FUSIONE DEI COMUNI E NUOVE CITTÀ: UN PROCESSO TROPPO LENTO nel galoppante sviluppo dei sistemi urbani globali – Come unire la URBANITÀ TECNOLOGICA che ora si sviluppa e la DEMOCRAZIA e PARTECIPAZIONE DIRETTA dei cittadini? – La necessità di accelerare la fusione dei comuni in nuove città

NON SIAMO PIÙ IL PAESE DEGLI OTTOMILA COMUNI. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983. (…)…numeri oggi ancora insufficienti per affermare l’esistenza di un vero cambiamento dell’assetto istituzionale locale…Oggi le fusioni non sono obbligatorie. Tuttavia, di fronte a una normativa che vincola i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata, in alcuni casi – anche per gli importanti incentivi economici sia a livello nazionale che regionale – la strada scelta è stata quella della fusione. (…) …si punta sulle fusioni tra comuni con norme ordinamentali e finanziarie di favore (…) ….L’attenzione andrebbe però spostata sulla fase di valutazione del processo. In che modo i nuovi comuni utilizzano gli importanti incentivi ricevuti? Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio? QUALI VANTAGGI DÀ AI CITTADINI L’APPARTENENZA AD AMMINISTRAZIONI PIÙ GRANDI? (…) (“FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO”, di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto, da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/ )

   In questi ultimi 5 anni la crescita del numero di fusioni tra comuni è stata favorita dal decreto legge n. 95 del 2012, che ha introdotto importanti incentivi finanziari per incoraggiare il processo di riordino e di semplificazione degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati, dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, dalla legge di bilancio 2017.

   E’ accaduto così che ora non siamo più, nella penisola italica, il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta del secolo scorso (il dopoguerra ha portato a istanze e concessioni dello status di tanti troppi nuovi comuni…), per la prima volta dal dopoguerra il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto la quota di 8mila (al 1° gennaio 2017 sono 7.983).

(…)“LA RIORGANIZZAZIONE DEI CONFINI COMUNALI DI SOLITO AVVIENE PER PICCOLE AREE: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi, ha il vantaggio di CORRISPONDERE MAGGIORMENTE ALLA VITA QUOTIDIANA REALE DELLE PERSONE.(…) (Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO del 14/6/2016) – Nella MAPPA: Riorganizzare i comuni – urbanistica – SLIDE DA https://www.slideshare.net/matierno/riorganizzare-i-comuni-urbanistica

   Però, va detto, il 90 per cento degli enti finora soppressi ha meno di 5mila abitanti; e solamente in pochi casi (dodici) si è arrivati ad aggregazioni con più di 10mila abitanti (il fatto che si siano aggregati di più i piccoli comuni è dato anche dalla normativa che vincola ora i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata).

L’EVOLUZIONE LEGISLATIVA VERSO LE FUSIONI TRA COMUNI (da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/ )

   Per lo più i criteri adottati, nelle fusioni tra comuni, sono stati abbastanza razionali: cioè la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari, dei sistemi locali di lavoro…. (a volte, e questo non è cosa buona, è valsa l’appartenenza delle amministrazioni comunali alla stessa parte politica).

   Ci sarebbe poi da dire molto (e ragionarci su, riflettere) sui referendum di fusione. Su 158 referendum effettuati in Italia per la fusione di comuni, 91 hanno avuto esito positivo (pari al 58 per cento) e hanno portato alla nascita di un nuovo comune. Negli altri 67 referendum (il 42 per cento) la proposta è stata bocciata dalla popolazione dei comuni interessati (i dati che vi stiamo dando li abbiamo ricavati dal sito de “la Voce.info” e da lì, qui di seguito in questo post, riportiamo 3 articoli fondamentali per fare il punto delle situazioni di aggregazione che stanno –o non stanno- avvenendo).

ESPANSIONE URBANA STORICA DI ROMA VISTA DALL ALTO

   Perché alcuni referendum di approvazione della fusione hanno funzionato e altri no? Quali temi sono stati affrontati per convincere gli elettori? Quali sono gli elementi che i cittadini valutano ai fini della propria scelta? Fa specie notare che molto spesso i referendum di fusione “vinti”, avvengono in luoghi di montagna, con difficoltà economiche per la scarsa popolazione e i pochi finanziamenti pubblici (con territori molto ampi da amministrare); e in questi comuni spesso è difficile trovare qualche lista (e sindaco) che si candida alle elezioni.

   Altre realtà di comuni, più grandi e più ricchi, hanno sonoramente bocciato il referendum proposto (e necessario al riconoscimento dello status di “nuovo comune”) per paure di perdere “l’identità”, per ragioni campanilistiche, storiche, di separazione “da sempre”, di realtà territoriali che “non si riconoscono” nell’una o nell’altra realtà. Divisioni ancora oggi difficile da superare….

   Pertanto si ha l’impressione che la volontà popolare di accogliere la fusione sia più legata a “uno stato di necessità”, che da un desiderio di aprirsi a una nuova entità locale più allargata e confacente ai tempi contemporanei (e futuri).

DA LA STAMPA I PICCOLI COMUNI CHE SPARISCONO – “NOI E L’EUROPA – Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. IL PROBLEMA È UN ALTRO, E SI CHIAMA CROLLO DEMOGRAFICO. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali (….)” (“COSÌ UN COMUNE SU TRE RISCHIA DI SPARIRE”, di Gabriele Martini, “da “La Stampa” del 1/6/2016”)

   E’ comunque da chiedersi quali sono i vantaggi per i cittadini dall’appartenenza ad amministrazioni più grandi… Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio…

… Il tutto partendo da un  riscontro ineccepibile: cioè che oggi più della metà della popolazione mondiale si concentra nelle città (sia essa residente in raffinati centri storici o nelle bidonvilles periferiche) e di anno in anno il fenomeno cresce. Da noi, in Italia, è lo stesso che altrove, Piuttosto, in tante aree regionali (come il Nordest), la diffusione urbana non ha un “centro”, ma è, appunto, diffusa e “confusa” nel territorio.

   Tornando al discorso delle fusioni tra comuni, se le piccole entità sono obbligate a convergere in “Unioni di servizi” (e pertanto alcuni capiscono la necessità di fondersi, pochi per la verità…), anche gli altri, paesi “intermedi” che, pur non avendo obblighi di unioni,  incominciano a sentire la necessità di condividere e partecipare a una PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA, e alcuni (ancora pochi purtroppo) stanno concretamente procedendo verso tentativi di fusione, non senza conflitti (che spesso si risolvono negativamente in referendum finali che bocciano l’iniziativa).

   Sono in particolare due le tipologie principali di costi ed effetti negativi presenti nella iper-frammentazione istituzionale dei territori (cioè “troppi comuni”): l’INEFFICIENZA frutto DELLE DISECONOMIE DI SCALA nei servizi, e la DEBOLEZZA DELL’AZIONE PUBBLICA.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE” PER IL VENETO: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   “Se nasci in un paese piccolo sei fregato”, qualcuno diceva già decenni fa. Ed è vero che questo “svantaggio” è peggiorato negli ultimi anni. Sia chiaro: non è che noi sosteniamo che nelle città si vive meglio, così, a prescindere…. (a volte si vive peggio… ogni anno ci sono studi, del “Sole 24ore” e di altri giornali o istituti di ricerca, che dicono che questa o quella è la città migliore da viverci, o peggiore, -di solito nelle medie città del nord si dimostra che si vive meglio che al sud-). Ma oltre a studi opinabili (difficile dire che a Belluno si è felici e a Napoli no…. pur con la raccolta differenziata al top a Belluno, mentre è da lasciar perdere per il secondo…)… Il contesto di vita urbano porta sicuramente a difficoltà in certi servizi e nella quotidianità (traffico, parcheggi…. criminalità no, è parimenti distribuita); però, premesso tutto questo, è indubitabile che IL CONTESTO URBANO (pensiamo per i bambini, i ragazzi, le giovani generazioni…) OFFRE OPPORTUNITA’ che i piccoli sperduti comuni non possono offrire.

   L’IDEA CHE QUI (RI)PROPONIAMO non è quella di un “andare verso le città” da parte di chi vive in sparsi e anonimi comuni, ma di RIVOLUZIONARE ISTITUZIONALMENTE I TERRITORI, aggregando medi e piccoli comuni che si costituiscano in NUOVE CITTA’.

   Non è da pensare che così si perde “l’identità” del piccolo paese, del posto dove sei nato o ci vivi da molto: anzi, il ridare linfa a luoghi oramai decadenti (decaduti) (spesso sorti su strade, ora trafficate, inquinate, e con edifici per forza abbandonati, cadenti -che non si sa cosa fare-…e dove gli abitanti sono andati a cercarsi casa in condomini e “abbinate” un po’ oltre le strade trafficate, in quartieri dormitorio anonimi…)… ebbene, con le nuove realtà urbane che possono nascere concretamente dallo sviluppo delle FUSIONI TRA COMUNI, e la costituzione istituzionale di NUOVE CITTA’ (un unico sindaco, un unico consiglio comunale…), porta a rivalorizzare “il piccolo”, il “municipio” (che ora non è più comune autonomo ma compartecipa al progetto della Nuova Città). Sviluppando in loco servizi diretti alla persona (l’Anagrafe, le Poste, sportelli Enel, Uls, agenzie fiscali….) servizi che, accorpati, solo così possono creare presidi a portata dei cittadini nei luoghi dei Municipi e frazioni (che così non sono più periferici).

   Nelle Nuove Città al posto dei comuni (città con almeno 60mila abitanti, noi pensiamo, per ragioni di economia di scala nei servizi…) potrà esserci la separazione tra servizi di “front office” a contatto con i cittadini, e servizi di “back office” che al cittadino non interessa se sono centralizzati e lontani (l’ufficio ragioneria della nuova città a nessuno serve averlo vicino a casa…).

   Quel che però più conta nella FUSIONE dei comuni e costituzione di NUOVE CITTA’ è che ne guadagna l’AUTOREVOLEZZA del nuovo contesto urbano, che potrà far valere di più agli altri organi istituzionali le proprie ragioni e necessità (sui servizi essenziali, sui finanziamenti richiesti, sulle opere pubbliche…). Ma AUTOREVOLEZZA anche di altro tipo, CULTURALE, ECONOMICA, NEL RAPPORTARSI AL MONDO e a tutte quelle innovazioni che stanno avvenendo, e molte meritano di non perder l’opportunità di “esserci” noi tutti, parteciparvi. (s.m.)

VEDI ANCHE SU QUESTO BLOG:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/02/01/fusioni-dei-comuni-referendum-difficili-da-vincere-per-i-fautori-dellaggregazione-tra-comuni-paura-di-perdere-lidentita-territoriale-spesso-vince-sulla-necessita/

LE CITTA DEL FUTURO? – “È in città che l’economia cresce, che le persone raggiungono alti livelli di istruzione, che la creatività sboccia, che le relazioni sociali fioriscono, che il patrimonio di intelligenza collettiva si accumula (…)La cosiddetta «classe dirigente globale» vola di città in città senza curarsi di quale Paese queste facciano parte. Per loro, le metropoli sono centri off-shore, non più legate al Paese e al territorio che le circonda: sono entità urbane che hanno costruito pezzi di se stesse interamente dedicati a questa élite globale dai grandi mezzi finanziari che vive come se non avesse nazionalità. È una classe nuova — o relativamente nuova — che guarda il mondo dall’alto: che arriva in aereo e osserva i canyon urbani dalla cima dei suoi grattacieli. (…) L’altra parte della città, in un certo senso underground, è quella dei pendolari che vivono ai margini, dei quartieri poveri e — nelle megalopoli del Terzo Mondo — degli slums, i quartieri che bollono della vita di nuovi e meno nuovi inurbati venuti dalle campagne in cerca di futuro.(…) Ciò nonostante, anche per la parte di umanità che vivrà nelle bidonville si apriranno opportunità che nelle campagne povere e superstiziose non sarebbero mai sbocciate.(…) È IL TRIONFO DELLA CITTÀ, titolo di un libro dell’economista di Harvard EDWARD GLAESER. Sottotitolo: «Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi, più smart, più verdi, più sani e più felici». Il cuore del suo ragionamento è che «le città esaltano le forze dell’umanità»: moltiplicano le interazioni personali, attraggono talenti e creatività, incoraggiano gli spiriti imprenditoriali, favoriscono la mobilità sociale (…) (DA LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO, di DANILO TAINO, da LA LETTURA inserto de “il Corriere della Sera”)

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FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO

di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto,

da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/

– Il numero dei comuni in Italia continua a scendere, grazie alle fusioni finora portate a termine. Contano senz’altro gli incentivi finanziari previsti. Ma per capirne a fondo il carattere, il processo dovrebbe essere seguito da sistemi di valutazione in grado di guidare amministratori e cittadini. –

COMUNI SOTTO QUOTA OTTOMILA

Non siamo più il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983 – grazie al successo di numerosi referendum consultivi, indetti per raccogliere l’opinione dei cittadini in merito all’istituzione di un nuovo ente mediante la fusione di due o più municipi.    Sebbene la diminuzione del numero dei comuni in Italia non abbia avuto ancora un impatto significativo, bisogna comunque riconoscere i forti caratteri di discontinuità rispetto al passato.Come si può vedere dalla tabella 1, infatti, solo dal 2011 in poi è emersa una netta tendenza alla riduzione del numero di amministrazioni locali.

TABELLA 1 – Il numero dei comuni in Italia, per regione, 1951-2017*
Fonte: elaborazioni su dati Istat e regioni.
*Il dato 2017 si basa sui referendum consultivi approvati dai cittadini e sui quali si è già espresso il consiglio regionale di riferimento, indicando come data di istituzione del nuovo comune il 1° gennaio 2017. Non appena verranno “ratificati” anche i processi di fusione in attesa, il totale dei comuni scenderà a quota 7.969

   Dal 2011 a oggi, il numero di comuni si è ridotto di oltre cento unità. Il percorso ha visto come principale protagonista il Trentino Alto Adige (quaranta municipi in meno).    In generale, il numero dei comuni è sceso al Nord e al Centro, mentre al Sud è rimasto invariato.    D’altronde, il 38 per cento degli enti con meno di 5mila abitanti è concentrato tra Lombardia e Piemonte. Indubbiamente, come suggerisce la Corte dei conti, la crescita del numero di fusioni è stata favorita dal decreto legge n. 95/2012, che ha introdotto importanti incentivi finanziari per incoraggiare il processo di riordino e di semplificazione degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati, dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, dalla legge di bilancio 2017.    Così, se tra il 1995 e il 2011 si contano in Italia appena nove fusioni, tra il 2012 e il 2016, con l’introduzione degli incentivi, ne sono state portate a termine sessantadue.    Fino a oggi si sono tenuti 158 referendum per la fusione dei comuni (quasi tutti dal 2013 in poi), coinvolgendo oltre quattrocento amministrazioni (circa il 5 per cento del totale) e chiamando a esprimersi oltre un milione e mezzo di cittadini.    Complessivamente, 91 referendum su 158 (pari al 58 per cento) hanno portato alla nascita di un nuovo comune. Il 90 per cento degli enti soppressi ha meno di 5mila abitanti e solamente in pochi casi (dodici) si è arrivati ad aggregazioni con più di 10mila abitanti.

UN PROCESSO DA VALUTARE

Al di là dei numeri – oggi ancora insufficienti per affermare l’esistenza di un vero cambiamento dell’assetto istituzionale locale – quanto sta succedendo nel nostro paese meriterebbe MAGGIORE ATTENZIONE. IN PRIMO LUOGO PERCHÉ LA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI COMUNI È UN PROCESSO INDOTTO, MA NON DETERMINATO DA PRECISI OBBLIGHI DI LEGGE. Oggi le fusioni non sono obbligatorie. Tuttavia, di fronte a una normativa che vincola i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata, in alcuni casi – anche per gli importanti incentivi economici sia a livello nazionale che regionale – la strada scelta è stata quella della fusione.    IN SECONDO LUOGO PERCHÉ SI TRATTA DI UN PROCESSO IRREVERSIBILE. Non sembrano, infatti, esserci i presupposti (politici, sociali ed economici) che possano spingere di nuovo il numero dei comuni sopra quota ottomila. Nella recente indagine conoscitiva promossa dalla Camera si punta sulle fusioni tra comuni con norme ordinamentali e finanziarie di favore, con l’accortezza di non incentivare quelle effettuate unicamente per superare le difficoltà economiche degli enti.    L’attenzione andrebbe però spostata sulla fase di valutazione del processo. In che modo i nuovi comuni utilizzano gli importanti incentivi ricevuti? Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio? QUALI VANTAGGI DÀ AI CITTADINI L’APPARTENENZA AD AMMINISTRAZIONI PIÙ GRANDI?    Altri interrogativi riguardano poi i referendum di fusione. Perché alcuni hanno funzionato e altri no? Quali temi sono stati affrontati per convincere gli elettori? Quali sono gli elementi che i cittadini valutano ai fini della propria scelta?    Si tratta di aspetti fondamentali, dai quali non si può prescindere se si ha intenzione di portare avanti, con successo, un lungo percorso di riforma dell’assetto degli enti locali. (Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto)

TABELLA 2 – I referendum per la fusione dei comuni, per regione e per anno, comuni e popolazione coinvolti
Fonte: elaborazioni su dati Istat e regioni

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QUELLA DIFESA DEI CAMPANILI CHE AI CITTADINI NON CONVIENE

di Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO del 14/6/2016

– Chi si oppone alla revisione di confini comunali troppo frammentati rispetto a criteri di economicità e ambiti di vita quotidiana dichiara spesso di difendere così l’interesse dei cittadini. Conti alla mano, il peso sui bilanci locali dei contributi nazionali per le fusioni dimostra il contrario. –

Fusioni fra comuni: la strada è lunga

Il ministero dell’Interno ha recentemente reso nota l’attribuzione dei contributi straordinari per i comuni che fanno parte di fusioni realizzate a partire dal 2012 (decreto 26 aprile 2016). I criteri generali sono quelli stabiliti dal decreto legge 95/2012, mentre gli importi spettanti sono stati raddoppiati con la legge di stabilità (legge 28 dicembre 2015, n. 208), che li ha portati dal 20 al 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010.

   Ricapitolando, dunque, agli enti nati per fusione e incorporazione spetta, per un periodo di dieci anni, il 40 per cento dei trasferimenti statali del 2010, per un importo massimo fissato a 2 milioni di euro per ciascuna fusione. In caso di insufficienza dei fondi rispetto al fabbisogno, si applica una premialità a favore delle fusioni o incorporazioni con maggiore anzianità, mentre in caso di eccedenza, tutte le risorse stanziate vengono distribuite in proporzione alla dimensione demografica raggiunta e al numero degli enti di origine.

   Ai contributi nazionali si aggiungono poi quelli regionali e, in alcuni casi, come previsto in Toscana, si introducono per i nuovi enti criteri di premialità nell’accesso agli altri finanziamenti disponibili per gli investimenti pubblici (per esempio, ai fondi strutturali).

   Per il 2016, i beneficiari dei contributi nazionali sono stati in tutto 37 nuovi enti, nati dalla riorganizzazione di 87 comuni preesistenti. È evidente che, se rapportato agli 8mila comuni italiani, il fenomeno appare decisamente minoritario, anche se in forte crescita. Ciò che invece emerge in modo chiaro è che i processi di fusione sono molto convenienti per le comunità locali.(….)

   LA RIORGANIZZAZIONE DEI CONFINI COMUNALI DI SOLITO AVVIENE PER PICCOLE AREE: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi (si veda qui e qui), ha il vantaggio di corrispondere maggiormente alla vita quotidiana reale delle persone.

   Date le caratteristiche delle fusioni finora avvenute, ci possiamo attendere un beneficio complessivamente contenuto sulle DUE TIPOLOGIE PRINCIPALI DI COSTI IMPOSTI DALLA IPER-FRAMMENTAZIONE: l’INEFFICIENZA frutto DELLE DISECONOMIE DI SCALA e la DEBOLEZZA DELL’AZIONE PUBBLICA, dovuta all’inadeguatezza di risorse, strumenti e ambiti territoriali di riferimento.

   Per ottenere effetti strutturali sull’intero sistema del governo locale ci vorrebbe un numero molto più alto di aggregazioni, con una crescita dimensionale maggiore e, possibilmente, con un buon livello di corrispondenza ad ambiti territoriali che abbiano una rilevanza socio-economica. La strada intrapresa è però quella giusta.

Il finanziamento alle comunità locali

Il risultato è invece molto diverso se lo analizziamo in termini di impatto finanziario immediato sulle comunità locali. Gli enti che realizzano una fusione, infatti, ottengono per un decennio risorse aggiuntive che, annualmente, equivalgono a una quota delle loro entrate complessive che va dal 4 al 27 per cento, con importi che in termini assoluti variano da 200mila a 2 milioni di euro.

   Specialmente per le comunità di piccole dimensioni, si tratta di risorse in grado di ridare ossigeno ai bilanci, che consentono cioè non solo la copertura degli inevitabili costi di riorganizzazione legati all’istituzione del nuovo ente, ma anche il rifinanziamento dei servizi alla popolazione o il rilancio degli investimenti locali.

   Se da un punto di vista generale, dunque, gli effetti della politica di riduzione dell’iper-frammentazione comunale sono ancora deboli e si potranno apprezzare solo quando il fenomeno avrà assunto dimensioni strutturali, dal punto di vista delle singole comunità è già oggi difficile giustificare la scelta di non rivedere i confini con l’argomento di voler tutelare l’interesse dei cittadini. (Sabrina Iommi)

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LA STORIA (CRONOLOGIA DEI FATTI)

PIÙ FUSIONI TRA COMUNI CON I GIUSTI INCENTIVI

di Sabrina Iommi, da “LA VOCE.INFO” del 4/1/2016 (www.lavoce.info/)

– La commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni: sono ora il 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010. Vincolare le erogazioni ai risultati per far decollare le aggregazioni –

Un lungo percorso di riforma

L’11 dicembre 2015 la commissione Bilancio della Camera ha deliberato il raddoppio degli incentivi economici a favore dei processi di fusione tra comuni, che passano così dal 20 al 40 per cento dei trasferimenti erariali ricevuti da ciascun ente nel 2010.    La notizia arriva del tutto in controtendenza rispetto a quanto accaduto finora sul tema delle gestioni associate obbligatorie per i piccoli comuni, che ha visto uno slittamento continuo del termine ultimo per l’adeguamento, ora posticipato al 1° gennaio 2016.    Se ripercorriamo i PUNTI SALIENTI DELL’ASSOCIAZIONISMO COMUNALE in Italia, si possono ricordare QUATTRO FASI:

– ANNI SETTANTA: NASCONO I GOVERNI REGIONALI e vengono elaborate (in qualche caso) le mappature delle ASSOCIAZIONI INTERCOMUNALI e delle ZONE SOCIO-SANITARIE;

– ANNI NOVANTA: LA LEGGE 142/90 introduce le fattispecie su cui oggi si continua a dibattere: UNIONI E FUSIONI;

– ANNI DUEMILA: la LEGGE 265/1999 riforma gli strumenti associativi che hanno avuto poco successo (cade l’obbligatorietà della trasformazione delle unioni in fusioni, si introduce un corposo sistema di finanziamenti, si ribadisce il potere delle regioni nell’individuazione di bacini ottimali); la RIFORMA COSTITUZIONALE DEL 2001 e la LEGGE SUL FEDERALISMO FISCALE (legge 42/2009) spingono sul decentramento;

– DAL 2008: sono gli ANNI DELLA CRISI, in cui lo Stato recupera un ruolo centrale in materia di assetti locali per contenere la spesa pubblica.

Pochi risultati

Un bilancio dei risultati ottenuti è illustrato nel grafico 1. La legge 142/90 non ha dato quelli sperati, perché la prospettiva della fusione obbligatoria è stata osteggiata dagli enti locali. Diverso effetto sembra aver sortito la normativa che proprio quel vincolo ha rimosso (legge 265/99). Tuttavia, occorre tener presente che le soluzioni, lasciate allo spontaneismo dal basso, hanno inseguito di volta in volta i finanziamenti disponibili (nazionali e regionali), senza dar luogo a soluzioni stabili. Con la legislazione della crisi c’è stato un nuovo impulso alle unioni di comuni, ma il fenomeno è in parte il risultato della mera trasformazione delle preesistenti comunità montane, cui sono stati tagliati i finanziamenti.    A fine 2014, il bilancio è dunque molto magro: le unioni interessano il 24 per cento dei comuni e il 14 per cento della popolazione; quelle effettivamente operative, che cioè hanno presentato un bilancio, sono ancora meno (nel 2012, 230 a fronte delle 367 esistenti sulla carta) e comunque il loro peso sulla spesa complessiva degli enti locali resta inferiore all’1 per cento.

GRAFICO 1 (da LA VOCE.INFO del 4/1/2016)

   DAL 2014 È POI EMERSO PER LA PRIMA VOLTA IL FENOMENO DELLE FUSIONI. Come ha confermato anche recentemente la Corte dei conti (audizione parlamentare del 1° dicembre 2015), questa soluzione è da considerarsi la migliore rispetto alle altre forme di associazionismo, perché produce risparmi di spesa certi.

   I fattori che l’hanno finalmente avviata sono da individuarsi negli INCENTIVI EROGATI, uniti all’esenzione dal rispetto del patto di stabilità e, soprattutto, dall’obbligo di gestione associata delle funzioni fondamentali. Gli incentivi sono di tutto rilievo per piccole realtà: un comune nato da una fusione di dimensione molto piccola, come Fabbriche di Vergemoli (Lucca) (800 abitanti dopo la fusione), riceve un contributo annuo pari 110mila euro, mentre un comune medio come Figline e Incisa (Firenze) (23mila abitanti) circa 1 milione di euro per anno. Il contributo è previsto per i dieci anni successivi alla fusione.    Se il fenomeno è senz’altro positivo, occorre tuttavia considerare che i numeri restano ancora molto piccoli (26 casi, per un totale di 62 comuni coinvolti nel 2014) e i risultati in termini dimensionali modesti (solo 7 casi su 26 hanno dato origine a enti con più di 10mila abitanti e solo 2 su 26 a enti con più di 20mila). Il rischio è che, SE LASCIATO AL PIÙ ASSOLUTO SPONTANEISMO, IL PERCORSO SI DIMOSTRI ASSAI DISPENDIOSO IN TERMINI DI TEMPO E RISORSE e che finisca per produrre risultati modesti.

Aumentare gli incentivi? 

Il potenziamento degli incentivi economici dedicati alla soluzione migliore (la fusione) può senz’altro rappresentare uno strumento efficace, che deve però essere bilanciato da una valutazione stringente dei risultati.    Ad esempio, gli incentivi potrebbero essere erogati solo per soluzioni di massa critica sufficiente. Per valutare questo secondo aspetto si può FAR RICORSO AL RAGGIUNGIMENTO DI UNA SOGLIA DEMOGRAFICA SIGNIFICATIVA (almeno 10mila abitanti), oppure alla corrispondenza ad alcuni ambiti ottimali ormai consolidati, come i sistemi locali del lavoro (che rispecchiano il comportamento reale degli individui) o gli ambiti di programmazione dei servizi socio-sanitari o educativi (ambiti che corrispondono più precisamente al concetto di servizi di prossimità).    Occorre, infine, prevedere un potere di sostituzione nel caso di inadempienza, giustificabile con motivi di interesse pubblico prevalente: l’iper-frammentazione, infatti, assorbendo risorse per il funzionamento delle strutture, toglie servizi ai cittadini. (Sabrina Iommi- Ricercatrice presso IRPET, Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana- Si occupa di analisi territoriale e socio-demografica dello sviluppo, economia urbana, modelli istituzionali di governo).

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http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2016/

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Studi di fattibilità per valutare le fusioni tra Comuni

13/02/2017 Le fusioni dei Comuni e la necessità di ponderare le scelte attraverso studi di fattibilità. Clicca su:

L’approfondimento del Sole 24 Ore

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COSÌ UN COMUNE SU TRE RISCHIA DI SPARIRE

di Gabriele Martini, “da “La Stampa” del 1/6/2016

– Un dossier di Legambiente ([PDF]piccolo (e fuori dal) comune – Legambiente) lancia l’allarme sullo spopolamento nei municipi sotto i 5mila abitanti: “In 25 anni un residente su sette se n’è andato. Due anziani per ogni giovane. Vuota una casa su tre” –

   Non solo Nord-Sud, c’è un altro DIVARIO che zavorra l’Italia. È quello tra CENTRO E PERIFERIA. Da un lato ci sono le aree metropolitane e i capoluoghi «a sviluppo elevato»: centri che hanno consolidato specificità imprenditoriali spesso trascinandosi dietro l’hinterland. Dall’altra c’è la pletora dei piccoli comuni: paesini alpini che resistono alle asperità della montagna, mini-insediamenti abitativi abbarbicati sull’Appennino, municipi dimenticati da Dio e dagli uomini sparsi nelle campagne del Sud.

   Questi mini-Comuni, 2430 (il 30% del totale) rischiano di non sopravvivere a causa del lento (ma almeno finora inesorabile) spopolamento.

LA STORIA Il paese fantasma dell’Astigiano dove i macedoni salvano le vigne

NOI E L’EUROPA

Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. IL PROBLEMA È UN ALTRO, E SI CHIAMA CROLLO DEMOGRAFICO. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali.

IL CALO DEMOGRAFICO

Un dossier di Legambiente fotografa il calo di popolazione e le caratteristiche di quello che viene definito il «disagio insediativo» dei piccoli Comuni. Non è un pericolo marginale: nei 2430 Comuni a rischio sopravvivenza vivono quasi 3 milioni e mezzo di italiani, il 5,8% della popolazione. Ma in 25 anni i Paesi sotto i 5 mila residenti hanno perso 675 mila abitanti. Un calo del 6,3%, mentre nello stesso periodo la popolazione italiana cresceva del +7% con oltre 4 milioni di cittadini in più rispetto al 1991. La differenza demografica netta è quindi del 13%. Significa che in un quarto di secolo una persona su sette se n’è andata dai piccoli Comuni. La densità è scesa a 36 persone per chilometro quadrato: 13 volte in meno rispetto agli insediamenti con oltre 5 mila abitanti.

COMMENTO La solitudine di chi si trasferisce in un piccolo paese

PAESI FANTASMA

Sempre di meno e sempre più vecchi. In quest’Italia in miniatura, dall’anima rurale, gli over 65 sono aumentati dell’83% a fronte degli under 14. Dalla sostanziale parità si è passati a oltre due anziani per ogni giovanissimo. I piccoli comuni sono poco attraenti anche per la popolazione che arriva dall’estero. Dato ribadito dal deficit di imprese straniere, il 25,6% in meno della media. Il pericolo è che i borghi siano destinati a diventare i paesi fantasma del terzo millennio. Già oggi le abitazioni vuote sfiorano i 2 milioni (mentre sono 4 milioni e 345 mila quelle occupate): vale a dire una su tre. E finora nemmeno il turismo ha salvato il patrimonio dei mini-Comuni, dove la capacità ricettiva è cresciuta meno della metà di quella urbana.

LA CORSA ALLA FUSIONE

Il rilancio dei «piccoli» è al centro di “Voler bene all’Italia”, la festa dei borghi promossa da Legambiente dal 2 al 5 giugno (2016, NDR). Per la presidente Rossella Muroni «è indispensabile puntare sulla semplificazione amministrativa, mantenere presidi come scuole, servizi postali e ospedali e garantire risorse per la valorizzazione come prevede il ddl in discussione alla Camera». Anche perché «una politica che dimentica i piccoli comuni – avverte Massimo Castelli, coordinatore dell’Anci – non fa l’interesse del Paese». L’altra faccia di questo quadro a tinte fosche è la corsa alle fusioni per razionalizzare spese e gestioni dei servizi. Il primo gennaio 2016 sono spariti 40 Comuni. E non è finita. Il governo spinge sull’acceleratore e in manovra ha confermato il contributo straordinario pari al 40% dei trasferimenti erariali dell’anno 2010 per chi si fonde. Altri sette progetti di accorpamento hanno già ottenuto il via libera dei cittadini tramite referendum. È il paradosso del Paese dei mille campanili: per salvarli, tocca superarli. (Gabriele Martini)

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LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO

di DANILO TAINO, da LA LETTURA inserto de “il Corriere della Sera”

   Se non state per leggere questo articolo in spiaggia o in campagna, alzate lo sguardo: siete nel tuorlo dell’uovo. Perché siete in città e — pare — la città oggi è il centro del tutto.

   Meglio ancora: la «metropoli globale» è l’oggetto di attenzione del momento. Il fatto urbano e le sue conseguenze sono i campi di studio emergenti più affascinanti e rivoluzionari nelle università e nei centri di ricerca di mezzo mondo. E si capisce perché.

   È in città che l’economia cresce, che le persone raggiungono alti livelli di istruzione, che la creatività sboccia, che le relazioni sociali fioriscono, che il patrimonio di intelligenza collettiva si accumula. Ed è dalle nuove megalopoli, luoghi di diseguaglianza sociale estrema, che uscirà un mondo forse più giusto.

   E possibilmente anche uno dei sistemi politico-statuali del futuro: Nassim Nicholas Taleb — l’inventore della teoria del Cigno nero, l’analista delle conseguenze degli eventi imprevisti — sostiene che nel giro di 25 anni gli Stati Nazione saranno sostituiti da città-Stato. Per alcuni happy few, d’altra parte, è già così.

   La cosiddetta «classe dirigente globale» vola di città in città senza curarsi di quale Paese queste facciano parte. Si tratta di top manager, banchieri, artisti, star dello sport e del cinema, imprenditori e rispettive famiglie che si muovono per business tra Londra e Shanghai, fanno shopping a New York e Parigi, volano a Milano per il Salone del Mobile, fanno tappa a Dubai per un party e l’inaugurazione di una galleria d’arte.

   Per loro, le metropoli sono centri off-shore, non più legate al Paese e al territorio che le circonda: sono entità urbane che hanno costruito pezzi di se stesse interamente dedicati a questa élite globale dai grandi mezzi finanziari che vive come se non avesse nazionalità. È una classe nuova — o relativamente nuova — che guarda il mondo dall’alto: che arriva in aereo e osserva i canyon urbani dalla cima dei suoi grattacieli.

   Uno studio della società di consulenza A.T. Kearney l’ha definita Urban Elite. Per descriverla non risparmia iperboli. «Il mondo — sostiene lo studio del 2010 — non è piatto. Piuttosto, è un panorama di picchi e valli, e le città globali sono i picchi. Spesso si ergono sopra l’hinterland attorno a esse, avendo a che fare più l’una con l’altra che non con i propri concittadini delle valli sottostanti. Dai loro vertici, i cittadini globali parlano tra di loro e fanno business».

   A.T. Kearney dice che queste città globali non sono necessariamente belle. Anzi. «Ma — aggiunge — sono affollate da coloro che stanno creando il futuro, rumorose per lo scontro di affari e di idee, frenetiche nella gara per stare avanti. Hanno soldi e potere. Sanno dove il mondo sta andando perché loro sono già lì. Essere una città globale è, in questo senso, una cosa splendida».

   Taleb prevede che lo sviluppo di queste entità, assieme alla trasformazione parallela che si produrrà nell’hinterland che le circonda, svuoterà di senso lo Stato Nazione, che rimarrà un elemento cosmetico indebolito dai deficit e dalle inconsistenze dei politici e delle burocrazie; creerà Stati negli Stati, o città-Stato, gestiti in modo impeccabile dal punto di vista dei bilanci; addirittura potrà provocare la nascita di nuove valute più stabili, legate a valori reali.

   Saranno metropoli in concorrenza l’una con l’altra, aperte, attente alla qualità della vita e hi-tech: per attrarre denaro, competenze, talenti, creatività. Fondate sul concetto lanciato a inizio secolo da Richard Florida (e aggiornato l’anno scorso) delle «tre T» che una città deve mettere in campo per vincere nell’era della globalizzazione: Tecnologia, Talento, Tolleranza.

   A.T. Kearney ha anche creato, assieme al Chicago Council of Global Affairs e alla rivista «Foreign Policy», una classifica delle 65 città che possono fregiarsi già oggi dello status di «globale». Ai primi cinque posti: New York, Londra, Tokyo, Parigi, Hong Kong. Le capitali storiche del mondo ricco e la loro colonia di maggiore successo. Ma in crescita ci sono metropoli del terzo mondo ormai entrate nel circuito delle Urban Elite: Singapore, Seul, Pechino, Shanghai, Buenos Aires, Mosca, Dubai. (Le italiane tra le 65 sono Roma e Milano). E nei prossimi decenni molte altre si aggiungeranno: la popolazione del pianeta è ormai per ben oltre la metà urbana e nel 2025 lo sarà per il 60 per cento. La differenza la farà la capacità di attrarre competenze, scienza, cultura, denaro.

   Questo è lo strato superiore della torta metropoli, quello brillante e visibile in tv, nei film, sulle copertine delle riviste. Quello che più viene discusso e fotografato nei giornali di architettura. Quello che fa lievitare a livelli paradossali i prezzi di case e uffici, dei grattacieli di Manhattan e dei quartieri «gentrificati» di Parigi.

   L’altra parte della città, in un certo senso underground, è quella dei pendolari che vivono ai margini, dei quartieri poveri e — nelle megalopoli del Terzo Mondo — degli slums, i quartieri che bollono della vita di nuovi e meno nuovi inurbati venuti dalle campagne in cerca di futuro. Qui non ci si sposta in elicottero: garantire i trasporti pubblici per città di 20 milioni di abitanti (ce ne sono già una ventina) sarà una grande impresa, nonostante le nuove tecnologie e i programmi di smart-cities in Rete allo studio un po’ ovunque.

   Qui non si passa dal salotto alla spa: uno dei problemi maggiori sarà rifornire di acqua — sempre più usata e sempre più scarsa — quartieri di milioni di abitanti con infrastrutture improbabili. Qui le scuole sono di rado eccellenti: i bambini di Calcutta e di Lagos dovranno lottare per trovare un insegnante e un banco. Qui ci saranno rivolte e violenza.

   Ciò nonostante, anche per la parte di umanità che vivrà nelle bidonville si apriranno opportunità che nelle campagne povere e superstiziose non sarebbero mai sbocciate. Mettersi un tetto sulla testa a Mumbai, anche se di cartone, significa già oggi avere accesso a un mondo di opportunità di lavoro, di educazione, di conoscenze e di rapporti nemmeno immaginabile nell’India rurale. Per non dire dell’apertura culturale e della tolleranza che il passaggio dalla campagna alla città si porta dietro.

   Per quanto problematica, ineguale e probabilmente fonte di conflitti, anche la fascia underground della città, forse soprattutto quella, sarà il grande motore del mondo. È stato calcolato che il 40 per cento della crescita globale dei prossimi 15 anni verrà da 400 città di dimensioni medio-grandi al momento quasi sconosciute. Già oggi, le cinque città a maggiore crescita sono Beihai (Cina), Ghaziabad (India), Sana’a (Yemen), Surat (India) e Kabul in Afghanistan.

   È Il trionfo della città, titolo di un libro dell’economista di Harvard Edward Glaeser. Sottotitolo: «Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi, più smart, più verdi, più sani e più felici». Il cuore del suo ragionamento è che «le città esaltano le forze dell’umanità»: moltiplicano le interazioni personali, attraggono talenti e creatività, incoraggiano gli spiriti imprenditoriali, favoriscono la mobilità sociale. La densità è miracolosa. E le interconnessioni sono fondamentali.

   John Kasarda, professore all’Università della North Carolina, ha proposto l’idea di tante aerotropolis, nuove città che hanno senso di esistere e di crescere perché collegate «con un cordone ombelicale» ai loro aeroporti: per creare un «Internet fisico» di voli, fabbriche, magazzini, servizi per le nuove realtà urbane in collegamento e in competizione tra loro. New Songdo, secondo alcuni il modello di queste aerotropolis, sta sorgendo nella Corea del Sud.

   Succede insomma che l’energia che si sprigiona dalle grandi città globali sta diventando uno dei principali filoni di analisi e di intervento non più solo degli architetti, degli urbanisti, degli ingegneri, dei pianificatori. È ormai campo di applicazione privilegiato per economisti e politici.

   Paul Romer — economista alla New York University, imprenditore e attivista politico — ha lanciato e in parte messo in pratica un’idea per molti versi collegata alla teoria di Taleb sulle città-Stato. A suo parere, soprattutto nei Paesi emergenti e nel Terzo Mondo, è antieconomico spendere energie per combattere la burocrazia, debellare la corruzione, sperare di introdurre regole di convivenza di tipo occidentale.

   Meglio costruire dal nulla città extraterritoriali, non sottoposte alle leggi di quel Paese ma a una tavola di regole (charter) sottoscritte e rispettate da chi ci va ad abitare. Charter cities le ha chiamate: soluzione radicale accusata di essere neocolonialista (Romer risponde che si tratta di una scelta che un Paese può fare o meno, non una costrizione).

   Il suo tentativo di applicare la teoria a un grande progetto in Honduras ha fatto passi avanti fino a un anno fa, ma poi si è infranto su scogli politici. Ciò nonostante, l’idea di città nuove costruite grazie a progetti e denaro di Paesi avanzati e modellate sulle esigenze del mondo del business sta facendo strada, siano esse aerotropolis o charter cities: Singapore e la Cina stanno sviluppando progetti del genere.

   È che nel mondo in cambiamento accelerato le città sono in subbuglio. (Danilo Taino)

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Cliccate su questo articolo di Renzo Piano, e il lavoro di risanamento delle “città a rischio”:

https://drive.google.com/file/d/0Bw3C-bHDFz79UFdtZ0dIQkxhX0U/view :

Renzo Piano “Così farò rinascere le città a rischio” Sette, Corriere della Sera del 10/3/2017

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Clicca su:

Comuni, ecco chi spende peggio

23/02/2017 Sergio Rizzo Corriere della Sera – Secondo un’indagine di Confartigianato sono 23 i Comuni italiani giudicati inefficienti nell’organizzazione della spesa, perché si discostano dal fabbisogno standard. Il peso negativo di Roma

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DEMOCRAZIA E NUOVE FORME DI PARTECIPAZIONE

di LUIGI BOBBIO, in M. Bovero e V. Pazè (a cura di), Come sta la democrazia?, Roma-Bari, Laterza, pp. 46-62.

   Negli ultimi vent’anni sono stati introdotti, in diverse parti del mondo, specifici approcci per promuovere la partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche. Essi sono in parte il frutto della riflessione di studiosi e in parte derivano da proposte avanzate da organizzazioni non governative o da iniziative assunte da amministrazioni pubbliche.

   Tali approcci specificano, di volta in volta, come vanno individuati i partecipanti, su quali temi, con quali poteri, attraverso quali percorsi e con quali esiti. Consistono in veri e propri “pacchetti” strutturati, anche se dotati di una certa adattabilità, ossia – per usare un termine diffuso in Francia, ma non incomprensibile in Italia – in “dispositivi” che disegnano uno specifico percorso.

   Esistono numerosi dispositivi partecipativi. Non pretendo di farne una rassegna esaustiva, né tantomeno di tentarne una classificazione. Mi limiterò a illustrare tre famiglie di dispositivi partecipativi che hanno avuto, in tempi recenti, una diffusione particolarmente ampia e non senza qualche successo. E, alla fine di questa rapida rassegna, cercherò di esaminare se questi dispositivi lasciano intravedere qualche linea di tendenza comune e quali aspetti problematici e quali dilemmi sollevano.

I bilanci partecipativi

La prima famiglia di dispositivi – quella più nota e più diffusa – è costituita dai bilanci partecipativi. Essi nascono – sia pure con infinite varianti – da un’unica matrice originaria: l’esperienza dell’orçamento participativo, avviato nella città brasiliana di Porto Alegre, in seguito alla vittoria del Partido dos Tabalhadores alle elezioni municipali del 1989. Nel corso degli anni il processo è stato più volte modificato, ma non è mai stato interrotto, neanche dopo la sconfitta del PT nel 2005.

   Il bilancio partecipativo di Porto Alegre nasce dall’esigenza di coinvolgere i cittadini nelle scelte sulla destinazione delle spese di investimento dell’amministrazione comunale e di ripartirle in modo trasparente e equilibrato tra i 16 quartieri (regiões) in cui è suddivisa la città. Il processo del bilancio partecipativo inizia ogni anno in autunno e si conclude in primavera con l’approvazione del bilancio da parte del consiglio comunale.

   Tra marzo e luglio si svolgono due tornate di assemblee di quartiere che indicano le priorità, ossia le opere e gli interventi cui deve essere data la precedenza ed eleggono i propri delegati (conselheros). Le medesima funzione viene svolta contemporaneamente da sei assemblee tematiche (ciascuna relativa a uno specifico settore di politica urbana).

   In inverno-primavera il compito di tirare le fila spetta ai Conselho do Orçamento Participativo (COP) formato dai delegati dei due ordini di assemblee, assistiti dai tecnici dell’amministrazione comunale. Il consiglio stabilisce la ripartizione delle spese in conto capitale per l’anno successivo tra i quartieri e tra gli ambiti tematici, secondo le indicazioni espresse dalle assemblee (e secondo altri due parametri: la popolazione dei quartieri e il grado di carenza di servizi).

   La proposta di ripartizione è poi portata al consiglio comunale cui spetta l’approvazione definitiva del bilancio e che finora, pur non avendo alcun vincolo, ha sempre scelto di ratificare le decisioni assunte mediante il processo partecipativo.

   La partecipazione dei cittadini alle assemblee ha continuato a crescere nel primo decennio fino a stabilizzarsi attorno alle 11-17.000 unità, pari al 1-1,5% della popolazione (Fedozzi 2007). Tenendo conto degli incontri preliminari che coinvolgono in modo più capillare la popolazione prima delle assemblee di quartiere è stato calcolato, forse un po’ ottimisticamente, che il 5-7% dei cittadini sia in qualche modo coinvolto nel processo (Gret e Sintomer 2002).

   È stato dimostrato con dovizia di dati che la pratica del bilancio partecipativo ha avuto l’effetto di ridurre le sperequazioni tra le diverse zone della città, favorendo i quartieri periferici e meno dotati di servizi, oltre che di irrobustire il tessuto associativo nella città (Baiocchi 2003, Allegretti 2003).

   Dato il successo e la notorietà dell’esperienza di Porto Alegre, la pratica del bilancio partecipativo si è diffusa in tutto il mondo, sia pure con numerose varianti. Essa coinvolge attualmente 170 città brasiliane, tra cui alcune grandi metropoli coma São Paulo e Belo Horizonte (Avritzer 2006) e numerose città latinoamericane (Vasconez e Bossano 2006).

   In Europa nel 2005 sono state censite 55 esperienze di bilancio partecipativo (Sintomer et al. 2008), prevalentemente in città medio-piccole. In Italia i casi più noti sono quelli di Grottammare, Pieve Emanuele e del Municipio 11 di Roma (D’Alberto et al. 2005, Ravazzi 2007), a cui si è di recente aggiunto il comune di Modena. Le esperienze europee si distinguono dal modello originario sia per l’adozione di percorsi più semplici e meno impegnativi per l’amministrazione, sia per la minore partecipazione dei cittadini.

   Non sono stati rilevati in Europa effetti redistributivi particolarmente evidenti. E’ stata spesso notata la tendenza delle assemblee di concentrarsi su problemi minuti o di rilevanza ultra-locale.

Il débat public francese

La seconda famiglia di dispositivi partecipativi è costituita da quei processi che mirano a coinvolgere la popolazione per dirimere o prevenire conflitti territoriali o ambientali, relativi – specialmente – ai progetti delle grandi opere infrastrutturali. Benché esistano numerose pratiche di questo genere (spesso ricomprese sotto l’etichetta di environmental mediation), qui mi soffermerò solo su una di esse, il débat public francese che è l’unica a essere stata compiutamente istituzionalizzata e ad aver avuto, perciò, un’ampia applicazione in quel paese.

   Nei primi anni ’90, in seguito alle virulenti proteste delle popolazioni locali contro il tracciato della linea ad alta velocità del TGV Mediterranée tra Lione e Marsiglia, il governo francese decise che la progettazione delle grandi opere dovesse essere sottoposta preventivamente a un dibattito pubblico tra tutti i soggetti interessati. Con la legge Barnier del 1995, parzialmente modificata nel 2002, fu istituita un’autorità indipendente denominata Commission Nationale du Débat Public, che ha il compito di organizzare il dibattito pubblico su i progetti di grandi infrastrutture. Per i progetti che superano una certa soglia (in termini di costo) l’apertura del dibattito è automatica; per gli altri è decisa a discrezione della Commissione.

   A differenza della valutazione di impatto ambientale (che comunque resta in vigore), il débat public non si svolge sul progetto definitivo, ma su un’idea preliminare.

   Lo scopo è quello di discutere il progetto per tempo, ossia quando è ancora possibile apportarvi rilevanti cambiamenti.

   La concreta gestione di ciascun dibattito è affidata dalla Commissione Nazionale a una Commissione Particolare che opera in loco. Il dibattito si apre dopo che il soggetto proponente ha consegnato un dossier, scritto in linguaggio non specialistico, che illustra le ragioni e le caratteristiche dell’opera proposta e eventualmente, delle alternative progettuali.

   Qualsiasi associazione, gruppo o comitato può presentare le proprie osservazioni e le proprie proposte che vengono pubblicate a cura della Commissione sotto la dizione Cahiers d’acteurs. Sia il dossier iniziale sia i quaderni degli attori sono oggetto di un’ampia campagna informativa tra la popolazione coinvolta dal progetto.

   Il dibattito vero e proprio dura quattro mesi e si svolge mediante incontri sul territorio, aperti al pubblico, alcuni dei quali sono dedicati alla trattazione di specifici aspetti (economici, ambientali ecc.) del progetto. Lo scopo fondamentale è quello di mettere i proponenti e gli oppositori locali, gli uni di fronte agli altri e di costringerli a confrontarsi sulla base di argomenti pertinenti.

   Gli esiti del dibattito pubblico non hanno alcun valore giuridico. Al termine del dibattito, infatti, il presidente della commissione redige un rapporto dettagliato in cui si limita a illustrare gli argomenti pro e contro emersi nel corso degli incontri. Entro i tre mesi successivi il proponente dell’opera deve comunicare se intende mandare avanti il suo progetto, modificarlo o ritirarlo (Blatrix 2002, Rui 20043, Mansillon 2006, Revel et al. 2007).

   A partire dal 2002 sono arrivati a conclusione 31 dibattiti pubblici su diversi tipi di infrastrutture (linee ferroviarie a alta velocità, linee tramviarie, autostrade, porti, rigassificatori, elettrodotti, una centrale nucleare, un aeroporto, un bacino artificiale). In seguito alle risultanze del dibattito, in cinque casi i progetti sono stati ritirati dal proponente, negli altri 26 casi essi sono stati mantenuti ma spesso con l’introduzione di modifiche o di misure di accompagnamento.

   Nei nove casi in cui il progetto iniziale presentava ipotesi alternative, il soggetto proponente ha scelto una di esse tendendo esplicitamente conto dell’andamento del dibattito.

   Sappiamo, invece, che in Italia il muro contro muro ha finora nettamente prevalso in analoghe situazioni di conflitto. È da segnalare, però, che il modello francese è stato utilizzato nel 2007, con risultati molto interessanti, per discutere il progetto di un grande insediamento turistico in un borgo medievale toscano (Floridia, di prossima pubblicazione).

   Inoltre la legge toscana del 2007 sulla partecipazione ha esplicitamente previsto il dibattito pubblico preventivo sulle grandi opere (Floridia 2007).

I dispositivi basati sul sorteggio

La terza famiglia di dispositivi partecipativi è quella che mira a coinvolgere cittadini comuni, scelti mediante estrazione a sorte, nella discussione su temi specifici. Il ricorso alla pratica del sorteggio (anziché alla partecipazione volontaria, come nei due precedenti dispositivi) vuole sottolineare che qualsiasi cittadino ha le competenze e la capacità di contribuire alle scelte collettive, secondo l’antico modello ateniese che viene oggi esplicitamente richiamato dai sostenitori di questo approccio (Carson e Martin 1999, Sintomer 2007).

   Il prototipo di questo dispositivo partecipativo è costituito dalle giurie di cittadini proposte contemporaneamente negli anni ’70 da Ned Crosby in America (Crosby e Nethercut 2005) e da Peter Dienel in Germania (sotto la denominazione, un po’ sovietica, di Planungszelle, ossia cellule di pianificazione). Le giurie di cittadini si ispirano al funziona mento delle giurie nel processo penale.

   Un piccolo numero di cittadini (da 15 a 25) estratti a sorte, discute per un numero variabile di giorni (da 1 a 5) su un tema controverso, ascolta il punto di vista degli esperti, li interroga e alla fine esprime una posizione comune che viene trasmessa ai decisori politici sotto forma di “raccomandazione”.

   La loro diffusione nel mondo è avvenuta a partire dagli anni ’90 e ha conosciuto la massima fortuna in Gran Bretagna dove sono diventate una pratica frequente, anche sotto l’impulso dei governi Blair e Brown. In Italia si sono svolte, per ora, solo alcune sperimentazioni su iniziativa accademica, anche se con il coinvolgimento dei governi locali.

   Il principio del sorteggio ha ispirato altri dispositivi che assomigliano alle giurie di cittadini, ma se ne discostano sia per il maggiore numero di persone coinvolte, sia per la diversa finalità della discussione. Il caso più noto è quello dei sondaggi deliberativi proposti da James Fishkin (2003). Essi hanno lo scopo di vedere come cittadini comuni, sorteggiati casualmente, modificano le loro opinioni dopo aver ricevuto informazioni su un problema di rilevanza pubblica ed averne discusso tra di loro e con esperti portatori di visioni diverse. I deliberative polling coinvolgono dalle 200 alle 600 persone e si svolgono di regola nel corso di un fine settimana.

   Le informazioni sono trasmesse ai partecipanti attraverso apposito materiale informativo, concordato con i principali stakeholder, la discussione si svolge in piccoli gruppi che si accordano per formulare domande, a cui rispondono, in seduta plenaria, esperti e politici. Un medesimo questionario è somministrato ai partecipanti prima e dopo l’evento allo scopo di verificare gli eventuali cambiamenti di opinione.

   Finora si sono svolte alcune decine di sondaggi deliberativi in diversi paesi, su temi importanti e controversi tra i quali: le misure sulla sicurezza (in Gran Bretagna), gli aiuti ai paesi in via di sviluppo (negli Stati Uniti), l’adozione dell’euro (in Danimarca), i diritti degli aborigeni (in Australia), il diritto di voto agli immigrati (in Italia).

   Un’altra iniziativa, particolarmente originale (e coraggiosa) si è svolta nel 2006 nella città greca di Maroussi (70.000 abitanti nell’area metropolitana di Atene), dove il partito socialista (Pasok) ha scelto di affidare a un campione casuale di cittadini la scelta del proprio candidato sindaco.

   Per un’intera giornata 160 cittadini, selezionati mediante sorteggio, hanno ascoltato le autopresentazioni dei 6 candidati indicati dal partito, hanno discusso con loro e alla fine hanno espresso la loro preferenza, mediante votazione a doppio turno. Il Pasok si è attenuto alle indicazioni dei cittadini e ha effettivamente presentato alle elezioni i sei candidati.

   In uno spirito analogo, il governo della British Columbia (Canada), insoddisfatto per il sistema elettorale uninominale vigente in quella provincia e consapevole del fatto che i partiti politici non sarebbero mai riusciti a mettersi d’accordo per riformarlo, ha scelto nel 2004 di affidare la discussione della riforma elettorale a un campione di 160 cittadini selezionati casualmente nei distretti della provincia. La citizens’ assembly ha lavorato per 11 mesi, ha discusso i pro e i contro dei diversi sistemi elettorali che le sono stati presentati e si è pronunciata a favore dell’adozione di un sistema proporzioniate (con voto trasferibile).

   Tale proposta è stata poi sottoposta a referendum, e ha ottenuto il 57,7% dei voti (ma non è passata perché era stata prevista una soglia del 60%). La medesima esperienza è stata replicata nei Paesi Bassi nel 2006 e in Ontario nel 2006-07. E anche in questi due casi i cittadini sorteggiati si sono alla fine pronunciati a favore del sistema proporzionale, per mantenerlo nel primo caso e per introdurlo nel secondo.

Una linea di tendenza?

Malgrado le differenze che le caratterizzano e le diverse circostanze che le hanno originate, le tre famiglie di dispositivi partecipativi hanno qualcosa in comune: lasciano intravedere qualche spunto non banale per una possibile riforma della democrazia. Esse si presentano, infatti, come altrettante risposte alla crisi della rappresentanza.

   Si rivolgono ai cittadini (sia pure in forme diverse) per trovare un supplemento di legittimazione su specifiche questioni (la destinazione delle spese comunali, le grandi opere, alcuni grandi temi controversi) sulle quali il mandato elettorale non appare una risorsa sufficiente. Ma il bersaglio di queste pratiche non consiste solo nella rappresentanza elettiva.

   Anche la rappresentanza associativa (o di categoria) viene messa in discussione: in modo evidente nei dispositivi basati sul sorteggio (in cui i partecipanti sono per definizione “cittadini comuni”), in modo meno evidente nei bilanci partecipativi e nel débat public. Qui, infatti, gli attivisti e i rappresentanti delle associazioni finiscono per avere un ruolo di primo piano, ma il principio che caratterizza queste esperienze è che ogni partecipante si esprime a titolo personale (Ravazzi 2007).

   Siamo insomma molto lontani dal mondo della concertazione, dove invece il perimetro delle organizzazioni ammesse è tracciato a priori ed il confronto è strettamente nelle mani di rappresentanti che parlano “a nome di”. I dispositivi partecipativi costituiscono quindi una presa di distanza dalla rappresentanza, sia di quella elettiva sia di quella associativa e sono, proprio per questo, visti spesso con sospetto sia dai politici che dai gruppi di interesse.

   Questa presa di distanza non è tuttavia radicale. Non ci troviamo di fronte a una riproposizione di forme di democrazia diretta. Le istanze partecipative accettano di convivere con la democrazia rappresentativa e riconoscono ai rappresentanti elettivi il diritto all’ultima parola. Non pretendono di sostituirsi ad essa, ma si propongono di offrire qualcosa di più. E, infatti, le decisioni che producono non sono mai dotate di un valore giuridicamente vincolante.

   La loro forza consiste nell’influenza che riescono a esercitare di fatto grazie alla natura e alla credibilità del processo che hanno saputo sviluppare, alla capacità di ridefinire i problemi o di formulare argomenti convincenti. E la loro effettiva influenza è molto variabile: è notevole nei bilanci partecipativi, incontra alti e bassi nel débat public, è spesso obiettivamente modesta – con qualche eccezione – nei dispositivi basati sul sorteggio.

   La mancanza di potere decisionale è spesso vista come un handicap mortale: “noi partecipiamo e loro decidono”, come si leggeva nei manifesti del maggio francese. Ma può essere anche considerata come un vantaggio. Essa libera le arene partecipative dagli impacci formali che necessariamente si accompagnano al potere decisionale (la verifica dei poteri, il numero legale, le procedure, le mozioni, gli emendamenti ecc.) e permette un confronto più sciolto e diretto sul merito delle questioni. Ciò che si perde in potere lo si acquista nella possibilità di uno scambio più ricco e meno paludato.

   Ma al di là degli effetti concreti, i processi partecipativi permettono di ampliare l’ambito in cui sono prese le decisioni, di rendere più trasparenti le alternative e le modalità di scelta. Creano spazi pubblici in ambiti in cui altrimenti prevarrebbero meccanismi di scambio più circoscritti e opachi. È il caso del dibattito sulle grandi opere in Francia, ma è anche il caso di Porto Alegre, dove il bilancio partecipativo ha avuto l’indubbio merito di introdurre criteri trasparenti sulla destinazione della spesa pubblica, sottraendola a meccanismi occulti e clientelari.

   Va infine notato che i dispositivi partecipativi costituiscono una risposta non populista alla crisi della democrazia rappresentativa. Qui non si cerca di aggirare i meccanismi rappresentativi attraverso l’appello a un popolo indistinto, ma si propongono percorsi strutturati e regolati in cui sono specificati – spesso minuziosamente – i diritti di accesso, le modalità dell’interlocuzione e della circolazione delle informazioni, la presenza del contraddittorio.

   Vengono offerti “spazi protetti” in cui i partecipanti sono indotti a riflettere, a argomentare le loro posizioni a confrontarle con quelle degli altri. La democrazia è qui intesa soprattutto come pratica discorsiva tra portatori di idee o istanze diverse o anche contrapposte. Questo aspetto è particolarmente evidente nel caso del débat public francese e dei dispositivi basati sul sorteggio. Ai cittadini non si chiede semplicemente di esprimere le proprie opinioni e il risultato finale non consiste nella semplice conta dei voti o delle preferenze – come avviene invece nei sondaggi e nei referendum. Si scommette invece sulla forza trasformatrice della discussione. I dispositivi partecipativi propongono insomma una democrazia di tipo deliberativo, piuttosto che aggregativo.

I dilemmi

Altrettanto importanti sono le differenze che esistono tra i dispositivi partecipativi e gli interrogativi che essi sollevano. La prima questione – ovviamente cruciale – è la risposta che essi danno alla domanda “chi partecipa?”. Il paradosso di tutte le pratiche partecipative consiste nel fatto che in teoria esse si rivolgono indistintamente a tutti i cittadini, ma in pratica riescono a coinvolgerne solo una piccola (spesso piccolissima) minoranza. Come affrontare questo squilibrio e le relative distorsioni? Poiché è inevitabile qualche forma di selezione dei partecipanti, con quali criteri può essere operata e da parte di chi?

   Le tre famiglie di dispositivi offrono risposte diverse a queste domande. I bilanci partecipativi puntano sul meccanismo della porta aperta: l’accesso alle assemblee è libero e qualsiasi cittadino può parteciparvi. Ci si affida così all’autoselezione dei partecipanti che può avere però conseguenze notevolmente distorsive, soprattutto quando – come spesso avviene – la partecipazione rimane a livelli molto bassi.

   Anche se la porta rimane aperta, è probabile che la soglia venga varcata soltanto da persone di un certo tipo: militanti, cittadini coinvolti in specifiche reti amicali, politiche o associative, habitué della partecipazione; ed è probabile che finiscano per autoescludersi coloro che hanno maggiori impegni famigliari (le madri), lavorativi (i lavoratori autonomi) o che preferiscono utilizzare altrimenti il loro tempo libero (i giovani). È difficile che un forum basato sull’autoselezione riesca a riflettere compiutamente i diversi punti di vista presenti nella popolazione di riferimento.

   I débats publics francesi adottano un criterio di selezione parzialmente diverso. Anche qui gli incontri sono aperti a tutti, ma trattandosi di discussioni su interventi puntuali, si cerca soprattutto di coinvolgere quei gruppi o quelle persone specificamente interessate dai progetti sul tappeto. Un dibattito pubblico può considerarsi riuscito, sul piano della partecipazione, non se il numero dei partecipanti è elevato, ma se le posizioni espresse comprendono tutti i punti di vista più rilevanti sul tema in questione. Non conta tanto il numero, quanto la varietà e la completezza dei punti di vista (anche se non vi è alcuna garanzia che tale completezza si realizzi effettivamente).

   Le critiche ai meccanismi basati sulla porta aperta o sull’autoselezione, hanno portato allo sviluppo dei dispositivi basati sul sorteggio. In questi casi i partecipanti sono un campione causale della popolazione di riferimento. L’idea di fondo è quella di costituire “una rappresentazione in miniatura del popolo” (Sintomer 2007, p. 103) o un minipubblico (Fung 2003).

   La discussione non avviene più tra militanti, leader naturali o cittadini attivi (come è probabile che avvenga nei due casi precedenti), ma tra cittadini assolutamente comuni, compresi coloro che non varcherebbero mai la soglia di un’assemblea. Se l’obiettivo è quello di dare voce a chi normalmente non ce l’ha, non c’è dubbio che la selezione per sorteggio costituisca una risposta particolarmente pertinente. Anche qui si verifica una forma di autoselezione: solo una minoranza dei cittadini sorteggiati accetta di partecipare e alla fine il campione presenta sempre qualche distorsione rispetto all’universo.

   Ma, per questa via, è possibile aprire la partecipazione alla cittadinanza (anche quella “passiva”) assai più profondamente che con qualsiasi altro metodo. E consente di riunire attorno a uno stesso tavolo o in una stessa sala un mix di persone particolarmente variegato, per professione, età e ambiente sociale (e di assicurare – e non è poco – una parità numerica tra donne e uomini), quale non è dato di riscontrare con nessun altro metodo partecipativo.

   A questo punto si apre un altro problema. I diversi metodi di selezione tendono a generare arene di tipo diverso. Da un lato ci sono le arene formate, prevalentemente, da cittadini attivi o competenti, che esprimono posizioni definite e consapevoli e che talvolta hanno alle spalle una constituency alla quale devono rendere conto. Dall’altro lato ci sono le arene formate prevalentemente da cittadini comuni, che esprimono posizioni meno intense, meno determinate e spesso anche meno consapevoli (Bobbio 2007).

   Secondo la fortunata distinzione di Achong Fung (2003), la discussione sarà “calda” nel primo caso e “fredda” nel secondo.

   Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle due situazioni? È preferibile che la deliberazione sia calda o fredda? A favore della deliberazione calda si può sostenere che la discussione sarà più ricca se i partecipanti hanno a cuore il problema, sono interessati alla posta in gioco e animati da passione politica e sociale.

   Essi “investiranno tutte le loro energie e tutte le loro risorse nel processo e lo renderanno perciò più completo e creativo. È probabile che i risultati della deliberazione siano solidi e siano messi in atto più facilmente” (Fung, 2003, p. 345). Al contrario quanto la discussione si svolge tra cittadini inesperti è probabile che essi – proprio perché inesperti – finiscano per essere manipolati o raggirati (Regonini 2005). Per i politici è più comodo affrontare cittadini comuni che vedersela con attivisti consapevoli e agguerriti. Il sorteggio casuale potrebbe costituire per loro una facile scappatoia (Ginsborg 2006).

   Ma si può rispondere che soltanto in questo modo è possibile garantire che abbiano l’effettiva possibilità di esprimersi tutte le voci presenti nella società, anche quelle che non hanno alle spalle gruppi organizzati. Inoltre la discussione tra cittadini attivi può facilmente ridursi a un dialogo tra sordi in cui ciascuno ribadisce la propria posizione, senza che vi sia alcun apprendimento reciproco, che è invece è assai più probabile, quando il confronto avviene tra cittadini comuni. D’altronde in certi casi non sarebbe male “raffreddare” la temperatura del dibattito, specie quando si è ormai da tempo cristallizzato in posizioni definite e contrapposte.

   Pesa inoltre su tutte le pratiche partecipative il sospetto che esse possano essere piegate agli interessi dei politici che le promuovono, per legittimare a posteriori scelte che essi hanno già compiuto e per esibire una finta apertura. Per ogni esperienza di partecipazione c’è sempre qualche oppositore che sente – a torno o a ragione – puzza di imbroglio.

   Il rischio della manipolazione può essere ridotto attraverso l’adozione di specifici meccanismi. Per la gestione dei débats publics la Francia ha istituito un’apposita autorità indipendente (rispetto al governo e rispetto ai promotori di grandi opere). Le giurie di cittadini e i sondaggi deliberativi sono posti sotto la sorveglianza di un comitato degli stakeholders in cui sono presenti tutte le principali posizioni sul tappeto. Nei débats publics così come nelle arene basate sul sorteggio (e frequentemente anche nei bilanci partecipativi), il processo non è lasciato nelle mani dei politici che lo promuovono, ma è condotto da facilitatori professionali che sono specializzati nella progettazione dei percorsi partecipativi e nella gestione delle interazioni tra i partecipanti e che sono, soprattutto, estranei all’oggetto del contendere.

   Il ruolo degli “esperti di processo” è forse il tratto più caratteristico della nuova stagione di esperienze partecipative. Essi si interpongono tra i politici e i cittadini, rendendo meno probabili le influenze dall’alto (e anche quelle dei gruppi organizzati). Certamente, anche così, il pericolo della manipolazione non può essere del tutto scongiurato, ma sappiamo che la manipolazione è onnipresente nelle democrazie e forse questi dispositivi non rappresentano le soluzioni peggiori.

   Si può obiettare, infine, che processi così strutturati rischiano di costringere la partecipazione in una gabbia artificiale che ha l’effetto di indebolire o screditare le forme di partecipazione spontanea che si manifestano con i movimenti e le proteste.

   Questa obiezione, che viene spesso formulata dagli esponenti dei gruppi organizzati, tende a ignorare la distinzione tra partecipazione come pressione dei movimenti sulle istituzioni e partecipazione come confronto tra le diverse posizioni presenti nella società (Bobbio e Pomatto 2007).

   Entrambe sono vitali in una democrazia. Ma i dispositivi partecipativi di cui ho parlato finora si occupano esclusivamente di questo secondo tipo di partecipazione. E, siccome il confronto o il dialogo tra posizioni contrapposte non è affatto un processo spontaneo, la costruzione di arene artificiali – sulle politiche comunali, sulle infrastrutture o su grandi temi – è non soltanto un passo inevitabile, ma anche una via innovativa, ancora poco praticata, ma che merita di essere presa sul serio. (Luigi Bobbio)

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Marc Augé

“LE MIE PERIFERIE NON SONO UN CONCETTO GEOGRAFICO”

Il sociologo francese: la lontananza va letta in senso sociale

intervista di Laura Aguzzi (da “La Stampa” del 13/5/2016)

   C’è un grande malinteso nel concetto di periferia. Ce lo racconta MARC AUGÉ, antropologo francese, teorico dei non-luoghi, al Salone del Libro in un incontro con Stefano Boeri e Federico Vercellone sul tema dello sviluppo delle città

   «L’errore più comune è applicare una categoria geografia a un problema sociale ed economico. L’idea di periferia esclude quella di centro, ma è un concetto sbagliato. Prendiamo Parigi: ci sono dei quartieri che sono periferici solo in base al tipo di popolazione che vi abita. O la stessa Molenbeek, l’area di Bruxelles divenuta snodo del terrorismo internazionale: non è un quartiere estraneo alla città. Piuttosto alla società».

Il loro punto in comune è di essere quartieri con una storia particolare di immigrazione, divenuti quasi dei ghetti.

«Esiste una tensione tra il desiderio di mobilità e quello di un luogo cui appartenere: sono ideali mai totalmente realizzabile. I luoghi hanno una loro storia e le persone che vi si spostano devono essere in grado di appropriarsene. Ma è una dinamica complessa e lunga»

Quali sono gli errori da non ripetere, anche in base all’esperienza francese?

«Quando negli Anni 70 in Francia abbiamo accolto i figli dei migranti economici, originari soprattutto del Nord Africa, non abbiamo capito l’ampiezza del compito che ci aspettava. Questi bambini sono andati a scuola, ma per formarli ci sarebbe voluta una mobilitazione eccezionale. Invece si è pensato che la loro presenza fosse temporanea. Questi giovani si sono sentiti accettati solo in apparenza: erano francesi certo, ma di serie B. È stata una politica incompleta e poco coraggiosa».

Oggi quali sono i rischi?

«Nei vuoti lasciati dalla società, si sono insediate la criminalità e il radicalismo religioso: ha preso così piede una sorta di idea romantica della Jihad. Un tentativo di islamizzazione radicale che impregna progressivamente la società e mette in pericolo l’ideale di laicità. Si tratta certamente di un minoranza, ma molto attiva e agguerrita e che riesce spesso a far pesare il proprio linguaggio sulla comunità musulmana».

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IL RESPIRO DELLE ROVINE PUÒ FAR RINASCERE LE CITTÀ

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 27/3/2017

– Sull’esempio della High Line Park a West Manhattan e dell’Acropoli, anche Roma deve sapere integrare il passato nella sua urbanistica –

   Un vento nuovo soffia sulle città: il respiro delle rovine urbane e della loro rigenerazione. Tre sono le cause principali che vanno seminando le città di rovine: la deindustrializzazione, con la sua scia di fabbriche abbandonate, ma anche di quartieri residenziali che si svuotano quasi da un giorno all’altro; l’abbandono dei centri storici, sempre più dedicati allo shopping e all’intrattenimento; infine, il crescere delle nuove povertà (che includono gli immigrati ma anche gli emarginati), con la conseguente formazione di ghetti urbani. In tutti questi casi, mentre la città perde la sua forma storica e si espande indefinitamente, sorgono nel suo vivo tessuto nuove barriere: i confini della città diventano confini nella città, dove gli abbienti s’insediano in aree più confortevoli, e gli altri si concentrano nei suburbi.

   Potenti meccanismi di rimozione collettiva ci impediscono di cogliere questo processo nella sua preoccupante estensione; solo qualche volta ne vengono a galla aspetti che colpiscono l’immaginazione, come in quella che fu la capitale americana dell’automobile, Detroit, dove dopo le rivolte urbane del 1967 e una crisi che continua fino a oggi, i grattacieli del centro convivono con le baraccopoli tutto intorno, e intanto centinaia di abitazioni abbandonate crollano via via, e la campagna guadagna spazio sulla città, in una sorta di imprevisto ritorno alla natura.

   Anche nello stato di New York (per esempio a Buffalo) sono numerosissime le zombie homes, abitazioni abbandonate da chi, dopo la “bolla immobiliare”, non riusciva a pagarne il mutuo e ha preferito sparire nel nulla. Ma «nelle rovine si nasconde la ricostruzione», come ha scritto Béla Tarr ( Le armonie di Werckmeister ), e nelle città più colte (e più prospere) il recupero delle rovine urbane genera progetti ed esperienze del più grande interesse.

   L’esempio migliore è lo High Line Park a West Manhattan. Corre lungo la West Side Line, una linea ferroviaria che per cinquant’anni servì una zona di New York a forte densità industriale, poi cessò di operare verso il 1980, e parve destinata alla demolizione. Ma dopo oltre vent’anni di abbandono se ne è fatto un bellissimo, funzionale parco urbano, poco più largo dello spazio occupato dai binari ma lungo oltre due chilometri; una delle destinazioni più popolari di New York, che contribuisce anche alla conoscenza della città, osservata dall’alto.

   I binari sono stati lasciati in vista lungo quasi tutto il percorso, e questa preesistenza “archeologica”, insieme con le vedute sulla città e sul fiume, dà alla passeggiata lungo la High Line il gusto e il tono di un’esplorazione della memoria, ma anche di una promessa per il futuro. Non v’è città al mondo che abbia rovine urbane più di Roma; e non penso qui alle baraccopoli e ai suburbi, che pure vi sono, ma proprio alle rovine della Roma antica.

   Monumenti che sono lì non da vent’anni, ma da venti secoli, ma stiamo rischiando di non vederli più (un antico sottosegretario ai Beni Culturali ha chiamato il Colosseo «un inutile dente cariato»). La lunghissima convivenza con i resti della Roma pagana e imperiale ha finito col farle apparire come una sorta di quinta teatrale, senza una vera funzione se non quella di alimentare sogni imperiali; e infatti i principali rimaneggiamenti nell’area dei Fori furono fatti in occasione della visita di Carlo V (1536), poi in epoca napoleonica, e infine da un governo fascista che vantava, a vuoto, il ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma.

   Ma non siamo mai riusciti a venire veramente a patti con l’intensa presenza delle rovine, che a Roma penetrano in ogni quartiere, anche nelle periferie. Attorno alla nuda pietra, per citare il titolo di un bel libro di Andreina Ricci (Donzelli), non siamo riusciti a costruire un progetto urbano che integri quelle rovine nello spirito e nella vita della città. Parliamo astrattamente della loro tutela, ma non di come integrarle nella città, da cui anzi ritagliamo con burocratica cecità “parchi archeologici” e aree vanamente “protette”, senza che il cittadino comune sappia nemmeno bene perché.

   Sarà forse più facile intervenire su una ferrovia abbandonata a New York che su rovine vecchie di secoli in Europa? Ma allora perché ad Atene sono riusciti a trasformare tutta l’area intorno all’Acropoli in un mirabile parco urbano, una trama di sentieri che raggiunge i Propilei e si snoda lungo le antiche mura, ma anche verso il monumento di Filopappo, secondo il geniale disegno di Dimitris Pikionis? In Italia questo esempio è stato sì riconosciuto (premio Carlo Scarpa della Fondazione Benetton, 2003), ma non capito né preso a modello.

   La sua sostanza è presto detta: trasformare un'”area archeologica”, che come tale rischia di essere uno spazio dell’esclusione, in un vero e vivo pezzo di città, prezioso ma per tutti, senza biglietto di accesso; e dunque farne uno strumento di conoscenza per i cittadini, che è la sola base per una vera tutela.

   C’è un nesso fra questa cura sottile, colta, mirata delle preesistenze archeologiche e la recente decisione delle autorità greche di vietare (per quanto ben pagata) una sfilata di moda sull’Acropoli, perché incompatibile con la dignità del luogo? Sì, il nesso c’è: perché fra coltivare la memoria storica mediante i rituali della cittadinanza (una passeggiata intorno all’Acropoli, o sulla High Line) e svendere i monumenti al migliore offerente, considerandoli un’inutile scatola vuota da riempire di “eventi”, c’è davvero un bivio radicale. A Roma, la scelta è: integrare pienamente le rovine nella città facendone patrimonio di conoscenza dei cittadini, o ritagliarle come pompose scenografie di un qualche business da quattro soldi? (Salvatore Settis)

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LE CITTÀ DEL FUTURO SECONDO ARCONIC

da “LA STAMPA TUTTOGREEN” del 9/2/2017

   Lo studio di ingegneria e scienza della materia propone grattacieli assorbi-smog e auto volanti

   Come saranno le città tra 45 anni? Lo immagina Arconic, studio di ingegneria e scienza della materia. O perlomeno propone la sua versione del futuro, fatta di soluzioni tecnologiche ecologiche. Arconic ha presentato il progetto The Jetsons, nome ironicamente ispirato al cartone animato degli anni ’60, nel quale si immaginava la vita di una famiglia nel futuro.

   Alcune delle proposte di Arconic sono già presenti sul mercato, ma la loro visione è quella di espanderle a tutto il mondo, a tutti gli edifici. Si tratta per esempio di grattacieli realizzati conmateriali mangia-smog, capaci di assorbire l’inquinamento atmosferico grazie a speciali rivestimenti. Questo materiale, esistente, è stato lanciato qualche anno fa e testato, risultando efficiente dal punto di vista ecologico, e performativo nella sua funzione architettonica. Nel mondo del futuro, Arconic immagina grattacieli altissimi, che si estendono per centinaia di metri, capaci di assorbire le particelle inquinanti dell’ambiente in cui si trovano.

   E ancora, edifici che si possono costruire risparmiando su materiali grazie a componenti flessibili. Una delle proposte è, per esempio, quella di realizzare ampie vetrate retrattili, in modo che le stanze della casa di convertano in terrazze e balconi in meno di un minuto. Il tutto semplicemente attraverso un meccanismo motorizzato. Molte delle componenti dei futuristici grattacieli sarebbero realizzati attraverso stampanti 3D e assemblati in loco. In questo modo, le possibilità estetiche e di design diventerebbero pressoché infinite. A completare la città del futuro, automobili volanti, naturalmente elettriche, che si ricaricano grazie ad una turbina interna. Trovate tutti i dettagli del progetto The Jetsons a questo link.

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CITTÀ , IL SET DELLA NOSTRA VITA (E DEI FILM DELLA NOSTRA VITA)

di Stefano Bucci, da “il Corriere della Sera” del 8/4/2017

Visioni – Per il fotografo Gabriele Basilico strade ed edifici costituiscono un organismo vivo – La «Metropolis» di Lang, la New York di Hitchcock persino la Torino di «Profondo rosso»: tutto ci parla

   La città contemporanea come un museo: diffuso, eterogeneo, vivissimo, aperto in pratica 24 ore su 24. Mentre gallerie e pinacoteche cercano più o meno felicemente di abbattere le mura che ne limitano orizzonti e visitatori, le metropoli hanno già da tempo oltrepassato questi limiti spaziali.

   Si viaggia, dunque, per vedere mostre e installazioni con il Michelangelo «ritrovato», il Cattelan «inedito» o il Damien Hirst «scandaloso» di turno, ma in parallelo cresce sempre di più anche il desiderio, persino negli «indigeni», di scoprire dietro l’angolo i progetti architettonici di un Renzo Piano, di un Frank O.Gehry o di un Philip Johnson. Sia che si tratti di quel Centre Pompidou che giusto quarant’anni cambiò prima Les Halles, poi il Marais e infine tutta Parigi; di quel Guggenheim Museum che nel 1997 ha rivitalizzato una città fino ad allora dimenticata (almeno dal turismo) come Bilbao; di quel Sony Building che nel 1984 aveva sconvolto con il suo profilo postmoderno lo skyline di New York.

   Diceva un grande fotografo innamorato delle metropoli come Gabriele Basilico (1944 – 2013, l’ultimo grande lavoro fu dedicato alla «sua» Milano): «La città è qualcosa di vivo, un organismo che respira, un grande corpo in trasformazione». Appunto per questo il contemporaneo dell’ultimo progetto iper-firmato diventa immediatamente, per chi ne abbia tempo e desiderio, il pretesto e la scusa per un viaggio non solo all’indietro nel tempo (verso le architetture della classicità) ma anche attraverso il gusto e gli stili.

   Perché appare assolutamente impossibile, ad esempio, programmare un viaggio verso il nuovo Mumok (il Museo di arte moderna della Fondazione Ludwig di Vienna) firmato nel 2001 dallo studio Ortner&Ortner senza dare uno sguardo all’annesso Museumsquartier: 60 mila metri quadrati dove la «pelle di pietra» (così la hanno definita gli stessi architetti) ben convivono con l’isolato barocco delle ex Scuderie Imperiali e con l’originale progetto di Fischer von Erlach (1716).

   Così come, dopo aver visto a Roma il Maxxi di Zaha Hadid (inaugurato nel 2010), dovrebbe essere quasi inevitabile passare alla scoperta del non lontano Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi (1958-1960) o dell’Auditorium Parco della Musica di Piano (2001) e, magari, anche nell’annesso Museo Archeologico dove si possono ritrovare i resti murari d’epoca romana.

   Non è certo un caso che ogni volume di questa nuova collana si apra con un’intervista a un architetto o a un esperto dell’architettura della città. Che parte dagli edifici più significativi del Novecento, quelli che non solo rappresentano il riferimento della storia moderna delle città e del turismo ma che, come spiega la curatrice della collana Alessandra Coppa, «ne costituiscono anche il paradigma architettonico».

   Per arrivare agli orizzonti pubblici di teatri, università, musei, biblioteche, auditorium, spazi commerciali, ristoranti con quello «privato» delle case con quello di case private «con interni ristrutturati o di recente progettazione». Intrecciando il Nido d’uccello di Pechino (2003-2008) firmato da Herzog & de Meuron con Ai Weiwei con gli edifici residenziali della Battersea Power Station di Londra affidati a Norman Foster; il memoriale dell’Olocausto di Berlino progettato da Peter Eisenmann e la casa-studio dell’architetto Finn Juhl a Copenaghen.

   Sono tante, oltretutto, le possibili «deviazioni» di questo viaggio. Dove, ad esempio, potrebbe capitare di sentirci come dentro un film, nella Milano elegante e rarefatta di Io sono l’amore (2009) di Michele Guadagnino, nella Barcellona colorata e triste di Tutto su mia madre (1999) di Pedro Almodóvar, nella Torino tetra e affascinante di Profondo rosso (1977) di Dario Argento.

   Anche se, pur non trattandosi di edifici reali, la scenografia quasi perfetta della metropoli contemporanea (cattivi esiti compresi) è forse quella ideata da Erich Kettelhut per Metropolis (1927) di Fritz Lang: che anticipa il gigantismo caotico e multiforme delle grandi città di oggi e dove si possono ritrovare le principali istanze delle ricerche europee di quegli anni, dagli aneliti dinamici del Futurismo, alle trasparenze vitree dell’Espressionismo, dal riduzionismo funzionale del Bauhaus al decorativismo geometrico e storicistico dell’Art Déco.

   Oltrepassando i titoli di apertura de La notte (1961) di Michelangelo Antonioni con le facciate a specchio del grattacielo Pirelli di Milano progettato da Giò Ponti e Pierluigi Nervi (1958) e quelli di Intrigo internazionale (1959) di Alfred Hitchcock che, grazie alla grafica di Saul Bass, si muovevano sulla cortina vetrata di una torre newyorkese, si può arrivare alla definizione stessa di architettura: secondo, l’«Enciclopedia Treccani», «l’arte di dare forma e realizzare spazi fruibili per le necessità dell’uomo». Un concetto che spiega ancora la «Treccani» si è andato via via allargando «da un ambito professionale tradizionalmente circoscritto alla sola arte del costruire, alla specifica idea di un’arte dell’ideare e del progettare». Arrivando infine a comprendere «tutte le modificazioni, non casuali, operate dall’uomo sull’ambiente fisico e nelle diverse scale».

   Un viaggio nelle architetture metropolitane non è così un semplice viaggio tra strade, piazze e palazzi ma un vero e proprio itinerario attraverso teorie artistiche, arti figurative, sviluppo tecnologico, scienze sociali e cultura nel senso più contemporaneo possibile. Insomma, un viaggio nel nostro mondo. (Stefano Bucci)

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