L’EUROPA IN MOVIMENTO nella crisi geopolitica mondiale: cambierà positivamente divenendo un autorevole soggetto dell’EPOCA GLOBALE? – Due avvenimenti si sono incrociati: L’ADDIO DELLA GRAN BRETAGNA, e “GLI ALTRI 27” a ROMA il 25 marzo: sarà la svolta per “UN’EUROPA A DUE VELOCITÀ”?

Sabato 25 marzo, con la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma si è tenuta nella capitale una MARCIA PER L’EUROPA, manifestazione pro-europea organizzata dal MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO. Cittadini, forze politiche e sociali hanno dato una presenza consistente e “inaspettata” (circa 10mila persone) (rispetto al quasi flop delle altre marce e manifestazioni anti.europee previste: antieuropeisti, sovranisti, StopEuro)

   (…) È difficile non sentirsi grati alla generazione post­bellica di leader politici che decisero di avviare il processo di integrazione come risposta alle rivalità storiche tra Stati nazionali europei. (…) I padri fondatori dell’Ue presero invece un’altra strada. Decisero di costruire un sistema di istituzioni sovra­statali e inter­statali al cui interno integrare gli Stati membri. Scelsero cioè di istituzionalizzare la cooperazione tra gli Stati dell’Ue attraverso la nascita di istituzioni indipendenti dagli Stati stessi. Un sistema istituzionale che doveva essere dotato di una sua autonomia costituzionale dagli Stati che l’avevano costituito. (…)Tuttavia questo approccio federale, fu ben presto abbandonato.

   Con i Trattati di Roma si affermò, per necessità, l’idea di UNA INTEGRAZIONE FUNZIONALE. Cioè basata su questa sequenza: identificazione di un problema comune, ricerca di una soluzione comune e quindi individuazione delle istituzioni necessarie per risolvere il problema comune.

   Come si vede, qui non c’è la politica, come ce n’era originariamente nell’APPROCCIO FEDERALE. Se nell’approccio federale si partiva dalle istituzioni per creare l’unione, nell’APPROCCIO FUNZIONALE si considera quest’ultima come l’esito della soluzione di problemi concreti di politica pubblica.

   L’APPROCCIO FUNZIONALE, PERÒ, HA FINITO PER MOSTRARE I SUOI LIMITI. (…) DI FRONTE A QUESTA SFIDA, OCCORRE ADOTTARE UN APPROCCIO POLITICO, NON GIÀ FUNZIONALE. Occorre dare una giustificazione politica del progetto di Unione, affrontando a viso aperto chi lo contesta. (…) (Sergio Fabbrini, da “il Sole 24ore” del 26/3/2017: “IL FUTURO È L’UNIONE FEDERALE”)

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LA FOTO DEI 27 CAPI DI STATO AL CAMPIDOGLIO A ROMA IL 25 MARZO SCORSO – IL DOCUMENTO SOTTOSCRITTO: “Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare….(VEDI IL TESTO INTEGRALE nel proseguo di questo post)

   La lettura e l’interpretazione del documento firmato da tutti e ventisette i capi di Stato a Roma il 25 marzo scorso in occasione della cerimonia del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma (che di fatto istituirono nel 1957 un “progetto comune” molto convinto tra gli Stati europei, non solo di mera collaborazione mercantile, ma proprio di “unione politica”), ebbene questa lettura del documento approvato dai 27, fa capire che l’unico risultato raggiunto è che non c’è stata una divisione (che poteva essere traumatica).

   Ma questo documento da tutti firmati (che vi proponiamo nel proseguo di questo post) elude ancora una volta la possibilità di “un’Europa a più velocità”: cioè che alcuni stati che vogliono “di più” l’integrazione, potessero autonomamente “andare avanti” senza il consenso di tutti.

I TRATTATI DI ROMA SESSANT’ANNI FA Il 25 marzo 1957, i leader di sei Paesi europei (Italia, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) firmarono i Trattati di Roma che istituirono la Cee (Comunità economica europea) e Comunità europea dell’energia atomica (Ceea o Euratom). In quel momento nacque l’Europa, che poi si è sviluppata e allargata fino a diventare l’attuale Unione Europea a 28 paesi (anche se il Regno Unito uscirà nel giro di due anni)

   Consenso di tutti che mai potrà avvenire per un’Europa a più velocità. Accade così che gli Stati dell’est europeo (Polonia in primis, ma anche Ungheria, Repubblica Ceca) e in parte anche quelli dell’area scandinava, blocchino ogni evoluzione all’unione politica: perché di fatto la loro adesione non è per niente interessata al “progetto europeo” iniziato dai padri dell’Europa nel secondo dopoguerra del secolo scorso (dall’iniziale “manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, alla politica costitutiva dei grandi statisti europei come il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi). Gli Stati dell’est, nella loro adesione alla UE, pensavano (e pensano) ad una possibilità di sviluppo economico (dato anche dall’erogazione di cospicui fondi europei), e un affrancamento sicuro dal “pericolo russo”, cioè di un ritorno verso il blocco sovietico di una volta (ora di fatto rappresentato dalla Russia di Putin).

   In particolare l’accelerazione e il cambiamento che poteva accadere a Roma (e non c’è stata) era data dalla possibilità di inizio di una politica comune per alcuni Stati (tutti credono possano essere la Francia, la Germania, la Spagna e l’Italia) concretamente e da subito su due temi fondamentali: la POLITICA FISCALE (una fiscalità con le stesse regole e tassazione), e quella DI DIFESA (un ESERCITO COMUNE).

L’EUROPA, continente, com’è, oltre ogni frontiera

   Su questi temi si sarebbe innestata una fusione tra le due esigenze politiche che finora si sono scontrate tra i grandi Paesi europei: una seria POLITICA DI BILANCIO, più solida e credibile (come da sempre chiede la Germania), e dall’altra una POLITICA SOCIALE più incisiva (specie sulla questione dell’immigrazione e della disoccupazione) come chiedono i Paesi europei dell’area mediterranea (in primis l’Italia).

   Pertanto si sarebbe iniziato a “fare cose” non da poco (UNIONE NELLA POLITICA FISCALE, NELLA DIFESA, NEI TEMI DEL BILANCIO, NEL SOCIALE…). Ma pur di tenere uniti tutti i 27, si è deciso di approvare un documento assai scialbo, ma che ha un’unica chiarezza: se si vuol fare qualcosa di diverso, tutti devono essere d’accordo (pure la Polonia, per dire, che con l’attuale governo che ha, non è d’accordo su nulla delle politiche comuni).

LA CONSEGNA DELLA LETTERA DI ADDIO ALL’EUROPA DELLA G.B. – I PUNTI CHIAVE DELLA LETTERA che formalizza l’addio all’Europa DELLA PRIMO MINISTRO BRITANNICA THERESA MAY, LETTERA CONSEGNATA da sir TIM BARROW (mercoledì 29 marzo), ambasciatore britannico a Bruxelles, a DONALD TUSK, il capo del Consiglio europeo – May nella lettera di addio a Tusk e all’Europa rimarca la necessità di “cooperazione” tra Ue e Gb e di un accordo omnicomprensivo di uscita, con al primo posto i “cittadini” e senza dimenticare i “valori europei che devono continuare a progredire” – La lettera è stata criticata perché in un passaggio May scrive: “Non dovessimo raggiungere un accordo, la cooperazione nella lotta al terrorismo sarebbe indebolita”. “Un chiaro ricatto” secondo l’opposizione e i critici inglesi della premier

   In tutto questo si innesta una ferita assai ragguardevole: l’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE ufficializzata il 29 marzo scorso (4 giorni dopo la firma della “dichiarazione di Roma dei 27”) con la lettera che l’ambasciatore a Bruxelles della Gran Bretagna ha consegnato a Donald Tusk, il capo del Consiglio europeo.

   Scenari tutti da immaginare sono quelli di capire cosa accadrà alla Gran Bretagna, ma anche all’Unione Europea, con questa separazione. Pur con tutti i limiti e le ritrosie degli inglesi in questi decenni a dimostrare una vera appartenenza al “progetto europeo”, la Gran Bretagna è sempre stata storicamente legata al mondo europeo, più che mai. E non si capisce come farà adesso con questa nuova visione di se stessa (peraltro imposta da un referendum scellerato: forse nell’istituirlo, e nell’andare a votarlo, poco responsabilmente si sono capite le conseguenze di un allontanamento dall’Europa).

L’EUROPA, COME DESCRITTA IN UNA MAPPA DEL 1638 – DA LIMES: J. Hondius, J. Jansson, Nova Europae Descriptio, Amsterdam, 1638

   Situazione critica della Gran Bretagna ora rappresentata pure da una parte territoriale di se stessa assai importante, la Scozia (che viene da sempre ad avere una cultura e “un’ispirazione” filo-europeista ben diversi dai modi autonomisti propri dell’Inghilterra) che vuole fare un nuovo referendum per staccarsi da Londra.

   Perché insistiamo su questo blog Geograficamente, negli ultimi tre post, su quel che accade ora in Europa? Perché è un tema così fondamentale, sia nella geopolitica globale che in quel che accadrà nella nostra vita quotidiana di sempre, che non possiamo “non esserci”. E non possiamo non mancare a partecipare in qualsiasi modo, pur nei nostri limiti, a chiunque persegua modi di agire (nella cultura, nella politica, nell’economia…) rivolti a un’EUROPEISMO CONVINTO che sempre di più unisca gli Stati del nostro continente in un’entità comune (quel che si dice: gli Stati Uniti d’Europa). (s.m.)

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DOPO BREXIT

L’ITALIA DECISIVA MA BATTA UN COLPO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 31/3/2017

   IL LUNGO addio del Regno Unito alla casa comunitaria, nella quale non era mai davvero entrato, obbliga l’Italia a definire e perseguire la sua idea d’Europa.

   SE NON lo facessimo, come pare probabile, avremmo non solo sciupato un’occasione irripetibile, ma messo a rischio la nostra stessa unità nazionale. Il recesso di Londra dall’Unione europea va letto infatti nel contesto di una dinamica multivettoriale che sta repentinamente alterando lo scenario geopolitico intorno a noi.

   Segnato dal (relativo) disimpegno degli Stati Uniti dal Vecchio Continente, dal ritorno della potenza russa e della questione turca, dalla pressione migratoria che interroga la nostra identità, dagli afflati secessionisti in vari Stati nazionali e dalla disgregazione dell’Unione europea, avviata con la Brexit.

   Troppi e troppo violenti mutamenti per illuderci che ci lascino come siamo. La tentazione di rimuoverli, per dedicarci alle esauste schermaglie del domestico politichese, ci esporrebbe indifesi alla tempesta. Se non sapremo dove andare, saranno altri a mandarci dove interessa loro. O ad abbandonarci alla deriva.

   Nel sisma geopolitico in corso il divorzio inglese (non necessariamente scozzese e nord-irlandese) innalza automaticamente rango e responsabilità dell’Italia. Perché sposta verso sud il baricentro delle istituzioni comunitarie.

   Si consideri solo che nel sistema decisionale europeo, centrato sul voto ponderato in base alla demografia di ciascun Stato membro, i nordici devono rinunciare alla minoranza di blocco di cui hanno finora goduto. Il quadrilatero composto da Germania, Olanda, Austria e Finlandia — perno dell’area d’influenza del fu marco tedesco, che si rappresenta come dominio delle “formiche” minacciato dalle “cicale mediterranee”, campione del libero scambio contro i riflessi protezionistici francesi e meridionali — perde, con il Regno Unito, il pedale del freno. Senza i 62 milioni di britannici, gli Stati dell’Europa mediterranea toccano il 42% della popolazione comunitaria, più di quanto basta per mettersi di traverso.

   Sarebbe peraltro miope cullarsi in questa potenziale facoltà di veto, piuttosto relativa considerando il grado di litigiosità che divide gli euromeridionali. E non parrebbe considerato puntare sul fantomatico “asse latino”, di tanto in tanto evocato da Parigi per bilanciare il peso preponderante di Berlino. L’Italia tornerà a contare in Europa solo quando troverà un compromesso con la Germania. E quindi, inevitabilmente, con la Francia, che da sempre considera l’Europa una necessità per limitare la potenza tedesca e frenarne le velleità di fare da sola. Con l’addio di Londra, Berlino e i suoi satelliti nordici e mitteleuropei hanno perso un alibi per non approfondire l’integrazione e una copertura per imporre i propri interessi.

   A questo si aggiunga che guerre e turbolenze tra Libia e Siria, unite ai sintomi di fragilizzazione della lunga tregua che ha finora sedato le risse balcaniche, obbligano la Germania e i paesi che le fanno corona a occuparsi di Mediterraneo. Perché di qui provengono i flussi migratori che li investono. Sicché l’Italia resta, malgrado tutto, l’ultima barriera fra l’Europa centro-settentrionale e il caos alle sue frontiere meridionali. Sotto questo profilo, siamo per la Germania quel che la Libia di Gheddafi era per noi.

   Non ultimo, è evidente — e i tedeschi ne sono più che consapevoli — che il futuro dell’euro si decide da noi, perché fra gli Stati critici nell’Eurozona l’Italia è l’unico davvero sistemico, non fosse che per volume economico e peso demografico.

   Sommando alla Brexit tali fattori si ricava che, senza aver mosso un dito, Roma si trova a decidere molto del futuro europeo. Berlino e gli altri partner ne tengono conto. Un nuovo processo di integrazione in ambito europeo, che coinvolgerebbe solo una quota minoritaria dei Ventisette, non può prescindere dal triangolo Berlino-Parigi-Roma. In questa geometria noi siamo certo i meno robusti.

   Tuttavia proprio la nostra debolezza, unita alle nostre dimensioni, ci rende potenzialmente decisivi. Solo però se sapremo proporre una definita idea italiana di Europa, al di fuori e al di là degli ormai sterili trattati internazionali che la fondarono, trasformeremo una risorsa virtuale in contributo inestimabile al futuro del Vecchio Continente.

   Possiamo non farlo. Nel quale caso, l’Europa rischierà il definitivo collasso. O si rifarà altrove, senza di noi. Costituendosi in costellazioni affini, tra loro separate. Nascerà così una sub-Europa germanica. Forse con un pezzo d’Italia, quella settentrionale, già largamente integrata nella catena del valore tedesca. Perciò tentata dall’abbandonare il resto della penisola alla deriva mediterranea pur di restare periferia dell’eurofamiglia nordica.

   Se ci siamo, è ora di battere un colpo. (Lucio Caracciolo)

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L’EUROPA ALLA PROVA DEL TRE

di Tito Boeri, da “LA STAMPA” del 29/3/2017

– Le elezioni in Francia, Germania e Italia decisive per l’avvenire dell’Ue. Se vincono i populismi, si blocca il processo di integrazione economica e culturale. E per i giovani aumenta il rischio della disoccupazione –

   Le prossime elezioni politiche in Francia, Germania e Italia segneranno, con ogni probabilità, il futuro non solo dell’euro, ma anche dell’Unione Europea, almeno per come la conosciamo. Tre elezioni con un comune denominatore, la possibile affermazione di partiti «populisti» che offrono ai perdenti un messaggio semplice quanto pericoloso: interrompere il processo di integrazione europea e chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione.

   E’ un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea.

   E’ un messaggio che toglie soprattutto ai giovani la migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre. La mobilità dei giovani è anche un potente fattore di integrazione culturale. Non è un caso che i giovani, la componente più mobile della popolazione, si riconoscano molto di più dei loro genitori nell’identità europea.

   Un’Europa che ripristina rigidi confini nazionali, che erige muri al suo interno, diventa una mera entità geografica, anziché un progetto di integrazione.

Rimuovere le iniquità

Il populismo offre le risposte sbagliate ai problemi da cui trae la propria forza. Di più, induce a pensare che i problemi più spinosi possano essere risolti semplicemente sostituendo i politici corrotti con rappresentanti del popolo, possibilmente che non abbiano alcuna esperienza di governo.

   Il modo migliore di evitare nuove cocenti delusioni a chi ha già pagato uno scotto elevato alla globalizzazione e alla crisi è affrontare i problemi alla radice anziché accettare le libere associazioni della propaganda populista.

   Bisogna rimuovere quelle iniquità che trasmettono all’opinione pubblica l’immagine di una classe dirigente corrotta che pensa solo ai propri interessi. Dimostrare nei fatti che le regole dello Stato sociale si applicano anche a chi ha posizioni di potere.

   Bisogna poi rispondere in modo convincente alla richiesta di protezione, separando i problemi dello Stato sociale da quelli dell’immigrazione. Sono due problemi disgiunti, che vanno affrontati a un differente livello di governo. Il problema dello Stato sociale è un problema che riguarda principalmente le singole giurisdizioni nazionali. Quello dell’immigrazione è un problema che non può che essere affrontato a livello europeo.

   Ci vuole inevitabilmente del tempo affinché le riforme dei sistemi di protezione sociale vengano portate a compimento. Mentre questo lavoro procede, è fondamentale che le esigenze di chi si sente al margine, di chi è più vulnerabile, trovino voce.

   C’è una ragione profonda per cui i populisti odiano i corpi intermedi: sono il miglior antidoto contro il populismo. E’ una questione di fiducia, prima ancora che di rappresentanza. Quando sei debole e insicuro cerchi qualcuno di cui poterti fidare. Se non lo trovi, non ti rimane che scommettere con la forza della disperazione sulle promesse di qualche bravo oratore, pur sapendo che molto probabilmente non verranno mantenute.

   Il sindacato ha oggi grandi responsabilità di fronte all’avanzata del populismo. Che credibilità può avere un sindacato italiano che si oppone all’introduzione di un salario minimo in Italia, nonostante fosse previsto dai decreti attuativi del Jobs Act? Perché non pensa innanzitutto a proteggere i più poveri, selezionando i beneficiari di assistenza in base alla situazione economica e patrimoniale della famiglia nel suo complesso?

Gestione comune

Affinché l’Unione Europea sopravviva come area in cui vige la libera circolazione dei lavoratori, occorre avere una politica dell’immigrazione comune e una gestione comune del problema dei rifugiati, con una profonda revisione della convenzione di Dublino.

   Occorrerebbe, inoltre, un accordo almeno sulla condivisione tra i singoli Stati della prima accoglienza dei rifugiati, una volta che questi siano entrati nell’Unione.

   Forme di compensazione tra Paesi o addirittura un sistema di quote che possano essere oggetto di negoziati bilaterali e di scambi tra i diversi Paesi, servirebbero a rendere sostenibile questa condivisione dei costi iniziali dell’accoglienza.

   Inutile sottolineare che siamo molto lontani dal poter realizzare questo disegno, anche perché i partiti populisti sono al potere in cinque Paesi dell’Unione.

   C’è comunque qualcosa che si può fare sin d’ora e in gran parte per via amministrativa, senza bisogno di nuove leggi, per venire incontro alle preoccupazioni di molti europei, soprattutto quelli meno mobili e più a rischio di perdere il lavoro, preoccupati per il futuro dello Stato sociale.

La mobilità dei lavoratori

Non bisogna negare che l’Unione Europea sin qui non si è mai data strumenti adeguati, per monitorare la mobilità dei lavoratori all’interno delle sue frontiere, non ha ancora costruito un’infrastruttura informatica e amministrativa adeguata per mettere pienamente in pratica i principi sanciti dal Trattato di Roma.

   In particolare, sin qui non c’è stato coordinamento tra le amministrazioni dello Stato sociale nei singoli Paesi per ridurre l’evasione contributiva e per prevenire potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro.

   E’ importante che si avvii un confronto tra le amministrazioni nazionali che gestiscono i programmi di protezione sociale in Europa con l’obiettivo di istituire un codice di protezione sociale che valga per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Ci sono soluzioni tecniche, già studiate all’Inps, tali da minimizzare i problemi di adeguamento delle strutture informatiche nei diversi Paesi. Questo codice unico dovrebbe permettere la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori all’interno dell’Unione, impedendo il welfare shopping. (Tito Boeri)

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LA SCOZIA CHIEDE UN NUOVO REFERENDUM

di Leonardo Maisano, da “il Sole 24ore” del 29/3/2017

   Mentre Londra dà formalmente il via a due anni di trattative con Bruxelles, deve fronteggiare i rinnovati fermenti separatisti scozzesi.

   Secessione britannica dall’Unione europea, secessione scozzese dal Regno Unito. L’immagine, a lungo temuta, di un mondo che esplode non poteva essere più netta, scandita da una sequenza temporale, frutto di conseguenze ben contemplate dalla logica della politica. Ieri (il 28 marzo, ndr) il parlamento di Edimburgo ha votato a favore di nuovo referendum sulla separazione scozzese dal Regno di Elisabetta, oggi (il 29 marzo, ndr) sir Tim Barrow rappresentante permanente di Londra a Bruxelles ha avviato formalmente l’articolo 50 di recesso della Gran Bretagna dai Ventotto.

   (…) La Brexit comincia mentre Edimburgo ritrova la voglia per immaginare una sua “exit” da un Regno ancor più alieno ora che si fa orfano d’Europa. Contrappasso dopo un impennata della storia innescata dal tentativo maldestro di tenere unito un partito – quello Tory – con un referendum divenuto occasione di protesta per tutti: da diseredati senza bandiera, ad anti europeisti a denominazione d’origine.

   E poi via in un rotolare senza fine di occasioni mancate, coincidenze impossibili, circostanze sfortunate fino al documento che sir Tim presenterà oggi a Donald Tusk. Lo accompagneranno virtualmente nel breve tragitto verso i palazzi di Bruxelles i boati dei secessionisti scozzesi.

   Un documento di alcune pagine che ripercorre i 12 punti sollevati dalla signora premier nel gennaio scorso quando diede consistenza a «Brexit significa Brexit», slogan inalberato come un’armatura dietro la quale mascherare un indefinito atteggiamento politico.

   I passaggi più importanti, oltre all’auspicata tutela dei diritti dei cittadini al di qua e al di là della Manica, riguardano la determinazione britannica di lasciare sia il mercato interno sia l’unione doganale. In quell’occasione Theresa May svelò al mondo quanto il mondo sospettava: Londra aveva deciso di sposare la cosiddetta Hard Brexit, addio secco da tutto ciò che è partecipazione a istituzioni comuni.

   Uno strappo attutito appena dalla riaffermata volontà di «non lasciare l’Europa», di sviluppare piena cooperazione su capitoli come sicurezza e difesa. E naturalmente sul fronte commerciale. La partita che va a cominciare da oggi dovrà concludersi entro due anni anche se sulla tempistica già ci sono divergenze: Londra considera 24 mesi di trattativa, Bruxelles sembra incline a sforbiciare 6 mesi per consentire la ratifica degli accordi futuri anglo-europei da parte dei Ventisette.

   I passaggi più delicati riguardano i diritti dei cittadini Ue in Gran Bretagna e dei britannici nella Ue; le intese commerciali future; l’accordo sul conto che Londra deve pagare per sganciarsi dal consesso comune, ovvero quanto dovrà saldare per onorare tutti gli impegni presi nel bilancio in corso d’esercizio.

   Una cifra che l’Ue rivendica subito, facendo sapere che sarà attorno ai 60 miliardi di euro. La Gran Bretagna non intende considerarla né nelle dimensioni immaginate, né nella collocazione presunta, in cima al calendario del negoziato. I punti di tensione non mancano.

   Theresa May è consapevole dei rischi che ha deciso di correre ancor di più ora che il parlamento di Edimburgo ha sciolto le ultime riserve votando (69 sì e 59 no) per un nuovo referendum sulla secessione della Scozia dal Regno Unito (nel 2014 finì 55% a favore dell’unione con Londra e 45% contro). Una mossa rigettata da Downing Street con un comunicato di poche parole. «Non avvieremo trattative con la Scozia – ha detto un portavoce – sarebbe ingiusto chiedere al popolo scozzese di pronunciarsi su un tema cruciale senza conoscere i nostri futuri rapporti con l’Europa…».

   Sarà stato il timore di una disintegrazione in rapida successione (Edimburgo vorrebbe votare prima della fine dei due anni di trattativa), sarà stata un’inattesa ondata di realpolitik, ma all’avvio della Brexit, Londra tende ad abbassare i toni, aprendosi a scenari di crescente consapevolezza.

   I compromessi, sembra sapere, dovranno essere tanti. Non si possono leggere diversamente le parole del ministro per la Brexit David Davis, esplicito nel dire che l’afflusso di lavoratori non calerà immediatamente perché alcune imprese «dipendono dai migranti». O quelle di anonimi, alti funzionari pubblici inequivoci nel dire che chiudere le trattative senza un accordo sarebbe una «rovina».

   Parole che consegnano all’archivio della storia lo slogan di Theresa – «No deal is better than a bad deal» – scagliato con forza sul tavolo delle trattative. Ma quella, già si sapeva, era solo una variante tattica del negoziato che va a cominciare. (Leonardo Maisano)

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LA UE E LA BREXIT: UN VIAGGIO ANCORA SENZA MAPPE

di Francesco Guerrera, da “La Stampa” del 29/3/2017

   (…) Da quando sir Tim Barrow (mercoledì 29 marzo), il barbuto rappresentante del Regno Unito all’Unione Europea ha consegnato una piccola lettera a Donald Tusk, il capo del Consiglio europeo, il Vecchio Continente è entrato ufficialmente nella più grave crisi del dopoguerra.

   La dichiarazione di divorzio del Regno Unito è un evento storico. Nei prossimi due anni di negoziati scopriremo i dettagli di una relazione tutta da inventare tra un Paese che è stato parte integrante dell’Ue suo malgrado e 27 nazioni che della Gran Bretagna hanno bisogno ma non lo vogliono ammettere.

   Una realtà è già chiara. Da quest’evento, in Europa cambia tutto: geopolitica, economia, e società non saranno mai più le stesse sui due lati della Manica.

   Incominciamo dalla Gran Bretagna, visto che il suo elettorato è l’«autore» di questo nuovo capitolo della storia europea. Per il Regno Unito, lasciare l’Europa è un salto nel buio pesto senza rete. L’Ue è partner commerciale di primissimo piano della Gran Bretagna, fonte pressoché infinita di lavoratori e cervelli, e sponda fondamentale nel gioco di fumo e specchi della politica estera internazionale.

   Senza l’Europa, Theresa May e i suoi possono o sperare nell’appoggio degli Stati Uniti di Donald Trump, che però odia la Nato e non ama offrire aiuti gratuiti. O pregare che i molti nemici dell’Occidente – dai terroristi medio-orientali a Putin alla Corea del Nord – non pensino che una Gran Bretagna isolata non sia più tanto Grande e possa essere vulnerabile ad attacchi, pressioni ed intimidazioni.

   La percezione internazionale del Regno Unito – e il potere di May nei negoziati-Ue – dipenderanno dalla salute dell’economia nei prossimi anni. Anche qui le domande sono molte. Finora sta andando tutto bene, con crescita positiva, consumatori in grande spolvero e mercati abbastanza tranquilli. Ma finora non è successo quasi nulla di concreto sul fronte-Brexit.

   Una volta fuori dall’Ue, la Gran Bretagna perde un’enorme vantaggio: la capacità di esportare beni e servizi senza tariffe ad un mercato «interno» di 743 milioni di persone. La May ha promesso una politica industriale che ovvierà alla mancanza del mercato unico, ma non ha spiegato come replicarne i vantaggi, soprattutto perché ci vorranno anni per concludere nuovi trattati commerciali con l’Ue e altri grandi economie.

   Dal punto di vista sociale, che succede alla Gran Bretagna se noi ce ne andiamo? «Noi», in questo caso, siamo i circa tre milioni di idraulici, baristi, banchieri e giornalisti nati in Europa ma trapiantati nel Regno Unito. Il buon senso detta che la «nostra» situazione (e quella del milione e mezzo di britannici che vivono nell’Ue) si risolva presto. Ma ogni giorno che passa erode la nostra voglia di rimanere, il senso di essere i benvenuti in terra straniera.

   Non è un caso che il numero di crimini razziali e religiosi sia aumentato del 40 per cento dopo il referendum su Brexit. L’Ue non esce certo vincitrice da questa saga. Il fallimento delle riforme politiche, lo spettacolo d’indecenza economica di Paesi come la Grecia, e lo spettro agghiacciante dell’immigrazione sono stati cruciali nello spingere i britannici a dire «No» all’Europa.

   Senza il Regno Unito, sarà ancora più difficile creare un blocco politico-economico capace di tenere testa agli Usa e alla Cina. E la stanca risposta provenuta dal summit di Roma del 24-25 marzo scorso – un’Europa «a più velocità» – è demoralizzante, deprimente e disfattista. Il Big Bang di Brexit è l’inizio di una nuova era. Speriamo che il tuono di oggi non sia presagio di tempesta futura. (Francesco Guerrera è condirettore e caporedattore finanziario di Politico Europe a Londra)

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BREXIT, ORA LONDRA È PIÙ LONTANA

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 30/3/2017

– Brexit, ora Londra è più lontana – Avviato il distacco: “I giorni migliori sono davanti a noi” – La Ue: “Ma non è un momento felice” – Parte il negoziato, prime tensioni su sicurezza e terrorismo. Tajani: trattative dure, la City rischia –

LONDRA – «Questo è un momento storico, da cui non si torna indietro», avverte solenne Theresa May. «Questo non è un avvenimento felice, ci mancate già», risponde mestamente Donald Tusk. Non si erano mai molto amate, Gran Bretagna e Unione Europea: ma lasciarsi è lo stesso emozionante, come per ogni matrimonio che finisca con un divorzio. Alle tredici e trenta ora del continente, l’ambasciatore britannico Tim Barrow consegna di persona al presidente del Consiglio europeo Tusk la lettera che attiva l’articolo 50 e mette in moto la secessione del Regno Unito dalla Ue, da completare in due anni a partire da ieri (mercoled’ 29 marzo, ndr).

   Alle dodici e trenta di Londra (e se c’era un giorno per ricordare che sulle due sponde della Manica l’ora è differente è questo) la premier conservatrice si rivolge al Parlamento: «Nel negoziato che sta per cominciare rappresenterò chi ha votato per la Brexit, chi ha votato contro e i milioni di europei che hanno qui la loro nuova casa. È tempo di unirci, rispettando la volontà popolare espressa dal referendum. Sappiamo che ci saranno conseguenze, perderemo influenza sulle leggi che regolano l’economia europea, ma prenderemo le nostre decisioni e avremo le nostre leggi».

   Così, quarantaquattro anni dopo esserci entrata, la Gran Bretagna inizia a uscire dall’Europa unita. «Usciamo dall’Unione Europea ma non dall’Europa», scrive May nella lettera a Tusk. «Vogliamo che la Ue prosperi e vogliamo stabilire con essa un rapporto speciale», aggiunge, evocando quella «relazione speciale» tra Londra e Washington che è stata uno dei fondamenti della diplomazia britannica: una simile amicizia, lascia intendere, deve nascere anche sul versante opposto, con il continente al di là del canale.

   La premier promette di intraprendere le trattative sulla separazione da Bruxelles «in uno spirito costruttivo di cooperazione e rispetto», con l’obiettivo che siano un successo per entrambe le parti. I precedenti toni bellicosi sembrano superati. Ma c’è anche una velata minaccia. «In termini di sicurezza, se non si raggiunge un accordo, la nostra collaborazione nella lotta contro crimine e terrorismo ne risulterebbe indebolita», osserva May, e qualcuno la accusa di ricattare la Ue: se non cedete sul commercio, non avrete più l’aiuto dei nostri 007.

   E comunque i problemi restano. «Il primo ministro parla di rispetto, ebbene rispetti la decisione della Scozia di organizzare un referendum, altrimenti l’indipendenza sarà inevitabile», ammonisce Angus Robertson, leader dei deputati scozzesi al Parlamento di Westminster, alludendo alla richiesta approvata il giorno prima dal Parlamento di Edimburgo.

   Anche il ministro del Tesoro Philip Hammond, capofila dell’ala moderata dei Tories, ha qualche dubbio: «Non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca». Sottinteso: Londra non potrà avere, fuori dalla Ue, gli stessi vantaggi di cui gode nella Ue. Ci saranno prezzi da pagare.

   «Ci rimpiangerete», afferma il presidente della Commissione Europea Juncker. Theresa May promette di risolvere presto una questione: i diritti dei 3 milioni di europei (tra cui mezzo milione di italiani) che vivono in Gran Bretagna, di pari passo con quelli del milione di britannici residenti nei paesi della Ue.

   Ma nelle strade di Londra trapela amarezza. «Ho gioito quando è crollato il muro di Berlino, perché la famiglia europea si riunificava, piango per la Brexit perché la famiglia europea si separa», dice Elga, ricercatrice tedesca. «È una giornata triste per tutti perché con la Brexit perdiamo tutti», afferma Maria, dottoressa italiana.

   Gli europei che sono già qui potranno restare. Altri ancora ne arriveranno: un ministro ultra brexitiano, David Davis, riconosce che la Gran Bretagna continuerà ad avere bisogno di immigrati.

   Ma non sarà più la stessa cosa. L’Europa che si è unita dopo la seconda guerra mondiale ha cominciato a perdere uno dei suoi pilastri. La Gran Bretagna che attraversò la Manica per salvare l’Europa dal nazismo ha iniziato la traversata nella direzione opposta. Dal D-day al B-day. «Ci mancate già», dice il presidente Tusk, «thank you e goodbye». Suona più come un addio che come un arrivederci. (Enrico Franceschini)

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IL SIGNIFICATO DELL’UNITA’ EUROPEA ADESSO, DA QUANTO E’ ACCADUTO A ROMA IL 24-25 MARZO

IL FUTURO È L’UNIONE FEDERALE

di Sergio Fabbrini, da “il Sole 24ore” del 26/3/2017

LA SFIDA POLITICA

   Roma è stata il 24-25 marzo scorso la capitale dell’Europa. Al Campidoglio, dove furono firmati il 25 marzo 1957 i Trattati che hanno dato vita all’Unione Europea, è stata solennemente sottoscritta una Dichiarazione che riafferma l’importanza dell’integrazione europea.

   È difficile non sentirsi grati alla generazione post­bellica di leader politici che decisero di avviare il processo di integrazione come risposta alle rivalità storiche tra Stati nazionali europei.

   La Dichiarazione sottoscritta celebra giustamente la rilevanza storica dei risultati raggiunti: «Abbiamo costruito una comunità di pace, libertà, democrazia, diritti umani e governo della legge, un potere economico senza precedenti e un livello impareggiabile di protezione sociale e welfare».

   Queste cose non sono scese dal cielo, ma sono il risultato di scelte politiche. Disconoscerle, come fanno gli estremisti del nazionalismo che anche in quest’0ccasione hanno manifestato contro l’Ue, è da irresponsabili. Oppure da ignoranti. Caratteristiche che spesso si rafforzano a vicenda.

   Le scelte dei leader post­bellici, infatti, avrebbero potuto essere diverse. Pur all’interno dell’ombrello della Nato, essi avrebbero potuto limitarsi a una cooperazione inter­statale di natura semplicemente diplomatica, come avviene, ad esempio, nel Consiglio d’Europa.

   Un’organizzazione internazionale, quest’ultima, istituita nel 1949 con il Trattato di Londra, costituita oggi di 47 Paesi europei, il cui scopo è formalmente quello di promuovere la democrazia e i diritti umani. Senza sottovalutarne l’importanza simbolica, a nessuno verrebbe oggi in mente di sostenere che è stato grazie a questa organizzazione internazionale che gli europei hanno imparato a non farsi la guerra o a difendere lo stato di diritto.

   I padri fondatori dell’Ue presero invece un’altra strada. Decisero di costruire un sistema di istituzioni sovra­statali e inter­statali al cui interno integrare gli Stati membri. Scelsero cioè di istituzionalizzare la cooperazione tra gli Stati dell’Ue attraverso la nascita di istituzioni indipendenti dagli Stati stessi. Un sistema istituzionale che doveva essere dotato di una sua autonomia costituzionale dagli Stati che l’avevano costituito.

   Se è vero quello che disse il politico (due volte primo ministro) francese ROBERT SCHUMAN nel 1950, cioè che l’Europa non si farà tutta in una volta, è anche vero che i padri fondatori dell’Ue ritenevano che l’Europa non si sarebbe mai fatta senza un adeguato assetto istituzionale che la facesse maturare.

   Tuttavia questo approccio federale, in particolare dopo il voto contrario nel 1954 dell’Assemblea nazionale francese al progetto di Comunità europea della difesa, fu ben presto abbandonato.

   Con i Trattati di Roma si affermò, per necessità, l’idea di una integrazione funzionale. Cioè basata su questa sequenza: identificazione di un problema comune, ricerca di una soluzione comune e quindi individuazione delle istituzioni necessarie per risolvere il problema comune.

   Come si vede, qui non c’è la politica, come ce n’era nell’APPROCCIO FEDERALE. Se nell’approccio federale si partiva dalle istituzioni per creare l’unione, nell’APPROCCIO FUNZIONALE si considera quest’ultima come l’esito della soluzione di problemi concreti di politica pubblica.

   L’APPROCCIO FUNZIONALE, PERÒ, HA FINITO PER MOSTRARE I SUOI LIMITI. I problemi di politica pubblica si possono risolvere quando vi è un consenso di fondo tra gli Stati sul metodo per affrontarli e sulle conseguenze di quel metodo. Ma quel consenso a un certo punto è sparito.

   Perché, con i continui allargamenti, è aumentata la disomogeneità delle prospettive sull’integrazione tra gli Stati che fanno parte dell’Ue. E perché, con l’entrata nell’agenda europea di politiche fortemente distributive (si pensi alla politica migratoria o alla politica di bilancio), ogni Stato ha cercato di tirare la coperta dalla propria parte, mettendo in discussione il progetto comune. Con il risultato che le crisi hanno messo in ginocchio l’Ue, fino al punto di minacciarne la disintegrazione (come è avvenuto con la Brexit dell’anno scorso).

   La Dichiarazione di Roma ora sottoscritta è l’esempio di queste divisioni. Sotto la minaccia della POLONIA (sostenuta dagli altri Paesi dell’Est) di non firmarla, la Dichiarazione afferma che gli Stati «agiranno insieme, a passi e intensità diversi quando necessario, mentre si stanno muovendo nella stessa direzione». Questa FORMULAZIONE è ANCORA PIÙ AMBIGUA DI QUELLA DELL’EUROPA A PIÙ VELOCITÀ suggerita da Angela Merkel poco più di un mese fa.

   Infatti è evidente che la realtà è fatta di Stati che perseguono direzioni diverse. Imporre nella Dichiarazione quella formula, però, aiuta non poco gli oppositori dell’integrazione politica (il Regno Unito ieri, la Polonia oggi), perché fornisce loro un potere di veto sulle scelte degli altri. Quegli oppositori vogliono (legittimamente) preservare le loro sovranità nazionale, ma allo stesso tempo vogliono (illegittimamente) ostacolare la ridefinizione di quelle sovranità da parte di altri Paesi.

   LONDRA HA INSEGNATO LA LEZIONE E VARSAVIA L’HA IMPARATA A MEMORIA (E CON ESSA GRAN PARTE DEI PAESI DELL’EST EUROPEO E DELLA PENISOLA SCANDINAVA). Probabilmente non c’era un’alternativa a quella formulazione.

   Aver portato tutti i 27 leader degli Stati membri a firmare la Dichiarazione di Roma, è sicuramente un successo del governo italiano. Dopo tutto, il fiato dell’Europa è sospeso in attesa di vedere chi salirà al Palais de l’Élysée e chi siederà nella Bundeskanzleramtsgebäude nei prossimi mesi.

   Tuttavia, anche con la vittoria di Macron in Francia e con l’affermazione di un cancelliere europeista in Germania, le divisioni interne all’Ue non spariranno. E soprattutto non sparirà l’inadeguatezza delle sue istituzioni rispetto alle sfide da affrontare.

   Il funzionalismo silenzioso ci ha consentito di andare avanti per molti anni, ma le crisi dell’ultimo decennio hanno mostrato la sua insufficienza. Quelle crisi hanno portato forze politiche e movimenti di opinione a mettere in discussione il progetto stesso di integrazione.

   DI FRONTE A QUESTA SFIDA, OCCORRE ADOTTARE UN APPROCCIO POLITICO, NON GIÀ FUNZIONALE. Occorre dare una giustificazione politica del progetto di Unione, affrontando a viso aperto chi lo contesta. Sono finiti i tempi dell’integrazione “by stealth”, cioè nascosta e invisibile.

   Se l’integrazione europea costituisce la principale divisione nei sistemi politici nazionali, allora i leader europeisti debbono farne la loro bandiera, liberandosi dalla tirannia dei sondaggi di opinione. Ma quale bandiera?

   La bandiera di un’unione federale che gestisca le basilari politiche di interesse comune, lasciando agli Stati membri tutto il resto.

   La stessa Dichiarazione di Roma si conclude elencando le aree di policy su cui è necessario costruire un’unione più stretta nel prossimo decennio. A ben vedere si tratta di aree che sono proprie di un’unione, come l’AREA DELLA SICUREZZA anche esterna, DELLA STABILITÀ MONETARIA inclusiva anche DEL WELFARE e DELLA COESIONE SOCIALE, a cui andrebbe aggiunta l’AREA DELLO SVILUPPO.

   Tuttavia, l’alta politicità di queste aree implica UNA RIDEFINIZIONE DELLE ISTITUZIONI che dovrebbero regolarne l’efficienza e garantirne la legittimità. Non si possono prendere decisioni in questi ambiti, senza che i cittadini abbiano una voce in capitolo.

   Siamo ritornati così alle istituzioni in quanto condizione della federalizzazione, come pensavano DE GASPERI, ADENAUER e SCHUMAN.

   Se utilizziamo la Dichiarazione di Roma per fare un salto politico in avanti, allora occorrerà avere una STRATEGIA PER NEUTRALIZZARE IL POTERE DI VETO DI CHI SI OPPONE.

   Per questo motivo, occorre rafforzare ed estendere il mercato unico, rendendo però possibile che al suo interno emerga UN NUCLEO DI PAESI IMPEGNATO A DARE VITA A UN’UNIONE FEDERALE. Per fare ciò ci vuole un PRELIMINARE ATTO POLITICO che impegni quei Paesi, come fu un atto politico la Conferenza interministeriale di Messina del 1955 che aprì la porta ai Trattati di Roma che abbiamo ora celebrato. (Sergio Fabbrini)

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LA DICHIARAZIONE DEL 25 MARZO 2017

Firmato da tutti i 27 leader dei Paesi che aderiscono all’UE

DOCUMENTO DI ROMA: «UNIONE UNA E INDIVISIBILE»

   “Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.

   L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l’Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un’Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L’Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità. Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente.

   La nostra Unione è indivisa e indivisibile. Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un’Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un’Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.

   In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:

1. UN’EUROPA SICURA: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un’Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.

2. UN’EUROPA PROSPERA E SOSTENIBILE: un’Unione che generi crescita e occupazione; un’Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un’Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell’Unione economica e monetaria; un’Unione in cui le economie convergano; un’Unione in cui l’energia sia sicura e conveniente e l’ambiente pulito e protetto.

3. UN’EUROPA SOCIALE: un’Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l’integrità del mercato interno; un’Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un’Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un’Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà; un’Unione in cui i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un’Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.

4. UN’EUROPA PIÙ FORTE SULLA SCENA MONDIALE: un’Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo; un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un’Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.

   Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell’Europa è nelle nostre mani e che l’Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi. Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell’UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell’Europa.

   Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori. Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune”. (Sabato 25 Marzo 2017)

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DICHIARAZIONE DEL MFE (MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO):

LA MARCIA PER L’EUROPA E LA SVOLTA DI CUI L’EUROPA HA BISOGNO

26/03/2017, http://www.mfe.it/

La giornata di sabato 25 marzo, con la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma e con lo straordinario successo della Marcia per l’Europa, la manifestazione pro-europea che il Movimento Federalista ha organizzato insieme con la nostra organizzazione europea, l’UEF, deve diventare una giornata di svolta per chiunque abbia a cuore il successo del grandioso progetto di unificazione dell’Europa.

   Cittadini, forze politiche e sociali rivolte al futuro e al progresso della nostra società, istituzioni europee e governi nazionali, tutti sono – siamo – chiamati ad imprimere il segno della riscossa e del rilancio europei contro le forze nazionaliste, disfattiste e oscurantiste che vogliono riportare l’odio e la guerra sul nostro continente e distruggere la nostra civiltà pacifica, fondata sulla democrazia, la libertà, la solidarietà.

   Sabato i federalisti, con i cittadini e le forze che hanno avuto il coraggio e la forza di mobilitarsi e di schierarsi con la Marcia per l’Europa, hanno vinto una prima grande scommessa. Una presenza tanto numerosa (almeno 10.000 persone), determinata e unita nei tanti colori che hanno riempito Piazza Bocca della Verità e animato il corteo, da oscurare gli antieuropeisti, sovranisti o StopEuro, che hanno fatto un clamoroso flop con una mobilitazione ben inferiore alle cifre sbandierate.

   Una presenza che ha lasciato stupefatti gli osservatori della stampa e dei media (come dimostrano molti articoli apparsi sui grandi quotidiani europei – anche se nel nostro Paese non tutti hanno voluto rendere giustizia nei loro resoconti a questa grande vittoria dei sostenitori dell’Europa).

   Una presenza infine che ha impressionato anche i politici che sono voluti intervenire per sostenere il messaggio che campeggiava sul nostro palco “For a Federal Europe!”: 30 interventi che hanno visto insieme sindacati, movimenti giovanili, associazioni delle istituzioni locali e rappresentanti di una galassia di organizzazioni pro-europee, insieme agli esponenti del PD, della nascente Forza Europa, a membri del Governo e a quei parlamentari europei di tutti gli schieramenti che, come Gruppo Spinelli, stanno facendo la battaglia federalista all’interno delle istituzioni europee.

   A coronare queste adesioni vanno ricordati l’apprezzamento e l’augurio per il successo della manifestazione da parte del Presidente Mattarella, che ha ricordato ai partecipanti che “il percorso di costruzione dell’Europa unita…..ci chiede…maggiore integrazione e un’accresciuta capacità di esprimerci, anche a livello internazionale, attraverso una sola voce”. Lo stesso Presidente ha ricordato poi ai Capi di Stato e di governo, suoi ospiti al Quirinale, che per l’Europa inizia “una fase costituente”.

   Sotto questo profilo, i Capi di Stato e di governo, riuniti in Campidoglio per rendere omaggio alla firma dei Trattati di Roma e per dimostrare la loro volontà di proseguire sulla via del cammino tracciato dai Padri fondatori, non sono stati altrettanto coraggiosi rispetto al compito che la storia ha loro assegnato. Molti ostacoli hanno frenato lo slancio che per primo il Governo italiano voleva dare alla Dichiarazione e che le aperture della Merkel di alcune settimane fa sulla necessità di realizzare un’Europa a diverse velocità potevano far sperare.

   Hanno frenato sia le diverse concezioni sul concetto di unità europea che spesso contrappongono i Paesi membri, in particolare quelli dell’Europa centro-orientale rispetto ai fondatori e ai partner più legati al progetto politico, sia le prudenze legate alle scadenze elettorali nazionali in Francia e Germania, sia le difficoltà politiche a pensare, prima ancora che a cercare di realizzare, quel concetto dell’Europa “a velocità diverse” che le differenti visioni rendono inevitabili e che, per non risultare divisive, devono accompagnarsi ad un percorso coraggioso di riforma delle istituzioni.

   Un percorso capace di dotare le istituzioni europee degli strumenti politici e fiscali necessari affinché queste ultime possano non solo garantire e rafforzare il mercato unico europeo a 27, ma anche fornire l’Eurozona di un governo sovranazionale, democratico e legittimo di fronte ai cittadini, per sviluppare quelle politiche europee che sono indispensabili per rispondere alle poderose sfide del nostro tempo, che pure la Dichiarazione efficacemente richiama.

   Ciascuno dunque è chiamato a svolgere il proprio compito in questa fase storica cruciale per il futuro della nostra società. I federalisti ieri hanno svolto il loro, insieme a tanti compagni di strada, incluso lo schieramento riunito sotto lo slogan de “La nostra Europa” al Colosseo; compagni di strada che crediamo possano diventare sempre più numerosi. Vogliamo sperare che tra questi compagni ci saranno sempre più anche quei Governi che credono nel grande progetto dell’Europa unita, democratica, federale.

(Verona, 26 marzo 2017)

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ORA LA UE DEVE SBRIGARSI: DIVENTI UNO STATO O TUTTO CROLLA

di Eugenio Scalfari, da “la Repubblica” del 26/3/2017

   Nella mia documentazione dei rapporti tra l’Italia e l’Europa ho trovato due discorsi che Alcide De Gasperi pronunciò. Uno è del 1947 ed era una sorta di resa dei conti d’un Paese sconfitto dalla guerra terminata da due anni.

   Non l’Italia mussoliniana sconfitta, ma quella nata l’8 settembre del ’43, che aveva sostenuto e solidarizzato con la Resistenza, era stata di aiuto alle Armate americane e inglesi che operavano sul nostro territorio liberandolo dal governo fascista e nazista che ancora aveva in mano metà dell’Italia.

   Nel suo discorso del ’47 De Gasperi ricordava queste vicende e i governi antifascisti che si erano succeduti a Roma ed avevano realizzato la Repubblica e la nuova Costituzione repubblicana.

   Sette anni dopo lo stesso De Gasperi pronunciò un discorso molto più attuale del precedente nel quale era contenuto un vero e proprio programma che portasse l’Europa ad uno stadio di Stato federale, ferma restando la propria individualità di ciascuna Nazione. Quel discorso fu pronunciato insieme ad altri due interventi che confermavano lo stesso programma da parte dei due leader di Francia, Schuman, e di Germania, Adenauer. Quella fu la piattaforma dalla quale nacquero i Trattati di Roma che istituirono la Cee (Comunità economica europea).

   Le firme furono poche e alcune semplicemente formali: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo.

   Sei Stati in tutto ma poi gradualmente arrivarono a 28 (oggi diminuiti a 27 per l’uscita dell’Inghilterra che tuttavia sarà probabilmente rimpiazzata dalla Scozia).

   Faccio qui due osservazioni storiche che mi sembrano molto importanti perché contengono una grave contraddizione:

  1. L’Europa è stata il Continente nel quale è nata la civiltà occidentale, poi esportata, dopo la scoperta dell’America nel 1492, in tutto il mondo occidentale: nelle Americhe, da quella del Nord a quella centrale e a quella meridionale; e poi in una parte dell’Africa, in Australia, in Giappone, nelle Filippine, nella Malesia e in parte nell’Indonesia.
  2. All’interno dell’Europa le guerre tra gli Stati membri del Continente hanno infuriato per più di un millennio, prima tra popoli migranti, Goti, Visigoti, Unni, Franchi, Longobardi e infine da Carlo Magno in poi tra singole nazioni e soprattutto tra Francia, Spagna, Inghilterra, Austria, Portogallo, Prussia, Svezia, Russia. Sono sorti imperi contrapposti: quello spagnolo, quello portoghese, quello inglese.

   Alcuni hanno avuto colonie e protettorati in tutto il mondo: così la Spagna in Sud America, così l’Inghilterra in Africa, in Egitto, in Arabia, in Canada, in America del Nord fino alla guerra di Indipendenza, in Australia, in India. E così la Germania che dai tempi di Bismarck dominò una parte dell’Africa centrale ma soprattutto unificò tutta l’Europa del centro e dell’Est ed infine scatenò una catena di guerre soprattutto con la Francia, che sconfisse duramente nel 1870.

   Passata la “belle époque”, sempre la Germania scatenò due guerre mondiali che perse entrambe gravissimamente: quella del 1914 e quella del 1939. Da quella sconfitta totale, durante la quale avvenne la “Shoah”, la spaventosa carneficina di milioni di ebrei, zingari, bambini, una strage storica durante la quale i cristiani arrivarono a dire che Dio non aveva impedito quell’orrore perché, avendolo vaticinato e previsto, si ritirò dietro le nuvole per non vederlo non essendo riuscito ad arginarlo; da quella sconfitta, dicevamo, è nata l’idea di metter fine ad ogni guerra intereuropea e quindi l’idea di costruire un Continente unito e pacificato: l’Europa federata, uno Stato che avrebbe unito quel Continente che ha generato la civiltà occidentale mentre era dilaniato da guerre intestine da oltre un millennio. E di qui nasce il progetto di un’Europa senza più guerre interne e promosso ad uno Stato federato che – qualora si riuscisse ad edificare – sarebbe tra i più ricchi, i più civili ed i più potenti del mondo, ma che procede in questo progetto con estrema lentezza e difficoltà.

   Va infine aggiunto, per quanto ci riguarda come italiani, che nel millennio di guerre che ci sta alle spalle noi siamo stati sempre vittime e mai protagonisti per il semplice fatto che l’Italia non è esistita come Nazione. È rimasta dispensatrice di cultura, di letteratura, di poesia, di musica, di costume, ma priva di personalità politica e soggetta a quelle altrui. Certo siamo stati fin dall’inizio la sede centrale del cristianesimo, del Vaticano, del Papato, insomma del potere religioso, intriso fin dall’inizio d’una versione temporale che lo spinse addirittura a subire e combattere materialmente e spiritualmente guerre guerreggiate. Ma questo è un fatto del tutto particolare anche se di estrema importanza.    Forse sarà un caso che proprio in questi ultimi quattro anni un Papa di origine italiana ma di nazionalità argentina siede a Roma sul seggio di San Pietro e predica pace, misericordia, accoglienza ai poveri e ai derelitti, crede nel dio unico per tutti i viventi, spinge verso la fratellanza con un’attenzione particolare all’Europa, terra che fu religiosamente cristianizzata, quando gli dei olimpici uscirono dalla tradizione greco-romana e l’Europa rimasta per dei secoli priva d’una qualsiasi religione abbracciò quella che era la sola capace di parlare all’anima delle persone ed illuminarle.

   L’altro ieri ho ripubblicato un articolo che avevo scritto nel novembre del 1957, a proposito della Cee, che nelle intenzioni di chi l’aveva fondata avrebbe dovuto essere l’inizio concreto dell’Europa, anzitutto confederata e poi finalmente federata.    Purtroppo le promesse non avevano dato alcun risultato concreto, ma soltanto qualche progresso formale e non sostanziale.

   Sono passati sessant’anni da allora e non si tratta più di prevedere ma di concreta realtà. Tra l’altro si è creata una società globale che con le nuove tecnologie abbraccia il mondo intero: l’Europa deve ormai assumere dimensioni continentali per avere un peso nella globalità e ricavarne i vantaggi non solo tecnologici ma anche economici che quel tipo di società comporta. Purtroppo l’Europa non è riuscita a rendersi conto che questa è la dimensione necessaria non solo per godere della globalità ma per non esserne stritolati per la propria incapacità.

   Sarà forse per questa ragione che i capi degli Stati confederati europei, che sono 27 dopo il Brexit inglese, si sono riuniti ieri a Roma per celebrare e rilanciare quel progetto che ha certamente realizzato avanzamenti notevoli e definitivi ma anche alcuni arretramenti dovuti a cause che qui indico con breve elencazione:

PRIMO: la nascita appunto della società globale che affrontiamo utilmente con la libertà che ci consente nel libero movimento dei capitali, nelle crescenti dislocazioni delle imprese, il libero confronto delle varie monete e la nascita di ceti medi, prima del tutto inesistenti in paesi come la Cina, l’Africa, o la montagna di isole sparse nell’Oceano indiano e nel Pacifico centrale.

SECONDO: la posizione insistente delle migrazioni verso l’Europa, da Est, Sud Est, Sud mediterraneo.

TERZO: la nascita di movimenti e partiti populisti, antieuropei e anti-euro, le cui dimensioni sono favorite dall’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Usa.

QUARTO: la guerra in Siria, la guerra connessa dell’Isis non solo attorno alle sue capitali di Mosul e di Raqqa, ma in tutto il mondo, dagli Usa fino (e soprattutto) nella periferia d’Europa come radicalizzazione e nei centri urbani come risultato.

   Questi malanni hanno avuto in Europa effetti estremamente negativi accrescendo la rivalità tra vari paesi, erigendo confini materiali oltre che politici tra i vari paesi e soprattutto tra quelli che non sono entrati e non fanno parte della moneta comune.

   Per bloccare e possibilmente invertire questa situazione i 27 paesi d’Europa non si sono limitati, come di solito hanno fatto negli anni scorsi, ad una veloce celebrazione con un paio di discorsi commemorativi e una dozzina di strette di mano tra il Campidoglio e il Quirinale. No, questa volta no. Hanno prodotto un documento firmato da tutti i 27 paesi e che contiene affermazioni e impegni di notevole importanza se puntualmente fossero rispettati con la dovuta velocità. Ne cito alcuni.

   «L’Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti. Renderemo l’Unione europea più forte e più resistente, attraverso l’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione.

   Un’Europa sociale, un’Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale nonché la coesione e la convergenza. Un’Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; che promuova la parità di donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti e che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà e dove i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente. Un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni. Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzione, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. L’Europa è il nostro futuro comune».

   Ciò detto, debbo notare con totale soddisfazione che il corteo antieuropeo che doveva svolgersi a Roma nel primo pomeriggio di ieri e contava di radunare circa ventimila persone ne ha radunate molte di meno. Nel frattempo papa Francesco a Milano, in tutti i siti della città, nelle sue periferie e nella messa celebrata nel parco di Monza, è stato festeggiato da centinaia di migliaia di persone. Lo aspettavano nella piazza del Duomo, a San Vittore, erano assiepati nelle strade che percorreva. I milanesi hanno ascoltato e condiviso la predicazione che il Papa ha diffuso in ogni modo: l’accoglienza, la misericordia, l’aiuto ai poveri e agli esclusi, il perdono.

   Francesco è il più moderno, il più rivoluzionario, il più convinto della fede e della sua modernità. Io, non credente, lo ripeto spesso. È anche molto interessato all’unità dell’Europa, la vuole anche lui e lo disse apertamente parlando al Parlamento di Bruxelles. A me nell’ultima telefonata che abbiamo avuto una ventina di giorni fa parlando della celebrazione di oggi sui Trattati di Roma, ha detto: «Sbrigatevi, per l’Europa il tempo stringe». È esattamente così. (Eugenio Scalfari)

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STRETTI FRA PUTIN E TRUMP CONTRO I FANTASMI DELLA STORIA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 26/3/2017

L’ANALISI

   I FIRMATARI del Trattato di Roma, nella primavera del ’57, neanche si immaginavano quel che sarebbe stato il sessantesimo anniversario. Adesso non pochi sono tentati dall’affermare che ricorda una grande speranza delusa. Ma è difficile parlare con obiettività di delusione se non si considerano i propositi iniziali.

   SE SI IGNORANO la realtà di partenza e gli avvenimenti succedutisi nei decenni non si fa un equo bilancio. In Campidoglio si è celebrata una grande impresa contro la quale si infrangono per ora nazionalismi ed egoismi che hanno alimentato conflitti per secoli. I fantasmi riemergono dal fondo della storia.

   L’Unione Europea, come si chiama adesso la Comunità del ’57, appare a molti europei una macchina burocratica colpevole dei tanti mali che li affliggono. La viltà di molti responsabili politici, che scaricano sull’Europa la loro impopolarità, e si guardano bene dal sostenerne il processo di integrazione, contribuisce all’euroscetticismo.

   E questo’ultimo, attraverso il populismo, minaccia una delle più importanti e civili realizzazioni che il nostro continente abbia promosso.    Nel 1951, a Parigi, era stata creata la Ceca, la Comunità del carbone e dell’acciaio, e sei primavere dopo nasceva con la cerimonia in Campidoglio l’assai più ambiziosa CEE, la Comunità Economica Europea. La quale emergeva in un Continente diviso dalla guerra fredda tra comunismo reale e democrazie occidentali.

   La CEE, comprendente sei Paesi, era una realizzazione straordinaria con un futuro tanto esaltante quanto incerto. Comprendeva l’esigua estremità del continente euroasiatico che da Shanghai a Berlino Est era comunista. L’ Europa era civile e vulnerabile come Atene e Sparta l’avrebbe inghiottita, se l’America non l’avesse protetta, dicevano gli osservatori più allarmati. E invece l’economia sociale di mercato, sviluppatasi nell’Unione Europea, ha pesato nella guerra fredda. Come i missili americani vinsero la gara agli armamenti in corso con l’Unione Sovietica, cosi l’economia sociale di mercato europea ebbe un ruolo determinante nel confronto con l’Europa dell’Est. L’ha sostenuto con argomenti validi John Kenneth Galbraith.

   Le fotografie in bianco e nero scattate allora creano l’impressione che sulla cerimonia del ’57 passassero ancora le ombre della seconda guerra mondiale, continuazione poco più di vent’anni dopo del conflitto ’14-’18. È il secolo breve, che va da una guerra all’altra. Bastava gettare un’occhiata alla storia recentissima per vedere nelle contrade europee montagne di morti e di macerie. La ricostruzione stava ormai diventando nei Paesi occidentali un miracolo economico, ma i lampi della violenza non si erano del tutto spenti. La Francia era impegnata nei conflitti della decolonizzazione, in particolare in Algeria, e aveva mandato a Roma soltanto il ministro degli esteri, Christian Pineau, ad affiancare i capi dei governi degli altri cinque Paesi fondatori: il tedesco Adenauer, il belga Spaak, l’olandese Luns, il lussemburghese Bech e l’italiano Segni. Parigi aveva la testa altrove. Sognava ancora l’impero coloniale e la grande nazione. Un anno dopo il generale de Gaulle avrebbe affondato la Quarta Repubblica e fondato la Quinta.

   I firmatari del Trattato di Roma non potevano immaginare, e ancor meno sperare, che la creazione del nuovo club europeo (diventato col tempo Unione Europea) non solo avrebbe contribuito a decenni di pace ma avrebbe anche gettato le basi di un mercato comune e persino di una moneta unica. Che avrebbe assorbito Paesi dell’Europa del Sud appena usciti da lunghe dittature fasciste e Paesi dell’Europa dell’Est spogliati del sistema comunista e lasciati a se stessi dall’implosione dell’Impero sovietico.

    Il Continente comprende quarantotto Paesi e settecentocinquanta milioni di abitanti. Ventotto di quei Paesi (adesso ventisette dopo la Brexit, l’abbandono britannico) con cinquecentodieci milioni di abitanti fanno parte dell’Unione.

   Mentre nella zona euro ci sono diciannove Paesi con trecentoquaranta milioni di abitanti. Sono cifre che ci rammentano come nel 2060 l’Unione Europea rappresenterà soltanto il quattro per cento della popolazione mondiale. Nel 1900 ne rappresentava poco meno del trenta per cento. Il declino potrebbe riguardare non soltanto la demografia.

   Ma l’Unione dovrebbe continuare ad essere nel suo insieme, anche dopo il 2060, una delle principali potenze economiche. Nel documento firmato in Campidoglio si sottolinea la necessità di dinamizzare le sue istituzioni, lasciando intuire che l’immobilismo attuale ne provocherebbe la disgregazione. Crescono i muri e con loro i nazionalismi.

   L’Unione ha superato la fase critica dell’euro e allontanato il rischio di un fallimento greco, ma resta da affrontare l’ondata di profughi, e la crescita dei populismi eurofobi. Il contenimento in Olanda dell’estrema destra di Geert Wilders ha allontanato un pericolo ma tra un mese si voterà in Francia, dove la leader populista Marine Le Pen dovrebbe essere, con Emmanuel Macron, uno dei due candidati che al ballottaggio del 7 maggio si contenderanno la presidenza della Repubblica. Se l’europeista Macron avrà la meglio, la Francia non imiterà la Gran Bretagna indicendo un referendum sull’abbandono dell’Unione Europea.

   In autunno, quando si voterà il Germania, il confronto tra cristianodemocratica Angela Merkel e il socialdemocratico Martin Schulz, comunque si concluda, non dovrebbe porre problemi. Entrambi sono infatti europeisti. Ma se la crisi dell’euro dovesse riaccendersi, la tensione tra il Nord e il Sud dell’Europa potrebbe riprendere e mettere a nudo la difficile convivenza tra chi chiede il rigore, o l’austerità, e chi invoca invece la flessibilità. Nel suo Libro Bianco il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, elenca cinque scenari per i prossimi anni. Il primo fa qualche rattoppo alla situazione attuale: rafforza l’euro, ripristina nei limiti del possibile Schengen, organizza una difesa rispettando le ambizioni nazionali.

    Così l’Unione può sopravvivere nella mediocrità. Il secondo scenario è molto più ambizioso, spinge a un’integrazione impegnativa, ma il progetto a sfondo federalista si scontra inevitabilmente con il populismo. Lo provoca. Gli altri scenari sono vie di mezzo.    Uno punta tutto sul mercato e al diavolo la politica. Significherebbe un ridimensionamento del ruolo dell’Unione europea. Ne accompagnerebbe il declino.

   Oltre alle minacce interne, all’euroscetticismo crescente, ci sono le minacce provenienti dall’esterno. Non ci sono soltanto il conflitto mediorientale e l’ondata di profughi. L’ Unione europea è come presa tra due fuochi.

   Da un lato la Russia di Vladimir Putin, aggressiva in Ucraina e con un ruolo sempre più attivo e riconosciuto in Medio Oriente; e dall’altro Donald Trump che ha trasformato gli Stati Uniti, da sempre alleati, in una potenza scettica nei confronti sia dell’Unione (al punto da non stringere la mano ad Angela Merkel in visita nello Studio Ovale) sia della Nato da cui dipende la difesa europea. Disarticolata dai fermenti nazionalisti e impegnata a contenere i movimenti populisti, l’Europa non ha celebrato il sessantesimo compleanno in un’atmosfera spensierata.

   Arrivata a un’età rispettabile deve costruirsi un futuro. (Bernardo Valli)

………………………

UNA TRAGEDIA POLITICA VISSUTA COME UNA FARSA

di Michele Salvati, da “il Corriere della Sera” del 28/3/2017

– Se le cose non cambieranno, vivremo anni di ingovernabilità che ci esporrà alle speculazioni economiche e ridurrà il nostro peso internazionale –

   (…… )

Si sono appena concluse a Roma le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei trattati istitutivi del Mercato Comune: è stata riaffermata una volontà politica, ma non si sono diradate le nubi che si addensano sul grande sogno europeo. Se solo l’Italia fosse in una situazione diversa, con una democrazia capace di prendere le decisioni necessarie a sostenere un rilancio del più grande progetto politico del dopoguerra, le difficoltà che a questo si frappongono non mi spaventerebbero. Idee ragionevoli, anche se di attuazione non facile (è un eufemismo), sono disponibili, da ultimo quelle sostenute da Fabbrini nel suo libro appena uscito (Sdoppiamento, Laterza). In Francia è possibile che alle presidenziali prevalga Macron e in Germania i due principali contendenti sono entrambi sinceri europeisti: entro la fine dell’anno i due Paesi perno dell’Unione dovranno però affrontare il dossier Italia. Sicuramente le conseguenze non saranno immediate e si attenderà l’esito delle elezioni italiane ed oltre: nel frattempo la Bce rafforzerà le difese contro una possibile crisi italiana e i suoi effetti di contagio. Ma un’Italia in crisi e incapace di decidere avrà intanto perso credibilità per contribuire, alla luce delle sue convinzioni ideali e di una visione dei suoi interessi nazionali, ad una riformulazione del progetto europeo: quali sono le convinzioni e la visione che prevarranno nel caleidoscopio confuso del sistema politico italiano? Un Paese senza un governo stabile, in condizioni di debolezza economica e turbolenza politica, difficilmente potrà avere un ruolo di primo piano nella riformulazione di quel progetto, se mai essa avverrà.

Non pochi commentatori condividono queste preoccupazioni e addirittura si spingono a parlare di «rischio Weimar». No, la democrazia è certamente in crisi e il dissenso e la confusione regnano sovrani. Ma la situazione internazionale è assai diversa da allora e gli obiettivi dei partiti, anche dei più estremi, non sono antidemocratici ma semmai confusi e irrealistici, rimettendo in discussione i valori liberali e le istituzioni della democrazia rappresentativa sui quali si fondano tutti i grandi Paesi europei. Rispetto a Weimar, vale semmai ciò che Marx scrisse nell’Introduzione a Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. E farseschi, non tragici, sono alcuni dei personaggi che la rappresentano sulla scena italiana. Una farsa, però, foriera di pericoli, perché anche la litigiosità esasperata, l’incapacità di riunirsi di fronte ad una emergenza e di decidere, la confusione e la mancanza di realismo possono produrre gravi danni e avere sviluppi incontrollabili.

…………………..

DOPO ROMA L’UE RIPARTE DAI MIGRANTI E DALLA BREXIT

– Gentiloni: ‘Italia ha fatto la sua parte, intesa 27 non banale’ –

Redazione ANSA BRUXELLES http://www.ansa.it/europa/

27 marzo 2017

BRUXELLES – Dopo il successo del vertice che ha celebrato i sessant’anni della firma dei Trattati di Roma riparte il confronto con le tante, difficili sfide esterne e interne – dalla Brexit a Trump, dai migranti alle politiche economiche, dalle elezioni francesi a quelle tedesche – destinate a mettere a dura prova il rinnovato slancio unitario mostrato dai 27 nella suggestiva cornice del Campidoglio. “L’Italia ha fatto la sua parte, decisiva e nella direzione giusta”, ha commentato il premier Paolo Gentiloni osservando che la dichiarazione di Roma “potrà forse essere disattesa”, ma certo è “tutt’altro che banale” ed è stata sottoscritta da tutti i 27, cosa che non fu possibile dieci anni fa a Berlino. Insomma, finalmente “un messaggio di fiducia nel futuro. Merce rara di questi tempi per l’Unione”.

Chiusa questa parentesi, da oggi però si ricomincia. Con due dossier molto delicati e controversi che attendono al varco i partner europei: la gestione dei flussi migratori e la riforma del sistema europeo d’asilo. Temi caldi che potrebbero già segnare la fine della ‘pax romana’. Del resto nessuno, tra quanti seguono e lavorano quotidianamente sui dossier comunitari, ritiene che dopo il summit di sabato scorso i problemi europei saranno risolti con un colpo di bacchetta magica. L’unità mostrata dai 27 resta fragile e sono tante le incognite ancora aperte. A cominciare dalla Brexit.

Mercoledì prossimo la Gran Bretagna ufficializzerà la richiesta di divorzio dall’Unione dando il via a un negoziato che, nonostante gli appelli e gli auspici rilanciati dai leader Ue anche a Roma, non si annuncia né semplice né indolore. Le complesse trattative, avvertono a Bruxelles, rischiano infatti non solo di paralizzare l’operatività europea, ma anche di creare un buco finanziario di decine di miliardi nel bilancio dell’Ue a tutto danno di chi, come l’Italia, già versa più di quanto riceve. Ma anche di chi beneficia di più dei fondi strutturali (come la Polonia) e di chi finora ha ricevuto aiuti grazie, ad esempio, alle politiche di sostegno dell’agricoltura, della ricerca e per la lotta alla disoccupazione giovanile. I delicati equilibri europei, già sottoposti alle pesanti tensioni innescate dai movimenti nazionalisti, populisti e xenofobi che devono la loro forza anche alla contestazione di politiche Ue, in seguito agli effetti della Brexit potrebbero quindi essere ulteriormente destabilizzati.

La Polonia e l’Ungheria non vedono l’ora di avere nuovi argomenti per attaccare Bruxelles che accusa Varsavia e Budapest di violare, con il varo di nuove leggi, i diritti umani dei loro stessi cittadini. Marine Le Pen flirta con Putin imitando Salvini. Il neo presidente Usa Donald Trump non perde occasione per soffiare sul vento del protezionismo e pronosticare la fine dell’Ue. I Paesi dell’Est, oltre a non accettare le loro quote di migranti, non intendono rinunciare al dumping sociale che ha causato molte delocalizzazioni. E anche il confronto-scontro tra chi è in favore di politiche di austerità e chi vuole più flessibilità a sostegno della crescita non si è certo esaurito.

“La nostra Unione è indivisibile”, hanno sancito i 27 nella carta di Roma dopo aver anche indicato che si agirà “congiuntamente, sempre procedendo nella stessa direzione” ma “a ritmi e con intensità diversi, se necessario”. Una necessità su cui in molti sono pronti a scommettere, specie se l’europeista Macron uscirà vincitore dalle presidenziali francesi di fine aprile-inizio maggio. Perché dando per scontato che in Germania in autunno vincerà il fronte europeista (Merkel o Schulz), il motore dell’integrazione europea franco-tedesco si rimetterà in moto insieme ai tre del Benelux (Olanda, Belgio e Lussemburgo). E a quel punto gli altri partner Ue, senza neanche più la sponda del ‘contrappeso’ inglese, dovranno per forza decidere con chi stare e cosa fare.

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