediterraneo, dove non possiamo più delegare i nostri interessi agli Stati Uniti. Dobbiamo finalmente prendere sul serio la difesa comune, la cooperazione contro il terrorismo facendo tesoro dell’esperienza di tanti membri. L’Italia per esempio, che può contare sul patrimonio della lotta alla mafia».

La difesa europea sarebbe alternativa alla Nato?

«Discussione accademica. Bisogna salvaguardare tutto ciò che abbiamo. Ma allo stesso tempo costruire altre opzioni in modo che se altri dovessero tirarsi indietro non rimarremmo indifesi. Non c’è bisogno di chiamarlo esercito europeo, ma una più forte cooperazione su armamenti, forze speciali, trasporti, comunicazioni è fattibile e necessaria. Se rafforziamo il pilastro europeo, anche la Nato sarà rafforzata».

E si può fare con le avanguardie?

«Certo, i trattati di Lisbona lo permettono. È chiaro che abbiamo bisogno di un nuovo inizio. Ognuno deve fare la sua parte: la Germania deve fare di più nell’economia, il pareggio del bilancio è una bizzarria, non serve a nessuno. La Francia, che ha uno status nucleare, può fare di più nella sicurezza. L’Italia deve finalmente fare le sue riforme. Tutti quelli che possono e vogliono devono porsi il tema di trovare un nuovo consenso».

Ma come dice lei, tutto dipende da un solo risultato elettorale, quello francese. Non è un segnale della fragilità del progetto europeo?

«È così. L’Europa può andare avanti senza la Gran Bretagna, aggiungo purtroppo. Ma non può farlo senza la Germania, la Francia e l’Italia, le nazioni carolingie. L’intero progetto europeo nasce dal superamento dell’ostilità franco-tedesca. E fu anche per questo che l’Italia si impegnò nel processo sin dall’inizio. Se la cooperazione tra Francia e Germania dovesse finire, finirebbe anche l’Europa. Ma il ruolo dell’Italia come terzo fattore è fondamentale».

La popolazione seguirà?

«Siamo già dentro una frattura storica. La politica deve avere il coraggio di dire alle popolazioni quali sono le conseguenze potenziali. La gente non è stupida, parliamo di risposte ai suoi bisogni concreti: sicurezza, benessere, futuro dei figli. Non possiamo pensare di congedarci dall’ordine liberale europeo senza pagare prezzi altissimi, sul piano economico e sociale. Più queste grandi questioni si pongono al centro delle politiche nazionali, meno i populisti faranno paura, perché non hanno nulla da offrire. La posta in gioco è dannatamente grande per tutti».

Con le diverse velocità la Germania vuole un’avanguardia a sua immagine?

«La Germania non vuole un’Europa germanica. È un nonsense: la prospettiva di Berlino è sinonimo di Ue. Se l’Europa rimane debole com’è ora non ha futuro. La verità è che un consenso a 27 è sempre più difficile. Per questo è essenziale che il cuore, cioè l’Eurogruppo, sia stabile e si rafforzi. Con la moneta unica abbiamo fatto un passo decisivo verso l’integrazione: ora si tratta di fare il salto successivo, quello della corresponsabilità dei rischi. Ma questa non è l’Europa germanica».

Considera ancora Merkel indispensabile per l’Europa?

«Sì. Deve però comunicare in modo diverso, ne è capace».

Che rapporti dobbiamo avere con la Russia? Lei ha criticato le aperture a Putin.

«Vivere nel nostro continente significa convivere con un vicino molto ingombrante e questo non possiamo cambiarlo. Più forte sarà l’Europa, più facili saranno i rapporti con la Russia. Putin pensa a “divide et impera”. Lo capisco, ma tocca a noi impedirlo. Sbaglieremmo se pensassimo che facendoci piccoli avremmo relazioni pacifiche con Mosca. Invece dobbiamo farci prendere sul serio, a Mosca e a Washington. Sui conflitti concreti: le sanzioni sono state varate dopo l’occupazione della Crimea e la crisi in Ucraina, se Mosca cambierà atteggiamento non c’è alcuna ragione per mantenerle».

L’immigrazione pone all’Europa un problema identitario. Come affrontarlo?

«Viviamo in una costellazione geopolitica molto difficile: a Nord, i cambiamenti climatici sciolgono la calotta artica; a Est la Russia e a Sud-Est la Turchia sono vicini molto problematici; a Sud i migranti pongono una sfida che non andrà via e dobbiamo accettarla. Con un miglior controllo delle frontiere, ma anche con l’integrazione, la diplomazia per risolvere le crisi, gli accordi e investimenti con i Paesi d’origine sia in Nord-Africa che in Africa. Io però ho serie preoccupazioni anche per i Balcani».

In che senso?

«Possiamo discutere se la Turchia appartenga o meno all’Europa, ma sui Balcani la risposta è ovvia. Fino a quando la promessa che un giorno chi è ancora fuori entrerà nella Ue sarà credibile, tutto rimarrà pacifico. Ma se un giorno non fosse più così, ci ritroveremmo immediatamente davanti a una situazione esplosiva, di violenza e guerra civile. Non dobbiamo dimenticare che la prima grossa ondata di profughi in Europa non venne dal Medio Oriente ma dai Balcani».

Profilo

Joschka Fischer, 68 anni, ex leader dei Verdi tedeschi, oggi è esponente di Alleanza ’90/I Verdi. Dal 1998 al 2005 è stato ministro degli Affari esteri della Germania e vice Cancelliere nel governo di Gerhard Schröder È membro del Gruppo Spinelli per il rilancio dell’integrazione europea. Contrario all’austerity imposta in Europa dal suo Paese, ha scritto il pamphlet «Se l’Europa fallisce?» dove mostra la responsabilità cruciale dei governi tedesco e francese nell’assicurare un’Europa forte che porti benefici a tutti gli Stati membri

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IN LOTTA PER LA NOSTRA AMERICA

di Alice Oxman, da “L’Unità” del 11/2/2017

   Strani giorni per noi liberals americani. Mr. Trump è andato alla Casa Bianca e subito ha gridato: «Ma come, avete ancora le frontiere aperte? Siamo in pericolo!». In settimana è riuscito a fermare gli aeroporti e a chiudere dentro i viaggiatori. Adesso chi è dentro è dentro chi è fuori è fuori.

   Poi ha ordinato di abolire Obamacare, troppo soldi sprecati per tutti questi ” liberal ” poveri. Dice che sono fak e news ogni volta che si parla male di lui. Attacca lui, il Presidente degli Usa, il grande magazzino Nordstrom che ha disdetto la linea di moda della figlia Ivanka. Chiama «odiatori» coloro che non sono d’accordo con lui. Descrive coloro che manifestano contro di lui come «anarchici professionali», delinquenti» e «pagati», insulta il primo ministro australiano e il Presidente del Messico.

   La lista è lunga in un periodo così breve. Ma è anche vero che, ci dicono, Mr. Trump dorme poco, guarda la tv di notte col telecomando in mano, manda tantissimi tweets. Di sicuro manda i tweets che diventano la notizia di apertura dei telegiornali che molti di noi hanno già letto ore e ore prima.

   Lui comunica direttamente con “noi” e non con i media tradizionali perché è uno che capisce la “modernità”. Ma questi “noi”, che è la metà del Paese che ha votato contro di lui, si sentono sradicati. Ci dicono: aspettate e vedrete che quest ‘uomo si ammorbidisce (come si dice di certi prodotti di lavatrice).

   Ci dicono (io vivo in Italia) non bisogna demonizzare. Infatti, invece di demonizzare sta crescendo qui molto velocemente un infatuazione (di destra ma non solo) intorno all’uomo forte che sa il fatto suo. Non come Obama, che – non si dice ma si intuisce – aveva un che di femminile, componente essenziale di empatia politica.

   La radice è nella antica frase clintoniana «sento il tuo dolore»: i feel your pain. Trump invece ha una virile fiducia nella tortura: «You feel my pain» è il suo motto rovesciato. Vedo arrivare i partiti trumpiani in Italia, in Europa, che seguono una linea di America First in cui non c’entra America ma c’entra il concetto di first, di «io» di «me – e tu fuori».

   «Odio», «esclusione», ecco il futuro che vogliono. Forse il nome Trump diventerà un aggettivo. Nel frattempo? Dopo la tristezza, le lacrime, il dolore, il buio nel buio, viene l’opposizione. È già cominciata. In America, quella vera. (Alice Oxman)

La parola

america first – «Prima l’America» è l’espressione che riassume la linea della presidenza Trump in politica internazionale: un approccio che accentua nazionalismo e protezionismo. La formula era usata anche prima della Seconda guerra mondiale per indicare l’isolazionismo Usa. Trump nega il nesso.

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