I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE? E’ giusto tassare i robot che TOLGONO IL LAVORO agli “umani”? – La proposta di BILL GATES pone interrogativi sul MONDO DEL LAVORO CHE CAMBIA – Come dare un REDDITO A TUTTI se IL LAVORO NON È PIÙ IL PARADIGMA essenziale delle nostre società?

Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016
Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016

   “Liberarsi della necessità del lavoro”, già lo proponeva Karl Marx. E poi di lì a seguire tanti hanno messo in rilievo che “la fatica” (ma spesso anche la schiavitù, le sopraffazioni…) che tanti lavori impongono doveva essere superata con la tecnologia, ma anche con una società più “giusta” (con regole e garanzie dei diritti fondamentali di tutte le persone). E molto su questo si è storicamente fatto.

   Se, come sta accadendo, le industrie ma non solo, tutto il mondo del lavoro, i settori terziari compresi… riducono sempre più la presenza di lavoratori, sostituendoli con robot, con macchine ad intelligenza artificiale, è da chiedersi che ne sarà di “tanti” (sempre più) espulsi dalle attività produttive e sostituiti dai robot. E, cosa che sta insieme, che ne sarà delle finanze statali, come sostenerle? (per i servizi, per il Welfare, per aiutare i disoccupati crescenti…?). Perché se da una parte ridurre le forze lavoro umane potrebbe portare ad un notevole taglio dei costi di produzione, dall’altra però sta portando a conseguenze sociali importanti, da averne coscienza per porvi rimedio.

“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)
“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)

   Da qui ne è uscita una proposta formulata da Bill Gates a un giornale online il 17 febbraio scorso. Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Gates pensa che se i governi tassassero il lavoro fatto dalle macchine, si ridurrebbe l’impatto negativo della progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato…. i governi nel frattempo potrebbero fare degli investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile e non ci sono mai abbastanza operatori, come ad esempio la cura degli anziani e l’insegnamento.

   La proposta da alcuni è stata vista come una boutade inapplicabile, altri la hanno vista come una provocazione positiva, e si sono posti il modo per realizzarla almeno in parte… però è una considerazione, una proposta (venuta anche dall’autorevolezza di chi la ha espressa) che ha “colpito nel segno”: il lavoro sta riducendosi drasticamente per tutti (i giovani in primis) e la causa non è solo la crisi economica mondiale, ma è vero che c’è una progressiva, drammatica e ineluttabile sostituzione di arti e mestieri per la maggiore produttività dei robot animati di intelligenza artificiale.

BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro
BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro

   L’utilizzo di robot nelle fabbriche è sempre più esteso, sostituisce sempre più il lavoro degli operai. E questo accade in tutto il mondo: anche nei paesi in via di sviluppo dove tante produzioni si sono spostate in questi anni, o si sono create all’interno per far uscire il Paese dalla povertà (come in Cina).

   Tornando allora all’idea di tassare i robot in quanto aumentano la produttività del lavoro ma tolgono manodopera “umana”, questa idea si fa ardua nella sua realizzazione anche perché è complicato e difficile definire cosa è un robot ed in quali casi sostituisca uno specifico lavoro. In fondo tutti gli strumenti applicati ad ogni attività hanno sostituito lavoro (pensiamo solo in agricoltura alle macchine che finalmente hanno sostituito il lavoro assai duro dei contadini e degli animali usati sui campi).

Reddito minimo in Europa (da "Il Fatto Quotidiano")
Reddito minimo in Europa (da “Il Fatto Quotidiano”)

   Molti hanno espresso un giudizio negativo, alla proposta di tassare i robot, dicendo che quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia. Affermando, questi “contrari”, che l’automazione fa sì rimanere senza lavoro molte persone, ma da la possibilità allo sviluppo di nuove professioni altamente qualificate, nuovi “mondi” che si possono aprire sul lavoro; e da vita a uno sforzo collettivo e positivo per (ri)mettere in gioco l’intraprendenza personale di chi rimarrà senza occupazione.

   Cose forse vere, ma è altrettanto vero che mai come in questa fase storica, la trasformazione del lavoro e l’espulsione di lavoratori è così veloce, che fa pensare che sia alquanto difficile una eventuale “sostituzione” immediata verso altre nuove attività. Perché è sicuramente vero che, a differenza di tutte le precedenti rivoluzioni, i nuovi posti di lavoro creati sono una percentuale nettamente inferiore rispetto a quelli perduti.

DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)
DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)

   Tra chi invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon infatti propone come soluzione alle perdite di lavoro un REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA in parte finanziato da una tassa sui robot (Gates propone di usare i soldi della tassazione dei robot per fare investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile, come sul “sociale”). Quel che è certo è che bisognerà riflettere su una diversa distribuzione dei redditi e delle opportunità fra tutti gli uomini.

   E poi serve dare una definizione di COS’È UN ROBOT, se vogliamo tassarlo, se parliamo della loro futura applicazione ai sistemi produttivi. Perché tante sono le tecnologie avanzate che riducono il lavoro, dai laser ai sensori, a tutto quello che ci facilita la vita (e quasi sempre meritoriamente: pensiamo a macchinari nel campo della sanità…), e invece forse dobbiamo individuare, tassare, qualcosa di diverso, cioè macchine che in modo puro e semplice fanno il lavoro che facevano prima tanti umani.

MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo - Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)
MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo – Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)

   E in questa logica bisogna incominciare a stabilire (come ha previsto una risoluzione del Parlamento europeo) i modi e metodi per un “riconoscimento dello status giuridico dei robot: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (questa citata è una parte di una Risoluzione del Parlamento Europeo proposta grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese Mady Delvaux, risoluzione approvata a larga maggioranza il 16 febbraio scorso).

LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell'immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)
LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell’immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)

   E serve ancor di più che ci sia un sistema nel quale più verranno utilizzate le macchine, meno dovrà essere tassato il lavoro degli umani. Redistribuendo il reddito, attraverso il Welfare pubblico, a chi non può lavorare, non perché non ne ha voglia, ma perché la possibilità di lavorare si sta riducendo drasticamente per l’automazione. Le proposte sono tante: reddito di cittadinanza, o di sopravvivenza, richiesta di fare lavori sociali…. È un campo di intervento tutto da inventare e su cui le idee si sovrappongono. Ma non c’è molto tempo per decidere: la rivoluzione dei robot corre veloce. (s.m.)

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I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE?

da IL POST.IT, 20/2/2017 (http://www.ilpost.it/ )

– Lo propone Bill Gates per finanziare l’occupazione dove le persone sono indispensabili, ma ci sono pareri molto diversi –

   Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Gates pensa che se i governi tassassero il lavoro fatto dalle macchine, si ridurrebbe l’impatto negativo della progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato: lo ha spiegato in un’intervista con il sito di news Quartz.

   Infatti, dice Gates, una tassa rallenterebbe il processo di automazione, dato che le aziende dovrebbero mettere in conto le spese, e i governi nel frattempo potrebbero fare degli investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano – l’empatia in particolare – è indispensabile e non ci sono mai abbastanza operatori, come la cura degli anziani e l’insegnamento.

   Da alcuni anni si parla spesso di questa questione perché molte aziende in tutto il mondo si stanno automatizzando sempre di più. Bill Gates prevede che nel giro di vent’anni il lavoro degli operai, quello degli autisti e degli addetti alle pulizie, per esempio, sarà completamente automatizzato. Secondo le previsioni più pessimiste, poi, non solo i lavori manuali saranno sempre più una prerogativa delle macchine: con i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale i computer saranno capaci di svolgere anche attività per cui si è sempre ritenuto indispensabile l’apporto umano.

   Basti pensare alla qualità sempre maggiore delle traduzioni di Google Traduttore, che in futuro potrebbe rendere superfluo il lavoro di molti traduttori umani. Secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, con le attuali risorse tecnologiche il 45 per cento degli impieghi attualmente svolti dalle persone potrebbe essere automatizzato e circa il 60 per cento delle attività produttive potrebbe essere automatizzato almeno del 30 per cento.

   Per Gates il passaggio dalla situazione attuale a quella futura, in cui avremo solo operai robot e autisti robot, avverrà praticamente tutto in una volta: per questo i governi – e non le aziende – devono cominciare a pensare a come affrontare la situazione per evitare che si formino nuovi tipi di ineguaglianze e disoccupazione di massa. Tra le molte strade possibili Gates ne cita una, che non esclude le altre: INTRODURRE UNA TASSA SUI ROBOT.

   Tassare il lavoro delle macchine per creare posti di lavoro potrebbe evitare che in molti restino senza impiego, almeno secondo Gates. Per Gates si potrebbero in particolare migliorare i servizi di cura per le persone anziane e malate e l’istruzione: con un maggior numero di insegnanti si potrebbe dare più attenzione agli studenti con difficoltà di apprendimento e si potrebbe ridurre il numero di studenti per classe per seguirli meglio.

   Gates non è il primo a proporre di tassare il lavoro dei robot o qualcosa del genere, ma quest’idea è anche molto criticata. Il 16 febbraio il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che invita la Commissione europea a stabilire delle regole su varie questioni che riguardano i robot, tra cui quelle relative alla responsabilità civile in caso di incidenti.

   Sempre su questo tema, però, ha votato contro la proposta di inserire in una risoluzione l’obbligo per le aziende che scelgono di automatizzare la propria produzione di pagare dei corsi di formazione per i lavoratori che perdono il posto.

   La proposta – contenuta in una relazione dell’europarlamentare lussemburghese Mady Delvaux, del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici – è stata osteggiata dall’International Federation of Robotics, un’organizzazione internazionale che rappresenta l’industria robotica, secondo cui tassare il lavoro delle macchine danneggerebbe il settore. Già solo questo fatto ha confutato una delle cose dette da Bill Gates nell’intervista a Quartz, e cioè che le aziende che producono i robot non dovrebbero scandalizzarsi troppo all’idea che siano tassati.

   Una persona che invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon propone come soluzione alle perdite di lavoro un reddito minimo di cittadinanza in parte finanziato da una tassa sui robot. Una posizione simile è anche quella dell’imprenditore Elon Musk, amministratore delegato di SpaceX e Tesla.

   Su Forbes il giornalista economico britannico Tim Worstall – sostenitore dello UKIP, il partito indipendentista del Regno Unito – ha contestato duramente l’idea di Gates. Secondo lui la proposta del fondatore di Microsoft si basa su un errore, e cioè che la tassa sui robot sarebbe l’equivalente delle imposte sul reddito dei lavoratori. Dato che i robot non hanno un reddito, spiega Worstall, quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia.

   Secondo Worstall, per risolvere il problema – dell’aumento dell’automazione bisognerà semplicemente continuare a tassare redditi e consumi delle persone, perché questi aumenteranno con l’aumento della produzione. Worstall però non cita il reddito di cittadinanza e non sembra prendere in considerazione l’ipotesi che l’automazione farebbe rimanere senza lavoro molte persone; o meglio, sembra ritenere che l’intraprendenza personale di chi rimarrà senza occupazione – e la crescita del settore della robotica – basterà a risolvere la questione.

   Nell’ultima parte dell’intervista a Quartz Gates ha detto che ci sono molti modi per far sì che un aumento della produttività crei nuove risorse in forma di tasse, e che le persone e i governi dovrebbero cominciare a riflettere su quale di questi metodi mettere alla prova, anche per evitare che la tecnologia finisca per essere demonizzata come causa della perdita di lavoro. (da IL POST.IT, 20/2/2017 – http://www.ilpost.it/ )

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LA PROPOSTA DI GATES

TASSARE I ROBOT NON BASTERÀ A RIDARE LAVORO

di Romano Prodi, da “Il Messaggero” del 26/2/2017

   La proposta di Bill Gates di tassare i robot è alquanto bizzarra ma apre un dibattito di straordinaria importanza.

   La bizzarria deriva prima di tutto dalla storia personale del proponente. Bill Gates è infatti diventato l’uomo più ricco del mondo proprio perché ha diffuso ovunque i personal computer e le successive innovazioni che, più di ogni robot, hanno rivoluzionato il funzionamento della nostra società, eliminando decine di milioni di posti di lavoro nelle banche, nelle agenzie di viaggio, nei centri di progettazione e negli uffici di ogni genere e specie.

   Il tutto, ovviamente, senza che i personal computer siano stati oggetto di imposte straordinarie, pur nella piena consapevolezza che queste meravigliose novità mandavano al macero tantissimi posti di lavoro, sostituiti da un numero infinitamente inferiore di pur ben remunerati specialisti.

   Tassare i robot in quanto aumentano la produttività del lavoro è inoltre complicato perché è proprio difficile definire cosa è un robot ed in quali casi sostituisca uno specifico lavoro. In fondo tutti gli strumenti applicati ad ogni attività hanno sostituito lavoro, a cominciare dal martello di un muratore o dall’aratro di un contadino.

   Bisogna infine osservare che tutte le innovazioni che, aumentando la produttività, determinano maggiori profitti o maggiori salari, vengono regolarmente tassate. E lo sono anche le innovazioni prodotte dai robot.

   La provocazione di Bill Gates, preceduta peraltro da una proposta simile presentata lo scorso anno al Parlamento Europeo, va tuttavia presa molto sul serio perché ci obbliga a riflettere non solo sul fatto che il progresso tecnologico avviene oggi in modo straordinariamente veloce ma anche che, a differenza di tutte le precedenti rivoluzioni, i nuovi posti di lavoro creati sono una percentuale nettamente inferiore rispetto a quelli perduti.

   Le invenzioni del trasporto ferroviario e delle automobili sono state certamente un dramma per gli allevatori di cavalli e per i costruttori di carrozze ma il danno è stato più che bilanciato dagli investimenti nelle fabbriche di locomotive e di automobili, nelle necessarie infrastrutture, nelle miniere di carbone, nelle raffinerie di petrolio e nella distribuzione del carburante.

   Come nel caso dell’energia elettrica e dei telefoni la diffusione capillare di queste innovazioni è inoltre avvenuta solo nel corso di molti decenni. Nessun paragone rispetto a quanto si è verificato con i computer o con i telefoni portatili. Essi hanno in pochi anni invaso tutto il pianeta, dalle città metropolitane ai borghi rurali, dai paesi più avanzati ai villaggi africani.

   Il numero dei posti di lavoro perduti rispetto a quelli creati nelle passate rivoluzioni tecnologiche è stato trascurabile nei confronti di quanto sta avvenendo oggi.

   Consapevole di questa diversità e consapevole che intere categorie di lavoratori vengono spazzate via con la velocità di un fulmine dalle nuove tecnologie, Bill Gates cerca di correre ai ripari. Di qui la proposta di rallentare attraverso le imposte la velocità di diffusione del progresso tecnico e di destinare gli introiti fiscali aggiuntivi alla preparazione di persone in grado di svolgere compiti e di venire incontro a bisogni che non era possibile soddisfare in precedenza.

   Si tratta di un disegno di lungo periodo perché, nel mondo di oggi, le moderne tecnologie (e non solo i robot) stanno producendo uno squilibrio senza precedenti fra la capacità di offerta di beni e servizi e le dimensioni effettive della domanda.

   Per porre rimedio a questo squilibrio vi è chi ha proposto una diminuzione generalizzata e concordata dell’orario di lavoro ma il buon senso ci dice che si tratta di un obiettivo del tutto impossibile da raggiungere perché troppo divergono le situazioni e gli interessi dei paesi, delle categorie e degli individui.

   Consapevole di questa impossibilità Bill Gates propone di rallentare la corsa della tecnologia e di fare pagare le tasse alle macchine per aiutare gli uomini ad affrontare le novità del futuro, in modo da scongiurare le rivolte dei miliardi di persone che, emarginate dalle nuove tecnologie, si rivolterebbero contro di esse con ancora maggiore violenza.

   L’individuazione del pericolo che stiamo correndo è a mio parere assolutamente corretta perché l’aumento della produttività accompagnato da una crescente disoccupazione ed un’ altrettanto crescente iniquità non può che produrre una miscela esplosiva. Per evitare l’esplosione non sarà tuttavia sufficiente tassare le macchine ma bisognerà riflettere su una diversa distribuzione dei redditi e delle opportunità fra tutti gli uomini. (Romano Prodi)

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LA PROPOSTA DI BILL GATES

LA STRANA IDEA DI TASSARE I ROBOT

di Luca Tremolada, da “Il Sole 24ore” del 21/2/2017

   L’uso di robot «può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro». E quindi i robot potrebbero pagare imposte minori di quelle umane, ma dovrebbero pagarle. A sostenerlo non sarebbe l’ennesimo guru che ha un rapporto doloroso con la modernità, ma l’uomo più ricco del mondo nonché il fondatore di una delle più “antiche” e più grandi aziende di software.

   Che fossero queste le intenzioni del co-fondatore di Microsoft Bill Gates pare poco credibile. «Al momento – ha risposto il magnate americano in una intervista concessa al sito d’informazione Quartz – se un lavoratore umano guadagna 50mila dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello».

   La battuta è stata ripresa dai media internazionali che hanno interpretato le parole di Gates come la richiesta di una tassazione sulle macchine. Di questi tempi il concetto è verosimile. E l’equazione sociale non fa una grinza. Eppure, nasce da postulati ancora piuttosto confusi che vedono una progressiva, drammatica e ineluttabile sostituzione di arti e mestieri in omaggio alla maggiore produttività dei robot animati di intelligenza artificiale.

   Quando è uscito lo studio di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University del 2013 si è temuto il peggio. Il 47% di posti di lavoro sarebbe a rischio negli Usa. La previsione è stata convalidata da un rapporto della Banca mondiale del 2016. A gettare acqua sul fuoco è arrivato un paper dal titolo “Il rischio dell’automazione per gli impieghi nei Paesi Ocse: un’analisi comparativa”: nelle conclusioni della ricerca, portata a compimento dagli analisti tedeschi dello Zew di Mannheim, il Centro per la Ricerca economica europea, si mette in evidenza come solo il 9% degli attuali impieghi in 21 Paesi del mondo sia potenzialmente destinato a essere svolto in futuro da macchine automatizzate o da robot.

   Secondo uno studio della società di consulenza McKinsey che è entrata nello specifico dei lavori, meno del 5% delle occupazioni attuali sono candidate a una completa automazione usando «l’attuale tecnologia». Guardando avanti, però, il 45% delle attività per cui la gente è retribuita può essere automatizzata usando «tecnologie già sperimentate». E solo una certa parte di lavoro fisico, definita «prevedibile», in base alla discriminante della sola fattibilità tecnologica ha un alto potenziale di automatizzazione: il 78%.

   Questo vale per attività di natura manuale, ma le cose cambiano già con compiti meno “prevedibili” e più articolati. Per andare più nel concreto, settori come la finanza, la sanità, il commercio sono settori che usciranno cambiati, trasformati da Big Data, intelligenza artificiale e processi di automazione. Questo alimenterà la nascita (sta già accadendo) di nuove figure professionali come quella dei Data scientist assolutamente trasversali.

   La sfida è ancora quella legata all’educazione. Più sale il livello di scolarizzazione e di complessità delle mansioni lavorative, minore è il rischio che queste possano venire appaltate a macchine intelligenti. Ma l’automazione renderà più interessante la ricerca di figure professionali in grado di dialogare e porre domande ai robot. Sopratutto nella sanità dove i computer potranno accedere al servizio del medico, analizzare gli ultimi paper scientifici e incrociare i sintomi con gli studi epidemiologici.

   Il dibattito però non interessa solo l’altra sponda dell’Atlantico. In Europa, dove siamo, come dire, più attenti alle regole e al diritto in fatto di tecnologie il Parlamento europeo si è mosso per chiedere norme sui robot, spingendosi nelle primissime bozze circolate a ipotizzare una personalità giuridica, un reddito di cittadinanza, la responsabilità per le auto senza conducenti.

   La risoluzione è passata giovedì scorso con 396 voti a favore, 123 contrari e 85 astensioni grazie alla battaglia di sensibilizzazione della socialista lussemburghese Mady Delvaux. Il documento prevede due orizzonti temporali. Sul breve periodo, i deputati chiedono tre tutele: l’istituzione di un regime assicuratorio obbligatorio, dove si imponga a produttori e proprietari di robot di sottoscrivere una copertura per i danni provocati dai propri robot; la creazione di un fondo di risarcimento per la riparazione dei danni stessi; l’immatricolazione dei robot, con l’iscrizione in un registro specifico dell’Unione.

   Sul lungo periodo, si torna a parlare del riconoscimento dello status giuridico dei robot: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi».

   L’obiettivo è di definire con maggior chiarezza le responsabilità delle macchine e di chi le ha progettate, in sede civile e penale. Tra le proposte c’è l’istituzione di «un sostegno concreto per lo sviluppo delle competenze digitali in tutte le fasce di età e a prescindere dalla posizione lavorativa».

   È stata invece stralciata la parte relativa a una sorta di reddito di cittadinanza pagato dai “robot” a favore dei lavoratori rimpiazzati dall’automazione e di una tassa sulla produzione dei robot. Entrambe le proposte sono state bocciate da destra e liberali. Pare invece essere passato uno dei classici della fantascienza legata ai robot: il bottone per la distruzione dell’automa. Da premere in caso di rivolta o di danni causati agli essere umani. Se qualcuno si sta domandando se sia il caso di scomodare le leggi della robotica di Isaac Asimov, ebbene sì. È il caso di rileggersi bene tutto. (Luca Tremolada)

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L’INTERVISTA

TASSA SUI ROBOT, MICELLI: “LA STRADA È QUELLA GIUSTA”

di Antonello Salerno, da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017

– STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia: “Principio condivisibile, anche se in Italia siamo ancora lontani: serve puntare su modelli collaborativi robot-uomo e a una progressiva detassazione del lavoro umano proporzionale alla scesa in campo delle macchine” –

Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. A parlare è STEFANO MICELLI, docente di International management all’università Ca’ Foscari di Venezia, che negli anni ha approfondito il tema delle trasformazioni del sistema industriale italiano.

Micelli, nei giorni scorsi durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco il fondatore di Microsoft, Bill Gates, ha proposto che i robot paghino le tasse. E’ una strada percorribile?

E’ chiaro che le imprese, in prospettiva, siano chiamate a farsi carico di un riconoscimento alla comunità per ogni forma di  razionalizzazione dei processi produttivi. Anche se a dirla tutta mi sembra ancora complicato arrivare a tassare i robot, di cui non c’è nemmeno una definizione, se parliamo della loro futura applicazione ai sistemi produttivi. Piuttosto sarebbe interessante immaginare un sistema nel quale più verranno utilizzate le macchine, meno dovrà essere tassato il lavoro degli umani. Abbiamo visto recentemente quanto è stato importante il ruolo della decontribuzione per le nuove assunzioni, e credo che questa sia una strada su cui proseguire.

In prospettiva lo scenario è quello della totale sostituzione degli uomini con le macchine, in stile “dark factories”?

Credo di no, e credo che l’Italia abbia una grande opportunità in questo campo: quello di non sostituire completamente gli esseri umani con le macchine nelle linee produttive, ma di dare vita a progetti collaborativi tra uomo e macchina che possano valorizzare le competenze. Abbiamo tante piccole e medie imprese dove l’introduzione selettiva di tecnologie di nuova generazione potrebbe essere un modo per rilanciarne la competitività. Se il modello dark factory è inquietante, ed è il prologo del reddito di cittadinanza garantito, la seconda visione potrebbe essere un modo diverso di intendere il rapporto uomo macchina in modo virtuoso.

Non c’è però una carenza di competenze digitali per arrivare alla realizzazione di questo scenario?

Un ruolo fondamentale spetterà senza dubbio alla scuola, agli Its, gli istituti tecnici superiori, che dovrebbero farsi carico di portare queste nuove competenze nell’uso della tecnologia dentro al nostro tessuto manifatturiero. Il mio riflesso condizionato è quello di assegnare un ruolo importante alla formazione, in particolare in Paesi come l’Italia che fanno enorme fatica a farsi carico del digitale. Il punto è di riuscire a valorizzare le nostre tradizioni, le nostre capacità, per far fare un salto competitivo all’intero Paese. I robot e il loro utilizzo ponderato potranno essere una grande opportunità.

Il tema dell’ingresso dei robot nei sistemi produttivi è ormai entrato in diverse agende politiche, se ne parla nella campagna per le presidenziali francesi e al Parlamento Ue con la proposta della deputata socialista Mady Delvaux. La politica italiana è pronta?

In Italia, in realtà, la politica conosce poco i processi manifatturieri e l’evoluzione delle realtà d’impresa. L’idea che a qualcuno venga l’idea di tassare i robot mi sembra davvero strana. Solo oggi la politica inizia a mettere a fuoco cose di cui si è disinteressata a lungo, e inizia a capirne la rilevanza. Qui è in gioco la competitività di un Paese, e per prendere decisioni è necessario portare a termine un approfondimento di cui siamo solo agli inizi. Tassare i robot può essere disastroso se non si conosce quale deve essere il punto d’arrivo, e allo stesso modo può essere disastroso non fare niente: nulla è più pericoloso di un generico atto astratto. Si deve conoscere bene la situazione, scegliere un obiettivo e solo a quel punto prendere le decisioni utili a raggiungerlo. (intervista di Antonello Salerno)

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PERCHÉ BILL GATES SBAGLIA A VOLER TASSARE I ROBOT

di Giorgio De Rita, 21/2/2017,

da AGI (http://www.agi.it/innovazione/ )

   Bill Gates, provocatore dal tratto gentile e dal giudizio affilato, propone una tassa sul lavoro dei robot. L’equazione è semplice: se in una fabbrica s’installano linee di produzione automatizzate si sostituisce il lavoro degli operai con il lavoro delle macchine ma pur sempre di lavoro si tratta. E il lavoro si paga, e si tassa.

La proposta del fondatore di Microsoft ha almeno due grandi pregi:

1- Rimette con forza al centro del dibattito pubblico un tema tanto urgente quanto accuratamente nascosto: se l’innovazione distrugge posti di lavoro e promette di crearne di nuovi è indispensabile che qualcuno si faccia carico della fase di transizione. Dopo tanto discutere di bellezza dell’innovazione Bill Gates ci chiede di parlare su come sostenerne i costi.

2- Spariglia le carte. In un mondo che continua a chiedere di ridurre le tasse delle imprese per sostenere la crescita economica, lui propone di far pagare agli innovatori una tassa sull’innovazione.

Bene la provocazione ma è un’ipotesi praticabile, sostenibile, efficace?

In base ai dati pubblicati nel 2016 dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) la media del carico fiscale sul lavoro nei 34 Paesi più sviluppati del mondo è del 36%. Il 13,2% come imposta personale sui redditi, l’8,3% come contributo del dipendente per la sua previdenza, e il 14,5% come contributo previdenziale pagato dal datore di lavoro allo Stato. Tutti i 20 paesi che sono sopra la media sono europei. L’Italia è sesta con il 47,8% complessivo, di cui il 16,3% di tassa sul reddito del dipendente, il 7,2% di contributo previdenziale a carico del lavoratore e il 24,3% a carico del datore di lavoro. Ogni 100 euro dati al lavoratore umano altrettanti si pagano per previdenza e servizi collettivi pubblici.

Una tassa sui robot potrebbe essere usata per un fondo di solidarietà.

Un robot non percepisce redditi e pensione (almeno per il momento) e dunque il suo contributo dovrebbe essere integrativo e destinato a solidarietà generale. Come da noi si usa da sempre con il contributo obbligatorio del 2% a carico del cliente dei liberi professionisti iscritti agli albi professionali. Contributo qualche anno fa aumentato, senza troppo rumore mediatico, da diversi enti previdenziali.

Una tassa sui robot non cambierebbe nulla per chi la paga.

Un robot, in media, si ripaga in 5-6 anni, ha una produttività e una resa qualitativa molto più alta del lavoro umano che tende a sostituire, costi di gestione e manutenzione più alti. Una tassa una-tantum del 5% da pagare al momento dell’acquisto, per quanto indigesta a chi sceglie di investire, appare quindi sostenibile con relativa facilità, o quantomeno non tale da fermare la decisione sull’investimento. Superata la fase iniziale di stupore è ragionevole attendersi che, proprio come capitato con l’innalzamento del contributo obbligatorio alle casse dei liberi professionisti, l’innovatore non si fermerà davanti alla nuova tassa: pagherà e guarderà avanti. L’ipotesi di Bill Gates, se accolta, non rallenterà l’innovazione industriale. E i posti sostituibili non saranno salvaguardati.

Il gettito di una eventuale tassa sui robot sarebbe trascurabile.

In compenso il gettito di questa tassa potrebbe essere utilizzato per riconvertire i lavoratori in mobilità e per sostenere processi di prepensionamento. Secondo i dati di Confindustria, l’industria italiana dell’automazione manifatturiera e di processo ha un mercato interno di circa 4,3 miliardi di euro. Un contributo aggiuntivo nelle casse dello Stato del 5% si tradurrebbe quindi in un incremento di gettito di circa 215 milioni di euro. Si potrebbe metterli in un fondo che agevoli le imprese che intendono utilizzare i lavoratori sostituiti dai robot (ad esempio facendo metà per uno del costo orario) o delle pubbliche amministrazioni che impieghino le persone per lavori di pubblica utilità.

   Al costo medio di 30 euro per ora di lavoro che si registra in Italia, significa dare lavoro a un numero variabile tra le 4.000 e le 7.000 persone all’anno. Una goccia nel mare. Specie se si considera che l’automazione non riguarda solo il manufacturing  ma anche i servizi (dalla distribuzione dei carburanti alla ristorazione), i trasporti (veicoli a guida automatica, come già oggi nella metropolitana di Torino) la sicurezza, la medicina, l’edilizia, gli uffici, l’agricoltura e l’allevamento. Tutti ambiti in cui i robot sostituiranno in parte l’uomo.

Meglio della tassa sarebbe chiudere i progetti inutili.

Anche tassando tutto e tutti l’effetto sarebbe, alla fine, trascurabile. Senza contare la proverbiale inefficienza della macchina pubblica italiana, che finirebbe per assorbire la nuova tassa sui robot per pagare le proprie spese correnti. Molto meglio sarebbe chiudere le migliaia di progetti di innovazione pubblica inutili o obsoleti.

Come dobbiamo intendere la provocazione di Bill Gates

L’idea di Bill Gates, vale la pena di ripeterlo, è una straordinaria provocazione, utile a discutere di un problema vero, di una ferita che rischia di infettarsi se non curata. Semplifica il problema e spinge verso il futuro. Il dibattito va incardinato anche su altro.

   Le trasformazioni tecnologiche in tutta la storia dell’uomo e non solo quelle dell’era digitale (nel passaggio dal cavallo alla macchina, dai buoi al trattore, dal telaio manuale alla produzione in serie, dal telegrafo allo smartphone) hanno un valore economico e un effetto positivo sull’economia ma anche, se non soprattutto, un valore sociale. Cambiano la società nel suo complesso e preparano la strada a nuove innovazioni. La tecnologia, azzerando alcune postazioni di lavoro umano, distrugge non posti di lavoro ma funzioni di lavoro e crea lo spazio perché altre nuove e più ricche si vadano affermando.

   Il manufacturing nell’era digitale apre le funzioni dei manutentori d’impianti, della programmazione e progettazione dei robot, delle stampanti 3D, della personalizzazione del prodotto finito, del commercio elettronico. Solo per fare qualche esempio. E solo la crescita determinata da funzioni più complesse e a più alto valore economico spinge in avanti e più in alto lo sviluppo della società nel suo complesso ed offre prospettive di futuro.

   Anche al costo di una fase di regressione economica nel breve periodo. Nuove competenze, nuove funzioni, nuove passioni, nuovo orgoglio del futuro. Solo questo permette di sostenere i costi economici dell’innovazione, certo non una tassa.

   Bill Gates lo sa bene e fa da cassa di risonanza a un’inquietudine diffusa perché la società si rimetta in movimento e abbia fiducia di quel che ci riserva l’avvenire. Non conosco personalmente il fondatore di Microsoft ma sono convinto che la sua provocazione non sia il lancio di una campagna per nuove tasse ma un sottile progetto per rimettere al centro lo slancio battagliero di un passato non lontano. Mi auguro che anche la politica nazionale la pensi allo stesso modo e guidi con intelligenza l’innovazione evitando di fermarsi alla parola “tassa”. O finirà sostituita da un robot. (Giorgio De Rita)

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ROBOT E CRISI DEL LAVORO: REDDITO UNIVERSALE PER IMMAGINARE NUOVE SOCIETÀ

a cura di Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra

5/5/2016, da https://medium.com/italia/

   Il 30 aprile 2016 centinaia di robot hanno manifestato per le strade di Zurigo, in Svizzera, per chiedere l’introduzione del reddito di base incondizionato per gli umani, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro.

   A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del referendum federale del 5 giugno. La Svizzera sarà, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza. (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza)

   Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima di sabato scorso avevano già preso la parola durante il World Economic Forum di Davos di gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani.

La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.”

   L’esperto di risorse umane Rainer Strack traccia alcuni scenari possibili, da qui a 15 anni, che sembrano confermare un trend: da un lato le macchine sostituiranno molte mansioni svolte oggi dall’uomo, dall’altro saranno necessari dei lavoratori altamente specializzati che ricoprano ruoli e posti di lavoro che oggi non possiamo neanche immaginare.

   Se è vero che si va verso l’automazione di una parte dei mestieri e delle professioni, l’asse fra i robot e la politica è la strada per ripensare il lavoro, il welfare e la società. Se non vogliamo essere colti impreparati, spiega Strack, dobbiamo agire immediatamente su diversi fronti, a partire dalla formazione.

   “Affronteremo una crisi globale della forza lavoro che consiste in una carenza generale di manodopera più un’enorme discrepanza tra le competenze più una grande sfida culturale. E questa crisi globale della forza lavoro si sta avvicinando molto velocemente. Adesso siamo al punto di svolta. Quindi cosa possiamo fare noi, cosa possono fare i governi, le aziende? Ogni azienda, ma anche ogni paese, ha bisogno di una strategia di persone e di agire immediatamente e QUESTA STRATEGIA DI PERSONE COMPRENDE QUATTRO PARTI. PRIMO, un piano per prevedere l’offerta e la domanda di diversi lavori e diverse competenze. La pianificazione della forza lavoro sarà più importante di quella finanziaria. SECONDO, un piano per attrarre persone eccezionali: la generazione Y, le donne, ma anche i pensionati. TERZO, un piano per istruirli e sviluppare le loro competenze. Ci aspetta una grande sfida di sviluppo delle competenze. E QUARTO, un piano per tenere le persone migliori o in altre parole per realizzare una cultura dell’apprezzamento e delle relazioni. Comunque un fattore cruciale di fondo è cambiare il nostro atteggiamento. I dipendenti sono risorse, non costi.”

   Eppure il tema non si esaurisce qui, come scrive Alessandro Gilioli nel suo post, siamo di fronte a una rivoluzione epocale: si è passati da un lavoro legato all’identità, alla passione e alla coesione sociale, a un lavoro molecolarizzato, a chiamata, dove vige la regola dell’ognun per sé.

   “Prima gli operai erano nelle catene di montaggio, uno accanto all’altro: lì si scambiavano parole, rabbie, idee, rivendicazioni, e di lì nasceva il sindacato. Poi c’è stata la prima robotizzazione dei macchinari, quella degli anni Ottanta: e tra un operaio e l’altro la distanza è diventata di dieci, venti metri, abbastanza per non parlarsi quasi più — se non in pausa, in mensa, all’uscita. Adesso la lontananza ha fatto un passo ulteriore: un giorno qui e un giorno lì, somministrati o interinali; o addirittura un’ora qui e un’ora là, con il meccanismo dei voucher ma più in generale con la molecolarizzazione del lavoro all’ora o a cottimo. Ognun per sé.”

   Formazione, welfare, diritti dei lavoratori, cultura d’impresa, automazione e robot sono solo alcuni dei fattori in gioco. L’economia globale sta cambiando e i modelli che hanno funzionato fino a oggi saranno obsoleti in pochi anni. E anche gli studiosi più ottimisti, come Paul Mason nel suo libro Postcapitalism, nel ribadire la necessità di “essere utopisti” ci ricordano che il cambiamento, per quanto inevitabile, dev’essere guidato e gestito politicamente.

Dall’articolo di Gilioli:

Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”

Cosa prevede(va – NDR) il referendum in Svizzera

Il testo del referendum chiede (va) che la Confederazione svizzera, tramite una modifica della Costituzione federale, corrisponda un reddito di base a tutti i cittadini svizzeri a prescindere dalle loro condizioni patrimoniali e se abbiano o meno un lavoro. L’obiettivo dei promotori è quello di rompere il legame tra occupazione e reddito e permettere a tutta la popolazione di condurre una vita dignitosa e di prendere parte alla vita pubblica. In caso di successo, spetterà poi alle Camere federali definire per legge l’importo e i canali di finanziamento.

   Nei mesi scorsi si era parlato di 2500 franchi svizzeri al mese (pari a circa 2000 euro) a ogni cittadino maggiorenne e l’equivalente di 500 euro mensili a chi non ha ancora compiuto 18 anni, per una cifra totale di poco superiore ai 300 miliardi di euro per le casse svizzere.

   Il Consiglio federale e le Camere si sono detti contrari alla proposta per la scarsa sostenibilità del finanziamento della misura (che provocherebbe un aumento delle tasse, tagli alle spese e l’indebolimento dell’economia svizzera) e per il rischio che cittadini con entrate inferiori o di poco superiori al reddito di base non siano più incentivati a cercare un lavoro.

Reddito universale, reddito minimo e salario minimo: cosa sono?

Il rischio di creare confusione quando si usano questi termini è sempre molto alto. La stessa politica non aiuta quando ad esempio propone un reddito minimo ma lo presenta come reddito universale.

   Il Reddito universale (anche reddito di cittadinanza o “Basic income”), è un reddito di base a carattere universale e illimitato nel tempo che ha come unico requisito la cittadinanza. Non esiste nessuna distinzione economica, lavorativa e patrimoniale della persona maggiorenne che ne usufruisce. Da circa 30 anni convegni europei e mondiali sul tema sono organizzati dalla rete di coordinamento BIEN (Basic Income Eearth Network). Nel nostro paese, il dibattito sul punto si è sviluppato sul sito BIN Italia. Come scrisse l’economista Andrea Fumagalli, ex vicepresidente del BIN-Italia, l’idea del Rdc «deriva dalla coscienza (…) che nel nuovo millennio il disporre di un lavoro può non essere sufficiente a garantire l’esistenza di una vita dignitosa».

   Teoria dalla quale lo stesso Fumagalli ha costruito 10 tesi a favore di tale misura che ha come conseguenza un «processo di liberazione non del lavoro ma dal lavoro (nel senso capitalistico del termine)» in cui «viene meno uno degli strumenti disciplinari di controllo sociale in mano agli attuali assetti di potere». Come risultato ci sarebbero «più risorse e più tempo per dedicarsi alla costruzione di “opere” e magari di organizzare in modo più liberatorio la produzione di ciò che è utile all’uomo».     Varie criticità, come l’alto costo dell’operazione, potrebbero presentarsi a chi propone il reddito di cittadinanza nel proprio programma politico: «come giustificare agli elettori che ogni membro della famiglia Agnelli o Berlusconi percepisce un reddito garantito ogni mese?».

   Il Reddito minimo garantito è un reddito limitato nel tempo che si basa su un programma universale ma selettivo. La concessione del sussidio dipende infatti da regole uguali per tutti. È garantito in base al reddito e al patrimonio di chi ne fa domanda. Nei parametri può anche rientrare il fatto di aver perso un lavoro o di non riuscirlo a trovare.

   È del 1992 la richiesta del Consiglio delle comunità europee per l’introduzione «in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri». Tranne che in Italia e in Grecia, negli anni, i paesi europei si sono adeguati e hanno applicato politiche sociali indirizzate a tale scopo con le misure che si differenziano per le condizioni di accesso e i requisiti richiesti, la variazione della cifra concessa e la durata del beneficio, con l’aggiunta o meno di ulteriori diritti correlati — come ad esempio quello sanitario.

   Il Salario minimo è una remunerazione minima che i datori di lavoro devono per legge dare ai propri dipendenti. La misura, che punta a ridare potere d’acquisto ai lavoratori, contro le disuguaglianze sociali, è prevista in 21 dei 28 paesi dell’Unione europea: varia dai 173 euro al mese della Bulgaria, ai 1.921 euro mensili del Lussemburgo.

   «Come ricorda Eurostat (l’ufficio statistico della Ue) — scrive Internazionale — retribuzioni minime nazionali sono fissate dalla legge o da accordi di categoria. Di norma si applicano a tutti i lavoratori dipendenti, o comunque alla maggioranza dei lavoratori dipendenti di un paese». Mentre «nei paesi che non prevedono un salario minimo nazionale (Danimarca, Italia, Austria, Finlandia e Svezia) le retribuzioni sono fissate per contrattazione tra le parti sociali, a livello aziendale o per singolo contratto».

   Anche in questo caso ci sono opinioni discordanti sulla misura. Da una parte si pensa possa contribuire a evitare l’aumento della povertà lavorativa e proteggere i dipendenti che hanno uno stipendio basso, dall’altra invece viene criticata perché grazie al salario minino anche lavoratori scarsamente qualificati, che hanno una bassa produttività, possono essere pagati di più. In questo modo si ridurrebbe l’accesso al mercato del lavoro delle persone meno qualificate perché la loro assunzione non sarebbe conveniente per le imprese.

Reddito universale, i progetti pilota nel mondo

Il referendum in Svizzera non è un caso isolato. Diversi paesi nel mondo stanno sperimentando l’introduzione del reddito di base incondizionato.

   Nei prossimi mesi la provincia dell’Ontario, in Canada, avvierà il pagamento di un assegno mensile a ogni suo abitante. Non si tratta della prima sperimentazione del genere nel paese nordamericano. Già tra il 1974 e il 1979, la città di Dauphin avviò un progetto pilota che portò, secondo uno studio dell’Università di Manitoba, alla riduzione della povertà e delle spese per il welfare.

   Quattro città dell’Olanda (Groningen, Utrecht, Tilburg e Wageningen) hanno seriamente preso in considerazione l’ipotesi di introdurre il reddito di base incondizionato nelle loro città. In particolare la città di Utrecht ha avviato il progetto “See What Works” che sperimenterà 4 tipi diversi di reddito di base per capire quale è il più efficace. Il primo è la versione pura del reddito di cittadinanza: verranno dati ai cittadini quasi 1000 euro al mese senza chiedere nulla in cambio e consentire loro di cercare il lavoro che ritengono più opportuno. Il secondo chiede alle persone di fare attività di volontariato (come, ad esempio, fare la spesa per le persone anziane) e prevede la riduzione della somma corrisposta nel caso in cui non facciano tali attività. Il terzo aumenterà l’assegno mensile nel caso in cui le persone svolgano volontariamente attività nel sociale. Nel quarto caso verranno dati soldi ai cittadini a patto, però, che non lavorino. Insieme all’università di Utrecht, il Comune tenterà di verificare il diverso impatto del reddito di base sui cittadini in queste quattro situazioni. Se approvato dal governo di Amsterdam, il progetto avrà una durata di due anni.

   La Finlandia sta pianificando un progetto sperimentale della durata di due anni che prevede di dare 1000 euro al mese ad almeno 10mila persone tra i 18 e i 65 anni. L’obiettivo del governo è trovare una forma di welfare che dia più garanzie ai freelance, a chi lavora part-time o su base temporanea senza riuscire a ottenere l’indennità di disoccupazione, che incentivi a cercare lavoro e riduca la burocrazia. Nonostante l’economia finlandese sia alle prese con una crisi ancora più forte di quella del 2008, il governo ha calcolato di poter fornire un reddito base a tutta la sua popolazione tagliando il sistema previdenziale.

   In Gran Bretagna, la “Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures and Commerce” (RSA) ha avviato una ricerca per valutare la percezione del reddito di cittadinanza da parte dei cittadini britannici dal punto di vista etico, economico, sociale e culturale. Alla fine dello studio, RSA ha elaborato una proposta applicabile in tutta Europa, che sta riscuotendo interesse nel Regno Unito. Essa prevede il pagamento di una determinata somma mensile a ogni cittadino a patto che ciascun beneficiario abbia pagato le tasse per diversi anni, che siano iscritti nei registri elettorali e che contribuiscano attivamente alla comunità in cui vive. In particolare, i giovani tra i 18 e i 25 anni dovranno firmare un “contribution contract” con la comunità locale che impegna loro a contribuire alla crescita del comune in cui vivono attraverso la formazione, i guadagni, la cura o la creazione di un business. L’obiettivo è trovare una formula che favorisca l’investimento del reddito mensile in nuove attività che abbiano impatto nella società.

   In Francia, è stato presentato un emendamento da parte della deputata socialista Delphine Batho in cui viene chiesto al governo di avviare uno studio di fattibilità della misura, suggerendo che il reddito di base potrebbe essere una risposta giusta alle sfide della “rivoluzione digitale e ai cambiamenti che ha portato al lavoro”. Considerazione presente, scrive Le Monde, anche in un rapporto del Conseil national du numérique (CNNum) in cui viene proposto di valutare la fondatezza di un reddito universale: «partendo dalla considerazione che lo sviluppo del digitale cancellerà posti di lavoro con l’automazione e non ci sarà abbastanza lavoro per tutti, il CNNum considera “assolutamente necessario porre la domanda oggi per una risposta domani”». L’emendamento, depositato l’11 gennaio scorso, prevede che il governo produca un rapporto dettagliato sul tema entro giugno 2016.

Lettura consigliata:

L’era dei robot e la fine del lavoro: un bene o un male per l’umanità?, di Fabio Chiusi

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L’ERA DEI ROBOT E LA FINE DEL LAVORO

Un bene o un male per l’umanità?

di FABIO CHIUSI, 21/3/2916, da http://storie.valigiablu.it/robot-e-lavoro/

   È un giorno qualunque, nell’era dei robot, e il lavoratore tipo esce di casa per recarsi in ufficio. Le macchine, per strada, si guidano da sole. Il traffico pure: si dirige da sé. Lo sguardo può dunque alzarsi sopra la testa, dove, come ogni giorno, droni consegnano prodotti e generi alimentari di ogni tipo – oggi, per esempio, il pranzo suggerito dal frigorifero “intelligente”. Sul giornale – quel che ne resta – gli articoli sono firmati da algoritmi.

   Giunto alla pagina finanziaria, il nostro si abbandona a un sorriso beffardo: il pezzo, scritto da un robot, parla delle transazioni finanziarie compiute, in automatico, da altri algoritmi.

   Entrato in fabbrica, poi, l’ipotetico lavoratore di questo futuro (molto) prossimo si trova ancora circondato dall’automazione; per la produzione, ma anche per l’organizzazione, la manutenzione, perfino l’ideazione del prodotto: a dirci cosa piace ai clienti, del resto, sono ancora algoritmi. Quel che mi resta, pensa ora senza più sorridere, è coordinare robot, o robot che coordinano altri robot. Finché ne avranno bisogno.

   Ma per quanto ancora? Per rispondere, basta tornare al presente. Nei giorni scorsi, l’intelligenza artificiale di Google chiamata ‘AlphaGoha umiliato il campione Lee Sedol in uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani – così pensavamo – mai esistiti: il millenario Go. Secondo gli esperti, sbalorditi, alcune mosse hanno esibito un comportamento non solo “creativo”, ma in un caso, secondo Wired, addirittura geniale in un modo del tutto incomprensibile a giocatori in carne e ossa.

   Peggio: il campione battuto dalla versione precedente di quella intelligenza sintetica ora scala le classifiche proprio grazie a ciò che sta imparando dalla macchina. E questo, dicono a Google, è solo l’inizio. Quando si parla di automazione, robot e lavoro, dunque, la questione ci riguarda tutti – senza distinzione tra operai, impiegati, intellettuali o manager d’azienda. Nessuno è più immune dal rischio di vedersi sostituito da una macchina.

   Dice un sondaggio appena pubblicato dal Pew Research Center che gli interpellati statunitensi ne sono consci: due terzi immaginano che, entro i prossimi 50 anni, gran parte delle occupazioni attualmente svolte da esseri umani finiranno per essere assegnate a computer e intelligenze artificiali. Il rischio è tuttavia che pecchino di ottimismo quando aggiungono di ritenere – e in massa, l’80% – che «il loro lavoro rimarrà in buona parte immutato e continuerà a esistere nella forma attuale» tra mezzo secolo.

   Sempre più analisi, infatti, sottolineano che lo scenario potrebbe essere presto ben diverso. Secondo i ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, il 47% dei lavori negli Stati Uniti è già a rischio computerizzazione – e un ulteriore 13% vi si potrebbe aggiungere, nota McKinsey, quando le macchine diverranno capaci di “comprendere” e processare davvero il linguaggio naturale. Per l’Europa, poi, le percentuali ottenute rielaborando quei dati sono perfino più elevate.

Da qui le profezie di sventura. Per il docente della Rice University, Moshe Vardi, per esempio, entro i prossimi 30 anni i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50%. «Se le macchine sanno fare tutto», chiede Vardi, «che resta agli umani?»

   Qualche istituzione se l’è chiesto. La Commissione britannica per ‘Impiego e Competenze’, per dirne una, ne ha ricavato un rapporto intitolato ‘The Future of Work: Jobs and Skills in 2030’. Uno studio che, fin dall’inizio, sottolinea come sul tema si sia passati dalla promessa di orari di lavoro ridotti e di più tempo libero, alla realtà in cui lavoro e tempo libero finiscono per confondersi, troppo spesso senza che sia più possibile distinguerli. Altri soggetti istituzionali, invece, devono ancora cominciare a problematizzare la questione. E sarebbe ora lo facessero, governo e sindacati in testa. A partire dall’Italia, dove manca qualunque elaborazione. E, di conseguenza, è inutile chiedersi se siano stati previsti e valutati i diversi scenari possibili; figurarsi le relative proposte di soluzione in termini di policy-making.

Alle origini del cyber-lavoro

E dire che il problema si pone in questi esatti termini, anche a livello mediatico e di massa, fin dagli anni ’60. «L’automazione è davvero qui, i posti di lavoro diminuiscono», scriveva – echeggiando le cronache odierne – la prima pagina di Life del 13 luglio 1963. Attenti, ammoniva il settimanale: “siamo al punto di non ritorno per tutti”.

   L’attualità della provocazione sconcerta. Significa che, mezzo secolo più tardi, il problema rimane lo stesso: non abbiamo imparato a capire se, passato il bivio, si è imboccata davvero la strada che conduce a un mondo di lavoratori umani sostituiti in massa dalle macchine, se la stiamo per prendere, o se piuttosto sono solamente le preoccupazioni infondate di nuovi “luddisti” intenti a spaccare gli algoritmi e le intelligenze artificiali della “quarta rivoluzione industriale” – invece dei telai meccanici delle precedenti.

   Non stupisce dunque che, mentre si moltiplicano studi accademici, ricerche, volumi divulgativi e scientifici, resoconti giornalistici, interventi di analisti e leader di vecchi e nuovi colossi economici sul tema, sia un’analisi del 1964 a delimitare i contorni della domanda che ci poniamo oggi, su quale sia il reale impatto dell’automazione sul lavoro. È quella che un apposito gruppo di studio, l’Ad Hoc Committee, pubblicò nel rapporto intitolato ‘The Triple Revolution’. Pagine attuali, troppo attuali.

Oggi come allora, infatti, si può dire di essere in presenza di una “rivoluzione” – chiamata all’epoca della “cybernazione” – la cui esistenza è dovuta interamente alla “combinazione dei computer con macchine che si autoregolano automaticamente”. Il risultato? “Un sistema dalla capacità produttiva pressoché illimitata”, che richiede tuttavia “sempre meno lavoro umano”. A meno che non ci sia “una reale comprensione” del fenomeno, concludevano gli autori di quel visionario rapporto, “potremmo stare consentendo l’emergenza di una comunità efficiente e disumanizzata senza alternative”.

   Il padre della cibernetica, Norbert Wiener, ne aveva già scritto in forma di profezia nel 1949, sul New York Times. Come ricorda Martin Ford in ‘Rise of the Robots’, secondo Wiener il dominio delle macchine avrebbe potuto condurre a una «rivoluzione industriale di assoluta crudeltà», capace di ridurre il valore del lavoro al punto di rendere impossibile trovare un prezzo a cui fosse conveniente, per il datore di lavoro, assumere un essere umano in carne e ossa. Dalla piena occupazione, si potrebbe dire, siamo passati alla prospettiva di una “piena automazione”. Con un mercato per la robotica destinato a passare dai circa 27 miliardi di dollari attuali ai 67 previsti tra un decennio, potrebbe presto diventare ben più di una provocazione.

Se anche il lavoro finisse, non sarebbe utopia

Davvero un mondo – come quello immaginato già da Oscar Wilde – in cui all’uomo non resta che tempo libero è un’utopia? Per Vardi è piuttosto il suo contrario, una distopia. La lezione dell’opera di Carel Kapek che diede i natali, a inizio Novecento, alla parola “robot” non fa che confermarlo. Ciò che si presenta con le fattezze di un paradiso edonistico, nel suo seminale ‘R.U.R.’ (1920) si rivela infatti presto essere un inferno disumano. La promessa è di uno dei protagonisti, Domin: i robot “produrranno talmente tanto grano, stoffe e molto altro, da poter dire che le cose non avranno più alcun valore”.

È l’antenato dell’odierna “era dell’abbondanza”, in cui “ognuno potrà prendere ciò di cui ha bisogno. Non ci sarà più miseria”. Insomma, il problema di Life è risolto alla radice. Perché sì, gli uomini “resteranno senza lavoro. Ma poi non ci sarà più bisogno di lavorare per nessuno. Tutto verrà fatto dalle macchine vive. L’uomo farà solo ciò che più gli piace. Vivrà solo per perfezionarsi”.

   Il sogno è però in realtà un incubo. A spiegarlo, nell’opera, è l’architetto Alquist, dopo avere appreso che in un tale mondo le donne finiscono per non mettere più figli al mondo:

Perché non è più necessario il dolore, perché l’uomo non deve fare più nulla, tranne godere… Oh, che paradiso maledetto è questo! (…) non c’è niente di più terribile che dare alla gente il paradiso in terra.

   Se anche gli ottimisti avessero ragione, insomma, e si lavorasse sempre meno (come vorrebbe Larry Page di Google) fino a non lavorare più, avremmo dei grossi problemi con il senso delle nostre esistenze. E sì, anche senza coinvolgere l’idea di un “governo dei robot”, come nella finzione di Capek o nei foschi presagi di Stephen Hawking («lo sviluppo di una completa intelligenza artificiale potrebbe segnare la fine della razza umana»).

La tecnologia crea o distrugge lavoro?

Qui i pericoli sollevati dagli scettici sono ben più concreti. Il rischio è di trovarci molto presto ad abitare un mondo in cui i “robot” causeranno tassi di disoccupazione insostenibili e senza precedenti nella storia umana, distruggendo i lavori ripetitivi e manuali così come le professioni intellettuali, e lasciando l’umanità schiava della tecnologia e dei suoi creatori. Come insegna la storia delle forme di repressione, non sempre è necessaria la violenza – in questo caso, di un Terminator – per governare il mondo. Bastano l’astuzia di un HAL 9000 o, più banalmente, di qualche buona rete neurale: ovvero, proprio del tipo di intelligenza artificiale che sconfigge i campioni di Go, riconosce oggetti e azioni nelle nostre foto e video “taggandoli” da sé, e un domani vicino o lontano guiderà le vetture di Uber.

   Non tutti però concordano con gli allarmi. Una seconda via, al contrario, continua a indicare come destinazione un paradiso in cui le macchine e l’uomo collaborano e si integrano, aumentando le opportunità lavorative, moltiplicando efficienza e profitti, e garantendo un futuro in cui ozio, creatività e tenore di vita si coniugano al meglio. «Gli ultimi 200 anni», scrive per esempio l’analista di Deloitte, Ian Stewart, in ‘Technology and People: the Great Job-Creating Machine’, «dimostrano che quando una macchina rimpiazza un umano il risultato, paradossalmente, sono una crescita più rapida e, col tempo, occupazione in aumento».

   Ma gli argomenti per sperare che il problema si risolva magicamente da sé, con una robotica mano invisibile, si assottigliano col passare del tempo. E se si considera poi che nemmeno delle soluzioni c’è traccia, si capisce perché sembri proprio di stare vivendo la «congiuntura storica che richiede un ripensamento radicale dei nostri valori e delle nostre istituzioni» di cui scriveva l’Ad Hoc Committee.

   E allora come è possibile quella “reale comprensione” manchi non solo nell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto nei progetti della politica e delle forze sindacali – soggetti che non sembrano adeguatamente preparati a una sfida sistemica e dai contorni potenzialmente devastanti per milioni e milioni di cittadini come quella che ci troviamo invece ad affrontare?

   E dire che le domande che la compongono sono fondamentali. Quanto è reale lo spettro della “disoccupazione tecnologica” coniata negli anni ’30 da John Maynard Keynes, e quali conseguenze avrà sulle vite di ogni singolo individuo, e per la società tutta? Quali forme di impiego sopravviveranno, quali ne sbocceranno e quali invece diverranno un retaggio del passato? E come cambia il significato della stessa parola “lavoro” quando si possono automatizzare perfino mansioni e compiti un tempo considerati dominio unico dell’umano?

Quello che gli esperti non dicono

Rispondere è difficile, perché il progresso tecnologico avanza anche se non ne anticipiamo gli effetti. E perfino gli esperti sono divisi, esattamente in due. Si pensi al sondaggio che il Pew ha pubblicato ad agosto 2014, dopo averne interpellati quasi duemila: impossibile ricavarne un’indicazione che chiarisca il tragitto e, soprattutto, la meta. “Metà (48%)”, si legge tra i risultati, immagina per il 2025 “un futuro in cui robot e agenti digitali avranno rimpiazzato un numero significativo sia di colletti blu che di colletti bianchi”, con “un forte aumento nelle disuguaglianze di reddito, masse di persone di fatto non impiegabili, e rotture nell’ordine sociale”. L’altra metà (52%), invece, vede l’esatto opposto: “la tecnologia non distruggerà più posti di lavoro di quanti ne crea”.

Al netto delle percentuali, sono le argomentazioni degli esperti riportate dal Pew a destare perplessità. Perché i punti di contatto e consenso sono pochi, deboli e generici: sì, entro il prossimo decennio il concetto stesso di “lavoro” subirà una mutazione genetica, fino a significare qualcosa d’altro rispetto a oggi.

«Non avevamo mai visto niente di simile prima», ammette candidamente Eric Brynjolfsson del MIT

   E sì, il sistema educativo non sta facendo abbastanza per preparare la forza lavoro a uno shock che non è più del futuro (come in Toffler) né del semplice presente (come in Rushkoff), ma di un presente sempre automatizzato e condiviso. Ma è dell’impatto sull’occupazione che vogliamo sapere, del peso specifico concreto della robotizzazione delle fabbriche come delle mansioni cognitive, della trasformazione di trasporti e alloggi nei beni precari dei “volontari” della sharing economy, in valore da scambiare nel mercato del nuovo “capitalismo delle piattaforme”.

   E su questo i pareri divergono al punto di diventare una (pur utile) guida all’argomentare pro e contro ogni scenario immaginabile, più che un modo per informare i policy-maker e il pubblico su che cosa sta realmente accadendo.

Nulla è come prima

Uno degli argomenti degli ottimisti è che non stiamo vivendo un’epoca senza precedenti, un “punto di non ritorno” mai raggiunto prima. Prendendo a esempio la storia delle rivoluzioni produttive, gli entusiasti dell’automazione sostengono che il problema si è già posto, e il capitalismo l’ha sempre risolto con la tecnologia nel ruolo di ciò che crea – piuttosto che distruggere – posti di lavoro. Gli analisti di Deloitte affermano per esempio di averlo dimostrato valutando l’evoluzione di 144 anni del mercato del lavoro in Inghilterra e Galles. E il risultato è che, lungi dall’essere in opposizione, tecnologia e lavoro sono potenti alleati – come dimostrato dagli aumenti occupazionali registrati nella medicina, nei servizi professionali e nell’area business. Anzi: negli ultimi 35 anni, scrivono, i settori maggiormente in crescita sono stati proprio quelli tecnologici.

   Certo, “la storia dimostra che il processo è dinamico”. E sì, alcune occupazioni vanno in fumo. Ma il punto è che nuove tecnologie aprono nuovi mercati, e dunque nuove mansioni o anche solo nuovi compiti per quelle già esistenti – quando non nuovi interi settori dell’economia. Per questo il saldo sarebbe, dicono, positivo. Dall’altro, e in tutta risposta, è facile ribattere che quello induttivo potrebbe non essere un buon metodo per predire il comportamento umano in questo contesto: se una tecnologia ha creato posti di lavoro in passato, non è detto che la prossima debba fare altrettanto. C’è del determinismo senza giustificazione, nell’assumerlo; e nessuno degli ottimisti ne sembra immune.

   Sempre più dati e considerazioni analitiche, del resto, mostrano la fallacia di quell’assunto. Secondo gli economisti del MIT, Eric Brynjolfsson e Andrew McAfee, siamo infatti al contrario in una ‘Seconda era delle macchine’ – come recita il titolo del loro più recente volume – caratterizzata proprio dal fatto che “ciò che è già stato” non è più una guida “particolarmente affidabile a ciò che sarà”. Se, come mi ha detto lo stesso Brynjolfsson in una intervista per l’Espresso “l’aumento aggregato di produttività e ricchezza è significativo”, a partire dagli anni ’80 quell’abbondanza non si traduce più in aumenti proporzionali nei tassi di occupazione e di salario.

   Anzi, per i lavoratori statunitensi il reddito medio è addirittura sceso del 10% tra il 1999 e il 2011 – il tutto mentre quello dell’1% più ricco è raddoppiato. Più bounty, nel gergo dei due studiosi, non significa più spread; a dire: l’era dell’abbondanza non è l’era dell’uguaglianza. Questo disallineamento tra Pil e produttività in crescita, da un lato, e redditi e prospettive lavorative in calo, dall’altro, ha determinato negli ultimi decenni quello che gli autori chiamano ‘The Great Decoupling’, il “grande disaccoppiamento”.

«Non avevamo mai visto niente di simile prima», ammette candidamente Brynjolfsson all’Harvard Business Review. Il messaggio è chiaro: non basta mettere più macchine nell’economia per garantire che la tecnologia arrechi benefici all’intero corpo sociale. Il successo dell’automazione non è automatico, non per tutti.

C’è “lavoro” e lavoro

Chi ritiene che il rischio di una “disoccupazione tecnologica” strutturale e crescente sia concreto (anzi, una realtà), insomma, può andare oltre la semplice, banale constatazione per cui ci sarà sempre un lavoro che un umano può svolgere e una macchina no. A meno che la distinzione tra uomo e robot non perda di significato, non si vede perché dovrebbe essere altrimenti. Eppure anche in questo caso – limite, e irrealistico dato che nemmeno le nuove intelligenze artificiali sfiorano la coscienza – la replica è semplice: perché quel lavoro unicamente umano dovrebbe avere ancora valore nel futuro automatico? Perché, in altre parole, dovrebbe essere ancora “lavoro”?

Una macchina potrebbe svolgere una mansione differente per soddisfare lo stesso bisogno, che renda quella umana superflua o in ogni caso azzeri la possibilità di ricavarne un salario o una qualunque forma di compenso monetario.

   Altro assunto ingenuo, eppure fatto proprio da metà degli esperti interpellati dal Pew, è che il sistema politico-legale si attrezzi in tempo utile degli strumenti d’azione necessari e sufficienti a reggere il peso della “rivoluzione”.

   Al momento non se ne vedono, e le soluzioni restano piuttosto confinate al dominio delle analisi dei colossi mondiali della consulenza – da McKinsey in giù – e del mondo accademico e intellettuale. Può darsi che nel prossimo decennio le cose cambino sostanzialmente, certo, e i tentativi di regolamentare le vetture che si autoguidano di Google o la sharing economy cominciano a essere numerosi. Ma crederlo ora significa peccare di ottimismo circa la lungimiranza e la forza delle istituzioni per intervenire sull’insieme dei molteplici aspetti rivoluzionari introdotti dalle tecnologie di rete e dall’automazione nel dibattito pubblico.

   E questo a maggior ragione se si considera che molti – da sempre più venture capitalist di Silicon Valley ad autori di sinistra radicale come Nick Srnicek e Alex Williams in ‘Inventing the Future. Postcapitalism and a World Without Work’, in ottica di libero mercato come in una prospettiva postmarxista – chiedono l’introduzione di serie e strutturate forme di sostegno del reddito per compensare gli effetti della robotizzazione di quasi tutto: con quali fondi, si potrebbero chiedere amministrazioni e governi sempre più al verde?

Come sopravvivere all’automazione

Ma come sarà il lavoro dell’era del tutto automatico? Quali occupazioni lo saranno ancora nel prossimo futuro e quali invece diverranno hobby o scompariranno? E soprattutto, e in via preliminare: se l’impatto della computerizzazione sul lavoro è un fatto assodato in letteratura, quale impatto ha avuto, sta avendo e avrà sui diversi strati sociali?

   Quest’ultima è la domanda cruciale. E la risposta è chiara: i lavori della classe media si stanno svuotando, mentre quelli ad altissime competenze (cognitive) e bassissimo reddito (manuali), ai due estremi, si moltiplicano. Così sopravvivono le mansioni maggiormente creative e che richiedono speculazione intellettuale non sono attualmente replicabili da intelligenze artificiali e non lo saranno ancora per qualche tempo. All’altro capo dello spettro occupazionale, il paradosso di Moravec insegna che anche compiti che richiedono invece particolari competenze sensomotorie (per esempio, il tocco di uno chef o di un infermiere) possono essere molto onerose dal punto di vista computazionale, e dunque sono (al momento) più facilmente eseguibili da esseri umani.

   Il risultato è quello che ben riassume il filosofo Michele Loi in ‘Technological Unemployment and Human Disenhancement’:

Da un lato, l’occupazione cresce per lavori altamente specializzati di tipo manageriale, professionale e tecnico; dall’altro, cresce anche nella preparazione dei cibi e nella ristorazione, per le pulizie e i lavori di manutenzione, nell’assistenza sanitaria personale e in numerose occupazioni nei servizi di sicurezza e protezione. In confronto, l’occupazione per le forme di lavoro routinarie con medie competenze è scesa costantemente in termini relativi negli ultimi tre decenni.

Insieme, c’è l’irruzione dell’economia della condivisione (sharing economy), che sta comportando il mutarsi di sempre più forme occupazionali in prestazioni occasionali, svolte non più da dipendenti assunti ma da freelance autonomi. Un esempio sono i piloti di Uber e gli affittuari di Airbnb, l’ariete di un fenomeno per cui i lavoratori diventano precari permanenti al servizio di piattaforme che, invece di impiegarli nel senso tradizionale del termine, li rendono beni condivisi nel tentativo di collegare domanda e offerta.

   A questo le tutele per lavoratori e consumatori tuttavia diminuiscono. Per esempio, perché le piattaforme si dicono non responsabili di qualunque cosa accada ai loro “volontari” («siamo piattaforme tecnologiche – rispondono – non aziende di trasporti o albergatori»). Un recente editoriale del Los Angeles Times – intitolato ‘Your Job is about to Get Taskified’ – lo dice più chiaramente: «Dimenticatevi la rivolta dei robot e le preoccupazioni per l’automazione. Il problema immediato è l’”uberizzazione” del lavoro umano, la frammentazione delle occupazioni in compiti dati in appalto e lo smantellarsi dei salari in micropagamenti».

   Certo, ordinare un passaggio con un click sullo smartphone è comodo. Ma il costo non si misura solo nel prezzo finale: è un’intera concezione del lavoro a mutare. I forzati e non del lavoro “uberizzato” hanno meno diritti delle loro controparti del “passato”, “reazionarie” o “luddiste” che siano. E i loro clienti, come dimostrano le diatribe per le molestie e gli abusi compiuti in tutto il mondo dai piloti reclutati da Uber con un procedimento tutt’altro che impeccabile, pure. Non si capisce per quale motivo questo dovrebbe essere considerato un bene: perché una app è più cool di un taxi? Non è un argomento di cui un serio legislatore dovrebbe tenere conto.

   Ciò di cui invece dovrebbe tenere conto è che, in assenza di un intervento, la stima degli studiosi di Oxford per cui un lavoro su due è ad alto rischio di automazione entro i prossimi dieci-vent’anni è destinata a rivelarsi sbagliata per difetto. Scrivono infatti Frey e Osborne che attualmente «i lavori che includono compiti complessi in termini di percezione e manipolazione, che richiedono intelligenza creativa e sociale, difficilmente saranno rimpiazzati» in quello stesso lasso di tempo. La sostituzione robotica di facoltà così propriamente umane sarà difficile a causa di “colli di bottiglia ingegneristici”, e subirà dunque un rallentamento. Il punto tuttavia è che, una volta rimossi quegli impedimenti “tecnici”, non ci sarebbero limiti all’automazione, e dunque a pagare non saranno più solo i lavori della classe media.

   Così, un 47% di occupazioni umane già oggi rimpiazzabili con macchine finirebbe per sembrare perfino desiderabile: se l’unica variabile per stabilire il tasso di computerizzazione del lavoro è il progresso tecnologico c’è da giurare la percentuale sia piuttosto destinata a lievitare, e di molto, nelle previsioni che verranno.

   Perché? Prima di tutto, perché il costo della computazione, dice la storia, è diminuito negli ultimi decenni con tassi perfino di oltre il 60% anno su anno – è la legge di Moore, dopotutto. In secondo luogo, perché i progressi dell’intelligenza artificiale sono stati tali, e talmente rapidi, da trasformare l’idea di commercializzare vetture che si autoguidano da fantascienza in (quasi) realtà solo tra i primi Duemila e oggi.

Nella “industria 4.0”

Se fare un pilota digitale era più facile del previsto, ora però bisogna dirlo ai taxisti in rivolta perché sostituiti da un guidatore umano chiamato tramite smartphone oggi e da un algoritmo domani. Non solo: bisogna spiegare altrettanto a tutti gli altri interpreti in carne e ossa delle professioni che saranno travolte o trasformate da quella che il Boston Consulting Group definisce “Industria 4.0”: la quarta rivoluzione produttiva, seguita a quelle del motore a vapore, dell’elettricità e delle forme di automazione introdotte negli anni ’70.

   Entrare nel dettaglio qui è cruciale. Così anche il BCG guarda al 2025, come il Pew. Ma lo immagina per un paese solo, la Germania. Ed è importante: analizzare l’impatto dell’automazione su singole attività lavorative in un preciso contesto aiuta a meglio comprendere le voci che formano il saldo previsto in termini occupazionali. Nel rapporto ‘Man and Machine in Industry 4.0’, analizzando 40 “famiglie” occupazionali in 23 settori diversi dell’economia tedesca, gli analisti concludono che l’impatto dell’automazione sarà positivo, per 350 mila unità in un decennio. Ma se per gli scienziati dei dati e altre professioni legate all’informatica ci sarà un boom di poco inferiore al milione di nuovi posti di lavoro, quelli alla catena di montaggio e in altri settori della produzione vedranno una contrazione di oltre 600 mila lavoratori.

   Anche per BCG, dopo il 2025 i tassi di automazione – e dunque di sostituzione di intelligenze umane con artificiali – saranno ulteriormente in crescita. Ma la domanda non riguarda solo il futuro remoto. Che senso hanno le stime appena descritte? Per capirlo, bisogna guardare di nuovo ai dettagli, a come sono composte. BCG assume una crescita della “Industria 4.0”, qualunque cosa essa sia esattamente, dell’1% e un tasso di implementazione dell’innovazione del 50%. Affinché il saldo positivo si realizzi, in ogni caso, si deve sperare che tutto questo si traduca in un aumento del fatturato delle imprese tedesche che abbracciano la nuova rivoluzione automatica tra l’1 e l’1,5%: solo così infatti le aziende manterrebbero sufficienti incentivi ad assumere più lavoratori di quanti vengono travolti dal progresso. Il tutto senza contare che non viene considerato che faranno quegli oltre 600 mila nuovi disoccupati: difficile con le loro competenze possano approfittare dei nuovi settori in crescita.

   Inoltre, anche quando gli analisti sostengono che «gli impiegati con più anzianità potrebbero lavorare più a lungo» nel caso fossero aiutati, nelle loro mansioni quotidiane più faticose, da possenti robot, sembrano dimenticare una fondamentale domanda: perché non dovrebbero essere semplicemente rimpiazzati dalle tante menti – e corpi – più giovani in cerca di occupazione, o semplicemente da quegli stessi robot, una volta che siano in grado di rimpiazzarli? Non era forse una sostituzione necessaria – proprio “ciò che la tecnologia vuole”, come direbbe Kevin Kelly, il cofondatore della rivista Wired?

La società post-professioni

L’intero edificio degli ottimisti, poi, riposa sull’assunto che i lavori creativi, intellettuali, più impegnativi e redditizi, resteranno umani per tutto il futuro che è ragionevole prevedere attualmente. A scomparire, dicono, sono e saranno le mansioni che già oggi ci rendono simili a macchine, ripetitive e mal pagate – alienanti, si sarebbe detto in passato. Come riuscire per esempio altrimenti a creare le sinergie tra uomo e macchina che dovrebbero salvare il lavoro secondo Brynjolfsson e McAfee? E a che servirebbe la figura, tutta nuova e in ascesa secondo BCG, del “coordinatore di robot”, se questi ultimi potessero coordinarsi da soli, o anche i colletti bianchi fossero di silicio?

Il problema – per tutti – è che anche questa premessa è molto più debole di quanto sembri. Scrivono Richard e Daniel Susskind in ‘The Future of the Professions’:

La domanda (…) è se ci sarà disoccupazione tecnologica per le professioni nel lungo periodo. La risposta breve è ‘sì’. Non siamo stati in grado di reperire alcuna legge economica che possa assicurare in qualche modo un impiego ai professionisti in un contesto di macchine sempre più capaci. A ogni modo, resta incerta la dimensione della perdita di posti di lavoro.

Certo, la prospettiva di una società “post-professioni” si allunga sui prossimi decenni, non mesi o anni. Ma già oggi è utile ricordare che «sta a noi decidere come usare la tecnologia nelle professioni», perché alcuni fenomeni molto probabilmente sono qui per restare: macchine più capaci, device più pervasivi e umanità più connessa, per cominciare.

   Ed ecco allora sorgere un importante imperativo morale, assente nelle prospettive deterministe: se siamo noi a dover dare forma al nostro futuro, non possiamo che farlo nell’ottica della responsabilità personale, e dunque «da un punto di vista etico». Affrontare l’era dei robot significa in altre parole andare oltre le famose tre leggi della robotica dello scrittore Isaac Asimov, e chiederci non tanto cosa deve poter fare e pensare una macchina ma anche e soprattutto cosa diventino le categorie morali in un mondo in cui l’uomo rischia di diventarne – anche per le mansioni intellettuali – un mero complemento e unicamente finché è necessario.

Non solo. L’analisi dei due studiosi è significativa perché specifica un altro aspetto, spesso trascurato, del rapporto tra automazione e lavoro. E cioè che una mansione, specie di un professionista, non è quasi mai composta di un singolo compito.

“Molte discussioni sulla disoccupazione tecnologica lo ignorano, assumendo che le mansioni lavorative siano composte di compiti unici. In realtà – si legge tra le conclusioni del volume – i sistemi (automatizzati, ndr) non tendono a privare del tutto le persone del loro lavoro. Piuttosto, sostituiscono particolari compiti per cui non c’è più bisogno di esseri umani. I posti di lavoro non svaniscono in un istante. Appassiscono gradualmente. Una intera mansione scompare solo se si perde l’intero insieme di compiti che la compone e non viene alimentato con nuovi compiti”.

   Una recente indagine del World Economic Forum, che ha interpellato i dirigenti di 371 aziende che impiegano oltre 13 milioni di lavoratori in 15 diversi paesi, concorda: tra il 2015 e il 2020 si perderanno circa cinque milioni di posti di lavoro a causa della doppia rivoluzione dell’Internet delle cose – in cui tutti gli oggetti sono connessi – e dell’intelligenza artificiale, e un aspetto fondamentale sta proprio nella redistribuzione delle competenze richieste: “oltre un terzo” di quelle essenziali non sarà tra quelle attualmente richieste. Per non parlare del 52% di mansioni che richiederanno “abilità cognitive” oggi non previste.

   Anche McKinsey, nello studio ‘Four Fundamentals of Workplace Automation’ (novembre 2015), sottolinea che saranno pochi i lavori «automatizzati interamente nel breve e medio termine» (il 5%). A essere automatizzate «saranno piuttosto alcune attività, che richiederanno la trasformazione di interi processi di business, e la ridefinizione delle mansioni svolte dai lavoratori». In particolare, il 60% delle mansioni vedrà automatizzato il 30% o più delle proprie attività costituenti.

   La questione della disoccupazione tecnologica diventa così quella di misurare e comprendere la natura di queste ultime. Per il WEF l’AI avrà un impatto negativo sulla crescita, anche se non a livelli tali da motivare i timori di una rivolta sociale (-1,56%), nei prossimi cinque anni. Ma di nuovo, l’impatto aggregato varia da settore a settore: l’Internet delle cose porterà a un effetto positivo sulla creazione di posti di lavoro (3,54) nell’architettura e nell’ingegneria, ma negativo (e di molto: -8%) in lavori di manutenzione e installazione, così come (-6%) in lavori d’ufficio e amministrazione.

Rendere umano il lavoro, a prescindere dalla tecnologia

A cambiare è la natura stessa di quelle forme di lavoro. E allora non si può ignorare per esempio che, come sostiene David Autor, le occupazioni dei professionisti non possono essere facilmente spacchettate in diverse mansioni senza che ciò comporti una perdita di qualità. È quello che Loi chiama, con una terminologia presa a prestito dalla bioetica, human disenhancement, una prospettiva “tutt’altro che remota” in cui – con le parole dello stesso Autor e del collega David Dorn – «più lavoratori vedono il proprio lavoro degradato di quanti lo vedano migliorare».

Il problema del futuro del lavoro, in altre parole, non è solo questione di numeri. È anche e soprattutto una questione di conoscenza. E non solo del contesto tecnologico. Uno dei più interessanti contributi degli interpellati dal WEF è proprio, al contrario, che l’arrivo della “quarta rivoluzione industriale” vada compreso – in termini occupazionali – andando ben oltre la tecnologia.

Affrontare l’era dei robot significa in altre parole andare oltre le famose tre leggi della robotica dello scrittore Isaac Asimov.

I fattori determinanti sarebbero infatti la composizione demografica dei paesi emergenti, la nascita di una classe media in quegli stessi paesi, l’aumentato potere economico delle donne e la crescente instabilità del quadro geopolitico contemporaneo.

   Quanto alla creatività, e allo spettro di una automazione del lavoro intellettuale che potrebbe raggiungere presto attività che occupano il 20% del tempo di un professionista, è McKinsey a ricordare come manchi già oggi, con o senza robot. Nel mercato USA, solo il 4% dei lavori richiede un impegno creativo. Quanto alla capacità di riconoscere ed esprimere emozioni, non sono solo i robot a essere in deficit: l’abilità è richiesta solo a poco più di un lavoratore statunitense su quattro. E anche questo è un trionfo della macchina sull’uomo. (FABIO CHIUSI, 21/3/2916, da http://storie.valigiablu.it/robot-e-lavoro/)

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