L’OLANDA ha votato rifiutando il nazionalismo populista, scegliendo partiti filo-europei – La BREXIT avanza ma la SCOZIA non ci sta e vuole un nuovo referendum – IL VERTICE DI ROMA di sabato 25 marzo per il 60° anniversario del Trattato di Roma ancora una volta “non deciderà” un’accelerazione per PIU’ EUROPA?

Nella foto JESSE KLAVER, leader verde olandese di origini marocchino-indonesiane – “E alla fine il trionfatore di queste elezioni olandesi, che in teoria avrebbero dovuto marcare il boom del partito populista euroscettico di destra e anti-immigrati di GEERT WILDERS, è un trentenne ambientalista filoeuropeo di sinistra di origini marocchino-indonesiane, la Sinistra Verde guidata da quel JESSE KLAVER che ormai chiamano “il Jessiah”, per la speranza che ha saputo ridare a una sinistra che altrimenti rischiava di scomparire dal panorama politico olandese. Sicuramente è il partito che ha registrato la crescita più significativa: quadruplicando i seggi in Parlamento, potrebbe anche svolgere un ruolo nella formazione della prossima coalizione di governo.(…) A quietare definitivamente il clima emergenziale tra i governi europei è stato il fatto che I MIGLIORI RISULTATI SIANO STATI APPANNAGGIO, ancora una volta, del premier liberal-democratico in carica, MARK RUTTE. Anche aiutato dagli scontri diplomatici con il presidente turco Erdoğan nelle ore precedenti il voto, che hanno compattato il Paese attorno al proprio governo, ha saputo conquistare 33 seggi. Un calo del 5,2% rispetto alle scorse elezioni, ma comunque ben 13 in più rispetto ai 20 del PVV di Wilders. (Giacomo Natali, 17/3/2017, da ATLANTE, rivista di http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/)

…………….

COSA SUCCEDEVA SE L’EUROPA PERDEVA L’OLANDA? La patria di Erasmo e di Spinoza, la terra della tolleranza e della libertà? Nel Rinascimento e nell’età barocca, gli ebrei e i perseguitati trovavano nelle Province unite, nella borghesia mercantile e nella casa degli Oranje un porto sicuro. Chi non poteva stampare i suoi libri o manifestare le sue idee in casa, metteva vela verso Rotterdam o partiva per Amsterdam.

   Ancora oggi il Giorno del Re, che da quando è salito al trono Guglielmo cade il 27 aprile, è una straordinaria prova d’integrazione: vecchi e nuovi immigrati, indonesiani e comunitari, i discendenti dell’antico impero coloniale e gli espulsi dalla crisi del Sud Europa si mescolano uniformati dalla maglietta arancione (quest’anno si annuncia una festa speciale: il sovrano compie cinquant’anni).

   Amsterdam, del resto, è con Londra la metropoli più internazionale d’Europa (Parigi è una città francese e maghrebina con forti comunità da altre parti del mondo più o meno integrate, Madrid è soprattutto una capitale spagnola e latinoamericana).

   Eppure l’Olanda è stata anche il primo Paese europeo a conoscere l’intolleranza della modernità. A vivere le tragedie e i pericoli che il mondo globale porta con sé, insieme con le occasioni. Il 2 novembre 2004, alle 8 del mattino, Theo van Gogh – nome caro a chiunque ami le arti e la libertà: discendente del fratello del pittore e di un altro Theo van Gogh caduto nella Resistenza al nazismo -, il regista di Sottomissione, un film critico verso l’Islam, veniva assassinato con otto colpi di pistola da un integralista dalla doppia cittadinanza, marocchina e olandese, che gli ha poi tagliato la gola. Le sue ultime parole furono: «Ma non ne possiamo parlare?».(….) (Aldo Cazzullo, “il Corriere della Sera” del 13/3/2017)

ROTTERDAM

……………………

OLANDA

FINE DI UN INCANTESIMO: PRIMA FRENATA DEI POPULISTI IN EUROPA

di Beppe Severgnini, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2017

Chi crede nella società aperta non deve illudersi, ma può tirare un sospiro di sollievo. Il successo degli xenofobi antieuropei, in Olanda, non c’è stato. Fosse arrivato, avrebbe aperto una stagione pericolosa.

Il leader del centro-destra olandese (e attuale premier) MARK RUTTE riconfermato nelle elezioni tenute il 15 marzo scorso

   L’Europa, che si dice disunita, è invece assai coesa, quando si tratta di condividere allarmi e malumori. Dal faticoso allargamento alla mancata Costituzione, dalla crisi dell’euro alle migrazioni incontrollate, dal terrorismo diffuso al populismo aggressivo: noi europei, in questo secolo, ci condizioniamo a vicenda.

   E’ comprensibile. Accade in tutte le famiglie. Geert Wilders non ha sfondato. Il suo sorriso da gremlin, conosciuti i risultati elettorali, si è trasformato in una smorfia ed è svanito. La diga del buon senso – rappresentato, in Olanda, dal liberaldemocratico Mark Rutte – ha retto. Il leader del Partito perla Libertà – i demagoghi, quando si tratta di scegliere i nomi, dimostrano una certa, involontaria ironia – ha guadagnato solo qualche seggio. Le elezioni politiche dei prossimi dodici mesi – in Francia, in Germania, in Italia – si svolgeranno in modo meno concitato.

   E’ l’uscita da un incubo? No, purtroppo. Ma, forse, è la fine di un incantesimo. L’ascesa dei partiti populisti non è inarrestabile. La storia lo conferma. I leader tribunizi e cinici, capaci di alimentare e sfruttare la rabbia della gente, hanno segnato drammaticamente la storia del Novecento europeo.

   Altre volte è andata meglio: i tribuni del popolo sono esplosi come fuochi d’artificio, e rientrati nel buio dell’irrilevanza. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, nell’Italia degli anni Quaranta, sembrava destinato a un successo travolgente. Ci ha lasciato solo qualche aneddoto e il termine qualunquismo. L’incantesimo, a poco a poco, ha portato alla rassegnazione.

   Gli avversari della società aperta – qualunque cosa si possa pensare di loro – hanno invece mostrato passione e proposte. Sconclusionate, magari (nessuno può credere che protezionismo e isolazionismo, alla lunga, portino vantaggi). Ma quelle idee sono state avanzate, ripetute, difese con urla, bugie e tweet. Negli Usa e in Gran Bretagna, in Francia e in Italia, in Polonia e in Ungheria.

   I sostenitori della democrazia liberale – chi crede alla circolazione delle idee, all’importanza degli scambi, al valore irrinunciabile della tolleranza – non si sono dimostrati altrettanto intraprendenti. Hanno mostrato una timidezza inspiegabile. Gli avversari si agitavano, e loro stavano a guardare; quelli gridavano, e questi ascoltavano spaventati. Mugugnavano, dimenticando di discutere. Si lamentavano, rinunciando a protestare. Tacevano, invece di ribattere. La capacità di autocritica è diventata autolesionismo.

   C’è di peggio. Chi crede nella società aperta non ha saputo profittare delle debolezze degli avversari. Una su tutte: i neopopulisti, talvolta, imbroccano la diagnosi dei mali della società; quasi mal sanno indicare le terapie. I risultati, quando i loro rappresentanti arrivano al potere, lo dimostrano. (…)

      Non dimentichiamo che il Trattato che intendeva istituire una Costituzione per l’Europa, firmato il 29 ottobre 2004 dai capi di Stato o di governo dei 25 Stati membri e degli allora 3 Paesi candidati, affondò proprio in Olanda, silurato dal referendum del 1 giugno 2005. Tre giorni prima era stato respinto in Francia.

   Chissà: la riscossa potrebbe partire proprio da questi due Paesi. Che bel regalo, per un’Unione Europea che il 25 marzo festeggia il 60esimo compleanno. Niente illusioni, tuttavia. Gli avversari della società aperta sono pronti ad approfittare degli errori di chi la difende. (Beppe Severgnini)

…………………….

BREXIT, LA SCOZIA SFIDA LONDRA

dai corrispondenti Buccini, Ferraino, S. Gandolfi, Ippolito, 14/3/2017, “Il Corriere della Sera”

– La premier Sturgeon: voto per l’indipendenza entro marzo 2019. May contraria –

   La prima ministra della Scozia, NICOLA STURGEON, ha annunciato che avanzerà la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito entro marzo 2019. No del governo inglese di Theresa May. Intanto la Brexit fa un passo avanti. La Scozia sgambetta la Brexit in dirittura d’arrivo. E pone le premesse per la disgregazione del Regno Unito.

   Quando ormai l’avvio del divorzio di Londra dall’Unione Europea sembrava questione di ore, è calata la sorpresa da Edimburgo: la prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, ha annunciato l’intenzione di tenere un secondo referendum sull’indipendenza, dopo quello del 2014 vinto dagli unionisti. Il calendario è significativo: la nuova consultazione dovrebbe svolgersi tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019: ossia quando i termini della separazione della Gran Bretagna dalla Ue saranno abbastanza chiari, ma prima che sia troppo tardi per dissociarsi.

Le ragioni di Edimburgo

«La Scozia si trova a un bivio di enorme importanza — ha detto Nicola Sturgeon in un discorso dalla sua residenza ufficiale —. In gioco c’è il tipo di Paese che vogliamo diventare». La leader nazionalista ha accusato il governo di Londra di «non essersi spostato di un centimetro» di fronte alle richieste di condizioni speciali per la Scozia nel quadro della Brexit: «Tutti i nostri sforzi per un compromesso si sono scontrati con un muro di intransigenza».

La reazione di Londra

La reazione di Theresa May è stata netta. «La politica non è un gioco», ha detto la premier alla Bbc, definendo la visione dei nazionalisti «profondamente riprovevole» e in grado di mettere la Scozia «sulla via di una maggiore incertezza e divisione». Spetterà al Parlamento di Westminster decidere se autorizzare a meno il referendum. Tre anni fa l’allora premier David Cameron lasciò la parola alle urne e vinse la scommessa. Questa volta Theresa May potrebbe essere costretta a differire la consultazione fino a dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, per impedire che la questione scozzese interferisca nei negoziati con Bruxelles. Ma negare del tutto il voto infiammerebbe gli animi dei separatisti.

Le due dame di ferro

La partita sul destino del Regno Unito si giocherà nei prossimi diciotto mesi e sarà condotta da due donne intransigenti che hanno scommesso il loro futuro politico sul suo esito: Theresa May deve portare a compimento la Brexit con successo senza perdere pezzi per strada; Nicola Sturgeon deve garantire al suo popolo di non essere trascinato su una strada non voluta. L’anno scorso gli scozzesi avevano votato 62 contro 38 per cento a favore della permanenza in Europa e ora che si profila una «hard Brexit» la loro insofferenza è diventata palese. Trovare un compromesso sarà molto difficile.

Gli scenari futuri

Cosa succede ora? Innanzitutto il lancio della Brexit potrebbe slittare: anche se ieri sera la Camera dei Comuni ha respinto gli emendamenti dei Lord e la legge potrebbe entrare in vigore già stamattina, sembra di capire che il governo sia ormai orientato a notificare l’avvio del divorzio alla fine del mese, per far decantare l’«effetto Scozia» ed evitare di accavallarsi con il vertice di Roma del 25. Se poi Edimburgo dovesse votare a favore della secessione, l’opinione di Bruxelles è che la Scozia non rimarrebbe membro della Ue ma dovrebbe rifare tutta la procedura di adesione.

La prima ministra della SCOZIA, NICOLA STURGEON, ha annunciato che avanzerà la richiesta di UN NUOVO REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DAL REGNO UNITO entro marzo 2019. NO DEL GOVERNO INGLESE DI THERESA MAY. Intanto la Brexit fa un passo avanti. MA LA SCOZIA SGAMBETTA LA BREXIT IN DIRITTURA D’ARRIVO. E pone le premesse per la disgregazione del Regno Unito (NELLA FOTO: la prima ministra inglese Theresa May a sinistra con la first minister scozzese Nicola Sturgeon alla Bute House di Edimburgo in Scozia)

……………………

EUROPA, LA TRATTATIVA È IN SALITA

di Marco Bresolin, da “La Stampa” del 20/3/2017

   Chi crede ancora che il summit di sabato prossimo a Roma possa servire in qualche modo a guarire i mali dell’Europa, o quantomeno a iniziare una cura, è meglio che riponga le sue speranze. «Sarà acqua fresca, niente di più» ammette una fonte che sta seguendo i lavori preparatori del vertice del 25 marzo, giorno in cui i leader dei Paesi Ue si ritroveranno nella Capitale per i sessant’anni del Trattato di Roma.

I CINQUE SCENARI PER L’EUROPA – Il presidente della Commissione Europea JEAN-CLAUDE JUNKER ha presentato (per far sì che la discussione sia più concreta al vertice di ROMA del 25 marzo, e nella preparazione ad esso), un LIBRO BIANCO con i CINQUE SCENARI possibili per l’Unione a 27 da qui al 2025: primo scenario (“AVANTI COSÌ”), secondo scenario (“SOLO IL MERCATO UNICO”), terzo scenario (“CHI VUOLE DI PIÙ FA DI PIÙ”), quarto scenario (“FARE MENO IN MODO PIÙ EFFICIENTE”), quinto scenario (“FARE MOLTO DI PIÙ TUTTI INSIEME”). Ogni governo ha le sue preferenze e gli obiettivi rimangono diversi.

Ecco il LIBRO BIANCO: Libro Bianco sul futuro dell’Europa (01.03.2017)

…..

   Un incontro, quello di sabato 25, che – dopo il compromesso al ribasso sul concetto di Ue a più velocità – rischia di essere totalmente vuoto sul piano dei contenuti politici. Una mera celebrazione. Anzi, nelle ultime ore si sta diffondendo il timore che anche l’aspetto celebrativo finisca per rivelarsi meno intenso del previsto.

   Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si dice infatti che la Grecia «non ha alcuna voglia di festeggiare». Proprio questo pomeriggio il dossier Atene sarà di nuovo sul tavolo dell’Eurogruppo. In agenda c’è la seconda revisione del piano di aiuti e nessuno prevede un via libera.

   «Dal punto di vista tecnico ci sono le condizioni, ma non da quello politico» ammette una fonte vicina ai vertici dell’Eurogruppo. Le istituzioni internazionali e la Grecia sono ancora molto distanti. Con questo spirito non sarà semplice per Alexis Tsipras sorridere sabato durante la foto di gruppo con gli altri leader.

   Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore c’è il rischio di qualche dichiarazione fuori dal protocollo che potrebbe guastare il clima.

   Sembra invece scampato il rischio che sia qualche governo dell’Est a rovinare la festa. Ma il prezzo da pagare per placare la Polonia e gli altri Paesi del Visegrad sarà una DICHIARAZIONE DI ROMA molto meno incisiva del previsto. Chi sta lavorando al documento rivela che la versione iniziale del testo era già molto soft ed è stata ulteriormente smussata.

   L’invito a rilanciare l’Ue del prossimo decennio con uno schema «a più velocità» è stato praticamente depennato. E’ rimasto solo il passaggio in cui si dice: «Agiremo insieme ogniqualvolta sarà possibile, a differenti ritmi e intensità dove necessario», ma con un’aggiunta significativa: «Come abbiamo fatto in passato entro la cornice dei Trattati e lasciando la porta aperta a coloro che vorranno aggiungersi dopo». Come abbiamo fatto in passato. Come stiamo facendo ora. Come faremo in futuro. Tutto cambia perché nulla cambi. (Marco Bresolin)

……………………….

«GLI ALBERI NON DEVONO IMPEDIRE DI VEDERE IL BOSCO». Era il 25 MARZO del 1957 e il cancelliere tedesco KONRAD ADENAUER nel suo discorso in occasione della firma dei TRATTATI DI ROMA si affidava a un proverbio tedesco per illustrare la portata dell’opera. «I particolari – precisava lo stesso Adenauer – non devono impedire di intravedere l’ampiezza del progetto raggiunto: poiché solo rafforzando la solidarietà dei nostri Stati siamo sicuri di sopravvivere e salvaguardare le nostre libertà e il progresso sociale». (nella FOTO l’intervento del Cancelliere tedesco Konrad Adenauer a Roma il 25 marzo 1957)

DA ROMA A LISBONA: IL CAMMINO DELL’EUROPA IN DIECI TRATTATI

di Chiara Bussi, da “il Sole 24ore” del 20/3/2017

– Dalla «piccola Europa» del 1957 a Lisbona 2007: tutti gli «stop and go» verso l’integrazione – I 60 ANNI DELLA UE. SABATO 25 L’ANNIVERSARIO –

   «Gli alberi non devono impedire di vedere il bosco». Era il 25 marzo del 1957 e il cancelliere tedesco Konrad Adenauer nel suo discorso in occasione della firma dei Trattati di Roma si affidava a un proverbio tedesco per illustrare la portata dell’opera. «I particolari – precisava lo stesso Adenauer – non devono impedire di intravedere l’ampiezza del progetto raggiunto: poiché solo rafforzando la solidarietà dei nostri Stati siamo sicuri di sopravvivere e salvaguardare le nostre libertà e il progresso sociale».

   Riuniti nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, i padroni di casa – l’allora presidente del Consiglio, Antonio Segni, e il ministro degli Esteri, Gaetano Martino – accoglievano le più alte cariche di FRANCIA, GERMANIA, BELGIO, OLANDA e LUSSEMBURGO.

   Dopo la nascita della CECA, la COMUNITÀ DEL CARBONE E DELL’ACCIAIO nel1951, i Sei posavano la prima pietra della COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA (CEE) e dell’EURATOM, la Comunità europea dell’energia atomica.

Nasceva la «PICCOLA EUROPA», così battezzata dai giornali dell’epoca, con la creazione di UN MERCATO COMUNE da realizzare in dodici anni e tre tappe, un’UNIONE DOGANALE con l’abolizione dei dazi interni e una POLITICA AGRICOLA COMUNE.

   Solidarietà e pace dopo i tumulti della Seconda guerra mondiale. A curare la regia un triangolo istituzionale composto da una COMMISSIONE, un CONSIGLIO e un PARLAMENTO, affiancati da una CORTE DI GIUSTIZIA e una BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI, le principali istituzioni dell’Europa di oggi.

Tutti alberi che insieme davano vita al grande sogno dell’integrazione europea.

Il MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO (MFE) a ROMA venerdì 24 e sabato 25 marzo: – VENERDÌ 24 MARZO: Forum della coalizione “Cambiamo rotta all’Europa”, presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza, in Piazzale Aldo Moro 5, a partire dalle ore 14.00. Alle ore 21.00 proseguo con un’introduzione di Laura Boldrini e vari esponenti della società civile italiana ed europea – SABATO 25 ORE 9,30 : CONVENZIONE presso la SALA CONGRESSI di PIAZZA DI SPAGNA organizzata dal GRUPPO SPINELLI al Parlamento Europeo. – SABATO 25 ORE 13 : “MARCIA PER L’EUROPA” da piazza della Bocca della Verità al Colosseo

   Sabato 25 i leader e le più alte cariche delle istituzioni Ue si ritroveranno nella stessa sede per celebrare i 60 anni da quella storica firma con una «DICHIARAZIONE DI ROMA» che dovrà indicare la rotta da seguire per affrontare le turbolenze all’orizzonte.

   I rischi da scongiurare non sono più quelli di un conflitto bellico, ma la minaccia dell’euroscetticismo che ha già portato Londra a scegliere la via della Brexit con l’attivazione della pratica di divorzio non appena i riflettori si saranno spenti, a partire dalla settimana prossima.

SONO IN TUTTO DIECI, se si considera anche quello di Parigi che ha istituito la Ceca, I TRATTATI CHE HANNO DELINEATO LA TABELLA DI MARCIA DEL CANTIERE EUROPEO tra slanci in avanti e opere spesso incompiute per cercare di rendere la «casa Europa» più adatta a contenere i nuovi inquilini, passati progressivamente da sei a ventotto.

In Gran Bretagna i giovani remainer che organizzarono il primo luglio scorso la grande marcia pro-Ue, ci riprovano a Hyde Park il 25 marzo.

   André Sapir, senior economist del think tank Bruegel di Bruxelles, che è stato consigliere economico di Romano Prodi quando era alla guida della Commissione Ue, non ha però dubbi: «Tra tutti il più importante resta il TRATTATO DI ROMA, per l’eccezionalità del momento storico e dei suoi protagonisti. Gli altri sono stati piccoli passi all’insegna del compromesso, spesso dimenticando di individuare il bosco dietro agli alberi. Oggi un progetto di simile portata non sarebbe possibile».

   Dopo il TRATTATO DI FUSIONE del 1965, quello DI LUSSEMBURGO del1970 e quello DI BRUXELLES cinque anni dopo, è con l’ATTO UNICO EUROPEO del 1986 che viene messo nero su bianco l’obiettivo di realizzare il mercato interno dal 1° gennaio 1992.

PRO E CONTRO L’EUROPA A ROMA IL 25 MARZO (da “la Repubblica” del 17/3/2017 – Sono quattro i cortei e due le manifestazioni statiche in programma sabato 25 marzo, in occasione dell’anniversario dei Trattati di Roma. Alle 11 i partecipanti al corteo del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO si ritroveranno alla Bocca della Verità per poi raggiungere l’Arco di Costantino, al Colosseo; qui ci sarà il ricongiungimento con il corteo di NOSTRA EUROPA, partito sempre alle 11 da piazza Vittorio. Ai due cortei, secondo la questura, dovrebbero partecipare complessivamente circa 6.500 persone. Nel pomeriggio, alle 14 il corteo di EURO STOP partirà da piazza Porta San Paolo, percorrendo via Marmorata, via Luca della Robbia e lungotevere Aventino: tappa finale, Bocca della Verità. Il corteo di Euro Stop è quello che si annnuncia più folto, con circa 8 mila partecipanti. Un’ora più tardi, alle 15, partirà da piazza dell’Esquilino il corteo di AZIONE NAZIONALE – 5mila le persone attese – che terminerà in via dei Fori Imperiali. Le due manifestazioni statiche sono promosse da Fratelli d’Italia (dalle 10 alle 15 all’Auditorium Angelicun) e dal Partito comunista (dalle 15 in piazzale Tiburtino). Saranno due le zone di ‘massima sicurezza’ nella Capitale in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 25 marzo. La “zona blu”, una sorta di “eurozona”, dove graviteranno i leader politici e la “zona verde”, un’area ‘cuscinetto’ con 18 varchi di accesso per i controlli.

   IL TRATTATO PIÙ FAMOSO, ma anche quello più contestato, è stato però siglato a MAASTRICHT nel 1992. LA CEE DIVENTA UNIONE EUROPEA, fondata su TRE PILASTRI.Sulla carta si pongono le basi di un’UNIONE ECONOMICO E MONETARIA (Uem), realizzata in pieno solo nella sua seconda parte con l’introduzione dell’EURO, in circolazione dal 1 gennaio 2002 (oggi per 19 Paesi), e una VIGILANZA UNIFICATA AFFIDATA ALLA BANCA CENTRALE EUROPEA.

L’Unione politica, invece, resta ancora oggi un miraggio. «È questa – spiega Vincenzo Scarpetta, senior policy analyst di Open Europe – la più grande opera realizzata, ma al tempo stesso la più incompiuta: un’unica moneta sostenuta da un coordinamento delle politiche economiche basate su rigide regole numeriche». Le aspettative si concentrano tutte sul TRATTATO DI AMSTERDAM del 1997, ma vengono disattese. La palla passa dunque al TRATTATO DI NIZZA, che introduce una serie di riforme delle istituzioni, come l’estensione del VOTO A MAGGIORANZA al Consiglio per una quarantina di materie, mentre fisco, sicurezza sociale, asilo, immigrazione, fondi strutturali e audiovisivo continueranno a richiedere l’unanimità. Viene inoltre introdotta la PONDERAZIONE DEI VOTI: i Paesi più grandi hanno un maggior peso nel processo decisionale.

   LA GRANDE OCCASIONE MANCATA È LA COSTITUZIONE EUROPEA, siglata a Roma il 29 ottobre 2004, che non ha mai visto la luce dopo la bocciatura ai referendum in Francia e Olanda del 2005. Lo shock è grande e secondo gli esperti è da questo momento che l’euroscetticismo inizia a mettere radici.

   I membri del club, ormai 27, ci riprovano con il TRATTATO DI LISBONA del 2007, che recepisce alcune disposizioni della Costituzione europea. Dietro l’angolo c’è la prova del fuoco del Kosovo e la Ue risponde con l’istituzione di un ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA E DI SICUREZZA COMUNE. Viene poi creata la figura del PRESIDENTE PERMANENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO e si introduce l’ormai famoso ARTICOLO 50 CON LA «CLAUSOLA DI RECESSO», che Londra si appresta ad attivare.

   «I maggiori successi, spesso dimenticati dai movimenti anti-europeisti – osserva Scarpetta – sono legati proprio al miglioramento dei processi decisionali: tra questi il POTERE DI CODECISIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO, introdotto dal Trattato di Maastricht e ampliato da quello di Amsterdam e di Lisbona che lo pone sullo stesso piano del Consiglio per la quasi totalità delle materie trattate».

   Che cosa decideranno a Roma i leader europei? «Mi aspetto una dichiarazione breve – conclude Sapir – che riflette la realtà di un’Unione in crisi di identità. Al di là delle varie opzioni sul tavolo occorrerà trovare un modo per rifondare l’Unione guardando ai giovani. Solo così si può combattere il cattivo populismo».

   Il bosco tanto caro ai padri fondatori resta per ora avvolto nella nebbia. (Chiara Bussi)

……………………..

IL NEOEUROPEISMO

CHI HA IL CORAGGIO DI DIRSI EUROPEISTA? LE VICENDE ALTERNE DI CHI SBANDIERA LA BANDIERA A DODICI STELLE

di David Carretta, da IL FOGLIO del 16/3/2017

– Chi ha il coraggio di dire “Forza Europa”? Storie continentali di una nuova offerta politica – Dall’OLANDA con i suoi liberali radicali a Macron in FRANCIA passando per AUSTRIA e GRECIA, dirsi europeisti non è più così grave – Il superamento destra-sinistra –

Bruxelles – Oltre alla rumorosa insurrezione dei populisti, il ciclo elettorale di quest’anno in Europa potrebbe produrre una primavera di partiti e candidati apertamente europeisti e globalismi, capaci di catalizzare il consenso di classi medie stanche di un establishment sulla difensiva e alla ricerca di un’offerta politica aperta e moderna.

   Nelle elezione di mercoledì 15 marzo in OLANDA, mediaticamente monopolizzate dall’allarme per un possibile successo di GEERT WILDERS, due partiti europeisti considerati outsider marginali, i liberali dei D66 e i verdi di GroenLinks, hanno registrato una progressione elettorale significativa sbandierando la bandiera a dodici stelle.

   Nelle presidenziali di aprile e maggio in FRANCIA, EMMANUEL MACRON potrebbe essere eletto all’Eliseo con una campagna pro global nel paese che ha fatto dei camembert il simbolo della sacra sovranità.

   Per le legislative di settembre in GERMANIA, i socialdemocratici della Spd sembrano risorti dopo aver scelto l’ex presidente del parlamento europeo, MARTIN SCHULZ come candidato alla cancelleria.

   Perfino nell’Europa dell’est, dove il nazionalismo ha radici nella lotta contro l’Unione Sovietica e oggi si esprime contro il centralismo di Bruxelles, emergono nuovi partiti pronti a gridare “Forza Ue”.

   I tentativi elettorali dei neoeuropeisti finora hanno avuto risultati alterni. In AUSTRIA, il verde ALEXANDER VAN DER BELLEN ha vinto le presidenziali dello scorso dicembre contro il candidato dell’estrema destra, NORBERT HOFER, dopo una lunghissima campagna elettorale – due ballottaggi – tutta incentrata sull’Europa. In SPAGNA, la rivolta di Podemos è stata affiancata dalla nascita degli europeisti Ciudadanos che ha offerto agli spagnoli un’inedita scelta liberale, senza però riuscire a sfondare. In GRECIA, l’esperimento di To Potami (il Ponte che avrebbe voluto fare da argine al populismo nazionalista di sinistra di Syriza) è durato un’elezione. In OLANDA, i D66 sono più antichi: nati nel 1966 per chiedere una “democrazia radicale”, avevano già vissuto un momento di gloria nel 1994, ottenendo il 15,5 per cento grazie a proposte come il matrimonio tra omosessuali e la legalizzazione dell’eutanasia. Dopo essere precipitati al 2 per centro nel 2006, i D66 si sono ricostruiti grazie a un programma incentrato su sostegno all’Ue e apertura agli immigrati.

   Anche se fragili e a volte effimeri, i partiti neoeuropeisti ottengono buoni risultati nel momento in cui le formazioni politiche tradizionali tendono a inseguire i Wilders e le Le Pen su frontiere, immigrazione e anti globalizzazione.

   I nuovi slogan usati da socialisti e popolari per rassicurare gli europei tentati dal populisno si sprecano: il commercio deve essere “free” (libero) ma anche “fair” (equo); le frontiere non devono essere chiuse ma “controllate”; gli immigrati non devono essere respinti ma “rimpatriati”. “Il problema non è Wilders, ma i suoi imitatori”, ha detto il leader dei D66, Alexander Pechtold, dopo la virata anti migrati del premier olandese Mark Rutte.

   I neoeuropeisti invece non esitano a sbandierare i meriti della globalizzazione e dell’immigrazione. Contestato dagli agricoltori, Macron ha risposto che “il 40 per cento” del latte francese viene esportato e, se chiudiamo ai prodotti degli altri, “pensate che continueranno a comprare il nostro camembert?”. Al Lingotto Emma Bonino ha scaldato i cuori della platea renziana (ma provocato un mal di pancia all’establishment Pd) elencando i benefici che apportano gli immigrati all’economia.

   Come i populisti, i neoeuropeisti contribuiscono alla frammentazione politica, svuotando il bacino di consenso elettorale che era stato alla base dell’alternanza. In Austria, il duello Van der Bellen-Hoffer ha spazzato via i due partiti tradizionali. In Francia, per la prma volta nella storia della Quinta Repubblica, sia il Partito socialista sia quello gollista potrebbero trovarsi senza candidato al ballottaggio delle presidenziali.

   Dopo la stagione elettorale 2016-2018, la mappa politica dell’Europa potrebbe essere completamente rivoluzionata, con un nuovo “clivage” destinato a sostituire la vecchia divisione destra-sinistra.

   Da un lato dello spettro politico ci sarà l’apertura, l’Europa, la globalizzazione e l’internazionalismo. Dall’altro ci saranno la chiusura, il nazionalismo, il protezionismo e l’isolazionismo. Forse è ciò che vogliono davvero gli elettori: uscire dalle ideologie del secolo scorso ma poter continuare a scegliere tra due vere alternative. (David Carretta)

………………………

ASPETTANDO PARIGI

IL VOTO IN EUROPA

di Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 17/3/2017

   Le affinità elettive tra olandesi e francesi non sono affatto scontate. Anzi. Tra loro la logica degli interessi economici spesso confligge. Ma se si toccano le corde dell’identità nazionale o i problemi della convivenza con il diverso, che sia il famoso idraulico polacco o l’immigrato islamico della porta accanto, l’inconscio collettivo di entrambi tende a scattare all’unisono.

   Insieme nel giro di tre giorni, era la primavera del 2005, bocciarono per via referendaria la Costituzione europea, il grande Moloch che alla lunga li avrebbe derubati, ripetevano, della rispettiva sovranità e libertà d’azione. Per difenderle, non esitarono a mandare in crisi l’Unione.

   Sono passati 12 anni dal clamoroso strappo. Nel frattempo in Olanda e Francia quelle pulsioni si sono accentuate trovando attenti interpreti nei partiti populisti, nazionalisti, no­globale xenofobi. Con un’aggravante rispetto ad allora: ormai, con più o meno forza, quel ribellismo dilaga in tutta l’Unione.

   Per questo il mancato sorpasso del partito della Libertà di Geert Wilders e la conferma dei liberali del premier Mark Rutte come primo gruppo parlamentare, insieme all’avanzata degli altri partiti filo­europei, ha fatto tirare un sospiro di sollievo in tutta Europa: scongiurato il temuto effetto domino in Francia, che in aprile-­maggio voterà per le presidenziali, e nel resto dell’Unione.

   Evitata un’iniezione di instabilità politica collettiva tra spallate all’euro e all’Unione. Marine Le Pen sperava nell’effetto Wilders per gonfiare le bandiere del Front National e sfondare al secondo turno per costruire la sua anti ­Europa, quella delle patrie.

   Il vento dell’Aja invece le ha soffiato contro. Lanciando un segnale incoraggiante agli europeisti e al vertice Ue che si riunirà a Roma il 25 marzo per il 60° del­ l’Unione, con la dichiarata ambizione di celebrarne anche l’atto di rinascita secondo il modello delle diverse velocità integrative. Sbaglierebbe però chi si illudesse che per la sfida nazional-populista in Europa è l’inizio della fine.

   Rutte ha vinto (33 seggi su 150) perdendone ben 9 per strada. Wilders ha perso guadagnandone 5 per arrivare a 20. Uno in più sia dei democristiani che dei liberali di D66. Se la scelta europeista della maggioranza degli olandesi è inequivocabile, la spinta propulsiva dei populisti non sembra affatto esaurita.

Tanto più che il loro messaggio di intolleranza verso gli immigrati si è transustanziato in quello di Rutte: «Comportatevi normalmente o andatevene», lo slogan che rimbalzava dai muri tappezzati dei suoi manifesti elettorali.

   Le intemperanze della Turchia di Erdogan hanno fatto il resto. Che vincano o no, ormai il veleno nazionalista e protezionista contagia l’Europa anche indossando la maschera dei partiti tradizionali, che troppo spesso vanno a rimorchio invece che all’avanguardia della società, dei suoi disagi e malumori, però senza poi affrontarne seriamente i problemi. Alimentando quindi sfiducia nell’establishment e nelle sue ricette.

   Per questo l’insidia populista è difficile da battere in democrazia e alla lunga appare un tarlo mortale per la costruzione europea. Dopo Brexit il futuro a 27 prevede integrazioni differenziate per affrancare l’Unione dalla palude dell’indecisionismo struttu­rale e ridarle efficienza e capacità di azione in casa e sulla scena globale.

   Dall’euro a crescita e occupazione, dalla difesa alla politica estera e migratoria. Come? Anche tralasciando lo scontro Est-Ovest su una tabella di marcia che il blocco orientale vive come un ulteriore esproprio di sovranità o una condanna all’emarginazione dal club dei soci che contano, i nodi più grossi da sciogliere restano dentro la vecchia Europa.

   Tanto più che ora le irrisolte divergenze ideologiche sul modello di integrazione economica e politica da perseguire si incrociano con la crisi del sistema democratico snaturato dall’impatto con twitter, social media e verità post­fattuali da un lato e dall’altro con rigurgiti nazional-­protezionisti alimentati dai crescenti squilibri social­-economici interni e da persistenti divergenze di fatto e di interessi trai partner europei. Il recupero della fiducia reciproca è la condicio sine qua non per ripartire.

   Anche ai tempi di Jacques Delors si parlava di geometrie variabili per accelerare il passo, anche allora l’Europa era divisa ma non diffidava di sè stessa e tanto meno dei propri Stati membri. Si voleva invece grande, aperta al mondo, liberale e global. Oggi sembra un’altra, una perfetta sconosciuta. Per questo il voto olandese è un buon segno perché in timida controtendenza ma non basta a riconquistare il futuro europeo. Per farlo dovrebbe replicarsi in Francia, ripetere il binomio del 2005 questa volta in chiave virtuosa. (Adriana Cerretelli)

…………………………

L’ALTRA UE DEGLI UNDER 30

di Francesca De Benedetti, da IL VENERDI’ de “la Repubblica” del 17/3/2017

– Si chiamano Giovani federalisti, sono la generazione Erasmus e (molto controcorrente) tifano per l’Europa. Il 25 marzo sfileranno a Roma. Contro ogni tipo di exit –

   «Chi, se non noi?». Loro si chiamano Giulio, Ophélie, Vincent, l’elenco è lungo, migliaia i nomi. Li unisce l’europeismo, ma più di tutto li ha uniti Brexit. Quando il nazionalismo ha bussato forte alle porte d’Europa, tirando giù la prima stella dalla bandiera – il Regno Unito – gli occhi del mondo si sono girati verso i ragazzi come loro: di sedici o vent’anni, tutti comunque nati sotto le stelle dell’Unione.

   Fosse per “la generazione Erasmus”, hanno detto sondaggisti e politici, il progetto europeo non sarebbe così friabile. Del resto l’identikit dell’europeista è questo: millennial, colto, benestante, gran viaggiatore. Lo mette nero su bianco Eurobarometro: chi ha il mondo, il futuro e le possibilità in tasca, ha l’Europa più a cuore.

   Quello che i numeri non dicono – ma i ragazzi sì – è che ai giovani europeisti resistenti l’Ue così com’è non basta. I piccoli sono cresciuti, si organizzano: se il 23 giugno di Brexit è stato il primo grande shock, il 25 marzo 2017 del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma è l’occasione per il rilancio. In migliaia da tutto il continente marceranno verso il Colosseo al grido di «Stati Uniti d’Europa!».

   «I nazionalismi avanzano e abbiamo tre opzioni. O ci proiettiamo verso un’Unione più democratica e solidale, una federazione, insomma, o si fa l’Europa davvero, oppure l’Europa muore». Giulio Saputo, 27 anni, è uno degli ideatori della marcia. «La politica pro-Ue è a corto di narrazioni e ha disperatamente bisogno di noi, della nostra speranza. Ma noi ragazzi non ci faremo strumentalizzare» dice, e invita a scongiurare quella che è la terza opzione: «Difendere lo status quo, traccheggiare e far logorare l’Ue in un continuo equilibrismo tra governi. Non saremo l’energia fresca che salva progetti deboli. Noi vogliamo alzare la posta in gioco, rilanciare l’Europa dei cittadini».

   E dei ragazzi. «Per ora contiamo poco» nota Luis Alvarado Martinez, che presiede lo European Youth Forum, rete di organizzazioni giovanili. «L’Ue dedica ai ragazzi solo lo 0,8 per cento del bilancio. All’agricoltura, l’1 per cento. Preferisce investire in mucche piuttosto che in giovani?». Nella galassia under 30 in rivolta per «più Europa, un’altra Europa» i promotori della marcia di Roma come Giulio, e la Gioventù federalista europea (Gfe) di cui è segretario, sono il nocciolo duro.

   Il MOVIMENTO FEDERALISTA è nato nel 1943 per impulso di ALTIERO SPINELLI, “padre dell’Europa”. Ora i”figli d’Europa” passano le estati a Ventotene e dedicano le giornate all’attivismo. «Se non fosse pure lei europeista, io e la mia ragazza non ci vedremmo quasi mai» dice Giulio. Infatti c’è anche Diletta, nella sede dietro piazza di Spagna prestata alla causa da una erede di Machiavelli: qui, gruppi di universitari progettano la resistenza a colpi di flashmob.

   Cosa dicono ai coetanei che ce l’hanno con l’Ue dell’austerità e della disoccupazione? Marina: «Che hanno ragione! Ma solo l’unione, un’Unione migliore, fa la forza». Fino a pochi mesi fa, questa era un’enclave di irriducibili presieduti da Christopher Glück e da Ophélie Omnes, il duo francotedesco. «Poche migliaia, ma tutti motivati e preparatissimi. Ecco perché abbiamo sempre trovato interlocutori nelle istituzioni». Federica Mogherini viene da quell’ambiente, Giulio discute di politica con i ministri. Ma dopo Brexit e con l’allarme populismi qualcosa è cambiato: gruppi come questo si trasformano, nuovi movimenti nascono. L’avanguardia federalista — «i primi rivoluzionari e gli ultimi romantici» come dice Saputo — prova a diventare “pop”, mobilitando piazze e social.

   In Gran Bretagna i giovani remainer che organizzarono la grande marcia pro-Ue, ci riprovano a Hyde Park il 25. Francoforte si attrezza per fare lo sgambetto ai nazionalisti al grido di “Pulse of Europe”. Vincent-Immanuel Herr e Martin Speer, scrittori e globetrotter, hanno cominciato chiedendo all’Ue di regalare ai 18enni l’interrail («Perché #freeinterrail vuol dire mescolarsi e sentirsi più europei») e ora trasformano la campagna in movimento. Il manifesto si chiama #whoifnotus,”chi, se non noi?”. Neppure a loro basta un’Ue in cui si viaggia senza limiti: «Se i populisti vincono, noi ragazzi avremo tutto da perdere. Dopo la crisi del debito e dell’exit, è ora di superare le timidezze». Vogliono un’Europa ambiziosa: sono i figli delle stelle. (Francesca De Benedetti)

………………………………

ELEZIONI OLANDESI: UNA APPARENTE SCONFITTA DEL POPULISMO

di Giacomo Natali, 17/3/2017, da ATLANTE, rivista di

www.treccani.it/magazine/geopolitica/

   E alla fine il trionfatore di queste elezioni olandesi, che in teoria avrebbero dovuto marcare il boom del partito populista euroscettico di destra e anti-immigrati di GEERT WILDERS, è un trentenne ambientalista filoeuropeo di sinistra di origini marocchino-indonesiane: non esattamente un grande spot pubblicitario per la (già traballante) affidabilità dei sondaggi pre-elettorali.

   Rientrato il panico per lo spauracchio Wilders, si aprirà nelle cancellerie europee la stagione dell’analisi di questa apparente vittoria contro il populismo. Il rischio, per tutti, è ora quello di sottovalutare il disagio reale di cui il voto populista è soltanto un sintomo e trasformare acriticamente questo caso molto particolare in una “best practice” per i partiti di governo, da applicare in ogni contesto.

   Per provare a comprendere meglio la situazione, invece, occorre partire proprio dai risultati. E ripercorrere il cammino attraverso il quale ci si è arrivati.

   In realtà, a ricevere il maggior numero di voti non è stata la Sinistra Verde guidata da quel JESSE KLAVER che ormai chiamano “il Jessiah”, per la speranza che ha saputo ridare a una sinistra che altrimenti rischiava di scomparire dal panorama politico olandese. Sicuramente è il partito che ha registrato la crescita più significativa: quadruplicando i seggi in Parlamento, potrebbe anche svolgere un ruolo nella formazione della prossima coalizione di governo.

   La “macchina da guerra“ di Wilders, invece, si è fermata a percentuali addirittura inferiori a quelle raggiunte alle elezioni del 2010, quando la percezione della sua minaccia per l’Europa era ben lontana dal suscitare il panico vissuto nelle scorse settimane nelle cancellerie di Berlino, Parigi e Roma.

   A quietare definitivamente il clima emergenziale tra i governi europei è stato il fatto che i migliori risultati siano stati appannaggio, ancora una volta, del premier in carica, MARK RUTTE. Anche aiutato dagli scontri diplomatici con il presidente turco Erdoğan nelle ore precedenti il voto, che hanno compattato il Paese attorno al proprio governo, ha saputo conquistare 33 seggi. Un calo del 5,2% rispetto alle scorse elezioni, ma comunque ben 13 in più rispetto ai 20 del PVV di Wilders.

   La sfida che ora aspetta Rutte è quella di riuscire a formare un nuovo esecutivo, per il quale dovrà accordarsi con almeno altri tre partiti al fine di ottenere una maggioranza affidabile. In prima fila ci sono i liberali del partito D66 e i conservatori dell’Alleanza Cristiano Democratica, entrambi con appena un seggio meno del PVV. Il quarto membro della coalizione dovrà essere individuato tra uno degli altri nove partiti che saranno rappresentati in Parlamento: Socialisti (14 seggi), Sinistra Verde (14), Laburisti (soltanto 9 seggi, ovvero ben 29 in meno rispetto alle scorse elezioni), Unione Cristiana (5 seggi), Animalisti (5), Pensionati 50+ (4), Partito Politico Riformato (3), DENK (3), Forum per la Democrazia (2).

   Alcuni di questi ultimi sono alleati estremamente improbabili per via delle posizioni molto eterodosse che esprimono. Altri avrebbero la strada già spianata, a partire dagli sconfitti laburisti, forti del fatto di essere stati in coalizione con Rutte nell’ultima legislatura. Comunque sia, tutte queste sono ormai questioni che rientreranno a far parte del dibattito interno olandese, del quale il resto della popolazione europea tornerà presto a disinteressarsi completamente, com’era sempre stato fino al grido di allarme lanciato qualche settimana fa.

   Ora che è svanito il timore per le calamità mondiali che molti analisti attribuivano a un’eventuale vittoria di Wilders, per i soggetti politici europei le tentazioni sono due: quella di derubricare l’intero accaduto come un “falso allarme” o, al contrario, di fraintendere questo esempio specifico come una “ricetta segreta” vincente nella lotta al populismo.

   È possibile che effettivamente l’intera situazione sia stata sopravvalutata? Da un lato sì. Col senno di poi, i voti ottenuti da Wilders non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai casi Brexit e Trump (entrambi capaci di conquistare almeno un elettore su due). Anche nei sondaggi più favorevoli, il PVV non aveva mai sfondato il 20% (dunque un elettore ogni cinque: una differenza sostanziale). Ma la possibilità che un malessere diffuso esplodesse nelle urne, regalando a Wilders risultati ben superiori, così come accaduto nei casi della Brexit e di Trump, obiettivamente c’era.    E a influire sul risultato, in un certo senso, potrebbe avere contribuito in modo sostanziale anche la stessa attenzione mondiale ricevuta dalla campagna elettorale. Un po’ come, nella meccanica quantistica, in base al principio di indeterminazione di Heisenberg, si ritiene che l’atto stesso dell’osservare finisca per alterare ciò che si osserva. Molti olandesi, parrebbe, hanno sentito la responsabilità di cui li aveva caricati la forte pressione sociale globale e sono accorsi alle urne in numeri che non si vedevano dal 1981: fattore che ha contribuito in maniera decisiva a ridurre la percentuale di consensi per Wilders.

   Tutto questo però va contro alle analisi successive al voto britannico e statunitense (o anche al referendum costituzionale italiano), letti come una presa di posizione contro ciò che era percepito come la “volontà delle élite”. Ad esempio, gli scenari apocalittici che venivano dipinti dagli analisti in caso di vittoria di Wilders, non erano affatto differenti dal cosiddetto “project fear” applicato durante la campagna per la Brexit.

   In quel caso il tentativo di terrorizzare gli elettori con le possibili drammatiche conseguenze di una vittoria del “sì” aveva però avuto il risultato opposto, finendo per rafforzare proprio chi voleva lasciare l’Unione: orgogliosamente contrari a farsi dettare dagli “esperti” e dal resto del mondo come dovessero votare.

   Per capire perché questa stessa strategia, nel caso olandese, sia stata funzionale a far “rientrare nei ranghi” gli elettori, bisogna tornare ai fondamentali del Paese. Le condizioni economiche e sociali nei Paesi Bassi sono mediamente a livelli molto elevati (benessere diffuso, bassa disoccupazione, una società aperta nella quale pochi si sentono esclusi e ignorati dal potere). In queste condizioni, il “project fear” funziona: la gente ha paura di perdere ciò che ha. Sappiamo già, però, come non sia affatto così nei contesti in cui crescenti fette di popolazione sentono di non avere più niente da perdere.

   Da questo punto di vista, sarà interessante vedere lo spaccato territoriale del voto, quando si conosceranno nel dettaglio i risultati nelle varie province e territori olandesi. Tra questi sono presenti differenze sociali marcate, che ricordano talvolta i contesti di altri Paesi e potrebbero aiutare a comprendere meglio quali siano le radici profonde di un malessere comunque presente, quantomeno in uno strato della popolazione. E capire se e quando questi fenomeni potranno ripresentarsi e come rispondere in modo efficace, in Olanda e altrove.

   Il commento di Geert Wilders al termine dello scrutinio, perfettamente in linea con la sua immagine pubblica di “cattivo da fumetto”, è stato appunto: “Non vi siete ancora liberati di me”. E se le sue sorti personali al momento non appaiono promettenti, non si può dargli torto riguardo al liberarsi delle sue idee. Queste hanno ormai attecchito, adottate persino in parte dallo stesso premier Rutte, impegnato in ogni modo a recuperare al suo partito anche i voti più ostili agli immigrati. Insomma, se questa sarà stata una vittoria dalla quale prendere spunto, forse è presto per dirlo. (Giacomo Natali)

…………………………

UNA GIORNATA IN EUROPA

di Paolo Di Paolo, da IL VENERDI’ de “la Repubblica” del 17/3/2017

– Dalla mattina alla sera: viaggio-lampo in 5 (dei 6) Paesi fondatori dell’Unione. Alla riscoperta di un progetto oggi impopolare. Ma che 60 anni fa ci fece sognare –

   Ho pensato così, una specie di “gioco senza frontiere”. Ricordate? «Trois, deux, un…»: un fischio dell’arbitro, e giù in acqua. L’idea del programma tv era del generale de Gaulle, un modo per cementare l’amicizia fra cugini: giocatori di diverse nazionalità europee guadagnavano punti attraverso sfide atletiche buffe, esagerate.

   Come questa: sono partito da Roma Ciampino con una compagnia low cost alle 8.30 del mattino; a mezzogiorno ho pranzato a Colonia; ho preso un caffè a Rotterdam a inizio pomeriggio; alle sei e mezza una cioccolata a Bruxelles; ho cenato a Parigi alle nove di sera. Tutto nello stesso martedì di marzo.

   Una cosa (quasi) divertente che non farò mai più – e però volevo proprio farla, come si fanno certe sceneggiate per amore. Sembra l’inizio di una vecchia barzelletta, ma il 25 marzo di sessant’anni fa due italiani, due francesi, due tedeschi, due belgi, due olandesi e due lussemburghesi misero la loro firma in calce a dei trattati che davano sostanza pratica al sogno di Ventotene.

   Via dazi e tariffe doganali, le persone e le merci possono circolare senza ostacoli. Poco? In questo “gioco senza frontiere” nessuno mi ha mai chiesto un documento, salvo all’imbarco aeroportuale. Ho toccato cinque metropoli, avendo in tasca la stessa moneta, come fossero quartieri di una stessa immensa città. Ho percorso in treno 700 chilometri, ma è stato quasi come prendere la metro tra Famagosta e Gessate.

   Faticoso? Un po’. Ma anche una meraviglia (e un privilegio) che dovevo ricordare a me stesso di poter vivere. L’avessero detto a quel ragazzino tredicenne che 20 anni fa – anno ’96/’97 – presentava sul palco del teatrino delle medie lo spettacolo Amici d’Europa, non ci avrebbe creduto. Il ragazzino ero io, chiamavo a uscire in scena i miei compagni di classe, vestiti chi da olandese con gli zoccoli, chi da tedesco con baffi e birra, chi da francese con il tulle del can-can: «Amici d’Europa, buongiorno ciao ciao / insieme faremo la comunità…». E il Lussemburgo? L’avevamo lasciato fuori: a nessuno veniva in mente un tratto distintivo dei placidi lussemburghesi.

   Avrei voluto riscattarmi in questo giro d’Europa in 24 ore: d’altra parte, a firmare i trattati di Roma c’erano Joseph Bech, da Diekirch (cittadina del Granducato) e Lambert Schaus, dalla capitale. Niente da fare: i collegamenti ferroviari da Francia, Belgio e Olanda sono tutt’altro che comodi. Avvisare Monsieur Juncker, presidente della Commissione europea e premier lussemburghese per 18 anni.

Con Paolo Conte a ROMA

L’autista del taxi è nervoso, mi mette ansia. «Ma come se fa a vive così!» sbraita, maledice la città e il traffico anche di prima mattina. Ho ficcato in una borsa leggera un maglione di lana, un ombrello, un numero recente della gloriosa rivista Nuovi Argomenti, dal titolo L’Europa quando piove, che è il verso di una canzone di Paolo Conte e suona bene, visto il grigio umido che avvolge Roma e resterà uniforme fino al tardo pomeriggio olandese. Nelle pagine che leggo in volo, mentre due connazionali litigano con una hostess poco accomodante («’Sta faccia da sorcio»), c’è un po’ tutto: l’immagine di Moravia parlamentare a Strasburgo, l’educazione europea di uno come Zweig, cent’anni fa («Come erano insensati, ci ripetevamo l’un l’altro, questi confini!»), e di un ragazzo tornato da un Erasmus. La varietà linguistica e gastronomica, gulash e camembert, Maastricht e Schengen (Lussemburgo!), Lukács e Jaspers a Ginevra che, quarant’anni prima degli accordi, discutono di esprit européen. Sono arrivati a una conclusione? Mi faccio bastare una frase del regista finlandese Aid Kaurismäki: «I’Europa è uno stato della mente».

Con Adenauer a COLONIA

In treno dall’aeroporto alla stazione, parlo con due ragazzi di Malaga. Lui ha un ramoscello di mimosa fissato sotto il nastro del borsalino. Lei esclama: «Que gris!», che grigio, guardando fuori, poi sorride a due gitani che cantano Bamboleo bambolea. Fanno una strana discussione per capire se Malaga e il Massachusetts sono alla stessa latitudine. Non offro il mio contributo. Sono perseguitato dai fantasmi europei mentre in stazione osservo una signora dai capelli bianchi leggere un giornale da cui sbuca il faccione di Walter Benjamin, baffi e occhiali d’ordinanza – flâneur dei flâneur, cantore del “trash europeo”, l’immensa, splendida e ingombrante paccottiglia culturale del Vecchio continente. Non so il tedesco, sennò la importunerei; invece, alla prima edicola, compro mezza stampa tedesca, trovo finalmente la paginata 13 della Süddeutsche: «Die Aura des Irgendwie». L’aura dell’In-qualche-modo, dice Google Translate. Non ne sono sicuro, mi sembra comunque un perfetto sottotitolo per questo viaggio.

   Davanti alla facciata gotic a del Duomo di Colonia, sotto una pioggerellina di marzo che sembra sparata nell’aria da una pistola ad acqua, mi domando se il blindato delle forze dell’ordine sarebbe piaciuto al cancelliere Adenauer, padre europeista nato qui nel 1876. Il capo del Quarto Reich, come lo chiamavano i detrattori, o il più grande tedesco di tutti i tempi, come vuole qualche sondaggio patriottico? L’avrebbe senz’altro trovato rassicurante, io no. Sembra una camionetta piovuta da un filmaccio per guerrafondai; stacca, con il suo verde cupo, sul chiarore della piazza. Fotografo di nascosto l’energica ragazza con la cresta rosa che mi serve bratwurst e mostarda, se ne accorge, si arrabbia, le indico le salsicce appese, lei non ci crede.

Con Wilders a ROTTERDAM

I confini, se non sono di natura fisica, non esistono. Del passaggio fra Germania e Olanda si accorge solo la Vodafone. «Benvenuto in Olanda!» trilla alle 14.11 per darmi conto della tariffa locale. Cambio a Utrecht, il cielo si è aperto un po’. Mi sembra di essere in un videogioco 3D: per ogni tappa raggiunta in tempo, conquisto un livello — e cerco di non perdere vite. Soprattutto quelle altrui: ragazze e ragazzi che sull’IC 548 studiano con i libri sulle ginocchia, evidenziatore e smartphone, o parlano animatamente fra loro, in una lingua che nel mio campo sonoro è cambiata più velocemente del paesaggio nel campo visivo.

   Quello, fuori, diventa lentamente la tipica geografia di canali, pale eoliche, selve di biciclette, finestre senza tende. In stazione a Rotterdam, quando mi blocco ai tornelli di uscita, un ragazzone della security mi dice, restando serissimo: «Take it easy». Ha ragione. La tabella oraria è serrata, ma posso ricavare il tempo per una passeggiata nell’orientalissimo quartiere intorno allo scalo ferroviario centrale.

   Il sindaco della città, Aluned Aboutaleb, marocchino di origine, musulmano, poco piace a un politico popolarissimo a Rotterdam e sulla scena nazionale, Geert Wilders, fondatore del Partito della libertà, euroscettico, anti-islamico dichiarato, tinto di biondo come quel Trump a cui molti lo associano.

   Se c’è un incubo “eurabico”, per i suoi sostenitori, è visibile a Rotterdam. Il disordine urbanistico ne fa un luogo che si contraddice di continuo. Fra ragazzi neri in fila per il pollo fritto, locali giapponesi, macellerie arabe, zaffate di erba, mi colpisce in un parchetto lo sguardo severo del gigante di Rotterdam, una grossa statua tinta di grigio che ricopia l’uomo più alto mai vissuto nei Paesi Bassi, 2 metri e 42, il 62 di scarpe. E’ nata come il simbolo, mi spiegano, della crescita infinita di Rotterdam. Prendo un caffè da Starbucks, vado via.

Con Tintin a BRUXELLES

Sul treno per Bruxelles conosco Marcus, olandese in viaggio verso Parigi per partecipare a un convegno sul sistema ferroviario. Apre il Flnancial Times e legge un articolo sulle inquietudini della Corea del Nord. Il sole sta per tramontare, la luce che avvolge il vagone e il confine con il Belgio sta per spezzarmi il cuore. Vorrei quasi dirlo a Marcus, ma si è assopito. Ciao, europei, che vi addormentate stanchi sui treni della sera, che mangiate chicchi d’uva guardando fuori. La stazione di Bruxelles-Midi è la più grande e trafficata: mi dà una certa ansia, nonostante le pareti su cui campeggia il solito Tintin. A ogni uscita laterale mi imbatto in ammicchi, richieste di denaro, capannelli dall’aria losca. Su un piazzale, accanto a una bandiera europea, il busto di Paul-Henri Spaak,fra i padri dell’Unione (il cosiddetto Rapporto Spaak portò alla firma dei Trattati di Roma) guarda — lui sì, perplesso — i camion militari schierati. Voglio stare con tutte le scarpe nello stereotipo: entro in cioccolateria.

Con Sartre a PARIGI

Pare un segno — ma ci penso solo adesso — che l’hotel si chiami “du Temps”, del tempo. E’ stata una corsa contro i minuti: nessun ritardo, nessuna coincidenza persa. Sul comodino della camera, al posto della Bibbia, c’è un libro di Sartre. La crêpe uova e formaggio presa a un chioschetto al 113 di Rue LaFayette e mangiata in Place Franz-Liszt, DC arrondissement, controbilancia bene il sublime del toponimo.

   Parigi, sempre così sicura di sé, non perde la sua elettricità. Le luci basse nei bistrot, le ostriche esposte: fa sempre con eleganza il verso a se stessa. Madame Le Pen guarda nel vuoto da un manifesto che le domanda: «Quale impegno intende prendersi?».

   Rientrando in albergo, mi concentro sulla gentilezza con cui il receptionist esperto dà indicazioni al giovane apprendista. Mi sembra l’unico gesto sensato per chiudere la giornata. Me ne vado a letto sfinito e felice, pensando che sì, “europeo” è un aggettivo che continua a piacermi. Mi sembra di essermelo riguadagnato quasi a piedi, in questo gioco senza frontiere,un sogno a occhi aperti che finisce nella notte parigina. Domattina, magari, prendo un caffè in Lussemburgo. (Paolo Di Paolo)

…………………………………

L’EUROPA NON È FINITA

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 17/3/2017

– JÜRGEN HABERMAS e EMMANUEL MACRON: il grande filosofo e l’aspirante presidente francese – le idee sul futuro, il confronto tra due generazioni – Il politico: EMMANUEL MACRON, 39 anni, ex consigliere di Hollande ed ex ministro dell’Economia, favorito alle presidenziali con la sua formazione centrista e pro Ue “En Marche” – II filosofo: JÜRGEN HABERMAS, 87 anni, è un filosofo, storico e sociologo tedesco, tra i principali esponenti della Scuola (neomarxista) di Francoforte, come Adorno e Marcuse –

BERLINO – Ci hanno provato, il grande filosofo e il ministro degli Esteri tedeschi, a fare dire al candidato francese che il problema dell’Europa è l’austerità imposta dalla Germania, cioè da Angela Merkel. Emmanuel Macron non c’è cascato. Il suo problema — ha detto — è fare le riforme in Francia, se sarà eletto presidente.  L’idea, o speranza, sulla quale si muove è ridare al suo Paese il ruolo che ha perso nella Ue e al Vecchio Continente il motore Parigi-Berlino che un tempo rombava tanto bene.

   L’Europa al centro di tutto. Macron discuteva ieri pomeriggio, alla Hertie School of Management di Berlino, con Jürgen Habermas e Sigmar Gabriel. Più politica, neanche troppo aulica, che filosofia. In precedenza il possibile vincitore delle elezioni di primavera in Francia aveva incontrato Merkel e aveva dichiarato di avere constatato «grande sintonia di vedute» in un colloquio che per molti versi è visto come l’endorsement della cancelliera al giovane (39 anni) ex investment banker.

   Nell’occasione, Macron ha sollevato un tema che per Merkel è musica: «Per prima cosa abbiamo bisogno di riforme». E lo stesso ha detto nel dibattito con Habermas e Gabriel. Il suo ragionamento è lineare. «Se vogliamo essere credibili, noi francesi dobbiamo innanzitutto mettere in ordine casa nostra, ridare fiducia ai cittadini. Su questo sono stato aperto con la cancelliera. Noi tedeschi e francesi dobbiamo lavorare assieme, ma prima la Francia deve recuperare credibilità, che è l’unico modo per ricostituire la fiducia tra i due Paesi».  Su queste basi, sarà possibile che «Germania e Francia ricostruiscano un New Deal come primo passo per il successo dell’Europa».

   Diversa l’impostazione di Habermas. A suo parere, è l’austerità tedesca il problema europeo. «Gli appelli alla solidarietà — ha chiesto — sono destinati a fallire in Germania?». E ha aggiunto: «Non è un fatto della vita che la redistribuzione sia solo un problema nazionale. Può essere una discussione che attraversa le frontiere della famiglia europea». Il risultato delle politiche di questi anni, ha spiegato, è che l’austerità ha creato «differenze acute» nella crescita dei Pil, nell’inflazione, nei debiti pubblici.

   Asimmetrie tra Nord e Sud. «L’Europa è destinata a fallire se la Germania non sarà capace di ridurre le divaricazioni». Finale. «il fallimento dell’Europa sarebbe probabilmente attribuito alle indecisioni della Germania». Gabriel è stato meno drastico del filosofo, in fondo è un ministro del governo di Grande Coalizione, per quanto anch’egli in campagna elettorale. Ha però sostenuto che «occorre essere chiari sulla narrativa».

   E’ vero che la Germania ha fatto le riforme. Ma è anche vero che per attenuarne i costi sociali nel 2003-2004 non rispettò il Patto di Stabilità. «Se fai le riforme, ti serve spazio fiscale — ha detto —. Serve molta flessibilità». Da pagare con più tasse a imprese come Amazon che in Europa le minimizzano. Macron ha invece insistito sulla necessità di dare al cittadini fiducia nell’Europa, della quale non si parla che male da anni e che invece ha bisogno di «battere il disfattismo». E ha chiarito che non ha intenzione «di dare lezioni alla Germania: per me è importante dire ai francesi che ci servono riforme. Certo non guardiamo solo ai bilanci, ma questo non è il pericolo più grosso». Appena sarà eletto presidente, se sarà eletto, proporrà a Berlino alcuni atti di solidarietà europea su temi come difesa, migranti, estremismo. Ha insomma riacceso la fiammella del motore Parigi-Berlino. Chi ha più apprezzato è Frau Merkel. (Danilo Taino)

……………………………

INTERVISTA AD ALEX SALMOND

LA RIVINCITA DI SALMOND: “MAI LA SCOZIA FUORI DALL’EUROPA STAVOLTA SAREMO INDIPENDENTI”

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 17/3/2917

– Alex Salmond, l’ex premier che organizzò il voto del 2014: “con la Brexit inevitabile nuovo referendum” – “May deve smetterla di darci ordini con il dito puntato. Sono finiti i giorni dell’Impero”

   Ha un distintivo con la parola yes all’occhiello: non c’è bisogno di specificare a cosa allude. Alex Salmond è stato il primo ministro scozzese del referendum del 2014, quando gli indipendentisti persero 45-55 per cento.

   «Già, ma perdemmo perché da Londra ammonivano: se la Scozia diventa indipendente, sarà fuori dall’Ue», ricorda. «A ripensarci ora, viene quasi da ridere». Adesso, come leader della folta pattuglia di deputati dello Scottish National Party al Parlamento britannico, Salmond si prepara a vincere il secondo referendum e a restare in Europa. Checché ne dica Theresa May: «I giorni in cui l’Impero dava ordini alle sue colonie sono finiti!».

Perché un secondo referendum, onorevole Salmond, appena due anni e mezzo dopo aver perso il primo?

«Due anni fa Nicola Sturgeon è stata eletta premier scozzese con la più ampia maggioranza della nostra storia. E tra le sue promesse elettorali c’era quella di organizzare un altro referendum per l’indipendenza se ci fosse stato un cambiamento significativo, come l’uscita della Scozia dall’Unione Europea. Davanti alla Brexit, non poteva fare altro».

Ma sareste disposti ad accettare anche soltanto la permanenza nel mercato comune?

«Per il momento si. Abbiamo proposto ogni genere di compromesso a Theresa May. Il Regno Unito poteva uscire dalla Ue e restare nel mercato comune. Ci ha detto di no. Allora nel mercato comune poteva restare la sola Scozia. Ha detto di no anche a questo. Promette di rispettarci ma poi tratta noi scozzesi e le altre regioni autonome, Irlanda del Nord e Galles, con condiscendenza».

Perché volete fare il nuovo referendum nell’autunno 2018, prima della fine del negoziato britannico sulla Brexit che si concluderà nel marzo 2019? Perché non aspettare la fine del negoziato?

«Perché entro diciotto mesi sarà già chiaro cosa contiene l’accordo ed è nostro diritto poter scegliere tra due opzioni: l’uscita da Ue e mercato comune delineata da Londra o la permanenza nella Ue, come propone il nostro governo di Edimburgo. Vogliamo poter decidere noi il nostro destino, non lasciare che lo decidano altri».

Ma da Spagna e Commissione Ue arrivano segnali che non restereste automaticamente nella Ue, se il Regno Unito ne esce. Rischiate di trovarvi fuori da Regno Unito e Ue.

«Nel referendum britannico del giugno scorso il 62% degli scozzesi hanno votato per rimanere nella Ue. Sono fiducioso che la Ue finirà per riconoscere questa scelta democratica. Perché la questione della nostra adesione alla Ue non è legale ma politica».

E i cittadini Ue?

«Con noi niente problemi peri cittadini Ue. Ciò che sta facendo Londra è disgustoso perché la Ue, quando avrà perso la Gran Bretagna, avrà bisogno di qualcuno che crede nell’Europa. Noi ci crediamo. Crediamo che l’Ue non crollerà, che continuerà a prosperare. Anche con l’aiuto della Scozia».

I sondaggi vi danno sconfitti, o al massimo alla pari, in un nuovo referendum.

«Quando aprii la campagna per il referendum del 2014, nei sondaggi i sì all’indipendenza avevano il 28 per cento: poi abbiamo preso il 45 per cento dei voti. Stavolta apriamo la campagna con i sì al 49 per cento nei sondaggi, e tra i giovani al di sotto dei 24 anni al 71 per cento: pensiamo di avere una buona chance».

Il prezzo del petrolio, vostra principale risorsa, è in calo: non teme che fuori dal Regno Unito l’economia scozzese andrà in crisi?

«Abbiamo perso 100mila posti di lavoro in Scozia nell’industria del gas e del petrolio, ma la nostra disoccupazione è al 4,7%. L’economia scozzese non dipende solo dal petrolio. Siamo al 15esimo posto nel mondo come Pil pro capite. E il primo per numero di università fra le top 200 in rapporto alla popolazione. La nostra vera forza sono le risorse umane. Inoltre il Regno Unito ci assegna una rilevante porzione di spesa pubblica per le armi nucleari, che ci tocca ospitare sul nostro territorio: ma la Scozia indipendente sarà nuclear free! ».

Come reagirete al no di May al referendum finché durano i negoziati sulla Brexit?

«Theresa May deve smettere di darci ordini con il dito puntato. L’altro giorno il suo ministro per la Brexit David Davis ha detto che il Commonwealth potrà diventare una sorta di Impero 2.0: ebbene, Londra deve capire che i giorni del British Empire sono finiti per sempre».

Ci sono cittadini europei anche in Scozia: potranno restare se diventate indipendenti?

«È disgustoso che il governo britannico rifiuti di dare loro la garanzia di restare nel paese in cui vivono, lavorano e pagano le tasse. In Scozia nessuno minaccia di mandarli via. Non solo li vogliamo con noi, diamo loro anche il diritto di votare nei referendum. In quello sull’indipendenza del 2014 votarono 50-50. In questo, secondo i sondaggi, voteranno 95 a 5 per l’indipendenza scozzese. Possiamo solo dirvi grazie».

LA POLEMICA – May boccia il voto: «Questo non è il momento per un nuovo referendum in Scozia». Con un’intervista alla Bbc, Theresa May rifiuta la richiesta di Edimburgo per un nuovo voto sull’indipendenza. La premier non esclude di concederlo in futuro, ma solo a conclusione dei negoziati sulla Brexit, mentre gli indipendentisti scozzesi vogliono farlo nell’autunno 2018. Immediata la risposta di Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo scozzese: «Un no di Londra sarebbe antidemocratico». La regina Elisabetta ha intanto firmato la legge che contiene l’autorizzazione al governo britannico per invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona e avviare la procedura formale per il divorzio di Londra dalla Ue.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...