CHE COS’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE? LA PROPOSTA che fanno le monete locali (ad integrazione dell’EURO, moneta europea nostra insostituibile) – MONETA COMPLEMENTARE, virtuale, per dar vita a un’economia locale sennò sospesa e marginale – IL TERRITORIO CHE SI METTE IN GIOCO

I NURAGHI IN SARDEGNA, COME METAFORA DEL SARDEX – Una metafora che li lega alla rete che storicamente si è sviluppata nei circa 7mila nuraghi dell’isola, piccole costruzioni di pietra in grado di relazionarsi idealmente, guardarsi l’uno con l’altro e la cui funzione non è mai stata completamente chiarita (alcune ipotesi li vorrebbero avamposti militari, altre più suggestive pensano ad una funzione astronomico-religiosa). COME PICCOLE MONADI IN UN SISTEMA GRANDE QUANTO L’INTERA COMUNITÀ. Ad ogni modo questa rete ideale, ma anche molto reale di persone e interessi è la stessa che in metafora Sardex rappresenta per i propri circuiti di credito. (da http://blog.startupitalia.eu/77890-20150918-financial-times-sardex )

LA SARDEGNA CONQUISTA VENETO E ITALIA INTERA CON LA SUA MONETA

Marzo 29, 2017 da www.itenovas.com/

Scritto da Maris Matteucci

Il modello Sardex si sta espandendo a macchia d’olio in tutta Italia: il Veneto è l’ultima regione “conquistata”…

   La Sardegna conquista il Veneto (e l’Italia intera) con la sua moneta: sì, perché si sta espandendo a macchia d’olio un nuovo modo di fare impresa, lanciato per la prima volta da Sardex Spa che ha appunto sede nell’isola sarda. Si tratta di un modo di fare impresa innovativo, etico, fondato sui valori della collaborazione, della fiducia e della reciprocità. La moneta Sardex sta guadagnando terreno e a oggi sono oltre novemila le imprese in Italia che hanno scelto di affiancare all’euro un’altra unità di conto (ogni circuito ha la propria), con la quale finanziarsi reciprocamente senza interessi. Ad ogni acquisto il conto dell’acquirente viene addebitato per un ammontare pari al prezzo di vendita del bene/servizio acquistato. Viceversa il conto del fornitore viene accreditato per un pari importo.

Professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, TONINO PERNA è autore del volume “MONETE LOCALI E MONETA GLOBALE. LA RIVOLUZIONE MONETARIA DEL XXI SECOLO” (Altreconomia, 2014), in cui sviscera il mutamento, nei secoli, del significato e delle forme di denaro. Fino alla diffusione, ai giorni nostri, delle MONETE COMPLEMENTARI e al declino del dollaro come moneta globale regolatrice degli scambi sui mercati internazionali

   Un modo per far girare l’economia che dalla Sardegna è stato esportato in tutto il continente. Il modello Sardex nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre nove regioni d’Italia: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Umbria. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il Veneto, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio.

   Venetex, il nome dato a questo nuovo modo di fare impresa in Veneto. E l’idea sembra davvero funzionare ma non potrebbe essere altrimenti visto che tutte le Regioni che si sono affidate al modello Sardex non hanno potuto fare altro che constatare gli effetti positivi della loro scelta sulla economia delle imprese. Nei circuiti Sardex la moneta complementare gira 11 volte contro 1,9 dell’euro, ecco perché in molte regioni il progetto nato sull’isola rappresenta anche una valida alternativa per sopperire alla sempre più frequente mancanza di liquidità.

Sardex_s founders outside their office in Serramanna, Sardinia_ by FINANCIAL TIME – “Il successo di SARDEX, in una regione come la Sardegna che intanto attraversava la sua peggior fase economica, non si deve solo alla geniale intuizione di CINQUE RAGAZZI (nella foto) DI SERRAMANNA, paese nel quale sono cresciuti i FONDATORI DI SARDEX (Gabriele e Giuseppe Littera, Carlo Mancuso, Piero Sanna e Franco Contu), ai loro studi e alla loro capacità. Ma anche al fatto che L’ESPERIMENTO È ARRIVATO NEL PIENO DEL “CREDIT CRUNCH” ITALIANO, in una crisi bancaria che all’epoca era ancora nascosta ai mezzi d’informazione ma bene in vista per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i professionisti. “Prospettare una soluzione locale ma non localistica a una crisi generatasi sui mercati finanziari globali è un atto propriamente politico”, scrivono Amato e Fantacci, economisti della Bocconi in un e-book dedicato alla moneta complementare.(…)” (Roberta Carlini, da INTERNAZIONALE del 22/1/2017)

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PROVIAMO A SPIEGARE SEMPLICEMENTE COS’E’ UNA MONETA COMPLEMENTARE, LOCALE, VIRTUALE

   In una data Comunità territoriale (una regione…. una città…) dei soggetti (persone e imprese) decidono di aderire a un sistema finanziario “limitato”, incominciando a scambiarsi beni o servizi pagando e/o ricevendo come moneta (virtuale) un debito o un credito denominato Sardex (come sta accadendo in Sardegna) o Venetex (come sta accadendo in Veneto), o Tibex nel Lazio, Liberex in Emilia Romagna, etc….. A poco a poco crescono le persone e le imprese in gioco, diventando centinaia, migliaia gli aderenti….

   Ma facciamo un esempio limitato, banale, insufficiente (e di pura teoria, ma per capire come funziona…) a soli 5 soggetti in campo (A, B, C, D, E).

LE PROFESSIONI DI CIASCUN SOGGETTO – Il soggetto A vende computer, il soggetto B fa il muratore, il soggetto C è un alimentarista, il soggetto D è un professore di inglese, il soggetto E è un commercialista.

VENETEX A TREVISO (nella foto FRANCESCO FIORE, padovano ideatore e iniziatore di Venetex – “VENETEX si consolida in Veneto e si presenta anche a Treviso, dove già una quarantina di aziende ha aderito al circuito della moneta complementare, nata per fare rete fra le imprese e rilanciare insieme l’economia del territorio” (da “la Tribuna di Treviso” del 24/3/2017)

  A tutti e 5 “la banca della moneta complementare” assegna (attraverso un BROKER che gestisce e controlla gli scambi) un FIDO di 5mila monete complementari virtuali (il nome è da scegliere…. e il valore della moneta complementare quasi sempre nella loro unità corrisponde a un euro). Non ci sono interessi da pagare e nessun contratto da firmare (è un rapporto fiduciario con il Broker che assegna il fido).

“B” muratore avrebbe bisogno di informatizzarsi comprandosi un computer, ma ha molte altre spese, poco lavoro, ed è interessato solo vagamente, e non spenderebbe mai i soldi che servono se dovesse usare euro; invece, avendo a disposizione questa somma concessa in moneta complementare decide di migliorare la struttura del suo lavoro, “informatizzandosi”: va da “A”, venditore di computer, che gli offre un pc da 2mila crediti “moneta complementare” (e “B” accetta).

   Naturalmente ogni operazione finanziaria è sancita da regolare fattura in cui l’Iva a debito e a credito verso l’Erario dei due soggetti in campo è regolata in euro.

“B” scenderà come saldo a 3mila crediti, “A” sale a 7mila. “A”, il venditore di computer, decide allora di investire qualcosa nella più efficiente tenuta della sua contabilità, e chiede al commercialista “E” di fargli da consulente: il costo annuo del servizio è di 3mila crediti che fa scendere di questa cifra il venditore di pc e salire il commercialista.

   Quest’ultimo, “E”, decide di estendere la propria attività contabile all’estero, e si fa preparare delle schede in inglese al professore di lingue (“D”) e lo coinvolge come traduttore. Costerà al commercialista questa cosa 2mila “monete complementari” a vantaggio del professore di inglese. A sua volta, quest’ultimo, “D”, decide di pagare il consumo alimentare della sua famiglia andando a fare la spesa da “C”, l’alimentarista, che a sua volta dal muratore si fa fare dei lavori…. E così via….. quel che appare è che la MONETA LOCALE non evade il fisco (ogni operazione è con Iva in euro) ma in particolare fa fare delle operazioni a volte considerate marginali che non si farebbero in condizioni “normali” (dovendo spendere “euro”) (a parte la spesa alimentare…) ma che vien più voglia di fare con questo sistema di crediti e debiti in moneta locale…..

Ne guadagnano tutti: l’economia locale, i singoli che impiegano di più le proprie risorse con un’economia personale parallela a quella “normale” in euro, il Fisco stesso con l’Iva negli scambi che aumentano…. Senza infrangere la sovranità dell’euro, ma creando una struttura (una moneta) locale più flessibile.

mappa italiana monete complementari – LE REGIONI DOVE C’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE, a partire dalla SARDEGNA (la prima e la più avanzata) – LA GRANDE FAMIGLIA SARDEX: Sono 11 i network regionali partecipati da Sardex: in PIEMONTE c’è Piemex, in LOMBARDIA Circuitolinx, in VENETO Venetex, in EMILIA-ROMAGNA Liberex, in UMBRIA Umbrex, nelle MARCHE Merchex, in ABRUZZO Abrex, nel LAZIO Tibex, in MOLISE Samex, in CAMPANIA Felix. Tra dipendenti e collaboratori ci lavorano circa 200 PERSONE. Complessivamente, SARDEX COMPRESO, su base nazionale si contano oltre 7.000 AZIENDE/LIBERI PROFESSIONISTI ISCRITTI; 10.000 I CONTI APERTI, anche di dipendenti delle imprese. Si stima che nel 2016 il network dei circuiti di credito commerciale ha sviluppato operazioni di compravendita tra imprese locali per un valore di oltre 100 milioni di euro, di cui 70 in Sardex. Particolarmente SIGNIFICATIVA LA CRESCITA DI LIBEREX (in Emilia Romagna): partito nel 2015 conta già circa 180 aziende e più di 200 dipendenti iscritti, mentre il transato ha superato il milione e mezzo di euro/Liberex. (Silvia Zamboni, da http://www.materiarinnovabile.it/ 15/3/2917)

IN PRINCIPIO FU (E’) SARDEX

   Le monete complementari locali possono così far parte di un processo di un RIEQUILIBRIO NELLE REALTA’ LOCALI, di de-globalizzazione dal basso della finanza (senza rinunciare, ovviamente, a un mondo globale in tutti i suoi aspetti positivi, combattendo quelli negativi); di mantenimento appunto di “economie locali”, comunitarie (si direbbe, com’è di moda “a chilometri zero”). E possono rappresentare, le monete complementari, uno dei fenomeni più interessanti del nostro tempo legato alla richiesta di un’“altraeconomia” ecologica, solidale e capace di rimettere al centro bisogni e diritti delle persone. 

bitcoin – DIFFERENZA FRA BITCOIN (moneta elettronica internazionale) E SARDEX (e le altre forme di moneta complementare) – Il SARDEX è una moneta complementare, una “unità di conto che serve a misurare debiti e crediti”, un sistema totalmente legale, con transazioni tracciabili, che ha creato un business sano per le aziende del suo circuito, oltre che occupazione in Sardegna. Il BITCOIN invece è prima di tutto una tecnologia innovativa a livello mondiale, che costituisce la prima valuta digitale decentralizzata, ovvero priva di intermediari che ne consentano le transazioni. Dubbi e critiche permangono sul bitcoin (è più difficilmente controllabile e in alcuni casi è stato coinvolto in traffici di droga)

   I cittadini, i consumatori e gli amministratori locali che promuovono le monete locali, hanno bisogno di riappropriarsi di una parte di quella sovranità monetaria che è sfuggita loro di mano. La situazione debitoria dei Comuni – ormai estesa al mondo intero – ha portato e porta a una riduzione dei servizi e all’aumento delle imposte locali: anche l’ente pubblico può impiegare (pagare e ricevere) in moneta locale (oltre e ad integrazione del patto di stabilità).

   Pertanto NON È UNA INIZIATIVA CONTRO L’EURO, MA LO INTEGRALo spirito di comunità e l’elemento della fiducia reciproca conta molto, ma comunque viene dopo, di conseguenza alle attività messe in campo. La prima spinta per entrare è quella economica. Nel risolvere la mancanza di denaro quando serve per fare delle attività utili (e il sistema tradizionale non può dare quel denaro), se dapprincipio si risolve un problema di liquidità, poi però intervengono altre motivazioni e accadimenti: si allarga il mercato, si dà opportunità di lavoro che prima erano bloccate, si ritorna a creare rapporti tra persone basati sulla fiducia e la collaborazione lavorativa. Queste sono le motivazioni di chi porta avanti questo progetto di moneta locale. E non possiamo che guardare ad essso (progetto) con interesse, curiosità, e magari, se ci sono le condizioni, provare a parteciparvi. (s.m.)

Un modo per far girare l’economia che dalla SARDEGNA è stato esportato in tutto il continente. Il MODELLO SARDEX nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre dieci regioni d’Italia: PIEMONTE, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, LAZIO, MOLISE, CAMPANIA, UMBRIA. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il VENETO, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio

Leggi quanto abbiamo già scritto in GEOGRAFICAMENTE in un nostro precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/07/19/la-proposta-di-monete-locali-ad-integrazione-delleuro-moneta-europea-nostra-insostituibile-valute-complementari-come-nuovo-valore-ai-luoghi-alle-comunita-moneta-local/

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PERCHE’ HANNO SENSO LE MONETE LOCALI

di Silvia Zamboni, 15/3/2017, da www.materiarinnovabile.it/

– Wir, Ithaca Hour, Campino Real: sono oltre 5.000 le monete alternative che circolano oggi nel mondo. Risorse preziose per le economie locali che permettono di ancorare al territorio la ricchezza prodotta e contrastare la crisi economica. Il caso emblematico del Sardex: dal 2010 140 milioni i crediti oggetto di transazione e 300.000 le operazioni effettuate. –

   Nel mondo – dal Brasile al Giappone, dagli Usa all’Europa – circolano oltre cinquemila monete alternative. Nate per contrastare la crisi economica, complementari alle monete ufficiali, sono la risposta locale, autogestita, ai colli di bottiglia della finanza convenzionale, pubblica e privata. Con il vantaggio di legare al territorio la ricchezza prodotta localmente. Un altro modo, si potrebbe dire, di fare economia circolare: si chiude il cerchio della catena del valore che resta ancorata al luogo di produzione.

   Il caso più conosciuto negli USA è l’ITHACA HOUR,lanciata nel 1991 nella omonima cittadina colpita da una pesante depressione economica dopo la chiusura di una fabbrica. I commercianti, promotori dell’iniziativa, cominciarono a pagare i fornitori con questa banconota pari a 10 dollari (che era il costo orario medio della manodopera). Alla fine degli anni ’90 l’Ithaka Hour era già diffusa presso centinaia di aziende e di consumatori.

   In BRASILE, di fronte alla fortissima svalutazione del real, ai primi anni ’90 il sindaco di Campina do Monte Alegre decise di emettere il CAMPINO REAL che poteva essere speso solo all’interno del territorio comunale e – in effetti – contribuì a rilanciare l’economia locale. Mentre nell’ARGENTINA travolta dal crac delle banche e dalla svalutazione del pesos, nel 2002 circolavano oltre 200 monete complementari che hanno aiutato più di cinque milioni di cittadini a sopravvivere alla crisi.

   Ma è il WIR (in tedesco significa noi), il circuito nato nel 1934 in SVIZZERA a opera di 16 soci in risposta alla crisi del ’29, a rappresentare l’esperienza di moneta locale più longeva. Il Wir non è né acquistabile né convertibile in franchi svizzeri, non viene neppure stampato. È piuttosto un’unità di misura che regola i crediti che vengono concessi alle aziende, e gli acquisti e le vendite di beni e servizi tra le oltre 45.000 Pmi che aderiscono al circuito. Nel 2015 il valore delle transazioni ha superato il miliardo e mezzo di franchi svizzeri.

   Volker Strohm, responsabile comunicazione di Wir ci spiega le ragioni del successo: “Siamo un player di livello nazionale. E il principio su cui si fonda questa esperienza, ossia che il denaro e la ricchezza prodotta localmente devono restare nel territorio soprattutto a beneficio delle Pmi, è ancora attuale. Tanto più oggi quando sono maggiori i flussi di denaro verso l’estero e la crisi finanziaria ha sottratto risorse per gli investimenti”.

   Dal 2000 Wir-moneta complementare è diventato anche una banca cooperativa a tutti gli effetti che opera con i franchi svizzeri, “una decisione scaturita per soddisfare l’esigenza di alcune aziende socie di usufruire di prestiti in franchi per investimenti da effettuare sul mercato convenzionale”, precisa Strohm. Un passo che ha quindi permesso di unificare sotto lo stesso “tetto” i due canali finanziari: quello in Wir e quello in franchi. “In prospettiva, per quanto riguarda il ruolo delle monete complementari – conclude Strohm – direi che si sta andando in due direzioni: da un lato c’è il BITCOIN (moneta elettronica internazionale, ndr), una realtà in espansione che a mio parere presenta però dei rischi; dall’altro abbiamo le monete complementari legate allo sviluppo del tessuto produttivo locale. Entrambi ci dicono che è in corso un processo di ripensamento del denaro classico”.

   In questo contesto così in fermento, è UNA INIZIATIVA ITALIANA a tenere banco sulle pagine di quotidiani come il Financial Times e a essere studiata alla blasonata London School of Economics e guardata con interesse persino dall’Onu: è il SARDEX.

   All’interno di questo circuito di credito commerciale Made in Sardegna da sei anni si vendono e si comprano beni e servizi di ogni genere pagando con crediti in Sardex (per convenzione un Sardex vale un euro). “Prima di comprare qualsiasi cosa penso a come posso spendere i miei crediti dentro il circuito”, racconta sul blog di Sardex.net Manuela Statzu, libera professionista nel settore dell’edilizia con una propensione per la bioedilizia.

   E così, dall’affitto di casa, all’arredamento, alla spesa in un negozio specializzato in alimenti biologici, all’abbigliamento, alla lingerie, al centro estetico, al cibo per i gatti, alle vacanze, alle ceste natalizie per i clienti, ai convegni e pranzi aziendali compra tutto all’interno del circuito e paga con i crediti che incassa vendendo i propri servizi ad altri soci del network. “A parte la benzina, ormai l’euro non lo utilizzo quasi più”, conclude.

   All’origine del Sardex ci sono l’IDEA DI BANCA POPOLARE di Pierre-Joseph Proudhon, l’esperienza del Wir, ma soprattutto la PROPOSAL FOR AN INTERNATIONAL CLEARING UNION formulata a BRETTON WOODS, senza successo, da JOHN MAYNARD KEYNES.

   Ce lo racconta Carlo Mancosu, uno dei cinque giovani e intraprendenti fondatori di questa innovativa esperienza di economia alternativa, che a giugno 2016 contava già oltre 3.500 iscritti tra liberi professionisti, ditte individuali, Pmi e grandi aziende (per esempio Tiscali) e associazioni del terzo settore.

   Dal 2010, anno di avvio, i crediti in Sardex oggetto di transazione sono stati pari a 140 milioni (+1.059% nel 2015 rispetto al 2012), per 300.000 operazioni effettuate. Un boom che si è esteso a macchia d’olio nel nostro paese con la nascita di UNDICI CIRCUITI REGIONALI AGGANCIATI AL SARDEX.

   “Keynes ha evidenziato che trattando in maniera simmetrica debitore e creditore si crea una spinta convergente, equilibratrice, verso lo zero”, spiega Mancosu. “Abbiamo applicato questo concetto all’interno del circuito innanzi tutto eliminando gli interessi attivi e passivi. E con il Sardex abbiamo dato vita a un circuito di mutuo credito come antidoto al credit crunch, particolarmente pesante per le Pmi.”

   In pratica, il sistema consente di acquistare in Sardex (eventualmente sulla base di UN FIDO INIZIALE a zero interessi) ciò di cui si ha bisogno, offrendo in cambio sul circuito i propri beni e servizi. In tal modo la rete si configura come UN MERCATO AGGIUNTIVO A QUELLO TRADIZIONALE, un’opportunità in più di ampliare il proprio portafoglio clienti. E grazie ai legami fiduciari instaurati, la comunità si percepisce come tale e àncora al territorio la ricchezza economica prodotta in loco che diventa anche ricchezza sociale.

   “Con il sistema Sardex tutto è tracciato, tutto fatturato: dal punto di vista della legalità e della fiscalità questa moneta complementare è al di sopra di ogni sospetto di evasione e di contraffazione”, puntualizza Mancosu. Il fatto che il valore dei crediti si “monetizzi” nel momento in cui si usano per acquistare merci e servizi spinge chi li detiene a spenderli il prima possibile: lo conferma la velocità di circolazione del Sardex che è 12,34 contro 1,5 dell’euro.

   PIÙ CHE UNA MONETA in senso stretto, IL SARDEX FUNGE DA UNITÀ DI CONTO per misurare le transazioni all’interno del circuito di credito commerciale. Non a caso, al pari del Wir, non si stampa, non è acquistabile con una somma corrispondente di euro, né è convertibile (il che lo protegge dalla speculazione); a differenza di monete locali complementari come il Bristol Pound, adottato nell’omonima città britannica, o il Brixton Pound, che sulle banconote porta impresso il volto del trasgressivo David Bowie e circola nel quartiere di Londra.

   Intorno a queste monete inglesi, che si acquistano in luoghi deputati in cambio di sterline, si è sviluppata una rete di esercizi commerciali dove i consumatori fanno i loro acquisti. In questo modo il controvalore corrispondente ai volumi di acquisti effettuati resta sul territorio.

   Tornando al Sardex, per entrare nel circuito occorre superare un’attenta selezione finalizzata ad accettare i soggetti che abbiano spazi di mercato nella rete, sia per l’acquisto di beni e servizi utili, sia per la vendita dei propri prodotti. Quindi il circuito cresce sulla base delle necessità interne di sviluppo e i soggetti sono ammessi a farne parte in rapporto al prevedibile flusso di domanda e offerta da cui possano trarre beneficio nel far parte della comunità.

   In altre parole, SI VUOLE EVITARE DI RIPRODURRE LE STORTURE DEL MERCATO CONVENZIONALE con un surplus della medesima offerta che farebbe esplodere la concorrenza interna. Oggi un migliaio di aziende sono in stand-by in attesa di stringere il patto con Sardex.

   E i costi di gestione – solo in Sardegna la struttura dà lavoro a 80 persone – come vengono coperti? “Ai soci è richiesta una quota di iscrizione una tantum, più il pagamento di un canone annuale proporzionale alla loro ‘stazza’ economica: si va dai 100 euro di iscrizione più altrettanti di abbonamento annuale, ai 1.000 euro d’ingresso più 2.500 annui per le aziende più robuste”, risponde Mancosu.

   Allo studio ci sono l’estensione della rete ai singoli consumatori finali con l’area B2C e anche l’ipotesi di quotarsi in Borsa. Con un occhio all’estero, aggiunge Mancosu: “Abbiamo ricevuto richieste da tutto il mondo, dal Sud America al Nord America, dall’Africa all’Europa, ed è probabile che l’avventura fuori dall’Italia cominci proprio dal Vecchio Continente, di cui si conoscono le normative in vigore”.

   Quanto poi ai circuiti locali, “devono sviluppare i mercati regionali di riferimento nella logica di evitare di far girare da un capo all’altro del paese, per esempio, bottiglie di acqua minerale”. In effetti non c’è bisogno di elaborati studi sulla carbon footprint del circuito per concludere che funziona anche in termini di sostenibilità ambientale, in quanto il trasporto delle merci si mantiene entro i confini regionali diminuendo così i chilometri percorsi eventualmente su gomma.

   Chi l’avrebbe detto che, dopo il fallimento a Bretton Woods, Keynes sarebbe ripartito dalla Sardegna. (Silvia Zamboni)

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Vedi (per saperne di più): 

Liberex, www.circuitoliberex.net

Sardex www.sardex.net

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LA MONETA COMPLEMENTARE E L’UTILIZZO PUBBLICO

IL DENARO VIRTUALE PER AGGIRARE MAASTRICHT

di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 29/3/2017

   (…..) La moneta complementare ha illustri precedenti ( dalla Am-Lira voluta dagli Alleati nel 1943 fino alla dracma-bis sognata da Yannis Varoufakis in Grecia ) e una schiera di fan più eterogenea di quanto si immagini. (…) Il perché dell’interesse trasversale è chiaro: nella Babele dei vice-euro spuntati come funghi in Europa, moneta fiscale e C. – ammesso e non concesso che superino i dubbi di Ue e Bce – sono quelli che hanno più futuro potenziale. Il funzionamento è semplice: lo Stato paga quote di opere pubbliche aggiuntive e sussidi al lavoro non in contanti ma con un buono che dà diritto a un credito fiscale.

   Questo denaro virtuale – roba da Monopoli, dicono i detrattori – non entra nei calcoli del debito pubblico e potrebbe essere usata per pagamenti tra aziende, per abbassare il conto del 740 o pagare multe e conti con l’erario.

   Obiettivo: dare un elettrochoc all’economia senza infrangere i paletti di Maastricht. L’emissione di 40 miliardi di “titoli di sconto fiscale a termine” l’anno – calcola uno studio del 2015 di Antonio Guglielmi, responsabile azionario di Medio-banca – raddoppierebbe il Pil generando in un biennio – grazie all’extra-gettito – le risorse per ripagarsi. E producendo pure un utile netto per il paese.

   Fantafinanza? A Bruxelles dicono di si. L’Eurolira – assicurano – è una nuova versione della vecchia cosmesi di bilancio all’italiana. Una moneta “zombie” nata morta per l’impossibilità di passare l’esame della Ue, dove i falchi del rigore la considerano debito mascherato.

   La casistica delle divise virtuali nell’era dell’euro è del resto impietosa: vivono (e magari prosperano ) se mantengono dimensioni iper-locali. Spariscono se hanno ambizioni eccessive.

   La vittima più illustre è la dracma-bis studiata da Varoufakis nei giorni caldissimi del referendum sull’austerity ad Atene. Una moneta destinata a nascere in uno scenario hollywoodiano con tanto di assalto alla zecca per sequestrare l’oro necessario a garantire i pagamenti di pensioni e stipendi pubblici con la nuova divisa. Piano archiviato quando il premier Alexis Tsipras ha firmato la resa alla Troika per restare nell’euro.

   Le valute alternative che volano più basso godono invece ottima salute. La più vecchia è il CHIEMGAUER, nato per gioco in Baviera e accettato oggi in migliaia di negozi, con tanto di banca centrale e banconote da 1 a 20. La divisa teutonica si svaluta ogni tre mesi per incentivarne la circolazione. Si usa per pagare dentista, pane o meccanico. E se si vuole ritrasformare in euro si paga una commissione del 5%, girata per il 3% a realtà no-profit. La sua caratteristica è che cambia mano 2,5 volte più rapidamente dell’euro. Segno che l’obiettivo di muovere liquidità e stimolare consumi è centrato.

   Una moneta propria l’hanno Nantes (il BONÙS) e Bristol dove il sindaco prende lo stipendio in POUND locali.

   In Spagna ce ne sono 14 – alcune finanziate proprio dalla Ue – con un milione di utenti. In Italia circolano già due divise alternative di gran successo. Il SARDEX (tra i soci ci sono Banca Sella e una realtà pubblica come Invitalia) che nel 2015 ha già superato i 50 milioni di euro di transazioni filiando doni in tutta Italia e lo SCEC, valuta “solidale” ed esentasse usata da 19mila persone e accettata da 4mila imprese ed esercizi commerciali e accettata da un Municipio di Roma. (…) (Ettore Livini)

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“DOBBIAMO RIAPPROPRIARCI DELLA SOVRANITÀ MONETARIA”

Intervista a Tonino Perna, docente di Sociologia economica all’Università di Messina

a cura di Silvia Zamboni, (da www.materiarinnovabile.it/), 15/3/2017

– Professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, Tonino Perna è autore del volume “Monete locali e moneta globale. La rivoluzione monetaria del XXI secolo” (Altreconomia, 2014), in cui sviscera il mutamento, nei secoli, del significato e delle forme di denaro. Fino alla diffusione, ai giorni nostri, delle monete complementari e al declino del dollaro come moneta globale regolatrice degli scambi sui mercati internazionali.-

Lei scrive che insieme ai Gas (Gruppi di acquisto solidali) e ai mercati a km0, le monete complementari locali fanno parte di un processo di de-globalizzazione dal basso della finanza e che rappresentano uno dei fenomeni più interessanti del nostro tempo legato alla richiesta di un’“altraeconomia” ecologica, solidale e capace di rimettere al centro bisogni e diritti delle persone. 

“I cittadini, i consumatori e gli amministratori locali che promuovono le monete locali hanno bisogno di riappropriarsi di una parte di quella sovranità monetaria che è sfuggita loro di mano. La situazione debitoria dei Comuni – ormai estesa al mondo intero – ha portato e porta a una riduzione dei servizi e all’aumento delle imposte locali. Prendiamo, per esempio, il Comune di Roma che ha un debito di circa 12 miliardi di euro che va a sommarsi a tutti gli altri problemi: dal verde, alla raccolta dei rifiuti, alla sterminata manutenzione di tutto patrimonio pubblico. Bene, se potesse disporre di una quota di denaro locale complementare per tenere in vita l’economia del territorio e fare fronte a tutte queste esigenze, sarebbe un buona cosa. Del resto non c’è niente da inventare: prima dell’avvento della Zecca, i comuni italiani potevano battere moneta locale per i loro traffici economici sul territorio, mentre per il resto delle attività economiche c’era la moneta nazionale.”

Tra le tipologie di monete complementari ci sono i Local Exchange Trading System. Sono associabili alle banche del tempo?

“Sì, sono più o meno la stessa cosa: si tratta di scambiare servizi, prestazioni o beni, come capi di abbigliamento usati, che non si utilizzano più. Un ritorno, in forma moderna, all’idea del baratto con il vantaggio di creare una rete solidale. Le tecnologie digitali ne hanno permesso il rilancio. Ma non è un’opzione risolutiva, in quanto coinvolge solo i ceti medi e gli scambi sono limitati.”

Come valuta i circuiti di credito commerciale locali, come il Wir e il Sardex?

“I vantaggi sono evidenti: per prima cosa offrono la possibilità di accedere al credito. Per esempio in Sardex, vista l’impossibilità per alcune aziende di ottenere prestiti dalle banche, non è previsto il pagamento di interessi, né di costi di intermediazione bancaria. E, infine, creano un clima di fiducia, che è il collante fondamentale alla base del funzionamento di questi circuiti: si stabilisce una rete fiduciaria tra imprenditori e tra consumatori e imprenditori, nella quale il denaro diventa un intermediario, uno strumento che serve per gli scambi, che non è accumulabile e deve essere speso all’interno della comunità. Al contrario, quando il denaro è un fine in sé diventa uno strumento di potere, come si è visto.”

Come considera le monete locali che circolano nelle tasche dei consumatori, come il Bristol Pound?

“Sono esperienze importanti. Anche in Calabria ci sono sei comuni che stampano moneta complementare: la più famosa è il RIACE, introdotta nel comune omonimo di 1.700 abitanti dal sindaco Domenico Lucano (inserito dalla rivista Fortune, unico italiano, tra i 50 leader più influenti al mondo, nda). Di fronte allo sbarco di oltre 400 profughi e alla necessità di coprire nell’immediato i loro costi di vitto, alloggio e assistenza dal momento che i contributi pubblici arrivano con grande ritardo, il sindaco si è inventato il Riace da distribuire agli immigrati, che così possono spenderlo per le loro necessità nei negozi del paese. Una soluzione da cui hanno tratto beneficio sia il commercio e l’artigianato locali, sia il processo di integrazione dei profughi nell’economia e nel tessuto sociale locale. Peccato che la Banca d’Italia, avendo perso con la nascita dell’euro la sua funzione storica – e qui sta il paradosso – invece di occuparsi a dovere del controllo degli istituti bancari, intenda impedire che si stampi questa moneta. Che altro non è, come insegnano i classici dell’economia mondiale, che una promessa di pagamento, una sorta di voucher, che non sostituisce in toto l’euro, di cui l’immigrato avrà comunque bisogno per comprare, per esempio, una scheda telefonica.” 

Condivide i giudizi negativi che circolano sul bitcoin?

“Il bitcoin è ‘chiacchierato’ perché in alcuni casi è stato coinvolto in traffici di droga. Essendo una moneta virtuale internazionale non ha però nulla a che fare con le monete complementari locali. Per impiegarlo occorre far parte della società che lo gestisce. Ha avuto un grande successo iniziale, ma il suo valore subisce forti oscillazioni e a mio parere ha molto a che fare con la speculazione.”

Lei scrive che il dollaro, soprattutto sotto la spinta dei Brics, perderà la sua funzione di moneta globale di riferimento per gli scambi internazionali. E nel futuro delle monete complementari locali cosa vede?

“Se non cambiano le politiche di austerity, se non si allenta la stretta sui bilanci comunali che hanno subìto pesantemente la crisi in atto, a prevalere sarà la necessità piuttosto che il desiderio di tentare strade diverse: se in Inghilterra lo fanno città abbastanza ricche, come Bristol, vuol dire che anche lì i comuni stanno soffrendo la crisi fiscale. Per questo credo che ci sarà un’ulteriore espansione delle monete locali, che potrebbe avvenire, come già accade in alcune città brasiliane, per esempio agganciandole alla tutela dell’ambiente locale. Resteranno comunque complementari: il loro ruolo è di riequilibrare il mercato, favorire la distribuzione del reddito, la tutela dell’ambiente, il rapporto tra città-campagna e tra zone interne e zone costiere, non di sostituire in toto le monete ufficiali. In questo senso sono parte di un percorso in cui le persone si riappropriano dello strumento-denaro. È difficile prevedere quanto questo fenomeno possa diffondersi nel mondo. Resta la realtà tangibile delle sperimentazioni in corso, e che alcune hanno alle spalle decenni di attività, come nel caso del Wir. Penso in particolare che abbiano un futuro le esperienze che vedranno impegnati in prima linea gli amministratori locali: tra i casi più recenti quello della sindaca di Barcellona Ada Colau che ha lanciato il progetto di moneta locale denominata VIRTULA. E in Italia è incredibile il numero di sindaci che in questi anni mi hanno telefonato perché vogliono tentare questa strada. Anche se poi, al momento di partire, si spaventano: perché rispetto al denaro vige una sorta di tabù, un rifiuto a interessarsi anche degli aspetti più facili della finanza. E verso le banche si manifesta una sudditanza psicologica, specie quando si intende chiedere un prestito. Dimenticando che, invece, le banche vivono in quanto prestano soldi.” (intervista a cura di Silvia Zamboni)

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DUE PAROLE SU SARDEX

di Laura Sartori e Paolo Dini, 7/6/2016, da http://www.rivistailmulino.it/

(….) Si nota un grande confusione su questo tema (delle MONETE COMPLEMENTARI, ndr). Innanzitutto, una cosa è parlare di moneta complementare rispetto a quella alternativa o virtuale; un’altra è equipararla al baratto e identificarla con un modello di economia semplice, un po’ naif, fuori dai parametri dell’economia di mercato.

   Raggi, sindaca di Roma, ha affermato di essere allo studio del modello Sardex, moneta complementare operante in Sardegna dal 2009, alla quale si ispira anche Tibex, attivo sul territorio laziale. Si tratta chiaramente di una proposta perfettibile che dovrà affrontare non pochi nodi importanti; ma non di un’idea campata in aria.

   Stiamo parlando di un circuito di mutuo credito pensato principalmente per le piccole e medie imprese che comprano beni e servizi all’interno del network di affiliati in un territorio definito. Sardex è la moneta utilizzata per queste compravendite ed è fissata in parità con l’euro, anche se con esso non è scambiabile (cosa strutturalmente importante per evitare speculazione).

   Uno degli aspetti più interessanti di “design” di questa moneta è l’assenza di tasso di interesse, il cui effetto principale si riscontra in una maggiore velocità di circolazione rispetto all’euro. Questo tipo di moneta non è ottimizzato per la crescita; ma nemmeno per la decrescita, dal momento che intende sostenere il mercato (locale) di prodotti e servizi.

   Così, si tende non ad accumulare Sardex, quanto piuttosto a spenderli, il che aiuta l’economia locale. I titolari delle imprese e delle ditte aderenti al circuito possono comprare beni e servizi utili alla propria attività, oppure per bisogni personali.

   Non si tratta quindi di baratto, perché il valore delle merci scambiate non si definisce di volta in volta e perché si tratta di uno scambio multilaterale tra più soggetti. Non si tratta neanche di un’economia ingenua o buonista, perché uno dei motivi di adesione delle aziende è quello di acquisire nuovi clienti e aumentare al liquidità per poter transare e rimanere sul mercato in tempi di crisi. E il profitto rimane; quello che manca, volutamente, è la finanzializzazione, proprio perché la crescita non è il primo obbiettivo.

   La trasparenza del sistema di pagamento permette di tracciare ogni transazione e di pagare le tasse (questa volta in euro) con l’effetto di costruire e rinsaldare la fiducia nella comunità – radicata a livello territoriale e identitario – che il circuito rappresenta.

   La fiducia è, infatti, il collante che rende sostenibile ed efficiente il circuito di mutuo credito, aggiungendo valore sociale a quello economico. Alcuni risultati si ravvedono nel dinamismo dell’economia locale, nella crescita costante del numero degli aderenti e della loro soddisfazione personale. In poche parole, c’è complementarietà tra Sardex e sistema economico vigente, non c’è sostituzione né ritorno a un’economia di “sesterzi”.

   Prospettive molto promettenti su cui tornare riguardano poi la partecipazione al circuito di enti locali o dei dipendenti delle imprese del circuito. Nel primo caso, si stanno sperimentando percorsi per accorciare i tempi di pagamenti della pubblica amministrazione verso i creditori che accetterebbero parte del pagamento in sardex. Nel secondo caso, ci sono già accordi tra impresa e lavoratori che accettano una quota del loro salario in sardex per evitare, ad esempio, licenziamenti. (Laura Sartori e Paolo Dini)

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TIBEX, SARDEX E LE ALTRE MONETE ALTERNATIVE CHE HANNO SEMPRE PIÙ SUCCESSO IN ITALIA

di Roberta Carlini, da INTERNAZIONALE del 22/1/2017

   Un ristoratore siciliano a Roma, un imprenditore che fa sistemi antincendio, una consulente d’azienda, un pasticciere, uno che fa formazione professionale, una giovane pubblicitaria, un ottico… metti una sera a cena con un gruppo di persone che mai avrebbero pensato di trovarsi insieme, per piacere o per affari. E che adesso hanno in comune una moneta che non c’è: a Roma si chiama tibex, e cerca di emulare le gesta del più famoso sardex, l’enfant prodige delle monete complementari.

   Cresciuto a ritmi mirabolanti negli anni in cui tutto scendeva, nel mondo e soprattutto nella Sardegna deindustrializzata. Entrato anche in qualche comune e nei bilanci di gruppi importanti, e negli appunti degli studenti di economia politica dei nuovi media alla London school of economics. Oggetto del desiderio dei no euro, del dileggio di chi ci vede una nostalgia del baratto, dell’interesse (finora solo dichiarato) di qualche amministratore grillino, il sardex e tutto il mondo delle monete complementari sono quasi sempre considerati come una curiosità o un’utopia; raramente come una realtà economica, piccola e locale ma in crescita.

Lo sbarco a Roma

Di sistemi antincendio capita di installarne uno all’anno, massimo due. Ma la manutenzione è continua, le regole da rispettare tante e dunque il lavoro non dovrebbe mancare. Questo si sono detti i fratelli Cecchini, imprenditori nel settore. Vivono a Civita Castellana, il loro lavoro gravita su Roma e tutta la provincia. Alla cena dei soci Tibex, David Cecchini ha un sorriso che prende tutta la faccia, e non solo per la qualità dell’amatriciana.

   “Da quando lavoriamo col tibex abbiamo svoltato. Il problema non era il lavoro, ma i pagamenti, la continuità, e la liquidità”. Il tibex è la moneta complementare nata nel Lazio da due anni. Ha le stesse caratteristiche del sardex e di tutto il circuito di credito commerciale che piano piano si sta allargando in Italia, prendendo un nome diverso in ogni regione: una moneta virtuale, cioè che non esiste come carta ma come unità di conto e pagamento su una piattaforma digitale; vale un euro, ma non si può cambiare con l’euro; serve per comprare e vendere all’interno del circuito; non dà interessi; e non si accumula: va spesa, in un arco di tempo concordato.

   “È un circuito di mutuo credito, non un baratto”, hanno scritto sulla rivista online del Mulino Laura Sartori e Paolo Dini, in seguito all’improvvisa fiammata di attenzione (e polemiche) sollevata dall’annuncio di Virginia Raggi, in seguito alla sua vittoria a Roma, di stare “studiando” le monete complementari.

   Dopo sei mesi e un primo contatto, ai vertici dell’azienda tibex.net non è pervenuta alcuna proposta o invito dal comune di Roma. Però intanto il circuito è cresciuto: nel 2016 è arrivato a far girare 2,1 milioni di tibex, erano stati 1,2 milioni nel 2015. E nell’ultimo anno tra i circa 300 soci sono state transate in tibex più di 1.500 operazioni. Al confronto, il “vecchio” sardex (anno di nascita 2009) è un gigante: 140 milioni transati in quattro anni, 300mila operazioni, 3.500 iscritti.

   Per questo i neofiti protagonisti dello sbarco a Roma si sentono a metà tra gli startupper e i missionari; e accettano volentieri, nel corso della cena tibex-centrica (si paga in tibex, in un ristorante del circuito tibex, e tutto l’incasso andrà a finanziare donazioni in cibo pagato con tibex per la Comunità di Sant’Egidio), di raccontare concretamente come funziona la moneta che non c’è.

La prima difficoltà è far capire come funziona e perché conviene

“Io adesso ho in moneta complementare il 25 per cento del mio fatturato”, racconta Giancarlo D’Andrea, imprenditore sardo-romano, che è un socio-utilizzatore del sardex della prima ora e adesso partecipa anche al circuito laziale. D’Andrea ha una azienda che si chiama “626 school”, e si occupa di formazione sulla sicurezza sul lavoro. Anche se qualcuno è scettico sulla possibilità che un esperimento del genere funzioni nel gigantesco calderone dell’economia della capitale, D’Andrea è fiducioso. “Anche per i sardi dicevano così, che non era nella loro mentalità. E adesso siamo al punto che è in vendita il primo appartamento in sardex: 250mila, prezzo di partenza”. Racconta che la prima difficoltà è far capire come funziona e perché conviene.

   Chi entra nel circuito mette in vendita, in moneta complementare, i suoi prodotti o servizi. Per esempio, il ristoratore vende i suoi pasti. E accetta di essere pagato in sardex (o tibex, o una delle altre nove realtà esistenti, a seconda del circuito locale in cui sta), con i quali potrà comprare altri beni da altre persone del gruppo: per esempio, carne da un macellaio, pulizia delle tovaglie dalla lavanderia, la tenuta della partita iva da un consulente fiscale, o un corso di formazione per la sicurezza dall’impresa di D’Andrea. In sostanza, chi vende la sua merce ha un credito che spenderà all’interno dello stesso gruppo: ma non deve chiedere liquidi in banca né poi deve pagare interessi. Tutto è tracciato, dunque su tutte le operazioni si pagheranno poi – in euro – le tasse: elemento da non trascurare, soprattutto in zone del paese e dell’economia, come i servizi, nelle quali il sommerso è molto diffuso.

Ci sono anche i broker

Ma come si fa a sapere se il prezzo è giusto? “Questo è il problema che affrontiamo quotidianamente con i nuovi entrati”, racconta Doriana Arquilla, broker di Tibex. Laureata in comunicazione d’impresa, dopo un’esperienza come manager nei reparti dell’assistenza ai clienti di un gruppo commerciale tedesco si è spostata nell’azienda Tibex. Dove un piccolo drappello assai giovane di persone come lei fa appunto da “broker”: da mediatore, o meglio ancora da facilitatore per far incontrare domanda e offerta.

   “Prima di tutto spieghiamo l’utilizzo della piattaforma e dei suoi strumenti di base. Il conto Tibex è come un conto bancario, dunque bisogna usare gli strumenti di pagamento online, ma questo è molto semplice. Poi aiutiamo i soci, analizzando i conti e la struttura del loro business, a capire cosa c’è nel circuito che può essere utile e può sostituire altre voci di costo in euro. Gli consigliamo a quel punto di farsi fare un preventivo e valutare”.

Permettono di riempire i tavoli, cioè di accogliere tutta l’offerta di un imprenditore, un’azienda, un professionista

L’esempio più semplice: il ristorante appena entrato potrà usufruire di servizi di lavanderia. “I prezzi sono più o meno quelli di mercato. Però il nostro ristoratore li paga al costo marginale dei propri pasti, quelli che ha messo in vendita sul circuito su tavoli che altrimenti sarebbero rimasti vuoti”.

   Qui entra in gioco un altro elemento importante delle monete complementari: andando ad aggiungersi e non a sostituirsi alla moneta ufficiale, permettono di “riempire i tavoli”, ossia di accogliere tutta l’offerta di un imprenditore, un’azienda, un professionista. “Siamo costruttori di una comunità che fa circolare un’economia che non gira”, riassume Giovanni Ineichen, amministratore delegato dell’impresa che gestisce Tibex. Poiché queste monete non danno interesse e non possono essere accumulate – ci sono regole precise sui conti dei soci, nessuno può restare troppo tempo a debito o a credito – viaggiano speditamente e finiscono con l’attivare la spesa: “La velocità di circolazione del sardex è otto volte superiore a quella dell’euro”, spiega Ineichen. “Così si monetizza l’economia inespressa”, sintetizza Paolo Dini, docente alla London school of economics, dove tiene un corso su economia politica dei nuovi media nell’ambito del quale il sardex è oggetto di studio, assieme ai suoi antichi e nuovi fratelli, presenti da tempo nella storia e nella teoria monetaria ma solo di recente rivitalizzati da due nutrici: la crisi economica e la tecnologia.

Non è bitcoin

La più grande, al momento, si chiama Wir ed esiste in Svizzera dal 1934, quando era appena finita la grande depressione: la usano 62mila imprese, e muove l’1 per cento del pil svizzero. Ma la storia delle monete complementari è molto più antica, si può far risalire all’écu de Marc usato in Francia nelle fiere tra i mercanti del cinquecento; o, in tempi più recenti e in ambito istituzionale, all’Unione europea dei pagamenti, creata da un’idea di Keynes per l’Europa del dopoguerra per affiancare il nuovo sistema monetario nato a Bretton Woods (fu in vigore dal 1950 al 1958); per arrivare a realtà locali come i Lets o i Brixton pound britannici, gli scec italiani e altre.

   Negli ultimi casi citati, è più forte l’intento di creare un’economia alternativa e ispirata a valori sociali. Ma sono mezzi di pagamento non ufficiali e complementari anche tanti altri sistemi, nati in ambito del tutto commerciale: i PUNTI MILLEMIGLIA delle compagnie aeree o quelli WII che si scambiano i ragazzi, come quelli dei supermercati o i BUONI PASTO, e anche – new entry – i VOUCHER per pagare il lavoro. E lo è anche la regina delle monete elettroniche, quel BITCOIN il cui crollo sta preoccupando mezzo mondo.

   Come orientarsi in questo dedalo? Come dare la “patente” di moneta complementare, se per definizione queste non sono certificate da un bollino di un’autorità?

   “Circuiti come quello del sardex funzionano in particolare in momenti di crisi e per economie locali. Hanno tutte le caratteristiche essenziali della moneta. E hanno una particolarità: l’assenza del tasso di interesse”. Paolo Dini, che con altri autori ha pubblicato alcuni studi sull’argomento, parte dagli elementi essenziali che definiscono una moneta: essere unità di conto, mezzo di scambio e di pagamento, deposito di valore. Il sardex queste caratteristiche ce le ha tutte, dunque è una moneta anche se non è stampata né coniata. Gliene manca un’altra, propria delle monete del mercato capitalistico: NON DÀ INTERESSI. Non ha un valore in sé ma per quello che può comprare: in questo, chiarisce Dini, è l’opposto di bitcoin, moneta digitale fluttuante, che è essa stessa oggetto di investimento e speculazione.

L’elemento della fiducia

Insomma, poiché non rende niente tenersi da parte i sardex (o i tibex), tocca spenderli: si disinnesca così in partenza quella trappola che ogni tanto blocca l’economia, come sta succedendo adesso.

   Quella che Keynes chiamava la “trappola della liquidità”, che “a ogni tentativo di uscirne ci invischia ancora di più”, scrivono Massimo Amato e Luca Fantacci, economisti della Bocconi in un e-book dedicato alla moneta complementare. In un momento storico nel quale inutilmente la Bce prova a pompare liquidità nel sistema, dunque a far circolare moneta, “una moneta che non sia riserva di valore è una moneta fatta per circolare”, “impedisce la costituzione di un mercato della moneta”, tende a “ridurre le oscillazioni cicliche, se non addirittura a rimuoverne le cause”. Dunque se c’è recessione dà una mano a uscirne, o a sopravvivere.

In una prima battuta si risolve, almeno per una parte del proprio business, il problema della liquidità

   Il successo sardo, in una regione che intanto attraversava la sua peggior fase economica, non si deve solo alla geniale intuizione di cinque ragazzi di Serramanna, paese nel quale sono cresciuti i fondatori di Sardex (Gabriele e Giuseppe Littera, Carlo Mancuso, Piero Sanna e Franco Contu), ai loro studi e alla loro capacità. Ma anche al fatto che l’esperimento è arrivato nel pieno del “credit crunch” italiano, in una crisi bancaria che all’epoca era ancora nascosta ai mezzi d’informazione ma bene in vista per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i professionisti. “Prospettare una soluzione locale ma non localistica a una crisi generatasi sui mercati finanziari globali è un atto propriamente politico”, scrivono Amato e Fantacci.

   Questo non vuol dire che si tratti di circuiti di militanti oppure di comunità con una comune collocazione politica. Lo spirito di comunità e l’elemento della fiducia reciproca conta molto, ma di solito si scopre dopo, la prima spinta per entrare è quella economica. “In una prima battuta si risolve, almeno per una parte del proprio business, il problema della liquidità”, spiega Giancarlo D’Andrea, “ma poi si capisce che così si può anche allargare il mercato, conoscere e farsi conoscere, creare rapporti basati sulla fiducia”.

   Si crea un ambiente, dice Paolo Dini, “che lascia spazio ai valori sociali, tappando il buco della finanziarizzazione”. In questo, dati i tempi di sfiducia che corrono, sta la portata alternativa degli esperimenti come Sardex e Tibex: non certo nel loro proporsi come alternativa piena all’euro, del quale anzi sono, per definizione, un complemento. (Roberta Carlini)

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COSÌ IL SARDEX CONQUISTA L’ITALIA

di Alessandro Gilioli, da “L’ESPRESSO” del 4/8/2016   

– La valuta complementare nata a Cagliari sbarca sul Continente. Dopo aver rilanciato l’economia locale. E ora viene studiata in tutto il mondo, Onu compresa. Ecco i segreti del suo successo –

   Quando in campagna elettorale Virginia Raggi parlò del “modello Sardex”, il suo rivale Roberto Giachetti ironizzò che il M5S voleva “tornare al baratto”. Non sapeva, il candidato del Pd, che negli stessi giorni sul Sardex stava investendo uno dei maggiori venture capitalist italiani, Innogest, insieme a una banca storica come Sella e al ministero dell’Economia, attraverso Invitalia: tutti e tre nuovi soci dell’azienda di SERRAMANNA (Cagliari), appena trasformata in Spa. Mentre Bankitalia ne invita i fondatori a convegni pubblici e incontri riservati, i commissari Ue li chiamano a Bruxelles per capire come hanno fatto, le Nazioni Unite gli richiedono progetti per lo sviluppo in Africa e America latina. Altro che “baratto”, insomma: il Sardex sembra ogni giorno di più un anticorpo al virus del credit crunch che sta ammazzando l’economia in mezzo mondo.

Per definire correttamente il Sardex bisogna anzitutto capire che cosa non è: non è una moneta virtuale (tipo Bitcoin) e non è un’alternativa all’euro. Si tratta invece di un sistema di misura e di scambio di debiti e crediti interno a un circuito di aziende, fondato sul principio che se qualcuno produce beni o servizi con un potenziale mercato da parte di altre aziende del circuito, questo è già di per sé un valore, indipendentemente dalla liquidità; quindi il circuito può generare ricchezza prima che si materializzi il denaro.

Detta diversamente: i fratelli Cherchi, formaggiai, hanno un modesto bancone di ottimi prodotti in provincia. Vorrebbero ingrandirsi ma non hanno capitale. Chiedono quindi di entrare nel circuito Sardex, dove vengono ammessi dopo che i gestori hanno verificato che i loro prodotti hanno un potenziale di vendita tra le altre aziende del circuito (es.: ristoratori e simili). A quel punto la camera di compensazione del circuito mette a disposizione dei fratelli Cherchi una quantità di crediti Sardex pari a 25 mila euro.

Non essendo il Sardex una valuta convertibile ma un’unità interna al circuito, i formaggiai possono spendere il loro credito di 25 mila Sardex solo dentro il circuito stesso: dove cercano e trovano un’azienda che offre loro un banco refrigeratore con cui possono iniziare a vendere formaggi anche al mercato centrale di Cagliari. Ne consegue un aumento di fatturato, parte del quale avverrà in Sardex, essendo i loro prodotti acquistati, come previsto, anche dai ristoratori interni al circuito. Nel giro di poche settimane, i Sardex incassati dai fratelli Cherchi vendendo formaggi agli altri iscritti superano i 25 mila di debito inizialmente contratto. Insomma il loro conto Sardex va in positivo. Quindi con i Sardex ricavati (e-o richiedendo nuovi crediti) possono fare nuovi investimenti produttivi, sempre usando come fornitori e clienti aziende interne al circuito. E così via, potenzialmente, all’infinito. Punto fondamentale del meccanismo: ogni debito-credito è a interessi zero. In questo modo chi ha il conto Sardex in attivo non è stimolato ad accumulare (i Sardex fermi non servono a niente) ma a spendere: anche perché maggiori sono le spese che si fanno in Sardex anziché in euro, più si saranno risparmiati euro con cui poi pagare tasse e dipendenti. Per contro, chi è “sotto” in Sardex ha interesse ad andare in pari offrendo i propri beni o servizi, perché altrimenti dopo un anno il suo debito verso la camera di compensazione del circuito passa in euro (cosa che in realtà capita raramente, perché i broker del gestore aiutano gli iscritti in rosso a trovare mercato interno).

   La spinta contrapposta (creditore che vuole spendere, debitore che vuole ripagare i suoi debiti in beni o servizi) fa tendere tutti verso lo zero, ma soprattutto libera la liquidità e stimola il meccanismo di compravendite, quindi aumenta fatturati: fa girare l’economia, insomma. È forza anticiclica rispetto a recessione e stagnazione. Infatti il Sardex ha una velocità di circolazione di oltre sei volte superiore a quella dell’euro.

Ovviamente la non convertibilità delle unità Sardex impedisce che vi siano “banconote” o altri pezzi di carta al portatore (cosa che tra l’altro sarebbe ai limiti della legge): ogni transazione avviene elettronicamente, su computer o app, e ogni acquisto può essere fatto solo da chi ha ottenuto crediti dal circuito e-o ha venduto beni in Sardex. Il fatto che le unità siano digitali non significa tuttavia che siano “virtuali”: l’accettazione nel circuito Sardex infatti è subordinata alla vendibilità dei prodotti agli altri iscritti. Se, poniamo caso, una ditta producesse astronavi e nessun’altra azienda del circuito fosse interessata ad acquistare astronavi, la richiesta di iscrizione verrebbe rifiutata. Oggi Sardex ha circa 4.000 partite Iva iscritte nell’isola, più altre 3.000 divise nelle altre 11 regioni in cui la piattaforma sta estendendosi, attraverso controllate o partecipate (ad esempio Tibex nel Lazio, Linx in Lombardia, Liberex in Emilia etc). Il modello di business della società Sardex.net è basato sull’abbonamento annuale che ogni partita Iva paga per far parte del circuito: non c’è alcuna fee sulle transazioni, perché questa disincentiverebbe le compravendite. In media entrano in circuito un centinaio di nuove aziende al mese. Ne sono uscite 200 in tutto da quando Sardex esiste, cioè dal 2010.

La case history dei fratelli Cherchi, proposta poco sopra, non è solo esemplificativa ma anche reale: Michele, 40 anni, padre di due gemelli e ogni mattina al bancone del mercato coperto di Cagliari, spiega che l’ingresso nel circuito è avvenuto due anni fa e ha permesso l’upgrade da Monserrato al capoluogo. La sua soddisfazione non è solo per l’aumento del fatturato, ma anche per il rapporto umano diretto e continuo con i broker del circuito, che diventano quasi dei tutor nell’espansione del loro mercato. Come Michele Cherchi, così quasi tutti gli altri iscritti a Sardex sono i migliori “ambassador” dell’idea tra gli altri imprenditori, non solo perché comunicano la propria esperienza positiva ma anche perché hanno interesse ad ampliare il giro, aumentando così potenziali fornitori e clienti.

Il panorama degli iscritti al circuito, per quanto fondato al 90 per cento da Pmi, è variegato. Si va da Tiscali, la compagnia telefonica, al coltellaio Saddi Pier Giacomo, ex detenuto che durante gli arresti domiciliari si è specializzato nel produrre lame artigianali con splendidi manici in corno di montone: oggi che si è messo alle spalle il passato, Saddi e la sua Knife Sardinia fatturano vendite per 50 mila euro annui, di cui quasi metà in Sardex, con i quali l’ex fuorilegge si è comprato anche i pannelli solari e il condizionatore per il suo laboratorio di Sinnai, un quarto d’ora da Cagliari.

In mezzo, tra due estremi come Tiscali e il signor Saddi, ci sono realtà dell’hi-tech come l’azienda di domotica ed energie rinnovabili Ucnet di Elmas, 35 dipendenti, 2,5 milioni l’anno di fatturato: il suo fondatore Ugo Concu ha speso il primo fido di 7.000 Sardex interamente in pubblicità e marketing ed è rientrato del debito in una settimana, vendendo i suoi servizi agli altri iscritti. Oppure c’è Ivano Quarantiello, proprietario del colorificio Rimar (fondato nel 1970 dal calciatore Angelo Domenghini): fattura un milione di euro l’anno, con le prime 10 mila unità di debito ha ripristinato un macchinario industriale, oggi fa girare circa 40 mila Sardex l’anno e ci paga di tutto, dalla bolletta del telefono (Tiscali) alla cancelleria, dallo smaltimento rifiuti ai fornitori di bitume, dalle parcelle dell’avvocato a quelle del commercialista; vendendo ovviamente le sue vernici agli altri iscritti del circuito. «Zero recupero crediti, zero ritardi nei pagamenti, zero commissioni bancarie, zero interessi, zero fideiussioni: insomma zero rotture di scatole», sintetizza Quarantiello. Unica spesa in euro a ogni fattura in Sardex: l’Iva, che viene ovviamente versata in valuta reale allo Stato.

La presenza nel circuito di tante ditte individuali ha gradualmente fatto uscire il Sardex dal solo scambio nel mercato aziendale. Insomma, sempre più persone lo usano per fare la spesa o simili. Come Manuela Statzu, agente di commercio con partita Iva, che da qualche azienda si fa pagare gli onorari anche in Sardex e ora usa i suoi crediti davvero per tutto: affitto, dentista, estetista, ottico, abbigliamento, veterinario e pure crocchette per il gatto. Il suo entusiasmo per il progetto la porta a partecipare anche alle iniziative sociali e culturali del circuito, come gli AperiSardex, che ovviamente avvengono nei locali convenzionati dove si paga in Sardex anche il Vermentino.

L’estensione al mercato consumer sta insomma avvenendo in modo quasi naturale, ma i fondatori di Sardex.net stanno per formalizzarlo a partire dal prossimo ottobre: chi non ha partita Iva e quindi non ha nulla da vendere al circuito, potrà ottenere Sardex come se fossero dei punti premio del supermercato, cioè facendo acquisti (in euro) da aziende iscritte, per poi spenderli nel circuito.

Ma anche questo, così come la possibilità di scambiarsi beni o servizi da una regione all’altra attraverso l’intercircuito (Sardex per Tibex, ad esempio) è un passaggio che l’azienda di Serramanna vuole fare in modo molto graduale, un po’ per l’esigenza di mantenere stabile l’equilibrio virtuoso che finora ha consentito la crescita un po’ per preservare il telaio culturale e ideale che ha costituito fin dall’inizio la cornice del tutto: in fondo Sardex nasce da quattro ragazzi di ritorno dal continente e dall’estero, desiderosi di dare una mano alla microimprenditorialità locale strozzata dalla crisi di liquidità.

E dietro il progetto ci sono riflessioni anche di ordine politico, seppur in senso lato, che portano uno dei founder – Carlo Mancuso – a citare il concetto di “intelligenza connettiva” (Derrick de Kerckhove) e a ispirarsi alla teoria dei giochi a somma positiva di John Nash, spiegando che «Adam Smith è superato e le comunità saranno la nuova valuta». Per un altro del nucleo storico di Sardex, Franco Contu, «non si può capire davvero Sardex se non si fa propria l’idea che il valore del denaro non sta nell’accumulo ma nella circolazione, mettendo al centro dei rapporti la fiducia e la reciprocità: chi fa parte del circuito è dentro anche per partecipare a un processo di cambiamento collettivo e sullo sfondo c’è l’obiettivo di riscrivere un patto sociale». E, ancora, il cofondatore Giuseppe Littera insiste sul fatto che «con Sardex è stato creato un modello umano prima ancora che economico», e il riferimento è anche al fatto che – lungi dall’essere una semplice piattaforma informatica – Sardex è una rete di relazioni “de visu”, compresa quella dei broker che facilitano gli interscambi e hanno una contiguità ininterrotta con il territorio, con i piccoli imprenditori e le loro quotidiane difficoltà.

Di qui anche i progetti sociali di Sardex, che si declinano nell’elaborazione di modelli per i Paesi in via di sviluppo ma anche nell’offerta ai Comuni italiani di sistemi di sostegno delle fasce di povertà estrema attraverso lo stesso principio: invece di cash, le istituzioni possono dare a chi è in grave difficoltà un conto in unità di credito spendibile solo in un circuito di beni realmente utili (alimentari, farmacie etc) e non al videopoker o al negozio di superalcolici. Allo stesso modo, il know-how su cui è basato il circuito può tornare utile in altri contesti: ad esempio, Littera e gli altri hanno elaborato un progetto per superare le lungaggini di pagamento da parte della pubblica amministrazione e per rilanciare la piccola impresa nella realtà europea dove il denaro è più fermo, cioè la Grecia.

Si tratta, in questi casi, di modelli che Sardex non gestirebbe ma offre chiavi in mano al pubblico, perché ora quella di Serramanna è comunque una Spa, con i suoi azionisti, i suoi profitti, i suoi dipendenti (una sessantina in tutto, tra broker, softwaristi e altro). E, da gennaio, c’è anche un nuovo direttore generale con esperienze che mancavano ai fondatori, Nicola Pirini, il cui compito sarà quello di traghettare Sardex da esperimento locale a realtà nazionale e internazionale – ci sono già contatti in Inghilterra e in Spagna – fino all’obiettivo del collocamento in Borsa che Pirini pianifica «entro il quinquennio, probabilmente non a Milano ma all’estero». Una public company, nell’idea dei fondatori, che abbia come principali azionisti gli stessi iscritti ai circuiti.

Un sogno? Può darsi. «Ma», dice Littera, «anche il nostro modello di crediti e scambi win-win era considerato un’utopia. Ed è questa la nostra vera sfida: dimostrare che l’economia collaborativa e basata sulla fiducia funziona meglio di quella avida e fondata sull’accumulo. Una verità basata sui fatti, sui dati, sull’esperienza. Un po’ come quando qualche secolo fa qualcuno disse che no, la Terra non è piatta, anche se si era sempre creduto così».((Alessandro Gilioli)

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VENETEX SI CONSOLIDA IN VENETO E SI PRESENTA ANCHE A TREVISO

da “la Tribuna di Treviso” del 24/3/2017

TREVISO. Venetex si consolida in Veneto e si presenta anche a Treviso, dove già una quarantina di aziende ha aderito al circuito della moneta complementare, nata per fare rete fra le imprese e rilanciare insieme l’economia del territorio. L’appuntamento è per al Maggior Consiglio. Fra i partecipanti Nice, RCH, Fantic Motor, Modular Professional, Hotel Maggior Consiglio, Spiga d’Oro, Garmont.

   Il circuito di credito commerciale Venetex è uno strumento di pagamento che si fonda su una moneta virtuale, la “Venetex”, il cui valore nominale è assunto pari a un euro. Il modello del sistema è mutuato dall’esperienza di Sardex, avviata in Sardegna nel 2010 ed oggi già adottato in altre nove regioni italiane.

   In appena dieci mesi di operatività (il circuito veneto è nato ad aprile 2016, ma la prima transazione è avvenuta a luglio), Venetex ha già raggiunto risultati importanti: ad oggi sono 220 le aziende aderenti in Veneto, che diventeranno 500 a fine dicembre; 150 i conti personali di dipendenti ed amministratori di aziende, con l’obiettivo di raggiungere i 500 a fine anno; 500.000 Venetex (l’equivalente di 500.000 euro) il transato, di cui 112.000 nel solo mese di febbraio, ad indicare un trend in forte crescita. «Lavoriamo affinché il potenziale produttivo inespresso di migliaia di aziende e professionisti della regione», spiega Francesco Fiore, amministratore delegato di Venetex, «si trasformi in ricchezza reale».

   Adesso la presentazione a Treviso, con le aziende che hanno già aderito, sono rimaste soddisfatte e si fanno promotrici presso le altre imprese con l’obiettivo di allargare il circuito e, da aziende leader, fare qualcosa per l’economia del territorio, ma anche incrementare fortemente i propri scambi in Veneto. Perché il circuito Venetex è caratterizzato da un forte sistema valoriale, ma anche da una spiccata propensione al business, in grado di generare vera economia aggiuntiva.

   Lo scopo è quello di creare un circuito di aziende di varia natura, con sede nella regione, preferibilmente piccole e medie, all’interno del quale lo scambio di beni e servizi è pagato con la moneta virtuale, ossia crediti maturati reciprocamente e che possono essere spesi nella rete degli associati in modo istantaneo e senza circuitazione di denaro. Oltre ad entrare a far parte di un sistema che consente vie «privilegiate» di business in un ambiente circoscritto e garantito, il metodo ha il vantaggio di evitare il passaggio per soggetti bancari o comunque finanziari nel caso di fabbisogno di liquidità o per il normale pagamento di fatture.

   Ad ogni iscritto viene accordato uno scoperto di conto entro determinati limiti e, attraverso questa disponibilità, lo stesso può effettuare acquisti presso altri iscritti alla rete. Ad ogni acquisto il conto dell’acquirente viene addebitato per un ammontare pari al prezzo di vendita del bene/servizio acquistato. Viceversa il conto del fornitore viene accreditato per un pari importo. I saldi complessivi della camera di compensazione sono sempre pari a zero; per questo motivo il circuito non ha bisogno di riserve.

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I BITCOIN NON SONO MONETA COMPLEMENTARE: UNA FILOSOFIA COMPLETAMENTE DIVERSA E’ DI SARDEX E “LE ALTRE”

MONETE VIRTUALI ALLA PROVA

di Bianca Lucia Mazzei, da “il Sole 24ore” del 23/4/2015

– Le «Virtual Value» iniziano a diffondersi ma senza regole certe: è opportuno conoscerne i rischi –

   Forse, in futuro, rivoluzioneranno il sistema dei pagamenti mondiali ma per ora le monete virtuali vanno utilizzate con cautela, tant’è che sia la Banca d’Italia che l’Autorità bancaria europea (Eba) sono intervenute sul tema, evidenziandone i rischi.

   Al di là delle differenze (anche marcate), le Virtual Value (Vv) sono strumenti elettronici che possono essere usati come mezzo di pagamento, a patto che il venditore le accetti. I loro costi sono minimi, se non assenti, ma non sono emesse o garantite né da banche centrali, né da autorità pubbliche.

   Secondo Bankitalia, in circolazione ce ne sono oltre 500. « Molti ci chiedono un parere sull’affidabilità delle monete virtuali – dice Anna Vizzari di Altroconsumo -. Tendiamo a sconsigliarle, perché non ci sono tutele e c’è il rischio di perdite. Non sono strumenti negativi, ma vanno regolamentati».

   Altroconsumo ha svolto un’inchiesta su Crevit, una moneta virtuale che veniva pubblicizzata con lo slogan “compra senza denaro”. «Abbiamo provato a usarla – continua Vizzari – ma il risultato è stato negativo: non siamo riusciti a comprare nulla e non è gratis». La virtual coin più diffusa al mondo è bitcoin.

   Lanciata nel 2009 da un programmatore sconosciuto (se non con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto) è una valuta decentralizzata, convertibile nelle monete normali, priva di qualsiasi garanzia statale ma ormai accettata da molti venditori online: dal discount Overstock.com, ai colossi It come Microsoft e Dell, fino al portale di viaggi Expedia (la maggior parte dei venditori non conserva però i bitcoin ma li cambia con le valute nazionali non appena li riceve).

   I bitcoin vengono creati online attraverso software altamente specializzati (chiamati bitcoin miners): l’incremento è però fisso e non potrà mai superare i 21 milioni. Oggi ce ne sono in circolazione circa 13 milioni. L’acquisto si effettua attraverso piattaforme di scambio (exchange) con bonifico bancario. Di solito, per evitare accuse di riciclaggio, l’exchange chiede il documento d’identità e la domiciliazione.

   Tranne qualche sperimentazione negli Usa, non è possibile utilizzare carte di credito. È inoltre possibile ottenere bitcoin in cambio di beni o servizi. La valuta virtuale viene quindi trasferita su un conto personalizzato (l’e.wallet o portafoglio elettronico).

   In tutti questi passaggi ci sono rischi di furti o di perdite. L’Eba ne ha elencati 70 e ha chiesto un intervento regolatori o da parte delle istituzioni europee. La Banca d’Italia (nell’avvertenza del 30 gennaio) sottolinea l’assenza di garanzie, la volatilità e la possibilità di utilizzo delle Vv per trasferimenti illeciti di somme. I titolari di portafogli bitcoin sono infatti anonimi anche se le transazioni sono tracciabili. Le perdite possono derivare dal fallimento o dalla chiusura delle piattaforme di scambio (come nel caso della piattaforma giapponese Mt Gox), ma anche da attacchi informatici.

   C’è poi il problema della volatilità che è molto alta, in quanto il valore è determinato solo dagli scambi: dai pochi millesimi di dollaro delle prime transazioni, bitcoin ha toccato il massimo di 1.200 dollari a fine 2013 per poi scendere agli attuali 291 dollari (www.coinmarketcap.com). Chi ci crede è però convinto che le valute virtuali rivoluzioneranno il sistema finanziario. «Oggi bitcoin è ancora un giocattolo, il valore della capitalizzazione è solo di 4 miliardi di dollari – dice Giacomo Zucco, 31 anni, laureato in fisica teorica e responsabile dello sviluppo del business di Greenadress, una startup che punta a rendere più sicuri i portafogli virtuali – Bisogna ridurre i rischi, ma stiamo lavorando anche sullo scambio di crediti, debiti, titoli e partecipazioni. Tutto senza intermediari.

   Nascerà una finanza free che permetterà di ridurre moltissimo i costi e velocizzare le transazioni. Non so ppianteremo i big attuali ma li costringeremo a cambiamenti enormi». Secondo Juniper Research, società specializzata nell’analisi dei settori mobile e telecomunicazioni, quello del bitcoin rimarrà invece un mercato di nicchia anche se gli utilizzatori cresceranno: stima infatti che saliranno dal milione e 300mila del 2014 ai 4,7 milioni del 2019.

   COMPLETAMENTE DIVERSA LA FILOSOFIA DELLA RETE SARDEX.NET, un circuito di credito commerciale che permette agli imprenditori di pagare beni e servizi con una moneta complementare, il Sardex, il cui valore convenzionale è un euro ma non è trasformabile in valuta corrente. In pratica, alle aziende viene attribuito un conto corrente digitale attraverso cui scambiano beni e servizi.

   «È un mercato complementare e aggiuntivo che non sostituisce quello tradizionale», spiega Carlo Mancosu, cofondatore e responsabile della comunicazione di Sardex.net, che in Sardegna conta 2.500 imprese iscritte e 1.200 i dipendenti. «Dal 2014 il modello è stato esportato in altre sette regioni e ora sta partendo anche in Sicilia». «Sardex.net è un meccanismo che in un periodo di crisi – aggiunge Anna Vizzari – è riuscito a dare ossigeno a diverse attività imprenditoriali, permettendo di usare la liquidità per altri scopi» (Bianca Lucia Mazzei)

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