GATED COMMUNITY (comunità col cancello): è il Medioevo prossimo venturo? – Il CASO del QUARTIERE-FORTINO di Treviso – Anche da noi iniziano le aree residenziali difese da alti muri? (come negli USA, Sud America, Sudafrica…) – Fenomeno urbanistico-sociale pericoloso (ma sono da capire le paure, e superarle)

IL QUARTIERE-FORTINO “SAN MARTINO” A TREVISO – Un quartiere di 22 villette a due piani (55 abitazioni), con balconi fioriti e piscina, “difeso” da occhi indiscreti da UN MURO ALTO TRE METRI. Accade a TREVISO, nel QUARTIERE DI SAN BONA, a poca distanza, peraltro, da un altro muro, quello della recinzione del carcere cittadino. Tre metri di sicurezza, sul MODELLO AMERICANO. Tre metri di difesa, in una sorta di CITTADELLA FORTIFICATA CON PISCINA, alla periferia della città. Tre metri di altezza, per marcare anche verticalmente il territorio. E tre metri di protezione, di clausura, di perimetro, di blindatura. Ma anche tre metri di polemiche, di discussioni e dibattito.(…) (Andrea Passerini, la Tribuna di Treviso, 2/3/2917)

   Sta accadendo a Treviso, ma esempi si stanno diffondendo in altre parti d’Italia: la nascita di nuovi nuclei residenziali (20-30 e più abitazioni) protetti da muri di almeno tre metri, “chiusi”, impenetrabili all’esterno.

Il muro di tre metri nel quartiere fortino di Treviso

   In questo post illustriamo appunto quel che sta accadendo a Treviso con la nascita della prima, seppur piccola, GATED COMMUNITY (“comunità col cancello” letteralmente). Ma vogliamo anche “dare uno sguardo” ad altri luoghi della Terra, per tentare di descrivere, seppur minimamente, il vero senso della diffusione delle Gated Community.

Treviso, Quartiere San Martino

   A Treviso il muro proteggerà “solo” 55 abitazioni, cosa piccola rispetto alle esperienze a dimensioni ben maggiori che ci sono negli Stati Uniti, in Sud America, in Australia, e in megalopoli sparse in molte parti del pianeta, specie del Sud del mondo.

Nel Pordenonese, a Fontanafredda, esiste già un quartiere fortificato. Si chiama Borgo Ronche, vi risiedono 250 persone

   Ma, questo modo di abitare “chiudendosi”, sembra apparire sempre più come un fenomeno irreversibile. Non che prima non ci siano stati esempi, episodi, di “chiusura residenziale” verso l’esterno (ville, palazzi, fino a castelli…). Ma, secondo noi, appartenevano a élite o economiche (la borghesia arricchita), o sociali (la nobiltà) che si chiudevano (si chiudono) con muri di elevata dimensione per garantirsi sì sicurezza (la paura che qualcuno entri per rubare), ma ancor di più per ribadire il proprio stato sociale-economico elevato, e la propria privacy privilegiata. Pensiamo che contasse molto la riservatezza: godersi il luogo e lo status di appartenenza (il bel giardino, la piscina…) senza essere visti.

LA CITTA’ FORTIFICATA DI BORGO DI VIONE – UN ALTRO ESEMPIO DI GATED COMMUNITY (ASSAI FAMOSO) NEL NORD ITALIA: si tratta di BORGO DI VIONE (frazione del comune di BASIGLIO, piccolo comune dell’hinterland milanese), UN’EX CASCINA TRASFORMATA IN RESIDENZE DI LUSSO nel 2011 dalla famiglia milanese Vedani

   Adesso a nostro avviso conta di più la paura dei furti, delle violenze, l’insicurezza, che il resto. Fenomeno peraltro (quello dei furti) dicono le statistiche e le rilevazioni della polizia, in vistoso calo; anche rispetto ad altri tipi di violenza (ad esempio stanno crescendo le violenze tra famigliari… vien da dire quasi che il pericolo viene non da fuori ma da dentro casa…). Non che le violenze di qualcuno che entra in casa per rubare non ci siano (a volte con conseguenze crudeli e terribili), ma è molto meno diffuso di quel che possa apparire, è cosa minimissima (ma il tam tam dei media lo amplifica).

ALBARELLA, L’ISOLA PRIVATA SITUATA NELLA LAGUNA A SUD DI VENEZIA, è a suo modo una GATED COMMUNITY PER LE VACANZE, un’ENCLAVE per l’estate in particolare. Nel cuore del PARCO NATURALE DEL DELTA DEL PO, collegata con un ponte alla terraferma, l’isola si estende per 528 ettari coperti dalla macchia mediterranea. Inaccessibile a chi non è proprietario. Ci sono più di 2300 proprietari privati che hanno acquistato un immobile (l’isola è della famiglia Marcegaglia)

   Allora quel che conta è “la percezione” dei possibili pericoli che possono accadere. E una società, delle persone, che percepiscono un pericolo, che “si chiudono”, non vanno criticate, ma vanno capite, aiutate, ridando loro concretamente la fiducia persa. E così servono risposte adeguate. Modi per poter “riprendersi i luoghi” in comunità, senza paure e patemi…..

Le GATED COMMUNITY sono aree residenziali, generalmente in contesti urbani, alle quali è impedito l’accesso o il transito a chi non vi sia residente o che da un residente non sia stato invitato a entrare. La cesura spaziale è realizzata mediante SISTEMI DI RECINZIONE (MURI, INFERRIATE, canali o altri dispositivi), VIGILATI E PRESIDIATI A CICLO CONTINUO da operatori di polizia privata anche attraverso l’uso delle tecnologie più sofisticate.(…) In queste condizioni, l’impresa costruttrice pubblicizza e pone in vendita non soltanto una porzione di proprietà, ma UN ‘MODELLO DI VITA’, una sorta di CITTÀ NELLA CITTÀ con regole sue proprie, stabilite al momento della fondazione, che si configura come un’isola economico-sociale all’interno di uno spazio più vasto.(…) Tra le principali caratteristiche attrattive delle gated community, quella prevalente è LA RICERCA DI PROTEZIONE ATTRAVERSO LA SEPARAZIONE DAL RESTO DEL TESSUTO URBANO, che evidenzia una sfiducia verso il livello di sicurezza garantito dal sistema pubblico.(…) IL MOLTIPLICARSI DELLE GATED COMMUNITY PONE DIVERSI PROBLEMI attinenti a nodi che riguardano la società nel suo insieme, come la definizione e il valore da attribuire a concetti come bene comune, spazio pubblico, comunità, diritto di cittadinanza, proprietà, ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali.(…) (da http://www.treccani.it/enciclopedia/ )

   Difficile da invertire la tendenza alla chiusura. Ma, rilevato il problema e il processo urbanistico-sociale a isolarsi, bisognerà pensare a modi concreti di (ri)stabilire la convivialità nelle comunità. Magari con una conoscenza reciproca (nel quartiere, nelle città…) che faccia riprendere la fiducia “nell’altro” e ridimensioni la percezione al pericolo. Una scommessa propositiva (di proposte concrete) anche per questo blog geografico. (s.m.)

BRASILE_GATE COMMUNITY VICINO EZEIZA CHIAMATO ANCHE CONDOMINIO FECHADO – CHE COS’È UN CONDOMINIO FECHADO IN BRASILE (condomínios fechados)? – Un condominio Fechado è una forma di comunità residenziale composta da un gruppo di case recintate, con entrata sorvegliata. Questi complessi residenziali all’interno hanno piccole strade e comprendono vari servizi condivisi . Per le comunità più piccole questo può essere solo un parco o di altra area comune. Per le comunità più grandi, può essere possibile per i residenti rimanere all’interno della comunità per la maggior parte delle attività quotidiane, avendo a disposizione negozi, parchi, piscine. (foto e testo da http://brasileinvestimenti.blogspot.it/ )

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El polémico muro que separa a ricos y pobres en Lima – PAMPLONA/LIMA/PERÙ: IL MURO DELLA VERGOGNA – (…..) A Pamplona Alta si rovesciano i significati della verticalità relativi alla LIMA che raccoglie i frutti della crescita economica. Più si sale verso la vetta di VISTA HERMOSA più gli insediamenti si fanno recenti e le condizioni di vita estreme. (…) In cima, queste abitazioni precarie sorgono a ridosso di UN MURO ALTO TRE METRI e LUNGO DIECI CHILOMETRI, che le sovrasta e rende impossibile valicare il poggio. (…) È stato definito IL “MURO DELLA VERGOGNA”, perché SEPARA I POVERI DI VISTA HERMOSA DAI RICCHI ABITANTI DI LAS CASUARINAS, LA PIÙ ESCLUSIVA GATED COMMUNITY DI LIMA e forse dell’intero Perù, dove si vive in ville con piscina dal valore di milioni di dollari. (….) (Nicolò Cavalli, 12/6/2016, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/ )

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Skyline di INTERLOMAS, area residenziale e commerciale di CITTA’ DEL MESSICO che ospita oltre 250 GATED COMMUNITY adiacenti a insediamenti di tipo favelas

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TREVISO: UN MURO ALTO TRE METRI PER IL PRIMO QUARTIERE FORTIFICATO DELLA CITTÀ

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 25/2/2017

– A Santa Bona il Borgo San Martino: 55 abitazioni protette e videosorvegliate. Nasce a Treviso il primo quartiere a modello americano, praticamente fortificato, con videosorveglianza e la possibilità di ingaggiare un guardiano privato –

TREVISO – Il muro sfiora i tre metri di altezza e circonda l’intero quartiere.  All’interno sono previste cinquantacinque case abbinate destinate ad ospitare almeno centocinquanta persone. Per adesso ne sono state costruite 21, vendute già 20, di cui abitate sedici. L’unico ingresso, controllato, è costituito da un portone automatizzato, la cui altezza impedisce la vista del quartiere, dove sono stati realizzate strade, marciapiedi, parcheggi, giardini privati e una piscina centrale come spazio aggregativo.

   Nasce a Treviso il primo quartiere a modello americano, praticamente fortificato, con videosorveglianza e la possibilità di ingaggiare un guardiano privato (ma questo dipenderà dalla volontà dei condomini): un complesso residenziale «in contesto chiuso di residenze a schiera: nel villaggio hanno accesso solo i residenti i quali godono quindi di viabilità interna e piscina privati, in poche parole confort e sicurezza».

   Così viene descritto dalle eleganti brochure della Berno Real Estate, la società che ha realizzato l’intera urbanizzazione di via Nicola di Fulvio, a Santa Bona e che sta completando le vendite, senza particolari affanni. L’unico posto dove non ci sarà bisogno di porte blindate e si potranno lasciare le chiavi nel cruscotto dell’auto.

   Il quartiere fortificato rappresenta un esperimento, per la prima volta applicato a residenze binate e non a semplici appartamenti in condominio. Agli ospiti viene chiesto di parcheggiare all’esterno prima di suonare il campanello.

   Il piano urbanistico, approvato dieci anni fa, nasce dall’intervento della nuova casa di riposo Israa, che ha venduto un’area di 70 mila metri quadrati consentendo alla società immobiliare di realizzare una parte commerciale – dove si trova il supermercato Alì – e un’ampia zona verde, il parco Uccio di via San Martino. Il «forte all’americana» si chiama Borgo San Martino e sembra sia l’intervento immobiliare più ricercato negli ultimi mesi. Le vendite – nonostante il settore sia devastato da una profonda crisi – stanno andando molto bene, assicurano nel box commerciale allestito accanto al cancello di entrata.

   A vederlo da fuori l’impressione è di un villaggio di massima sicurezza: l’alta cinta muraria, un sistema di videosorveglianza con codice di accesso, privacy e massima sicurezza. Praticamente a prova di topi d’appartamento, che se anche riuscissero a penetrare la fortezza non riuscirebbero ad uscire facilmente da soli.

   «Si tratta di un intervento urbanistico che ci sta dando molte soddisfazioni – spiega Roberto Berno, 68 anni, titolare con il fratello Remo della Real Estate che ha realizzato il complesso immobiliare -: coniuga il concetto di sicurezza e di privacy, elementi che sono percepiti in questo momento in testa alle priorità. Del resto non c’è niente di nuovo: anche la storia delle nostre città è contrassegnata dalle fortificazioni. Parlerei di villaggio chiuso, con l’idea di creare un borgo protetto. Ci siamo un po’ ispirati all’America».

   Le vendite stanno andando molto bene. I prezzi sono medio alti ma non stellari: le casette hanno superfici tra i 170 e i 220 metri quadrati, a un prezzo compreso tra i duemila e i duemila e 200 euro al metro quadro. Con 400 mila euro, insomma, ci si compra una casa dentro al forte: sicurezza e privacy sono assicurati, la piscina è il relax del fine settimana e i bambini possono scorrazzare nel quartiere senza preoccupare le mamme. Spese condominiali contenute entro i mille euro in media all’anno. Tre anni fa, lo stesso esperimento urbanistico è stato realizzato a Castelfranco, dalla stessa società, e il mercato lo ha assorbito rapidamente.

   Un esempio analogo si trova nel Pordenonese, a Fontanafredda, e si chiama Borgo Ronche: vi risiedono 250 persone che, assicurano, dormono sonni tranquilli. (Daniele Ferrazza)

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COS’È UNA GATE COMMUNITY

(da www.treccani.it/enciclopedia/ )

   gated community <ġèitid këmi̯ùunëti> locuz. sost. ingl., usata in it. al femm. – COMUNITÀ RESIDENZIALE CHIUSA RISPETTO ALL’ESTERNO (da gate, «cancello, barriera»), che si configura spazialmente come ENCLAVE, area avente caratteristiche peculiari e differenti rispetto a quanto la circonda. Il fenomeno, in crescente diffusione dagli anni Settanta del secolo scorso, vede una decisa amplificazione della sua portata in tutto il mondo, a causa del continuo incremento della popolazione urbanizzata, della disomogeneità nella distribuzione del reddito e della diffusione di normative che favoriscono una gestione privata di vasti spazi e delle infrastrutture e servizi a essi connessi.

   Le gated community sono infatti aree residenziali, generalmente in contesti urbani, alle quali è impedito l’accesso o il transito a chi non vi sia residente o che da un residente non sia stato invitato a entrare. La cesura spaziale è realizzata mediante sistemi di recinzione (muri, inferriate, canali o altri dispositivi), vigilati e presidiati a ciclo continuo da operatori di polizia privata anche attraverso l’uso delle tecnologie più sofisticate.

   I margini di autoregolamentazione di queste comunità dipendono dalle normative nazionali e locali, spaziando dalla mera gestione all’interno della gated community di servizi normalmente garantiti dalle amministrazioni locali pubbliche – come la sicurezza e vigilanza, la manutenzione stradale, il decoro urbano e degli spazi verdi, la raccolta dei rifiuti, la distribuzione di acqua ed energia elettrica – fino a forme di ‘sovranità concorrente’ con quella dello Stato esercitate mediante modalità assimilabili all’autogoverno.

   Negli Stati Uniti, Paese in cui il fenomeno ha trovato per primo ampia diffusione per poi propagarsi globalmente, la tipologia prevalente di organizzazione è l’associazione di proprietari (Homeowners association, HOA) che, per la gestione di un insediamento, prende la forma di proprietà comune (Common interest development, CID) degli spazi o dei servizi non strettamente riservati alla fruizione da parte del singolo proprietario (strade, condutture, ecc.).

   Per entrare a far parte della comunità dei residenti è necessario accettare la normativa interna e lo specifico accordo con le relative convenzioni, condizioni e restrizioni (Covenant, condition and restriction, CC&R), che generalmente prevede l’istituzione di un consiglio di gestione responsabile della sua applicazione. Il consiglio, grazie alla riscossione di apposite tasse, sovrintende anche all’erogazione dei servizi comuni e al rispetto della normativa interna, potendo giungere all’erogazione di sanzioni.

   I CC&R, che si configurano come vere proprie ‘leggi’ che regolano aspetti anche di dettaglio della vita e dei comportamenti ammessi all’interno del CID, sono generalmente stabiliti direttamente dall’impresa che costruisce l’insediamento; gli acquirenti sono obbligatoriamente tenuti ad accettarli. La loro successiva modifica prevede delle maggioranze estremamente elevate e difficili da raggiungere, il che, di fatto, comporta una notevole stabilità della regolamentazione.

   In queste condizioni, l’impresa costruttrice pubblicizza e pone in vendita non soltanto una porzione di proprietà, ma UN ‘MODELLO DI VITA’, una sorta di CITTÀ NELLA CITTÀ con regole sue proprie, stabilite al momento della fondazione, che si configura come un’isola economico-sociale all’interno di uno spazio più vasto. In base alle sue dimensioni, una gated community offre tutta una serie di servizi (da aree commerciali a scuole, da centri ricreativi a cliniche) che possono arrivare a rendere non indispensabile e sporadico il contatto tra i residenti e il resto dello spazio urbano che circonda la comunità.

   In ragione di questo regime di separazione, in alcuni casi le associazioni dei proprietari hanno richiesto di essere dispensate dal pagamento di parte delle tasse locali e nazionali, con l’argomento che i CID, con tassazione interna, provvedono a erogare servizi alternativi a quelli pubblici, che poco o per nulla sarebbero utilizzati dai residenti.

   Tra le principali caratteristiche attrattive delle gated community, quella prevalente è la ricerca di protezione attraverso la separazione dal resto del tessuto urbano, che evidenzia una sfiducia verso il livello di sicurezza garantito dal sistema pubblico; vi sono poi la ricerca di servizi e spazi esclusivi per il tempo libero (piscine, campi da golf, club house, maneggi, ecc.) e la volontà di migliorare, affermare o mantenere il proprio status sociale attraverso il luogo abitato e grazie alle relazioni di vicinato che all’interno delle gated community si producono.

   Secondo diversi autori il moltiplicarsi delle gated community pone – e al tempo stesso rivela in modo spazialmente tangibile – diversi problemi attinenti a nodi che riguardano la società nel suo insieme, come la definizione e il valore da attribuire a concetti come bene comune, spazio pubblico, comunità, diritto di cittadinanza, proprietà, ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali.

   Le gated community sono un fenomeno frequente soprattutto in quei paesi caratterizzati da un elevato coefficiente di Gini – la misura della disuguaglianza economica introdotta dallo statistico italiano Corrado Gini (1884-1965). È il caso, per es., dei cosiddetti CONDOMÍNIOS FECHADOS in BRASILE o dei BARRIOS PRIVADOS O COUNTRIES in ARGENTINA. Il MESSICO, a causa delle forti disparità economiche, detiene la più elevata percentuale di residenti all’interno di tali comunità.

   In paesi come il SUDAFRICA, le gated community hanno avuto grande successo come risposta ai rischi posti dalla criminalità e ai fenomeni di squatting. In CINA sono molto diffuse intorno a PECHINO e nella regione del Pearl River delta, dove le case vengono spesso acquistate da cinesi residenti all’estero, cittadini di Hong Kong e nuovi ricchi (la più nota è CLIFFORD ESTATES, non lontano da Guang Zhou). In ARABIA SAUDITA, dove si sono anche verificati casi di attacchi terroristici, sono invece utilizzate per alloggiare separatamente gli occidentali e le loro famiglie. (da www.treccani.it/enciclopedia/ )

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«SI VIVE BLINDATI PER PAURA. LO STATO DIA SEGNALI FORTI»

di Alessandro Zago, da “La Nuova Venezia” del 25/2/2017

– Il sociologo Bettin: «Ci vuole un’aggravante per chi entra nelle case a rubare. Il rischio è che spuntino sempre più fortilizi e business legati alle nostre ansie» –

   «Stiamo diventando come gli americani: stiamo alzando i muri per paura. È la strada già seguita in diverse zone degli Stati Uniti: nei quartieri residenziali di Los Angeles, in Florida ancora di più». GIANFRANCO BETTIN, sociologo e scrittore, commenta così il caso del muro di Santa Bona.

Bettin, che ci sta succedendo?

«La gente alza il muro per paura delle intrusioni in casa di chi vuole rubare. È un fenomeno più rilevante emotivamente di quanto non lo sia statisticamente, ma comunque non è meno impressionante per chi lo osserva rispetto a chi è vittima della criminalità di tipo predatorio, sia di piccola taglia che media, che negli ultimi 15 anni ha segnato la storia del Nordest».

Si alzano i muri eppure le forze dell’ordine dicono che i reati sono in calo.

«Gli episodi gravi, come quello di Gorgo, non sono tanti eppure oggi il loro impatto sociale è enorme, sembrano molti di più. E quindi anche chi non ne è stato toccato pensa che la prossima volta possa toccare a lui, perché è un vicino delle vittime o comunque ne ha sentito parlare. Oppure perché la vittima ha una casa simile alla sua, la casa singola tipica del Nordest, la schiera di villette. Ma a creare un clima di paura è soprattutto una esperienza più frequente, capitata a molti, appunto l’intrusione in casa per rubare, anche senza violenza fisica. Ma con una forte violenza all’intimità delle persone, che colpisce molto in profondità».

E così la gente si blinda, arriva a tenere armi in casa.

«Succede proprio perché sono troppo lievi le pene per i reati predatori, per chi entra nelle case. Per questo sarebbe opportuno che lo Stato desse un segnale di attenzione per questo tipo di reati che colpiscono molto in profondità le persone, le famiglie, aggiungendo un’aggravante alla pena, che non va commisurata solo al danno materiale ma appunto a quello della violazione dell’intimità».

Altrimenti dilagherà la percezione di insicurezza.

«Esatto. E qualcuno la trasforma in un business, quello della sicurezza. Ma così la società, la comunità tutta prende una deriva che va a ricreare anche i fortilizi, come quello di Santa Bona».

Un fenomeno quindi destinato a crescere anche da noi, quasi un ritorno al borgo medievale con la cinta muraria e il ponte levatoio.

«È un fenomeno sicuramente destinato a crescere anche da noi. Negli anni scorsi, quando la produzione era tutta in calo per la crisi economica, comunque ciò che era in crescita era la produzione dei sistemi d’allarme per le singole case; ora invece si crea anche una organizzazione delle piccole aree, che vengono quasi militarizzate in funzione della difesa, e questo viene venduto dai costruttori come un optional importante, che valorizza il nuovo». (Alessandro Zago)

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COM’È VIVERE IN UNA GATED COMMUNITY: SIAMO ENTRATI IN UNO DEI QUARTIERI ‘BLINDATI’ D’ITALIA

di Giorgio Ghiglion, 24/5/2016, da VICE NEWS

https://news.vice.com/it/

– Il quartiere col muro di cinta intorno. Le gated community sono aree residenziali recintate, sorvegliate giorno e notte da guardie e telecamere –

   Si tratta di vere e proprie ‘città nella città’ in cui vigono regole proprie, e dove gli estranei – prima di entrare – devono identificarsi e specificare il motivo della visita. Abitate da persone abbienti e in cerca di un ‘rifugio’ in sicurezza, le gated community sono diffuse principalmente negli Stati Uniti, in Sud Africa e in Sud America.

   Anche il Nord Italia però ospita un esempio di gated community: si tratta di Borgo di Vione, un’ex cascina in provincia di Milano trasformata in residenze di lusso nel 2011 dalla famiglia milanese Vedani.

   Tecnicamente, Borgo di Vione è una frazione del comune di Basiglio, piccolo comune dell’hinterland milanese che ogni anno contende a Portofino il titolo di città più ricca d’Italia, noto anche per ospitare Milano 3, il complesso residenziale privato costruito da Silvio Berlusconi.

   Nonostante fra Milano 3 e Borgo di Vione in linea d’aria ci siano poco più di 500 metri, per raggiungere la gated community bisogna uscire dall’abitato e viaggiare per alcuni minuti in mezzo ai campi e le risaie fino a una grande cascina restaurata, protetta da un alto muro di cinta e sorvegliata da telecamere.

   Borgo di Vione nasce nel 2011 in quella che è la cascina più grande della Lombardia, un totale di circa 100mila metri quadrati, con l’obiettivo di diventare qualcosa di più di un semplice insieme di case recintate.

   Quelli che vi risiedono hanno infatti a disposizione una palestra interna, una SPA, una grotta di sale, aree giochi per i bambini, uno zoo didattico, una sala ricreativa, una piscina alimentata con acqua di falda e persino una piccola chiesa interna risalente al 1100, in cui vengono celebrati matrimoni e battesimi.

   Ogni mattina, il pianoforte automatico della chiese emette una musica che si diffonde fra le case e i giardini della comunità. Il tutto è videosorvegliato da 20 telecamere; il custode all’ingresso è presente 24 ore su 24, mentre numerosi sensori volumetrici sono pronti a scattare nel caso in cui qualche malintenzionato si avvicinasse alle mura di cinta. (Giorgio Ghiglion)

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L’ITALIA CHE CAMBIA

TREVISO E LE ALTRE CITTÀ. SE IL NORD-­EST ALZA I MURI

di Ferdinando Camon, da “La Stampa” del 5/3/2017

   A Treviso sta sorgendo un quartiere-fortino, recintato da un muro alto tre metri. Si chiama San Martino. Ha già 22 abitazioni, che diventeranno presto 56. È un contesto pregiato, con una bellissima piscina e tanto verde. E costose villette.

   Esiste ormai da due anni, e presto sarà finito. Il muro corre lungo la strada ed è bruttissimo, a vederlo in foto sui giornali pare una di quelle prigioni americane costruite nel deserto, fatte solo per i condannati e i loro poliziotti.

   «Chi volete che venga ad abitare in un posto così trincerato?» chiedevano in Comune i membri dell’opposizione. Errore: le villette finite sono state vendute tutte, ne manca solo una. E dunque la gente aspettava residenze di questo tipo: murate, impenetrabili, sicure. Dove puoi lasciare la casa con la porta aperta. E i bambini a giocare all’aperto. Intorno, nel quartiere, gira un vigilante privato, pagato dai residenti.

   Ebbene: anche questi residenti, che pagano il loro vigilante, lodano la soluzione del muro di cinta.

   Diventerà la soluzione del futuro prossimo? La civiltà di domani sarà una civiltà di cittadine fortificate? Noi a vivere e dormire chiusi da muraglie, e intorno gireranno malintenzionati, in cerca di un buco per entrare?

   In un passato non poi tanto lontano, da queste parti aveva attecchito l’abitudine di blindare le porte, non le porte di casa (quelle nascono blindate), ma le porte delle stanze da letto. Si dava per scontato che i ladri e rapinatori entravano in casa tua mentre tu dormivi, non erano loro che dovevano aver paura di te ma tu di loro, appena entrati cercavano il posto dove dormivi per assalirti e tu ti chiudevi a chiave, ma la porta di legno la sfondavano in cinque secondi e ti avevano in pugno. Terrore nero. Allora ti blindavi la porta con una lamina d’acciaio. L’invasore perdeva tempo, faceva baccano, tu col telefono chiamavi aiuto. Potevi salvarti.

   Adesso non si blinda più la stanza da letto o la porta di casa, si blinda il quartiere. Non è il primo quartiere murato, questo di Treviso. Ce n’è un altro a Pordenone, abitato da professionisti, avvocati, ingegneri, o comunque borghesia dei lavori ben pagati. Quando c’è da vendere qualche abitazione, l’agenzia mette l’annuncio con tanto di foto del muro: il muro non è un deterrente per gli acquirenti, è un’attrazione. Rispetto a Treviso e Pordenone, Padova non è da meno, e io abito in un quartiere che era infestato di ladri, spacciatori e sbandati.

   Sto in una galleria, cioè una strada coperta, con 150 appartamenti, una ventina di negozi, e una quarantina di garages nel sotterraneo. Nelle vicinanze della famigerata via Anelli. Spacciatori e drogati dormivano di notte nei pianerottoli, davanti ai nostri appartamenti. Noi li guardavamo attraverso quello spioncino nella porta che si chiama «occhio di Giuda». Nel piano sotterraneo dei garage dormivano, mangiavano, amoreggiavano, accendevano fuochi. A un certo punto abbiamo deciso: si blinda la galleria. Alle 22, a un capo e all’altro della galleria, si alzano automaticamente due cancelli di ferro. Non si comandano dagli appartamenti. Bisogna scendere con la chiave. Alle 7, si riaprono da soli. Sicché dormiamo in un bunker. Ladri, drogati, spacciatori, sbandati sono spariti. Forse sono a Treviso. Trevigiani, imparate. (Ferdinando Camon)

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GATED COMMUNITIES: IL FENOMENO DELLE “CITTÀ FORTIFICATE”

di Giulia Borsetto, 2/3/2017, da sociologicamente.it

   La paura del diverso e di chi abita nel quartiere accanto; il timore dello straniero e del confronto con culture differenti; il disagio che si prova camminando per strada quando ci si imbatte in homeless e vagabondi.

   Creare continuamente frame cognitivi per darsi una spiegazione di quello che accade di inaspettato quando si attraversa una città e utilizzare stereotipi per categorizzare comportamenti che scombinano il nostro concetto di “normalità”.

   Queste sono solo alcune delle esperienze e delle strategie che molte persone mettono in atto per affrontare i grandi cambiamenti delle città in cui viviamo. Ma non solo.

   Si sente sempre più l’esigenza di vivere in un luogo lontano dai pericoli, lontano da qualsiasi cosa o persona che potrebbe spezzare l’ordinaria quotidianità. Colpa, forse, della globalizzazione che fra tante cose positive ha portato con sé anche una maggiore insicurezza: le grandi città, l’immigrazione e i confini sfumati dei paesi hanno diffuso un senso di angoscia e irrequietezza.

   La maggior parte delle persone cerca di convivere e di adattarsi con questa evoluzione della città. Altri, invece, specialmente se abbienti, cercano soluzioni più pratiche per ritrovare quel senso di comunità protetta.

   Si è, infatti, sempre più diffusa la tendenza a segregare lo spazio fisico e l’esperienza sociale in comunità chiuse, omogenee e protette. In che modo?

LO SVILUPPO DELLE GATED COMMUNITIES

A New York ormai è pratica diffusa, in Italia sta prendendo piede solo negli ultimi anni. Sono le gated communities, le cosiddette “città fortificate”. Queste comunità, diffuse in tutto il mondo, si caratterizzano per il fatto di provvedere da sé al finanziamento delle infrastrutture materiali e dei servizi.

   Per impedire l’ingresso di persone esterne non autorizzate in questi spazi residenziali, l’accesso è sorvegliato 24 ore su 24 e l’intera area è delimitata da vere e proprie mura.

   Sorte originariamente negli Stati Uniti, le gated communities si sono successivamente diffuse un po’ dappertutto. Generalmente sono costruite dai più abbienti per sentirsi al sicuro ma anche da coloro che appartengo a specifici gruppi sociali. Dagli anziani a gruppi etnici, hanno dato origine a comunità fortificate, dove la preoccupazione per la sicurezza si intreccia con il rimuovere fisicamente il diverso da sé. (….) (Giulia Borsetto)

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IL QUARTIERE-FORTINO DI TREVISO: CONTRO I LADRI 3 METRI DI MURO

di Claudio Cartaldo, da “IL GIORNALE” del 4/3/2017

– La decisione del quartiere fatto di 55 villette. Protesta la sinistra. Polemiche sulle autorizzazioni. Ma i cittadini chiedono sicurezza –

   Un quartiere fortino. Un muro altro tre metri che circonda il nuovo quartiere San Martino a Treviso

   A costruirlo è stato ALBERTO VILLANOVICH e sa bene che con quel muro liscio, senza appigli, per i ladri entrare sarà se non impossibile di certo più difficile.

   I tempi, si sa, ormai son questi. Soprattutto nel Nord-Est: le rapine negli appartamenti sono all’ordine del giorno e polizia e carabinieri non possono certo arrestare tutti. Così il costruttore di questo nuovo borgo non lontano dal centro della città ha deciso di assicurare ai suoi acquirenti la sicurezza che tutti cercando quando comprano una casa.

   “Vivranno protette, tranquille, senza problemi di criminalità. Sto vendendo bene — ha detto Villanovich al Corriere —. Perché se anche un ladro riesce a scavalcare il muro e ruba, per dire, un televisore, poi non riesce a portarlo via e fa la fine del topo in trappola”.

   Sono giorni che a Treviso non si parla d’altro. Quella fortificazione sullo stile “americano” non è piaciuta ad ambientalisti e sinistra, un po’ per ideologia un po’ perché lo considerano brutto. A lamentarsi anche l’attuale sindaco Pd, Giovanni Manildo, il quale non ha potuto far altro che lasciar finire i lavori di un cantiere autorizzato dalla precedente giunta a guida Lega Nord.

   Alcune associazioni dicono che per legge non possono esserci muri così alti, ma in realtà gli assessori leghisti hanno fatto tutto a norma. E così la cittadella fortificata potrà continuare ad esistere. E magari diventerà un modello per il futuro che alte città (Milano, Pordenone e altre) hanno già adottato. Ma che potrebbe diffondersi. (Claudio Cartaldo)

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IL SINDACO PD STA CON I RESIDENTI: “È COME NELLE STORICHE VILLE VENETE”

Intervista di Lorenzo Padovan, da “La Stampa” del 5/3/2017

– Giovanni Manildo: qui vincono l’accoglienza e l’integrazione –

TREVISO – GIOVANNI MANILDO è il sindaco pd di TREVISO dal 2013, dopo aver sconfitto lo «sceriffo» leghista Gentilini, quello che fece togliere le panchine da strade e piazze per evitare che le utilizzassero gli immigrati. Avvocato, viene dal mondo scout, luogo di inclusione per antonomasia, dove al posto dei muri c’erano le tende.

Cosa sta accadendo nella sua città?

«Stiamo assistendo ad una straordinaria operazione di marketing da parte di chi ha interesse a promuovere e vendere questi villaggi tutto compreso: non c’è altra spiegazione. Treviso, secondo i dati diffusi solo poche settimane fa, continua ad essere una delle aree più sicure d’Italia, con una netta diminuzione dei reati. Purtroppo, sembra prevalere una scarsa percezione della sicurezza, che fa cadere in tranelli come questi del muro».

Non potevate scongiurarne la costruzione?

«Abbiamo ereditato la pratica dall’amministrazione leghista che ci ha preceduto e che evidentemente non era dispiaciuta da questa deriva populista. Devo tuttavia smorzare l’entusiasmo di quanti credono sia giunta finalmente l’era della civiltà blindata: mi spiace deluderli, ma le recinzioni ci sono sempre state, le storiche ville venete ce lo ricordano. Hanno lo scopo di segnare il territorio. Sbaglia anche chi pensa ad una blindatura per mettere fuori dalla porta rischi per la propria incolumità: conosco alcuni inquilini di “San Martino”. Cercavano privacy e l’hanno trovata. Almeno fino all’assalto delle telecamere di queste ore».

Tutto in regola sul fronte delle autorizzazioni?

«La “recinzione” è nata come barriera anti-rumore e come tale ha avuto il via libera dagli uffici. Abbiamo già sollecitato la piantumazione di alberi per mitigare l’aspetto visivo. Di più non possiamo fare, salvo vigilare attentamente affinché non ci siano deroghe o abusi in altri cantieri. Non vogliamo diventare la città dei muri».

Qual è la vostra strategia per tutelare i cittadini?

«Abbiamo sottoscritto un “Patto per la sicurezza” con la Prefettura. C’è piena collaborazione tra forze dell’ordine che beneficiano del prezioso intervento dei residenti, ma nessuna giustizia fai da te. Il progetto si chiama “Controllo del vicinato”: sfruttando la tecnologia, sono stati creati gruppi WhatsApp e le anomalie vengono segnalate in tempo reale ad un coordinatore che le valuta e decide se far intervenire le autorità preposte. Sta dando ottimi risultati».

La città è anche alle prese con una forte presenza di richie­denti asilo, spesso motivo di tensione con gli indigeni.

«Il carico per la comunità è diventato pesante: solamente in un’ex caserma ne sono ospitati 700: in generale, ci occupiamo del 50% dell’intero contingente provinciale, pur essendo una città che rappresenta soltanto il dieci per cento della popolazione complessiva della Marca Trevigiana. L’obiettivo è di passare all’accoglienza diffusa e di tornare nella soglia di 2,5 profughi ogni mille abitanti. Per farlo, l’unico metodo è quello indicato dal Ministro Minniti: severità e integrazione: la prima è assicurata dalla puntuale verifica del titolo ad ottenere la protezione internazionale, la seconda la stiamo attuando utilizzando i migranti per la manutenzione del verde cittadino. La gente non li vede più seduti con il telefonino, a oziare, ma ne apprezza l’aiuto, gratuito, per rendere la città decorosa e accogliente. Senza barriere».

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LE GATED COMMUNITIES, I BORGHI FORTIFICATI DEL XXI SECOLO

da http://www.santaruina.it/

   Quando anni fa sentii parlare per la prima volta delle gated communities ebbi l’impressione di stare ascoltando il racconto di un romanzo distopico ambientato in un prossimo futuro.    In realtà, le gated communities non hanno nulla di fantascientifico, e rispondono ad una precisa esigenza sentita da sempre più cittadini.

   Più che una anticipazione del futuro, inoltre, queste “comunità” rappresentano un curioso ritorno al passato.

   Si tratta, essenzialmente, di zone residenziali private composte da diverse unità abitative, da poche decine a qualche centinaio, riservate principalmente a cittadini benestanti, facenti parte del ceto medio – alto della popolazione.

   Queste zone residenziali speciali possono formare dei paesi isolati, oppure occupare un quartiere all’interno di una città più grande, e sono solitamente cintate da muri e cancelli – da cui il nome – ed ogni abitante deve identificarsi all’ingresso per potervi accedere.

   La caratteristica principale di tali agglomerati urbani infatti è proprio questa: il transito al loro interno è interdetto agli estranei, che potranno al massimo accedervi dietro necessaria autorizzazione. Se, ad esempio, un abitante della communityaspetta la visita di qualche conoscente che non abita nel quartiere, dovrà annunciarlo alle guardie giurate che controllano gli ingressi, comunicando l’orario dell’arrivo dell’amico, il suo nome, i dati di un documento di identificazione e il motivo della visita stessa.La prima ragione dell’esistenza di tali comunità isolate è intuibile: il desiderio di sicurezza.

   Dentro il quartiere infatti possono circolare solo gli abitanti, che col tempo si conoscono personalmente, e vi è inoltre un servizio di sicurezza offerto da guardie private pagato dai proprietari delle case. Gli abitanti, inoltre, concorrono collettivamente per le spese urbanistiche, per la cura del decoro urbano e per  i vari servizi comuni di cui hanno bisogno, facendo in questo modo delle loro zone residenziali delle piccole entità giuridiche in parte indipendenti.

   Le gated comunities più grandi vengono così dotate di centri ricreativi, scuole materne, piscine comuni, bar, ristoranti, negozi, come fossero delle comunità autosufficienti.Tale fenomeno urbanistico ebbe la sua origine negli Stati Uniti – dove si calcola che attualmente circa 10 milioni di persone vivano in una di queste comunità – e ben presto si è diffuso in altre nazioni, in particolar modo in stati in cui esiste una certa disparità tra le condizioni economiche dei più ricchi rispetto a quelle dei più poveri, come la Cina, il Brasile, L’Argentina, ed altri paesi del Sudamerica. (…..)

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PAMPLONA/LIMA/PERÙ: IL MURO DELLA VERGOGNA

(…..) A Pamplona Alta si rovesciano i significati della verticalità relativi alla Lima che raccoglie i frutti della crescita economica. Più si sale verso la vetta di Vista Hermosa più gli insediamenti si fanno recenti e le condizioni di vita estreme. Tra le capanne in pietra e lamiera battute dal vento vige un complesso equilibrio di sopravvivenza, il cui peso ricade interamente sulle spalle delle donne: sono loro che curano i figli e gli anziani, che si procurano il cibo e l’acqua scarpinando per chilometri sui terreni scoscesi.

   In cima, queste abitazioni precarie sorgono a ridosso di un muro alto tre metri e lungo dieci chilometri, che le sovrasta e rende impossibile valicare il poggio. “Abbiamo cominciato a costruire il muro negli anni ottanta, durante le prime occupazioni del colle”, spiega l’artista Elke McDonald, che vive sul versante opposto. “Pochi anni fa i nostri vicini sono arrivati fino alla cima e potevamo vedere i loro tetti: per evitare sconfinamenti abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di finire l’opera”.

   È stato definito il “muro della vergogna”, perché separa i poveri di Vista Hermosa dai ricchi abitanti di Las Casuarinas, la più esclusiva gated community di Lima e forse dell’intero Perù, dove si vive in ville con piscina dal valore di milioni di dollari. “Fin dall’inizio abbiamo voluto creare un’area dove vivere in pace, con grandi giardini e solo siepi a separarli”, racconta McDonald, residente di Las Casuarinas dal 1958. “Oggi possiamo camminare senza paura di essere assaliti, i bambini vanno in bicicletta e nessuno gliela ruba, dormiamo a porte aperte sicuri che nessuno entrerà in casa nostra!”.(….) (Nicolò Cavalli, 12/6/2016, da INTERNAZIONALE

www.internazionale.it/reportage/nicolo-cavalli/2016/12/12/peru-poverta-disuguaglianze )

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