L’EUROPA delle istituzioni e dei cittadini a ROMA il 25 MARZO, nel 60° anniversario dai Trattati costitutivi del 1957 – U.E. ora tra spinte alla dissoluzione e volontà di un processo unitario – SARÀ UN’EUROPA A PIÙ VELOCITÀ? – PER UN NUOVO PATHOS EUROPEO: l’invito alla MANIFESTAZIONE PRO-EUROPA

UNA MARCIA PER L’EUROPA! – “Far scendere in piazza la maggioranza silente che crede nel progetto europeo”. E’ questo il cuore della “MARCIA PER L’EUROPA”, promossa a ROMA il 25 marzo 2017, secondo i promotori di un appello che sta raccogliendo centinaia di firme a sostegno dell’evento che segnerà le CELEBRAZIONI DEI 60 ANNI DALLA FIRMA DEI TRATTATI EUROPEI. “L’unità è la chiave per risolvere i nostri problemi comuni, salvaguardare i nostri valori e garantire il nostro benessere, la sicurezza e la democrazia”. Con queste parole si chiude il documento, diffuso in rete con l’hashtag #MarchForEurope2017

   Il 24 e 25 marzo Roma sarà il crocevia d’Europa. Converranno nella capitale non solo i capi di Stato e di governo dell’Unione europea, euro-parlamentari, rappresentanti delle istituzioni comunitarie, delle organizzazioni europeiste, ma anche semplici cittadini interessati a “vedere” l’evento (in particolare la giornata di sabato 25 marzo), e di parteciparvi attivamente. E’ pur vero che, oltre ai convinti europeisti che ci saranno (ci saremo), che hanno indetto una manifestazione e una marcia “pro-Europa” (di cui in questo post diamo conto, notizia), per altri versi e in sedi diverse ci saranno forse anche coloro che manifesteranno contro l’Europa. Pertanto un momento di scontro (speriamo più che mai pacifico) di idee e prospettive, e auspicabilmente di confronto, tra chi guarda all’Europa del futuro e chi si augura un’Europa senza futuro.

IL SESSANTESIMO ANNIVERSARIO – il TRATTATO che istituisce la COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA (CEE) è stato firmato il 25 marzo 1957. La cerimonia si tenne solennemente a ROMA, in CAMPIDOGLIO, nella SALA degli ORAZI E CURIAZI del PALAZZO DEI CONSERVATORI. I Paesi fondatori sono stati sei: FRANCIA, GERMANIA OVEST, ITALIA, BELGIO, OLANDA, LUSSEMBURGO. Assieme alla CEE fu firmato il trattato che istituiva la COMUNITÀ EUROPEA DELL’ENERGIA ATOMICA (CEEA); insieme, sono detti “TRATTATI DI ROMA”. Con il trattato che istituisce la COMUNITÀ EUROPEA DEL CARBONE E DELL’ACCIAIO, ovvero la CECA, firmato a Parigi il 18 aprile del 1951, I TRATTATI DI ROMA RAPPRESENTANO IL MOMENTO COSTITUTIVO DELLA COMUNITÀ EUROPEA. Il nome del trattato è stato successivamente cambiato in “trattato che istituisce la Comunità europea” (CE), dopo l’entrata in vigore del TRATTATO DI MAASTRICHT (1992), e poi in “trattato sul funzionamento dell’Unione europea” (UE), all’entrata in vigore del TRATTATO DI LISBONA (2009). Con la firma del 25 marzo 1957 fra i 6 Paesi costituenti, la CEE avrebbe dovuto promuovere, mediante la formazione del mercato comune e l’armonizzazione delle legislazioni economiche nazionali, una crescita stabile e duratura al continente. Questo trattato prevedeva: 1-l’ELIMINAZIONE DEI DAZI DOGANALI tra gli Stati Membri; 2-l’istituzione di una TARIFFA DOGANALE ESTERNA COMUNE; 3-l’introduzione di POLITICHE COMUNI NEL SETTORE DELL’AGRICOLTURA E DEI TRASPORTI; 4-la creazione di un FONDO SOCIALE EUROPEO; 5-l’istituzione della BANCA EUROPEA DEGLI INVESTIMENTI; 6-lo SVILUPPO DELLA COOPERAZIONE tra gli Stati Membri. MA, IN PARTICOLARE, IL TRATTATO AVEVA IL SIGNIFICATO DI RINUNCIARE ALLE GUERRE TRA EUROPEI DEL XX SECOLO

   Va ricordato che la creazione della Comunità Economica Europea (CEE), in quel 25 marzo 1957 (sessant’anni fa) ha unito paesi usciti dalla tragedia della seconda guerra mondiale; è stata una rinascita. E l’Europa in questi sessant’anni, nonostante la grave crisi che ora sta vivendo, è stata sicuramente (pur con tutti i limiti e contraddizioni) una felice realtà: un’acquisizione di conoscenze (non solo per la fine delle barriere doganali), una possibilità di libertà di viaggiare da un paese all’altro (anche con l’abbattimento dei confini, il trattato di Schengen), con l’Erasmus dei tanti studenti, con il turismo, il lavoro…. Una moneta unica per 19 Paesi su 28 partecipanti (ora 27, il Regno Unito se ne va…)… Cose che rischiano ora di essere messe in discussione, tutte.

MARCIA PER L’EUROPA – Il 25 Marzo 2017 segna il 60° anniversario del Trattato di Roma, il Trattato che ha istituito la Comunità Economica Europea. Negli scorsi sei decenni l’integrazione europea ha compiuto molti passi in avanti, ma oggi l’Unione europea rimane una costruzione incompleta, che rischia di franare sotto la pressione di crisi multiple e dall’ascesa del populismo e nazionalismo in molti paesi. Il 25 Marzo, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europa si riuniranno nella capitale italiana per un Consiglio Europeo straordinario. In quell’occasione, l’Unione dei Federalisti Europei, i Giovani Federalisti Europei, Il Gruppo Spinelli e Stand Up for Europe, chiamano i cittadini europei a manifestare a Roma in una “Marcia per l’Europa” per mostrare il proprio sostegno al progetto europeo e chiedere un rilancio dell’unità politica dell’Europa. – PROGRAMMA SABATO 25 MARZO A ROMA – MARCIA PER L’EUROPA 2017 / ore 11:00 – 13:00 Raduno presso Piazza della Bocca della Verità / ore 13:00 – 14:00 Discorsi di apertura / ore 14:00 – 14:30 Marcia per l’Europa 2017 / ore 14:30 Fine della Marcia presso il Colosseo (Arco di Costantino) / Dalle 14:30 CELEBRAZIONI – (vedi http://www.marchforeurope2017.eu )

   L’integrazione è rimasta monca, si è fermata: non è stata istituita una difesa comune, un sistema fiscale uguale in tutti i Paesi, una politica estera condivisa…. Tante cose che adesso pesano.

   Il vento di un’Europa sempre più libera ed integrata si è poi infranto con la crisi economica mondiale iniziata nel 2007 e che si è ora capito che è “strutturale”, non finirà senza ricalibrare nuove economie, nuovi modi di pensare il lavoro. E poi l’Europa ha infranto il suo sogno con l’arrivo dei poveri dal sud del mondo: si sapeva che sarebbe accaduto, che il sistema globale avrebbe fatto sì che persone in fuga da guerre, violenze e fame, venissero verso i Paesi che bene o male rappresentano il benessere.

Le principali ISTITUZIONI EUROPEE (IN ORDINE DI IMPORTANZA DI POTERE) sono: 1-il CONSIGLIO EUROPEO, composto dai capi di stato e di governo dei paesi membri; è un organo di altissimo livello e si riunisce ogni 3 mesi a Bruxelles. Il compito del consiglio europeo è quello di decidere gli orientamenti generali dell’unione europea. L’attuale presidente è il polacco Donald Tusk. 2- il CONSIGLIO DEI MINISTRI, che ha sede a Bruxelles, e ha funzione legislativa insieme con il parlamento europeo. Ad esso spetta il compito di approvare le leggi che i singoli stati saranno tenuti a rispettare. Alle sedute del consiglio partecipano di volta in volta e ministri competenti che i governi degli stati membri inviano a Bruxelles in funzione dei temi da trattare. La presidenza del Consiglio dei ministri è assunta a rotazione da uno Stato membro ogni sei mesi. 3- la COMMISSIONE EUROPEA, organo permanente, che rimane in carica per 5 anni. Ha sede a Bruxelles e si definisce permanente perché i suoi membri rimangono in carica fino alla naturale scadenza del loro mandato. La commissione è la “guardiana dei trattati” proprio perché controlla che questi ultimi vengano rispettati. Alla commissione sono affidate le funzioni di iniziativa, vigilanza ed esecutiva. Attuale presidente è il lussemburghese Jean-Claude Juncker. 4- IL PARLAMENTO EUROPEO ha sede a Strasburgo ed è l’organo che meglio rappresenta l’Europa dei cittadini. I deputati operano nell’interesse dell’Unione e non del loro paese. E’ nato nel 1979 e viene eletto ogni 5 anni, a suffragio universale dai cittadini dell’Unione. E’ adesso presieduto dall’italiano Antonio Tajani. 5- la BANCA CENTRALE EUROPEA è la banca centrale per la moneta unica europea: l’euro. Il compito principale è preservare il potere di acquisto dell’euro e quindi assicurare il mantenimento della stabilità dei prezzi nell’area della moneta unica. I Paesi che utilizzano l’euro sono ora 19 dei 27 (non considerando qui il Regno Unito in “uscita”) dei paesi membri dell’UE. I 19 paesi con l’euro costituiscono la cosiddetta EUROZONA. 6- la CORTE DI GIUSTIZIA, nata nel 1952 ha sede a Lussemburgo ed è composta da un giudice per ogni Stato membro: La Corte cerca di risolvere le controversie: a)tra gli Stati e le istituzioni europee; b)tra gli Stati ed i cittadini, qualora i cittadini ritengano che la legge dello Stato vada contro una legge europea.

   Pertanto nel sessantesimo anniversario della fondazione della Comunità economica europea, l’Europa deve ripensarsi: proprio nel momento di crisi più assoluta. Sarà un momento di autoanalisi per tutti. Sessant’anni sono tanti, ma sono anche pochi per un’Europa che nel suo percorso, sin dall’adolescenza, ha allargato i propri confini ed ha moltiplicato i suoi cittadini.

Nella cartina che qui sopra vi proponiamo manca l’ultimo stato aggregato alla UE, la CROAZIA (entrata il 1° luglio 2013). E non si considera l’attuale fase di uscita del REGNO UNITO dopo la BREXIT

   La fine della guerra fredda, il crollo delle ideologie, l’immigrazione, la crisi economica, l’adesione poco convinta dei paesi dell’est (che ne hanno ricercato solo i benefici economici dall’adesione all’UE), dovranno portare a nuove scelte. Si parla per questo di un’EUROPA A DUE VELOCITÀ: chi vuole iniziare a “fare di più” (esempio una difesa, un esercito in comune, o una fiscalità uguale), chi lo vuole fare, “inizia”; gli altri, ora riluttanti, se vorranno li seguiranno.

   E’ pur vero che questa cosa è rischiosa: può disgregare e significare un “liberi tutti”, senza coesione. Però è un rischio da tentare. Sono scelte che non possono essere eluse. Finora c’è stata una unificazione di fatto ma è mancata l’unificazione politica, senza la quale l’Europa non potrà avere futuro e il suo “status” sarà continuamente messo in discussione.

I CINQUE SCENARI PER L’EUROPA – Il presidente della Commissione Europea JEAN-CLAUDE JUNKER (nella foto), ha presentato (per far sì che la discussione sia più concreta al vertice di ROMA del 27 marzo, e nella preparazione ad esso), un LIBRO BIANCO con i CINQUE SCENARI possibili per l’Unione a 27 da qui al 2025: primo scenario (“AVANTI COSÌ”), secondo scenario (“SOLO IL MERCATO UNICO”), terzo scenario (“CHI VUOLE DI PIÙ FA DI PIÙ”), quarto scenario (“FARE MENO IN MODO PIÙ EFFICIENTE”), quinto scenario (“FARE MOLTO DI PIÙ TUTTI INSIEME”). Ogni governo ha le sue preferenze e gli obiettivi rimangono diversi

Libro Bianco sul futuro dell’Europa (01.03.2017)

  Ormai siamo giunti alla svolta decisiva, che bisogna affrontare non solo con un cambio di passo ma soprattutto con la convinzione che sia necessario cedere ancor di più parti di sovranità nazionale perché il progetto europeo non vada in frantumi. Chi ha titolo e avrebbe il compito di fare scelte decisive, cioè i governanti, non possono eludere l’impegno per farla diventare una Unione europea unificata politicamente.

   Ci si è illusi, in questi anni (o si è deliberatamente scelto) di poter trattare il problema della costruzione europea sul piano dell’ “amministrazione dell’esistente” e non su quello della creazione di un nuovo sistema di potere. E’ poi svanito del tutto ogni entusiasmo e speranza di un’Europa come “nuova Patria” comune.

L’ex premier polacco DONALD TUSK venerdì 9 marzo, è stato confermato per altri due anni e mezzo come presidente del Consiglio europeo, malgrado l’opposizione del governo della POLONIA (il suo paese!). La rivolta della premier di Varsavia, BEATA SZYDLO, è stata schiacciata in venti minuti con un voto 27 a 1

   Serve ritrovare i modi e gli strumenti per il superamento della sovranità nazionale (il nazionalismo che ha portato alle terribili due guerre mondiali nel secolo scorso!) attraverso la realizzazione di un’unione federale: salvaguardano le proprie radici, ma con una visione (appunto, europea) rivolta al mondo intero.

Il superamento degli “Stati nazione”, una rivoluzione anche geografica, che tolga finalmente ogni significato ai confini e ridisegni aree regionali e federali più confacenti al mondo contemporaneo e al futuro che velocemente viene a modificare il “vecchio mondo”.

   Se vogliamo mantenere tradizioni e rimanere in collegamento con il nostro passato, parafrasando al contrario il moto del principe di Lampedusa, “bisogna che tutto cambi perché tutto cambi”; che ci sia la volontà di cambiare. L’Europa unita conserverebbe le risorse per dialogare al meglio con il pianeta globale.

   Seppur riconoscendo che la realtà di adesso è quella che è: cioè pessima e pericolosa. Ma anche per questo l’appuntamento di Roma del 27 marzo non deve fallire. (s.m.)

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L’Unità Europea

ROMA, 25 MARZO 2017: UNA SVOLTA PER L’EUROPA FEDERALE

di Franco Spoltore del Movimento Federalista Europeo www.mfe.it/

   L’Europa vive momenti particolarmente difficili su tutti i fronti della politica e dell’economia. E’ ormai in dubbio la sopravvivenza di istituzioni e strumenti comuni costruiti in sessant’anni di vita europea.

   Ma, a fronte di questo pericolo, accresciuto dall’ascesa dei movimenti di opinione favorevoli ad un ritorno a chiusure nazionali e allo smantellamento dell’Europa, sta maturando anche una maggiore consapevolezza della necessità di rilanciare la costruzione europea sul terreno politico, sia da parte di alcuni governi e forze politiche nazionali, sia nel Parlamento europeo e nella Commissione europea, oltre che nella BCE.

   Una consapevolezza che dovrebbe però riuscire rapidamente a tradursi in iniziative ed atti politici per dotare l’Europa delle istituzioni sovranazionali necessarie per essere più efficace, democratica e capace d’agire. Invece mancano tuttora la volontà ed il coraggio di assumersi questa responsabilità da parte dei capi di Stato e di governo. Per questo è vitale, oggi ancor più che in passato, il ruolo che possono giocare i federalisti europei a tutti i livelli, come pure coloro che si dichiarano europeisti, per promuovere un cambiamento dei trattati in senso federale in tempi certi, con una prospettiva politica chiara e coinvolgendo i cittadini nelle scelte. Nei prossimi mesi questo ruolo d’iniziativa potrà e dovrà essere esercitato su due importanti fronti.

   Il primo di questi fronti è quello politico-culturale, che ha avuto nuovi sviluppi dopo il rilancio, su scala mediatica ed internazionale, per quanto simbolico finora, degli obiettivi indicati dal Manifesto di Ventotene. A questo hanno senza dubbio contribuito le iniziative promosse dall’Italia, con il vertice Merkel-Hollande-Renzi a Ventotene e l’iniziativa, ancora in fase di sviluppo, della Presidente Boldrini nei confronti dei Presidenti delle Camere degli altri paesi dell’UE.

   Certo, come alcuni paventano, ci potrà essere il rischio che tali iniziative non siano all’altezza, o addirittura si tenti di strumentalizzare il progetto nato a Ventotene. Ma il simbolo che l’isola ormai rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente, difficilmente potrà essere banalizzato. E il messaggio che evoca – la possibilità e la necessità storica di costruire la federazione europea – era e resta troppo chiaro per essere sminuito.

   Chi va o si richiama alla “Mecca” di Ventotene, volente o nolente, paga un tributo al federalismo europeo. Il risultato immediato è innanzitutto che l’obiettivo della federazione, viene riportato nel dibattito politico europeo. Per questo, chi, come il Movimento Federalista Europeo e le organizzazioni europeiste, opera da sempre per il superamento della sovranità nazionale attraverso la realizzazione di un’unione federale, ha in questa fase il dovere di battersi affinché questo tema resti al centro della lotta politica, e diventi l’obiettivo prioritario rispetto agli altri temi politici e sociali: solo così si potrà contribuire a sconfiggere le spinte distruttive euroscettiche e populiste.

   Altrimenti, se ci si limiterà a rivendicare la costruzione di ulteriori strumenti e mezzi tecnici europei, ulteriori soluzioni amministrative e politiche comuni, si ricadrà nelle contraddizioni che hanno alimentato la disaffezione dell’opinione pubblica, anche di quella più favorevole all’unità europea.

   Come aveva ben compreso a suo tempo anche Alcide De Gasperi, nei momenti cruciali della vita politica europea occorre andare al di là delle pur necessarie soluzioni temporanee. “La costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici [europei, ndr], le soluzioni amministrative”, spiegava De Gasperi nel 1951, “sono senza dubbio necessarie: e noi dobbiamo essere grati a coloro che se ne assumono il compito. Queste costruzioni formano la armatura: rappresentano ciò che le scheletro rappresenta per il corpo umano. Ma non corriamo il rischio che si decompongano se un soffio vitale non vi penetri per vivificarle oggi stesso? Se noi costruiremo soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore vivificata da un organismo centrale, nel quale le volontà nazionali si incontrino, si precisino e si animino in una sintesi superiore — non rischieremo che questa attività europea appaia, al confronto della vitalità nazionale particolare, senza calore, senza vita ideale? Tutto ciò potrebbe anche apparire ad un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso le nuove generazioni, prese dalla spinta più ardente del loro sangue e della loro terra, guarderebbero alla costruzione europea come ad uno strumento di imbarazzo ed oppressione. In questo caso il pericolo di involuzione è evidente. Ecco perché, pure avendo una coscienza chiara della necessità di creare la costruzione, noi giudichiamo che in nessun momento bisognerà agire e costruire in maniera che il fine politico da raggiungere non risulti chiaro, determinato e garantito” (La politica europea: discorso di Alcide De Gasperi all’Assemblea del Consiglio d’Europa  – Strasburgo, 10 dicembre 1951).

   Queste parole suonano particolarmente attuali oggi. Per troppo tempo ci si è illusi – o si è deliberatamente scelto – di poter trattare il problema della costruzione europea sul piano dell’amministrazione dell’esistente e non su quello della creazione di un nuovo sistema di potere. I pericoli di involuzione paventati da De Gasperi, non a caso ben presenti nel Manifesto di Ventotene con il richiamo al rischio del ritorno delle aporie del passato, è ormai concreto: per questo tenere la barra della costruzione europea ben ferma sul fine politico diventa il fattore decisivo per non naufragare. E bisogna tenerla ferma proprio utilizzando le analisi di Mario Albertini e Francesco Rossolillo per inquadrare e orientare il dibattito sui temi della crisi dello Stato nazionale, della formazione di una nuova sovranità e del popolo europeo, nonché sul senso dell’azione politica in momenti rivoluzionari come quello che stiamo vivendo.

   Il secondo fronte è rappresentato dalla necessità di una mobilitazione dei cittadini per l’Europa. Negli ultimi anni, a seguito delle diverse crisi, è stato facile da parte di alcune formazioni politiche e leader cavalcare l’antieuropeismo per guadagnare voti e consensi a livello nazionale. Ma l’antieuropeismo non ha alcun piano credibile per fronteggiare le sfide della globalizzazione, dei flussi migratori, della sicurezza interna ed esterna all’Europa e le molteplici crisi confermano quotidianamente che gli Stati nazionali non sono più i punti di riferimento delle politiche e dei valori su cui si è fondata la convivenza civile ed il progresso. Se non si farà l’Europa, non rinasceranno le nazioni europee, ma gli stessi Stati nazionali saranno condannati alla dissoluzione e alla perdita d’identità nell’anarchia. D’altra parte, l’Europa si potrà fare soltanto nella misura in cui verrà superata la sovranità nazionale in campi cruciali come quello della fiscalità, della politica economica, della sicurezza interna ed esterna.

   Questo è dunque il momento, per chi vuole davvero l’Europa, di far sentire la propria voce, e di mostrare che è ancora maggioranza in questo continente. È il momento di un salutare shock popolare pro-europeo, di una mobilitazione di tutte le forze ed istituzioni a cui sta a cuore il destino del nostro continente. L’occasione è rappresentata dal 60° anniversario del Trattato di Roma, il 25 marzo 2017, a Roma, ormai indicato da molti attori politici come una scadenza spartiacque nella politica europea.

   E’ con la consapevolezza di poter e dover giocare un ruolo politico importante nei prossimi mesi per fare davvero l’Europa, e di poterlo e doverlo giocare su un punto decisivo – quello del superamento della forma e dimensione nazionale dello Stato – che il MFE affronta questa nuova fase della Campagna per la Federazione europea, a partire dall’attività da svolgere a livello locale, attraverso i Comitati e le iniziative per l’Europa.

   Sul terreno della propaganda, si tratta di tradurre in termini europei (e di sfidare anche i leader e le forze politiche e sociali a farlo) slogan e programmi che non hanno alcuna possibilità di riuscita se restano nei limiti nazionali. Il “Wir schaffen, das”, pronunciato dalla Cancelliera Merkel acquista un senso innovatore solo se riferito ad un progetto politico europeo. Il motto di Macron “En marche” o si riferisce all’Europa oppure è un déjà vu nazionale. “Yes, we can”, va declinato in funzione europea. Senza dimenticare che, proprio perché l’Europa non cade dal cielo, dipende anche da tutti noi contribuire a fare l’Europa. (Franco Spoltore)

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LE CINQUE IPOTESI DI JUNCKER SUL FUTURO D’EUROPA

10.03.17 da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/

Lucia Serena Rossi

Il 25 marzo si celebrano a Roma i 60 anni della firma del Trattato Cee. Il presidente della Commissione ha preparato un Libro bianco sul futuro della Ue. Cinque scenari su quello che può succedere. E anche sul fatto che non sarà la ri-nazionalizzazione a risolvere i problemi.

CINQUE SCENARI PER L’EUROPA

Il 1° marzo Jean-Claude Juncker ha presentato, con il Libro Bianco sul futuro dell’Europa, cinque possibili scenari per l’Unione europea. Juncker consegnerà ufficialmente il documento ai capi di stato e di governo che si riuniscono il 25 marzo a Roma per celebrare i sessanta anni dalla firma del Trattato Cee.    Il documento individua correttamente le criticità dell’Unione: mercato unico e commercio, Unione monetaria, Schengen e migrazioni, politica estera e di sicurezza, bilancio dell’Unione e, più in generale, la capacità di ottenere risultati.    Gli scenari descritti sono per certi versi estremi, ma si chiarisce che ulteriori percorsi potrebbero derivare dalla loro combinazione.

   Il primo scenario (“Avanti così”) prevede un modesto approfondimento dell’integrazione attuale in tutti i settori considerati: l’UE avanzerebbe a piccoli passi, in un clima di “ordinaria amministrazione”, sempre che gli stati trovino, di volta in volta, il consenso.

   Il secondo scenario (“Solo il mercato unico”) combina l’approfondimento di alcuni aspetti del mercato interno con la parziale ri-nazionalizzazione di alcune politiche, in particolare circolazione di persone e servizi, immigrazione, politica estera. Questo scenario assomiglia per certi versi all’Europa “all’inglese”. In alcuni settori implicherebbe un salto indietro di trent’anni, che però non porterebbe a un ritorno ai “tempi aurei” del mercato unico di Jacques Delors, ma a un’integrazione estremamente squilibrata, certo non in grado di assicurare una crescita economica all’Unione nel suo insieme.

   Il terzo scenario (“Chi vuole di più fa di più”) è quello dell’integrazione differenziata, in cui chi vuole prosegue a passo deciso verso l’integrazione in tutti i settori, lasciando gli altri nella palude dell’“avanti così”.

Il quarto scenario, nonostante il nome attraente (“Fare meno in modo più efficiente”) prevede un’integrazione molto avanzata in certi settori (commercio internazionale, stabilità dell’euro, difesa, asilo e gestione frontiere), ma un alleggerimento dell’intervento europeo in aree come gli aiuti di stato e le politiche sociali e di occupazione. La ratio è quella che l’Unione rinunci alle competenze “deboli” (basate sul metodo di coordinamento aperto), che non riesce a fare rispettare. Questo scenario, però, considerati i vincoli del patto di stabilità (che sarebbero probabilmente rafforzati), potrebbe creare una situazione molto difficile per i paesi più indebitati.

   Il quinto scenario (“Fare molto di più tutti insieme”) è un’idea di Unione federale, più coesa, che parla con una voce sola, in cui si attiva anche una funzione di redistribuzione. È l’ipotesi migliore, ma oggi anche la più irrealistica perché richiede una forte determinazione politica e la disponibilità a un sacrificio di sovranità che nessun governo sembra mostrare.

UN INVITO A RIFLETTERE

Il Libro bianco è stato molto criticato: chi si aspettava proposte diverse per uscire dalla crisi è rimasto deluso, perché alcuni degli scenari prospettati finirebbero invece per acuirla. Nonostante il tono apparentemente neutrale con cui sono descritti, emerge chiaramente che non tutte queste strade portano a risultati soddisfacenti.

   Il primo scenario è evidentemente inadeguato, il secondo e il quarto rischiano di accentuare conflitti e disparità e il quinto può apparire un’utopia. Rimane IL TERZO, quello dell’INTEGRAZIONE DIFFERENZIATA. È ragionevole, perché chi non vuole avanzare non può bloccare gli altri, ma ha senso solo se riesce a innescare un più profondo processo di integrazione: se diventa, insomma, UNA PREPARAZIONE ALLO SCENARIO NUMERO CINQUE.

   Ci si può chiedere dunque che senso abbia avuto, per un politico di grande esperienza e sicuro europeismo come Jean Claude Juncker, presentare un ampio numero di scenari, la maggior parte dei quali non offre soluzioni vere alla crisi in atto.

   Credo che il vero scopo del Libro bianco non fosse quello di offrire formule risolutive, quanto piuttosto di costringere i capi di stato e di governo – ma anche l’opinione pubblica – a riflettere non solo sulle inadeguatezze dell’Europa attuale, che quindi non può limitarsi ad “andare avanti così”, ma anche sull’inadeguatezza di tante soluzioni di ri-nazionalizzazione che vengono sbandierate da molti politici. Se alcune delle soluzioni possibili indicate dal Libro bianco sembrano assurde o inefficaci, forse è perché lo sono davvero.

   Il Libro bianco fa dunque emergere l’inadeguatezza di certe tesi politiche e accademiche e costringe a una riflessione che vada al di là degli slogan. Il suo valore, più che propositivo, è provocatorio. E se riuscirà a smuovere l’inerzia sorda e l’ipocrisia di chi continua a fingere che vada tutto bene così, o la malafede di chi scarica tutte le colpe dei governi sull’Unione, sarà questo il vero lascito politico di Jean-Claude Juncker. (Lucia Serena Rossi)

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IL CONSIGLIO DEI CAPI DI STATO TENUTO A BERLINO IL 9 E 10 MARZO:CHI HA VINTO, CHI HA PERSO?

SARÀ UN’EUROPA A PIÙ VELOCITÀ

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 11/3/2017

– Merkel: «Uniti nella diversità» – Est più lontano, e Berlino ricuce – Chi vince e chi perde nel vertice delle divisioni. Dopo lo stop di Varsavia si cerca l’intesa per salvare il sogno comunitario –

   Avanti con il progetto dell’Europa a due velocità. A spingere per questa opzione Germania, Francia e Italia. Questo l’orientamento ribadito al Consiglio dei capi di Stato e di governo che si è tenuto a Bruxelles (lo scorso 10 marzo, ndr).

   La cancelliera Angela Merkel e il premier Paolo Gentiloni si sono detti ottimisti su un consenso generale prima del vertice celebrativo dei 60 anni dai Trattati di Roma, in programma nella capitale italiana il 25 marzo prossimo. Angela Merkel ha ribadito il principio di «essere uniti nella diversità». Gentiloni ha escluso una «Europa à la carte», dove si sceglie solo quello che interessa. La Polonia guida il fronte dell’opposizione.

   Cosa resta in comune a tutti i 27 membri della Ue (una volta uscito il Regno Unito) nell’era delle velocità multiple? Litigi sui soldi? Questo pensiero era nella mente di molti leader di governo durante il Consiglio europeo.

   Un vertice raro, che non è terminato come al solito con un consenso formale ma anzi è finito con una rottura, con un documento non ufficialmente attribuibile al Consiglio stesso, perché non firmato dalla Polonia, e con parecchi dissensi espressi negli incontri finali dei politici con i media.

   Non è facile dire chi ha vinto; piuttosto chiaro, invece, è chi ha perso qualcosa. Ed evidente è che riformare la Ue, anche solo tracciarne le linee del cambiamento nella Dichiarazione di Roma del 25 marzo, sarà un’impresa.

   La signora BEATA SZYDLO, primo ministro della POLONIA, si è cacciata in un angolo per il rifiuto di riconfermare il suo connazionale Donald Tusk come presidente del Consiglio Ue. E, nonostante Tusk sia stato rinominato per 30 mesi dagli altri 27 Paesi, nell’angolo è rimasta e non ha sottoscritto il documento finale.

   Tutti irritati. E qualcuno preoccupato. Angela Merkel non vuole e non può perdere la Polonia: aveva cercato di convincere Varsavia, ora dovrà ricucire. Szydlo è rimasta isolata sulla vicenda Tusk ma per molti versi ora potrebbe risultare la leader del gruppo degli insoddisfatti della STRADA A VELOCITÀ DIFFERENZIATE imboccata dall’Unione: in sostanza i Paesi dell’Est.

   Il GRUPPO DI VISEGRÁD — POLONIA, REPUBBLICA CECA, SLOVACCHIA, UNGHERIA — non è favorevole alla prospettiva dei diversi livelli di integrazione. Si tratta di Paesi che sono entrati nella Ue attratti dal mercato unico e dai sussidi che hanno ottenuto da Bruxelles ma raramente hanno pensato di mettere in comune pezzi consistenti della loro sovranità, in parte memori di essere stati costretti a farlo negli anni dell’impero sovietico.

   Il fatto che oggi altri Paesi decidano una maggiore integrazione in alcuni campi fa loro temere di finire in un cerchio lontano dal centro della Ue. Un girone nel quale i soli territori comuni a tutti saranno il mercato unico e il bilancio comunitario, ma con il rischio che la voce degli integrati al minimo sia sempre più fievole.

   Al vertice del 10 marzo la signora Szydlo ha accusato il presidente François Hollande di averla ricattata: niente fondi Ue perché la Polonia si è comportata male. Timori espressi anche da altri Paesi dell’Est, ad esempio dalla Romania e in parte dai Baltici.

   Tanto che il primo ministro olandese MARK RUTTE ha invitato i quattro di VISEGRÁD ed ESTONIA, LETTONIA, LITUANIA a una RIUNIONE CON I TRE DEL BENELUX per discutere del futuro della Ue.

   I Paesi dell’Est, Polonia in testa, escono insomma insoddisfatti dal vertice di Berlino. Difficile però dire che ci siano stati vincitori.

   La Dichiarazione di Roma sarà ora oggetto di trattative e non si sa come sarà articolata la prospettiva delle velocità. (Danilo Taino)

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I RISCHI DELL’INIZIARE UN’EUROPA A DUE VELOCITÀ

di Tony Barber, da “il Corriere della Sera” del 13/3/2017

– Il nuovo slogan conferma solo un processo già in atto: nessuno ha voglia di spingere per una maggiore integrazione che richieda approvazioni popolari difficili da ottenere – Le iniziative messe in campo per il 60esimo dell’Unione potrebbero in realtà creare Paesi di serie B –

   Lo slogan dell’«Europa a più velocità» potrebbe apparire, a prima vista, un’idea ragionevole. E difatti, è poco realistico pensare che tutti i membri di questa unione di 27 nazioni possano procedere alla medesima velocità verso un obiettivo comune. Ad ogni modo, lo slogan non fa altro che confermare ciò che è già in atto.

   Non tutti i paesi sono nella zona euro né tutti appartengono all’area Schengen di libero movimento delle persone. Eppure, esistono diversi motivi per mettere in dubbio il valore delle recenti iniziative per un’Europa a più velocità, che si è voluto far coincidere con il 60mo anniversario del Trattato di Roma.

   Il primo è che tali iniziative rischiano di spaccare l’Europa lungo l’asse Est-Ovest. I sostenitori più convinti dell’idea vivono nelle capitali dell’Europa occidentale. I leader di Belgio, Lussemburgo e Olanda hanno emanato un documento a febbraio a favore delle «diverse strade da percorrere per realizzare una maggior integrazione e collaborazione».

   Poi, il 6 marzo, i capi di governo di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno sottoscritto il medesimo programma.

   L’Occidente pensa inoltre a una collaborazione più stretta nella gestione economica della zona euro. Questa è un’aspirazione assai lodevole e parrebbe quasi sgarbato far notare che non esiste alcun accordo tra di loro su come rafforzare la zona, e neppure su come giustificare, sotto il profilo economico e legale, i programmi di acquisto di bond da parte della Bce.

   L’Italia conosce bene il problema, avendo avanzato la proposta di obbligazioni comunitarie per finanziare la risposta dell’unione alla crisi migratoria. La proposta però non ha raccolto molte adesioni in Germania. Per di più, l’unione bancaria è tuttora priva di uno schema di garanzia dei depositi, per colpa soprattutto della scarsa volontà tedesca.

   Per molti paesi dell’Europa centrale e orientale, un’Europa a più velocità fa pensare a un modo per relegarli in una sorta di Serie B. Sono consapevoli che perderanno un alleato, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue e temono che le loro voci conteranno sempre meno, specie se la «locomotiva» franco-tedesca si rimetterà in movimento.

   I governi di Polonia e Ungheria nutrono preoccupazioni molto specifiche: sospettano che si tratti di una formula camuffata per punirli delle loro presunte offese alla democrazia e alla legalità.

   Gli europei centrali ed orientali non si oppongono del tutto all’idea delle più velocità. Con ogni probabilità sarebbero pronti ad appoggiare misure atte a favorire un allargamento del mercato unico e a migliorare la cooperazione su sicurezza e difesa, a condizione che questo non provochi un indebolimento della Nato.

   Un maggior impulso alla politica europea per la difesa, tuttavia, solleva obiezioni da Finlandia, Irlanda e Svezia, paesi neutrali e dagli stati Nato con forti interessi in area atlantica, quali la Danimarca e l’Olanda.

L’esempio olandese porta dritto al secondo motivo per cui un’Europa a più velocità potrebbe non essere coronata da successo. Ciò riguarda la situazione politica interna di molti paesi, in cui le condizioni oggi sono troppo rischiose per promuovere iniziative ambiziose verso una maggior integrazione.

   Dopodomani gli olandesi roteranno per eleggere il nuovo Parlamento. Come sempre, ne risulterà un governo di coalizione e non potrà far altro che rispecchiare le prese di posizione critiche nei confronti di Bruxelles, che negli ultimi anni si sono propagate in tutto il ventaglio politico olandese. Il partito Vvd di Mark Rutte, il primo ministro, è il più popolare e sicuramente entrerà a far parte del prossimo governo. Ma il Vvd non ha mai nascosto la sua opposizione a ogni proposta per la maggior integrazione europea, come strutture separate per la gestione della zona euro. (….)

   Nell’attuale clima politico, è assai probabile che qualsiasi nuovo passo verso una maggior integrazione, che sia o meno sotto l’egida di un’Europa a più velocità, sarà sottoposto a referendum. In tutti i Paesi è tremendamente difficile ottenere l’approvazione referendaria di misure a favore dell’unione o a favore delle riforme. In breve, in Europa non si avverte alcuna voglia di continuare a spingere per l’integrazione e per la zona euro, se questo dovesse comportare modifiche ai trattati dell’unione e, di conseguenza, in alcuni paesi, il ricorso alla consultazione referendaria. E senza modifiche ai trattati, qualsiasi passo verso un’Europa a più velocità somiglierà molto all’incedere cauto dei bambini, in punta di piedi, quando hanno paura di pestare qualcosa di pericoloso. (Tony Barber)

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LA FRATTURA TRA EST E OVEST INDEBOLISCE LA RIFORMA DELL’UNIONE EUROPEA

di David Carretta, da IL FOGLIO del 10/3/2017

   La frattura tra est e ovest indebolisce la riforma dell’Unione europea Bruxelles. Nel momento in cui l’Unione europea cerca di mostrarsi unita dopo la Brexit, molto più di Donald Tusk, sono l’Europa sociale e l’Europa a più velocità che rischiano di ampliare la grande spaccatura tra l’est e l’ovest del continente.

   L’ex premier polacco ieri (venerdì 9 marzo, ndr) è stato confermato per altri due anni e mezzo come presidente del Consiglio europeo, malgrado l’opposizione del governo del suo paese. La rivolta della premier di Varsavia è stata schiacciata in venti minuti con un voto 27 a 1. Beata Szydlo non è riuscita a reclutare nemmeno il monello ungherese, Viktor Orbán, che ha rispettato le direttive del Ppe sulla conferma di Tusk.

“La rielezione del presidente del Consiglio europeo è positiva”, spiega l’ex ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt. “Ma l’autoisolamento della Polonia non è positivo né per il paese né per l’Europa”, dice Bildt. In gioco non c’è solo lo status polacco.

   IL RISCHIO È LA PARALISI DELL’UE. Varsavia conserva il diritto di veto su diverse questioni, a partire dalle conclusioni dei Vertici europei, come quello di Roma sul futuro dell’Ue dopo la Brexit. Inoltre, la PoIonia avrà gioco facile a creare una “coalition of the unwilling” per bloccare le iniziative sull’Ue sociale e l’Ue a più velocità.

   Secondo alcuni leader, il pilastro sociale della costruzione comunitaria dovrebbe diventare il nuovo mantra per riconnettere i cittadini all’Ue. La prossima uscita del Regno Unito dovrebbe facilitare la nascita dell’Europa sociale.

   “Con i leader progressisti lavoreremo per mettere nell’agenda e sul tavolo l’impegno per la crescita e per la protezione sociale”, ha detto ieri il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. “L’Europa deve al contempo proteggere e garantire progresso”, il che significa “concepire un’armonizzazione fiscale e sociale”, ha spiegato il presidente francese, François Hollande. Le conclusioni del Consiglio europeo fanno riferimento a un Social Summit che si terrà a Goteborg il 17 novembre.

   A fine aprile il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, presenterà un documento di riflessione sulla “dimensione sociale dell’Unione” che dovrebbe essere la base per armonizzare gli standard dei 27 che resteranno dopo la Brexit.

   Ma l’Ue sociale è una linea rossa da non valicare per i paesi dell’est, che sulle questioni economiche sono molto britannici. “Il benessere sociale dei nostri cittadini è un obiettivo chiave per noi” ma “gli standard sociali non possono essere uniformi” in tutti gli stati membri, dice una dichiarazione del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) della scorsa settimana: “Il progresso sociale deve seguire la crescita economica”, non essere imposto da standard a Bruxelles.

   Quanto all’armonizzazione fiscale di Hollande, la “coalition of the unwilling” si allargherebbe a paesi come Irlanda e Olanda.

   Sull’Europa a più velocità, lo stesso Tusk negli scorsi giorni ha espresso le sue perplessità, definendo il progetto che dovrebbe essere formalizzato a Roma come un “avvertimento”: una minaccia diretta contro i paesi dell’est più euroscettici o riottosi ad accettare rifugiati.

   Lunedì a Versailles (il 6 marzo scorso, ndr) Hollande, Angela Merkel, Gentiloni e Mariano Rajoy avevano dato la benedizione all’Ue a più velocità. La bozza di dichiarazione del Vertice del 25 marzo a Roma dice che “l’unità è una necessità”, ma occorre riconoscere che “alcuni di noi possono muoversi più rapidamente in alcuni settori”.

   Agli occhi di Tusk, “se a Roma deve nascere un bambino, il suo nome deve essere unità e non multivelocità”. Il gruppo di Visegrad è sulla stessa linea. “”Non è facile essere un buon europeo quando si è est-europeo. Gli est-europei hanno una storia diversa, istinti di base diversi e valori tradizionali”, ha ammesso ieri Orbán. Il premier ungherese parlava di immigrazione. Ma vale anche per economia e futuro istituzionale. (David Carretta)

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SE IL DESTINO D’EUROPA SI GIOCA SU MIGRANTI E SCISMA D’ORIENTE

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 9/3/2017

   Se alla fine tenuta e destino dell’Europa si giocassero sulla questione dei migranti? L’interrogativo può sembrare riduttivo e persino un po’ grottesco. Non lo è. La questione migratoria non solo finora si è dimostrata ingovernabile ma sta letteralmente divorando i valori fondamentali europei, i principi di solidarietà, la fiducia reciproca oltre che la coesione interna europea.

   Esagerazione? C’è da sperarlo, ma nulla al momento sembra indicarlo. Al contrario. Con la politica della porta aperta ai rifugiati, alla fine pesantemente riveduta e corretta, Angela Merkel ha messo a rischio la sua rielezione a cancelliere tedesco per il quarto mandato consecutivo. E destabilizzato l’Europa, costretta tra l’altro a sospendere, a parole solo temporaneamente, la libera circolazione delle persone sancita da Schengen: in breve, a erigere muri legali accanto a quelli di mattoni e filo spinato.

   Per fermare l’invasione immaginaria degli immigrati, in questo caso europei, gli inglesi hanno addirittura deciso di tagliare i ponti con l’Ue, impelagandosi in negoziati su Brexit dagli svantaggi certi per chi li chiede e chi li subisce.

   L’Ungheria di Viktor Orban, che ha fatto scuola e proseliti sulla costruzione dei muri, ora trasforma i container in centri di detenzione obbligatoria per tutti i richiedenti asilo, in attesa di verificarne il possesso o meno dei necessari requisiti. Continua così a fare scalpore.

   Però, a ben vedere, le ultime proposte della Commissione Ue sull’argomento (… ), non sono poi così distanti, visto che prevedono l’accelerazione dei rimpatri e la creazione di centri di detenzione per tutti, minori compresi, periodo massimo di 18 mesi. Motivo? Evitarne la dispersione incontrollata sul territorio europeo e dissuadere gli arrivi illegali: su 2,6 milioni di richiedenti asilo tra il 2015-16, 1 milione non ha le carte in regola.

   Ma i rimpatri vanno a rilento perché costano e i paesi africani d’origine spesso non collaborano e gli aiuti Ue in entrambi i casi sono maggiori a parole che a fatti.

   L’oltranzismo dell’Est sulla sovrana difesa delle frontiere nazionali ha appena trovato, sia pure indirettamente, il placet della Corte di Giustizia europea che ha dato ragione al Belgio per aver rifiutato l’ingresso di una famiglia siriana, in quanto aveva domandato l’asilo via ambasciata belga in Libano. La richiesta è ammissibile solo, dicono i giudici, per chi già si trova sul territorio europeo. Come dire che non c’è alternativa alla regola del paese di primo sbarco, sancita dagli accordi di Dublino: l’Italia ne auspica da tempo la riforma, che però continua a segnare il passo.

   Come segna il passo la ripartizione europea, in tre anni e per quote, di 160.000 rifugiati sbarcati in Italia e Grecia. Siamo a metà percorso ma finora ne sono stati redistribuiti meno del 10%. Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia sembrano inamovibili nel gran rifiuto. Il cancelliere austriaco Christian Kern ha però ribadito ieri che chi pratica la solidarietà selettiva riceverà aiuti Ue selettivi, cioè ridotti.

   Attriti e tensioni si moltiplicano, esondano. Ma il peggio della lenta liquefazione dell’Unione forse deve ancora venire. I paesi dell’Est ritengono le quote una decisione anti-democratica e un vulnus inaccettabile alla loro sovranità. Per questo le hanno denunciate subito alla Corte di Giustizia.

   Nell’Europa a più velocità che si va preparando vedono poi un modo di ricattarli, emarginarli o ridurli a partner di seconda categoria, soprattutto dopo che l’uscita della Gran Bretagna li priverà di un alleato “sovranista” e altrettanto intollerante verso un’Unione centralista e invasiva. Dulcis in fundo la riconferma alla guida del Consiglio europeo del polacco Donald Tusk la vuole la quasi unanimità dei 28, ma non Varsavia che ieri ha inviato una lettera di fuoco ai partner accusandoli di «voler rovesciare il Governo polacco». Di questo passo, e tralasciando le divisioni profonde che tormentano la “vecchia” Unione, dai migranti allo scisma europeo d’Oriente il passo rischia di essere breve. (Adriana Cerretelli)

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COSÌ PRENDE FORMA IL PRIMO NUCLEO DELLA DIFESA COMUNE

di Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 7/3/2017

– Operativo a breve, il nuovo organismo si occuperà per ora solo di missioni di addestramento in tre Paesi africani –

   La nuova strategia internazionale degli Stati Uniti, l’instabilità politica nel grande vic insto europeo e la decisione britannica di lasciare l’Unione stanno dando un impulso nuovo alla collaborazione militare tra gli Stati membri della Ue.

   Ieri, qui a Bruxelles, i Ventotto hanno annunciato la nascita di un primo comando militare unificato. Poco importa se per ora si occuperà solo di missioni di addestramento in tre Paesi africani, la speranza è che il nuovo organismo sia il precursore di un nuovo quartier generale europeo. Il comando sarà operativo «entro le prossime settimane» ha spiegato l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza, Federica Mogherini, a margine di una riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa II nuovo organismo sarà costituito da una trentina di persone provenienti in gran parte dal Servizio europeo di azione esterna (Seae).

   «E’ un passo in avanti importante», ma «non è un esercito europeo», ha detto la signora Mogherini preoccupata dal suscitare reazioni nazionalistiche in alcuni Paesi, in particolare negli Stati baltici. L’Alta Rappresentante ha spiegato che il nuovo organismo (in inglese viene chiamato Military Planning and Conduct Capability, ormai noto con l’acronimo inglese Mpcc) permetterà «un approccio alle attuali missioni di addestramento che sia più unificato, più razionale, più efficiente».

   Entro breve, il Mpcc prenderà il testimone e gestirà da Bruxelles le missioni di addestramento attualmente in corso in tre Paesi africani: la Repubblica centra-fricana, il Mali e la Somalia «Ciò permetterà ai comandanti delle missioni sul terreno di concentrarsi sulle specifiche attività nelle diverse missioni», si legge in un comunicato. In prima battuta, il nuovo organismo sarà responsabile di missioni militari non esecutive, nelle quali non è previsto l’uso della forza.

   La decisione dei ministri degli Esteri e della Difesa, che segue la recente approvazione di una nuova strategia europea nel campo della sicurezza, è giunta all’unanimità, senza neppure la necessità di un voto formale, ha notato un funzionario comunitario. Concretamente, il nuovo organismo sarà guidato da un funzionario che avrà il controllo operativo. La supervisione sarà affidata al Comitato politico e di sicurezza, un organismo noto con l’acronimo Cops e composto dai rappresentanti diplomatici dei Ventotto. Si deve presumere che in futuro, dopo una apposita modifica del mandato, il nuovo comando unificato possa guidare i gruppi tattici europei, nati nel 2007 ma mai utilizzati. La signora Mogherini ha promesso prossime linee-guida sul loro eventuale uso. La decisione comunitaria – voluta soprattutto da Germania, Francia e Italia – giunge in un contesto internazionale in rapido mutamento.

   L’arrivo alla Casa Bianca del presidente Donald Trump, assai più isolazionista dei suoi predecessori, fa temere una riduzione degli sforzi americani nella difesa europea Nel contempo, l’instabilità politica nel grande vicinato europeo, così come la minaccia terroristica, inducono a nuove misure a livello europeo per assicurare «la sicurezza dei nostri cittadini», come ha detto la signora Mogherini.

   I Trattati permettono ai Paesi membri di organizzare cooperazioni strutturate permanenti ai sensi degli articoli 42 e 46. Ancora ieri i ministri hanno ribadito di voler perseguire questa via, proprio mentre uno dei principali ostacoli alla collaborazione – la Gran Bretagna – ha deciso di lasciare l’Unione.

   Nonostante il Regno Unito sia in procinto di uscire dalla Ue, il ministro della Difesa britannico Michael Fallon ha chiesto che il nuovo comando unificato riduca al minimo la spesa e non diventi una duplicazione della Nato. II tema della difesa sarà al centro della dichiarazione che i Ventisette pubblicheranno il 25 marzo in occasione del sessantesimo anniversario dell’Unione. Ieri, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha definito la difesa comune «una grande opportunità».

   Ricordando che questa nel primo dopoguerra fu bocciata dalla Francia, il ministro ha aggiunto: «Oggi la storia ci propone un’altra occasione. Non dobbiamo perderla». Dal canto suo, la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha affermato che la Scuola militare Nunziatella potrebbe diventare un centro europeo di formazione militare. (Beda Romano)

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Un ripasso

Le istituzioni europee sono cinque: CONSIGLIO EUROPEO, CONSIGLIO DEI MINISTRI, COMMISSIONE EUROPEA, PARLAMENTO EUROPEO, CORTE DI GIUSTIZIA

CONSIGLIO EUROPEO – E’ composto dai capi di stato e di governo dei paesi membri; è un organo di altissimo livello e si riunisce ogni 3 mesi a Bruxelles. Il compito del consiglio europeo è quello di decidere gli orientamenti generali dell’unione europea. Il presidente del consiglio (L’attuale presidente è il polacco Donald Tusk), può convocare riunioni straordinarie: eletto dai membri del consiglio, il presidente dura in carica sei mesi e il suo mandato è rinnovabile una sola volta.

CONSIGLIO DEI MINISTRI – Ha sede a Bruxelles, e ha funzione legislativa insieme con il parlamento europeo. Ad esso spetta il compito di approvare le leggi che i singoli stati saranno tenuti a rispettare. Non esistono al suo interno membri permanenti; alle sedute del consiglio, infatti, partecipano di volta in volta e ministri competenti che i governi degli stati membri inviano a Bruxelles in funzione dei temi da trattare. I singoli ministri sono responsabili, per le decisioni che assumono, unicamente di fronte ai propri governi: cio comporta che, almeno tendenzialmente ciascuno di loro è portato ad anteporre gli interessi nazionali a quelli dell’Unione.

COMMISSIONE EUROPEA – La Commissione è un organo permanente, che rimane in carica per 5 anni. Ha sede a Bruxelles e si definisce permanente perché i suoi membri rimangono in carica fino alla naturale scadenza del loro mandato. La commissione è la “guardiana dei trattati” proprio perché controlla che questi ultimi vengano rispettati. Alla commissione sono affidate le funzioni di iniziativa, vigilanza ed esecutiva: -La funzione di iniziativa consiste nel proporre le norme da sottoporre all’approvazione del consiglio dei ministri -La funzione di vigilanza consiste nel controllare che gli stati membri si uniformino a quanto disposto nelle norme dell’unione -La funzione esecutiva consiste nel dare concreta attuazione alle disposizioni contenute nella Costituzione e alle decisioni adottate da altri Organi dell’UE . E’ composta:

_dal Presidente (eletto dal Parlamento europeo su proposta del Consiglio Europeo)

_da uno o più vicepresidenti

_da 27 membri, detti commissari europei

_dal Ministro degli Affari Esteri, che ne è vicepresidente di diritto (per ora questa carica non è esistente)

_dai Commissari, che vengono nominati dal presidente su proposta degli stati membri; il numero dei commissari è pari a quello dei paesi aderenti all’Unione. Dal 2014 il numero sarà ridotto ai 2/3 del numero dei paesi membri.

PARLAMENTO EUROPEO – Il Parlamento ha sede a Strasburgo ed è l’organo che meglio rappresenta l’Europa dei cittadini. i deputati operano nell’interesse dell’Unione e non del loro paese. E’ nato nel 1979 e viene eletto ogni 5 anni, a suffragio universale dai cittadini dell’Unione. I membri del Parlamento dovrebbero essere 732 e sono suddivisi in gruppi politici capeggiati da un presidente, che col Presidente del Parlamento formano la conferenza dei Presidenti dei Gruppi. I deputati presenti all’interno di esso, sono votati in proporzione alla quantità di popolazione. Per potersi candidare, il deputato deve iscriversi ad un partito ed avere almeno 25 anni. Il Parlamento è un organo:

*DECISIONALE: prende decisioni, con il Consiglio dei Ministri, riguardo alcune materie;

*CONSULTIVO: la commissione consulta il Parlamento prima di preparare le leggi;

*DI CONTROLLO: controlla che la Commissione e il Consiglio dei Ministri operino correttamente

CORTE DI GIUSTIZIA – Nasce nel 1952 ed era la corte di giustizia della CECA. Ha sede a Lussemburgo ed è composta da un giudice per ogni Stato membro. Per ragioni di efficienza però, la corte si riunisce con solo 13 giudici, assistiti da 8 avvocati generali. Sia i giudici che gli avvocati, sono nominati di comune accordo dagli Stati membri e hanno un mandato di 6 anni, rinnovabile. Essi sono scelti tra i giuristi di notoria competenza e occupanti alte cariche nei paesi d’appartenenza. I giudici della Corte designano tra loro il presidente della Corte con un mandato di 3 anni, rinnovabile.

   La corte cerca di risolvere le controversie: -tra gli  Stati e le istituzioni europee; -tra gli Stati ed i cittadini, qualora i cittadini ritengano che la legge dello Stato, vada contro una legge europea.

ALTRI ORGANI DELL’UNIONE: 1. Banca Centrale Europea 2. Comitato delle Regioni 3. Comitato Economico e Sociale 4. Corte dei Conti 5. Mediatore Europeo

…………………………..

1957 L’INIZIO DELL’EUROPA!

di Manlio Graziano, da “LA LETTURA”, supplemento da “il Corriere della Sera” del 12/3/2917

– Dopo oltre un millennio di lotta per l’egemonia continentale Francia e Germania scelsero di sintonizzare le loro politiche. Ma la rivalità e i sospetti reciproci non sono mai venuti meno –

   Quando è nata l’Europa? In una singolare ma non troppo sorprendente identità di vedute, Joseph Ratzinger e Samuel Huntington ne fissano la data tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, più precisamente, secondo Ratzinger, al momento della ricostituzione dell’«Impero romano rinnovato e trasformato dalla fede cristiana», cioè al momento dell’incoronazione del re dei Franchi, Carlo Magno, a imperatore sacro e romano.

   Se Ratzinger e Huntington hanno ragione, allora l’Europa è affare di Franchi. Franchi divisi fin dall’843 in Franchi occidentali e Franchi orientali (diventati poi francesi e tedeschi rispettivamente) in lotta perenne per il possesso di quella terra di mezzo che separava i loro regni, e che prese il nome di Lotaringia (non solo l’Alsazia e la Lorena — in tedesco Lothringen — ma anche il Benelux, la valle del Reno e l’Italia del Nord).

   Millecento anni dopo, nel 1943, il capo della Francia libera, Charles de Gaulle, proponeva all’ultimo discendente degli imperatori sacri e romani, Otto d’Asburgo, di metter fine alla divisione tra gli eredi dei Franchi come unica garanzia per un «durevole ordine pacifico».

   È quello che succederà dopo la guerra, quando Parigi convincerà una Germania ormai impotente a mettere in comune le ricchezze lotaringe contese per più di un millennio: così nac- que, nel 1950, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

   Quel passo cruciale fu reso possibile dalla superiorità schiacciante della Francia sulla Germania, o meglio, dall’inferiorità schiacciante della Germania: la Lotaringia diventava sì terra comune, ma in una società di cui Parigi deteneva (e intendeva mantenere) la quota di maggioranza.

   Dopo i successivi Trattati di Roma, firmati il 25 marzo 1957, l’auspicio del «durevole ordine pacifico» ha finito coll’occultare le persistenti diffidenze tra le due sponde del Reno. Eppure, già nel 1969, 12 anni appena dopo i Trattati di Roma, a Henry Kissinger che gli domandava come avrebbe reagito la Francia se un giorno la Germania avesse dominato l’Europa, de Gaulle rispose lapidario: «Par la guerre» (con la guerra).

   E nel 1989, cinque anni dopo aver tenuto per mano Helmut Kohl davanti al memoriale per i morti francesi e tedeschi della battaglia di Verdun, François Mitterrand non esitò ad evocare ancora l’uso della forza per impedire la riunificazione della Germania.

   «L’Europa è l’affare combinato dei francesi e dei tedeschi», ricordava giustamente nel 2013 l’ex consigliere di de Gaulle, Pierre Maillard. Ma la reale dinamica del processo europeo è incomprensibile se si dimentica che, in quell’affare combinato, sono sempre state tirate in ballo altre potenze, grandi e meno grandi, su cui francesi e tede- schi si sono appoggiati per controbilanciare i loro reciproci mai sopiti sospetti.

   Senza peraltro rinunciare ad appoggiarsi tra di loro per controbilanciare altre potenze quando queste si fanno troppo ingombranti. Così, la Francia riscopre il fascino degli Usa (e/o della Russia) quando la forza tedesca si fa preponderante, e si sente irresistibilmente attratta dalla Germania quando gli americani (e/o i russi) prendono, o sembrano prendere, il sopravvento.

   Il fatto è che, in questi sessant’anni, Francia e Germania hanno essenzialmente considerato l’Europa come una prosecuzione dei propri interessi nazionali con altri mezzi. La possibilità che una politica comune (monetaria, fiscale o, addirittura, militare) abbia successo dipende dalla capacità di sintonizzare gli interessi europei. Per un po’, le cose sono sembrate andare in quella direzione; oggi, invece, la tendenza dominante va in direzione opposta, verso la rinazionalizzazione.

   Così, sulla malinconica festa per il sessantesimo compleanno dei Trattati di Roma grava l’incubo della disintegrazione europea. Tra gli invitati, qualcuno non potrà evitare di pensare alla pomposa parata del 7 ottobre 1989 a Berlino per il 40° anniversario della Repubblica democratica tedesca: un mese dopo, il Muro di Berlino crollava, e meno di un anno dopo, il 3 ottobre 1990, la Ddr cessava di esistere. (Manlio Graziano)

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