VENEZUELA NEL CAOS, con l’economia al tracollo e condizioni di vita difficili per l’80% della popolazione. E la crisi del regime di Maduro (successore di Chavez) si esprime con la repressione politica – Che accade al Venezuela, terra di grande tradizione e cultura, e di bellissima natura? Perché non si parla di America latina?

6 maggio, per le strade di CARACAS sono scese in migliaia, con CARTELLI E MAGLIETTE BIANCHE, hanno chiesto che “si restituisca la democrazia al Paese”. LE ‘MUJERES’ DELLA CAPITALE si sono date appuntamento nella Piazza Brion del Quartiere Chicaito

   Il VENEZUELA è in preda al caos, tra repressione politica e tracollo dell’economia. Le proteste che da un mese scuotono questo Paese bellissimo, pieno di storia e tradizioni, naturalisticamente meraviglioso (conta la maggiore diversità ecologica al mondo), queste proteste hanno una motivazione specifica: si chiedono nuove elezioni presidenziali e l’apertura di un canale umanitario che consenta di aiutare il Paese, colpito da una gravissima crisi economica. Sono proteste iniziate ai primi di aprile e non destinate a fermarsi. Finora sono una quarantina le persone che hanno perso la vita, mentre continuano gli scontri tra oppositori e militari, con l’intervento, l’intromissione, di bande armate filo regime, i famigerati colectivos, in diverse città del Paese.

UNA SITUAZIONE VERAMENTE DIFFICILE, CATASTROFICA, PER L’ECONOMIA VENEZUELANA, che sta rendendo assai DURA LA VITA QUOTIDIANA PER BEN L’80% DELLA POPOLAZIONE (secondo dati della Caritas venezuelana). Un prodotto interno lordo che nel corso del 2016 si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%; un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da anni il Venezuela

   Il presidente NICOLAS MADURO, sempre più sotto pressione, ha risposto convocando una nuova “Assemblea costituente del popolo” per riformare lo Stato, dice lui, e scrivere una nuova costituzione. Una mossa denunciata dall’opposizione, che la vede come un tentativo golpista di Maduro di ridare legittimazione a se stesso, di rimanere al potere, evitando le elezioni, che il presidente rimanda dal dicembre 2015.

“(…) domenica 30 aprile il presidente MADURO – durante la trasmissione televisiva LOS DOMINGOS CON MADURO («Le domeniche con Maduro») – ha espresso chiaramente la sua posizione: «Il problema del Venezuela non è un deficit elettorale. Il problema è che c’è un impero gringo nelle mani di alcuni estremisti che vogliono privarci del nostro petrolio, e vogliono portare a termine un colpo di Stato per interrompere la rivoluzione bolivariana. È ingenuo chi pensa che questa gente (gli oppositori, ndr) abbandonerà le sue violente pretese una volta fissate le elezioni regionali». Dunque, pieno ricorso alla retorica antimperialista, con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti. (…) (Gianandrea Rossi, 5/5/2017, da http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/)

   Maduro è la diretta continuazione, l’erede, del defunto ex presidente Hugo Chavez, che è stato presidente del Venezuela dal 1999 fino alla sua morte nel 2013; e il nuovo presidente Maduro ha provato a portare avanti, allo stesso modo, il progetto e il modo di governare di Chavez (considerato in Venezuela un mito, e anche tra le comunità latino-americane di credo socialista-rivoluzionario).

   Negli anni d’oro dell’ideologia chavista, grazie soprattutto ai proventi derivanti dal commercio del petrolio, il Venezuela riusciva a crescere economicamente e a mostrarsi attore dinamico nell’arena regionale.

Venezuela, scontri a Caracas tra gli oppositori di Maduro e la polizia

   Oggi però è tutto diverso. Il sistema fondato sui sussidi e sui programmi sociali, che avevano contribuito al consolidamento del chavismo, è saltato con la crisi mondiale del prezzo del petrolio, e questo regime ha mostrato tutti i suoi limiti, e oggi (e probabilmente anche in futuro) non è più proponibile. Tra l’altro, il ribasso delle quotazioni del petrolio ha determinato una drastica riduzione delle riserve di valuta estera, fondamentali per il pagamento dei debiti e per i commerci internazionali. Un vero stato di grave crisi del Paese.

VENEZUELA (da Wikipedia) – Situata subito a nord dell’equatore, è considerato come uno dei paesi con la maggiore diversità ecologica nel mondo. Abitata già in epoca precolombiana da gruppi tribali amerindi come caribe e arawac, fu toccata da Cristoforo Colombo nel suo terzo viaggio nel 1498 e venne inglobata nel vasto impero sudamericano spagnolo nel sedicesimo secolo, anche se il clima limitò fortemente l’entità della colonizzazione. Fu il primo stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola, proclamando formalmente il 5 luglio 1811 la propria indipendenza, che divenne effettiva solo nel 1830

   E la miccia che ha acceso l’ultima ondata di manifestazioni, scoppiata nel corso del mese di aprile e che si protrae a maggio, si collega alla decisione presa il 29 marzo dal TRIBUNALE SUPREMO DI GIUSTIZIA – vicino al presidente Maduro – di limitare l’immunità parlamentare ed esautorare di fatto il Parlamento dall’esercizio delle sue funzioni, assumendole su di sé. La dura reazione della comunità internazionale, con le Nazioni Unite che hanno espresso la loro preoccupazione per quanto deliberato, e l’Organizzazione degli Stati americani che ha parlato di «colpo di Stato auto-inflitto», ha fatto sì che il Tribunale Supremo sia ritornato sui suoi passi rivedendo la sua originaria posizione. Questo però non ha fermato la protesta e il malcontento.

IL PAESE, OGGI STRUTTURATO IN 23 STATI E UN DISTRETTO FEDERALE (attualmente definito Distrito Capital), è delimitato a nord dal Mar dei Caraibi (che a sua volta comprende la frontiera marittima con la Repubblica Dominicana, Aruba, Antille Olandesi, Porto Rico, Isole Vergini, Martinica, Guadalupa, e Trinidad e Tobago), a est confina con la Guyana, a sud e a sud-est con il Brasile, a ovest e a sud-ovest con la Colombia. IL VENEZUELA SI ESTENDE SU UNA SUPERFICIE TERRESTRE TOTALE DI 916.445 KM², comprensiva della cross continentale, dell’isola di Margarita e delle Dipendenze Federali venezuelane. Il punto più settentrionale del suo territorio è rappresentato dall’isola di Aves. Il Paese esercita la sovranità su 860.000 km² di superficie marina sotto il concetto Zona economica esclusiva. (…) – DOPO LA PROCLAMAZIONE DELL’INDIPENDENZA e per buona parte dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, a causa dell’instabilità interna e di una serie di lotte civili, il Venezuela non riuscì ad avere uno sviluppo economico soddisfacente. Fu solo a partire dalla seconda metà degli anni quaranta del Novecento, con la massiccia immigrazione europea (tra cui molti italiani) e lo sfruttamento intensivo delle proprie risorse minerarie (e in particolare del petrolio) che cominciò rapidamente a modernizzarsi, sperimentando una forte crescita economica. Sul finire degli anni cinquanta del XX secolo, all’indomani della caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez (1958) si impose nel paese un sistema di governo democratico, in vigore fino ai nostri giorni. (da Wikipedia)

   Una situazione veramente difficile, catastrofica, per l’economia venezuelana, che sta rendendo assai dura la vita quotidiana per ben l’80% della popolazione (secondo dati della Caritas venezuelana). Un prodotto interno lordo che nel corso del 2016 si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%; un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da anni il Venezuela.

   Con una crisi, sia economica che politica, estremamente acuta, si è cercato di far tacere ogni voce di dissenso e di denuncia: e così alcuni capi dell’opposizione, i più bravi ed influenti, sono stati messi in carcere: tra questi il leader più conosciuto nel paese è LEOPOLDO LÓPEZ; e manifestazioni per la sua liberazione si sono susseguite in questi mesi.

   E’ anche in questo modo, con le incarcerazioni, che la galassia chavista al potere cerca di rafforzare la sua debole posizione. Pertanto si fa pieno ricorso alla retorica antimperialista per giustificare lo stato di emergenza e povertà, e per il disastro economico del Paese si da la colpa agli imperialisti controrivoluzionari; con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti. In primis gli Stati Uniti, che, secondo questa retorica, vorrebbero impadronirsi del Paese e del suo petrolio. Così i media filogovernativi…

   Però è sintomatico che alle ultime manifestazioni hanno partecipato anche gli strati più poveri della popolazione, tradizionalmente vicini al potere ufficiale, da sempre abbagliati da Chavez fin che era in vita, e ora dal suo successore Maduro. Anche loro hanno partecipato (e stanno partecipando) alla protesta.

IL VENEZUELA È ANCOR OGGI CONSIDERATO UN PAESE IN VIA DI SVILUPPO CON UN’ECONOMIA BASATA PRINCIPALMENTE SULLE OPERAZIONI DI ESTRAZIONE, RAFFINAZIONE E COMMERCIALIZZAZIONE DEL PETROLIO e di altre risorse minerali. L’agricoltura riveste ormai una scarsa importanza mentre l’industria ha avuto negli ultimi decenni uno sviluppo diseguale (in gran parte è ancora un’industria di assemblaggio e montaggio). – LA SUA POPOLAZIONE CONTA 33.221.865 ABITANTI in gran parte meticci nati dall’incrocio delle etnie indigene sia con bianchi di origine generalmente ispanica sia con creoli e africani. Sono presenti nel Paese anche molti europei (spagnoli, italiani e portoghesi in particolare) e loro discendenti, mentre gli indigeni allo stato puro e gli asiatici rappresentano una parte trascurabile della popolazione. La multietnicità del Venezuela ha fortemente influenzato sia la sua vita sociale e culturale sia l’arte. L’attuale capo dello Stato è Nicolas Maduro. La lingua ufficiale è lo spagnolo. (da Wikipedia)

   Nonostante la crisi del “sistema Venezuela”, con caratteristiche in parte simili ai “fratelli cubani”, ma giocato nei decenni da Chavez, in particolare sul potere del petrolio e sull’uso politico che se ne è fatto (a volte concesso anche gratuitamente a Paesi che appoggiavano il “progetto socialista” di Chavez), nonostante questa crisi e la situazione catastrofica delle condizioni di vita, va detto che in taluni ambienti, l’ideologia del passato presidente Chavez (e che Maduro tenta di continuare) continua a far presa.

   E’ il problema del Venezuela e di Cuba. Ma anche gli altri stati, sia d’impostazione socialista che non, vengono a scontare la marginalità e l’isolamento internazionale dell’America Latina. Di questo continente non si parla mai, non conta granché nel contesto e nella politica mondiale; e solamente il flusso di immigrati verso l’America del Nord lo mette in qualche modo all’attenzione.

   E’ la figura del papa argentino che porta a segnali di geopolitica attiva in America Latina; e le discrete, riservate, ma efficaci mediazioni vaticane, della Santa Sede di Roma (pensiamo ad esempio all’accordo tra Obama e Raul Castro), non possono che fare bene al continente latino-americano, ai suoi popoli…. Ma forse non basta… (e l’Europa, gli Usa, hanno adesso ben altri problemi dell’interessarsi della disastrosa economia del Venezuela e dei poveri sudamericani). (s.m.)

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VENEZUELA: LA NOTTE DI CARACAS

di OMERO CIAI, da “La Repubblica” del 5/5/2017 (foto di Juan Barreto/Afp)

– Un Paese alla fame e sull’orlo della guerra civile raccontato attraverso le storie di vita quotidiana di giovani, professionisti, anziani, studenti: la tessera per il razionamento alimentare, la mancanza di medicine, l’iperinflazione, il clima di insicurezza, la rabbia per le libertà civili violate. Con le strade trasformate in terreno di una battaglia campale infinita, il regime di Maduro si afferra al potere con un colpo di mano per cambiare la Costituzione. E l’opposizione politica grida al “golpe” –

Venezuelani in fila in un supermercato di Caracas per ricevere il pane (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

La rivoluzione bolivariana, avviata da Hugo Chávez quasi vent’anni fa, si sta spegnendo in un sanguinoso caos. Perfino il procuratore generale dello Stato, Luisa Ortega Díaz, alto funzionario nominato dal potere chavista, ha condannato la violenza della repressione della Guardia Nazionale bolivariana contro le manifestazioni di protesta, che ieri ha fatto la 34esima vittima, un leader studentesco. Mentre Lilián Tintori, la moglie di Leopoldo López, leader oppositore, prigioniero politico da oltre tre anni, chiede “una prova di vita” del marito, e si è recata davanti al carcere dopo che si sono diffuse voci sull’aggravamento delle sue condizioni. L’altro ieri il presidente Maduro ha presentato la sua proposta per l’elezione di una nuova Assemblea Costituente, soluzione già respinta dall’opposizione che la considera soltanto un “nuovo tentativo di golpe”. L’avvilupparsi della crisi politica, la carestia, e l’iperinflazione (che potrebbe arrivare al 1600% secondo l’Fmi nel 2017) hanno fatto fare crac anche a tutto il progetto del socialismo bolivariano sostenuto, almeno fino alle ultime presidenziali, aprile 2014, da una maggioranza, seppur limitata, della popolazione. Oggi il blocco sociale, che seguì il caudillo rivoluzionario morto nel 2013 e le sue promesse di riscatto sociale, è in minoranza. Per questo Maduro – che secondo i sondaggi ha ormai contro il 70% del Paese – ha rinviato le elezioni, amministrative e regionali. E per questo, insieme alla miseria sempre più drammatica nel Paese, l’opposizione si è lanciata in piazza. Se si votasse ora, il destino del presidente sarebbe segnato. Così Nicolás Maduro rischia di convertirsi sempre di più in un autocratico satrapo d’altri tempi, che balla salsa in tv, mentre la Guardia Nazionale reprime le manifestazioni di protesta. Vie d’uscita però non se ne vedono e anche il Vaticano, che nei mesi scorsi guidò una trattativa per un compromesso fra governo e opposizione, giudica ora “quasi impossibile” una nuova mediazione. La notte del Venezuela non è ancora finita –

   La folla ondeggia lungo l’autostrada. Hanno già capito che la Guardia Nazionale sta per attaccare lanciando lacrimogeni. Come sempre, ormai da più di un mese, gli agenti impediscono il passo al corteo che vuole raggiungere la sede del Consiglio elettorale per chiedere elezioni al più presto e la liberazione dei prigionieri politici. I lacrimogeni scoppiano e il corteo retrocede prima di disperdersi lungo le vie laterali. È difficile che vengano a contatto, agenti e manifestanti. I primi sparano gas da lontano, gli altri tirano sassi e restituiscono i lacrimogeni che raccolgono. Quando il corteo più grande si disperde, in strada restano soprattutto i più giovani e iniziano tante piccole battaglie campali avvolte nel fumo dei gas. Ormai ogni pomeriggio. Trentatré morti, centinaia di feriti e arresti. Una delle ultime vittime mercoledì a Caracas, un ragazzo di 17 anni. Armando Cañizales. L’aspetto più odioso è la guerra mediatica sulla responsabilità dei morti. “Il governo mente “, dicono i ragazzi. “Siete tutti terroristi”, rispondono le autorità. Mentre le indagini annaspano in questo Paese che galleggia nell’intolleranza reciproca. L’inflazione è un delirio. Nove mesi fa un cartone da dodici uova costava duemila bolivar, all’epoca 2 dollari e mezzo. Oggi in dollari costa lo stesso prezzo ma i bolivar necessari per acquistarlo sono diventati 10mila. Le vecchie monete sono carta straccia. Tanto che il governo, dopo molte resistenze, è stato costretto a emettere nuovi biglietti da 5 e 10mila bolivar per evitare che si dovesse andare a far la spesa con la carriola piena dei vecchi biglietti da cento. Quelli nuovi li stampano soprattutto in Svezia ma siccome non ne sono mai arrivati abbastanza la gente paga qualsiasi cosa, anche un sé, con bancomat e carte di credito. Comprare però non dipende solo dalla tua capacità di acquisto. Il pane proprio non c’è. Nemmeno l’olio, il latte, il burro, il sapone. Una scatoletta da tre pezzi di Baci Perugina costa il dieci per cento di un salario normale, che qui si chiama mínimo e corrisponde a 60mila bolivar cash più una tessera che serve solo per gli alimenti e vale circa 100mila bolivar.

Proteste contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro_ Fotografie di Juan Barreto_Afp_da “la Repubblica”

   A queste cifre, una famiglia normale di quattro persone resiste al massimo una decina di giorni. Così chiunque incontri ti racconta di ragazzini che svengono di fame sui banchi di scuola perché nelle baraccopoli sui cerros, le colline che cingono Caracas, spesso l’unica pietanza non è altro che un tubero, la yuca, a pranzo e a cena. L’effetto più impressionante di questa carestia ce lo fa notare Silvana: “Lo vedo nei miei amici che nel corso dell’ultimo anno sono dimagriti sette o otto chili ma siccome non hanno i soldi per comprare nuovi vestiti, deambulano dentro camicie e pantaloni che gli stanno due o tre taglie più grandi”. Per contenere scontento e rabbia, il governo ha lanciato un programma, affidato alle Forze armate, che si chiama Clap. Una busta con prodotti di base (riso, farina di mais, margarina) da distribuire a prezzi calmierati legata a una tessera di razionamento, “il carnet della Patria”, che serve anche per manifestare il proprio appoggio alla “rivoluzione socialista”.

   La speranza del presidente Maduro era di riuscire a distribuire otto milioni di Clap una volta al mese ma oggi non si arriva neppure alla metà. La ragione è brutale come la fame. I fondi dello Stato apparentemente non bastano per importare e distribuire a prezzi calmierati. E solo la Russia di Putin concede ancora crediti al Venezuela chavista. Ogni volta che affronta il tema dell’inflazione nei suoi numerosi comizi, Maduro lancia lo slogan del congelamento dei prezzi e ordina di formare milizie civili per controllarli. Combatte l’inflazione con la propaganda. Ma torniamo a Silvana perché la sua storia, professionale e umana, è un buon paradigma per rileggere il ventennio rivoluzionario. Silvana Peñuela, 63 anni, è ingegnere civile. Specializzata in acquedotti. Nel 2004 firmò per ottenere la convocazione di un referendum contro il presidente Chávez. L’opposizione, all’epoca minoritaria, lo perse. E la vendetta del caudillo militare fu veramente malvagia. I nomi dei due milioni di persone che avevano sottoscritto il referendum vennero divulgati e tutti quelli che avevano un impiego statale furono licenziati, in una caccia alle streghe che fu la prima vera azione totalitaria del nuovo ordine. Da allora Silvana non ebbe più un contratto di consulenza pubblico come ingegnere civile. “Ma al di là della persecuzione politica – racconta -, la verità è che in tutti questi anni il governo si è completamente disinteressato dell’acqua. Non ha realizzato nuove infrastrutture, né riabilitato e innovato quelle esistenti con il risultato che in molte zone della capitale l’acqua potabile è razionata. C’è chi la riceve mezz’ora al giorno, chi dieci minuti per tre volte al giorno, chi non la riceve per settimane. Così ho fatto solo consulenze private, poche. Poi ho accettato di fare l’amministratrice di un ristorante che adesso è stato costretto a chiudere. I prezzi sempre più alti, i clienti sempre di meno. Nessuna attività resiste in queste condizioni. È come se ci stessimo tutti ibernando. Mangiamo sempre meno, usciamo sempre meno. Per risparmiare le energie come in un lungo letargo. Oggi sopravvivo con il baratto. Un esempio? La mia amica dentista viene a Caracas una volta al mese. Io vado a prenderla all’aeroporto – qui la benzina non costa niente – e lei mi fa la pulizia ai denti gratis. Oppure preparo da mangiare per signore più anziane di me che non possono uscire di casa. Non vado più nemmeno al cinema.

Donna venezuelana mostra il suo numero in fila davanti ad un supermercato di Caracas (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

   L’ultima volta che ci sono andata un sacchetto di popcorn costava il doppio del biglietto d’ingresso”. Chi paga il prezzo più alto del disastro e dell’inettitudine di un governo che si rifiuta di dichiarare l’emergenza umanitaria anche se nel circuito della sanità pubblica sono introvabili l’85% delle medicine, sono i malati. Susana Alvarez, 39 anni, impiegata che vive a Curiacao, estrema periferia ovest di Caracas, ha perso una figlia di cinque anni, Daniela, perché negli ospedali non ci sono più macchine per eseguire una Tac. E il tumore al cervello di Daniela è stato diagnosticato con mesi di ritardo. “L’ultimo esame, una biopsia che rivelava il tipo di cancro che aveva, l’ho ricevuto il giorno del suo funerale”, racconta. “Noi non avevamo la possibilità di rivolgerci a strutture private e oggi in Venezuela attraversare gli ospedali pubblici è angoscioso. Daniela è stata in ospedale cinque mesi, in una stanzetta con gli scarafaggi, senza aria condizionata, con le zanzare. Non c’erano medicine e io e mio marito doveva cercare e comprare quelle che i medici scrivevano nelle ricette, all’inizio sbagliate perché nessuno aveva capito cosa avesse. Da allora la situazione è persino peggiorata. Dopo la morte di mia figlia faccio la volontaria nell’ospedale. E’ un tormento”. Qualcuno racconta di medici che usano pezzi di buste di plastica al posto dei guanti. Un’altra volontaria, Sandra Perdomo, della Ong oncologica Usum che assiste pazienti terminali, “quelli che nessuno vuole”, traccia un quadro spaventoso: “Non c’è nemmeno la morfina, non è possibile morire con dignità”. Un altro aspetto è la censura sui dati, per esempio quelli sull’aumento della mortalità infantile. E la diffusione di malattie infettive come la malaria, il dengue e la chikungunya. Nel 2016, ma i calcoli non sono ufficiali, in Venezuela ci sono stati più di 200mila casi di malaria, il 50% di tutti quelli registrati nel sub continente sudamericano. “Una situazione allarmante”, sottolinea l’infettivologo Julio Castro. Sandra insiste non solo sull’assenza di medicine ma anche sulla dubbia qualità di alcune di quelle generiche che si usano. “Preferisco un farmaco scaduto prodotto da Novartis che un generico fatto a Cuba. Perché l’ho visto. Alla fine della terapia con i generici ho visto pazienti stare peggio di quando l’avevano iniziata. Risultato zero”. Ma in Venezuela, denuncia Sandra, ormai c’è il mercato nero delle medicine. “Non degli antibiotici, che pure mancano, ma dei farmaci per i casi più gravi, quelli dove la disperazione delle famiglie può costringerle a indebitarsi in qualsiasi modo”.

Un supermercato distrutto della capitale (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

   E’ una mattina presto e dalla terrazza di casa di Annamaria, in un quartiere di ormai ex classe media, California norte, si vedono nella piazzetta quelli che rovistano nei sacchi dell’immondizia lasciati la sera prima dai condomini dell’edificio “Berna”. Prima arrivano i più anziani che rovistano cercando un pezzo di pane o l’avanzo di una cena. Poi quelli che cercano oggetti di plastica da riciclare. Aprono i sacchi, gli danno un calcio per svuotarli, e prendono le bottigliette dell’acqua minerale. L’ultimo passaggio è di quelli che cercano pezzi di ferro, rame, ottone. “È così da mesi”, dice lei che li osserva dall’alto mentre qualche vicino passeggia il cagnolino. Annamaria Cappella è una logopedista che segue soprattutto bambini in un istituto pubblico. Ha 53 anni, vive con la madre, Nelly, 84, e un figlio adolescente. Con quello che guadagna lei, e la pensione di sua madre, adesso mangiano una settimana. Un anno e mezzo fa è stata operata di un tumore al seno, grazie a un chirurgo che ormai ha lasciato il Paese, quasi gratis in una clinica privata. “Da allora, non so più nulla della mia malattia. Non ho potuto fare una scintigrafia per verificare metastasi alle ossa perché non ci sono gli strumenti adatti. Ma soprattutto non ho potuto curarmi. Fare la chemio e la radiologia. Ho bisogno di un farmaco che si chiama “Herceptin”, lo produce l’azienda farmaceutica Roche. È l’unico farmaco che posso prendere, ho provato con altri generici che venivano dall’Uruguay, ma mi alterano tutti i valori. Fino a qualche anno fa “Herceptin” lo importava il ministero della Sanità ma ormai è quasi introvabile anche volendo comprarlo privatamente. Dopo l’operazione avrei dovuto fare sedici sessioni di chemio con le ampolle “Herceptin”, una ogni tre settimane. Ne ho trovate solo quattro in tutto, a distanza di tempo l’una dall’altra e, in questo modo la chemio non serve a niente, perché bisogna rispettare le scandenze delle sessioni. Che altro posso fare? Soltanto sperare di sopravvivere il più a lungo possibile senza cure”. Il quartiere dove vive Annamaria si è molto degradato dall’inizio della crisi. Edifici di impiegati statali, professori, maestri di scuola, che adesso subiscono le scorribande della piccola criminalità. Così adesso l’oggetto più importante che possiede è un fischietto come quello degli arbitri nello sport. Serve per dare l’allarme se qualcuno prova a svaligiare una casa o a aggredire un vicino. Si sono organizzati così. Il sistema del fischietto è diffuso in tutto il quartiere. E Annamaria, almeno di questo, va fiera. Adesso tutti guardano alle Forze armate. I dirigenti dell’opposizione, soprattutto il presidente del Parlamento, Julio Borges, continua a fare appelli ai militari affinché non seguano Maduro nei suoi propositi di posporre sine die le nuove elezioni. Analisti e giornalisti osservano ogni minimo movimento per individuare fratture all’interno dell’esercito mentre il presidente, ogni tanto fa arrestare qualche ufficiale, di solito già in pensione, accusandolo di “preparare un complotto” contro di lui. Nel governo venezuelano ci sono undici generali su 34 ministri. Sono in posti chiave come al ministero degli Interni. Non è una novità ma nel corso di questa crisi sono gli alti gradi delle Forze armate il vero sostegno a un governo circondato dalle proteste. Alcuni generali, come per esempio Nestor Reverol (Interni), sono ricercati dalla giustizia americana per narcotraffico e corruzione. Secondo Cliver Alcalà, generale in ritiro, che fu a suo tempo un uomo di fiducia di Hugo Chávez, la fedeltà delle Forze armate è dovuta soprattutto ai timori per il futuro. “Più che per convinzione, appoggiano Maduro per paura. Le Forze armate sono spaventate perché molti pensano che la loro libertà e la loro vita, il loro patrimonio personale, dipendono dalla stabilità dell’attuale governo. Credono che con l’opposizione al potere sarebbero perseguitati”.

Scontri e proteste fra agenti di polizia e manifestanti nelle strade di Caracas. Fotografie di Juan Barreto/Afp, da “la Repubblica”

   La compenetrazione tra le Forze armate venezuelane e la rivoluzione bolivariana risale ai primi anni della presidenza di Chávez. Ma con l’elezione di Maduro e l’esplodere della crisi economica il legame tra i militari e i civili al potere è diventato ancora più forte. Della produzione, distribuzione, e importazione di alimenti oggi in Venezuela si occupano i militari. E qui viene la seconda ragione dell’appoggio incondizionato a Maduro: gli affari. Una delle colossali distorsioni economiche della rivoluzione è il controllo del cambio. Iniziò nel 2003 e oggi ci sono in Venezuela due tipi di cambio per il dollaro e l’euro. Uno fisso, che non ha alcuna relazione con il valore reale della moneta nazionale e un altro variabile, ma sempre controllato, che si applica per esempio al turismo che ormai non c’è più. Mentre il valore reale del dollaro sul bolivar è circa 1 a 4000, quello fisso è 1 a 10. Il cambio fisso è quello che il governo utilizza per finanziare le importazioni. E qui iniziano disastro e business. Poniamo il caso di una società che vuole importare pasta. Andrà dal governo a chiedere un finanziamento a tasso fisso, 1 dollaro 10 bolivar, per fare l’operazione. Ma sarà sufficiente che non investa tutto il denaro che ha avuto nell’import per speculare rivendendo sul mercato interno a cifre molto maggiori un dollaro che ha avuto a costi stracciati. È in questo semplicissimo modo che decine, o meglio centinaia, di funzionari governativi e generali hanno potuto fare affari da capogiro. Ed è in questo modo che nacque, quando le entrate del petrolio nel primo decennio di Chávez andavano ancora a gonfie vele, quella che si chiamò la boliborghesia, la nuova borghesia bolivariana. Con questo sistema infatti completamente accentrato da chi sta al governo, chi sta nel giro giusto ottiene i benefici, chi non ci sta fallisce. Sotto la lente della giustizia internazionale non c’è solo la corruzione e il narcotraffico – (fino a che i guerriglieri delle Farc non hanno concluso l’accordo di pace con il governo colombiano, il Venezuela ha favorito le loro operazioni con la droga) – ma anche i diritti umani. Al generale Antonio Benavides Torres, comandante della Guardia nazionale bolivariana (GNB), quella che in questi è in prima linea nella repressione delle marce di protesta dell’opposizione, è stato proibito dal 2015 l’ingresso negli Stati Uniti, paese dove sono stati congelati anche tutti i suoi beni per violazione dei diritti umani. L’albergo che ci ospita in questi giorni è praticamente vuoto. Alla colazione non c’è nessun tipo di pane e ogni giorno che passa i cibi, disposti su un bancone di marmo scuro, diminuiscono. Non c’è marmellata, non c’è burro. Nessun dolce. Lo zucchero è razionato. Quando prendi il sé si avvicina un cameriere e ti allunga una bustina. Una volta questo era l’albergo che ospitava i manager stranieri che venivano a firmare contratti con Pdvsa, la holding statale venezuelana del petrolio. Oggi i suoi diciannove piani sono occupati appena da qualche famiglia cinese. Di solito molto giovani. Sono i tecnici che verificano le partenze del greggio verso la Cina che a Chàvez prestò moltissimi soldi, tutti già spesi, in cambio di oro nero fino al 2025. Nella hall, Pedro, uno degli impiegati più anziani ha l’aria sconsolata: “Quanto potremo andare avanti così?”, si chiede mentre osserva i ragazzi che hanno eretto piccole barricate per bloccare il traffico lungo la strada. “Presto – aggiunge – i proprietari dell’albergo ci manderanno tutti al mare”. Infatti, quanto si potrà andare avanti senza una svolta? Angelo è italiano. Oggi ha quasi sessant’anni ma emigrò in Venezuela che era adolescente, più di quarant’anni fa, da un paesino dell’Abbruzzo. Uno dei tanti artigiani che hanno fatto un po’ di fortuna. È proprietario di una vetreria con otto operai. E non si dà pace perché da mesi ogni giorno rischia di dover chiudere per fallimento. La società che importa lamina di vetro da lavorare in Venezuela è stata nazionalizzata qualche anno fa. Ma da tempo non riceve dollari a prezzo privilegiato del cambio ufficiale e Angelo è senza materia prima. “Anche l’avessi – dice –non sarebbe diverso. Chi ha bisogno di specchi per rinnovare un negozio? Un ristorante? Un bar? In questa situazione nessuno”. Negli ultimi cinque anni, sono cifre ufficiali della Camera di commercio, sono fallite mezzo milione di piccole e medie imprese. Erano 750mila, sono 250mila. Più in generale nel corso del 2016 sono andati perduti 750mila posti di lavoro, dei quali 550mila nel terziario e nei servizi. Gli ultimi sono i 3mila operai della fabbrica Chrysler di Valenzia che ha chiuso una settimana fa.

Venezuelano mostra banconota da 500 Bolivar (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

   Gli italiani con passaporto in Venezuela sono circa 150mila ma gli oriundi sono quasi due milioni. Angelo potrebbe tornare in Italia ma non vuole e non può farlo. “Non mi piace l’inverno”, scherza, “Ma la verità è che dopo più di quarant’anni tornerei senza un soldo, senza un futuro. Sono carcerato qui come tanti altri. Vendere l’attività è impossibile, come vendere la casa che ho comprato. Che torno a fare in Italia?”. Anche senza pensione, verrebbe da aggiungere, perché in violazione dell’accordo bilaterale, Caracas da diciotti mesi non sta inviando la pensione agli italiani – circa un migliaio – che ne avrebbero diritto per avere versato i contributi in Venezuela. I venezuelani che hanno lasciato il loro Paese in questo ventennio sono più di due milioni. Darío, 23 anni, lo sta per fare. È insegnante di lingue e la società per cui lavora ha ottenuto un contratto per insegnare inglese a Panama. Chiudono gli uffici a Caracas e se ne vanno. Darío con loro. “Finalmente esco da quest’incubo, sono felice”. Prima, fino a ieri, Darío andava alle marce dell’opposizione. Uno di quei ragazzi che vanno in piazza con un casco in testa, uno scudo e un fazzoletto bagnato nell’aceto per non respirare i gas dei lacrimogeni. La forza d’urto dell’opposizione. Darío non è d’accordo con la via pacifica. Pensa che bisognerebbe scontrarsi con la Guardia Nazionale, sfondare i cordoni e raggiungere l’obiettivo previsto: la sede del Cne, il comitato elettorale nazionale. “Oggi la repressione è molto più dura del 2014 – quando all’inizio della carestia ci fu la stagione delle proteste studentesche – ma noi siamo anche molti di più e molto più determinati. Con queste manifestazioni non andiamo da nessuna parte”. Il dibattito sulla violenza è acceso nell’opposizione. La maggior parte dei leader sostiene la via gandhiana e teme che reagire finisca per fare il gioco del governo che, soprattutto all’estero, cerca di accreditare l’idea che i manifestanti siano dei “terroristi”. La guerra mediatica si gioca anche sulle vittime. Ma il vero pericolo per chi marcia non sono i lacrimogeni, gli arresti – e le torture di cui parlano tutti – quanto piuttosto i “colectivos”, le milizie paramilitari pro governo, che spesso hanno attaccato i cortei di protesta sparando. I “colectivos” nacquero come strumenti di controllo nei barrios più poveri all’inizio della rivoluzione. Un po’ sull’idea dei Cdr cubani. Li fondò Lina Ron, una pasionaria di Chávez. All’inizio gestivano nei barrios la fedeltà al progetto. Con il tempo si sono trasformati. Alcuni si limitano a organizzare le file nei negozi per la spesa, mentre altri sono quelli che sequestrano e trafficano con la droga. Ad un amico di Darío è successo. “Era il dottore in una farmacia. Una sera tardi l’hanno sequestrato e portato sui cerros. Dopo avergli rubato tutto, l’hanno abbandonato nudo sull’autostrada alle tre di notte. I “colectivos” agiscono nell’impunità più assoluta. Un giorno Chávez promulgò una legge secondo la quale le zone più popolari, i barrios, sono “aree di pace” dove la polizia non ha alcuna giurisdizione. Non possono nemmeno entrare. Questo permette ai “colectivos” di fare quello che vogliono. Ti rapiscono, ti portano in un barrios e nessuno gli dice niente”. “Maduro – dice ancora Darío – ha perso l’appoggio dei più poveri che avrebbe dovuto difendere. Nelle baraccopoli i “colectivos” minacciano tutti, altrimenti la gente si sarebbe già ribellata”. Prima di lasciare il Paese, Darío sta vendendo i suoi oggetti più pregiati. Due skateboard, la chitarra e la playstation, tutti regali che gli hanno fatto i suoi genitori anni fa. “Non ce la faccio più a vivere qui”. “La mattina esco di casa è vedo persone che cercano nella spazzatura, vado alla metropolitana e vedo persone che rovistano nei cassonetti. Per fortuna lavoro e non soffro la fame ma con quello che guadagno non posso neanche comprarmi un paio di pantaloni nuovi. Ho solo un paio di scarpe bucate che mi hanno regalato. Come è possibile tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo?” Tornerai se cade Maduro? “Penso di sì”. “Quando mio figlio l’altra sera a cena mi ha detto: ‘Papà voglio scendere in piazza a protestare’, mi si è fermato il cuore. Pensare che un ragazzo di 18 anni, mio figlio, con ancora tutta la vita davanti possa morire, o essere arrestato, per questa situazione assurda che viviamo mi getta veramente nel panico”. Iñigo Carril a Caracas è ancora un privilegiato. È ginecologo nella clinica privata “El Avila”. Sua moglie Carolina è dentista. Avrebbe dovuto riceverci anche lei ma è a letto con l’epatite, forse provocata proprio dalle condizioni igeniche del Paese. Hanno tre figli, un maschio e due gemelle di sedici anni. Il progetto era che i tre ragazzi andassero tutti a studiare in una università negli Stati Uniti appena finito il Liceo. Legge o medicina. Ma adesso non possono più permetterselo. Il maschio andrà in Spagna, che costa meno.

Scontri nelle strade di Caracas_ Fotografie di Juan Barreto_Afp, da “la Repubblica”

   Questa ennesima crisi politica, dopo che il Tribunale supremo ha provato ad abrogare il Parlamento tutto in mano all’opposizione, li ha colti di sorpresa. “A dicembre del 2015 pensavamo davvero di avercela fatta. Dopo anni tutti quei voti all’opposizione, il 56,2%, e 112 deputati, la maggioranza assoluta”. Per molti furono giorni felici. Pensavano che la rivoluzione bolivariana fosse al capolinea. Che Maduro, eletto due anni prima con appena 200mila voti di vantaggio, ormai fosse prossimo alla caduta. Invece il peggio doveva ancora arrivare. Il presidente si è arroccato, ha rinviato prima le nuove elezioni amministrative, poi quelle per i governatori degli Stati. E, con qualche astuzia, grazie al fatto che il Psuv, il partito socialista unito fondato da Chávez, ha il controllo maggioritario di tutte le istituzioni dello Stato – tranne l’Assemblea nazionale – è riuscito anche a evitare il referendum per il quale erano state raccolte più di due milioni di firme e che avrebbe potuto costringere il presidente alle dimissioni. Per un medico professionista come Iñigo, che in fondo con la politica ha un approccio superficiale, gli scenari peggiori sono arrivati tutti insieme. Il suo lavoro e quello di sua moglie sono diventati sempre più difficili. E non solo perché è quasi inutile prescrivere una medicina, tanto non si trovano. Non si possono neppure comprare nuovi strumenti, stare al passo con le novità tecnologiche, i nuovi macchinari, fare esami. Una generazione di medici che rischia di tornare indietro di vari decenni. “Così non solo – dice –oggi in Venezuela non puoi comprare una casa, cambiare una macchina, andare in vacanza, non puoi neppure aggiornarti né lavorare con un minimo di soddisfazione. Viviamo in un territorio senza regole, un nuovo Far West”. “Qui – aggiunge – non solo è morta la chirurgia plastica. E’ impossibile anche applicare cure sulla fertilità, o fare gli esami clinici minimi e consueti a una paziente. Tutte le grandi compagnie farmaceutiche internazionali hanno abbandonato il Paese da tempo. E noi sopravviviamo grazie a qualche “angelo viaggiatore”, li chiamiamo proprio così, che porta prodotti medici dall’estero. Spesso a prezzi proibitivi e senza alcun controllo sanitario reale”. “Questo mese – racconta Luis – per punizione non hanno portato le buste del cibo, i Clap, a tutto il condominio. E’ successo che una sera abbiamo partecipato a un cacerolazo, sbattendo pentole e padelle dalle finestre per una mezz’ora contro l’aumento dei prezzi e non solo. Qualcuno deve aver preso nota degli edifici che aderivano alla protesta e i soldati con i viveri qui davanti non si sono fermati. Cinquanta metri prima e cinquanta metri dopo sì, ma qui da noi no. Siamo andati a chiedere e ci hanno detto che era solo per questa volta, se ci comportiamo bene il mese prossimo ce li riportano”. Luis ha 43 anni, moglie e due figlie adolescenti. Come sua moglie ha sempre votato per Chávez “perché ha dato una dignità ai poveri”. Alle ultime presidenziali, quelle dell’aprile 2014, convocate appena un mese dopo la morte del caudillo rivoluzionario, ha votato per Maduro. “Perché era stato scelto da Chávez come suo erede”. Oggi, mentre il Venezuela sembra avviarsi verso la dittatura di una minoranza che si rifiuta di cedere il potere, Luis non è solo deluso, è anche arrabbiato. Non tanto da andare alle manifestazioni, ma abbastanza da giurare di non votare mai più “per la rivoluzione”. Anche lui sognava di mandare una delle due figlie a studiare all’estero. Ma adesso con la moneta nazionale in picchiata “con quali soldi posso farlo?”. Cresciuto in una famiglia molto povera ha sempre fatto lavori saltuari, legali ma esentasse. Finché non s’è inventato un sistema che gli ha dato un po’ di dollari. Compra oggetti di uso quotidiano e va a rivenderli all’Avana, Cuba. “In realtà – confessa – non ho inventato niente mi hanno raccontato che qualcuno lo faceva e ho provato”. La parte più difficile dell’operazione è la frontiera all’aeroporto di Caracas, dove bisogna dare qualche soldo all’agente. Invece all’Avana chiudono un occhio sulle due valigie pesanti che trascina. Grazie alle relazioni fraterne del governo bolivariano con quello castrista, il biglietto aereo costa poco, e alcuni oggetti come il fon che stira i capelli ricci e crespi delle mulatte cubane vanno a ruba nell’altra metà del socialismo caraibico. “Ma si vendono bene anche i leggins “Licras”, le scarpe, le calze, la cheratina che usano per allisciare i capelli e i deodoranti che però ormai qui a Caracas non trovo più. In una settimana posso guadagnarci 200 dollari che è molto di più di qualsiasi stipendio che prenderei qui”. Un altro lavoro saltuario di Luis è l’immigrante negli Usa. Da qui ci vanno con un visto turistico ma appena arrivano si mettono a lavorare. Di solito in Florida. L’ultima volta Luis piantava giardini nelle ricche ville di Miami. “Mi sono venuti i calli alle mani”. Tornando al Venezuela la sua preoccupazione è la dittatura. “Non voglio vivere dove c’è un tiranno”, dice. La storia di Mercedes è la rappresentazione della lenta discesa all’inferno della classe media venezuelana nel ventennio chavista. “Per la verità, dice lei, la mia vita è davvero cambiata negli ultimi sei o sette anni. Io lavoro al Seniat, ministero delle Finanze, l’organismo che si occupa delle tasse e delle dogane. Oggi ho 46 anni ma quando ci sono entrata, vincendo un concorso, il Seniat era uno dei tanti gioielli dell’amministrazione dello Stato. Apparato tecnico con professionisti di alto livello, ben preparati e anche molto ben pagati. Adesso invece è tutto rovesciato.

Donna venezuelana in ginocchio davanti ad agenti di polizia in tenuta antisommossa nelle strade di Caracas (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

   I professionisti che c’erano non ci sono più, sono stati tutti cacciati per ragioni politiche, perché si opponevano al governo o perché avevano firmato qualcosa che non andava bene. L’anno scorso ne hanno licenziati altri mille perché avevano sottoscritto la richiesta di referendum contro Maduro. Il Cne, Commissione nazionale elettorale, dovrebbe mantenere segreti i dati delle persone ma non lo fa. Io per fortuna non ho mai firmato niente contro il governo, la politica non mi interessa, ma sono crollata lo stesso nella miseria. In realtà – aggiunge Mercedes – per essere cacciati da un impiego pubblico in Venezuela basta anche meno di una firma. Se mettessi una foto di Capriles, uno dei leader oppositori, sul salvaschermo del mio telefonino sarei fritta. Quando inizia a lavorare nel Seniat il mio stipendio equivale a settemila dollari, oggi ne vale poco più di dieci. Avevo una colf a casa, ho dovuto licenziarla. Non ho i soldi per pagare il condominio e neppure l’assicurazione dell’auto. La polizza di assicurazione privata non ho potuto rinnovarla. Mangiare fuori? Quello che prima era qualcosa di abituale o quotidiano come andare in un bar a prendere un caffè con un pezzo di torta, che era la mia merenda di tutti i giorni, adesso è un lusso da evitare. Comprare vestiti, andare dal parrucchiere. Impossibile. Ma perfino comprare smalto per le unghie. Una situazione molto triste nella quale stanno anche molti altri miei colleghi. Quelli che hanno famiglia stanno vendendo tutto.

Donna venezuelana cucina (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

   Oggetti di antiquariato, quadri, qualsiasi cosa possano vendere. Qualcuno affitta stanze nella propria casa. Altri provano a fare altri lavoretti dopo l’orario d’ufficio. Spostano i figli in collegi scolastici che costano meno”. Mercedes ha un compagna che l’aiuta e due genitori molto anziani. Ha due lauree e parla tre lingue. Ma, a breve, il suo futuro è andare a lavorare come cameriera in un hipermercato Espar a Palma di Maiorca. “E’ l’unica soluzione che ho trovato grazie a degli amici. Devo andare perché così da li potrò spedire medicine e pacchi alimentari ai miei genitori. Non posso accettare che muoiano nella miseria”. La rivoluzione bolivariana guidata da Chávez fino al 2013, e poi dai suoi eredi, è stata fin dall’inizio un fenomeno con caratteri totalitari. L’esempio più facile è la storia dei giornali e delle televisioni. Oggi a Caracas rimane solo un quotidiano non asservito al governo in carica ed è “El Nacional” ma il suo direttore Miguel Henrique Otero, figlio del fondatore, vive da tempo in esilio in Spagna per un ordine di cattura che il governo chavista ha emesso contro di lui. Tra le riviste indipendenti c’è “Tal Cual”, il newsmagazine fondato da Teodoro Petkoff, un politico, economista, ex guerrigliero, leader della sinistra non chavista, che oggi, a 85 anni, è completamente appartato dalla vita pubblica. La censura su stampa e tv non arrivò subito e in questi anni ha visto modalità diverse. Più acquisti di testate o televisioni da parte di neo industriali prossimi al potere, che vere e proprie chiusure.

È andata così per un quotidiano, “Ultimas noticias”, comprato da una società legata al governo Maduro, e per “Globovision”, che un tempo era il canale più compromesso a favore dell’opposizione. Ma il primo caso e il più famoso fu quello di Rctv (Radio Caracas Television) costretta ad interrompere la programmazione perché Chávez non rinnovò, alla scadenza nel 2007, la concessione per trasmettere. Victor Amaya, 34 anni, un giovane giornalista che oggi lavora a “Tal Cual” e al “El Estimulo”, due giornali che funzionano praticamente solo online, è stato una delle tante vittime della censura quando “Ultimas Noticias” cambiò proprietà. “Iniziarono a prendere solo pubblicità governativa – racconta – poi a dare poca importanza a notizie scomode, infine a censurare gli articoli. Io lavoravo nella sezione arte e spettacoli e quando misi in pagina una intervista a Patricia Janot, una giornalista della Cnn in spagnolo critica con Maduro, decisero di toglierla poco prima che andasse in stampa”. Tamara Herrera, 64 anni, è nata a Caracas perché sua madre, italiana, si innamorò di suo padre, venezuelano, al Festival della Gioventù di Berlino nel 1951. Oggi lavora come economista in una società di consulenza che confeziona report analizzando le variabili politiche e economiche del Paese. Anche la sua vita è cambiata moltissimo negli ultimi mesi. Dopo molti indugi ha deciso anche lei di occuparsi di una vecchia pratica che aveva abbandonato nei cassetti, mandare avanti la procedura per ottenere un passaporto europeo che qui è diventata una àncora di salvezza per molti. Non è detto che decideranno mai di utilizzarlo ma nell’incertezza rappresenta una chimera di sicurezze. Spesso è la prima cosa che ti dicono. “Mio nonno era spagnolo, ho fatto il passaporto.”. Oppure era italiano, oppure era francese. Ma a Tamara Herrera non piace parlare di sé, gli piacciono gli scenari. Dunque parliamo di scenari. “E’ un contesto molto difficile da sbloccare. Convocando elezioni per una nuova Assemblea costituente, una soluzione che l’opposizione giudica come un altro colpo di Stato già tentato un mese fa con l’inabilitazione, poi smentita, del Parlamento, Maduro ha fatto una mossa che può dargli un po’ di respiro nel suo scivolare verso l’autocrazia. Piuttosto aumenta il rischio di un default. Temo che la crisi política e le difficoltà che ci sono per ottenere nuovi prestiti potrebbero convincere il governo del fatto che ha meno da perdere non onorando le scadenze del debito estero piuttosto che facendolo. I militari sostengono il presidente ma senza scendere in campo. Fanno di tutto per dimostrare che non hanno compiti di sicurezza interna. Fino a quando non si sa”. La sensazione molto diffusa che il regime barcolli anche per una vasta rete di corruzione che ha depredato risorse, e che sia disposto a blindarsi a qualsiasi costo pur di non pagarne penalmente le conseguenze, non è facile da verificare. Però un caso come quello dello scandalo Odebrecht, la multinazionale brasiliana che ha confessato di aver finanziato illegalmente campagne elettorali e presidenti di molti paesi sudamericani, è molto sospetto. In Venezuela non ha avuto ripercussioni nonostante i manager della multinazionale abbiano confessato di aver pagato a Caracas tangenti per 98 milioni di dollari. Chi li ha ricevuti? Qui nessuno indaga. Come nessuno indaga sulla vicenda dei due nipoti di Maduro e sua moglie, Cilia Flores, arrestati dalla Dea a Haiti con un aereo Fokker pieno di panetti di cocaina e ora sotto processo a New York. Mentre declina come una stella morta che appartiene al passato, il fallito socialismo bolivariano trascina con sé le sorti del Paese che gli diede il battesimo alla fine del 1998. Ma nonostante l’isolamento internazionale – esclusi Cuba, Russia, Iran e Cina – di Maduro una svolta potrebbe non essere così prossima. È quello che abbiamo letto negli sguardi e nelle parole di tutti quelli che abbiamo incontrato. Tra lo stupore e lo sgomento. Perché non se ne va dopo il disastro che ha combinato? Il più grande nemico di Maduro oggi è un socialista uruguayano, ex ministro degli Esteri nel governo di Pepe Mujica, che oggi guida l’Osa, l’organizzazione degli Stati americani, dalla quale il Venezuela è appena uscito. È Luis Almagro che segue con una perseveranza certosina tutto quello che accade a Caracas e non perde occasione per richiamare Maduro al rispetto delle regole democratiche condivise in tutto il Continente. Ma intanto qui molto lentamente si affonda in un incubo totalitario che sembra non aver fine. (Omero Ciai)

Scontri e proteste fra agenti di polizia in tenuta antisommossa e manifestanti nelle strade di Caracas (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

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IL VENEZUELA IN CRISI, TRA SCONTRI DI PIAZZA E RETORICA ANTIMPERIALISTA

di Gianandrea Rossi, 5/5/2017, da

www.treccani.it/magazine/geopolitica/

   Un’economia che arranca, un PIL che nel corso del 2016 – secondo le stime del Fondo monetario internazionale – si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%, un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da mesi il Venezuela, Paese che negli anni d’oro dell’ideologia chavista – grazie soprattutto ai proventi derivanti dal commercio del petrolio – riusciva a crescere economicamente e a mostrarsi attore dinamico nell’arena regionale, ma che oggi appare in ginocchio.

   Il sistema fondato sui sussidi e sui programmi sociali – che avevano contribuito al consolidamento del chavismo – ha mostrato con la crisi dei prezzi dell’oro nero tutti i suoi limiti e appare oggi insostenibile. Il ribasso delle quotazioni del petrolio ha determinato una drastica riduzione delle riserve di valuta estera, fondamentali per il pagamento dei debiti e per i commerci internazionali; inoltre – come ha osservato l’analisi InfoMercatiEsteri della Farnesina – le importazioni per le imprese nazionali e le filiali delle multinazionali presenti nel Paese sono diventate estremamente difficili, perché il bolivar non è direttamente convertibile ed è lo Stato a distribuire la divisa straniera.

   Tale condizione, per una realtà come quella venezuelana che importa gran parte dei beni di prima necessità, produce evidentemente conseguenze assai negative: capita così che i medicinali scarseggino, manchino i beni essenziali e i generi alimentari diventino un lusso, tanto che buona parte della popolazione è dimagrita e – con amara ironia – si è persino arrivati a parlare di una “dieta Maduro”.

   Le manifestazioni di piazza imperversano da tempo, sostenute da un’opposizione che ha ampiamente vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 ma che non di rado si è mostrata frammentata. In questo quadro, la preponderante protesta per la fame si è saldata con le rivendicazioni della lotta politica, mentre la classe al potere cerca di difendersi.

   Quanto all’ultima ondata di manifestazioni, scoppiata nel corso del mese di aprile, essa si ricollega alla decisione presa il 29 marzo dal Tribunale supremo di giustizia – vicino al presidente Maduro – di limitare l’immunità parlamentare ed esautorare di fatto il Parlamento dall’esercizio delle sue funzioni, assumendole su di sé.

   La pronuncia ha generato la dura reazione della comunità internazionale, con le Nazioni Unite che hanno espresso la loro preoccupazione per quanto deliberato e l’Organizzazione degli Stati americani che ha parlato di «colpo di Stato auto-inflitto», mentre anche la procuratrice generale Luisa Ortega Díaz – considerata tradizionalmente su posizioni leali verso il governo – ha riconosciuto che la sentenza rappresentava una rottura dell’ordine costituzionale. Ritornando sui suoi passi, il Tribunale ha deciso di rivedere immediatamente la sua originaria posizione, senza che però il malcontento si placasse: le proteste sono andate avanti fino alla “madre di tutte le marce” organizzata dalle opposizioni il 19 aprile. Finora il bilancio delle manifestazioni e degli scontri si è attestato sulle 30 vittime.

   Le forze antichaviste cercano da tempo di esautorare il presidente in carica. Per il momento, il tentativo di procedere alla convocazione di un “referendum revocatorio” – in cui cioè gli elettori possano esprimersi sulla permanenza di Maduro al potere – non è andato a buon fine: perché tale voto possa tenersi è, infatti, necessario raccogliere le firme del 20% degli elettori, ma nello scorso ottobre il Consiglio elettorale nazionale ha interrotto la raccolta per presunte irregolarità in alcune regioni.

   Quanto invece alle elezioni regionali, a ottobre 2016 era stata annunciata come data indicativa per lo svolgimento delle consultazioni – tra le critiche delle opposizioni che chiedevano la convocazione immediata del voto – la metà del 2017, anche se domenica scorsa il presidente – durante la trasmissione televisiva Los domingos con Maduro («Le domeniche con Maduro») – ha espresso chiaramente la sua posizione: «Il problema del Venezuela non è un deficit elettorale. Il problema è che c’è un impero gringo nelle mani di alcuni estremisti che vogliono privarci del nostro petrolio, e vogliono portare a termine un colpo di Stato per interrompere la rivoluzione bolivariana. È ingenuo chi pensa che questa gente (gli oppositori, ndr) abbandonerà le sue violente pretese una volta fissate le elezioni regionali». Dunque, pieno ricorso alla retorica antimperialista, con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti.

   Intanto, in risposta alla decisione dell’Organizzazione degli Stati americani di convocare una riunione dei ministri degli Esteri per discutere della crisi venezuelana, Caracas ha annunciato l’avvio dell’iter per abbandonare il consesso continentale e, se gli orientamenti non dovessero cambiare – sono comunque necessari 2 anni perché la procedura si perfezioni –, il Venezuela diventerà il primo Paese nella storia dell’organizzazione a uscire volontariamente da essa.

   Anche qui il ricorso alla retorica non è mancato: la ministra degli Esteri Delcy Rodriguez ha, infatti, sostenuto che il suo Stato non parteciperà più ad alcuna attività o iniziativa che si fondi sul principio dell’interventismo di un gruppo di Paesi “mercenari della politica” che mirano a perturbare la stabilità e la pace in Venezuela.

   Di fatto, come ha sottolineato in una sua analisi il quotidiano spagnolo El País, l’obiettivo di Caracas e del suo establishment politico è quello di trasformare una pericolosa sconfitta diplomatica in una “vittoria morale”, rivendicando cioè la propria autonomia e scagliandosi contro le potenze straniere – in primis il grande egemone a stelle e strisce – che vogliono far deragliare la rivoluzione bolivariana.

   La crisi è, dunque, estremamente acuta, numerosi oppositori politici – su tutti Leopoldo López – continuano a rimanere in carcere e la galassia chavista al potere cerca di rafforzare la sua debole posizione. Per incidere in profondità sulla crisi è indispensabile trovare una soluzione politica di mediazione: come sottolineato in un editoriale pubblicato su The Guardian, l’opposizione è chiamata a prendere atto del fatto che le proteste non basteranno e, anzi, potrebbero alimentare la retorica di Maduro.

   Inoltre, nonostante alle ultime manifestazioni abbiano partecipato anche gli strati più poveri della popolazione – baluardo di un chavismo comunque in crisi – occorre riconoscere che, in taluni ambienti, tale ideologia continua a far presa. Dall’altra parte, il presidente è invece chiamato ad aperture e concessioni in chiara rottura rispetto alle posizioni finora espresse. Le forze della mediazione sono dunque al lavoro, ma con il tempo le vie d’uscita rischiano di farsi più strette. (Gianandrea Rossi)

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CARACAS: CONTRO MADURO IN PIAZZA LE “MAMME DEL VENEZUELA”

da “la Repubblica” del 6/5/2017

   Sabato scorso, 6 maggio, per le strade di Caracas sono scese in migliaia, con cartelli e magliette bianche, hanno chiesto che “si restituisca la democrazia al Paese”. Le ‘mujeres’ della capitale si sono date appuntamento nella PIAZZA BRION del QUARTIERE CHICAITO per cercare di raggiungere la sede del ministero degli Interni, nel centro della città. “Eccoci qua, siamo le mamme del Venezuela”, ha dichiarato Maria Corina Machado, assicurando che le proteste proseguiranno fino “alla fine della tirannia”. “Cos’altro possiamo fare?”, ha continuato l’esponente di punta dell’opposizione, assicurando che “per il regime questi sono gli ultimi giorni”. A differenza dal passato, la protesta contro il regime si è via via allargata e ha coinvolto quartieri tra i più poveri di Caracas, come Petare, considerati finora tra i più strenui sostenitori del presidente venezuelano.

   La Machado è poi tornata sulla denuncia di Henrique Capriles, uno dei più influenti capi dell’opposizione, il quale ha parlato di “85 ufficiali arrestati perché rifiutano di partecipare alle repressione”. “In realtà – ha sottolineato Machado – sono molti di più. E sono tanti ormai i militari che non ubbidiscono e che non intendono affrontare un popolo disarmato”.  Le proteste che da un mese scuotono il Venezuela chiedono nuove elezioni presidenziali e l’apertura di un canale umanitario che consenta di aiutare il Paese, colpito anche da una gravissima crisi economica, e non accennano a fermarsi. Sono 36 le persone che hanno perso la vita mentre continuano anche gli scontri tra oppositori e militari, con l’intervento di bande armate filo regime, i famigerati colectivos, in diverse città del Paese. Ormai si contano oltre 700 feriti, centinaia di arrestati, il bilancio dei morti sale.

   “Resteremo nelle strade il tempo necessario per raggiungere i nostri obiettivi”, in primis elezioni, ha detto in un’intervista MANUEL AVENDANO, coordinatore della sezione internazionale del partito d’opposizione venezuelana ‘Voluntad Popular’, il cui leader è da oltre tre anni in carcere, condannato al termine di un processo giudicato da molti organismi internazionali una persecuzione politica.

   Il presidente NICOLAS MADURO, sempre più sotto pressione, ha risposto convocando una nuova ‘Assemblea costituente del popolo’ per riformare lo Stato e scrivere una nuova costituzione. Dell’Assemblea faranno parte 500 membri, metà scelti da organizzazioni sociali e di settore, gli altri da leader delle comunità attraverso voto segreto e diretto.”Non una costituente dei partiti e delle elite ma anzitutto profondamente operaia”, ha assicurato Maduro. Una mossa denunciata dall’opposizione, che la vede come un chiaro tentativo golpista di rimanere al potere, evitando le elezioni, che il presidente rimanda dal dicembre 2015. “La proposta – ha affermato Avendano – è una frode della Costituzione attuale perché viola i principi fondamentali della stessa carta: non è chiesta dal popolo” e “non è un’elezione universale, diretta e segreta”.

   Di fronte a questo scenario, con il rischio che la situazione sfugga di mano e si arrivi a ingovernabilità e violenze generalizzate, la Mesa de Unidad Demicratica (Mud), la coalizione delle forze dell’opposizione, ha detto ancora Avendano, “ha uno scopo chiaro, che è quello di mantenere la lotta negli spazi istituzionali: l’Assemblea Nazionale, le strade e il consesso internazionale. Perché ci sia una guerra civile ci devono essere due parti con le armi, la nostra unica arma è la Costituzione, non abbiamo altro”.

   Il 6 maggio un gruppo di manifestanti ha abbattuto una statua dell’ex presidente, HUGO CHAVEZ, nella località di Villa del Rosario, nello Stato di Zulia. Chavez è stato presidente del Venezuela dal 1999 fino alla sua morte, nel 2013, e dopo il suo decesso è stato mitizzato dal suo successore, l’attuale presidente. Nel monumento, Chavez faceva il saluto militare, con la fascia del presidente.

   I manifestanti invocano anche la prova che sia ancora in vita proprio LEOPOLDO LOPEZ, famiglia lo dà disperso da oltre un mese.

   Maduro sostiene che sta facendo fronte a “una ribellione armata” per defenestrarlo, con l’appoggio – secondo lui – degli Stati Uniti, che vorrebbero impadronirsi del Paese che ha tra le maggiori riserva petrolifera al mondo. Venerdì un gruppo di deputati dell’opposizione ha dispiegato uno striscione nell’edificio del Parlamento, nel centro di Caracas, con la scritta: ‘Maduro dittatore’. Le prossime elezioni politiche sono previste nel dicembre del 2018 mentre le regionali dello scorso dicembre sono state rinviate senza che sia stata fissata alcuna data.

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COSA SUCCEDE IN VENEZUELA | MADURO E LA CRISI ECONOMICA, POLITICA E UMANITARIA

1 maggio 2017, di Matteo Margheri,

da https://www.lenius.it/

   Dalla crisi umanitaria alle accuse di golpe verso Maduro. Il Venezuela sta attraversando un periodo di grande incertezza, macchiato anche dal sangue dei manifestanti oppositori del governo. Cerchiamo di capire perché la situazione è degenerata e quali sono state le reazioni della politica internazionale.

Venezuela: cronologia della crisi

   Dal dicembre del 2015 il Parlamento venezuelano è controllato con un’ampia maggioranza (167 a 112) dall’opposizione del Presidente Maduro, saldo alla guida del Paese solo grazie allo stato di emergenza. La crisi economica in Venezuela è da tempo degenerata in una vera e propria crisi umanitaria e Maduro ha più volte dimostrato di essere inadatto a gestire la situazione. Per questo motivo, nel marzo di quest’anno è stata presentata in Parlamento una mozione per la messa in stato di accusa di Maduro che viene approvata con un’ampia maggioranza. Ma il Presidente detiene ancora un ampio controllo sulle istituzioni e la sua reazione non tarda ad arrivare. Alla fine di marzo una sentenza della Corte Suprema, il Tribunale Supremo di giustizia, esautora il Parlamento delle sue funzione, lasciando pieni poteri al Presidente Maduro. Questa la motivazione dell’Alta Corte:

   Siccome il Parlamento si ribella e oltraggia le deliberazioni del presidente, le sue competenze saranno esercitate direttamente dal Tribunale Supremo.

   A poche ore dalla sentenza, arriva l’inaspettato dietrofront: la procuratrice generale del Venezuela Luisa Ortega Diaz, figura di spicco fra gli eredi spirituali di Chavez, prende netta posizione contro la sentenza bollandola come “una chiara rottura dell’ordine costituzionale”. Spinto dall’alta considerazione di cui gode la Diaz anche fra i suoi sostenitori, Maduro convoca il Tribunale supremo di giustizia in piena notte per spingerlo a revocare la sentenza con la quale si era attribuito i poteri del Parlamento. Malgrado il Presidente abbia cercato di minimizzare le conseguenze dello scontro istituzionale, le opposizioni si sono riunite in protesta assieme ai cittadini organizzando manifestazioni in tutte le piazze del Venezuela per chiedere le dimissioni di Maduro e nuove elezioni.

Le elezioni che non arrivano

Forte dei suoi poteri straordinari, Maduro ha in tutti i modi cercato di rimandare le elezioni amministrative che avrebbero dovuto svolgersi nel 2016 e non ha permesso agli oppositori di tenere i propri comizi elettorali previsti per le elezioni presidenziali. Il pieno controllo sul Tribunale superiore elettorale gli ha permesso di rallentare le procedure amministrative e ostacolare la presentazione dei candidati avversari. Malgrado il suo mandato finisca formalmente nel 2018, l’intenzione di Maduro è sempre stata quella di non tornare alle urne per paura della pesante sconfitta già preannunciata dai sondaggi. Dopo la sconfitta alle elezioni parlamentari del 2015, l’obiettivo è restare al potere evitando di offrire occasioni di confronto all’opposizione e grazie al sostegno strategico dei militari.

   L’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che riunisce molti Paesi del Sud America, era intervenuta sulla questione: un dossier presentato da Luis Almagro (ex cancelliere dell’Uruguay e segretario dell’Osa) e ratificato da una ventina di Paesi, sosteneva che Maduro aveva tenuto un comportamento apertamente antidemocratico e vi era la richiesta di sospensione del Venezuela dall’organizzazione. Anche il Parlamento venezuelano in mano all’opposizione aveva ratificato il dossier, provocando l’ira del Presidente e la sua dura reazione che ha poi portato l’intervento del Tribunale Supremo. In questa situazione insostenibile il provvedimento contro il Parlamento è stata la scintilla che ha fatto scoppiare le proteste e le accuse di golpe.

   Le manifestazioni anti-governative sono ormai all’ordine del giorno e si sono fatte molto più accese dopo la sentenza di l’ineleggibilità per 15 anni decisa dal Tribunale Supremo elettorale nei confronti di Henrique Capriles, uno dei principali leader dell’opposizione. L’inasprimento delle proteste e la loro persistenza hanno scatenato la dura reazione del governo. Ad aumentare la tensione ci sono state anche le iniziative violente dei colectivos, bande armate nate con Chávez per la difesa della rivoluzione bolivariana, che in più di un’occasione si sono opposte con violenza ai manifestanti. Dopo tre settimane ininterrotte di manifestazioni con scontri fra civili, forze dell’ordine e colectivos, il bilancio delle vittime confermate è salito a 28: buona parte di loro sono giovani studenti. Il rischio più che mai concreto è che la situazione degeneri portando a uno stato di vera e propria anarchia nelle strade venezuelane.

Le reazioni internazionali

Dopo l’inizio degli scontri, il consiglio direttivo dell’Osa si è riunito a Washington per ideare un progetto di risoluzione. La proposta messa in campo preve un vertice fra i ministri degli Esteri dei Paesi dell’Organizzazione per trattare la crisi venezuelana. Il governo di Maduro da parte sua non vuole permettere ingerenze estere sui problemi interni. Per questo motivo, Caracas ha iniziato le procedure per uscire dall’Osa e per voce della Ministra degli Esteri, Delcy Rodríguez, ha motivato l’iniziativa:

   L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione. […] La nostra dottrina storica è segnata dalla diplomazia bolivariana della pace, e questo non c’entra niente con l’Osa.

   Il Parlamento Europeo ha espresso la sua posizione attraverso una risoluzione che condanna la “brutale oppressione esercitata dalle forze di sicurezza venezuelane e dai gruppi armati irregolari contro le proteste pacifiche in Venezuela”, mentre gli USA hanno riconosciuto il Venezuela come fattore “destabilizzante” nell’America Latina.

   Un’ultima speranza per trovare una via di mediazione fra governo e opposizioni sembra arrivare direttamente dal Vaticano. Il ministro degli Esteri argentino Susana Malcorra ha sostenuto un colloquio privato con Papa Francesco per capire se ci sono margini per percorrere questa strada. Il Pontefice avrebbe aperto la possibilità di un suo intervento solo nel caso vengano rispettate le condizioni poste dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, già bocciate in passato dal governo di Maduro: il permesso all’invio di assistenza sanitaria internazionale, la presentazione di un calendario elettorale chiaro e vincolante, la restituzione dei poteri al Parlamento e la liberazione di tutti i prigionieri politici. Gli stessi punti erano stati ripresi dall’Osa come punto cardine del vertice fra ministri prima dell’abbandono del Venezuela.

   La situazione in venezuelana è in continua evoluzione. L’emergenza umanitaria sembra essere passata in secondo piano rispetto ai problemi della politica e la gente che scende in piazza a protestare finisce nel mirino delle bande armate. Gli altri Paesi dell’America Latina si stanno impegnando per trovare una soluzione pacifica, ma l’intransigenza del governo di Caracas e l’evidente inconsistenza della leadership di Maduro rendono difficile trovare interlocutori disposti a scendere a compromessi. Governo e opposizione si stanno affrontando nelle sedi istituzionali, apparentemente sordi al massacro che si sta compiendo nelle strade. (Matteo Margheri)

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VENEZUELA, IL POTERE DEI SENZA POTERE

di FERNANDO DE HARO, da http://www.ilsussidiario.net/ , 4/4//2017

– In Venezuela la situazione non migliora. Ciò nonostante, nota FERNANDO DE HARO, la popolazione non sceglie la strada della violenza: un segnale molto importante –

   Un errore di calcolo, il nervosismo dettato dalla paura di perdere il potere: nei prossimi giorni diventerà chiaro perché il chavismo la scorsa settimana si è reso protagonista di un auto-golpe per poi cercare di ingranare subito la marcia indietro.

   Tutto sembra indicare il fatto che siamo di fronte a una guerra civile all’interno dello stesso chavismo: Maduro non controlla tutti i fili. Quelli delle decisioni dell’Alta corte di giustizia, che opera come una Corte costituzionale, sono controllati dall’esecutivo, a sua volta controllato da Maduro. Tuttavia ci sono indizi che fanno pensare che le sentenze che hanno svuotato di competenze il Parlamento siano opera dell’ala estrema del chavismo guidata da Diosdado Cabello. E Maduro si sarebbe opposto a tale decisione. Questo spiegherebbe le critiche di Luisa Ortega Díaz, donna che ha prestato diversi servizi al regime. Le sue parole critiche verso la corte e la condanna dell’auto-golpe che ha pronunciato al Consiglio di difesa nazionale, un organismo sotto il controllo del Presidente, sono state sorprendenti.

   I fatti della settimana scorsa sono avvenuti nel momento più inopportuno, visto che l’Organizzazione degli stati americani, dopo diversi anni di dubbi in merito, stava valutando se applicare al Venezuela la Carta democratica interamericana, che avrebbe nella pratica certificato una situazione di dittatura o semidittatura. Privare il Parlamento delle sue prerogative non ha lasciato più dubbi agli altri paesi della regione circa la decisione da prendere.

   Dunque, per chi voleva mantenere ancora una certa apparenza di democrazia, quanto accaduto è stato davvero inopportuno. Non certo per gli estremisti, per quella fazione dell’esercito coinvolta in affari di riciclaggio e narcotraffico, per cui è anche meglio che non ci siano mai più elezioni.

   In realtà, il golpe in Venezuela è stato al rallentatore. Prima c’è stata l’incarcerazione di molti oppositori (113 prigionieri politici), tra i quali Leopoldo López. Poi è arrivato il blocco permanente del Parlamento, l’uso della Corte Suprema per convalidare un decreto di emergenza alimentare che era stato respinto dall’opposizione, gli ostacoli al referendum revocatorio e la sua successiva sospensione, così come la rimozione delle elezioni locali. Infine, il meccanismo complesso, vincolante e impossibile, per i partiti di opposizione che volevano iscriversi di nuovo al Consiglio elettorale nazionale. Decisione che, in realtà, implicava il fatto che le elezioni presidenziali del 2018 fossero a partito unico.

   Nel peggiore dei casi Diosdado Cabello e l’ala radicale del chavismo non hanno fatto male i loro conti e hanno semplicemente cercato di aumentare ulteriormente la polarizzazione, con violenza nelle strade, per giustificare la cubanizzazione definitiva del regime. Si preannunciano tempi ancora più difficili per il Venezuela. L’opposizione deve riuscire ad arrivare a quell’unità che finora non ha raggiunto. Ora è più che mai necessario lottare per la libertà, senza cadere nella provocazione di un regime diviso.

   Tutto questo in un Paese dove la metà delle famiglie che vive in aree urbane si trova in una situazione di estrema povertà e dove il 76% della popolazione ha problemi per l’alimentazione, i medicinali e l’assistenza sanitaria. Le entrate del 93,3% delle famiglie venezuelane sono insufficienti per comprare cibo e il 32,5% di loro (9,6 milioni di persone) mangia solo due o meno volte al giorno. L’inflazione è del 1.660%.

   La cosa sorprendente è che mentre si vive nelle code (cercando di ottenere un po’ di sostentamento), smettendo di mangiare perché i bambini abbiano un boccone, senza le medicine più elementari, la violenza venga solamente dall’alto. Ancora una volta il chavismo incita alla lotta e non trova che una risposta pacifica. È importante, è un segno che c’è un Venezuela che è già libero, che ha la libertà di non versare sangue.

   Questo Venezuela che è già libero è quello che condivide la “pentola comunitaria” in molte chiese: sulla porta della cattedrale di Merida un cartello avvisa che “non bisogna fare coda per mangiare”. Un piatto e un po’ di conversazione per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Il Venezuela che è già libero soffre dietro le sbarre. Si può non essere d’accordo con la posizione di Leopoldo López, ma non si può non rimanere sorpresi da come è cresciuta la sua statura umana: il potere dei senza potere, come diceva Havel.

   Alcuni giorni fa, Leopoldo López ha raccontato quello che gli stava accadendo in carcere: “Il processo del pensiero per tutti gli esseri umani è una conversazione con se stessi, ma è una conversazione che in condizioni normali spesso passa inosservata. Ma quando si è isolati, da soli, il processo di parlare a se stessi diventa più evidente e presente”. E ha aggiunto: “Prima di essere imprigionato pregavo ogni giorno. Ma è qui che ho scoperto il vero significato della preghiera. Ecco, la preghiera è una conversazione intima con Gesù. È a partire dalla preghiera che ho potuto costruire tutto il resto”. Il potere di Leopoldo, come quello di Mandela, di Luther King, di tutti i venezuelani che non si lasciano dominare dalla spirale di odio, che non perdono la speranza sotto una dittatura indesiderabile, è il potere dei senza potere. (FERNANDO DE HARO)

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VENEZUELA SENZA EXIT STRATEGY

di Roberto Da Rin, da “il Sole 24ore” del 2/5/2017

   In un Paese dove un litro di acqua minerale costa come un pieno di benzina, le distorsioni sono molte: nella politica, nell’economia e nella società. La prima è questa: quando crolla il prezzo del petrolio, sui mercati internazionali delle commodity, le entrate in valuta estera si assottigliano e le tensioni si moltiplicano.

   Stavolta però il Venezuela di Nicolas Maduro è davvero in fiamme ed è difficile intravedere una via di uscita. Una trentina di morti in piazza negli ultimi dieci giorni, il sequestro di uno stabilimento della General Motors, un ipotetico default, l’incognita delle Forze Armate, l’80% della popolazione – secondo dati Caritas – in difficoltà economiche e alcuni leader dell’opposizione in carcere.

   Dulcis in fundo un annuncio di Maduro durante il comizio del 1°maggio: un’Assemblea costituente del popolo, «per riformare la struttura giuridica dello Stato e portare la pace al nostro Paese». È questa l’ultima mossa del presidente in un Venezuela stremato e impaurito dalla crisi economica. «Non sto parlando di una Costituente dei partiti o delle élite, intendo dire una Costituente femminista, giovanile, studentesca, una Costituente indigena, ma anzitutto una Costituente profondamente operaia, decisamente operaia che appartenga profondamente alle comunità».

   Julio Borges, presidente del Parlamento e oppositore di Maduro, ha replicato con rabbia che questa iniziativa equivarrebbe a «una Costituente truffa, inventata solo per distruggere la Costituzione attuale e cercare di fuggire così all’inesorabile verdetto delle elezioni» che il governo ha ritardato o sospeso da quando ha perso la maggioranza parlamentare nel dicembre del 2015.

   Insomma quello attuale è un quadro inquietante da cui non si intravede nessuna exit strategy: due gli scenari possibili. «Il primo è quello di una cronicizzazione della crisi che – secondo l’analista venezuelano Luis Vicente Leon, presidente di Datanalisis – avvicinerebbe il Paese a un contesto simile a quello della Siria, del Perù o della Colombia». In altre parole una crisi politica irrisolvibile le cui conseguenze si potrebbero estendere per lunghi anni.

   Il secondo scenario è quello di un colpo di Stato o di una rinuncia spontanea del presidente Maduro. I conflitti politici generano violenza, superabile con accordi, negoziati e aperture di governo e opposizione; di tutto ciò, in Venezuela, per ora non c’è traccia.

Un populismo paradigmatico

Il Venezuela esprime – secondo un bel libro di Manuel Anselmi, “Populismo”, edito da Mondadori – un caso paradigmatico e, al tempo stesso, sui generis. Paradigmatico perché molte delle dinamiche, avviate dall’ex presidente Hugo Chavez, si sono poi riscontrate in altri Paesi latinoamericani. Sui generis perché lo sviluppo sociale istituzionale, la crisi sociale e politica lo hanno reso uno dei casi più radicali. L’esperienza chavista – spiega Anselmi – ha svolto una promozione di valori progressisti in una prospettiva di azione unitaria pan-sudamericana.

   Gli analisti di orientamento liberale hanno criticato l’esperienza chavista e hanno definito il Venezuela una forma di soft-authoritarianism, più precisamente di hybrid regime. Ovvero una democrazia che ha perso i requisiti minimi ma che non può essere considerata un autoritarismo conclamato. Altri analisti ricordano che il populismo venezuelano non può prescindere dalla lunga fase critica che lo ha preceduto. Tra la fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta la società venezuelana ha vissuto un progressivo processo di impoverimento e di decadenza, consistente in un aumento esponenziale della povertà, della criminalità e della polarizzazione sociale dovuta alla drastica riduzione della classe media.

   Mario Giro, viceministro degli Esteri, non nasconde la sua preoccupazione: «I venezuelani hanno fatto cadere la mediazione papale e oggi il quadro è davvero inquietante. Non abbiamo neppure ricevuto risposte alla nostra offerta di inviare medicine salvavita». E ancora: «Sono state chiuse varie ambasciate, quella italiana è una delle poche rimaste aperte».

Il rischio di un default

Il calo dei prezzi del petrolio (di cui il Paese è forte produttore) ha innescato una serie di problematiche economico-finanziarie. Una delle prime emergenze è l’inflazione, superiore al 500%, comunque difficile da quantificare per la difficoltà di reperire dati statistici. La gravità della crisi che si propaga dalla politica alle istituzioni, dall’economia alla finanza, ormai mina il concetto di convivenza pacifica del Venezuela e induce a rievocare ciò che accadde in Argentina nel 2001: una situazione economica insostenibile e una crisi sociale incontenibile sfociarono in un default.

   Tuttavia lo spettro del default, se non scongiurato, non è un’ipotesi probabile. Innanzitutto un crack provocherebbe una pericolosa instabilità a livello regionale.

   Finora Maduro ha pagato tutte le cedole, pochi giorni fa ha effettuato il rimborso di 2,8 miliardi di dollari. Enzo Farulla, analista economico-finanziario indipendente con un passato alla Raymond James Financial, esperto di temi latinoamericani, ritiene poco probabile il default: «Se Maduro dovesse cadere nei prossimi mesi, verrà eletto un governo “market friendly e quindi ci sarà un rifinanziamento del debito. Se invece la presidenza reggerà a questi scossoni, non si verificheranno emergenze finanziarie. Le scadenze sono infatti nei prossimi 18 mesi».

   Non va dimenticato che il debito pubblico del Venezuela è modesto, vicino al 30% del Pil (quello italiano è superiore al 130% del Pil); non solo: Cina e Russia sono alleate, politicamente e finanziariamente del Venezuela. È questo il vero pericolo, uno scontro che travalichi i confini regionali e coinvolga le Grandi potenze. Gli Stati Uniti supportano l’opposizione, Cina e Russia il governo di Maduro. Ognuno vorrebbe controllare una “quota” di popolazione venezuelana. E del suo petrolio naturalmente. (Roberto Da Rin)

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IL FATTORE PETROLIO NELLA CRISI DEL VENEZUELA

posted by Sarah Wafiq on 3 dicembre 2015

Da OPI Osservatorio di politica Internazionale – www.bloglobal.net/2015/12/

di Sarah Wafiq

   Il petrolio era conosciuto ed usato in Venezuela ancora prima che gli europei conquistassero le Americhe: i nativi lo usavano per impermeabilizzare le proprie canoe, per farsi luce [1] e per trattare certi tipi di ferite. Tuttavia, la produzione petrolifera nel Paese sudamericano iniziò soltanto nel 1875, ovvero sedici anni dopo l’apertura del primo pozzo commerciale di petrolio al mondo [2]. Da allora, il Venezuela ha fatto grandi passi: è uno dei membri fondatori dell’OPEC, dove oggi siede come unico Paese del continente americano insieme all’Ecuador; è stato uno dei principali esportatori di greggio verso gli Stati Uniti e nel 2014 ha riconfermato la propria posizione di dodicesimo maggior produttore di petrolio del globo [3].

   Nel 2012, nuovi studi geologici hanno permesso di aggiornare l’ammontare delle riserve petrolifere venezuelane a 298,35 miliardi di barili, consentendo così al Paese latino-americano di strappare all’Arabia Saudita l’indiscusso primato come detentore delle maggiori riserve petrolifere del globo [4]. Tuttavia, l’importanza di tale scoperta è stata ridimensionata dal fatto che il Venezuela di Nicolás Maduro manca di investimenti sicuri e non possiede tecnologie all’altezza, due fattori essenziali al pieno sfruttamento delle riserve portate recentemente alla luce. Pertanto, paradossalmente, la Repubblica Bolivariana di Venezuela sta attualmente attraversando una profonda crisi economica e sociale.

   Per capire come si sia potuti arrivare a tale punto, bisogna fare un salto al 1960, quando il governo dell’allora Presidente Rómulo Betancourt creò la Corporación Venezolana del Petróleo (CVP), una compagnia che, nei decenni successivi, avrebbe subìto un processo di nazionalizzazione sempre più intenso grazie a leggi, decreti ed imposte ad hoc. Il processo di statalizzazione raggiunse l’apice nel 1976, quando lo Stato assunse legalmente il controllo totale dell’industria di idrocarburi e venne creata Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), la compagnia petrolifera nazionale (in inglese: National Oil Company, NOC), tuttora esistente, che avrebbe presto inglobato la CVP.

   A riprova del legame sempre più stretto tra il governo e il settore petrolifero, si cita un episodio della campagna elettorale del 2006 in cui l’ex Presidente venezuelano Hugo Chavéz avrebbe messo i dipendenti di PDVSA di fronte alla minaccia di licenziamento in caso di mancato supporto politico. Quelle elezioni vennero poi vinte proprio dal leader socialista, il quale rafforzò la politica di nazionalizzazione del settore petrolifero [5]. Una mossa, questa, che, secondo i suoi piani, avrebbe dovuto accrescere l’efficienza di PDVSA, ma che, de facto, ne comporto solamente una riduzione della capacità produttiva. Infatti, in un clima di tale nazionalizzazione, si sono verificati inevitabilmente uno scoraggiamento degli investimenti esteri nel settore petrolifero venezuelano ed una mancanza di collaborazioni tra PDVSA e compagnie petrolifere internazionali (International Oil Companies, IOCs) [6].

   Al fine di comprendere l’importanza dei suddetti investimenti e collaborazioni, va precisato che PDVSA, così come molte altre NOCs in Paesi in via di Sviluppo, non possiede ancora la capacità di raffinazione necessaria a far fronte alle sue immense riserve petrolifere, e ricorre ancora a tecniche di trivellazione poco sofisticate, le quali riducono la quantità di petrolio recuperabile dai giacimenti più complessi. Inoltre, le riserve venezuelane sono di petrolio extra heavy, ovvero petrolio che deve essere diluito con nafta o con petrolio più light per divenire utilizzabile.

   Ciò significa che il Venezuela si trova obbligato ad importare regolarmente grandi e costose quantità di questi due prodotti per migliorare la qualità del suo petrolio e poterlo, conseguentemente, immettere nel mercato mondiale. Precisamente, nel 2014, per la prima volta nella sua storia, il Venezuela, Paese produttore e detentore delle riserve più vaste del pianeta, ha avuto la necessità di importare petrolio greggio per far fronte alla sua domanda di energia [7].

   Ad aggravare la situazione, vi è la forte correlazione tra investimenti esteri e ricavi legati all’industria dell’oro nero in Venezuela: quando ad esempio, tra il 2001 e il 2004, tali investimenti declinarono, si assistette ad una diminuzione proporzionale della produzione petrolifera. Pertanto, attuare politiche che attirino investitori esteri ed instaurare buoni rapporti con le IOCs [8] permetterebbe al Paese guidato da Maduro di massimizzare la produzione delle proprie riserve nazionali per conseguire indipendenza energetica ed ottenere maggiori guadagni. Con le IOCs, per esempio, PDVSA potrebbe raggiungere una situazione win-win concedendo loro lo sfruttamento temporaneo e parziale delle proprie riserve (sfruttamento regolato secondo i termini del relativo contratto petrolifero) in cambio dell’accesso alla loro fetta di mercato e alle loro tecnologie.

   Ma la carenza di investitori esteri ed IOCs disposti a impegnarsi nel settore petrolifero venezuelano non è l’unica ragione alla base della crisi economica: dati alla mano, il Venezuela risulta essere fortemente dipendente dalla sua industria di idrocarburi, i cui ricavi costituiscono il 57% del PIL e corrispondono a ben il 96% delle entrate generate da tutte le attività di esportazione del Paese. Detto ciò, risulta ovvio uno stretto legame fra l’economia della Repubblica Bolivariana e il prezzo di mercato del petrolio: nel 2007, quando il prezzo al barile viveva una crescita inarrestabile, l’economia venezuelana cresceva ad un ritmo annuo del 7%; si stima invece che il recente collasso del prezzo del greggio sia costato al Paese $7,5 miliardi ogni $10 di ribasso [9]. In un simile quadro della situazione, gli errori principali commessi dal governo venezuelano sono stati due: non conseguire una diversificazione ed uno sviluppo trasversale dell’economia, cioè non investire a sufficienza in settori alternativi a quello petrolifero, e, contrariamente a ciò che è stato fatto dai membri mediorientali dell’OPEC, non mettere da parte per i tempi di magra. Ecco perché l’attuale prezzo del petrolio, che si aggira sui $40-50 al barile e che l’Arabia Saudita non dà cenno di voler aumentare [10], ha mandato il Paese sudamericano in deficit.

   Se accompagniamo ai suddetti dati la consapevolezza che i ricavi dell’industria petrolifera venivano utilizzati dal governo di Caracas anche per finanziare progetti sociali e politici, capiamo come questa crisi sia andata a toccare gli aspetti più quotidiani della vita dei cittadini venezuelani.

   Dopo aver vinto le elezioni presidenziali del 2013 col 50,61% di voti a favore, Maduro ha iniziato a perdere consensi: dati recenti riportano che il supporto popolare all’amministrazione del Palacio di Miraflores si aggira intorno al 24,5%. Il leader del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) è sempre stato considerato meno carismatico del predecessore Chavéz, ma il vero problema alla base dell’attuale malcontento popolare è un’inflazione che ha chiuso l’anno passato al 68,5%, ovvero il tasso d’inflazione più alto dal 1996.

   Le conseguenze che il popolo venezuelano sta pagando in prima persona sono un alto tasso di criminalità e la penuria di beni primari. Quest’ultima è dovuta, a sua volta, alla scarsità di dollari in circolazione, ergo alla riduzione delle importazioni. Perciò, è stato introdotto un sistema di presa delle impronte digitali che regoli l’accesso dei cittadini ai beni primari ed eviti casi di contrabbando.

   Le proteste, inevitabili, sono a volte sfociate in attacchi ad edifici e sedi governative. Le persone chiedono una revisione delle politiche economiche e sociali. Negli ultimi due anni, il Venezuela si è aggiudicato rispettivamente il secondo ed il primo posto per essere il Paese col più alto indice di miseria [11]. Recenti sondaggi rivelano una realtà dove il 75% dei cittadini crede che il proprio governo sia corrotto, e solo il 9% ha la percezione di una forte stabilità politica.

   Data l’entità del controllo dei media tradizionali da parte del governo, si è assistito ad una crescita nell’uso dei social media da parte di cittadini comuni, allo scopo di offrire una finestra sull’attuale crisi e sulle violenze attuate contro gli oppositori politici ed i manifestanti.

   Ma l’opposizione politica di Maduro è divisa, alcuni dei suoi esponenti sono già stati incarcerati, o sono ricercati con l’accusa di tradimento, e si prevede che l’attuale amministrazione cercherà di mantenere i suoi avversari deboli fino alle prossime elezioni del 2019. Inoltre, Maduro sembra essere riuscito a mantenere il supporto dei membri del suo partito e delle forze armate tutelandoli dalle conseguenze più negative della crisi economica. Per tali ragioni, un colpo di stato sembra essere una possibilità remota.

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   Per tamponare la crisi, Chavéz ha cercato alleanza nella Cina di Zeng Qinghong prima, e Maduro in quella di Xi Jinping dopo: si stima che, dal 2007, la Cina abbia prestato oltre $50 miliardi al Venezuela, $20 miliardi dei quali ripagati con i 500.000-600.000 barili di petrolio imbarcati e spediti ogni giorno, gratuitamente, dal Venezuela allo stato asiatico. Anche per ovviare al fatto che gli Stati Uniti, uno dei maggiori importatori del petrolio venezuelano, oggi acquista il 49% in meno di un decennio fa, Maduro ha affermato che aumenterà le esportazioni verso Cina ed India, economie crescenti assetate di energia, ad un milione di barili al giorno ciascuno.

   Lo scorso gennaio, Maduro ha annunciato che la China Development Bank (CDB) e la Bank of China (BOC), entrambe controllate dallo Stato cinese, hanno accettato di investire 20 miliardi di dollari in progetti energetici, sociali ed industriali in Venezuela nell’arco dei prossimi dieci anni. Tuttavia, nei suoi discorsi pubblici, il Presidente sembra voler preparare il suo popolo ad un peggioramento della situazione economica: nello scenario del 2020, si staglia un Venezuela in recessione, dove l’inflazione è prevista rimanere sopra il 60%, l’instabilità politica non sparirà, l’ineguaglianza sociale e i disordini persisteranno, i blackout non cesseranno ed i cittadini saranno sottoposti a forte pressione fiscale, sanzioni per mancato pagamento ed espropriazioni.

In conclusione, possiamo dire che il Venezuela conta grandi riserve petrolifere, apparentemente base fertile per lo sviluppo economico e l’incremento del tenore di vita della sua popolazione, ma che invece, paradossalmente, vive un impoverimento progressivo e crescente che si sta estendendo a sempre più settori.

   Pertanto, più che mitigare il clima di nazionalizzazione per attrarre investimenti esteri nel settore petrolifero e diventare pericolosamente dipendenti da Paesi come la Cina, il governo dovrebbe comprendere che il progresso economico e l’aumento del tenore di vita in Venezuela hanno bisogno di una crescita produttiva che interessi tutti i settori: agricoltura, industria, commercio, servizi, etc. In caso di mancate riforme volte a diversificare l’economia nazionale e a ridurre la dipendenza dal petrolio, uno scenario di declino economico e dilagante povertà sembra inevitabile. Il governo di Caracas dovrebbe mostrare lungimiranza, sapendo che il prezzo del petrolio è stimato rimanere sugli attuali livelli per almeno i prossimi due o tre anni. Precisamente, è consigliabile aumentare la dipendenza da gas naturale e da energie rinnovabili, specialmente energia idroelettrica [12], eolica e solare, anche se il petrolio resterà fondamentale per soddisfare la domanda interna di energia.

* Sarah Wafiq è MSc Oil & Gas Management (Coventry University) e OPI Contributor

[1] La lampada a cherosene è un sistema di illuminazione che implica la combustione di cherosene.

[2] Il primo pozzo commerciale di petrolio al mondo fu scavato nel 1859 nel nord-ovest della Pennsylvania, Stati Uniti da Edwin L. Drake.

[3] Stando i dati riportati dalla EIA, la produzione petrolifera del Venezuela nel 2014 è risultata equivalente a 2.49 milioni di barili al giorno.

[4] Data la confusione che viene spesso fatta fra i due termini, va precisato che “risorse petrolifere” si riferisce a tutti gli idrocarburi presenti nel sottosuolo, mentre per “riserve petrolifere” si intendono solamente gli idrocarburi tecnicamente ed economicamente estraibili. Con l’avvento di nuove tecnologie, come ad esempio il fracking, la quantità di riserve petrolifere mondiali ha subìto notevoli aumenti.

[5] Il settore petrolifero non è stato l’unico ad essere coinvolto nel processo di nazionalizzazione: con Chavéz, la medesima sorte è toccata ad imprese nei settori agricolo, finanziario, edilizio, telefonico, elettrico e dell’acciaio.

[6] Le compagnie petrolifere mondiali si distinguono in nazionali (National Oil CompaniesNOCs), come ad esempio PDVSA, ed internazionali (International Oil Companies IOCs), come ad esempio Shell. A differenza di ciò che accade per le IOCs, nel caso delle NOCs, gli idrocarburi sono sotto il controllo totale o parziale del rispettivo governo nazionale. Oggi, molti contratti petroliferi preambolo alla collaborazione tra NOCs ed IOCs, prevedono una percentuale di guadagno maggiore per la NOC, la quale inoltre mantiene invariato il suo diritto di proprietà ed accesso alle riserve. Perciò, i guadagni delle IOCs, seppur ancora notevoli, si sono drasticamente ridotti rispetto a ciò che accadeva prima della seconda metà del Ventesimo secolo, quando le NOCs non esistevano ancora o erano incapaci di competere con le IOCs.

[7] Con i suoi 4,179 kWh a persona, il Venezuela presenta il tasso di consumo energetico più alto fra i paesi dell’America Latina, per un totale di 18,000 MW all’anno. Anche per questa ragione, nel 2014, il Venezuela ha acquistato a sua volta, per la prima volta, petrolio dagli Stati Uniti per una somma pari a $11.339 milioni, così riducendo i suoi guadagni complessivi legati all’industria degli idrocarburi.

[8] Seven Sisters era un termine coniato negli anni ‘50 da Enrico Mattei per indicare le sette maggiori compagnie petrolifere (tutte IOCs) che, insieme, controllavano circa il 90% della produzione petrolifera globale: BP, Shell, ExxonMobil, Texaco, Chevron e Gulf. Nonostante oggi l’accesso delle IOCs alle riserve petrolifere mondiali sia drasticamente diminuito per via dell’ascesa delle NOCs, le quali hanno rivendicato pieno diritto sugli idrocarburi localizzati nel sottosuolo del rispettivo Paese, e le quali si mostrano sempre più intenzionate ad affermare la propria indipendenza commerciale e competitività, resta il fatto che, negli anni di supremazia delle Seven Sisters, le principali IOCs riuscirono ad accumulare le somme, sviluppare l’innovazione tecnologica, maturare l’esperienza tecnica ed affermarsi su gran parte dei mercati globali che, ancora oggi, le rendono un passo avanti rispetto ad alcune NOCs. Ovviamente, non bisogna generalizzare: NOCs come Saudi Aramco (Arabia Saudita), Gazprom (Russia) o CNPC (Cina) sono considerate tra le compagnie petrolifere più potenti al mondo.

[9] Tra il gennaio 2007 e il giugno 2008, il prezzo del petrolio continua a crescere esponenzialmente, con il WTI che raggiunge il picco storico dei $145.58 al barile. Dopo il giugno del 2008, il prezzo del petrolio inizia a decrescere fino alla fatale caduta del WTI a $43.90 a barile nel febbraio 2009. Tra il giugno 2014 ed il marzo 2015, assistiamo ad un’altra caduta: dai $105.86 ai $48.10 al barile. Record neri, questi, recentemente battuti dai $40.22 del novembre 2015.

[10] Nonostante i membri OPEC messi più in difficoltà dall’attuale prezzo del petrolio, quali ad esempio Venezuela, Algeria ed Iran, abbiano insistito affinché l’OPEC diminuisse la produzione, così aumentando il prezzo di mercato del petrolio, l’Arabia Saudita ha più volte ribadito il suo dissenso. Lo scorso ottobre, Maduro ha affermato che il prezzo del petrolio dovrebbe arrivare almeno a $88 per far ripartire il suo Paese.

[11] Secondo il Cato Institute, l’indice di miseria in Venezuela è stato di 81,8 nel 2013, piazzando il Paese al secondo posto dopo la Siria, e di 106,03 nel 2014, piazzandolo in cima alla classifica mondiale. In entrambi i casi, il fattore che ha contribuito maggiormente è stato l’indice dei prezzi al dettaglio.

[12] La Guyana, una delle dieci macroregioni politico-amministrative del Venezuela, ospita gran parte delle strutture idroelettriche del Paese. Ad esempio, nel Rio Caroní troviamo Guri, una delle dighe più grandi al mondo, la cui relativa centrale idroelettrica produce 10,200 MW all’anno. L’idroelettrico copre circa il 70% dei consumi energetici nazionali, ma di fronte ad una diminuzione del suo potenziale e ad una crescita esponenziale della domanda interna di energia, dal 2013 il Governo ha spostato gli investimenti anche al solare e all’eolico.

………………………….

VENEZUELA. PROTESTE ANTI MADURO, MIGLIAIA IN PIAZZA: SCONTRI E FERITI

da AVVENIRE, 2/5/2017

– A Caracas la folla è stata dispersa con i gas lacrimogeni. Ferito un deputato dell’opposizione –    Migliaia di persone sono nuovamente scese in piazza in Venezuela per protestare contro il governo del presidente Nicolas Maduro. Le manifestazioni anti Maduro vanno avanti ormai da un mese e sono spesso sfociate nella violenza: si sono già contati 30 morti.    A Caracas, uno dei cortei indetti per il primo maggio, e partito dalla zona ovest della città, è sfociato in violenti scontri con le forze dell’ordine quando i manifestanti hanno cercato di raggiungere, superando i blocchi degli agenti in assetto antisommossa, l’ufficio delle commissione elettorale nazionale e alla sede della Corte Suprema: la folla è stata dispersa con gas lacrimogeni.

   Negli scontri è rimasto ferito un deputato dell’opposizione. Lo stesso è avvenuto con il corteo che partiva dalla zona est della capitale: quando i manifestanti hanno cercato di entrare in una delle strade principali gli agenti hanno cominciato a usare lacrimogeni per allontanarli.

   Nel frattempo, parlando in occasione della tradizionale sfilata della Festa dei Lavoratori organizzata nel centro di Caracas, il presidente Nicolas Maduro annunciava il voto per una nuova assemblea costituente “della classe operaia”.

   “Sto parlando di una Costituente profondamente operaia, decisamente operaia, che appartenga profondamente alle comune”, ha dichiarato. (da AVVENIRE)

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